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La tragedia di Praga 1968

Documenti · pubblicato il 23 giugno 2009 · 25 min di lettura

Una sintesi del libro La ferita di Praga, riportato integralmente ma in pdl nella sezione Archivio, e che utilizza una relazione a un convegno sul '68 organizzato dal Centro Studi Livio Maitan.

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La primavera di Praga

L'ultimo tentativo di autoriforma del "socialismo reale"1

 

Di tutta la lunga serie di crisi del socialismo reale, quella del 1968 in Cecoslovacchia è forse la più ricordata e conosciuta. Ma non è stata la più profonda né la più drammatica.

Quella del 1956, cominciata a Poznan, in Polonia, e poi esplosa a Budapest e in tutta l’Ungheria, aveva visto riapparire i consigli operai, quella polacca del 1980-1981 aveva visto l’umiliazione di un governo sedicente comunista di uno Stato che si diceva “operaio” costretto a sedersi dall’altra parte del tavolo rispetto ai rappresentanti veri di una classe operaia forte e combattiva, che seguiva le trattative attraverso gli altoparlanti e assediava la sede delle trattative.

Ma la “Primavera di Praga” ha avuto un’eco più grande e ripercussioni più lunghe in Europa e nel movimento comunista in tutto il mondo, probabilmente perché era apparsa assolutamente pacifica, in sostanza un tentativo di autoriforma portata avanti dal gruppo dirigente di un importante partito comunista.

 La Cecoslovacchia era l'unico paese di quelli entrati a far parte del blocco sovietico alla fine della seconda guerra mondiale che aveva le condizioni per uno sviluppo in direzione di un socialismo basato sull'appoggio convinto della grande maggioranza della popolazione, grazie a una forte e matura classe operaia. La Cecoslovacchia era anche l'unico paese europeo, a parte la Francia e la Gran Bretagna, che aveva avuto un governo democratico nei due decenni tra le due guerre mondiali. Nonostante molti errori imposti dalla direzione staliniana del Komintern negli anni Trenta, che lo avevano fortemente ridimensionato rispetto alla socialdemocrazia, il PCC nelle prime elezioni del 1946, sostanzialmente regolari, aveva avuto il 38% dei voti (43% in Boemia), e poteva governare grazie a una solida maggioranza formata con i due partiti socialisti. Il grande successo del PCC si doveva in parte alla sua partecipazione alla resistenza dopo l'aggressione nazista all'URSS, in parte notevole al prestigio conquistato dal ruolo militare dell'Unione sovietica nell'ultima fase della seconda guerra mondiale, che aveva fatto dimenticare le tante colpe del periodo di collaborazione con Hitler.2 Anche i partiti borghesi, comunque, erano diventati nettamente filosovietici dopo la tragica esperienza del 1938, quando nella Conferenza di Monaco Francia e Gran Bretagna avevano cinicamente sacrificato il loro paese in nome della pacificazione con Hitler, concedendo via libera alla Germania nazista.3
Questa prospettiva era stata spezzata nel febbraio 1948, con una crisi concepita a freddo, che aveva cacciato dal governo tutti i ministri non comunisti. Un errore grave che aveva indebolito il regime anziché rafforzarlo, ma che era comunque una risposta ad analoghi processi che avevano buttato fuori dai governi "antifascisti" e di "unità nazionale" i partiti comunisti in Italia, Francia, Belgio, ecc. nella prima metà del 1947. Il risultato fu quello di uniformare il regime a quello degli altri paesi come la Polonia, l'Ungheria, la Romania, dove partiti comunisti senza consenso e base di massa erano stati messi dall'Armata Rossa alla testa del governo nel quadro della spartizione del mondo in aree di influenza (la cosiddetta "Spartizione di Jalta")4

Ben presto la prima conseguenza di questa svolta era stata una lunga serie di processi, che avevano dapprima colpito militanti come Zavis Kalandra che avevano lasciato il partito su posizioni trotskiste, o socialisti che rifiutavano la fusione forzata con il partito comunista, ma avevano poi investito una parte dei massimi dirigenti del partito comunista, a partire dal segretario generale e ministro degli esteri Rudolf Slanski. Destituito nel 1951 e poi sottoposto a un processo-spettacolo  ricalcato su quelli di Mosca, era stato condannato a morte con altri dieci imputati, tutti comunisti presentati come "di nazionalità ebraica" e tutti ex combattenti della guerra di Spagna. Il processo, organizzato direttamente da accusatori sovietici, ha lo scopo di lanciare l'antisemitismo di regime e di trasformare gli accusati in capri espiatori responsabili di tutti i disagi della popolazione. Nello stesso periodo analoghi processi si svolgono in Ungheria (principale imputato Laszlo Rajk), Bulgaria (Trajcio Kostov), Albania (Koci Xoxe) e Romania (Ana Pauker e Vasile Luca). In Polonia viene preparato contro Gomulka, accusato di "titoismo", che si salva però perché al momento della morte di Stalin l'istruttoria contro di lui non è ancora terminata, per il suo rifiuto tenace di confessare quel che volevano gli inquirenti.

