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Chi l'ha detto che non ci sarà un altro 1929...

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 22 giugno 2009 · 96 min di lettura


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Gianni Rigacci

 

E CHI L’HA DETTO CHE NON CI SARA’ UN ALTRO 1929?

Indice

 

Premessa

  • ·Sul PIL che non misura il benessere 

  • ·Una nuova fase dopo l’età dell’oro del capitalismo mondiale 

 

Gli effetti della globalizzazione

  • ·Una questione di metodo 

  • ·Le spese militari 

  • ·Il ruolo dello stato 

  • ·La crescita economica 

  • ·Il ruolo della Borsa 

  • ·Investimenti e aumento di produttività 

  • ·La concentrazione del capitale 

  • ·Il ruolo del commercio mondiale 

 

E ora, che succederà?

  • ·La fine del boom 

  • ·Lo spettro del 1929 

  • ·Gli squilibri 

PREMESSA

 

Sul PIL che non misura il benessere

Fino a pochi anni fa il PIL era considerato un dato che oltre ad indicare l’andamento di una economia, esprimeva anche lo stato di benessere di una comunità: più alto era il PIL, più cresceva, più quella comunità viveva bene.

Da un po’ di tempo a questa parte, grazie anche alla sagace opera di illustri pionieri, è diventata convinzione quasi generale che il PIL non sia un efficace misuratore del benessere di una comunità.

E anche le varianti, diciamo, più sofisticate del PIL, quello pro capite e quello cosiddetto a parità di potere d’acquisto, vengono considerate utili, tutt’al più, come confronto fra periodi diversi, fra paesi diversi ma non certo per misurare diversi gradi di benessere.

Insomma è ormai socialmente acquisito, almeno nei paesi più industrializzati,  che uno sviluppo quantitativo non significa di per sé sviluppo di benessere; anzi, in non pochi casi, la crescita del PIL dovuta alla messa in opera di grandi opere infrastrutturali o all’incremento di certe produzioni industriali, provoca danni che superano, e di gran lunga, la ricchezza prodotta in più che il PIL registra.

Pur tuttavia imprese e governi, pur dichiarandosi d’accordo su quanto detto e ribadendo sempre che ogni loro scelta è ispirata al bene comune, quindi, per definizione, non in funzione del PIL, continuano ad adoperarlo come bussola condizionante, scontando, per altro, poche dotte reprimende che, non è un caso, trovano più spazio nella stampa padronale che in quella dell’opposizione di sinistra (che alza la voce, di solito, solo davanti a catastrofi o mezze catastrofi).

In un recente articolo Alfredo Recanatesi (La Stampa del 7 ottobre 2002) dopo aver ribadito, giustamente, che “le statistiche sono convenzioni e quelle che attengono al PIL, non sfuggono a questa inevitabile natura”, sostiene che utilizzare oggi lo strumento PIL per la definizione di politiche economiche e monetarie provoca solo disastri.

Il fatto che milioni di cittadini abbiano investito parte dei loro risparmi in azioni e che questa ricchezza complessiva sia oggi inferiore, e di parecchio, a quella di uno, due, tre anni fa evidenzia, secondo Recanatesi, i limiti dello strumento PIL. Per restare agli ultimi due anni la ricchezza che si è dissolta in tutti i paesi è decisamente più consistente della ricchezza prodotta in più ed evidenziata dal dato del PIL. La contraddizione è evidente: il paese è cresciuto, anche se di poco, almeno così dice il dato del PIL, ma contemporaneamente si è volatilizzata una quantità multipla di risparmi (diciotto  volte maggiore per restare agli Stati Uniti nel 2001) .

Questa tesi è alla base della richiesta del taglio delle tasse, in particolare, ai percettori di redditi medio alti, quelli più coinvolti nel disastro delle borse: si tende, ciò facendo, a riportare al precedente equilibrio il sistema, a ripristinare la propensione a spendere di una ampia fetta di cittadini decisivi per una vasta gamma di prodotti.

Detto tutto il male possibile del PIL, la conclusione è che, comunque, resta un misuratore universale del ciclo economico, l’indicatore della febbre del sistema, il dato da tutti adoperato per fare confronti, quello di riferimento da mettere al denominatore e moltiplicare per cento.  

Con tutti i suoi difetti. Basta pensare al paradosso, forse, più eclatante: PIL che cresce se aumentano le tasse indirette.

Per quanto ci riguarda siamo sicuri che il PIL non sopravviverà al cambiamento del sistema e che sarebbe un atto politicamente di grande rilievo pensare, già oggi, ad un misuratore dal quale emergessero chiaramente i marxiani c,  v e  pl. Così, tanto per avere sotto gli occhi alcuni dati  tenuti sempre accuratamente nascosti.

Comunque, con buona pace di tutti, se oggi si vuol tentare di analizzare il quadro complessivo dell’economia, il che implica mettere a confronto paesi e periodi diversi, il convento non passa niente di meglio che il PIL.

 

Una nuova fase dopo l’età dell’oro del capitalismo mondiale

Se guardiamo alla crescita del PIL, dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, la metà degli anni ’70 rappresenta una sorta di spartiacque. Con la crisi del 1973-74, impropriamente detta del petrolio, finisce un ciclo, finisce l’età dell’oro del capitalismo, e inizia una fase caratterizzata da una crescita molto più contenuta, meno omogenea, con crisi economiche più frequenti, con squilibri sempre più difficilmente gestibili (basta pensare all’inflazione degli anni ‘70).

Il Giappone, ad esempio, mette a segno crescita rilevante fino ai primi anni ’90 (fra il 3 e il 4% l’anno, che resta comunque un tasso dimezzato rispetto al trentennio precedente) per poi precipitare in una stagnazione che dura tuttora.

L’Europa evidenzia invece, dalla metà degli anni ’70, tassi di crescita più costanti, ma dimezzati rispetto a quelli del trentennio glorioso.

Analogo a quello europeo, l’andamento di America latina e Africa.

In contro tendenza l’Asia, le cosiddette tigri asiatiche e la Cina, che conoscono invece, dalla metà degli anni ’70, una crescita di rilevante entità (ma, a parte la Cina, si tratta di un’area fortemente dipendente dall’andamento dell’economia mondiale).

In questo quadro, nota a parte, meritano le economie dei paesi ex socialisti e degli Stati Uniti in quanto si collocano ai due estremi dello sviluppo.

Le prime rallentano negli anni ’80 e dopo la caduta del muro di Berlino crollano letteralmente: i dati disponibili evidenziano un disastro che non ha precedenti nella storia economica degli ultimi due secoli, a parte i periodi legati a eventi bellici.

Negli Stati Uniti, invece, in un primo momento, la crescita media si dimezza   per poi cominciare a far registrare, coi primi anni ’90, tassi consistenti che reggono per un periodo lunghissimo, senza precedenti nella storia di quel paese.

E’ questo boom americano, almeno a nostro avviso, la chiave di volta per una analisi della attuale situazione economica: cosa è realmente cambiato nel funzionamento del sistema lo si può capire solo partendo dalle cause che hanno favorito quel boom, mentre sono gli squilibri che ha determinato e determina tuttora, a consentire di indicare quali sono le varianti più probabili che ha davanti a sé l’intero sistema.

GLI EFFETTI DELLA GLOBALIZZAZIONE

 

Una questione di metodo

Per definire lo stato di salute dell’economia mondiale e avanzare  alcune ragionevoli previsioni,  di breve e medio termine, è strada obbligata rifarsi ai cambiamenti che si sono verificati nel modo di funzionare del sistema capitalistico negli ultimi venti anni.

I principi ispiratori e il motore che muove il sistema capitalistico restano quelli di sempre, ma sarebbe miope non rendersi conto che cambiamenti ci sono stati e anche rilevanti.

Il problema è che non tutti hanno lo stesso peso, la stessa influenza.  

I cambiamenti vanno pesati e misurati con dati che, alla fine, devono portare a disegnare un quadro coerente dello spaccato politico, economico e sociale. Che questo metodo abbia scarso seguito lo dimostrano i bruschi cambiamenti sulle prospettive dell’economia, gli annunci all’insegna della “fine della storia”, le sofisticate elaborazioni condite di neologismi onnicomprensivi che duranp lo spazio di un mattino (sono le oscillazioni delle borse che inducono, molto probabilmente, esperti di valore, magari con qualche interesse da difendere, a spargere ottimismo ingiustificato).

Per essere più chiari pensiamo si debba procedere per punti con una avvertenza: se il cuore della globalizzazione sono gli anni ’90 non si può ignorare che proprio alla fine degli anni ‘90 si conclude, almeno chi scrive la pensa così, il ciclo che ha avuto come suoi emblematici iniziatori la Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti.

Una ultima considerazione. Il percorso di una ricerca deriva sempre, in qualche modo, da una più o meno conscia volontà di dimostrare una tesi. Non esiste analisi neutrale: “si può sempre mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di qualsiasi tesi” diceva Lenin nell’accingersi ad analizzare “il quadro complessivo dell’economia capitalistica mondiale alla vigilia della prima guerra imperialista mondiale” dal quale sarebbe poi scaturita la sua teoria sull’imperialismo.

Chi scrive non è neutrale: è convinto che gli squilibri del sistema siano tali da inserire fra ciò che è ragionevolmente prevedibile anche una crisi economica con effetti analoghi a quella degli anni ’30.

La ricerca che segue ha, come base, questa tesi.

 

Le spese militari

 

Gli attentati dell’11 settembre in USA hanno fatto pensare a molti che fossero l’occasione buona per l’attuazione in quel paese, viste le difficoltà dell’economia, di un keynesismo, cosiddetto, militare.

Tant’è che gli aumenti decisi dall’amministrazione Bush, immediatamente dopo gli attentati, sono stati visti, un po’ superficialmente a dire il vero, come una conferma a questa tesi.

L’ipotesi appare suggestiva e nessuno può escluderla, ma ad oggi, un rilancio delle spese militari, quale volano per la ripresa dell’economia USA, appare sostanzialmente impraticabile.  

Per spiegarlo conviene fare un passo indietro. Dal 1989 al 1999, nel mondo, le spese militari sono diminuite del 35%: questa riduzione non è dipesa solo dal crollo delle spese militari della Russia e dei paesi dell’Europa orientale ma anche dalla drastica riduzione, pari al 26%, attuata, nello stesso periodo, dal governo americano (tab.1).

Sull’onda degli attentati, l’Amministrazione Bush ha invertito la tendenza stanziando un consistente aumento delle spese militari: 33 miliardi di dollari quest’anno, più altri 45 miliardi nel 2003. Cosicché le spese militari di quel paese, che nel 2000 avevano raggiunto 310 miliardi di dollari dovrebbero attestarsi nel 2003, grosso modo, intorno ai 380 miliardi di dollari (1).

 

(1) Le Monde 25 giugno 2002, The Economist 20 luglio 2002

La cifra è colossale e presumibilmente rappresenterà, il prossimo anno, una percentuale molto vicina al 50% del totale della spesa militare mondiale; ma resta sempre lontanissima dai livelli raggiunti nel passato.

Se guardiamo al totale delle spese militari statunitensi, in cifra, a dollari costanti, nel 2003 quei 380 miliardi di dollari previsti continueranno infatti a risultare nettamente inferiori alla media degli anni ‘80.

Se invece rapportiamo questa spesa militare al PIL, com’è giusto fare, anche per avere un’idea di quanta ricchezza prodotta viene destinata alla guerra, nel 2002 la spesa militare americana torna a crescere invertendo il calo costante registratosi dal 1986 al 2000 (le spese militari USA sono passate, in questo periodo, dal 6,2 al 3%, il più basso livello della storia del paese). Purtuttavia, anche con l’ulteriore aumento previsto per il 2003, si resterà sempre nettamente sotto il 3,5% del PIL americano (2).

   

(2) The Economist 20 luglio 2002

Ci vorrebbe un’altra guerra del Vietnam…

L’economia americana ha bisogno di ben altro per essere rilanciata.

Se si pesano i vari interventi dell’amministrazione Bush, per ridare fiato al sistema economico statunitense, decisi nel corso del 2001, e i risultati che hanno dato, si ha l’idea dell’entità della cifra che sarebbe necessaria per incidere realmente nell’attuale fase di congiuntura economica negativa: fra interventi diretti e indiretti (riduzione delle tasse, riduzione del costo del denaro, aumento della spesa pubblica ecc.) è stato buttato sul mercato americano una cifra pari, in ragione d’anno, ad almeno il 7-8% del PIL.

Ammettiamo quindi che sia l’8% del PIL, oltre il doppio di quanto viene spese oggi, il livello della spesa militare in grado di contribuire in modo signficativo alla ripresa economica americana.  

Ebbene, stando alla tabella 2, dove è riportata l’incidenza delle spese militari sull’economia USA negli ultimi sessanta anni, l’ultima volta che  sono arrivate a superare l’8% del PIL è stato durante la guerra del Vietnam.    

Ma l’8% del PIL americano significa oggi  800 miliardi di dollari o giù di lì. Una cifra impressionante: solo sette paesi nel mondo hanno un PIL che supera gli 800 miliardi di dollari. Solo guerre dove ogni giorno un bel po’ di materiale bellico viene distrutto e deve essere sostituito, richiedono tanta parte di ricchezza di una nazione. O occupazioni militari. Magari di un intero continente

I limiti all’aumento delle spese militari

Sulla possibilità che il governo USA ricorra ad aumenti delle spese militari tali da rappresentare un significativo sostegno all’economia tre ulteriori considerazioni. Lo storico Paul Kennedy, autore di Ascesa e declino delle grandi potenze, a proposito dell’attuale basso rapporto fra spese militari e PIL, fa questa affermazione “essere il numero uno del mondo con alti costi è una cosa; essere l’unica super potenza del mondo a basso prezzo è sorprendete” (3).

 

(3) Financial Times 25 febbraio2002

 

In altre parole o c’è un nemico che si contrappone con analogo livello di potenza, il cui pericolo è avvertito anche delle grandi masse, come l’URSS dei tempi di Reagan, per cui la corsa ad un riarmo permanente, tecnologicamente ai massimi livelli, è più che giustificato, o diventa arduo convincere i cittadini che è giusto sacrificare una parte della ricchezza del paese in costosissimi progetti tecnologici, palesemente inadatti a fronteggiare  un terrorismo di matrice politico-ideologica.

D’altra parte che l’URSS non ci sia più, che le guerre costano e che farle pagare ai propri cittadini sia maledettamente complicato, è emerso chiaramente nel caso della guerra del Golfo nella quale gli Stati Uniti si sono comportati come le classiche milizie mercenarie, imponendo ai loro alleati un consistente contributo finanziario all’impresa.  

Seconda considerazione. Gli Stati Uniti potrebbero pensare ad un aumento della produzione militare da destinare all’esportazione. Ma anche questa è una strada irta di difficoltà: per la diffusa corruzione che accompagna questo commercio, per l’arroganza degli USA che tendono sempre più ad affrontare le crisi nel mondo in proprio e perché gli USA sono già i maggiori fornitori di armi del mondo, detenendo il 65% del totale dell’export mondiale. Va aggiunto a tutto questo che parecchi dei loro migliori clienti hanno le loro belle gatte da pelare (tabelle 3 e 4).

La terza considerazione è tecnico-politica: non è facile vantare successi sulla precisione dei propri missili e delle proprie bombe e poi chiedere di moltiplicare il numero di missili e bombe oltre che dei mezzi che li lanciano, pensiamo agli aerei, che, detto di passata, a meno non si siano scontrati fra di loro negli ultimi trent’anni, nessun nemico ha mai abbattuto. Chi sostiene che l’industria militare USA è vittima dei suoi successi non ha tutti i torti (4).

 

(4) Le Monde ibidem

 

Negli anni passati, subito dopo la definizione del percorso dell’unificazione europea, alcuni commentatori americani lanciarono l’allarme su un processo destinato a dar vita ad una temibile potenza concorrente. Si diceva che gli Stati Uniti dovevano guardarsi dalla fortezza Europa.

E invece, alla resa dei conti, almeno per ora, l’Europa, che avrebbe dovuto sostituire la locomotiva economica americana, continua a fare il vagone mentre, da un punto di vista militare, nonostante le indubbie potenzialità, resta nettamente distanziata dagli Stati Uniti. Difficile, insomma, sostenere negli USA che le spese militari vanno aumentate perché la concorrenza europea fa paura.

Va aggiunto che il patto di stabilità, vero legame dei paesi aderenti all’Unione, rappresenta, potenzialmente, un deterrente all’aumento delle spese militari. E’ questo patto, ma anche la mutata situazione internazionale, ad aver portato, negli ultimi tre anni, i due paesi che contano di più da questo punto di vista, Francia e Germania, a ridurre del 25% le loro spese militari. Anche la Gran Bretagna ha attuato tagli della stessa entità.

A oggi l’Unione europea destina alla spese militari, in rapporto al PIL, poco più dell’1,5% grazie soprattutto a Francia e l’Italia che superano questa media (la Germania è decisamente sotto la media europea).

 

Boccata d’ossigeno per le imprese USA

Che l’aumento deciso dall’Amministrazione Bush rappresenti il primo fatto positivo, dopo anni di vacche magre, per le imprese militari statunitensi non ci sono dubbi.

Conviene comunque ricordare che non è tutto oro quel che luce: solo un quarto degli aumenti decisi per il 2002 e 2003  sarà destinata all’acquisto di armamenti; il resto servirà a pagare retribuzioni, assicurazioni, pensioni, assistenza malattia, operazioni militari, ricerca e sviluppo (5).

