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Il Brasile potenza subimperialista

L'America Latina e Cuba · pubblicato il 5 luglio 2009 · 8 min di lettura


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Il Brasile potenza subimperialista?

Un buon articolo di Renaud Lambert sul numero di giugno de "Le Monde Diplomatique" presenta i problemi attuali del Brasile di fronte alla crisi economica e al rischio di fuga dei capitali attratti negli ultimi anni dai facili guadagni. Lambert documenta anche perché hanno sostenuto Lula le 20.000 grandi famiglie brasiliane che detengono l'80% dei titoli del debito(la cui remunerazione costituisce il 30% delle uscite del bilancio federale, mentre appena il 5% va alla sanità e il 2,5% all'istruzione). Consiglio senz'altro la lettura di questo articolo.

Ma lo spostamento di Lula verso destra non è una novità dell'ultimo momento. Riproduco qui uno stralcio dedicato a questo nel mio libro Il risveglio dell'America latina, Alegre, Roma, 2008, e successivamente un testo di notevole importanza di Mathias Luce sulla penetrazione dei capitali brasiliani in America Latina, in spagnolo.

Il ruolo del Brasile di fronte al processo bolivariano

 

[...] Nel corso del 2007 si sono delineati conflitti sempre più acuti tra Brasile, Venezuela e Bolivia. Conflitti sorretti in parte da considerazioni ideologiche, ma soprattutto da robusti interessi. La Petrobras è ormai una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, che opera in Argentina, Paraguay, Uruguay, Colombia, Bolivia e ultimamente anche in Messico, dove sta tentando di arrivare a un accordo con la Pemex, anch'essa ex nazionalizzata e a capitale misto, ma in grave declino. Evo Morales, ha però mantenuto la promessa di operare per il recupero delle risorse energetiche, nazionalizzando due raffinerie e imponendo alla Petrobras (alleata della spagnola Repsol e della francese Total) di rinegoziare gli accordi di esplorazione e produzione. Dopo un duro braccio di ferro, durante il quale la Bolivia ha perfino schierato l'esercito per evitare l'interruzione della produzione, il Brasile, che importa la metà del gas che consuma dai giacimenti boliviani, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e pagare di più. Morales ha momentaneamente vinto ma, come abbiamo accennato, ha sostituito bruscamente Andrés Soliz Rada, ministro degli Idrocarburi, che aveva innescato la pericolosa crisi.

Il Brasile insomma, uscito dalla grave crisi del 2001-2002 con un certo slancio, punta a un ruolo decisamente egemone a livello continentale, e ha cominciato a frenare sulla realizzazione dei progetti venezuelani, in particolare sulla concretizzazione del "gasdotto bolivariano" verso il cono sud: serve al Brasile nelle regioni del nord, ma non dovrebbe mettere in pericolo il quasi monopolio brasiliano in paesi come l'Uruguay e il Paraguay.

Già nel primo periodo di presidenza Lula si era visto che l'accordo che gli aveva consentito di essere eletto non era solo con i partiti politici del centro destra o della destra, ma era con lo stesso grande capitale brasiliano, che opera su scala continentale e non solo (ha tentato operazioni importanti anche in Africa), ed è strettamente intrecciato con grandi società transnazionali.

Nel suo secondo mandato questa politica di Lula si è maggiormente esplicitata: non si trattava più di comprare in contanti singoli deputati e interi partiti del corrottissimo mondo parlamentare brasiliano, ma di ottenere la fiducia dei capitalisti. E l'ha avuta.

Mentre aumentava l'inquietudine di importanti settori sociali e rinasceva una spinta a sinistra nel suo stesso partito, Lula ha ricevuto l'appoggio del presidente Bush, che ha incluso il Brasile nella sua tournée latinoamericana del marzo 2007, che ha toccato oltre al Brasile paesi con governi amici come Colombia, Guatemala e Messico, e inoltre l'Uruguay nominalmente di centro-sinistra. Non l'Argentina, in cui si è recato quasi contemporaneamente Chávez (e da cui pochi mesi dopo si è ritirata la Exxon, che vi operava fin dal 1911 e controllava un modesto ma non insignificante 12% del mercato).

