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Il capitalismo reale

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 21 giugno 2009 · 262 min di lettura


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  • ·Il “capitalismo reale” 

Ascesa, crimini e contraddizioni attuali

Il progetto del libro è nato dall’esigenza di rispondere indirettamente al cosiddetto Libro nero del socialismo, senza limitarsi a confutarne le molte e grossolane menzogne – come d’altra parte è già stato fatto da più parti - ma ricostruendo in modo completamente diverso, perché dal punto di vista degli oppressi, la storia del capitalismo e della sua conquista del mondo.

Sia pur brevemente, è stato necessario partire dalle sue origini lontane, da società che ancora non sono capitalistiche, ma del capitalismo costituiscono la premessa. Le sue radici si trovano in molteplici forme di violenza: in Europa, contro i contadini scacciati dalle loro terre con le recinzioni e l’invenzione di titoli di proprietà; nel mondo extraeuropeo, contro i popoli conquistati e a volte distrutti; tra i capitalisti stessi.

L’accumulazione primitiva del capitale è stata il frutto della spoliazione di gran parte del mondo, a partire dalla conquista dell’America, dalla successiva ridistribuzione dei tesori razziati attraverso le guerre ininterrotte tra le grandi potenze europee, integrate dalle imprese dei corsari al servizio di Sua Maestà britannica. Ha avuto una spinta determinante dalla tratta degli schiavi, che ha privato l’Africa di 30 milioni di esseri umani, solo la metà dei quali sopravvisse alle razzie e al trasporto in condizioni inumane.

Al tempo stesso, si è ricostruita “l’altra faccia della rivoluzione industriale”, che è stata accompagnata da una sistematica contrazione dei livelli salariali e dall’allungamento costante dell’orario di lavoro, fino a quando tale processo è stato bloccato dalla nascita del movimento operaio. Alla questione dello scontro sull’orario di lavoro, particolarmente attuale - non solo in Italia - in una situazione di aumento generalizzato della disoccupazione è dedicato largo spazio, per ricostruirne le fasi fondamentali nel corso di centocinquant’anni.

Anche lo sfruttamento del lavoro di bambini e donne, che oggi si riscontra in misura crescente in gran parte del mondo, ha accompagnato l’ascesa del sistema capitalistico nella stessa Inghilterra, aggirando le leggi protettive introdotte verso la metà del secolo scorso da governi borghesi preoccupati dal tremendo deterioramento fisico delle classi lavoratrici. Contemporaneamente, veniva incoraggiata l’immigrazione irlandese in Inghilterra, con la funzione di accrescere l’esercito industriale di riserva, per esercitare un ricatto sugli occupati, analogamente a quanto avviene oggi in Europa con le correnti migratorie extracomunitarie.

Qualcuno dei primi lettori a cui –come è mia abitudine – ho sottoposto il manoscritto per avere suggerimenti e critiche, ha osservato che certi argomenti hanno avuto una trattazione molto ampia rispetto ad altri: è una critica più che legittima; ma la scelta dei temi e dell’equilibrio tra di essi è frutto di una lunga esperienza come professore di “Storia del movimento operaio” e di “Storia e istituzioni dei paesi afroasiatici” presso l’Università di Lecce, che mi ha permesso di verificare quali sono i temi meno presenti nella cultura generale degli stessi studenti universitari delle facoltà umanistiche (a maggior ragione, quindi, nel resto della popolazione).

Uno di questi è la storia del colonialismo moderno, della nuova conquista del mondo avvenuta nel secolo scorso, che ha determinato il crollo o la subordinazione di antichi imperi e l’ascesa di nuove potenze. Quanto al colonialismo italiano, la maggior parte dei testi di storia lo affrontano solo dal punto di vista della politica interna, mentre i suoi crimini sono praticamente ignorati nel nostro paese.

La chiave del libro è, dunque, quella di affrontare i temi più trascurati e ignorati dal tradizionale insegnamento della storia, a tutti i livelli, cercando di smontare i luoghi comuni più consolidati e più dannosi. Così, anche se l’ottica complessiva del libro è quella della “storia globale” di un mondo ormai unificato da quasi due secoli, una forte attenzione è dedicata - senza cadere nell’eurocentrismo – anche al contraddittorio rapporto tra capitalismo e democrazia negli stessi paesi europei che sono stati la culla delle rivoluzioni borghesi, e al nesso tra capitalismo, fascismo e Stato forte, in polemica non solo con le interpretazioni revisioniste e negazioniste, ma anche con quelle che tentano di ricondurre il fascismo soltanto alla psicologia o alle ambizioni personali di Mussolini o di Hitler.

Un altro luogo comune affrontato è la presunta capacità del capitalismo di “autoregolarsi”: ho cercato di smontarlo attraverso dati storici inoppugnabili sul carattere ricorrente e ciclico delle crisi, che invano si è tentato di evitare attraverso gli interventi dello Stato e degli organismi monetari internazionali; è un tema che assume una particolare attualità, nel quadro delle odierne tempeste monetarie che stanno squassando il mondo, e che vengono presentate, in genere, in modo mistificante dai mass media, anche allo scopo di evitare il panico tra i risparmiatori da “spennare”.

Per questo libro, mi sono basato su fonti molto diverse tra loro, che vanno dai classici del marxismo agli stessi apologeti del sistema, fino ai suoi critici più conseguenti degli ultimi decenni: da Ernesto Che Guevara, che aveva colto lucidamente il carattere distruttivo dello “scambio ineguale” tra i paesi industrializzati e il resto del mondo, fino al “subcomandante” Marcos, che ha saputo rilanciare con grande efficacia comunicativa queste tematiche, attribuendo una dimensione mondiale alla lotta del piccolo Chiapas contro il neoliberismo.

Per rendere più agile il testo, ho evitato di appesantirlo con un gran numero di note, limitandomi a suggerire qualche itinerario di lettura, a volte rinviando ad alcuni dei libri che ho scritto negli ultimi vent’anni, anche per più ricchi riferimenti bibliografici.

Gran parte del libro è solo una attualizzazione e una sintesi divulgativa – spero di gradevole lettura- di un grande patrimonio culturale marxista, abbandonato e dimenticato nei decenni del trionfo del cosiddetto pensiero debole. Credo, invece, sia più originale, anche perché sicuramente “controcorrente”, la parte dedicata alla ricostruzione del ruolo del capitalismo nella crisi che ha attanagliato il “socialismo reale” negli ultimi decenni, preparandone il crollo. A monte, c’è un lungo lavoro di ricerca, che si è concretizzato in una decina di miei libri dedicati nel corso di vent’anni alla storia del movimento comunista e dell’involuzione del sistema che si autodefiniva “socialismo reale”.

Lo stesso credo si possa dire per il capitolo sulla “corruzione del movimento operaio” anche nei principali paesi capitalistici, a partire dal caso esemplare della Socialdemocrazia tedesca. Devo molto a Rosa Luxemburg, che ha analizzato per prima il fenomeno con straordinarie intuizioni, fin dai primi anni di questo secolo, quando il processo era appena agli inizi, ma che è stata accantonata e ormai quasi dimenticata (mentre si ricordano di lei, spesso stravolgendole, soltanto le critiche alle concezioni di Lenin). D’altra, parte ho potuto riprendere e attualizzare quelle analisi anche grazie all’esperienza diretta di una milizia più che quarantennale nel movimento operaio italiano.

Ma questa parte, la più importante dell’intero libro, deve molto anche a un’altra fonte, preziosa e insostituibile: dopo molti anni di studio del fenomeno del “socialismo reale”, ho avuto la possibilità di conoscere la riflessione su di esso di Ernesto Che Guevara negli ultimi tre anni della sua permanenza a Cuba, rimasta quasi tutta inedita. Lunghi soggiorni di studio, nonché alcune esperienze preziose come docente (ho tenuto corsi e seminari sul “crollo del socialismo reale” in diverse università cubane) mi hanno consentito di conquistare la fiducia sia dei familiari, sia di molti collaboratori del Che, e ho potuto quindi studiare la parte dei suoi scritti rimasta nascosta per due decenni perché analizzava materialisticamente le contraddizioni dell’URSS e i gravi pericoli insiti nei tentativi di autoriforma. Il grande rivoluzionario aveva intuito, infatti, che dietro le “riforme” proposte già negli anni ’60 da economisti cecoslovacchi, polacchi e anche sovietici, si nascondeva una tendenza alla restaurazione del capitalismo.

Al lettore giudicare se questo libro è riuscito ad affrontare almeno alcuni dei molti nodi cruciali del dibattito della sinistra, nella prospettiva di un suo “riarmo teorico” contro un capitalismo sempre più distruttore.

Se il compito, che a me stesso sembrava sproporzionato alle mie forze, è stato in qualche modo assolto, il merito va attribuito non tanto alle mie capacità, quanto a un metodo che – in netta contrapposizione al “nuovismo” che ha imperato negli ultimi decenni di arretramenti e sconfitte - ha ricercato nella storia e nel patrimonio teorico del movimento operaio il terreno solido da cui partire per affrontare il presente.

 

Roma, 18 ottobre 1998.

Le premesse del capitalismo

Cinquecento anni fa, se si confrontava l’Europa con il resto del mondo, essa appariva assolutamente sfavorita. Le maggiori ricchezze erano accumulate negli imperi extraeuropei, le cui città erano grandi e bene organizzate. Parigi, Londra, Roma, Venezia, Amsterdam, Anversa sfiguravano al confronto con Damasco e Istambul, Calcutta o Pechino, il Cairo e perfino Timbuctù, le cui ricchezze ancora nel 1600 colpivano un viaggiatore olandese. Anche militarmente, i nascenti Stati europei si trovarono in difficoltà di fronte all’espansionismo ottomano, che giunse a minacciare perfino Vienna.

Tre secoli dopo, il rapporto era completamente invertito. L’Europa aveva avuto un progresso strabiliante, mentre era evidente il declino di quasi tutti i grandi imperi asiatici, ed erano sparite perfino le tracce delle civiltà azteca, maya e incaica. L’Africa nera aveva iniziato la sua discesa agli inferi, soprattutto per il drenaggio umano rappresentato dalla tratta degli schiavi.

Il capitalismo aveva cominciato quella unificazione del mondo di cui alla metà del secolo scorso Marx parlava con ammirazione nel Manifesto del partito comunista, pur senza nasconderne il terribile costo umano e il saccheggio spietato delle risorse degli altri continenti:

Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere di tutti i reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili – industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano più soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo.

Come è stato possibile? Come ha fatto la borghesia a “far capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero”, a costringere “tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire” ? (Ivi).

A monte, la prima rapina

 

Per spiegarlo bisogna partire dal momento della conquista di quella che con arroganza “eurocentrica” chiamiamo America. Più o meno si sa della sistematica rapina delle sue ricchezze, della strage dei suoi abitanti, passati in un secolo da 70 a 10 milioni, e anzi sterminati completamente in isole come Cuba o Hispaniola (l’attuale Haiti).

L’opinione più diffusa è che il capitalismo non c’entra con quella tragedia, perché si è formato nei secoli successivi. È vero: ma, senza questa, non si sarebbe potuto sviluppare, capovolgendo i rapporti tra l’Europa e il resto del mondo.

È vero che la Spagna e il Portogallo - i due paesi che nel 1494 si erano spartiti il mondo nel Trattato di Tordesillas, voluto dal papa Alessandro VI - non hanno saputo utilizzare saggiamente quelle risorse, e hanno avuto un lento e inarrestabile declino. Ma a beneficiarne furono la nascente borghesia delle Fiandre e, soprattutto, i banchieri che finanziavano le guerre e le spedizioni navali.

Già nel 1527 il Venezuela viene dato in pegno ai Welser di Augusta, mentre Jacob Fugger, che aveva finanziato l’elezione imperiale di Carlo V e le sue guerre, otteneva il monopolio della produzione di argento, piombo, rame e mercurio; anche suo nipote Anton aveva ottenuto concessioni commerciali in Perù e Cile.

La cosiddetta “rivoluzione dei prezzi”, cioè la straordinaria inflazione provocata dall’afflusso di enormi quantitativi di oro e argento razziati nelle Americhe, provocò la crisi delle vecchie attività agricole feudali e semifeudali, facilitando lo spostamento della ricchezza dalla Spagna - che aveva iniziato la conquista e ne sopportava i costi militari - verso altre regioni dell’impero, in cui si concentravano le banche e le attività manifatturiere in espansione costante.

La ridistribuzione attraverso nuove rapine

 

Le guerre ininterrotte tra le potenze europee facilitavano questo drenaggio a favore dei banchieri che anticipavano i fondi necessari. Ma la “ridistribuzione delle ricchezze” tra la Spagna e le potenze europee ascendenti (Olanda, Inghilterra e Francia) fu realizzata soprattutto attraverso la “guerra da corsa”. I lenti e poco manovrabili galeoni spagnoli carichi d’oro venivano sistematicamente attaccati sia dai pirati che agivano in proprio, sia da quelli che avevano una “patente” di corsari rilasciata da sua maestà britannica, o da qualche altro paese.

Le stesse principali città coloniali dell’America Latina furono più volte saccheggiate, nonostante la costruzioni di costose fortificazioni, da pirati “indipendenti” o direttamente da navi britanniche. E quelle ricchezze furono determinanti per l’ascesa della borghesia europea!

L’accumulazione primitiva del capitale è stata dunque il frutto di due rapine: in primo luogo, della spoliazione del mondo extraeuropeo ad opera della Spagna e del Portogallo (che, a parte il Brasile, si dedica all’Africa e all’Asia), poi di quella che ha portato via gran parte del bottino ai razziatori.

Il capitalismo nascente deve le sue ricchezze, quindi, alla violenza, alla guerra ininterrotta per il dominio del mondo, ai saccheggi. Ed è segnato fin dalle origini da un intreccio indissolubile tra attività economiche e criminalità (abbiamo accennato ai corsari, ma anche i conquistatori spesso provenivano dalla delinquenza comune, e mantenevano le loro abitudini anche quando investiti di cariche pubbliche).

Il grande balzo avverrà poi con la tratta degli schiavi. Iniziata già nel secolo XVI, sia pure su scala abbastanza modesta, diventa la principale attività commerciale durante i due secoli successivi.

La tratta degli schiavi

 

Come è noto, la proposta di importare schiavi africani fu fatta da monsignor Bartolomeo de Las Casas con “motivazioni umanitarie”: sostituire le popolazioni indigene delle Americhe, che non reggevano al durissimo lavoro delle miniere e delle piantagioni, e che avevano una mortalità altissima perché, prive di anticorpi, soccombevano facilmente alle nuove malattie portate dai conquistatori. In realtà, tra le ragioni reali c’era anche la difficoltà di piegare popolazioni che avevano avuto grandi civiltà come quelle Azteca, Maya e Inca, e soprattutto potevano sfuggire più facilmente, conoscendo il loro territorio meglio dei conquistatori. In molti casi, peraltro, gli indigeni vennero decimati o sterminati con le armi, come hanno documentato crudamente lo stesso de Las Casas e altri religiosi che accompagnavano gli spagnoli.

Gli schiavi neri venivano invece da regioni diverse dell’Africa, e quindi non avevano una lingua comune, a parte quella dei dominatori, e ovviamente erano inizialmente spaesati in un continente sconosciuto. Inoltre, essi venivano suddivisi brutalmente secondo le esigenze degli acquirenti, spezzando i nuclei familiari ed etnici. La tratta iniziava con razzie condotte nell’interno dell’Africa da mercanti, a volte arabi, a volte appartenenti ad alcuni gruppi etnici neri specializzati in questa attività e che avevano instaurato rapporti di affari stabili con i negrieri europei, che erano comunque i mandanti. Nel corso di essa vennero sottratti all’Africa 30 milioni di abitanti, in genere giovani e forti, lasciando villaggi spopolati, abitati solo da vecchi e malati. I bambini troppo piccoli venivano direttamente uccisi o abbandonati lungo il durissimo viaggio verso i forti costruiti dai portoghesi o da altri negrieri europei lungo la costa.

Il costo umano della tratta è stato spaventoso: circa la metà degli schiavi razziati perivano durante il viaggio, che facevano in tremende condizioni, stipati fino all’inverosimile nelle stive, che venivano aperte periodicamente per distribuire un po’ di cibo e d’acqua e per gettare in mare i cadaveri. Non si trattava solo di economizzare al massimo i costi del trasporto, ma anche di effettuare una “selezione naturale”, che eliminasse i più deboli. La Chiesa cattolica impartiva alcune nozioni elementari di religione (soprattutto l’elogio della rassegnazione) prima del battesimo forzato, e intanto benediceva gli schiavisti...

La tratta comportò anche la distruzione della maggior parte dei regni in cui era suddivisa l’Africa agli inizi del Cinquecento. Ma fu determinante per l’accumulazione del capitale europeo, e di quello delle colonie britanniche del Nord America, che formarono in seguito gli Stati Uniti.

Studiosi cubani hanno dimostrato ad esempio, dati alla mano, che lo schiavismo a Cuba non fu un “residuato del passato”, ma venne importato nel quadro di una modernizzazione capitalistica avviata nel 1762 dalla conquista britannica dell’Avana.

Ancora agli inizi del secolo gli abitanti di Cuba erano appena 50.000, di cui circa la metà schiavi; ma dal 1762 la popolazione cominciò a crescere e l’importazione di schiavi, in un solo anno, superò quella dei due decenni precedenti. Mezzo secolo dopo, il commercio di Cuba con la Spagna era già inferiore a quello con gli Stati Uniti.

Il capitalismo trionfante

Il costo umano della rivoluzione industriale

 

Grazie alle forme feroci di “accumulazione primitiva del capitale”, fu possibile la rivoluzione industriale, di cui in quasi tutti i libri di testo per le scuole si dice un gran bene. Ma vediamo quella che ne fu l’altra faccia.

Prima di tutto, furono distrutte le attività agricole tradizionali, che assicuravano un minimo livello di sussistenza alla popolazione delle campagne. Principale strumento furono le recinzioni (enclosures), per trasformare intere regioni in pascoli per gli ovini, che richiedevano poche decine di pastori dove prima vivevano migliaia di contadini. “Le pecore mangiano gli uomini”, si disse; ed era tragicamente vero.

Scacciati in base al nuovo diritto proprietario dalle terre che avevano coltivato da molte generazioni, gli agricoltori liberi si trasformarono in proletari, cioè in persone che non avevano più che i loro figli, e che erano costrette a trasferirsi nelle città per vendere le loro braccia. All’interno dell’Inghilterra, si intensificò lo sfruttamento del lavoro degli operai, e soprattutto quello di bambini e donne, più indifesi soprattutto se staccati dall’ambiente familiare e portati a lavorare lontano da casa, in carovane in cui quelli che oggi chiamiamo “caporali” spadroneggiavano in ogni modo, compreso quello di pretendere prestazioni sessuali extra.

La borghesia, per affermarsi, non ha distrutto solo l’economia precapitalistica, ma anche la famiglia tradizionale, e ha sovvertito tutti i valori per imporre la propria visione del mondo. Le leggi sono state fatte in base alle sue esigenze, e hanno sancito la intangibilità della proprietà privata e l’obbligo del lavoro; i tribunali hanno legalizzato l’espropriazione delle terre e hanno punito il “vagabondaggio”, cioè hanno costretto al lavoro salariato chi non vi si adattava, e hanno colpito severamente chi tentava di organizzare una resistenza alle dure condizioni di lavoro; le Chiese hanno collaborato, raccomandando agli oppressi la rassegnazione e l’ubbidienza ed esaltando la bellezza del lavoro, ma anche creando istituzioni che fungevano da ammortizzatori sociali (ad esempio offrendo un piatto di minestra e un giaciglio ai più disperati). Al tempo stesso, leggi e istituzioni religiose hanno tutelato la famiglia dei borghesi, fondata sul matrimonio indissolubile... delle rispettive proprietà (salvo praticare largamente l’adulterio con discrezione), mentre quella dei proletari è stata spezzata dai turni notturni diversi, o dalla necessità di emigrare, o di andare a lavorare sotto un “caporale” per mesi.

Da quando il tessitore James Hargreaves inventò nel 1764 la jenny, il primo filatoio meccanico che consentiva a un solo operaio di seguire non un solo fuso, ma sedici o diciotto contemporaneamente, le innovazioni cominciano a susseguirsi, a ritmo sempre più rapido. Per le nuove macchine - a cui viene applicata dapprima la forza idraulica, poi quella del vapore - occorrono sempre maggiori capitali, che provengono dai traffici internazionali (quello degli schiavi, in primo luogo, ma anche quello dello zucchero, del rum, del porto), ma che vengono accresciuti attraverso lo sfruttamento incessante della forza lavoro nella stessa madrepatria.

Condizioni di vita insostenibili

 

Nelle grandi città dell’Inghilterra, i lavoratori si ammucchiavano in quartieri malsani, convivendo in dieci o quindici in uno scantinato di pochi metri quadrati, in cui la promiscuità facilitava la diffusione della tubercolosi, della sifilide, del tifo. I salari erano così bassi che i genitori stessi erano costretti a mandare al lavoro i figli già a sei o sette anni. L’alternativa, d’altra parte, non era la scuola, riservata alle classi superiori, ma la strada. Torme di “bambini di strada” si aggiravano infatti ai margini dei quartieri della borghesia, accattonando o vendendosi per qualche moneta.

D’altra parte migliaia di adulti, a volte famiglie intere, non avevano neppure un misero tugurio e dormivano all’aperto, sulle panchine dei parchi o in qualche porticato, se non ne venivano scacciati dai proprietari. I “più fortunati”, quelli che riuscivano a mettere da parte per la sera uno o due pence, andavano in una delle cosiddette “case d’alloggio” (lodging-houses), dove venivano sistemati in condizioni spaventose: si trattava di normali case di abitazione, in cui in ogni stanza c’erano quattro, cinque o più letti, in ciascuno dei quali si ammucchiavano molte persone, quante ne potevano entrare: vecchi e giovani, sani e malati, uomini e donne, ubriachi e sobri, con i risultati immaginabili. La famosa privacy inglese era riservata ai borghesi.

Su questa situazione ci sono innumerevoli testimonianze nella letteratura, ma anche preziose fonti documentarie nelle denunce di religiosi e nei rapporti degli ispettori statali del lavoro, a cui hanno attinto largamente Friederich Engels per il suo impressionante saggio su La situazione della classe operaia in Inghilterra, e Carlo Marx per Il capitale.

I reverendi pastori protestanti, naturalmente, lamentano soprattutto i pericoli per la morale insiti in quelle convivenze forzate. Ma a volte anche i consigli comunali, come quello di Leeds, denunciano che nei quartieri operai si possono trovare “fratelli e sorelle e dozzinanti di ambo i sessi che dividono la stessa stanza da letto coi genitori” con “conseguenze il cui solo pensiero ripugna ai sentimenti umani”.

Lo stesso documento denunciava anche un elevatissimo indice di mortalità (in un trimestre si registrarono tre casi di morte ogni due nascite), dovuto all’assenza totale “anche dei più comuni mezzi di pulizia”. In conseguenza delle frequenti inondazioni dell’Aire, il fiume locale (che, come tutti i fiumi che servivano all’industria entrava in città chiaro e trasparente, ma ne usciva denso, nero e puzzolente), l’acqua putrida si riversava nelle cantine, producendo vapori densi di miasmi, fortemente impregnati di idrogeno solforato, e lasciando dietro di sé un sedimento nauseabondo e nocivo alla salute.

Anche a Manchester, in occasione di un’epidemia di colera, la borghesia si preoccupò delle condizioni dei quartieri popolari, e allertò la polizia sanitaria, che non vi aveva mai messo piede. In un rapporto di un certo dottor Kay al consiglio comunale, citato da Engels, si dice che su 6.951 case ispezionate nel solo capoluogo, 2.565 avevano urgente bisogno di un’imbiancatura a calce nell’interno, 960 dovevano subire riparazioni, 939 non avevano fogne sufficienti, 1.435 erano umide e 452 mal areate, mentre 2.261 erano senza latrine.

Il rapporto ufficiale della commissione (che si concluse peraltro con un nulla di fatto, essendo impossibile riparare in tempo utile a un simile sfacelo), proseguiva notando che

spesso un’intera famiglia è ammassata in un solo letto; spesso un cumulo di paglia sporca e di coperte di tela di sacco nascondono tutti i suoi componenti, aggrovigliati in un mucchio informe, dove ciascuno è avvilito dalle privazioni, dall’apatia e dalla licenza.

La moralità, evidentemente, era una preoccupazione perfino maggiore dell’igiene. Quanto a quest’ultima, era impossibile in condizioni come queste:

Spesso più di una famiglia abitava in un’umida cantina di una sola stanza, nella cui atmosfera pestilenziale erano ammassate da dodici a sedici persone; a questo e altri focolai di malattie, si aggiungeva che sotto lo stesso tetto si trovavano anche maiali, oltre a porcherie della specie più ributtante.

Sembra di leggere una descrizione delle condizioni attuali nelle grandi megalopoli del Terzo mondo; non si può non pensare, tuttavia, alle stesse condizioni degli immigrati extracomunitari in Italia, nelle baraccopoli di Villa Literno o del Tavoliere, ma anche nelle case fatiscenti e pericolanti della periferia di Milano. E quanto ai letti collettivi, ne sanno qualcosa gli operai che arrivarono dal meridione a Torino negli anni Sessanta, anche se lì in genere i problemi nascevano solo la domenica, perché i letti venivano affittati in base ai turni, e ogni operaio che rientrava dalla FIAT prendeva il posto dell’altro nel letto ancora caldo.

La lunga lotta intorno all’orario di lavoro

Nelle società pre-capitalistiche ogni contadino o artigiano libero lavorava in genere solo il tempo strettamente necessario alla produzione dei mezzi di sostentamento, mentre il capitalismo fin dalla sua nascita tende a prolungare al massimo l’orario di lavoro. Marx lo aveva osservato empiricamente, ma ne aveva anche compreso teoricamente le ragioni:

il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di plusvalore più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo, e più vive quanto più ne succhia.

Per decenni, i critici di Marx hanno deriso la sua tesi che parlava di una tendenza costante del capitale al prolungamento dell’orario di lavoro, affermando che era stata smentita dai progressi continui della condizione operaia, tra cui una consistente riduzione dell’orario di lavoro. In realtà, bastava guardare fuori delle grandi metropoli imperialiste per trovare tutt’altra situazione. E oggi la tendenza del capitalismo ad allungare la giornata lavorativa (magari attraverso ore di straordinario) è visibile anche all’interno dei paesi più sviluppati.

Per capire se Marx si sbagliava veramente, dobbiamo vedere come e perché si sono determinate alternativamente riduzioni e prolungamenti dell’orario di lavoro nei diversi periodi.

Quando, dopo secoli di sforzi per prolungarlo per legge, nei primi decenni del secolo XIX sono cominciati i decreti per ridurre l’orario di lavoro, almeno per le donne e i bambini, non c’era ancora un movimento operaio organizzato. Erano gli stessi governi più lungimiranti ad essere preoccupati per il continuo deterioramento della salute operaia, e quindi per la stessa riproduzione della forza lavoro: era soprattutto l’inizio del lavoro molto prima della pubertà, con orari prolungatissimi e ritmi tremendi, che portava a una mortalità precoce, ma anche a un abbassamento della statura media, a malformazioni che diventavano ereditarie in certe categorie, ecc.

Va detto che la regolamentazione dell’orario per legge è cominciata in Inghilterra già nel Trecento. Eppure in Italia ancor oggi ci sono politici, giornalisti e… sindacalisti che hanno gridato allo scandalo dichiarando inammissibile una proposta di legge sulle 35 ore!

Ma, nei secoli che precedono la rivoluzione industriale, ogni norma stabilita dai regnanti tendeva ad allungare la giornata lavorativa, rispetto alle consuetudini consolidate fin dal periodo medievale, basate sui cicli naturali. Per secoli infatti si era lavorato senza orari rigidi, orientandosi sulla durata della luce diurna, ma anche lasciando molto spazio per pause nella giornata e soprattutto nel corso dell’anno, grazie alle numerosissime festività religiose.

Il primo intervento era stato quello del re Edoardo III, nel 1349, con la motivazione che la peste aveva decimato la popolazione, sicché era difficile “far lavorare operai a prezzi ragionevoli”. Che fosse un pretesto e non la causa si ricava dal fatto che, anche dopo che la peste era finita da decenni, la legge rimase in vigore e fu anzi reiterata dai successori, a quanto pare senza troppo successo, se occorreva ogni volta inasprire le pene per le trasgressioni, come nelle gride manzoniane. Ci furono, ad esempio, un decreto di Enrico VII nel 1498 e uno di Elisabetta nel 1562, sempre con l’obiettivo di allungare la giornata dalle cinque del mattino alle sette o alle otto pomeridiane, con tre pause per mangiare di complessive tre ore, più mezz’ora per un riposo. Ogni decreto successivo lamentava che l’orario effettivo era in genere inferiore a quello stabilito per legge.

Ma finché l’operaio aveva il suo pezzettino d’orto, e non troppi concorrenti, non c’era decreto sull’allungamento dell’orario che potesse imporgli di continuare a lavorare oltre la soglia della stanchezza. Inoltre, quasi di norma, egli festeggiava “san Lunedì”. L’orario effettivo era quindi quasi sempre minore di quello legale.

Questo durò fino alla rivoluzione industriale. Due fattori portarono, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo, a un allungamento abnorme dell’orario di lavoro: la necessità per i capitalisti di recuperare rapidamente quanto avevano investito in costosi macchinari, e la sovrabbondanza di manodopera creata, ad esempio, dai filatoi e dai telai, che producevano con un solo operaio quello che appena pochi decenni prima veniva prodotto da quindici o venti persone.

È allora che cominciano le giornate di quindici o diciotto ore lavorative, e i capitalisti riescono a imporre, con lo spettro del licenziamento, l’eliminazione delle tradizionali pause per mangiare o riposarsi. E se ne vedono presto le conseguenze, in termini di aumento vertiginoso della mortalità sul lavoro, delle malattie professionali, delle malformazioni dei giovani proletari, dovute sia al lavoro precoce, sia alla cattiva alimentazione, sia a fattori ereditari, dato che da genitori malnutriti e ammalati difficilmente nascono figli sani.

Gli orari diminuiti per legge, prima della nascita

del movimento operaio

 

La prima vera legge che tenta di regolamentare e porre un limite all’orario di lavoro viene promulgata in Inghilterra nel 1833. In base ad essa, la “giornata lavorativa ordinaria di fabbrica nel settore tessile” doveva “cominciare alle cinque e mezzo di mattina e finire alle otto e mezzo della sera”; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno, ma nell’arco delle quindici ore. Per essere più esatti, tra il 1802 e il 1833 erano già stati emanati dal parlamento inglese ben cinque Acts sul lavoro ma - dato che non era stato stanziato neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per un corpo efficiente di ispettori, ecc. - erano rimasti lettera morta. In realtà, neppure la legge del 1833 venne applicata sistematicamente, dato che gli stanziamenti per gli ispettori del lavoro, che finalmente c’erano, non erano sufficienti a garantire un controllo sistematico, al sicuro da ogni tentativo di corruzione.

Un’abbondante documentazione conferma che, grazie alla fortissima concorrenza della massa dei lavoratori espulsi dalle campagne o immigrati dall’Irlanda, gli orari effettivi superavano di molto quelli fissati ripetutamente sulla carta (ad esempio, ancora nel 1844 e nel 1847). Infatti, se nei secoli precedenti restavano vani i decreti per il prolungamento dell'orario, ora erano quelli per ridurlo entro limiti sopportabili dall’organismo umano a essere disattesi.

A volte gli industriali puntavano a ottenere emendamenti peggiorativi, ad esempio abbassando l’età minima per lavorare, ma più spesso si limitavano a eludere la legge, facendo dichiarare ai fanciulli un età superiore a quella reale e prolungandone l’orario grazie alla flessibilità (l’arco in cui si doveva svolgere il lavoro minorile era molto ampio, sicché all’arrivo di un ispettore si dichiarava che i fanciulli erano entrati in fabbrica poco prima).

La realtà era ben diversa da quella prevista dalla legislazione. Ad esempio, il 14 gennaio 1860, nel palazzo comunale di Nottingham si tenne una contrastata riunione per discutere della situazione nelle manifatture di merletti. Vari fabbricanti si alzarono a protestare contro ogni discussione, ma alla fine si riuscì a preparare una “petizione affinché il tempo degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane”. Dalle denunce fatte in assemblea risultò che anche fanciulli di nove o dieci anni venivano svegliati molto prima dell’alba e fatti lavorare fino a notte inoltrata.

La reazione degli industriali alla limitazione dell’orario

 

Le nuove leggi del XIX secolo avevano cercato di affrontare il problema del grave deterioramento fisico delle famiglie proletarie, quantificabile in un progressivo abbassamento della statura media, una mortalità elevatissima, e in definitiva uno scarso rendimento sul lavoro per l’insufficiente alimentazione e l’incidenza di tubercolosi, silicosi, scrofolosi e altre gravi malattie professionali. Le proteste degli industriali erano state violentissime. Avevano preannunciato il fallimento di ogni attività industriale e denunciato “con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d’essere un regresso verso i tempi delle tenebre”, cioè alle condizioni esistenti prima dell’intensificazione dello sfruttamento capitalistico.

I fabbricanti del settore della seta, peraltro, avevano chiesto subito una deroga sull’età minima, asserendo che “la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco” che si perde con gli anni (i bambini pakistani che cuciono i palloni o quelli turchi che lavorano per Benetton non sono una novità!). La legislazione inglese dal 1833 al 1864 impose, tra nuove grida di disperazione degli industriali, successive limitazioni all’orario legale, sistematicamente aggirate perché il parlamento votava la legge ma non stanziava fondi sufficienti a creare un efficace ispettorato del lavoro.

Ecco perché la deroga era “normale”, al punto che Marx poteva scrivere che per il capitale “la giornata lavorativa conta ventiquattro ore complete al giorno, detratte le poche ore di riposo senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di rinnovare il suo servizio”. Marx non disprezzava affatto la regolamentazione dell’orario per legge (che veniva invece rifiutata dai proudhoniani), pur sapendo bene che la riduzione effettiva sarebbe stata in definitiva il frutto di mutati rapporti di forza e non soltanto di una legge.

Su proposta di Marx, nel I Congresso dell’Internazionale (Ginevra 1866) fu votata una risoluzione che sosteneva che “la limitazione dell’orario di lavoro è la condizione indispensabile perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non falliscano”. Di conseguenza, veniva proposto che il limite legale per l’orario di lavoro fosse di 8 ore.

Entra in scena il movimento operaio

 

Una vera e propria lotta organizzata su scala internazionale per le otto ore cominciò tuttavia solo quasi venti anni dopo, con il Congresso internazionale socialista tenutosi a Parigi nel 1883. Rispetto ai congressi degli anni successivi, e soprattutto a quelli del primo decennio del XX secolo, era un congresso molto eterogeneo (vi partecipavano indistintamente organismi sindacali e politici delle più diverse tendenze) e non molto rappresentativo, ma costituì ugualmente uno sforzo importante per coordinare la lotta per la riduzione d’orario su scala mondiale. Un secondo congresso si tenne sempre a Parigi nel 1886, e in esso divenne evidente che il problema principale era ormai diventato quello di un’azione simultanea nel maggior numero di paesi possibile allo scopo di imporre la giornata lavorativa di otto ore.

In questa fase, l’elemento trainante era rappresentato dai delegati degli Stati Uniti, dove la sensibilizzazione sulle otto ore era da tempo molto forte (era stata lanciata per la prima volta nel 1861, in coincidenza con l’abolizione della schiavitù). Anche la lontanissima Australia, che successivamente sarebbe rimasta al margine dell’Internazionale socialista, ebbe un ruolo importante nel congresso del 1886. Vi era presente un delegato di quel paese, John Norton, che riferì sulle grandi lotte avviate già nel 1856, quando gli operai qualificati di Melbourne approfittarono di una congiuntura favorevole (la “febbre dell’oro” aveva provocato la partenza di molti operai, creando un forte bisogno di manodopera) per strappare le otto ore con la minaccia di uno sciopero generale a oltranza. Per qualche tempo la conquista era stata raggiunta da lavoratori di altre regioni dell’Australia e di diversi sindacati di categoria, ma non se ne era ottenuta la sanzione legislativa né era stata estesa all’intera classe operaia australiana. Finita la congiuntura particolare, si era presto ritornati indietro.

Negli Stati Uniti, già nel 1861 si erano formate le Leghe per le otto ore, che tuttavia si erano di fatto sciolte nel periodo successivo di depressione; la lotta riprese nel 1883 per iniziativa degli Knights of Labor, che avevano fatto della giornata di otto ore un punto fermo del loro programma immediato (vi furono molti scioperi locali nel 1885-1886 per imporla). Poi l’iniziativa passò all’American Federation of Labor, guidata da Samuel Gompers, che nel 1888 lanciò una nuova campagna per le otto ore, basata sull’idea che ogni anno bisognava concentrare le energie in un solo settore industriale, in modo che gli scioperanti sarebbero stati aiutati finanziariamente dai sindacati delle altre categorie (l’idea era quella di scioperi a oltranza e non puramente dimostrativi, come in genere si proponeva in Europa).

Per effetto delle notizie portate dai delegati d’oltreoceano, si rafforzò anche in Francia una tendenza a porre la rivendicazione subito e in modo deciso. Nel corso dei due congressi contrapposti, che si tennero a Parigi nel 1889 (uno “possibilista” con forte presenza anarchica e di laburisti britannici, l’altro “marxista” influenzato dalla SPD), tutti si pronunciarono a favore di una giornata internazionale di lotta per le otto ore. Entrambi i congressi accettarono la data del 1° maggio 1890 proposta dall’AFL nel congresso di St. Louis del dicembre 1888.

La formulazione fu tuttavia più vaga nel congresso “marxista”, per le preoccupazioni della socialdemocrazia tedesca che lo egemonizzò e cercò di evitare impegni precisi (come il laburismo inglese, la socialdemocrazia tedesca preferiva generici comizi e non un forte impegno di scioperi, che mettessero in campo tutta la forza operaia). I laburisti, peraltro, scelsero addirittura la prima domenica di maggio per fare innocui comizi in favore della riduzione d’orario, evitando di sospendere il lavoro insieme agli altri il 1° maggio.

In quella fase, emerse nettamente la concretezza dei sindacati statunitensi, che non riuscivano neppure a seguire molte delle polemiche politiche e ideologiche che dividevano la sinistra europea (tra l’altro, parteciparono a tutti e due i congressi), ma che, dopo il successo della giornata del il 1° maggio 1890, riuscirono a ottenere i primi risultati: varie categorie, dapprima nella industria del legno, e altre nel giro di pochi anni, raggiunsero le otto ore, o almeno le nove.

Nell’agosto 1891 un nuovo congresso socialista internazionale riunito a Bruxelles, in cui erano presenti 337 delegati di 15 paesi, tracciò un bilancio delle mobilitazioni del 1° maggio di quello stesso anno e di quello precedente, trasformando la celebrazione in una scadenza fissa annuale, pur concedendo ai molti recalcitranti che in quel giorno i lavoratori dovevano scioperare “dappertutto eccetto dov’è impossibile”: una frase lapalissiana, che sottintendeva che ogni organizzazione locale aveva la libertà di decidere che era impossibile, senza violare le decisioni comuni.

Decenni di lotte sanguinose per la giornata di otto ore

 

Per ottenere le otto ore ci sarebbero voluti decenni di lotte e di sangue. I primi risultati in tutto il mondo furono frutto di lotte di categoria in situazioni di pieno impiego: oltre ai casi australiano e statunitense, cui abbiamo accennato, in Inghilterra edili e meccanici strappano nel 1872 le nove ore, mentre in Russia bisogna aspettare il 1882 per imporre almeno le prime limitazioni al lavoro minorile e femminile. Solo nel 1896-1897 i tessili di Mosca conquistano le undici ore e mezzo. Eppure, sarebbero stati i lavoratori russi a ottenere per primi le otto ore, con la Rivoluzione del 1917!

È significativo che la giornata di otto ore, nella primavera del 1917, non fu richiesta al padronato o al governo provvisorio, ma imposta dal basso: gli operai rivoluzionari, al termine delle otto ore, suonavano la sirena per dare il segnare di uscire, e tutti uscivano. In pochi giorni, i padroni che avevano necessità di produrre dovettero fare buon viso a cattivo gioco e assumere operai sufficienti per istituire un terzo turno (si lavorava allora in due turni di dodici ore!).

Singolare contraddizione, i menscevichi si erano opposti alla rivendicazione delle otto ore “in quel momento”, perché “prematura”, o perché – dicevano - era una parola d’ordine “utopistica”, che secondo loro sarebbe stata all’origine della sconfitta del 1905… Gli industriali, invece, si piegarono presto, perché speravano con quella concessione di fermare il movimento, ripromettendosi di recuperare quel che avevano dovuto concedere, appena avessero ripreso in pieno il potere politico intaccato dal “dualismo di poteri”. Non ci riuscirono, perché la classe operaia russa non si fermò lì, ma affrontò radicalmente il problema della conquista del potere.

Le conquiste non sono mai definitive

 

In realtà, una lunga esperienza aveva insegnato che ogni conquista strappata in un determinato momento, per la congiuntura economica favorevole, o per rapporti di forza politici (in Francia fu la Rivoluzione del 1848 a imporre per la prima volta le dieci ore giornaliere), era precaria. In Francia, ad esempio, quella prima conquista fu cancellata pochi anni dopo dal Secondo Impero. Così, durante la Grande guerra, in tutta l’Europa - Italia compresa - si era tornati alle dodici ore (dalle 6 del mattino alle 6 di sera e viceversa) nel lavoro a turni, con orari ancor più pesanti nella piccole manifatture.

L’impatto della Rivoluzione russa fu enorme anche su questo terreno (oltre ad avere dimostrato che fare cessare la guerra era possibile) e, nel giro di pochi anni, la maggior parte dei paesi europei stabilirono la giornata di 8 ore. La “grande paura” del contagio della Rivoluzione russa aveva spinto a concessioni sostanziali quegli stessi capitalisti che avevano sempre gridato che un’ora in meno alla settimana li avrebbe mandati in rovina.

 

Questa lunga digressione sulla lotta intorno all’orario di lavoro è indispensabile per comprendere che la tendenza al suo prolungamento è permanente nel capitalismo.

Ogni conquista è stata il frutto di lotte tenaci e, anche quando è stata sancita per legge, è stata cancellata appena i rapporti di forza sono cambiati a sfavore della classe operaia (come accadde nella Francia del 1938, in cui il governo del radicale Daladier annullò la legge sulle quaranta ore che il governo di Fronte Popolare aveva dovuto concedere per fermare la grande ondata di scioperi del giugno 1936).

Dove può e quando può, il capitalismo tenta ancora di prolungare l’orario di lavoro, col ricatto della disoccupazione, ma anche facendo leva sul bisogno di salario per trasformare gli “straordinari” in una norma almeno settimanale se non quotidiana. Per questo, proprio quando c’è sovrabbondanza di manodopera disoccupata, e la forza contrattuale degli operai è minore, gli orari si allungano.

Non parliamo solo della Corea del Sud, o dell’Indonesia. Accade tuttora anche in Italia, con evidenti danni alla salute dei lavoratori, e soprattutto ai livelli di occupazione. L’ideale per il capitalismo è fare lavorare il minor numero di operai, magari pagandoli qualcosa in più, per tenere fuori gli altri, come riserva che per disperazione un domani può accettare di rinunciare ad altre conquiste acquisite.

