Toussaint: Crisi del debito e alternative
17 DOMANDE E RISPOSTE SULLA NUOVA ONDATA NEOLIBERISTA,
Éric Toussaint
Testo preparato in base a vari lavori di Éric Toussaint e dei suoi compagni del CADTM per l’Incontro Internazionale di Economia Politica e diritti Umani “America Latina – 200 anni: Verso l’indipendenza economica e la giustizia sociale. L’economia al servizio dei popoli”, Buenos Aires, settembre 2001 (www.madres.org/encuentroorig.) [Il link del CADTM orig., ricchissimo di materiali in diverse lingue, è sulla prima pagina del mio sito. a.m. 7/9/10].
1.Quale è il bilancio del 2009 e del primo semestre 2010 sul piano delle lotte?
Il bilancio è preoccupante. Nelle principali economie industrializzate, che sono anche il centro principale della crisi, non si sono avute reazioni sociali di rilievo. Nel 2009 si sono verificate grandi manifestazioni solo in Germania e, soprattutto, in Francia [Nota: Vanno anche ricordati gli straordinari scioperi in Martinica e Guadalupe, territori francesi d’oltremare], dove più di un milione e mezzo di manifestanti sono scesi in piazza con cortei, nel primo trimestre del 2009. Negli Stati Uniti, peraltro, la mobilitazione è difficile per i settori più colpiti dalla crisi per cui, pur essendoci stati alcuni scioperi, non sono stati molto significativi. La popolazione sembra esausta. Nel 2010, nel corso del primo semestre si sono avute forti mobilitazioni in Grecia, contro la politica antisociale condotta dal governo socialista, che intende destinare il grosso della spesa pubblica al pagamento del debito pubblico. Si sono avuti scioperi anche in Francia e in Portogallo, dove i governi hanno deciso di applicare anche loro misure antipopolari.
La disoccupazione, aumentata in modo notevole al Nord, è una delle cause del basso livello di mobilitazioni sociali: in Spagna, ad esempio, è passata dal 10% al 20% della popolazione economicamente attiva, una cosa mai accaduta negli ultimi trent’anni [Nota: Va rilevato che ci sono stati importanti scioperi vincenti di operai dell’industria in Cina, dove la disoccupazione è relativamente bassa. È vitale seguire da vicino lo sviluppo delle lotte popolari in Asia nei prossimi anni, a partire dalla Cina. Anche nel Bangla Desh, nel giugno-luglio 2010, c’è stato un grosso sciopero vincente dei/delle lavoratori/lavoratrici dell’industria tessile (dove lavorano 2,5 milioni di operai/e), che hanno strappato un aumento salariale dell’85% (il salario è bassissimo: è passato da 23 dollari mensili a 43!)]. Al Sud, si aveva l’impressione che il Brasile e altri paesi non sarebbero stati colpiti dalla crisi del Nord, dato che alcuni governi, ad esempio quello di Lula, hanno preso misure economiche e finanziarie che avrebbero dovuto tenerli al riparo. Anche lì, di conseguenza, c’è un basso livello di mobilitazione rispetto alla crisi internazionale. Possiamo tuttavia operare un confronto storico: dopo la crisi del 1929 di Wall Street, la lotta sociale radicale sul piano internazionale si è sviluppata negli anni 1933, 1934 e 1935. Possiamo dire che, storicamente, la reazione delle masse non è immediata. Se la crisi continua, e le sue ripercussioni sono sempre molto forti, i cittadini alla fine promuoveranno massicce mobilitazioni.
Tra i motivi che ostacolano la realizzazione di grandi mobilitazioni popolari va rilevato il ruolo negativo svolto dai vertici sindacali, particolarmente burocratizzati. La politica dei dirigenti consiste nello sperare che le politiche dei governi evitino un grosso shock. Affiancano e sostengono le politiche governative che mitigano un poco per i più oppressi il costo della crisi. C’è mancanza di volontà da parte dei dirigenti sindacali, dei partiti di sinistra o dei sedicenti partiti socialisti, cosa che nei paesi del Nord rende più facile ai governi l’applicazione continuativa di rappezzature social-liberiste o neoliberiste. Né esiste di sicuro l’intenzione di promuovere una politica neokeynesiana. Il New Deal di Roosevelt (Franklin Delano, l’allora presidente statunitense) del
2. Al Nord, gli stessi mercati finanziari salvati grazie ai piani di riscatto oggi si trovano sul piede di guerra contro gli aumenti del debito pubblico, provocato da questi stessi piani. Come si ripercuoterà, sulla nostra vita di ogni giorno, l’aumento dell’indebitamento pubblico, e a quanto ammonta?
