Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
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Una rettifica piacevole

pubblicato sul sito il · 5 min di lettura

Una rettifica piacevole

 

Nel mio libro Il risveglio dell’America latina avevo segnalato “la proposta sensazionale” lanciata dall’allora ministro ecuadoriano dell'Energia Alberto Acosta: “modificare e ridurre lo sfruttamento delle risorse petrolifere, in particolare nella zona amazzonica di Sarayaku e del parco Yasuní, dove da anni ci sono stati scontri tra le comunità indigene e varie compagnie, tra cui l'AGIP”. L’iniziativa era stata segnalata sulla stampa internazionale, e  un po’ meno su quella italiana [a parte alcuni articoli tradotti, come quello di Christian Schmidt-Hauer, Ecuador. Più moderni del petrolio, in Internazionale, n. 709, 7 settembre 2007, che era stato ripreso da Die Zeit].

Si trattava “di una proposta radicalmente innovatrice e senza precedenti: lasciare sepolti nel sottosuolo migliaia di barili di petrolio dei giacimenti esistenti nel parco nazionale di Yasuní, dove la Petrobras stava distruggendo una parte del parco protetto”. Questo sarebbe stato possibile se i governi del Nord e le organizzazioni ecologiste internazionali fossero riuscite a garantire, come compensazione per l'Ecuador, il 50% di ciò che sarebbe stato ricavato nei campi petroliferi ITT (Ishpingo-Tambococha-Tiputini) nei successivi dieci anni, nel caso il petrolio fosse estratto.

 

Tuttavia nei mesi successivi avevo registrato, in diversi articoli miei o di militanti latinoamericani come Raúl Zibechi, le tensioni che si erano create tra il governo ecuadoriano, e in particolare il presidente Correa, e molte organizzazioni indigene ed ambientaliste, attaccate dal presidente come “gruppuscoli” influenzati da potenze straniere e in particolare dalla statunitense USAID, o definiti come ambientalisti infantili e impazienti.

Correa nel marzo del 2009 era arrivato a togliere il riconoscimento legale all’associazione Acción ecológica, che pure aveva avuto una parte importante nella campagna che lo aveva portato alla presidenza; aveva però dovuto rimangiarsi la decisione dopo pochi mesi per le proteste di gran parte degli ambientalisti nel mondo, che apprezzavano da anni (molto prima che Correa entrasse in politica!) il radicamento e la concretezza di questa organizzazione. Una dei suoi esponenti, Esperanza Martínez, tra l’altro, era stata premiata anche in Italia con il premio Langer.

 

Pochi giorni fa, ai primi di agosto, la sorpresa: l’intervento di un fondo dell’ONU (PNUD,  Programa de Naciones Unidas para el Desarrollo), ha reso più concreto il progetto di bloccare le estrazioni nel parco Yasuní. Un progetto di cui “il manifesto” attribuisce la paternità a Correa, mentre in realtà era stato formulato proprio da Esperanza Martínez insieme all’economista Alberto Acosta, che era stato il numero due del governo prima come ministro e poi come presidente dell’Assemblea Costituente. Acosta si era poi ritirato proprio per le tensioni con Correa che, esasperato dallo scarso entusiasmo dei possibili donatori, e pressato da Lula per conto della Petrobras, aveva più volte annunciato di optare per il “piano B”, cioè la ripresa delle estrazioni.

Il PNUD è entrato in azione grazie all’impegno di alcuni governi europei (Germania, Spagna, Francia, Svezia e Svizzera) ma ha assoluta necessità che aderiscano altri paesi. Così María Fernanda Espinosa, “ministra coordinadora de Patrimonio”, partirà immediatamente per la Cina, prima tappa di un viaggio che dovrebbe trovare altri sottoscrittori. Altri membri del governo visiteranno molti altri paesi, tra cui Stati Uniti e Italia, ed esporranno il progetto anche ad altri paesi produttori, a partire dall’Arabia Saudita. Vedremo… La responsabile del PNUD ha intanto informato che già diversi paesi come il Vietnam, la Nigeria e il Guatemala sono tentati di imitare l’Ecuador, ma ce ne sono un po’ meno di disponibili a contribuire per raggiungere i 3 miliardi e 200 milioni di dollari necessari per compensare l’Ecuador per la mancata estrazione. Una somma piccolissima rispetto alle spese militari di ciascun paese imperialista, ma che non è stata certo raggiunta con i primi potenziali donatori o meglio “acquirenti di Yasuní guarantee certificates”.

