Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › La proiezione dello stalinismo nel mondo

La rivoluzione ungherese - 1956

La proiezione dello stalinismo nel mondo · pubblicato il 9 agosto 2009 · 67 min di lettura

Scarica il file originale (RTF, 200 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

 

La rivoluzione ungherese del 1956

HUNGARICUS, TRENT'ANNI DOPO1

Il primo tentativo di analisi del “socialismo reale” uscito dall'interno del sistema, regge bene alla verifica del tempo. Il testo conosciuto dagli specialisti come il “documento Hungaricus”, e che circolò dattiloscritto in Ungheria e poi nell'emigrazione a partire dal dicembre 1956, appare oggi straordinariamente lucido e in larga misura utile non solo per capire il passato dell'Ungheria e delle altre “democrazie popolari”, ma anche gli sviluppi successivi.

Scritto a caldo, appena un mese dopo la sanguinosa repressione della seconda “Repubblica del Consigli operai”, col titolo Qualche insegnamento della rivoluzione democratica e nazionale ungherese, questo libro non pretende di ricostruire le giornate di ottobre, né la personalità di Imre Nagy, ma raccoglie le fila di una riflessione, cominciata evidentemente da anni, sulle caratteristiche del sistema staliniano e sulle ragioni profonde della sua crisi.

Si tratta, in primo luogo, di una testimonianza eccezionale sul travaglio interno attraversato dal partito comunista tra il 1953 e il 1956. L'autore parla a lungo, in chiave severamente autocritica, dei limiti dell'opposizione, di cui ha fatto parte; ne descrive il ruolo nell'apertura della crisi del regime Rákósi, ma ne sferza anche l'impotenza:

Il merito dell'opposizione interna al partito ungherese è quello di avere formulato un giudizio critico di rilevanza storica sul regime di Rákósi, preparando così, senza volerlo, la rivoluzione nazionale e democratica dell'ottobre scorso, nella quale il popolo insorto, impugnando le armi, ha manifestato il suo accordo con la sua critica. La storia ha legittimato dunque questa opposizione, ma ne ha dato al tempo stesso un giudizio severo, in quanto non è riuscita a dimostrarsi effettivamente fedele alla propria causa organizzandosi in forza indipendente. Mentre le risoluzioni di condanna dell'opposizione parlavano di “gruppo antipartito organizzato” [...] i membri dell'opposizione si accontentavano di discutere, domandandosi ancora se dovessero davvero organizzarsi. Non hanno cercato di andare incontro al popolo, [...] e, anche nelle settimane immediatamente precedenti la rivoluzione, si attardavano ancora a redigere petizioni e a lanciare avvertimenti da Cassandre [...]. Ecco perché lo scoppio della rivoluzione li ha colti non sulle barricate, ma nei corridoi di un Comitato centrale ormai paralizzato. Certo, l'opposizione aveva “preparato” la rivoluzione, ma tranne qualcuno dei suoi membri è stata la più sorpresa quando questa è scoppiata. Nella giornata del 23 ottobre l'opposizione ha sfilato per le strade, felice e trionfante, ma, venuta la sera, assisteva impotente, sconcertata, all'improvviso dilagare dell'imprevedibile corso della Storia. Il popolo si era sganciato da lei perché lei era rimasta staccata dal popolo.

Questo breve bilancio è essenziale per capire al tempo stesso la forza straordinaria dell'ottobre ungherese e la totale incapacità dei suoi protagonisti di provvedere e fronteggiare il pericolo imminente.

Lo stesso autore, che pure ha raggiunto una notevole comprensione delle ragioni che hanno lasciato tragicamente isolata la rivoluzione ungherese, rivela ancora a tratti le tracce delle illusioni nutrite nei confronti del comunismo jugoslavo e di quello italiano (i cui dirigenti furono unanimi nel lasciare via libera alla repressione). Ma si tratta di residui, appunto, riscontrabili soprattutto negli argomenti con i quali commenta con stupore quelle che gli sembrano ancora incoerenze o incomprensioni, mentre sono complicità con i repressori e fastidio nei confronti di un movimento di massa “incontrollato” e quindi immediatamente rifiutato.

In realtà la lucidità di Hungaricus emerge chiaramente quando affronta il problema della non trascurabile frangia di vecchi oppositori (che quindi erano stati “oggettivamente” all'origine del movimento dell'Ottobre 1956) avvicinatisi a Kádár non per viltà ed opportunismo già nei giorni immediatamente successivi all'intervento sovietico. Egli dissente profondamente da loro, ma non certo perché preveda una rapida caduta del regime imposto dai carri armati sovietici: «oggi si gettano le basi del consolidamento del regime di Kádár, prevedibilmente con successo».

D'altra parte, egli osserva senza fraintendimenti le “tecniche” con le quali il governo punta a conquistare gli incerti, gli spoliticizzati. Tra le altre, egli registra una singolare novità: l'immissione nella stampa di regime di alcuni ingredienti della stampa popolare dei paesi capitalistici, come la sovrabbondanza di cronaca nera e le foto di ragazze discinte. Accanto a questi espedienti deteriori, naturalmente, ci sono anche concessioni più sostanziali alle aspirazioni delle masse: in particolare la fine delle consegne obbligatorie all'ammasso, che già Imre Nagy aveva deciso rispondendo a una diffusa esigenza dei contadini, e che non è stata revocata. Anche la mancata soppressione dei Consigli operai nel momento in cui l'autore scrive è colta, giustamente, come concessione sostanziale e non come puro espediente tattico. I Consigli operai sono stati tollerati più a lungo di quanto fosse preve­dibile non solo per la difficoltà di sopprimerli senza nuovi traumi, ma perché, una volta impedito il loro coordinamento nazionale e sciolto quello della grande Budapest, il governo pensava di poterne inserire almeno una parte nel suo progetto di riforme possibili nel contesto obbligato creato dall'intervento sovietico. Hungaricus non ha dubbi sul fatto che Kádár punti a realizzare una parte del programma che aveva innescato la rivoluzione, e che possa farlo: questa strada, tuttavia, non porterà più in là della trasformazione dell'Ungheria nella più liberale delle province sovietiche (una battuta, ricorrente a livello popolare, parlerà successivamente della “più allegra baracca del lager"). Ma egli aggiunge:

Sarebbe in effetti difficile dopo la rivoluzione riprendere le cose al punto in cui Gerö è i suoi le hanno lasciate. Kádár sicuramente ci medita sopra nelle sue notti di insonnia. Per questo l'Ungheria può diventare teatro di un fenomeno tutt'altro che unico nella storia: una volta stroncata la rivoluzione, alcune importanti rivendicazioni degli insorti saranno soddisfatte. Perché questo si realizzasse valeva dunque la pena di combattere. Però bisogna comprendere che questa via è costellata dei cadaveri degli eroi della rivoluzione, che è la via di una provincia imperiale che salda strettamente l'Ungheria a Mosca, una via che il popolo non potrà imboccare né mai imboccherà liberamente e volontariamente.

Hungaricus quindi dissente profondamente da quella parte dell'opposizione che si è rassegnata all'esistente e collabora con Kádár, ma al tempo stesso è sorpreso e indignato da tutti coloro che, dopo anni o decenni di milizia comunista, sono stati spinti dalla disillusione a sperare nella democrazia borghese. Le ragioni di questo atteggiamento, che conosciamo bene, ed è assai diffuso anche tra chi ha conosciuto prove meno drammatiche dei marxisti ungheresi, sono ben presenti all'autore:

È vero che oggi una democrazia borghese che si rispetti garantisce ai cittadini libertà e benessere infinitamente maggiori di quanto non facciano le repubbliche socialiste fatte in serie dai sovietici. Ma neanche la più evoluta delle democrazie borghesi è riuscita a modificare l'essenza del regime capitalistico che, attualmente, si manifesta con tutta la sua brutalità nella guerra cinicamente scatenata dai conservatori britannici e dai socialisti francesi.

La condanna dell'avventura di Suez, tentata dai nostalgici dei “bei tempi” del colonialismo classico franco-britannico, di concerto con i governanti dello Stato di Israele, è nettissima; essa discende, d’altra parte, dal crollo delle illusioni sulla disponibilità delle “democrazie” occidentali a sostenere la rivoluzione ungherese. Ciascuno, nel suo “campo” ristabilisce l’ordine come può e come vuole. È interessante notare che questo atteggiamento fu condiviso dalla maggior parte dei dirigenti della rivoluzione ungherese, che non mancarono di condannare l’intervento a Suez, comprendendo il nesso strettissimo tra quell'operazione e l’intervento sovietico nel loro paese2. Anche in questo, la rivoluzione ungherese fu straordinariamente più matura e alimentata da una tradizione internazionalista di qualsiasi altro successivo movimento sorto nei paesi del blocco sovietico3.

Il valore del libro, tuttavia, non è riducibile alla testimonianza sulla visione del mondo che caratterizzava l'opposizione democratica ungherese sorta nel movimento comunista alla vigilia del 1956. Molte delle osservazioni di Hungaricus colgono alcune caratteristiche che sono rimaste costanti nelle società sorte ad imitazione del modello sovietico. Ed anzi, più in generale, Hungaricus descrive alcuni atteggiamenti comuni a partiti comunisti assai diversi per origine e vicende e, a volte, anche apertamente in polemica tra loro, ma pur sempre modellati sul partito comunista dell'URSS plasmato da Stalin dopo (ed anzi durante) la distruzione della maggior parte della vecchia guardia bolscevica.

La ragione principale della validità non contingente della maggior parte delle riflessioni contenute nel libro è legata al metodo che lo ispira: partire dalla storia, dall'esperienza, anziché lanciarsi in una speculazione astratta. Così, i limiti della critica jugoslava allo stalinismo non vengono ricercati in qualche errore concettuale, ma nelle caratteristiche della stessa esperienza della direzione comunista jugoslava, nata interamente nel solco staliniano, e distaccatasi dall'URSS – non per sua scelta – solo perché non farlo significava tradire i legami stabiliti durante la lunga lotta con un popolo che aveva combattuto insieme per la terra, per la fine del vecchio regime di oppressione, ma anche per l'indipendenza del proprio paese, che la casta militare e la monarchia non avevano saputo difendere. L'incapacità di Tito di valutare lo stalinismo altrimenti che in termini moralistici è strettamente legata dunque al fatto che il cosiddetto “titoismo” è una variante dello stalinismo, non un'alternativa radicale.

Verso Togliatti, del quale probabilmente ignorava la responsabilità di primo piano in avvenimenti tragici che avevano distrutto e decimato molti partiti comunisti, compreso quello ungherese, negli anni Trenta, Hungaricus è forse troppo benevolo, limitandosi a cogliere le contraddizioni e le reticenze, senza assimilarlo pienamente alla burocrazia sovietica, dalla quale invece era stato fino allora indistinguibile (e della cui élite aveva fatto parte a pieno titolo per oltre vent'anni)4. Ma, una volta verificato il rifiuto di procedere oltre quella critica metodologica al carattere idealistico della denuncia del “culto della personalità” (critica formulata da Togliatti nella famosa intervista a “Nuovi Argomenti"5), Hungaricus si distacca totalmente da questi alleati apparenti, e riconduce la critica al sistema sovietico, alle sue origini. Egli ricostruisce quindi, abbastanza correttamente, i dibattiti degli anni Venti e Trenta.

La conclusione a cui arriva è in parte convergente con quella dell'Opposizione di sinistra e di Trotskij:

Coloro che trascinano Stalin nel fango, pur considerando la politica sovietica da lui elaborata come la quintessenza della saggezza, si mostrano molto ingiusti verso il loro capo. Non si dovrebbero respingere con disprezzo i metodi di Stalin, quando se ne difendono gli obiettivi. Quello che occorre fare è andare fino in fondo alle cose. La pratica non ha ancora permesso di troncare la polemica sulla teoria della dittatura del proletariato. Essa ha tuttavia dimostrato in maniera irrefutabile che, in un paese la cui popolazione è composta nella grande maggioranza da contadini, la dittatura del proletariato e l'edificazione del socialismo in sei o otto anni non sono possibili che per mezzo di un regime dispotico di una violenza estrema, rivolta prima contro i contadini, poi contro l'insieme del popolo.

Ciò che era stato verificato per la Russia, valeva tanto più per paesi dove i comunisti erano ancor più insignificanti numericamente e assai meno radicati (per non parlare del gravissimo abbassamento del livello politico provocato dalla sostituzione del dibattito con le giaculatorie e le formule talmudistiche). Tanto più per paesi come la Polonia e l'Ungheria, dove l'azione combinata della repressione borghese, degli errori dei giovani partiti comunisti negli anni del primo dopoguerra e della decimazione dei gruppi dirigenti da parte di Stalin nel corso degli anni Trenta, aveva letteralmente disintegrato il movimento comunista, che si era trovato di fronte concorrenti ben più robusti nel corso della lotta al nazismo.

