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Gli Stati Uniti - L'ONU
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Gli Stati Uniti (2) Dispense
Il ruolo dell’ONU e degli organismi internazionali1
Negli ultimi anni la discussione nella sinistra su come fermare la guerra si è scontra spesso con la questione del ruolo dell’ONU. Come già al momento della guerra del Golfo, e come durante i molti interventi degli imperialisti nei Balcani (uso il plurale, perché in quel caso in prima linea erano quelli europei, anche se con interessi solo in parte convergenti), l’appello all’ONU - fatto da alcuni per opportunismo, da altri per ingenuità - ha disorientato e indebolito il fronte di chi si voleva opporre alla guerra.
Per una messa a punto riproponiamo uno scritto dei giorni immediatamente successivo alla mobilitazione di Genova contro il G8, che contiene già alcune considerazioni sul ruolo degli organismi internazionali, e stralci da due altri di vari periodi sul ruolo dell’ONU nella questione palestinese.
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La “globalizzazione”: il mito e la realtà
A volte, sentendo esaltare la assoluta novità della “globalizzazione” (soprattutto da chi vuole convincerci che questa ha cambiato tutto e non c’è nulla da fare) si è tentati di correggere in senso opposto, ricordando come l’unificazione del mondo in un unico mercato fosse stata colta già da Marx nel Manifesto, e che il funzionamento delle multinazionali e il meccanismo del debito internazionale erano stati descritti da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione del capitale, e da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, che aveva anche registrato l’aumento del peso del capitale finanziario rispetto a quello industriale. Alcune delle pagine di Rosa su come è stata soppressa l’indipendenza dell’Egitto da parte della Gran Bretagna, a nome dei banchieri che avevano “generosamente” concesso crediti per la costruzione del canale di Suez o l’introduzione del cotone, sembrano effettivamente scritte oggi, e basterebbe cambiare alcuni nomi per descrivere gli interventi del FMI e della BM nei paesi debitori.
Anche a proposito della scandalosa pretesa del G7 (oggi G8) di dirigere il mondo senza nessuna investitura formale, si potrebbe contestare che non è una novità: chi aveva investito i cinque membri permanenti del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se non loro stessi, forti del diritto dei vincitori? E che dire della Società delle Nazioni, che dell’ONU è stata la madre? Dopo aver svolto il suo primo compito (spartire il bottino coloniale tra i paesi vincitori della “Grande Guerra”), non è stata capace di fermare aggressioni e preparativi militari. Le sanzioni all’Italia che invadeva l’Etiopia (che pure era uno Stato membro della SdN!) furono del tutto platoniche. La SdN ha poi chiuso gli occhi sull’appoggio militare tedesco e italiano al golpe militare di Franco, e si è dissolta alla vigilia della guerra, cedendo il passo a riunioni ancora meno legittime dei più potenti, come fu la Conferenza di Monaco del 1938.
Ma si potrebbe risalire ancora più indietro: chi aveva riconosciuto i poteri del Congresso di Berlino del 1878, che sancì l’inizio della spartizione dell’impero ottomano, o della Conferenza che in quella stessa città, tra il novembre 1884 e il febbraio 1885, definì la spartizione dell’Africa assegnandone un bel pezzo a una società presieduta da Leopoldo II? Solo i rapporti di forza, eppure quei signori decidevano per il resto del mondo.
Connessa alla dubbia legittimità dell’ONU (almeno per come è nata, e per come ha svolto la sua attività finora) c’è la scandalosa subordinazione di BM e FMI ai principali paesi capitalistici, che hanno il controllo assoluto semplicemente perché in quegli organismi – che dell’ONU fanno parte - si vota in base al capitale apportato, sicché i paesi “poveri” non contano nulla neanche formalmente. Questo fa la differenza con l’Assemblea generale dell’ONU, in cui almeno quei paesi potrebbero votare una risoluzione, magari immediatamente disattesa come quelle sulla Palestina o quelle di condanna dell’embargo a Cuba, sempre che i loro governanti o più semplicemente i loro rappresentanti all’Assemblea delle Nazioni Unite non siano direttamente sul libro paga di uno dei paesi imperialisti.
Ma c’è qualcosa di nuovo…
Qualcuno ha sostenuto (e non solo per l’economia) che il capitalismo attuale ricorda molto quello del periodo precedente la prima guerra mondiale. Ma in effetti ci sono molte novità rispetto a quello di appena qualche decennio fa. Novità tecniche (che valgono a maggior ragione rispetto a quello più lontano nel tempo) come la possibilità di spostare somme enormi in un istante, con un semplice clic su un tasto, ma anche novità politiche e sociali.
In primo luogo, dopo la grande crisi del 1929 e poi a maggior ragione a causa della guerra, i controlli dello Stato (di ogni Stato) sull’economia, sui cambi, sul commercio estero, si erano rafforzati. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’allargamento territoriale dell’area sovietica, diede l’impressione dell’avvio di un effettivo bipolarismo, anche se non corrispondeva a un effettivo rafforzamento per l’esistenza di risentimenti e tensioni sociali e nazionali in molti dei paesi conquistati dall’Armata Rossa.
In realtà dalla guerra solo gli Stati Uniti erano usciti indenni ed anzi con un potenziale industriale enormemente accresciuto, mentre gli altri Stati (vinti come la Germania, il Giappone o l’Italia o “vincitori” come la Francia e la Gran Bretagna) dovevano ricostruire fabbriche e infrastrutture distrutte. Lo fecero con poderosi aiuti statunitensi, che mancarono invece ovviamente all’URSS e ai paesi della sua area, ugualmente ed anche più gravemente distrutti, e costretti a sacrifici sproporzionati per risollevarsi in tempi brevi.
In quegli anni immediatamente successivi alla guerra, cominciarono i vari “miracoli economici”, basati su uno sfruttamento accresciuto dei lavoratori, su un prolungamento degli orari di fatto, un’erosione costante dei salari reali dovuta a una forte inflazione, condizioni di vita terribili (bidonvilles e comunque alloggi malsani, specie per i migranti esteri o interni) . La ricostruzione avvenne tuttavia con un peso enorme delle industrie di Stato, data la difficoltà di trovare capitali privati disposti a rischiare in imprese costosissime. In Italia, ad esempio, tutto il settore siderurgico, trainante per l’industria metalmeccanica, si sviluppa negli anni Cinquanta e Sessanta con fortissimi investimenti dell’IRI. D’altra parte anche l’industria privata più forte e con solidi agganci politici (si pensi alla FIAT) si riprese grazie a consistenti aiuti statali.
Nella fase della ricostruzione, la produzione dei paesi europei e del Giappone era tuttavia destinata prevalentemente al mercato interno. Ma già alla fine degli anni Cinquanta, col Patto di Roma del 1957, cominciarono i primi tentativi di allargare gli spazi di ciascun paese, che sboccheranno parecchi anni dopo in un primo mercato comune europeo tra sei paesi. Intanto l’ondata della decolonizzazione, avviata con l’indipendenza dell’India, e poi almeno indirettamente dalla vittoria della rivoluzione cinese, era stata bruscamente accelerata dalla sconfitta della Francia a Dien Bien Phu, e nel giro di pochi anni avrebbe privato le maggiori potenze imperialiste di quasi tutte le colonie e quindi di una “riserva” esclusiva per i loro prodotti. Negli anni Sessanta si accelerava quindi la concorrenza internazionale e la tendenza a cercare nuovi sbocchi per i propri prodotti.
Anche gli Stati Uniti non potevano più essere sicuri dell’eternità del loro dominio sui paesi del continente latinoamericano, che dopo diversi tentativi rivoluzionari abortiti o deviati (ad esempio la Bolivia del 1952) trovavano un punto di riferimento entusiasmante nell’esperienza di Cuba. E la scelta di sostituirsi alla Francia sconfitta in Indocina per tentare di arrestare la marcia del “comunismo”, cioè dei movimenti di liberazione in quell’Asia orientale in cui avevano interessi non minori, assumeva per gli USA un costo umano, militare e quindi anche economico enorme, coperto con emissioni sempre maggiori di biglietti verdi, che provocavano un’inflazione notevole, anche se in parte esportata verso il Giappone e l’Europa, grazie alla preponderanza politica. La conclusione era la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, che provocava un terremoto monetario di dimensioni mondiali, dato che una parte essenziale delle transazioni internazionali avvenivano in dollari, e tutti i paesi capitalisti, soprattutto europei, ne avevano riserve consistenti che ora non potevano più essere cambiate in oro.
Era il preannuncio monetario di una crisi di sovrapproduzione di lunga durata, che avrebbe avuto una accelerazione brusca appena due anni dopo al momento dell’aumento del prezzo del petrolio, a cui furono attribuite a torto tutte le responsabilità per l’arretramento generalizzato della produzione nel 1974-1975.
Sono quelli gli anni in cui si può collocare l’inizio della fase attuale del capitalismo, sia per l’intreccio tra protezionismo (mascherato spesso da tutela dell’ambiente o dei consumatori) e liberalizzazione senza freni delle esportazioni di merci e capitali verso i paesi più deboli. Il commercio mondiale cresce in questa fase a una velocità doppia rispetto alla produzione: se nel 1975 assorbiva il 25% della produzione complessiva, nel 1997 ne assorbiva oltre il 40%.