Si sta vivendo una svolta storica nel processo delle politiche neoliberiste avviato a partire dalla fine degli anni Settanta - inizio anni Ottanta. Si sta cioè verificando l’accelerazione dell’offensiva del capitale contro il lavoro a causa della crisi del capitalismo e al suo approfondirsi, non trovandosi il capitale a scontrarsi con una mobilitazione sociale sufficientemente forte. In tutti i paesi del Nord si verificherà la riduzione della spesa sociale e in alcuni l’accelerazione delle privatizzazioni. Assisteremo al degrado della situazione dell’insegnamento [Sintomatici i tagli analoghi a quelli della Gelmini già effettuati dal governo Zapatero. Vedi ad esempio el Pais del 6/9/10. Nota di a.m.] e della sanità pubblica, a massicci licenziamenti o al mancato rimpiazzo dei dipendenti andati in pensione, al ridursi delle spese in opere pubbliche, all’aumento delle tasse pagate dai lavoratori e da tutti i settori popolari, all’aumento dell’IVA e a quello della percentuale del bilancio statale destinata al pagamento del debito pubblico. Questo denaro, a propria volta, andrà ai detentori dei buoni di questo stesso debito, ossia alle principali banche internazionali, ai fondi pensione privati e alle grandi compagnie di assicurazioni. La popolazione perciò si vedrà colpita in modo molto diretto.
3. Le misure applicate in Grecia si ispirano alle ricette prescritte ai paesi del Sud quando, trenta anni fa, è scoppiata la crisi del debito?
Senza dubbio. Il governo greco ha messo in moto un piano di austerità accolto con soddisfazione dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Le misure introdotte in questo piano sono assolutamente inammissibili. Ciò che il governo di Atene presenta come soluzione della crisi non è altro che il prezzo che deve pagare la popolazione greca per l’irresponsabilità degli attori finanziari che hanno provocato o aggravato ulteriormente la crisi.
Il piano di austerità ha l’obiettivo di risparmiare 4.800 milioni di euro a spese della popolazione, per rimborsare i creditori. Servirà anche a pagare gli onorari della banca Goldman Sachs, che ormai sappiamo che ha aiutato il governo greco a mascherare parte del suo debito.
In particolare, mettiamo in rilievo le seguenti misure:
Congelamento di salari e pensioni dei dipendenti pubblici per 5 anni;
Riduzione dei salari dei dipendenti pubblici pari a due mesi;
Aumento del tasso netto dell’IVA, che dopo essere passato dal 19% al 21% arriverà ora al 23%. L’aumento dei tassi scontati andrà dal 5% al 5,5% e dal 10% all’11%;
Le imposte su combustibili, alcool e tabacco aumentano una seconda volta del 10%in un mese;
Non si potrà andare in pensione anticipata (in situazioni di lavoro particolarmente usurante) prima di avere compiuto 60 anni.
L’età legale per il pensionamento delle donne passa dai 60 ai 65 anni da qui al 2013;
Per gli uomini, l’età legale per la pensione dipenderà dalla speranza di vita;
Occorreranno 40 anni di contributi (non gli attuali
La pensione si calcolerà in base alla media dei salari percepiti per tutti gli anni lavorati, e non in base all’ultima retribuzione com’era finora (in genere, una riduzione dell’ammontare percepito tra il 45% e il 60%);
Lo Stato ridurrà le spese delle proprie funzioni (salute, istruzione, ecc.) di 1.500 milioni di euro;
Anche gli investimenti pubblici saranno ridotti di 1.500 milioni di euro;
Si fissa un nuovo salario minimo per i giovani e i disoccupati di lunga durata;
Trasporti, energia e altri servizi di spettanza dello Stato saranno liberalizzati e aperti al settore privato (ci saranno cioè privatizzazioni);
Il settore finanziario (in particolare le banche) godranno di un fondo di sostegno istituito con il contributo del FMI e dell’UE;
Si consoliderà la flessibilità del lavoro;
Saranno più facili i licenziamenti;
L’economia greca sarà sottoposta al controllo del FMI.