 

(5) Le Monde e The Economist ibidem

 

Un aumento che non muta la strategia militare americana considerato che la ripartizione è in linea con l’attuale budget stabilito dal Congresso. Nel 2003, 150 miliardi di dollari verranno destinati alle operazioni militari e alla manutenzione, quasi 100 al mantenimento del personale mentre agli acquisti sono destinati 70 miliardi di dollari e 50 alla ricerca e sviluppo.

Considerato che quest’ultima voce, ai tempi di Reagan, arrivava a quasi il 20% dell’intero bilancio (6), non pochi osservatori hanno ipotizzato la possibilità che l’Amministrazione Bush punti, nel breve periodo, ad un suo forte incremento con la giustificazione delle ricadute sulla produzione civile.

 

(6) Business Week 1 ottobre 2001, The Economist ibidem

 

L’ipotesi è poco credibile: se teniamo conto dei settori che hanno assorbito la maggior parte delle risorse destinate alla ricerca militare, il nucleare, gli aerei supersonici e la missilistica, balza agli occhi, anche dei non esperti, che le ricadute della ricerca militare sulla produzione civile sono state decisamente modeste.

Un’ultima considerazione sul sistema antimissile in costruzione negli USA dal 1999. Le spese di questo sistema sono comprese nel bilancio della difesa e riguardano una cifra, secondo il Congress Budget Office, di 60 miliardi di dollari diluiti in quindici anni (7).

 

(7) L’état du monde 2002 ed. Le Dècouvert Paris

 

Come al solito anche questa previsione di spesa lascerà il posto a consuntivi raddoppiati o triplicati ma se si tiene conto che nel programma è previsto il coinvolgimento di altri paesi anche questo progetto non ha, per l’economia USA, la forza moltiplicatrice che sarebbe necessaria.

Se l’aumento delle spese militari decise dal governo Bush non avrà grandi effetti sull’economia USA, rappresenta però, lo ripetiamo, una boccata d’ossigeno per i cinque colossi del militare USA, emersi da una serie di fusioni e acquisizioni dopo il drastico ridimensionamento delle spese militari USA dei primi anni ’90. Questi cinque grandi imprese beneficiano anche della chiusura dei settori militari di IBM, General Motors, Ford, Chrysler, Texas Instruments e General Electric (che però continua a costruire motori).

I cinque colossi Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e BAE Systems hanno alle loro dipendenze quasi un milione di dipendenti ma va tenuto conto che, complessivamente, solo il 60% della loro produzione è destinata al settore civile. Con marcate diversità fra loro: ad esempio mentre il 60% del fatturato della Boeing, la società più grande, viene dal civile, la Lockheed Martin, dal civile,  ricava solo il 5%.

Un risultato comunque l’aumento delle spese militari lo ha già ottenuto: ad un anno dal settembre 2001, mentre l’indice S&P 500 è sceso del 20%, il valore delle azioni delle imprese che operano nel settore aerospaziale e della difesa, dopo essere precipitato ben oltre la media del listino, ha recuperato fino a superare i valori di prima l’11 settembre.

Ma detto questo l’industria militare USA resta con salute cagionevole. Gli anni di Reagan sono lontani e solo due sono i contratti di rilievo stipulati dalla Difesa a lunga scadenza: uno che riguarda missili e l’altro, molto più consistente, che interessa la Lockeed Martin per la fornitura, in 25 anni, di 3.000 aerei F-35/JSF pari a 225 miliardi di dollari. Il 50% della sua produzione militare: non è poco coi tempi che corrono.  

 

Il terrorismo non è di grande aiuto; a meno che…

Per finire. Sul ruolo in economia delle spese militari esistono pareri contrastanti; nell’edizione della Garzantina 2001, alla voce, appunto, spese militari, si sostiene infatti che “il ruolo di sostegno delle crescita nei paesi capitalistici nel secondo dopo guerra è stato modesto nonostante l’opinione contraria di autori marxisti come Sweezy e M. Kidron…”.

Se si fa una media delle spese militari del dopoguerra l’affermazione può anche essere considerata corretta, ma se si tiene conto che, nel caso degli Stati Uniti, questa spesa è stata in certi periodi pari al 3% del PIL e in altri ha raggiunto quasi il 10%, il ricorso alla media porta fuori strada.

Durante la guerra del Vietnam, tanto per fare un esempio, le spese militari incisero pesantemente sia sull’economia USA che sull’economia dell’intera area asiatica.

Il problema è se oggi le spese militari possono essere portate ad un livello tale da rappresentare un sostegno significativo all’economia americana. Il che significa, come abbiamo detto sopra, che dovrebbero, come minimo, raddoppiare.  

Paradossalmente è l’assoluto predominio militare statunitense nel mondo, dovuto al crollo dell’Unione sovietica, che preclude il ricorso ad una economia di guerra quale soluzione ai problemi economici.

Nonostante la strumentalizzazione che se n’è fatta, da questo punto di vista, il terrorismo è di scarsissimo aiuto.

A meno che non si approfitti del terrorismo per inaugurare un nuovo colonialismo: l’occupazione militare di mezzi continenti con obbligo alle popolazioni locali di pagare i costi delle truppe d’occupazione e fornire al paese occupante, a buonissimo mercato, ciò che i territori occupati hanno in abbondanza. Per tradurla in soldoni: l’occupazione di parte dell’area del mar Caspio, sulla carta, potrebbe essere pensata come la soluzione per superare l’attuale crisi economica.

Dovesse verificarsi questa ipotesi “l’artiglieria pesante” della borghesia che per Marx era rappresentata dai ”tenui prezzi delle sue merci” finirebbe di essere una metafora. Con tutto quel che significa.

Tab.1 Spese militari (miliardi di dollari a prezzi 1999)

 

1989

1993

1999

quota sul totale mondiale nel 1999

tasso crescita %

1989-1999

Mondo

1.310

887

852

100

-35

paesi sviluppati

880

618

607

70,5

-31

paesi via di sviluppo

165

180

245

28,8

49

Stati Uniti

382

331

281

33

-26

Europa occid.

212

195

188

22

-11

Europa orient.

451

89

62

7,2

-86

Giappone

36

40

43

5

20

Italia

23

22

24

2,8

5

Germania

43

36

33

3,9

-23

Fonte: U.S. Department of State, Bureau of Arms Control

 

Tab.2 Spese militari USA

Periodo

anno

%su PIL

anno

% su PIL

II guerra mond.

1940

1,7

1944

37,9

guerra Corea

1949

4,8

1953

14,1

guerra Vietnam

1961

9,3

1968

9,4

guerra del Golfo

1989

5,6

1990

5,2

terrorismo

2000

3,0

2002

3.9

Fonte Time 1 ottobre 2001

Tab.3 Esportazione di armi

 (miliardi di dollari)

Paese

1999

1997-98

Stati Uniti

33,0

91,5

Gran Bretagna

5,2

15,7

Russia

3,1

7,9

Francia

2,9

15,7

Germania

1,9

4,5

Svezia

0,7

2,9

Israele

0,6

1,6

Australia

0,6

1,1

Canada

0,6

1,6

Ucraina

0,6

1,5

Italia

0,4

1,3

Fonte: U.S. Department of State, Bureau of Arms Control

Tab.4 Esportazioni di armi USA

1997-1999 (miliardi di dollari)

paese importatore

miliardi di dollari

Arabia Saudita

14,1

Taiwan

10,0

Giappone

7,9

Gran Bretagna

6,6

Turchia

4,9

Israele

4,9

Corea del Sud

4,2

Egitto

2,8

Grecia

2,4

Kuwait

2,3

Fonte: U.S. Department of State, Bureau of Arms Control

Il ruolo dello stato

 

E’ convinzione generale, a sinistra in modo particolare, che la presenza dello stato nell’economia, negli ultimi anni, sia stata, in tutto il mondo, drasticamente ridimensionata e che questa offensiva liberista sia tutt’altro che conclusa.

Cosicché si starebbe affermando in tutto il mondo un sistema economico nel quale allo stato è assegnato, quando va bene, il ruolo di arbitro di una partita nella quale sono protagonisti solo operatori privati.

Questa convinzione ha un solidissimo fondamento: l’ondata di vendite di attività gestite dallo stato, a partire dalla fine degli anni ’80, che si è tradotta, in poco più di vent’anni, in oltre 2.000 privatizzazioni di grandi dimensioni che hanno fatto entrare nelle casse dei vari governi una cifra prossima ai 1.000 miliardi di dollari (1).

 

(1) Privatizzazioni difficili di Siniscalco, Bortolotti, Fantini, Vitalini ed. Il Mulino Bologna; si parla di 1.850 privatizzazioni nel mondo per un importo pari a 750 miliardi di dollari avvenute fra il 1977 e il 1997.

 

Nonostante questo sconvolgimento negli assetti proprietari che dominano il sistema, per quanto ci riguarda, non ci sentiamo di condividere l’affermazione che assegna allo stato, in campo economico, un ruolo ormai marginale se non addirittura ininfluente.

Lo stato, in tutti i paesi del mondo, resta un attore che, per la dimensione dei suoi interventi, non ha eguali in altro singolo attore, e mantiene un potere che condiziona pesantemente l’intera economia. E lo fa attraverso la spesa pubblica e la tassazione oltre che agendo sui tassi di interesse e su quelli di cambio della moneta.

 

La spesa pubblica

Partiamo dalla spesa pubblica.

La tabella 1 mostra l’evoluzione della spesa statale sul reddito prodotto in alcuni dei più avanzati paesi del mondo negli ultimi centocinquanta anni. Da tenere presente che nei dati riportati, ricavati da statistiche internazionali, non è compreso l’intervento dello stato come produttore di beni e servizi (trasporti, energia ecc.): le regole internazionali di conteggio della spesa pubblica non prevedono e, quindi, non considerano lo stato produttore.

I numeri non lasciano dubbi sulla tendenza: la spesa statale passa, nella media aritmetica, dall’8,3% del 1870 al 15,4% del 1920, al 20,7% nel 1937 per poi raggiungere nel 1980 il 43,3% un dato che nonostante tutti gli attacchi (e pensiamo a quelli alla sanità e alle pensioni) si è mantenuto sostanzialmente costante negli ultimi venti anni.

Con qualche eccezione: le spese statali sono fortemente aumentate in Francia, in Italia e Giappone mentre sono diminuite in Olanda.

Davanti a questi dati si può dire che ha buone nella sua faretra chi, facendo riferimento all’attuale peso della spesa pubblica rispetto al passato,  sostiene che  “non ci sarà un altro 1929” (ma non va dimenticato nemmeno che i bisogni sono sempre socialmente determinati…).

Proseguiamo. L’Italia, dal punto di vista del ruolo dello stato nella gestione dell’economia, è un caso esemplare: la spesa pubblica, il 90% della quale riguarda pensioni e rendite, previdenziali e assistenziali, è rimasta, negli anni ’90, pressoché costante (tab.2). Nonostante lo stato italiano, negli anni ’90, vanti il primato mondiale delle privatizzazioni: nessun altro paese ha venduto di più.

In tabella ci è sembrato utile riportare i due valori, la spesa in % sul PIL al netto degli interessi e quella totale, ritenendo quella al netto degli interessi, nel nostro caso, sicuramente più significativa. I valori riferiti all’Italia della tabella 1 divergono da quelli della tabella 2. Il problema non riguarda una scarsa attendibilità delle fonti in quanto la Banca d’Italia e gli autori di Economia politica, autorevoli editorialisti de Il sole 24 ore, danno assoluta garanzia. Il problema è che i dati della contabilità nazionale subiscono continui aggiornamenti. Anche dopo anni.

Dai dati delle due tabelle emerge il ruolo centrale dello stato, quanto meno, come gestore del welfare state.

 

Le privatizzazioni

Sul fronte della fornitura di beni e servizi lo stato, invece, è stato letteralmente spazzato via. Dappertutto.

Negli anni ‘80 e ’90, infatti, si è avuta una colossale operazione di trasferimento di imprese e servizi dalla proprietà e dal controllo pubblico alla proprietà e al controllo direttamente in mano ai privati. Il processo, avviato con la vittoria elettorale dei conservatori del 1979 in Gran Bretagna, ha investito uno dopo l’altro, senza alcuna eccezione, tutti i paesi del mondo.

Senza alcun particolare sforzo la borghesia di tutto il mondo, pagando cifre tutto sommato modeste, si è ritrovata proprietaria di interi settori dell’economia parte dei quali aveva dovuto abbandonare in passato per manifesta incapacità di gestione, per mancanza di capitali o per mille altre ragioni.  

Se teniamo conto che le privatizzazioni non erano state un tema dominante della campagna elettorale dei conservatori britannici e che l’ondata significativa di privatizzazioni è avvenuta quasi dieci anni dopo, viene da pensare che questo processo sia stato ispirato più dal pragmatismo della borghesia, sempre sostenitrice, quando è possibile, di Adam Smith, che da un piano organico preventivamente studiato dal grande capitale.      

Ma detto questo a noi pare che l’ondata delle privatizzazioni abbia avuto bisogno, almeno in Europa (ma è dall’Europa che ha avuto inizio il fenomeno ed è in Europa che ha inciso in misura maggiore che in qualsiasi altro continente), prima della sconfitta della classe operaia sul campo e, successivamente, a partire dai primi anni ’90, della libera circolazione dei capitali (nelle privatizzazioni dell’America latina e dell’Europa orientale i capitali stranieri hanno giocato un ruolo di decisivo).

Sono venute dopo, o meglio, hanno fatto presa dopo, le motivazioni a giustificare le privatizzazioni e cioè la maggior efficienza del privato rispetto al pubblico, la volontà politica di eliminare monopoli (di stato) per dar vita a un sistema concorrenziale, la necessità di vendere per far fronte ad alti debiti pubblici e via dicendo.

L’abilità della borghesia è stata quella d’essere riuscita a mettere in campo, col passare del tempo, una straordinaria gamma di strumenti per raggiungere lo scopo: privatizzazioni parziali, per tranche, con golden share a scadenza e non a scadenza, attraverso il collocamento diretto, ricorrendo a operazioni pubbliche di vendita…  

Nel caso dell’Europa occidentale la borghesia è riuscita a coinvolgere nelle privatizzazioni anche cospicue masse di lavoratori e perfino i dipendenti delle società che sono state privatizzate: nelle operazioni di vendita, ai dipendenti che accettavano di diventare azionisti, sono state offerte condizioni di acquisto apparse ai più, occasioni da non lasciarsi sfuggire.

Impressiona un dato italiano: mentre nel 1991 le famiglie in possesso di azioni erano 4 su cento, nel 2000 erano 10 su cento e “più della metà delle azioni quotate detenute dalle famiglie proveniva da società privatizzate” (2).

 

(2) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2002

 

Poiché i listini delle Borse hanno avuto l’andamento che tutti sappiamo, quei lavoratori che hanno dato il loro contributo alla privatizzazione delle imprese nelle quali lavoravano, meritavano qualcosa di più, quanto meno di poter dire la loro come piccoli azionisti. Si apprende invece che, contrariamente agli sforzi fatti dai privatizzatori, tutti tesi a dar vita a public company “le OPA, di fatto, hanno condotto ad una concentrazione della proprietà” (3).

 

(3) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2001.

 

Sulla proprietà delle società privatizzate non si hanno molti dati.   Interessante, a questo proposito, una elaborazione del CENSIS riferita al 1999: il 40,3% delle azioni riguardanti sette grandi privatizzazioni italiane, grazie alle quali il valore della Borsa italiana era cresciuta del 30%, risultavano in mano ad azionisti “rilevanti” per cui si concludeva che non c’era stato ancora “un vero processo di innovazione all’interno del sistema imprenditoriale italiano”. Che si sia affermato negli anni più recenti ci pare poco probabile.  

 

Le privatizzazioni in Italia

Se la Gran Bretagna, in quanto a privatizzazioni, è stato il paese che ha aperto la strada, possiamo dire che l’Italia, pur essendo partita in ritardo, è riuscita nell’impresa di conquistare, per valori venduti, alla fine degli anni ’90, il primo posto nel mondo.  

Nella tabella 3 sono riportate le maggiori società privatizzate e quanto ha incassato lo stato. I numeri fra parentesi a fianco di alcune società indicano le varie trance.

Se si pensa che il paese leader delle privatizzazioni, la Gran Bretagna, tra il 1985 e il 1995, nella fase di massima intensità di privatizzazioni, ha realizzato incassi pari in media a 1,2 punti del PIL all’anno, si ha la misura della determinazione con la quale si è mosso il governo italiano dal 1993 in poi. Un governo, non va dimenticato, di centro sinistra sostenuto, dal 1996 alla fine del 1998, anche da Rifondazione Comunista.  

Ricapitolando “lo stato nel corso degli anni ’90 ha ceduto l’intero polo alimentare pubblico per 2.000 miliardi, l’intera siderurgia pubblica per 2.500 miliardi, varie banche pubbliche per 17.000 miliardi … il gruppo assicurativo pubblico INA è stato venduto… per quasi 9.500 miliardi” (4) ha ceduto poi il 70% dell’ENI per 45.000 miliardi, il 35% dell’ENEL per 35.000 miliardi, l’87% delle autostrade dell’IRI per 13.500 miliardi, il 40% della Telecom per 22.880 miliardi…

 

(4) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2000    

 

Un processo tutt’altro che finito: manca ancora da vendere il 30% dell’ENI, il 30% di Finmeccanica, metà Alitalia, quasi tre quarti di ENEL, per intero le Ferrovie dello Stato, le Poste, la RAI. A tutto questo va aggiunta la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, le cosiddette utility, processo che però “stenta ad avanzare” (5).

 

(5) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2002

 

Riflessi sul sistema pensionistico

Per finire sulla questione privatizzazioni. La crisi delle borse è sicuramente la ragione più importante che rende complicate le privatizzazioni ancora da fare. Non è un caso che nel 2002, in Europa, le privatizzazioni previste porteranno ai governi una cifra pari a quella di venti anni fa, un cinquantesimo di quanto incassarono nel 1998, anno record (6)

 

(6) The Economist 29 giugno 2002.