Dagli irlandesi agli africani: “l’esercito industriale

di riserva”

 

Durante la fase ascendente del capitalismo, nel primo paese in cui si è sviluppato su larga scala durante la “rivoluzione industriale”, un ruolo particolare nella formazione del cosiddetto “esercito industriale di riserva” lo avevano i proletari irlandesi, soprattutto quando furono sospinti in massa verso l’Inghilterra (ma anche gli Stati Uniti) dalla grande carestia del 1847, provocata da una malattia che aveva distrutto le patate, da oltre un secolo quasi unico alimento dei poveri. Derisi dalla piccola borghesia per la loro sporcizia (ma come potevano essere puliti in quei tuguri che abbiamo descritto, gli unici alla loro portata?) e odiati dagli operai inglesi meno coscienti perché la loro miseria li spingeva ad accettare salari bassissimi, servivano tuttavia ai capitalisti, che grazie a loro potevano puntare al ribasso generale dei salari.

È lo stesso ruolo che oggi hanno in Italia e in Europa gli extracomunitari, ai quali si negano i più elementari diritti e di cui si parla malissimo, ma che vengono lasciati venire in navi che non hanno nulla da invidiare a quelle dei negrieri, negando loro il permesso di soggiorno anche temporaneo, per poterli sfruttare meglio, perché non possono ricorrere a nessuna autorità. È il ruolo che hanno avuto gli italiani negli Stati Uniti, in Argentina, e anche in diversi paesi europei. Peccato che la maggior parte degli italiani sembrano aver dimenticato le umiliazioni e lo sfruttamento feroce subiti da milioni di connazionali nel mondo...

È anche il ruolo assegnato a tutte le minoranze nazionali oppresse e negate: ai palestinesi dei Territori occupati, che vanno a lavorare nello Stato di Israele, che era la loro terra e in cui sono oggi considerati “stranieri”, esposti quindi in ogni momento all’arresto e all’estradizione. È il ruolo dei turchi e soprattutto dei curdi in Germania, degli immigrati arabi, filippini o pachistani nel Kuwait, negli Emirati del Golfo o in Arabia Saudita. Uno dei casi più scandalosi era quello delle popolazioni dei bantustan, creati dal Sudafrica dell’apartheid per ghettizzare la maggioranza dei neri in zone in cui era praticamente impossibile la sopravvivenza, costrette a lavorare fuori di essi come “immigrati” senza diritti.

Questa situazione è cessata con la svolta che ha portato Nelson Mandela alla testa della Repubblica Sudafricana. La ricordiamo anche perché dimostra che i meccanismi di segregazione non sempre funzionano a lungo, se c’è la capacità di riunificare gli sfruttati con statuti diversi, invece di assecondare la divisione tra di essi…

  • ·Il capitalismo e la democrazia: un rapporto  

  • ·contraddittorio 

Il caso inglese

 

Uno dei luoghi comuni più diffusi è l’identificazione della democrazia con il capitalismo. Ma non ha fondamenta solide. La democrazia inglese, che pure è figlia di due rivoluzioni (soprattutto della prima, che ebbe il coraggio di fare cadere una testa coronata), si è assestata nel corso di tre secoli negando durante i primi due il diritto di voto alle donne e ai non possidenti.

Assai discutibile all’esterno per la spoliazione sistematica dei popoli di cui si impossessava con la violenza, la democrazia inglese è tutt’altro che perfetta anche all’interno. Basti pensare che ogni Primo ministro può manipolare a suo piacere le elezioni, fissandone la data nel momento ritenuto più opportuno e modificando i collegi elettorali uninominali in modo di truccare il risultato (più volte un partito ha ottenuto la maggioranza in parlamento senza averla nel paese, mentre il partito di opposizione, con una percentuale anche molto superiore, non otteneva che una modesta rappresentanza). Ma c’è chi, anche in Italia, spera di riuscire a ottenere la stessa cosa, e già ci si è avvicinati…

Abbiamo accennato alla spoliazione violenta delle risorse dei paesi conquistati (basti pensare all’India, di cui per secoli si parlava in Europa come di un paese dalla favolosa ricchezza, e che è stato lasciato nella miseria più nera); ma non sono stati solo i saccheggi a provocare questa situazione. La distruzione dell’industria tessile indiana nel corso del secolo scorso non è stata realizzata solo con la forza, ma anche con i “normali” meccanismi del mercato. L’invasione delle cotonate inglesi a basso costo è stata facilitata da un’accorta politica dei dazi ineguali, ma aveva alla base il monopolio gelosamente custodito della tecnologia moderna introdotta con la “rivoluzione industriale”.

Ci ritorneremo più avanti, affrontando il neocolonialismo e lo “scambio ineguale” tra prodotti industriali e materie prime.

Il caso francese

 

L’altra grande “patria della democrazia” è la Francia. Anch’essa ha conosciuto una grande rivoluzione, che come quella inglese ha vinto con i mezzi imposti dalla durezza dello scontro. Quando Luigi XVI complottava con i nobili emigrati che ritornavano con le armate dei regni assolutisti e animati da spirito di rivincita, la rivoluzione non esitò a colpirlo. Robespierre, a chi gli chiedeva come mai chiedeva la condanna del re dopo avere dichiarato di essere contrario alla pena di morte, rispose che continuava ad esserlo, ma la decapitazione del re traditore non era l’applicazione della pena di morte, bensì una misura difensiva, in stato di guerra: bisognava tagliare la prima testa dell’idra della reazione che minacciava le conquiste del 1789.

Non fu quel gesto, che nel 1794 salvò la rivoluzione, a prepararne la successiva involuzione. Al contrario, una volta passato il pericolo, le correnti borghesi più ricche e conservatrici si sbarazzarono con un colpo di mano dell’incorruttibile Robespierre e di migliaia di suoi seguaci, aprendo la strada a regimi sempre più autoritari.

A chi ha irriso al crollo dell’URSS a ottant’anni dalla sua nascita e lo ha considerato definitivo e irreversibile, vale la pena di ricordare che la fragile democrazia uscita dalla rivoluzione francese ha impiegato centottanta anni di sussulti, arretramenti, dittature prima di trovare un assetto relativamente stabile (che tuttavia, anche successivamente, non ha evitato la vergogna del caso Dreyfus e quella del regime filonazista di Petain, che collaborò allo sterminio degli ebrei).

La Francia della Marsigliese e dei giacobini fu sostituita dal regime napoleonico, con le sue interminabili guerre, il cui costo umano fu altissimo. La sorte dei popoli europei fu decisa con le armi e le contrattazioni con i sovrani; la rappresentanza diretta fu negata agli stessi francesi, ai quali rimaneva al massimo la possibilità di votare in un plebiscito con le regole truccate. E poi, a parte qualche breve parentesi di democrazia riconquistata sulle barricate, ancora un Impero autoritario, quello di “Napoleone il piccolo”, che rappresentava la caricatura del primo, ma era pur sempre in grado di intervenire con i suoi fucili automatici per stroncare la Repubblica romana e di proseguire le guerre di conquista in Africa e in Asia.

Ma, anche dopo, la “democrazia” francese non è senza macchie. Abbiamo accennato già a due di esse, ma ce ne sono molte altre: la ferocia della dominazione coloniale, all’esterno, con stragi, distruzione di culture antichissime, coltivazione del papavero da oppio in Indocina (in concorrenza con i britannici, che la effettuavano nel Bengala) per avvelenare i cinesi; la resistenza al suffragio universale, all’interno, che fu conquistato solo con lunghe e difficili lotte, soprattutto per merito di quello che era l’antagonista del capitalismo, il movimento operaio.

La democrazia oggi

 

Come abbiamo detto per quanto riguarda l’Inghilterra, ancora oggi il sistema elettorale francese è più che discutibile: anch’esso falsa i dati del voto grazie ai collegi elettorali uninominali, con un meccanismo che è ancora quello introdotto dal generale Charles De Gaulle dopo il colpo di Stato autoritario del 13 maggio 1958, e che anche i governi delle sinistre non hanno sostanzialmente modificato. Un meccanismo che ha lasciato per anni senza rappresentanza parlamentare il Fronte Nazionale di Le Pen, che ha ormai il 15% dei consensi. È un partito che ovviamente non ci piace affatto, ma che invece di indebolirsi si è rafforzato sul terreno extra-parlamentare. La legge, comunque, oltre ad essere inefficace contro di esso, discrimina in genere tutte le minoranze, privando una parte notevole della popolazione di una rappresentanza.

La stessa cosa si può dire per gli Stati Uniti: anche se i meccanismi elettorali sono diversi, il risultato è che tutti gli ultimi presidenti sono stati eletti dal voto di un quarto o poco più dell’elettorato, per l’altissimo astensionismo, frutto della sfiducia nella possibilità di cambiare le cose in elezioni così truccate. E, tutte insieme, le “grandi democrazie occidentali” sono state a volte in concorrenza tra loro, ma sempre unite nella negazione di quel diritto all’autodeterminazione dei popoli che spesso è stato proclamato solennemente (ad esempio nei famosi “Quattordici punti” del presidente Wilson durante la Prima guerra mondiale), ma che è stato realizzato soltanto dal basso, con le insurrezioni popolari che mandarono in pezzi l’Impero austro-ungarico, o dalla Rivoluzione russa, che mantenne quel che aveva promesso, a costo di pesanti decurtazioni territoriali.

Se si pensa poi alle caratteristiche profondamente autoritarie dei regimi sorti dalla frammentazione dell’URSS e della Jugoslavia (assurdamente definiti “democratici” solo perché filooccidentali e anticomunisti), e soprattutto alle spietate dittature militari imposte o protette dalle grandi democrazie ogni volta che faceva loro comodo, dal Cile di Pinochet alla Grecia dei colonnelli, da Batista a Duvalier e Somoza (l’elenco potrebbe essere lunghissimo, e non solo per il passato), la tesi di un rapporto tra capitalismo e democrazia appare del tutto infondata. Tanto più che, come vedremo più avanti, anche Hitler e Mussolini non sono stati uno scherzo della storia, ma il frutto di una scelta cosciente delle intere borghesie dei rispettivi paesi.

  • ·La difficile conquista del diritto di voto per le donne 

Tutte le democrazie borghesi hanno avuto fin dall’inizio anche una tara gravissima, che ne rivelava i limiti: l’esclusione delle donne dalla vita politica, ovviamente legata alla perpetuazione della loro soggezione nella sfera privata.

La prima rivendicazione conosciuta è quella formulata da Olympe de Gouges, nel 1791, nella Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che metteva il dito sulla piaga dell’universalismo proclamato nel 1789, rivelatosi come minimo un “universalismo dimezzato”. Nel 1792, un testo altrettanto fondamentale appariva in Inghilterra: Rivendicazione dei dititti della donna, di Mary Wollstonecraft.

Tutto l’Ottocento è attraversato dalle lotte delle donne per il diritto di voto, intrecciate a quelle degli uomini per l’eliminazione delle barriere di censo che escludevano i proletari e i contadini dal voto.

Un altro documento importante è L’appello di una metà della razza umana, le donne, contro la pretesa dell’altra metà gli uomini, di costringerle a una schiavitù politica, e dunque civile e domestica. Fu scritto da un uomo e una donna, William Thompson e Anna Wheeler, ma - segno dei tempi - fu firmato solo dal primo. L’appello fu incluso nella Carta dei diritti e delle libertà stesa dal movimento cartista, e influenzò anche Marx ed Engels e il liberale John Stuart Mill, che perse il suo seggio in parlamento proprio per avere appoggiato le rivendicazioni femministe. Nel 1889, lo stesso anno che lanciò da Parigi la giornata internazionale di lotta per le otto ore, che divenne poi la festa del 1° maggio, si riunirono a Londra delegate provenienti da molte parti del mondo che avevano costituito l’International Council of Women.

La lotta proseguì per tutto il secolo, in forme a volte aspre: molte donne furono percosse e arrestate, e assai spesso derise. Il primo paese che concesse il voto alle donne fu l’isola di Man, soggetta all’impero britannico, che lo strappò nel 1881. Ma l’isola di Man aveva solo 54.000 abitanti. Il diritto alle donne era subordinato al possesso di proprietà autonome ed era legato alle antiche tradizioni celtiche dell’isola. Seguirono la Nuova Zelanda nel 1893, l’Australia nel 1902, la Finlandia (nel 1906, quando era ancora all’interno dell’impero zarista) e poi la Norvegia, la Danimarca e l’Islanda. La Russia lo concederà nel febbraio 1917.

Solo alla fine della Prima guerra mondiale, in molti altri paesi fu “concesso” il diritto di voto alle donne, ufficialmente per ricompensarne il contributo allo sforzo bellico (avevano sostituito nelle fabbriche gli uomini chiamati alle armi), in realtà pensando che la subordinazione familiare e l’influenza delle Chiese permettesse di utilizzare le donne elettrici in funzione conservatrice.

Questa motivazione influenzò indirettamente anche settori importanti del movimento operaio, che per reazione finirono assurdamente per non appoggiare la rivendicazione femminile. Teoricamente, in Italia il diritto di voto fu concesso dalla Camera dei deputati nel luglio del 1919, ma rinviandone l’attuazione: il primo voto femminile fu quello per le elezioni della Costituente, il 2 giugno del 1946. Anche allora in Italia rimanevano tracce dei pregiudizi esistenti nel Partito socialista nel primo dopoguerra: larghi settori della base comunista e socialista attribuirono il successo democristiano del 1946 e la strepitosa vittoria del 1948 al voto femminile, evitando di riflettere sulla delusione - anche maschile - per i risultati della partecipazione della sinistra ai governi di unità nazionale. Ma la direzione del PCI e quella del PSI non condivisero questo conservatorismo culturale della base e furono incondizionatamente a favore del voto alle donne.

L’estensione del diritto di voto nel primo dopoguerra non fu comunque facile, e fu fortemente contrastata anche nei paesi che vengono portati abitualmente come esempio di democrazia.

In Inghilterra, nel novembre 1918, venne concesso il voto alle donne sopra i trent’anni, ma nel dicembre venne eletta una sola donna, militante del Sinn Fein, che era in carcere ma non accettò l’elezione perché gli irlandesi non riconoscevano il parlamento britannico. Solo dieci anni dopo il diritto di voto per le donne sarà regolato dalle stesse norme in vigore per gli uomini.

Negli USA, il Congresso approvò nel 1918 il suffragio femminile, ma il Senato lo bloccò. L’estensione avverrà gradatamente, Stato per Stato, in genere attraverso referendum: in sei Stati occidentali degli Stati Uniti, compresa la California, era stato conquistato con questo metodo fin dal 1911.

Molti paesi dell’America Latina lo concedono solo negli anni Cinquanta. A smentita della tesi stupida e fatalista che attribuisce in blocco le donne alla conservazione, per effetto dell’influenza della Chiesa, Juan Perón, nella sua prima fase populista (un surrogato di un vero antimperialismo), concesse alle donne il voto e il diritto al divorzio, ovviamente con la feroce opposizione della Chiesa cattolica. Nelle elezioni del 1951 si calcola che l’83% delle donne abbia sostenuto Perón.

Ancora oggi esistono limitazioni del diritto di voto in molti paesi e, soprattutto, le donne sono escluse di fatto dalle massime cariche dello Stato in ben 49 Stati, non solo del Terzo mondo, mentre in 100 paesi (31 in Africa, 24 in America Latina e 30 in Asia, 15 nel “Nord del mondo”…) non hanno neppure un ministero. Anche la questione del diritto di voto per le donne conferma dunque che non c’è alcun nesso automatico tra capitalismo e democrazia.

  • ·Alla conquista del mondo 

Torniamo un momento indietro: abbiamo già accennato alla conquista dell’America, ma solo dal punto di vista delle ripercussioni sull’Europa. La spedizione di Colombo era un sottoprodotto della ricerca di una via alternativa per raggiungere i paesi delle spezie dopo la conquista ottomana del Vicino Oriente, che era stato sempre il punto di incontro delle navi europee e delle carovane asiatiche.

Tutti i paesi con una tradizione marinara erano in movimento: se la casuale scoperta di Colombo si trasforma in un’occasione d’oro (anche in senso proprio) per il giovane regno di Spagna, in Asia sono avvantaggiati i navigatori portoghesi e olandesi (anche se i Paesi Bassi, dopo cinquant’anni di rivolte, raggiungono l’indipendenza dalla Spagna solo nel 1609).

Una svolta nelle concezioni economiche

 

Intanto, soprattutto in Inghilterra, si sviluppa un forte dibattito, che porta a un capovolgimento delle concezioni economiche fino a quel momento prevalenti. La maggior parte degli scrittori erano convinti che la ricchezza di un paese si misurasse dai quantitativi di oro e d’argento tesaurizzati. Per questo ogni paese emetteva decreti su decreti che vietavano di esportare monete e lingotti.

La maggior parte delle informazioni in proposito vengono dal prezioso archivio in cui i banchieri Fugger conservavano le relazioni dei loro agenti sparsi per il mondo. Così troviamo notizia di un decreto del re di Spagna, Filippo II, che nel 1596 specificava che i metalli preziosi non dovevano uscire dal regno in nessuna forma, tanto è vero che ne veniva proibita perfino l’utilizzazione per fini commerciali. Anche il ciambellano del papa emetteva nel gennaio 1600 un decreto analogo, che stabiliva che nessuno potesse portare fuori dallo Stato pontificio più di 5 corone (una somma ridicola). Si comprende perché la Spagna, dove affluivano l’oro e l’argento razziati nei possedimenti d’oltreoceano, e Roma, che rastrellava in tutto il mondo cattolico enormi somme grazie alla vendita delle indulgenze, fossero particolarmente interessate a non vedersi sfuggire di mano tanto ben di Dio. Invano!

Più accortamente, i mercantilisti britannici avevano cominciato a sostenere che la vera fonte delle ricchezze derivava da una bilancia dei pagamenti attiva. Bisognava esportare più merci di quante se ne importassero, e soprattutto prodotti lavorati di alto valore contro materie prime a basso costo. Uno dei direttori della Compagnia delle Indie Orientali inglese, Thomas Mun, aveva risposto alle critiche mosse alla Compagnia (accusata di dissanguare il paese) sostenendo che il vero “tesoro dell’Inghilterra” era il commercio esteriore. Bisognava stare attenti a vendere più di quanto si comprava, ma per poterlo fare bisognava anche in certi casi portare fuori lingotti d’oro e d’argento, garantendosi un guadagno sia dalla rivendita ad altri paesi di spezie o tessuti preziosi a un prezzo maggiorato, sia dalla lavorazione in Inghilterra di altri prodotti meno nobili. Per questo la Compagnia delle Indie Orientali aveva ottenuto una deroga al divieto di esportazione di metalli preziosi.

Intanto l’Inghilterra e successivamente altri paesi cominciarono a introdurre incentivi per trasformare le vecchie industrie e crearne delle nuove, finalizzate alla trasformazione e alla esportazione di ogni genere di prodotti: dai coltelli alle munizioni, dai tessuti ai cappelli. E un po’ tutti gli Stati cominciarono a cercare di invogliare artigiani e operai qualificati: in Inghilterra arrivarono minatori tedeschi; la Francia - che pure cercava di attirare lavoratori stranieri, offrendo loro l’esenzione dalle tasse, l’alloggio gratuito, l’anticipo dei capitali necessari e un temporaneo monopolio sulla loro produzione specifica - finì per “esportare”, viceversa, un gran numero di artigiani e commercianti ricchi di esperienza, che in seguito alla persecuzione degli ugonotti dovettero rifugiarsi in Polonia e soprattutto in Prussia, dove contribuirono in modo determinante allo sviluppo delle prime industrie.

Libertà di commercio e protezionismo

 

In tutti i paesi venivano intanto introdotti forti dazi protettivi per scoraggiare le importazioni. Perfino nei confronti delle colonie di popolamento, abitate quasi esclusivamente da cittadini provenienti dalla madrepatria - dato che i nativi erano stati sterminati o stavano per esserlo, e comunque e non venivano neppure presi in considerazione - c’era la proibizione di intraprendere qualsiasi tipo di attività che potesse fare concorrenza alle industrie della madre patria. Attrezzi e indumenti che avrebbero potuto benissimo essere prodotti in loco dovevano invece arrivare dall’Inghilterra, dove erano magari state inviate le materie prime necessarie per produrli. Fu anche questa vessazione a spingere i coloni del Nord America a rendersi indipendenti nel 1776.

Il commercio internazionale si sviluppava a livelli sconosciuti in passato, unificando il mondo ma, contrariamente alla leggenda ripetuta dagli apologeti del “libero mercato”, sotto l’ala protettiva dello Stato. I mercanti e gli industriali chiedevano libertà di commercio, ma la negavano ai concorrenti. Da qui le guerre praticamente ininterrotte tra le potenze europee, nel proprio continente e in quelli di cui era cominciata la spartizione. Dopo tre secoli di conflitti parziali, le guerre napoleoniche sembrano anticipare quelle che saranno le due guerre mondiali del nostro secolo, per lo meno per quel che riguarda i teatri di guerra. Esse ebbero infatti ripercussioni dirette in Asia e nell’America Latina, che approfittò di esse per staccarsi dalla Spagna (non senza lo zampino della Gran Bretagna).

Comunque, è praticamente impossibile - e anche non particolarmente utile - ricostruire tutte le complesse vicende che portarono ad esempio gli inglesi a soppiantare la Francia in India, dove era arrivata per prima insieme ai portoghesi, o nel Nord America (Quebec e Louisiana). Dalla seconda metà del XVIII secolo, d’altra parte, non erano solo le armi a facilitare l’ascesa della Gran Bretagna come potenza mondiale, ma anche la qualità e il prezzo dei suoi prodotti industriali (abbiamo già accennato, ad esempio, all’invasione delle tele di cotone inglesi, che si sostituiscono completamente ai pregiati tessuti indiani).

Una nuova spartizione del mondo

 

Alla fine delle guerre napoleoniche, al termine delle quali la Francia aveva perso gran parte dei suoi territori d’oltremare, la conquista del mondo da parte delle potenze europee entra in una nuova fase.

Nel corso dei tre secoli precedenti, gli Stati europei si erano accontentati di creare basi commerciali sulla costa dell’Africa e dell’India, da usare soprattutto come scali, porti franchi, basi di rifornimento e presidi. Lo scopo era quasi unicamente quello di assicurarsi il monopolio del commercio delle spezie, dei tessuti, del legname pregiato e di pochi altri prodotti. Il principale guadagno veniva dallo scarto tra il prezzo di acquisto e quello della vendita, soprattutto se questa veniva fatta in paesi non dotati di una potente flotta.

Nel corso delle guerre napoleoniche, Richard Wellesley, il fratello del duca di Wellington, libero dal controllo di Londra (che aveva frenato precedenti tentativi del governatore del Bengala, Warren Hastings), approfitta della lotta che ha contrapposto l’impero Mogol al regno dei Maratti per stabilire un solido dominio britannico su tutta l’India, in cui la presenza portoghese e francese era già stata ridotta a pochi scali. Nel 1803, lo stesso imperatore Mogol accetta la “protezione” di Wellesley, che dispone di pochissimi soldati, ma si appoggia su una coalizione di capi locali. L’India sarà sempre governata, fino alla fine del dominio britannico, facendo leva sulle divisioni locali. L’amministrazione diretta inglese si concentra inizialmente sulla parte meridionale e orientale e sul Bengala, mentre nel resto dell’enorme subcontinente un gran numero di sovrani mantengono una fittizia indipendenza, e al tempo stesso forniscono il grosso delle truppe britanniche.

La rivolta delle truppe indiane (i sepoys) nel 1857, innescata dalla protesta contro la lubrificazione delle armi con grasso di animali tabù (i mussulmani erano convinti che si usasse grasso di maiale, quelli indù ritenevano che fosse di vacca) fu sconfitta grazie alla non partecipazione dei sikh del Punjab e la passività delle popolazioni del Deccan e più in generale del Sud, consentendo quindi, nel 1858, di instaurare un’amministrazione britannica su quasi tutto il territorio. Tuttavia, l’esiguità delle forze britanniche disponibili portò a un compromesso con i Marajah, che continuavano a godere di rendite favolose, mantenendo l’assetto sociale arretrato nei loro territori. Gli inglesi li aiutavano a reprimere le rivolte sociali, mentre ciascuno di essi forniva truppe per reprimere ribellioni in altre parti dell’India, e in certi casi per contribuire al controllo britannico delle coste orientali dell’Africa (truppe indiane hanno combattuto anche in Europa e in Asia durante le due guerre mondiali).

All’attacco degli antichi imperi extraeuropei

 

La conquista definitiva dell’India è, non a caso, contemporanea ad altri avvenimenti che, alla metà del secolo XIX, accelerano la penetrazione europea in altre parti del mondo.

Nel 1838, un trattato commerciale anglo-turco, imposto sotto la minaccia di un intervento militare, apre i mercati dell’Impero ottomano alle merci britanniche, che in appena dieci anni triplicheranno le vendite. L’afflusso di merci europee accelera il declino dei vecchi centri manifatturieri e la rovina dell’artigianato e delle industrie domestiche. Si sviluppa invece, in alcuni centri come Istambul e soprattutto Beirut, una borghesia mercantile compradora, che svolge cioè una funzione di intermediazione subalterna ed è strettamente legata agli interessi europei.

Nell’anno successivo, il sultano Abdul Mejid, ispirato da consiglieri europei, formula un programma di riforme noto come tanzimat el-khairiye (letteralmente “riforme di beneficenza”), che tende a creare le condizioni per lo sviluppo capitalistico. La possibilità di un intervento europeo pesa meno dell’inquietudine per il declino dell’Impero. Se fino al 1683 le armate dell’Impero ottomano avevano perfino potuto assediare Vienna, nel secolo successivo era cominciato un lento declino, dovuto alla rigidità delle strutture politiche e al conservatorismo che impediva di appropriarsi delle nuove tecniche e delle stesse trasformazioni nella strategia militare che si delineavano in Europa. Il primo segnale si era avuto con il Trattato di Carlowitz del 1699 e con la pace di Passarowitz del 1718, che avevano sancito l’inizio della ritirata dai Balcani e, più in generale, la fine della fase espansionistica. Molte delle regioni periferiche dell’Impero, dal Maghreb alla penisola araba, pur restando simbolicamente tributarie del sultano, avevano cominciato ad essere sempre più autonome.

Che l’Impero ottomano fosse il “grande malato” su cui si concentreranno le mire di tutte le potenze europee nel corso di oltre un secolo, divenne evidente al momento della spedizione napoleonica in Egitto, Siria e Palestina, del 1798-1799. Napoleone era sbarcato ad Alessandria con soli 32.000 uomini e aveva sbaragliato le truppe mercenarie dei Mamelucchi, che quasi cinque secoli prima avevano fermato l’invasione mongola, ma si erano trasformate in una casta parassitaria e inefficiente.

La facilità della conquista francese aveva avuto enormi ripercussioni di ogni genere. Dopo il ritiro delle truppe francesi, tagliate fuori dalla vittoria navale britannica ad Abukir, erano stati in molti a pensare di ritagliarsi un pezzo dell’Impero in declino: i britannici, prima di tutto, avendo bisogno di garantirsi una delle chiavi dell’accesso alla “perla dell’impero”, l’India.

Nascita e declino dell’Egitto moderno

 

Ma anche dall’interno si erano mosse forze fino a quel momento bloccate o represse. Mohamed Alì, un comandante dell’esercito ottomano di origine albanese, aveva approfittato nel 1804 di una sollevazione popolare contro i feudatari Mamelucchi per ritagliarsi in Egitto e nel Sudan un suo Stato. Egli aveva fatto tesoro dell’esperienza del breve contatto con gli occupanti francesi, e aveva tentato una modernizzazione basata su moderate riforme antifeudali, la riorganizzazione dell’apparato statale, l’allargamento dell’istruzione, l’apertura di tipografie e giornali, l’incoraggiamento ai commerci e a un primo sviluppo industriale. L’Egitto si era trasformato in un centro dinamico, che influenzava gran parte del Vicino Oriente e mirava anche alla Grecia e all’Albania. Nel 1831 le truppe egiziane, ristrutturate sul modello occidentale, avevano approfittato di rivolte locali antiturche per occupare la Palestina e la Siria (che comprendeva anche l’attuale Libano).

Ma, nel 1840, un intervento congiunto di Russia, Gran Bretagna, Austria, Prussia e ovviamente Turchia costringe l’Egitto a ritirarsi nelle basi di partenza e a riconoscere nuovamente la sovranità del sultano di Costantinopoli. Le potenze europee, che si sono trovate unite contro il pericolo dell’apparizione di uno Stato moderno e potenzialmente concorrente nella regione, cominciano intanto nel Libano quegli interventi che lacereranno quel paese in maniera irreversibile fino ai giorni nostri: la Francia appoggia (e arma) i cristiani maroniti, scagliandoli contro i drusi sostenuti dalla Gran Bretagna, mentre la Russia si erge a protettrice dei cristiani greco ortodossi.

Più tardi compariranno anche gli Stati Uniti, che nel 1866 fonderanno il Syrian Protestant College, che si trasformerà poi in quella American University, in cui si formeranno moltissimi dirigenti politici libanesi e di altri paesi arabi. Un paese in cui, sotto il dominio ottomano, gruppi etnici e religiosi avevano convissuto senza problemi, entra quindi in una fase di instabilità permanente incoraggiata dall’esterno.

Anche a Gerusalemme, con il pretesto di proteggere questo o quello della miriade di gruppi cristiani che vi si scontrano, comincia la penetrazione straniera. La guerra di Crimea del 1853-1856 comincia con il pretesto di uno scambio di bastonate tra monaci cattolici e ortodossi per la riparazione della chiesa del Santo Sepolcro: la Russia, come protesta per la mancata protezione ai cristiani ortodossi, occupa Moldavia e Valacchia.

Le fasi successive dimostreranno ancor più quanto fossero pretestuose tutte le motivazioni addotte da tutti i contendenti (meno l’Impero ottomano, che cercava semplicemente di difendere i propri territori): la maggior parte delle nazioni europee (“cristiane”) intervennero per sostenere il sultano (che era anche il capo religioso di tutto l’Islam) contro la cristianissima Russia zarista! La partecipazione di un contingente di bersaglieri del Regno di Piemonte al “corpo multinazionale” spedito in Crimea era stata poco più che simbolica, ma rivelava l’aspirazione della borghesia piemontese a comparire sullo scenario internazionale e a partecipare alla spartizione del mondo.

La conquista dell’Asia e dell’Africa

 

Nel 1839-1842 è la volta dell’Impero cinese. I suoi tentativi di fermare il commercio dell’oppio prodotto appositamente dagli inglesi nel Bengala provoca l’intervento delle cannoniere britanniche. La “Guerra dell’oppio” si conclude con una sconfitta della Cina, che deve cedere Hong Kong e aprire cinque porti franchi. La conseguenza è un ulteriore indebolimento dell’autorità imperiale, e lo scoppio di grandi rivolte contadine, tra cui quella dei T’ai-p’ing, che dura dal 1850 al 1864 e provoca venticinque milioni di morti. Britannici e francesi approfittano della crisi per un’altra guerra, che termina nel 1856 con l’occupazione e il saccheggio di Pechino, l’insediamento di quartieri extraterritoriali europei nella capitale e in altre città, quartieri dove era “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”. La Russia non fu da meno e occupò stabilmente la regione dell’Amur e una parte della Manciuria.

Nel 1858 i francesi conquistano Saigon ed estendono in pochi anni il loro dominio sull’intera Indocina, sia pure in forme diverse (protettorato sulla Cambogia, l’Annam, il Tonchino e il Laos). La Francia, che aveva perduto con la caduta di Napoleone I gran parte del suo vecchio impero (nonostante grandi sforzi militari, non era riuscita neppure a ristabilire il suo dominio sulla piccola Haiti, i cui schiavi nel 1791 avevano creduto di potere applicare concretamente i principi di eguaglianza della rivoluzione), ne stava ricostituendo un altro a partire dalla conquista di Algeri, nel 1830: aveva poi occupato Senegal, Gabon, Tunisi, vasti territori dell’Africa occidentale, Madagascar, ecc., fino al Marocco, che sarà diviso con la Spagna nel 1912. In Indocina, la Francia avviò subito la coltivazione dell’oppio, in concorrenza con gli inglesi ma destinato ugualmente al grande mercato cinese, aperto a cannonate. Un esempio illuminante della “missione umanitaria” dell’uomo bianco!

 

Il Congo diventa uno “Stato libero”

 

Le ultime nazioni entrate nella corsa per la spartizione del mondo sono Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti. La Germania, arrivata tardi per la scarsa simpatia del cancelliere Otto von Bismarck per le avventure oltremare, si ritagliò comunque parecchio spazio, in Africa nell’attuale Namibia, nel Camerun, nel Togo, nel Tanganica, e anche in diverse isole del Pacifico. Partecipò anche all’occupazione delle principali città cinesi. Perderà tutto al temine della Prima guerra mondiale, prevalentemente a favore di Francia e Inghilterra in Africa, del Giappone in Cina.

Le forti rivalità tra Germania e Francia per il Marocco, e tra Gran Bretagna e Germania nel Vicino Oriente e in Africa, ma anche tra Francia e Inghilterra (che abbiamo già visto nel Libano, e che successivamente, nel 1898, arrivarono sull’orlo di un vero e proprio conflitto a Fashoda, nel Sudan), portarono a una bizzarra soluzione per l’attribuzione dei vasti e allora ricchissimi territori del bacino del fiume Congo, appena esplorato da Henry Morton Stanley.

Stanley era un giornalista nordamericano (anche se nato in Inghilterra) che nel 1870 era stato inviato dal New York Herald alla ricerca dell’esploratore e missionario David Livingstone, di cui da tempo mancavano notizie. Lo trovò nel 1873 in quella che oggi si chiama Zambia, poco prima che morisse. Un’accorta utilizzazione propagandistica di quella prima spedizione gli fece trovare finanziatori per altre successive, condotte con abbondanza di mezzi (e reclutando, come tutti gli esploratori di quel periodo, la maggior parte dei portatori tra i criminali delle carceri della costa orientale). Si pose poi al servizio personale dell’ambizioso re Leopoldo II del Belgio, che costituì prima una società per azioni e poi uno “Stato Libero del Congo”, che erano in pratica una sua proprietà privata.

Lo Stato Libero del Congo era quanto di meno libero ci fosse. Vi si praticava il più feroce sfruttamento delle risorse naturali e degli indigeni, sottoposti a corvées che erano una forma appena mascherata di schiavitù (un pamphlet di Mark Twain rivelò al mondo le pratiche orribili che assicuravano “l’ordine”, e che arrivavano al taglio di una mano e di un piede ai recalcitranti al lavoro forzato). Ma lo “Stato libero” fu riconosciuto dalle grandi potenze nella Conferenza internazionale di Berlino del 1884-1885, con l’impegno che fosse garantita l’apertura al commercio per tutti i paesi europei.

Di fatto, ogni potenza coloniale preferiva uno Stato cuscinetto affidato al sovrano di un piccolo paese al rischio che in quell’area mettesse piede uno degli odiati rivali. Un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1909, Leopoldo II cedette il Congo al Belgio, cioè scaricò sull’intero paese di cui era sovrano il costo della repressione e del mantenimento dell’ordine, divenuto troppo elevato per le sue finanze personali.

Anche l’Italia vuole le sue colonie

 

L’Italia arriva quasi ultima. Alle molte velleità e ambizioni, non corrispondeva uno sviluppo sufficiente del capitalismo italiano, e anche dal punto di vista militare si era lontani dal poter preparare seriamente una spedizione oltremare.

Subito dopo la partecipazione alla guerra di Crimea, che servì al Regno di Piemonte per presentarsi sulla scena internazionale e rivendicare un appoggio alla unificazione d’Italia, ci sono i primi segni di un’attenzione alla spartizione dell’Africa.

È infatti del 1857 la lettera del capo divisione presso il ministero degli Esteri, Cristoforo Negri, al vescovo missionario Guglielmo Massaia, che da anni viveva in Etiopia. Il Massaia era un cappuccino di origine piemontese, ma strettamente legato alla Francia di Napoleone III, protettore dello Stato pontificio. L’ obiettivo era ottenere una mediazione per un accordo con qualche principe dell’Abissinia. D’altra parte il Negri, che nella lettera aveva fatto riferimento più volte a Cavour, aveva finito per dire che il Massaia doveva contare solo sulle sue forze, “giacché S. E. non accorderebbe allo stato attuale delle cose l’impiego dei fondi per l’invio di appositi incaricati in Abissinia”. La risposta fu evasiva, anche perché il Negri dimostrava di non conoscere molto della situazione del Corno d’Africa.

Ma la ragione fondamentale era un'altra, che il Massaia spiega bene nelle sue memorie. Prima di partire per l’Africa egli era stato confessore del futuro re Vittorio Emanuele II, ma quando tornò in patria, nel 1864, rifiutò un incontro sollecitato dal re, ovviamente perché la monarchia, “abbandonati i savi e severi princìpi” che l’avevano resa “forte e rispettata”, si era “data ciecamente a seguire le pazze aspirazioni degli innovatori interni ed esterni; e, dopo aver tutto trasformato, erasi volta bruscamente contro la Chiesa”.

In ogni caso, c’erano altri problemi più urgenti in quegli anni, e la lettera ci interessa solo per capire che qualcuno cominciava a pensare alle conquiste coloniali (che dovunque e da parte di tutti erano cominciate stabilendo alleanze e poi protettorati con qualche capo locale).

L’Italia ha bisogno di “colonie penitenziarie”

 

L’idea continua a camminare anche dopo quel primo insuccesso. Subito dopo l’Unità d’Italia, l’esplosione della protesta sociale etichettata come “brigantaggio” portò a uno spaventoso sovraffollamento delle carceri:

con un numero medio di 43 a 44.000 carcerati strettamente giudiziari, non abbiamo in tutto il regno se non fra le 5 e 6.000 celle appartenenti in generale a stabilimenti male costruiti e poco sicuri, causa precipua delle numerose evasioni che si deplorano in Italia,

scriveva uno dei paladini dell’espansione coloniale, Leone Carpi, ricavandone la conclusione che bisognava conquistare o acquistare qualche territorio il più lontano possibile per relegarvi i detenuti, come faceva la Francia alla Caienna.

Un certo numero di avventurieri di origine italiana, che avevano messo piede in terre lontane magari sposando una principessa locale, offrirono al governo i loro servigi per trasformare i loro contatti in una vera e propria conquista.

Già nel 1852, il capitano ligure Giambattista Scala era sbarcato a Lagos e aveva scritto a Cavour, esortandolo a porre sotto la protezione sarda il regno di Orobù, nel Golfo di Guinea, convinto che “la salvezza dell’Africa” stesse “tutta nell’invasione pacifica dei bianchi”. Non aveva avuto aiuto, ma nei primi anni ’60 si era inserito nel dibattito sui penitenziari oltremare, proponendo l’isola del Principe, sempre nel Golfo di Guinea. Il ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta, lo prese sul serio, aprendo una trattativa col Portogallo per la cessione dell’isola, ma dovette rinunciare, per l’intervento della Francia, che manifestò la propria diffidenza. E la Francia era la grande protettrice del giovane Regno d’Italia.

Anche i tentativi di utilizzare le nozze tra don Luigi di Portogallo e Maria Pia di Savoia (avvenute nel 1862) per mettere piede in Angola o Mozambico erano falliti. I portoghesi rifiutarono sistematicamente le offerte di un poco disinteressato aiuto italiano nell’amministrazione dei loro vasti domini. Le nozze principesche non diedero su questo terreno il più modesto frutto, a conferma che la vecchia “politica dinastica” del Settecento era definitivamente tramontata, anche se la diplomazia piemontese non se ne era accorta.

Subito dopo si pensò alle isole Nicobare, nel Golfo del Bengala, che erano sotto la sovranità della Danimarca, che intendeva disfarsene e le aveva dichiarate res nullius, perché costavano molto e non rendevano nulla. Cominciarono a fantasticarne alti ufficiali della Marina e funzionari ministeriali, che sostenevano senza pudore che installare in quelle isole deserte 30.000 deportati avrebbe consentito allo Stato di risparmiare la spesa della costruzione di nuove carceri in Italia: anzi, avrebbe coperto tutti i costi, facendo produrre ai forzati tabacco. C’era chi precisava che il saldo attivo sarebbe stato di molti milioni di allora…

Ma non se ne fece nulla, sia perché c’era chi combatteva come follia quel piano che avrebbe comportato la mobilitazione di un gran numero di guardiani per tenere a bada i deportati, sia perché nel 1869 la Gran Bretagna prese possesso delle isole, che non si illudeva di sfruttare economicamente, ma che le servivano per il controllo strategico dello Stretto di Malacca, attraverso cui dall’India poteva raggiungere i suoi possedimenti in Malesia e nel Borneo settentrionale.

Altri possedimenti furono offerti da personaggi fantasiosi o veri e propri truffatori, come un tal Celso Cesare Moreno, che offrì l’isola di Sumatra, asserendo di avervi acquisito diritti attraverso il matrimonio con varie principesse indigene (si spacciava quindi come “principe consorte del Regno di Sumatra”), mentre sull’isola c’era già una concreta ipoteca olandese con alcune basi sulla costa (anche se l’interno era del tutto inesplorato). Anche il Borneo era stato preso in considerazione, inviando in quell’isola nel 1868 la corvetta Maria Clotilde, il cui comandante, Carlo Alberto Racchia, acquistò isolette e diritti di sovranità da vari sultani locali, senza accorgersi che era stato preceduto da almeno vent’anni dai ben più esperti britannici.

Nel 1869 Emilio Cerruti, che aveva girato per suo conto l’Oceania e i mari della Cina, era stato incaricato di tornare nell’area, cercando di stabilire un colonia penale nella Nuova Guinea. Egli sapeva bene che era “covo soltanto di barbarissime tribù cannibali”, ma sosteneva che esse “non potrebbero opporre che un’insignificante resistenza allo sbarco non dirò di un esercito, ma d’una sola compagnia scortata da due piccoli cannoni”, mentre un privato esploratore avrebbe incontrato troppe difficoltà. Per fortuna non se ne fece nulla: poche regioni al mondo hanno dato tanto filo da torcere agli invasori di pelle bianca come la Nuova Guinea e il Borneo!

Le “colonie immaginarie” si moltiplicarono nella fantasia di avventurieri, ma anche di funzionari ministeriali, che discussero seriamente di collocare un penitenziario nelle isole Natuna, situate tra la Malesia e il Borneo, o perfino nelle ancora più lontane isole Aleutine, nel Mar di Bering!

Dalla farsa alla tragedia

 

Tutto quel che abbiamo raccontato sulla grottesca frenesia che caratterizzò quella prima fase di ricerca di uno sbocco coloniale per l’Italia può fare dimenticare che cosa ci fosse dietro (la volontà dell’industria siderurgica e cantieristica di svilupparsi grazie alle commesse statali) e cosa ci sarà dopo (una tragedia per i popoli oggetto delle mire espansionistiche italiane, ma anche per migliaia di soldati inconsapevoli, che saranno mandati allo sbaraglio per fare la ricchezza di pochi).

La svolta verso la concretizzazione di tante confuse aspirazioni fu determinata da due avvenimenti quasi contemporanei, ben diversi tra loro, ma ugualmente allarmanti per la fragile borghesia italiana: l’entrata in funzione, nel 1869, del Canale di Suez, gestito da una società internazionale in cui gli investitori italiani erano pochissimi, e la Comune di Parigi del 1871, che terrorizzò i borghesi di tutto il mondo e diede nuovo fiato ai paladini della deportazione.

Il già ricordato Leone Carpi avvertiva che era imminente “l’irruzione del brulicame popolare”, che si stava “organizzando nella penombra”; se non si provvede in tempo, “non si avranno altri rimedi all’infuori del ferro e del fuoco”. La soluzione era quella di lanciare “le nostre popolazioni inquiete nelle grandi avventure marinaresche”, con minore lavoro per tribunali e polizie e “minori inquietudini riguardo alle mene socialiste e internazionaliste”. Per i recalcitranti, intanto, bisognava seguire l’esempio della Francia, che aveva spedito in Caienna e in Nuova Caledonia i sopravvissuti ai massacri seguiti alla sconfitta della Comune, e quindi intensificare la ricerca di una colonia penitenziaria.