4. La crisi greca sarà la naturale dimostrazione della triplice pericolosità del FMI, dell’UE e dei mercati finanziari?
Il FMI, giustamente screditato per i suoi catastrofici “piani di riassetto strutturale”, ricompare nella zona euro, dopo aver fatto stragi in vari paesi dell’Est europeo. Sta utilizzando i medesimi procedimenti di prima, adeguati ai medesimi soci: i mercati finanziari e le multinazionali. Oggi come ieri, a rivelarsi senza infingimenti è la sua vera natura di terrorista incendiario.
Anche l’UE e la sua Commissione riconfermano i propri paradigmi al servizio della “libera concorrenza non falsata”.
Se deprechiamo del tutto legittimamente i fondi speculativi, le agenzie di rating e l’industria finanziaria, non dobbiamo neanche perdere di vista che essi costituiscono l’albero che impedisce di vedere il bosco. La speculazione sfrenata che strangola la popolazione povera è possibile solo per due ragioni di fondo:
La serie di deregolamentazioni dei mercati finanziari a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso;
La scelta voluta e consapevole del grande padronato di destinare i suoi nuovi profitti alla speculazione, anziché alla produzione e all’occupazione. L’accumulazione di nuovi profitti ha origine nella nuova suddivisione delle ricchezze a favore dei profitti e a detrimento della quota spettante ai lavoratori. Nell’insieme dei paesi sviluppati, quest’ultima è scesa di circa il 10% del PIL negli ultimi venticinque anni. Questo indirizzo economico, guidato dall’ideologia neoliberista, costituisce la causa principale della crisi economica e finanziaria che ci sta colpendo.
Anche i vari governi che per 30 anni si sono susseguiti in Grecia, come in altri paesi del Nord, hanno grandi responsabilità nell’aumento dell’indebitamento pubblico. Le politiche fiscali, che favoriscono le famiglie più ricche e le grandi imprese (imposte sulla rendita, il patrimonio e le società) hanno fatto scendere considerevolmente le entrate fiscali ed hanno aggravato il deficit pubblico, costringendo lo Stato ad aumentare il debito.
Nel piano d’austerità di PASOK-UE-FMI imposto al popolo greco esistono solo modestissime misure per combattere l’evasione fiscale dei profitti delle grandi imprese. Le “soluzioni” del PSOK, dell’UE e del FMI precipitano
La rabbia del popolo greco è anche la nostra.
5. Esistono soluzioni alternative per uscire dalla crisi del debito greco?
Il pagamento del debito pubblico della Grecia deve essere immediatamente sospeso e va istituita una commissione pubblica per decidere della legittimità o meno del debito stesso;
Si devono prendere misure di annullamento e i profitti finanziari dell’indebitamento debbono essere tassati all’origine, con l’aliquota massima di imposta sul reddito:
Vanno immediatamente prese misure fiscali per ristabilire l’equità fiscale e combattere la frode. In questo momento, stando ai calcoli del Tesoro greco, i dipendenti pubblici (additati come capro espiatorio) e gli operai denunciano redditi superiori a quelli delle professioni liberali (medici, farmacisti, avvocati) e persino dei dirigenti delle banche.
La quasi totalità delle grandi imprese (armatori…) dichiarano i loro profitti in paesi con le maggiori agevolazioni fiscali (in particolare a Cipro), o li nascondono nei paradisi fiscali.
I dirigenti delle potenze del FMI esercitano una pressione enorme per imporre nuove misure neoliberiste, per aumentare le disuguaglianze e la precarietà della popolazione. Al tempo stesso, non si prende alcuna misura efficace perché l’intero peso della crisi ricada sui responsabili della stessa e per evitare che essa si riproduca.
Dobbiamo esigere dai governi dei paesi investiti dalla crisi finanziaria che abbandonino la scelta neoliberista, che ha portato il mondo all’attuale vicolo cieco, mentre esistono strade totalmente alternative. Occorre sostenere la popolazione greca che si mobilita massicciamente per la rottura del modello neoliberista. La socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti costituiscono due dei criteri che debbono scomparire immediatamente.
