I No TAV di Evo
Bolivia
Morales ha i suoi NoTAV
Ancora una volta Evo Morales ha accettato lo scontro con una parte della sua base, e ha perso. Ha trattato gli ambientalisti e le popolazioni indigene che protestavano contro la costruzione di una grande strada di 300 km nella foresta (costruita a richiesta del Brasile che vuole servirsene per far circolare meglio i suoi prodotti), come da noi governo e sedicenti opposizioni trattano i No TAV. I manifestanti erano solo poche centinaia (ovvio, in zone disabitate le comunità indigene sono piccolissime) ma non era una buona ragione per bollarli come manipolati dalla destra e dagli Stati Uniti, e metterli a tacere con polizia, con feriti e (forse) un morto.
Evo Morales aveva diverse buone ragioni per accettare la proposta brasiliana di questa strada tra Cochabamba e Beni, che faciliterebbe le comunicazioni, oggi spesso interrotte dalle piogge su strade non asfaltate che sono ancora come le vide Guevara nel suo “viaggio in motocicletta”. Ma doveva ascoltare in tempo le preoccupazioni degli indigeni moxenos, yuracarés e Chimanes preoccupati per i danni che questa impresa porterà subito alla regione, riducendo il loro spazio vitale, e per i problemi che ne verranno se faciliterà un’espansione dei contadini cocaleros. La Costituzione infatti parla sempre di difesa degli interessi di "indígenas-originarios-campesinos", come se si trattasse della stessa cosa, ma questi interessi sono spesso diversi e a volte contrapposti. Basta ricordare la frase di un leader della Centrale contadina Roberto Coraite, che ha difeso la strada spiegando che servirà per ottenere che gli indigeni amazzonici “smettano di vivere come selvaggi”.
Questi “selvaggi” inoltre hanno il legittimo sospetto che il Brasile, sempre affamato di energia, concepisca questa impresa non solo per il profitto immediato delle sue imprese di costruzione, ma per allargare al territorio del Parco Nazionale Isidoro Sécure le zone dove effettuare quelle prospezioni alla ricerca di petrolio che ovunque hanno avuto effetti distruttivi.
La molta retorica sulla “rifondazione della Bolivia” basata sul rispetto della Pacha Mama, la Madre Terra, e come alternativa alla “crisi della civiltà occidentale”, è crollata per il tentativo impossibile di combinare ecoindigenismo a parole e il classico desarrollismo (“sviluppismo”) basato sul rilancio delle attività estrattive. La contraddizione è esplosa non a caso proprio nella foresta amazzonica, in cui si muovono narcotrafficanti e imprenditori di ogni genere, compresi i saccheggiatori dei legnami protetti delle foreste.
La marcia di protesta, derisa perché partita con poche centinaia di persone e a cui, come in altri casi del genere, si stava tentando di contrapporre una mobilitazione di contadini e di indigeni di altre etnie non della zona, ha finito dopo 41 giorni per essere stroncata dalla polizia, che, non rinuncio mai a ricordarlo, è rimasta come in Ecuador e in Venezuela, per non parlare del Brasile, quella di sempre.
Ai manifestanti è stata mossa l’accusa di aver sequestrato e “trasformato in scudo umano” il ministro degli Esteri David Choquehuanca, che sarebbe stato trattenuto per un’ora e obbligato a unirsi alla marcia. I manifestanti hanno ridimensionato l’episodio, e per alcune ore hanno parlato di desaparecidos, perché non sapevano dove erano stati portati gli arrestati, tra cui anche adolescenti e bambini.
Sono più propenso a credere alla versione delle vittime dell’aggressione poliziesca non per partito preso, o per la troppo facile analogia con le vergognose accuse alle due compagne della Val di Susa arrestate per essersi protette dai gas con innocue mascherine da verniciatore, ma per un dato inequivocabile: in seguito a questo episodio si sono dimessi due ministri, quella della Difesa, Cecilia Chacón, e quello della Giustizia. Ma soprattutto lo stesso presidente Evo Morales ha deciso di sospendere la costruzione della strada attraverso il “Territorio Indígena y Parque Nacional Isidoro Sécure” (TIPNIS), come d’altra parte era stato raccomandato anche dalla rappresentante dell’ONU in Bolivia, Yoriko Yasukawa, appena il 22 settembre.
Il progetto è sospeso fino a un referendum che dovrebbe consultare la popolazione delle due regioni, o quella di tutto il paese. Vedremo se si farà, e se avrà successo. Non è da escludere, perché la zona toccata e minacciata è relativamente piccola, mentre altre zone hanno interessi completamente diversi, e le popolazioni non sono ben informate. Potrebbe esserci magari una maggioranza, ma sarebbe grave se fosse utilizzata per cancellare un diritto costituzionale che protegge le minoranze e in particolare gli indigeni che vogliono rimanere in isolamento senza essere invasi da pozze di petrolio o da motoseghe che tagliano la foresta.
Anche mentre faceva marcia indietro, Evo Morales non ha rinunciato a usare un pessimo argomento: aveva deciso di costruire la strada sia per le richieste di una parte della popolazione, sia per applicare una legge promulgata nel 1984 dal governo del presidente Hernán Siles Suazo (che non a caso non si era mai tradotta in pratica). Non si è reso conto che egli era stato eletto per rispondere al popolo, non per fare quel che era stato deciso dai suoi predecessori: con questi gesti, sia pur tardivamente corretti, come era avvenuto per il fortissimo aumento della benzina meno di un anno fa, continua a indebolire il consenso e a rafforzare i suoi oppositori, compreso un settore del clero.
(a.m. 27/9/11. Ho utilizzato fonti segnalate dal Colectivo Militante di Montevideo, tra cui articoli di Pablo Stefanoni, Alex Contreras Baspineiro, ex portavoce del governo, Elizabeth Peredo Beltrán, Bolpres, EFE.)
Si veda anche sul precedente conflitto: Evo indica la strada, Sensazionale: Evo ritira il decreto e Caos in Bolivia
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-596
- Autore
- Antonio Moscato
- Pubblicato sul sito
- 27 settembre 2011
- Parole chiave originali
- «Bolivia», «Brasile», «Evo Morales», «indigeni»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-596.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 27 settembre 2011. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=596:i-no-tav-di-evo&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16
- Cattura AM-596.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 22 settembre 2020.
- Testo estratto AM-596.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 909 parole.
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Come citare
Antonio Moscato, «I No TAV di Evo», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 27 settembre 2011; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/596.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Moscato, A. (2011, 27 settembre). I No TAV di Evo. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/596.html