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Terra e libertà

La rivoluzione spagnola e Togliatti · pubblicato il 22 giugno 2009 · 19 min di lettura


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Guerra, guerra civile e rivoluzione in Spagna

 

"Terra e libertà" riapre il dibattito sullo stalinismo

       

        Il bel film di Ken Loach ha suscitato molte polemiche, che tuttavia quasi sempre prescindono da quel che realmente voleva dire e ha detto il regista. Ma il film si è imposto e ha turbato soprattutto il pubblico più giovane: In alcuni spettacoli, la sala ha applaudito, come non capita spesso. Per questo anche gli articoli che attaccano la tesi centrale del regista, esordiscono dichiarando che "il film è bellissimo". L'asprezza delle polemiche rivela che il film tocca dei nervi scoperti perché affronta non solo una questione "storica", ma una contraddizione ancora viva nella sinistra.

        "Il manifesto" ha affrontato per primo la questione, accogliendo molto favorevolmente il film, e Gabriele Polo ha risposto subito efficacemente a una lettera che protestava per un presunto attacco alle Brigate Internazionali, di cui invece Ken Loach non parla, e che comunque non ebbero effettivamente nessun ruolo nelle vicende di Barcellona, dove la repressione fu assunta in prima persona dalle guardie d'assalto, un pezzo del vecchio apparato statale rivitalizzato e usato per colpire i "sovversivi".

        Tuttavia, "il Manifesto" ha pubblicato poi con grande rilievo un'intera pagina con un insidioso  commento di Manuel Vázquez Montalbán che, pur tra elogi al film e autocritiche sul "colpevole silenzio dei partiti comunisti di obbedienza sovietica", criticava duramente il modo in cui la tragedia spagnola veniva affrontata nel film, giudicato "manicheo" e addirittura riecheggiante una "propaganda anticomunista degna della più pura guerra fredda".

        A giudizio di Vázquez Montalbán, che è uno scrittore molto popolare anche in Italia per i suoi gialli, ma è anche legato a quel partito comunista spagnolo a cui il film attribuisce le maggiori responsabilità per la sconfitta della rivoluzione del 1936, il film drammatizzerebbe troppo la contraddizione tra comunisti di osservanza staliniana e militanti anarchici, del POUM e trotskisti. Tra l'altro l'articolo di Vázquez Montalbán contiene non poche inesa

ttezze. Ad esempio, parlando della liquidazione del trotzkismo e del POUM, egli osserva che "il legame del POUM con Trotski non era sicuro", dato che "anche se in origine c'era stata una certa sintonia tra i dirigenti catalani Andreu Nin e Joaquin Maurin, la loro rottura con l'internazionale trotzkista si era già prodotta alla metà degli anni trenta, prima della guerra civile".

        Ci si può domandare se per il brillante scrittore spagnolo tale liquidazione sarebbe stata fondata se il legame ci fosse stato. Ma in ogni caso stupisce che, mentre rimprovera a Ken Loach (che per giunta ha fatto un film, non un trattato e neppure un articolo), di non essersi giovato "della consulenza di storici conoscitori delle circostanze", egli ignori ad esempio che Maurín non ha mai avuto a che fare con chi tentava di costruire la Quarta internazionale, e che la prima rottura di Trotskij con Nin avvenne anzi proprio per la fusione con il gruppo buchariniano di Maurín che diede vita al POUM, e la seconda e definitiva per la partecipazione di questo partito, generoso ma contraddittorio, al governo della Catalogna, che aveva come quello centrale un carattere inequivocabilmente interclassista. Il che ovviamente non impedì agli stalinisti di liquidare trotskisti e poumisti (insieme agli anarchici) come "fascisti", come il film di Loach mette bene in risalto seguendo l'itinerario dell'ingenuo protagonista, che adombra la presa di coscienza di Orwell, arrivato a Barcellona senza un grosso bagaglio politico e sconvolto dall'esperienza diretta che vi fece.