Il WTO, uno strumento pericoloso
È sintomatico che proprio nel 1975 inizia la serie delle riunioni del G7 (anche se nella prima sessione mancava ancora il Canada), che devono trovare, senza incomodi testimoni, una mediazione tra gli interessi parzialmente divergenti, per concertare nei limiti del possibile le politiche economiche e le strategie. Ogni volta viene annunciata la loro intenzione di provvedere ai “paesi poveri”. In una delle ultime sessioni venne promessa la remissione parziale del debito (che peraltro non è stata attuata), per una somma inferiore a un quinto del solo costo di quella riunione. Le sessioni pubbliche infatti sono parate mediatiche, che annunciano i risultati raggiunti dal lavoro invisibile e segreto di migliaia e migliaia di funzionari permanenti strapagati.
Secondo Lori Wallach e Michelle Sforza (WTO. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 17) i risultati di tanta sollecitudine per i diseredati è che “nel 1997 la disparità di reddito tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e il quinto che vive nei paesi più poveri è di 74 a 1, mentre era di 60 a 1 nel 1990, e di 30 a 1 nel 1960. Alla fine del 1997 il 20% della fascia più ricca detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20% della fascia più povera si deve accontentare dell’1%.”
Ma anche nei paesi “ricchi”, come li definisce questo libro (che ha la prefazione di Ralph Nader, che ai DS sembra un pericoloso rivoluzionario, ma che è lontanissimo dall’esserlo), la maggioranza dei cittadini non ha visto neppure le briciole dell’espansione dei profitti realizzati, nonostante le promesse di Clinton, che aveva assicurato che il reddito della famiglia media grazie al libero commercio sarebbe aumentato di 1700 dollari l’anno. Noi, comunque al termine “ricchi” continuiamo a preferire il termine imperialisti.
Nel corso di un quarto di secolo si sono fatti strada faticosamente gli accordi per consolidare aree di mercato unico, in Europa, in Asia intorno al Giappone, nell’America del Nord con il NAFTA. La lentezza è dovuta alle forti resistenze di ciascuna borghesia. È l’inizio della “mondializzazione”. Ma il passo decisivo viene compiuto il 1° gennaio 1995 con l’istituzione del WTO (World Trade Organization) a conclusione del faticosissimo negoziato dell’Uruguay Round Agreement, all’interno del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Il GATT era stato avviato nel 1947, ma aveva subito numerose graduali modifiche (l’Uruguay Round era durato ben 7 anni di discussioni, e si era concluso producendo un documento di 500 pagine, accompagnato da altre 24.000 di regolamenti particolari).
Gli Stati Uniti, che pure avevano avuto un ruolo decisivo nella stesura, ribadirono che comunque il diritto in vigore nel loro paese avrebbe prevalso in caso di controversie. Ma non è stato così. In realtà il WTO è stato utilizzato anche per cancellare la legislazione statunitense di protezione dell’ambiente che era stata imposta da grandi mobilitazioni di massa nei decenni precedenti. I funzionari del WTO hanno decretato ad esempio che scrivere sulla scatoletta di tonno che era stato pescato senza uccidere i delfini… danneggiava la concorrenza e penalizzava ingiustamente chi invece li sterminava.
Analogamente hanno denunciato che l’imposizione ai pescatori di gamberetti di dotarsi di meccanismi di allarme per la protezione delle tartarughe marine, danneggiava ingiustamente la libera concorrenza. Altre sentenze ci sono state in difesa dell’amianto (contro la Francia ed altri paesi europei che lo vietano) perché la legislazione europea danneggia la produzione canadese di amianto, mentre non ci sarebbero “prove certe” sulla sua dannosità…
Il WTO ha denunciato le norme restrittive nei confronti delle pelli ricavate da animali catturati con crudeli tagliole e uccisi poi a bastonate. Un altro attacco è stato riservato alla legislazione europea tendente a ridurre l’inquinamento derivato dall’uso di piombo, mercurio, cadmio, cromo, ecc. nell’industria elettronica. In poche parole il WTO non è – come affermano i suoi difensori interessati - un organismo per il libero commercio mondiale, ma per eliminare ogni ostacolo all’attività delle multinazionali.
Naturalmente essendoci interessi diversi anche tra le multinazionali, a volte anche all’interno di un solo paese, gli accordi non sono sempre facili. Secondo diversi osservatori la sospensione della riunione di Seattle era dovuta più che alla contestazione in sé (che era molto superiore al previsto, ma avrebbe potuto essere piegata ricorrendo a misure repressive più dure), all’esistenza di contrasti per il momento insanabili, che spinsero alla decisione di utilizzare la protesta per sospendere una sessione di fatto fallita. Va anche aggiunto che al WTO si vota come all’ONU per paese (e non per capitali versati come al FMI e alla BM), ma alcuni paesi piccoli non potrebbero sostenere le spese di viaggio e di una lunga permanenza. Di norma quindi o non partecipano alle riunioni, o si fanno spesare dai paesi più potenti o direttamente da una lobby di multinazionali interessate ad avere il loro voto. Ma la contestazione di Seattle ha incoraggiato alcuni di questi paesi a defilarsi, e ha contribuito a far saltare la sessione che doveva coronare un lungo lavoro sotterraneo di migliaia di funzionari ottimamente retribuiti.
Tuttavia, le divergenze non cancellano gli interessi comuni a tutti i principali paesi e gruppi capitalistici. E il primo di essi è di eliminare tutta la legislazione ambientalistica e sociale conquistata nei decenni scorsi. In un raro impulso di sincerità Renato Ruggiero (divenuto per un certo periodo ministro degli Esteri nel governo Berlusconi dopo essere stato per anni segretario generale del WTO), ammise ad esempio che gli standard ambientali inevitabilmente “sono destinati a ridimensionarsi, potendo solo danneggiare il sistema di commercio globale” (lo riporta il già ricordato libro di Wallach e Sforza, a p. 33).
Questa citazione ci permette di attaccare ancora una volta un luogo comune in circolazione nella sinistra, che attribuisce ogni male all’imperialismo americano. Ruggiero è italiano, italianissimo, anzi napoletano, ma era un “cane da guardia” delle multinazionali al vertice del WTO, come lo è stato quando era il ministro degli Esteri di uno dei sette paesi più influenti.
Le contraddizioni interimperialiste
Tra gli imperialisti ci sono ancora contraddizioni e tensioni. Chi le ignora o sottovaluta, probabilmente pensa che esse debbano sempre sfociare in un conflitto armato, ma evidentemente dimentica che dalle guerre napoleoniche a oggi Francia e Gran Bretagna non si sono mai combattute con le armi, pur essendo in evidente concorrenza per la spartizione del mondo coloniale (solo nel 1896, a Fashoda, nel Sudan, si sfiorò il rischio di uno scontro).
Rilevando queste contraddizioni, non si vuole certo decidere quale imperialismo appoggiare. Soprattutto ci sembra necessario evitare di vedere solo i danni che fa quello più forte e aggressivo, ignorando o minimizzando quelli degli altri, e in particolare quelli del nostro imperialismo. Il settimanale “Carta” ad esempio ha documentato i danni ambientali provocati nell’Amazzonia equadoriana dall’Agip, e altre denunce analoghe giungono da altri paesi come la Nigeria, che hanno la “sfortuna” di avere nel sottosuolo riserve di petrolio. L’Agip-ENI è forse “americana”?
Un’ultima nota su un aspetto minore, meno gravido di implicazioni politiche negative (come è invece ogni attenuazione del ruolo degli imperialismi europei, e in genere dello stesso concetto di “imperialismo”, sostituito dal vuoto e generico termine di “politica imperiale”). Alludo all’uso del termine di “rivoluzione capitalistica”, caro anche a Fausto Bertinotti, per definire questa fase. Mi sembra inopportuno, in primo luogo, perché indirettamente contribuisce a screditare ulteriormente il termine “rivoluzione”, usato da tempo dai mass media per definire qualsiasi porcheria in arrivo (“rivoluzione delle pensioni”, ad esempio, per definire la soppressione di diritti acquisiti, perfino “rivoluzione del traffico” per definire l’introduzione di assurdi sensi unici, e via di seguito, per associare sempre il concetto a esperienze negative); piuttosto che di “rivoluzione” sarebbe più corretto parlare di “reazione”, di un ritorno al capitalismo classico delle origini, senza le limitazioni e i freni imposti da decenni di durissime lotte del movimento operaio. Gli arretramenti, fino a tornare a livelli da XIX secolo, si vedono in tutti i paesi, e sono associati ad attacchi anche alla stessa democrazia, alla cancellazione di diritti acquisiti dalle donne, ecc.
Un ultimo esempio, per tagliare la testa al toro: la guerra. Quella del Kosovo non è stata meno spudorata e menzognera di quella del Golfo, o delle centinaia di “guerre locali” del XX secolo. E le bugie sulla guerra umanitaria erano già state dette al momento della prima guerra mondiale e in tanti altri casi. Questo capitalismo, insomma, non mi sembra in grado di compiere una qualsiasi “rivoluzione”, ma si limita a ricorrere a un vecchissimo e squallido armamentario. Lo diciamo per ricordare che se i capitalisti per decenni avevano dovuto arretrare di fronte a una grandissima ascesa della classe operaia, oggi dobbiamo cercare di capire cosa la aveva consentita, e cosa ha permesso invece la loro rivincita. La storia non è finita!
