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Borón sul Cile
CILE
L’ORIGINALE E
Atilio Borón *
ALAI AMLATINA 21/1/2010
Per
Si tratta di un’esagerazione scorretta? Niente affatto. Abbiamo sentito cosa diceva Alejandro Foxley, ministro della Finanze del governo di Patricio Aylwin, tra il 1990 e il 1994, appena inaugurata la “transizione democratica. In questo ruolo, Foxley si è distinto per aver continuato ad approfondire il corso economico imposto dalla dittatura- Senatore democratico cristiano tra il 1998 e il 2006 nonché ministro degli Esteri del governo di Michelle Bachelet tra il 2006 e il 2009, tutta la sua attività pubblica è stata contrassegnata da un’incondizionata sottomissione agli orientamenti di Washington e dei suoi rappresentanti locali in Cile. Questo altissimo esponente della Concertazione dichiarava nel maggio 2000: «Pinochet ha realizzato, specie nell’economia cilena, la più importante trasformazione che si sia avuta in questo secolo. Ha avuto il merito di anticipare il processo di globalizzazione […] Ne va riconosciuta la lungimiranza nell’aprire l’economia cilena al mondo, decentrare, deregolamentare, ecc. Un contributo storico destinato a durare per decenni in Cile. […] Ha superato inoltre la prova di che cosa significa fare storia, visto che alla fine ha cambiato il modo di vivere di tutti i cileni, in bene non in male. Questo è quello che penso, e questo colloca Pinochet a un elevato livello della storia cilena». (Cosas, 5 maggio 2002).
Pinochet lungimirante, Pinochet creatore del Cile moderno, Pinochet che ha cambiato in bene il Cile! Gli orrori della sua dittatura con la sequela di migliaia di persone morte, scomparse, torturate, assassinate, le libertà conculcate, il terrorismo di Stato e la sistematica violazione dei diritti umani: tutto questo è abilmente occultato nei sofismi del tecnocrate “progressista”. Con dirigenti che dicevano cose del genere (condivise da molti ma che pochi osano esprimere con tanta impudenza) e con politici che, in parecchi casi, sono stati apertamente golpisti e hanno facilitato il golpe di Pinochet nel 1973 (cosa che alcuni sembrano aver dimenticato), poteva essere credibile
Ma la continuità tra il pinochetismo e i suoi successori “democratici” non la si vede solo nell’ammirazione, esplicita oppure timida, per l’opera e il lascito storico di Pinochet, ma anche nelle politiche economiche “pro-mercato” e “pro-investimenti” (e, quindi”anti-giustizia ed anti-eguaglianza”) sostenute dalla Concertazione per due decenni e nel religioso rispetto della Costituzione del 1980, un capolavoro dell’autoritarismo e una barriera formidabile contro qualsiasi pretesa di democratizzare la vita politica cilena. Nei suoi trent’anni di esistenza, questo corpo costituzionale ha sperimentato soltanto riforme marginali, di cui la più importante è stata la riduzione a quattro anni del mandato presidenziale e l’impossibilità di una rielezione immediata. Ma la camicia di forza che ha sclerotizzato un sistema partitico che in queste ultime elezioni ha finito di morire, il regime del bipartitismo, è rimasto intatto, né più né meno delle scandalose prerogative di un esercito che, ancora oggi, è ben lungi dall’essere sottoposto al potere civile.[1] La Costituzione fa gravare sul paese una spesa militare esorbitante, svariate volte più elevata a quella, ad esempio, del Venezuela, la cui dimensione disturba i sonni della Segretaria di Stato Hillary Clinton.
Con la vittoria di Piñera il sistema partitico ordito dal regime pinochetista è stato ferito a morte. L’implosione della Concertazione sembra essere un destino inesorabile, insieme alla fine di un bipartitismo spurio. Una parte importante della Democrazia cristiana si avvicinerà al nuovo governo, mentre un altro settore cercherà di intraprendere un proprio poco promettente cammino. Non molto diverse sono le prospettive che ha di fronte il socialismo cileno, scisso tra un settore maggioritario che ha aderito senza riserva al neoliberismo e un altro, molto minoritario, che conserva ancora una qualche fedeltà al nobile lascito di Allende, che si deve star rivoltando nella tomba vedendo cosa hanno fatto i suoi presunti eredi politici. Il futuro del PS non sembra molto diverso da quello avuto a suo tempo dal Partito radicale cileno, forte negli anni Trenta e Quaranta, per poi languire fino a diventare completamente irrilevante. Venti anni di governi “progressisti” non sono bastati a consolidare un blocco storico alternativo, ma sono riusciti a unificare una destra, che ora si impossessa della vita politica del paese, completando con successo il passaggio dal predominio economico e finanziario, fomentato dalle politiche economiche dei suoi predecessori alla Moneda, alla preminenza politica.