        Ma non varrebbe la pena di rilevare le sviste di  Vázquez Montalbán sul terreno della ricostruzione storica, se non ci fosse qualcosa di ben più discutibile nell'articolo: tutta l'autocritica che egli propone ai partiti allora "di obbedienza sovietica" riguarda l'assassinio di Nin, o lo scandaloso "processo di Mosca a Barcellona", in cui si tentò con documenti falsificati di attribuire al POUM un inverosimile legame organizzativo con Franco e i monarchici. Il vero problema, e Ken Loach lo coglie bene, non erano quegli assassinii politici (che peraltro erano proprio finalizzati a far passare quella politica), ma il soffocamento della dinamica rivoluzionaria  in nome della politica dei "due tempi".

        In realtà di assassinii politici in Spagna e altrove ce ne sono stati tanti negli anni dello stalinismo: basti ricordare il nostro Pietro Tresso, uno dei fondatori del partito comunista italiano, che fu poi espulso nel 1930 dal partito insieme a Leonetti e Ravazzoli per non aver condiviso l'insensata politica estremista del cosiddetto "Terzo periodo" dell'Internazionale comunista (definizione dei socialisti come "socialfascisti", proclamazione per decreto dell'imminenza della rivoluzione in una fase di gravi arretramenti, con le prevedibili conseguenze di quell'errore macroscopico di valutazione della fase), politica che fu criticata contemporaneamente anche da Gramsci in carcere. Tresso, che era caduto in mano dei nazisti durante la resistenza in Francia, fu poi liberato dal carcere nazista da un commando di partigiani stalinisti per essere assassinato subito dopo in circostanze su cui il PCF ha fornito tre o quattro versioni discordanti, senza mai indicare il luogo della sepoltura, per evitare che un'autopsia accertasse che la presunta ulcera che lo avrebbe fulminato aveva lasciato come traccia un foro nel cranio.

        E accanto a Nin, rapito e fatto sparire nelle carceri segrete staliniane in Spagna, mentre veniva calunniato come fascista (Donde está Nin? En Salamanca o a Berlín!, scandivano i cortei del PCE insinuando che si fosse rifugiato da Franco o da Hitler), vorremmo ricordare l'anarchico italiano Camillo Berneri, assassinato nelle vie di Barcellona in quel fatale maggio 1937, per aver tentato insieme ai pochi veri "trotskisti" presenti in Catalogna, alla sinistra del POUM e a quegli anarchici che non avevano seguito i loro dirigenti opportunisti García Oliver e Fernanda Montseny nella sciagurata politica di colaborazione di classe che li portò a sedere come ministri nei governi interclassisti.

        Non erano "incidenti di percorso": ho ricordato più volte che se l'attribuzione della responsabilità personale di quegli assassinii a Togliatti fatta nelle memorie di Jesus Hernández, che nel 1937 era dirigente del PCE e ministro dell'Istruzione nel governo di Fronte Popolare (e che era un turpe personaggio allora e tale rimase ovviamente anche quando voltò gabbana), era probabilmente infondata, dato che Togliatti non era a Barcellona nel maggio 1937, ma a Mosca (dove coordinava la campagna internazionale per giustificare ed esaltare lo sterminio dei superstiti dirigenti bolscevichi), non c'è dubbio che egli se ne assunse la responsabilità politica.

        In tutti gli articoli e anche nei rapporti riservati pubblicati nel IV volume delle Opere di Togliatti, lo sterminio dei "trotskisti" (a cui veniva assimilato chiunque tentasse la più blanda critica da sinistra all'operato dell'URSS) viene sistematicamente esaltato, lamentando casomai l'eccessiva "tolleranza" nei loro confronti. In tutti gli scritti e discorsi di quegli anni i trotskisti sono immancabilmente associati ai fascisti, mentre per gli anarchici si propone una doppia linea: da un lato "compiere sforzi per attrarli nel governo", dall'altro "seminare la discordia nelle loro file", usando il pugno di ferro con "misure straordinarie" come i tribunali speciali per colpire coloro che "agiscono illegalmente e illegalmente pubblicano opuscoli, venduti come organo della FAI", e che dovevano essere assimilati ai "diffusori di stampa fascista e trotskista". Cosa fosse legale lo decideva lui, che era il supervisore del PCE, a cui gli altri partiti del Fronte Popolare avevano lasciato via libera per sbarazzarsi di una fastidiosa critica da sinistra.