L’esempio più significativo del fallimento dell'ONU: la Palestina
In ogni caso appare evidente che in questo processo la responsabilità dell'ONU (nel bene e nel male) è scarsa. Come per l'accordo che ha portato alle prime elezioni multietniche in Sudafrica, bisogna guardare più ai rapporti di forza interni che alle risoluzioni dell'ONU. Sul Sudafrica ce ne sono state tante, ma non avevano smosso il governo razzista come la sconfitta subita a Cuito Cuanavale da parte delle forze cubane che collaboravano col governo angolano contro l'aggressione dell'esercito sudafricano. D'altra parte l'embargo decretato dall'ONU nei confronti del Sudafrica razzista non è mai stato applicato dai principali paesi capitalistici, a partire dagli Stati Uniti (non esclusa l'Italia…).
Analogamente le tante risoluzioni delle Nazioni Unite sul ritorno dei palestinesi non sono mai state seguite da misure concrete. Sia quelle ambigue, come la 242 (che prevedeva il ritiro di Israele da e non dai Territori occupati e che parlava solo dei profughi palestinesi anziché del popolo), sia quelle che enunciavano bei principi e parlavano dei Diritti inalienabili del popolo palestinese, come la 3236, non sono state applicate. La stessa risoluzione 181 del novembre 1947 (che a ragione i palestinesi non potevano accettare perché offriva allo stato sionista territori più grandi di quelli già acquistati) è stata violata ulteriormente sulla base dei rapporti di forza militari, lasciando a Israele già nel 1949 ben più di quanto originariamente previsto.
Tanto meno è stata presa qualche misura verso Israele per l'assassinio nel settembre 1948 del mediatore dell'ONU, il conte Bernadotte, "colpevole" di aver proposto il rientro dei palestinesi.
I successi veri dell'ONU sono pochi. Ma dietro di essi, ad esempio il riconoscimento dell'indipendenza della Namibia, c'è sempre stato un mutamento dei rapporti di forza, come la dura sconfitta inflitta al Sudafrica a Cuito Cuanavale che abbiamo ricordato. Per non parlare del Vietnam, che ha dovuto lottare duramente per ventun anni per ottenere quanto sancito dalla conferenza internazionale di Ginevra nel 1954.
Ancora sugli organismi internazionali
Potremmo aggiungere che per chi ha continuato a utilizzare l'analisi marxista dei processi questo presunto "fallimento" dell'ONU non ha rappresentato una sorpresa. Lenin aveva definito un consorzio di briganti imperialisti la Società delle Nazioni che precedette l’ONU. Servì a una spartizione del bottino (soprattutto le colonie tedesche) tra i vincitori, e si dissolse miseramente allo scoppio della seconda guerra mondiale, senza aver fermato un solo conflitto nel periodo tra le due guerre .Trotskij considerò una prova in più dell'involuzione burocratica dell'URSS la sua entrata in quell'organismo nel 1934.
La Società delle Nazioni d'altra parte era e si considerava erede delle conferenze internazionali che dal Congresso di Vienna del 1814 a quelli di Berlino sui Balcani del 1878, o sulla spartizione dell'Africa nel 1885 hanno visto le grandi potenze europee accordarsi per imporre il loro ordine iniquo.
La riforma dell’ONU
Anche i più ottimisti tra i "pacifisti" non possono eludere oggi un bilancio sostanzialmente negativo dell'operato dell'ONU. Tuttavia, aggiungono, l'ONU non va bene così com'è, ma si potrebbe e dovrebbe riformarla. A parte il fatto che è assai problematico imporre un cambiamento a chi detiene il controllo dell'ONU, e si è già visto che quando un organismo collegato alle Nazioni Unite come l'UNESCO ha assunto posizioni sgradite agli Stati Uniti, questi si sono ritirati mettendolo in crisi economicamente e politicamente (come hanno rifiutato la sentenza della Corte internazionale dell'Aia che li condannava per aver minato i porti nicaraguensi), vale la pena di entrare nel merito dei progetti non solo dal punto di vista della realizzabilità, ma anche della concretezza e capacità di incidere sui problemi reali.
Tutte le proposte partono da un'attribuzione della colpa principale delle disfunzioni al solo Consiglio di Sicurezza, e al fatto che solo cinque paesi hanno il diritto di veto. È verissimo nessuno di essi ha certo le carte in regola, dal punto di vista del rispetto delle minoranze, dei conflitti con Stati vicini o lontani, ecc. Ma la prima obiezione è che il diritto di veto non è stato usato mai negli ultimi anni per bloccare l'avallo a un'operazione ingiusta come la Guerra del Golfo o "Restore Hope" in Somalia. La seconda è che in molte fase dell'intervento nella ex Jugoslavia, quando non c'erano le condizioni per ottenere un pieno avallo dell'ONU, è stata passata la palla ad altri organismi come la NATO o la CE, senza che l'ONU battesse ciglio e lo stesso è accaduto nella prima fase della guerra in Iraq.
Una proposta ancor più diffusa è quella di sottrarre poteri al Consiglio di Sicurezza, aumentando quelli dell'Assemblea generale. Ma questa da chi è composta? Basta scorrere l'elenco dei membri attuali dell'ONU per vedere che poco più del 10% di essi ha una pur discutibile democrazia al proprio interno (e tra questi paesi, ci sono proprio i detentori imperialisti delle ricchezze del pianeta, che grazie alla loro potenza economica possono permettersi il "lusso" di un regime democratico, praticamente impossibile invece nei paesi sempre più impoveriti in cui governanti asserviti all'imperialismo e sotto la tutela di BM e FMI «devono» reprimere le masse disperate).
Sarebbe bene non dimenticare mai in che mondo viviamo. Perfino il Papa lo ha ricordato denunciando tra i mali dell'Africa i governanti che facilitano il saccheggio del loro paese. Ma lo stesso si potrebbe dire per la maggior parte dei paesi dell'America Latina e dell'Asia, mentre è inutile appellarsi alla "coscienza dell'Europa", che insieme agli Stati Uniti e al Giappone ha le maggiori responsabilità nello sfruttamento del resto del mondo.
Una proposta emersa più di recente nel movimento della pace, e che tiene conto in parte di queste obiezioni, riprende una parola d'ordine lanciata in passato da certi settori di quella che si definiva "nuova sinistra": "l'ONU dei popoli". Uno slogan che non si poteva neppure definire utopistico (l'utopia può essere una grande forza) ma era semplicemente campato in aria, almeno nelle sue prime formulazioni: in pratica si facevano convegni in cui ciascuno si autoproclamava rappresentante del suo popolo, anche se a mala pena era seguito da tre persone.
La variante più recente è più sofisticata, prevede una rappresentanza tripartita: i governi, gli eletti direttamente dal popolo, le ONG. Ma è ugualmente campata in aria: se i governanti corrotti nel 90% dei paesi del mondo controllano le elezioni che li legittimano, perché non dovrebbero poter controllare quella di un organismo sovranazionale che potrebbe creare loro dei problemi? E quanto alle ONG, di cui ce ne sono migliaia e migliaia di ogni tipo, chi deciderebbe quali e come dovrebbero scegliere i rappresentanti della "terza componente" dell'Assemblea generale?
Il discorso è duro e può essere sconvolgente per chi è abituato a pensare che basta predicare (soprattutto alle pecore) una dieta vegetariana per le tigri per eliminare il male dal mondo. Ma va fatto, perché non c'è peggiore pericolo per la causa dell'emancipazione dell'umanità che l'autoinganno.
Postilla
Chi c’è (e chi non c’è) all’ONU
Molte delle illusioni sull’ONU che vengono riproposte all’interno della stessa “sinistra antagonista” si reggono su una scarsa attenzione alla sua organizzazione e composizione. Eppure quando si esamina il comportamento di questo organismo in alcuni momenti cruciali non c’è dubbio che nell’Assemblea generale sono stati determinanti i voti di paesi i cui governanti erano semplici marionette nelle mani degli Stati Uniti (la maggior parte delle dittature latinoamericane) o della Gran Bretagna (gli Stati del vicino e medio oriente).
Tutti questi staterelli, inventati in varie fasi per staccarli da altri Stati meno controllabili (ad esempio il Kuweit dall’Iraq) vennero a mano a mano inseriti nell’ONU, mentre ne restarono esclusi i palestinesi e i curdi, che pure erano entrambi da soli più numerosi degli abitanti di tutti i paesi in cui fu suddivisa la penisola arabica.
Ma anche gli Stati corrispondenti a formazioni storiche, come l’Iran, paese di antica civiltà e con grandi città (ad esempio già nel 1949 Teheran aveva superato di parecchio il milione di abitanti), erano rappresentati da fantocci dell’imperialismo. Fino alla rivoluzione del 1979 il regime dello scià non si limitava ad assecondare gli Stati Uniti, ma esercitava in una vasta area una funzione di “gendarme” (dagli emirati e dall’Oman, alla Somalia e al Sudan).
Anche l’Iraq era stato a lungo un baluardo dell’imperialismo britannico, con un re straniero, e un esercito inquadrato da ufficiali inglesi, fino alla rivoluzione del 14 luglio 1958, che fece letteralmente a pezzi il re e il suo onnipotente consigliere Nuri Said. L’Iraq peraltro era stato costruito assemblando due province ottomane (i vilayet di Bagdad e Basra, da cui era stato staccato il Kuweit), con l’aggiunta successiva di una parte del territorio curdo più ricco di petrolio.