 

In particolare la crisi delle borse frena tutte le operazioni con al centro il ridimensionamento dello stato nel campo pensionistico e, di conseguenza, la necessaria disponibilità di capitali per arrivare a dar vita a public company, di fatto imprese caratterizzate da una forte concentrazioni della proprietà. Difficile, da questo punto di vista, portare come esempio da seguire gli Stati Uniti dopo il crollo delle pensioni private. A parte la non buona salute del sistema pensionistico statale americano, che, detto di passata, non consente di vivere, negli Stati Uniti il crollo della borse ha messo in crisi sia le pensioni private, quelle contrattate coi fondi pensione, sia quelle garantite dalle imprese. Una catastrofe che non consente a milioni di cittadini statunitensi, per elementari ragioni di sopravvivenza, di ritirarsi dal lavoro.

E’ parere diffuso che il crollo del sistema pensionistico privato negli Stati Uniti obbligherà il governo ad un intervento simile a quello messo in piedi per evitare gli effetti del fallimento delle Saving & Loans.

Ma ciò che pesa, in modo particolare, sulle privatizzazioni da fare sono i non pochi ripensamenti su quelle che sono state fatte in passato.

In Gran Bretagna lo stato di degrado dei trasporti pubblici gestiti da società private, esemplificato da alcuni clamorosi disastri, ha dato il via ad un dibattito che ha indotto il governo laburista a rinazionalizzarne, di fatto, una parte (7).

 

(7) The Economist ibidem

 

Negli USA gli attentati hanno messo sotto tiro la sicurezza negli aeroporti gestita da imprese private con personale non addestrato e pagato meno di quello impiegato nei fast food (lavoratori che detenevano, fino a ieri, il record negativo delle retribuzioni orarie).

Ancor più preoccupante, ma per amor di patria se ne parla pochissimo, è  che lo stato abbia ceduto in passato a imprese private attività riguardanti la gestione di materiali strategici.

L’aiuto dello stato

Che lo stato, in Italia almeno, abbia oggi, un peso decisamente inferiore al passato per intervenire nell’economia del paese è fuori dubbio. Un conto è avere a disposizione la leva delle tasse e della spesa pubblica, quella dei tassi di interesse e quella del tasso di cambio della moneta e un altro conto avere, in aggiunta, anche la gestione di una consistente fetta della ricchezza prodotta dal paese: tutto il credito (le banche in Italia erano tutte o quasi pubbliche) quella di parte dell’industria di base (attraverso l’IRI), dell’energia (attraverso l’ENI e l’ENEL) e, in certi momenti, anche della chimica. Per non parlare di autostrade, telecomunicazioni, poste…

L’esempio della Gran Bretagna è, a questo proposito, calzante: quando Tony Blair subentrò ai conservatori trovò che le imprese possedute dallo stato contribuivano alla formazione del PIL del paese per il 2%. Nel 1979 all’arrivo della Thatcher, il contributo era pari al 12%. Che Blair non abbia fatto alcunchè per rifar salire questa percentuale è un altro discorso.

 

(8) The Economist 29 giugno 2002

 

Ma anche senza il controllo diretto di settori produttivi restano allo stato leve potenti di intervento. Che va detto oggi sono a disposizione dei governi di tutto il mondo con una unica eccezione, i governi europei.

Questo perché il Patto di stabilità, che tiene insieme i paesi aderenti all’Unione annulla, di fatto, tutte quelle potenti leve. La spesa pubblica ha un tetto non superabile, i tassi di interesse sono fissati della Banca europea, il tasso di cambio della moneta, anche.

Dietro la determinazione a non rivedere quel Patto, si può solo aggirarlo con marchingegni un po’ bislacchi, c’è sicuramente la convinzione della precarietà del castello costruito: quel Patto, in ultima analisi, indica emblematicamente tutti i limiti politici coi quali è stata costruita l’Unione europea.

Il Fondo Monetario Internazionale o la Banca mondiale, i cui interventi si limitano a paesi in difficoltà ai quali vengono concessi prestiti, non chiedono vincoli così rigidi come quelli indicati nel Patto europeo.

Si tratta di un vincolo pesantissimo perché annulla le prerogative che il sistema assegna ad ogni governo di intervenire in campo economico.

 

USA e Giappone, avanti tutta!

Giappone e Stati Uniti non hanno patti da rispettare. E si vede.

Il Giappone marcia con deficit pubblici che superano il 7% ed ha portato il debito complessivo dello stato, nel 2001, al 133% del PIL (contro il 124% dell’anno prima).

Negli Stati Uniti la crisi ha fatto saltare tutte le teorie e gli impegni presi solennemente, per anni, un po’ da tutti.

Fino alla metà del 2001 gli esperti del governo prevedevano che nel periodo 2002-2011 lo stato americano avrebbe raggiunto un surplus complessivo di 5.600 miliardi di dollari (9). Cifra drasticamente ridimensionato, dopo l’11 settembre, a soli 1.200 miliardi di dollari.

 

(9) The world in 2002 ediz. The Economist

 

Pensavano quindi di poter disporre di una avanzo annuo, in media, di 5-600 miliardi di dollari che, nelle intenzioni, almeno dell’Amministrazione Clinton, sarebbero dovuti servire a rimettere in sesto l’INPS americana (il sistema che eroga negli Stati Uniti la cosiddetta social security) e a finanziare una maggior assistenza sanitaria agli anziani.

Con quest’anno non ci sarà più un surplus ma un deficit. Chi continua a sostenere che il ruolo dello stato è stato ridimensionato dalla globalizzazione dovrebbe riflettere sulle scelte di Bush non dopo gli attentati dell’11 settembre, ma a cominciare dai primi segnali di cedimento dell’economia del paese.

E cosa ha fatto anche la Federal Reserve che è indipendente dal governo ma non sta certo sulla luna; un intervento quest’ultimo che di solito viene sottostimato ma che ha avuto un effetto, di sicuro, più incisivo di quello del governo.

Cominciamo da Bush.

Ai primi segnali di rallentamento dell’economia, nel maggio 2001, l’Amministrazione Bush ha approvato una serie di misure espansive di carattere permanente pari a una riduzione delle entrate fiscali di 1.300 miliardi di dollari in dieci anni. Dopo gli attentati nuovo impulso attraverso un aumento delle spese militari pari a 53 miliardi; nel marzo scorso, a seguito delle non buone notizie sull’economia nuovo intervento: sgravi fiscali alle imprese pari ad altri 51 miliardi. Cosicché il saldo del bilancio federale nel 2002 anziché un attivo pari al 3% del PIL, previsto agli inizi del 2001, registrerà un passivo fra l’1,5 e il 2% sia per queste minori entrate e maggiori uscite sia per il calo delle entrate dovuto al rallentamento dell’economia.

Le Federal Reserve non è stata da meno. Nel 2001 ha abbassato il costo del denaro undici volte attuando il più poderoso e concentrato allentamento monetario del dopoguerra. Un esauriente riepilogo di questo intervento è comparso su Liberazione ai primi di dicembre 2001.  

Ma lo stato ha dato anche altro: ben dieci riduzioni del costo del denaro, attuate dalla Fed.

Se è vero quel che ha scritto Geminello Alvi su Il corriere della sera che le indebitate famiglie americane pagavano, un anno fa, il 14% dei loro redditi annuali di interessi (e le imprese non erano da meno) significa che lo stato, riducendo il costo del denaro di due terzi, in meno di un anno, ha concesso benefici a chi ha debiti, valutabili in svariate centinaia di miliardi di dollari (preoccupando di sicuro non poche banche)

Forse 400, forse 500, forse più miliardi di dollari. con qualche incertezza sulla cifra visto che i tassi a breve termine, quelli sui quali agisce la Federal Reserve, si sono ridotti molto più di quelli a lungo termine.

Per avere chiari i termini dell’operazione della Fed conviene ricordare che i debiti complessivi di famiglie e imprese americane assommano a 22 mila miliardi di dollari, oltre due volte il PIL di un anno di quel paese.

Non è ben chiaro a chi assegnare il merito, o la colpa, della svalutazione del dollaro se al governo USA o alla Federal Riserve; ma che il dollaro abbia perso nei confronti dell’euro in, sei mesi, quasi il 12%, agli effetti dell’economia americana e mondiale, non è cosa che può essere considerata indifferente.

Ma insistiamo su questa politica di abbassamento dei tassi da parte della Federal Reserve. I debiti delle famiglie, delle imprese e delle società finanziarie statunitensi, a fine 2000, erano rispettivamente, pari al 76%, al 68% e al 90% del PIL. Venti anni fa questi debiti risultavano, i primi due, pari al 45%, il terzo al 20% del PIL (10).

 

(10) Il sole 24 ore 19 febbraio 2002

 

Se si sommano a questi debiti quelli dello stato si arriva a un totale pari a quasi tre volte il PIL di un anno. Venti anni fa questo debito era pari a una volta e mezzo, dieci anni fa a 2,2 volte il PIL. Una crescita senza freni.

Possiamo dire che lo stato ha pilotato la crescita di questo debito, vero motore dell’economia americana e dell’economia del mondo intero?

Escludiamo pure che questa strada del debito facile sia stata freddamente scelta a tavolino, che non sia nata cioè come un preciso, ben definito nuovo modello economico di sviluppo prima degli Stati Uniti poi del mondo, ma che lo stato, una volta partito questo meccanismo, abbia gestito, controllato e, ad un certo punto, anche favorito il fenomeno ci pare fuori dubbio.

Joseph Stiglitz, famoso premio Nobel, è del parere  che la ripresa USA degli anni ’90 sia da “addebitare” ad una serie di errori...fortunati fatti dalla Federal reserve che permisero alle banche di “tornare a fare il loro mestiere, quello di prestar denaro” (oltre alla moderazione salariale che ha permesso di tenere bassa l’inflazione) (10)

 

  1. (10) J. Stiglitz The Atlantic monthly ottobre 2002   

 

Se lo  stato americano, negli anni del boom, è rimasto defilato, oggi è invece al centro di tutte le scelte economiche nel dichiarato tentativo di evitare che la situazione sfugga di mano. Non tanto per far ripartire l’economia quanto per evitare una catastrofe.

E mentre Greenspan lo dice a chiare lettere, altri suoi colleghi  non si capisce bene dove vivono: Fazio, il nostro Governatore della Banca d’Italia, mentre crollavano le borse vedeva all’orizzonte un nuovo miracolo …

 

Tab.1 Spesa pubblica in % sul PIL

 

1870

1913

1920

1937

1960

1980

1990

1998

media paesi industrializzati

8,3

9,1

15,4

20,7

28,5

43,3

46,1

45,5

Stati Uniti

3,9

1,8

7,0

8,6

27,0

31,8

33,3

32,8

Giappone

8,8

8,3

14,8

25,4

17,5

32,0

31,7

36,9

Germania

10,0

14,8

25,0

42,4

32,4

47,9

45,1

46,9

Regno Unito

9,4

12,7

26,2

30,0

32,2

43,0

39,9

40,2

Italia

11,9

11,1

22,5

24,5

30,1

41,9

53,2

49,1

Francia

12,6

17,0

27,6

29,0

34,6

46,1

49,8

54,3

Svezia

5,7

6,3

8,1

10,4

31,0

60,1

59,1

60,8

Olanda

9,1

9,0

13,5

19,0

33,7

55,2

54,0

47,2

Fonte: Galimberti& Paolazzi Economia politica ed. Le Monnier

 

Tab.2 Spesa pubblica in Italia in % sul PIL

 

‘90

91

92

93

94

95

96

97

98

99

00

01

al netto degli interessi

43,8

43,7

44,0

44,6

42,9

41,6

41,4

41,4

41,2

41,7

41,2

40,9

totale

54,4

55,5

56,6

57,6

54,3

53,2

52,9

50,7

49,3

48,4

47,2

47,2

Fonte: Banca d’Italia Relazioni 2001 e 2002

 

Tab.3 Le principali privatizzazioni in Italia e gli incassi complessivi

anno

principali società

ricavi in miliardi

di lire

in % sul PIL

1993

Credito italiano

Italgel

Cirio-Bertolli

2.752

0,15

1994

IMI (1)

Comit

Nuovo Pignone

INA (1)

Acciai Terni

12.703

0,75

1995

Italtel

ILVA

Enichem

IMI (2)

INA (2)

ENI (1)

13.462

0,75

1996

INA (3)

IMI(3)

ENI(2)
Nuova Tirrenia

Dalmine

14.501

0,74

1997

ENI (3)

Telecom

SEAT

Banco Roma

Aeroporti Roma (1)

40.207

2,02

1998

ENI (4)

Saipem

BNL

20.482

1

 

1999

ENEL

Autostrade

48.328

2,25

2000

Finmeccanica

Banco Napoli

Autostrade

Aeroporti Roma (2)

19.098

0,85

2001

Cofiri

ENI (5)

SNAM Rete gas

5.500*

0,45

*euro

Fonte: Banca d’Italia

 

Il ruolo della borsa

 

Il ruolo delle borse, sull’andamento dell’economia mondiale degli anni ’90, è stato sicuramente di grande rilievo. Non solo perché un aumento del valore dei titoli azionari, come quello verificatosi dal 1995 al 2000, e il successivo crollo, non sono isolabili dall’economia reale ma anche perché le borse sono state al centro di una serie di operazioni che hanno inciso profondamente nel funzionamento del sistema.

Il pesante crollo dei titoli azionari, a partire dalla primavera del 2000, ha fatto parlare di bolla speculativa, di un fenomeno già visto.

Verissimo, siamo a un de ja vu.

Ma questo addebitare ad una sorta di follia collettiva l’ascesa abnorme dei titoli azionari non convince.

Come non convince che tutto sia dovuto al “prevalere dell’avidità dei manager, dei banchieri d’affari, degli analisti finanziari su ogni altro sentimento di correttezza e lealtà” (1). Una forzatura che fa il paio con la nuova legge che negli USA obbliga i manager a giurare sulla veridicità dei bilanci delle imprese che gestiscono.

 

(1) Il sole 24 ore 29-8-2002.

 

Troppo semplice chiamare in causa la natura umana: il fenomeno delle bolle speculative ha origini nell’economia reale ed è parte integrante del funzionamento del sistema.

Ed è chiaro che quando scoppiano, quando raggiungono, come questa volta, dimensioni senza precedenti nei centotrenta anni di storia della Borsa americana, e di storia del capitalismo, è il sistema stesso ad essere messo in discussione.

A chi pensa che si sarebbe potuta prevenire ha risposto in modo netto il Presidente della Federal reserve, Greenspan: “l’idea che una stretta monetaria attuata con tempismo avrebbe potuto prevenire la bolla di fine anni ’90 è una illusione”.

Ci pare una autorevole conferma sulla ineluttabilità delle crisi.

Ma detto questo ciò che interessa rilevare, rispetto al passato, è che mai le borse nel mondo hanno avuto andamenti così uniformi come questa volta, mai c’erano stati, nella fase di ascesa, interventi così autorevoli e pressanti sui pericoli della situazione, mai ci sono stati interventi di sostegno, dopo l’inizio della crisi, così imponenti.

In questo quadro generale ha fatto storia a sé la Borsa giapponese non perché non coinvolta in questo andamento, ma in quanto reduce da un disastroso crollo agli inizi del decennio.

Fatto 100 il 18 ottobre 1987, il giorno precedente il maggior crollo in una seduta della Borsa di New York (i titoli persero il 23%), le borse di tutti i paesi, con crescita pressoché costante, arrivano a raddoppiare il loro valore nel 1995.

Dal 1995 comincia una ascesa impetuosa di tutte le borse del mondo.

Il massimo, raggiunto cinque anni dopo, nella primavera del 2000, vede il Nasdaq Composite che è sei volte quello di cinque anni prima, l’indice CAC40 francese tre volte e mezzo, lo Standard & Poor 500 statunitense tre volte, e così pure il FAZ Aktien tedesco e il Mib italiano. Per solo due volte si moltiplica invece il valore dell’FTSE britannico. (2)

 

(2)The Economist may 5, 2001; Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2000

 

Si ripete, in qualche modo, il 1929: al momento del crollo dell’ottobre di quell’anno, la Borsa di New York valeva il doppio di tre anni prima.

Un decennio straordinario, quello delle borse degli anni ’90, che ha visto la capitalizzazione dei titoli azionari dei principali paesi industriali passare dal 40 al 125% del PIL dei paesi considerati (3).

 

(3)Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2000

.

In nove mesi, dall’aprile del 2000 alla fine di quell’anno, un quarto della ricchezza di borsa è andata in fumo. E sicuramente, al momento dell’inizio della caduta nel marzo del 2000, la capitalizzazione dei titoli azionari nei principali paesi industriali, superava il 125% del PIL (4).

 

(4) The Economist ibidem; secondo questo settimanale, nel marzo 2001, ad un anno dall’inversione di tendenza, la capitalizzazione di borsa rappresentava il 160% del PIL in Gran Bretagna, il 145% negli Stati Uniti, il 100% in Francia e fra il 60 e il 70% in Giappone e Germania

Il 2001 e i primi nove mesi del 2002 hanno fatto registrare ulteriori perdite per cui, a due anni e mezzo dall’inizio dell’inversione di tendenza, si può ipotizzare che nei principali paesi industriali i titoli azionari abbiano perso almeno la metà del loro valore (5).

