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Dopo Rosarno, la Gelmini…
Dopo Rosarno, la Gelmini …
Su Rosarno, dopo il primo sbalordimento di fronte alle incredibili dichiarazioni di Maroni, che attribuivano la colpa di tutto alla “eccessiva tolleranza” nei confronti dei “clandestini”, c’è stata una reazione abbastanza generalizzata di sdegno, a livello di commenti politici. Ma il danno era stato fatto: i distratti che si orientano solo attraverso i telegiornali, o peggio ancora i titoli dei telegiornali, sapevano solo che c’era stata una rivolta dei “cittadini esasperati contro la violenza dei neri”. Che tutto fosse stato innescato da alcune fucilate contro i lavoratori migranti, e che Rosarno fosse dominata dalla Ndrangheta al punto di far sciogliere l’amministrazione comunale, era difficile saperlo dal piccolo schermo.
Sui giornali, la situazione è un po’ diversa. Spesso sono stati mobilitati “esperti” di vario genere, compresi psicanalisti che evocavano la paura atavica dell’uomo nero, e la parola Ndrangheta è venuta fuori. Casomai, giustamente, si è sottolineato che non è stata solo la malavita organizzata a sfruttare i migranti, ma anche molti piccoli proprietari di agrumeti che sopravvivevano pagando salari giornalieri di 20 euro anziché i già miseri 35 del contratto siglato dai sindacati. E che c’erano anche intermediari (caporali, autisti di pulmini, mediatori vari) ben inseriti nella realtà locale anche se nati in un paese dell’Europa orientale o dell’Africa. Inoltre è venuto fuori che la maggior parte dei “clandestini” non erano arrivati così in Italia, ma lo erano diventati quando avevano perso il lavoro a Reggio Emilia o Brescia o Torino. Per sopravvivere in qualche modo, sperando in tempi migliori, si erano spostati al sud, dove uno straccio di contratto è un sogno irrealizzabile. E dove è frequente che, anche senza pogrom, il padrone trovi un pretesto per non pagare il dovuto. Per anni avevano lavorato duro e pagato contributi che hanno contribuito a sanare le casse dell’INPS (mentre non vedranno mai la pensione), e poi sono stati trasformati di colpo in clandestini.
Solo un disonesto come Maroni e un’ignorante come
Su internet naturalmente c’è stato subito molto di più: ad esempio si possono trovare, su http://www.ilmegafonoquotidiano.it/orig. , le ottime corrispondenze da Rosarno di Fortress Europe.
Ma vale la pena di fare qualche riflessione in chiave storica sui precedenti di questi “incidenti”. Fino all’ultimo, recentissimo ma quasi dimenticato, di Rosarno nel dicembre 2008, che ha ispirato il libro di Antonello Mangano, Gli africani salveranno Rosarno, Terrelibere.org.
La sorte dei migranti scacciati da Rosarno e deportati in altre regioni, dove presumibilmente arrivando in soprannumero possono facilitare nuove “reazioni” dei gestori locali della manodopera più o meno spalleggiati dai vari esponenti di “Forza Nuova” o de “
Ce ne sono che riguardano una minoranza perseguitata di cui si parla molto, come se fosse l’unica, gli ebrei europei. Molto prima dell’orrore indicibile della Shoah, e molto prima della “resistibile ascesa” di Adolf Hitler, in Germania c’era stato nel 1919 e nel 1923 il tentativo di cacciare con la forza gli immigrati ebrei provenienti dalla Polonia, da cui fuggivano perché nel rinato Stato polacco l’antisemitismo era già violento nei primi anni del dopoguerra, e che apparivano ben identificabili perché poveri (quindi maleodoranti, perché alloggiati in tuguri senza servizi…) e visibilmente diversi nell’aspetto per il loro abbigliamento tradizionale.
Una volta arrivato al potere Hitler aveva cominciato con l’espellere gli ebrei ricchi, con parte dei loro beni, verso
È troppo azzardato il paragone con le espulsioni di migranti africani da Rosarno o le catture in mare con affidamento a regimi complici come quelli della Libia o dell’Egitto? Quelle del 1938 erano più gravi, certo, ma il confronto con i tentativi del 1919 e del 1923 può essere fatto. Ricordo che in quegli anni, nella Repubblica di Weimar (quella con la costituzione più democratica del mondo, presa a modello nel 1946 per quella italiana), al potere non c’era Hitler, ma la socialdemocrazia in governi di coalizione…
Varrebbe la pena invece di parlare delle tante persecuzioni subite dall’emigrazione italiana nel mondo, in diversi periodi, a partire da quegli anni in cui emergevano i primi sintomi delle tensioni e della coltivazione degli odi etnici che sarebbero stati necessari per preparare la deflagrazione della “Grande Guerra”. Ce ne sono tante, e ne ha parlato anche brillantemente Gian Antonio Stella ne L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli 2003, molto ricco di osservazioni stimolanti sui pregiudizi (per esempio, interessante che alla fine del secolo XIX erano le italiane a essere considerate in Europa e negli Stati Uniti “tutte puttane”…).