L’occasione venne da un ex missionario, che aveva addirittura preceduto il Massaia in Etiopia, Giuseppe Sapeto; questi propose al ministro degli Esteri, Luigi Menabrea, l’acquisto di una base italiana sulla costa eritrea, per prepararsi alla nuova situazione creata dall’apertura del Canale. Venne inviato a tamburo battente “in missione segretissima” nel Mar Rosso, accompagnato dal contrammiraglio Acton, che viaggiava in incognito. Presto scoprì di essere solo una pedina secondaria del gioco. Era convinto “di non essere altro che il prestanome del governo”, ma si rese conto di essere soltanto l’agente dell’armatore Rubattino (lo stesso che aveva fornito, non disinteressatamente, le navi per la sfortunata spedizione di Pisacane a Sapri, e quelle per la spedizione dei Mille).

Anche in questo caso il Rubattino, che era un volpone, si fece anticipare le spese dal governo, e fece acquistare dal Sapeto per 6.000 talleri di Maria Teresa (30.000 lire italiane di allora) la baia di Assab da due capi locali, i “sultani” Hibrahim e Hassan, che non avevano tuttavia reali diritti di sovranità sulla zona.

L’accordo venne stipulato nel novembre 1869, completato nel marzo del 1870. Il 25 aprile di quell’anno la nave Africa partiva per l’Italia, lasciando sul posto una baracca e dei pali con cartelli che delimitavano la “Proprietà Rubattino”. Il 29 aprile una nave da guerra egiziana sbarcava nella baia, rivendicando la sovranità su di essa. I soldati distruggevano baracca e pali, e li usavano per dare una scarica di legnate ai due presunti sultani.

Siamo ancora alla farsa. Ma il seme era gettato e, quando dodici anni dopo le difficoltà dell’Egitto impegnato nella lotta contro la rivolta del Mahdi lo consentiranno, verrà messo a frutto: dal Rubattino, in primo luogo; egli rivendette al governo italiano, nel 1882, la baia, in cui non aveva fatto nulla, per una somma dieci volte superiore a quella spesa. Alcuni, calcolando le spese della prima spedizione parlano solo di quattro volte, che non è poco, ma sorvolano sul fatto che anche l’acquisto della nave (e di altre quattro usate per creare artificiosamente una linea commerciale – senza clienti - sulla rotta dell’India), erano state anticipate senza interessi dallo Stato. Le navi italiane (tutte del Rubattino) che passano il canale rappresentano l’1% del tonnellaggio globale, e sono per giunta quasi sempre vuote.

È una caratteristica costante del capitalismo italiano, fin dai suoi inizi: si proclama liberista a parole, ma ha bisogno sempre di sovvenzioni ed esenzioni di ogni genere. Il capitalismo italiano aspira a rapinare altri popoli, ma per il momento svaligia le casse dello Stato.

Nel frattempo, qualche viaggiatore avventuroso si era dedicato al commercio con l’Etiopia, tentando di vendervi i nostri tessuti, ma senza successo, essendo quelli locali “più soffici e resistenti”. Si ripiegò sulle “immagini religiose e statuette, in legno e metallo, a imitazione di argento e bronzo”. Ma un inviato del ministero degli Esteri, Entico Tagliabue, dopo un sopralluogo conclude: “abbiamo scelto la più miserabile terra d’Africa perché più alla mano”, dato che “un anno di commercio d’Etiopia non equivale a una settimana di dogana di Bombay”. E il bilancio del 1881 della sovvenzionatissima Società italiana di commercio con l’Africa si chiude con una fortissima perdita secca. Chi la paga? Non è difficile indovinarlo.

Quando avviene la “riconquista” di Assab e si gettano le basi della “Colonia Eritrea”, cominciano ben altre difficoltà che, dopo una serie di scaramucce locali, porteranno al conflitto con lo Stato etiopico che, pur arretrato e diviso, troverà la propria coesione contro gli invasori. Si vedrà ad Adua (e prima a Dogali e in altre penose e umilianti sconfitte) che l’esercito italiano non era in grado di affrontare una guerra di conquista. Non a caso si è parlato di “imperialismo straccione”...

E quella storia, fin dalle prime fasi, è intessuta di crimini, di oltraggi alle culture locali, di miserabili affari, condotti da famelici imprenditori e da fornitori di armi, vettovaglie ed equipaggiamento di ogni genere all’esercito, i quali prosperano all’ombra della corruzione dei funzionari locali e centrali.

Ma il “destino coloniale” dell’Italia era deciso. Verrà il turno della Somalia, poi della Libia (lo “scatolone di sabbia” di cui parlava Salvemini, e che non portò alcun beneficio al paese conquistato, e nemmeno al conquistatore, ma ad sicuramente ad alcuni disinvolti capitalisti rampanti).

Non possiamo tracciare qui la storia di tutti i crimini efferati che hanno accompagnato quelle imprese, e che avranno il culmine, nel 1935, nell’impresa di Etiopia: rinviamo ai libri di Rochat, di Santarelli e soprattutto di Del Boca, che ha ricostruito in molti preziosi volumi la vicenda dell’effimero impero coloniale italiano.

Ma, a chi parla della “missione di civiltà”, vorremmo solo ricordare il bilancio della presenza coloniale italiana in Africa. Quando, nel 1932 (non nel 1911, come si potrebbe desumere dalla maggior parte dei testi di storia per le scuole), la conquista della Libia fu completata con la sconfitta del vecchio capo del movimento di resistenza Omar al-Mukhtar, (impiccato come “ribelle” a un potere che non aveva mai riconosciuto), la popolazione era diminuita del 20%, e quello che allora era il patrimonio principale del paese, l’allevamento degli ovini, si era ridotto del 95% rispetto all’ultimo censimento turco del 1910. Le truppe italiane uccisero, stuprarono, rubarono quel che si poteva rubare; i capitalisti italiani, come il “conte” Volpi di Misurata, si impossessarono delle poche terre coltivabili, cacciandone quelli che le avevano dissodate da generazioni.

Ci sono in lizza anche gli Stati Uniti

 

Abbiamo già trovato gli Stati Uniti a Beirut, ma si potrebbe obiettare che in fondo si trattava solo di una scuola. Il luogo comune più diffuso è che gli Stati Uniti, essendo nati da una rivoluzione di liberazione dal colonialismo, sarebbero quindi una potenza anticoloniale. Peccato che siano intervenuti decine di volte da padroni in molti paesi dell’America Latina, e non solo.

La loro “area di influenza”, fin dal secolo scorso, è infatti assai più vasta. Già nel 1801 avevano fatto un inglorioso sbarco a Tripoli, ricordato nell’inno dei marines e dimenticato dai libri di storia più diffusi. Il pretesto era stato un affronto al loro console, come in molte altre imprese coloniali. Dopo vari bombardamenti della città, tentarono di conquistarla, ma l’impresa finì male. I tripolini fecero molti prigionieri, duecento in più dei locali catturati dagli statunitensi in ritirata. Alla fine si giunse a uno scambio di prigionieri e gli Stati Uniti dovettero pagare un cospicuo indennizzo per pareggiare il conto. Era finita male, ma ci avevano provato. Nel 1815 fecero un altro tentativo del genere, ad Algeri.

Per alcuni decenni non tentarono più avventure in terre così lontane, ma si dedicarono alla conquista della metà del Messico. Poi, nel 1853, il commodoro Perry era arrivato nella baia di Yokohama con una potente flotta e, l’anno successivo, aveva imposto l’umiliante trattato di Kanagawa, che accordava agli Stati Uniti due porti, con dogane e giurisdizione propria. Alcune reazioni xenofobe avevano provocato rappresaglie umilianti, mentre altre potenze europee comparivano per rivendicare analoghi diritti (nel 1858 furono imposti “trattati ineguali”, che suscitarono nuove reazioni ostili e prepararono la svolta del 1868, di cui parleremo più avanti).

Gli Stati Uniti fecero il passo successivo attaccando la Spagna, nel 1898, con il pretesto dell’esplosione dell’incrociatore Maine ancorato nel porto dell’Avana, di cui non sono mai state chiarite le cause, e dopo un’intensa campagna di stampa, che denunciava le atrocità dell’esercito spagnolo contro la popolazione cubana. Le atrocità c’erano e terribili (tra il 1895 e il 1898, la popolazione dell’isola passò da 1.800.000 persone a 1.500.000, anche per effetto della “riconcentrazione” della popolazione delle campagne nelle città o in veri e propri campi di concentramento). Ma, che il motivo dello sbarco statunitense fosse un altro, divenne subito evidente.

L’esercito rivoluzionario mambí, che aveva già liberato l’isola quasi completamente e aveva consentito la rapida occupazione di Santiago de Cuba da parte delle truppe USA, fu subito messo da parte e trattato come una “banda di straccioni”, soprattutto perché composto da negri anche nei gradi superiori, cosa che faceva inorridire gli ufficiali statunitensi, che fraternizzarono invece con i colleghi e i funzionari spagnoli.

E la stessa guerra “ispano-americana” (come se i cubani non fossero anch’essi “americani”) fu il pretesto per occupare anche Porto Rico, Guam e le Filippine. I primi due territori sono tuttora occupati dagli Stati Uniti; le Filippine si liberarono solo dopo la Seconda guerra mondiale, e Cuba fu trasformata nel 1902 in uno Stato solo formalmente indipendente, una volta verificato che un’occupazione diretta creava più problemi di una dominazione indiretta, basata sulla corruzione ma anche su una clausola inserita nella Costituzione cubana che affidava agli Stati Uniti un formale diritto di ingerenza negli affari interni del paese.

La Russia zarista

 

La storiografia ufficiale sovietica del periodo staliniano e post-staliniano sorvola sulla politica coloniale dello Stato zarista. Ma la conquista del Caucaso e di vasti territori dell’Asia centrale e settentrionale fino al Pacifico ha le stesse caratteristiche di quelle fatte da altri paesi, tranne per il fatto che l’annessione avviene su territori contigui. Cosa cambia? Una parte delle zone conquistate erano effettivamente poco popolate, ma altre (ad esempio Bukhara e Samarcanda, la Georgia, l’Armenia, ecc.) avevano vere e proprie strutture statali che furono distrutte con la violenza o l’inganno. Perfino la piccolissima Cecenia, conquistata nel 1817, condusse una generosa lotta di liberazione, iniziata nel 1818 e sconfitta solo nel 1864 con una durissima repressione.

Le conquiste nell’Asia Orientale furono effettuate con i mezzi classici di ogni impresa coloniale, ai danni delle popolazioni indigene e della Cina, a cui furono sottratti vari territori, finché non ci si scontrò con un altro espansionismo, tanto più pericoloso in quanto a lungo sottovalutato: quello giapponese.

Al momento della guerra russo-giapponese del 1904-1905 lo zar Nicola II non pensava solo di creare un diversivo che allontanasse il pericolo di un’esplosione rivoluzionaria (che invece fu accelerata dall’esito catastrofico del conflitto), ma riteneva di potere liquidare in poco tempo quelli che chiamava con arroganza razzista i “macachi giapponesi”. Questi invece in quella occasione dimostrarono al mondo che cosa erano riusciti ad apprendere dall’Occidente in appena cinquant’anni.

Il Giappone… l’eccezione che conferma la regola

 

Dopo l’umiliazione inflitta dal commodoro Perry nel 1853 e quelle successive dei “trattati ineguali”, una parte delle classi dominanti giapponesi avevano infatti preparato una rivincita. Ma non fu affrettata e impulsiva. Prima di tutto, l’imperatore Mutsuhito, appoggiandosi su una ristretta cerchia di nobili e di mercanti e facendo leva sull’orgoglio nazionale ferito dagli stranieri, si liberò della dinastia dei Tokugawa, gli shogun (formalmente capi del governo, che detenevano però fin dal XVII secolo tutto il potere effettivo) e avviò una modernizzazione accelerata. I migliori giovani delle famiglie nobili furono inviati in tutto il mondo per studiare tecniche produttive, forme di governo, sistemi di istruzione e l’organizzazione militare.

Senza rendersi conto, un po’ tutti i paesi contribuirono a fornire elementi per questa trasformazione. I giovani giapponesi delle classi alte vennero inviati in Europa e negli Stati Uniti per studiarne le istituzioni e soprattutto la tecnologia. L’Italia, la Germania e l’Inghilterra fornirono le prime navi moderne per la flotta (riprodotte subito dopo nei cantieri locali), la Prussia il modello di esercito, la Francia quello dell’istruzione e della suddivisione amministrativa.

Una singolare combinazione dello sfruttamento feroce dei contadini nelle campagne e nelle prime industrie (sorte impossessandosi della tecnica “occidentale”, ma utilizzando i vecchi legami di dipendenza feudale) con una modernizzazione accelerata pilotata dallo Stato, diede origine a un paese che, in pochi decenni, riuscì a entrare da protagonista sulla scena internazionale, prima con la guerra contro la Cina per Formosa e la Corea nel 1894-1895, poi con quella con la Russia zarista nel 1904-1905.

Come è stato possibile al Giappone sfuggire alla sorte che ha ridotto a colonie o semicolonie gli altri paesi oggetto delle mire europee o statunitensi? Probabilmente, la ragione principale è che il paese è povero di risorse naturali, non ha un clima che consenta piantagioni tropicali o fornisca legnami pregiati, mentre la Cina è ricca ma difficile da conquistare stabilmente, ed è vicina al Giappone ma lontanissima dai grandi paesi imperialisti.

Così, il Giappone viene sottovalutato come futuro concorrente, e considerato un disponibile fornitore di truppe coloniali per operazioni di polizia in Cina (ad esempio contro la rivolta xenofoba dei boxer tra il 1898 e il 1900). Riesce quindi, nell’ombra, a curare i propri interessi. Alla fine della Prima guerra mondiale, in cui entra al fianco delle potenze dell’Intesa, si impossessa delle posizioni tedesche in Cina (legazioni extraterritoriali e zone di influenza).

Un bilancio sommario della divisione del mondo

 

Nel corso del XIX secolo si è passati dalla conquista di terre disabitate (o rese tali) come basi per il commercio o la rapina di merci e uomini (la tratta) alla politica delle cannoniere per imporre l’apertura dei mercati di grandi imperi che non è possibile conquistare direttamente. L’unico di essi che diventa possesso di una sola potenza è l’India, e anche se la sua conquista si fa risalire all’apertura delle prime basi, essa si è sviluppata nella prima metà del secolo e completata nella seconda.

Al tempo stesso si moltiplicano le conquiste di vasti territori dove non esistono strutture statali forti, o sono in crisi per conflitti interni.

Lo sviluppo accelerato della tecnologia applicata all’industria militare europea rende la disparità di forze praticamente insormontabile; ma, pur non essendo comparabili le perdite dei vinti e dei vincitori, anche questi pagano un prezzo altissimo.

La storiografia, anche contemporanea, di ciascun paese descrive solo e con sdegno le momentanee sconfitte (attribuite alla “barbarie” di chi recalcitrava di fronte ai “benefici della civiltà”), ma per ciascun morto subito dai conquistatori ce ne sono almeno cento dall’altra parte nel conto finale. Comunque ogni paese colonialista ha avuto le sue Adua o Sciara Sciat.

Se le conquiste sono state abbondantemente bagnate di sangue, il mantenimento del controllo di paesi a volte assai più grandi della cosiddetta “madrepatria” ha avuto anche altri prezzi: in primo luogo, ovunque, espropriazioni delle terre migliori, acquistate in genere da chi non ne era proprietario, ma che viene riconosciuto come tale da chi acquista con una mandria di vacche o un pugno di talleri intere regioni.

È avvenuto in ogni impero coloniale, ma anche in penetrazioni considerate di altro tipo: ad esempio i sionisti in Palestina si sono impossessati delle terre migliori acquistandole da “proprietari” assenteisti, che si limitavano a riscuotere modeste rendite dai contadini che vi lavoravano da moltissime generazioni, e che consideravano solo un’imposta quella rendita, e loro quelle terre, da cui invece furono scacciati con la forza.

In alcuni casi, come per l’Italia ad Assab, o l’Inghilterra nel Kuwait, anche l’acquisto dei diritti di sovranità avviene inventando un sovrano.

Vedremo poi, nel capitolo sul “capitalismo come distruzione”, gli effetti nefasti di quelle conquiste, soprattutto sul terreno della distruzione delle forme tradizionali di agricoltura, che assicuravano una modesta sussistenza a tutta la popolazione, per imporre una monocoltura o uno sfruttamento di risorse minerarie, che trasformano il paese da autosufficiente in dipendente da un mercato mondiale incontrollabile, con effetti che perdurano anche quando avrà riconquistato l’indipendenza.

Le conferenze internazionali

 

Tutte queste conquiste vengono regolate da Conferenze internazionali, che tracciano quei confini dell’Africa (e di altre parti del mondo) che sono uno dei lasciti più pericolosi del colonialismo, perché spesso dividono un popolo in tre o quattro Stati (si pensi ai curdi) e accorpano in un solo paese etnie differentissime tra loro. Queste Conferenze, di cui la più famosa è quella di Berlino del 1884 sull’Africa, per molti aspetti anticipano la Società delle Nazioni e l’ONU.

La Conferenza dell’Aia del 1899 sul disarmo, promossa da Nicola II, fece sprecare molto inchiostro per sostenere che grazie ad essa non ci sarebbero state più guerre. Serviva invece allo zar per recuperare il ritardo nella corsa agli armamenti, cercando di ostacolare i rivali.

In quell’anno doveva essere assegnato il primo Premio Nobel per la pace, e fu proposto proprio quell’infame assassino che di lì a poco avrebbe scatenato la guerra russo-giapponese. L’unica cosa buona che fece in vita sua Nicola II fu il rifiuto del premio. Ma molti altri vincitori dei primi premi Nobel per la pace, a partire da Teodoro Roosevelt, che aveva invaso Cuba in nome della dottrina Monroe, non erano da meno.

E quelle Conferenze - come la Società delle Nazioni e poi l’ONU - non garantirono alcuna pace e alcuna giustizia, ma solo le spartizioni del bottino tra gli Stati imperialisti. La Società delle Nazioni non riuscì neppure a impedire gli attacchi a Stati sovrani che ne facevano parte, come nel caso dell’aggressione italiana all’Etiopia nel 1935, che anticipò la capitolazione di Monaco di fronte a Hitler. La conferenza di Monaco, che sancì la fine della Cecoslovacchia, in realtà fu un incontro al vertice tra Germania, Francia, Italia e Germania, ma la Società delle Nazioni, come in tanti altri casi, era assente e scavalcata. Era il primo atto della Seconda Guerra Mondiale.

A questo proposito va ricordato che attribuire tutti gli orrori del nostro secolo al solo Hitler significa dimenticare i precedenti e, soprattutto, usare due pesi e due misure: uno studioso palestinese di origine ebraica, Ilan Halévy, ha detto giustamente che l’indignazione e lo stupore per il cosiddetto “Olocausto”, considerato un fenomeno unico, irripetibile e senza precedenti, è possibile solo dimenticando i tanti genocidi compiuti nel quadro delle conquiste coloniali, che non vengono presi in considerazione perché colpivano popoli extraeuropei. Lo sterminio degli ebrei suscita tanta emozione solo perché per la prima volta le vittime erano europee.

Nessuno ricorda il caso dell’America settentrionale, o di quella centrale, i cui abitanti furono sterminati e i sopravvissuti privati di ogni diritto. D’altra parte, anche in Argentina e in Cile, dopo l’indipendenza, ci fu la stessa caccia agli indigeni, considerati assurdamente intrusi ed estranei.

  • ·Il capitalismo come distruzione 

Il ruolo distruttivo del capitalismo non si manifesta solo con le guerre tra gli Stati capitalisti e con quelle di conquista del mondo extraeuropeo. Il peggio, paradossalmente, non è la guerra in sé, ma le sue finalità. La nuova conquista del mondo ha come fine non solo quello di assicurare risorse naturali e umane a buon mercato (questo caratterizzava anche gli imperi dell’antichità e la prima fase del colonialismo), bensì quello di eliminare gli ostacoli all’espansione dei profitti capitalistici, eliminando gli ostacoli rappresentati dall’economia naturale, dal legame tra contadini e terra, dall’artigianato.

Il capitalismo si è sviluppato in Europa in un ambiente sociale non-capitalistico: l’economia servile nelle campagne, l’artigianato corporativo in città; poi, eliminato il feudalesimo, un ambiente prevalentemente artigiano-contadino, con una produzione semplice di merci nell’agricoltura e nei mestieri tradizionali, a cui si aggiungeva la gigantesca fascia di civiltà extraeuropee in cui si trovavano le forme più diverse di organizzazione sociale (dalle tribù primitive di cacciatori, pescatori e allevatori nomadi fino alla produzione contadina e artigiana di merci).

Lo scambio ineguale affonda le sue radici in questa diversità di sviluppo; ma il capitalismo non aveva bisogno di ciascuna di queste forme di produzione non-capitalistiche: non sapeva che farsene delle forme di produzione ad economia naturale, in cui l’elemento dominante era la produzione per la soddisfazione dei bisogni interni, ed era quindi estremamente ridotta la richiesta di merci di provenienza esterna. Inoltre, tutte le forme di organizzazione sociale precapitalistica, da quelle comunistiche primitive a quelle feudali, si basavano sul vincolo tra il principale mezzo di produzione – il suolo – e le forze lavoro, vincolo sancito dal diritto formale o dalla consuetudine.

Questa lotta in Europa assunse un carattere progressivo, attraverso le rivoluzioni borghesi che spezzarono le strutture feudali, pur presentando in molti casi il costo umano di un peggioramento delle condizioni della maggior parte dei contadini, cacciati con le enclosures da quelle che consideravano le “loro” terre, e privati dei tradizionali usi civici di pascolo, legnatico, spigolatura. Abbiamo d’altra parte già visto, nel capitolo sull’orario di lavoro, come questo sia stato allungato rispetto a quello consolidatosi in una tradizione plurisecolare.

La distruzione delle economie tradizionali

 

Nel resto del mondo, questo processo si realizzò attraverso le guerre, con la conseguente imposizione di un pesante carico fiscale, la sottrazione violenta di terre, il basso prezzo delle merci, che diede un colpo mortale all’artigianato locale. Si “liberavano” così imponenti forze lavoro, che venivano costrette a lavorare per il capitalismo, con la perdita delle tradizionali fonti di sussistenza ma - se necessario - con l’imposizione a mano armata di dure corvées.

Nel mondo extraeuropeo il capitale si scontra con formazioni sociali non orientate verso lo scambio, o non disposte a vendere i più importanti mezzi di produzione: la terra, il sottosuolo, le acque, le foreste, il patrimonio zootecnico dei popoli allevatori. Affidarsi al processo di disfacimento interno, graduale e magari secolare, di queste economie naturali, attendendo che il commercio ineguale realizzasse la progressiva alienazione dei mezzi di produzione, appariva inaccettabile al capitalismo in ascesa. Da qui la “necessità” dell’appropriazione rapida e inevitabilmente violenta di tutti i mezzi di produzione, attraverso un’opera pianificata e sistematica di distruzione delle società tradizionali.

Un processo che continua ancora oggi

 

Non si tratta più della cosiddetta “accumulazione primitiva”, ma di un processo che dura ancora ai giorni nostri, come rilevava Rosa Luxemburg nel 1913, e come scopre chiunque oggi si occupi della situazione nell’Amazzonia o nel Messico, a partire dal Chiapas.

Polemizzando con i socialdemocratici che avevano la speranza di “poter orientare il capitalismo verso la pura ‘concorrenza pacifica’, cioè verso il normale scambio delle merci così come si effettua fra paesi a produzione capitalistica, quale unica base della sua accumulazione”, Rosa Luxemburg sosteneva appunto (in L’accumulazione del capitale) che si basavano sulla “illusione teorica che l’accumulazione capitalistica possa fare a meno delle forze produttive”, accontentandosi della modestissima domanda delle strutture sociali precapitalistiche e aspettando il “lento processo di disgregazione interna dell’economia naturale”.

La grande marxista polemizzava negli stessi anni anche con le illusioni che il carattere multinazionale delle principali imprese capitalistiche e la tremenda potenza raggiunta dalle armi distruttive potesse evitare la guerra, che lei invece vedeva prossima, attraverso i sintomi dell’enorme sviluppo del militarismo e dei conflitti indotti dalle principali potenze, ad esempio nei Balcani.

La violenza, in realtà, non è separabile dal capitalismo, perché esso non conosce altra soluzione ai suoi problemi. Applicata sistematicamente nei confronti del resto del mondo, viene usata anche nei rapporti tra le maggiori potenze, quando gli spazi si restringono e ciascuna cerca di invadere il campo dei concorrenti. In ciascun paese le anime belle denunciano i crimini coloniali del principale rivale, ma i metodi applicati sono più o meno gli stessi, da parte di tutti.

Il modello classico: la distruzione dell’economia indiana

 

La forma più classica di conquista si riscontra nella prima colonizzazione moderna, quella dell’India.

La comunità di villaggio di tipo comunista (cioè basata sul possesso in comune della terra indivisa) era sopravvissuta in India a tutte le conquiste: da quella dei persiani nel VI secolo a. C., a quella di Alessandro Magno, da quelle degli Sciti, degli Arabi, dei Tartari, a quella del Gran Mogol.

Tutti i conquistatori procedettero all’assoggettamento e sfruttamento del paese, imposero un tributo annuo in natura a ogni contadino, e fecero scorrere fiumi di sangue se incontravano resistenza, ma nessuno “ebbe interesse a sottrarre al popolo le sue forze produttive e ad annientarne l’organizzazione sociale”. Nessuno, tranne gli inglesi.

L’alito pestifero della civiltà capitalistica compì in breve tempo ciò che millenni non avevano saputo fare: la rovina dell’intera organizzazione sociale popolare. Scopo del capitalismo inglese era in definitiva la presa di possesso violenta della base fondamentale di vita delle comunità indiane, la terra. (Ivi)

Questo scriveva la Luxemburg; ma anche una studiosa nordamericana dei nostri giorni, Helen B. Lam, del Massachussetts Institute of Technology, ammette che l’India aveva raggiunto nel XVIII secolo

un elevato grado di sviluppo della fase preindustriale. L’agricoltura era abbastanza sviluppata da sopperire ai bisogni di un numero relativamente elevato di lavoratori non agricoli: c’erano artigiani altamente qualificati per quanto riguarda il ferro, l’acciaio, i tessili, le costruzioni navali e il lavoro con i metalli. L’India produceva merci manifatturate non solo per consumo proprio, ma anche per l’esportazione.

Le sue risorse di ferro e carbone erano abbondanti e non lontane tra loro, la sua ricchezza economica era stata controllata da secoli da mercanti-banchieri e da prìncipi che prelevavano il surplus della produzione rispetto al consumo sotto forma di una tesaurizzazione non utilizzata di oro e di argento, che poteva diventare una potenziale fonte di fondi di investimento.

Alla logica domanda su che cosa ha impedito a questa combinazione di circostanze evidentemente favorevoli di determinare uno sviluppo economico in grado di realizzare un progresso a ritmo sempre più rapido, la Lam risponde che, “nonostante le molte complessità e anomalie della situazione”, la spiegazione è semplice: “i rapporti coloniali hanno per certi aspetti subordinato lo sviluppo capitalistico dell’India, e per altri aspetti lo hanno bloccato”.

Il furto della terra

 

In primo luogo, gli inglesi donarono l’intera India in possesso privato al Gran Mogol e ai suoi luogotenenti, per poi ereditarla come loro “legittimi successori”.

Già nel 1793, gli inglesi trasformarono in proprietari fondiari gli zemindari, gli esattori di imposte musulmani, creandosi una solida base di appoggio nel paese contro le masse contadine. E, ad ogni rivolta contadina, vennero espropriati gli zemindari che l’avevano appoggiata o non combattuta a sufficienza, mentre altri preferirono vendere agli inglesi, a modico prezzo, le terre che questi avevano “regalato” loro.

Successivamente, il carico fiscale fu inasprito al punto che anche i contadini che non avevano ancora perso la terra dovettero ipotecarla per pagare le tasse, per cui la persero in un secondo momento. E gli usurai penetrarono nei villaggi indiani, radicandovisi come un cancro che divorava l’intera organizzazione sociale. Per accelerare il processo, gli inglesi, impossessatisi di quasi tutto il paese dopo la rivolta dei sepoys del 1857, introdussero una legge che calpestava tutte le tradizioni e i concetti giuridici delle comunità di villaggio: la vendita forzosa dei campi comunali, a copertura degli arretrati nelle imposte.

Naturalmente, l’imperialismo britannico giustificò queste brutali spoliazioni, mobilitando insigni giuristi ed economisti accademici, i quali teorizzarono che la terra in India apparteneva al sovrano, dato che, “se ammettessimo che non fosse lui il proprietario, non saremmo in grado di dire chi ora sia”.

Questo sillogismo di James Mill si reggeva solo perché nessuno aveva chiesto a chi coltivava la terra di chi questa fosse.

L’impoverimento crescente di un paese prospero

 

Così fu creata la grande proprietà fondiaria in India, in mano a possidenti inglesi, o anche locali, coinvolti nello sfruttamento dei contadini e nel sostegno alla dominazione straniera. Il risultato fu che, in pochi anni, i contadini si trasformarono in una massa impoverita e proletarizzata di piccoli affittuari con canoni di affitto a breve termine.

E cominciarono le tremende carestie, che sterminarono milioni di persone, in un paese che sotto tutte le dominazioni precedenti era rimasto sostanzialmente prospero. La prima di una lunga serie si verificò già nel 1867, appena dieci anni dopo la conquista definitiva, e provocò un milione di morti nel solo distretto di Orissa, obbligando il parlamento britannico ad aprire una inchiesta, conclusasi con disposizioni amministrative che vietavano l’alienazione forzata delle terre a favore di appartenenti ad altre caste non agricole (cioè degli usurai), facendo dipendere le eccezioni dal consenso dell’esattore delle imposte (cioè del primo responsabile del dilagare dell’usura).

La carestia, d’altra parte, era stata provocata non solo dal espropriazione dei contadini e dal prelievo fiscale insensato, ma dall’abbandono di tutte le opere pubbliche di carattere economico: arabi, afghani, mongoli avevano intrapreso o favorito la costruzione di una grande rete stradale, di una gigantesca canalizzazione che permetteva di utilizzare le acque per l’irrigazione e la navigazione, avevano edificato ponti e scavato pozzi e fontanili. Il capostipite della dinastia mongola, Tamerlano, che nell’immaginario europeo appare come un barbaro distruttore, si preoccupò della coltivazione del suolo, della manutenzione delle opere di irrigazione, della sicurezza delle vie di comunicazione per viaggiatori e mercanti.

Tutti i primitivi rajah indiani o i conquistatori afghani e mongoli, a volte crudeli verso gli individui, lasciarono tracce imponenti del loro dominio, con la costruzione di splendidi palazzi, acquedotti, canali, ponti, mentre la Compagnia delle Indie, che spadroneggiò in India fino al 1858, quando il governo inglese assunse direttamente l’amministrazione dell’immensa colonia, “non ha aperto una sorgente, non ha scavato un pozzo, non ha costruito un canale, non ha eretto un ponte a vantaggio degli indiani”, scriveva Warren. E James Wilson, anche lui inglese, ammette che

nella provincia di Madras si rimane involontariamente colpiti dalle grandiose canalizzazioni secolari, le cui tracce si sono conservate fino ai nostri tempi. Sistemi di dighe, che regolavano i fiumi, permisero la creazione di interi laghi da cui l’acqua veniva trasportata mediante canali per un raggio di 60-70 miglia. Su certi fiumi vi erano da 30 a 40 dighe.

E, dopo avere descritto altre grandi opere, concludeva:

nell’epoca delle guerre della compagnia con i sovrani mongoli e, dobbiamo aggiungere, per tutto il periodo della nostra dominazione in India, sono cadute tutte in rovina.

Questa è quella che viene definita l’opera “civilizzatrice” del capitalismo. E non è stata casuale, ma deliberata, allo scopo di privare i locali delle loro fonti di sussistenza tradizionali, rendendoli disponibili come forza lavoro “libera”... di accettare lo sfruttamento come salariati.

Al capitale inglese non interessava di mantenere in vita le comunità indiane di villaggio, e tantomeno di aiutarle economicamente, ma al contrario premeva di distruggerle, di strappare loro le forze produttive. E Rosa Luxemburg concludeva:

La fame divorante dell’accumulazione, che vive per sua essenza intrinseca delle “congiunture” e non è in grado di pensare al domani, non può apprezzare il valore delle grandi opere economiche del passato da un punto di vista che guardi al di là dell’immediato presente.

L’India non rappresenta un’eccezione. Anche in Egitto, quando le esigenze del capitale imposero la costruzione di dighe per introdurre su larga scala la coltivazione del cotone nel momento in cui la guerra di Secessione degli Stati Uniti ne aveva fatto aumentare bruscamente il prezzo sul mercato mondiale, gli ingegneri inglesi dovettero riscoprire le tracce dell’antica canalizzazione, che nei decenni precedenti era stata abbandonata (mentre in India era già completamente distrutta).

Il colonialismo francese: l’Algeria

 

Non si tratta di una specificità del capitale inglese: la Francia, in Algeria, si comporta nello stesso modo, con la stessa furia distruttiva, con la stessa mistificazione di fondo: la negazione dell’esistenza della proprietà comune della terra.

Soprattutto nella Cabilia, la terra apparteneva indivisa a grandi famiglie patriarcali, o a vere e proprie tribù. Anche gli attrezzi agricoli, le armi, il denaro erano proprietà comune: ad ogni uomo apparteneva in proprietà privata solo un vestito, a ogni donna solo il corredo e gli ornamenti ricevuti in dono dallo sposo. Tutte le vesti preziose e i gioielli erano proprietà indivisa della famiglia, e potevano essere usati dai singoli solo con il consenso di tutti. Le piccole comunità prendevano i pasti in comune, le grandi (a volte di centinaia e migliaia di membri) dividevano ogni mese i mezzi di sussistenza tra i singoli nuclei familiari, secondo criteri di rigorosa eguaglianza. Stretti vincoli di solidarietà legavano tutti i membri nelle incombenze del lavoro, soprattutto nei periodi difficili. Tutto ciò venne attaccato e distrutto dagli occupanti che, per farlo, negarono perfino l’esistenza di questo sistema di proprietà collettiva, sostenendo che i turchi avevano confiscato l’intero suolo a favore del fisco.

Tre secoli di alleanza tra Francia e Algeria

 

La Francia conosceva invece assai bene la realtà algerina: nel XVI secolo Francesco I aveva stabilito accordi diplomatici con Algeri e chiesto aiuto a Khayr ed-Din, detto il Barbarossa, che era intervenuto con le sue navi contro i genovesi e contro Carlo V, che minacciava la costa provenzale.

Nel 1595 le navi algerine erano state decisive per liberare Marsiglia dalle forze spagnole, e nei due secoli successivi i rapporti commerciali e diplomatici si erano mantenuti stabili. La Francia rivoluzionaria chiese aiuto all’Algeria per spezzare il blocco navale, ottenendo rifornimenti di grano e cavalli e, successivamente, anche un prestito in denaro senza interesse. Anche dopo che Napoleone giunse al potere vennero stipulati nuovi trattati con il Dey di Algeri.

La Francia era da tempo il principale partner commerciale del paese maghrebino, ma puntava ad altro: subito dopo l’impresa d’Egitto ne progettò l’invasione, inviando nel 1808 un ufficiale ad Algeri per preparare il terreno. Ma le vicende europee, ed anche un altro insuccesso di cui i manuali in genere non parlano affatto, avevano fatto annullare per il momento il progetto.

L’insuccesso francese dimenticato riguardava un paese che era bellissimo e prospero, e che fu ridotto in condizioni da cui non si è mai più risollevato: Haiti. Napoleone vi aveva inviato oltre 20.000 soldati francesi, comandati dal generale Leclerc, suo cognato, per riconquistare la colonia, perduta per l’insurrezione degli schiavi negri che avevano preso alla lettera la parola d’ordine “Liberté, egalité, fraternité”. I francesi erano stati sconfitti dopo anni di guerra da un esercito di negri che difendevano la loro libertà. Prima di morire di peste, Leclerc, per sterminare quei ribelli, aveva progettato perfino di portare dalla terraferma serpenti velenosi (che non esistono nelle isole caraibiche). Se quel progetto criminale non fu realizzato, l'isola fu lasciata comunque dai francesi sconfitti in condizioni tremende: i campi erano diventati terra bruciata, le città distrutte, la metà della popolazione uccisa. Per ventitré anni tutto il "mondo civile" sottopose a un blocco commerciale spietato Haiti, finché l'isola non accettò di pagare alla Francia un enorme indennizzo, che avviò la fatale spirale di un debito estero impagabile.

La conquista di Algeri era stata rinviata, abbiamo detto, ma non poteva tardare molto: troppe delle potenze che avevano stabilito rapporti diplomatici con quel paese avevano provato a impossessarsene. Per primi gli Stati Uniti - che abbiamo già incontrato nella rada di Tripoli - protestano perché il Dey non avrebbe osservato un trattato di pace e amicizia stipulato nel 1795 e inviano, nel 1815, una flotta, che impone ovviamente un nuovo trattato più favorevole agli Stati Uniti. L’anno successivo c’era stato un tentativo congiunto inglese e olandese, ripetuto poi nove anni dopo, mentre la Spagna aveva cominciato a penetrare in Marocco e, dopo la perdita delle colonie più ricche e lontane, cercava di ricostruirsi un impero vicino a casa.

Tutti giustificavano i loro tentativi come una santa crociata contro un covo di barbari, pirati e schiavisti, pur essendo in quei decenni, tutti senza eccezioni, implicati nel commercio e nello sfruttamento degli schiavi. La tradizione delle imprese imperialiste presentate come “umanitarie” viene da lontano!

Le cause contingenti dell’attacco francese all’Algeria

 

Per la Francia, comunque, erano segnali d’allarme inquietanti: c’era il rischio che i legami stabiliti da tre secoli venissero vanificati dall’intervento di una potenza più dinamica. Inoltre, la monarchia di Carlo X aveva bisogno di un diversivo, nell’illusione di potere allontanare la rivoluzione, di cui si scorgevano i primi sintomi. Troveremo questo fattore infinite volte nei rapporti tra paesi imperialisti e il resto del mondo, da Nicola II di Russia che nel 1904 crede di poter togliere facilmente di mezzo i “macachi giapponesi” dalla Manciuria e allontanare il pericolo della rivoluzione, fino al caso - che sarebbe ridicolo se non avesse avuto conseguenze tragiche - di Clinton che bombarda l’Iraq o il Sudan e l’Afghanistan per recuperare consensi nei momenti in cui si riaccende lo scandalo per l’uso troppo disinvolto dello Studio Ovale per le sue squallide prodezze sessuali.

Il pretesto per l’intervento francese del 1830 fu incredibile: nel 1796 due mercanti ebrei di Algeri (secondo altre fonti, di Livorno, perché una filiale importante della loro ditta aveva sede nella città toscana), tali Bacri e Busnach, avevano venduto ingenti quantitativi di grano al governo francese (era l’epoca del Direttorio). L’operazione era stata finanziata dal Dey di Algeri con un prestito senza interessi. Nel 1819 il debito non era stato ancora saldato; poi una commissione francese si accordò con i due, riducendo tuttavia la somma dovuta da 18 a 7 milioni, che furono versati loro direttamente. Quella somma si dileguò in canali oscuri, giacché fu assorbita da alcuni crediti privilegiati vantati da personaggi che risultarono parenti o amici dei due mercanti. Al Dey non arrivò neppure un franco.

Irritato per la truffa, condotta con evidenti complicità della commissione francese, il Dey protestò più volte con il console francese Deval e, dopo otto anni di inutili discussioni, il 29 aprile del 1827 reagì invitandolo bruscamente ad andarsene (secondo il governo francese, lo avrebbe anche colpito con un ventaglio o uno scacciamosche).

Gli stessi francesi hanno fornito anche altre versioni, sempre grottesche e poco verosimili, ma l’episodio venne considerato comunque un terribile oltraggio alla bandiera francese, e divenne il pretesto desiderato per cominciare un blocco navale e poi un intervento. In realtà, il povero Dey era stato truffato a vari livelli: il prestito era stato garantito dalla Francia per mano di Talleyrand; non poteva essere ridotto con un pretesto, dato che era stato concesso senza interessi; meno che mai doveva essere pagato a persone diverse da chi lo aveva concesso.

Il 14 giugno 1830 cominciava lo sbarco: che ci fosse qualche motivo in più dell’orgoglio ferito dallo scacciamosche del Dey lo si capì subito. La spedizione era composta da 675 navi, di cui 103 militari e 572 mercantili! Alla partenza da Tolone, accanto ai marinai e ai soldati era visibile una torma di mercanti, di speculatori, di usurai, di avventurieri, che si precipitavano al seguito della spedizione per partecipare alla spoliazione delle ricchezze accumulate da secoli di commerci ad Algeri.

Il 5 luglio Algeri era occupata e il Dey dovette firmare una capitolazione che lasciava via libera agli invasori, i quali gli chiedevano di garantire la “libertà di tutte le classi degli abitanti, la loro religione, le loro proprietà, i loro commerci”. Intanto, il Tesoro del Dey e quelli delle famiglie più ricche venivano saccheggiati. Solo la metà delle centinaia di milioni di franchi oro dell’epoca prelevati arrivarono però nelle casse dello Stato francese. Nonostante ciò, il comando militare francese poteva annunciare, due giorni dopo l’entrata nella città, che quel che si era trovato copriva largamente le spese della spedizione.

Quanto ai saccheggi individuali, un testimone francese scriveva imbarazzato, cercando di scusare quell’impresa banditesca, che “quegli oggetti, quelle sete, tappezzerie, gioielli, non avevano più padroni” e, quindi, anche “ufficiali di ogni grado credettero di poter portare alle famiglie, alle loro donne, alle sorelle un ricordo di Algeri, senza mancare al loro onore”.

Il capitalismo moderno non rifuggiva, evidentemente, dai metodi usati nel passato, dalla conquista dell’America in poi. D’altra parte, settant’anni dopo, durante il sacco di Pechino e di altre città cinesi al termine della guerra dei boxer, i rappresentanti della “civiltà europea” non esitarono a scalpellare templi e palazzi antichissimi per portarsene via un pezzo come souvenir…

Una conquista difficile e spietata

 

A Carlo X quella conquista servì a poco, giacché il 29 luglio dello stesso anno dovette rinunciare al trono in favore del duca d’Orléans, divenuto re con il nome di Luigi Filippo I. E la “monarchia di luglio” ebbe un bel da fare: come accadrà nel secolo successivo per la conquista italiana della Libia, ci vorranno decenni per estendere la testa di ponte costituita ad Algeri. I militari francesi si rivelarono del tutto incompetenti nell’amministrazione, da cui cacciarono senza spiegazione tutti gli efficienti funzionari turchi, mentre l’allontanamento del Dey, invece di placare, incoraggerà la resistenza, che sarà guidata per diciassette anni da Abd el-Kader con grandi capacità politiche e militari.

La fase più cruenta della guerra di conquista finisce nel 1847, dopo crudeltà inaudite, documentate cinicamente nelle memorie e nei carteggi degli occupanti: assassinii di vecchi e bambini inermi, stupri, deportazioni, razzie. E poi cominciano la distruzione sistematica dell’economia tradizionale e l’appropriazione privata di beni comunitari.

Il progetto era chiaro fin dall’inizio, ma le alterne vicende della Francia (la monarchia borghese di luglio venne spazzata via nel 1848 dalla Rivoluzione di febbraio, e la Seconda Repubblica che ne uscì fu sostituita ben presto dal ridicolo ma sanguinoso Secondo Impero di Napoleone III, con la sua corte di speculatori e avventurieri) impedirono di procedere speditamente.

Solo dopo il crollo del Secondo Impero e la sconfitta della Comune di Parigi lo sfruttamento del paese cominciò ad assumere un ritmo rapidissimo, ripercorrendo in un tempo relativamente breve quel che l’Inghilterra aveva fatto in India nel corso di un secolo. Per imporre l’ordine, lo strumento principale fu la famigerata Legione Straniera, aperta a ogni criminale desideroso di cancellare il suo passato e tentare la fortuna.