6. Come interpretare le decisioni del G20 riunitosi a Toronto lo scorso giugno?
Come nelle sue precedenti riunioni, il vertice del G20 - un club privato in cui i più ricchi del pianeta invitano i capi di Stato delle principali potenze emergenti – si è ancora una volta dimostrato ricco di proposte propagandistiche ma vuoto di decisioni. Come nel
Ormai da due anni affiora una questione ricorrente, ma mai tradotta in pratica: la regolamentazione finanziaria mondiale. Anche questa volta, com’era prevedibile, non si è riusciti ad arrivare a un risultato concreto. Di fronte a una popolazione che sta pagando molto care le ripercussioni di una crisi della cui esplosione non è minimamente responsabile, i governi fingono di volersi dare da fare a ristabilire le regole del gioco mondiale, indipendentemente dal fatto che, ormai da decenni, sostengono l’abbandono di qualsiasi norma che protegga le popolazioni.
Regolamentazione del mercato dei prodotti finanziari derivati – innovazioni finanziarie di pura speculazione, di nessuna utilità sociale – norme sui fondi propri imposti alle banche, limitazione dei bonus dei dirigenti delle grandi banche che al momento vengono distribuiti senza alcuna motivazione, tassazione delle grandi banche e delle transazioni finanziarie sono alcuni dei temi che mostrano le forti divergenze esistenti in seno al G20: una cosa molto comoda da sfruttare come scusa per non decidere niente. L’argomento della “regolamentazione bancaria” è stato rinviato al prossimo vertice, convocato a Seul per il novembre 2010. Un modo come un altro per non andare avanti su questo problema, che è sicuramente essenziale.
In ognuno di questi spettacoli mediatici continua ad intonarsi la stessa cantilena contro il protezionismo. Nell’intero pianeta, l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), appoggiata dal Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, si è autoassegnata il compito di smantellare tutte le protezioni nazionali, dichiarate ostacoli per il libero commercio. Con ciò si sacrificano diritti fondamentali dei popoli, come quello alla sovranità alimentare, sull’altare dello sviluppo e del profitto delle multinazionali.
Le varie crisi che hanno scosso il mondo negli ultimi decenni hanno ovviamente le loro radici in questa liberalizzazione del commercio e dei flussi di capitali essenzialmente speculativi. La grande deregolamentazione finanziaria degli anni Novanta, la destrutturazione di interi settori delle economie nazionali e la disgregazione dello Stato hanno predisposto il terreno per le forze offensive dei detentori di capitali, contro le popolazioni del mondo intero, prima quelle del Sud ma poi anche quelle del Nord.
L’attuale crisi e i piani di salvataggio delle banche hanno accresciuto l’indebitamento dei paesi del Nord. L’ondata violenta d’austerità cui assistiamo nei paesi europei provoca drastici tagli delle spese pubbliche, mentre si conservano le rendite del capitale. È così che il G20 si è impegnato a “ridurre della metà i passivi di bilancio di qui al 2013 e a ridurre l’indebitamento pubblico rispetto al PIL prima del
Questo vertice del G20 non è stato se non uno dei tanti vani tentativi di trovare un’uscita capitalistica dalla crisi. Per quelli/e che si battono per la giustizia sociale, questo G2 è in realtà… un G20 superficiale, che ripropone incessantemente le stesse e ingiustificabili richieste e che tira fuori ancora una volta le vecchie “soluzioni” che tali in realtà non sono. Non servono G8 né G20, ma bisogna aggredire il problema alla radice; per farlo, bisogna: espropriare le banche e trasferirle al settore pubblico sotto controllo dei cittadini; istituire una commissione civica per il debito pubblico onde annullare quello illegittimo; instaurare una reale giustizia fiscale generalizzata e una più equa ridistribuzione della ricchezza; combattere la massiccia frode fiscale; regolamentare i mercati finanziari tramite la creazione di un registro di proprietari di titoli e il divieto di vendita allo scoperto; ridurre radicalmente l’orario di lavoro per creare occupazione , aumentando i salari e le pensioni. È quindi urgente lavorare per una grande mobilitazione popolare, per arrivare alla convergenza delle lotte locali sul piano internazionale e ottenere di farla finita con le politiche di arretramento sociale.
È evidente che il predominio economico statunitense non è lo stesso di venti anni fa. Gli Stati Uniti stanno perdendo il primato economico, ma sono l’unico paese che combina una superiorità industriale – pur perdendo terreno anche in questo campo – con una moneta, che, pur se indebolita, continua ad essere quella internazionale, con una presenza militare stabile in oltre cento paesi, a parte una macchina militare ben oliata per invadere territori. Nel dicembre 2008, ho pubblicato un articolo in cui spiegavo il colpo di Stato in Honduras e le sette basi in Colombia come una prova evidente dell’aggressività nordamericana nei confronti dell’America Latina [Nota: Cfr. E. Toussaint, “Du coup d’Etat en Honduras aux sept bases US en Colombie: la montée de l’agressivité de Washington”, 7 dicembre 2009 (www.cadtm.org/Du-coup.d.Etatnon archiviato...)].