        Il martirologio dei militanti antistalinisti negli anni Trenta e Quaranta è lungo e tremendo, dall'URSS alla Spagna. dalla Francia al Vietnam (dove fu assassinato quel Tha Thu Thau che nel 1936 riuscì a imporre un fronte unico al partito comunista filosovietico, che vinse le elezioni a Saigon, con una lista in cui furono eletti più deputati trotskisti che stalinisti). Eppure il crimine più grave è forse stato proprio quello ricostruito nel secondo tempo del film di Ken Loach: il soffocamento della dinamica rivoluzionaria in Spagna, stroncando il movimento delle Comuni di Aragona e distruggendo a mano armata i consigli operai in Catalogna. Non meno gravi furono le conseguenze della ricostruzione di un esercito regolare che non era affatto più efficiente, perché per battere una forza ben strutturata e tecnicamente superiore come l'esercito di Franco occorreva certo una disciplina , ma non i gradi e l'autorità indiscussa di ufficiali di carriera che si erano formati nella repressione della rivolta indipendentista del Marocco, e tantomeno l'esclusione delle donne dalle milizie e il soffocamento dell'autoorganizzazione operaia e contadina. Lo conferma a contrario l'esempio dell'Armata Rossa organizzata da Trotskij nel 1918-1920, che riuscì a sconfiggere le bande bianche e i 14 paesi imperialisti che le sostenevano: divenne in poco tempo un esercito formidabile e ben organizzato, ma con livelli ineguagliati di democrazia.

        Tra l'altro gli ufficiali a cui in Spagna il governo di Fronte Popolare delegò l'ultima fase della guerra, spietati con i dissidenti di sinistra, tentarono poi di accordarsi con Franco formando la Junta Casado, che diede la pugnalata finale a una repubblica che già aveva deluso quelle masse popolari che l'avevano salvata nelle gloriose giornate del luglio 1936.

        Quanto al ruolo della sciagurata politica ipocritamente detta di "non intervento", a cui alcuni di coloro che hanno criticato la presunta faziosità di "Terra e libertà" hanno (giustamente) attribuito la maggiore responsabilità del contesto internazionale che facilitò la sconfitta della repubblica spagnola, come dimenticare che di essa si fece promotore proprio quel governo di Fronte Popolare sostenuto dai comunisti in Francia? Quel governo, che era espressione della stessa politica di alleanza dell'URSS con l'imperialismo franco-britannico, d'altra parte, ebbe analoghe ed anche maggiori responsabilità di quello spagnolo nel rifiutare l'indipendenza dei paesi sottoposti al giogo coloniale francese. Ed ebbe un bilancio rapidamente fallimentare, che portò in meno di due anni alla cancellazione delle grandi conquiste sociali imposte dall'ondata spontanea di scioperi e occupazioni di fabbrica del giugno 1936. Perché tutti quelli che, a partire da Lucio Magri, hanno spesso elogiato quell'esperienza, non hanno mai affrontato un bilancio della sua conclusione fallimentare, che tra l'altro portò i comunisti ad essere esclusi dalla maggioranza nel 1938, e messi fuori legge nel 1939?