Il Libano, che era stato creato per dividere la Siria, era ancora più artificiale, e aveva richiesto ai suoi protettori francesi uno sforzo di ingegneria costituzionale per suddividere le cariche dello Stato tra le varie comunità religiose. Ma quando nel 1958 gli echi della rivoluzione irachena avevano fatto temere un successo delle forze laiche e antimperialiste, era giunta la VI flotta USA con 5.000 marines a puntellare il regime, mentre paracadutisti britannici facevano lo stesso in Giordania.
Tuttavia gli stessi paesi che avevano portato a termine rivoluzioni nazionaliste e potenzialmente antimperialiste (per primo l’Egitto nel 1952, che pure aveva resistito al tentativo di piegarlo con l’aggressione militare franco-britannica-israeliana del 1956, poi l’Iraq), avevano trovato prima o poi un modus vivendi con l’imperialismo, tanto più in quanto le loro rivoluzioni erano state sfalsate nel tempo, e non era stato facile coordinarle (si pensi al fallimento dei tentativi di Nasser in tal senso).
Comunque il funzionamento delle Nazioni Unite ha avuto una trasformazione nel tempo, e ha modificato il comportamento degli Stati Uniti nei suoi confronti. Prima dell’ondata di decolonizzazione dei primi anni ’60 la maggioranza dell’assemblea generale (composta fino al 1955, quando entra l’Italia con altri Stati, dai soli 50 Stati fondatori) era assolutamente allineata con gli Stati Uniti, ed era l’URSS a boicottarla, rifiutando di pagare le spese per alcune “operazioni di pace” chiaramente ostili nei suoi confronti. Ma l’ammissione di molti Stati ex coloniali, e il ruolo crescente del movimento dei “paesi non allineati” sorto a Bandung nel 1955 per iniziativa di leader carismatici come Tito, Nehru e l’indonesiano Sukarno (a cui si aggiunse dal 1959 la Cuba di Castro e Guevara), ha reso poi l’assemblea assai meno docile ai voleri degli Stati Uniti, che hanno cominciato a boicottarne il funzionamento rallentando il pagamento delle quote annuali necessarie al mantenimento dell’enorme apparato. Le quote sono previste in proporzione alla potenza economica, per cui gli Stati Uniti dovrebbero contribuire per il 25% al bilancio (insieme agli altri paesi del G8 coprono quasi i tre quarti dei contributi, le altre nazioni il resto).
Ma alcuni elementi hanno reso poco significativa questa trasformazione. Prima di tutto il permanere del diritto di veto per i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina nazionalista e URSS) ha permesso di rendere vani molti voti dell’assemblea generale. Anche quando nel 1971 la Cina popolare viene ammessa finalmente all’ONU, scacciandone la Cina nazionalista di Taiwan, le cose non cambiano molto, perché Pechino ha stabilito ormai relazioni privilegiate con gli USA in nome della lotta contro il “socialimperialismo sovietico”, e ha quindi relegato la fraseologia rivoluzionaria a una funzione puramente ideologica e di immagine. Come oggi la Russia e prima l’URSS, nei momenti decisivi la Cina si astiene o esce dalla sala per non esercitare il diritto di veto. Quindi il Consiglio di Sicurezza è di fatto l’organo in cui si realizzano le mediazioni tra gli interessi in parte divergenti delle maggiori potenze.
Nell’Assemblea generale, d’altra parte, spesso le risoluzioni sono volutamente ambigue, un po’ per ridurre il pericolo di vedersele annullare dal Consiglio di Sicurezza, un po’ per altre più semplici ragioni: anche tra i paesi di nuova indipendenza che fanno parte del Movimento dei non allineati, molti hanno legami profondi con la vecchia potenza coloniale, o ne hanno stabiliti di nuovi con altri paesi imperialisti. Alcuni sono paesi piccolissimi. Tra i paesi africani ammessi all’ONU negli anni ’60 ce ne sono 6 con meno di un milione di abitanti e ben 24 sotto i dieci milioni, e per giunta quasi tutti poverissimi. In America ci sono Stati come Bahamas, Barbados, Grenada, Guyana, Suriname, con una popolazione tra i 100.000 e un milione di abitanti, in Oceania diversi “Stati” con poche migliaia di abitanti, tra cui Nauru (famoso paradiso fiscale, dove sono finiti miliardi di dollari rubati in Russia) e Tuvalu che ne hanno meno di dieci mila (va detto che quest’ultima per il momento non è ancora stata ammessa all’ONU, di cui fanno parte invece perfino Andorra e San Marino). La Svizzera era rimasta fuori per sua scelta fino al 2001, quando un referendum ha vinto le resistenze ad entrare (e già l’anno successiva inviava un contingente nel Kosovo…). Praticamente solo il Vaticano è rimasto fuori, ma per scelta propria, ma è presente comunque come osservatore permanente.
La partecipazione di rappresentanti di paesi minuscoli ai lavori delle Nazioni Unite (utili indubbiamente per entrare in rapporto con tanti Stati con cui sarebbe impossibile uno scambio diretto di ambasciatori) è costosa e spesso viene “sponsorizzata” indirettamente da una delle potenze imperialiste (certo non ne hanno bisogno i paradisi fiscali come il Liechtenstein, che ha solo 25.000 abitanti, ma un PIL pro capite di 37.000 $ annui…). Per un certo tempo, prima del 1989, alcuni paesi africani che si erano schierati nell’area sovietica, pur non differendo molto dai loro vicini proimperialisti, per partecipare alle sessioni dell’Assemblea generale hanno avuto analogamente bisogno dell’appoggio economico dell’URSS.
Abbiamo già accennato a Patrice Lumumba, legittimo primo ministro del Congo, abbandonato anche dall’URSS all’ambigua protezione dei contingenti ONU, e solo dopo la sua tragica morte trasformato in un eroe simbolo della lotta antimperialista, a cui fu intestata la grande università per stranieri di Mosca. Analogamente l’invasione sovietica dell’Ungheria nel novembre 1956, che abbatteva un governo riconosciuto dall’URSS come legittimo fino al giorno prima e indubbiamente appoggiato da un largo consenso popolare, suscitò violente ma platoniche denunce pubbliche in occidente, mentre in via riservata (lo si è scoperto pochi anni fa negli archivi del Dipartimento di Stato) si rassicurava l’URSS: gli USA non avevano nessun interesse all’Ungheria. Come a dire: fate pure.
Alcuni degli apologeti dell’ONU mettono nel suo bilancio la decolonizzazione politica, attribuendone il merito a una risoluzione dell’Assemblea generale del 1960 e al Comitato speciale per la decolonizzazione creato nel 1961 e ampliato nel 1962. In realtà il merito dell’ondata di decolonizzazione va alla crisi morale, materiale e militare delle potenze coloniali nel corso della seconda guerra mondiale (soprattutto la Francia, ma anche Belgio e Olanda, che furono invasi dalle truppe naziste, mentre la stessa Inghilterra si trovò a lungo in notevoli difficoltà), poi alla grande umiliazione inflitta nel 1954 dai Vietcong alla Francia a Dien Bien Phu, che accelerò la lotta in tutte le colonie francesi.
Che ha fatto l’ONU invece tra il 1960 e il 1975 per far cessare la vergognosa dominazione portoghese in Angola, Mozambico, Capoverde e Guinea? Nulla: è stata la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo a consentire il successo di una lotta sanguinosissima che durava da anni. E quando il Sudafrica razzista si è sostituito ai portoghesi (come gli Stati Uniti in Vietnam dopo il ritiro francese) attaccando direttamente l’Angola e indirettamente il Mozambico, che ruolo ha avuto l’ONU? Nessuno. Senza l’aiuto generoso dei cubani quei paesi sarebbero stati ridotti in una nuova schiavitù.
Anche l’indipendenza della Namibia dalla dominazione sudafricana, che gli esaltatori dell’ONU ascrivono a suo merito, è stata invece causata soprattutto dalla pesante sconfitta inflitta al Sudafrica dai cubani insieme agli angolani a Cuito Cuanavale. L’ONU al massimo ha fatto la “registrazione notarile” di un cambiamento che obbligava i razzisti sudafricani a una svolta profonda anche in patria, tirando fuori Mandela dal carcere in cui era stato gettato per 27 anni come “terrorista” per affidargli il difficile compito di guidare il paese a una pacificazione (e di convincere la maggioranza nera ad accettare che terre e proprietà restassero nelle mani dei vecchi dominatori).
Viceversa si sono registrati alcuni casi di esclusione basata su criteri politici per lo meno discutibili. A parte la Cina fino al 1971, che era già un caso macroscopico, dopo la dissoluzione della grande Jugoslavia è stata tenuta in quarantena per anni la piccola Jugoslavia (Serbia e Montenegro), mentre sono state riconosciute tutte le altre repubbliche, compresa la Croazia di Tudjman, colpevole di gravissime violazioni dei diritti delle minoranze e di crimini non minori della Serbia di Milosevic. Oppure il riconoscimento è stato negato per anni al governo esistente, congelando invece per anni la delegazione del precedente regime: sembra incredibile, ma è accaduto con la Cambogia, dove la delegazione ammessa per anni era quella degli Khmer rossi, barbarici e criminali stalinisti responsabili della morte di un milione e settecentomila cambogiani; e non quella del governo filovietnamita che ne aveva preso il posto nel 1979. Ma gli Khmer rossi erano filocinesi e antivietnamiti, quindi antisovietici, e venivano protetti per questo dagli occidentali!