 

(5) Il sole 24 ore del 4agosto 2002 riporta i dati di uno studio Eurispes secondo il quale la somma delle azioni delle società quotate alla Borsa italiana è passata da 1050 miliardi di euro nel luglio 2000 a 598 miliardi di euro nel luglio 2002: una perdita del 43%. Se si tiene conto che nel luglio del 2000 erano già quattro mesi che si registravano arretramenti si conferma la nostra ipotesi.

Nella classifica negativa in testa, per perdite, i titoli della new economy americana, misurati dall’indice Nasdaq, meno 73,6%, seguiti da quelli dell’area dell’euro con un meno 50% e, quindi, dalle borse canadese, britannica e statunitense (indice Standard & Poor’s 500) che perdono intorno al 40% (6).

 

(6)  The Economist august 17 2002

 

Il Giappone, negli anni ’90, ha fatto storia a sé.  Il crollo dell’indice Nikkei, dopo un crescita eccezionale, è avvenuto agli inizi del 1990 e ha raggiunto una sua stabilizzazione, intorno al 50% del massimo valore raggiunto, alla metà degli anni ’90.

Comunque anche il Nikkei ha seguito l’andamento di tutte le borse e ha perso, grosso modo, in ugual misura, ma a rendere la situazione diversa era quella crisi di dieci prima. E infatti oggi i titoli azionari in Giappone valgono un quarto rispetto al massimo raggiunto allora.  

Fra i tanti tentativi di prevedere il futuro andamento delle borse con riferimento al 1929 e anni seguenti, c’è anche chi ha cercato di scrutare nell’esperienza del Nikkei, l’indice della Borsa di Tokyo, nel decennio 1985-1995. Come nel caso del 1929 i confronti sono impressionanti: stessi o quasi tassi di crescita annui per arrivare al massimo, stesso andamento, mai lineare, comunque costante, delle perdite. Il fatto che il Nicckei crollato nel 1990, con un timido recupero nel 1993, non si sia mai ripreso, e non si sia ripresa neanche l’economia di quel paese, preoccupa quanto e forse più del 1929 (7).

 

(7) Il sole 24 ore 26 agosto 2002        

Il ruolo degli investitori istituzionali

Negli anni ’90 le disponibilità finanziarie complessive, depositi bancari, obbligazioni e azioni, detenute da famiglie e imprese nei principali paesi industriali hanno raggiunto il 360% del PIL dell’area; all’inizio del decennio erano pari al 210%.

Il calo dei depositi è stato ampiamente compensato dall’aumento dei valori delle obbligazioni e delle azioni: la capitalizzazione dei titoli azionari è passata dal 40 al 125% del PIL dell’area considerata (8).

 

(8) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2000.

 

Ma da dove sono venuti fuori tutti questi soldi finiti in obbligazioni e azioni?

Sono venuti da profitti al massimo degli ultimi cinquanta anni, da disuguaglianze di reddito crescenti negli stessi paesi più industrializzati, da minori risparmi complessivi delle famiglie, da un ricorso sempre più ampio a sistemi assicurativi privati (per pensioni e sanità), dal ricorso crescente al debito da parte di tutti.

Cominciamo dai profitti: negli anni ’90, in tutto il mondo, è cambiata in modo significativo la ripartizione della ricchezza prodotta. In Europa, ad esempio, le quote andate ai profitti sono passate in Italia dal 35 al 45%, in Germania dal 35 al 41%, in Francia dal 38 al 42%. Unico paese stabile la Spagna, profitti fermi al 41% (9).

 

(9) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2002

 

In Italia per i possessori di imprese e capitali, nell’ultimo mezzo secolo, mai era andata così bene come negli anni ’90 (10).

 

(10) Il volo del calabrone Galimberti e Paolazzi; ed. Le Monnier

 

Sulla forbice che si è vieppiù aperta fra redditi alti e bassi basta guardare all’aumento della povertà assoluta e relativa che tutti, senza eccezione, i principali paesi industriali registrano (in Italia i lavoratori a “bassa retribuzione”, inferiore a due terzi della media, sono passati in dieci anni dall’8,1 al 16,8%). E’ fenomeno che, troppe volte, passa in secondo piano davanti alla disperazione di interi paesi e anche continenti ma che c’è ed è destinato, di sicuro, ad aggravarsi.  Siccome la propensione ad investire in borsa è concentrata in tutti i paesi nel quintile col reddito più alto (in Italia in questo quintile ci sono i possessori del 76% delle azioni quotate, del 91% delle partecipazioni e del 64 delle quote dei fondi comuni) anche quest’aumento di disuguaglianze ha sicuramente favorito l’ascesa delle borse (11).

 

(11) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2002.  

 

Per quanto riguarda i risparmi delle famiglie c’è stato un vero e proprio crollo: i confronti fra il 1991 e il 2001 fra i paesi OCSE vedono solo quattro paesi con risparmi in aumento: la Francia, l’Olanda, la Norvegia e la Svezia. In tutti gli altri il crollo, in particolare in Austria, Canada, Italia, Portogallo e Stati Uniti. E non si tratta di cifre da poco: in media il tasso di risparmio in dieci anni si è dimezzato (12)

 

(12) The Economist 24 august 2001  

 

Del ricorso al debito abbiamo già parlato nel capitolo Il ruolo dello stato.

Chi ha attirato tutti questi soldi e ne ha pilotato l’approdo in borsa sono stati i cosiddetti investitori istituzionali, fondi comuni, fondi pensione, fondi assicurativi alcuni dei quali si muovono a livello globale. Metà della disponibilità finanziaria del mondo è nelle loro mani.

 

Le privatizzazioni e le fusioni e acquisizioni

La borsa è stato il luogo tecnico dove si sono attuate praticamente tutte le privatizzazioni del mondo. I sistemi adottati sono stati i più diversi, anche per rispondere alle diverse regole esistenti nei vari paesi, ma è in borsa che sono avvenuti i passaggi di proprietà. Sarebbe interessante ripercorrere il cammino di qualche grossa privatizzazione per vedere quanto ha incassato lo stato, quanto gli intermediari, che razza di società sono nate, quanto valgono, chi le gestisce, che fine hanno fatto le golden share. Cercare di capire in che modo i vari governi hanno utilizzato i soldi incassati. Di sicuro cadrebbero molti miti e molti luoghi comuni.

Le borse sono state il luogo fisico dove sono avvenute anche le maggiori fusioni e acquisizioni quelle che gli americani chiamano mergers & acquisitions. Un processo, contrariamente alle privatizzazioni, non nuovo. Negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono stati altri periodi caratterizzati da un alto numero di fusioni e acquisizioni: alla fine del XVIII secolo, negli anni ’20, alla fine degli anni ’60. Per quantità e volume d’affari nessun altro periodo ha però eguagliato gli anni ’90. E gli anni ’90 sono stati diversi anche per un’altra ragione: in numerosi casi le scalate di grandi imprese operanti in settori diversi, sono state condotte da finanzieri d’assalto che una volta raggiunto lo scopo hanno poi provveduto a rivenderle spezzettandole, realizzando guadagni di tutto rispetto.

Per quanto riguarda la Borsa italiana possiamo dire che, con gli anni ’90, è entrata a pieno titolo fra le borse che contano. Nel solo 1999 ventiquattro OPA hanno movimentato 55,5 miliardi di euro con tre di questi cambi di proprietà di rilievo mondiale: l’OPA Olivetti su Telecom Italia, quella Banca Intesa su Banca Commerciale Italiana e quella Assicurazioni generali sull’INA (13).

 

(13) La Borsa Cesarini e Gualtieri ed. Il Mulino          

 

Ma detto questo a noi, qui, interessa soprattutto mettere in evidenza che mergers & acquisitions hanno avuto sempre bisogno di un “mercato borsistico favorevole” (14).

 

(14) M. Deaglio La fine dell’euforia Lazard 2001  

I Fondi pensione.

Volessimo individuare i veri protagonisti delle borse degli anni ’90 non avremmo dubbi: i fondi pensione “il principale elemento di stabilizzazione dei mercati azionari americani degli ultimi decenni” (15).

 

(15) M Deaglio Economia senza cittadini? Lazard 2002

 

Secondo uno studio della Merrill Lynch, società con prestigio ultimamente un po’ appannato, nel 1999, il patrimonio dei Fondi pensione rispetto al PIL e la quota investita, da questi, in azioni, era quella indicata nella tabella 1.

Dalla tabella emerge come ci siano paesi nei quali i Fondi pensione detengono quasi il 50% della capitalizzazione di borsa: è il caso della Svizzera, degli Stati Uniti, dell’Olanda. Addirittura si avvicinano al 75% nel Regno Unito.

E’ chiaro che il crollo delle borse ha assestato ai sistemi pensionistici costruiti sui rendimenti azionari un colpo micidiale.

Non solo, escono male anche come controllori del sistema.

Era stato dato per acquisito che i Fondi pensione potessero svolgere una sorta di controllo sui conti delle grandi pubblic company soprattutto americane. Un controllo contro gli azzardi, i colpi troppo rischiosi ma considerato da molti poco lungimirante, essendo i fondi più sensibili agli utili immediati anziché ai piani a lunga scadenza, richiedenti, magari, cospicui investimenti.

E invece è andata a finire che anche le agguerrite squadre dei Fondi, piazzate in non poche grandi imprese, si sono fatte prendere per il naso.

Secondo Peter Clapman, presidente del Fondo Tiaa-Cref, il fondo degli insegnanti americani con 280 miliardi di dollari di patrimonio in gestione e all’attivo non poche battaglie per la trasparenza delle imprese, “la colpa è della scarsa coesione delle forze di mercato”. Clapman aggiunge che in America ci sono, oltre a Enron e Worldcom, “troppe mele marce” e che “i problemi emersi in America esistono anche in Europa, anzi forse sono ancora più gravi” (16).


(16) il sole 24 ore 5 luglio 2002    

 

I fondi tipo Tiaa-Cref hanno di sicuro limitato le loro perdite, facendo parte dei fondi pensionistici a rendimento garantito (Defined benefit), che interessano 23 milioni di lavoratori americani e gestiscono un patrimonio di 2.000 miliardi di dollari.

Attraversano difficoltà crescenti, invece, i 401 (k), fondi inventati alla metà degli anni ’70, di solito gestiti dalle imprese stesse, in non pochi casi con criteri speculativi (Defined contribution). Il capitale gestito da questi fondi è enorme, 2.500 miliardi di dollari nel 2000, e interessano oltre 50 milioni di lavoratori (17).

 

(17) The Economist  may 5 2001

 

Siccome la pensione è in rapporto al totale del capitale maturato al momento di andare in pensione, il crollo delle borse ha ridotto quel capitale in misura rilevante e, di conseguenza, ha ridotto anche la pensione attesa.

Tutti hanno parlato dei fondi pensione delle imprese che hanno fatto bancarotta, come la Enron e la Worldcom, che hanno trascinato nella bancarotta anche i fondi pensione dei loro dipendenti.

Il problema è che nella crisi delle borse sono stati coinvolte le pensioni dei lavoratori delle maggiori imprese americane: nella tabella 3 abbiamo riportato la quota dei fondi pensione tipo 401 (k) di alcune grandi imprese, investita in azioni della stessa società. Per capire il dramma di milioni di lavoratori americani basta andare a vedere la variazione del valore delle azioni, negli ultimi due anni, di queste imprese.

Più in generale, secondo fonti attendibili, i fondi pensionistici aziendali americani hanno fatto registrare un deficit di 26 miliardi di dollari nel 2000 e di 111 miliardi nel 2001. Coprire quei buchi significherà, per molte imprese, un taglio consistente degli utili con inevitabile penalizzazione dei dividendi agli azionisti (18).

 

(18) Il sole 24 ore del 28-7-02

 

Due casi di grandi imprese per spiegare meglio il fenomeno.

La General Motors gestisce un fondo pensione che capitalizza 67 miliardi di dollari, al quale sono affidate le pensioni di 647 mila dipendenti, mentre il corrispondente fondo della Ford capitalizza 36 miliardi di dollari.

Questi fondi hanno dovuto sobbarcarsi decenni di ristrutturazioni, licenziamenti, pensionamenti e prepensionamenti.

Le due case automobilistiche se vogliono coprire il buco causato dal crollo della borsa, dovranno tirar fuori, a fine anno, quasi il 20% del capitale dei loro fondi. Lo faranno di sicuro perché nel futuro più o meno immediato dovranno continuare a ristrutturare.

La terza big, la Dailmer-Chrysler, non sta meglio, ma ha dalla sua i vantaggi derivati dalla fusione del 1998.  

Cosa significa questo intervento è presto detto: una spesa aggiuntiva di 1.000 dollari per ogni auto prodotta, spesa che non devono sostenere le varie società giapponesi nei loro stabilimenti aperti da poco negli Stati Uniti grazie ad un personale ancora lontano dalla pensione.  

Il problema ha detto il presidente della Ford “non riguarda solo le case automobilistiche ma tutte le Corporate americane”. Non tutte. Non riguarda, ad esempio, quelle non sindacalizzate, nelle quali non esiste alcun fondo, o quelle dove esiste un 401 (k) ma non sarà rifinanziato né quelle come la Enron per evidenti ragioni (19).

 

(19) Il sole 24 ore del 21 luglio 2002

   

Anche in Italia, per i pochi fondi pensione operanti cattive notizie. Quelli di categoria, nonostante l’esigua quota  di capitale investito in azioni, nei primi sette mesi del 2002 hanno perso il 4%. Questo significa che  ciascun iscritto ha perso, in media, il 4% della sua quota. A farne le spese, in particolare, i metalmeccanici, sono in 380 mila ad essersi iscritti al fondo privato di categoria e i chimici che sono 113 mila.

Siccome il Tfr, nello stesso periodo, ha garantito un più 2,2% fra fondi pensione privati e quello pubblico c’è oltre il 6% di differenza a favore del pubblico. (20)

 

(20) Corriere economia supplemento a il Corriere della sera del 2 settembre 2002

 

Desta sconcerto la nuova iniziativa dei gestori di questi fondi di prospettare a chi si iscrive  soluzioni a rischio diverso. E’ vero che gestiscono meno di 3.000 milioni di euro, ma in una fase come questa  una proposta del genere ha più le sembianze di un boomerang che di una lancia in resta.

 

Gli scandali e le stock option

Gli scandali che hanno colpito alcune delle più grandi Corporate statunitensi, a partire dalla Enron, hanno dato un bel contributo alla discesa dei titoli azionari di quel paese.

Sono decine le grandi società, appartenenti a settori diversi, poste sotto accusa per aver manipolato i loro libri contabili. Se a volte si è trattato di interpretazioni un po’ spregiudicate delle leggi esistenti, in molti casi si è trattato di vere e proprie truffe.

Il clima di sfiducia che si è determinato ha visto crollare i titoli azionari anche solo in presenza di voci su una  gestione poco rigorosa.

In questo quadro è emersa, dirompente, la questione stock option esplosa, in contemporanea agli scandali.

Le stock option, strumenti utilizzati da tutte le imprese americane per contenere il costo del lavoro, venivano emesse in gran quantità e inserite nei bilanci fra le voci attive. Rientravano fra le spese solo nel momento in cui venivano esercitate.

Considerarle fra le voci attive o quelle passive non è cosa da poco visto che, praticamente, nei bilanci di tutte le imprese statunitensi, alla voce stok option, figurano cifre consistenti.

Secondo Merrill Lynch se tutte le aziende dell’indice Standard & Poor’s 500 dovessero contare le opzioni ai dipendenti come un costo del lavoro, al pari cioè delle retribuzioni, i profitti per azione del 2001 avrebbero avuto una riduzione complessiva del 21% e quelli del 2002, presumibilmente, intorno al 10%.

Non tutti i settori e non tutte le imprese sarebbero colpite nello stesso modo: in particolare vedrebbero crollare i loro utili le imprese della new economy, quelle che hanno fatto ricorso in modo massiccio alle stock option. Tanto per citarne alcune delle più significative gli utili della Microsoft del 2001 sarebbero stati sopravalutati del 22%, quelli della Aol Time Warner del 35%, della Texas Instruments del 39%, della Dell del 42%, della the Gap del 56%, della Cisco Systems del 67%.

Ma anche quelli della Ford risulterebbero gonfiati del 33%.

Quanto agli scandali i casi Enron e Worldcom sono solo la punta dell’iceberg di un sistema corrotto generalizzato. Scandali che portano diritti al fallimento e che hanno investito, negli ultimi due anni, imprese di ragguardevoli dimensioni (vedi tabella 4).

Nella bufera non ci sono solo imprese che producono ma anche parecchie di quelle società di servizio, come le banche d’investimento, che in questi anni hanno certificato bilanci, curato gli aumenti di capitale, assegnato rating, gestito mergeer & acquisition. Una di queste, la Merrill Lynch, sta mettendo a tacere, a suon di milioni di dollari, la disonestà dei suoi analisti con accordi extra giudiziari in diversi tribunali del mondo.

Una indagine dell’università di Chicago ha scoperto che, a partire dal 1999, in ben 1035 imprese quotate in borsa ci sono stati manager che hanno approfittato della loro posizione per manovrare il loro pacchetto azionario con un guadagno complessivo di 66 miliardi di dollari. La stessa cifra , grosso modo, messa a disposizione da Bush, l’anno scorso, per rilanciare l’economia.

         

I colpiti dal crollo delle Borse

Gli adulti che posseggono azioni sono oggi 48 su 100 negli Stati Uniti (erano 30 su 100, dieci anni fa), 23 su 100 nel Regno Unito (dieci anni fa erano 21), 17 su 100 in Germania (erano 7) (21).

 

(21) The Economist 5 may 2002

 

Da queste cifre si può dire tranquillamnete che il crollo delle borse ha riguardato direttamente, nei solo paesi industrializzati, centinaia  di milioni di individui . A questi vanno aggiunti tutti quelli colpiti indirettamente, e pensiamo a chi ha affidato la propria pensione ai fondi pensione con capitale interamente o solo parzialmente investito in azioni.  