        Le polemiche che si sono scatenate comunque prescindono largamente dal film, non meno che dalla realtà storica. La polemica è divampata con particolare asprezza su "Liberazione", che aveva inizialmente elogiato molto il film, ma alla cui redazione devono essere arrivate le solite pressioni dei "nostalgici" che non accettano di veder mettere in discussione le loro certezze. Così un mio articolo, pur sollecitato, che interveniva riconducendo le polemiche precedenti al nodo storico del fallimento della politica dei Fronti Popolari, è stato controbilanciato nella stessa pagina da opinioni nettamente divergenti. Un metodo fino a questo punto del tutto condivisibile. Ma il giorno dopo l'equilibrio è stato rotto da una risposta violenta di Enrico Penati, pubblicata con il rilievo di un editoriale, e che lamentava che "recensori, commentatori, improvvisati cinefili, belle menti (ed impudiche) non hanno perso l'occasione" di dire che "tutto quel che succede al mondo è colpa di Stalin. (...) Di conseguenza abbiamo letto che la guerra civile spagnola è stata vinta da Franco perché Stalin aveva ordinato ai comunisti (negli ultimi mesi prima della sconfitta) di eliminare anarchici e militanti del POUM".

        In questo modo si deformava, in modo caricaturale e senza far nomi, quanto era stato scritto sulle stesse pagine a favore del film. Non di Stalin si parlava, ma dello stalinismo. Argomento tabù, a quanto pare, per molti compagni, come lo era per Gorbaciov, che ancora nel 1986 affermava in un'intervista a l'Umanité che lo stalinismo era un'invenzione della propaganda degli imperialisti. Personalmente non ho mai mancato di sottolineare, in non pochi libri e saggi dedicati all'argomento (tra cui Intellettuali e potere in URSS, di cui è uscita quest'anno da Milella di Lecce la seconda edizione aggiornata), che il termine "stalinismo" è improprio, perché il fenomeno non può essere ricondotto a una sola persona, come tentò di fare invece non a caso Chrusciov. Non è una posizione solo individuale: ad esempio il commento steso da Ernest Mandel dopo il famoso "rapporto segreto" al XX Congresso ne coglieva sia le reticenze, sia l'impostazione metodologicamente analoga, ancorché rovesciata, a quella di Stalin.

        Tuttavia non si può sorvolare sul fatto che il termine è entrato nell'uso convenzionale anche come sottoprodotto del pluridecennale culto del "geniale capo del proletariato mondiale", e allude a un fenomeno storico di grande ampiezza e lunga durata, che a quanto pare ha lasciato tracce profonde, riscontrabili anche nel nostro stesso partito.

        Penso sia utile ricordare a questi smemorati che perfino uno dei padri spirituali del PRC,  Ambrogio Donini, intervenne in un dibattito in occasione della presentazione dell'antologia su Il marxismo e la questione ebraica (curato da Massimo Massara per l'editore Teti), il cui resoconto venne pubblicato sul numero 1/2 della rivista "Quale società" del 1973, definendo lo stalinismo "un problema che va affrontato una volta per sempre, non sulla base di risentimenti o di spiegazioni parziali e soggettive (...) ma come l'insorgere di fenomeni di degenerazione", e come un "periodo atroce nella vita del partito bolscevico, un periodo che pesa come una minaccia su ogni partito comunista al potere se non stiamo attenti a stroncarlo fin dalle sue radici". Donini, che aveva cominciato da qualche tempo la sua opposizione alla linea ufficiale del PCI, scriveva anche che "ogni volta che si discrimina un militante sulla base delle sue idee, nell'ambito di una comune posizione politica di orientamento marxista, si ricade nel pericolo di quello che viene impropriamente chiamato stalinismo". Ovviamente Donini pensava alle difficoltà della sua battaglia contro l'involuzione del PCI, ma non so quanti di coloro che sono stati infastiditi dal film di Ken Loach condividano quel giudizio del vecchio dirigente comunista, che non sarà forse molto originale (e riserva la tolleranza alle sole tendenze marxiste), ma non lascia dubbi sull'esistenza del fenomeno "stalinismo" e sulla sua vera natura.