Le condanne a morte contro Slansky e gli altri vengono eseguite pochi mesi prima della morte del dittatore sovietico, ma il tentativo di attribuire alla "cricca di Slansky" lo sfacelo dell'economia non funziona: nel maggio del 1953 ci sono importanti scioperi alla Skoda e in altre fabbriche di Plzen, che anticipano di qualche settimana la rivolta operaia di Berlino Est del 17 giugno dello stesso anno.5

A differenza di Ungheria e Polonia, in cui la questione delle riabilitazioni era stata il detonatore delle esplosioni del 1956, in Cecoslovacchia non viene alla luce subito, perché ogni dibattito è stato bloccato da un parziale ricambio dovuto alla morte di Gottwald, avvenuta mentre tornava dai funerali di Stalin. Come era avvenuto con Slansky, il nuovo segretario generale Novotny attribuisce al defunto ogni responsabilità per la versione cecoslovacca del "culto della personalità".

La Cecoslovacchia era arrivata così alla metà degli anni Sessanta apparendo il più immobile degli Stati del blocco sovietico: per dieci anni aveva rinviato alle calende greche quella pur modesta e strumentale “destalinizzazione” che aveva permesso ad altri paesi qualche modesta riforma.

Ma la crisi era solo nascosta: dal 1963 la produzione aveva cominciato a decrescere perfino in termini assoluti (naturalmente la cosa era stata nascosta dietro statistiche truccate, ma veniva percepita dalla popolazione e denunciata con discrezione da molti economisti). In quello stesso anno l'Unione degli Scrittori aveva preso qualche modesta iniziativa autonoma, come un convegno che "riscopriva" Kafka, che in un paese congelato finiva per avere ripercussioni impreviste. Cominciava anche una pressione per la riabilitazione di alcune delle vittime dei processi politici degli anni Cinquanta. Ma l'ex ministro degli Interni Rudolf Barak, che aveva cercato di accelerare le "riabilitazioni", veniva condannato a 15 anni di prigione con accuse infamanti di crimini comuni.

L'incapacità del gruppo dirigente di prendere le misure necessarie per sbloccare la situazione finiva per provocare manifestazioni aperte di dissenso, sia nel congresso degli scrittori, sia nelle scuole: gli studenti di un collegio d'élite nel 1967 scendono in piazza gridando "Luce, vogliamo la luce", riferendosi formalmente alla scarsa illuminazione delle aule. La polizia, sapendo che alludevano in realtà al blocco delle informazioni, li caricò violentemente suscitando l'indignazione delle famiglie, che erano spesso quelle di dirigenti od operai d'avanguardia.

Nel dicembre 1967 la direzione del partito comincia una faticosa serie di riunioni per trovare un ricambio, inizialmente con l'appoggio o la neutralità di Breznev, che non ha perdonato al segretario del PCC Novotny di aver protestato per la destituzione di Chrusciov nel 1964. Ma per settimane non si riesce ad arrivare a un accordo sul nome del nuovo segretario, che solo ai primi di gennaio viene eletto con una soluzione di compromesso: è Alexander Dubcek, un riformatore moderato e privo di polso, che cerca sempre a ogni costo di mediare tra le pressioni dal basso e le resistenze del vecchio apparato. Novotny rimane però presidente della repubblica. Dubcek è stato scelto perché i riformatori più decisi incontravano un'opposizione troppo forte, ma non capisce la portata dello scontro. Ad esempio, appena nominato va per qualche giorno a riposarsi (e a seguire un incontro di hockey su ghiaccio) nella sua Bratislava, lasciando a Novotny il tempo per portarsi via una parte degli archivi più compromettenti.

Il modesto cambiamento scatena un dibattito in cui emergono forti tendenze antiburocratiche, che spaventano il vecchio apparato. Due generali stalinisti, Janko e Sejna, preparano un colpo di Stato, ma sono denunciati da altri ufficiali: Jan Sejna si rifugia con l'amante e il figlio non a Mosca ma negli Stati Uniti, dove si mette a disposizione della CIA fornendo informazioni di ogni genere. Nonostante il tentativo di nascondere lo scandalo, questo viene alla luce e coinvolge Novotny, che in marzo deve dimettersi dalla carica di presidente della repubblica.