Ma basta ricordare due soli episodi: un massacro di italiani (anzi, vedremo, “siciliani”) negli Stati Uniti del 1891 e un altro, che ci sembra più vicino al caso di Rosarno (o di Castel Volturno, o di altri del genere), accaduto nella Francia del 1893.
Il primo è avvenuto a New Orleans nel marzo
Se questo può apparire un caso limite e basato quasi esclusivamente sul pregiudizio (“i siciliani sono tutti mafiosi”), più interessante ed evocatore di analogie inquietanti è l’episodio di Aigues Mortes, nella Camargue. Il conflitto era nato tra lavoratori francesi e italiani, nel corso della campagna estiva di raccolta del sale, con accuse dei primi ai secondi di accettare paghe più basse e orari di lavoro praticamente illimitati. In realtà erano stagionali non solo gli italiani, ma anche una parte dei francesi, che arrivavano dalle Cevennes o dall’Ardèche, e che spesso se ne andavano dopo una settimana di lavoro, trovandolo troppo duro e mal retribuito. La “colpa” per loro era tutta degli “italiani che rubano il lavoro”. Dopo alcuni scontri iniziati nelle saline il 16 agosto, arrivarono gendarmi a cavallo che cominciarono a scortare alla stazione gli italiani per rimpatriarli, ma non seppero o vollero proteggerli quando – con l’appoggio del sindaco – furono aggrediti a fucilate e colpi di bastone, con un bilancio spaventoso (50 morti e 150 feriti, secondo il Times). Nel processo, pochi mesi dopo, tutti vennero prosciolti, e non riuscì neppure ad accertare il numero delle vittime). Pochi giorni dopo il massacro Antonio Labriola così scriveva in un manifesto redatto la mattina del 22 agosto
“Al di sopra e d’intorno ai barbaramente trucidati e ai barbari trucidatori di Aigues-Mortes, non sta soltanto di qua l’Italia, di là
Quanto si è andati indietro in poco più di cento anni! Quanti ce ne vorrebbero oggi di commenti classisti e internazionalisti come questo!
Con questo spirito, si può capire anche la logica che ha portato una parte degli abitanti di Rosarno, non tutti mafiosi, non tutti fascisti, non tutti razzisti, a non accorgersi dell’orrore non solo delle aggressioni a fucilate ai migranti, ma dello sfruttamento feroce che fatalmente li obbligava per sopravvivere a rintanarsi in baracche fatiscenti o in ruderi cadenti. E li ha portati a sentirsi loro vittime solo perché una parte dei migranti era caduto nella trappola e aveva considerato nemici in blocco tutti i “bianchi” e non solo quelli che li aggredivano o defraudavano del pur modesto salario, e quindi si erano scagliati contro auto, vetrine, lampioni, segnaletica, come nelle esplosioni delle banlieues francesi nel 2005.
E in effetti sono “vittime” anch’essi, ma non delle “violenze dei neri”, bensì del clima di odio seminato dai mass media, e da un ministro degli Interni ipocrita e fazioso.
In questo clima, si è collocata alla perfezione la proposta del ministro della distruzione della scuola pubblica Mariastella Gelmini. Oltre ad essersi impegnata a fondo a difendere l’impostazione di Maroni su Rosarno, prendendosela con il “buonismo” di non si sa chi, che faciliterebbe la criminalità dei migranti, quella che è stata giustamente stata ribattezzata “Beata Ignoranza” ha lanciato la proposta della quota del 30% di “stranieri” in ogni classe. Ovviamente non sa neppure che la prima quota era stata introdotta per gli ebrei nelle scuole superiori dell’Impero zarista. Ma che ne può sapere di cos’era questo numero chiuso, lei che ha fatto prima le scuole private dalle monache e poi l’abilitazione a Reggio Calabria, dove la darebbero se occorre anche al figlio di Bossi?. Meno ancora
Anche Fabrizio Matteucci, sindaco di Ravenna, anche lui di centrosinistra, dichiara che “mettere il limite massimo di presenza è una decisione di buon senso, aiuta ragazzi italiani e stranieri a integrarsi”. Ma il più importante consenso alla Gelmini è venuto dall’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, che a differenza di lei non è un ignorante, è solo un pentito. Il distruttore dell’Università (col 3+2) afferma che “il tetto per la presenza di alunni immigrati in classe va bene, ma è solo un punto di partenza a cui non deve mancare la flessibilità”… E poi un diluvio di chiacchiere vuote: “l’auspicio è che la programmazione delle presenze sia molto modulata sul territorio, il tetto non sia rigido, e dove gli alunni sanno già l’italiano si possa innalzare la percentuale…”
Questa piccola correzione è già stata accolta di fatto dalla Gelmini nell’intervista a Lucia Annunziata: d’altra parte se sanno già l’italiano, se hanno frequentato l’asilo, se sono anche nati in Italia, la soglia numerica sarebbe solo ed esplicitamente basata su una discriminazione etnica se non razzista.