Naturalmente il bilancio più negativo dell’ONU riguarda quello che non ha fatto, i troppi casi di inerzia, di ambiguità, di passività, o di interventi tardivi quando i massacri erano avvenuti (il caso più chiaro è quello di Timor Est, in cui si promuove un referendum dopo decenni di massacri impuniti, ma prima di intervenire si aspetta che gli indonesiani perdenti possano massacrare i “vincitori ancora per un mese. Ma l’ONU non ha risolto nulla in troppi altri casi, dalla repubblica Saharawi invasa dal Marocco a Cipro, per non parlare della Palestina o del Kurdistan… E in troppi altri casi ha lasciato fare o anche delegato formalmente a organizzazioni meno rappresentative (Nato, Organizzazione degli Stati Americani, Unione Africana, ecc.).
Nessun impegno e neppure una protesta per la mancata attuazione delle risoluzioni più reclamizzate come “apporto positivo” dell’ONU, da quelle contro l’embargo a Cuba a quelle per il ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati. Le richieste palestinesi non sono mai state accolte, anche quando chiedevano solo la presenza di un minimo di osservatori internazionali per verificare l’ampiezza del massacro di Jenin. Già questo renderebbe scandaloso il premio Nobel a Kofi Annan, se non fosse per il gran numero di criminali e guerrafondai che sono stati premiati nel corso di un secolo (…). Forse prima o poi il premio lo daranno perfino a Sharon, se accetterà di ritirarsi da un pezzetto dei Territori occupati, per controllare meglio il resto.
Da Seattle a Porto Alegre, le premesse di una svolta
Ma allora non c’è niente da fare? Bisogna rassegnarsi? No. Una piccola speranza c’è: la ricostruzione di un tessuto connettivo tra i movimenti dispersi e frammentati, avviata nel 1996 nel Chiapas, proiettata sui mass media con la contestazione del WTO a Seattle nel 1999, e poi sistematizzata e organizzata meglio con i Forum mondiali di Porto Alegre, Mumbay, ecc.
I risultati non devono essere sopravvalutati: lo si è visto con i limiti della lotta contro la guerra, che ha conosciuto momenti molto alti ma ha stentato a consolidarsi come movimento permanente e strutturato, lo si è visto a maggior ragione sul terreno della lotta contro la fame e in difesa dell’ambiente, efficace sul piano della denuncia ma ancora lontana dall’avere effetti concreti e misurabili.
Ma i compiti per la ricostruzione di quell’internazionale dei movimenti di liberazione nazionali e sociali a cui pensava Guevara (meno interessato al “campo socialista”, cioè ai legami tra Stati, su cui contava il movimento comunista e di cui ci sono molti nostalgici) non sono ancora stati affrontati e anzi praticamente neppure posti.
Cronologia delle concertazioni e degli organismi internazionali
Ultimamente molti commentatori fanno partire l’epoca delle concertazioni dalla pace di Westfalia che concluse la Guerra dei trent’anni nel 1648, e l’idea di un governo mondiale capace di assicurare stabilmente la pace tra gli Stati agli scritti di Emeric Crucé (1623), Ugo Grozio (1625), William Penn (1693), dell’Abbé de Saint Pierre (1714), Jean Jacques Rousseau e soprattutto di Immanuel Kant, che nel 1795 pubblicava il suo Zum ewingen Frieden (Per la pace perpetua) in un epoca in realtà non poco turbolenta. Mettendosi su questo piano, si potrebbe risalire molto più indietro, magari fino a Platone. Riportiamo invece in questa cronologia le date delle conferenze che hanno rappresentato effettivamente dei passi verso la creazione di organismi internazionali permanenti.
1814 Congresso di Vienna, che definisce l’assetto dell’Europa dopo la sconfitta della Francia napoleonica
1820 Congresso di Troppau: sancisce il "principio dell'intervento" delle monarchie europee di fronte alle rivoluzioni liberali
1822 Congresso di Verona: la Francia incaricata di reprimere i moti spagnoli
1823 “Dottrina Monroe” che rifiuta ogni intervento di potenze europee nelle Americhe (riservandolo agli Stati Uniti).
1851 Prima conferenza sanitaria internazionale
1856 Congresso di Parigi chiude la guerra di Crimea e stabilisce due commissioni sulla navigazione sul Danubio (stati rivieraschi e grandi potenze)
1864 Ufficio internazionale pesi e misure a Berlino
1868 Ufficio internazionale telegrafico. Prima internazionale operaia a Londra
1874 Unione postale generale a Berna
1878 Accordo internazionale sulla metereologia. Congresso di Berlino sulla "Questione d'Oriente"
1883 Unione internazionale per la protezione della proprietà industriale
1885 Istituto internazionale di statistica, a Roma. Conferenza di Berlino per la spartizione dell'Africa
1886 Unione internazionale per la protezione delle opere letterarie e artistiche
1899 Conferenza dell'Aia sul disarmo
1902 Primo ufficio sanitario internazionale a Washington
1914 Inizia la “Grande guerra” mondiale
1919 Inizia a Versailles la Conferenza della pace. Creazione della Società delle Nazioni (SdN) Istituzione del BIT (Ufficio Internazionale del lavoro). A Mosca nasce l’Internazionale comunista (Comintern)
1921 Conferenza sul disarmo a Washington
1928 Patto Briand Kellog (Francia-USA) per risolvere le controversie internazionali senza guerra
1929 Briand presenta alla SdN un piano per l'unità doganale ed economica europea. Ma inizia la grande crisi economica e saltano tutti gli accordi per regolare il mercato.
1933 Giappone e Germania escono dalla SdN
1934 L'URSS entra nella SdN
1937 Esce anche l'Italia
1938 Conferenza di Monaco: via libera a Hitler per lo smembramento della Cecoslovacchia
1939 Patto Ribbentrop- Molotov. Inizia la seconda guerra mondiale. Spartizione della Polonia.
1941 L'URSS annette le repubbliche baltiche Roosevelt e Churchill sottoscrivono la Carta Atlantica
1943 In ottobre conferenza internazionale a Mosca che propone una organizzazione internazionale per il mantenimento della pace. Si scioglie intanto il Comintern
1944 Luglio, a Bretton Woods, si fondano FMI e BM. Agosto-settembre, conferenza internazionale di Dumbarton Oaks (progetto ONU). Ottobre, a Mosca accordo Stalin Churchill per la spartizione dei Balcani. Gli alleati riconoscono le annessioni effettuate dall'URSS in base agli accordi con Hitler
1945 febbraio, Conferenza di Yalta (febbraio) Conferenza di San Francisco (aprile giugno). Agosto: Hiroshima e Nagasaki. Istituzione della FAO a Roma (ottobre)
1946 Commissione per l'energia atomica (i cinque più il Canada). OMS e OIL a Ginevra. UNESCO a Parigi
1947 Trattati di pace a Parigi con Italia, Bulgaria, Finlandia, Romania e Ungheria. Dottrina Truman. ERP (European Recovery Program) detto Piano Marshall. Indipendenza di India e Pakistan. Trattato interamericano di sicurezza a Rio. Accordo generale su Tariffe e Commercio (GATT). UIT (telecomunicazioni), OMM (metereologia), UPU (postale) a Ginevra. Kominform. 29 novembre piano di spartizione della Palestina (risol. 181)
1948 Nasce l'OECE tra sedici paesi europei. L'OSA viene fondata a Bogotà. Proclamazione dello Stato di Israele. Assassinio a Gerusalemme del mediatore dell'ONU, conte Bernadotte.
1949 Nasce la NATO. Armistizio in Palestina, prima forza ONU (ONUST)
1950-1953 Guerra di Corea (avallata dall’ONU)
1954 I vietnamiti sconfiggono l’esercito francese a Dien Bien Phu. Alla Conferenza di Ginevra sull'Indocina viene decisa la riunificazione, ma gli USA prendono il posto dei francesi: ci vorranno ancora 21 anni di guerra (senza che l’ONU faccia nulla).
1955 Patto di Varsavia. A Bandung nasce il movimento dei paesi non allineati
1956 Invasione dell'Ungheria, guerra di Suez
1958 Marines in Libano, parà inglesi in Giordania
1960 Ondata di indipendenze africane. Crisi del Congo. Lumumba chiede l'intervento dell'ONU
1961 Assassinio di Lumumba. Muore Dag Hammarskiöld. Primi marines in Vietnam
1962 Crisi dei missili a Cuba. Nasce l'Algeria (senza ONU)
1963 Viene fondata l'OUA ad Addis Abeba. Assassinio del presidente Kennedy
1966 Sanzioni alla Rodhesia
1967 Guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi. Risoluzione n. 242 sul ritiro "da" territori occupati
1968 Invasione della Cecoslovacchia. Uccisi M. L. King e Bob Kennedy. Trattato di non proliferazione nucleare.
1971 Sospesa la convertibilità del dollaro in oro: fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods
1973 Guerra del Kippur tra paesi arabi e Israele. Conferenza sul Medio Oriente a Ginevra
1974 Arafat all'ONU. L'ONU annuncia il "Nuovo Ordine Economico Internazionale"
1975 Indipendenza di Angola, Mozambico, ecc. I sudafricani appoggiano gruppi di ribelli
1978 Invasione del sud del Libano. In settembre, Camp David
1979 Vittoria islamica in Iran (ambasciata USA). Guerra in Afghanistan
1980 Vittoria di Mugabe nelle elezioni multietniche in Rodhesia sud (ora Zimbabwe) Guerra Iran-Iraq.
1981 Conferenza di Cancun: il "Nuovo Ordine Economico" è delegato al mercato.
1982 Guerra delle Malvine. Invasione del Libano
1983 Gli USA invadono Grenada
1985 Bombardamento di Tunisi e dirottamento del piroscafo "Achille Lauro"
1986 Gli USA bombardano Tripoli
1987 Inizia l'Intifada
1988 Premio Nobel ai caschi blu. Il Consiglio Nazionale dell'OLP annuncia la nascita dello Stato di Palestina
1989 Repressione a piazza Tien An Men. Crollo del muro di Berlino. Inizio della fine dell'URSS. Gli USA invadono Panama.
1990 La Namibia è indipendente. Inizia la prima Guerra del Golfo
1991 Guerra del Golfo. Indipendenza dell'Eritrea in maggio. Nascono in giugno Slovenia e Croazia, e inizia la guerra civile jugoslava. Esplosione dell'URSS.