Un dato italiano può dare la misura di ciò che è avvenuto un po’ in tutto il mondo industrializzato.

In Italia le famiglie che detenevano azioni, a fine 2000, erano 10 su 100 (4 su cento,  dieci anni fa). Secondo il Bollettino statistico della Banca d’Italia del luglio 2002 fra il primo trimestre 2001 e il primo trimestre 2002 lo stock  di azioni detenute in portafoglio dalle famiglie italiane è passata da 712 a 508 miliardi di euro facendo registrare una contrazione del 28,6%. Sempre secondo la Banca d’Italia questa riduzione è dovuta solo in parte a disinvestimento; il grosso è perdita di valore.

Si potrà dire che il fenomeno ha riguardato, in Italia almeno, solo famiglie agiate, visto che quasi l’80% del valore delle azioni è in mano al 20% delle famiglie più ricche. Vero, ma l’altro 20% del valore azionario, ridottosi del 30%, era in mano ad azionisti improvvisati, magari lavoratori dipendenti  privatizzati. Ai quali vanno aggiunti gli 800 mila lavoratori che hanno pensato bene di integrare la loro pensione pubblica rivolgendosi ai fondi pensione privati.

Difficile negare che, a partire dal marzo del 2000 ci sia stata in Italia una spoliazione di massa. E se c’è stata in Italia…  

 

Il ritorno degli investimenti negli ultimi settanta anni negli USA

Il crollo delle Borse ha sicuramente assestato un duro colpo alla fiducia dei cittadini. Ma, a questo proposito, è di grande interesse la  tabella 2 sul ritorno degli investimenti negli USA negli ultimi settanta anni . I dati si fermano alla fine del 2000. Per quanto riguarda il mercato azionario emerge l’eccezionalità del decennio passato che ha un precedente in un decennio inserito nella fase dell’età dell’oro, quello fra il 1951 e il 1960.

Negli ultimi cento anni il rapporto prezzo/utili della Borsa di New York non è mai stato così negativo come negli ultimi cinque anni. Il problema è che nel 1995 era a livello del momento del crollo del 1929.

Tab.1 Patrimoni Fondi pensione totali e investiti in azioni anno 1999

paese

patrimonio dei Fondi pensione in % sul PIL

patrimonio investito in azioni in %

Svizzera

157,6

29

Olanda

115,1

45

Regno Unito

106,0

72

USA

85,9

63

Irlanda

59,1

59

Danimarca

45,2

42

Svezia

42,7

17

Giappone

37,6

40

Finlandia

19,7

22

Portogallo

13,4

35

Germania

6,8

25

Italia

6,7

7

Belgio

6,1

53

Francia

5,1

12

fonte: Il sole 24 ore, studio Merril Lynch

 

Tab. 2 ritorno investimenti (in termini reali) Stati Uniti

periodo

dividendi

titoli di stato

interesse sui depositi

1931-40

3,6

6,4

1,6

1941-50

7,5

-3,1

-5,1

1951-60

13,8

-0.4

-0,2

1961-70

5,3

-1,5

1,3

1971-80

1,4

-3,6

-1,1

1981-90

7,9

8,8

3,9

1991-2000

14,1

7,1

1,9

Fonte the Economist   may 5-11 2001

 

Tab.3 percentuale del fondo pensione

investita in azioni della società dalla

 quale dipendono i dipendenti

società

%

Procter & Gamble

94,65

Sherwin-Williams

91,56

Abbot Laboratories

90,23

Pfizer

85,50

BB&T Corp.

81,69

Anheuser-Busch

81,59

Coca-Cola

81,47

General Electric

77,39

Texas Instruments

75,65

William Wrigley jr. Co.

75,55

 

 

Fonte: DC Plan Investing CNN

Tab. 4 Le grandi crisi statunitensi degli anni 2001 e 2002

Società

Data fallimento

Patrimonio

pre fallimento

miliardi $

Worldcom

21- 07- 02

103.914

Adelphia Communications

25- 06- 02

24.409

Ntl

08- 05- 02

16.834

Global Crossing

28- 01- 02

25.511

Kmart

22- 01- 02

17.007

Reliance Group Holdings

06- 12- 01

12.598

Enron

12- 02- 01

63.392

Federal Mogul

10-01-01

10.150

Finova Group

03-07-01

14.050

Fonte: BankruptcyData.com

 

Investimenti e aumento della produttività

 

Il più o meno positivo andamento degli investimenti si misura, di solito, col tasso di crescita rispetto all’anno precedente.

Questo dato  fotografa con sufficiente precisione la fase economica: nel passato decennio, ad esempio, negli Stati Uniti, gli investimenti rispetto all’anno precedente, dopo il dato negativo del 1991, hanno fatto registrare tassi di crescita eccezionali per  dieci anni di seguito. Solo nel 2001 si è avuto un nuovo valore negativo. In Giappone, invece, i tassi, sono risultati o negativi (sei anni su dieci) o con crescita prossima alla zero. L’area dell’euro ha avuto un andamento più uniforme: crescita negativa nel 1993, poi dati sempre  positivi, anche se più contenuti rispetto a quelli  USA, di nuovo dato negativo nel 2001.

Come si vede anche gli anni ’90 dimostrano come la propensione ad investire sia direttamente legata  all’andamento dell’economia.

La tabella 1 riporta un dato che riteniamo di maggior interesse: il volume complessivo degli investimenti fissi lordi in proporzione al PIL. Paesi presi in considerazione quelli  più industrializzati del mondo, i componenti il G7. Con un po’ di approssimazione si può sostenere che la percentuale di PIL destinata agli investimenti dai primi anni ’70 a oggi non ha subito apprezzabili variazioni

Più interessante è la tabella 2 nella quale è riportata la quota di investimenti spesa in macchinari e impianti, sempre rispetto al PIL.

In questo caso emerge chiaramente l’accelerazione che si è prodotta negli anni ’90, rispetto al quindicennio precedente, e come sia questa voce a far aumentare la spesa complessiva degli investimenti.

In particolare sono Gran Bretagna e  Stati Uniti a far registrare i migliori risultati. Va aggiunto che questa crescita, e la considerazione vale non solo per Gran Bretagna e Stati Uniti ma per tutti i paesi considerati, si è concentrata in particolare nella seconda metà del decennio.

 

Le ricadute degli investimenti TIC

Secondo il rapporto del Council of Economic Advisors del gennaio 2001 negli Stati Uniti la quota di capitale TIC, le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, sul totale del capitale investito,  è oggi pari al 20,5% nel settore manifatturiero e del 42% in quello dei servizi. Venticinque anni fa era rispettivamente del 3,3% e del 16,7% (1).

  1. (1) Rapporto del Governatore della Banca d’Italia 2001 

 

Questi investimenti hanno inciso, sempre secondo lo stesso rapporto, sulla crescita  della produttività sia del settore manifatturiero che di quello dei servizi. Ma meno, molto meno di quanto ci si potrebbe immaginare. La tabella 3 indica come nell’eccezionale crescita della produttività dei macchinari industriali e delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, gli investimenti di TIC abbiano inciso in misura ridottissima, mentre hanno avuto rilevante incidenza nell’editoria e stampa e nella chimica. Per quanto riguarda i servizi è nella telefonia e nel commercio all’ingrosso che gli investimenti di TIC hanno consentito i massimi aumenti di produttività.

Complessivamente sempre stando al rapporto citato sopra, nel periodo 1996-2000, il tasso di crescita annuo della produttività oraria del lavoro nel comparto manifatturiero americano è aumentato del 4,4% contro il 2,6% del periodo 1974-1995. Più complicato calcolare questo dato per i servizi dove sono disponibili dati disaggregati (e non sempre attendibili).

Valutare gli aumenti di produttività è sempre arduo. E se è difficile all’interno  di un singolo settore figuriamoci quando si cerca di misurare con un unico metro, tanto per fare alcuni esempi, pubblica istruzione, sanità, trasporti pubblici, il settore automobilistico e quello dei computer.

Tutte queste perplessità  non impediscono però raffronti fra paesi  e periodi diversi, in particolare, quando a prendere le misure è un solo organismo che si presume adotti criteri univoci. Ebbene i dati pubblicati dall’OCSE dicono che negli ultimi trent’anni la produttività media annua dei paesi dell’OCSE è cresciuta del’1,9%. Per aree è cresciuta del 2,4% in Giappone, del 2,1% nell’Unione europea e dell’1% negli Stati Uniti (2).

 

  1. (2) Galimberti e Paolazzi Economia politica ed. Le Monnier 

 

Rispetto agli anni ’60 Stati Uniti ed Europa dimezzano la crescita, mentre il Giappone la riduce addirittura ad un terzo. Con buona pace delle mirabolanti performance accreditate all’informatica.

Altro dato, riferito all’ultimo decennio, elaborato da un istituto di indiscusso prestigio, il World Economic Forum: nella seconda metà degli anni ’90,  la produttività europea è risultata nettamente inferiore a quella USA, mentre era risultata, altrettanto nettamente, superiore nella prima metà del decennio. I dati si specchiano: nel primo quinquennio la produttività in Europa cresce dell’1,9% e negli USA dell’1,2%; nel secondo quinquennio avviene l’esatto contrario.

 

L’indagine di Business Week

La rivista Business Week presenta ogni inizio d’anno un rapporto sui principali settori dell’economia americana. A differenza del passato nel rapporto presentato nel primo numero del 2002, gli occupati considerati sono tutti quelli del settore  (ad esempio, nel settore dell’auto ci sono anche quelli che fanno componenti, fino all’anno scorso non compresi) e viene dato il valore aggiunto per addetto e non come nel passato il fatturato per addetto. Il confronto è fra gli anni 1998 e 2001 con aggiunte le previsioni per il 2002.

I dati del rapporto sono riportati nella tabella 4.

La tabella parte dai dati del 1998 e considera, per quanto riguarda il valore aggiunto e l’aumento di produttività, anche le stime del 2002.  

I settori che risultano aver avuto, dal 1998 ad oggi,  la più consistente crescita della produttività sono quello dei chips al quale seguono, nell’ordine, quello dei  computer, delle telecomunicazioni, della metalmeccanica , dell’agricoltura, dell’energia , delle banche e dell’industria farmaceutica. Per capire cosa significa un aumento di produttività come quello registrato nel settore dei chips va ricordato che con una crescita annua  del 14,4% si raddoppia la produzione in 5 anni

La tabella si presta ad alcune considerazioni di carattere generale sul funzionamento del sistema. Le variazioni più rilevanti di valore aggiunto fra il 1998 e il 2002 indicano nella produzione di chips, energia, computer e nell’ industria farmaceutica i settori più dinamici, grazie a investimenti cospicui e a innovazioni di prodotto. Accanto a questi settori dinamici ve ne sono altri, invece, dove, a indicare poca innovazione e scarsi investimenti, il valore aggiunto è rimasto quello di quattro anni fa  o  addirittura è diminuito (istruzione, servizi professionali, sanità, edilizia, media).

Da questi dati emerge come il sistema cresca, e anche in modo rilevante, grazie alla dinamicità di pochi settori con un limitatissimo numero di occupati.

Se sanità, istruzione, servizi professionali oggi forniscono un valore aggiunto inferiore a quello che fornivano quattro anni fa, vuol dire che quasi il 40% dei lavoratori americani, tanto rappresentano questi tre settori, rispetto a quattro anni fa, copre la propria perdita di efficienza utilizzando parte della ricchezza prodotta in più, da parte dei  settori più dinamici.

Questo a livello di contabilità generale. A livello dei beni che questi settori arretrati forniscono, e si tratta di beni configurabili come bisogni sociali inderogabili, significa che danno qualcosa in meno rispetto a quattro anni fa sia quantitativamente che qualitativamente. Minore efficienza che la contabilità nazionale non apprezza ma che paga di sicuro  chi utilizza quei beni.  

L’indagine Business Week offre spunti per molte altre riflessioni ma queste bastano per affermare che gli anni ’90 hanno visto aumenti di produttività rilevanti ma che l’età dell’oro, quella del trentennio dopo il secondo conflitto mondiale, è stata un’altra cosa.

Tab. 1 - Investimenti fissi lordi (in % del PIL).

paese

1973-1979

1980-1990

1991-2000

1960-2000

USA

16,2

17,0

18,8

17,0

Giappone

29,8

28,3

30,1

28,2

Germania

22,3

20,5

22,5

23,2

Francia

21,6

19,6

19,2

20,4

Regno Unito

16,5

16,3

17,3

16,7

Italia

23,1

20,3

19,2

22,7

Canada

15,2

17,6

18,8

16,2

Fonte: OCDE Economic outlook 2000

 

Tab.2- Investimenti in macchinari e impianti (in % del PIL).

paese

1973-1979

1980-1990

1991-2000

1960-2000

USA

8,5

9,7

11,6

9,1

Giappone

13,0

15,2

17,3

14,3

Germania

11,4

11,8

12,8

12,4

Francia

10,6

10,8

11,4

10,8

Regno Unito

8,6

9,7

11,9

9,1

Italia

12,8

11,2

11,8

12,3

Canada

6,5

9,4

11,2

8,0

Fonte: OCDE Economic outlook 2000

 

Tab. 3 - Tassi di crescita della produttività e contributi del capitale informatico.

 

voce

 

stock di capitale informatico

 

 

produttività oraria

del lavoro

 

 

contributo del capitale informatico alla crescita della produttività

 

1973

1999

78-95

92-99

96-99

78-95

96-99

editoria e stampa

2,1

43,7

0,16

0,67

1,27

0,31

0,75

prodotti chimici

7,3

30,0

1,75

2,65

2,45

0,32

0,61

macchinari industriali

7,0

27,0

4,83

9,86

10,18

0,28

0,56

apparecchiature elettriche      ed elettroniche

9,2

28,7

6,19

13,54

14,30

0,44

0,93

alimentare

3,9

12,6

2,30

1,54

1,12

0,06

0,12

carta e derivati

0,5

9,6

2,13

1,95

1,63

0,15

0,18

telefonia e telegrafi

83,5

78,6

5,3

4,8

5,2

1,45

1,15

commercio ingrosso

8,1

54,1

2,8

4,7

7,6

0,93

1,76

servizi elettrici  e gas

3,4

19,3

0,7

2,3

2,5

0,64

0,37

Fonte: Relazione del governatore della Banca d’Italia 2001

Tab. 4- Occupati e produttività per settori Stati Uniti.

 

settore

occupati

milioni

valore aggiunto

000 $

produttività media

1998-2002

crescita

media  settore  98-01

previsione crescita settore  2002

 

 

1998

2002

%

%

%

auto

3,5

81

83

0,6

0,5

-0,6

edilizia

9,8

89

89

0

2,1

-0,5

aereospazio & difesa

3,1

58

62

1,7

0.6

1,3

energia

1,1

246

288

4,0

2,4

0.1

metalmeccanica

3,5

65

83

6,4

3,6

-1,0

software

2,2

114

115

0,2

7,8

-0,3

computer

0,3

61

94

11,4

7,4

-2,3

chips

0,6

81

145

15,8

13,0

0,8

media

2,0

95

91

-1,0

-0,2

-1,9

telecomunicazioni

1,4

141

182

6,7

8,5

1,1

banche

3,5

143

167

4,1

4,9

1,6

assicurazioni

2,3

108

108

0

0,1

-0,3

ind, farmaceutica

0,3

177

201

3,2

7,2

2,1

sanità

13,9

52

48

-1,8

0,3

0,3

agricoltura

1,1

80

96

4,6

2,0

2,1

trasporti

10,0

85

93

2,1

2,9

1,6

commercio

9,2

43

45

1,2

2,6

0,1

ristorazione e alimentari

14,5

40

41

0,9

2,0

1,3

servizi profes.

10,3

64

63

-0,2

1,5

-0,2

turismo e viaggi

5,3

59

61

0,9

3,3

0,3

istruzione

12,4

46

44

-1,4

1,1

2,0

fonte: Business Week 14 gennaio 2002

 

Il ruolo del commercio mondiale

 

Il grado di interdipendenza economica fra paesi è arrivato alla fine del secolo scorso ai massimi storici. Questo risultato è il frutto di un processo che negli ultimi centocinquanta anni ha fatto registrare una crescita costante del commercio mondiale, con pochi brevi periodi di rallentamento, e una lunga parentesi  negativa, quella fra le due guerre mondiali.

Oggi il grado di interdipendenza, almeno per quanto riguarda i paesi sviluppati, parrebbe legato alle loro dimensioni: il rapporto fra merci e servizi importati e consumati (o anche fra merci e servizi prodotti ed esportati) supera il 50% nei paesi piccoli, risulta fra il 20 e il 30% in quelli medi ed è fra il 10 e il 20% nei  paesi di grandi dimensioni. Gioca, evidentemente,  l’autosufficienza che ogni paese può esprimere (tabella 1).

L’Unione europea, se considerata un unico stato, per grado di interdipendenza si colloca fra i paesi di grandi dimensioni.

Fino alla fine degli anni ’50 era invece il diverso grado di industrializzazione di ogni paese a determinare questo  rapporto.  

 

Una crescita continua

Dalla metà dell’800 fino alla prima guerra mondiale la crescita media del volume degli scambi è stata di poco superiore a quella media della produzione. Fra le due guerre, come abbiamo detto, si è verificato un andamento opposto che si è nuovamente invertito dopo il secondo conflitto mondiale (1).

 

(1) Hirst & Thompson La globalizzazione dell’economia Editori Riuniti.