Naturalmente, è una bestialità fissare criteri numerici, costringendo i ragazzi in soprannumero a spostarsi in un altro quartiere o in un’altra città per poter studiare: ma era già stato fatto a Milano espellendo di colpo da un campo Rom decine di bambini nati in Italia da genitori italiani, disperdendoli in tante zone della città e della provincia. Si direbbe che l’abbiano fatto per spingerli alla ribellione o alla criminalità. Per fortuna alcune delle straordinarie maestre che hanno arricchito la scuola italiana se li sono andati a cercare a uno a uno, ospitando a casa qualcuno che era finito troppo lontano per poter essere preso ogni mattina e poi riaccompagnato. La barbarie dei governanti, nazionali o locali, è controbilanciata dalla dedizione di un corpo insegnante che in Europa ci invidiavano, e che una lunga serie di ministri sciagurati, da Berlinguer alla Moratti, da Fioroni alla Gelmini ha tentato di distruggere.
Tuttavia c’è un problema vero, che chi vive nella scuola conosce bene, e che non è legato al numero: in certe classi ci sono molti ragazzi che non conoscono una parola di italiano, e la cui iscrizione è stata accettata senza verifiche (più iscritti, più tasse scolastiche, più contributi). La prima proposta della Gelmini era stata a suo tempo quella di fare classi differenziate. Ugualmente insensata: se i ragazzi vengono dalla Cina, dal Bangla Desh, dal Pakistan, dal Maghreb, dalla Romania, ecc. e vengono messi insieme senza italiani e affidati a insegnanti senza particolari conoscenze linguistiche, il risultato sarà catastrofico. Sarebbero invece necessari mediatori culturali, che non sarebbe difficile reclutare tra gli immigrati che hanno terminato gli studi in Italia.
Ci sono docenti che di loro iniziativa procurano dizionarietti o manuali di apprendimento dell’italiano per stranieri non previsti tra i libri di testo, e cercano di seguire volontariamente i ragazzi più capaci e al tempo stesso più bisognosi di aiuto perché appena arrivati. Ma sono pochi e il loro lavoro extra non è retribuito né valorizzato.
Il problema non è risolvibile solo con gli insegnanti di sostegno (che per giunta sono in via di riduzione) ma in primo luogo migliorando il rapporto docenti/alunni, riducendo il numero di alunni per classe e istituendo corsi integrativi pomeridiani con altri docenti sottratti al precariato. Io d’altra parte appena laureato ho insegnato per una decina d’anni nelle scuole superiori: non c’erano ancora immigrati da altri paesi, ma c’erano lo stesso ragazzi che provenivano da ambienti di borgata, con genitori analfabeti che in casa parlavano in uno stretto dialetto calabrese o pugliese, e richiedevano uno sforzo supplementare extrascolastico per evitare che la scuola li respingesse, mentre avevano grandi potenzialità.
Per ora la riforma sciagurata, che mal nasconde l’ispirazione punitiva di stampo “leghista”, dovrebbe cominciare nelle prime classi delle elementari e delle medie, ma come gran parte delle misure annunciate, sarà difficile da realizzare: ci sono scuole in certi paesi, che restano aperte solo perché ci sono i bambini stranieri, che sono in maggioranza. Oseranno chiuderle, danneggiando anche gli italiani? Ci sono scuole con maggioranza di alunni non italiani perché gli italiani non sono interessati a quei corsi. Si chiuderanno?