La supremazia della destra si vedrà facilitata dalla scomposizione del polo di “centro-sinistra” e dalla sua frammentazione in vari partiti, nessuno dei quali, perlomeno oggi, è in grado di sfidare la destra. Resta da vedere come reagirà lo spazio politico eterogeneo che si è raccolto dietro la candidatura di Marco Enriquez Ominami che, smentendo tutti i pronostici, ha raggiunto al primo turno un notevole 21% dei voti. Soprattutto dei giovani. Un dato non irrilevante, che parla eloquentemente della frustrazione dei cittadini, è il disinteresse dei giovani per la politica: si calcola che qualcosa come 3,5 milioni di essi non si sono registrati per votare, scoraggiati dalla spoliticizzazione alimentata dalla Concertazione nella gestione degli affari pubblici. A mo’ d’esempio, nel ricco distretto di Las Condes si sono iscritti a votare poco più del 50% dei giovani tra i 18 e i 19 anni. Invece, nel comune operaio di
La sconfitta della Concertazione rende chiari i limiti del cosiddetto “progressismo”, una specie di terza via che, essendo fallito clamorosamente in Europa – soprattutto nel Regno Unito e in Germania – ha cercato, senza riuscirvi, di avere una sorte più felice in America Latina. Quel che contraddistingue i governi di questo segno politico è la loro sottomissione incondizionata alle forze del mercato e la debolezza della loro vocazione riformista, carente del coraggio necessario per spingersi oltre i confini tracciati dal capitalismo neoliberista. Una delle chiavi per capire le disavventure elettorali del centro-sinistra in questa parte del globo la fornisce la sorte diversa che hanno avuto governi che hanno intrapreso con decisione il percorso delle riforme – sociali, economiche e istituzionali – come il Venezuela,
Un’ultima considerazione: la sconfitta della Concertazione peserà, e molto, nello scenario sudamericano. Le cose saranno più difficili per i governi del Venezuela, della Bolivia, dell’Ecuador e di Cuba; l’allargamento del MERCOSUR con il pieno inserimento del Venezuela patirà nuovi inciampi, anche se non in maniera diretta, visto che il Cile è membro consultivo dell’accordo; inoltre, con la vittoria di Piñera, il blocco di destra controlla, con l’onorevole eccezione dell’Ecuador, l’intero fianco del Pacifico latinoamericano. Per giunta, l’«effetto dimostrativo» del risultato cileno potrebbe riuscire ad esercitare un qualche (negativo) influsso sulle elezioni presidenziali del prossimo ottobre in Brasile e in quelle che si terranno l’anno dopo in Argentina, dando alimento in entrambi i casi ai candidati di destra. Per altro verso, la bellicosa controffensiva imperiale degli Stati Uniti (Quarta Flotta, basi militari in Colombia, golpe in Honduras, riconoscimento delle frodi elettorali di questo paese, ecc.), avrà un altro alleato a partire da marzo, libero da qualsiasi impegno, anche solo retorico, con il progetto di emancipazione latinoamericano. Va ricordato che, anche sotto i governi “progressisti” della Concertazione, il loro ruolo è sempre stato quello di un interlocutore privilegiato di Washington. Nel vertice di Mar del Plata culminato con il naufragio dell’ALCA, le voci favorevoli a questo accordo sono state quelle di Ricardo Lagos e Vicente Fox, sotto lo sguardo benevolo di George W. Bush. Adesso questa tendenza “isolazionista” – e in fondo anti-latinoamericana – si accentuerà ulteriormente, invertendo la profonda vocazione latinoamericana che il Cile aveva saputo mantenere e che aveva raggiunto l’apice sotto la presidenza di Salvador Allende. Il paese, però, è cambiato, “in bene” come ricordava l’ex ministro degli Esteri della Concertazione Foxley, oggi vero e proprio paladino del neoliberismo, titolo tra l’altro conquistato grazie alla firma di trattati bilaterali di libero scambio che regolano i suoi rapporti con oltre 70 paesi.
Dall’epoca della dittatura militare, il disinteresse della Moneda per l’America Latina è stato proverbiale e continua ancora. Lo dimostra chiaramente il fatto che il Cile preferisce importare petrolio dalla Nigeria anziché farlo dal Venezuela o arrivare a un accordo con
Inviato dal Boletín solidario de información del Colectivo Militante di Montevideo, traduzione di Titti Pierini.
* Direttore del Programma Latinoamericano di Educazione a Distanza in Scienze sociali (PLED), Buenos Aires.
[1] Sul carattere eternamente inconcluso della transizione democratica in America Latina rinviamo il lettore a: A. Baron, Aristóteles en Macondo. Notas sobre el feticismo democrático en América Latina, Ediciones Espartaco, Cordova, 2009.
[2] Cfr, “El espejismo del voto voluntario” (http://www.quepasa.cl/articulo/19_1944_2.htmlnon archiviato). In questo stesso rapporto si dice che «i ricercatori cileni Alejandro Corvalán e Paulo Cox concludono che la percentuale dei giovani cileni della fascia più povera che si iscrive nei registri elettorali è la metà di quella della fascia più ricca».
[3] Cfr. El Mercurio, 19 gennaio 2010.
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-170
- Autore
- Atilio Borón
- Pubblicato sul sito
- 23 gennaio 2010
- Parole chiave originali
- «Cile», «Allende», «Pinochet»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-170.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 23 gennaio 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=170:boron-sul-cile&catid=32:actualidad-latinoamericana&Itemid=42
- Cattura AM-170.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 5 dicembre 2020.
- Testo estratto AM-170.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 1.992 parole.
- Edizione AM-170.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
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Come citare
Atilio Borón, «Borón sul Cile», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 23 gennaio 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/170.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Borón, A. (2010, 23 gennaio). Borón sul Cile. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/170.html