Dubcek per alcuni mesi aveva lasciato spazio a Novotny, che teneva comizi demagogici in molte fabbriche attaccando i riformatori. Ha anche cercato di coprire lo scandalo Sejna, e criticato i generali che avevano denunciato il colpo di Stato imminente. Un ruolo importante viene assunto da alcuni intellettuali che trasformano Literarni Listy, un giornale appena creato dall'Unione degli Scrittori, in uno strumento politico popolarissimo, la cui tiratura cresce ad ogni numero. Così l'iniziativa sfugge in parte agli organi dirigenti del partito.

Dubcek non aveva un programma preciso, e si trova a dover accettare una situazione che non aveva previsto: nel corso di assemblee sempre più affollate molti interventi esigono la riabilitazione immediata di tutte le vittime dello stalinismo, e introducono regole democratiche che neutralizzano i vecchi uomini di apparato abituati a gestire votazioni truccate. I giornalisti, ancor prima di ottenere la fine formale della censura, la fanno saltare nei fatti. Lo stesso Jiri Pelikan, giovane direttore della televisione, la trasforma in una tribuna politica permanente, seguita in tutto il paese come mai era accaduto. Le fabbriche discutono le tesi degli economisti, di cui apprezzano le diagnosi severe, ma non le terapie ispirate al capitalismo.

Ota Šik ha spiegato lucidamente alla televisione l'irrazionalità, le distorsioni, gli sperperi assurdi dell'economia cecoslovacca. Ad esempio ha documentato come, in conseguenza del sistema di calcolo ricalcato su quello sovietico, si importavano da paesi occidentali (pagandole a caro prezzo e in valuta pregiata) parti e anche materie prime per produrre le automobili Skoda, che venivano poi vendute a prezzo di dumping per ottenere valuta per acquistare altre parti… fino a dissanguare il paese.

Analogamente Šik spiegava che “negli anni dal 1956 al 1960 per aumentare il reddito nazionale di una corona occorrevano investimenti per due corone e cinquanta. Negli anni tra il 1961 e il 1965 occorrevano già 9,50 corone.”6Molto interessanti anche le  considerazioni sugli assurdi sprechi di energia e di materie prime: negli Stati Uniti per ottenere 1.000 $ di prodotto globale erano necessari 2.655 $ di fonti energetiche originarie, in Cecoslovacchia 5.056; sempre per gli stessi 1.000 $ di prodotto negli USA occorrevano 186 kg di acciaio, mentre in Cecoslovacchia, che pure non abbondava di materie prime e doveva spesso importarle ne servivano 435 kg. Altre riflessioni riguardavano l’incapacità di una reale pianificazione, la bassa qualità dei prodotti, ecc.

Fin qui andava tutto bene. Ma quando Ota Šik si presentava nelle fabbriche per discutere i problemi con i dirigenti (non con gli operai, come aveva fatto invece Guevara a Cuba pochi anni prima, sbalordendo i consiglieri sovietici e anche cecoslovacchi che lo circondavano), veniva contestato clamorosamente. Ma intanto nelle fabbriche si discuteva a lungo, anche diverse ore al giorno. Si discuteva di economia, di politica, di giustizia, della situazione internazionale, di organizzazione del lavoro... Tra la sorpresa generale, nonostante le tante assemblee, la produzione cresceva, per la prima volta da cinque anni.

Evidentemente la contrazione della produzione negli anni precedenti non si doveva solo all'incapacità dei programmatori, alla disorganizzazione, agli sperperi, ma anche allo stato d'animo dei lavoratori, espropriati di fatto da quelli che si presentavano come loro rappresentanti. Ora, invece, tutti pensavano che potevano decidere liberamente cosa fare, e si sentivano finalmente padroni della fabbrica e dell'intera società. Una volta convinti che si cominciava a cambiare veramente l'assetto generale del paese gettando le basi per uno sviluppo davvero socialista, gli operai si impegnarono a fondo in un modo che nessun economista aveva previsto: un'ondata di lavoro volontario gratuito, l'offerta spontanea delle proprie modestissime risorse, compresi gli anelli d'oro.

Si eleggevano consigli di fabbrica, che spazzavano via i vecchi sindacati burocratizzati. C'era già di che preoccupare gli apparati messi al margine. In questo quadro, assumeva un'importanza particolare la preparazione del XIX congresso del partito comunista, che vedeva un'affluenza senza precedenti. Quasi ovunque nei congressi locali e provinciali i burocrati che avevano dominato per due decenni non erano rieletti e si affermavano nuovi quadri, a volte giovani, a volte sopravvissuti a lunghi anni di emarginazione e repressione. A Mosca, a Varsavia, a Berlino Est, questo rifiorire della democrazia e della partecipazione veniva esorcizzato come una "campagna infame per restaurare il capitalismo". Qualche suicidio tra i responsabili delle più gravi "violazioni della legalità socialista", sconvolti dalla denuncia pubblica dei loro crimini, veniva presentato come la conseguenza di un linciaggio da parte di elementi controrivoluzionari, che volevano "distruggere i vecchi militanti fedeli alla causa del socialismo"... E i "paesi fratelli" preparavano quasi alla luce del sole un intervento armato.