Proprio come avevano fatto gli inglesi in India, le terre migliori dell’Algeria vengono strappate a chi le coltiva e assegnate ai coloni francesi. Il furto viene legalizzato con successivi decreti, ma le difficoltà interne e le ripetute crisi francesi limitano nella prima fase l’estensione del processo, che è tuttavia sufficiente a provocare in pochi anni terribili carestie. Come nell’India, la maggior parte delle terre strappate agli abitanti erano finite nelle mani di poche società capitalistiche - come la Setif e la Compagnia algerina - e venivano poi affittate, a condizioni pesantissime, agli stessi a cui erano state tolte, caricandoli di imposte tali da farli finire in poco tempo nelle mani degli usurai.

Vastissime zone venivano poi trasformate in vigneti, col risultato che l’Algeria, abitata al momento della conquista quasi esclusivamente da musulmani ai quali il vino è severamente vietato dalla religione, si trasformò nel maggiore produttore di vini del mondo. E quando, dopo decenni di lotte costate un milione di morti, gli algerini riuscirono, nel 1962 a liberarsi dalla dominazione francese, ereditarono un paese in sfacelo, la cui agricoltura era stata trasformata in base agli interessi degli occupanti.

La monocoltura distrugge definitivamente

l’economia tradizionale

 

La stessa vicenda ritroviamo, in forme e tempi diversi, in Kenia, in Nigeria, nel Senegal, nel Sudafrica, nel Congo, in Somalia e in tutte le altre colonie. La colonizzazione del XIX e XX secolo, che Kipling definì il “fardello dell’uomo bianco”, trasformò vaste zone in deserti, mentre in altre introdusse monocolture che erano destinate esclusivamente all’esportazione e dipendevano dagli sbalzi dei prezzi del mercato mondiale, spesso fortissimi e distruttivi; intanto, la trasformazione di vaste zone - che avevano sfamato per millenni la popolazione indigena - in piantagioni di cotone, o arachidi, o caffè, o canna da zucchero, costringeva i lavoratori locali ad acquistare prodotti alimentari importati da quella che ipocritamente si chiamava la “madrepatria”.

La monocoltura, per giunta, si estende in genere su tutto il terreno disponibile, e lo sfrutta assai più delle colture tradizionali, costringendo anche i produttori locali rimasti indipendenti o affittuari a ricorrere a quantitativi sempre maggiori di concimi chimici, anch’essi ovviamente importati, mentre la distruzione della grande varietà di colture agricole preesistenti provoca alterazioni ambientali irreversibili: muoiono la maggior parte degli uccelli e dei piccoli mammiferi insettivori, e i parassiti delle piante si moltiplicano a dismisura, costringendo a usare pesticidi e insetticidi altamente nocivi per l’uomo.

È un processo che investe anche l’agricoltura capitalistica negli stessi paesi sviluppati. Un libro famoso di Rachel Carson, un’ecologa americana, Primavera silenziosa, ha documentato negli anni ’50 i danni provocati dall’introduzione di un’agricoltura capitalistica negli Stati Uniti: la distruzione delle siepi che circondavano le proprietà dei piccoli farmers (eliminate per rendere più agevole il lavoro dei grandi trattori) ha portato alla sparizione dei pettirossi e alla diffusione incontrollata di molti parassiti, ormai senza nemici naturali. L’eliminazione dei frutteti, degli orti e dei boschi, legati ugualmente alla piccola proprietà monofamiliare passata ormai nelle mani delle banche e di grandi capitalisti agrari, ha accentuato l’erosione del suolo, con il risultato di una vera e propria desertificazione di vastissime zone un tempo fertilissime.

In piccolo, la stessa situazione è verificabile anche nell’Italia centrale, dove la vecchia azienda mezzadrile a conduzione familiare, che funzionava in modo ottimale dal punto di vista ecologico (a parte i problemi della ripartizione ineguale tra proprietario e coltivatore), è sparita, lasciando lo spazio ad aziende capitalistiche. È stato rotto il vecchio equilibrio tra seminativi a grano e a pascolo, concimati naturalmente con il letame dei bovini da latte e da lavoro presenti in ogni azienda, e il frutteto, la vigna e l’orto, che assicuravano una parte notevole dell’alimentazione. La cura di queste coltivazioni differenziate (integrate sempre da un canneto che forniva sostegni per le viti, da qualche olivo e da alcuni alberi che assicuravano la legna per il camino), occupava la forza-lavoro dell’intera famiglia, con una distribuzione del lavoro nell’arco dell’anno abbastanza razionale, che conosceva solo in alcuni periodi punte intensive. Intorno ad ogni podere c’erano animali da cortile, che integravano l’alimentazione e contribuivano alla concimazione, e nelle zone collinari qualche pecora, che forniva latte e lana per i bisogni domestici.

L’azienda moderna ha invece cancellato tutto ciò, sostituendolo con una specie di monocoltura annuale (con rotazione biennale o triennale a grano, barbabietole, girasole o soja); anche dove è rimasta di dimensioni modeste, per reggere la concorrenza delle zone di pianura occupate dalle grandi aziende capitalistiche ha distrutto gli alberi e le siepi che ostacolavano i trattori, provocando un’erosione che in poco tempo ha reso quasi inutilizzabile il terreno, che per produrre ha bisogno di concimi chimici e pesticidi in misura crescente.

Il lascito della dominazione coloniale

 

Il fenomeno, ovviamente, ha colpito ben più gravemente il mondo extraeuropeo, sottomesso con la forza, e ha provocato catastrofi ecologiche assurdamente definite “naturali”. Ed ha continuato ad aggravarsi, anche dopo la conquista della indipendenza, anche quando c’è un governo nato da una profonda rivoluzione che si prefigge di risolvere i problemi lasciati in eredità dalla dipendenza. Il caso più significativo è Cuba.

La monocoltura a canna, introdotta su larga scala nella seconda metà del XVIII secolo, aveva modificato profondamente l’ambiente dell’isola, distruggendo definitivamente l’economia tradizionale di sussistenza, basata su un’agricoltura differenziata. La dipendenza dal mercato mondiale si è sviluppata soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, provocando molti squilibri: da un lato, la flessione del prezzo mondiale dello zucchero ha provocato, in diverse occasioni, la rovina dell’intero paese; dall’altro, la riduzione drastica delle altre attività agricole ha determinato una dipendenza alimentare dall’estero, divenuta col tempo praticamente irreversibile. La popolazione ha mutato infatti gradatamente le abitudini alimentari, ad esempio con l’introduzione del pane, per il quale è stato necessario importare frumento, che cresce bene solo in zone temperate o fredde e non in quelle tropicali come i Caraibi.

Quando la monocoltura si è consolidata da secoli è difficile da sradicare, indipendentemente dalla volontà del gruppo dirigente. Durante la lotta contro Batista, nel 1958, ad esempio, i barbudos incendiarono molte piantagioni di canna: non era solo una pressione sul dittatore e sui suoi sostenitori nordamericani, ma anche il riflesso di un atteggiamento popolare di rifiuto della dipendenza dallo zucchero, condiviso in gran parte dallo stesso Fidel Castro. La stessa volontà di farla finita con la monocoltura si è manifestata dopo l’indipendenza in altri paesi ex coloniali, senza successo.

I tentativi di introdurre altre attività agricole si scontrano con fattori climatici, ma anche con la precedente distruzione della stessa cultura e tradizione contadina: la canna richiedeva solo poche cure (e una grande fatica nel taglio, almeno fino a quando, fin dai primi anni dopo la rivoluzione, la raccolta non è stata meccanizzata). Le carenze alimentari e la dipendenza dalle importazioni, su cui la stampa conservatrice fa periodicamente campagne scandalistiche, non sono un’esclusiva di Cuba, ma un eredità lasciata dalla dominazione coloniale a gran parte del mondo.

Un’altra eredità: la distruzione dell’ambiente

e delle risorse

 

In gran parte del mondo ex coloniale, con poche eccezioni, anche dopo l’indipendenza le grandi proprietà sono rimaste sotto il controllo diretto o indiretto dei dominatori. Ma, anche dove erano state nazionalizzate, il grande capitale internazionale è tornato a condizionarne il funzionamento.

La commercializzazione di qualsiasi prodotto sul mercato mondiale è praticamente impossibile per un piccolo o medio paese, e quindi la dipendenza passa attraverso le condizioni poste dai grandi gruppi che controllano l’economia e il commercio mondiale. Lo stesso accade anche per materie prime come i minerali o il petrolio: anche i paesi dove questo è stato nazionalizzato (dall’Algeria al Messico, ai paesi arabi “progressisti”), sono in crisi permanente e fortemente indebitati, perché i maggiori profitti vengono realizzati nella fase del trasporto, trasformazione e commercializzazione, mentre sulla produzione gravano i costi altissimi degli impianti di estrazione e degli oleodotti, la cui produzione è di fatto monopolizzata dai paesi imperialisti.

Nei paesi formalmente indipendenti e in realtà semicoloniali, le multinazionali continuano a spadroneggiare con effetti catastrofici sui livelli di vita e sull’ambiente. Uno dei casi più recenti è quello della Chiquita Brand, il gruppo della United Fruit che nel 1954 finanziò, insieme al governo degli Stati Uniti, l’aggressione mercenaria in Guatemala contro il governo Arbenz, “colpevole” di avere promosso una moderatissima riforma agraria, che distribuiva ai contadini le terre accaparrate dalle multinazionali per lasciarle incolte.

Oggi la Chiquita continua a fare il bello e cattivo tempo in paesi come Guatemala, Honduras, Costarica. Nelle sue piantagioni i lavoratori ricevano solo 3 o 4 dollari per sedici ore di lavoro (più quattro ore di trasporto), ma soprattutto vengono irrorati mentre lavorano da aerei che spruzzano pesticidi altamente velenosi. Ogni protesta ha avuto come risposta licenziamenti massicci dei più combattivi. In qualche caso, ad esempio in Costarica, la magistratura ha dato ragione ai lavoratori licenziati, che non sono stati tuttavia riassunti.

Questo non ci sorprende: non mancano esempi del genere anche in Italia, ad esempio nel gruppo FIAT, dall’Alfa Romeo alla FIAT Hitachi di Lecce. Ma quello che vogliamo sottolineare in questo contesto è che, sfuggendo al controllo dei lavoratori sindacalizzati, la Chiquita Brand colpisce anche i consumatori, che acquistano senza saperlo prodotti contaminati. C’è anche un altro aspetto: in quel caso, l’irrorazione viene fatta da aerei, i cui piloti almeno sono bene o male protetti; in altri casi, la fanno trattori non sufficientemente isolati (per esempio, in Puglia, nelle grandi coltivazioni di carciofi del brindisino che riforniscono i produttori del Cynar, che “fa tanto bene al fegato”!) e danneggiano lavoratori e acquirenti. Anche i piccoli coltivatori indipendenti sono costretti a usare gli stessi prodotti nocivi per reggere alla concorrenza delle grandi aziende (nessuno acquisterebbe carciofi o frutta con una macchiolina, mentre li vuole belli e… avvelenati).

Nel mondo ex coloniale, la maggior parte della popolazione è analfabeta: ad esempio, la colonizzazione italiana della Somalia, iniziata in epoca pre-fascista, completata dal fascismo e protratta in epoca repubblicana fino al 1960, ha lasciato oltre il 90% della popolazione priva della più elementare istruzione. Ed è una situazione generalizzata, a cui si sono sottratti solo pochi paesi, a partire da Cuba, che hanno realizzato una rapida alfabetizzazione di massa.

Così, in Thailandia, Birmania, Laos e altri paesi asiatici è stato diffuso al massimo il paraquat, un erbicida venduto con il nome commerciale di Gramoxone, dal gruppo agro-chimico internazionale (con base in Gran Bretagna), che viene usato senza precauzione da contadini analfabeti. Il paraquat provoca in realtà gravi danni a chi lo usa e all’ambiente, ma viene commercializzato in confezioni che si limitano a scrivere il consiglio generico di “maneggiare in modo sicuro”.

Sulle confezioni vendute in Thailandia non c’è neppure il teschio con le ossa incrociate, simbolo internazionale di veleno. Così i contadini, anche se proprietari, lo usano senza precauzioni, ad esempio mettendo i flaconi nei cesti in cui portano l’acqua da bere e la verdura che poi cucineranno al ritorno, versandolo in spruzzatori da spalla che irrorano anche loro e a volte lasciano sgocciolare il terribile prodotto sulle loro spalle. Alla fine, i contadini ignari si laveranno e puliranno lo spruzzatore nell’unica acqua di cui dispongono, nel ruscello accanto a casa. La maggior parte di essi non collega le piaghe e le vesciche che li affliggono al paraquat e, se sono braccianti, si sentono per giunta chiedere dai proprietari terrieri, locali o stranieri, di spruzzarlo più spesso.

La televisione thailandese pubblicizza spesso il prodotto, senza avvertire delle precauzioni che sarebbero necessarie per maneggiarlo. Comunque, i braccianti avrebbero difficoltà a rifiutarsi, di fronte al rischio di perdere il loro salario di un dollaro al giorno. Da parte loro, i consumatori - non solo locali - avranno l’ultima ricaduta del crimine ecologico, assorbendo i resti del pericoloso veleno finiti nel riso. Dato, inoltre, che il prodotto, prima dell’uomo avvelena le rane, che dovrebbero mangiare gli insetti e questi, quindi, si moltiplicano, occorrono anche altri prodotti chimici insetticidi, per cui la maggior parte del ricavato dalla vendita del riso finisce nelle casse dei grandi gruppi chimici multinazionali.

Abbiamo parlato della Thailandia, perché è stata oggetto di una recente denuncia di alcune ONG che operano sul suo territorio; ma si tratta di un fenomeno ormai universale.

Scheda

Un’interpretazione marxiana della distruzione

della natura

Uno dei luoghi comuni dei denigratori di Marx riguarda la sua presunta sottovalutazione dei problemi dell’ambiente. Lo hanno ripetuto i transfughi della nuova sinistra che hanno tentato di riciclarsi come “ambientalisti” e, a maggior ragione, i molti esponenti radicali che hanno usato il movimento “verde” come trampolino di lancio per le loro ambizioni politiche.

In realtà, basterebbe avere letto un po’ di Marx per scoprire che anche su questo terreno aveva colto una tendenza profonda del capitalismo. Prima di tutto, egli ha sottolineato in pagine illuminanti il rapporto esistente tra lavoro e natura:

Il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra sé stesso e la natura: contrappone sé stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita.

Il termine ricambio organico, mutuato dalle scienze sociali dell’epoca, è ancora oggi alla base di ogni riflessione ecologica. Ma vediamo le altre considerazioni, che ci sembrano importanti per capire il punto di partenza di Marx:

Il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico tra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.

 Nel suo lavoro l’uomo può soltanto operare come la natura stessa, e in questo lavoro è sempre assistito da forze naturali:

Quindi il lavoro non è l’unica fonte dei valori d’uso che produce, della ricchezza materiale. Come dice William Petty, il lavoro è padre della ricchezza materiale e la terra ne è madre.

Questo scriveva Marx nel I libro del Capitale. Ma già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 aveva denunciato gli effetti del capitalismo sui lavoratori:

Persino il bisogno di aria libera cessa, per l’operaio, di essere un bisogno; l’uomo torna ad abitare caverne, ma che ora sono avvelenate dai mefitici miasmi della civiltà e che egli occupa soltanto precariamente, in quanto gli sono qualcosa di estraneo che gli viene meno da un giorno all’altro […] La luce, l’aria, ecc., la più elementare pulizia animale cessa di essere per l’uomo; il sudiciume, questa depravazione e corruzione dell’uomo, la fogna (alla lettera) della civiltà gli diventa l’elemento in cui vive.

Il capitalismo costringe senza scrupoli l’umanità alla “produzione per la produzione”, senza preoccuparsi del suo costo umano. Ogni capitalista lo fa non per una perversione soggettiva, ma perché costretto dalle leggi della concorrenza ad adeguarsi alle “leggi immanenti del modo di produzione capitalistico”, che assumono il carattere di “leggi coercitive esterne”. E Marx non si preoccupa solo delle conseguenze di queste leggi sulla condizione operaia, ma affronta il problema delle ripercussioni sulla natura, compresa quella umana. Nel capitolo del Libro I del Capitale, che abbiamo già utilizzato parlando della tendenza del capitalismo al prolungamento della giornata lavorativa fino ai limiti estremi della sopportazione umana, riprende il discorso in una prospettiva più ampia.

Il capitale, che ha così ‘buoni motivi’ per negare le sofferenze della generazione di lavoratori che lo circonda, nel suo effettivo movimento non viene influenzato dalla prospettiva di un futuro imputridimento dell’umanità, […] né più né meno di quanto su di esso influisca la possibilità della caduta della terra sul sole. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione sulle azioni, che il temporale una volta o l’altra deve scoppiare, ma ciascuno spera che il fulmine cada sulla testa del suo prossimo e non prima che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d’oro. Après moi le déluge! è il motto di ogni capitalista e di ogni nazione capitalistica. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell’operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società.

La preoccupazione non era solo la salute dell’operaio, ma il fatto che l’accumulazione di una grande parte della popolazione in grandi centri urbani

turba il ricambio organico tra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo.

 Di fatto, era la premessa di un’attenzione al problema dei rifiuti e del loro riciclo naturale. Altro che “vecchiume superato”, come da un secolo e mezzo ripetono i suoi detrattori! E infatti, nel Libro III del Capitale, Marx si pone esplicitamente il problema, cogliendo da un lato la nuova possibilità di “utilizzo dei residui della produzione e del consumo” aperti dal modo di produzione capitalistico, dall’altra la concreta realtà che “gli scarti dell’industria e dell’agricoltura”, e gli stessi residui del consumo “derivanti dal consumo fisiologico umano”, che potrebbero essere “di grandissima importanza per l’agricoltura”, registrano “in regime di economia capitalistica sprechi colossali”.

Tanto nell’industria quanto nell’agricoltura moderna, egli osservava, l’aumento della forza produttiva e la maggior quantità di lavoro resa esuberante

vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza-lavoro. E ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte del rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti di questa fertilità. Quanto più un paese, per esempio gli Stati Uniti dell’America del Nord, parte dalla grande industria come sfondo del proprio sviluppo, tanto più rapido è questo processo di distruzione.

Gli sviluppi del capitalismo nel resto del mondo, che Marx aveva osservato già con molta attenzione, ma su cui non disponeva ancora di molte fonti importanti, hanno confermato che questo processo è ancora più accentuato nei paesi lontani dal proprio: si pensi alla distruzione accelerata delle foreste, o ai materiali tossici spediti in discariche nei paesi del terzo mondo, o nella Germania Orientale, di cui si sono resi responsabili senza eccezione tutti i paesi capitalistici europei.

Marx sottolineava dunque che la produzione capitalistica, mentre sviluppava “la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale” (cosa che egli apprezzava), minava al contempo “le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’uomo”. Egli si riferiva soprattutto all’agricoltura, su cui aveva letto con interesse i trattati del Liebig, il chimico che inventò i processi di conservazione della carne (e di produzione dell’estratto che porta ancora il suo nome). Egli osservava che anche chimici agrari assolutamente conservatori ammettevano che “un’agricoltura veramente razionale trova dappertutto delle barriere insormontabili nella proprietà privata”, senza che peraltro trovino soluzioni credibili, soprattutto perché non vogliono mettere in discussione il monopolio della proprietà privata del globo terrestre. Nel Libro III del Capitale Marx scriveva che, invece, era questa la chiave del problema:

La dipendenza dalle oscillazioni dei prezzi di mercato, nella quale si trova la coltura dei particolari prodotti della terra, e la continua trasformazione di questa coltura in armonia con queste oscillazioni di prezzo, tutto lo spirito della produzione capitalistica, che è orientato verso il guadagno rapido e immediato, sono in opposizione con l’agricoltura, che deve tenere presenti tutte le permanenti condizioni di vita delle generazioni che si susseguono; un esempio lampante sono le foreste che soltanto talvolta vengono sfruttate in una certa misura secondo l’interesse generale, quando non costituiscono proprietà, ma sono sottoposte all’amministrazione dello Stato.

Le foreste dei paesi dominanti, naturalmente, dove si costituiscono parchi ecologici e si regola il taglio, non quelle dei paesi del Centro e Sud America o dell’Asia, governati da agenti dell’imperialismo che chiudono gli occhi sulla loro sparizione rapidissima ad opera delle multinazionali. D’altra parte, Marx già aveva segnalato che la stessa piccola proprietà appartenente agli indigeni in paesi extraeuropei cominciava a essere corresponsabile di questi processi distruttivi:

il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra, a prescindere dal fatto che lo sfruttamento viene fatto dipendere non dal livello raggiunto dallo sviluppo sociale, ma dalle condizioni casuali e disuguali dei singoli produttori. Nella piccola proprietà ciò avviene per mancanza di mezzi e di conoscenze scientifiche necessari all’impiego della forza produttiva sociale del lavoro. Nella grande proprietà ciò avviene per lo sfruttamento di questi mezzi ai fini dell’arricchimento più rapido possibile dell’affittuario e del proprietario. In ambedue per la dipendenza dal prezzo di mercato.

Erano parole veramente profetiche, che rendono ancora più convincente la conclusione a cui arrivava, sempre nel Libro III del Capitale, riflettendo sulla logica perversa dell’arricchimento immediato senza pensare al domani:

dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari, e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive.

La distruzione della sovranità nazionale degli Stati

 

L’argomento classico di ogni impresa coloniale è stato sempre quello della necessità di portare la civiltà a popoli barbari, senza Stato, senza organizzazione sociale. Anzi, di conquistare paesi abbandonati.

La colonizzazione sionista della Palestina, in collaborazione con l’imperialismo britannico, arriverà a teorizzare che un popolo senza terra aveva diritto a impossessarsi di una terra senza un popolo, sorvolando sul fatto che un popolo c’era e vi rimarrà anzi largamente maggioritario, fino alla cacciata violenta avvenuta durante la guerra del 1948-1949.

Anche i razzisti sudafricani hanno usato lo stesso identico argomento, pretendendo contro ogni logica e ogni dato fattuale di essere arrivati per prima in un paese disabitato, dove le popolazioni bantu sarebbero giunte successivamente in veste di “invasori”.

Ma come si può affermare ciò per l’Algeria, con cui erano stati firmati tanti trattati nel corso dei secoli? E soprattutto per l’Egitto, che per giunta aveva tentato di avviarsi sulla strada della modernizzazione e dell’imitazione dell’Europa? E come farlo per l’Etiopia, che non solo faceva parte della Società delle Nazioni al momento della seconda invasione italiana, ma aveva un livello di analfabetismo inferiore a quello presente allora in diverse regioni italiane? Eppure quest’argomento viene ancora oggi sistematicamente ripetuto dagli apologeti del colonialismo.

Abbiamo già accennato precedentemente al caso dell’Egitto, ricostruendo le prime fasi dell’intervento europeo per bloccarne la trasformazione in uno Stato modernamente organizzato e quindi capace di difendere la sua indipendenza appena conquistata. Ma la fase successiva agli anni Quaranta del secolo scorso ha avuto sviluppi diversi, che sono ancora più interessanti per capire alcuni processi in corso nel mondo di oggi.

La diffusione dell’economia mercantile in territori ad economia naturale ha come presupposto l’introduzione di nuovi mezzi di trasporto: ferrovie, navi, canali navigabili, nonché di linee telegrafiche. E gli stessi governanti locali non ancora assoggettati sono attratti dalla possibilità di dotare il paese di questi nuovi strumenti (se non si convincono spontaneamente, intervengono le cannoniere). A volte abbiamo visto - ad esempio in Cina, Impero Ottomano e Giappone - che questo è stato il metodo usato. Ma in altri casi - come in Egitto - si è ricorso a un sistema apparentemente più indolore: l’offerta di consiglieri, specialisti, tecnici e crediti generosi.

Questo metodo fu usato soprattutto dalla Gran Bretagna per impossessarsi dei mercati sudamericani subito dopo le guerre di indipendenza (anche se, soprattutto in Argentina, si tentò anche la conquista violenta). Le ferrovie argentine furono costruite con capitali britannici, e quelle del Vicino Oriente con capitali tedeschi. Qualcuno ironizzava sul fatto che si concedevano prestiti in sterline o in marchi per acquistare ferro, carbone, macchine; sembrava un circolo vizioso ma, alla fine, si vide che chi ci guadagnava non era il paese che riceveva i prestiti.

In Inghilterra e in Germania esistevano tutti i presupposti per un’ulteriore accumulazione di capitale, ma di fatto, nell’ambito dei rispettivi territori, era divenuta impossibile, perché non occorrevano più ferrovie e nuove industrie. La costruzione in paesi lontani permetteva di sfruttare una manodopera a basso costo, di aprire nuovi territori alla penetrazione delle merci europee, ma anche di rastrellare risorse locali, che alla fine hanno rimborsato in abbondanza il credito, lasciando in mani straniere quelle infrastrutture che quei paesi avevano accolto, nella speranza di potere seguire grazie ad esse la strada dello sviluppo europeo.

L’inizio della fine dell’indipendenza egiziana

 

Il caso dell’Egitto è appunto esemplare: spiega meglio di ogni altro il funzionamento di questo meccanismo perverso che, invece di assicurare uno sviluppo impetuoso dell’economia, l’ha resa totalmente subordinata al paese che aveva “generosamente” offerto i crediti. Abbiamo visto che l’Egitto aveva conquistato l’indipendenza approfittando della conquista napoleonica; e, anche quando le ambizioni espansioniste di Mohamed Alì erano state bloccate nel 1840 dalle flotte europee, il processo di modernizzazione non era stato arrestato del tutto. Il riconoscimento della sovranità di Costantinopoli imposto dai vincitori era rimasto, d’altra parte, puramente formale e di fatto limitato al versamento di un modesto tributo. Ma, facendo leva sulle ambizioni del Khedivè, il capitale europeo cominciò a penetrare rapidamente.

Grandi opere pubbliche di canalizzazione e irrigazione furono finanziate da francesi e britannici, che potevano quindi esportare in Egitto macchinari di ogni genere. Mohamed Alì, che guardava all’Europa, ma governava con metodi tradizionali, finanziò personalmente queste opere, intensificando lo sfruttamento dei fellahin che, oltre a dovere lavorare con maggiore intensità per pagare imposte sempre più alte, venivano arruolati in massa per pesanti corvées nella costruzione di canali e dighe (la prima delle quali fu quella di Kaliub, che inghiottì 50 milioni di marchi, oltre al lavoro servile non pagato, e risultò poi praticamente inservibile).

Successivamente, durante la Guerra di Secessione negli Stati Uniti, il prezzo del cotone sul mercato mondiale ebbe una impennata verso l’alto: Migliaia di escavatori, di pompe idrauliche, di aratri a vapore, di macchine per la sgranatura del cotone e di presse per l’imballaggio furono acquistate dal governo egiziano, allettato dalle prospettive di una crescita impetuosa della sua economia, e sempre con crediti “generosamente” concessi dall’Inghilterra.

L’Egitto cominciava a fumare negli anni Sessanta del secolo scorso, come le grandi città industriali inglesi. E il Khedivé e i suoi funzionari si impossessarono con la violenza di enormi estensioni di terre, sottratte all’uso comune e trasformate in proprietà privata regia. Ma la conclusione della pace negli Stati Uniti fece crollare di colpo il prezzo del cotone in pochi giorni da 17 pence la libbra a 12 e infine a 6 pence, e il debito contratto risultò impagabile. I banchieri europei consigliarono allora di passare alla coltivazione della canna da zucchero, e offrirono nuovi crediti, che in parte non entrarono neppure nelle casse del Khedivè, perché furono trattenuti per pagare gli interessi su quelli precedenti, mentre il resto serviva per commissionare in gran fretta dodici giganteschi zuccherifici alla Francia e sei alla Gran Bretagna; peraltro quest’ultima, approfittando della guerra franco-tedesca, si impossessò dell’intera commessa.

Al tempo stesso, si cominciò a costruire ferrovie per collegare gli zuccherifici, che tuttavia in gran parte non furono neppure montati, per la difficoltà di trovare sul posto manodopera esperta, e in parte si arrugginirono nei porti, in attesa che fossero completate ferrovie, strade e canali. Ma tutto doveva essere pagato, anche se non aveva fruttato nulla. Nel 1873 questa fase si era praticamente conclusa in un disastro per le casse del Khedivè, e in un dissesto dell’economia tradizionale, a cui erano stati sottratti con la forza decine di migliaia di schiavi per questi lavori inutili.

L’Egitto rovinato definitivamente dalla costruzione

del Canale di Suez

 

Il colpo di grazia fu dato dalla costruzione del Canale di Suez, un’impresa insensata dal punto di vista egiziano, perché grazie ad essa le attività tradizionali di tramite tra le carovane asiatiche e le navi europee sarebbe venuto a cessare. Le navi, infatti, si limitarono a passare senza sostare e senza richiedere altro lavoro che quello dei piloti del canale, tutti europei. L’Egitto pensava, tuttavia, di beneficiare degli altissimi pedaggi che sarebbero stati chiesti alle navi che accorciavano la loro rotta per l’India, l’Africa Orientale o l’Estremo Oriente. Ma, per costruire il canale, servivano sempre nuovi capitali, che furono forniti da un gran numero di banche di tutti i paesi europei. Gli interessi erano tali che ogni anno bisognava richiedere nuovi prestiti per pagare gli interessi sui precedenti. Nei tredici anni successivi alla morte (nel 1863) di Said Pascià, il primo Khedivé che aveva accettato i prestiti internazionali, il debito pubblico complessivo era salito da 3.293.000 sterline a 94.110.000.

Era arrivato il momento della fine dell’indipendenza dell’Egitto: l’opinione pubblica europea era imbottita di denunce sul malgoverno del successore di Said, Ismail, e lamentava che venissero forniti prestiti a un governo così poco credibile. Ma i prestiti servivano a fare lavorare le fabbriche inglesi e francesi, o a pagare i debiti precedenti. Ogni prestito rappresentava una scandalosa speculazione: da un quinto a un terzo delle somme nominalmente concesse non arrivavano neppure in Egitto, ma restavano nelle mani dei banchieri, a parzialissima copertura del debito, che cresceva come una valanga di neve.

Il canale fu costruito in gran parte col lavoro forzato di decine di migliaia di contadini. I raffinati capitalisti liberali non solo non mossero alcuna obbiezione, ma non conteggiarono questo enorme sforzo del paese. Anzi investirono volentieri in Egitto, proprio perché trovavano manodopera praticamente gratuita, tenuta sotto controllo dalla sferza delle guardie del Khedivè.

E i contadini pagavano anche in altro modo: nell’illusione di riempire il pozzo senza fondo del debito, la pressione fiscale fu aumentata di anno in anno sulle proprietà contadine (mentre era ridottissima su quelle dei latifondisti, e i possedimenti reali erano del tutto esenti). Ogni anno venivano introdotte nuove tasse senza precedenti: ad esempio, una tassa su ogni palma da datteri, una sulla capanna di paglia e fango, e una per ogni persona indipendentemente dall’attività (naturalmente, sempre esclusi i possidenti locali e stranieri). La popolazione bruciava le capanne e abbatteva gli alberi e si rifugiava in zone desertiche, pur di sfuggire agli esattori e agli usurai, che accompagnano sempre la comparsa del capitale.

Quando risultò evidente che il Khedivè aveva succhiato ai fellahin l’ultima goccia di sangue, fu “licenziato”. Meno di dieci anni dopo l’inaugurazione del canale, comincia la liquidazione anche formale dell’indipendenza egiziana. Nel 1878, i rappresentanti dei creditori europei sbarcano ad Alessandria e istituiscono un controllo internazionale (di fatto, franco-britannico) sulle finanze egiziane. Lo stesso anno, vari ministeri sono sottoposti alla supervisione del capitale europeo, impersonato dalla Commission de la Dette Publique Egyptienne, con sede al Cairo. Il nome è francese, ma gli interessi britannici vi sono meglio rappresentati (la Francia è uscita sconfitta dalla guerra con la Germania e sconvolta dalla Comune di Parigi e dalla sua repressione).

Il Khedivé, che ormai non serve più, è costretto a trasformare le sue enormi proprietà terriere in Demanio pubblico, prontamente smembrato e dato “in garanzia” a creditori europei. Lo stesso accade con le azioni egiziane della Compagnia del Canale. Il popolo egiziano lo ha costruito con il sudore e il sangue (i morti in incidenti sul lavoro si contavano a centinaia), il Khedivè con il “suo” danaro (in realtà, con quello spremuto al suo popolo): ma i profitti finiranno tutti nelle banche anglo-francesi.

Nel 1882, una comprensibile rivolta dell’esercito egiziano, ridotto alla fame dai tagli al bilancio, imposti da funzionari europei che incassavano stipendi favolosi, viene appoggiata dalle masse stremate di Alessandria. È il pretesto atteso per fare sbarcare le truppe inglesi e cancellare anche formalmente la indipendenza del paese, che diventa un protettorato britannico. Nei due decenni successivi, altre terre, incluse quelle di moschee e scuole islamiche, vengono confiscate per pagare le spese di occupazione.

Rosa Luxemburg, polemizzando con chi aveva considerato “assurda” la transazione tra capitale finanziario europeo e capitale industriale europeo - grazie alla quale le ordinazioni egiziane erano pagate con il capitale prestato, e gli interessi del prestito coperti dal capitale di nuovi prestiti - osserva che non era affatto assurda:

si fondava in realtà su un rapporto perfettamente razionale e ‘sano’ dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica. In conclusione l’economia contadina egiziana fu divorata dal capitale europeo, ed enormi estensioni di terra, innumerevoli forze-lavoro e una massa di prodotti del lavoro ceduti allo Stato in pagamento delle imposte, furono trasformate, in definitiva, in capitale europeo, e accumulate.

E tutto questo processo, che ha condensato in due o tre decenni il corso normale dell’evoluzione storica, è stato reso possibile proprio “dalla frusta di pelle di ippopotamo” e dalla arretratezza dei rapporti sociali tradizionali, che offrì uno straordinario terreno di manovra agli europei.

Uno sguardo sul passato più recente

 

Vorremmo segnalare l’epilogo di questa vicenda, per quanto riguarda l’Egitto: nel 1956 Nasser nazionalizzò la Compagnia del Canale, tra le proteste indignate del “mondo libero”, per finanziare la costruzione della grande diga di Assuan. Gli azionisti che pilotavano la campagna di stampa sulla “libertà di navigazione”, in realtà, avevano avuto indietro moltiplicato per mille quel poco che avevano versato effettivamente. La “libertà di navigazione” non era in pericolo, sia perché il governo egiziano aveva nazionalizzato solo la Compagnia (quindi un’impresa capitalistica straniera), mentre il Canale in quanto tale era già sotto la sua sovranità fin dall’indipendenza, sia perché tale libertà era riconosciuta dall’Egitto a tutti in tempo di pace, tanto è vero che, nel periodo precedente, era stato consentito il passaggio di alcune navi israeliane, nonostante non fosse stato ancora firmato il trattato di pace dopo la guerra del 1948-1949.

Comunque, la Gran Bretagna e la Francia, spalleggiate da Israele - che iniziava la lunga serie di aggressioni ai paesi arabi, con un’impresa chiaramente filoimperialista - aggredirono l’Egitto, per fargli pagare un simile affronto alla santità e intangibilità del capitale. L’aggressione fu fermata dalla reazione internazionale, dal fermo atteggiamento dell’URSS e da una mediazione degli Stati Uniti, che si preparavano a soppiantare in Medio Oriente le vecchie potenze coloniali. Eppure, essa ebbe inizialmente l’appoggio dell’opinione pubblica europea (compresa quella della Francia, dove era capo del governo il socialista Guy Mollet, sostenuto dai comunisti), proprio perché le tragiche vicende dell’imposizione del dominio coloniale nel corso del secolo scorso erano (e sono) praticamente ignorate dalla maggior parte dei cittadini.

Anche quasi tutti i libri di testo per l’insegnamento della storia nelle nostre scuole secondarie, compresi molti di quelli scritti da autori che si considerano “di sinistra”, sorvolano su queste pagine nere della storia del capitale. Anche per questo abbiamo scritto questo libro; ma soprattutto perché, come vedremo, il metodo di concedere prestiti internazionali per ridurre in catene un paese indipendente è ancora largamente usato, ed anzi ha ripreso nuovo vigore, a partire dall’inizio delle crisi economica mondiale del 1974-1975.

Grazie ad esso, il Messico è stato privato nel 1995 del suo petrolio, finito come garanzia nelle mani dei suoi creditori, e lo stesso è accaduto con importanti imprese nazionalizzate in Brasile, Argentina e altri paesi latinoamericani, che pagano il debito svendendo le proprie principali risorse. Non c’è più la Commission de la Dette Publique Egyptienne, o quella analoga che ridusse in miseria e ipotecò prima del suo crollo l’intero Impero Ottomano, ma a condurre la stessa politica di rapina ci sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Ne riparleremo più avanti.

Di fronte a nuove generazioni che scoprono questa “novità” e per fortuna se ne indignano, attribuendola tuttavia a scelte soggettive, ci è parso utile ricostruire almeno uno dei casi esemplari del passato. per spiegare che. in realtà. si tratta di un’esigenza “fisiologica” del capitalismo nella sua fase imperialista, quando ha saturato di industrie e di prodotti il proprio paese e ha capitali da fare fruttare in questo modo.

Il genocidio permanente

 

Fin qui, abbiamo insistito sui meccanismi “normali” dello sfruttamento capitalistico del mondo in cui esistono ancora almeno in parte economie pre-capitalistiche, e abbiamo accennato solo di sfuggita alle crudeltà che hanno consentito l’imposizione di questa politica a gran parte del mondo.

Nel corso della nuova fase di conquiste, iniziata verso la metà del secolo scorso, sono avvenute stragi sistematiche delle popolazioni recalcitranti, che non hanno nulla da invidiare ai crimini dei conquistadores del XVI secolo (negati peraltro dalla maggior parte degli spagnoli, che li attribuiscono a una “Leggenda nera”, che demonizzerebbe le loro imprese “civilizzatrici”).

Ci sono le cifre nude del declino demografico di molti paesi nei primi decenni successivi alla perdita dell’indipendenza, tra cui quelle terribili sugli effetti della colonizzazione italiana in Libia.e soprattutto nella Cirenaica, che oppose più a lungo una strenua resistenza guidata da Omar al-Mukhtar, a cui abbiamo già accennato in un capitolo precedente. Per piegare l’indomito “Leone del deserto”, fu necessario concentrare la popolazione in veri e propri campi di concentramento recintati, con la conseguente perdita di tutto il bestiame, che non poteva più essere condotto al pascolo. Tutti coloro che venivano trovati fuori dai campi venivano considerati ribelli e abbattuti, mentre gli spostamenti dei pastori nomadi che non conoscevano ovviamente la linea retta tracciata sulle carte geografiche per delimitare il confine tra Libia ed Egitto venivano bloccati da un costoso sbarramento di filo spinato presidiato da torrette e sorvegliato dall’aviazione. Il reticolato era lungo ben 270 chilometri, e provocò in molti casi la morte per sete dei nomadi, che seguivano percorsi utilizzati da secoli e che andavano da un pozzo all’altro, attraversando spesso la nuova frontiera, della cui esistenza non avevano neppure il sospetto.

I calcoli per accertare le dimensioni del massacro condotto direttamente con armi potenti o semplicemente provocato dalla fame e dalla sete non sono facili. Assai spesso, i rapporti di Graziani e di Badoglio riportano trionfalmente lo sterminio di presunti ribelli intenti alla semina o al pascolo, ma le cifre complessive delle vittime sono state nascoste a lungo.

Tuttavia, è significativo che, secondo il censimento turco del 1910-1911, alla vigilia dell’invasione italiana, la Cirenaica aveva 198.300 abitanti, esclusa l’oasi di Cufra. Nel 1922-1923 il colonnello Enrico De Agostini condusse un’inchiesta da cui risultarono 185.400 arabi. Nel censimento del 1931, il primo condotto con tecniche moderne ed esteso a tutto il territorio, comprese le oasi più lontane, risultavano appena 142.000 abitanti, con un calo che era ancora maggiore se si considerano le stime effettuate nel 1928, in un periodo in cui la guerriglia non si era ancora riaccesa e le misure più severe non erano neppure state pensate, e che dava una cifra di 225.000 indigeni. Più significativo ancora il confronto tra il censimento turco già ricordato e quello italiano del 1931 per quanto riguarda il bestiame esistente. Nel 1910 in Cirenaica c’erano 1.260.000 tra pecore e capre, nel 1931 erano ridotte a 67.000; i 23,600 bovini erano diventati 1.800; gli 83.000 cammelli soltanto 16.000, e in parte erano stati confiscati per uso militare dagli occupanti. Ecco la spiegazione del genocidio che fece perire quasi il 40% della popolazione!

Quando Gheddafi rivendicava, negli anni scorsi, il pagamento dei danni subiti, poteva venire insultato e presentato come pazzo da quasi tutti i mezzi di informazione italiani, perché pochissimi conoscono questi dati.

D’altra parte, la censura si è estesa perfino all’ottimo film del regista arabo-americano Mustapha Akkad dedicato a Omar al-Mukhtar, Il leone del deserto. Il grande patriota è interpretato da Anthony Quinn, che recitò gratuitamente in omaggio al vecchio ribelle, mentre tra gli altri attori figuravano Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, Raf Vallone, Gastone Moschin, John Gielgud e tantissimi altri. Ma agli italiani è stato finora vietato: qualche libro si può anche pubblicare, tanto lo leggono poche persone, mentre un film, specialmente se bello, non fazioso, altamente poetico, potrebbe fare breccia nella opinione pubblica. Speriamo che ora che Gheddafi, sottoposto alla pressione di un ingiusto embargo, ha dovuto accettare una transazione assai modesta con il governo italiano per la liquidazione dei danni di guerra, possa finire quest’altro embargo culturale, che impedisce alla maggioranza degli italiani di conoscere i crimini del proprio imperialismo (come accade, peraltro, anche ai francesi, dato che nel loro paese è ancora vietata la proiezione de La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo…). Nella Scheda che segue riportiamo un esempio dettagliato a proposito dei crimini coloniali italiani: il caso della città di Misurata nel 1915.

Scheda

La strage di Misurata

Abbiamo già accennato che le truppe italiane uccisero migliaia di civili (ad esempio, dopo la sconfitta di Sciara Sciat, alle porte di Tripoli), stuprarono (anzi, l’insurrezione popolare di Sciara Sciat fu provocata proprio da molestie ad alcune donne dell’oasi), rubarono, non meno dei francesi ad Algeri, mentre avventurieri e capitalisti italiani del genere del “conte” Volpi di Misurata si impossessarono delle poche terre coltivabili, cacciandone quelli che le avevano dissodate da generazioni.

È bene fare almeno un esempio dettagliato, riguardante proprio quella città di Misurata che valse il titolo nobiliare a Giuseppe Volpi, governatore della colonia.

Il 24 maggio del 1915, mentre le truppe italiane si ritiravano da gran parte delle città libiche per arroccarsi sulla costa (l’entrata in guerra dell’Italia rendeva più difficile l’arrivo dei rinforzi, ostacolato anche dai sommergibili tedeschi), avvenne una strage che tutti dovrebbero conoscere nel nostro paese. Seguiamo la ricostruzione che ne fece il commissario regionale di Misurata, Alessandro Pavoni, in un rapporto segreto riportato da Angelo Del Boca nella sua monumentale storia della presenza italiana in Africa: in maggio “a Misurata incominciò il regno del sospetto e del terrore; omicidi vennero commessi in città su gente inerme e senza plausibile ragione”. In realtà, la ragione c’era: pochi occupanti, terrorizzati dall’ostilità diffusa tra gli indigeni, cercavano di intimidire la popolazione con stragi solo apparentemente gratuite.