Con il compito della “costruzione del socialismo con la forza” (che giustamente Hungaricus identifica come chiave dell'intesa tra Stalin e un apparato burocratico che diventa indispensabile solo per questo programma), diventa l'unica possibilità (col suo tragico fardello di sangue e di campi di concentramento) una volta fatta la scelta di “costruire il socialismo” in paesi dove la popolazione pensa a tutt'altro e non riconosce una funzione dirigente ai comunisti (il 17% dei comunisti ungheresi in elezioni pur condizionate dalla presenza dell'Armata rossa è un caso emblematico). Contemporaneamente si impone ai comunisti la strada della collaborazione di classe, dell'accettazione della restaurazione del vecchio ordine spazzato via dalla guerra e si lascia via libera alla repressione conservatrice dove essi rappresentano la maggioranza assoluta dei combattenti della resistenza e godono dell'appoggio della popolazione, ma non rientrano nei paesi assegnati alla sfera d'influenza dell'URSS: il caso della Grecia è il più limpido6.

Hungaricus ha vissuto dall'interno il processo di formazione del gruppo dirigente comunista al potere dopo la seconda guerra mondiale e ne conosce bene i meccanismi. Alcune delle pagine più interessanti riguardano la concretizzazione della linea staliniana in Ungheria. Da un lato «il terrore finisce per assumere forme tragicomiche», giacché l'ombra di dissenso espresso su una questione marginale è sufficiente per innescare indagini su eventuali parenti all'estero, o su origini “non proletarie”… fino a costituire voluminosi dossier su ciascun militante, non sempre usati, ma sempre presenti come ricatto permanente. E poi, i processi-farsa, spettacoli prefabbricati che, pure, trovarono tanti intellettuali occidentali pronti a garantirli. Processi che con la loro assurdità imponevano una fede cieca e irrazionale, non meno indispensabile della paura per perpetuare un regime anacronistico. L'usurpazione del potere operaio da parte della burocrazia, se aveva una parziale (e, va da sé, insufficiente) giustificazione negli anni della guerra civile, della dispersione della classe operaia russa che aveva fornito la base naturale ai soviet del 1917, dello sprofondamento della rivoluzione nel pantano, dell'arretratezza della vecchia Russia contadina, era ormai assurda in Unione sovietica in primo luogo, e poi nei paesi dell'Europa centro-orientale. Assurda da tutti i punti di vista, ovviamente, tranne da quello della burocrazia in questione.

Ecco perché in Unione sovietica e nelle democrazie popolari si sono dovute assassinare a tradimento, e crudelmente, decine di migliaia di comunisti, molte più di quel che non abbia fatto la reazione internazionale. Ecco perché, e non per sadismo, non per errore, non per ordine dei furbi agenti imperialisti infiltrati nelle file dei dirigenti sovietici.

Hungaricus descrive efficacemente i meccanismi “quasi religiosi” di formazione del “quadro” intermedio, i dogmi spesso contraddittori e frequentemente aggiornati senza mai ammettere il cambiamento o la svolta:

Questa logica curiosa, dal carattere equiparabile solo a quello della religione, serviva in Unione sovietica all'educazione ideologica di decine di migliaia di quadri. Si comprende come questi quadri abbiano finito per sviluppare una curiosa falsa coscienza, secondo la quale le cose erano completamente diverse da quel che erano. Le quattro tesi della dialettica, le sei caratteristiche del partito, i tre criteri del materialismo, le due specie di verità, tutto quel catalogo di superstizioni finì per obnubilare il cervello dei quadri. Alcuni di loro non capivano niente di niente, altri credevano di capire il sistema, ma sia gli uni che gli altri votavano un profondo rispetto a colui che aveva inventato e ordinato tutto questo. L'infallibilità dei papi era ben poca cosa in confronto a quella del “più grande pensatore dell'umanità”, ogni frase del quale andava presa rigorosamente alla lettera.

E proprio a questo proposito Hungaricus ha una reazione di sdegno di fronte alla frase con cui Togliatti cerca di giustificare ancora una volta lo stalinismo sostenendo che, a parte «qualche ripercussione negativa», la lotta contro le opposizioni fu positiva («nel complesso l'educazione politica del nostro movimento si fece in questi dibattiti... attraverso di essi il nostro movimento si avviò verso la sua maturità»).

È un giudizio ben triste. È stato precisamente lo schiacciamento dell'opposizione, e successivamente il totale terrore fisico e psicologico, a fare dei comunisti delle marionette a cui è proibito ogni pensiero indipendente. I dirigenti dei partiti, spaventati dallo spettro del trotskismo (che poteva valere per loro la scomunica, l'esecuzione, o una “cura” a Mosca), finirono per divenire docili agnelli e, invece di “maturare”, marcirono intellettualmente e moralmente.

E tra le conseguenze immediate dell'involuzione del movimento comunista per effetto dello stalinismo l'autore coglie lucidamente alcune delle più inquietanti: in primo luogo lo spazio involontariamente dato al rafforzamento delle ideologie che ci si propone di combattere. Alcune delle pagine che illustrano “come si creano i reazionari”, o come viene rinvigorito un cattolicesimo conservatore che sembrava drasticamente ridimensionato dai suoi errori (la Chiesa ungherese osteggiò ancor più aspramente di quella polacca la riforma agraria, e in una prima fase la sua influenza nelle campagne si era ridotta), sono estremamente utili per capire il fenomeno –riscontrabile in tutte le società sedicenti socialiste, Cina inclusa – del rafforzamento delle Chiese esistenti e della proliferazione di nuove sette religiose7.
Lo stesso vale per il nazionalismo, che era del tutto estraneo alla tradizione comunista, anche nel primo decennio dell'epoca staliniana (eccezion fatta per lo sciovinismo panrusso, dapprima riaffiorato in forma strisciante, poi esaltato e ribattezzato difesa della Patria socialista (e come tale accettato da tutto il movimento comunista internazionale), e che era stato riscoperto (con maggiore o minore zelo) in ciascun paese nel periodo dei Fronti Popolari. Riproposto dai partiti comunisti in tutte le “democrazie popolari” in forme diverse, ma sempre incrinate dall'esistenza di un clamoroso rapporto di dipendenza da un'URSS in cui non era difficile scorgere l'eredità di una Russia oppressiva con la quale perlomeno polacchi e ungheresi avevano vecchi conti in sospeso, il nazionalismo aveva finito per riesplodere, attingendo ai vecchi risentimenti e ai pregiudizi più consolidati8. Durante la rivoluzione ungherese dell'ottobre 1956 sarà una delle componenti più importanti delle mobilitazioni di massa (insieme al risentimento nei confronti del lusso principesco della casta burocratica, in stridente contrasto con le privazioni imposte alla classe operaia ufficialmente “al potere”).

Il quadro che emerge dal libro è quello di una rivoluzione assai diversa dai desideri di coloro che si trovarono alla sua testa, vivacissima ma in gran parte incomprensibile a chi usava schemi derivati da altre esperienze. È d'altra parte una sensazione che hanno provato tutti coloro che hanno scritto sull'ottobre ungherese dopo avervi partecipato. Esemplare quanto scrive Agnes Heller:

All'inizio fui entusiasta, successivamente divenni scettica, e alla fine mi ritrovai all'opposizione. Come posso oggi rendere conto della modificazione del mio giudizio sugli avvenimenti? La rivoluzione ungherese del 1956 fu la dialettica negativa realizzata. Il sistema venne concepito come una totalità estraniata e in quanto tale negato. Nulla era più giustificato di questo “no”, come io ben sapevo anche allora. Allora però pretendevo che un'intera popolazione pronunciasse questo “no” dal mio punto di vista. Ero socialista, volevo un socialismo democratico, pluralista, e pretendevo che la popolazione volesse le stesse cose. Ma la popolazione non lo voleva, perché non poteva volerlo9.

Anche le osservazioni successive della Heller vanno nella stessa direzione:

Tenendo conto di tutte le circostanze e della preistoria, bisogna rilevare con stupore che in questa rivoluzione furono pur sempre presenti numerose motivazioni socialiste, le quali trovarono espressione nelle azioni, ma non nella ideologia. Gli stessi consigli operai che richiedevano da Imre Nagy la reintroduzione nelle scuole dell'insegnamento statale obbligatorio della religione, erano ben decisi a non restituire le imprese ai capitalisti privati. Quello che soprattutto non volevano gli operai era il ripristino della vecchia proprietà privata. Essi volevano piuttosto liberarsi dell'oppressione dello Stato politico. Che ciò non abbia potuto esprimersi in una ideologia adeguata, fu dovuto proprio al fatto che allora non ne esisteva alcuna, o perlomeno non era conosciuta10.
Tanto “stupore” si spiega solo con la formazione della Heller, più abituata a prendere in esame le “ideologie” che i processi reali. Tutte le rivoluzioni forniscono esempi a bizzeffe di questo fenomeno. Che pensare di Solidarnosč rurale11, che costituisce nel 1980 di fatto forme cooperative nelle stesse campagne dove erano state unanimemente respinte quando erano state imposte amministrativamente e condite con la terminologia di importazione sovietica (cioè russa, agli occhi dei polacchi)?
E come stupirsi che, una volta rivalutata la religione cattolica (più dalle persecuzioni nei suoi confronti che per merito dei suoi ministri), chi era ritornato ad essa pensasse giusto imporne l'insegnamento obbligatorio nelle scuole, dato che per un decennio era stato imposto l'insegnamento obbligatorio di un'altra religione (dalla quale, per giunta, nessuno traeva conforto di fronte all'angoscia esistenziale)? Alludiamo a quel “marxismo-leninismo” codificato da Stalin più sulle sue reminiscenze di seminario che su una diretta conoscenza (e comprensione) del pensiero di Marx e dello stesso Lenin, assai poco adatto a essere incasellato in un sistema catechistico. E nell'Ungheria del periodo precedente al 1956, ad esempio, gli studenti di letteratura ungherese studiavano la loro materia fondamentale per tre ore settimanali su 38, con quattro di “marxismo-leninismo” (integrato da due ore di lingua russa, due di cultura militare, due di difesa antiaerea, due di storia dell'economia, due di ginnastica, e così via...)12.

Ma forse, a evitare lo stupore, sarebbe bastata una conoscenza meno “ideologica” (e meno condizionata dalla impostazione stalinista che la Heller, come suo marito Ferenc Fehér, ha ricevuto negli anni della sua formazione, e di cui a tratti rivela tracce non insignificanti) della rivoluzione russa, che anch'essa ha avuto, come ogni altra rivoluzione, uno scarto nettissimo tra la dinamica oggettiva e le ideologie (ereditate in genere dal passato) dominanti tra le masse per la prima volta in movimento.

La Storia della rivoluzione russa di Trotskij fornisce decine di esempi folgoranti di questo divario (e gli storici che, con maggior distacco, hanno potuto esaminare quel periodo, confermano la fondatezza di quella descrizione)13. Illuminante l'episodio del giuramento che nel luglio 1917 duemila minatori del Donetz, inginocchiati, a capo scoperto, fecero solennemente davanti a una grande folla:
Giuriamo sulle teste dei nostri figli, dinanzi a Dio, al cielo e alla terra, e su tutto quello che vi è di più sacro sulla terra, che mai rinunceremo alla libertà ottenuta il 28 febbraio 1917; avendo fiducia nei socialrivoluzionari e nei menscevichi, giuriamo di non prestare mai ascolto ai leninisti, perché costoro, i bolscevico-leninisti, portano la Russia alla rovina con la loro agitazione, mentre i socialrivoluzionari e i menscevichi, uniti come un sol uomo, dicono: la terra deve passare al popolo senza riscatto, il regime capitalista deve crollare alla fine della guerra e al posto del capitalismo ci deve essere un regime socialista... Giuriamo di seguire questi partiti, marciando in avanti senza indietreggiare di fronte alla morte14.
Giustamente Trotskij osservava che «il giuramento dei minatori, diretto contro i bolscevichi, portava in realtà in linea retta verso l'insurrezione bolscevica» e che «in questa dichiarazione ingenua e infiammata» apparivano chiaramente «l guscio del febbraio e il nocciolo dell'ottobre» con una tale evidenza «a esaurire in un certo modo il problema della rivoluzione permanente»15.

Ma risalendo ancora più indietro, in un passo famoso de Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Karl Marx aveva detto:

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch'essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli alloro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d'ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste prese a prestito la nuova scena della storia16.