Nel primo incontro Lula ha inizialmente ripetuto blandamente alcune polemiche con gli Stati Uniti, soprattutto sul permanere dei dazi protezionistici, e ha contrapposto il biodiesel brasiliano ricavato dalla canna da zucchero all'etanolo derivato dal mais, ma in breve tempo si sono gettate le basi di un successivo accordo di lungo respiro: entrambi sono convinti che il futuro è dei biocarburanti. L'abbraccio su questo piano (sancito da un invito a Lula, primo e unico capo di Stato latinoamericano, nella residenza di Bush) ha assunto presto il carattere di un buon affare da sviluppare in comune, ma ha anche offerto un'ottima occasione per una forte differenziazione del Brasile rispetto al Venezuela di Chávez e i suoi alleati (in particolare Fidel Castro, che ancora in convalescenza aveva scritto un duro articolo contro chi farà alzare ancora i prezzi dei cereali, dello zucchero, ecc. sottraendo terre preziose alla produzione di alimentari, per rifornire voraci automobili di lusso).

È evidente che una specie di OPEC dell'etanolo in cui il peso di Stati Uniti e Brasile sarebbe determinante, ma a cui sono invitati paesi del Centro America in grado di produrre canna da zucchero, significa mettere i bastoni tra le ruote a Chávez, che ha oggi un peso determinante nel continente proprio grazie al fin troppo generoso uso del petrolio (il cui alto prezzo, per giunta, potrebbe essere abbassato se l'offerta di biocarburanti riuscisse a essere veramente alta come nei programmi di Lula e Bush).1
Lula ha accettato le lusinghe di Bush, che ha fatto proporre dal suo ambasciatore anche un possibile allargamento della NATO al Brasile, che d'altra parte si è impegnato nella assai discutibile operazione di polizia internazionale "umanitaria" ai danni della povera Haiti. Bush comunque è molto contento di avere una copertura "da sinistra" a un progetto duramente contestato dalle organizzazioni contadine ed ecologiche, cattoliche e laiche, sia per gli effetti squilibranti su economie con grossi problemi di sottonutrizione (in Messico già il prezzo della tortilla è raddoppiato...), sia per la reintroduzione di forme di monocoltura nuove e non più ereditate dal passato coloniale, con tutti i prevedibili problemi.2

Lula tuttavia deve fronteggiare resistenze forti nel suo stesso partito (a cui peraltro dà sempre meno importanza, rispetto alle coalizioni con i conservatori, che vorrebbe riproporre anche per il 2010, quando non potrà ricandidarsi, per la solita norma che c'è in Brasile come in quasi tutti i paesi del continente e che Chávez avrebbe voluto abolire).

Lula pensa a una candidatura non del PT ma del partito conservatore sempre più influente nel governo, PMDB, a cui intanto è stato già affidato il ministero della Difesa, in precedenza nelle mani di Waldir Pires, un vecchio militante della sinistra a lungo esiliato sotto la dittatura e perciò inviso ai militari.3
Il Congresso del PT si è chiuso il 2 settembre 2007 a São Paulo, con retoriche dichiarazioni sulla difesa del carattere socialista del "progetto di paese" che il partito propone al Brasile, che non sembrano corrispondere alla realtà. Più sostanziosa, anche se sono da verificare i tempi di realizzazione e i presumibili sabotaggi, la decisione di appoggiare un "plebiscito informale" che chiede di annullare la privatizzazione della grande impresa mineraria Vale do Rio Doce. Una mozione presentata secondo la stampa da "una corrente minoritaria di idealisti trotskisti", è stata imprevedibilmente votata da tutto il congresso. Il sindacalista João Felicio, ha detto al congresso che era impossibile opporsi a questa proposta dato che Vale do Rio Doce era stata venduta fraudolentemente nel 1997 al tempo della presidenza di Fernando Henrique Cardoso per 3 miliardi di dollari, e ora vale circa 45 miliardi. Vale do Rio Doce è una delle più grandi compagnie minerarie del pianeta, considerata la seconda nella produzione di manganese, e con alte produzioni di ferro, rame, alluminio ecc. Oggi opera anche in Angola, Argentina, Australia, Cile, Cina, Stati Uniti, Francia, Gabón, India, Giappone, Mozambico, Mongolia, Norvegia, Perú, Svizzera e Sudafrica. Lo Stato brasiliano aveva investito enormi capitali, per trasportare il ferro dalle miniere di Eldorado Carajás, nel Pará, al porto di São Luis, e aveva costruito navi gigantesche per farlo arrivare in Europa.4