Certi giornalisti hanno reagito dicendo che si trattava di un’esagerazione, che gli Stati Uniti non potevano promuovere un intervento militare in America Latina, dato che non dispongono delle forze necessarie, essendo già impegnati in Afghanistan, Pakistan e Iraq. Eppure, in due giorni sono stati capaci di inviare 15.000 soldati ad Haiti. Si può perciò confermare quanto detto: gli Stati Uniti continuano a essere una potenza in grado di aggredire, di inviare attrezzature e materiali militari in qualunque posto del pianeta. Il caso di Haiti è particolarmente emblematico, poiché dimostra che hanno grande capacità e velocità di reazione. La potenza statunitense è ancora la prima del mondo in termini strategici. È evidente che ne stanno sorgendo altre, come
8. Come si spiega che, a parte il fatto che il modello neoliberista è stato messo in scacco a causa della crisi, sia stato il presidente Lula, che applica una politica social-liberista, uno di quelli che sono stati rafforzati da questa?
Nella sostanza, ciò che determina la sorte di un paese sono le mobilitazioni sociali, le esperienza che accumulano le masse attraverso il loro intervento attivo. E vediamo che i paesi in cui i governi, in ambito politico, sono i più avanzati, sono quelli che hanno avuto i movimenti sociali più radicali. Il livello di mobilitazione sociale esercita una pressione che spinge i governi a misure politiche e sociali più coerenti con la scelta di sinistra. Purtroppo, in Brasile non c’è stato negli ultimi cinque o sei anni questo livello di mobilitazione. E il governo, a parte questo, è partito con una situazione economica favorevole. Tra il 2003 e il 2008 si è registrato l’aumento del prezzo internazionale dei beni primari, un aumento che accompagnava la bolla speculativa del Nord e creava per il paese più esportazioni. La crisi internazionale quindi non ha colpito immediatamente il Brasile. Per questo il governo potrà presentare come risultato una situazione economica che non dipende esattamente dalla sua politica. Avendo conservato saggi di interesse molto elevati, le banche private brasiliane non hanno dovuto investire troppo in subprimes statunitensi per ottenere maggiori profitti, visto che li ottenevano già con i loro elevati interessi. Ovvio che io non sostengo politiche di alti saggi di interesse, ma in un mondo in cui le banche possono muovere agilmente il proprio capitale, questa misura ha in qualche modo protetto il sistema bancario brasiliano.
9. Per quali altre ragioni, a parte i tassi di interesse, il Brasile non è stato investito dalla crisi?
Perché al calo dei prezzi dei beni primari intervenuto nel secondo trimestre del
10. Come valutare le risposte alla crisi da parte dei governi più progressisti, quali il Venezuela,
C’è stato un aspetto positivo, non solo da parte di questi tre governi, ma anche, in qualche modo nelle gestioni di Lula, Cristina Fernández Kirchner (presidente dell’Argentina) e Michelle Bachelet (presidente del Cile fino al 2009). Ossia, nonostante le raccomandazioni di ridurre la spesa pubblica fatte dal FMI, questi governi hanno applicato politiche eterodosse. Perfino il governo di Alan García, del Perù, che è un governo di destra. Questo ha permesso loro di mantenere un certo livello di crescita economica. La reazione di Bolivia, Ecuador e Venezuela è stata realizzata da governi che non hanno le stesse caratteristiche. Dei tre, quello che ha agito in modo più radicale sul terreno della politica economica è stato quello di Hugo Chávez, con più nazionalizzazioni. Ma, francamente, le politiche di Correa, Chávez ed Evo Morales non sono così differenti da quelle di altri governi della regione. Non c’è una differenza radicale sul piano economico. Ci sono grandi differenze in termini di antimperialismo, di riforme costituzionali, di recupero del controllo sulle risorse naturali. Ma sarebbe una semplificazione dire che ci sono differenze astronomiche tra le esperienze economiche della regione. Personalmente mi piacerebbe poter dire che i governi di Ecuador, Venezuela e Bolivia stanno costruendo un modello realmente alternativo. Tuttavia per ora non è il caso. Ci sono annunci e prospettive che possono essere molto interessanti, ma non si devono confondere discorsi e intenzioni con fatti reali.