 

La strada verso la realizzazione di questo progetto è dunque ancora lunga e tortuosa. Dovremmo intanto fare qualcosa per far capire in Italia che dovremmo contribuire (o meglio far contribuire  prima di tutto l’ENI, che ha già provocato danni gravissimi anche ad altre zone amazzoniche dell’Ecuador) per salvare una zona in cui si registra la maggiore concentrazione di biodiversità di tutta l’America Latina: un solo ettaro di foresta, qui, ospita “in media” 655 specie di alberi. Nella stazione della biodiversità di Tiputini, 650 ettari, sono state contate 247 specie tra anfibi e rettili, 550 di uccelli e 200 di mammiferi. Una spettacolare miniera per la conservazione e lo studio della vita. Un polmone per il mondo, e un modello per altri tentativi di salvataggio del nostro pianeta…

Considerazioni sul ruolo dell’ONU…

Se si tiene conto che il protocollo firmato ha ancora un valore quasi simbolico si capisce perché il merito può essere attribuito all’ONU, sia pure a una delle sue agenzie, e non certo delle più importanti: in realtà potrebbe risolversi tutto in una grande operazione propagandistica, per “ripulire l’immagine” di alcuni paesi responsabili della crisi ecologica. Vedremo, sempre con una certa cautela, rispetto ai troppo facili entusiasmi…

Ma intanto sono contento di registrare una svolta del governo ecuadoriano in una direzione tendenzialmente positiva, che può anche consentire di recuperare il rapporto con le popolazioni indigene che si era incrinato negli ultimi due anni.

 

Nessuna “rettifica” invece sul funzionamento dell’ONU che, nonostante le blande e platoniche risoluzioni sul Medio Oriente, o contro l’embargo a Cuba, continua infatti ad essere scandaloso: si pensi a un Tony Blair, investigato dal parlamento inglese per avere detto il falso sulle armi di distruzioni di massa irakene, che è stato incredibilmente nominato dalle Nazioni Unite “delegato speciale per la pace in Medio Oriente”.

Aldo Zanchetta segnala giustamente anche il caso di Álvaro Uribe Vélez, presidente uscente della Colombia, sospettato dalla stessa CIA di essere narcotrafficante, e a rischio di venire processato per genocidio nel suo paese appena termina il mandato presidenziale. Era per questo alla disperata ricerca di un incarico che lo rendesse "intoccabile", e l’ha ottenuto: è stato nominato dall’ONU quarto membro della commissione internazionale che indagherà sull’attacco israeliano alla “Freedom Flotilla”. Scandaloso: Uribe ha sempre beneficiato dalla collaborazione di specialisti dei servizi segreti israeliani nella guerra sporca contro la guerriglia, compresa l’uccisione, in territorio equatoriano, del “ministro degli Esteri” delle Farc, Raúl Reyes, che doveva contattare emissari europei e della croce rossa per definire le condizioni per la liberazione di una parte degli ostaggi.
Ma anche senza queste recenti “perle”, il mio giudizio sull’operato dell’ONU rimane durissimo. È necessario evitare quelle assurde illusioni sugli “organismi internazionali” (seminate da gran parte della sinistra) che hanno reso più difficili le mobilitazioni contro le guerre benedette dall’ONU, o contro quelle operazioni umanitarie e di interposizione che nel migliore dei casi vedono i berretti azzurri scappare a gambe levate: è accaduto tante volte nel Libano, e si è ripetuto anche in questi giorni.

Ma per questo preferisco rinviare al mio saggio inserito sul sito col titolo: Gli Stati Uniti e l’ONU.

(a.m. 6/8/10)



Scheda d’archivio

Identificativo
AM-308
Autore
Alberto Acosta (postilla di Antonio Moscato) · attribuzione da verificare
Pubblicato sul sito
6 agosto 2010
Parole chiave originali
«Correa», «Acosta», «Acción ecológica», «Yasuni», «ONU», «Tony Blair», «Uribe»

Dal sito originale a questa pagina

  1. Originale AM-308.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 6 agosto 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=308:una-rettifica-piacevole&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16
  2. Cattura AM-308.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 22 settembre 2020.
  3. Testo estratto AM-308.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 1.146 parole.
  4. Edizione AM-308.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
  5. Interventi
    • pulizia del codice della pagina (menu, script, pulsanti di condivisione, stili di Word): il testo non è stato modificato
    • 8 collegamenti al vecchio sito ricondotti alle pagine di questo archivio
    • autore proposto dal programma, da verificare

Ogni livello ha un identificativo, un’impronta SHA-256 e il legame con quello da cui deriva nei dati di provenienza; le regole seguite sono nei criteri di edizione, il modello è spiegato nella guida ai dati.

Come citare

Alberto Acosta, «Una rettifica piacevole», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 6 agosto 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/308.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.

APA Acosta, A. (2010, 6 agosto). Una rettifica piacevole. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/308.html

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