 

Col secondo dopo guerra il volume delle esportazioni  mondiali ha cominciato a crescere  ben oltre la crescita del reddito: fino alla metà degli anni ’70, in media,  di una volta e mezzo, da allora ad oggi di due volte, complice anche un rallentamento della crescita economica.

E’ presto per dire che col 2001, anno di crescita negativa del commercio mondiale, si chiude la fase apertasi negli anni ’50. Certo è che si chiude la fase degli anni ’90 caratterizzata da una straordinaria crescita economica degli Stati Uniti, se non in assoluto almeno rispetto al resto del mondo. E, presumibilmente, è a termine l’aumento incessante del passivo commerciale di quel paese che ha raggiunto l’entità del PIL di Austria e Ungheria messe assieme e che, in dieci anni, si è moltiplicato per dieci (la riduzione nel 2001 di questo passivo, rispetto al 2000, ha bisogno comunque di conferme per dire che siamo ad una inversione di tendenza).

La crisi del 2001

Ebbene nel 2001 la crescita del commercio mondiale rispetto all’anno precedente, sia di merci che di servizi, è risultata negativa. Il crollo del commercio mondiale di merci è risultato del 4%, dopo un più 12,5% nel 2000; quello dei servizi  è diminuito invece dell’1,5% dopo un incremento, nel 2000, del 6%.

Era dal 1982, per le merci, e dal 1983 per i servizi che non si registravano dati così negativi.

Questo crollo segue dieci anni di crescita media del commercio mondiale del 6,5%, doppia rispetto a quella del PIL.

In valore nel 2001, rispetto al 2000, il volume delle importazioni totale è diminuito di 270 miliardi di dollari (nel 2001 il valore di tutte le importazioni mondiali è risultato pari  a 6.439 miliardi di dollari; quello delle esportazioni  pari a 6.162 miliardi di dollari). Hanno ridotto il proprio import in misura particolarmente pesante gli Stati Uniti, meno 90 miliardi di dollari, il Giappone, meno 30, le sei tigri asiatiche, meno 80. L’Unione europea,  considerata come unico mercato, le ha ridotte di 40 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda le esportazioni sono risultate inferiori a quelle del 2000, di  63 miliardi di dollari quelle USA,  di 77 quelle giapponesi, di 89 quelle delle sei tigri. Di soli 20 miliardi quelle europee(2).

 

(2) WTO Rapporto agosto 2002.

E’ la caduta della domanda del mercato USA che ha innescato la caduta dell’export del Giappone e delle tigri asiatiche; paesi che, a loro volta, hanno ridotto drasticamente le loro importazioni. Particolarmente colpito  il settore dei beni di investimento del comparto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Un settore che incide nel commercio mondiale in modo rilevante e riflette l’accentuata delocalizzazione internazionale di queste produzioni (3).

 

(3) Relazione del Governatore della Banca d’Italia 2002

.

La tabella 2 offre un quadro significativo dell’evoluzione del commercio mondiale in rapporto alla crescita, dalla crisi della metà degli anni ’70 a oggi.

I sette paesi considerati, componenti il G7, contribuiscono all’export mondiale per quasi il 50% e sono i paesi che occupano i primi sette posti nel mondo per volume di esportazioni.  Se si prendono tutti i paesi componenti l’OCSE si arriva a quasi l’80% del totale dell’export mondiale. Per avere un’idea del diverso peso sul commercio mondiale dei vari paesi è sufficiente riflettere sul fatto che la somma del valore delle esportazioni di India, Indonesia, Brasile, Pakistan e Russia (i paesi più popolosi del mondo con Cina e Stati Uniti) equivale al totale dell’export dell’Italia.

 

I cambiamenti degli ultimi trenta anni

Il contributo per aree geografiche alle esportazioni mondiali ha subito cambiamenti di rilievo a partire  dai primi anni 80 (tabella 3). Eccezionale l’exploit dei paesi asiatici, Giappone escluso: in vent’anni, complessivamente, le esportazioni dell’Asia sono passate dall’8,3%  a quasi il 20% del totale mondiale. Crollate quelle dell’Africa. Ma interessante è anche il ridimensionamento, rispetto al 1970, del contributo dei paesi industrializzati.  

Se il ruolo dell’export è di importanza cruciale per i paesi più significativi, quelli del G7 per intenderci, lo è ancora  di più per molti paesi asiatici di più recente industrializzazione come Taiwan, la Malesia, Singapore. Il più importante  mercato di sbocco per  tutti questi paesi sono gli Stati Uniti dove questi paesi esportano, complessivamente, una quantità di merci pari al 10% del loro PIL. Il mercato statunitense è quindi decisivo per tutti questi paesi.

La tabella 4 indica la crescita del PIL, negli ultimi venticinque anni, nei  paesi del G7 e di quelli più popolosi del mondo Cina, India, Indonesia e Brasile.

Nel leggere questa tabella  va tenuto conto che il dato della Germania del 2000, rispetto a quelli precedenti, risente dell’unificazione mentre i dati della Cina sono da prendere col beneficio di inventario per le successive rivalutazioni effettuate dagli organismi internazionali.  

Ciò che va visto con attenzione è la crescita nei venticinque anni considerati. La performance, ad esempio, dell’Indonesia, dal 1975 al 2000 è straordinaria, moltiplica per 9 volte il suo PIL. Nettamente più limitata, al confronto, quella americana che vede moltiplicare solo per  5 volte il PIL. Il problema è che in Indonesia la crescita complessiva in cifra è stata di soli 500 miliardi di dollari mentre negli Stati Uniti è stata di quasi 8000 miliardi di dollari. Quanto quella degli altri componenti il G7 messi assieme.

Se a questa riflessione si aggiunge che la quota consumi delle famiglie e collettivi dei paesi del G7 è pari, grosso modo, all’80% del PIL viene fuori che il mercato dove in teoria c’è posto per tutti è quello americano dove viene consumato più del 20% del PIL mondiale. L’area dell’euro è delle stesse dimensioni o quasi, ma resta meno accessibile agli esportatori anche solo per mere ragioni tecniche: devono fare i conti con paesi diversi, che hanno diverse legislazioni, usi e abitudini diverse, lingue diverse. Insomma  esportare in Europa è molto più complicato e costoso che negli USA.  

 

Cambiamenti qualitativi

L’eccezionale crescita del commercio mondiale degli anni ’90 risente di un fenomeno che non ha precedenti nella storia economica: secondo uno studio della Ue, alla metà degli anni ’90,  oltre il 60% delle transazioni internazionali avvenivano infragruppo. I pochi studi su questo fenomeno ritengono che negli ultimi anni gli scambi fra imprese appartenenti allo stesso gruppo, ma situate in paesi diversi, siano aumentati. Questo tipo di commercio si aggiunge al cosiddetto commercio orizzontale o intraindustriale, cioè quell’export e quell’import di prodotti appartenenti alla stessa categoria merceologica, praticamente inesistente fimo alla seconda guerra mondiale.  

Oggi la percentuale di prodotti scambiati che rientrano nel commercio orizzontale,  appartenenti alla stessa categoria, nei paesi industrializzati, si aggira fra il 65 e il 75% con l’eccezione del Giappone e dell’Australia dove non supera il 50%.

Ma è al commercio infragruppo che dobbiamo prestare la massima attenzione.

I dati disponibili che riguardano questo fenomeno  non sono molti anche se per Stati Uniti e Giappone esistono studi abbastanza attendibili (4).

 

(4) Prospectives èconomiques  OCDE 71

 

Oggi, all’incirca, un terzo delle esportazioni di merci del Giappone e degli Stati Uniti è infragruppi;  stabile, durante tutti gli anni ’90, la situazione USA, raddoppiate quelle  giapponesi.

Per quanto riguarda le importazioni sono infragruppi quasi il 40% del totale delle importazioni americane, poco meno di un quarto del totale quelle del Giappone ( il doppio rispetto  dieci anni fa).  

Questo commercio infragruppi è fatto in gran parte di merci prodotte in un certo paese inviate ad imprese commerciali dello stesso gruppo, le quali non apportano alcuna trasformazione supplementare. Ma ci sono anche casi come le maquiladoras messicane, con imprese madri americane, che producono per i mercati di tutto il mondo e i cui prodotti rappresentano i due terzi delle importazioni americane da quel paese.

Ultima considerazione: nella seconda metà degli anni ’90 le importazioni infragruppi dei grandi paesi sono cresciute in modo rilevante coi paesi cosiddetti in via di sviluppo come Corea del sud, Cina e i paesi dell’Europa orientale (5).

 

(5) Prospectives..ibidem

 

In questo tipo di commercio gioca sicuramente la ricerca delle grandi multinazionali di trasferire  segmenti produttivi in paesi con costi inferiori di produzione, ma gioca anche, in modo sicuramente non trascurabile, la possibilità di eludere le tasse attraverso lo spostamento di materia imponibile da paesi  con alta fiscalità a  paesi  con bassa fiscalità.

L’estendersi del commercio intraindustriale e infragruppi pone problemi teorici di grande rilievo: è palese l’inadeguatezza delle varie teorie sul commercio internazionale con quanto è avvenuto negli ultimi venti anni del secolo scorso.

 

Ritorsioni commerciali

Alcuni provvedimenti del governo americano tesi a rendere più costosi alcuni prodotti importati, attraverso l’introduzione di pesanti dazi doganali, e sussidi concessi a esportatori e multinazionali, sotto forma di sgravi fiscali, hanno portato alcuni commentatori a prefigurare gli scenari vissuti settanta anni fa con la Grande Depressione. Il richiamo agli USA  del WTO e la promessa americana di ritornare sulle scelte fatte ha notevolmente sdrammatizzato la situazione.

Può darsi che la tradizionale arrendevolezza europea questa volta venga sostituita da una maggior decisione ma pensare che questi episodi siano segnali premonitori di una nuova fase ci pare azzardato. Negli ultimi venti anni i rapporti commerciali fra USA ed Europa hanno avuto alti e bassi con scontri anche molto duri, basta pensare a quello sulle banane. Molti di questo scontri si stanno trascinando da anni  come quello sugli ormoni e sullo stesso acciaio che,  dura dal 1982.

Tab.1 Importazioni ed esportazioni come % del PIL

(anno 2000)

Paese

Importazioni come % del PIL

Esportazioni

come % del

PIL

USA

14,5

10,8

Giappone

14,5

16,7

Germania

30,6

31,8

Francia

25,9

27,7

Regno Unito

29,7

28,6

Italia

20,7

21,5

Canada

34,0

37,5

Belgio

66,2

71,2

Olanda

51,3

78,0

Fonte: ns. elaborazione da L’ètat du monde 2002

 

Tab. 2 Percentuale crescita PIL e export

Paese

1973-79

1980-90

 

1991-00

 

1960-00

 

PIL

exp.

PIL

exp.

PIL

exp.

PIL

exp.

USA

3,4

8,5

2,9

6,2

3,4

7,1

3,5

6,8

Giappone

4,1

8,5

3,9

6,5

1,3

5,2

5,0

9,1

Germania

2,7

5,3

2,1

5,2

2,7

4,0

3,0

5,1

Francia

3,2

6,5

2,3

4,3

1,8

6,6

3,0

6,9

Regno Unito

2,3

5,4

2,3

3,2

2,2

5,6

2,4

4,7

Italia

4,0

8,0

2,3

3,4

1,5

5,7

3,3

7,1

Canada

4,4

4,9

2,7

5,3

2,7

8,8

3,7

7,2

Garzantina ediz.2001

 

Tab.3 Esportazioni mondiali per aree

 

1970

1980

1990

1997

1998

2000

paesi industrializzati

74,2

65,4

71,6

66,2

67,9

63,8

America nord

19,8

15,2

15,2

16,4

16,6

16,9

zona euro

 

29,2*

31,7**

30,9

33,1

29,1

Giappone

6,4

6,7

8,4

7,6

7,2

7,7

paesi via di sviluppo

25,8

34,6

28,4

33,8

32,1

36,2

Africa

4,3

5,0

2,5

1,9

1,7

1,8

Asia

5,6

8,3

13,2

18,8

18,0

19,9

America latina

5,5

5,5

4,1

5,1

5,1

5,7

Europa ed ex URSS

 

 

 

5,2

5,2

5,4

Medio Oriente

4,4

10,6

4,5

3,3

2,5

4,1

*1997  **1987

Fonte L’Etat du monde 2001 e 2002

 

Tab.4 Crescita del PIL dal 1975 al 2000 paesi del G7 e paesi più popolosi

paese

1975

1985

2000

differenza 2000-1975

incidenza % sul PIL mondiale

USA

2011

4174

9926

7915

31,4

Giappone

640

1467

3156

2516

10,1

Germania

478

945

2000

1522

6,4

Regno Unito

330

645

1380

1050

4,5

Francia

379

719

1333

954

4,3

Italia

321

668

1375

1054

4,4

Canada

175

372

842

667

2,7

Cina

250

882

4800

4550

15,6

India

284

703

2242

1958

7,6

Indonesia

62

202

610

548

2,0

Brasile

250

615

1200

950

3,9

  Fonte: L’etat du monde 2002

 

La concentrazione del capitale

 

Uno dei criteri più seguiti per misurare il fenomeno della concentrazione del capitale è quello di rifarsi alla capitalizzazione di borsa delle grandi imprese.

Le  perplessità sono d’obbligo ma si converrà che ha una base oggettiva anche se, in una fase di marcato arretramento delle borse come l’attuale, vengono meno scelte di gestione con l’occhio puntato ai valori azionari.

Il rapporto di generale riferimento è quello annuale della rivista americana Business Week. Per evidenziare ciò che è avvenuto negli anni ’90 pensiamo sia più utile rifarci al rapporto pubblicato nel 2001 e non all’ultimo, quello del 2002 che risente del crollo delle borse avvenuto nel frattempo (1). A quest’ultimo ci rifacciamo per alcune considerazioni quando ritenute importanti.

 

  1. (1) Business Week July 15, 2002 e  July 2,2001  

 

Ricordiamo che i dati sono riferiti al valore borsistico del 31 maggio.

Il rapporto riguarda, come al solito, le 1000 più grandi imprese “globali”, rilevate in 21 paesi.

Dai dati pubblicati si possono trarre queste riflessioni:

  • ·il numero maggiore di queste imprese globali, 485, si trova negli Stati Uniti, segue il Giappone con 139, poi il Regno Unito con 90, la Francia con 49, la Germania con 38, il Canada con 36 e l’Italia con 28 (il rapporto 2002 conferma, sostanzialmente, questa ripartizione; la più apprezzabile variazione riguarda   l’Italia che in queste 1000 imprese globali  ne aveva 28 e ora ne ha solo 24); 

  • ·la capitalizzazione totale di queste 1.000 imprese era pari, nel 2001, a 20.970 miliardi di dollari ed è scesa nel 2002 a 18.450 miliardi di dollari; una perdita di quasi il 12% (di alcuni punti inferiore alla perdita dell’indice generale S&P500); queste 1.000 grandi imprese, nonostante il crollo delle borse, vantano oggi una capitalizzazione quasi doppia rispetto al 1996 e rappresentano il 90% del valore totale delle Borse considerate; 

  • ·le prime 100 di queste 1.000 imprese valevano in borsa, nel 2001,  quasi quanto le altre 900; nel 2002 questo valore si è ridotto di alcuni punti percentuali ma resta nettamente superiore al 38,3% del 1995; 

  • ·le imprese USA,  (8 nelle prime 10, 58 nelle prime 100) rappresentavano nel 2001 il 56% della capitalizzazione totale di queste 1000 imprese; il 10% in più del 1996 (l’altra diversità rilevante, rispetto al 1996, riguardava le imprese  giapponesi il cui peso si era dimezzato: dal 21,4 al 10,5%); questi valori, nel 2002, sono stati confermati; 

  • ·la capitalizzazione delle imprese comprese in questo elenco quotate negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svizzera e in Olanda continua a superare, nonostante il crollo delle borse del 2001 e del 2002, il PIL dei rispettivi paesi (nel 1996 in nessun paese c’era questo sorpasso);  

  • ·il fatturato di queste 1.000 imprese “globali”, considerato al 31 maggio 2001, era stato pari a 11.376 miliardi di dollari, quasi un terzo del PIL mondiale ( banche società finanziarie e simili erano comprese in questo elenco delle prime 1.000 società del mondo, ma senza indicazioni del fatturato); nel 2002 questo fatturato è aumentato a 12.339 milioni di dollari. 

I dati che emergono da questi due rapporti della rivista statunitense indicano una concentrazione del capitale senza precedenti nella storia.

Ultima considerazione: molti autori tendono a far risaltare il fenomeno della concentrazione limitando il campo delle loro indagini alle 100 più grandi imprese del mondo. Altri, addirittura, alle prime dieci. A ragione, forse, visto che la quota di mercato di queste ultime  era al 31 maggio 2002, rispetto a cinque anni prima, aumentata di quasi il  40%.

