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Ucraina. Dossier elezioni/seconda parte
Ancora due articoli dal sito di East Journal sulle difficili elezioni, su cui pesa l’inasprimento del conflitto nelle province orientali, con molti morti e feriti, ma soprattutto con l’occupazione di metà delle commissioni elettorali da parte dei secessionisti. Le prudenti dichiarazioni distensive di Putin sul riconoscimento del futuro presidente, sono inficiate dalla definizione delle elezioni come “non corrispondenti agli standard internazionali”, che preannuncia che in qualsiasi momento si potrebbe nuovamente disconoscere il governo ucraino. (a.m.24/5/14)
3/ Yulia Timoshenko, il ritorno dei morti viventi
di Matteo Zola
Una candidatura sconveniente
Chi è Yulia Timoshenko è cosa nota ai più, tuttavia vale la pena ricordarne i trascorsi vista la sua decisione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali del 25 maggio. Una candidatura, lo diciamo subito, a dir poco sconveniente. Anzitutto perché è un personaggio divisivo: comunque la si voglia guardare la sua storia politica, compresa l’incarcerazione, la rende un personaggio “drammatico”, inadatto a rappresentare tutto il paese, e mai come oggi l’Ucraina ha bisogno di un presidente in grado di parlare agli ucraini di Kharkiv come a quelli di Leopoli.
In secondo luogoil suo passato torbido, la sua sete di potere, le sue dichiarazioni apertamente antirusse, potrebbero inasprire i rapporti con Mosca ma, soprattutto, potrebbero allontanare ancora di più da Kiev i cittadini ucraini residenti nelle regioni orientali. Yulia Timosheno rappresenta il passato: un passato fatto di grandi eventi, come la Rivoluzione Arancione, e troppi affari loschi; un passato di lotte fra gruppi oligarchici (cui la Timoshenko appartiene) e guerre del gas. Un passato che Yulia Timoshenko non intende far passare.
Certo, non facciamo le anime candide.Queste elezioni, chiunque ne sia il vincitore, non sanciranno una rottura con il precedente modo di fare politica. Non ci sarà nessuna reale svolta democratica, il potere continuerà a essere nelle mani di pochi con il benestare di questa o quella potenza straniera. Potenze che non puntano più sulla Timoshenko. La sua sconfitta è data per certa, al più potrà accedere al ballottaggio, ma la sua stessa candidatura rappresenta un problema per chiunque abbia a cuore per il paese una transizione indolore verso un (semi)nuovo regime.
Infine la sua vicenda personale ne mostra le capacità trasformistiche e, al di là delle retoriche utilizzate nei confronti di Mosca, fa vedere come i suoi rapporti con la Russia di Putin siano stati quasi sempre buoni. Anche per questo è vista oggi dai nazionalisti come “una quinta colonna” del Cremlino.
I primi anni: la “zarina del gas” russo
La storia di Yulia Timoshenko parla per lei, e non è facile da riassumere. Nei primi anni Novanta, durante il periodo delle privatizzazioni, caratterizzate da un alto livello di corruzione, divenne una delle donne più ricche del paese esportando metalli. Dal 1995 al 1997 presiedette la Compagnia Generale dell’Energia, un’azienda privata che prese ad importare gas dalla Russia. Durante questo periodo, fu soprannominata la “principessa del gas” per le accuse di aver stoccato enormi quantità di metano, facendo aumentare le tasse sulla risorsa.
Yulia Timoshenko approfittò del suo potere economico per tessere rapporti d’affari e relazioni personali con i politici più in vista degli anni Novanta compreso lo stesso Presidente Leonid Kuchma. Non mancò di avere stretti contatti con la russa Gazprom, l’agenzia russa del gas metano, con cui invece inizierà una “guerra” nel decennio successivo quando si affermerà definitivamente come personaggio politico.
Il primo arresto e la Rivoluzione Arancione
Nel 2001 la Timoshenko fu arrestata per falsificazione di documenti e importazione illegale di metano, tra il 1995 e il 1997 (mentre era presidente della Compagnia Generale di Energia) ma fu liberata la settimana successiva. Da ministro dell’energia di Kuchma, l’autoritario e corrotto padrone dell’Ucraina post-sovietica, ne divenne rivale e condusse campagne contro il suo regime. Timoshenko mostrò per la prima volta il suo piglio rivoluzionario, durante e dopo la detenzione. Un anno dopo, fu coinvolta in un incidente stradale, in cui riportò lievi ferite. C’è il sospetto che sia stato un tentativo di omicidio politico.
A dispetto del passato discutibile, il suo passaggio da oligarca a riformista è creduto da molti come sincero ed effettivo. L’avvento della Rivoluzione Arancione nel 2004 seppellì tutto il torbido e i media occidentali la salutarono come una vergine democratica. Ma vergine non era.
La rottura del fronte arancione. “Filorussismo di ritorno”?
