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Alcuni dati sulla crisi del 1929

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 22 giugno 2009 · 6 min di lettura


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Appendice

Alcuni dati sulla crisi del 1929

 

Non sono mancate in questi giorni le rievocazioni della grande crisi di Wall Street del 1929, ma spesso sono state abbastanza scopertamente subordinate a esigenze politiche (sottolineare le diversità, per evitare il panico) o di «colore» giornalistico. Vale la pena invece di richiamare alla memoria quella vicenda, per poter poi, (senza conclusioni affrettate) valutare con maggiore cognizione di causa la reale portata della crisi attuale.

Anche nel 1929, la crisi era stata preannunciata da molti segni. Sette mesi prima del crollo catastrofico, un sinistro scricchiolio aveva messo in circolazione in una sola giornata (il 26 marzo 1929) otto milioni di azioni, col risultato di una caduta di 15 punti rispetto all'indice del «Times». Poi l'episodio era parso circoscritto, e il boom era sembrato ancora irresistibile. Centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori erano stati convinti a impegnare tutte le loro sostanze nella favolosa lotteria dei titoli azionari, o avevano semplicemente dato mandato alle banche di giocare per loro conto attraverso un sistema di investment trusts (molto simili ai fondi comuni di investimento tanto in voga anche in casa nostra). Qualche altro scricchiolio si era sentito in settembre, ma era stato arginato da energici interventi delle principali banche.

Il 23 ottobre una serie di titoli azionari perdevano quota precipitosamente. Il fenomeno era ancora circoscritto, ma sufficiente a generare il panico in chi conosceva i notevoli livelli di esposizione dei fondi di investimento. Il 24 ottobre, giovedì nero, moltissimi incerti si decidevano a vendere e venivano scambiate ben 13 milioni di azioni. A metà giornata un pool di banchieri interveniva per arginare il panico con massicci acquisti: i quattro più grandi banchieri avevano contribuito ciascuno con 40 milioni di dollari. Il giorno dopo i giornali annunciavano la fine dell'incubo, e l'arginamento della crisi. In realtà l'effetto psicologico era insufficiente a spingere i risparmiatori all'acquisto di azioni o anche solo a smettere la vendita. Così gli stessi grandi acquirenti nei giorni successivo, temendo di trovarsi troppo esposti, dovevano vendere una parte degli enormi pacchetti azionari accumulati.

Alla riapertura della Borsa, lunedì 28 ottobre, il crollo ricominciava e il 29 la dinamica era ormai inarrestabile. Qualche battuta di arresto (dovuta anche a tentativi di acquisti da parte di qualche gruppo pronto a scommettere su una sicura e imminente ripresa) non bloccava la parabola discendente, che raggiungeva punte record il 13 novembre. In tale giorno l'indice Dow Jones era sceso a 198 rispetto ai 381 del 3 settembre.

Va detto che alla fine dell'anno era risalito a 250, ma il crollo aveva intanto travolto molti imperi finanziari, oltre a un numero di piccoli risparmiatori e/o speculatori valutato a circa un milione di persone. Basti pensare che il solo 28 ottobre le azioni della General Motors avevano perso di colpo due miliardi di dollari. Alla fine del tunnel, nel luglio 1932, ogni azione della GM sarebbe stata valutata a 8 $ contro 73 del settembre 1929; quelle della Standard Oil erano passate da 262 $ a 22.

La conseguenza, com'è noto, furono quasi 14 milioni di disoccupati negli Stati Uniti, 6 milioni in Germania (con quel che questo significò, per l'impotenza e la divisione della sinistra tedesca: via libera all'ascesa del nazismo da gruppuscolo minoritario ed insignificante nel 1929 a partito maggioritario nel 1932, con l'appoggio di tutta la borghesia «liberale» e «democratica» della Repubblica di Weimar), e in percentuali analoghe in tutto il mondo capitalistico.

La ripresa negli Stati Uniti avvenne poi, a partire dal 1932-1933, con un piano di lavori pubblici ma soprattutto con un massiccio rilancio delle spese militari, con l'intensificarsi delle esplosioni di «guerre locali» come quella del Chaco tra Bolivia e Paraguay (per conto, rispettivamente, della Standard Oil e della Shell, ma con un saldo di 80.000 morti boliviani e 60.000 paraguayani) o con l'inizio dell'invasione giapponese nell'Asia continentale, a partire dall'occupazione della Manciuria. Le guerre di Etiopia e di Spagna daranno altro ossigeno all'economia dei principali Stati capitalistici: con gli enormi eserciti mobilitati, Hitler e Mussolini poterono presto vantarsi di aver eliminato la disoccupazione, ma il prezzo pagato dal mondo sarebbe stato terribile.