11. Si può dire che i governi di Ecuador, Venezuela e Bolivia stanno realizzando processi di rottura anticapitalista, e di scontro globale con le élites locali?
La risposta è chiaramente negativa. Non esiste, nel vero senso della parola, un processo di rottura anticapitalista, se parliamo di misure strutturali che modifichino i rapporti proprietari in modo decisivo, che trasformino la natura del potere. In questi tre paesi abbiamo società capitaliste. I principali settori dell’economia sono ancora in mano al grande capitale, nazionale o straniero. Una parziale eccezione è il settore petrolifero, ma continua ad esservi uno Stato borghese. Non sono stati costruiti organismi di potere popolare basati sull’organizzazione dei lavoratori delle imprese, o dei settori contadini o indigeni. Sono società capitaliste, che vivono processi molto importanti in seguito alle sollevazioni sociali popolari dell’ultimo ventennio: il caracazo del febbraio
12. Siamo allora di fronte a una gestione governativa, non tanto a un esercizio del potere?
A mio avviso, ciò che sta succedendo è che esiste una debolezza del livello di autorganizzazione dei settori che potrebbero concretamente cambiare definitivamente il rapporto di forza, vale a dire: i lavoratori dell’industria e i dipendenti pubblici, i contadini, le popolazioni indigene. Vi è mancanza di autorganizzazione e di politicizzazione. Anche se si ottengono conquiste, naturalmente. I movimenti e le sollevazioni popolari degli ultimi anni hanno permesso di accumulare esperienze, ad esempio:
13. Quale è, al Sud, lo stato della discussione sul debito pubblico?
Il tema del debito ha i suoi alti e bassi. Era particolarmente incandescente negli anni Ottanta ed è tornato ad avere particolare vigore nel default argentino della fine del 2001 [Nota: A causa di una massiccia rivolta popolare abbinata all’assenza di liquidità tra la fine del 2001 e il marzo 2003, il governo argentino ha sospeso il pagamento di 100 miliardi di dollari sotto forma di buoni]. Ora siamo di nuovo in una situazione di tensione, ma è solo l’inizio. Tra il 2007 e il 2008, l’Ecuador ha creato una commissione per la valutazione della legittimità o meno del debito (auditoria de la deuda), di cui faccio parte. In base alle nostre conclusioni, il governo di Correa ha deciso di sospendere il pagamento di 3.200 milioni di dollari di debito in titoli commerciali venduti a Wall Street e che scadevano tra il 2012 e il 2030. Correa ha sospeso il pagamento a partire dal novembre 2008, affrontando i creditori e i detentori di titoli. Ha ottenuto il 10 giugno 2009 che il 91% dei titoli fossero venduti dai proprietari al governo ecuadoriano con uno sconto del 65%. Vale a dire: l’Ecuador ha acquistato titoli per un valore di 3,200 milioni di dollari e tutti gli interessi che il paese doveva pagare fino al 2030. Questo dimostra che anche un piccolo paese può affrontare i detentori di titoli e imporre loro un “sacrificio”. I creditori, che hanno sempre ottenuto vantaggi, hanno dovuto abbandonare la prospettiva di continuare a guadagnare molto denaro con i loro titoli. La lezione è che se l’Ecuador è riuscito a farlo, anche paesi come il Brasile, l’Argentina e altri lo potrebbero fare.
L’Argentina aveva sospeso il pagamento nel 2001, ma nel
Il problema del pagamento del debito al Sud tornerà sulla scena internazionale per due fattori di fondo. Primo, la crisi economico-finanziaria, che ha causato la riduzione delle esportazioni del Sud e le entrate fiscali corrispondenti, cosa che rende più difficile pagare il debito pubblico, interno ed estero. Il caso dell’Argentina è un po’ diverso perché la crisi mondiale non l’ha troppo colpita, le banche si sono riassestate e risanate nel 2001, quest’anno l’economia crescerà di un 7% e la bilancia commerciale è molto positiva, quella fiscale si è deteriorata ma è controllabile, c’è in atto un processo inflazionistico e la fuga di capitale continua, con alti e bassi. Il secondo fattore è l’aumento del costo del rifinanziamento del debito, Essendo entrati in crisi i banchieri del Nord, essi tendono ad esigere di più dai paesi del Sud che intendano contrarre debiti a livello internazionale.