Ma il Pavoni, visto che non otteneva risposta dal governo, inviò subito dopo un rapporto più dettagliato sulle crudeltà di cui era stato testimone. Ne riportiamo alcuni passi agghiaccianti:

Alle ore 18, mentre mi trovavo al caffè Truccato, la mia attenzione venne richiamata da alcuni colpi di fucile provenienti dalla direzione di Fondugh Mathus. […] Uscii immediatamente nella piazza […] e vidi un sergente del genio che correva a prendere bombe a mano e latte di benzina, e frattanto sei soldati avevano dato la scalata al fondaco, e dal tetto sparavano colpi di fucile nel cortile. La scena si svolse in circa quindici minuti, poi cessò il fuoco. Fra gli altri era accorso anche il capitano dei carabinieri Jovine, e questi ordinò che il fondaco venisse incendiato. Così iniziò l’opera di devastazione e rapina, poiché borghesi e militari e zaptiè [erano i mercenari provenienti dall’Africa orientale] asportarono dal fondaco tutto quanto poteva interessare, e cioè bestiame, suppellettili, indumenti, ori, carri, finimenti, ecc. Vidi tra gli altri il signor Poli, proprietario dell’Albergo Roma, asportare mobili e altro. Chiesi se si fossero sequestrati i fucili e mi risposero che gli uomini che avevano sparato erano stati uccisi, ma che di armi non se ne erano rinvenute nel fondaco.

Era la prima bugia che tentava di coprire il crimine. Ma la mattina dopo, quando Pavoni si reca nuovamente sul posto per constatare gli effetti dell’incendio, scopre che nel fondaco si aggirano ancora carabinieri, soldati e borghesi intenti a spartirsi quel poco che rimaneva ancora. Ma c’era di peggio.

Sul rogo fumante, tre cadaveri non ancora completamente bruciati. In alcune stanze vidi cadaveri di donne nere, di giovanetti e di bambini. In un cortile vidi i cadaveri di due donne bianche completamente nude, l’una con la schiena a terra, le gambe leggermente piegate e le coscie divaricate, l’altra inginocchiata col volto a terra e le coscie divaricate.

Si trattava, evidentemente, di tracce di stupri. Ma non era finito l’orrore:

Accanto ad esse giacevano i cadaveri di due bimbi, la cui età non era superiore a un anno. Uno di questi aveva una ferita di arma bianca in un occhio. […] Nel fondaco Mathus si trovavano quel giorno da 32 a 34 persone; di queste otto erano uomini, le altre erano donne, bambini o giovinetti. Il signor Naldini, impiegato al Commissariato, il quale presenziò al seppellimento, disse che i cadaveri rinvenuti erano 32, ma non escluse potessero essere in maggior numero, poiché nella notte qualcuno era già stato buttato nella cisterna. […] Questi sono i particolari che con rincrescimento riferisco alla S. V. con la più coscienziosa esattezza.

La risposta fu il tentativo di insabbiare il caso, o di negarlo “per carità di patria e altissime ragioni di ordine politico e militare”. Intanto si verificavano molti altri casi analoghi in diverse località. Solo un tenente venne condannato a due mesi di carcere militare, forse non scontati, per un episodio analogo, mentre altri venivano assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Ma il peggio doveva ancora venire. I militari, incoraggiati dall’atteggiamento di complicità dell’amministrazione civile, ebbero la sfacciataggine di conferire una medaglia d’argento al valor militare al capitano Jovine, con questa incredibile motivazione: “Attaccando con meraviglioso ardimento un fondaco dal quale partiva un intenso fuoco nemico, riuscì a passare per le armi tutti i ribelli, scongiurando così una possibile rivolta della città”.

L’onesto commissario Pavoni ne fece quasi una malattia: tempestò di rapporti tutte le autorità. Alla fine, la medaglia d’argento fu confermata a Jovine, ma – con tipica ipocrisia - togliendo ogni riferimento al luogo in cui avrebbe manifestato un così “meraviglioso ardimento”! Pavoni finì per dimettersi, ed è probabile che il capitano Jovine successivamente abbia messo la sua esperienza al servizio delle bande fasciste contro i proletari del suo stesso paese. In tutti i paesi coloniali la feccia fascista è stata infatti reclutata tra chi si era addestrato in così eroiche imprese contro inermi civili dei paesi occupati. Pensiamo ai militari che seguirono Franco contro la Repubblica in Spagna, e a quelli che non esitarono a schierarsi con Petain e quindi con Hitler in Francia. Era inevitabile. un popolo che ne opprime un altro non può essere libero.

Analoghe testimonianze potrebbero essere portate per i crimini del colonialismo francese, alle sue origini ma perfino nel 1945, quando bombardò gli algerini che avevano lottato insieme alla Francia contro il nazismo e rivendicavano l’indipendenza, compì efferati crimini nel Camerun, nel Madagascar, in Siria; nel 1946, cominciò la riconquista del Vietnam, che si era liberato da solo dall’occupazione giapponese, con il bombardamento di Haiphong. Basti dire soltanto che al momento della sconfitta francese in Algeria, nel 1962, le vittime erano state un milione. E l’indipendenza delle colonie inglesi, dall’India al Kenia, è stata pagata anch’essa con un enorme numero di vittime innocenti.

Gli stermini di intere popolazioni non sono avvenuti solo per bloccarne la legittima aspirazione all’indipendenza, ma anche nel quadro del “normale” sfruttamento delle risorse all’interno degli stessi paesi indipendenti. Ancora oggi, nell’Amazzonia, le multinazionali pagano cacciatori di uomini per sgomberare il campo dalla fastidiosa presenza delle tribù che vivono nei territori ricchi di petrolio o di legname prezioso, che può essere prelevato senza ostacoli, con un danno incalcolabile per l’umanità e il futuro stesso del pianeta.

E le crudeltà efferate che hanno accompagnato la conquista, o tentato di bloccare i movimenti di liberazione, o scacciato chi viveva da molte generazione in un territorio destinato alla distruzione e allo sfruttamento, non sono frutto di una perversione soggettiva (anche se alcuni degli esecutori hanno finito per abituarvisi, e poi hanno fatto le stesse cose in patria, come scherani del fascismo o come criminali comuni), ma di una “necessità”: ogni volta che pochi uomini devono esercitare il loro dominio su molti, devono ricorrere al terrore, come facevano i conquistatori del Messico, che lasciavano grappoli di mani o teste tagliate appese agli alberi ad ammonimento dei sopravvissuti, e non si limitavano allo stupro come sfogo bestiale, ma assassinavano poi le loro vittime, lasciandone i corpi orrendamente mutilati sul terreno.

La distruzione delle economie tradizionali in tutto il mondo coloniale, d’altra parte, era essenziale per creare le condizioni per il capitalismo.

La distruzione delle élites nei paesi coloniali

(e la corruzione dopo…)

 

Una particolare attenzione i dominatori hanno dedicato alla distruzione delle élites locali, uccidendole a tradimento (praticamente in ogni paese), o staccandole dal resto della popolazione con una deportazione feroce.

Per rimanere al presunto “buon colonialismo” degli italiani, ricordiamo che migliaia di notabili libici vennero deportati, già prima del fascismo, nelle Tremiti, a Ponza e in altre isole, trasportando intere famiglie in navi che non avevano nulla da invidiare a quelle dei negrieri. Alcuni sindaci di comuni siciliani protestarono per i danni provocati… alla pesca dall’abitudine di gettare i morti in mare dalle navi: spesso finivano sulla riva e nessuno voleva più comprare il pesce, che presumibilmente si era nutrito di quei cadaveri.

Ma l’attacco alle élites ha avuto anche un’altra forma: il divieto per gli indigeni di accedere agli studi superiori. Solo il colonialismo britannico, più lungimirante o più fiducioso nella sua capacità di attrarre nella sua orbita i migliori giovani indigeni, apriva alcuni spiragli. Così Gandhi poté laurearsi in legge a Londra, Yomo Keniatta in antropologia, ecc. L’Italia, anche postfascista, al massimo faceva studiare Siad Barre nella scuola per sottufficiali dei carabinieri; il Belgio e la Francia continuarono a vietare l’accesso alla maggior parte delle facoltà, fino alla vigilia dell’indipendenza del Congo, dell’Algeria e delle altre colonie, e utilizzavano il personale indigeno solo in campiti assolutamente marginali e subalterni nelle amministrazioni locali.

Così, la maggior parte dei paesi coloniali raggiunsero l’indipendenza con gruppi dirigenti del tutto impreparati ai nuovi compiti. Nel Congo ex belga c’erano solo quattro laureati. Lo stesso, a maggior ragione, avvenne sul terreno militare: anche paesi come l’Algeria, che la conquistarono attraverso una dura lotta armata, si trovarono a dovere improvvisare un esercito a partire da quadri esperti nella guerriglia ma del tutto inesperti nell’uso delle armi più moderne. Così, l’Algeria si trovò, appena un anno dopo l’indipendenza, a subire un attacco del Marocco, fornito di carri armati e aerei pilotati da nordamericani, che cercava di impossessarsi per conto degli Stati Uniti delle più ricche risorse petrolifere e minerari del paese vicino. Fu l’aiuto tempestivo e generoso di Cuba a fermare l’aggressione, ma la stessa impresa riuscì successivamente contro la Repubblica Saharawi, appena questa ottenne l’indipendenza dalla Spagna.

Ovviamente, le conseguenze sul terreno economico furono più gravi: l’impreparazione tecnica e l’inesperienza amministrativa facilitarono la riconquista neocoloniale attraverso la corruzione dei dirigenti locali, la loro divisione su basi etniche e tribali stimolate e finanziate dall’esterno, ottenendo secessioni definitive o almeno gravi indebolimenti. Il caso del Congo ex-belga, poi Zaire, oggi nuovamente Congo è il più significativo. Lumumba fu assassinato non perché fosse un pericoloso rivoluzionario (era in realtà moderato e gradualista, nonché fautore di una lunga collaborazione con gli antichi dominatori), ma perché era un tenace difensore dell’unità del paese contro la frammentazione su base etnica voluta dai colonialisti, che ha lasciato conseguenze ancor oggi gravissime. L’Italia, in Somalia, ha puntato sulla frammentazione in clan, contro l’anelito al loro superamento da parte dei più lucidi nazionalisti.

Questo processo, che potrebbe essere descritto per ciascun paese coloniale, spiega il fatto che tranne rarissime eccezioni i paesi del “Terzo mondo” sono dominati da feroci dittature, o da governi formalmente democratici, che si reggono ugualmente sulla violenza e la corruzione. Questa pesante eredità del colonialismo, aggravata dalle manovre imperialiste per ristabilire un dominio neocoloniale, viene negata dagli ipocriti manovratori dei grandi mezzi di informazione che forniscono una spiegazione razzista, parlando invece di una presunta incapacità congenita a governare, e rilanciando periodicamente l’ipotesi di una nuova ricolonizzazione.

D’altra parte, oggi molti paesi sono già sotto la tutela soffocante e rovinosa degli “esperti” della Banca Mondiale e del Fondo Monetario internazionale.

Scheda

La Svizzera “lava più bianco”

Un intelligente e anticonformista professore di sociologia svizzero, Jean Ziegler, che è anche deputato socialista, ha dedicato molti libri all’origine sospetta della straordinaria ricchezza accumulata nelle banche del suo paese. In due libri di grande interesse, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, e La Svizzera lava più bianco, ha documentato i crimini finanziari, politici e comuni coperti dal sacrosanto segreto bancario.

In Svizzera, non solo sono finite grandi somme depositate alla vigilia e durante la guerra da ebrei europei, che sono stati poi incamerati silenziosamente dopo la loro morte, e di cui solo da un anno si è ammessa l’esistenza e iniziata una parziale restituzione agli eredi e alle comunità ebraiche; non solo sono stati depositati l’oro e i gioielli razziati dai gerarchi nazisti durante la guerra in tutta l’Europa (tranne quelli degli ustascia croati, che sono stati presi in consegna dal Vaticano); con i nazisti, d’altra parte, la Svizzera fece affari d’oro, vendendo fino all’aprile 1945 le armi prodotte dalla Oerlikon. Nelle banche svizzere ci sono soprattutto, ben protette dal segreto bancario, le enormi ricchezze rubate ai rispettivi paesi da dittatori come il filippino Marcos, il congolese Mobutu, l’haitiano Duvalier e tanti altri, latinoamericani o afroasiatici (e anche da alti esponenti della burocrazia dei paesi del “socialismo reale”, compresa la famiglia Ceausescu…).

Anche il bottino dei corrotti di tutto il mondo, compresa l’Italia, è finito in Svizzera. I fondi neri di Craxi, di Berlusconi, della FIAT, sono stati depositati o hanno transitato nelle grandi banche di Zurigo e di Lugano, lasciandovi naturalmente una parte del bottino a pagamento della protezione accordata. Lo stesso è stato documentato per il denaro proveniente dai riscatti pretesi dagli autori di sequestri di persona. Un industriale italiano, settentrionale e probabilmente leghista, Senatore (è un nome proprio, non una carica) Borletti, fu scoperto mentre “lavava” nel Casinò di Campione miliardi della ndrangheta calabrese. Più recentemente un investigatore attento è riuscito a trovare le tracce dei miliardi depositati dagli autori del sequestro Soffiantini.

Nel libro La Svizzera lava più bianco, scritto anche grazie alla collaborazione di alcuni magistrati svizzeri e di altri paesi impegnati nella lotta contro le mafie e il narcotraffico, tra cui l’italiano Giovanni Falcone, assassinato poi proprio per la sua incorruttibilità, Jean Ziegler ha ricostruito con una dettagliata documentazione alcuni dei canali che portano in Svizzera miliardi di dollari provenienti da attività criminali, che vengono “candeggiati” e rispediti come investimenti, a volte negli stessi paesi a cui sono stati sottratti.

Ziegler ha scritto i suoi libri dal punto di vista di un democratico svizzero scandalizzato dall’intreccio tra grandi banche e criminalità, in un paese “al disopra di ogni sospetto” che, grazie a questo, è uno dei paesi più ricchi della terra: per l’esattezza, il secondo, dato che il primo è la Federazione degli Emirati arabi uniti. Ma gli Emirati in realtà non sono una nazione, ma una finzione giuridica, cioè della copertura che alcuni sovrani feudali arabi, ex capibanditi, danno alle multinazionali del petrolio. La loro immensa ricchezza proviene dal pagamento per i loro servizicon le briciole di quella ben più grande accumulata dalle stesse multinazionali.

L’Emirato svizzero, come Ziegler chiama il suo paese, ha una capacità altissima di investimento nel resto del mondo. Nel 1988, si trattava di 483 miliardi di franchi svizzeri, oltre 420.000 miliardi di lire italiane. Nello stesso anno, l’Union de banques suisses, il Crédit suisse e la Société de banque suisse si trovavano ai primi posti tra le prime venticinque banche del mondo. La Camera di compensazione di Zurigo, che regola i movimenti interbancari, tratta ogni giorno oltre 100 miliardi di franchi svizzeri. Ziegler spiega che questa enorme massa di denaro è solo in parte denaro pulito, frutto cioè di transazioni lecite e regolari (anche se - abbiamo visto - all’origine prima di quasi ogni grande fortuna c’è l’inganno o il crimine); in misura maggiore si tratta di denaro grigio, che proviene dall’evasione fiscale dei capitalisti di tutta l’Europa o “dalle sottrazioni fraudolente operate da numerosi capi di Stato del terzo mondo”, mentre è di gran lunga più importante la quota di denaro nero o sporco, cioè “il bottino delle reti internazionali del traffico della droga, delle armi e di altre attività criminali”.

Un esempio particolare e non significativo? Ci sembra difficile affermarlo. Al massimo, si può sostenere che si tratta di una singolare concentrazione dei proventi del crimine in un paese che meglio di altri sa garantire l’anonimato. Ma nessuno può negare che le ricchezze della Svizzera, come quelle di altri paesi in testa alle graduatorie mondiali della ricchezza, sono stati sottratti alla parte più diseredata dell’umanità.

  • ·I rapporti tra “Nord e Sud del mondo” 

La comprensione dei problemi reali del rapporto tra “Nord e Sud del mondo” non è possibile senza sfatare alcuni luoghi comuni e stereotipi, che sono penetrati largamente anche all’interno della sinistra. Prima di tutto, però, è meglio chiarire che la dizione corrente “Nord e Sud” va usata con cautela e solo perché è entrata largamente nell’uso. In realtà, ingenera alcune confusioni pericolose, e soprattutto occulta dietro una definizione geografica inevitabilmente un po’ neutra la sostanza dello “scambio ineguale” e dello sfruttamento imperialista delle risorse del mondo.

Occorre anche chiarire subito che il grande flusso di denaro che circola in seguito al debito internazionale, e che secondo il senso comune si sposta dal Nord al Sud, in realtà si muove nella direzione opposta. Se si pensa a quanto si è già detto sul meccanismo del debito e alla riduzione in catene dell’Egitto indipendente, si comincia a capire perché.

Alcuni dati sul debito del “Terzo mondo”

 

Contrariamente ai luoghi comuni, sono i paesi poveri (detti ipocritamente paesi in via di sviluppo, PVS) ad avere finanziato per decenni quelli “ricchi”, come si può ricavare dalla seguente tabella, basata su dati risalenti ad alcuni anni fa, e assolutamente inoppugnabili.

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Debito complessivo PVS dal 1980 al 1992 (in miliardi di $)

_________________________________________________________

        1980        1986        1992

 567  1.086  1.419

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Quindi, nel corso degli anni 1980-1992, i PVS hanno pagato :

                Miliardi di $

— per interessi         771

— per rimborsi capitali.         890

— totale rimborsi         1.662

In definitiva, i PVS, in dodici anni, hanno pagato una somma tre volte superiore a quanto avevano ricevuto: 1.662 miliardi di dollari contro 567 mld $ ricevuti, e sono rimasti ancora debitori per 1.419 mld $.

Il debito è ripartito variamente. Quello dei maggiori paesi viene sostenuto periodicamente con forti iniezioni di nuovi crediti, come è accaduto per il Messico dopo il crollo del dicembre 1994: ben 30 miliardi di dollari sono stati forniti dagli Stati Uniti e 20 da altri paesi, tra cui il nostro; ovviamente, non per filantropia, ma per evitare che una vera e propria bancarotta travolgesse l’intera finanza internazionale, che aveva investito nei redditizi tesobonos messicani (qualcosa di simile ai nostri BOT, ma con un tasso di interesse molto più elevato e in dollari). Lo stesso sta avvenendo per bloccare la crisi della Corea del Sud (dovuta, peraltro, soprattutto a cause strutturali, non al debito in quanto tale), senza grandi risultati. Altre sanatorie sono avvenute per ragioni eminentemente politiche: ad esempio, al momento della Guerra del Golfo i debiti sono stati abbonati all’Egitto e alla Somalia, per ricompensarli dell’adesione alla crociata contro l’Iraq.

Nessuna sanatoria, tuttavia, è stata concessa di norma a paesi il cui debito è in cifra assoluta modestissimo - per cui potrebbe essere anche cancellato senza gravi conseguenze per i paesi creditori - ma è comunque impagabile, perché rappresenta una quota enorme del PIL di ciascun paese (spesso, il solo interesse sul debito incide pesantemente sulle misere esportazioni).

Questo vale soprattutto per numerosi paesi dell’Africa subsahariana. I dati dell’indebitamento complessivo di questi paesi sono sconcertanti. Già nel 1980, il loro debito estero complessivo rappresentava il 38,6% del PIL e il 147,9% dei ricavi delle esportazioni; ma, appena 7 anni dopo, era arrivato al 69% del PIL e al 325,1% dei ricavi delle esportazioni. Il rapporto tra debito ed esportazioni arriva, nel 1987, al 1.562% nel Sudan, al 1.783% nella Guinea Bissau, al 1.988% in Somalia. Anche altri paesi, che hanno percentuali apparentemente meno sconvolgenti (447% nello Zaire, 996,4% in Tanzania, 369% Nigeria), si trovano in gravi difficoltà perfino per pagare gli interessi senza estinguere il debito.

I problemi di questi paesi sono spesso solo in parte dipendenti dal meccanismo del debito, che tuttavia si ingigantisce per effetto del deteriorarsi delle ragioni di scambio. Il caso tipico è quello del Senegal, la cui crisi profonda (di cui ci arrivano gli effetti con una forte corrente migratoria verso l’Italia) è dovuta alla impossibilità di sganciarsi dalla monocoltura ereditata dal periodo coloniale. Ancora oggi, dopo decenni di sforzi per ridurre il peso della monocoltura di arachidi (dopo il crollo del loro prezzo internazionale nel 1977 e nel 1983), questo tipo di produzione impegna il 40% delle terre coltivate e rappresenta i due terzi delle esportazioni. L’indebitamento è legato sia ai tentativi di diversificazione delle produzioni (soprattutto nel settore minerario), sia al disavanzo della bilancia commerciale; l’utilizzo della terra per le arachidi ha infatti ridotto gli spazi per altre attività agricole, inducendo una forte dipendenza da importazioni alimentari (riso). Alcuni fattori climatici (in particolare la siccità, che investe un’area africana assai più vasta del Senegal), hanno portato il debito a superare enormemente le entrate delle modeste e variabili esportazioni: nel 1989 questo superava di quattro volte l’intero bilancio dello Stato. L’anno successivo è stato ridotto a un quarto, grazie a un intervento del Club di Parigi dei paesi creditori e del governo francese, ma senza risolvere nulla, anche perché le misure di aggiustamento imposte hanno distrutto sanità e scuola, e provocato una crisi occupazionale gravissima, senza incidere minimamente sulle cause strutturali della dipendenza.

Tra i paesi indebitati c’è anche un grande produttore di petrolio come la Nigeria. Ci sono due spiegazioni, entrambe importanti: in primo luogo, nonostante i luoghi comuni, il petrolio non risolve i problemi di nessun paese produttore (tranne di quelli fittizi e desertici come l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo), per cui, dall’Algeria al Messico, al Venezuela, il debito cresce ininterrottamente, anche perché tutte le attrezzature per l’estrazione, trasporto, ecc. sono importate e risucchiano gran parte del ricavato dalle esportazioni. Inoltre, negli anni di grande rialzo del prezzo del petrolio, la Nigeria ha conosciuto una forte - anche se squilibrata industrializzazione - che ha provocato una urbanizzazione caotica e l’abbandono delle campagne. Le successive brusche flessioni del prezzo del petrolio, coincidenti con l’aumento dei tassi di interesse sul debito, hanno provocato veri e propri terremoti sociali (compresa la brutale cacciata degli immigrati arrivati da paesi vicini al momento del boom).Il debito, nel 1980, si aggirava ancora intorno al 30% delle entrate, mentre appena cinque anni dopo superava il 140% dei redditi da esportazioni. Negli anni ’90, la situazione è diventata incontrollabile e ha determinato un inasprimento della repressione.

In alcuni casi - abbiamo visto - ci sono stati interventi che hanno portato a una sanatoria totale o comunque sostanziale, per ragioni politiche (come è accaduto durante la Guerra del Golfo), o a dimensioni meno folli del debito (Senegal), o che hanno impiegato decine di miliardi di dollari, tirati fuori non dal FMI e dalla BM, che non hanno proprie riserve, ma direttamente dalle casse dei principali paesi capitalistici, Italia compresa, per puntellare il Messico nel 1995 e la Corea del Sud nel 1997.

Perché non è stato fatto nulla per risanare la situazione di decine di paesi, il cui debito complessivo è al tempo stesso catastrofico per loro e insignificante per i paesi sviluppati e le grandi banche? Anche in questi casi, esattamente per ragioni politiche, naturalmente ben diverse. I “salvataggi” vanno a vantaggio delle principali multinazionali, che hanno investimenti cospicui in quei paesi, mentre sono addirittura superflui i commenti sull’abbuono del debito concesso nel 1990 ad alcuni paesi africani o arabi, che dovevano consentire con la loro presenza poco più che simbolica di presentare come “missione internazionale” l’impresa imperialista nel Golfo persico.

Va sottolineato, comunque, che non esiste alcun serio motivo economico che renda impossibile un intervento risanatore, dal costo assolutamente tollerabile per le economie dei paesi sviluppati. Ad esempio, un intervento modestissimo in Albania sarebbe stato sufficiente per bloccare la grave crisi sociale innescata dal fallimento a catena delle finanziarie. Era sopportabile dalla sola Italia, non solo perché ne aveva il dovere morale essendo direttamente coinvolta nello scandalo delle “piramidi”, ma anche perché il nostro paese dovrebbe essere particolarmente interessato ad arginare nel modo più naturale i flussi migratori. Sarebbe costato assai meno di quanto è costata (ovviamente, agli ignari contribuenti) la partecipazione al cartello dei salvatori del Messico, della Thailandia o della Corea del Sud, e la stessa spedizione militare in Albania, il pattugliamento dell’Adriatico e la modestissima accoglienza offerta ai naufraghi e ai rifugiati.

Ma, appunto, quei salvataggi - come quelli che forse saranno presto necessari per altri paesi quali l’Indonesia, la Russia, il Brasile, o di nuovo il Messico - sono solo salvataggi dei nostri stessi investitori al di fuori dei confini, imprudenti ma assai importanti. In Albania erano invece andati imprenditori di terz’ordine, poco più che “magliari”; e degli albanesi (come dei coreani, o dei messicani) nessuno si preoccupa.

Scheda

Il caso di Cuba

Va sottolineato che gli effetti del debito colpiscono in misura quasi uguale paesi assai cauti nell’uso delle proprie risorse e paesi che hanno usato i crediti per costruire insensate opere pubbliche, o per arricchire ulteriormente il gruppo dirigente.

Persino Cuba, che certamente non figura tra i paesi che hanno utilizzato i crediti per attività improduttive o per il lusso del gruppo dirigente, si è trovata, nel corso degli anni Ottanta, in gravi difficoltà con i creditori occidentali. Cuba, come tanti altri paesi, aveva accettato i crediti “generosamente” offerti dalle grandi banche europee sature di petrodollari accumulati con il rialzo del prezzo del petrolio successivo alla guerra del Kippur del 1973, che non aveva senso investire nei paesi capitalistici afflitti da una grave crisi di sovrapproduzione. Cuba pensava di potere utilizzare questi crediti per aumentare la sua indipendenza nei confronti dell’URSS e del Comecon, diversificando i suoi rapporti economici e modernizzando le sue strutture produttive con una forte iniezione di tecnologia occidentale.

Il progetto era realistico: il debito, in sé modesto, avrebbe dovuto essere pagato vendendo quote maggiori di zucchero sui mercati europei. In realtà, nel giro di pochissimi anni il prezzo dello zucchero sul mercato mondiale si è ridotto a un ottavo (da 64 a 8 cents per libra) di quello del 1975, per effetto della massiccia introduzione dei dolcificanti sintetici nell’industria dolciaria e delle bibite, mentre il tasso di interesse sul debito si è moltiplicato rapidamente per cinque, in base alla clausola che esso doveva essere agganciato al tasso medio di un consorzio londinese di banche.

Questa situazione è stata inoltre aggravata dalle fluttuazioni al ribasso del prezzo del petrolio, dato che Cuba, pur essendo un produttore modestissimo, aveva un accordo con l’URSS che le consentiva di rivendere la quota di petrolio risparmiata (il livello di importazione era fissato non in base ai bisogni ma in rapporto fisso con le esportazioni di zucchero).

Tuttavia, la catastrofe economica di Cuba ha cause più politiche che economiche: infatti Cuba, verso la metà degli anni Ottanta, ha tentato di promuovere un fronte di tutti i paesi debitori, in primo luogo latinoamericani ma anche africani ed asiatici, per ottenere una riduzione e una moratoria sul debito. Il tentativo è fallito, per l’ovvia ragione che la maggior parte dei paesi debitori erano e sono governati da agenti dei creditori, e l’iniziativa di Cuba di proclamare una moratoria unilaterale è stata punita con un blocco totale di ogni agevolazione creditizia da parte delle banche europee. Così, Cuba è stata costretta ad aumentare l’interscambio con l’URSS e i cosiddetti paesi “socialisti” (gli unici che le concedessero crediti) proprio a partire dal 1985, quando per molti aspetti i rapporti politici con l’URSS si stavano raffreddando, anzi avrebbero visto con la rectificación (il processo di “rettifica” e correzione di errori avviato nel 1986) un crescendo di critiche e di polemiche. Indipendentemente da questo raffreddamento politico, gli scambi con quei paesi, che nel 1985 non superavano il 70% del totale, già due anni dopo, alla vigilia del crollo dell’URSS, avevano superato l’88%.

L’attuale situazione di Cuba è stata provocata proprio da questo forzato sbilanciamento dei suoi rapporti economici internazionali, che la ha resa più vulnerabile al crollo dell’URSS e del suo sistema, e poi all’inasprimento del blocco statunitense con le legge Torricelli ed Helms-Burton.

[Per ulteriori dati, si veda Antonio Moscato, Breve storia di Cuba. Le ragioni di una resistenza, Data News, Roma, 1996]

La “globalizzazione”: mito e realtà

 

Uno dei luoghi comuni diffusi non a caso dai mass-media, per dimostrare l’impossibilità di qualsiasi cambiamento e soprattutto di qualsiasi rivendicazione dei lavoratori, è la “globalizzazione” dell’economia, che serve a “spiegare” (di fatto a considerare inevitabile) la realtà dei bambini pakistani o coreani che cuciono i palloni o le scarpe della Nike o di altre marche mondiali, ma soprattutto a escludere da noi qualsiasi riduzione d’orario, “perché altrimenti il lavoro verrebbe spostato altrove”.

C’è stato chi, spudoratamente, ha teorizzato che per questa ragione la riduzione d’orario dovrebbe essere realizzata simultaneamente in tutti i paesi, almeno europei. In realtà, la Germania ha orari inferiori ai nostri e non è in crisi per questo, ma solo per i grossi problemi dell’assorbimento della ex RDT. E poi, perché allora non allineare i nostri orari a quelli coreani, che (senza impedire affatto la crisi) sono in media superiori alle 70 ore settimanali? E perché non a quelli delle raccoglitrici di the dell’India, che stanno chiedendo la riduzione a 16 (sedici!) ore al giorno?

Ma vediamo in che cosa consisterebbe questa globalizzazione di cui si parla tanto. Il mondo ultimamente sarebbe stato unificato in modo tale che la concorrenza schiaccerebbe oggi i paesi come ieri accadeva alle imprese. Ogni paese sarebbe ricco o povero a seconda degli spazi che riesce a sottrarre o meno ad altri paesi. Da qui la necessità di contrarre continuamente i costi di produzione e in particolare i salari, di allungare gli orari, di contrarre le spese sociali, per “aumentare la competitività”.

Un economista americano, tutt’altro che progressista ma infastidito dallo scarso rigore delle tante chiacchiere “scientifiche” in proposito, Paul Krugman, ha scritto un libro (Un’ossessione pericolosa. Il falso mito dell’economia globale, Etas Libri, Milano, 1997) per confutare quello che gli sembra un pericoloso errore analitico: cioè, l’analogia tra la situazione delle singole imprese sul mercato e quella delle economie nazionali.

Gli argomenti sono solidi: perfino negli Stati Uniti, il paese imperialista per definizione, il commercio internazionale incide per appena il 10% sul prodotto complessivo. Anche una variazione notevole o la perdita di posizioni su un mercato importante finiscono per pesare molto marginalmente sulle condizioni di vita dei propri cittadini. Se queste peggiorano, lo si deve a scelte soggettive, non a una fatale imposizione del mercato. E come peggiorano! Dopo sette anni di crescita ininterrotta della economia nordamericana, il 13,7% della popolazione (secondo alcune statistiche, il 19% secondo altre) vive al di sotto dei livelli di povertà ufficialmente dichiarati. Secondo l’UNICEF, negli Stati Uniti un bambino su quattro è alla fame.

Colpa del Giappone, come insinuano spesso i mass-media statunitensi? Neppure per sogno, dato che l’esito della concorrenza tra i due massimi paesi imperialisti è tutt’altro che determinante per le condizioni di vita dei cittadini: infatti, solo il 2% del reddito statunitense è speso in beni prodotti in Giappone. Se queste importazioni si raddoppiassero o si dimezzassero (cosa del tutto improbabile), praticamente non ci sarebbe alcuna ripercussione nel paese. Nel decidere la situazione interna di ciascun paese conta più l’innovazione tecnologica che non la competizione globale. La drastica riduzione dell’occupazione industriale, per lo stesso economista, è dovuta solo all’incessante aumento della produttività e all’automazione, non alla perdita di competitività sui mercati mondiali.

La leggenda di folle immense di disperati del Terzo Mondo pronti a sostituire i lavoratori statunitensi o europei se non rinunciano ai loro diritti, o quella di un’invasione di prodotti a buon mercato provenienti da quelle aree, sono ugualmente mistificanti. Naturalmente, in ogni paese sviluppato - nonostante i muri di acciaio e vetro sul confine col Messico, o le navi che pattugliano l’Adriatico - un contingente di disperati viene fatto entrare per ampliare e dequalificare il mercato industriale di riserva. Gli Stati Uniti, tra l’altro, oltre a fissare delle quote di immigrazione legale da diversi paesi in base a considerazioni politiche (ad esempio, per Cuba hanno fissato, dopo la crisi dei balseros e la saggia decisione del governo cubano di lasciare partire chiunque lo volesse fare, una quota di 20.000 persone all’anno), propongono ogni anno una “lotteria” (la chiamano proprio così), in cui sorteggiano 50.000 green cards (cioè visti d’ingresso per lavoro) tra i milioni di aspiranti a un posto nel famoso Eldorado.

Naturalmente, è vero che ogni multinazionale fa fabbricare parte dei propri prodotti nei paesi “in via di sviluppo”; ma vediamo le cifre: nel 1990, appena l’1,2% del prodotto complessivo dei paesi industrializzati è stato speso nell’acquisto di manufatti provenienti da quelle aree, che sono invece state saturate di prodotti provenienti dalle metropoli imperialiste.

E anche la leggenda della fuga di capitali verso il Terzo Mondo, oltre ad essere contraddetta dai dati che segnalavamo nella prima parte (il Sud che finanzia il Nord, come profitti di ritorno, o fughe di capitali locali), è smontata da un dato riportato da Krugman: l’intero boom degli investimenti nei paesi “emergenti”, dal 1990 in qua, ha sottratto ai paesi industrializzati appena lo 0,5% del loro stock di capitale. Se non ci fosse stata questa corsa, ci sarebbe stato quindi appena uno 0,5% di capitali in più. Chi se ne sarebbe accorto?

Che il mercato mondiale fosse già unificato sostanzialmente (sia pure con sacche di economia primitiva, precapitalistica, che d’altra parte sussistono ancora in diverse parti dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia) lo si poteva desumere dalle analisi sviluppate da Rosa Luxemburg nell’Accumulazione del capitale (1913) e da Lenin nell’Imperialismo fase suprema del capitalismo (1916). Sono considerate molto “fuori moda”, ma esattamente per scoraggiarne una lettura che potrebbe aiutare a capire i processi attuali molto più di tante presunte novità spacciate dagli ideologi del capitalismo e dai loro fiancheggiatori all’interno della sinistra.

L’errore di Krugman è quello di polemizzare con le affermazioni correnti, come se fossero frutto di errori casuali, o di incapacità soggettiva di cogliere i processi da parte di questo o quell’accademico. In realtà, le teorie sulla globalizzazione come novità travolgente dei nostri tempi appartengono alla sfera dell’ideologia, che per Marx è falsa coscienza, ma non del tutto arbitraria, e ha una funzione precisa: non permettere agli uomini di concepire il conflitto. Per Marx, ovviamente, assai prima dell’attuale fase di onnipervasività dei mass-media mondializzati nell’era delle TV satellitari e della trasmissione di informazioni monopolizzata dai detentori della ricchezza, l’ideologia dominante anche tra le masse subalterne è quella delle classi dominanti. E il mito della globalizzazione, come fattore determinante che rende obbligata ogni scelta, è essenziale ad esempio per fare accettare la disoccupazione.

Paul Krugman polemizza con governanti come Jacques Delors, che hanno usato la globalizzazione per spiegare (e giustificare) la disoccupazione europea, che egli invece – erroneamente - attribuisce all’insostenibilità dello Stato sociale. Ma non coglie che è assai più efficace credere e far credere che ci sia una realtà esterna a cui piegarsi (la concorrenza altrui sul mercato mondiale visto come un Moloch), che attribuire i sacrifici da sopportare a un’interpretazione soggettiva della situazione sociale, ecc.

L’uso distorto e spesso arbitrario del concetto di globalizzazione o mondializzazione, e soprattutto l’insistenza eccessiva sui fattori di novità, hanno dunque una funzione mistificante. Naturalmente, non ignoriamo che le tecniche attuali consentono una maggiore rapidità negli spostamenti di enormi capitali da una parte all’altra del mondo, amplificando quindi le onde provocate dai “terremoti finanziari” in varie parti del pianeta, ma ciò non modifica la sostanza del sistema.

Abbiamo già ricordato che, centocinquanta anni fa, Marx, nel Manifesto del partito comunista, aveva capito che la “ricerca di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre”, con il risultato di una universale dipendenza delle nazioni una dall’altra”, di una unificazione del mondo, che abbatte “tutte le muraglie cinesi”. A chi sottolinea che la “globalizzazione” di cui si parla non è solo questo, ma ad esempio la finanziarizzazione del capitale a livello mondiale, possiamo segnalare un testo di oltre ottant’anni fa. Lenin, nel suo L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, ha dedicato un capitolo ricchissimo di dati alla impetuosa crescita del capitale finanziario, al suo “spadroneggiare” nello stesso ambito della produzione di merci, anche attraverso il sistema delle partecipazioni, che permettono di moltiplicare straordinariamente l’influenza di alcune società (ad esempio l’AEG) su centinaia di altre, introducendo un regime di monopolio a livello mondiale. In quel libro, scritto nel 1916 (!), si osservava già:

il monopolio, non appena creato, dispone di miliardi, penetra necessariamente tutti i campi della vita pubblica, indipendentemente dalla costituzione politica del paese e da altri consimili ‘particolari’.

Nord e Sud oggi

 

Abbiamo spesso accennato al fatto che i rapporti di sfruttamento da parte delle metropoli imperialiste (fondamentalmente i paesi europei, più la loro appendice nordamericana e la singolare riproduzione del loro modello in Giappone) nei confronti dei paesi del resto del mondo hanno caratteristiche costanti, che si presentano in forme solo parzialmente diverse già alla fine del secolo scorso.

Le premesse dirette dei rapporti attuali sono state fondamentalmente poste negli ultimi due secoli, e le abbiamo ricostruite dettagliatamente nei capitoli precedenti, in cui crediamo di avere dimostrato a sufficienza come l’origine dell’arretratezza e del sottosviluppo sia da ricercarsi nelle relazioni imposte con la forza in passato. Ma questi paesi, tranne rarissime eccezioni, non solo non sono riusciti a decollare anche dopo la conquista della indipendenza, ma la stessa decolonizzazione, in genere, non ha portato a una indipendenza reale.

L’imperialismo ha fatto tesoro dell’esperienza della dominazione indiretta di Stati formalmente indipendenti, in primo luogo nell’America Latina, ma anche in Asia e in Medio Oriente; cosicché, gli squilibri nella ripartizione delle ricchezze tra paesi “ricchi” e paesi “poveri”, tra “Nord e Sud del mondo”, si sono addirittura aggravati dopo la grande ondata di decolonizzazione. Quasi ovunque, gruppi dirigenti famelici e corrotti svolgono i compiti più turpi per conto dei veri padroni, che non sono sempre i vecchi (ad esempio, la Francia prende il posto del Belgio nel Congo, nel Rwanda e nel Burundi, a volte da sola, più spesso associata agli Stati Uniti). Anche paesi come l’Algeria, il Burkina Faso, l’Etiopia, l’Angola, il Mozambico, che avevano tentato strade diverse, e avevano inizialmente gruppi dirigenti sinceramente preoccupati del benessere del loro popolo, sono stati riportati nei ranghi o da colpi di Stato, o dall’effetto corruttore di quella che era sembrata loro l’alternativa all’imperialismo, l’URSS.

Guevara aveva colto già alla metà degli anni Sessanta il pericolo della riproduzione del modello burocratico, ma anche il fatto che i “paesi socialisti” non rappresentavano una vera alternativa, ed erano anzi oggettivamente complici dell’imperialismo. E nel 1965, quando il Che pronunciava questo severo giudizio, il processo di involuzione anche morale della burocrazia sovietica doveva fare passi ulteriori.

Quando la crisi dei paesi ex coloniali ha avuto le sue manifestazioni più tragiche, nel corso degli anni ’80 e ’90, l’unica eccezione allo sprofondamento sembravano essere quei paesi dell’Asia in fuga verso il benessere, che venivano presentati come un esempio positivo che assolveva l’imperialismo - e in genere i paesi più sviluppati - da ogni responsabilità, o almeno come eccezioni talmente clamorose da impedire di ricavare qualsiasi regola generale dai processi in atto. Ma si trattava solo di qualche paese aggregato a uno dei carri dei paesi dominanti, e la vicenda più recente di Corea del Sud, Thailandia, Indonesia, ecc. rivela che anche quei tentativi non hanno avuto esiti migliori: questi paesi vengono risospinti brutalmente indietro dalla grande crisi monetaria che sconvolge tutto il mondo capitalistico. Gli interventi per puntellarne le monete e le borse sono analoghi a quelli già fatti nel 1995 in Messico, hanno la stessa finalità di evitare crolli a catena degli investitori statunitensi o europei, e confermano comunque il carattere artificiale e dipendente dei presunti “miracoli economici” tanto reclamizzati negli scorsi anni.

Un effetto secondario imprevisto dei crolli delle economie presentate come miracoli del capitalismo è proprio quello di avere spazzato via molte sciocchezze degli apologeti del capitalismo: la durezza dei ritmi, la lunghezza incredibile degli orari di lavoro, lo sfruttamento spietato dei minori, la persecuzione dei sindacati autorganizzati, tutto ciò non è servito ad evitare i crolli di quelle economie. Ma soprattutto è evidente, anche dall’ampiezza dei salvataggi, che quei paesi non erano che appendici del Giappone, degli Stati Uniti, dell’Europa, non paesi che imboccavano autonomamente una strada originale verso lo sviluppo.

Anche il processo involutivo dei paesi che avevano appena conquistato l’indipendenza agli inizi degli anni ’60 era stato colto lucidamente da Guevara. Nella relazione sull’Africa tenuta al ministero dell’Industria nel marzo 1965, l’ultimo discorso pubblico pronunciato a Cuba dal Che, egli diceva che, se non si riusciva a bloccare il tentativo di trasformare in semicolonie i paesi appena indipendenti, con un processo analogo a quello realizzato dall’imperialismo britannico prima e da quello statunitense poi in America Latina nel secolo scorso, l’imperialismo, benché in crisi, avrebbe potuto sopravvivere ancora per qualche decennio, con il risultato di provocare milioni di morti per fame, malattie curabili e non curate, ma anche conflitti indotti dall’esterno. Per fronteggiare questo pericolo, il Che tentò nel 1965 di fornire un aiuto tecnico ai guerriglieri lumumbisti, ma dovette ritirarsi per l’inesistenza di una forza organizzata: i dirigenti “acculturati” - tra cui l’attuale presidente del Congo, Laurent Kabila - con cui avrebbe dovuto organizzare l’esercito (dato che erano gli unici che parlavano francese) stavano tutti a godersi i finanziamenti dei paesi “socialisti” negli alberghi di lusso all’estero. Guevara aveva intuito perfettamente le dinamiche, anche se non è riuscito ad arrestarle. Ma il dato di fatto è che il Congo, ribattezzato poi Zaire da Mobutu, pur essendo dotato di immense ricchezze naturali, resta oggi uno dei paesi più poveri dell’Africa.

Il neocolonialismo e lo scambio ineguale

 

Ernesto Che Guevara, negli ultimi anni della sua vita, aveva colto lucidamente questo meccanismo, soprattutto nel suo ultimo discorso come dirigente dello Stato cubano al II Seminario afroasiatico di Algeri, del marzo 1965.

