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Almeyra: fine di un ciclo

pubblicato sul sito il · 4 min di lettura

Latinoamerica. Fine di un ciclo 

di Guillermo Almeyra

 

Luiz Inácio da Silva (“Lula”) giunse al governo del Brasile nel 2003, sotto la spinta dei grandi scioperi degli anni Settanta, che contribuirono in maniera decisiva al crollo della dittatura militare, e attraverso le campagne presidenziali del 1989 e di quelle successive, che via via proiettarono il Partito dei Lavoratori (PT) come forza elettorale. Lula divenne dirigente nazionale grazie alla grande ascesa operaia e popolare che diede vita al blocco sociale di operai dell’industria, contadini poveri e settori di ceto medio (Comunità cristiane di Base, gruppi di sinistra tradizionale o rivoluzionaria), arrivando alla presidenza del Brasile mentre stava terminando quella prima ondata ascendente di resistenza alle politiche neoliberiste, che va dagli inizi degli anni Novanta fino al 2000.

Tale ondata fu contrassegnata: dal risultato elettorale, in Messico nel 1988, del movimento di Cuauhtémoc Cárdenas, [la cui sconfitta] fin da allora inaugurò nel paese la fase della frodi massicce; dal “Caracazo” (e il massacro del 28 febbraio 1989) e dalla successiva sollevazione chavista; dall’abbattimento di due presidenti equadoriani negli anni Novanta ad opera del movimento indigeno e della sua CONAIE, creata negli anni Ottanta; dall’insurrezione zapatista in Chiapas nel 1994; e che culminò con l’esplosione sociale argentina, nel 2001.

Da allora, il Sudamerica vive con governi cosiddetti “progressisti”, costituiti da figure che non appartengono alle classi dominanti, ma che sono anche in buona misura autonome rispetto ai settori popolari, visto che persino in Bolivia Evo Morales si appoggia alle direzioni dei movimenti sociali organizzati nel Movimento al Socialismo (MAS), che però non è al governo con lui. Questi governi – un miscuglio strano di alcuni onesti militanti con avventurieri e burocrati paternalisti – hanno incanalato, controllato e istituzionalizzato i movimenti sociali, cercando di riassorbirli nello Stato, rimasto immutato.

I governi “progressisti” dirigono paesi capitalistici dipendenti, produttori di materie prime. Non hanno intaccato se non marginalmente le basi del potere delle oligarchie locali e del capitale finanziario internazionale che ne controlla le rispettive economie, continuando sostanzialmente ad applicare una politica neoliberista cui hanno aggiunto misure distributive per sostenere il mercato interno ed altre assistenziali per ridurre la povertà e mantenere il consumo. Non hanno messo in discussione la rendita mineraria, quella agraria, il potere delle banche straniere, non si è colpita la proprietà agricola; si sono limitati a contare su un priodo di elevati prezzi delle materie prime esportate dai rispettivi paesi – petrolio, minerali, soia, cereali, prodotti agropecuari – per realizzare le loro politiche assistenziali, cercando tuttalpiù di contendere parte della rendita dei tradizionali redditieri. Il Venezuela ha statalizzato il petrolio e la rendita petrolifera, senza però modificare il resto dell’economia, che ha continuato a dipendere dall’esportazione di combustibile.

La crisi capitalistica mondiale ha ridimensionato la domanda di minerali e materie prime e il prezzo di queste commodities è sceso e continuerà a scendere, in particolare quello del petrolio se l’Iran immette nel mercato quello che ha accumulato a causa dell’embargo imperialista. Il ribasso del petrolio, fortunatamente per i popoli e l’ambiente, rende insostenibile la produzione di fracking, frenando gli investimenti, e analogo effetto ha la caduta del prezzo dei minerali, proteggendo transitoriamente l’acqua dal suo selvaggio sfruttamento capitalistico. Tuttavia, la politica neosviluppista, estrazionista ad ogni costo - ambientale, sociale, politico - persiste senza modifiche. Tranne che, ormai, non esistono forti ecccedenze monetarie che consentano di combinare questa politica con misure di distribuzione, con l’assistenzialismo e il clientelismo. I governi “progressisti” si ritrovano così presi in una tenaglia, uno dei cui bracci – i bisogni popolari -  comincia a stringerli, mentre l’altro – il controllo delle basi dell’economia da parte del grande capitale, soprattutto straniero – aumenta addirittura la sua pressione. I capitali che prima godevano delle concessioni dei governi “progressisti” e incrementavano la corruzione, non si accontentano più di questo e trovano che sia costosissimo e intollerabile (si veda il caso argentino o brasiliano): i palliativi (commercio interregionale, Mercosur, sostegno finanziario di Cina, Russia o dei BRICS) sono ormai insufficienti o impossibili data la crisi. Occorrono sì cambiamenti strutturali, è necessario stabilire rapporti tra i paesi, ma sulla base di misure anticapitalistiche. I governi “progressisti”, invece, sono impreparati da tutti i punti di vista – ideologico, organizzativo, morale – a una politica che adotti in modo coerente e serio misure parziali che colpiscano il grande capitale: nazionalizzazione delle banche, controllo dei cambi; misure di riforma agraria e/o di ristrutturazione del territorio, per privilegiare lavoro, difesa dell’acqua e dell’ambiente, consumi popolari; monopolio statale del commeercio estero, controllo del riciclaggio di denaro sporco, per esempio.

Questi governi temono più la mobilitazione delle loro stesse basi di sostegno di quanto non abbiano paura di essere scavalcati dalla destra che, in tutto il mondo, calpesta qualsiasi cosa nella sua offensiva, come dimostra l’esempio della Grecia. Non c’è da sperare in tali governi, impotenti o complici degli sfruttatori. Spetta ai lavoratori studiare i problemi regionali e nazionali, carcarne le soluzioni, battersi per l’egemonia politica e culturale, superando le divisioni, il semplice localismo, l’elettoralismo cieco, il settarismo castrante.

Traduzione di Titti Pierini



Scheda d’archivio

Identificativo
AM-2325
Autore
Guillermo Almeyra
Pubblicato sul sito
8 agosto 2015
Parole chiave originali
«America Latina», «Brasile», «Argentina», «crisi»

Dal sito originale a questa pagina

  1. Originale AM-2325.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 8 agosto 2015. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2325:almeyra-fine-di-un-ciclo&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16
  2. Cattura AM-2325.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 30 novembre 2020.
  3. Testo estratto AM-2325.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 842 parole.
  4. Edizione AM-2325.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
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Come citare

Guillermo Almeyra, «Almeyra: fine di un ciclo», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 8 agosto 2015; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/2325.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.

APA Almeyra, G. (2015, 8 agosto). Almeyra: fine di un ciclo. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/2325.html

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