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Legittimità di una rivoluzione

pubblicato sul sito il · 4 min di lettura

La legittimità della rivoluzione siriana

E' l'unica rivoluzione della "primavera araba" a essere costantemente criticata. Ma le critiche non puntano a correggerne il tiro quanto a difendere, consapevolmente o meno, il regime siriano. La rivoluzione può essere certamente criticata ma a patto di sostenerne la prospettiva

 

MAJED KAYALI

Tratto dal quotidiano libanese Al-Mustaqbal (traduzione da Courrier International per Il megafonoquotidianoorig.)

Nessuna rivoluzione della "primavera araba" è stata criticata così violentemente come quella della Siria. Dall'inizio si è messo in dubbio la sua legittimità, cercati cavilli sulle sue parole d'ordine, puntato l'indice contro le sue alleanze con l'estero e attaccati i suoi modi di operare. Non c'è bisogno di dire che la rivoluzione è in sé una rimessa in discussione della realtà politica e sociale. Ed è altrettanto scontato dire che la rivoluzione ha bisogno essa stessa di essere rimessa in discussione. Il problema è che la critica che è stata fatta della rivoluzione siriana non è sempre ben fondata.

Molto presto, alcuni le hanno negato la sua legittimità. Le hanno rimproverato di rivolgersi contro "il fronte del rifiuto e della resistenza" (espressione consacrata nel vocabolario nazionalista arabo per indicare i paesi ufficialmente in guerra contro Israele) e di avallare un complotto straniero o dei piani sionisti e imperialisti. E questo senza interrogare il senso dei termini "rifiuto" e "resistenza" che, in realtà, rinviano all'imbavagliamento della società e alla confisca delle libertà individuali.

Questa visione critica della rivoluzione suppone che non si ha a che fare con tutto un popolo ma con bande manipolate e proiettate sulla scena pubblica grazie a appoggi stranieri. Questo genere di "critica" non ci interessa. Quello che ci interessa, al contrario, è la critica argomentata e radicata nella realtà dei fatti. E questo può portare a rigettare il regime mantenendo le più ampie riserve rispetto alla rivoluzione. Il miglior esempio di coloro che si collocano su questa linea può essere fornito dal poeta Adonis (pseudonimo di Ali Ahmed Said Esber, grane poeta siro-libanese). Egli ha già dichiarato la propria ostilità nei confronti del regime e la sua adesione all'idea di un cambiamento mantenendo ampie riserve sulla rivoluzione.
Egli non ha torto quando dice che una rivoluzione non deve fare solo cadere un regime ma anche produrre un cambiamento delle strutture sociali e culturali. Questo ci porta a interrogarci legittimamente sull'assenza di contenuti laici della rivoluzione, sul suo carattere sempre più militarizzato e sulla sua mancanza di visione rispetto allo Stato da costruire una volta che il regime sia caduto. Tuttavia, Adonis dimentica che i blocchi politici, sociali e culturali dei paesi arabi sono stati il frutto di regimi tirannici e che la caduta di quest'ultimi costituisce conseguentemente la condizione necessaria per permettere lo sviluppo delle società. Esercitando un dominio ad ampio raggio e monopolizzando il campo politico, il regime siriano ha impedito qualsiasi altra forma se non la rivoluzione per arrivare a un cambiamento.

D'altra parte, Adonis dimentica che una rivoluzione corrisponde alla società nella quale si svolge e corrisponde al livello di sviluppo politico, sociale e culturale delle sue componenti sociologiche. Ed è il regime siriano, e nessun altro, che ha abbassato il livello della coscienza politica e degradato il discorso pubblico, è lui che controlla l'educazione, dalla scuola primaria all'università, le organizzazioni della gioventù, dagli scout ai sindacati studenteschi e che ha anche il pieno controllo sulla vita intellettuale, sui media e le istituzioni culturali. Siamo di fronte a una società siriana che è stata privata nel corso di decenni della vita politica e delle libertà. E' vano, dunque, sperare che il popolo siriano agisca secondo le norme svizzere o svedesi.

Nelle critiche di Adonis c'è come una visione arrogante. Egli si mette di fatto al di sopra del semplice popolo, degli illetterati, degli svantaggiati che non comprendono i termini di laicità, di liberalismo, di modernità. Così, sembra più preoccupato per le derive della rivoluzione che per i crimini del regime, che continua a uccidere, a distruggere e scatenare la violenza nel paese. Occorre forse ricordare che la rivoluzione siriana si sviluppa in condizioni estremamente difficili. Non dispone praticamente di alcun sostegno, né a livello regionale né a livello internazionale. Inoltre, comparata ad altre rivoluzioni arabe, paga un prezzo esorbitante in numero di morti, di feriti, di persone arrestate, di dispersi, di case distrutte, di beni dilapidati e di degrado della situazione economica.

Certe voci della sinistra vorrebbero che la rivoluzione fosse interamente di sinistra, ma non fanno nulla per contribuire al dibattito. Certi laici vorrebbero che fosse totalmente laica senza impegnarsi in nessun modo per renderla laica. I liberali vorrebbero vederla conforme alle loro idee continuando a negare la legittimità delle sue domande di libertà. Infine, i nazionalisti panarabi vorrebbero che si mettesse al servizio della loro causa ma rimproverano alla maggioranza della popolazione siriana di voler rompere le proprie catene (piuttosto che combattere il sionismo). Senza parlare dei filo-palestinesi che vorrebbero che fosse filopalestinese mentre essi stessi non fanno nulla in favore della Palestina.

Questo non vuol dire che la rivoluzione siriana debba essere al di sopra delle critiche, al contrario. Sta commettendo degli errori a destra e sinistra e ha bisogno di essere criticata ancora e ancora al fine di correggerne il tiro ed elevare il livello del suo discorso politico. Ma la critica deve innanzitutto riconoscere la sua legittimità e avere come obiettivo quello di far trionfare le sue rivendicazioni, che sono giuste.



Scheda d’archivio

Identificativo
AM-954
Autore
Antonio Moscato · attribuzione presunta
Pubblicato sul sito
30 luglio 2012
Parole chiave originali
«rivoluzione araba», «Siria», «Libia», «sinistra», «islam»

Dal sito originale a questa pagina

  1. Originale AM-954.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 30 luglio 2012. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=954:legittimita-di-una-rivoluzione&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31
  2. Cattura AM-954.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 19 gennaio 2021.
  3. Testo estratto AM-954.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 901 parole.
  4. Edizione AM-954.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
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Come citare

Antonio Moscato, «Legittimità di una rivoluzione», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 30 luglio 2012; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/954.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.

APA Moscato, A. (2012, 30 luglio). Legittimità di una rivoluzione. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/954.html

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