Le elezioni del 2010 videro i due leader della Rivoluzione Arancione l’uno contro l’altro:la spaccatura fra Yushenko e Timoshenko fu anche dovuta alla differenza di vedute nei rapporti con la Russia: nel 2008 era infatti andata in scena la guerra russo-georgiana e la Timoshenko non si era voluta unire all’allora presidente Yushenko nella condanna all’azione del Cremlino. Quel “filo-russismo di ritorno”, come venne chiamato dallo stesso Yushenko, fu dovuto a molte ragioni: anzitutto al desiderio di acquisire voti anche nelle regioni orientali, che votavano per i candidati filorussi; in secondo luogo c’era forsela volontà di non farsi nemica la Russia con la quale la “zarina del gas” intratteneva personali rapporti economici. La spaccatura del fronte arancione consegnò però il paese a Viktor Yanukovich.
La seconda incarcerazione e la rivolta di Maidan
Nel 2011 Yulia Timoshenko venne processata econdannata per abuso di potere, precisamente la sua colpa era quella di aver firmato un accordo decennale con Putin nel gennaio 2009 dopo una lunga disputa sul prezzo della fornitura che avrebbe infine nociuto alle finanze ucraine. “Nel gennaio 2009 – disse il giudice Rodion Kireyev- Yulia Timoshenko, esercitando il ruolo di primo ministro, ha abusato dei suoi poteri per fini criminali e, agendo deliberatamente, ha portato ad azioni con gravi conseguenze”. A onor del vero,le colpe della Timoshenko erano note da tempo e la sua condanna fu essenzialmente un atto politico, un modo “legale” per disfarsi dello scomodo leader dell’opposizione da parte del regime di Yanukovich.
La rivolta di piazza Indipendenza le ha restituito inaspettatamente la libertà ma la “pasionaria” arancione sembra aver perso tutto il carisma con cui seppe imporsi sulla scena politica ucraina. Non solo: anche l’appoggio politico da parte di Washington – che caratterizzò i fatti della Rivoluzione Arancione – è venuto meno.
Soldi soldi soldi
Yulia Timoshenko per molti ucraini ha rappresentato la possibilità di un cambiamento, la fine di un regime corrotto e il sogno del riscatto nazionale. Oggi però è una donna stanca, invecchiata, che ripete come un disco rotto slogan vecchi di dieci anni. La Rivoluzione Arancione – che resta il più grande evento della storia dell’Ucraina contemporanea – sembra lontana anni luce. I capi d’accusa nei suoi confronti sono stati fatti cadere e ora è una donna libera di godersi un notevole patrimonio nascosto in conti correnti britanniciorig..
Laprovenienza della ricchezza di Yulia Timoshenko non è mai stata chiara.La corruzione in Ucraina è un “sistema” e non si può certo pensare che una donna che è stata due volte primo ministro, oltre che capo di grandi compagnie private, non ne abbia fatto ricorso per oliare la macchina del consenso che l’ha portata ad essere due volte primo ministro, oltre che la donna più ricca del paese. Questa volta però lo scenario è diverso, la posta in gioco più alta, e il denaro non le basterà a vincere.
da http://www.eastjournal.net/orig.
4/ Il voto al di sopra di tutto, ma potrebbe non bastare
di Oleksiy Bondarenkonon archiviato
Le elezioni presidenzialidi domenica sono considerate a Kiev, così come a Bruxelles e Washington, come un traguardo imprescindibile per il futuro dell’Ucraina. Ma potranno davvero bastare per riportare l’unità e la stabilità, come ha ottimisticamente sottolineato Barrosoorig.? Saranno sufficienti per ridare credibilità alla classe politica che ha portato l’Ucraina sull’orlo della guerra civile? Riusciranno a soddisfare i criteri di democraticità e libera competizioneelettorale di cui l’UE si è sempre fatta portatrice orgogliosa?
Le elezioni si faranno, ma non ovunque
La data delle elezioni è stata in bilicofino a qualche giorno fa, quando il Parlamento ha approvato unalegge specialeorig. per permette lo svolgimento delle presidenzialianche in condizioni eccezionali e in concomitanza con attività militari sul territorio nazionale. Già in precedenza, in seguito ai fatti di Crimea, la legislazione è stata modificataorig. per autorizzare il regolare svolgimento delle elezioni anche in caso di mancata partecipazione di alcune sezioni elettorali. Questi atti della Verhovna Rada hanno diminuito la probabilità di vedere annullate o posticipate le consultazioni, ma potrebbero avere l’effetto collaterale di limitare la legittimità dei suoi risultati. Può una legge dell’ultima ora bastare per dare credibilità a elezioni presidenziali svolte durante un “operazione anti-terrorismo”che coinvolge l’esercito in vaste regioni del paese?
Nonostante l’uso della forza, Kiev non detiene il controllo sulla totalità del territorio nazionalee a Lugansk e Donetsk non si voterà. Di fronte a questa situazione difficilmente un nuovo presidente potrà avere la legittimità e la forza per ristabilire l’unità e l’ordine nel paese. Senza una profonda riforma strutturale della costituzione, l’Ucraina, con o senza le elezioni di domenica, sembra destinata a rimanere divisa e instabile.
Elezioni, e poi?