Gli esempi forniti da Marx erano tratti dalla riforma protestante, dalla rivoluzione inglese, da quella francese. Ma quanti esempi fornisce la rivoluzione russa sugli schemi sovrapposti all'esperienza diretta degli stessi suoi dirigenti in base ai modelli delle rivoluzioni precedenti! Si pensi alle accuse reciproche di bonapartismo, alle evocazioni del Termidoro... E come stupirsi allora che larghe masse, respinte da quello che gli veniva presentato come socialismo, e dal partito che si definiva comunista e operaio, cercassero, nell'Ungheria del 1956, la strada della loro rivoluzione accettando schemi e modelli che venivano dal passato, o erano proposti dai nemici dei loro nemici?

Quanto fragile fosse l'accostamento a quegli schemi, o a ideologie o a persone del passato riaffiorate nelle giornate dell'ottobre, rispetto al concretissimo e solido attaccamento alla terra, alle fabbriche, alle conquiste sociali, lo capì bene il cardinal Mindszenty, che si guardò dal sollevare la questione della riforma agraria nell'unico discorso radiofonico che tenne al popolo ungherese il3 novembre 1956. Eppure tutte le sue memorie, interessanti perché rivelano senza pudore la visione del mondo inequivocabilmente retrograda del prelato (ostilissimo a qualsiasi nazionalizzazione, a ogni misura di riforma agraria, e perfino all'idea repubblicana, e apertamente nostalgico degli Asburgo e soprattutto del passato medioevale dell'Ungheria, nel quale ricerca i fondamenti “costituzionali” del suo diritto – in quanto arcivescovo di Esztergom – ad esercitare le mansioni di “prima autorità” dopo il capo dello Stato...)17, avrebbero fatto pensare a un impegno diretto in tal senso. Lo stesso Mindszenty ricorda che l'ex presidente della Repubblica e leader del Partito – cattolico – dei piccoli proprietari, Zoltán Tildy, gli chiese in un colloquio privato prima del messaggio radiofonico di non toccare la questione fondiaria. Tutto il passato del prelato faceva temere questo tipo di intervento: ma tutto il presente della rivoluzione lo rendeva estremamente inopportuno, e il cardinale, che non ha mai avuto reticenze su quel che pensava della riforma agraria in tutte le pagine delle sue memorie, dice che «anche senza il suo consiglio» aveva capito che non era il caso di toccare l'argomento, e in quel radiodiscorso disse esplicitamente che «non ci saremmo opposti al corso delle cose confermato dalla storia». Le uniche rivendicazioni che, una volta tanto (e sia pur tardivamente) bene consigliato, formulò apertamente nel suo discorso riguardavano la libertà dell'insegnamento religioso e della stampa cattolica, e la liquidazione del movimento dei cosiddetti “preti pacifisti” fiancheggiatori del regime18.

Cosicché anche questa rivoluzione, come tutte le altre, vedeva una divaricazione tra l'ideologia delle masse che – muovendosi dopo anni di passività –l'avevano scatenata, e gli obiettivi concreti che a mano a mano si definivano, in una situazione particolarmente caotica per l'assenza di forze preesistenti capaci di intervenire e proporre obiettivi e mediazioni ragionevoli, e per la disgregazione del partito comunista di fronte alla rapidissima evoluzione della situazione. Hungaricus ha sottolineato la grave responsabilità dell'opposizione comunista, operante da tempo, ma incapace di adeguarsi ai ritmi e alle svolte brusche della situazione. I biografi di Nagy, anche i più rispettosi, hanno descritto il patetico ritardo delle sue prese di posizione, insufficienti a tranquillizzare le masse in ebollizione, ma sempre in grado di irritare profondamente i sovietici. I fatti di Cecoslovacchia, dodici anni dopo, hanno confermato che non fu la tardiva proclamazione di neutralità dell'Ungheria (con l'uscita dal Patto di Varsavia) a irritare i sovietici. A Praga non ci fu nel 1968 nessuna rottura col Patto di Varsavia, nessun gesto imprudente, nessuna componente esterna al Partito comunista con un ruolo significativo, nessuna dichiarazione antisovietica, eppure l'intervento dell'URSS arrivò con le stesse modalità (la formazione di un governo fantoccio che chiedeva l'“aiuto fraterno” dei paesi “socialisti”, per salvare conquiste che nessuno minacciava...).

Il dato che tutte le testimonianze (dirette, indirette, di protagonisti, di nemici, di osservatori esterni) confermano è che in quelle ultime giornate dell'ottobre 1956 si era creata una straordinaria unità del popolo ungherese intorno ad alcuni obiettivi concreti (fine dei privilegi burocratici e dell'oppressione poliziesca, recupero dell'indipendenza nazionale, riorganizzazione della società ormai libera dal capitalismo attraverso l'autogestione dei consigli operai e delle organizzazioni degli altri lavoratori). Sul terreno politico esisteva invece una grandissima confusione, col proliferare di decine di partiti, di associazioni, di gruppi spontanei, a volte radicati in una fabbrica, a volte in un quartiere o in una strada. Ma è quel che accade ogni volta che, dopo anni e anni di impossibilità di parlare e di confrontarsi liberamente, di spoliticizzazione forzata (anche attraverso il diaframma di una politicizzazione astratta e incomprensibile imposta dall'alto, o in cui nessuno può credere), arriva l'ubriacatura della libertà di parola, di organizzazione, di stampa.

Indubbiamente un elemento unificante, all'interno di un pluralismo sfrenato (espresso anche attraverso la pubblicazione di una quantità straordinaria di giornali, di fogli di fabbrica, ecc.) era il rigetto del passato impersonato da Rákósi, ma anche dal partito comunista stesso (che peraltro non si chiamava comunista, ma “Partito dei lavoratori ungheresi” dal giugno 1948, quando era stata realizzata l'unificazione con quanto restava del partito socialdemocratico dopo la sua epurazione, secondo un copione seguito in tutte le “democrazie popolari”).

Il discredito era così profondo che il 1° novembre 1956 lo stesso Kádár dovette annunciare la fondazione di un nuovo partito, il Partito operaio socialista ungherese (MSzMP, più comunemente, italianizzato come POSU), nome rimasto poi definitivamente fino ad oggi. L’odio contro l’apparato del partito era effettivamente profondo e documentato sulla stampa e nelle emissioni radiofoniche di quei giorni. Ma come dimenticare che molti di coloro che si esprimevano così erano  iscritti fino a pochi giorni prima a quello che era rimasto l’unico partito legale? E come dimenticare che in un paese di nove milioni di persone l’apparato burocratico, pagato profumatamente per controllare. e far lavorare i tre milioni e mezzo occupati in attività produttive ammontava a un milione di persone? Come dimenticare che i controlli politici e amministrativi avevano portato in carcere oltre duecentomila persone19? Comunque il famoso odio anticomunista che venne tanto utilizzato per suscitare lo sdegno dei comunisti di tutto il mondo (basta riguardare la collezione de “l'Unità” dei primi giorni del novembre 1956 per averne un'idea) si tradusse, secondo le cifre ufficiali fornite successivamente dal governo ungherese, in 234 morti, solo 70 dei quali non appartenenti alle forze repressive e presumibilmente comunisti oggetto di vendette, quando non casuali vittime di scontri a fuoco.
Almeno in un caso, tragicamente noto, perché vi caddero venticinque comunisti, tra i quali anche Imre Mező, nuovo segretario del comitato di Budapest del partito comunista, amico personale di Kádár e sostenitore appassionato di Nagy, l’assalto alla sede del partito fu dato da bande di ex–galeotti capeggiate da Janos Mész. Ma quale rivoluzione non ha visto comparire anche la feccia della società? La storia del primo anno della rivoluzione russa è costellata da episodi dovuti allo scatenarsi del sottoproletariato, spesso sotto la bandiera nera degli anarchici20.

La maggior parte di coloro che combatterono per le strade di Budapest contro la polizia politica dapprima, poi contro i “russi”, d’altra parte, non erano né fascisti (come sostennero poi i vincitori) né seguaci dell'una o dell'altra corrente politica. Raccogliendo testimonianze di medici, Hungaricus ci segnala che il 90-95% dei feriti erano giovani operai, fortemente spoliticizzati, che non avevano mai sentito parlare del Circolo Petőfi intorno al quale si era raccolta la prima fase della rivoluzione, e neppure di Gomulka (in sostegno del quale era stata indetta la manifestazione che, attaccata dalla polizia, era divenuta l'avvio dell'insurrezione).

La più grande conferma del carattere genuinamente rivoluzionario e assolutamente endogeno del movimento che sconvolse l'Ungheria a partire del 23 ottobre 1956 viene tuttavia dallo stesso Kádár, che proprio nel discorso di presentazione del nuovo partito operaio socialista, il 10 novembre, aveva esaltato l'insurrezione, affermando:

i dirigenti insurrezionali sono usciti dalle nostre file. Gli scrittori comunisti ungheresi, i giornalisti, gli universitari, migliaia di operai e di contadini, vecchi combattenti del comunismo incarcerati in base ad accuse false o menzognere, sono stati coloro che hanno combattuto nelle prime file contro la tirannia di Rákósi e la sua politica di avventuriero21.

Cos'è che ha spinto Kádár a mutare atteggiamento, a scomparire per qualche giorno per ricomparire poi al seguito dell'esercito sovietico? Su questo Hungaricus, che scrive troppo a caldo, non ci aiuta. Kádár è ricordato in tutto il libro sempre come parte della “cricca Rákósi-Gerő-Kádár” e questa interpretazione (ovviamente articolata per spiegare il periodo successivo al 1956 in termini di machiavellismo o di opportunismo) ha continuato ad avere una certa fortuna.

Alla base, naturalmente, c'è un fatto reale. Quale che fosse la sua motivazione intima, Kádár ha fornito una cauzione all'intervento sovietico che nessun altro dei dirigenti disponibili, e in particolare Münnich, poteva dare. Al tempo stesso, Kádár non era nel 1956 alle prime esperienze politiche. Membro del Comitato centrale comunista dal 1941, durante la resistenza era già stato segretario del partito. Nel 1948 aveva sostituito Rajk al ministero degli Interni, e aveva avuto un ruolo determinante nel convincere il suo predecessore (e amico personale) a “confessare” i tradimenti e i “complotti titoisti” che dovevano fornire il soggetto per il processo-farsa (al momento della revisione del processo Rajk, Rákósi aveva tirato fuori una registrazione di un colloquio tra l'imputato e Kádár, per scaricare su di lui il massimo di responsabilità).

Tuttavia nel 1951 era stato arrestato a sua volta, torturato, condannato all'ergastolo (e il suo successore, Sándoz Zöld, era destinato da Rákosi alla stessa sorte, a cui si sottrasse uccidendosi dopo aver soppresso la moglie e i figli). Come Nagy (e come Gomulka in Polonia) Kádár aveva così, di fronte alle masse, la garanzia fornita dal suo passato di vittima. Come Nagy, come Gomulka, come tanti altri comunisti cresciuti all'interno di partiti stalinizzati, Janos Kádár era sottoposto a pressioni diverse, e rivelava abbastanza chiaramente le contraddizioni irrisolte che in alcuni momenti lo laceravano.

A differenza di Nagy, non aveva mai trascorso un periodo della sua vita in URSS e, durante la sua milizia clandestina nell'Ungheria di Horthy, aveva trascorso ben cinque anni (sui primi dieci della sua attività politica) all'interno del partito socialdemocratico, divenendo responsabile di un distretto di Budapest. Si trattava di un'attività “entrista”, decisa dal partito, ma certamente permetteva un'esperienza ben diversa da quella puramente interna al piccolissimo e settario partito comunista (decimato, come quello polacco, da Stalin più che da Horthy, ma già fin dal suo sorgere schematico e scarsamente collegato ai bisogni delle masse). Tuttavia Nagy aveva già avuto un conflitto con la direzione del Comintern agli inizi degli anni Trenta sulle questioni agrarie e negli anni in cui fu ministro dell'Agricoltura e anche Primo ministro, i problemi reali con i quali si era confrontato lo avevano trasformato realmente in un “titoista” (nel senso di un comunista attento alla realtà del suo paese e del suo movimento operaio, e non esclusivamente condizionato dalle scelte sovietiche). Nel suo ultimo periodo di disgrazia (tra la primavera del 1955 e quel 23 ottobre 1956 in cui venne reinsediato alla testa del governo, quando già l'insurrezione era iniziata)22 egli aveva maturato una critica non profonda ma reale del sistema staliniano.
Kádár (in questo più simile a Gomulka) aveva patito tortura e carcere senza manifestare mai una riflessione sulle cause di quelle terribili storture del regime, per cui, non a torto, appariva anche ai sovietici l'uomo più adatto per risanare il sistema nei mesi immediatamente precedenti alla rivoluzione. Saranno le sue esitazioni, dovute alla straordinaria forza di un movimento di massa di cui non aveva mai visto l'eguale per ampiezza e spontaneità, a farlo cadere momentaneamente in sospetto al momento della rivoluzione23. Tuttavia, restava di gran lunga più adatto dell'uomo su cui in quei giorni puntavano i sovietici, Ferénc Miinnich, che fu probabilmente colui che riuscì a staccare Kádár da Nagy e dalla rivoluzione, e a convincerlo dell'inevitabilità dell'intervento sovietico e quindi della necessità di ricercare una strada che tenesse conto di questo quadro obbligato.