Anche negli ultimi anni della sua vita, Dubcek ha continuato ad attribuire l'invasione alle "intemperanze di estremisti", citando il famoso documento conosciuto come "le 2000 parole", scritto da Ludvik Vaculik e firmato da migliaia di cittadini. Rileggendolo si resta sbalorditi: non c'è una sola richiesta imprudente, non c'è nemmeno la richiesta di uscire dal Patto di Varsavia, che in sé sarebbe stata legittima, ma che è stata evitata perché nell'Ungheria del 1956 era servita come pretesto per l'intervento. Il cosiddetto "estremismo" che scandalizzava tanto Dubcek perfino venti anni dopo, era solo la previsione, purtroppo fondata, di un imminente intervento sovietico.

Che la direzione riformista del partito comunista cecoslovacco fosse appoggiata dalla grande maggioranza della popolazione, che voleva trasformazioni in senso veramente socialista (il "socialismo dal volto umano"...) non era un'attenuante per la burocrazia sovietica, ma un serio campanello d'allarme. Lo scisma jugoslavo e ancor più quello albanese non avevano avuto serie ripercussioni nel resto del "blocco", ma la Cecoslovacchia poteva avere una forza di attrazione ben diversa, per molte ragioni a cui abbiamo già accennato. Non a caso per imporre l'assimilazione forzata a un monolitismo meccanicamente ricalcato su quello dell'URSS era stato necessario il colpo di mano a freddo del febbraio 1948...

A mano a mano che il processo di trasformazioni si consolidava e aveva echi nella stessa Unione sovietica, la burocrazia di Mosca accelerava i preparativi per l'invasione. Le speranze nate nel 1956 con la pur discutibile e parziale "destalinizzazione" erano state presto deluse, e anzi congelate con l'intervento in Ungheria; poi negli ultimi anni di Chrusciov, con il XXII congresso, era ripreso un movimento di opinione che metteva in discussione lo stalinismo e cercava una via d'uscita dalla paralisi del sistema. Perfino con la destituzione brusca di Chrusciov, molti avevano sperato nel possibile pragmatismo di Breznev e Kosygin, e degli economisti moderatamente riformatori raccolti intorno a quest'ultimo. Ma presto era prevalso nel gruppo dirigente sovietico un riflesso conservatore, e sarebbe cominciata la lunga "stagnazione", durata quasi venti anni. Ogni mutamento faceva paura: per questo il gruppo dirigente, che era stato sempre bruscamente cambiato con le purghe sotto Stalin, e poi in modo incruento con le destituzioni chruscioviane, rimase immutabile per anni, e si trasformò in una gerontocrazia sempre più incapace di capire cosa accadeva fuori della cinta del Cremlino. Ma forse non aveva tutti i torti nell'optare per l'immobilismo: appena qualcosa ricominciò a muoversi, con Gorbaciov, tutto andò a pezzi. Comunque, anche se Dubcek non lo capiva, quel che accadeva in Cecoslovacchia era davvero preoccupante per i burocrati, poteva essere contagioso...

 

In Cecoslovacchia non c'erano truppe sovietiche, ma vi entrano in giugno col pretesto di "manovre" del Patto di Varsavia, e vi restano. Dubcek accetta, credendo che chiudere gli occhi elimini il pericolo. In agosto arrivano a Praga due aerei che dichiarano di essere diretti sulla costa dalmata per le vacanze, ma si fermano per "riparazioni". Sono carichi di "specialisti" dei servizi segreti e hanno attrezzature radar per costituire una testa di ponte per ulteriori rinforzi. Il 20 agosto la trappola scatta: un certo numero di vecchi dirigenti cechi firmano una lettera che chiede ai "partiti fratelli" di intervenire per bloccare la "deriva anticomunista" del paese. Non hanno il minimo seguito nel paese, ma non importa. Il maggiore aiuto all'URSS lo dà la cecità di Dubcek e della maggior parte dei dirigenti che non prendono nessuna misura di fronte ai sempre più evidenti preparativi militari. Anzi, quando l'aggressione è già cominciata, ordinano alle truppe di non opporre resistenza. Dubcek e gli altri membri del Presidium vengono arrestati alle quattro del mattino nelle loro case e deportati a Mosca dove, dopo pochi giorni di pressioni, capitolano, sconfessando il congresso che si è autoconvocato riunendosi clandestinamente il 22 agosto in una fabbrica dei sobborghi di Praga, e ha eletto una nuova direzione tutta di rinnovatori.