Dal punto di vista politico, le elezioni non cambieranno la composizione e la struttura del Parlamento. Non incideranno, quindi, sulla concreta governabilitàche, secondo la Costituzione del 2004 reintrodotta a fine febbraio, risiede nel governo e nella Verhovna Rada. Il problema principale sta proprio qui. Il massimo organo legislativo è stato eletto più di un anno fa (ottobre 2012), molto prima dello scoppio della crisi. Il Partito delle Regioni, che deteneva la maggioranza, si è praticamente sgretolatoe molti dei suoi parlamentari si sono uniti ad altri gruppi o sono rimasti come indipendenti. Il partito di Yulia Timoshenko, Patria, ha ora il controllo del Parlamentoed esprime il Primo Ministro, l’attualePresidente ad interime numerosi Ministri, mentre Udar, il partito che sostiene il favorito Poroshenko, può contare solo su 42 deputati.
Sebbene il nuovo presidente potrà decidere di sciogliere il Parlamentoed indire nuove elezioni, i tempi tecnicidi tale manovra non potranno essere brevi. Inoltre, svolgere elezioni parlamentari senza aver indirizzato la questione dell’unità e dell’integrità territoriale del paese, potrebbe sancire la definitiva secessione delle regioni di Lugansk e Donetsk, cosa che Kiev deve e vuole assolutamente evitare. Formare un governo che possa sostenere l’azione del nuovo presidente, chiunque esso sia, appare un compito piuttosto complessoche potrebbe richiedere tempo e capitale politico, mentre ricorrere a elezioni della nuova Verhovna Rada in un periodo di crisi non garantisce automaticamente la stabilità e comporta il rischio di un’ulteriore polarizzazione del conflitto.
L’insuccesso del meeting nazionale
Anche la cosiddetta tavola rotondaorig., ultimo tentativo di promuovere un dialogo nazionalein vista di domenica, si è dimostrata non solo un fallimentodal punto di vista formale, dato che i rappresentanti delle regioni di Donetsk e Lugansk non sono stati invitati(mentre vi ha preso parte il vecchio Presidente Kuchma), ma anche da quello pratico, visto che sono emersi numerosi contrastitra i leader dell’attuale governo. La serie di meeting che si sono svolti a Kiev, Kharkiv e Mykolaiv non hanno prodotto risultati tangibili se non un vago Memorandum della paceche mette sul piatto alcuni temi importanti, ma senza un approccio programmatico.
Il voto al di sopra di tutto
Altri punti cruciali riguardano la sicurezza e la trasparenza del voto. In un paese che da mesi vive nel caos la preparazione delle elezioni, su ammissioneorig. stessa del Ministro degli Esteri Andriy Deshchytsia, è stato un compito piuttosto complesso.
Se gli oltre 2000 osservatori internazionalisembrano preoccupati soprattutto della sicurezza e della regolarità a Estorig., ci sono numerosi, legittimi, dubbi sul regolare svolgimento delle consultazioni anche in altre regioni e a Kiev. Evitare pressionie intimidazionisembra un compito piuttosto difficile. Le ricadute sull’affluenza e sul regolare svolgimento del voto potrebbero essere non trascurabili, nonostante le 75.000 unità (tra polizia e i non meglio individuabili “membri della collettività”, probabilmente componenti dell’autodifesa di Maidan) che avranno il compito di vigilare sulla sicurezza in tutto (o quasi) il paese.
Sistema oligarchico 2.0
In definitiva le prossime elezioni rappresentano un punto di non ritorno per il paesee per il movimento di protesta nato a fine novembre. I pochi candidati che hanno attivamente partecipato all’EuroMaidan difficilmente raccoglieranno più di qualche punto percentuale, mentre i favoriti, Poroshenko(su tutti), Timoshenkoe Tigipko, rappresentano perfettamente la medesima classe politica che ha guidato il paese negli ultimi vent’anni. La caduta di Yanukovich ha rappresentato la fine del dominio di un singolo clan, ma non ha minimamente intaccato il sistema oligarchico alla base della struttura politica ucraina. Per certi versi questo sistema è stato paradossalmente rafforzato proprio sotto gli occhi vigili di Maidan, quando Kiev ha nominato i vari oligarchi locali come amministratori delle regioni orientali.
Il futuro, con o senza il nuovo presidente, rimane incertoe il rischio di un’ulteriore escalation verso il conflitto civile sembra tutt’altro che scongiurato. Mosca e Washington rimangono alla finestra valutando le prossime mosse.
da http://www.eastjournal.net/orig.
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-1778
- Autore
- Matteo Zola (introduzione di Antonio Moscato)
- Pubblicato sul sito
- 24 maggio 2014
- Parole chiave originali
- «East Journal», «Ucraina», «Russia», «elezioni»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-1778.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 24 maggio 2014. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1778:ucraina-dossier-elezioniseconda-parte&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39
- Cattura AM-1778.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 24 settembre 2020.
- Testo estratto AM-1778.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 2.181 parole.
- Edizione AM-1778.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
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Come citare
Matteo Zola, «Ucraina. Dossier elezioni/seconda parte», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 24 maggio 2014; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/1778.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Zola, M. (2014, 24 maggio). Ucraina. Dossier elezioni/seconda parte. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/1778.html