14. Quali sono gli ostacoli principali da superare per far sì che i paesi del Sud diano vita a un blocco per trattare con i loro creditori?
È davvero preoccupante l’incapacità dei paesi del Sud di unirsi, in base a criteri comuni e coerenti, per adottare una strategia unitaria di fronte ai creditori. Invece questi, in genere, lavorano congiuntamente attraverso varie organizzazioni che li sostengono (BM, FMI, Club di Parigi, associazione di banche private, ecc.). In primo luogo è, quindi, fondamentale che i paesi che per il momento non hanno problemi di solvenza o di liquidità, ad esempio il gruppo dei paesi esportatori di petrolio o di altri beni primari, si rendano conto che i loro interessi a media scadenza corrispondono agli interessi dei paesi più fragili della catena del debito. In questo senso, è importante rafforzare la situazione dei più deboli, avvicinando la propria posizione a quella di paesi come l’Ecuador. Se il Venezuela e il Brasile si fossero comportati così di fronte ai creditori avrebbero potuto imporre a questi ultimi condizioni più vantaggiose per i popoli della regione. Il rapporto di forza è favorevole ai paesi del Sud, perché hanno di che resistere a un blocco finanziario dei creditori del Nord grazie alle loro riserve. I paesi del Sud devono approfittare dell’attuale disponibilità di riserve per imporre misure forti nella trattativa. È un errore aspettare che si riducano le riserve per cominciare a negoziare. Occorre organizzare un fronte di resistenza comune prima di trovarsi spalle al muro.
In questo momento, i creditori del Nord sono presi dalle loro contraddizioni interne connesse al recupero dei loro rispettivi sistemi finanziari nazionali e di quello internazionale Una posizione radicale dei paesi del Sud potrebbe sfociare in soluzioni favorevoli ai loro interessi. Ma i governi dei paesi del Sud, non essendoci la sensazione di urgenza rispetto alla crisi, pensano di poter continuare a rifinanziare il loro debito e tornare a indebitarsi senza troppi problemi. Dal punto di vista strategico è sbagliato adottare una politica del genere. Per infrangere il circolo vizioso cui accenna la domanda, servono azioni unilaterali sovrane, basate su argomenti del Diritto Internazionale, per ottenere una riduzione radicale del debito. In questo senso, sarebbe meglio imporre il rifiuto unilaterale di tutti i debiti individuati come illegittimi, odiosi e fraudolenti: è questa la via d’uscita. È impraticabile una soluzione concordata tra paesi creditori e paesi debitori. Nessun paese creditore rinuncerà spontaneamente, né tramite proprie istituzioni come il FMI o
15. Perché è stato ritardato il varo della Banca del Sud?
Al momento in cui stavo scrivendo queste righe erano già trascorsi 25 mesi dalla firma a Buenos Aires, il 9 dicembre 2007, dell’atto di fondazione del Banco del Sur (Banca del Sud) da parte dei capi di Stato di Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Paraguay, Uruguay e Venezuela. Alcune divergenze tra i governi hanno ritardato l’avvio delle attività della nuova istituzione, che si pensa possa rafforzare l’integrazione latinoamericana. Al ritmo a cui procedono le cose, a prescindere dalle dichiarazioni di buone intenzioni e dalla firma a fine 2009 dell’atto costitutivo da parte dei rispettivi presidenti,
Detto questo, va segnalato che si è verificato uno sviluppo negativo durante i lunghi mesi di negoziati successivi alla firma della creazione della Banca: il Brasile è riuscito ad edulcorare il criterio “un paese = un voto”, limitandone l’applicazione solo ad alcune decisioni. In realtà, il Brasile non ha una reale necessità di creare una nuova banca multilaterale per l’America Latina, disponendo di una banca pubblica di sviluppo molto importante, BNDES, che controlla completamente e che ha un portafoglio prestiti molto superiore a quella della BM, della Banca Interamericana di Sviluppo e della futura Banca del Sud. Questa grossa banca finanzia una grande quantità di progetti in tutta l’America Latina e altrove, a condizione che i paesi “riceventi” comprino “brasiliano”. Ciò ha permesso alle imprese brasiliane di esportare merci e servizi e di realizzare anche grandi opere infrastrutturali. Il governo brasiliano, quindi, ha aderito malvolentieri al progetto della Banca del Sud, tanto più in quanto esso è stata avviato da Hugo Chávez, con una linea più radicale di quella di Lula, soprattutto nei confronti di Washington e di Bruxelles.