Il 27 agosto Dubcek torna a Praga e si presta a rimanere come un fantoccio per quasi un anno alla testa del partito; poi, una volta "normalizzato" il paese e sciolti i consigli operai, sarà espulso anche lui insieme a quasi 500.000 comunisti cecoslovacchi.

Le ripercussioni nel mondo e in Italia

 

La maggior parte dei partiti comunisti europei condannano più o meno duramente un atto che appare immotivato. Invece Fidel Castro appoggia l'invasione, sia pure con argomenti di sinistra (la sua lettera sarà per questo pubblicata in URSS e nel blocco sovietico con pesanti censure, che nascondevano tutte le motivazioni antiimperialiste). Un gesto comunque sbagliato, che riduce drasticamente l'influenza cubana nella stessa America Latina e tra la gioventù radicalizzata dei movimenti "del sessantotto", in cui prenderà piede il maoismo con la sua spiegazione settaria e schematica che denuncia "l'imperialismo dei nuovi zar".

Tuttavia i partiti comunisti europei non hanno il coraggio di tentare un'azione comune. Persino quello italiano, che aspirava a un ruolo di guida del cosiddetto "eurocomunismo", limita ben presto a poca cosa il sostegno ai riformatori, accrescendo il sospetto che la condanna dell'invasione avesse prevalenti motivazioni tattiche ai fini di politica interna. Una riprova è il rifiuto dell'iscrizione al PCI a quei militanti cecoslovacchi che si trovano in Italia e che hanno richiesto la tessera. Lo ha ammesso per primo in un libro di memorie Giancarlo Paietta, e lo ha confermato successivamente Pelikan: la tessera sarebbe stata concessa solo se i comunisti cecoslovacchi si impegnavano a non scrivere o parlare del loro paese di origine. Fu questo atteggiamento che spinse molti di loro verso il partito socialista, che offrì ad esempio a Pelikan la possibilità di essere eletto al parlamento di Strasburgo come indipendente.7
Ho più volte sottolineato gli effetti disastrosi dell'approdo al maoismo di molti quadri politici usciti dal PCI.8 Impressionante che non sia stato rimesso in discussione neppure quando, come conseguenza (non inevitabile) delle molte sconfitte di quel poderoso movimento, gran parte della "nuova sinistra" è approdata a una politica di forte adattamento al riformismo, abbandonando quegli atteggiamenti che avevano fatto sperperare il grande potenziale accumulato nel 1968-1969: in primo luogo il rifiuto del fronte unico, il settarismo e l'identificazione del nemico nel più immediato concorrente; atteggiamenti incoraggiati se non generati dall'ultima fase del maoismo, che vedeva nell'URSS e non negli USA il "nemico principale", e che risolveva le contraddizioni interne demonizzando e linciando gli oppositori. È questo che fa dimenticare Guevara, "colpevole" di aver proposto nell'ultima fase della sua vita l'unità d'azione tra l'URSS e la Cina a sostegno del Vietnam aggredito dall'imperialismo, estesa a tutti i paesi in cui erano al potere dei partiti comunisti.
Occorrerebbe riprendere la discussione sulla rivoluzione culturale valutandone gli effetti sulla "nuova sinistra" di quegli anni, in Italia e nel mondo, a partire dall'esame di un certo numero di riviste delle maggiori formazioni che alla Cina facevano riferimento negli anni Sessanta e Settanta.9 È indispensabile farlo, se si vuol capire oggi cosa è stato il '68 e soprattutto perché non ha potuto utilizzare la sua grande forza per incidere sulle contraddizioni dei riformisti.

Ma la ripercussione più pesante dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia si è avuto all'est. Prima di tutto si registra un mutamento di atteggiamento dei dissenzienti, che finiscono per essere sospinti a destra. In tutti i paesi dell'Est e nella stessa URSS, quell'intervento rappresentò la fine delle illusioni in una possibile autoriforma (e in effetti non ci saranno più tentativi del genere). Pochi compagni osarono protestare sulla Piazza Rossa, e furono facilmente repressi.

Alcuni, che avevano fino a quel momento rappresentato un'opposizione che si richiamava al marxismo, finiscono per perdere ogni fiducia nelle proprie forze e approdano a una visione religiosa. Sarà emblematico il caso del gen. Grigorienko, che si era battuto in difesa di tutte le minoranze oppresse in nome delle concezioni di Lenin sull'autodecisione, e che negli anni Settanta si converte alla Chiesa ortodossa, unendosi in matrimonio religioso con la compagna con cui viveva da decenni.