Naturalmente non era veramente “obbligato”. I sovietici sono stati a lungo indecisi, come erano stati indecisi negli stessi giorni rispetto alla situazione polacca. Tra i fattori che spinsero in un caso a rischiare la variante Gomulka (inizialmente sgraditissima a Mosca), nell'altro a ingannare Nagy e la maggior parte del partito, per puntare sul ristabilimento dell'ordine attraverso l'intervento dei carri armati, non ci furono solo quelli oggettivi geopolitici, o le caratteristiche del movimento delle masse nei due paesi. Infatti, la Polonia era ancor più importante dal punto di vista della sicurezza dell'URSS, e il suo controllo era un'esigenza costante della politica russa da centocinquanta anni (e i dirigenti sovietici hanno sempre tenuto conto di alcune costanti della politica estera dei loro predecessori, che oltre tutto erano fondate, come spesso accade, su basi oggettive); le prime manifestazioni della rivolta polacca erano state assai più violente e distruttive della grande manifestazione del 23 ottobre a Budapest, che non aveva rotto neppure una vetrina o distrutto un'auto ministeriale, fino al momento in cui le trecentomila persone che compostamente e pacificamente richiedevano un cambiamento e un governo affidato a un comunista di vecchia data come Imre Nagy non si trovarono sotto il fuoco degli sbirri dell'AVO appostati sui tetti del Palazzo della radio (presso il quale si erano recate per chiedere soltanto la trasmissione delle notizie votate nelle grandi assemblee popolari e naturalmente censurate dalla radio della “democrazia popolare”).

Tra i fattori che fecero pendere il piatto della bilancia a favore dell'intervento in Ungheria (e che non fosse tanto semplice deciderlo è confermato dalle ammissioni di Chruščëv e dalle testimonianze di altri protagonisti sui frenetici viaggi da una capitale all'altra, compiuti personalmente dai massimi leader sovietici, e dalle consultazioni con la Cina, faticose e contraddittorie, assicurate dalla presenza a Mosca di Liu Shaoqi, in contatto telefonico quotidiano con lo stesso Mao Zedong) fu determinante la disponibilità di una frangia non insignificante della direzione comunista ungherese. Certo non servivano i Rákósi o i Gerő (che furono infatti accantonati dagli stessi sovietici, i quali non tentarono mai di riportarli al potere, pur ospitando molti di loro come pensionati di lusso), ma era importante che vi fosse un Münnich, che era un comunista dal lungo e non ignobile passato, ancorché incapace di concepire una politica autonoma da Mosca, e soprattutto che questi, oltre ai suoi più diretti seguaci, fosse in grado di conquistare quello che era formalmente il segretario del nuovo partito operaio socialista (cioè comunista). Che Kádár fosse stato nominato sull'onda di una rivoluzione, e sulla base della sua esplicita adesione ad essa, era altra cosa. Ai sovietici fu sufficiente averne l'avallo, per dare una parvenza di “legalità socialista” all'intervento e al governo da essi instaurato.

In Polonia invece, dove lo stesso Chruščëv era accorso per impedire con impudente aggressività l'elezione di Gomulka, il fatto che il segretario precedente, Ochab, difendesse con fermezza la nuova designazione e che non fosse disposto a collaborare con i sovietici altro che qualche militare (magari cittadino sovietico come Rokossovski), o qualche squallido personaggio come il conte Piasecki, leader della Falanga fascista e antisemita prima e durante la guerra, poi collaborazionista e capo di un sedicente movimento di cattolici progressisti ben foraggiato dai sovietici, impose un ripensamento, e costrinse a rischiare la carta del rinnovamento, cavalcando la tigre (che non era tanto Gomulka, quanto il movimento di massa che lo sosteneva e sospingeva).

La figura di Kádár è dunque contraddittoria, e se è ingiusto (e inadeguato) lo schema che vede in lui un generico e compiaciuto Quisling, o un cinico manovratore di piccolo cabotaggio, non si può nemmeno dimenticare che egli scelse in (relativa) libertà di collaborare con i sovietici, anziché con Nagy e la rivoluzione antiburocratica momentaneamente vittoriosa. D'altra parte, nel suo radiodiscorso del 1° novembre, accanto ai molti riconoscimenti al ruolo dei comunisti nella rivoluzione (e quindi, dal suo punto di vista, alla natura “progressista” della rivoluzione stessa) non mancavano i segnali di allarme:

Ora c'è una svolta piena di pericoli: o i partiti democratici avranno la possibilità di controllare la situazione, o ci si troverà di fronte a una controrivoluzione... Esiste ancora il pericolo terribile che alla nostra patria tocchi, per causa di un intervento dello straniero, il destino tragico della Corea24.

A quale intervento straniero alludesse era facile immaginarselo. I pochi che avevano pensato (desiderandolo o temendolo) a un intervento degli Stati Uniti, furono rapidamente disillusi (o rassicurati),dal momento che in quei giorni si realizzò per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale un'intesa perfetta tra URSS e USA, che arrivò fino a manovre per rallentare la discussione al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e che,in ogni caso,escluse ogni reale ingerenza negli interessi dell'altra potenza (nel caso degli USA, a Suez c'era in gioco anche la liquidazione definitiva delle velleità post-coloniali di Francia e Gran Bretagna, tagliate fuori da allora definitivamente da qualsiasi possibilità di intervenire nello scacchiere mediorientale o in qualunque altra parte del mondo senza l'assenso degli Stati Uniti).

Comunque, al di là delle frasi di quei giorni convulsi, non c'è dubbio che Kádár considerò allora (come Jaruzelski venticinque anni dopo) impossibile concepire una politica che non tenesse conto di quelli che abitualmente vengono chiamati gli accordi di Jalta25.
Probabilmente sperava che fosse più semplice riprendere il programma che aveva messo in moto milioni di persone a partire dal 23 ottobre, una volta rassicurati i sovietici sulla stabilità dell'alleanza tra Ungheria e URSS. Tutto quel che Kádár ha fatto dopo essersi liberato dai suoi scomodi alleati filosovietici del tipo di Münnich (approfittando della ripresa della “destalinizzazione” chrusceviana dopo il XXII Congresso) conferma che nel suo progetto iniziale non c'era l'arresto e tanto meno l'impiccagione di Nagy, non c'era il tradimento degli accordi stabiliti con i Consigli operai. Non era in programma, ma fu fatto. Bill Lomax ha egregiamente analizzato la contraddittorietà di Kádár, registrando le molte testimonianze che confermano la sua volontà di dialogo con i protagonisti della rivoluzione sfuggiti alla prima ondata repressiva. È assai probabile che l'arresto di Nagy, uscito dall'ambasciata jugoslava con un lasciapassare di Kádár, non fosse previsto da quest'ultimo, mentre era stato preparato da Münnich, che per molto tempo esercitò un potere reale alle spalle di quello legale, e che si accaniva a definire “banditi e fascisti” gli esponenti della rivoluzione, compresi quei rappresentanti dei consigli operai con i quali Kádár si incontrava quotidianamente, e ai quali chiedeva aiuto facendo capire di essere solo «in mezzo a tutti questi stalinisti»26.

Ma in definitiva, se serve ad assolvere Kádár dalle accuse di chi lo vede assetato di potere e biecamente asservito ai sovietici, tutto ciò non toglie che grazie alle sue mediazioni il progetto di liquidazione della più grande e limpida rivoluzione politica che abbia mai scosso il sistema staliniano è arrivato in porto.

Oggi è più raro incontrare chi rinfacci a Kádár quest'ultimo aspetto. Oltre tutto, quella rivoluzione diede fastidio non solo a chi era più direttamente minacciato (i burocrati sovietici), o ai comunisti occidentali che non amavano trovarsi di fronte una verifica così brutale della mostruosità dello stalinismo che avevano incensato senza pudore per decenni. Preoccupò i dirigenti jugoslavi, appena riappacificati con l'URSS e soprattutto privi di simpatia per un processo poco controllato e controllabile, che metteva in discussione molti aspetti dello stalinismo che essi si erano guardati bene dallo sfiorare, dato che erano alla base del loro stesso potere e regolavano il funzionamento del loro stesso partito. Preoccupò i dirigenti cinesi, che cominciavano ad affilare le unghie per la polemica con l'URSS che esploderà successivamente con grande violenza verbale; anch'essi erano inquieti di fronte a un movimento che metteva in discussione alcuni dei dogmi a cui ancora oggi, in pieno revisionismo e idillio con l'Occidente, sono attaccatissimi, primo tra tutti il partito unico e il suo rigido monolitismo, basato su un ferreo controllo dei mezzi di informazione da parte del vertice burocratico27. Preoccupò la socialdemocrazia europea e gli stessi governanti più conservatori del “mondo libero”, che avrebbero assai più problemi a farsi accettare una volta che esistesse un modello di comunismo meno respingente, perché basato sull’auto-organizzazione dei lavoratori attraverso i consigli, sul pluralismo di partiti e associazioni, sulla libertà di stampa e il libero confronto, anziché su un enorme e parassitario apparato poliziesco e sui carri armati sovietici28.

Ma tutti quelli che si compiacciono perché in Ungheria, grazie a Kádár, è stato instaurato il “socialismo del gulash” o dei gran premi di formula uno, con le vetrine piene di prodotti di lusso e tante automobili che sfrecciano sui viali, oltre ad avere una visione ben triste e limitativa del socialismo, ignorano che il “miracolo ungherese” è stato possibile solo grazie a quella rivoluzione, la più dimenticata e calunniata di tutte le rivoluzioni sconfitte (che, pure, in genere non godono di buona sorte).

Ad esempio, dal punto di vista economico, l'Ungheria ha beneficiato di condizioni eccezionali immediatamente a partire dal novembre 1956. Mentre la propaganda anticomunista volgare, basata al tempo stesso su deformazioni intenzionali e su una profonda incomprensione della logica della burocrazia sovietica, descriveva l'Ungheria come vittima di una spoliazione di tutte le sue risorse (e tale fu, per un notevole periodo, l'opinione corrente anche nel paese)29, l'URSS destinava ai magiari dapprima consistenti aiuti alimentari, poi l'apertura di crediti privilegiati. Il processo era già iniziato subito dopo la morte di Stalin(o meglio subito dopo lo scossone della rivolta degli edili di Berlino Est, nel giugno 1953). Dapprima verso la Germania orientale, che  era stata dissanguata assurdamente prelevando da essa le riparazioni di guerra per i danni provocati da Hitler, poi verso tutte le altre “democrazie popolari” che avevano subito accordi pesantemente ineguali attraverso società miste e altri espedienti, i successori di Stalin dovettero avviare un tacito risarcimento. Lo stesso Brzezinski, ovviamente poco benevolo verso:l'URSS, ammette che i rapporti economici tra Mosca e i paesi alleati erano mutati:
Dopo la morte di Stalin gli stati comunisti alleati cominciarono a rivelarsi sempre meno tributari e sempre più esigenti nei confronti delle risorse sovietiche [...] Dopo il 1956 il governo sovietico fu costretto a rivedere le sue relazioni economiche con il blocco [...] In effetti in questo periodo il regime sovietico fu costantemente pressato da richieste di crediti. I polacchi chiesero e ottennero come compenso alle passate ingiustizie subite; gli ungheresi ottennero crediti per aiutare Kádár a restaurare il controllo; i cinesi li ottennero per portare avanti la loro programmazione economica; i tedeschi dell'est li ricevettero in parte per sanare la disorganizzazione causata dal riordinamento dell'esportazione polacca, in parte perché fosse chiaro che i polacchi non erano stati ricompensati per la loro opposizione; persino gli albanesi ebbero dai sovietici un consistente aiuto nel 1957, probabilmente concesso per controbilanciare almeno in parte la crescente influenza cinese30.
Anche Pierre Kende afferma che «nel 1957 e negli anni seguenti la re­staurazione del sistema disintegrato e l'aumento sostanziale del livello di vita» è stato dovuto «ai massicci crediti dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati. Per anni l'Ungheria è stata una delle grandi beneficiarie della cooperazione nel quadro del Comecon»31.
L'accenno agli alleati è pertinente. La stessa Polonia, anch'essa “grande malata” e quindi anch'essa oggetto di particolari cure ricostituenti (in primo luogo la cancellazione di tutti i debiti contratti con l'URSS prima del 1956, ammontanti a ben 500 milioni di dollari)32 concesse a sua volta un prestito a lunga scadenza per 40 milioni di rubli all'Ungheria, il 5 febbraio 1957. Tanto forte, per tutte le province dell'impero, era apparso il pericolo della rivoluzione ungherese!
D'altra parte l'esito della “tragedia” del 1956 (come preferì chiamarla Kádár, evitando appena possibile il rituale riferimento alla “controrivoluzione”) era stato catastrofico per l'economia già dissestata da anni di malgoverno, di appropriazione parassitaria da parte di una burocrazia che si era accresciuta incessantemente come un'immensa metastasi, di pianificazioni velleitarie e incoerenti, che generavano nuovi sprechi. A parte i danni provocati dalle cannonate sulle case e sulle fabbriche, l'intervento sovietico aveva provocato un esodo di 160.000-200.000 persone, in gran parte lavoratori. Il reddito nazionale scese in un anno del 12%, il commercio con l'estero del 16%, l'accumulazione del 26% (con ovvie ricadute sugli investimenti nell'anno successivo)33.