 

Le imprese multinazionali

Secondo il World Investment Report 2000 dell’Unctad le imprese multinazionali nel mondo sono 63 mila e controllano 690 mila filiali all’estero. Nel 1993 erano 37 mila con 296 mila filiali (1) Nel 1998 53 mila con 450 mila società controllate (2)

  1. (1) Chesnais La mondialisation du capital ed.Syros Paris 

 

(2)Pianta Globalizzazione dal basso  ed. Manifestolibri Roma

 

L’attività economica delle filiali estere ha raggiunto nel 2000  i 13.500 miliardi di dollari, contro i 9.500 di due anni prima: oltre il 35% del PIL mondiale. Sommando il prodotto delle case madri l’intero sistema delle multinazionali rappresenta oltre la metà del PIL mondiale. Per capire il ruolo e il peso delle multinazionali nell’economia mondiale è necessario tener conto di questi dati:

  • ·occupano grosso modo 40 milioni di persone: la tendenza emersa nei primi anni ’90 che vedeva l’occupazione delle case madri ridursi e aumentare quella delle filiali nei paesi in via di sviluppo si è fermata;  

  • ·negli ultimi venti anni il fatturato delle filiali estere delle multinazionali è aumentato di oltre cinque volte; 

  • ·le esportazioni di queste filiali estere rappresenta oltre il 40% delle esportazioni mondiali (nel 1998 rappresentava un terzo del totale); 

  • ·gli investimenti diretti esteri nascono per il 90% nei paesi sviluppati; 

  • ·il 75% degli investimenti diretti esteri approdano nei paesi sviluppati;  

  • ·nel 1998 gli investimenti diretti esteri delle multinazionali hanno superato gli 800 miliardi di dollari (contro i 400 di due anni prima);  

  • ·negli ultimi due anni l’80% degli investimenti esteri delle multinazionali sono serviti ad acquistare  imprese già esistenti (dove avvengono queste operazioni è evidente che la capacità produttiva del paese resta invariata); 

  • ·l’Unctad ha istituito un indice  di multinazionalizzazione che indica quanto incidono le multinazionali estere sul PIL di ogni paese (3) : in Giappone solo l’1% dell’economia è in mano a multinazionali straniere, in Italia il 4%, negli Stati Uniti, Germania e Francia fra il 6 e il 7%; ben diverso il caso di Singapore  e della Malesia dove arriva al 35%. In Cina pesano per il 12%, mentre in America Latina questo indice si colloca fra il 10 e il 22%. Alcuni paesi si sono protetti più di altri: in Corea del sud, India, Turchia, Brasile il peso delle filiali di multinazionali straniere varia dal 2 al 7%; 

 

  1. (3) Pianta opera citata 

 

  • ·i settori nei quali è stata più marcata la concentrazione negli ultimi cinque anni sono stati l’elettronico, la distribuzione, il petrolifero e quello dei componenti elettronici ed elettrici (per capirsi meglio: nel settore della distribuzione le prime 10 imprese detengono la capitalizzazione del 50% dell’intero settore, mentre due anni prima ne detenevano solo il 33%; nell’elettronica le prime 10 imprese detengono il 50%, due anni prima appena il 21%).  

   

C’è un dibattito aperto se queste grandi imprese debbano essere considerate multinazionali o transnazionali, cioè ormai staccate dal paese d’origine. Crediamo abbia ragione Deaglio (4)

 

(4) Rapporto sull’economia globale e l’Italia, vari anni ed. Lazard Milano

 

quando afferma: “ciascuna grande impresa esprime una cultura e si nutre di un ambiente che ha profondissime radici nazionali”. E ancora:” a questo ambiente, al mercato in cui è quotata, la grande impresa deve tuttora moltissimo anche la capacità di… aggregare capitali in un mercato finanziario…identificabile, localizzato, soggetto a tutti i vantaggi e i rischi di un determinato paese”. Sempre secondo questo autore solo le tre grandi imprese anglo olandesi, Shell, Unilever e Reed Elsevier potrebbero non essere associate a un paese specifico. L’affermazione che ogni grande impresa  è collocabile nel “mercato in cui è quotata”, nonostante la internazionalizzazione dei mercati finanziari, ci sembra, oggi, ancora condivisibile.  

 

Le fusioni e le acquisizioni

Il fenomeno delle fusioni e acquisizioni ha raggiunto dimensioni ragguardevoli Nel 2000 negli USA sono stati superati i 10 mila casi. Negli anni ’70 erano appena un migliaio l’anno. Queste operazioni, sempre molto complesse, richiedono una Borsa che funzioni e in fase positiva. Comunque non si tratta di  un fenomeno nuovo: la prima ondata di fusioni e acquisizioni risale agli anni 1895-1904 e interessa ferrovie e imprese annesse. La seconda ondata si è verificata negli anni ’20: interessati i settori elettrico, chimico , le banche (è negli anni ’20 che si formano le basi strutturali sulle quali si è sviluppata,  nei successivi quarant’anni, l’economia USA). Terza ondata negli anni ’60: si formano i conglomerati, imprese multisettoriali. E’ un fenomeno diverso dai precedenti: sono le economie di scala a guidare il fenomeno. Quarta ondata, anni ’90, si scalano in Borsa i conglomerati e si rivendono a pezzi. Anche questo è un fenomeno diverso dai precedenti: si persegue la specializzazione. Oggi siamo alla formazione di imprese che devono ridurre le spese fisse,  raggiungere una massa critica finanziaria per investimenti, conquistare posizioni di rilievo sui mercati comprando pezzi di concorrenza. Dovessimo fare un parallelo alle motivazioni che inducono, oggi, alle fusioni e alle acquisizioni il riferimento è agli anni precedenti la prima e la seconda guerra mondiale.

Secondo uno studio di Mediobanca, dal 1996 al giugno 2001, limitato alle prime 256 imprese del mondo, dal 1996 al giugno 2001, ne sono sparite  43  in quanto si sono fuse con altre. Si è trattato di solito di fusioni fra imprese dello stesso paese (Exxon e Mobil, Bell Atlantic e GTE, Chevron e Texaco, Elf e Total) ma anche fra imprese di paesi diversi (Vodafone e Mannesmann, Dailmer Benz e Chrysler). In alcuni casi una grande impresa è stata protagonista di più d’una fusione come la statunitense Bell Atlantic  e la tedesca Veba. Un’ultima osservazione su queste fusioni: se a fondersi sono due fra le maggiori imprese del mondo dello stesso settore gli effetti sono di grande rilievo. Ad esempio la fusione fra Exxon e Mobil ha portato la nuova società ad essere nel 2001 quella che ha realizzato nel mondo il maggior fatturato, i maggiori profitti e saldamente al terzo posto, dopo General Electric e Microsoft, come capitalizzazione.

Non sempre, però, queste operazioni riescono. Anzi. Secondo Deaglio (opere citate), che riporta  indagini di Università anglosassoni (Cambridge e New York) e di alcune  società di consulenza mondiali (Kpmg e Solving International), la maggior parte di queste operazioni non riesce (in particolare quando, nel presentarne la convenienza, si ricorre troppe volte al termine sinergia…). Il ricorso a questa strategia, nonostante i numerosi insuccessi, viene spiegato da questo autore come una necessaria, indispensabile distruzione creatrice di capitale. Tanto più, insiste, che  un progetto industriale non nasce mai a tavolino ben definito: è una linea di tendenza che si materializza in corso d’opera. La spiegazione è convincente nel senso che, in non pochi casi, si tratta di scelte obbligate. Non prenderle vorrebbe dire, per certe imprese, aver vita sempre più difficile e alla fine sparire.  

 

Investimenti diretti esteri

Gli investimenti diretti esteri mondiali hanno fatto registrare una crescita straordinaria a partire dalla metà degli anni ’90: rispetto agli anni ’80 sono cresciuti di dieci volte.

Con investimento diretto estero si intende “un investimento che comporta il controllo di gestione di un ente domiciliato in una economia diversa da parte di una impresa residente in un’altra economia” (5)

 

(5) Unctad Rapporto 2001

 

Il 2000 ha rappresentato il punto più alto: nel 2001 gli IDE si sono, praticamente, dimezzati rispetto all’anno precedente. La cause vanno ricercate nella crisi economica e nel crollo delle Borse con una conseguente brusca frenata delle attività di fusioni e acquisizioni.

Dalla tabella 1 emerge un andamento tutt’altro che omogeneo. Ci sembra che l’attenzione vada posta al crollo degli investimenti  diretti nei paesi emergenti: i 125 miliardi di dollari del 1998 sono diventati, l’anno dopo, 83,  nel 2000 13,4 per poi tornare a 68 miliardi nel 2001. Da questi paesi è escluso Hong Kong.

Di passata il flusso netto di capitali verso i paesi dell’Europa centrale e orientale e dell’ex URSS è passato da 38 miliardi di dollari del 1998 ai 14,3 miliardi del 1999 per precipitare a 1,2 miliardi di dollari nel 2000 e quindi risalire a 5,6 miliardi nel 2001.  

Da tener presente che l’80% di questi investimenti esteri non sono legati alla costruzione di nuove imprese, impianti e attrezzature: si tratta di fusioni e acquisizioni con imprese già esistenti.  

Tab.1 Investimenti diretti esteri mondiali (%)

 

1980-89

media

1990-99 media

1997

1998

1999

2000*

2001*

mondo mld $

90,23

363,38

459,93

646,92

839,2

1.300

710

paesi industr.

80,6

68,8

59,5

72,2

75,7

77

70

Stati Uniti

36,7

25,5

23,8

29,9

33,7

22

22

Giappone

0,2

0,7

0,7

0,5

1,5

n.d

n.d.

area euro

19,7

22,8

17,4

22,7

18,5

29

15

paesi emergenti**

19,4

31,2

40,5

27,8

27,8

19

29

*stime  **compreso Hong Kong

Fonte Banca d’Italia

 

La crescita economica

 

La crescita economica è un fenomeno recente nella storia dell’umanità: dall’anno 1000 per sette secoli e mezzo il PIL si mantiene pressoché costante, attorno ai 130 dollari a testa, per poi crescere, in meno di tre secoli, di ben 38 volte(1).

 

  1. (1) Economia politica Galimberti &Paolazzi ed. Le Monnier .  

 

Ma è l’ultimo secolo che ha cambiato il mondo: il PIL pro capite medio mondiale, a dollari 1990, passa dai 1.000 dollari del 1920, ai 2.000 del 1955, ai 5.000 del 1990 fino ad arrivare ai 6.500 del 2000.

Questa crescita non è avvenuta in modo lineare ma a sbalzi, a ondate. Maddison, sostenitore di una periodizzazione dello sviluppo economico in fasi diverse, sia sotto l’aspetto della crescita che della stabilità economica,  individua, a partire dal 1820,  cinque fasi: la prima dal 1820 al 1870 di crescita stagnante; la seconda dal 1870 al 1913, di  sviluppo; la terza dal 1913 al 1950, con ai due estremi le due guerre mondiali e, fra queste, la Grande Depressione, che si caratterizza per il collasso del commercio mondiale; la quarta dal 1950 al 1973 quella dell’ “età dell’oro della crescita” nella quale i tassi del PIL pro capite raggiungono i loro valori massimi in ogni area del mondo; e, infine, la fase che stiamo ancora vivendo, di rallentamento della crescita, che prende diverse forme nelle varie aree del mondo (2).

 

(2) A. Maddison The World Economy in the 20th Century, OCSE Parigi 1989.

 

Maddison rifiuta la rilevanza empirica della nozione di onda lunga ma, nei fatti, la sua suddivisione ne ricalca il principio.

Ernest Mandel, che fa propria la teoria delle onde lunghe di Kondratiev, una successione di onde lunghe di espansione e contrazione di circa 25 anni l’una, parte dal 1793 e individua otto fasi: la prima 1793-1825 espansiva, alla quale ne seguono sette mentre Maddison ne vede solo cinque: 1826-1847 fase stagnate, 1848-1873 espansiva, 1874-1893 stagnante, 1894-1913 espansiva, 1914-1939 regressiva, 1940-1966 espansiva, dal 1967 inizia una nuova fase stagnante (3).

 

(3) Ernest Mandel Le troisième àge du capitalisme Editions de la passion 1997

   

La tabella 1 indica i tassi di crescita del PIL pro capite dal 1820 al 1992, per periodi, secondo la suddivisione di Maddison. Come si può vedere non ci sono apprezzabili differenze con quanto sostiene Mandel.

Emerge chiaramente l’eccezionalità degli anni del secondo dopoguerra, quelli compresi fra il 1950 e il 1973: non solo per un tasso di crescita che non ha precedenti nelle fasi del passato ma anche perché il fenomeno investe, come non mai, il mondo intero. Le limitate diversità dei tassi di crescita dei paesi che poi diventeranno il blocco dell’OCSE, tendono a ridurre le diseguaglianze e a favorire il generalizzarsi, in questa area,  degli stessi modi di produrre e di consumare.    

Con la crisi del 1973-74 si apre una chiara fase di stagnazione: il sistema cresce a ritmi dimezzati rispetto ai “trenta anni d’oro precedenti” con una unica eccezione l’Asia. Notevoli le diversità di sviluppo fra l’Africa, che ha, addirittura, crescita negativa, e l’America latina rispetto all’area dei paesi industrializzati. Un caso a parte rappresentano i paesi dell’Europa orientale.

All’interno di questa fase, apertasi alla metà degli anni ’70, vi sono altre diversità da rilevare (tabella 2) e che, questa volta, riguardano direttamente i paesi più industrializzati del mondo.

La globalizzazione, termine col quale si caratterizza l’economia mondiale degli ultimi venti anni, presentata come modello universale di riferimento per il capitale di tutto il mondo, quello che conta quanto meno, negli anni ’90 ha prodotto anche  un divaricarsi marcato dei tassi di crescita proprio fra questi paesi.

Sono stati gli Stati Uniti a staccarsi prepotentemente dal gruppo.  

Nella tabella 3 abbiamo riportato la crescita annua del PIL totale delle tre aree più significative del mondo degli ultimi dieci anni coincidenti con la più lunga fase espansiva della storia degli Stati Uniti. E’ la crescita del PIL totale, non di quello a parità di potere d’acquisto, e quindi gli Stati Uniti beneficiano anche della loro popolazione che è aumentata, nei dieci anni, di quasi il 10% mentre nelle altre due aree è rimasta pressoché la stessa.

La tabella, così costruita, intende rimarcare cosa hanno significato gli anni ’90 per gli Stati Uniti e per il resto dei paesi al loro livello.

Ci sono anni in cui la loro economia cresce  di una volta e mezza, perfino del doppio rispetto all’Europa. Nel caso del Giappone, addirittura, nel complesso del decennio, alla fine registreranno una crescita quasi quadrupla.

E quanto emerge dalla tabella 4 nella quale è riportata la crescita complessiva del PIL, in percentuale, in alcuni dei paesi più industrializzati del mondo durante il boom degli Stati Uniti; per ognuno di questi paesi è stato anche indicato quanto contribuivano al PIL mondiale nel 2000.

Va vista con attenzione questa tabella: la percentuale della crescita nel periodo considerato non può essere disgiunta dal peso sul PIL mondiale di ogni singolo paese. Per capirci: la crescita del periodo di Stati Uniti e Canada  è, praticamente, la stessa, ma mentre quella americana fa fare un balzo al PIL mondiale  del 40%, quella canadese lo incrementa di meno del 3%.

Quel contributo al PIL mondiale del 31,6% degli Stati Uniti è impressionante perché è prodotto dal solo 4,7% della popolazione mondiale. Due dati legati fra loro dai quali scaturiscono altri dati altrettanto impressionanti: gli Stati Uniti: contribuiscono al 36,3% delle spese militari mondiali, al 40,6% delle spese in ricerca e sviluppo e, per finire, al finanziamento dell’83,1% dei film prodotti nel mondo (4). Non può meravigliare, quindi, che possano permettersi un saldo commerciale passivo pari all’1,3% del PIL mondiale.

 

(4) The Economist 29 giugno 2002

 

La tabella 4 ci consente qualche altra considerazione di carattere generale: ci rifacciamo a due paesi, il Messico, che ha conosciuto  una profondissima crisi nel 1994-5, e la Corea del sud, precipitata assieme alle altre cosiddette tigri, nella devastante crisi degli anni 1997-8

Stando ai dati complessivi della crescita realizzati nel decennio passato possiamo dire che quelle crisi sono state semplici incidenti di percorso. Che quei paesi, per uscir fuori da quelle crisi,  siano stati costretti a  pagare un surplus di effetti sociali negativi dovuti all’imperante liberismo è certo, ma per quanto riguarda  il funzionamento del sistema si tratta di trascurabili effetti secondari.

L’andamento positivo dell’economia mondiale ha sicuramente favorito il superamento di quelle crisi. Ma forse sarebbe meglio dire che decisivo è stato l’eccezionale andamento dell’economia statunitense.

 

Una fase di ristagno molto particolare

Se guardiamo ai dati riguardanti la crescita della fase che si è aperta con la metà degli anni ’70, emergono, comunque,  marcate diversità:

  • ·la crisi del Giappone che si trascina ormai da oltre dieci anni, senza che vi sia  alcun segnale di inversione del ciclo; un fenomeno che ha messo in moto una sorta di tiro al bersaglio al governo del paese, in quanto giudicato, un po’ da tutti, poco keynesiano; inspiegabile accusa, visto  l’aumento che ha fatto registrare, in questi anni,  il debito pubblico di quel paese; forse, più o meno in buona fede, è interesse di parecchi evitare una approfondita riflessione sull’efficacia della teoria keynesiana in una fase di crisi profonda;  

  • ·lo straordinario boom americano degli anni ’90, imprevedibile stando agli arretramenti verificatisi  in numerosi settori economici negli anni ’80 (ci sono intere gamme di prodotti industriali, sopratutto beni di consumo durevoli, che negli USA non si costruiscono più) ; 

  • ·la crescita, contenuta anche se abbastanza costante, dalla metà degli anni ‘70, dell’Unione europea (a parte la crisi del 1992-93, due anni dopo quella americana) che ha però sancito, soprattutto a partire dal 2001, la sua incapacità a fare da locomotiva dell’economia mondiale;   

  • ·il rallentamento della crescita cinese, che vanta oggi un PIL complessivo pari a due volte e mezzo quello di dieci anni fa; due i fenomeni da analizzare: primo, le cause del rallentamento, costante nel tempo, della crescita del PIL di quel paese dal picco del 14,2% del 1992 al 7,3% del 2001; secondo, la insostenibilità sociale, alla lunga, di una crescita annua anche a questi livelli. 