Viene il dubbio che Beata Ignoranza, che di didattica e di pedagogia sa poco, incarti nei suoi mielosi discorsi “riformisti” un obiettivo inconfessato, ma ben chiaro alla sua mente: dare un colpo di grazia - con un nuovo colossale disordine - alla scuola pubblica, per facilitare quelle private. Negli Stati Uniti, quando negli anni Settanta fu introdotta per nobili ragioni la scuola etnicamente mista obbligatoria, basata su pullman che spostavano studenti bianchi nelle scuole quasi esclusivamente di colore, mentre altri pullman facevano viceversa, il risultato fu che in pochi mesi, e comunque massicciamente nell’anno successivo, ci fu una fuga massiccia verso le scuole private.
Non è un sospetto campato in aria: l’unica spesa per la scuola che aumenta ogni anno è quella che finanzia le scuole private, alla faccia del dettato costituzionale, ma grazie alla complicità di una pseudosinistra che quando ha governato ha fattolo stesso.
Ed è scandaloso: le scuole private, soprattutto nel sud, pagano poco o addirittura niente gli insegnanti (sapendo che comunque i punti ottenuti sono meglio di niente), senza che nessuno se ne preoccupi. A Lecce ho potuto verificare che il fenomeno è generalizzato, e che i sindacati della scuola, che lo sanno bene, al massimo si limitano a fare la predica a quelli che cedono al ricatto, invece di fornire loro almeno un sostegno legale. In questo modo le scuole private (quasi come le cliniche convenzionate) diventano un affare d’oro per pochi, e sfornano in gran numero somari diplomati. (10/01/10)
Una segnalazione: l’editore Nicola Teti, che pubblica da decenni “il calendario del popolo”, ha curato alcune mostre sulle tematiche dell’emigrazione e dell’immigrazione, tra cui una su Macaronì e vu’ cumpra’, e una su Balie italiane e colf stranieri, molto efficaci. Possono essere richiesti a Teti (http://www.teti.it/ oppure Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) i fascicoli illustrativi, numeri speciali del Calendario del popolo 579 e 612.
Appendice 1
L'eccidio degli italiani*
di José Martí
New York, 26 marzo 1891
Signor Direttore de
Certo che, d'ora in avanti, nessuno che abbia una qualche idea di pietà, metterà più piede a New Orleans, senza orrore. Qua e là, come ultime folate di una bufera, sbuca e scompare un gruppo di assassini, con il fucile in spalla. Laggiù va un altro gruppo, di avvocati e commercianti, di uomini robusti e con gli occhi azzurri, il revolver al fianco, e una foglia sul bavero, una foglia dell'albero al quale hanno impiccato un morto, un italiano morto, uno dei diciannove italiani che tenevano in carcere come rei presunti dell'assassinio del capo della polizia Hennessy. Di questi diciannove, i giurati nordamericani ne avevano assolti quattro; il processo di altri venne invalidato per difetti procedurali; altri ancora non erano stati ancora processati.
E poche ore dopo che la giuria nordamericana li aveva assolti, la giunta dei notabili nominata dal sindaco per collaborare alla punizione dell'assassinio, la giunta capitanata dal caporione di una delle fazioni politiche della città, sobilla alla rivolta i cittadini, mediante una pubblica convocazione a mezzo stampa, con un giorno di preavviso, li riunisce sotto la sua presidenza ai piedi della statua di Henry Clay, assale il carcere della parrocchia, senza che la polizia le si opponga, se non in modo apparente, e così la milizia, il sindaco, il governatore, abbatte le cedevoli porte della prigione, si riversa, inneggiando, nei corridoi lungo i quali fuggono gli italiani inseguiti, sfonda col calcio dei fucili la testa del capo politico degli italiani, del banchiere console, console di Bolivia, accusato di complicità con una banda di assassini, una banda segreta della Mafia, e i tre, assolti come il banchiere, più altri sette, li ammazza contro il muro, negli angoli, per terra, a bruciapelo. Al ritorno dall'impresa i cittadini acclamano l'avvocato che ha diretto la strage, e lo portano in trionfo sulle spalle.
E queste sono le strade dalle case fiorite, i convolvoli rampicanti che salgono fra le persiane bianche, e le mulatte con il turbante e il grembiule che mettono la cesta india dei cardellini sul balcone arabescato, e la sposina creola, che va per il pranzo sul lago, a mangiare pesci di madreperla e d'oro, con un fiore in boccio sul petto, e nella chioma nera un fiore d'arancio? È la città del rovere su cui cresce, come filigrana di pianta, il muschio spagnolo, e del dattero stillante miele, e dei salici piangenti, che si riflettono nel fiume? È
È
Il governatore "non è possibile vederlo". La milizia, "nessuno è andato a cercarla". Il sindaco "non può mettere in prigione tutta la città". Segano un ramo; ne tagliano un altro a colpi d'ascia; scuotono le foglie, che cadono sulla folla assiepata, per portarsi via un ricordo, una scheggia di legno, una foglia fresca di oggi, ai piedi del rovere dal quale penzola, girando su se stesso, l'italiano insanguinato.