Ma il punto di arrivo (che Kádár non dimenticherà mai di ricollegare all'assurda e sciagurata politica dei suoi predecessori) era talmente tragico e talmente foriero di nuovi pericoli, che non offriva altra scelta ai sovietici.

Cosi Kádár otteneva nel giro dì pochi anni carta bianca per liberarsi del condominio con i vecchi stalinisti, e per attuare il principio a lui tanto caro: “chi non è contro di noi, è con noi” (già intuito da Hungaricus. quando descriveva la spoliticizzazione attraverso la cronaca nera, i film americani e le belle ragazze discinte sui giornali). Perché non dargli carta bianca, d'altra parte, dal momento che la dura repressione dei primi anni seguiti al 1956 aveva tolto di mezzo (per impiccagione, incarceramento, o forzato esilio) la maggior parte di coloro che avevano guidato la rivoluzione del 23 ottobre? L'esperimento di ripresa delle riforme poteva avvenire in un vuoto assoluto, senza disturbatori. François Fejtö sperava nel 1956 che la «disfatta militare dell'insurrezione» non fosse «la disfatta del socialismo», ed era sicuro che «invece l'insurrezione, per la prima volta, ha creato le probabilità in favore dell'istituzione in Ungheria di un socialismo autentico»34.

Indubbiamente coglieva, a caldo, il significato profondo di spartiacque che assumeva quella prima guerra condotta da un paese sedicente socialista contro un paese retto da un “partito fratello”. Coglieva appieno che da allora la denuncia dello stalinismo non sarebbe più rimasta affidata a pochi militanti, facilmente messi al bando o “liquidati fisicamente”, ma sarebbe divenuta patrimonio di un settore sempre più grande dei lavoratori comunisti (anche se il processo è stato assai più lungo del previsto, per le troppe reticenze e complicità degli stessi dirigenti europei meno direttamente compromessi, ma ugualmente timorosi di rimuovere miti consolidati).

Ma certo non teneva conto che, proprio in Ungheria, la spaventosa portata della sconfitta, il prezzo altissimo pagato, il disorientamento provocato soprattutto in chi meno aveva temuto l'intervento sovietico, l'orrore per la menzogna nuovamente collocata sul trono (si pensi alla motivazione della condanna a morte di Nagy, e alla ferocia di molti dei processi che colpirono con la pena capitale onesti militanti, che spesso si erano distinti nel salvare la vita agli agenti dell'AVO minacciati dall'ira della folla) avrebbero distrutto per più di una generazione la possibilità di tentare la strada di un impegno politico autonomo, di un cambiamento radicale, di una ripresa della rivoluzione antiburocratica.

E oggi, trenta anni dopo la stesura di questo libro, la vicenda di molti dei protagonisti della rivoluzione del 1956, e degli stessi oppositori del 1957, rivela la forza di un regime che si è emendato dai suoi orrori, ma non dalla sua tara originaria: di essere fondato sull'appropriazione del potere da parte di un gruppo burocratico che governa in nome della classe operaia, e che ha accentrato nelle sue mani non solo le mansioni che Lenin assegnava ai soviet, ma quelle stesse che nella tradizione marxista rivoluzionaria erano prerogativa del partito rivoluzionario, inteso come libera associazione intorno a un programma e non come caserma educata ad applicare decisioni indiscutibili calate da un vertice sottratto a ogni verifica e che si riproduce (come la gerarchia della Chiesa cattolica) per cooptazione.

La forza del regime non è dovuta certo alle belle vetrine e ai successi (relativamente importanti solo rispetto al passato e ad altri paesi dell'Est in condizioni assai peggiori). La forza del regime è basata sulla rassegnazione alla divisione del mondo in sfere di influenza, e sulla convinzione che è comunque meglio abbellire la baracca, trasformandola nella più allegra del lager, anziché tentare o sognare evasioni che l'esperienza del 1956 (e del 1968 cecoslovacco, e del 1970, 1976, 1981 polacco...) fa ritenere improbabili.

Anche il giornalista che nel 1959 fu indicato come autore del testo che pubblichiamo, processato e condannato a nove anni di carcere per tale reato, si è adattato a un quadro che evidentemente ritiene inamovibile. Sándor Fekete (questo è il nome di chi fu condannato per avere scritto il testo firmato Hungaricus) è oggi

un giornalista sulla sessantina, impiegato presso la redazione di “Uj Tükór” ("Nuovo specchio”), periodico destinato agli ungheresi nel mondo. Egli fa ormai parte di quegli intellettuali che hanno accettato il compromesso Kádár-Aczél, che offre tolleranza in cambio dell'autocensura sui temi tabu come l'URSS, Nagy, il '56 e la legittimità del regime35.

 

Avremmo voluto da Fekete una Postfazione che spiegasse in che cosa oggi egli dissenta da quel che era apparso nel 1956 e 1957. Interpellato da Federigo Argentieri, si è dimostrato dapprima interessato e disponibile, poi, dopo aver riletto il testo, del quale non aveva più una copia (come a noi può apparire strano, ma è normalissimo nei paesi dove il dissenso politico è il peggiore dei reati), ha cominciato a condizionare il suo eventuale poscritto a un'edizione espurgata da ogni critica alle persone viventi. Successivamente, riesaminato meglio il testo che gli era stato attribuito dalla condanna del 1959, ha irrigidito la sua posizione, asserendo che la sua ripubblicazione potrebbe «nuocere a coloro che hanno iniziato, fondato ideologicamente e diretto il movimento riformatore, e giovare a coloro che, vuoi da 'sinistra', vuoi da destra, avversano le attuali riforme», che altrove definisce «le più coraggiose tra i paesi del socialismo esistente». Egli teme anche che ciò possa giovare «all'emigrazione anticomunista ungherese» (alludendo con ciò, probabilmente, ai Molnar, ai Fejtö e a tutti coloro che non hanno rinunciato a difendere il patrimonio politico e morale dell'Ottobre ungherese).

Come i curatori del primo stralcio apparso in Belgio nel 195936, così anche oggi non sappiamo, e non per caso, quanto partecipò Fekete all'elaborazione di questo testo, che l'atto di accusa presentava come risultante da un gruppo di lavoro collettivo. Avremmo preferito sapere da lui in che cosa dissenta da quel che lui o altri che gli erano vicini hanno scritto, e per cui comunque ha pagato con anni di carcere. Non è stato possibile.

Anche questa è una testimonianza indiretta sulla distanza che separa l'attuale regime ungherese da una società veramente socialista, ma anche sul fatto che questa società si regge non solo sul terrore affidato a biechi esecutori, come nel periodo di Rákósi, bensì sulla capacità di attrarre (e convincere a collaborare con tutta la loro intelligenza e a partire dalle loro esperienze eterodosse del passato) molti di coloro che si batterono per un socialismo basato sui consigli, per una via realmente autonoma dalle svolte e controsvolte della burocrazia sovietica, per la ripresa di una elaborazione marxista libera dai condizionamenti dei censori e dai dogmi stantii. Avremmo preferito leggere questo con le parole di Sandor Fekete, ma ci guardiamo bene dal giudicare, da qui, le condizioni che hanno determinato le scelte di un'intera generazione segnata da prove terribili.

 

* * *

 

Un particolare ringraziamento per la preziosa consulenza va a Federigo Argentieri, che ha seguito fin dall'inizio il progetto del libro e ne ha discusso l'impostazione. Le traduttrici, Adriana Argentieri e Vanna Lanini, hanno il duplice merito di avere sormontato le notevoli difficoltà che il testo presentava e di avere svolto il loro lavoro senza alcun compenso (come d'altronde tutti coloro che vi hanno contribuito), in base alla consapevolezza dell'utilità di pubblicare in italiano un testo cosi significativo. Un ruolo importante hanno avuto anche János Bak, George Heltai, István Keményi, Bill Lomax e Mikl6s Molnár. Dobbiamo ringraziare al tempo stesso tutti quegli amici e compagni ungheresi che ci hanno aiutato in tutte le fasi della preparazione del volume, compresa la difficile revisione del dattiloscritto (provato dagli anni) e dealla traduzione; ci è impossibile nominarli giacché la “liberalizzazione” del regime non esclude rappresaglie nei confronti di chi non accetta tutte le regole del gioco (come conferma la recentissima censura decretata nei confronti di István Csurka, due volte insignito del Premio Kossuth, ma al quale sarà vietata a tempo indeterminato la pubblicazione di qualsiasi scritto, giacché alcune sue dichiarazioni «danno un'immagine deformata degli affari pubblici magiari durante gli ultimi trent'anni».

 

Antonio Moscato

Roma, ottobre 1986

CRONOLOGIA ESSENZIALE

1944

9 ottobre. A Mosca incontro Churchill-Stalin. Si definisce la divisione dell'Europa in zone di influenza. Per l'Ungheria Churchill ha proposto un 50%-50%.

15 ottobre. Il reggente Horthy, di fronte all'avanzata sovietica, firma un armistizio. Le truppe ungheresi si uniscono all' Armata rossa. I nazisti sostituiscono Horthy col capo delle «croci frecciate», Szalasi.

Dicembre. Conferenza del Fronte per l'indipendenza a Szeged e costituzione di una Assemblea nazionale a Debrecen. Governo di coalizione tra i partiti antifascisti, compreso il comunista.

1945

Gennaio. Conferenza di Jalta.

23 febbraio. Rákosi eletto segretario del Partito comunista.

Marzo. Riforma agraria (limite massimo 56 ettari, 112 se il proprietario la coltiva direttamente; esproprio totale delle terre di fascisti e collaborazionisti) .

4 novembre. Elezioni politiche: 57,5% e 245 seggi ai piccoli proprieta­ri, 17,4% e 69 seggi ai socialdemocratici, 17% e 70 seggi ai comunisti, 6,8% e 23 seggi ai nazionalcontadini. Governo di coalizione presieduto da Z. Tildy (piccoli proprietari) con 7 ministri del suo partito, 4 socialdemocratici, 4 comunisti.

1946

1 febbraio. Proclamazione della Repubblica. Tildy presidente, Ferenc Nagy, del suo stesso partito, diviene capo del governo.

Marzo. Manifestazioni di piazza organizzate dai comunisti costringono il partito dei piccoli proprietari ad espellere 23 deputati dell'ala destra (che formano il Partito della libertà, che sarà sciolto l'anno dopo).

Nel corso dell'anno drastica riforma monetaria e nazionalizzazione dell'industria pesante.

1947

Trattato di pace a Parigi (confermate le frontiere definite nel 1920 dal Trattato del Trianon). Béla Kovács, segretario generale del partito dei piccoli proprietari viene accusato di complotto contro la Repubblica. Il parlamento rifiuta l'autorizzazione a procedere, ma i sovietici lo arrestano ugualmente (lo libereranno nel 1956).

Maggio. Il presidente del Consiglio Ferenc Nagy, in visita in Svizzera, viene accusato di complicità con Kovács e costretto a dimettersi, rimanendo in esilio.

Luglio. Viene sciolto il Partito della libertà, i cui membri e deputati, con altri, costituiscono il Partito dell'indipendenza. Durerà pochi mesi. Nelle elezioni del 31 agosto, comunque, ottiene il 14,4% dei voti e 49 deputati. I comunisti, pur saldamente installati al ministero degli Interni, arrivano appena al 21,5% dei voti (100 deputati). Il Partito dei piccoli proprietari, scosso da tante scissioni, mantiene solo il 15,2% dei voti (68 seggi); 36 deputati (8,7%) vanno al Partito nazionale contadino; 60 seggi (16,1) al Partito popolare democratico.

1948

Uno dopo l'altro i partiti della coalizione vengono distrutti, arrestandone i dirigenti o costringendoli all'esilio. Unificazione tra comunisti e socialisti (chi non è d'accordo, va in galera). Arresto del presidente della Repubblica e del primate cattolico Joszef Mindszenty (sarà condannato all'ergastolo). In agosto Rajk è sostituito da Kádár al ministero degli Interni.

