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Viva l’isolamento!
Viva l’isolamento!
Certe volte essere "isolati" conviene. Dipende da chi, naturalmente.
Invece, se è bizzarro che i padroni (dimenticavo, tra loro c’era anche il giovane Colaninno, vicepresidente della Piaggio e responsabile Industria del PD…) si affannino senza pudore a dire che cosa deve fare o non fare un sindacato, c’è stato uno scrittore molto simpatico che ha dato consigli ai padroni, anzi al superpadrone: Ermanno Rea sul Manifesto del 24/6 ha spiegato a Marchionne che rischi sta correndo: “Caro Marchionne, attento a chi ha votato sì”.
Rea chiede “al signor Marchionne” se sa chi sono coloro che hanno votato no al referendum. Anzi, prova a formulare la domanda con maggiore precisione: “gli assenteisti, gli infingardi, i camorristi, gli scansafatiche, insomma i disonesti con qualifica di operaio e perfino di tecnico hanno accettato l'accordo oppure lo hanno respinto?(…) Vogliamo dirla tutta? Ci è voluto un bel coraggio a scrivere quel no, una forza d'animo oggi del tutto inusuale, sintomo di orgoglio civile e politico”.
Rea precisa che non intende affatto dire che tutti coloro che hanno risposto di sì al referendum “siano da catalogare in blocco come dei poco di buono. Ci mancherebbe altro! I ricatti sono ricatti: il coraggio di respingerli non è da tutti. Ciò che invece mi pare giusto mettere in luce è che, se alle dipendenze della Fiat di Pomigliano d'Arco ci sono davvero assenteisti e malavitosi più che altrove, essi hanno votato di sicuro a favore dell'accordo. Mica sono stupidi, oltre che assenteisti.”
Un bel paradosso. E Rea si domanda “Adesso a chi riconfermeranno per primi il contratto di lavoro i dirigenti torinesi? In nome dell'efficienza e della produttività non c'è dubbio che la precedenza dovrebbe essere data a coloro che hanno votato no alla consultazione (figuriamoci se gli addetti al personale non lo sanno). Sono loro infatti che presentano i requisiti psicologici di maggiore affidabilità: sull'altro versante, il rischio di incappare nell'assenteista incallito o nel camorrista incorreggibile non può che essere elevato.”…
E sempre a proposito di isolamento: in uno degli articoli dedicati alla FIAT di Pomigliano (La sinistra e la FIOM) avevo riportato ampi stralci di un articolo di Guido Viale, che mi era parso molto interessante. Evidentemente anche Guido Viale è molto “isolato”: a me era piaciuto, ma un gran numero di commentatori hanno scelto invece come bersaglio il suo articolo. La sua risposta, su “il manifesto” del 23/6/2010, mi è parsa efficace, e quindi la ripropongo, questa volta integralmente:
FIAT - L'abbaglio ideologico
di Guido Viale
Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive. Per Stefano Cingolani: «in certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che
E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio. Scrive Ernest Ferrari: «D'accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce
Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all'anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un'industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l'aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l'unico vero problema è l'abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all'assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.
Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele. Nel 1968
Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la "rieducazione" degli operai di Pomigliano - per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l'establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro - è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell'attività lavorativa, l'invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.
Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l'esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze - magari provocando anche una rivolta tra la popolazione - cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l'esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà
Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E' indubbio - scrive Michele Magno - che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative...continua a pulsare qui». Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall'oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E' in gioco - continua Magno - il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D'accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?
Per verificare se è vero che l'azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un'alternativa del genere non c'è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l'adozione di un'alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.
Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano - e sperano - che si possa fare invece trasferendo
Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c'erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.
[Pubblicato su “il manifesto” del 23/6/2010. a.m. 25/6/2010]
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-284
- Autore
- Antonio Moscato
- Pubblicato sul sito
- 25 giugno 2010
- Parole chiave originali
- «Pomigliano», «Termini imerese», «Ermanno Rea», «Guido Viale», «Stefano Cingolani», «Sergio Soave», «Francesco Forte», «Marchionne», «Michele Magno»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-284.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 25 giugno 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=284:viva-lisolamento&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39
- Cattura AM-284.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 1 ottobre 2020.
- Testo estratto AM-284.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 2.282 parole.
- Edizione AM-284.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
- Interventi
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Come citare
Antonio Moscato, «Viva l’isolamento!», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 25 giugno 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/284.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Moscato, A. (2010, 25 giugno). Viva l’isolamento!. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/284.html