1992 Maastricht. Inizio UNPROFOR in Croazia. Dicembre: l'ONU approva "Restore Hope" e comincia la guerra in Somalia. Separazione tra Boemia-Moravia e Slovacchia
1993 Zone di sicurezza nella ex Jugoslavia. Accordo di Washington tra Rabin e Arafat
1994 Arafat a Gaza in luglio, in novembre repressione degli integralisti islamici. "Premio Nobel per la pace a Arafat, Rabin e Peres. Crollo del peso messicano in dicembre (annunciato dalla insurrezione zapatista in gennaio)
1995 1° gennaio "cessate il fuoco" in Bosnia... Evacuazione della Somalia. Iniziano i bombardamenti della NATO, avallati dall'ONU, nella ex Jugoslavia
1996 Conferenza mondiale di solidarietà con l’EZLN nel Chiapas, “contro il neo liberismo”: si incontrano 3500 delegati di tutto il mondo (è una premessa del “popolo di Seattle”). I taliban entrano a Kabul e si fanno consegnare dall’ONU Najibullah, che torturano e impiccano.
1997 In Albania “operazione Alba” con forte partecipazione italiana per puntellare il governo in difficoltà dopo lo scandalo delle “piramidi”.
1998 Scontri nel Congo, in Indonesia, nel Kosovo.
1999 A Rambouillet, in febbraio, progetto di accordo sul Kosovo, inaccettabile per tutti, viene fatto accettare all’UCK, per fornire un pretesto all’intervento NATO. L’ONU ancora fuori gioco. A Seattle, grande manifestazione contro il WTO, che sospende la sessione.
2000 Una provocazione di Sharon alla “spianata delle moschee” innesca la seconda Intifada. Massacri israeliani, l’ONU non manda osservatori.
2001 Manifestazione contro il G8 a Genova con 300.000 in piazza, promossa del primo Forum mondiale di Porto Alegre. In settembre l’attentato alle Torri gemelle di New York offre il pretesto per una nuova guerra, inizialmente contro il già devastato Afghanistan. L'ONU tace o delega.
2003 Inizio della guerra in Iraq.
Appendice
Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU: una sorpresa?
L’assegnazione del premio Nobel per la pace al segretario generale dell’ONU ha suscitato commenti contrastanti. Naturalmente c’e’ stato chi (anche tra gli organizzatori della Marcia per la pace Perugia-Assisi) ha esaltato questa come ogni decisione precedente dell’organismo fondato dall’inventore della dinamite (ad esempio l’assegnazione del premio al boia Begin, al criminale Henry Kissinger, al razzista sudafricano De Klerk, o allo spezzaossa Rabin), senza mai domandarsi se gli accordi per cui quei personaggi venivano premiati garantivano davvero la pace.
Almeno per il caso palestinese e mediorientale, mi sembra incredibile che si possa prescindere dai risultati; ma anche per il Sudafrica il bilancio definitivo si potra’ fare solo quando quell’infelice paese trovera’, oltre che dei neri acculturati impegnati a governare per conto dei dominatori bianchi (che conservano terre e proprieta’ usurpate), anche un assetto che renda giustizia alla maggioranza oppressa.
Ma il premio Nobel all’ONU e al suo attuale segretario ha suscitato perplessita’ anche in ambienti inaspettati. Comprensibile lo sdegno dei bosniaci (e delle donne musulmane di Srebenica lasciate in mano ai loro boia e stupratori proprio dal contingente dell’ONU), piu’ sorprendente il commento apparso con un certo rilievo sul “Corriere della sera” del 13 10 a firma di Franco Venturini, a cui pare che con questo premio “questo mondo tutt’altro che pacificato abbia rimosso il bene prezioso della memoria”.
Gli esempi che fa Venturini ci trovano tutti consenzienti, meno quello sulla conferenza di Durban, certamente fallita, ma per ragioni opposte a quella da lui indicata, cioe’ che “un folto gruppo di governi arabi” avrebbe preteso “di equiparare razzismo e sionismo”. In realta’ l’ONU aveva preso posizione in tal senso in numerose risoluzioni ignorate e calpestate, anche se fondate sulla concreta legislazione israeliana e sulla concretissima pratica di discriminazione e oppressione, privazione di case, terre, acqua, ecc., ma come per tutte le altre risoluzioni, anche questa era caduta nel dimenticatoio. Comunque a Durban ad appoggiare la tesi respinta con tutto il peso del ricatto politico e materiale di Stati Uniti ed Europa imperialista, non c’erano solo “governi arabi”, ma un gran numero di ONG di tutto il mondo, una mobilitazione di massa della popolazione nera locale, e perfino associazioni di “rabbini contro il razzismo”, cioe’ di quei rabbini ortodossi, soprattutto statunitensi, che criticano severamente la pretesa sionista di fondare lo Stato di Israele sulla violenza e il terrorismo.
Ma come abbiamo detto, a parte il discutibile riferimento a Durban, Venturini ricorda Srebenica, la complicita’ dell’ONU nel massacro dei tutsi in Ruanda (anche se non precisa che la regia era di un paese membro permanente del Consiglio di sicurezza, la Francia), il fallimento in Somalia, la “controversa” presenza nel sud Libano, il lavoro “senza grandi risultati” (bell’eufemismo!) nei Balcani. La conclusione e’ che “alle Nazioni Unite, in definitiva, i Grandi della terra scaricano troppo spesso le patate bollenti che non vogliono gestire in proprio” (o che e’ diventato troppo costoso e scomodo gestire in proprio, aggiungiamo). Venturini conclude che questo e’ “un Nobel che grida vendetta”, mentre i”beneficiari della foglia di fico onusiana battono le mani”.
Noi avremmo da aggiungere qualche altra dozzina di crimini dell’ONU a quelli a cui accenna Venturini, a partire dalla legittimazione dell’aggressione dei mercenari al regime progressista del Guatemala nel 1954, alla destituzione del legittimo leader congolese Lumumba nel 1960 e al suo assassinio nel 1961, al puntello dato in quello stesso paese al regime feroce di Mobutu, la passivita’ rispetto alle conquiste israeliane, a quelle turche a Cipro, all’occupazione marocchina delle Repubblica Saharawi, alla lunga occupazione indonesiana di Timor Est (Venturini vi accenna solo per criticare il ritiro degli osservatori nel 1999, non per la passivita’ dei piu’ di vent’anni precedenti). Per non parlare del silenzio rispetto ai colpi di Stato realizzati sotto la guida della CIA in tanti paesi (basta ricordare l’Iran di Mossadeq, la Grecia, il Cile, il Brasile, e tantissimi altri paesi latinoamericani), gli assassinii realizzati o tentati di capi di Stato scomodi. Non sarebbero state ottime ragioni per lanciare dall’ONU la “guerra al terrorismo” degli agenti degli Stati Uniti?
In realta’ l’ONU, che come la Societa’ delle Nazioni che la precedette, non ha mai fermato una guerra vera, ha sempre dato la sua benedizione alle guerre decise dai principali paesi imperialisti, subito (nel Golfo) o a posteriori (nei Balcani),ha ignorato in nome della “non ingerenza negli affari interni” i crimini organizzati dagli Stati Uniti o da Israele.
Per questo e’ poco intelligente che chi vuole lottare davvero contro la guerra chieda che in essa intervenga l’ONU. Significa di fatto lasciare spazi agli spudorati DS o a quegli ipocriti quei verdi e cossuttiani che ora possono differenziarsi un po’ dato che non hanno piu’ ministeri e sottosegretariati da difendere come nel 1999, a cui basta poco per tacitare la loro coscienza.
Inutile dire che si vorrebbe un’ONU diversa. Certo che la vorremmo tutti, ma non dipende da una modifica dei suoi Statuti, o dal ridimensionamento del peso dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza con diritto di veto (tutti macchiatisi in varie epoche di gravi crimini). E’ anche illusorio pensare che la soluzione possa venire dall’Assemblea generale. Basta prendere l’elenco dei 189 paesi che ne fanno parte, per vedere che accanto ai pochi Stati “ricchi”, che hanno i margini per permettersi una democrazia formale (magari truccata), la quasi totalita’ dei paesi membri sono paesi dominati da dittature spietate e corrotte, al servizio dei paesi imperialisti. Difficile che la strada di un cambiamento possa essere tracciata da questi quisling…
Allora non c’e’ niente da fare? A partire dai rapporti di forza attuali nel mondo tutte le proposte di riforma dell’ONU appartengono alla sfera delle ingenue utopie reazionarie (quelle che non anticipano un mondo futuro, ma danno sfogo a sogni campati in aria, e servono a fuggire dalla realta’).