1949

1 febbraio. Costituito il Fronte popolare per l'indipendenza, in vista delle elezioni politiche di maggio. Laszlo Rajk ne diviene segretaio.

15 maggio. Il Fronte, senza concorrenti, ottiene il 96,3% dei voti validi.

18 maggio. Rajk scompare. Sarà processato come capo di un “gruppo spionistico trotskista” e condannato a morte con altri imputati; in ottobre Kállai prende il suo posto agli Esteri

1950

Gennaio. Primo piano quinquennale, con forte sviluppo dell'industria pesante e della collettivizzazione nelle campagne. Sono state nazionalizzate le imprese con più di dieci operai.

Aprile. Il presidente della Repubblica, Szakasits, si dimette “per ragioni di salute” e viene subito dopo condannato all'ergastolo.

Giugno. Kádár si dimette da ministro degli Interni (sostituito da Sándor Zold).

Agosto. Accordo con la Chiesa cattolica, che ottiene sussidi e l'autorizzazione a gestire alcune scuole.

1951

Maggio. Arrestati Kádár, Kallai, Zold e molti altri. Deportazioni di parte delle popolazioni urbane verso le campagne.

Giugno. Viene arrestato l'arcivescovo Grösz, che fa le funzioni di primate. Condannato a 15 anni per complotto e “contrabbando”. Subito dopo il clero giura fedeltà al regime.

1952

Vengono nazionalizzate anche le case di abitazione.

Agosto. Rákosi, già segretario del partito, assume anche la presidenza del Consiglio.

Dicembre. Viene arrestato il capo dei servizi segreti (di origine ebraica e unico dirigente comunista non formato a Mosca ancora libero), Gábor Péter. Il collegamento con “l'affare dei medici” del Cremlino è inequivocabile.

1953

5 marzo. Muore Stalin.

13-14 giugno. Incontro a Mosca tra i dirigenti sovietici e quelli ungheresi, fortemente criticati, soprattutto da Berija. Vengono proposte alcune riforme, la liberazione dei prigionieri politici, la riconversione di parte dell'industria pesante per rilanciare la produzione di beni di consumo, la divisione del potere (chiamando Imre Nagy alla presidenza del consiglio).

17 giugno. Comincia tuttavia la sollevazione di Berlino contro le truppe sovietiche. Berija, al ritorno da Berlino a Mosca, viene arrestato.

Rákosi, nel nuovo clima, ottiene che non sia resa pubblica la risoluzione preparata da Nagy e severamente critica contro la “cricca” che ha governato l'Ungheria. Vengono comunque attuate parte delle decisioni prese, e si sviluppa un movimento rinnovatore in seno all'Associazione degli scrittori, dopo una serie di viaggi-inchiesta nel paese.

1954

Nagy porta avanti un moderato rinnovamento, appoggiato dal paese, ma boicottato dall'apparato, saldamente nelle mani di Rákosi e Gerő.

Nell'estate vengono liberati diversi prigionieri politici, comunisti (Kádár, Kállai, ecc.) e non.

1955

Gennaio. Quarto viaggio di Rákosi e Nagy a Mosca. Questa volta non è Rákosi a essere criticato, ma Nagy, per “nazionalismo” e “deviazionismo di destra”. Nagy rifiuta l'autocritica.

Febbraio. Viene destituito Malenkov, capo del governo sovietico. Nagy ha un'infarto, non grave, ma sufficiente a tenerlo lontano qualche settimana dalla vita attiva. I suoi nemici approfittano della situazione per destituirlo (in aprile sarà anche privato di ogni incarico e in dicembre espulso dal partito). Al suo posto va il giovane András Hegedüs.

Maggio. L'Ungheria firma il Patto di Varsavia (con una clausola che consente alle truppe sovietiche di rimanere nel paese, anche dopo la fine dell'occupazione dell' Austria, che giustificava inizialmente la loro presenza per “esigenze di collegamento”).

Nello stesso mese una delegazione sovietica si reca in Jugoslavia, cancellando la vecchia scomunica.

Giugno. Una riunione riservata del Comitato centrale del Partito dei lavoratori riabilita parzialmente Rajk.

Ottobre viene sequestrata la “Irodalmi Ujséig” (Gazzetta letteraria), che è divenuta lo strumento del dissenso. Sostituzioni, arresti ed espulsioni dal partito di giornalisti vicini a Nagy.

1956

Febbraio. XX Congresso del PCUS. Denuncia di Stalin. Riabilitazione di Béla Kun, il dirigente comunista che aveva guidato la Repubblica dei consigli del 1919, era stato poi vittima di Stalin e cancellato dalla memoria della nuova Ungheria. L'organo comunista ungherese pubblica integralmente l'enfatica riabilitazione apparsa sulla “Pravda”.

Marzo. Réikosi, spiega al Comitato centrale che le decisioni del XX Congresso sono già state applicate in Ungheria, ma che bisogna “andare avanti” sul piano della “legalità socialista”. Si sviluppa intanto l'attività del Circolo Petöfi, che attira studenti e operai.

27 marzo. Rákosi ammette pubblicamente che Rajk era innocente, e attribuisce a Gábor Péter ogni responsabilità della montatura poliziesca. Il 29 viene scarcerato l'ex presidente della Repubblica Szakasits.

Aprile-maggio. Vengono scarcerati molti altri dirigenti.

Maggi- giugno il Circolo Petöfi tocca sempre più temi politici, con un successo di folla sorprendente.

18 giugno. Viene acclamata la vedova di Rajk che chiede giustizia. Il 27 Tibor Déry chiede la riabilitazione di Nagy. Rákosi comincia ad ammettere parziali responsabilità.

28 giugno. Scioperi e manifestazioni operaie a Poznan represse nel sangue dalla polizia polacca. Il gruppo dirigente sovietico è preoccupato per le ripercussioni delle critiche a Stalin nei paesi del blocco. Intanto Déry e altri vengono espulsi dal partito, e viene condannato il Circolo Petöfi.

Luglio. Arriva Mikojan da Mosca, per organizzare la successione a Rákosi. Viene proposto Hegedüs, che rifiuta. I

18-21 luglio. Rákosi si dimette e si ritira in URSS, sostituito da Gerő (affiancato da Kádár).

17 settembre. L'Associazione degli scrittori rivendica la totale libertà di espressione, elegge a scrutinio segreto e democratico i suoi dirigenti, e si schiera per il ritorno di Nagy.

4 ottobre. L'organo del partito pubblica una lettera di Imre Nagy che chiede la riammissione. Due giorni dopo solenni funerali di Rajk, con una grande folla commossa che chiede giustizia. Il 13 ottobre Nagy è riammesso nel partito, mentre viene arrestato Farkas, che dovrebbe fare da capro espiatorio per i crimini dell'epoca Rákosi. Funerali di altre vittime dello stalinismo. Gerő parte per la Jugoslavia il 15 ottobre e vi rimarrà fino al 22 otobre, mentre sale la tensione a Budapest. Il 19 ottobre inizia il Plenum del partito polacco, che si conclude con l'elezione del “revisionista” Gomulka, che attribuisce i fatti di Poznan al mal­contento operaio anziché al “complotto imperialista” della prima versione ufficiale. Grande attesa a Budapest. Il 22 ottobre una grande assemblea al Politecnico di Budapest vota 16 punti per il rinnovamento democratico del paese, e convoca per il giorno successivo una manifestazione di solidarietà con Gomulka.

23 ottobre. La manifestazione viene appoggiata da tutta la stampa, ormai in mano ai redattori, contagiati dal clima generale. Il governo vieta la manifestazione, poi la autorizza all'ultimo momento. Mentre la folla invade il centro e si reca alla radio per chiedere la trasmissione dei “16 punti”, la radio trasmette un discorso insultante e provocatorio di Gerő. Intanto vengono distrutte la statua gigante di Stalin e le librerie sovietiche. Davanti alla radio, la polizia spara sulla folla disarmata. È l'avvio dell'insurrezione, subito alimentata dagli operai delle fabbriche di armi, dai volontari della difesa e da parte dello stesso esercito, che rifiuta di sparare e fornisce armi, o si unisce direttamente agli insorti.

24 ottobre. Nagy è alla testa del governo, ma Hegedüs ha intanto firmato una richiesta di intervento sovietico, provocando la radicalizzazione dello scontro. Suslov e Mikojan arrivano da Mosca per concordare un ricambio. Il 25 viene allontanato Gerő, ma a fianco di Kádár (nuovo segretario) ci sono sia rinnovatori, sia una parte dei seguaci di Rákosi, che rimangono anche nel governo Nagy. Sorgono ovunque consigli operai, e nascono molte radio libere. Il 28 ottobre governo e partito riconoscono il carattere nazionale e democratico dell'insurrezione, vittoriosa quasi ovunque. Il partito annuncia la sua prossima rifondá. Il 30 arrivano nuovamente da Mosca Mikojan e Suslov. Il governo viene intanto allargato ai partiti ricostituiti, sul modello della coalizione del 1945-1948. Bande di ex galeotti attaccano intanto la sede del partito a Budapest, mentre “Radio Europa Libera”, a cui si attribuisce erroneamente il ruolo di portavoce del governo USA, denuncia incessantemente Nagy come servo di Mosca travestito, e rifiuta qualsiasi stabilizzazione. Il 29 è cominciata l'invasione israeliana dell'Egitto, concordata con i franco-britannici, che si preparano a intervenire successivamente come “forza di pace”. Il 30 ottobre le truppe sovietiche si ritirano da Budapest.

10 novembre. Nagy, di fronte alle voci di nuovi arrivi di truppe sovietiche, denuncia il Patto di Varsavia, chiedendo all'ONU di garantire neutralità e indipendenza dell'Ungheria. Viene annunciato da Kádár la costituzione del nuovo Partito operaio socialista ungherese, con un discorso in cu si esalta la “gloriosa insurrezione”. Chruščëv intanto discute con dirigenti cinesi e polacchi (e il giorno dopo con lo stesso Tito) per ottenere l'assenso a una soluzione militare. Kádár (sparito da Budapest fin dalla sera del 1° novembre), il 3 novembre viene definitivamente convinto ad appoggiare l'URSS. Il 4 novembre l'Armata rossa entra a Budapest in forze e in meno di una settimana impone il suo ordine. Contemporaneamente vengono lanciati paracadutisti francesi e britannici sul Canale di Suez. Nagy si rifugia con altri dirigenti nell'Ambasciata jugoslava, da cui sarà fatto uscire con un falso salvacondotto il 22. Appena uscito dall'Ambasciata viene sequestrato dai sovietici e portato in Romania. (Falliti tutti i tentativi di ottenere da lui una ritrattazione delle sue idee e una dichiarazione di riconoscimento del regime di Kádár, verrà processato a porte chiuse e ucciso, nel giugno 1958).

9 dicembre. Viene sciolto il Consiglio operaio centrale e i suoi dirigenti, attirati fuori dalle fabbriche che li proteggono col pretesto di un incontro in parlamento, vengono arrestati nei giorni successivi. La repressione sarà particolarmente feroce nel corso del 1957 e del 1958; moltissimi ungheresi (circa duecentomila) sono costretti a fuggire in Occidente.

1 Questo testo è la mia introduzione, con in appendice una cronologia 1944-1956,  al libro Hungaricus 1956 (edizione bilingue con introduzione e cura di A. M., introduzione all’edizione ungherese di Miklos Molnar), Sapere 2000, Roma, 1986.

 

2 Praticamente tutti coloro che hanno scritto sull'ottobre ungherese hanno sottolineato il nesso tra intervento anglo-franco-israeliano a Suez e secondo intervento sovietico a Budapest. Si veda, per una rassegna e una riflessione complessiva, Adriano Guerra, Il giorno che Chruščëv parlò, Editori Riuniti, Roma, 1986, pp. 221-225. Marc Ferro, Suez, Complexe, Bruxelles, 1982, pp. 97-101, ha esaminato il punto di vista sovietico (che ammette il nesso tra i due avvenimenti, ma in una forma inverosimile: gli imperialisti avrebbero scatenato l'insurrezione di Budapest per coprire l’occupazione di Suez...) dimostrandone l'infondatezza: a parte il clamoroso contrasto tra gli Stati Uniti e le due vecchie potenze coloniali, e la più generale inverosimiglianza dello “scatenamento” di un grande movimento di massa da parte di “agenti”, è evidente da tutta la memorialistica franco-britannica che fu al contrario l'improvvisa esplosione rivoluzionaria di Budapest a far superare le molte remore, soprattutto inglesi, nei confronti del piano concordato a Sèvres per un'operazione congiunta. In ogni caso l'intervento israeliano e franco-britannico a Suez aiutò i sovietici anche in un altro modo: fece rientrare tutte le velleità critiche in seno ai partiti comunisti occidentali. Dominique Desanti ha detto che «a partire dal 5 novembre nel PCF divenne inopportuno parlare dell'Ungheria invece di indignarsi per Suez». Dominque Desanti, Les Staliniens. Une expérience politique. 1944-1956, Verviers (Belgique), 1976, p. 487.