Tab. 1 Tassi di crescita medi annui del PIL pro capite per aree

Paesi

1820-70

1870-1913

1913-50

1950-73

1973-1992

Europa occidentale (compresa Italia e Gran Bretagna)

1,0

1,3

0,9

3,9

1,8

Altri paesi di lingua inglese

1,4

1,8

1,6

2,4

1,4

Europa meridionale

0,6

1,1

0,4

4,9

1,7

Europa orientale

0,7

1,0

1,2

3,5

-1,1

America Latina

0,2

1,5

1,5

2,5

0,5

Asia

0,1

0,6

0,1

3,8

3,2

Africa

0,1

0,4

1,0

2,0

-0,1

Mondo

0,6

1,3

0,9

2,9

1,2

Fonte: nostra elaborazione su dati Garzantina ed. 2001

Tab.2 Variazioni % medie annue del PIL totale

 

1960-73

1973-79

1979-89

1989-95

1995-2000

1960-2000

Stati Uniti

4,0

2,6

2,4

1,9

3,5

3,0

Giappone

9,7

3,5

3,8

1,9

1,2

5,0

Germania

4,3

2,4

2,0

2,0

2,0

2,8

Francia

5,4

2,7

2,1

1,3

2,5

3,2

Italia

5,3

3,5

2,4

1,3

1,5

3,2

Regno Unito

3,1

1,5

2,4

1,0

2,3

2,3

Unione europea

4,7

2,5

2,2

1,5

2,4

3,0

Totale Ocse

4,9

2,8

2,6

1,8

2,9

3,3

Fonte. elaborazioni e stime di Galimberti e Paolazzi su Economia politica ed. Le Monnier

 

Tab.3 Crescita PIL totale delle tre aree più industrializzate del mondo  

 

1990

91

92

93

94

95

96

97

98

99

00

01

USA

1,8

-0,5

3,1

2,7

4,0

2,7

3,6

4,4

4,3

4,1

4,1

1,2

Giappone

5,1

3,8

0,9

0,4

1,0

1,6

3,5

1,8

-1,1

0,7

2,4

-0,5

Area euro

-

-

1,5

-0,8

2,4

2,2

1,4

2,3

2,9

2,7

3,5

1,5

Fonte: Relazioni del Governatore della Banca d’Italia 1999, 2000 e 2001

Tab.4 Crescita  totale del PIL 1992-2001

Area o paese

crescita complessiva

del PIL in %

pesi sul PIL mondiale nel 2000 in %

Stati Uniti

39,9

31,6

Giappone

11,1

10,1

area euro

21,3

21,6

Regno Unito

29,9

4,4

Canada

36,3

2,7

Brasile

30,6

3,9

Messico

36,7

2,8

Corea del sud

71,3

2,6

Cina

157,0

15,6

Russia

-15,1

3,5

Fonte: Banca mondiale, Eurostat, FMI, statistiche nazionali (elaborati da Banca d’Italia )

E ORA CHE SUCCEDERA’?

 

La più lunga fase di crescita ininterrotta dell’economia statunitense si è chiusa nel marzo del 2001. Avendo preso l’avvio nel marzo del 1991 ha battuto tutti i precedenti record di durata: dieci anni, centoventi mesi.

Al termine di questo boom, marzo 2001, è iniziata una fase contrassegnata da un andamento contraddittorio con dati che indicano una inequivocabile fase di crisi.  

L’inversione di tendenza della crescita economica è stata preceduta da una caduta a picco dei titoli tecnologici che si è estesa, a distanza di quasi un anno, all’intera Borsa.

Le variazioni registrate dal listino Nasdaq, quello che negli Stati Uniti misura i titoli tecnologici, una perdita nel solo 2000 del 60% del suo valore, ha riportato all’ordine del giorno analoghe crisi del passato, le loro cause, il modo come il sistema le aveva affrontate. E come erano state superate.

Per un po’ le crisi del passato alle quali esperti e commentatori, non tutti disinteressati, hanno fatto riferimento sono state quelle dell’ottobre 1987, del 1990, del 1998 ma, alla fine, le dimensioni del fenomeno, e non solo, hanno riproposto la crisi per eccellenza, quella del 1929.

Ad esempio, l’ascesa dei mercati azionari negli anni ’90 ha avuto un andamento quasi identico, per tempi e valori, agli anni precedenti il 1929; come stanno avendo andamento molto simile ai mesi successivi l’ottobre 1929, sia la caduta dei mercati azionari sia i dati riguardanti l’economia reale.

Il forzato ottimismo sparso a piene mani da personalità pubbliche di rilievo ed esperti ben conosciuti al grande pubblico,  subito dopo l’inizio del crollo dei titoli tecnologici della primavera del 2000 (“un ridimensionamento inevitabile, comunque limitato… una semplice battuta d’arresto…”), ha lasciato il posto, alla metà del 2001, quando hanno cominciato a perdere anche i valori azionari dei settori tradizionali, a dichiarazioni vaghe e sfuggenti.

E’ stato comunque il precipitare dei listini a chiarire, inequivocabilmente, in particolare ai possessori di azioni,  che il ciclo della Borsa, quale strumento di raccolta di capitali e di redistribuzione di ricchezza, si era definitivamente chiuso e che una quantità rilevante di ricchezza, virtuale ma fino ad un certo punto, era andata in fumo.

E’ partita allora una sorta di campagna alla difesa del sistema pensando che i pericoli  fossero esorcizzabili ricorrendo a nuovi e vecchi luoghi comuni: l’economia è sana, i fondamentali sono a posto, è solo un problema di fiducia, non siamo nel 1929 (ovvio): Ciliegia sulla torta:  proprio dalla crisi del 1929 sono scaturiti quei  meccanismi di controllo che ci difendono da un precipitare della situazione.

Previsione, quest’ultima, clamorosamente smentita dai disastri, senza precedenti nella storia del capitalismo americano, rappresentati dalle bancarotte  di Enron e Worldcom.

Ma anche affermazioni più riflettute hanno rapidamente mostrato la corda. Come quella che oggi a gestire il sistema non ci sono personalità che hanno il chiodo fisso del pareggio dei bilanci come nel 1929, per cui quella storia è irrepetibile perché al sistema verrà assicurata tutta la liquidità necessaria, ha rapidamente mostrato la corda.  L’economia americana pur foraggiata da un eccezionale aumento della spesa pubblica non si può certo dire abbia conosciuto un apprezzabile rilancio. Ma ciò che preoccupa i sostenitori del cavallo al quale non va mai fatta mancare l’acqua per bere, è che resta in crisi, e non da ieri ma da dieci anni, l’economia giapponese nonostante abbia beneficiato di una inondazione di denaro pubblico.

Il dubbio nasce dal fatto che se il cavallo giapponese, per ora, si è rifiutato di bere non è assolutamente detto muoia dalla voglia di bere quello americano…

Lo spettro del 1929    

Le analogie col 1929, per quanto riguarda i valori delle Borse, sono impressionanti. Ma a ben guardare non è questo che preoccupa: a livello delle perdite in Borsa, ormai, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Tutt’al più gli attuali possessori di azioni, dovesse ripetersi quanto avvenne nella crisi del 1929, hanno davanti a loro un altro anno di tribolazioni e poi un graduale recupero dei titoli azionari che li porterà a riavere il valore reale del loro investimento nel… 2030.

Preoccupa un’altra questione: pur essendo convinzione generale che al crollo delle Borse del 1929 non può essere addebitata la Grande Depressione, nessuno può ignorare il contributo di quel crollo alla crisi devastante degli anni ’30; e allora quante probabilità ci sono, oggi, che al crollo delle Borse, iniziato nella primavera del 2000, faccia seguito una crisi devastante come quella degli anni ’30?

Per dirla in altro modo: il processo di globalizzazione, fenomeno che racchiude non pochi e rilevanti cambiamenti verificatisi nell’economia mondiale nell’ultimo ventennio, rende più o meno probabile una nuova grande crisi?

La domanda è pertinente, nel senso che lega il disastro delle Borse ai cambiamenti verificatisi nell’ultimo quarto di secolo; ma, messa così, rischia di portare fuori strada: l’analisi della globalizzazione deve essere mirata, deve portare ad individuare le tensioni che questo processo ha provocato, a indicare quali strumenti sono a disposizione del sistema per contenere, disinnescare queste tensioni.

Perché, alla fine, si dovrà dire se gli squilibri che si sono accumulati negli anni ’90, parte dei quali sono stati all’origine del boom che si è verificato in quel periodo e che, ripetiamo, non ha precedenti, almeno negli Stati Uniti, possono in qualche modo essere riassorbiti o, comunque, restare a livello di pericoli incombenti, quasi congelati, o non sono invece, per loro natura, destinati a provocare sconvolgimenti dirompenti nell’economia reale.

 

Gli squilibri

Le crisi verificatesi in giro per il mondo, in questi ultimi anni, sono state gestite con relativa facilità grazie al boom eccezionale conosciuto dagli Stati Uniti. Quel paese ha fornito, quando c’era bisogno, la soluzione ai problemi che di volta in volta si presentavano. Un esempio per tutti: la crisi asiatica del 1997-98 è stata rapidamente superata grazie ad un surplus di importazioni da parte del mercato USA.

Bloccata la crescita USA i nodi stanno venendo al pettine. E i nodi sono squilibri che riguardano, come dire, in prima persona i paesi al centro del sistema economico mondiale: gli Stati Uniti, il Giappone e, in parte, anche l’Europa.

Squilibri che pesano ben oltre i debiti dei paesi del cosiddetto terzo mondo o i bisogni delle economie in transizione verso il capitalismo o le crisi dell’America latina che restano fonti di problemi acutissimi e di ardua soluzione ma che possono essere neutralizzati con cifre, tutto sommato, modeste, per cui le risorse per intervenire a bloccare possibili effetti domino, si possono sempre trovare.

Quegli squilibri interessano i principi stessi di funzionamento del sistema per cifre che è inimmaginabile trovare e sono una spada di Damocle che pende direttamente sui paesi che contribuiscono ad oltre il 50% dell’economia mondiale.

Ne indichiamo alcuni, quelli che ci paiono di maggior rilevanza.

A noi pare che la questione centrale sia oggi il deficit finanziario accumulato nei bilanci dei privati cittadini e delle imprese statunitensi.

Questo doppio deficit, al quale da quest’anno va ad aggiungersi, dopo alcuni anni di attivo, quello dello stato, ha portato il debito estero americano a 2.600 miliardi di dollari, oltre il 25% del PIL di quel paese. Ciò che va messo in risalto non è tanto l’enormità della cifra, pari al PIL di mezza Europa, ma il fatto che in vent’anni la posizione estera americana sia passata, senza soluzioni di continuità, da un attivo del 10% del PIL ad un passivo pari ad oltre il 25% del PIL.

Insomma gli Stati Uniti stanno vivendo da almeno dieci anni al di sopra dei loro mezzi: emblematico a tale riguardo è la bilancia corrente statunitense in deficit da oltre dieci anni e per valori, negli ultimi anni, che superano il 4% del PIL del paese.  

Le leggi dell’economia non hanno mai lasciato scampo a situazioni del genere: il riequilibro è stato sempre ritrovato con una combinazione di recessione e svalutazione della moneta del paese indebitato.

Siccome stiamo parlando degli Stati Uniti, paese che pesa nel PIL mondiale per il 31,4%, una recessione innescata con l’intento di ridurre drasticamente il debito, e la contemporanea svalutazione del dollaro, non potrebbero che produrre un effetto devastante sull’intera economia mondiale.

Secondo nodo, legato in qualche modo al primo: gli scandali finanziari delle grandi imprese. I conti non vanno fatti sola con la bancarotta dell’impresa che d’improvviso non riesce più a nascondere le proprie perdite, ma con le difese del sistema che rendono di colpo più cari i prestiti chiesti dalle società private (gli scandali hanno indotto le società di rating a rivedere al ribasso il merito di credito di numerosissime grandi imprese). Scandali che, detto di passata, non sono prerogativa del mercato statunitense ma riguardano le imprese di tutto il mondo: il caso della francese Vivendi è, a parere di molti, solo la punta dell’iceberg europeo.  

La legge votata negli Stati Uniti, a tambur battente, contro i manager truffatori è una operazione che tende a ripristinare, a livello di massa, un minimo di fiducia del funzionamento del sistema, ma se qualche impresa ha conti fallimentari restano fallimentari. La buona notizia per le imprese destinate a seguire la Enron è che, con questa legge, risparmieranno, forse, le cospicue liquidazioni che i manager delle imprese fallite fino a ieri si sono garantiti (una goccia nel mare).

Terzo nodo: la crisi delle banche. Asiatiche, quelle giapponesi in particolare, ma anche europee. Secondo uno studio della Ernst & Young i crediti inesigibili delle banche asiatiche assommano oggi a 2.000 miliardi di dollari, quasi il 30% del PIL dell’intera regione. Col Giappone che fa la parte del leone nel senso che ben il 60% di questo credito inesigibile riguarda banche giapponesi (per un equivalente del 30% del PIL di quel paese).

Dovesse rallentare vistosamente l’economia americana si avrebbe di sicuro effetti pesantissimi sugli equilibri del sistema nell’area asiatica.

 

Il movimento no global

Ultimo nodo, un nodo politico.

Le splendide sorti del sistema, alle quali si inneggiava fino a poco tempo fa, sono ormai naufragate; il pensiero unico è morto e sepolto. Il sistema può continuare ad esercitare la sua egemonia solo ricorrendo a costruzione retoriche: il terrorismo internazionale non è una invenzione ma che tutto ciò che accade di negativo e, sopratutto, la crisi economica, sia da addebitare al terrorismo non può reggere a lungo.

I mass media possono, nel breve e medio termine, invertire nella coscienza dei cittadini l’ordine di priorità dei problemi che assillano la società,  ma alla fine è la realtà delle cose a riprendere il sopravvento. Non fosse vera questa affermazione saremmo ancora alle prese col pensiero unico.

E il problema del sistema è che non cresce più, si è inceppato.

Quella crescita continua, possente, almeno negli Stati Uniti, che ha relegato in secondo piano, per quasi un quarto di secolo, il prezzo di una maggior diseguaglianza fra i paesi ricchi e quelli poveri, di una maggior diseguaglianza, economica e sociale, negli stessi paesi ricchi, di condizioni di lavoro, in tutto il mondo, meno protette, più incerte, di un disprezzo verso la natura senza precedenti rispetto al passato, non c’è più.  

Sparita quella crescita economica tumultuosa resta davanti agli occhi di milioni di centinaia di milioni di individui un cumulo di macerie.

E’ questa crisi, in ultima analisi,  la levatrice del movimento dei movimenti.

A Seattle, di colpo, una avanguardia importante della società oggettivamente più matura per il superamento del sistema capitalistico, ha aperto gli occhi al mondo sulla fine di un’epoca. E a Seattle hanno fatto seguito altri appuntamenti di grandi masse in tutto il mondo, in un processo di crescita continua all’insegna di un altro mondo è possibile, una parola d’ordine potentissima che ha in sé, potenzialmente, la carica di una rivoluzione sociale e politica.

 

Il re è nudo

Di colpo il sistema ha perso ogni suo fascino.

Oggi, con il crollo delle Borse, è difficile convincere che la pensione privata è una alternativa più appetibile di quella pubblica. Si può ridurre l’efficacia di quella pubblica ma ci vuole la forza.

Con le bancarotte di imprese colossali, e i loro  manager usciti miliardari in dollari e i lavoratori e gli azionisti spogliati di tutto, diventano maledettamente difficili le privatizzazioni ancora da fare.

E in aggiunta, siccome ciò che  resta da privatizzare, almeno in Italia, concerne beni indispensabili per vivere come l’acqua, i trasporti pubblici, le farmacie, per riuscirci non è sufficiente essere esperti nel gioco delle tre carte ma dei veri prestigiatori. E non è detto che anche i prestigiatori abbiano vita facile.

Convincere che bisogna aumentare la flessibilità del lavoro è relativamente facile se, nel mondo, ci sono esempi che ne dimostrano il beneficio sociale; ma se non ci sono la cosa si fa parecchio complicata.  

Ma se la spinta propulsiva del sistema si è notevolmente affievolita, resta …il sistema. Fortissimo, almeno sulla carta.

E qui serve avanzare quale può essere la variante più probabile che abbiamo davanti. La politica non è l’arte del compromesso ma quella della previsione.  

Ebbene a nostro avviso una previsione sul futuro può scaturire da un ragionamento, in fondo, molto lineare. Se noi diciamo che la crisi economica in atto è una crisi  strutturale escludiamo che una ripresa, di consistenza tale da riaprire una nuova fase espansiva,  sia dietro l’angolo.

In altre parole: il sistema non ha dentro di sé le forze vitali per avviare una ripresa, diciamo, spontanea.

Ma se non si prevede una ripresa significa che gli squilibri che ci sono, e di cui abbiamo parlato sopra, non solo non si recuperano ma tendono a diventare più acuti e a moltiplicarsi.

E che questi squilibri, proprio perché sono squilibri, produrranno effetti pesantissimi sull’andamento  dell’economia con riflessi inevitabili sulle condizioni di vita delle grandi masse.

La domanda si fa più chiara: è in grado il sistema di far digerire alla grandi masse una bella porzione di sacrifici? Se il movimento dei movimenti regge, se procede nel suo processo di allargamento, noi pensiamo di no: perché andrà a finire che tutti quelli costretti ai sacrifici  arriveranno a sposare, per convinzione o convenienza, la tesi che un altro mondo è possibile. E a chi dice questo è complicato chiedere sacrifici per difendere un mondo che si ritiene debba essere cambiato.

 

130.000