La città di New Orleans, soddisfatta o vile, marciò con i suoi migliori uomini di cultura e d'affari in testa, sul carcere dal quale stavano per uscire i prigionieri che la giuria aveva appena assolto; assalì, con l'approvazione e l'ausilio delle autorità cittadine, la prigione municipale: pestò contro gli angoli, - la città capitanata da avvocati e giornalisti, banchieri e giudici, pestò contro gli angoli, e "colpì fino a sbriciolarli" gli italiani assolti, uno di New Orleans oriundo italiano, uomo di mondo, e ricco, padrone del voto della colonia italiana, un padre di sei figli, socio facoltoso di una buona ditta, un siciliano vivace che mesi addietro aveva subito un'aggressione armata da parte di un irlandese, un calzolaio che godeva di prestigio nel suo quartiere, un ciabattino incolpato di aver ucciso in una rissa un suo compaesano, alcuni fruttivendoli.
Gli italiani rissano fra loro, come le bande del Kansas, che in mezzo secolo nessun governatore è riuscito a pacificare, come i creoli del Sud che si trasmettono di padre in figlio l'odio tra famiglie. Vent'anni fa, per aver voluto ficcare il naso nelle risse degli italiani, o per aver voluto approfittare di questo per togliere loro il potere municipale che conquistavano con la forza dei loro voti, cadde nelle mani di un certo Guerin, il padre di questo Hennessy, che è morto adesso. Il medesimo trafficante politico che faceva da tenente nell'assalto di oggi aveva ucciso con una pallottola l'uccisore dell'altro Hennessy. I politicanti con gli occhi grigi odiavano i politicanti con gli occhi neri. Gli irlandesi che vivono soprattutto di politica, volevano cacciare dalla politica gli italiani.
Li accusavano di essere dagos[3], che è un nomignolo che accende il sangue siciliano. Chi cadeva in conseguenza di queste rivalità dicevano che cadeva "per sentenza della Mafia". Raccontavano come fatti d'ora, e come puri crimini, le terribili esecuzioni politiche della Mafia, che cospirava contro i Borboni un secolo fa.
Lo Hennessy di oggi dichiarò agli italiani una guerra senza quartiere, anche se vi fu un tempo in cui non c'era miglior amico "per una mano al tavolo verde dei clubs o per un buon stufato di quimbombó”[4], di Maceca, quello dalla testa fracassata a calcio di fucile, l'italiano elegante e ricco. Ci furono morti nel quartiere italiano. E il poliziotto spinse la persecuzione al punto di riuscire ad avere un confidente italiano, che fu trovato morto la mattina seguente, e di proclamare che sapeva ormai tutto quello che c'era da sapere su una società di assassini, chiamata società dello Stiletto, e su un'altra, detta degli Stopaliagieri[5], e che aveva in mano"la prova inconfutabile della Mafia spaventosa, delle sue condanne a morte, delle sue migliaia di sicari". Una sera, sulla porta di casa sua, una casa che ha due rosai all'ingresso, cadde Hennessy, lottando contro una banda di assassini, con la mano sulla rivoltella.
Undici pallottole gli trovarono nel corpo. Venne dichiarato che la sua morte era stata "la vendetta della Mafia". Vennero promesse le più evidenti prove. Venne nominata, dallo stesso sindaco, una giunta libera di cinquanta cittadini, uomini politici e commercianti, e avvocati e giornalisti, per aiutare la giustizia ordinaria nello svolgimento delle indagini. Venne eletta una giuria di buona fama fra i cittadini dal cognome inglese. Vennero incarcerati alcuni rissaioli abituali fra la gente di Sicilia, e i due uomini di maggiore ricchezza e influenza sul voto degli italiani.