3 Qualsiasi confronto con la realtà successiva porta ad amare riflessioni sui passi indietro compiuti in questi trenta anni. Non solo i difensori del “mondo libero” continuano ad ingoiare dittature latinoamericane, apartheid in Sudafrica, aggressione al Nicaragua col pretesto dell'orrore (in sé giustificatissimo) per i Gulag, non solo i sostenitori del “socialismo reale” accettano tranquillamente gli Husak e gli Jaruzelski o la discriminazione nei confronti dei cittadini sovietici di origine ebraica dal momento che gli USA proteggono Botha o Stroessner o i “contras”, e i sionisti hanno invaso il Libano... Anche i protagonisti delle rivoluzioni che incrinano i due blocchi finiscono oggi per non riuscire a cogliere la complementarità delle loro lotte rispetto a quelle che scuotono l'altro campo. Esemplare l'incapacità del movimento sandinista di cogliere il significato di Solidarnosč (una cui delegazione venne respinta appena giunta all'aeroporto di Managua nell'estate 1981) e la speculare ostilità e diffidenza della maggior parte degli operai polacchi nei confronti di movimenti tanto affini come spirito, ma sospettati di essere pura emanazione dei sovietici. Solo poche voci, nella direzione di Solidarnosč legale e poi clandestina, hanno cercato di far capire che i soli veri alleati del movimento rivoluzionario polacco vanno cercati nel movimento operaio e rivoluzionario dei paesi capitalistici e semicoloniali, anziché negli ipocriti che usano strumentalmente in chiave genericamente antisovietica e anticomunista i movimenti rivoluzionari dell'Est (una volta sconfitti... giacché finché Solidarnosč era legale, ben pochi solidarizzavano con essa in Occidente).

4 La concezione del Comintern come appendice del PCUS (che diverrà esplicita al momento del suo formale scioglimento, con la trasformazione in “Ufficio 84” del Comitato centrale del partito sovietico) implicava l'inserimento di fatto dei massimi dirigenti dell'Internazionale nel vertice della Nomenklatura (di cui facevano parte d'altronde anche comunisti di origine finlandese, polacca, ecc.). Sul ruolo di Togliatti al vertice del Comintern si veda Paolo Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell'Internazionale, Editori Riuniti, Roma, 1980 e Antonio Moscato, Togliatti e il Comintern in “Critica comunista”, a. III, giugno–settembre 1981, nn. 12-13, pp. 150-168. Sulla partecipazione di Togliatti alla seduta in cui fu accusato (e al termine arrestato) Béla Kun, cfr. ivi, p. 163.

5 L'intervista, ripubblicata nelle Opere e nelle Opere scelte, è stata riproposta recentemente in un volumetto a larga diffusione, Il Pci e la svolta del 1956, Introduzione di G. Chiarante, allegato a “Rinascita”, n.14, 12 aprile 1986. Una lettura a distanza di trenta anni permette di valutare l'inconsistenza del mito di Togliatti anticipatore di una critica radicale e profonda dello stalinismo.

6 L'esperienza greca fu usata nell'immediato dopoguerra come deterrente dai dirigenti comunisti dell'Occidente, e continua ancora ad essere evocata in modo del tutto distorto, come se la tragedia del movimento operaio e della resistenza antifascista fosse stata provocata da orientamenti estremisti del partito comunista. In realtà il PC greco applicò zelantemente la linea di collaborazione di classe imposta da Stalin, accettando di disarmare le proprie formazioni militari. Solo quando arresti e uccisioni di comunisti (già avviati, col beneplacito esplicito di Stalin, dagli inglesi) divennero sistematici, una parte dei comunisti cominciò una tardiva insurrezione, condannata alla sconfitta dalla dispersione e dal logoramento delle forze avvenuto precedentemente, e comunque lasciata deliberatamente senza aiuti da parte del movimento comunista. Sulla vicenda greca rimane fondamentale André Kedros, Storia della resistenza greca, Marsilio, Padova, 1967. Una testimonianza preziosa sull'atteggiamento di Stalin, ostile alla lotta dei partigiani greci e critico verso gli jugoslavi, accusati di illudersi «che le forze occidentali lasceranno la Grecia ai comunisti», e quindi di creare «difficoltà politiche a tutti», è in Edvard Kardelj, Memorie degli anni di ferro, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 121, 122. Kardelj aveva risposto: «non eravamo stati noi a organizzare l'insurrezione, ma i greci stessi. Noi non potevamo rifiutare l'aiuto, avendo confini comuni, quell'aiuto che ogni movimento rivoluzionario non può non dare a una rivoluzione» (ibidem), ma Sta!in non fu minimamente toccato dall'argomento.

7Sul problema del rafforzamento della religione nei paesi dell'Est, e in particolare in Polonia, si veda: Antonio Moscato, Perché il cattolicesimo è così forte in Polonia? in “Critica comunista”, a. III, n. l0, gennaio-febbraio 1981, e Antonio Moscato, Il ruolo della Chiesa, in: Polonia: primo bilancio, numero monografico di “Critica comunista”, a. IV, nn. 15-16, marzo-giugno 1982, ristampato anche, con lo stesso titolo, come reprint dalla Celuc libri, Milano, 1983 [ora riprodotti anche in questo sito].

8 Fejtö osserva acutamente che «le rivendicazioni nazionali vere e proprie appaiono con forza solo quando l'opinione pubblica già mobilitata a favore della riforma del sistema si rende conto delle pressioni sovietiche» (osservando che in Cecoslovacchia nel 1968 le esperienze precedenti fanno apparire più rapidamente questo fattore). François Fejtö, Budapest, l'insurrection, Complexe, Bruxelles, 1981, p. 18. Sul peso dei precedenti storici (del 1848, ad esempio) nel dibattito politico ungherese, si veda Miklós Molnár, La présence de l'histoire, in 1956. Varsovie-Budapest, textes réunis par Pierre Kende et Krzysztof Pomian, Seuil, Paris, 1978.

9 Agnes Heller, Morale e rivoluzione, intervista a cura di Laura Boella e Amedeo Vigorelli, Savelli, Roma, 1981, p. 25. È una bella testimonianza, tanto più che a distanza di trenta anni la Heller non sembra aver capito molto di più sui processi rivoluzionari e sui movimenti di massa; tra l'altro, recentemente ha perso ancora una volta l'occasione di tacere su quel che non capisce, sparando a zero sui movimenti pacifisti europei, scambiandoli per fiancheggiatori dell'espansionismo sovietico. Si veda Agnes Heller e Ferenc Fehér, Apocalisse atomica, SugarCo, Milano, 1985. Alle tesi della Heller e di Fehér ha risposto correttamente Marco De Andreis, La sociologa spara bordate al pacifista, ne “l'Unità” del 6 agosto 1985. Anche in Ungheria 1956. Il messaggio di una rivoluzione oltre un quarto di secolo dopo. Prefazione di Paolo Flores d'Arcais, SugarCo, Milano, 1983, gli stessi autori lamentavano che alla fine della guerra «le grandi potenze semplicemente non compresero che l'unico mezzo a disposizione, per dissuadersi a vicenda dal provocare un terzo cataclisma bellico, era l'arma atomica». (Ivi, p. 561. Quest'ultimo libro, rivelando le tracce di un'affrettata e superficiale utilizzazione di materiale di diverso valore, male assemblato e non sempre correttamente citato, ha una scarsissima utilità (pur contenendo anche osservazioni interessanti, accanto alle banalità, alle schematizzazioni e alle faziosità sparse qua e là).

10 A. Heller, Morale e rivoluzione, cit., p. 26.

11 Cfr. L'unità dei contadini e degli operai, in “Critica comunista”, a. III, nn. 12-13, giugno-settembre 1981, pp. 121-125.

12 István Mészaros, La rivolta degli intellettuali in Ungheria, Einaudi, Torino, 1958, pp. 131-132.

13Per citare solo due tra gli storici che hanno ricostruito, su fonti originali, le vicende di quei mesi del 1917, segnaliamo Michal Reiman, La rivoluzione russa dal 23 febbraio al 25 ottobre, Laterza, Bari, 1969 e Alexander Rabinowitch, I bolscevichi al potere. La rivoluzione del 1917 a Pietrogrado, Feltrinelli, Milano, 1978 (nonostante il titolo, affronta solo il periodo tra il luglio e l'ottobre 1917, con grande ricchezza di particolari, soprattutto sulle opposizioni che maturavano nella stessa area bolscevica per impazienza e timore di adattamenti opportunistici dei dirigenti). Ancora valido, d'altra parte, è il libro di William Henry Chamberlin, Storia della rivoluzione russai, Einaudi, Torino, 1966 (ma scritto nel 1935).

14Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Sugar, Milano, 1964, p. 828. Altre pagine efficacissime ricostruiscono e interpretano gli insuccessi elettorali dei bolscevichi, nel giugno 1917: «Mentre i bolscevichi si impadronivano irresistibilmente delle fabbriche e dei reggimenti, le elezioni alle Dume democratiche davano una prevalenza schiacciante e in apparenza crescente ai conciliatori. Questa fu una delle contraddizioni più acute e più enigmatiche della rivoluzione. È vero che la Duma del quartiere di Vyborg, puramente proletario, ebbe una maggioranza bolscevica. Ma si trattava di una eccezione. In giugno, alle elezioni di Mosca, i socialrivoluzionari raccolsero più del 60% dei voti. […] Gli strati avanzati degli operai e dei soldati si affrettavano già a liberarsi dalle illusioni conciliatrici. Nel frattempo, i più larghi strati di popolino delle città cominciavano già a muoversi. Per queste masse disperse le elezioni democratiche costituivano forse una prima possibilità e comunque una delle rare occasioni per pronunciarsi politicamente»”. (Ivi, pp. 468-469). Anche se in questo caso Trotskij intende sottolineare soprattutto lo scarto tra attività politica cosciente dei settori organizzati della classe operaia e voto delle larghe masse “popolari” in senso lato, prive di una precisa esperienza di lotta (la «polvere umana sollevata e fatta turbinare dalle raffiche della rivoluzione»), le sue osservazioni hanno una validità più generale, che consente di cogliere una costante di qualsiasi processo rivoluzionario, rappresentata dall'enorme disparità tra i livelli di coscienza e dal peso di fattori culturali e politici ereditati dal passato (quando le idee rivoluzionarie erano patrimonio di una ristrettissima minoranza). Ma la Heller, che come Fehér, è una buona discepola di Lukács, segue il suo maestro nel disinteresse verso gli scritti storici e politici di Trotskij, che Lukács dice di «non essere in grado di giudicare», ma che evidentemente – ancora nel 1971 – non ha mai letto, dato che cataloga sotto la categoria di “trotskismo” anche Bucharin, Zinov'ev e Kamenev, e attribuisce a tutti in blocco la volontà di «mobilitare l'opinione pubblica americana e inglese contro l'Unione Sovietica» e di opporsi al «fronte unitario antihitleriano». (Gyorgy Lukács, Pensiero vissuto. Autobiografia in forma di dialogo, Intervista di István Eörsi, Editori Riuniti, Roma, 1983, pp. 142-144).

15Lev Trotsky, op. cit., p. 828.

16Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, v. XI, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 106.

17 József Mindszenty, Memorie, Rusconi, Milano, 1975, p. 56. 17.

18 Ivi, p. 323.

19 Secondo altre valutazioni, apparse anche in fonti ufficiali, a essere raggiunte dalla repressione furono addirittura 850.000 persone. Vedi Federigo Argentieri, lorenzo ~ Gianotti, L'Ottobre ungherese, Valerio Levi, Roma, 1986. p. 63.64.

20 Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori, Milan,. 1983, pp. 202-203. La testimonianza di Serge è tanto più significativa in quanto egli proveniva dalle file dell'anarchismo.

21F. Argentieri, L. Gianotti, op. cit., pp. 147-148. Cfr. anche lo stralcio più ampio riportato in La rivoluzione ungherese, Mondadori, Milano, 1957, p. 204.

22Lászlo Nagy, Democrazie popolari. 1945-1968, Il Saggiatore, Milano, 1969, p. 216, osserva che quando Nagy fu chiamato al potere non poteva più avere nessun ruolo, giacché «la crisi non era più unicamente politica ma già insurrezionale». Egli aggiunge poi che «le circostanze tragicomiche delle trattative di quella notte [...] hanno pochissima importanza reale perché valga la pena di insistervi. Si discussero questioni secondarie, di protocollo, di ripartizione dei seggi, nel pieno di una situazione in cui qualsiasi palliativo si sarebbe dimostrato senza effetto sul corso degli avvenimenti». (Ibidem). Cfr. anche Miklós Molnar, Lasló Nagy, Imre Nagy. Réformateur ou révolutionnaire?, Droz, Genève, 1959, pp. 185-187.