I giornali italiani hanno presentato questa rinazionalizzazione come cosa fatta, e comunque approvata da Lula, che effettivamente non ha potuto non votare la mozione. Vedremo se la forza della destra interna al governo non sarà utilizzata da Lula per rendere vana la decisione del congresso. Non sarebbe la prima volta. E, d'altra parte, dare la colpa alla destra è un po' un alibi: certi stretti collaboratori di Lula, del suo stesso partito, come l'ex ministro dell'Economia Antonio Palocci, non "subiscono la pressione della destra", ma ne condividono ormai le idee.

In ogni caso si delinea un braccio di ferro che va al di là del partito dei lavoratori, perché per il referendum erano già scesi in campo il Movimento Sem Tierra (MST), Vía Campesina, la confederazione sindacale unica CUT e il coordinamento dei movimenti sociali, appoggiato dalla stessa Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB).

Un altro scontro pericoloso per Lula riguarda la deviazione del fiume São Francisco (il terzo fiume del Brasile) con 720 km di canali e una spesa prevista di almeno 2,5 miliardi di euro. Un progetto che minaccia un ambiente già disastrato ed è finalizzato non a irrigare terre da distribuire ai Sem Terra, ma ai latifondi, agli allevamenti di gamberi e alle culture agricole industriali destinate all'esportazione (magari come biocombustibili). La lotta è stata fatta propria da un vescovo di origine italiana, Luis Cappio, con uno sciopero della fame ribattezzato "digiuno di preghiera", con l'appoggio di molte organizzazioni contadine e della deputata del PSOL Luciana Genro, figlia di quel Tarso Genro ministro della Giustizia (della destra del PT) di cui abbiamo parlato.5 [...]

(7/10/08)

1 Alberto Garrido, Con l’asse dell’etanolo Bush e Lula assediano Chávez, nel Quaderno speciale “Brasile”, di Limes, cit. pp. 39-46. Cfr. anche M. Paolini, L’impero di Petrobras, cit.

2 La produzione di biocarburanti non è l'unica e neppure la principale causa del vertiginoso rialzo dei prezzi dei cereali delineatosi nel 2008, ma indubbiamente aggrava il problema.

3 Il nuovo ministro della difesa, Nelson Jobim, ha dichiarato al momento della crisi di marzo 2008 tra Colombia ed Ecuador, che le truppe brasiliane hanno l'ordine di aprire il fuoco in caso di sconfinamenti di combattenti delle FARC. Ma anche i ministri provenienti dal PT non sono da meno: ad esempio Tarso Genro, storico dirigente di Porto Alegre, di cui è stato sindaco, una volta diventato ministro della Giustizia ha rifiutato la consegna alla magistratura italiana di noti torturatori identificati come responsabili del "piano Condor". Evidentemente si deve evitare di inimicarsi l'esercito...

4 Serena Corsi, Ai vampiri piace il ferro, il manifesto, 5 settembre 2007, ha descritto la vicenda della Vale do Rio Doce dal punto di vista dei pescatori di São Luis.

5 Un ampio servizio di Rocco Cotroneo è apparso sul Corriere della sera (13/12/07), mentre Sabina Morandi su il manifesto dello stesso giorno ha ricostruito bene gli schieramenti politici su questo caso emblematico.