 

Quali furono le cause della crisi? I responsabili dell'economia e della politica delle principali potenze capitalistiche, a partire dal presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover, hanno addebitato la crisi alla speculazione in Borsa, o alla sovrapproduzione di alcune materie prime. Successivamente Hoover ha messo sotto accusa i gruppi capitalistici europei, colpevoli di aver determinato contemporaneamente sovrapproduzione e aumenti dei prezzi.

Molte di queste accuse avevano una base reale, ma l'errore (o la mistificazione) risiede nel confondere il particolare con il generale, l'effetto con la causa, o considerare evitabili con un po' di attenzione e lungimiranza quelle che sono invece caratteristiche ineliminabili del funzionamento del sistema capitalistico, di cui la Borsa può rappresentare uno specchio a volte deformato, ma è anche strumento prezioso per rastrellare capitali da ingenui risparmiatori allettati da promesse di mirabolanti guadagni.

In realtà i profitti realizzati nel corso degli anni Venti hanno determinato una classica crisi di sovrapproduzione rispetto alle possibilità di un mercato interno che una politica salariale rigida (realizzata anche attraverso la corruzione o la distruzione fisica di un gran numero di sindacalisti combattivi, assassinati con l'aiuto dei gangster nel corso di aspre lotte) e la feroce concorrenza internazionale non consentivano di ampliare. Il boom degli anni Venti, alimentato anche dai guadagni in Borsa, e soprattutto dal diffondersi in misura incontrollata delle vendite rateali, aveva creato l'illusione in una crescita illimitata del benessere, e aveva spinto ciascun gruppo capitalistico ad intensificare la produzione. Appena si spezza l'anello debole del gioco, quello più artificioso e meno legato al reale stato di salute dell'economia degli Stati Uniti, la Borsa, milioni di risparmiatori si trovano sul lastrico; anziché continuare ad essere acquirenti di nuove auto prestigiose sono costretti a svendere quelle che hanno, gli appartamenti, gli oggetti di lusso.

Gli effetti della brusca riduzione del potere d'acquisto dei lavoratori, che pagano per primi (anche se per la prima volta nella storia viene introdotta un'indennità di disoccupazione, per disinnescare la protesta di una classe operaia ancora strutturalmente molto forte), accelera la spirale. Le conseguenze saranno gravissime anche in tutti i paesi coloniali ed ex coloniali (quelli che con un cinico eufemismo vengono ancora chiamati «in via di sviluppo») che vedono crollare bruscamente i prezzi delle materie prime, e soprattutto vedono tagliare i quantitativi richiesti, e quindi la loro possibilità di acquistare prodotti finiti dai Paesi più avanzati, con evidente effetto «a spirale».

La concorrenza tra i vari paesi tradizionalmente esportatori di prodotti finiti si inasprisce e sfiora già negli anni Trenta la guerra: ad esempio la Gran Bretagna riesce a scalzare gli Stati Uniti dall'Argentina, con gli accordi Runciman-Roca, che offrivano all'imperialismo britannico una quasi totale esclusiva delle forniture di macchinari e servizi al paese latinoamericano, che aveva visto calare del 50% le sue esportazioni di carne e grano, e la cui oligarchia era pronta perfino ad accettare uno statuto semicoloniale, pur di ricominciare a esportare.

Analoghi accordi vengono realizzati invece dagli Stati Uniti con la maggior parte dei paesi del Centro e Sud America. Altrove, invece di risolvere la questione con i colpi bassi degli accordi bilaterali e del protezionismo, saranno le armi a definire la questione degli sbocchi, abbattendo a cannonate le barriere. L'Asia orientale e il Pacifico saranno uno dei terreni in cui lo scontro si presenterà pressoché inevitabile, ma presto i focolai di guerra si sarebbero accesi in Europa e per la conquista del Medio Oriente (che com'è noto, insieme all'Africa, costituiva uno degli obiettivi più ambiti dalle potenze dell'Asse Roma-Berlino).

Lecce 23 ottobre 1987

Antonio Moscato

 Testo di un articolo commissionato dal "Quotidiano di Lecce" nell'ottobre 1987, e bloccato mentre era già composto dal direttore Stamerra, che lo sostituì in extremis con un pezzo di colore su episodi marginali acquistato da un'agenzia che rifornisce a pagamento i giornali di provincia. A riprova di quanto dicevo nel primo capoverso sull'intenzionale oscuramento dei fatti storici.