Anche Solženicyn racconta che fino a quel momento aveva sperato in una capacità di correzione del sistema, e fu respinto dalla stupida brutalità esercitata per bloccare un tentativo di ricerca di una strada diversa al socialismo, un tentativo pacifico e prudente e chiaramente sostenuto dal consenso della stragrande maggioranza della popolazione. Non capiva che era proprio questo che terrorizzava l'ottusa burocrazia al potere al Cremlino. E gli era difficile capire che, nonostante le condanne verbali, i governanti di Washington e di Bonn, di Parigi e di Roma (e più di tutti i dirigenti socialdemocratici) tiravano un sospiro di sollievo nel vedere svanire il pericolo di un'esperienza di socialismo dal volto umano, non più appoggiato sui carri armati e quindi repellente.

L'indubbia involuzione della maggior parte dei "dissidenti", nei venti anni successivi alla sconfitta del tentativo di ritornare alle concezioni originarie del socialismo è frutto di questa combinazione di fattori negativi: in primo luogo la brutalità e l'arroganza delle gerontocrazie al potere, che espellono dal partito e cacciano dai posti di lavoro chi mantiene uno spirito critico (come è stato ricostruito magnificamente dai romanzi di Milan Kundera); in quegli anni Breznev conia anche la nefasta definizione del "socialismo reale", come "unico socialismo possibile, perché realmente esistente", che liquida ogni carica utopica del marxismo, di cui i burocrati si proclamano unici interpreti autorizzati; ma ugualmente gravido di conseguenze è il mancato sostegno non solo da parte di ogni partito comunista al potere ma anche di quelli che erano all'opposizione, avevano una storia di lotte, e a volte avevano perfino espresso una platonica solidarietà agli sconfitti, ma senza impegnarsi minimamente al loro fianco.10 Così l'unico appoggio possibile – a parte qualche "benefattore" non al di sopra di ogni sospetto come Soros - diventa quello dei sindacati tedeschi, collaterali all'imperialismo del loro paese, e di quelli statunitensi, più che infiltrati dalla CIA.
L'opportunismo delle direzioni del PCI e della CGIL, in Italia, che pronunciano una condanna verbale ma non si impegnano a sostenere l'opposizione, ha anche l'alibi della fronda della base più ottusa, un po' alimentata dal sospetto - non del tutto infondato - che il PCI puntasse solo alla propria legittimazione di fronte alla DC, ma anche dovuta ai tanti che abboccavano alla propaganda del regime di Praga che presentava l'entusiasmo dei giovani per la Coca Cola o la musica rock come un'opzione a favore dell'imperialismo yankee, mentre si trattava soltanto della reazione a un assurdo divieto.11 Lo stesso accadrà per Solidarnosc, la cui crescita fino a 10 milioni di iscritti venne attribuita a una "manovra della CIA", e "provata" dalla penna con la madonna di Czestochowa con cui Walesa firmò gli accordi di Danzica.12

 

In Cecoslovacchia, quando il regime si sfalda nel 1989, si vedrà che la viltà e l'opportunismo si pagano: Dubcek, ma anche altri protagonisti della primavera del 1968 un po' più lucidi di lui, non vengono perdonati per la loro iniziale acquiescenza di fronte all'occupazione, anche se hanno già pagato molto per i loro errori. Anche coloro che avevano continuato la lotta dall'estero come Pelikan o Mlynar, sono dimenticati. Tra gli eletti delle prime elezioni libere pochissimi sono gli esponenti della sinistra come Petr Uhl, e il ruolo preminente viene assunto da Vaclav Havel, che ha indubbi meriti per la sua produzione teatrale e per il suo coraggio, ma non per la sua comprensione politica. Così non sarà in grado di opporsi alla assurda separazione tra Repubblica ceca e Slovacchia, effettuata senza nessuna consultazione della popolazione. Il solo Uhl si opporrà invano alla spartizione, rifiutando di prendere la cittadinanza di uno dei due nuovi paesi.13 Qualche altro oppositore, come il socialdemocratico Waltr Komarek, che era stato a fianco di Guevara come consigliere, si differenzierà dal "nuovo corso" dimettendosi da ministro dell'Economia per non avallare le assurde privatizzazioni di imprese vitali come la Skoda.
La ricostituzione di un "partito comunista di Boemia e Moravia" con una certa consistenza, non ha inciso molto, anche per il suo settarismo e la caratterizzazione "nostalgica" che ne fa un partito prevalentemente di anziani. Tra i pochi giovani queste caratteristiche sono ancor più accentuate: per un certo periodo avevano scelto come contrassegno la riproduzione di un carro armato sovietico (riferito formalmente alla liberazione di Praga nel 1945, ma percepito da tutti come allusione a quelli dell'agosto 1968). Il PCBM ha oscillato a lungo intorno al 10-12%, ed è arrivato ad avere il 18,5% dei voti nelle elezioni del 2002, grazie alla sua opposizione al governo socialdemocratico sostenuto dall'esterno dai conservatori. L'aumento in percentuale era dovuta però non a un aumento dei voti, ma alla progressiva crescita dell'astensionismo, e alla tenuta del proprio "zoccolo duro", senza che aumentasse la sua reale influenza.14 Nelle elezioni del 2006 il PCBM è tornato al 12,8% dei voti.