Dal Golfo al Pacifico, si levò in loro favore tutta la popolazione italiana: negò la loro stampa, e negarono gli uomini più rappresentativi l'esistenza della Mafia, o di società dello Stiletto, o degli Stopaliagieri, o della possibilità di una prova di tale iniquità, o del senso nell'incarcerare sotto accusa di omicidio uomini della posizione del banchiere Maceca o del commerciante Caruso: sostennero che il veleno della persecuzione, nonché la sua causa, era tutto nella lotta politica, nella volontà di sgominare e cacciare da New Orleans e dalle urne gli italiani ribelli al volere dei persecutori: dichiararono che si tramava una torbida cospirazione per un fine politico. La giuria dopo mesi di un processo a porte aperte, di accuse che andavano e venivano, di testimoni che impazzivano e giuravano il falso, di mormorii di corruzione e di scandalo, assolse i prigionieri. Certo che c'erano bande rivali fra i siciliani di New Orleans che i vari Matranga e Provenzano[6] si detestavano qui come in Italia; che gli italiani insanguinavano spesso le strade di sangue italiano. Ma dal fatto che litigassero fra loro, che i Matranga e i Provenzano, per soddisfare il proprio rancore, testimoniassero il falso contro i loro nemici personali; che i siciliani non si sentissero affatto imbarazzati nel continuare le loro risse nella città dove non c'è un passante che non porti un revolver alla cintola, né famiglia che non si sia scontrata per le strade con un'altra; che la banda vinta decidesse di mettere fine alla vita del capo della polizia, che se la faceva con la banda rivale, da tutto questo non si può certo dedurre che
Moore, un tempo tenente della polizia di New Orleans, l'irlandese Moore, ebbe a dire "che l'assassinio di Hennessy aveva tratto origine, tal quale quello di suo padre, dalle lotte elettorali, la morte di Hennessy altro non era stato che uno degli episodi della guerra per il possesso del bottino politico ora più pingue che mai".
New Orleans accoglieva con ira e minacce il verdetto: diceva New Orleans "che c'era stata frode nel processo", "che il poliziotto Malley aveva pagato un testimonio", "che risultava un tentativo di subornazione di un membro della giuria". Ma a Chicago il quartiere delle maglie rosse si riempì di lampioncini; nei sobborghi di Providence si sospese il lavoro, per ballare e fare festa; l'Italia di Nuova York, tutta accampata nel Bowery, mise tutte carte nuove sui banchi della frutta, infilò la bandiera nello stivale lucido che fa da insegna al lustrascarpe, si affacciò sulla porta con la crocchia rifatta e gli orecchini di corallo, fino a che il telegrafo non dette la spaventosa notizia, che New Orleans era in rivolta, che circondava il carcere, che impiccava Bagnetto, che ammazzava Maceca! Dalle loro stamberghe e dai vicoli uscivano, gridando, le donne. Posavano i bambini sui marciapiedi, e si sedevano a piangere. Si scioglievano i capelli e se li strappavano. Chiamavano gli uomini, perché si svegliassero. Li insultavano, perché non si svegliavano subito. Correvano di qua e di là, con le mani sulla testa. Si riempì di uomini e donne la piazza dei giornali. I loro giornalisti, sempre discordi, parlavano loro, per la prima volta uniti, da uno stesso portico: "Siamo uno solo, italiani, in questo dolore!", "Vendetta, italiani, vendetta!" E leggevano singhiozzando, i tremendi telegrammi. Le donne si buttavano in ginocchio sulla via. Gli uomini, con la mano dura, si asciugavano le lacrime.
La verità era che New Orleans, con la legge nelle sue mani, si rivoltava contro la legge. Il governatore dello Stato, padrone della milizia, abbandonava la capitale dello Stato all'insurrezione. I caporioni di essa contro il tribunale, erano uomini del tribunale, erano magistrati, procuratori generali, avvocati della difesa. I comandanti della strage erano i delegati del sindaco che non comandò alle sue forze di muovere contro gli uccisori. Non una voce di pietà, non una supplica femminile, non una preghiera di sacerdote, non una protesta della stampa: "A morte i dagos!", "Alle armi, cittadini onesti!", "All'una del pomeriggio, tutti ai piedi della statua di Clay, per rimediare all'incapacità della giustizia nel caso Hennessy! Venite pronti per l'azione!". Si diffuse l'invito, firmato dai direttori delle coscienze e dai personaggi in vista della città. "Come potrebbe contrastarci il sindaco, se quelli che si convocano sono gli stessi da lui designati per la giunta ausiliare dell'inchiesta?". "Parkerson è il nostro capo, l'uomo di animo virile che, alla testa dei liberi democratici, ha vinto le elezioni cittadine". "Firma Liche, l'assessore ai lavori pubblici, un posto di grande potere". All'una era affollata la scarpata che congiunge le vecchie strade, dove sorge la statua di Clay. Dicono che la milizia è con loro; che i soldati sono lì senza uniformi; che c'è una casa tutta piena di picconi e asce; che ieri un carro ha rovesciato, sul retro nel carcere, un carico di travi per attaccare le porte; che nella giunta di ieri, la giunta dei cinquanta, è stato fatto il piano, sono stati nominati i capi, si sono distribuite le armi. Inneggiano alcuni a Wyckliffe e a Parkerson tutti: "Discorso! che saltino l'inferriata e facciano un discorso!". L'oratore si leva, ai piedi della statua. Parkerson è l'oratore, uomo di legge, capo di partito, giovane: porta bene la finanziera: ha il capo rotondo; non gli cade la lingua né la mano: gestisce, gestisce bene, poggia un piede in avanti e leva alto sulla testa il braccio sinistro: "Alle armi, cittadini! I delitti vanno puniti senza indugio; ma dove e quando i tribunali deludono, i giurati mancano al loro giuramento, si fanno strada i subornatori, allora è il caso che il popolo compia quello che i tribunali e i giurati non hanno saputo compiere!", "Siamo con te, Parkerson!". "Quale risoluzione prenderemo, cittadini? Sarà l'azione?", "L'azione! Tu ordina! Siamo con te!", "Pronti?", "Pronti!".