La vicenda, effettivamente “tragicomica”, richiama tuttavia un famoso precedente nella storia dell'Ungheria: la visita a Béla Kun, detenuto con altri dirigenti comunisti nel carcere di Budapest, da parte di una delegazione socialdemocratica capeggiata da Jenő Landler; al termine dell'incontro i due partiti, fino a quel momento rivali, si unificavano e formavano un governo rivoluzionario. Era il 21 marzo 1919. Allora ad imporre la svolta verso i comunisti e la loro chiamata al governo non fu una diretta pressione delle masse, ma la catastrofica situazione del paese, minacciato dalle rivendicazioni territoriali degli Stati vicini, appoggiati dalle potenze vincitrici. La Repubblica dei Consigli nata da quell'intesa così precaria e condizionata dalla drammatica situazione, come è noto, non ebbe lunga vita (anche se, oltre agli errori e alle divisioni interne, la sua sconfitta fu dovuta all'isolamento in cui fu lasciata dal movimento operaio europeo, in particolare da quello austriaco, con il quale esistevano tanti legami e una importante frontiera comune). Si veda a questo proposito l'interessante resoconto steso a caldo da Béla Szántó, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, Milano, Avanti!, ed Enzo Santarelli, La rivoluzione ungherese, in Enzo Santarelli, Italia e Ungheria nella crisi postbellica, Argalìa, Urbino, 1968. Sui rapporti tra movimento operaio austriaco e rivoluzione ungherese, si veda l'Introduzione di Antonio Moscato a Roman Rosdolsky, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria. La “terza via” dell'austromarxismo, Celuc, Milano, 1979, pp. 49-51 e 58-59 [nuova edizione: Trotsky e la pace necessaria. 1918 La socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo editore, Lecce, 2008]

23 Kádár era sospettato non solo dai sovietici, ma anche dai comunisti occidentali. L'organo del PCF, “1'Humanité”, il 3 novembre 1956 (il giorno prima dell'ingresso delle truppe russe “chiamate da Kádár” a Budapestl scriveva che non era possibile discutere col partito dei lavoratori ungheresi «poiché gli articoli del suo organo centrale, che. prima di scomparire, salutavano come altrettante vittorie le retrocessioni del potere popolare» non lo consentivano; si aggiungeva, più precisamente, che “Kádár, diventato alcuni giorni fa segretario del partito dei lavoratori ungheresi, ha lasciato di punto in bianco i ranghi di tale partito, indotto a ciò dal presidente del Consiglio Nagy, il quale autorizzando una “San Bartolomeo” di comunisti, ha dato carta bianca ai fascisti ungheresi». Il giudizio era tratto dal discorso, che era stato tenuto da Etienne Fajon, alla Presenza di Thorez, ai metallurgici parigini, ed è riportato da Tibor Méray, La rivolta di Budapest, Mursia, Milano 1969, p. 307. Secondo F. Fejto, op. cit., p. 190, furono le insistenze di Tito nell'incontro seguito con Chruščëv svoltisi a Brioni il 2 novembre a convincere i sovietici a puntare su Kádár anziché su Münnich.

24 F. Argentieri, L. Gianotti, op. cit., p. 148.

25Sugli accordi di Jalta esiste una notevole confusione, alimentata in primo luogo da ricorrenti campagne giornalistiche tendenti a reinterpretare le vicende dell'Europa postbellica in chiave di accordi che avrebbero consentito all'astuto Stalin di raggirare l'ingenuo e idealista Roosevelt, impossessandosi dell'Europa orientale. Tali campagne si sono fatte più frequenti una volta affermatasi alla Casa Bianca la nuova politica alla “Rambo” di Ronald Reagan. Contro questa «leggenda dura a morire» giustamente polemizza Adriano Guerra, che riconduce quelle intese a «reciproci riconoscimenti de facto, derivanti dalla realtà e dai dati oggettivi, dalle modifiche intervenute nei rapporti di forza, dall'esistenza di zone di influenza reciprocamente riconosciute (in questo caso le due aree dell'Europa che erano state liberate dagli anglo-americani a occidente e dai sovietici a oriente»). A. Guerra. op. cit., p. 222. Tuttavia questa precisazione metodologica tende troppo spesso nella prassi del movimento comunista a giungere alla forzatura di negare le “sfere di influenza”, come fece ad esempio Ernesto Ragionieri, nell'Introduzione alla pubblicazione di uno stralcio (curato dai sovietici) dei verbali delle conferenze di Teheran e di Jalta: Churchill, Roosevelt, Stalin. Da Teheran a Yalta. I verbali delle conferenze in cui si decisero le sorti del mondo, Editori Riuniti, Roma, 1965 (ed. riservata agli abbonati di “Rinascita”).

Ragionieri sosteneva che «chi scorra con attenzione i verbali delle conferenza e i protocolli che la conclusero non trova motivi sufficienti per giustificare [...] l'opinione diffusa che attribuisce agli accordi di Jalta una grave responsabilità nel delinearsi di una pace fondata sulla divisione del mondo in sfere di influenza» (Ivi, p. XXXIII). In realtà, come chi ben conosceva l'argomento poteva scorgere tra le righe in alcuni accenni velati dello stesso Ragionieri (insufficienti per chi si fosse basato sul materiale documentario allegato al libro, che includeva brani tratti dalle memorie di Churchill, ma con esclusione delle pagine più esplicitamente dedicate all'accordo di Mosca), a Jalta non era stato deciso nulla in proposito solo perché era stato deciso altrove. Che sia entrato nel gergo politico universale il termine di “accordo di Jalta” (il che filologicamente è scorretto) non toglie nulla al fatto che Churchill e Stalin nell'ottobre 1944 discussero e misero nero su bianco una spartizione dell'Europa in zone con diverse percentuali di influenza. Churchill ne ha parlato senza reticenza nelle sue memorie, sia perché trovava del tutto normale tale modo di procedere, che aveva a monte una lunga tradizione (si pensi agli accordi Sykes-Picot del 1916, per la spartizione del Medio Oriente tra Francia e Gran Bretagna) sia perché aveva coscienza che l'espansione sovietica in Europa era un fatto compiuto, determinato in larga misura proprio dal ritardo con cui gli alleati avevano aperto il secondo fronte, col risultato imprevisto che l'URSS, invece di dissanguarsi totalmente nello scontro con le forze naziste, aveva deciso pressoché da sola le sorti della guerra, trovando le energie per una controffensiva che aveva portato l'Armata Rossa sull'Elba. Il testo del progetto di spartizione è riportato integralmente da Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. XI, L'onda della vittoria, Mondadori, Milano, 1970, pp. 262-263.

26 Bill Lomax, Kádár al potere dopo la rivoluzione, in “Il Ponte”, a. XLII, n. 3, maggio-giugno 1986. p. 82.

27 Sul Partito comunista cinese rimane essenziale Livio Maitan, Partito, esercito e masse nella crisi cinese, Samonà e Savelli, Roma, 1969 (deliberatamente ignorato quando uscì in Italia, in tempi di infatuazioni maoiste, e più volte ripubblicato in molte lingue in paesi che hanno avuto in forma meno virulenta quegli entusiasmi acritici e le successive amnesie...). Sugli avvenimenti successivi, in particolare sulle difficoltà del “Movimento democratico” in Cina, si veda il Dossier curato da Mauro Volpi su “Critica Comunista”, a. IIIi, n. 11, aprile-maggio 1981, pp. 109-157.

28 Sintomatico – in epoca più recente – l'atteggiamento della socialdemocrazia tedesca verso Solidarnosč: tiepidissimo finché il movimento era libero (Walesa in visita in Germania poté incontrarsi solo con una ristretta platea di burocrati ), divenne commosso e “appassionato” solo quando la sconfitta permise l'utilizzazione strumentale della vicenda senza rischi di contagio. È noto che ben presto, passate le commemorazioni propagandistiche, la socialdemocrazia tedesca si è fatta tramite per assicurare dilazioni e crediti che consentissero a Jaruzelski di consolidarsi. Un analogo atteggiamento britannico su Kádár è riportato da A. Heller, F. Fehér, Ungheria 1956, cit., p. 37. Jiri Pelikan ha più volte denunciato pubblicamente l'indifferenza e l'ostilità della sinistra occidentale – compresi i suoi “colleghi” del gruppo parlamentare socialista nel Parlamento europeo – nei confronti delle opposizioni comuniste democratiche nelle democrazie popolari: uno degli argomenti più brutali era appunto basato sul disinteresse per un “comunismo dal volto umano”, dato il punto di partenza, inequivocabilmente e aprioristicamente anticomunista.

29 András Hegedüs, allora Primo ministro e oggi oppositore moderato ma sincero, ha osservato, a proposito dell'opinione diffusa su «enormi quantità di uranio che sarebbero state avviate verso l'Unione Sovietica», che in realtà non c'erano che modesti quantitativi sperimentali, giacché i giacimenti erano stati scoperti appena nel 1954, ma «la voce poteva circolare grazie all'assoluta mancanza di dati, di cifre, di documentazione in proposito». ( F. Argentieri, L. Gianotti, op. cit., p. 104). In realtà, il limitato interesse sovietico per l'uranio ungherese era legato alla ben diversa importanza dei gia cimenti cecoslovacchi. Si veda Karel Bocek, L'uranio cecoslovacco all'URSS: un esempio di politica coloniale, in “l'Est”, rivista trimestrale di studi sui paesi dell'Est., CESES, n. 4, 1973, pp. 107-115.

30 Zbigniew K. Brzezinski, Storia dell'Urss e delle democrazie popolari, Franco Angeli, Milano, 1975, p. 484. Analogamente Brus osserva che «sulla scia immediata degli avvenimenti del 1956, l'Unione Sovietica operò cessioni in senso inverso, o sotto forma di una compensazione per le passate ingiustizie (nel caso di Polonia e Romanial) o sotto forma di crediti in termini equivalenti ad un sussidio (certamente per quanto concerne Ungheria e Polonia e probabilmente anche per gli altri paesi)». Wlodzimierz Brus, Storia economica dell'Europa orientale 1950-1980, Editori Riuniti, Roma, 1983, p. 113. Brus aggiunge che «poteva benissimo essere che, in questo particolare momento, le democrazie popolari fossero in procinto di divenire una responsabilità economica per l'Unione Sovietica, nell'interesse di una loro subordinazione politica». (Ibidem).

31 Peter Rende, L'economia ungherese di fronte ai problemi del meccanismo, in Le riforme economiche nei paesi dell'Est, II Seminario internazionale del CESES, Vallecchi, Firenze, 1966, p. 14.

32 L. Nagy, op. cit., p. 262. Nagy aggiunge che l'Urss concesse a Gomulka «ciò che nessuno dei suoi predecessori era riuscito ad ottenere: la liberazione totale dei 100 mila e più polacchi ancora prigionieri in Russia». Ibidem.

33 Bruno Dallago, Passato e futuro del modello economico sovietico. Il caso ungherese, Franco Angeli, Milano, 1981, p. 35.

34 François Fejtö, La rivolta ungherese, Introduzione, in J. P. Sartre, La rivolta ungherese, Mondadori, Milano, 1957, p. 187 (si tratta della traduzione italiana del fascicolo speciale, nn. 129-130-131, de “Les Temps Modernes”, janvier 19571.

35 Federigo Argentieri, Il '56 ungherese e il “documento Hungaricus”, in “Quaderni della Fondazione Feltrinelli”, n. 31 (Studi di storia dell'Urss e dell'Europa orientale), pp. 138-139. Cfr. anche Pierre Kende, La censure en Hongrie, in “Projet de ricerche. Les crises des systemes de tipe sovietique”, dirigé par Zdenek Mlynar, Étude n. 9, pp. 53-54 e Timothy Garton Ash, La lezione ungherese, in Ungheria, il “Forum” culturale e il dibattito sulla riforma, dossier del Centro studi Paesi Socialisti, Istituto Gramsci, Roma, 1986.

36Institut Imre Nagy de Sciences Politiques, Bruxelles, Documents, 1. Texte intégral d'une étude de “Hungaricus”, écrit, publié et distribué clandestinement en Hongrie dans les milieux progressistes, juin 1959. Il passo citato è alla p. IV dell'Introduzione. Il testo pubblicato allora non era tuttavia integrale, sia per alcune lacune nel manoscritto giunto in Occidente (segnalate peraltro nella traduzione), sia perché manca interamente la parte conclusiva.