La trattativa sulla Banca del Sud non deve quindi rimanere ferma a livello dei governi. Per altro verso, perlomeno a quattro riprese, i movimenti sociali dei paesi membri hanno indirizzato lettere ai rispettivi capi di Stato, con una serie di proposte [Nota: La prima lettera risale al giugno 2007, http://www.cadtm.org/Carta-abietrtanon archiviato...., e ce ne è anche un’altra dell’ottobre 2007, http://www.cadtm.org/Movimientos-y-orig....; la seconda è del dicembre 2007, http://www.cadtm.org/Segunda-carta-orig....; la terza è dell’ottobre 2008; la quarta è dell’agosto 2009, www.cadtm.org/Declaración-d...]. Inon archiviato movimenti sociali firmatari delle lettere, ad esempio, si oppongono al fatto che i funzionari della nuova istituzione godano dei privilegi e dell’impunità di cui godono i funzionari del FMI, della BM, della Banca Interamericana di Sviluppo e di altre istituzioni internazionali (ma l’ultimo progetto di Costituzione adottato dai ministri nel giugno 2009 prevede l’immunità dei funzionari). I movimenti sociali chiedono garanzie di trasparenza e di controllo.
16.Che cosa pensare dell’appello di Hugo Chávez a costituire una Quinta Internazionale?
Alla fine del novembre 2009, durante una riunione di partiti di sinistra, Hugo Chávez ha lanciato questa proposta di creare una Quinta Internazionale, che riunirebbe movimenti sociali e partiti di sinistra [Nota: L’incontro internazionale di partiti politici di sinistra svoltosi a Caracas nel novembre 2009, dopo avere preso nota della proposta fatta dal comandante Hugo Chávez Frías di convocare
Con quest’ultima formulazione, magari si sta fornendo un elemento di definizione: una Quinta Internazionale dovrebbe essere, nella situazione di oggi, un fronte stabile di partiti, movimenti sociali e reti internazionali. Il termine “fronte” implica, chiaramente, che tutti manterrebbero la propria identità, ma che darebbero priorità a ciò che li unisce per raggiungere determinati obiettivi insieme e per avanzare nella lotta. Gli ultimi mesi sono stati una nuova dimostrazione della necessità di aumentare la capacità di mobilitazione, perché quella realizzata contro il colpo di Stato in Honduras è stata evidentemente insufficiente, ed è preoccupante. Le forze golpiste in tutto il mondo ritengono che questa sia possibile e che gli Stati Uniti, legittimando le elezioni, abbiano sostenuto il golpe.
Occorre partire da un dialogo di consultazione per cercare di pervenire a questo risultato. Non possiamo precipitare le cose. Per essere qualcosa di veramente efficace,
(20 agosto 2010)
Dal sito: http://www.cadtm.org/Espanolorig.
traduzione di Titti Pierini
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-326
- Autore
- Éric Toussaint (introduzione di Antonio Moscato)
- Pubblicato sul sito
- 7 settembre 2010
- Parole chiave originali
- «Toussaint», «debito», «CADTM», «Lula», «Petrobras», «Zapatero», «Goldman Sachs», «Correa», «Hugo Chávez», «Evo Morales», «Cristina Fernández Kirchner», «Alan García», «Michelle Bachelet», «Grecia»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-326.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 7 settembre 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=326:toussaint-crisi-del-debito-e-alternative&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16
- Cattura AM-326.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 28 settembre 2020.
- Testo estratto AM-326.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 7.689 parole.
- Edizione AM-326.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
- Interventi
- pulizia del codice della pagina (menu, script, pulsanti di condivisione, stili di Word): il testo non è stato modificato
- 14 collegamenti al vecchio sito ricondotti alle pagine di questo archivio
- 6 link esterni indirizzati alla copia d’archivio dell’epoca, con l’indirizzo originale accanto («orig.»)
- 7 link esterni senza copia d’archivio, segnati «non archiviato»
- autore ricavato da una firma nel testo
Ogni livello ha un identificativo, un’impronta SHA-256 e il legame con quello da cui deriva nei dati di provenienza; le regole seguite sono nei criteri di edizione, il modello è spiegato nella guida ai dati.
Come citare
Éric Toussaint, «Toussaint: Crisi del debito e alternative», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 7 settembre 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/326.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Toussaint, É. (2010, 7 settembre). Toussaint: Crisi del debito e alternative. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/326.html