        Contro la vulgata consolidatasi negli anni dei modesti tentativi di "autoriforma" del sistema, l'essenza dello stalinismo non sta nelle stragi degli anni Trenta e Quaranta (che comunque portarono alla distruzione fisica di tutti i quadri che erano stati protagonisti della Rivoluzione d'Ottobre), ma nella soppressione della dialettica politica nel paese e in quel partito che fino al 1921 prevedeva lo stesso diritto di organizzarsi in frazione e a cui fu imposto con la violenza un innaturale "monolitismo", e che poi fu trasformato in una docile cinghia di trasmissione di un pugno di uomini. Quando il partito si squagliò come neve al sole nella crisi del 1991, da tempo non solo non era più comunista, ma non era più un vero partito, bensì un pezzo dell'apparato statale, che invece di dirigere la società ne rifletteva al suo interno le spinte contraddittorie. La provenienza dai ranghi dirigenti di quel partito di tutti i capi nazionalisti e filocapitalisti (da Eltsin a Shevardnadze ad Aliev) delle repubbliche in cui si è frazionata l'URSS, è una conferma evidente di questa tesi.

        Prima di chiudere la rassegna delle più importanti critiche al film, vale la pena di ricordare l'ennesima sortita dell'immaginifico Luciano Canfora nella sua rubrica fissa sulle pagine del "Corriere della sera", su cui è arrivato a scambiare per rifondatori gli ex comunisti di Polonia, Lituania, Romania, ecc., sorvolando sul loro entusiasmo per privatizzazioni e libero mercato.

        Con il suo stile abituale, Canfora ha esordito ricordando l'assassinio di un militante della gioventù comunista di Barcellona, compiuto "probilmente da anarchici" il 25 aprile, che giustificò nella stessa serata una violenta repressione da parte della polizia, guidata da un comunista, che uccise (non "probabilmente", ma sicuramente) un anarchico a Barcellona , e altri otto a Puigcerdá, tra cui il sindaco, ugualmente anarchico, definito "un noto brigante che aveva imposto la collettivizzazione totale di tutti i beni", come afferma la fonte principale di Canfora, il laburista Hugh Thomas che raccoglie l'insinuazione staliniana sul fatto che l'ucciso avesse risparmiato dalla misura il proprio bestiame.

        Come altri detrattori del film di Ken Loach, Canfora confronta "Terra e libertà" non solo con il celebre ma anodino "Per chi suona la campana", ma anche con il franchista "L'assedio dell'Alcazar", per insinuare che i punti di vista possono essere diversi, e che si poteva prendere spunto forse più utilmente dal caso del presunto "brigante" di Puigcerdá. Ma Canfora tira fuori poi anche le "ammissioni fatte da Franco intorno all'infiltrazione franchista tra le file anarchiche e trotzkiste". Canfora sa che agenti della CIA furono scoperti negli anni Sessanta al vertice dell'apparato del PCI, e in particolare della sua delicatissima sezione esteri? Che direbbe a chi usasse questo dato obiettivo (ben più rilevante della frase di Franco, probabilmente detta per sopravvalutare la sua forza con il suo interlocutore) per caratterizzare l'intero PCI? E che direbbe a chi usasse la presenza tra i dirigenti boscevichi di una spia zarista, l'operaio Roman Malinovskij, uno dei sei deputati eletti dal partito nella Duma del 1912, per provare la dipendenza da Nicola II dell'intero partito?

        Canfora fa delle fonti un uso curiosamente disinvolto, per uno storico che nel suo campo, la storia antica, è generalmente apprezzato. Per provare la grandezza e la lungimiranza di Stalin si è ad esempio appoggiato al giudizio elogiativo di Churchill (sorvolando sul fatto che al grande rappresentante del'imperialismo britannico piaceva soprattutto la franchezza e la brutalità con cui poteva negoziare col capo del Cremlino la spartizione di aree di influenza alle spalle dei popoli). Così, prima di giustificare gli assassinii di Barcellona con una frase di Franco, avrebbe fatto meglio a leggersi le conversazioni tra Hitler, Mussolini, Ribbentrop e Ciano riportate nel diario e nei verbali degli incontri stesi da quest'ultimo. Ciano, che scriveva senza censure, dato che non avrebbe mai immaginato una pubblicazione di quegli appunti dopo la sua morte, riferiva che "Ribbentrop è sempre più infatuato della Russia, sulla quale si esprime in termini apologetici, pur facendo ampie riserve sull'efficienza militare sovietica. È arrivato al punto di dire che in mezzo ai membri del Politbureau egli si trova altrettanto bene che tra la vecchia guardia del nazismo e tra i vecchi squadristi..." Aggiungeva poi che nel 1941, a una domanda di Ciano sul valore che doveva attribuirsi al Patto anti-Comintern, Ribbentrop rispose che "ormai il comunismo non esiste più e che Stalin è diventato l'effettivo campione del nazionalismo russo".