La strada giusta era quella imboccata negli anni Sessanta dalle rivoluzioni cubana, algerina, palestinese, congolese, vietnamita, ecc., la strada su cui puntava Guevara: modificare i rapporti di forza nel mondo collegando tra loro i movimenti di liberazione, non gli Stati e i partiti burocratizzati e opportunisticamente adattati all’esistente. Una strada che aveva consentito grandi successi, prima che l’involuzione parallela dei due grandi paesi che si pretendevano “socialisti”, URSS e Cina, portasse i movimenti in un vicolo cieco, e li infettasse col virus della burocratizzazione, del distacco dalle masse, della “realpolitik” e dei compromessi senza principi. Su questa strada, oggi piu’ impervia e difficile, bisogna tornare, semplicemente perche’ non ce n’e’ un'altra, oltre a quella della capitolazione e della rassegnazione all’ingiustizia.
Ma se l’ONU e’ questa, come mai viene premiata con il Nobel per la pace? E come mai il premio viene dato per giunta al suo segretario attuale, per cui e’ difficile entusiasmarsi? Kofi Annan infatti ha la pelle nera e “l’anima bianca”, e rivela la sua estraneita’ al mondo da cui proviene perfino nello stile: dagli abiti impeccabili, evidentemente tagliati nelle migliori e piu’ costose sartorie di Londra, alla moglie svedese elegantissima e raffinata. Proprio il nero ben accetto nei salotti bianchi.
Nessuna sorpresa: tranne qualche rarissima eccezione, che puo’ essere contata sulle dita di una sola mano, nell’arco di cento anni i Premi Nobel sono stati assegnati a persone indegne, sulla base delle loro chiacchiere vuote sulla pace, e soprattutto di calcoli politici contingenti. Il primo, che per fortuna rifiuto’, doveva essere lo zar Nicola II, tutti gli altri premiati prima dell’inizio della Prima guerra mondiale, al suo scoppio dimenticarono i bei discorsi fumosi e si schierarono ciascuno con il proprio imperialismo, non meno dei dirigenti socialdemocratici, ex internazionalisti.
Per questo riproponiamo una recensione, apparsa nel 1990, a un bel libro di Procacci sui premi Nobel per la pace, che si sembra possa essere utile a capire che questo premio non e’ una buona bussola per orientare che vuole davvero lottare contro la guerra.
Lecce 13 ottobre 2001
Antonio Moscato
IL DOTTOR NOBEL E LA PACE
di ANTONIO MOSCATO (pubblicato nel n 3/4 di “A sinistra”, marzo/aprile 1990)
Giuliano Procacci, sviluppando le ricerche avviate sulla guerra di Etiopia e le mobilitazioni internazionali contro di essa, ha pubblicato recentemente un libro di notevole interesse sui Premi Nobel per la Pace e le due guerre mondiali. Procacci e’ notoriamente un dirigente del Pci collocato nell'area cosiddetta "migliorista " (quelli che vogliono "niente e subito", secondo la felice definizione di "Tango") ma e’ prima di tutto uno storico rigoroso e non rinuncia ad affrontare periodi e problematiche che forniscono robusti argomenti ai suoi avversari.
Ad esempio, affrontando le mobilitazioni contro la guerra di Etiopia, Procacci aveva messo a nudo il cinismo della politica estera sovietica, che tuonava contro l'inefficienza delle sanzioni, ma intanto forniva buona parte del petrolio di cui l'Italia fascista aveva bisogno per la guerra. Analogamente aveva fatto risaltare le ambiguita’ della politica del Comintern che offriva una copertura alla politica estera sovietica auspicando mitiche "sanzioni proletarie", in attesa delle quali si trovava lecito che l'Urss facesse i suoi buoni affari con i regimi fascisti o che nel 1935 denunciasse il pericolo di un intervento giapponese in Etiopia e sorvolasse sui preparativi italiani.
Anche questo libro ha il pregio di ricostruire senza abbellimenti le vicende del movimento pacifista nella prima meta’ del nostro secolo. alle cui idee si ricollega di fatto quel pacifismo intessuto di buone intenzioni e di pie speranze negli organismi internazionali di cui il Pci e’ il principale paladino.
La ricostruzione e’ per giunta vivace e colorita, tanto che il libro risulta di gradevole lettura. A tratti, pur non dimenticando lo sfondo tragico delle due guerre mondiali, Procacci non rinuncia a notazioni ironiche sulle patetiche illusioni di personaggi che oggi sono pressoche’ dimenticati, ma che occuparono la scena politica di molti paesi per decenni. D'altra parte lo stesso fondatore del premio non esce troppo bene dai cenni biografici a lui dedicati. Al di la’ delle osservazioni sull'in congruenza tra le origini del suo patrimonio (le fabbriche di esplosivi) e la destinazione del premio, osservazioni che non mancarono gia’ al momento della sua istituzione, Procacci tratteggia un ritratto impietoso di un uomo di modesta levatura culturale, che si diceva a volte socialista ma era imbevuto di gretto conservatorismo ed era soprattutto convinto che “le sue fabbriche... avrebbero contribuito alla causa della pace piu’ di tutti i congressi pacifisti internazionali”.[p.11]
“Un uomo le cui concezioni politiche si riducevano a un progetto basato sulla formazione di un potere centrale assoluto eletto solo dai maschi colti...”[p.9] L'idea stessa del premio per la pace gli fu suggerita dalla sua ex segretaria, la baronessa von Suttner, una donna intelligente e colta a cui nel 1905 fu conferito il premio di cui era stata ispiratrice, ma le cui riflessioni sulla politica internazionale sono un miscuglio di patetiche ingenuita’ e di adattamenti al "realismo" (ad esempio trovava lecite le guerre coloniali, per l'incivilimento dei barbari).
Procacci descrive con qualche nota umoristica le figure dei primi vincitori, quasi tutti esaltatori di quella conferenza internazionale per la pace che si tenne all' Aja dal maggio al luglio 1899, e di cui lo zar Nicola II fu ispiratore e protagonista al punto di essere seriamente preso in considerazione per l'assegnazione del premio (al quale fece garbatamente sapere di rinunciare, con uno dei pochi gesti intelligenti della sua vita). Dei candidati al premio, a parte Nicola II, l'unico che si dichiaro’ indisponibile fu Benito Mussolini, proposto nel 1934 dal deputato Carlo Delcroix. Gli altri, a partire dalla von Suttner, si batterono con accanimento per ottenere sostegni alla loro candidatura e soprattutto per spiazzare i concorrenti. Il risultato e’ che i prescelti formano una lunga galleria di mediocrita’, di cui Procacci ha ricostruito pazientemente i dati biografici essenziali. Si dividono essenzialmente in due categorie: i professionisti del pacifismo (ossia i dirigenti della Ligue internationale et permanente pour la paix o del Bureau international de la paix di Berna) e gli uomini politici veri e propri, tra cui spiccano due presidenti degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt e Thomas Woodrow Wilson, Aristide Briand, Austen Chamberlain e Gustav Stresemann.
Le notazioni di Procacci sugli uomini politici premiati sono severe e non si limitano a ricordare le loro imprese belliche (ad esempio la partecipazione di Roosevelt all'invasione di Cuba come colonnello della cavalleria volontaria), ma documentano largamente le loro concezioni militariste (Roosevelt appunto non rinuncio’ ad esaltare l'occupazione delle Filippine, delle Hawai e del canale di Panama, perfino in occasione del conferimento del premio). Di altri minori, come il belga Auguste Beernaert, si ricorda che era premier al momento della formazione dello "Stato Libero del Congo". Ovviamente il loro impegno nella politica attiva dei rispettivi paesi li porto’ spesso a contrapporsi e polemizzare tra loro al momento dei grandi conflitti di interessi che precedettero la prima guerra mondiale.
In realta’ le pagine piu’ interessanti del libro sono quelle che ricostruiscono le concezioni dei "professionisti del pacifismo". Procacci fornisce molti esempi di macroscopici errori di valutazione, tutti basati su una ingenua sopravvalutazione delle conferenze internazionali e in genere delle belle parole dei governanti.
Per anni l'argomento preferito era stata la Conferenza dell' Aja, sulla cui esaltazione si dilungarono quasi tutti , ma anche alla vigilia dell'esplosione della grande guerra non mancarono anacronistiche previsioni su un futuro di pace assicurato dal dialogo. Ad esempio il parlamentare francese (premio Nobel per la pace ne11909) Paul Henri Benjamin Balluet, barone d'Estournelles de Constant de Rebecque (piu’ noto semplicemente come barone d'Estournelles) dichiaro’ alla fine del maggio 1914, al termine di una riunione dell'Unione interparlamentare per la pace, che essa rappresentava “una potenza invincibile, che si opporra’ vittoriosamente al pericoloso sciovinismo”. [pp.93-94]
Va detto che ad opporsi allo sciovinismo, due mesi dopo, non era rimasto quasi piu’ nessuno, a parte Lenin e pochi altri. Nel corso della guerra infatti alle internazionali pacifiste accadde piu’ o meno quel che aveva fatto a pezzi l'Internazionale socialista: ognuno si schiero’ con il proprio imperialismo, o almeno si dedico’ a denunciare le colpe dell'avversarlo.