 

Il bilancio complessivo di quell'esperienza del 1968 è dunque assolutamente negativo, sia per quanto riguarda i comunisti "riformatori", incapaci di reggere alla pressione dell'URSS, sia per quanto riguarda i repressori, che asserivano di voler "salvare il socialismo" e lo hanno screditato in modo tale che in quei paesi saranno necessarie diverse generazioni perché possa ricominciare a essere all'ordine del giorno.

In una prospettiva storica, tra qualche decennio, sarà più facile capire il prezzo pagato: negli anni Sessanta non era infondata o illusoria la prospettiva di un balzo in avanti e di una sintonizzazione di processi rivoluzionari mondiali nei tre settori fondamentali, paesi capitalistici avanzati, mondo ex coloniale e sistema sovietico. Basta pensare al 1968 in Messico, in Giappone, nei campus statunitensi, in Italia e Francia, in collegamento oggettivo e spesso cosciente con la lotta dei rivoluzionari vietnamiti.

Ancora nel momento di svolta della situazione italiana, con la grande lotta dei 35 giorni della FIAT, c'erano operai di avanguardia, non solo trotskisti, che guardavano all'esempio di Danzica.

La strada da percorrere per ricostruire l'internazionalismo è lunga, ma passa inevitabilmente per la riflessione su quel che ha spezzato quelle lotte e quella prospettiva di estensione della rivoluzione nel mondo. Cercando i responsabili non solo tra le file del nemico, ma tra chi con il nemico ha collaborato o almeno ha aperto le porte.

Antonio Moscato

1 Relazione presentata al II Convegno Internazionale del Centro Studi Livio Maitan, "Il ’68 quarant’anni dopo”, Roma, 31 gennaio - 1 febbraio 2008.

2Durante il biennio di collaborazione tra URSS e Germania nazista nessun partito comunista aveva avviato una qualche forma di resistenza all'occupazione tedesca, e anzi alcuni di essi avevano tentato assurdamente di far autorizzare i propri giornali, che elogiavano la volontà di pace di Hitler. I cechi poi avrebbero dovuto iscriversi al Partito comunista tedesco, che pretendeva di annettere il PCC come i nazisti avevano annesso Boemia e Moravia. Gli slovacchi erano anche in difficoltà, perché l'URSS aveva riconosciuto subito il regime collaborazionista e secessionista di monsignor Tiso. Solo dopo l'aggressione nazista cominciò la resistenza organizzata dai comunisti, che comunque fu fortissima solo in Jugoslavia e Grecia.

3 Nei programmi della maggior parte dei partiti cecoslovacchi oltre al riconoscimento dell'alleanza con l'URSS (che comportava anche l'accettazione di alcune correzioni dei confini) c'erano anche la riforma agraria e diverse nazionalizzazioni.

4Per un'ampia ricostruzione dello "spirito di Jalta" si veda la prima parte del mio libro Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Manduria-Roma, 1988.

5La rivolta operaia di Berlino Est era stata liquidata facilmente come "fascista" in tutto il movimento comunista, in base all'equazione "tedesco uguale nazista", che aveva caratterizzato la propaganda di guerra sovietica, ripresa dai partiti comunisti di tutto il mondo. In realtà, ancora nel 1946 il partito comunista aveva ottenuto importanti risultati nelle elezioni di diverse città della Germania occidentale, e molti operai comunisti e anche socialdemocratici di sinistra si erano spostati a est per "partecipare alla costruzione del  socialismo". Non dimentichiamo che il Reich millenario era durato poco più di dieci anni e l'orrore della guerra aveva spinto a sinistra molti tedeschi. Sarà la brutalità dell'occupazione, con il suo terribile strascico di stupri e di rapine, e la cacciata di milioni di tedeschi dalle terre assegnate a Polonia, Cecoslovacchia e Unione sovietica, a produrre un poderoso anticomunismo. Per giunta la rivolta del giugno 1953 era priva di caratterizzazioni ideologiche ed era nata spontaneamente per rispondere a continui tagli dei tempi di cottimo, che rendevano insopportabile e sempre meno retribuito il lavoro nei grandi cantieri edili. La sua repressione con i carri armati ebbe tremende ripercussioni ed accelerò l'esodo verso occidente, che sarebbe stato bloccato più tardi solo con la costruzione del muro.