Egli aveva ripreso la teoria marxista che attribuiva lo squilibrio principalmente allo scambio ineguale tra materie prime, pagate a basso prezzo, e macchinari, pagati assai cari. anche ai paesi “socialisti”, che egli per questo aveva criticato come oggettivamente complici del meccanismo di sfruttamento. Egli aveva poi tentato - senza purtroppo riuscirci - di aiutare chi lottava per spezzare quel meccanismo infernale; e oggi, il mondo sottosviluppato sta ancora peggio di quando il Che fece quella drammatica demuncia. I paesi del mondo ex coloniale sono sempre più poveri, mentre la ricchezza del loro sottosuolo e della loro terra si concentra in dieci o quindici paesi. Nei conflitti locali, che contribuiscono a mantenere in stato di soggezione soprattutto l’Africa, ma anche l’America Latina e vaste zone dell’Asia, tra il 1945 e il 1998, ci sono stati molti più morti che nella seconda guerra mondiale.

Accanto ai nazionalismi esasperati, si è diffuso sempre più l’integralismo, come risposta distorta ed equivoca all’imperialismo, a volte incoraggiata dai dominatori per distogliere le masse più arretrate da organizzazioni e concezioni di lotta più efficaci (ad esempio, esso è stato incoraggiato in Palestina, e soprattutto nella striscia di Gaza, dallo Stato di Israele, per indebolire l’OLP). L’integralismo, a sua volta, è utile ai dominatori per dare un volto esecrabile alla rivolta degli oppressi.

Quando nascono, invece, forme più lucide di opposizione al dominio imperialista e ai suoi collaboratori locali, come il movimento zapatista e la sua struttura armata (l’EZLN), nello Stato messicano del Chiapas, una cortina di silenzio e di calunnie cerca di impedire la generalizzazione della sua originale critica al “neoliberismo”.

Eppure non è solo il “subcomandante” Marcos a denunciare lo sfacelo del mondo: il Rapporto 1998 sullo sviluppo umano, prodotto come ogni anno da un importante organismo internazionale, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, dichiara che il 20% degli esseri umani che vivono nei paesi più ricchi si dividono l’80% del consumo privato complessivo, contro l’1,3% per il 20% che vive nei paesi più poveri. I primi consumano o dispongono: del 45% della carne e del pesce, contro il 5% per i secondi; del 58% dell’energia mondiale, contro il 4% degli altri; i primi dispongono dell’84% della carta utilizzata, contro l’1,1% degli altri; hanno l’87% dei veicoli contro meno dell’1%; e il 74% delle linee telefoniche, contro l’1,5%.

Non è solo un’eredità del passato:

Nel 1960 il 20% della popolazione mondiale che viveva nei paesi più ricchi aveva un reddito 30 volte superiore a quello del 20% più povero. Nel 1995 era 82 volte maggiore.

E non era ancora cominciata l’ondata di crisi che ha travolto tanti paesi “emergenti”. Il Rapporto prosegue segnalando che il patrimonio delle 3 (tre!) persone più ricche del mondo è maggiore del prodotto interno lordo cumulato dei 48 “paesi in via di sviluppo” più poveri. Sarebbe meglio, a questo proposito, smettere di chiamarli ipocritamente paesi in via di sviluppo, e usare la stessa sigla PVS per definirli “in via di sprofondamento”...

In questi paesi “oltre 1,3 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno, e circa 3 miliardi con meno di due dollari al giorno”. Altri dati sono ancora più impressionanti: la soddisfazione dei bisogni essenziali dell’insieme dei PVS (alimentazione, acqua potabile, scuola, salute, ecc.) è stimata a 40 miliardi di dollari all’anno, cioè a una somma che rappresenta appena il 4% della ricchezza accumulata dai 225 più grossi patrimoni mondiali. Questo significa, in concreto, che dei 4,5 miliardi di persone che vivono nei PVS: i tre quinti sono privi di infrastrutture sanitarie di base; un terzo non ha accesso all’acqua potabile; un quarto non ha un’abitazione degna di questo nome; e un quinto non ha servizi igienici; il 20% dei bambini non frequenta la scuola elementare, o la lascia dopo un anno o due; un’analoga percentuale non assorbe calorie e proteine sufficienti. Due miliardi di persone soffrono di anemia, anche negli strati più diseredati dei paesi capitalistici avanzati.

Non è solo un eredità del passato, dicevamo. Lo conferma un altro dato del rapporto:

Non meno di cento paesi – sia in via di sviluppo che in transizione [transizione verso che cosa?] - hanno conosciuto un serio regresso economico nel corso degli ultimi trent’anni. Di conseguenza, il reddito per abitante è inferiore a quello che era dieci, quindici, venti, a volte trent’anni fa.

Più dettagliatamente, si precisa che “il consumo di una famiglia africana media è più basso del 20% rispetto a 25 anni fa”. Nell’Africa subsahariana, “il numero di persone sottoalimentate è più che raddoppiato, passando da 103 milioni a 215 milioni” nello stesso periodo. E i dati non riguardano solo l’Africa: nella Russia “democratica”, negli ultimi anni, l’aspettativa di vita è diminuita di ben 5 anni.

Un tocco finale, che rinvia al capitolo sul capitalismo come distruzione dell’ambiente umano: il 20% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 53% delle emissioni di ossido di carbonio; il 20% più povero lo è solo per il 3% delle emissioni, ma vive nelle comunità più vulnerabili dalle inondazioni costiere che l’innalzamento della temperatura del globo sta provocando, sempre più frequentemente.

Anche in questo caso, c’è uno “scambio ineguale” tra chi produce polluzione e non ne subisce che in piccola parte le conseguenze, e il resto del mondo che non la produce ma ne è vittima!

 

[Il libro dell’UNDP, Rapporto 1998 sullo sviluppo umano, è stato pubblicato dalla casa editrice Rosemberg $ Sellier (Torino, 1998).]

  • ·Le crisi economiche cicliche 

La leggenda del capitalismo autoregolato

 

Dopo l’uscita dalla grande crisi economica del 1929 gli apologeti del capitalismo hanno presentato per decenni le crisi come una malattia infantile, ormai superata per sempre, grazie al saggio intervento dello Stato avviato con il New Deal e con l’applicazione generalizzata delle misure suggerite da Keynes.

In realtà, da quella crisi si era usciti con l’intensificazione dei conflitti locali e la corsa agli armamenti che preparava la Seconda guerra mondiale che, tra l’altro - come vedremo - in Asia comincia di fatto ben prima del 1939. Ma, a partire dal 1974-1975, nonostante tutti i tentativi di occultarlo attribuendone le cause a fattori contingenti come il rialzo del prezzo del petrolio, risultò evidente che era cominciato un nuovo ciclo recessivo.

Anche su questo la derisione delle teorie di Marx da parte degli ideologi del capitale (ma accettata anche da una parte crescente della sinistra) risultò priva di fondamento. Per Marx, le crisi sono un fenomeno costante nel sistema capitalista. Seguiamone il pensiero, troppo a lungo accantonato o abbandonato.

Le crisi economiche sono l’interruzione del processo normale di riproduzione. La base umana e materiale della riproduzione, la massa della manodopera produttiva e quella degli strumenti di lavoro effettivamente impiegate si contraggono. Ne deriva una diminuzione del consumo umano e di quello produttivo, cioè una diminuzione del lavoro vivo e del lavoro oggettivato a disposizione della produzione nel corso del ciclo successivo. La crisi per un determinato periodo si riproduce da sé a forma di spirale.

Nelle società precapitalistiche, le crisi si presentavano sotto forma di distruzione materiale degli elementi della riproduzione, in seguito a catastrofi naturali o sociali: le epidemie, i terremoti, le inondazioni, la siccità e soprattutto le guerre, che distruggono le forze produttive della società, i produttori e i mezzi di produzione. Nel corso della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), ad esempio, perì un terzo della popolazione della Germania, che impiegò un secolo per risollevarsi e riprendere la crescita demografica. Anche in gran parte dell’Europa ci furono conseguenze pesantissime: spopolamento e carestia si determinarono a vicenda. Le cause della diminuzione della produzione, in primo luogo agricola, sono dunque extraeconomiche.

Nella società capitalistica, invece, la distruzione materiale degli elementi di produzione non è la causa, ma la conseguenza della crisi. La crisi non si verifica perché ci sono meno lavoratori impegnati nella produzione, ma per cause endogene, e se ci sono meno uomini al lavoro è proprio perché scoppia la crisi.

La crisi precapitalistica è dovuta a una sottoproduzione di valori d’uso, in un paese o in una regione determinata colpita da fenomeni naturali o sociali distruttivi, mentre anche a poca distanza possono permanere condizioni normali. Quella capitalistica è invece crisi di sovrapproduzione di valori di scambio, ed è provocata dall’insufficienza del consumo solvibile, non della produzione in sé, o della capacità fisica di consumo. Fenomeno emblematico è la distruzione di enormi quantità di prodotti alimentari, mentre gran parte della popolazione ne è priva. Durante la crisi del 1929 in Brasile il caffè veniva bruciato come combustibile nelle caldaie delle locomotive, mentre il grosso della popolazione non ne aveva.

Un’abbondanza relativa di merci non trova l’equivalente monetario sul mercato, e non può quindi realizzare il valore di scambio: resta così invendibile, provocando la rovina dei suoi proprietari (non di tutti, perché durante le crisi alcuni dei gruppi più forti sopravvivono e si impossessano dei beni di quelli falliti).

Ritorneremo successivamente sulla logica interna che determina le crisi nel sistema capitalistico. Per ora limitiamoci a registrare alcuni dati empirici, i quali permettono di affermare che le crisi non sono un fenomeno patologico ma fisiologico del capitalismo, che si ripresenta con una certa periodicità; questo ha permesso la formulazione della teoria delle “onde lunghe” enunciata, sia pure con una certa rigidità meccanicistica, da Nikolaj Dmitrievich Kondrat’ev (un economista che negli anni ’20 dirigeva l’Istituto della congiuntura economica di Mosca) e che era stata abbozzata da Parvus già nel 1896.

Una interpretazione più equilibrata e dialettica era stata avanzata da Lev Trotskij nella Relazione sulla crisi al III Congresso dell’Internazionale comunista, nel giugno 1921. Utilizzando fonti borghesi inoppugnabili, Trotskij aveva identificato sedici crisi e sedici cicli di prosperità nei 138 anni successivi all’indipendenza degli Stati Uniti d’America:

Dal 1781 al 1851 lo sviluppo è molto lento: ci sono movimenti appena percettibili. Osserviamo che nel corso di settant’anni il commercio estero cresce solo da 2 a 5 sterline pro capite. Il punto di rottura si produce solo dopo la rivoluzione del 1848, che ha agito nel senso di un’estensione del mercato europeo. Tra il 1851 e il 1873 la curva dello sviluppo sale fortemente. In ventidue anni il commercio estero passa da 5 a 21 sterline, mentre la produzione del ferro aumenta nello stesso periodo da 4,5 a 13 kg pro capite. A partire dal 1873 comincia un’epoca di depressione. Dal 1873 al 1894 circa riscontriamo un ristagno nel commercio inglese (anche prendendo in considerazione gli interessi del capitale investito in aziende estere): c’è una caduta da 21 a 17,4 sterline nel corso di ventidue anni. Poi viene un altro boom che dura sino al 1913: il commercio estero aumenta da 17 a 30 sterline. Infine con il 1914 comincia il quinto periodo, il periodo della distruzione dell’economia capitalistica.

I sedici cicli si svolgevano - combinandosi variamente - all’interno dei periodi più lunghi tratteggiati in questa ricostruzione:

Nei periodi di rapido sviluppo capitalistico le crisi sono brevi e di carattere superficiale, mentre i boom si prolungano e acquistano dimensioni considerevoli. Nei periodi di declino capitalistico le crisi sono di carattere prolungato, mentre i boom sono limitati, superficiali e speculativi.

In quella stessa Relazione, che analizzava le caratteristiche del rilancio postbellico e segnalava il ruolo ormai determinante degli Stati Uniti nell’economia mondiale, ancora largamente sottovalutato in Europa, si metteva in guardia contro ogni illusione su un rapporto meccanico tra crisi capitalistica e rivoluzione. Successivamente, in polemica esplicita con Kondrat’ev, a cui è stato invece sempre assimilato, Trotskij sottolineava il pericolo di trasformare un’interpretazione dell’andamento storico concreto della economia capitalistica in una specie di legge insopprimibile, per cui cicli lunghi di ristagno o di sviluppo contenuto si alternerebbero sempre, a scadenza praticamente fissa, a cicli di sviluppo accelerato. Ma l’interpretazione di fondo, soprattutto se privata del determinismo meccanicistico che vi aggiungeva Kondrat’ev, è stata confermata dalle vicende successive. Infatti, dal 1914 al 1940, si è registrata una nuova onda lunga di ristagno, o di sviluppo limitato, mentre, dal dopoguerra (o dal 1940 per gli Stati Uniti) sino al 1973 circa, si è avuta una nuova onda lunga di sviluppo accelerato.

I cicli di sviluppo nel XX secolo sono legati all’espansione di determinati settori produttivi: dal 1900 al 1913, la molla trainante era stata la siderurgia, combinata alle costruzioni navali (evidentemente legate agli usi militari) e anche alla diffusione di centrali elettriche e della telefonia. Successivamente, c’era stato un ruolo importante della chimica e dell’industria automobilistica.

La ripresa dell’industria in Europa a partire dal 1919, dopo le distruzioni della guerra, era stata lenta e contrassegnata da un carattere largamente speculativo e da frequenti crisi, come quella verificatasi già nel 1921, iniziata in Giappone ma rimbalzata subito negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia e in Italia. Il superamento di questa crisi inaugura il ciclo degli anni ’20, cui porrà fine il terremoto borsistico del 1929.

Lo sviluppo impetuoso dell’industria automobilistica, di quella della gomma, del petrolio, delle attrezzature industriali, degli apparati elettrici, della chimica, fa pensare a una crescita illimitata e solida. Grandi capitali si spostano, ad esempio dagli Stati Uniti alla Germania, accelerandone una crescita sproporzionata rispetto al mercato interno, brutalmente ristretto dalle decurtazioni territoriali del Trattato di Versailles, che hanno privato quel paese, tra l’altro, di tutte le sue colonie. Ma, in una fase di libero scambio generalizzato, sembra che non ci siano problemi: la Germania conquista il primo posto in vari settori della chimica, ad esempio in quello dei coloranti sintetici, e ha una crescita impetuosa della stessa siderurgia e della meccanica.

Tra gli uomini politici e gli economisti borghesi si diffonde una straordinaria euforia. Pochi mesi prima della esplosione della crisi il Primo ministro francese Aristide Briand, ex socialista e Premio Nobel per la pace nel 1926, aveva preannunciato alla Società delle Nazioni l’imminente realizzazione dell’unità doganale ed economica dell’Europa.

Quasi tutti, tranne alcuni marxisti isolati considerati sgradevoli Cassandre, prevedevano una durata indefinita del boom e l’avvento di un’epoca nuova di benessere universale. Eppure, esistevano i sintomi di contraddizioni profonde, di sfasature tra diversi paesi, di flessioni di interi settori industriali, che portavano già prima della grande crisi alla deindustrializzazione di intere regioni (ad esempio, in Gran Bretagna il Galles, il Nord-Est e la zona di Manchester, che era stata la punta dello sviluppo del secolo precedente). Anche in Giappone il tasso di sviluppo negli anni ’20 è circa la metà di quello del decennio precedente.

Inoltre, molti degli arricchimenti facili che alimentano il clima di ottimismo sono legati a manovre speculative: l’andamento delle borse è sempre più slegato da quello dell’economia reale. Nel corso degli anni ’20, tendenze speculative in borsa si delineano a più riprese. Già nel 1925 si tocca per due volte il tetto di tre milioni di azioni negoziate in borsa in un solo giorno, e nel 1926 il fenomeno si ripete per tre volte. A ogni vertiginoso arricchimento corrisponde ovviamente la rovina di piccoli risparmiatori e degli operatori più deboli o incauti. A partire dal 1928 e nei primi mesi del 1929, il fenomeno diventa parossistico, al punto di provocare una caduta degli investimenti industriali e una diminuzione dei depositi bancari e perfino degli stessi prestiti esteri.

Finanzieri, speculatori, agenti di borsa costruivano un fantastico castello di sempre nuove società finanziarie, fondi di investimento, ecc., con i metodi più avventurosi e meno scrupolosi. Ne hanno fatto una ricostruzione accurata il grande economista canadese John Galbraith nel 1955 (The Great Crash), e nel 1976 Livio Maitan, in un libro su La grande depressione (1929-1932) e la recessione degli anni ’70, i cui elementi essenziali sono stati ripresi quest’anno in un nuovo libro, Tempeste nell’economia mondiale. Dal boom degli anni ’50 alle crisi asiatiche, che ha avuto un grande successo, anche perché uscito alla vigilia dei nuovi crolli a catena che, dalla Russia all’America Latina, alle borse europee, hanno messo in allarme anche alcuni dei principali responsabili della crisi, come il finanziere George Soros, che ha inviato al Congresso degli Stati Uniti un documento dal titolo significativo: Crisi del capitalismo globale. Soros, per intendersi, è l’uomo che è stato accusato di avere provocato il tracollo della borsa russa e del rublo, ma che nella crisi attuale ha perso due miliardi di dollari.

Alla vigilia del crollo, l’economia reale era profondamente distorta in tutto il mondo capitalistico. Ad esempio negli Stati Uniti, grazie ai sistematici assassinii di sindacalisti risultati incorruttibili (e alla corruzione di altri), nel corso degli anni ’20, la crescita della produttività per uomo/ora era stata del 40%, i salari reali erano cresciuti solo dell’8%, mentre i profitti avevano avuto un incremento dell’80%. Ma i profitti si riversavano nelle speculazioni, mentre la capacità d’acquisto dei lavoratori rimaneva molto al di sotto dell’aumento della produzione.

I primi scricchiolii si avvertivano già dalla primavera del 1929: il 26 marzo c’era stata una prima caduta di 15 punti dell’indice borsistico più autorevole dell’epoca, quello del “Times”, ma era stata arginata con poderose iniezioni di dollari dalla banca centrale; in settembre, nuove flessioni e nuovi interventi stabilizzatori.

Il presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover, era intervenuto per tranquillizzare, sostenendo: “noi americani siamo più vicini al trionfo finale sulla miseria che in qualsiasi altro momento qualsiasi altra nazione”. Pur ammettendo che gli scopi finali non erano ancora stati raggiunti, egli affermava spudoratamente:

se ci sarà data l’opportunità di proseguire con i metodi degli ultimi otto anni, vedremo presto con l’aiuto di Dio il giorno in cui la miseria sarà bandita da questo paese.

Due mesi dopo queste affermazioni, cominciavano i licenziamenti in massa, le code per un piatto di zuppa, la disperazione e… i preparativi di guerra. Il crollo in borsa era cominciato il 23 ottobre, e accelerato il giorno successivo. I grandi banchieri decidevano di intervenire, gettando decine di milioni di dollari del tempo per arginare la valanga. Il 29 ottobre, il “martedì nero”, i banchieri rinunciavano all’intervento e cominciava la caduta ininterrotta, che toccava il record negativo il 13 novembre. Le ripercussioni sono note: ogni capitalista scaricava il peso della crisi che aveva contribuito a preparare sulle spalle dei lavoratori, gettandoli sul lastrico. Ma, dato che allora non esisteva neppure un assegno di disoccupazione, ciò comportava una drastica riduzione del mercato interno. E, dato che ogni paese cercava di vendere le sue eccedenze sui mercati esteri, tutti reagivano erigendo barriere protezionistiche. Tutti gli accordi che regolavano il commercio internazionale vennero annullati in poche settimane. Se i paesi che disponevano di ampi mercati riservati (colonie e semicolonie) potevano contenere i danni, quelli che avevano un mercato interno troppo angusto, come la Germania o il Giappone, non avevano altra soluzione che cominciare a prepararsi alla guerra, per abbattere a cannonate le barriere protezionistiche erette dai concorrenti. Ci ritorneremo a proposito del nazismo e delle cause della seconda guerra mondiale.

Dopo quella tragedia dal costo umano tremendo, si sarebbe pensato che la teoria dell’impossibilità delle crisi sarebbe stata spazzata via per sempre, ma si è invece ripresentata periodicamente in tutti i periodi di rilancio. Il controllo dei grandi mezzi di informazione da parte del grande capitale esercita perfino una censura nei confronti di ogni ricostruzione rigorosa della crisi del 1929, su cui invece si rilanciano periodicamente descrizioni “pittoresche” sulle conseguenze, tentando di occultarne i meccanismi reali, e soprattutto l’impotenza di quelli che tentarono di arginare un crollo che era preannunciato da mesi. In molti casi si tratta semplicemente di malafede, e di volontà di ingannare i risparmiatori perché continuino a finanziare i grandi speculatori. Tuttavia, la vera ragione per cui anche grandi economisti borghesi hanno sbagliato clamorosamente le loro previsioni non è una presunta “stupidità” o incapacità di capire, ma il rifiuto di accettare l’analisi marxista del funzionamento del capitale.

Vediamone alcuni aspetti fondamentali. L’aumento della composizione organica del capitale e la caduta tendenziale del saggio di profitto che ne deriva (cfr. Scheda), sono leggi di sviluppo generali del modo di produzione capitalistico. Implicando mutamenti del prezzo di produzione delle merci, creano la possibilità di crisi di sovrapproduzione, dato che c’è sempre un certo intervallo tra la produzione e la vendita delle merci. Il modo di produzione capitalistico assume per questo quel caratteristico ritmo di sviluppo ineguale e incostante, a sbalzi seguiti da periodi di regresso. L’introduzione di nuove macchine e di nuovi metodi di produzione modifica spesso bruscamente il prezzo di produzione, quando la società constata a posteriori che è stato speso troppo lavoro sociale per la produzione di determinate merci.

In genere, deve passare un certo tempo prima che il mercato possa reagire all’introduzione di nuovi metodi di produzione, cioè prima che si possa verificare se questi metodi continuano a fruttare sovrapprofitti ai loro iniziatori, o se invece portano a una diminuzione generale dei prezzi di produzione. Soprattutto se molti capitalisti si lanciano contemporaneamente in un settore che assicura un alto saggio di profitto (e nulla è meno pianificabile e controllabile degli investimenti capitalistici), può bruscamente verificarsi una sovrapproduzione nel settore specifico, con conseguente caduta del saggio medio di profitto. E dato che la produzione capitalistica è una produzione per il profitto, le oscillazioni del saggio di profitto sono essenziali per giudicare lo stato dell’economia. Quando lo sdoppiamento della merce in merce e denaro si tende al massimo, il crollo diventa inevitabile.

Via via che i nuovi investimenti aumentano sempre più la capacità produttiva globale della società, e dunque la massa di merci riversate sul mercato, i rapporti tra domanda e offerta si modificano, prima impercettibilmente, poi in modo più netto. Quella parte delle merci che è stata prodotta nelle condizioni più sfavorevoli diventano invendibili al loro prezzo di produzione, e quindi contengono tempo di lavoro sperperato dal punto di vista sociale.

Per un certo periodo, le fabbriche che si trovano in questa situazione continuano a produrre, cioè a sperperare tempo di lavoro sociale, con il risultato di un’accumulazione di scorte, di un prolungamento del tempo di circolazione delle merci, dell’accentuarsi del distacco tra domanda e offerta. Il credito permette di sopravvivere per un certo periodo a questa situazione, poi viene meno e molte fabbriche devono chiudere, o tentano di realizzare almeno una parte del valore delle merci vendendole a prezzi stracciati. Comincia la spirale perversa.

La caduta dei prezzi investe progressivamente tutto il settore. La produzione rimane redditizia per le aziende che lavorano nelle condizioni più favorevoli, anche se invece dei sovrapprofitti devono accontentarsi di realizzare il profitto medio. Nello stesso tempo la crisi, con la bancarotta e la chiusura di molte fabbriche, implica la distruzione di macchinari e un’ulteriore riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori, e quindi una nuova caduta della domanda. Le crisi, al tempo stesso, favoriscono nuove concentrazioni di capitali, e hanno anche una funzione razionalizzatrice, perché permettono di adattare la quantità di lavoro effettivamente spesa nella produzione delle merci alla quantità di lavoro socialmente necessario, il valore singolo delle merci al valore socialmente determinato.

Ma questa razionalizzazione si verifica a posteriori, giacché quella capitalistica non è una produzione coscientemente pianificata e organizzata, e per questi aggiustamenti ha dunque bisogno di scosse violente, che comportano la distruzione di migliaia di esistenze e di masse enormi di valori e di ricchezze prodotte. Durante la depressione, dato che le scorte si sono accumulate per un lungo periodo prima che venissero alla luce o fossero interpretati correttamente i sintomi dell’imminente crisi, la loro eliminazione richiede del tempo, anche perché i redditi disponibili per l’acquisto di beni di consumo sono fortemente ridotti dalla disoccupazione, mentre le stesse aziende sopravvissute ritardano l’investimento nel rinnovo dei macchinari, determinando quindi un’ancora più forte contrazione dell’attività delle aziende del settore dei beni di produzione.

Il credito intanto continua ad essere concesso dalle banche per salvare dalla bancarotta le aziende in difficoltà, che sono creditrici verso i clienti e debitrici vero le banche, ma viene utilizzato più che per il rilancio della produzione per la semplice sopravvivenza, e anche per varie forme di speculazione e di frode. Dopo un certo periodo, la contrazione della produzione si ripercuote sul settore del credito, provocando crolli bancari, o anche più semplicemente la fine della concessione dei crediti di circolazione, o l’aumento dei tassi di interesse e di sconto. La fase finale vede il dilagare delle bancarotte, giacché quelle dei debitori provocano a catena quelle dei creditori, fino a formare una vera valanga. Migliaia di aziende di tutti generi chiudono i battenti, licenziando il personale e tentando di liquidare le scorte a qualsiasi prezzo, pur di ottenere denaro liquido, non più ottenibile dalle banche. I prezzi crollano, i profitti scompaiono, o cadono a un livello anormalmente basso.

Questo è l’unico meccanismo regolatore che conosca il capitalismo, e corrisponde non a una qualche patologia, ma al suo funzionamento normale.

Scheda

Composizione organica del capitale, saggio di profitto

e saggio di plusvalore

La composizione organica del capitale

Il capitalista che apre un’impresa industriale deve dividere il proprio capitale in due parti diverse: una parte per l’acquisto delle macchine, del suolo, degli edifici, delle materie prime, ecc.

Questa parte del capitale vede il proprio valore conservato nel corso del processo produttivo attraverso il suo incorporamento nel valore dei prodotti finiti, e si chiama perciò capitale costante.

La seconda parte del capitale viene usata per l’acquisto della forza-lavoro, e si accresce del plusvalore prodotto dagli operai; viene chiamato quindi capitale variabile.

Il rapporto tra capitale costante e capitale variabile è la composizione organica del capitale. Più un’impresa, un settore industriale o un paese sono avanzati, più elevata è la composizione organica del capitale, cioè più grande la frazione del capitale investita nell’acquisto di macchine e delle materie prime.

Ma è proprio l’aumento della composizione organica del capitale il fattore che provoca la caduta tendenziale del saggio di profitto, ed è quindi una delle cause di fondo dell’insorgere delle crisi.

Il saggio (o tasso) di profitto

Il tasso di profitto è il rapporto, espresso in percentuale, tra il plusvalore e l’insieme del capitale, ed esprime quindi il grado di redditività dell’impresa. Ad esempio, se un capitale di 20 miliardi di lire assicura un profitto annuo di 4 miliardi, avremo un tasso del 20%.

Il tasso di profitto dipende in primo luogo dal tasso di plusvalore. Più il tasso di plusvalore (cioè il grado di sfruttamento della classe operaia) sarà alto, maggiore sarà il tasso di profitto, a parità delle altre condizioni.

Il tasso di profitto dipende dalla composizione organica del capitale: più questa è bassa (nel senso che la sua parte variabile è maggiore), più elevato il tasso di profitto, a parità di tasso di plusvalore.

Il tasso di plusvalore

Il prodotto nuovo creato dalla forza-lavoro nel processo di produzione è diviso tra padrone e operai: agli operai va il salario, che corrisponde al valore delle merci necessarie alla sua sopravvivenza (o a qualcosa in meno, se il padrone ne ha la forza), ai padroni quel che resta, che è sempre molto di più e si chiama plusvalore.

Il rapporto tra plusvalore e salari è il tasso di plusvalore, che indica il grado di sfruttamento della classe operaia.

I padroni tentano di aumentarlo sia introducendo il progresso tecnico, sia intensificando il lavoro, allungando la giornata lavorativa, riducendo i tempi morti, sia usando l’esercito industriale di riserva, cioè la massa dei disoccupati locali o immigrati per esercitare una pressione al ribasso sui salari.

Non entriamo nel dettaglio della ricostruzione dell’onda lunga recessiva iniziata nel 1973 e non ancora finita, né tentiamo in questa sede un’analisi del grande disordine attuale, e ancora meno una previsione sul suo esito (difficile, d’altra parte, perfino per George Soros).

Ma credo ci siano gli elementi per capire la logica che porta il capitalismo a spezzare la sua corsa ascendente, entrando in una crisi carica di enormi potenziali distruttivi.

E altri elementi emergeranno dalla trattazione delle due Guerre mondiali e da quella dei fascismi.

Le guerre mondiali

Non occorre spendere molte parole per denunciare il bilancio tremendo di morte e distruzione portato dalla due guerre mondiali. Entrambe hanno provocato decine di milioni di morti, che nella seconda erano soprattutto civili, la cancellazione di intere città, lo sperpero di immense forze produttive. Ma occorre invece chiarire quali sono state le cause reali, tanto più che in ogni paese sono state fornite spiegazioni assolutamente mistificanti.

I socialdemocratici tedeschi, ad esempio, spiegavano alla loro base che dovevano votare i crediti di guerra per evitare che le loro conquiste venissero cancellate da una vittoria dell’assolutismo zarista (ma quando la rivoluzione di febbraio spazzò via lo zar e la Russia ebbe un regime ben più democratico di quello tedesco, continuarono ad appoggiare la guerra).

Analogamente, i socialisti francesi sostenevano di essere per la pace, ma asserivano di dovere salvare la Francia repubblicana dal militarismo prussiano.

Le cause profonde della “grande guerra”

 

In ogni paese la guerra fu preparata da una campagna di intossicazione propagandistica, che creava la “nazionalizzazione delle masse”, facendo leva su antichi pregiudizi e alimentando odii che sarebbe stato difficile sradicare. E alla popolazione si raccontavano frottole incredibili, che sono entrate nel senso comune. Agli italiani si assicurava che si lottava per Trento e Trieste, che erano invece state già offerte dall’Austria-Ungheria all’Italia in cambio del mantenimento della neutralità. L’obiettivo vero degli “interventisti” era prima di tutto la guerra in sé, con tutto quel che comportava in commesse militari.

Il Patto di Londra che determinò l’entrata in guerra dell’Italia prevedeva anche l’occupazione dell’intera Dalmazia, il riconoscimento del protettorato sull’Albania (con l’annessione della baia di Valona), la trasformazione del possesso “temporaneo” del Dodecanneso strappato alla Turchia durante la guerra libica in annessione definitiva, più un pezzo della costa meridionale della Turchia vera e propria, e qualche briciola del bottino coloniale dei vincitori. Dal fatto che il nazionalismo jugoslavo e quello turco impedirono di impossessarsi di tutto quel che era stato promesso, nacque la leggenda della “vittoria mutilata”, che alimentò la propaganda fascista. Intanto 600.000 italiani erano morti credendo di farlo “per Trento e Trieste”…

Il Giappone entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Italia) per impossessarsi dei possedimenti e degli interessi tedeschi in Cina, la Gran Bretagna e la Francia per le colonie tedesche, di cui assegnarono un pezzo al Belgio. La Russia zarista doveva salvare i fratelli slavi del Sud della Serbia dalle grinfie austriache, e così via.

La posta più importante in gioco era la spartizione dell’Impero ottomano, oltre alle colonie africane; francesi e inglesi aspiravano a quelle della Germania, mentre questa puntava a una ridistribuzione degli imperi coloniali francese e britannico. L’Impero ottomano fu promesso a tutti: il colonnello Lawrence promise un grande regno arabo a Husein, lo sceriffo della Mecca; il primo ministro britannico Balfour assicurava un focolare nazionale in Palestina (già promessa a Husein) ai sionisti, in cambio del loro impegno nella guerra; contemporaneamente, due diplomatici, l’inglese Sykes e il francese Picot, tracciavano su una carta le rispettive zone di influenza nel Vicino Oriente, che non tenevano conto affatto delle promesse fatte ad altri, in particolare a Husein, che fu determinante per la sconfitta turca e la conquista di Gerusalemme e Damasco.

Per tutti questi loschi affari, che dopo la guerra la Società delle Nazioni registrò e convalidò giustificando la definizione di associazione di briganti imperialisti per la spartizione del bottino data da Lenin a quel consesso, morirono milioni di giovani di tutto il mondo. L’Internazionale socialista, che si era dichiarata contraria alla guerra fino al giorno prima del suo scoppio, esplose in mille pezzi, per l’adattamento di tutti i suoi dirigenti alla pressione delle rispettive borghesie. Tutti si erano dichiarati contro la guerra prima del 1914, ma tutti l’accettarono, tranne i bolscevichi, che lanciarono la parola d’ordine della pace immediata e senza annessioni, e della trasformazione della guerra in guerra civile. Tutti i popoli volevano la pace, ma seguirono passivamente i loro governi: solo la Russia rivoluzionaria la realizzò, a caro prezzo, con la Rivoluzione d’Ottobre.

Tra le due guerre

 

Come conseguenza di questi progetti imperialisti, appena mascherati sotto nobili intenti patriottici e perfino “umanitari”, la conclusione della guerra fu seguita da spartizioni che lasciarono risentimenti profondi. La Germania fu privata di parte dei suoi territori storici oltre che delle colonie; all’Austria e all’Ungheria, risultate dall’esplosione del vecchio impero austroungarico, furono strappate regioni come il Sud Tirolo annesso all’Italia, la Transilvania occupata dalla Romania. Era una premessa di future tensioni, e un alimento sostanzioso per ogni nazionalismo revanscista. Le illusioni su una pace universale garantita dalla Società delle Nazioni erano prive di qualsiasi fondamento.

Tra le due guerre, si infittiscono le guerre locali, sempre alimentate da protettori occulti. Cecoslovacchia e Romania, appoggiate dall’Intesa, aggrediscono l’Ungheria, nel 1919 per abbattervi la Repubblica dei Consigli, ma anche per impossessarsi di terre ungheresi; nel 1919, la Grecia viene scagliata contro la Turchia; la Polonia, sempre spalleggiata dall’Intesa, aggredisce la Russia sovietica…

Ci sono più morti nelle guerre “locali” che in quella mondiale. In America Latina, Paraguay e Bolivia combatterono una guerra feroce per il possesso del Chaco, una regione contesa… tra due multinazionali del petrolio. Il Giappone continua una guerra di frontiera incessante contro l’Unione Sovietica e si impossessa della Manciuria, prima di attaccare direttamente la Cina.

L’accelerazione dei preparativi di guerra comincia subito dopo la crisi del 1929. L’Italia invade l’Etiopia, la Spagna viene dilaniata da una guerra civile, in cui Germania e Italia intervengono in forze fin dal primo momento, in appoggio ai generali ribelli al governo repubblicano. L’elenco potrebbe essere lunghissimo, ma quello che ci preme sottolineare è la ragione di fondo che spinge tutte le potenze a prepararsi alla guerra, e a spazzare tutti gli ostacoli ad essa all’interno di ciascun paese, a partire dal movimento operaio organizzato.

La responsabilità prima della guerra, non c’è dubbio, ricade sui paesi imperialisti che hanno avuto una fetta minore nella spartizione del mondo (Italia e Giappone), e soprattutto sulla Germania, il cui capitalismo sta particolarmente stretto nei confini imposti dopo la Prima guerra mondiale. Ma anche Inghilterra e Francia si sono preparate rapidamente al conflitto con una corsa accelerata al riarmo. Gli Stati Uniti sono rimasti per qualche tempo indietro, per le forti spinte isolazioniste presenti nel paese.

Il termine “isolazionista” è molto relativo, perché non diminuiva la proiezione in direzione dell'America Latina, da cui gli interessi britannici avevano cominciato ad essere emarginati e ridimensionati già nel corso della “Grande Guerra”, e che sta diventando un terreno di caccia quasi esclusivo per gli USA, mentre una fortissima attenzione è riservata all’area del Pacifico, dove la dominazione diretta delle Hawai e indiretta delle Filippine era minacciata dall’equivalente nipponico della Dottrina Monroe, con lo slogan L’Asia agli asiatici.

Sarà proprio lo scontro tra gli interessi giapponesi e quelli statunitensi nel Pacifico e nell’Asia Sudorientale a consentire a Roosevelt di battere le tendenze isolazioniste. Secondo molti storici, il governo nordamericano aveva avuto segnalazioni della preparazione dell’attacco alla base navale di Pearl Harbour nelle Hawai (probabilmente gli Stati Uniti avevano già trovato il modo di intercettare e decifrare i messaggi in codice della flotta giapponese), ma li occultò per avere uno shock dell’opinione pubblica che consentisse l’entrata in guerra. Qualche migliaio di morti non contavano niente per il governo, tanto più se potevano servire al nobile scopo di entrare in un conflitto da cui gli Stati Uniti sarebbero emersi come la prima potenza mondiale.

Tra le cause di quella che è stata una guerra complessa, in cui si sono intrecciati vari fattori, vi sono: innegabili scontri interimperialisti per il possesso del mondo; la lotta dei popoli europei e asiatici per la loro indipendenza, contro il fascismo e l’occupazione nazista e giapponese; c’è l’eroica resistenza dell’Unione Sovietica a un’occupazione spietata, che puntava a creare lo “spazio vitale” per l’imperialismo tedesco attraverso la distruzione e lo sterminio degli slavi, che avrebbe avuto necessità di un tempo maggiore ma era già iniziato contemporaneamente a quello degli ebrei.

Ma tra le cause vi furono anche gli sforzi franco-britannici, per indirizzare l’espansionismo tedesco verso Est: Come aveva predetto Trotskij fin dal 1929-1930, Hitler doveva essere, nelle intenzioni di tutte le potenze imperialiste nel suo complesso, il “Super Vrangel” della reazione mondiale (Vrangel era stato il più temibile dei capi delle bande “Bianche”, che attaccarono la giovane repubblica sovietica a partire dal 1918). Così, alla Conferenza di Monaco gli fu data carta bianca per la conquista dei Sudeti e la distruzione della Cecoslovacchia indipendente. Era l’inizio della catastrofe dell’umanità che si chiama Seconda Guerra Mondiale. Decine di milioni di morti furono la conseguenza di quella politica, e dell’imprevidenza di tutti coloro che pensarono di servirsi di Hitler e non lo contrastarono in tempo, prima che avesse completato il riarmo della Germania.

  • ·Il fascismo e i fascismi, figli naturali  

  • ·del capitalismo in crisi 

Una premessa metodologica

 

Gli ideologi borghesi, naturalmente, negano ogni rapporto tra il capitalismo e il fascismo.

Soprattutto da chi ha appoggiato nella sua fase iniziale il fascismo in Italia e in Germania, e se ne è staccato solo quando questo, arrivato al potere, ha accantonato il personale politico liberale che ne aveva consentito il successo, il fascismo viene visto sotto l’aspetto di una tecnica di utilizzazione del mito, o di rivalutazione dei simboli, o di creazione di nuovi rituali, cogliendone solo gli aspetti esteriori.

Uno dei migliori storici italiani del nazismo, Enzo Collotti, ha osservato che, soprattutto in Germania, la storiografia borghese tende a

spostare il giudizio sul nazionalsocialismo dal concreto terreno storico-politico-sociale alla sfera delle astrazioni metafisiche o metapolitiche, quali il richiamo ad elementi satanici e demoniaci o verso elementi puramente esterni di caratterizzazione di talune forme di Stato moderno (il totalitarismo in astratto).

Più diffusa, a livello di volgarizzazione, l’attribuzione di ogni responsabilità alla personalità distorta di Adolf Hitler, sorvolando sul piccolo particolare che, ammesso che egli fosse pazzo, pazzi non erano i borghesi liberali, protestanti, cattolici e perfino ebrei che lo finanziarono e lo portarono al potere proprio mentre aveva cominciato il suo declino elettorale.

Altri hanno insistito sulle specifiche matrici culturali della ideologia nazista, che affondava effettivamente le sue radici in movimenti irrazionalistici, razzisti e specificamente antisemiti presenti nella società tedesca, mettendo in sordina le ragioni che lo trasformarono da uno dei tanti gruppuscoli di estrema destra revanscista in un poderoso movimento armato, con la complicità dell’intero apparato statale.

In Italia, poi, è presente una robusta corrente revisionista, che tende ad assolvere il fascismo dalle sue colpe solo perché, per un lungo periodo, ebbe un effettivo consenso da parte di una parte, probabilmente maggioritaria, della popolazione (probabilmente, dato che, non essendoci elezioni, era difficile valutarla esattamente). Gli storici di questa tendenza, e soprattutto i loro divulgatori sui quotidiani di opinione, ingigantiscono le differenze culturali tra il fascismo italiano e quello tedesco, che ci sono state, ma su terreni non essenziali. Si insiste, ad esempio, su una presunta minore virulenza dell’antisemitismo nel nostro paese, magari a partire da episodi in cui un ufficiale di polizia salvò qualche ebreo dalla deportazione.

Ma le direttive erano analoghe, in Germania e in Italia; e se l’applicazione fu diversa, lo si deve alle specifiche tradizioni dei due apparati amministrativi e repressivi: era certo più difficile, in Germania, trovare un funzionario disposto a fare mettere in salvo un ebreo in cambio di denaro, mentre era assai più facile in Italia. Anna Harendt, nel bellissimo libro La banalità del male sul processo Eichmann, ha spiegato magnificamente le ragioni che portavano zelanti funzionari, magari personalmente attratti dalla cultura ebraica (lo stesso Eichmann aveva studiato un po’ di ebraico e si era recato in Palestina) a portare a termine lo sterminio, in nome della virtù suprema dell’obbedienza alle leggi, a prescindere dalla loro natura.

A complicare le cose, si aggiunge l’abitudine inveterata della sinistra di dare del “fascista” a ogni avversario, senza alcun fondamento. Per anni, molti compagni del PCI non avevano dubbi nel definire “fasciste” non solo le Brigate Rosse, ma perfino Lotta Continua. Viceversa, alcuni gruppi della “nuova sinistra” definivano “fascisti” Amintore Fanfani, Comunione e Liberazione e magari il gruppo più direttamente concorrente, ricorrendo anche alle sprangate per combatterlo. Per anni, inoltre, la Cina maoista ha definito “fascisti” i dirigenti sovietici, che li ricambiavano con la stessa moneta.

È un vecchio vizio. Tra le ragioni della vittoria di Hitler nel 1933, senza la minima reazione dei pur forti partiti operai, ci fu anche la mancata unità del movimento operaio tedesco: i due maggiori partiti si scambiavano accuse sanguinose e ciascuno considerava l’altro “fascista”. In particolare, il Partito comunista tedesco, come tutti i partiti della Terza Internazionale stalinizzata tra il 1929 e il 1933, considerava il socialfascismo, (come definiva la Socialdemocrazia) la peggiore forma di fascismo.

Il pericolo di una vittoria di Hitler fu, inoltre, decisamente sottovalutato, anche perché da tempo venivano definiti “fascisti” anche i governi democristiani di Brüning e von Papen (che erano conservatori, reazionari, ma non fascisti). La sottovalutazione del pericolo fu tale che, ancora nel 1932, meno di un anno prima dell’arrivo di Hitler al potere, il Partito comunista si associò a un referendum promosso dai nazisti contro il governo socialista del Land prussiano! Un metodo disastroso, non foss’altro perché, gridando sempre al lupo, non si riesce più a capire quando il lupo vero arriva.