Salta sul podio un certo Denegre, avvocato e possidente. "Sono della giunta dei cinquanta: sono stato nominato dal sindaco, e riferisco al popolo. Dobbiamo stare dalla parte del morto; andiamo a prendere gli assassini. La giunta è impotente: il tribunale è impotente: possano dunque i cittadini!".
E parla Wyckliffe, avvocato e proprietario di un giornale. Si vede la folla agitarsi. Con le braccia sembra spingere Wyckliffe le parole: "Ai piedi di questa statua veniamo ai fatti! Abbasso
Alla piazza! Alla prigione! La colonna marcia, con passo veloce. La comanda Parkerson, il capo, il democratico. C'è anche Honston, un altro capoccia, che vent'anni prima aveva ammazzato l'uccisore del primo Hennessy. Il comandante in seconda è Wyckliffe, già procuratore generale della città. Avanti vanno tre carri, carichi di corde e scale, e sull'asse di uno di essi il nodo della forca.
Dietro vanno gli uomini armati di fucile, a passo militare, con i duecento fucili in spalla. La folla li segue e li circonda; alcuni portano lo schioppo, il revolver gli altri. Si sente lo strascichio dei piedi. "Vanno sorridendo, come a un picnic". E quando arrivano alla prigione costruita in pietra e con balconi, un picchetto, come eseguendo un ordine, si butta contro ogni porta: il direttore, fra grida e fischi, rifiuta di consegnare le chiavi. Con la punta dei pali forzano il portone. I battenti cominciano a cedere, e un negro li abbatte con un colpo d'ascia. Entrano cinquanta uomini: vorrebbero entrare tutti quanti! "La chiave dell'inferriata è qui", dice il vicedirettore. E i custodi fanno strada.
Si stringono fra loro i cinquanta uomini. Si sentono tremare i prigionieri da una cella aperta. Attraverso la grata di un'altra si intravvede un viso che sembra di moribondo. Non sono quelli; i custodi, ossequiosi dicono che non sono questi, che stanno di sopra nel reparto femminile, che lì c'è l'altra chiave. "Piano, signori, piano", dice Parkerson: "Chi li conosce? Solo contro i dagos!". Si precipitano per il corridoio vuoto: una mano squamosa e grigiastra, una mano di africana ottantenne, indica loro l'angolo, dal quale sale la scaletta, di dove si sente uno scalpiccio frettoloso. "Urrà, tre urrà!" grida uno dei cacciatori; e gli altri sventolando il cappello, rispondono tre urrà con esso e si buttano su per la scala. "La medicina!" dice uno: crepita la raffica all'impazzata: rotola in aria, ucciso con una pallottola nel cervello, l'ultimo di quelli che fuggivano. Soffoca il rumore degli spari gli evviva e lo schiamazzo che giungono di fuori: "Viva Parkerson!", "Viva Wyckliffe!". I prigionieri non hanno nemmeno il tempo di implorare pietà. In terra, crivellati come uno staccio, Geraci e Caruso! Romero lo ammazzano ginocchioni, con la fronte china sulle mattonelle: come una rete di cinta era dopo il cappello di Romero: la giacca, sulla 'schiena, una membrana filacciosa! Volano le pallottole. Maceca, accerchiato, cade colpito alla testa: fu finito lì fra i piedi degli uomini, degli avvocati, dei commercianti, fu finito lì, senza un proiettile, con il calcio dei fucili. Di fuori saliva la collera spaventosa: "Portateceli! Ammazzateceli qui fuori!". Ed era gremita la piazza, tutte le strade del sobborgo gremite. C'erano donne e bambini. "Portateceli!", "Qui fuori!"