Questo quadro penoso e’ ovviamente rivelatore in primo luogo dei criteri con cui i premi Nobel per la Pace erano stati assegnati, escludendo deliberatamente Tolstoj o Gandhi, per non parlare di esponenti del movimento antiguerra di orientamento marxista, come Karl Liebknecht. D'altra parte Procacci non si e’ limitato alle dichiarazioni ufficiali piu’ condizionate da preoccupazioni politiche, ma ha esplorato scrupolosamente diari e carteggi privati dei piu’ noti esponenti del movimento pacifista, ricavandone la conclusione di una sostanziale incapacita’ di identificare le forze sociali che preparavano la guerra e quindi i mezzi per opporsi ad essa. All'approssimarsi della seconda guerra mondiale alcuni dei premiati rimasero attaccati alle loro concezioni con un'ottica tanto angusta da portarli a divenire fautori di quell’appaisement che doveva spianare la strada a Hitler. mentre altri ripercorsero la strada dei loro predecessori alla vigilia della prima guerra mondiale, nascondendosi i pericoli ed illudendosi sulle virtu’ miracolose della Societa’ delle Nazioni e dei trattati internazionali.
L'unico gesto coraggioso della fondazione Nobel nel primo mezzo secolo di vita fu l'assegnazione del premio per la pace nel 1935 a Karl von Ossietzki. un democratico tedesco che aveva denunciato la corsa al riarmo segreto del suo paese ed era stato incarcerato per questo gia’ nel 1932. Al momento del conferimento del premio si trovava in un campo di concentramento nazista dove sarebbe morto pochi anni dopo. Scelta che fu contrastata da una furiosa campagna internazionale, a cui si associarono anche gli eredi di Alfred Nobel, che espressero la loro disapprovazione per la premiazione di una persona condannata da un tribunale del suo paese.
Questo libro potra’ stimolare utili riflessioni nel movimento pacifista e nella sinistra italiana. La conoscenza delle correnti interclassiste o aclassiste che dominarono il pacifismo prima della seconda guerra mondiale, puo’ infatti facilitare il superamento delle illusioni sulle virtu’ taumaturgiche di organismi internazionali quale la Societa’ delle Nazioni ed oggi l'Onu, o sulle conferenze internazionali tra le grandi potenze, o piu’ in generale sulla buona volonta’ e le belle parole di governanti e di Stati.
La lettura di questo libro sollevera’ tra i militanti della sinistra qualche dubbio sull'utilita’ di organizzare campagne per far assegnare a Nelson Mandela o a qualche altra degna figura un premio cosi’ screditato. Piu’ che di premi di questo genere i movimenti di liberazione hanno bisogno di una forte ripresa della solidarieta’ internazionalista, fatta anche di misure concrete -come il boicottaggio - per colpire i loro oppressori.
Al tempo stesso la lotta contro il pericolo di guerra ha bisogno non di illusioni sui trattati che riducono del 2% il potenziale distruttivo delle grandi potenze, ma di un rilancio della lotta per il disarmo unilaterale, e soprattutto del rafforzamento del movimento per un alternativa al capitalismo e all'imperialismo in ciascun paese.
1 Riprendo in questo capitolo vari scritti sull’ONU di periodi diversi, concepiti con differenti scopi; ovviamente si possono trovare alcune ripetizioni (altre sono state eliminate, ma in certi casi era impossibile farlo senza spezzare il ragionamento che si stava facendo). Lo scopo di questo capitolo è semplice: fornire alcuni elementi sui precedenti comportamenti dell’ONU, che vengono sistematicamente “dimenticati” da chi continua a delegare all’ONU il compito di salvare la pace. Segnalo intanto che nel frattempo è uscito un volumetto, che ho trovato molto interessante e con cui concordo pienamente, curato da Redlink, L’ONU e «i signori della pace», Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2004.
2 Durante i preparativi per la guerra, nel settembre 2002, avevo messo in circolazione tra gli studenti questo ed altri scritti sull’ONU con questa nota, che ci sembra confermata dagli sviluppi successivi: “Può essere che l’arroganza (e l’ignoranza) di George W. Bush lo porti – come ha preannunciato – a scatenare l’intensificazione della guerra già in corso senza nessun avallo (ma anche verosimilmente senza nessuna condanna) da parte dell’ONU, ma non è affatto escluso che – nonostante le molte confessioni dei precedenti ispettori dell’ONU sulla loro utilizzazione spudorata da parte degli Stati Uniti – il Consiglio di Sicurezza possa votare una risoluzione inaccettabile dall’Iraq offrendo una copertura all’impresa banditesca che si sta preparando”. È quanto è poi avvenuto, a guerra iniziata, con la risoluzione ambigua che ha fornito una giustificazione ai governi che volevano aggiungersi alla “coalizione”, a partire da quello di Berlusconi.
3 In Italia negli anni in cui cominciò la controffensiva padronale i presidenti del Consiglio furono Andreotti, Cossiga, Forlani, ma un colpo decisivo a una delle conquiste più importanti del dopoguerra, la scala mobile, fu apportato poi dal “socialista” Bettino Craxi, oggi in via di riabilitazione se non di “beatificazione”.
4 Va detto che a volte questa partecipazione riserva delle sorprese: ad esempio il generale Fabio Mini, che è stato capo di Stato maggiore del comando Nato delle forze alleate Sud Europa e ha comandato per un anno l’operazione di peace-keeping NATO in Kosovo ha pubblicato un libro il cui titolo è già stimolante: La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale (Einaudi, Torino, 2003). Una testimonianza preziosa soprattutto sul peso sempre maggiore di imprese private e dei mercenari nelle guerre di oggi. Ma si tratta di un’eccezione, quasi come quella del generale dei marines Butler di cui abbiamo parlato nel primo capitolo. Con una differenza, che va tutta a suo onore: Mini ha scritto prima di andare in pensione.
5 Su questi aspetti rinvio al mio libro Il capitalismo reale, Teti, Milano, 1999.
6 Il paragrafo che segue riprende un testo scritto prima dell’esplosione della seconda Intifada, quando solo poche voci mettevano in dubbio la concretezza del cosiddetto “processo di pace”. L’ampiezza e la durata della nuova protesta ha reso evidente l’inconsistenza della fiducia riposta negli accordi di Oslo. Ovviamente per un’analisi più dettagliata della situazione palestinese devo rinviare al libro: Antonio Moscato, Cinzia Nachira, Israele sull’orlo dell’abisso, Sapere 2000, Roma, 2002.
7 Peraltro, scandalosamente, il grosso delle forze dell’ONU intervenute a Timor Est erano inviate dall’Australia, che era stata per anni complice della dittatura indonesiana.
8 Questo atteggiamento ha lasciato tracce profonde nel movimento comunista, e ha contribuito all’abbandono del concetto di imperialismo da parte di settori antistalinisti. Ad esempio alcuni dirigenti di primo piano del PRC avevano detto che questo termine era ormai superato dopo la fine dell’URSS: evidentemente avevano in mente proprio quell’uso strumentale e tatticistico che aveva caratterizzato l’epoca staliniana e post-staliniana.
9 Su questo rinvio al mio articolo su Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, apparsa in "A sinistra" n.3/4, marzo aprile 1990, in appendice al termine di questa sezione.
10 Non a caso il processo di pace arenatosi nella Conferenza di Madrid è stato poi avviato dai contatti diretti dietro le quinte svoltisi a Oslo, che per questo ha dato il nome all’intera vicenda.
11 Tra i paesi proposti per l’allargamento, c’è anche il Brasile, su cui si appuntano molte speranze della sinistra dopo la vittoria di Lula. Tuttavia un esame attento della politica interna ed estera determinata dal carattere ibrido e interclassista della coalizione che ha portato alla vittoria Lula, non dovrebbe consentire di farsi molte illusioni. Comunque, anche sperando in una correzione di linea, un solo paese grande ma fragile difficilmente potrebbe cambiare gli equilibri del Consiglio di Sicurezza.
12 Sulle ONG è prezioso il libro di Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo settore, Feltrinelli, 2002.
13 Il Qatar, uno Stato del tutto artificiale e per giunta minuscolo è stato prescelto per ospitare a Doha la sessione del WTO del 2001, che doveva tenersi a Washington. Non c’è dubbio che in un simile paese è difficile organizzare qualsiasi contestazione!
14 Il presidente era Kennedy, che riteneva inaccettabile la presenza di una base sovietica a Cuba, mentre considerava naturale circondare l?URSS con una vera e propria cintura di basi missilistiche a poca distanza dai suoi confini.
15 Questo paragrafo era stato scritto nell’ottobre 2001.
16 Raffaello Renzacci era operaio ma anche intellettuale di notevole valore: aveva curato diversi libri sulla storia delle lotte dei cassintegrati FIAT di cui era stato organizzatore di primo piano e ha scritto la seconda parte bellissima del libro Cento... e uno anni di Fiat (a cura di A. Moscato, prefazione di Claudio Sabattini, Massari, Roma, 2000), in questa stessa sezione dell'Archivio: è morto prematuramente nel novembre 2003 a soli 47 anni.