Che cos’è il fascismo

 

Del fascismo sono state date molte definizioni, anche all’interno della sinistra. Quella più convincente è che si tratta di una dittatura aperta e spietata a cui ricorre il grande capitale in casi estremi, quando è con l’acqua alla gola e non funzionano più gli altri metodi per fronteggiare (o ingabbiare) il movimento operaio. Il fascismo al potere elimina tutti gli elementi di democrazia proletaria nella società borghese, cioè ogni forma di organizzazione politica, sindacale, cooperativa, ecc. della classe operaia. Per questo non si limita a vietare questo o quel partito operaio (come hanno fatto infinite volte altri governi autoritari borghesi in moltissimi paesi, compresa la “democratica” Svizzera, che vieta nella sua Costituzione l’esistenza di un partito comunista), ma deve soffocare ogni forma di democrazia, in primo luogo sopprimendo ogni possibilità di rappresentanza parlamentare. Lo scopo è quello di evitare che i partiti operai messi al bando possano utilizzare altri partiti per agire alla luce del sole.

Il fascismo ha un’altra particolarità: i suoi effettivi sono formati dalla piccola borghesia urbana e rurale, stritolata dalla crisi economica e dalla lotta tra capitale e lavoro. Il fascismo è al servizio della grande borghesia, ma si appoggia su una “polvere di umanità”, a cui offre l’illusione di essere una forza indipendente e che scaglia contro la classe operaia, alla quale si addebita la causa di ogni male.

Il fascismo utilizza miti precedentemente usati da altre forze di destra e, comunque, radicati nell’ideologia delle masse culturalmente e politicamente più arretrate. Il confronto tra Russia, Italia e Germania nel primo dopoguerra conferma che non è sempre necessariamente l’antisemitismo il cemento principale per tenere insieme questa polvere di umanità e trasformarla in un movimento di massa in lotta per il potere. Lo è in Germania, in Russia e in Ucraina (dove nel 1918-1920 è il cavallo di battaglia dei bianchi in lotta contro la rivoluzione), mentre in Italia gli elementi essenziali sono lo sciovinismo e il colonialismo.

In Italia, nel 1919-1922, c’è il mito della vittoria mutilata, basato sulle frustrazioni per la mancata annessione dell’intera Dalmazia, di un pezzo di Albania e della fascia meridionale della Turchia, che erano gli obiettivi dei nazionalisti italiani al momento dell’entrata in guerra ed erano effettivamente stati promessi nel Patto di Londra con le potenze dell’Intesa. Il mito colonialista della missione civilizzatrice di Roma preludeva, poi, alla riconquista della Libia (persa quasi completamente nel 1915) e a nuove spedizioni africane. Non c’era antisemitismo (tra l’altro, alcuni esponenti fascisti erano ebrei), mentre il razzismo era orientato contro i neri.

Il fascismo come soluzione estrema

 

Abbiamo già accennato che il fascismo è una soluzione estrema, a cui la borghesia ricorre quando non riesce più ad esercitare il suo dominio con altri mezzi. Tuttavia, già molto prima che la borghesia faccia questa scelta, ci sono movimenti di tipo fascista e altri movimenti di destra oltranzista e razzista. Alcuni di essi rimangono gruppuscoli insignificanti, altri raggiungono consensi importanti e si offrono come “carta di riserva”.

La loro pericolosità non è direttamente legata al peso elettorale. Ad esempio, nel 1919, Mussolini non riuscì neppure a essere eletto in Parlamento, ma già nel 1920 - di fronte all’occupazione delle fabbriche e ai segnali di un’ascesa rivoluzionaria - la grande borghesia cominciò a finanziare e ad armare le bande fasciste, sotto gli occhi benevoli o con la partecipazione diretta dell’apparato statale.

Anche il nazionalsocialismo rimase un gruppuscolo marginale (non era neppure il più forte nell’arcipelago dell’estrema destra tedesca) fino al 1929, quando la borghesia tedesca si tappò il naso e cominciò a finanziarlo.

Il 1929 è l’anno della grande crisi economica mondiale del capitalismo, che fece saltare tutti gli accordi di cartello per la spartizione pacifica dei mercati, con effetti catastrofici sulla Germania, che era il paese imperialista con il mercato interno più ristretto rispetto all’enorme potenziale produttivo. L’unico modo per conquistare, o riconquistare, mercati era, a quel punto, la guerra; e il nazismo diveniva indispensabile per spezzare la prevedibile resistenza di un movimento operaio diviso e incoerente politicamente, ma ancora fortissimo socialmente, e che poteva ritrovare la strada dell’unità d’azione di fronte alla prospettiva di una nuova guerra, a poco più di dieci anni dalla fine della precedente, che aveva costituito un trauma anche per chi l’aveva inizialmente appoggiata o accettata.

Per questo i buoni borghesi tedeschi di ogni tendenza politica e di ogni confessione religiosa (compreso alcuni che erano prima industriali e poi ebrei) decisero di appoggiare il nazismo, considerando il suo antisemitismo uno sgradevole accessorio, del tutto marginale rispetto alla “positività” - dal loro punto di vista - del suo programma di lotta contro il movimento operaio e di preparazione della guerra imperialista.

In realtà, l’antisemitismo non era un accessorio, ma un ingrediente indispensabile per dare coesione a quel pulviscolo di umanità che costituiva la base sociale del Partito nazionalsocialista, offrendogli un capro espiatorio, una spiegazione del tutto falsa ma verosimile (perché basata su vecchi pregiudizi consolidati) della crisi economica e della sua stessa proletarizzazione. L’antisemitismo era - come aveva detto lucidamente August Bebel molti decenni prima - il socialismo degli imbecilli.

Che il Partito nazionalsocialista cominciasse, proprio nel 1929, a essere generosamente finanziato non è un’insinuazione degli antifascisti: lo ha ammesso il più grande industriale dell’acciaio, Fritz Thyssen, quando, nel 1939, ruppe con Hitler. Lo stesso fecero Hugo Stinnes, il re dei Konzerne e simbolo della concentrazione capitalistica nel dopoguerra; l’industriale siderurgico Kirdorf; la famiglia Krupp; e tanti altri, non solo tedeschi, come il magnate della Royal Dutch Shell, Deterding.

Quanto ai legami del fascismo italiano con il grande capitale, basti pensare che la prima legge presentata da Mussolini appena diventato Primo ministro aboliva la nominatività dei titoli azionari, introdotta da poco e che avrebbe dovuto permettere di tassare in modo progressivo le grandi ricchezze salvando i piccoli risparmiatori.

Il fascismo come tentazione permanente

per le borghesie “democratiche”

 

Un altro luogo comune che va smontato è quello del carattere eccezionale del fascismo, che sarebbe per giunta legato all’arretratezza particolare di un determinato paese senza tradizioni democratiche.

Questa definizione potrebbe, al massimo, andare bene per l’Italia, governata da una dinastia vile che non aveva esitato a fare sparare cannonate sul suo popolo quando chiedeva pane (giusto cent’anni fa, a Milano!), o di mandarlo a morire in guerre inutili e dannose, mentendo spudoratamente sui suoi obiettivi. Ma che dire della Germania di Goethe e di Marx, che nel primo dopoguerra ebbe la Costituzione più democratica, non a caso presa a modello per quella italiana nel 1946-1948? E come spiegare che la dittatura fascisteggiante di Pinochet si è avuta nel Cile, giustamente considerato il paese più democratico dell’America Latina?

Tra l’altro, anche se non sono arrivati alla conquista del potere, forti movimenti fascisti si sono avuti nella Francia degli anni ’30 e in molti altri paesi. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, il grande industriale Henry Ford guardava con grande simpatia al nazismo e faceva stampare a milioni di copie il famoso falso della polizia zarista, I protocolli dei saggi di Sion, cavallo di battaglia di Hitler. Poi, i duri colpi inflitti alla classe operaia statunitense, uccidendone i più coraggiosi e incorruttibili esponenti e comprandone altri, rese meno necessario il ricorso al fascismo e all’antisemitismo. Bastava il razzismo contro i neri, gli italiani, i chicanos, a dividere la classe operaia, senza dover ricorrere a quell’estremo e controproducente rimedio.

Russia 1917: il tentativo di Kornilov

 

A questo proposito, va accennato un altro caso emblematico. Oggi, nella campagna anticomunista che ha avuto il suo vangelo nel Libro nero del comunismo, si sente dire spesso che la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe bloccato in Russia un sereno passaggio dall’autocrazia dello zar a una moderna democrazia occidentale. Naturalmente, siamo noi a parlare di autocrazia: lo zar viene in genere presentato, anche dai “democratici” russi, come Eltsin, come un buon uomo vittima della ferocia bolscevica, sorvolando sui milioni di russi morti nelle guerre che Nicola II volle, per non parlare degli operai assassinati nel 1905 e nel 1917. È vero che, per effetto della Rivoluzione di Febbraio - e soprattutto della grande e permanente mobilitazione di operai, di donne, di soldati - in Russia ci fu un breve periodo di effettiva democrazia (fino al luglio 1917, quando i bolscevichi furono arrestati in massa, accusati di essere agenti della Germania, ecc.).

Il regime democratico aveva i piedi di argilla, ed era minato dalla reazione, solo momentaneamente sconfitta e disorientata. Per fronteggiarla, Kerenski non trovò di meglio che nominare capo dell’esercito il generale ultrareazionario e antisemita Kornilov, che non solo era apertamente nostalgico dello zarismo e furiosamente ostile ai soviet e alla democrazia, ma che considerava lo stesso Kerenski un pericoloso sovversivo. Nel settembre del 1917, Kornilov tentò un colpo di Stato militare, che non riuscì solo perché i bolscevichi, anche dal carcere o dall’esilio, mobilitarono le masse operaie, contadine e i soldati, che circondarono il treno blindato che portava il generale reazionario verso la capitale, convincendo prima i suoi soldati a passare dalla loro parte, poi gli ufficiali a disertare, sicché il colpo di Stato finì in una bolla di sapone (i bolscevichi furono fin troppo generosi e, dopo avere catturato Kornilov, lo rilasciarono, consentendogli di fare ancora migliaia di vittime come capo di un’armata bianca).

Quindi, senza i bolscevichi, la Russia - in cui le contraddizioni sociali erano troppo stridenti per poter esser conciliate pacificamente in un regime parlamentare decente - avrebbe conosciuto una spietata dittatura. Probabilmente, invece del termine “fascismo”, diffusosi in tutto il mondo in seguito all’arrivo di Mussolini al potere, il “kornilovismo” sarebbe stato il riferimento per ogni progetto reazionario nel mondo.

Regimi fascisti, bonapartisti e autoritari

 

Abbiamo accennato al caso del Cile, che richiede un’ulteriore precisazione metodologica. Il regime di Pinochet era fascisteggiante, ma non esattamente fascista, perché si reggeva soprattutto sulla forza bruta dell’esercito e non aveva messo in piedi un movimento di massa basato sulla piccola borghesia. Analoga cosa si può dire, a maggior ragione, per altri regimi autoritari degli anni ’30, come quello dell’ammiraglio Horty in Ungheria, del generale Pilsudski in Polonia, di Metaxas in Grecia, e di altri che si crearono nei Balcani e in altre parti del mondo.

Sarebbe in genere più corretto definirli bonapartisti. Il termine deriva dal modello del regime di Napoleone I, che usava un forte prestigio personale conquistato in guerra per imporre dall’alto un equilibrio forzato tra le classi. Ancora più interessante il caso del Secondo Impero, guidato dal nipote e imitatore caricaturale del grande Bonaparte, Napoleone III (detto “il piccolo” da Victor Hugo). In questo caso si combinavano una mobilitazione di “squadracce” di sottoproletari e avventurieri, l’uso del fascino riflesso del nome del primo imperatore e il ricorso al plebiscito anziché a normali elezioni.

Di regimi così ce ne sono stati moltissimi, e sono tuttora caratteristici di molti paesi latinoamericani: dal Perù alla Bolivia, al Messico... In realtà, in quasi tutti i paesi semicoloniali ci sono sempre dittature più o meno mascherate, e anche molti regimi sorti dal crollo dell’URSS e della Jugoslavia hanno un grande deficit di democrazia. Non sono “fascisti” in senso proprio, ma non sono neppure “democratici”, come in genere si autodefiniscono. La ragione è evidente: quando pochi ricchi o arricchiti governano molti che sono privati di tutto, non possono permettersi una verifica elettorale onesta, tanto più se lo fanno come agenti dell’imperialismo e, quindi, di interessi stranieri.

Alcuni di questi regimi non formalmente fascisti hanno comunque compiuto crimini non inferiori a quelli del nazismo: pensiamo al regime di Suharto in Indonesia, affermatosi con un bagno di sangue spaventoso nel 1965 (allora si calcolarono 600.000 morti, ma stime successive hanno valutato che ammontassero forse a un milione). Il pretesto era un presunto “colpo di Stato comunista” che, in realtà, era solo il tentativo di dissociazione di alcuni ufficiali dalla strage che si preparava. E le vittime non furono solo comunisti: la plebe fanatizzata fu scagliata anche contro la consistente minoranza cinese che, essendo dedita in tutta l’Asia sudorientale al commercio, poteva essere utilizzata come capro espiatorio, esattamente come gli ebrei in Europa o gli armeni nell’Impero ottomano. Basta che ci sia un “diverso”, per origine, per religione, per cultura, per stato sociale, e il meccanismo del socialismo degli imbecilli può scattare.

Questo spiega anche l’enorme diffusione dei conflitti “etnici”, o presunti tali, nel mondo attuale. Ad esempio, quando i governanti degli Stati della ex Jugoslavia, dopo il 1989, hanno dovuto abbellire il loro regime con una parvenza di democrazia formale, non avevano meriti di amministratori da vantare con gli elettori, e hanno inventato il “pericolo esterno”: gli albanesi del Kossovo, accusati grottescamente di praticare il genocidio dei serbi solo perché, come tutti i più poveri, avevano più figli e con la loro crescita demografica modificavano l’equilibrio etnico in quella sfortunata terra; i serbi, a loro volta, sono diventati i nemici per i croati, e viceversa. Lo stesso processo si è avuto nel Caucaso, nelle repubbliche asiatiche della ex Unione Sovietica, ecc.

In Africa, ce ne sono casi infiniti: dal Biafra al conflitto indotto tra tutsi e hutu, prima dai colonialisti tedeschi e belgi, poi dalla Francia, che si è inserita come potenza neocoloniale in tutta l’Africa francofona, compreso quella ex belga. E il caso di tutsi e hutu rivela l’artificiosità di queste contrapposizioni indotte dall’esterno: si trattava di due gruppi dello stesso popolo, con la stessa provenienza, la stessa lingua e una lunga tradizione di convivenza. Gli hutu erano agricoltori, i tutsi allevatori e guerrieri. Una specializzazione funzionale non rara (in Africa esistono gruppi specializzati come fabbri, ecc.) e che permetteva una complementarità logica. L’unica differenza era la statura, assai più alta per i tutsi che, secondo vari antropologi, era dovuta probabilmente all’alimentazione più ricca di proteine. I colonialisti contrapposero i tutsi agli hutu, con la tecnica di divisione usata da ogni dominazione, salvo scagliare gli hutu contro i primi subito dopo l’indipendenza, per servirsi ancora del conflitto per stabilire nuove forme di controllo.

Ne abbiamo già parlato a proposito del Libano dove, fino all’arrivo dei primi agenti europei alla metà del secolo scorso, maroniti, drusi, ebrei, armeni, sciiti e sunniti avevano convissuto, nonostante le differenze religiose e culturali, e non dubitavano di appartenere allo stesso popolo. Su questo, rinvio a un mio libro, Libano e dintorni. Integralismo islamico e altri imperialismi (Sapere 2000, Roma, 1991), che affronta ovviamente il problema con una prospettiva più ampia.

Quello che qui si vuole sottolineare è che i governanti periodicamente additati dalle campagne intossicanti della stampa borghese come “mostri” erano stati creati, o utilizzati, dall’imperialismo: quando Gheddaf, dopo avere reso preziosi servizi anticomunisti in Sudan, si avvicina all’URSS; Saddam Hussein, che nessun governo occidentale criticava quando attaccava l’Iran o massacrava i curdi, prima di diventare un comodo bersaglio per una dimostrazione di forza (anche su questo, per brevità, sono costretto a rinviare al mio libro: Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991); e tanti altri.

A un certo punto, quando non servivano più, divennero “mostri” Idi Amin o Bokassa, che prima venivano vezzeggiati e protetti. Bokassa, un vero mostro (quando cadde risultò che aveva nel frigorifero i cuori degli studenti assassinati, che egli mangiava) era intimo amico del presidente francese Giscard d’Estaing, che non aveva avuto problemi ad accettare in dono da quell’immondo personaggio preziosi diamanti.

Abbiamo tracciato questa rapida panoramica degli orrori della dominazione imperialista per sottolineare che il fascismo (o comunque una spietata dittatura) non è stato una rara eccezione, ma una tentazione permanente per la borghesia.

Il fascismo come carta di riserva

 

Anche quando la borghesia non ha deciso di ricorrere alla soluzione estrema, usa il fascismo come “carta di riserva”.

In Francia, il Fronte Nazionale di Le Pen ha approfittato delle contraddizioni e dei limiti dei governi di sinistra per costituire una forza pericolosa, che fa leva sui pregiudizi contro gli immigrati. Lo stesso è accaduto nelle provincie fiamminghe del Belgio con il Vlaam Front, e in molti altri paesi.

Il Movimento Sociale Italiano (oggi riverniciatosi di una leggera patina democratica) ha combinato il ricorso a squadracce a volte interne al partito, a volte formalmente esterne e organizzate in gruppuscoli estremisti, ma sempre collegate strettamente. Il MSI ha in molti casi fornito una ruota di scorta a giunte di centrodestra e, nel 1960, anche al governo Tambroni, pur conservando il suo potenziale eversivo. Il mito del fascismo e della RSI serviva da cemento ideologico e, quindi, consentiva di mantenere aperta la prospettiva di un ritorno sistematico all’azione violenta. Nessun governo di centro, ma anche di centrosinistra, in Italia ha voluto applicare le norme transitorie della Costituzione che vietano la ricostituzione di un partito fascista: evidentemente, faceva comodo tenersi una carta di riserva. E larghi settori dell’apparato statale e militare - dai paracadutisti ai lagunari, per non parlare di molti alti ufficiali dell’esercito, della marina, dei carabinieri, delle guardie forestali, ecc. - hanno fiancheggiato e protetto le più spudorate azioni eversive, il terrorismo nero. Tanto la Strage di Stato di Piazza Fontana, quanto quella di piazza della Loggia a Brescia, hanno visto aperte e vergognose connivenze di chi avrebbe dovuto difendere l’ordinamento democratico dello Stato repubblicano.

Il fascismo e la guerra

 

Molti nostalgici del fascismo affermano in Italia che Mussolini fece molte cose buone, e fece solo l’errore di entrare in guerra. Tra le cose buone, viene ricordata ovviamente al primo posto la bonifica delle paludi pontine che, in realtà, fu solo completata in periodo fascista, ma era l’ultima di una serie di bonifiche avviate da decenni (Polesine, Lago del Fucino, ecc.). Tra l’altro, quelle che venivano definite paludi erano, di fatto, quelle “zone umide” che oggi vengono tutelate in tutto il mondo, perché indispensabili per l’equilibrio ecologico.

Ma vediamo la questione della guerra: non è stata un infortunio o una scelta sbagliata del 1940, ma una costante della politica fascista.

Non c’è stato un solo anno del famigerato ventennio senza guerra: dalla riconquista della Somalia (che aveva conosciuto la grande ribellione guidata dal patriota e poeta Mahammad ‘Abdille Hassan), alla preparazione dell’aggressione all’Etiopia, alla guerra di Spagna. E, poi, l’Albania e la Grecia. Il governo fascista fu sostenuto effettivamente da una parte degli italiani: tra la guerra di Etiopia e quella di Grecia, cioè finché il fascismo vinceva, il consenso popolare per il regime fu molto largo e i comunisti e gli antifascisti più coerenti dovettero andare fortemente controcorrente.

Alcune di queste guerre furono motivate con grottesche ragioni di prestigio: in Etiopia doveva essere cancellata l’onta di Adua; l’Albania, che era di fatto un protettorato, doveva aggiungere una corona sulla testa di Vittorio Emanuele III, il reuccio vile e cinico che il 25 luglio 1943 avrebbe tradito il suo stesso complice, Mussolini, e avrebbe poi abbandonato l’8 settembre un esercito allo sbando. Per questo fu liquidato il vecchio complice Zogu, che aveva cominciato la sua carriera come capobanda al soldo dell’Italia e si era poi autoproclamato re Zog, e il piccolo paese fu trascinato nella preparazione della Seconda guerra mondiale.

Preparazione: si fa per dire. Nulla di più insensato e meno preparato ci fu in tutta la Seconda guerra mondiale della aggressione italiana alla Grecia. Avviata per ragioni simboliche il 28 ottobre 1940, anniversario della marcia su Roma - data quantomai inadatta, perché coincidente con l’inizio della freddissima stagione delle piogge e delle nevi nei Balcani - la guerra si scontrò con una resistenza straordinaria del popolo greco che, nonostante fosse impreparato, essendo stato governato fino a quel momento dalla dittatura filofascista di Metaxas, ricacciò in poco tempo indietro l’esercito italiano, relativamente meglio armato ma pochissimo motivato, inseguendolo ben dentro l’Albania, da cui era partito.

Bene per il popolo greco (che vide in quel caso una straordinaria partecipazione femminile alla resistenza, che suppliva alle carenze logistiche dell’esercito, portando a spalla munizioni, armi e vettovagliamenti su monti in cui non c’erano strade), ma non altrettanto bene per gli albanesi, che si trovarono la guerra in casa senza averla voluta (con tutto lo strascico di civili morti, anche dopo anni, per mine e proiettili inesplosi).

Di queste cose la maggior parte degli italiani non ha il minimo sospetto. “Italiani brava gente”, si pensa; e si ritiene che tutti nel mondo abbiano un bellissimo ricordo della nostra presenza “civilizzatrice” anche in Africa, e anche in quei Balcani dove abbiamo dato un bel contributo a raggiungere in Jugoslavia i 2.000.000 di morti, che rappresentano dal punto di vista percentuale un record ineguagliato nel mondo contemporaneo (a parte forse la Libia, di cui abbiamo già parlato).

Per rimuovere questo peso dalla coscienza, la nostra stampa “libera” e “indipendente” non si è limitata a tacere, ma ha calunniato sistematicamente le popolazioni che hanno subito la nostra oppressione.

A proposito dei conflitti “etnici”, nella ex Jugoslavia non solo si è nascosto il nostro ruolo recente, ma si è insistito su una presunta “barbarie congenita”, che porterebbe gli slavi a odiarsi e a scannarsi tra loro, sorvolando sul fatto che fino alla conquista italo-tedesca  del 1941 croati e serbi (molto meno lontani tra loro di quanto non siano ad esempio veneti e campani, o lombardi e pugliesi, ma anche laziali e calabresi) avevano convissuto per secoli normalmente. Quasi nessun italiano sa che il genocidio fu iniziato dal piccolo gruppo fascista ustascia di Ante Pavelic, al soldo dell’Italia da decenni e collocato alla testa di una grande Croazia, che avrebbe dovuto avere per re un Aimone di Savoia (questi accettò la corona, ma prudentemente rimase a giocare nel casinò di Saint Moritz senza rischiare la testa) e includeva tutta la Bosnia e, quindi serbi e “musulmani”, che furono sterminati ferocemente. Il genocidio provocò poi una spirale di vendetta; ma non a caso l’armata popolare di Tito si rafforzò e vinse proprio perché si contrapponeva a quegli odii e la sua composizione multietnica appariva una garanzia dell’unità della Jugoslavia.

Torniamo però all’Albania. Dal 1912, nel quadro delle guerre balcaniche, essa divenne un protettorato italiano, accettato dalle altre potenze dell’Intesa, con cui anzi nel Patto di Londra che stabilì le condizioni per l’entrata dell’Italia in guerra si contrattava una vera e propria annessione di Valona.

Per finanziare i complici della nostra misera dominazione indiretta (allora il nostro era ancora veramente un “imperialismo straccione” e velleitario) in Albania furono sperperati molti milioni di allora, senza frutti significativi (pare che una delle poche attività redditizie impiantati dagli italiani fossero i bordelli, che ponevano tuttavia problemi di prestigio e onore nazionali, dato che le “signorine” in offerta erano italiane...).

Una corte di arrivisti, di “magliari”, di imprenditori rampanti si precipitò poi nel paese quando nell’aprile 1939, si passò dalla protezione alla conquista; ma la brevità dell’occupazione non consentì di fare affari veramente allettanti (da qui la leggenda che “ci avremmo rimesso”).

L’onore del paese, dopo la vergognosa campagna di Grecia e il caos seguito alla sconfitta su tutti i fronti e, poi, allo sbandamento dopo l’8 settembre 1943, fu salvato da quelle migliaia di soldati che, come in Grecia e soprattutto in Jugoslavia, decisero di non consegnare le armi e se stessi ai tedeschi e si unirono ai partigiani locali.

Di questo, tuttavia, la maggior parte degli italiani non sa praticamente nulla. Inoltre, ben pochi riflettono sul fatto che, nel 1939, la Seconda guerra mondiale, paradossalmente, non la volevano neppure Hitler e Mussolini. Non la volevano già come guerra mondiale, s’intende, perché non erano preparati (Hitler, in particolare, aveva avuto per il riarmo solo sei anni, cioè molto pochi). Pensavano di potere continuare a mangiarsi il carciofo foglia a foglia, contando sulla passività o complicità delle grande potenze “democratiche”.

Ma tutte le guerre “locali” portavano in quella direzione. Soprattutto l’impresa di Etiopia, che aveva isolato l’Italia, la sospinse verso quella Germania contro cui ancora, nel 1934, erano state schierate le divisioni sul Brennero, dopo il primo tentativo di annessione dell’Austria con il colpo di mano nazista contro il cancelliere clericale Dollfuss, grande amico di Mussolini.

L’entrata in guerra contro la Francia fu particolarmente insensata, oltre che vile: si trattava, per Mussolini, di “gettare qualche migliaia di morti sul tavolo della pace”, senza immaginare il discredito per l’incapacità militare e logistica mostrata subito dall’esercito italiano.

E l’aggressione all’Unione Sovietica, invano contrastata dallo stesso Stato Maggiore tedesco, che temeva di mettersi - come avvenne - in un’impresa disastrosa, fu accettata con la massima irresponsabilità da Mussolini, nonostante la spaventosa impreparazione: così, centinaia di migliaia di italiani furono mandati a morire nella neve, con le scarpe di cartone fornite dagli industriali “patriottici”.

La “resistibile ascesa” del fascismo

 

Un dramma di Bertolt Brecht, che allude all’arrivo di Hitler al potere, ha il titolo significativo: La resistibile ascesa di Arturo Ui. In effetti, l’ascesa di Hitler non era certo irresistibile, né il suo esito finale imprevedibile (il programma di espansione ad Est e la stessa “soluzione finale della questione ebraica” erano indicate a chiare lettere nel Mein Kampf, scritto fin dal 1923). Ma l’appoggio di tutta la borghesia e la complicità delle potenze europee che volevano sospingere la Germania contro l’URSS gli facilitò il compito.

Quello che non si dice, di solito, è che il Partito nazionalsocialista, che aveva avuto una crescita elettorale impetuosa tra il 1929 e la prima metà del 1932, nel novembre 1932 aveva perso un terzo dei voti. Nella prima fase aveva approfittato delle assurde divisioni del movimento operaio, i cui due partiti si combattevano aspramente, ma non affrontavano in modo serio il drammatico problema dei 4 milioni di disoccupati (ad esempio, non proponevano la riduzione d’orario). Hitler, invece, offriva la prospettiva futura della conquista dello “spazio vitale” della nazione tedesca, ma intanto ne dava una, più modesta ma concreta, arruolando nelle sue Brigate d’Assalto (Sturmabteilungen, S.A.) 600.0000 disoccupati, pagati per assaltare le sedi comuniste e socialiste, quelle sindacali, ecc.

I quadri superiori delle SA provenivano in gran parte dai Corpi Franchi, che nel 1919-1923 erano stati assoldati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske per attaccare gli spartachisti, assassinare Rosa Luxemburg, Karl Liebkhnecht e migliaia di altri rivoluzionari. Nel 1933, i partiti borghesi decisero di chiamare Hitler al potere, nonostante non avesse una maggioranza parlamentare e stesse conoscendo, appunto, l’inizio di un fase discendente.

Ci sono molte analogie con quello che è accaduto nell’ottobre 1922 in Italia. La marcia su Roma fu una squallida parata, che aveva la sicurezza di non trovare resistenza. Mussolini arrivò a Roma in vagone letto, certo dell’appoggio del re che, in effetti, rifiutò di firmare lo stato d’assedio. La complicità del Partito popolare (che entrò anche nel primo governo Mussolini con diversi ministri) e della maggior parte del personale politico liberale che aveva governato l’Italia fu determinante, e i pentimenti successivi all’assassinio Matteotti (quando era ormai tardi), non tolgono nulla alla responsabilità della borghesia nei confronti di quel regime che avrebbe portato tanti lutti all’Italia.

 

[Per maggiori approfondimenti si vedano: Enzo Collotti, La Germania nazista, Einaudi PBE, Torino, 1962; Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, Erreemme, Roma, 1997.]

Scheda

Un caso da manuale: la Fiat e il fascismo

Abbiamo parlato finora dei rapporti tra grande capitale e fascismo, ma forse è meglio presentare un caso concreto e certo non marginale, descrivendo i rapporti tra il maggior gruppo industriale italiano e il regime fascista. Ma partendo da una breve ricostruzione, altrettanto utile, della formazione di questo impero, in stretto rapporto con lo Stato attraverso forniture militari e facilitazioni di ogni genere (le “rottamazioni” concesse da Prodi non sono una novità…), ma anche della scalata data da Giovanni Agnelli al vertice aziendale, da cui riuscì in pochi anni ad escludere i veri fondatori.

L’antefatto: come gli Agnelli si sono impadroniti della Fiat

La Fiat viene identificata da tutti con la famiglia Agnelli. Ma non è nata per loro iniziativa, e il modo con cui se ne sono impossessati fornisce un esempio classico del funzionamento del capitalismo. La Fiat era nata l’11 luglio 1899 per iniziativa di un gruppo di imprenditori affascinati dalle prospettive dell’automobile: il conte Roberto Biscaretti di Ruffia, che già importava automobili da corsa dalla Germania, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, l’avvocato Carlo Racca, Michele Lanza, un modesto produttore di candele (non per automobili, ma di cera), e l’avvocato Cesare Goria-Gatti, il redditiere Lodovico Scarfiotti, il banchiere e setaiolo Michele Ceriana-Mayneri, un agente di cambio, Luigi Damevino, e un terzo nobile, il marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia. Giovanni Agnelli entra successivamente come piccolo azionista. Nell’assemblea dei soci, il consiglio di amministrazione era stato formato solo dai “padri fondatori” che abbiamo ricordato.

Presidente era stato eletto lo Scarfiotti, vicepresidente il Bricherasio, che tuttavia era irritato perché avrebbe desiderato essere lui il presidente. Elette le cariche minori, il conte Biscaretti si accorse che mancava un segretario, un incarico puramente formale che per consuetudine si assegnava al più giovane dei presenti o a un semplice impiegato. In fretta e furia venne votato il nome di Giovanni Agnelli, a cui nessuno dava la minima importanza, soprattutto perché non era né nobile, né appartenente alle grandi famiglie borghesi come tutti gli altri.

Nelle prime riunioni del Consiglio di amministrazione Giovanni Agnelli tace; ma poi comincia ad allargare la propria influenza, attaccando il direttore tecnico, Aristide Faccioli, un progettatore fin troppo geniale, che finirà per doversi dimettere per le continue ingerenze che limitano la sua autonomia. Giocando in seguito sulle gelosie e rivalità tra i soci fondatori, egli si fa proporre come “membro delegato del consiglio” e poi amministratore delegato, con ampi poteri. Ma ancora senza un pacchetto azionario consistente.

Solo nel 1906 riesce a fare il gran colpo. La Fiat ha ormai 1.500 operai, produce nove modelli diversi. Per raggiungere le 600 vetture annue, si comincia lavorare anche di notte. Gli utili, dopo i primi due anni (che risultavano in perdita), passa da 152.000 lire del 1902 a 394.000 nel 1904 e a 2,5 milioni nell’anno successivo. In quell’anno, il re Vittorio Emanuele, che fin da quando era principe ereditario si era espresso aspramente contro quelle macchine “pericolose ed abominevoli”, venne salvato dal principe Colonna da un fastidioso guasto di un treno, alle porte di Roma, con una Fiat: aveva così provato, per la prima volta, un’autovettura, e ne era rimasto così soddisfatto da concedere allo stabilimento il titolo di “Fornitore della Real Casa”.

Intanto, con la connivenza dell’unico suo complice nel Consiglio di amministrazione, Luigi Damevino, Agnelli fa passare la proposta di ridurre a un ottavo il valore nominale delle azioni, con il risultato di invogliare un gran numero di acquirenti; il valore reale, anziché ridursi, raddoppiò: e una parte notevole finì nelle mani dei due compari.

Successivamente, con un gioco complesso in cui entrano due istituti bancari - tra cui la Banca Commerciale - vengono dapprima preannunciati dividendi favolosi, poi pagati indebitandosi con le banche (quindi senza alcun fondamento reale), mentre un cambiamento di ragione sociale e l’emissione di nuove azioni porta a un effettivo “esproprio” di cinque dei vecchi fondatori, i quali rimangono con sole 2.000 azioni ciascuno. Agnelli, Damevino e Scarfiotti (che si è unito ai due compari), sono invece entrati in proprietà di 37.000 azioni. Tra le attività della società sono comparse (e non spariranno mai) forniture militari di vario genere, tra cui 8 sottomarini, commissionati dal governo italiano e da quello tedesco. Il 7 luglio 1907, il primo crollo della borsa in Italia trascina nella polvere per qualche tempo i titoli Fiat; ma il terremoto serve a un’ulteriore concentrazione nelle mani dei tre avventurieri.

Il giornale giolittiano La Stampa, che diventerà solo successivamente di proprietà degli Agnelli, comincia a denunciare la truffa ai danni della vecchia maggioranza del Consiglio di amministrazione; il 23 giugno 1908, la questura denuncia Giovanni Agnelli per “illecita coalizione, aggiottaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali”. Sono coinvolti anche il solito Damevino e il presidente Scarfiotti.

I capi d’accusa risultano particolarmente gravi: la procura assicurava “non esservi ragionevole dubbio” che la crisi finanziaria della Fiat dovesse “attribuirsi ai loschi intrighi dei suoi amministratori”. I tre si sarebbero arricchiti e avrebbero assunto il controllo della società, in danno degli altri azionisti, attraverso queste manovre: 1) spargendo “false notizie di colossali commesse ricevute dall’America, poi rivelatesi inesistenti”; 2) rassicurando gli azionisti sulle condizioni della società, pagando dividendi esagerati grazie a un mutuo passivo di parecchi milioni; accreditando “con bilanci fittizi” una prosperità della Fiat che, in quel momento, non esisteva.

Lo scandalo fu enorme, ma non vi fu arresto per nessuno. Si dimise, intanto, l’intero vertice, mentre proprio Agnelli veniva incaricato temporaneamente dell’ordinaria amministrazione per la continuità dell’azienda. In suo favore interveniva il ministro di Grazia e Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, il quale esercitava una spudorata pressione sulla procura, ricordando che l’indagine processuale avrebbe potuto “influire in modo sinistro sulla sorte di industrie locali, che sono pure notevoli elementi dell’industria nazionale”. Un imponente collegio difensivo faceva protrarre l’inchiesta per anni, finché l’opinione pubblica, distratta dalla imminenza della guerra ed esaltata dalla vittoria in Libia (attribuita da tutta la stampa agli autocarri 15 bis forniti dalla Fiat), non si accorgeva neppure dell’assoluzione con formula piena di Giovanni Agnelli e dei suoi compari. L’unico a pagare era stato il presidente Scarfiotti.

Alla fine della guerra, nel corso della quale la Fiat ha prodotto automezzi e armi, navi da trasporto e da guerra, ha inviato suoi emissari a Mosca e a Vienna (uno di essi, Adolf Egger, era per ragioni inesplicabili presente nel corteo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria a Sarajevo, al momento dell’attentato) e ha costituito varie società - con sedi in diversi paesi - per l’importazione di carbone, ecc., Agnelli riesce a eliminare i concorrenti e a diventare, da solo, proprietario del 55% del capitale azionario.

La Fiat in camicia nera

Alla vigilia della “marcia su Roma”, i giornali controllati da Agnelli (che sono ormai molti) si schierano apertamente per Mussolini. E la Fiat, per vent’anni, “indosserà la camicia nera”. Se la toglierà solo il 25 luglio 1943. Ma la sua ascesa, da modesta impresa locale a grande gruppo mondiale, è stata tutta determinata dal rapporto con il fascismo e le sue imprese di guerra. Seguiamone le tappe.

Il 28 ottobre, Agnelli è tra i primi a inviare un telegramma di felicitazioni a Mussolini e, presto, gli chiede ingenuamente di smobilitare le squadracce e di “mettere un freno ai ras di provincia” (cioè al “quadrumviro” De Vecchi, rozzo e ignorante), temendo siano controproducenti). Subito dopo, tuttavia, riconosce ai sindacati fascisti, che non avrebbero i requisiti di legge, il diritto a partecipare alle elezioni della commissione interna. A chi dei suoi amici liberali lo critica per questo gesto, Agnelli risponde che i sindacati fascisti avevano il merito di evitare la contrapposizione “muro contro muro” e di dissociarsi dalla Fiom, che era rimasta legata ai “vecchi metodi di lotta”, cioè allo sciopero. E siccome De Vecchi, viceversa, considera suoi nemici nel partito i sindacati fascisti, che puntano sulla demagogia e non solo sui manganelli, Agnelli lo scavalca, invitando Mussolini a Torino per l’inaugurazione dello stabilimento del Lingotto. Mussolini accetta, pur evitando lo scontro diretto con De Vecchi (che, anche in ambiente fascista, era soprannominato, per l’aspetto fisico e la scarsa intelligenza, “un cazzo con i baffi”, ma che continuava a controllare le squadracce piemontesi).

Poiché Cesare Maria De Vecchi continuava a pregiudicare i rapporti con la Fiat, che definiva la “plutocrazia industriale”, Mussolini, per allontanarlo da Torino, lo chiama a Roma, con la promessa di un alto incarico e l’offerta del titolo nobiliare di conte di Val Cismon; lo spedirà poi come governatore in Somalia, dove De Vecchi farà stragi, ma si arricchirà rapidamente.

Ad Agnelli, invece, Mussolini fa arrivare, prima della visita al Lingotto prevista per l’autunno, la nomina a senatore del regno, che viene fatta dal re “su proposta del capo del governo”. E prepara la sua “marcia su Torino”, come la chiamerà Piero Gobetti. Per prevenire contestazioni, anche Giovanni Agnelli prende le sue misure: convoca le commissioni interne per informarle, e ai mugugni risponde che “ci sono tre modi per riceverlo: applaudire, tacere o sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due. Il terzo modo lo stroncherò con ogni mezzo.” La maggior parte degli invitati - selezionatissimi - al ricevimento, sceglieranno il secondo modo e gli operai rimasti al lavoro saranno dissuasi dal manifestarsi, vista la massiccia presenza di squadristi e di milizia.

Agnelli si compiaceva allora di fare circolare la voce che fosse fascista a Roma e antifascista a Torino (bella cosa!), ma chiudeva il suo discorso con un “Viva Mussolini!”. Comincia a dire che è “mussoliniano”, ma non fascista… Intanto, ottiene dal “capo”, con cui stabilisce un rapporto diretto, oltre all’abolizione della nominatività dei titoli azionari, anche l’accantonamento dei provvedimenti di confisca dei sovraprofitti di guerra per gli industriali (che erano stati parte del programma demagogico del primo fascismo), la riduzione delle imposte di ricchezza mobile sulle società anonime e i loro amministratori e, soprattutto, lo scioglimento prima delle commissioni interne e poi dei sindacati, per dare vita al nuovo ordinamento corporativo.

Inoltre, con la complicità di ministri come Aldo Finzi (ebreo e fascista) e del quadrumviro Italo Balbo, il neosenatore Agnelli si impossessa di altri quotidiani sottratti all’opposizione, tra cui il Resto del Carlino. Al momento della crisi per l’assassinio di Giacomo Matteotti, il cui corpo risultò essere stato trasportato con un auto di quel quotidiano bolognese, Agnelli tace a lungo, con grande stupore dei suoi vecchi amici liberali. Quando si arriverà al voto, Agnelli lo darà a Mussolini, che non dimenticherà.

L’attacco internazionale alla Fiat

Agnelli ha, nel frattempo, acquistato la Juventus, per assicurarsi le simpatie popolari con la vecchia ricetta degli imperatori romani: panem et circenses. Introdurrà per primo le paghe favolose ai calciatori e inventerà gli “oriundi”, per aggirare le disposizioni governative contro l’utilizzazione di giocatori stranieri. Ma, soprattutto, consolida la struttura familiare di controllo dell’impero finanziario, che cresce a dismisura.

Nel 1929, ha già consistenti interessi nei Balcani e in Estremo Oriente, ma si trova subito in difficoltà. Riesce a resistere in Italia, ma perde colpi all’estero. La Ford, che pure retribuisce i suoi operai quattro volte di più di quelli Fiat, riesce a vendere le sue vetture a un prezzo quattro volte inferiore. La Francia, che era la migliore cliente della Fiat, alza i dazi doganali d’entrata dal 25 al 60%. Il mercato estero è praticamente perduto; il fatturato, tra il 1929 e il 1931, si riduce della metà.

Ma c’è un pericolo maggiore: la Ford tenta di sfondare sul mercato italiano, dopo essersi assicurata la collaborazione di una potente lobby di industriali e finanzieri milanesi e di un gruppo di gerarchi, tra cui Emilio De Bono (vecchio amico del De Vecchi) e Costanzo Ciano, il cui figlio Galeazzo aveva sposato Edda Mussolini e al quale era stata promesso che uno dei due stabilimenti Ford in Italia sarebbe stato costruito a Livorno, sua città natale. Partecipavano all’operazione anche il ministro Bottai e il presidente dell’Automobil Club Silvio Crespi. Questa lobby era tutt’altro che disinteressata, ma avanzava un argomento ragionevole: la concorrenza americana sarebbe stata utile, stimolandola, alla stessa Fiat, le cui difficoltà dipendevano da una generale carenza tecnica, da un’insufficiente programmazione e dalla mancanza di modelli utilitari. Il governo, poi, doveva temere ritorsioni internazionali a una troppo aperta politica protezionistica in favore della casa torinese.

Agnelli, affiancato ormai dal fedelissimo “professore” Vittorio Valletta, punta subito sullo spirito nazionalista di Mussolini, insofferente all’invadenza di prodotti stranieri, vista come una mortificazione dell’orgoglio nazionale. E Mussolini avoca a sé ogni decisione in materia, bloccando i pini della Ford, “che non può pretendere di rifarsi in Europa delle perdite che subisce a casa sua”. Anzi, chiude d’autorità – per questioni “d’ordine nazionale” - gli impianti che il gruppo americano aveva già nel porto franco di Trieste. Gli azionisti Fiat salutano con gioia questa decisione, che blocca anche un altro tentativo della General Motors di installarsi in Italia, “considerandola alla stregua di una colonia”; e, il 6 marzo del 1930, votano all’unanimità la proposta di ricordare la decisione del “duce” con un’epigrafe a caratteri d’oro, collocata nell’atrio principale del Lingotto.