        In altri colloqui ribadì gli stessi concetti, e a una domanda di Mussolini sul movimento comunista in Francia, rimasto per un certo periodo legale dopo l'occupazione nazista, e in particolare sulla pubblicazione di giornali comunisti, Ribbentrop rispose ridendo che "taluni di quei giornali sono stampati in Germania". E che dire dell'accurata eliminazione dei libri di Trotskij dalle librerie della Francia occupata, mentre vi restavano in bella mostra quelle di Stalin? Che direbbe Canfora di chi dicesse con la stessa sua disinvoltura nell'uso degli "indizi", che Stalin era agente di Hitler?

        Quello che impressiona è che, grazie a una certa subcultura stalinista mai sradicata da una parte della sinistra, Canfora, nonostante alcune sue impressionanti scivolate dall'area di rifondazione verso il PDS, continua a godere di grande popolarità tra i militanti del PRC. Eppure le conclusioni della sua stroncatura del film di Ken Loach sono coerenti con le premesse, e radicalmente antitetiche rispetto al progetto di Rifondazione. Egli infatti afferma che "quella spagnola del '36-39 fu una vicenda per molti versi simile a quella di Allende nel Cile del 1970-73". Verissimo, ma la spiegazione di Canfora è stupefacente: "Alende cadde anche perché intorno alla destra si coagulò un vasto consenso dei ceti spaventati dall'estremismo del Mir". Il presunto "estremismo" del Mir consisteva in primo luogo nel denunciare gli evidentissimi preparativi di un golpe, che i dirigenti comunisti come Corvalán e Teitelboim negarono fino a ogni evidenza fino all'ultimo giorno. I "ceti spaventati" vi furono, ma non per le affermazioni generose e senza troppe conseguenze pratiche del Mir, bensì per la radicalità della lotta di classe nel paese, che Allende tentò di frenare, ma che non ebbe il coraggio di reprimere, finendo travolto dalla sua indecisione. Comprendiamo le sue simpatie per un PDS che si ostina ad attribuire la sconfitta dei progressisti nel 1974 al presunto "estremismo" di Bertinotti!

        Ma torniamo alla guerra di Spagna e al film. Che la sconfitta della Repubblica non fosse inevitabile è provato da un altro dato assai concreto: l'alleanza interclassista portata avanti dai Fronti Popolari (in Francia con il maggior partito borghese, in Spagna con "il fantasma della borghesia", dato che le sue componenti decisive erano schierate con Franco), impedì tra l'altro di affrontare la questione coloniale. Con i risultati che si videro: la rottura dei movimenti indipendentisti del Nord Africa con il movimento comunista , ma anche l'impossibilità di tagliare l'erba sotto i piedi a Franco, che aveva nei mercenari marocchini la sua forza principale, che sarebbe stata disorientata dal riconoscimento dell'indipendenza del Marocco.