6  Il brano è tratto dalle conversazioni televisive di Ota Šik pubblicate in Italia col titolo La verità sull’economia cecoslovacca, Etas Kompas, Milano, 1969, p. 91.

7 Va detto che Pelikan usò questa possibilità in modo ineccepibile solo per difendere i diritti di tutte le opposizioni nei paesi del "socialismo reale", ma indubbiamente questa vicenda fu utilizzata dalla socialdemocrazia europea in chiave anticomunista.

8 Rinvio per questo a un articolo su "Guevara e il maoismo in Italia" apparso sul n. 36-37 del 1993 di Bandiera Rossa, in cui avevo presentato una panoramica delle sciocchezze dette dai maoisti italiani su Guevara e Castro (accusato di "essersi venduto agli Stati Uniti" già nella seconda metà degli anni Sessanta). Ero ritornato sull'argomento recensendo il libro curato da Tommaso Di Francesco (L'assalto al cielo. La rivoluzione culturale quarant'anni dopo, Manifestolibri, Roma, 2006) sul n. 19 (luglio/agosto 2006) di ERRE. In occasione della presentazione del libro ero stato colpito dal fatto che alcuni ex dirigenti della ex "nuova sinistra" come Luciana Castellina o Edoarda Masi avevano ammesso, senza ricavarne nessuna conseguenza, che la rivoluzione culturale era finita o trasformata sotto la pesante influenza normalizzatrice dell'esercito già nel 1968, quando loro la esaltavano, mentre liquidavano completamente il ruolo di Cuba e insieme ad essa quanto si poteva già conoscere della riflessione di Guevara. Una mia analoga polemica con la Rossanda aveva provocato una risposta sdegnata di Vittorio Rieser. Sulle conseguenze negative di quel mito, a quanto pare, non si vuol discutere, e neppure ammettere che fu un mito costruito a prescindere dalla realtà cinese. In ogni caso, l'atteggiamento di Castro facilitò questo approdo acritico al maoismo.

9 Nel mondo infatti molti gruppi maoisti hanno un bilancio di orrori: non penso solo al caso mostruoso di Pol Pot e degli Khmer rossi cambogiani, o del peruviano Sendero luminoso, che ha ucciso ben più militanti comunisti e rivoluzionari che militari; ci sono non pochi gruppi che nel loro paese hanno appoggiato l'estrema destra purché antisovietica... E anche nell'ideologia delirante di vari gruppi terroristi la componente derivata dal maoismo è facilmente identificabile.

10La Cina fa discorsi infuocati sui "nuovi zar", ma appoggia in Cecoslovacchia e poi in Polonia solo microscopici gruppetti di squallidi stalinisti ospitati a Pechino, i cui documenti hanno un effetto repellente su qualsiasi lettore. Peraltro sostiene il terribile regime di Ceausescu, non migliore degli altri, ma che mantiene un rapporto cordiale con il maoismo.

11Lo stesso accade ancor oggi con ogni dissidente cubano o cinese, presentato come servo dell'imperialismo se ha tentato di far arrivare all'estero gli scritti che non può pubblicare in patria. I "pellegrini" che vanno all'Avana a cercare conferme alla proprie certezze, liquidano come inattendibile qualsiasi osservazione critica se proviene da un giovane interessato a quei prodotti o musiche occidentali che erano stati vietati per decenni.

12Sulle ragioni della crescita del peso politico della Chiesa negli anni della repressione rinvio al mio libro Chiesa, partito e masse, cit., pp. 51-68, 103-137 e passim. Tra quelli che prendevano a pretesto quella penna per negare l'appoggio agli scioperanti di Danzica, pochi ricordavano o sapevano che le prime manifestazioni operaie nella Polonia del 1956 e del 1970 erano state represse da carri armati che sventolavano la stessa bandiera rossa dei dimostranti...

13 Petr Uhl, nel 1968 era un dirigente dei giovani comunisti, e aveva già un orientamento trotskista; subito dopo l'invasione aveva costituito un piccolo Movimento della gioventù rivoluzionaria che gli valse il primo processo della "normalizzazione". Dopo una prima condanna a quattro anni, ne ha scontate molte altre, e pochi giorni prima della cosiddetta "rivoluzione di velluto" era stato nuovamente arrestato.

14 Lo stesso si può verificare in altri paesi ex socialisti, dalla Polonia all'Albania. Particolarmente ingannevole l'entusiasmo con cui alcuni ingenui compagni italiani del PdCI o del PRC salutano i successi degli ex comunisti, che spesso sono non meno liberisti dei loro avversari: in genere ottengono buoni risultati quando la coalizione avversa ha deluso molto, per perdere alle successive elezioni (in base alla cosiddetta "legge del pendolo"), senza che il loro arrivo al governo, o la loro sconfitta cambi molto.