Da una porta spuntò una squadra spingendosi avanti come un ubriaco Polozzi, il testimone pazzo. Cadeva tra le loro braccia a terra. Due si picchiano e si insultano, perché tutti e due vogliono stringere meglio il nodo. Un grappolo d'uomini si attacca alla corda. E quelli che stanno lì intorno scaricano su di essa le pistole. Cadono sui loro petti rivoli di sangue.
Bagnetto lo portano fuori sulle braccia: non gli si vede la faccia, per le ferite: gli stringono al collo, tiepido dalla morte, il nodo della corda nuova: lo lasciano lì appeso al ramo di un albero: poi poteranno i rami vicini: e le donne sul cappello, gli uomini all'occhiello, porteranno come emblema le foglie! Uno tira fuori l'orologio: "Abbiamo fatto presto: quarantotto minuti". Dai terrazzi e dai balconi guardava la gente, con binocoli da teatro.
Appendice 2: da Reggio Calabria
Discrimination is too much
Non sparate sui migranti
No apartheid
Una situazione la cui esplosività era ben conosciuta. L’ennesima aggressione fisica subita da uno dei braccianti ha scatenato la loro rabbia spontanea. Questa reazione ha provocato una risposta spropositata, violenta e xenofoba di una parte della popolazione rosarnese che si è sentita autorizzata “al tiro al bersaglio”. Quanto accaduto è l’esemplificazione di uno stato di ingiustizia sociale, sfruttamento e diseguaglianze prodotto anche da politiche nazionali razziste e securitarie che mai come in questo momento si sono rivelate fallimentari e inappropriate.
Degli oltre 1500 migranti impegnati nell’agricoltura locale, al momento solo pochi permangono a Rosarno, in attesa di scappare dalla terra che li ha resi schiavi nonostante fossero il cardine dell’economia di quel territorio: paradossale era la loro unica richiesta, impressa sui muri dell’ex Opera Sila di Gioia Tauro, “Non sparateci addosso”.
L’eccezionalità di quanto sta avvenendo evidenzia non solo l’incapacità dello Stato di rispondere adeguatamente alla domanda sociale rivolta dai migranti, ma anche come abbia lasciato in maniera incosciente, pericolosa e irresponsabile che a risolvere il “problema” fossero mani mafiose e/o rondiste.
La complessità della situazione in atto a Rosarno, forse non casuale ma comunque pericolosa, necessita di un tempo di analisi prima di un intervento politico. L’assemblea nazionale della Rete Antirazzista, che si terrà a Roma il 24 gennaio, diventa un primo momento per riflettere e rispondere, attraverso un ragionamento collettivo, ad una situazione che oggi si è determinata nella Piana di Gioia Tauro, ma che coinvolge tutta l’Italia rischiando di divenire un pericoloso precedente. Noi parteciperemo all'assemblea di Roma proponendo la convocazione in tempi brevi di un nuovo incontro nazionale da tenersi a Riace, borgo virtuoso dell’ospitalità diffusa e multietnica.
Reggio Calabria, 09.01.2010
* El asesinato de los italianos, in
[1] Paso: specie di barella per portare in processione le statue dei santi.
[2] Lalla Rookh: raccolta di novelle orientali in versi, unite fra loro da un racconto in prosa, di Thomas Moore, pubblicato nel 1817 e tradotto da Martí in spagnolo.
[3] Dago: soprannome spregiativo con cui negli Stati Uniti si indicano gli individui di razza latina.
[4] Quimbombó: malvacea dell'America dai frutti commestibili.
[5] Probabile deformazione del nome di una cosca mafiosa.
[6] Famiglie di mafiosi e camorristi italiani trapiantatesi a New Orleans.
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-154
- Autore
- Dopo Rosarno · attribuzione da verificare
- Pubblicato sul sito
- 11 gennaio 2010
- Parole chiave originali
- «movimento operaio», «anticapitalismo», «antistalinismo», «democrazia operaia», «internazionalismo», «rivoluzione», «Cuba», «Che Guevara», «America Latina», «Sinistra Critica» (elenco predefinito del sito, non usato per i temi)
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-154.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 11 gennaio 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=154:dopo-rosarno-la-gelmini&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39
- Cattura AM-154.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 30 settembre 2020.
- Testo estratto AM-154.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 6.467 parole.
- Edizione AM-154.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
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Come citare
Dopo Rosarno, «Dopo Rosarno, la Gelmini…», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 11 gennaio 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/154.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Rosarno, D. (2010, 11 gennaio). Dopo Rosarno, la Gelmini…. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/154.html