        Sono osservazioni che potrebbero sembrare fuori luogo, se il film di Ken Loach (che naturalmente va visto come opera d'arte da cui non si può pretendere che ricostruisca in tutta la sua complessità la storia del periodo in cui è ambientato) non avesse fornito il pretesto a polemiche sull'intera vicenda della rivoluzione e della guerra civile che si sono intrecciate in Spagna, e che ripropongono ancora una volta la necessità dei "due tempi" (prima la guerra, poi la rivoluzione), dimenticando che quando c'è una vera rivoluzione essa non può essere congelata e rinviata, perché le condizioni oggettive possono mutare rapidamente. Sembra incredibile che si sorvoli su tutte le verifiche storiche sul carattere fallimentare di quella strategia (che in realtà era una maldestra e strumentale tattica finalizzata a compiacere gli alleati borghesi del momento). Per avvalorare questa giustificazione infondata, si è come di consueto insinuato che, parlando dei crimini dello stalinismo, si volesse gettare fango sull'eroismo e la dedizione che naturalmente ci sono stati anche tra chi accettò la linea che portò alla sconfitta della Repubblica.

        Sarebbe bene invece non dimenticare che quella sconfitta ci fu, e in prospettiva storica è del tutto lecito tentarne una spiegazione e un bilancio (non solo con un film), tanto più quando si è visto che, anche grazie alla perpetuazione di una lettura mitologica e acritica di quella vicenda, la stessa strategia interclassista è stata riproposta successivamente con esiti ugualmente negativi in molti altri paesi, durante la resistenza italiana ed europea (con l'unica eccezione della Jugoslavia), in Cile, ecc.

 

Per saperne di più

 

        Sulla guerra e la rivoluzione spagnola sono usciti in passato molti ottimi libri, tra cui il più completo è quello di Pierre Broué ed Émile Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna, uscito per la prima volta da Sugar nel 1962 e ristampato poi negli Oscar Mondadori (che l'hanno poi tolto dal catalogo come tutta la saggistica politica di sinistra).

        Interessanti anche il libro di George Jackson, La repubblica spagnola e la guerra civile, Il Saggiatore, Milano, 1965, e quello di Gabriele Ranzato, Rivoluzione e guerra civile in Spagna, Loescher, Torino, 1975. Questo testo, esaurito, è alla base di un successivo libro dello stesso autore uscito quest'anno da Giunti col titolo La guerra di Spagna. Tuttavia oggi Ranzato, pur ribadendo che "i comunisti spagnoli erano contrari alla rivoluzione" e che "questo orientamento era consonante con gli interessi dell'URSS", si è convinto che tale atteggiamento era "molto ragionevole", giacché "non poteva essere diversamente in quegli anni di ferro". Questo nuovo approdo ideologico, frutto del riflusso della sinistra negli anni Ottanta, non impedisce a Ranzato di ammettere che quelle ragioni diventavano "irragionevoli" dato che "si scontravano con un movimento di massa". Esattamente come nel Cile di Allende. Ma la documentazione sulla repressione, pur giustificata in base a considerazioni di realpolitik, rimane, e per questo il libro (che è comunque quasi l'unico disponibile oggi in libreria), può ancora essere utile.

        Un'analoga considerzione può essere fatta a proposito del libro di Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, Torino, 1963, che, indipendentemente dall'utilizzazione unilaterale che ne ha fatto Canfora, contiene molti dati interessanti.

        Nele librerie dell'usato si trovano a volte anche il libro a cui si è ispirato Ken Loach, Omaggio alla Catalogna di George Orwell, e Quelli di Barcellona, di H. E. Kaminski, entrambi editi da Il Saggiatore negli anni Sessanta, e l'interessante L'opposizione di sinistra nella guerra civile spagnola di Felix Morrow, Samonà e Savelli, Roma, 1970. Una testimonianza diretta di uno dei pochi veri "trotskisti" presenti in Spagna, Domenico Sedran è apparsa, col titolo Memorie di un proletario rivoluzionario, sul numero 8/9 di "Critica comunista", luglio ottobre 1980. È un testo di grande interesse, corredato da un ampio apparato di note esplicative, e può essere richiesto alla redazione di "Bandiera rossa".

        Per giudicare poi quanto poco fondata fosse fondata l'accusa di "fascismo" rivolta a Andrés (o Andreu, alla catalana) Nin, si può cercare in biblioteca l'antologia dei suoi scritti pubblicata da Feltrinelli col titolo Guerra e rivoluzione in Spagna 1931/1937 nel 1974.

Antonio Moscato