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I grandi nodi del Novecento › Scismi, eresie e tentativi alternativi

Jugoslavia, Cina, Cuba: cos'hanno in comune?

Scismi, eresie e tentativi alternativi · pubblicato il 29 giugno 2009 · 2 min di lettura


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Il titolo di questa sezione dell'Archivio può sembrare basato su un accostamento casuale: tuttavia, nonostante le apparenze, le vicende delle tre rivoluzioni hanno qualcosa in comune: non erano state appoggiate e anzi erano state guardate con sospetto da Stalin e dai suoi collaboratori ed eredi.

Il primo conflitto a venire alla luce è stato quello iugoslavo. Era cominciato durante la guerra, quando il gruppo dirigente del più forte partito comunista balcanico non aveva seguito le indicazioni di Mosca, che insistevano sulla costituzione di un fronte interclassista allargato al re e alle classi dominanti, per rispettare gli accordi con la Gran Bretagna sulla spartizione del mondo.

La disobbedienza non era stata perdonata, nonostante avesse assicurato ai comunisti un successo straordinario nella lotta al nazifascismo. Il sospetto di Stalin su Tito, Kardelij, Djilas si era accresciuto quando il gruppo dirigente jugoslavo aveva protestato contro il comportamento dell'Armata Rossa durante il passaggio nella Serbia settentrionale, e aveva scoperto e bloccato il reclutamento di militanti e ufficiali per i servizi segreti sovietici. Così nel 1948 Stalin aveva deciso di punire i dissidenti, illudendosi di poterli "schiacciare col suo dito mignolo".

Non era riuscito neppure a incrinare il gruppo dirigente jugoslavo, ed era nato appunto uno scisma (di cui parliamo ampiamente nel libro sui Balcani), che aveva lasciato un’incrinatura profonda nel sistema dogmatico staliniano: la nuova dissidenza era protetta da uno Stato, appoggiato su un esercito fortissimo perché forgiato in una dura lotta popolare e poteva beneficiare di un prestigio internazionale senza confronto per l’originalità della sua esperienza.

Il termine scisma è più valido di quello di eresia, in primo luogo perché perfino subito dopo la scomunica di Mosca, Tito aveva continuato a sostenere (non a torto) di essere uno staliniano. Furono soprattutto i suoi collaboratori più stretti a convincerlo che doveva differenziarsi anche ideologicamente, se non voleva essere riassorbito.

 

Anche il partito comunista cinese, che era stato portato alla  catastrofe nel 1926-1927 dall'imposizione – da parte del Comintern di Stalin e Bucharin - di una linea di collaborazione di classe con il maggior partito della borghesia filoimperialista, il Kuo Min Tang, aveva seguito poi una sua strada originale dal momento in cui era emersa la nuova direzione raccolta intorno a Mao, pur senza polemizzare apertamente con gli emissari di Mosca

Gli osservatori più attenti tuttavia non potevano ignorare che anche la grande Cina non era totalmente «ortodossa», giacché tutta l’ascesa rivoluzionaria era stata caratterizzata da un prudente intreccio tra ossequi formali alla «linea generale» del Comintern e una concreta attuazione basata esclusivamente sull’esperienza diretta, che spesso suggeriva nella pratica comportamenti radicalmente divergenti da quelli auspicati a Mosca

 

Queste caratteristiche spiegano le premesse dei conflitti tra l'URSS e le altre due rivoluzioni. Solo apparentemente diverso il caso di Cuba. Il gruppo dirigente castrista non aveva conosciuto scontri con Mosca prima della vittoria della rivoluzione semplicemente perché non aveva nessun rapporto. Ma è sintomatico l'atteggiamento del partito comunista cubano filosovietico, ostile all'avventuriero Castro fino a pochi mesi prima del successo. È vero che a una rottura formale non si è mai arrivati, ma i conflitti – soprattutto per la strategia in America Latina - sono stati tanti e in alcuni periodi abbastanza aspri, e senza di essi non si capirebbe la partenza di Guevara.

Inserire pag unità Moncada