I gerarchi fascisti, ormai legati agl interessi stranieri, non demordono: Costanzo Ciano scrive a Mussolini, segnalando che la Fiat, nonostante gli interventi in suo favore, aveva ridotto ulteriormente l’orario di lavoro (ovviamente con riduzione del salario) e aveva sospeso la produzione in vari reparti del Lingotto. Invano. Quando la Fiat si rivolge a Mussolini avvertendo che, in mancanza di nuovi e ancora più energici provvedimenti contro la concorrenza estera, avrebbe dovuto adottare altre “gravi e dolorose decisioni” sul piano dell’occupazione, ottiene subito che i dazi doganali sulle autovetture estere vengono aumentati del 130% ed estesi anche alle parti staccate. Di fatto, teme che la Ford ritorni all’attacco, attraverso un accordo di joint venture firmato con l’Isotta Fraschini per la produzione di un autovettura utilitaria con maestranze italiane. La Ford ha sempre dietro di sé Ciano, che scrive al “duce” che anche “gli operai che lavorano nelle fabbriche milanesi o in altre parti d’Italia hanno diritto alla medesima protezione di quelli che lavorano in Fiat”. Inoltre, segnala che nel capitale azionario sarebbero stati maggioritari due italiani: il conte Gian Riccardo Cella e Ludovico Mazzotti Biancinelli, ex dirigente dell’Ilva.

Ma Agnelli pone un tassativo “o con noi o contro di noi”, mentre qualcuno informa Mussolini che “dietro gli industrali milanesi si nascondono alcuni gerarchi del partito”. Dopo una vigorosa strigliata ai gerarchi lobbysti, il “duce” blocca la costituzione della joint venture, diffida attraverso Bottai la casa di Detroit dal continuare i suoi tentativi e, soprattutto, emana due decreti: il primo, riserva al governo di decidere quali industrie sono fondamentali “per la fabbricazione di prodotti essenziali per la difesa della nazione”; il secondo, riconosce tra questi l’industria dei trasporti terrestri. La Fiat ha vinto.

E la Fiat ricambia, sfornando finalmente, con il nome di “Balilla”, l’utilitaria voluta dal “duce” e i treni popolari, che vengono battezzati “littorine” in onore del fascio littorio. Nel 1932, una nuova visita di Mussolini al Lingotto si rivela ben diversa dalla prima. Gli operai hanno dovuto sospendere il lavoro in tutti gli stabilimenti e recarsi inquadrati e preceduti da fanfare a lla manifestazione. Il figlio di Giovanni Agnelli (e padre di Gianni) sta sul palco in divisa fascista. Mussolini concede l’avallo a un grosso prestito per forniture militari alla Turchia, alla Grecia e all’Argentina; poi fa sapere, però, che è ormai opportuno che il senatore prenda la tessera del partito. E questi lo farà, forse con scarso entusiasmo, ma anche senza esitazione.

Elena Croce, la figlia del filosofo, osserverà a questo proposito:

Agnelli affettava con umiltà un’assoluta innocenza nelle cose della cultura e della politica, ma non ci voleva molto ad accorgersi che la prima era fatta di disprezzo, e la seconda di calcolo e paura.

Agnelli e Valletta hanno ormai tutte le porte aperte a Roma: riescono a bloccare un progetto di monopolio delle ferrovie statali nel trasporto pubblico e un altro di una speciale tassazione degli automezzi pesanti, che viene fatto cadere in concomitanza con l’uscita di un nuovo modello di autocarro. L’Alfa Romeo viene inspiegabilmente sostituita dalla Fiat in alcune grosse forniture ai cantieri navali di Monfalcone. “Nella mutata economia politico-sociale del paese guidata da S. E. il Capo del Governo - dichiara Agnelli - anche l’industria trova una nuova comprensione dei suoi fini nazionali e sociali”.

E intanto ottiene anche: l’esenzione della Balilla dalle tasse di circolazione; la revoca delle misure restrittive dei servizi automobilistici rispetto alle ferrovie; l’estensione della speciale protezione doganale prevista per le auto a tutte le costruzioni meccaniche sussidiarie. Sempre nel supremo interesse nazionale…

Nel 1935, tuttavia, la Fiat corre un brutto rischio: mentre estende sempre più il proprio impero, conosce alcune difficoltà produttive, che spingono il ministero della Guerra a ricorrere all’odiata rivale Ford per l’acquisto di 3.000 autocarri, necessari all’invasione dell’Etiopia. Solo con qualche ritardo la Fiat riuscirà, poi, a fornirne altri 5.000, ottenendo in cambio un’attenzione privilegiata nella fornitura di materie prime e lauti risarcimenti per la perdita di mercati esteri a seguito delle sanzioni decise contro l’Italia, dopo l’impresa di Etiopia, e della conseguente politica autarchica (in nome della quale aveva, peral,tro ottenuto vaste concessioni di zone alpine per la ricerca di minerali “nazionali”). Sempre con il contributo statale, la Fiat costruisce in Veneto stabilimenti per la produzione di vetro in lastre, cementifici, fabbriche per la produzione di materie plastiche derivate dal catrame, e acquista perfino risaie, nel vercellese e in Emilia-Romagna.

Alla vigilia della guerra, gli operai sono ormai 50.000, il fatturato è passato dai 750 milioni del 1935 agli oltre 2 miliardi del 1937.

Doppio e triplo gioco durante la guerra

Alla vigilia della guerra, Mussolini fa la sua terza visita alla Fiat, il 15 maggio 1939. Lo stato maggiore aziendale è schierato in camicia nera, gli operai sono stati condotti a forza nel piazzale dello stabilimento non ancora completato di Mirafiori (inizialmente visto con diffidenza dal governo fascista, che temeva le concentrazioni operaie troppo numerose).

Mussolini arriva su un’Alfa Romeo, allora concorrente della Fiat, e questo non piace ai dirigenti né agli operai, che hanno però altre ragioni di dissenso. I 50.000 operai non rispondono con ovazioni alle consuete tirate oratorie del “duce”, il quale si irrita sempre più. Chiede se ricordano un suo precedente discorso, ma la piazza rimane muta, e Mussolini sbotta, paonazzo d’ira: “Se non lo avete letto, andate a leggerlo, se non lo ricordate, andate a rileggerlo” e volta le spalle, sibilando “questi piemontesi, tutti dei porci”.

Non c’entrava il Piemonte, evidentemente, ma la rinascita di un’opposizione di classe. Lo aveva ammesso poco tempo prima un rapporto riservato del Prefetto di Torino, che affermava:

la grande maggioranza delle maestranze metallurgiche della Fiat, nonostante la sua appartenenza formale al partito fascista, è rimasta quello che era, socialista e comunista per convinzione.

E il federale fascista Gazzotti aveva segnalato anch’esso con amarezza:

questa Fiat resta, nella sua manodopera, socialista e comunista. Non c’è quella partecipazione che ci si potrebbe attendere da una folla di miserabili disoccupati che da tutte le regioni d’Italia sale a Torino per fare della Fiat la più alta concentrazione operaia del paese.

Agnelli, intanto, si preparava alla guerra che, però, sperava lasciasse fuori l’Italia: infatti, fino a un giorno prima delle due aggressioni, aveva continuato a fornire autocarri alla Francia e alla Grecia… E durante la guerra mantiene buoni rapporti con l’occupante tedesco, un po’ meno buoni con la Repubblica sociale italiana, la Repubblichina di Salò, che lo vorrebbe come ministro e non conta nulla. Mantiene buoni rapporti attraverso vari dirigenti con gli antifascisti moderati, ma anche con i comunisti, che ai primi di marzo del 1943 hanno scatenato il grande sciopero generale contro la guerra. Difende i suoi operai dalla deportazione in Germania (che colpisce comunque una parte dei “facinorosi”), ma convincendo i nazisti che sono essenziali per la produzione e che, spostando i macchinari e gli uomini, si perderebbero mesi preziosi. Per fermare gli scioperi, di cui conosce bene il movente politico ma anche il legame con le rivendicazioni economiche, concede forti aumenti, indennità, premi. I nazisti capiscono, i fascisti protestano, ma vengono tacitati con una visita di Valletta a Salò, dove questi dichiara di essere riconoscente per la legge sulla socializzazione e di essere pronto ad applicarla. Il 6 marzo 1945 si svolgono le elezioni per approvare o respingere il progetto: parteciperanno solo alcuni fascistoni, pari allo 0,6% dei lavoratori. Mussolini è furioso e minaccia ritorsioni, ma non fa in tempo, perché deve cominciare a preparare lo sgombero del Garda per arroccarsi nel “ridotto della Valtellina”, da cui far partire la controffensiva. In realtà, si prepara la fuga, che finirà a Dongo.

I comunisti salvano le fabbriche, che sono state minate dai nazisti, e se ne impossessano. Le restituiranno poi, in nome dell’unità nazionale, ad Agnelli. Valletta sarà assolto dall’accusa di collaborazionismo, adducendo come meriti i contatti avuti con esponenti alleati, nonché la sua capacità di ottenere dagli ufficiali tedeschi la salvezza degli stabilimenti. In realtà, ad ogni minaccia di smantellarli, si rispondeva garantendo l’aumento della produzione, facendosela peraltro pagare subito, probabilmente con i beni rastrellati in tutta l’Europa. Il giovane Gianni Agnelli, che si era fatto mandare in Russia (dove stava comodamente installato in una casa ben riscaldata e fornita di ogni ben di Dio, assai lontano dal fronte) e poi in Africa (ugualmente senza l’ombra di un pericolo), si presenterà con un curriculum di “partigiano”. In realtà, aveva tentato di raggiungere una sua tenuta vicino ad Arezzo su un auto guidata da un maresciallo tedesco a cui era stata offerta una macchina per i suoi servigi, ma aveva avuto un incidente d’auto ed era stato ricoverato a Firenze, dove aspettò gli alleati, presso i quali si arruolò come ufficiale di collegamento.

Gli unici a pagare sono stati gli operai, che avevano salvato le fabbriche. Agnelli e Valletta aspetteranno poco tempo, per avere l’appoggio dei governi centristi a un nuovo rilancio industriale e per trovare il momento buono per licenziare tutti i più combattivi. Per qualche tempo, si tratterà solo di spostamenti nei “reparti confino”; ma, una volta reciso il legame tra le avanguardie e la massa, disorientata per la perdita rapida di tutte le conquiste fatte, sarà la cacciata definitiva dalla Fiat. Ma questa è un’altra storia.

[Per un approfondimento,si veda: Angiolo Silvio Ori, Storia di una dinastia. Gli Agnelli e la Fiat, Editori Riuniti, Roma 1996, da cui sono tratti molti dati riportati.]

  • ·Il capitalismo e la corruzione del movimento operaio 

Abbiamo visto le terribili condizioni della classe operaia europea nella prima fase del capitalismo. Le prime conquiste sul terreno dell’orario, del salario, delle condizioni ambientali sono state molto difficili e sempre rimesse in discussione, non appena i rapporti di forza mutavano per effetto di una recessione o di una sconfitta significativa dei lavoratori. Ma era soprattutto l’organizzazione autonoma dei lavoratori, sul terreno politico, sindacale e persino cooperativo o mutualistico che veniva considerata un crimine punito con arresti, deportazioni, confisca dei fondi accumulati: la prigione era una minaccia permanente per quelli che venivano definiti “sobillatori” e il licenziamento era ancor più scontato per chi si impegnava a dare consapevolezza dei propri diritti ai propri compagni di lavoro.

A volte intervenivano leggi regolatrici per limitare, negli interessi del capitalismo stesso, gli “eccessi” dei singoli capitalisti, come abbiamo visto a proposito dell’orario. Nei primi decenni dello sviluppo del capitalismo non c’era alcuna forma di “previdenza sociale”: i vecchi lavoratori non più produttivi venivano abbandonati all’assistenza dei figli o agli ospizi. Ma, quando i lavoratori cominciano a organizzare società di mutuo soccorso che accantonano una parte del salario per assicurare una minima pensione di vecchiaia, un sostegno in caso di malattia (chi non andava a lavorare perdeva tutto il salario, anche se la causa erano un’infermità o un incidente sul lavoro) e anche un fondo di resistenza per potere affrontare scioperi prolungati, viene introdotta dall’alto un’assicurazione obbligatoria: di fatto lo Stato interviene con “leggi sociali”, per strappare ai lavoratori l’organizzazione diretta di tali funzioni.

Che lo scopo fosse questo - quindi non “umanitario” ma di controllo e irreggimentazione dei lavoratori - risulta particolarmente evidente dal caso della Germania. Non c’è dubbio che Otto von Bismarck-Schnhausen, che dominò la scena tedesca per quasi trent’anni, fosse un nemico giurato dei lavoratori e della democrazia. Nel 1878 introdusse “per un anno” dure leggi repressive, specificamente rivolte contro i socialisti, che furono poi prorogate sistematicamente e rimasero in funzione fino alle sue dimissioni, nel 1890.

Il grande rivoluzionario Franz Mehring aveva tracciato (nella sua Storia della socialdemocrazia tedesca) questo bilancio della repressione:

Secondo una statistica incompleta erano stati proibiti 1.300 stampati, periodici e non periodici, e 332 organizzazioni operaie di vario tipo. Erano state inflitte 900 espulsioni dalle zone colpite da stato d’assedio, di queste più di cinquecento avevano colpito dei padri di famiglia. […] Erano state pronunciate sentenze a pene detentive contro 1.500 persone. […] Queste cifre, che non si avvicinavano neppure lontanamente alla realtà, fornivano di per se stesse un quadro assolutamente insufficiente delle esistenze umane annientate, delle innumerevoli vittime cacciate dai loro miseri focolari per le vessazioni capitalistiche o poliziesche, costrette alla miseria dall’esilio, condannate a morte precoce.

Ebbene, lo stesso responsabile di queste sofferenze, che lasciarono una traccia indelebile nel movimento operaio tedesco, Bismarck, introdusse contemporaneamente l’assicurazione contro le malattie nel 1883, contro gli infortuni nel 1884, di invalidità e vecchiaia nel 1889. Lo scopo era evidente, e complementare alla repressione diretta. Non servì tuttavia a piegare la Socialdemocrazia: quando furono introdotte le leggi repressive, essa contava su 437.158 voti e i sindacati avevano appena 50.000 iscritti; nel 1990 il partito ottiene 1.427.298 voti e i sindacati avevano raggiunto i 200.000 iscritti. La Socialdemocrazia, inoltre, si diede, in quei dodici anni di clandestinità, un poderoso apparato, che assicurava la diffusione dei giornali (stampati spesso in Belgio o in Svizzera), sosteneva le famiglie degli arrestati, organizzava la campagna elettorale per i candidati socialisti che si presentavano all’interno di partiti non vietati. L’ apparato era largamente composto da operai licenziati o esiliati, e rimase in eredità permanente alla Socialdemocrazia tedesca, sostituendosi però sempre più anche in tempi normali alla massa degli iscritti.

L’altra eredità delle leggi speciali fu che, anche dopo la loro soppressione, rimasero come una spada di Damocle sul movimento operaio tedesco, fornendo un poderoso alibi a chi voleva rinunciare a combattere il nemico di classe: quando, nel 1914, anche la sinistra del partito (tranne Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Franz Mehring e pochissimi altri) accettò di partecipare e sostenere la guerra imperialista, Hugo Haase, il leader della sinistra, si dichiarò contrario, in seno al gruppo, a votare i crediti di guerra, ma giustificò subito dopo poi il suo voto a favore con l’argomento che, altrimenti, il partito sarebbe stato sottoposto a una riedizione delle leggi bismarckiane e avrebbe perso le sue belle sedi, le decine di giornali e riviste, eccetera (dietro l’eccetera c’erano i già lauti stipendi e privilegi del gruppo parlamentare, ma questo non si diceva…).

Lo stesso meccanismo ha funzionato poi in altre epoche e in diversi paesi: un periodo di forte repressione lascia tracce pesanti anche quando è finito, perché c’è sempre il pericolo di tornare indietro, se ci si contrappone frontalmente al nemico di classe. Per l’Italia funziona in tal senso non solo la minaccia di un ritorno al fascismo, ma anche il ricordo della feroce repressione dei governi centristi dal 1947 in poi, fino alla svolta relativa degli anni Sessanta.

Questo fenomeno è stato colto molto lucidamente da Rosa Luxemburg prima che esso si manifestasse nelle forme peggiori, diventasse tradimento vero e proprio e arrivasse al crimine, per mettere a tacere le voci più scomode: Rosa fu assassinata dai Corpi Franchi assoldati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske! In uno straordinario scritto del 1906, Sciopero generale, partito, sindacati, la Luxemburg aveva osservato che la grande crescita del movimento sindacale e, soprattutto, di un vasto strato di funzionari sindacali era “un prodotto storico pienamente spiegabile” degli anni di alta congiuntura 1895-1900, anni di prosperità economica e di bonaccia politica. Questo apparato, anche se inseparabile da certi inconvenienti, è un

male storicamente necessario. Ma la dialettica storica dello sviluppo comporta che questi mezzi necessari della crescita sindacale, a una certa altezza dello sviluppo organizzativo e a un certo grado di maturità dei rapporti, si convertano nel loro contrario, in ostacoli a una crescita ulteriore.” Erano parole particolarmente profetiche, giacché appena un anno dopo, la socialdemocrazia avrebbe perso per la prima volta nelle elezioni politiche, spezzando una curva ascendente che sembrava inarrestabile, scendendo in percentuale dal 31,7 al 29 % e in deputati da 81 a 43. All’origine dell’insuccesso relativo c’era stata l’incapacità di fronteggiare un forsennato attacco sciovinista ai socialdemocratici che avevano osato denunciare i crimini compiuti dalle truppe coloniali contro gli ottentotti del territorio che oggi si chiama Namibia; con un conseguente relativo isolamento che impedì apparentamenti e “desistenze”; la destra socialdemocratica ne ricavò la convinzione che bisognava rinunciare ad ogni critica al colonialismo e al militarismo.

La spiegazione del processo involutivo fornita da Rosa è particolarmente interessante e dialettica: ne riportiamo per questo una piccola parte in una scheda. La straordinaria ricchezza di questa analisi, comunque, non fu capita subito dallo stesso Lenin, che oltre a essere diviso dalla grande rivoluzionaria da divergenze sulla concezione del partito, considerò frutto di settarismo alcuni giudizi, a suo parere troppo severi, sui “centristi” come Kautsky, di cui egli solo nel 1914 comprese l’involuzione.

Rosa, invece, metteva a frutto la sua straordinaria esperienza nel più forte e strutturato partito della Seconda Internazionale, quello tedesco, ma anche quella che aveva fatto in Polonia e in Russia durante la rivoluzione del 1905. Analizzando gli scioperi generali “spontanei” in Russia e in altri paesi, sempre prodottisi al di fuori (e anzi in contrapposizione) delle organizzazioni sindacali, Rosa aveva ricavato queste conclusioni:

È chiaro dall’esame dettagliato degli scioperi di massa in Russia come dalla situazione stessa della Germania, che una qualunque azione di massa un po’ importante, se essa non deve limitarsi soltanto ad una dimostrazione una volta tanto, ma deve diventare una vera azione di lotta, [...] [non può essere diretta] solo dai sindacati, [dato che] ogni azione di massa diretta od ogni periodo di aperte lotte di classe sarebbe nello stesso tempo politico ed economico.

Anche in Germania, se si aprirà una fase di lotte paragonabili a quelle della Russia, “gli avvenimenti non si preoccuperanno minimamente di domandare se i dirigenti sindacali hanno dato o no la loro approvazione al movimento”.

Se tenteranno di opporsi, i dirigenti sindacali, allo stesso modo che i dirigenti di partito, “saranno semplicemente buttati fuori [...] dall’onda degli avvenimenti, e le lotte tanto economiche quanto politiche saranno combattute senza di loro”. Infatti, la divisione tra lotta politica e sindacale, e l’indipendenza di entrambe “non sono che un prodotto artificioso, quantunque storicamente condizionato, del periodo parlamentare”.

Era un’intuizione giusta, anche se solo nella Russia del 1917 Rosa arriverà a una verifica completa, per l’esistenza di una forza rivoluzionaria cosciente, che mancherà invece nella rivoluzione del 1919-1919 in Germania. Ma è un'altra questione da quella che vogliamo sottolineare in questo capitolo.

Scheda

Le ragioni dell’involuzione dell’apparato sindacale

[…] La specializzazione della loro attività professionale come dirigenti sindacali insieme con la naturale ristrettezza dell’orizzonte che è connessa con le lotte economiche spezzettate in un periodo tranquillo, portano troppo facilmente presso i funzionari sindacali al burocratismo e ad una certa ristrettezza di vedute. Entrambi questi aspetti si manifestano in una serie di tendenze che potrebbero diventare addirittura fatali per l’avvenire del movimento sindacale. Fra queste c’è la tendenza a sopravvalutare l’organizzazione, che da mezzo in vista di uno scopo viene a poco a poco trasformata in un fine a se stesso, in un bene supremo a cui devono essere subordinati gli interessi della lotta. Così si spiega quel bisogno apertamente confessato di tranquillità che indietreggia spaventato davanti a ogni rischio un po’ grave, davanti a pretesi pericoli per l’esistenza dei sindacati, davanti all’incertezza [dell’esito] delle maggiori azioni di massa, e così si spiega inoltre la sopravvalutazione del metodo di lotta sindacale, delle sue prospettive e dei suoi successi.

Continuamente assorbiti dalla guerriglia sindacale, i dirigenti sindacali, il cui compito consiste nello spiegare alle masse lavoratrici l’alto valore di ogni anche più piccola conquista economica, di ogni aumento di salario o riduzione dell’orario di lavoro, finiscono con il perdere essi stessi a poco a poco il senso delle correlazioni e la capacità di abbracciare con lo sguardo la situazione complessiva. Solo così si può spiegare che parecchi dirigenti sindacali richiamino l’attenzione con tanta soddisfazione sulle conquiste degli ultimi 15 anni anziché viceversa metter l’accento sul rovescio della medaglia: sul contemporaneo enorme abbassamento del livello di vita proletario a cagione del caro-pane, dell’insieme della politica fiscale e doganale, del rincaro dei terreni che ha determinato un così esorbitante aumento dei fitti, in una parola su tutte le tendenze obiettive della politica borghese che hanno in gran parte messo in dubbio le conquiste di 15 anni di lotte sindacali. Di tutta la verità socialdemocratica che, accanto alla accentuazione del lavoro sindacale e della sua assoluta necessità, dà rilievo essenziale anche alla critica e ai limiti di questo lavoro, viene in questo modo sostenuta solo la mezza verità sindacale che mette in evidenza solo il lato positivo della lotta quotidiana. E infine dall’abitudine di passare sotto silenzio i limiti obiettivi che l’ordinamento della società borghese pone alla lotta sindacale deriva una diretta avversione a qualunque critica teorica che richiami l’attenzione su questi limiti in relazione con gli scopi finali del movimento operaio. L’adulazione incondizionata, l’ottimismo senza limiti sono elevati a dovere.

Rosa Luxemburg osservava che si creava così una stretta alleanza tra chi non accettava la classica posizione socialdemocratica (oggi diremmo “comunista”, ma fino al tradimento dell’Internazionale socialista nel 1914 anche i rivoluzionari come Lenin o Rosa Luxemburg si autodefinivano socialdemocratici) contro l’ottimismo acritico sul terreno sindacale, con quelli che rifiutavano lo stesso ottimismo che portava a illusioni sul ruolo dello strumento parlamentare. Ma il peggio era che a queste tendenze si ricollegava strettamente un mutamento nel rapporto tra capi e massa:

Al posto della direzione collegiale attraverso commissioni locali con le loro indubbie insufficienze, subentra la direzione professionale dei funzionari sindacali. L’iniziativa e la capacità di giudizio divengono in tal modo, per così dire, una specialità professionale, mentre alla massa spetta essenzialmente la virtù meramente passiva della disciplina. Questi lati deboli del funzionarismo nascondono in sé sicuramente dei gravi pericoli anche per il partito, che possono molto facilmente derivare dalla recentissima innovazione, la creazione dei segretari locali di partito, se la massa socialdemocratica non veglierà a che i segretari nominati rimangano dei puri organi di attuazione e non vengano considerati come i titolari professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale di partito.

Ma nella socialdemocrazia, per la natura delle cose, per il carattere stesso della lotta politica, sono posti al burocratismo limiti assai più stretti che nella vita sindacale. Qui proprio la specializzazione tecnica delle lotte salariali, p. es. la conclusione di complicati accordi tariffari e altri simili, ha come risultato che alla massa degli organizzati viene spesso rifiutato ‘uno sguardo panoramico sull’intera vita professionale’ e con ciò si giustifica la sua incapacità di giudizio. Un fiore di questa concezione è segnatamente l’argomentazione con la quale viene proibita ogni critica teorica alle prospettive e alle possibilità della prassi sindacale, perché essa rappresenterebbe un supposto pericolo per la fede della massa nei sindacati. Si parte qui dall’idea che la massa operaia può essere guadagnata e conservata all’organizzazione solo con una fede cieca e infantile nella fortuna della lotta sindacale. All’opposto della socialdemocrazia, che basa la sua influenza sulla comprensione da parte della massa delle contraddizioni dell’ordine esistente e di tutta la complicata natura del suo sviluppo, e sull’atteggiamento critico della massa in tutti i suoi momenti e stadi della sua propria lotta di classe, l’influenza e la forza dei sindacati vengono fondati secondo questa teoria assurda, sulla mancanza di critica e di giudizio della massa. ‘Al popolo deve essere conservata la fede’ - questo è il principio in base al quale parecchi funzionari sindacali bollano ogni critica alle obiettive insufficienze del movimento sindacale come attentato al movimento sindacale stesso.

Rosa Luxemburg si sbagliava solo su un punto: sarebbe stata rapida la trasposizione di questo atteggiamento dai sindacati alla Socialdemocrazia e, successivamente, agli altri partiti operai. Il metodo di paracadutare dall’alto i dirigenti locali è stato applicato con sistematicità anche in tutti i partiti comunisti, a partire dal periodo staliniano, e continua ancora oggi e ha contagiato anche molte organizzazioni della “nuova sinistra” nate dopo il 1968. Ma l’analisi complessiva resta attualissima.

[Sciopero generale, partito e sindacati è pubblicato in varie raccolte. La citazione tratta è da Rosa Luxemburg, Scritti politici, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 363-365.]

Complicità nella politica coloniale e “ministerialismo”

 

Lenin ha più volte sottolineato, riprendendo Marx, che l’ideologia delle classi subalterne è di norma quella delle classi dominanti. Proprio da questo nasceva la sua concezione del partito. Per Lenin, era essenziale che il partito rivoluzionario riuscisse a fare proprie tutte le rivendicazioni, tutti i movimenti progressisti, anche “semplicemente democratici”, di tutte le classi e gli strati sociali oppressi.

Il piano strategico centrale del Che fare? consiste in un'attività di partito che integri e raggruppi le ribellioni, i movimenti di protesta e di resistenza elementari, spontanei, sparsi localmente o settorialmente limitati, con un accento sulla centralizzazione politica e non organizzativa e, naturalmente, senza quel disprezzo per la spontaneità che viene a torto attribuito a Lenin. Lo scopo era quello di educare attraverso l’esperienza, ma andando al di là di essa, ascoltando le opinioni diffuse tra le masse, ma non “accodandosi” ad esse, facendo proprio il più basso livello di coscienza. Altrimenti, in certe fasi, i partiti operai dovrebbero allinearsi a chi chiede la pena di morte - dato che ce ne sono molti tra i lavoratori - o che odiano gli immigrati e gli stranieri, ecc.

Successivamente, constatando l’involuzione progressiva di molti partiti socialdemocratici, Lenin osservò che il loro adattamento all’ideologia borghese non era solo conseguenza di incapacità di contrastarla, ma di un processo di integrazione dei gruppi dirigenti nella pieghe della società borghese attraverso vari meccanismi: i privilegi “concessi” agli eletti nelle istituzioni borghesi, la separazione tra dirigenti e massa (la “base”, che presuppone ci sia un “vertice”), ecc.

Ma egli denuncia soprattutto il meccanismo con cui la borghesia dei paesi imperialisti utilizza le briciole dei suoi enormi profitti per creare un’aristocrazia operaia che, dapprima senza rendersene conto e poi sempre più coscientemente, si associa alle imprese coloniali, per arrivare all’accettazione dei progetti di conquistare “spazi vitali” per il proprio paese, a danno di altri nella stessa Europa. L’adattamento all’ideologia borghese nell’epoca dell’imperialismo non è più passivo e spontaneo, ma diventa cosciente nei gruppi dirigenti socialdemocratici. La svolta in questa direzione avviene nei primi anni di questo secolo, non a caso alla vigilia della Prima guerra mondiale.

La concezione espressa nel 1882 da Engels a proposito delle colonie era inequivocabile: “Il proletariato vittorioso non può imporre un qualsiasi assetto a un popolo straniero senza compromettere la propria vittoria”. Per Engels come per Marx, un popolo che ne opprime un altro non può essere libero. Nella stessa epoca Jules Guesde, uno dei pionieri del socialismo marxista in Francia, denunciava la conquista della Tunisia come una “guerra di rapina”. Nel 1896, il Congresso di Londra dell’Internazionale socialista dichiarava:

quale che sia il pretesto religioso o sedicente civilizzatore della politica coloniale, essa non è che l’estensione del campo dello sfruttamento capitalista nell’interesse esclusivo della classe borghese.

Ancora nel 1900, nel Congresso di Parigi auspicava “la formazione di partiti socialisti coloniali aderenti alle organizzazioni metropolitane”. Ma ciò cominciava a rimanere parola morta: il Partito socialista francese, ad esempio, costituiva in Algeria e in Tunisia delle federazioni socialiste composte esclusivamente di coloni, che finivano per contrapporsi alla massa degli indigeni sfruttati.

E nel 1907, subito dopo la flessione elettorale della Socialdemocrazia tedesca, collegata alla “questione ottentotta” (cioè alla denuncia dello sterminio di quella popolazione nella colonia dell’Africa del Sud-Ovest), a cui abbiamo già accennato, la destra interna abbandonò ogni remora. Bernstein teorizzò ad esempio:

Noi abbiamo il dovere di praticare una politica coloniale positiva. Noi dobbiamo abbandonare l’idea utopica di restituire le colonie. La conseguenza estrema di questo atteggiamento porterebbe a restituire gli Stati Uniti d’America agli indiani. Le colonie ci sono, bisogna accettare il fatto. I socialisti devono anche riconoscere la necessità per i popoli civilizzati di esercitare una certa tutela sui popoli non-civilizzati. […] Una grande parte della nostra economia a come base dei prodotti coloniali, prodotti di cui gli indigeni non sapevano che farsene.

In questo contesto, al Congresso internazionale di Stoccarda del 1907 il relatore presentò una mozione che “non condannava in linea di principio e in tutti i casi ogni politica coloniale – che in un regime socialista potrà essere un’opera di civilizzazione”. Inutile ricordare che i sostenitori di questa politica non sono mai arrivati a creare un “regime socialista”. Quella mozione, che registrava l’accettazione del colonialismo da parte di molti dirigenti socialisti, fu sostenuta dalla maggioranza dei delegati inglesi e francesi e dalla quasi totalità dei voti tedeschi, belgi e olandesi. E, se fu respinta, fu principalmente perché, come scrisse Lenin,

le piccole nazioni, che non conducevano una politica coloniale o ne erano vittime, l’hanno spuntata sui paesi in cui la sete di conquista si è trasmessa almeno in parte allo stesso proletariato.

Comunque quando, a partire dal 1908, i primi movimenti nazionalisti apparvero in Turchia, in Iran, in Cina, in Indonesia, l’Internazionale socialista seppe salutare

i popoli di tutte le razze, che erano finora inerti o che sembravano tali […] e che ora si risvegliano, reclamano i loro diritti, consolidano le loro forze.

L’involuzione del movimento operaio, insomma, era cominciata, ma non ancora completata. Ma furono pochi coloro che, come Lenin, compresero che l’emergere di quei movimenti nazionalisti mostrava il grande potenziale rivoluzionario dei popoli colonizzati, e intuirono che c’era un legame possibile e necessario tra la loro lotta per l’indipendenza e quella dei proletari delle metropoli imperialiste. Cosicché, quando nell’agosto 1914 la rivalità delle potenze imperialiste nella corsa per la spartizione del mondo si trasformò in guerra mondiale, opponendo gli imperialismi consolidati della Francia e dell’Inghilterra che difendevano le posizioni acquisite a quelli arrivati tardi che volevano ridistribuire le carte e i dividendi del saccheggio coloniale, la maggior parte dei dirigenti dei partiti socialisti europei passarono armi e bagagli nel campo della loro rispettiva borghesia.

Lenin definiva tradimento la scelta dei socialdemocratici di prendere posto nella

guerra degli schiavisti moderni per il mantenimento e il rafforzamento della schiavitù capitalistica”, e lo spiegava così: “dal 1852 al 1892 Marx ed Engels hanno parlato dell’imborghesimento in Inghilterra di una parte degli operai (cioè i dirigenti, i capi, l’aristocrazia), come conseguenza dei privilegi coloniali, dei monopoli. Era chiaro come il sole che i monopoli imperialisti dovevano provocare lo stesso fenomeno in tutta una serie di altri paesi nel corso del XX secolo. […] In  tutti i paesi avanzati, vediamo la corruzione, la venalità, il passaggio nel campo della borghesia dei capi della classe operaia e dei suoi strati superiori acquistati con le elemosine della borghesia, che distribuisce ai capi dei piccoli posti lucrativi, e agli strati superiori le briciole dei suoi profitti”. E c’era la conferma empirica: in tutte le scissioni del movimento operaio, la grande maggioranza dei dirigenti integrati nel sistema (burocrati sindacali, parlamentari, ecc.) si schierano dalla parte della conservazione dell’esistente, anche se la loro ‘base’ non li segue.

Un altro fattore che ha facilitato l’involuzione è statA, a maggior ragione, la collaborazione a governi borghesi. I primi che la accettarono furono espulsi come “ministerialisti”, ma successivamente tutti i partiti socialdemocratici cominciarono a trovare “distinguo” che giustificavano quell’abbandono del principio fondamentale del marxismo, che considerava impossibile la collaborazione con il nemico di classe all’interno del governo, che ne era lo strumento fondamentale. Ma, anche prima di arrivare a questo punto culminante dell’integrazione, molti altri elementi portavano in questa direzione. Quando partiti e sindacati raggiunsero un forte peso elettorale all’interno di un paese capitalista, cominciarono ad avere la possibilità di designare amministratori locali, parlamentari e segretari di grandi sindacati che potevano negoziare a un livello elevato con le organizzazioni padronali e i partiti borghesi e quindi, in una certa misura, a coabitare e a collaborare con essi.

Il principio egualitario che Marx aveva ricavato dalla esperienza della Comune di Parigi (e che era stato poi sistematizzato da Lenin in Stato e rivoluzione), secondo cui le retribuzioni dei dirigenti, anche dopo la conquista del potere, non dovessero superare il salario medio operaio, cominciò a essere violato ben prima che si arrivasse al potere. E la borghesia è stata sempre prodiga di concessioni che distaccano i capi, come tenore di vita e mentalità, da chi non ha nulla da perdere se non le proprie catene!

I criteri “della Comune di Parigi” e di Stato e rivoluzion, dovevano servire a selezionare gli elementi provenienti da ambienti benestanti o da professioni ben retribuite, escludendo quelli che volevano usare il movimento operaio come trampolino di lancio e utilizzando, invece, i più coscienti e disinteressati, che d’altra parte - una volta scelta la prospettiva rivoluzionaria – già avevano rinunciato ai privilegi ereditati o acquisiti, accettando una vita scomoda e pericolosa. L’accantonamento di quei criteri permise, al contrario, di lasciare spazio ad arrivisti di ogni genere, a professionisti che portavano la loro mentalità nel movimento operaio e, peggio ancora, di trasformare in piccolo-borghesi anche molti operai meno coscienti, che si sentivano gratificati dalla promozione sociale.

L’elenco delle malefatte avallate in questa logica dai principali partiti operai e socialisti occuperebbe un intero libro. Dall’avallo al grande massacro della “Grande guerra” alla partecipazione diretta alla repressione dei movimenti di liberazione nelle colonie. I partiti comunisti, invece, sorti dai nuclei che avevano rifiutato la guerra imperialista, e sotto l’influenza della Rivoluzione d’Ottobre, mantennero a lungo una posizione coerente di opposizione. Tra le condizioni di adesione alla III Internazionale c’era l’appoggio incondizionato ai movimenti coloniali nei paesi oppressi dal proprio imperialismo.

Il Partito bolscevico aveva dato l’esempio: Lenin aveva schernito i socialrivoluzionari e i menscevichi russi, che erano “sensibili” alla causa dell’Irlanda o dell’India, ma si guardavano bene dal rivendicare l’indipendenza per la Polonia, la Finlandia, i Paesi baltici. E non si trattava, come spesso si è arbitrariamente detto, di una “tattica” e cioè, nell’accezione grossolana diffusasi largamente nella sinistra - senza princìpi, di una specie di furbizia propagandistica, ma di una scelta coerentemente teorizzata prima della Rivoluzione d’Ottobre e praticata dopo, a costo di pesanti decurtazioni territoriali.

Lenin, d’altra parte, aveva già risposto da anni - a Rosa Luxemburg, che sottovalutava l’importanza del diritto all’autodeteminazione e temeva che ne approfittassero i borghesi polacchi o lituani, e soprattutto ai molti menscevichi e opportunisti o sciovinisti russi, che utilizzavano strumentalmente gli argomenti della Luxemburg per negare i diritti delle minoranze nazionali - di avere piena conoscenza dei rischi, senza tuttavia rinunciare alla rivendicazione del diritto di autodecisione per le nazioni oppresse. Altrimenti, diceva, bisognerebbe anche smettere di rivendicare il suffragio universale, perché le masse inesperte potrebbero non sapere fare buon uso del diritto di voto).

Ci sono decine di passi di Lenin in tal senso: “Il riconoscimento del diritto all’autodecisione farebbe il gioco del nazionalismo borghese più inveterato”, affermavano gli opportunisti. E Lenin rispondeva:

è un’assurdità puerile, poiché il riconoscimento di questo diritto non esclude affatto né la propaganda e l’agitazione contro la separazione, né lo smascheramento del nazionalismo borghese. Tuttavia è completamente fuori discussione che la negazione del diritto alla separazione fa il gioco del nazionalismo grande russo centonero più inveterato!

I centoneri erano gli estremisti russi di destra, razzisti e monarchici, che potrebbero essere definiti oggi fascisti ante litteram.

Lenin aveva ripetutamente polemizzato anche con la sinistra dei socialdemocratici polacchi (sia con la Luxemburg, sia con il suo avversario, Karl Radek, che era vicino a Lenin su tutto il resto, ma rifiutava il diritto all’autodecisione), spiegando che la loro lotta contro gli sciovinisti polacchi non doveva portare a negare il dovere dei socialdemocratici russi e tedeschi di opporsi al proprio imperialismo e di lottare contro l’oppressione.

Questa problematica, indubbiamente di grande importanza per il movimento operaio, non può tuttavia essere sviluppata più ampiamente in questa sede senza alterare l’economia del libro. Rinvio perciò a quanto ho scritto sia nel libro Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1986 (in particolare nei capitoli: Lenin, Rosa e la questione nazionale e Lenin, Rosa e il partito); sia in Gorbaciov. Le ambiguità della perestrojka, Erre Emme, Roma, 1990; e nella più ampia trattazione Intellettuali e potere in Urss (1917-1956), Milella, Lecce, 1986; la seconda edizione di questo libro, è apparsa presso lo stesso editore nel 1995, come ristampa anastatica della prima, ma con un capitolo conclusivo Bilancio di una crisi aggiornato fino a .quell’anno.

Tuttavia, va segnalato che l’impostazione di Lenin fu accantonata dal movimento comunista alla metà degli anni ’30, nel quadro dell’alleanza con la borghesia, nei Fronti Popolari in Francia e in Spagna, voluta da Stalin per fronteggiare il nazismo.

Il governo di Fronte Popolare della Francia, composto da socialisti e radicali e sostenuto dai voti comunisti, rifiutò l’indipendenza alle colonie, sospingendo quegli stessi dirigenti nazionalisti che avevano simpatizzato per la sinistra a rompere con essa assumendo posizioni anticomuniste.

Il governo spagnolo rifiutò perfino di ricevere gli esponenti indipendentisti marocchini, nel 1937: eppure, un riconoscimento almeno formale del diritto del Marocco all’indipendenza avrebbe tagliato l’erba sotto i piedi a Franco, che reclutava i suoi mercenari negli strati più arretrati della società marocchina, demoralizzati dopo la sconfitta della grande lotta per l’indipendenza degli anni ’20.

I comunisti italiani, invece, mantennero contro il governo fascista una posizione coerente di riconoscimento del diritto all’indipendenza dei popoli delle colonie, degli slavi dell’Istria e dei tedeschi del Sud Tirolo, e inviarono alcuni comunisti che avevano combattuto in Spagna, come Ilio Barontini e Victor Ukmar, in aiuto alle forze che resistevano all’occupazione italiana dell’Etiopia: una delle pagine più gloriose nella storia dei comunisti italiani, che sarebbe però stata dimenticata quando, nel 1944, si stabilì un’alleanza con partiti borghesi e con la stessa monarchia; senza proteste da sinistra, il governo italiano tentò allora di mantenere il controllo almeno sulla Libia.

In quegli anni, peraltro, i comunisti francesi arrivarono al punto di avallare o di ordinare (uno di loro, Tillon, era ministro dell’Aviazione prima e poi degli Armamenti) i bombardamenti dell’Algeria, del Madagascar, della stessa Indocina, in nome dell’unità nazionale; e non sarebbero stati ripagati dalla borghesia, ma gettati fuori dal governo, nel 1947, appena avevano finito di contribuire alla ricostruzione dello Stato borghese e del suo Stato coloniale.

Furono tutti questi successivi adattamenti alle esigenze della propria borghesia a permettere poi una vera e propria trasformazione degli stessi partiti comunisti, non a caso avvicinatisi sempre più – nonostante le polemiche - alle concezioni socialdemocratiche dello Stato, e a una pratica puramente rivolta a conquistare spazi nelle istituzioni. Ed è stato questo a facilitare il successo della spaventosa pressione ideologica che ha portato ovunque la sinistra a riprendere le tematiche della destra, e a perdere progressivamente terreno di fronte ad essa.

 

  • ·Il capitalismo, responsabile della crisi  

  • ·del “socialismo reale”? 

Non sarebbe corretto ridurre tutte le cause del crollo del “socialismo reale” alla pressione ideologica dell’imperialismo e alla sua azione disgregatrice, ma è indubbio che queste hanno avuto un grande peso, almeno nella fase finale. I militanti comunisti più ingenui, quando pensano all’azione del capitalismo, pensano in primo luogo alle “manovre della CIA”, che vi sono state indubbiamente, ma che hanno pesato meno dei normali meccanismi economici. Le manovre, d’altra parte, ci sono state fin dal momento della vittoria della Rivoluzione d’Ottobre ma, anche se il giovane Stato sovietico era debolissimo, accerchiato e minacciato da ogni parte, non ebbero successo. Se lo hanno avuto facilmente più tardi, lo si deve alla progressiva involuzione di quel sistema, non a qualche nuova misteriosa “tecnica” del nemico.

Le cause “endogene” della crisi: fattori oggettivi e soggettivi

 

L’involuzione c’è stata indubbiamente, ma non va attribuita a qualche scelta ideologica o, peggio ancora, a un programma “utopistico” (come suggerisce la borghesia e come è stato codificato nell’assurdo Libro nero del comunismo) e neppure all’applicazione sbagliata di un programma giusto, ma a poderose cause materiali. Non le idee di Lenin e nemmeno quelle di Stalin sono all’origine di quel che è accaduto, bensì una gigantesca mobilitazione della controrivoluzione mondiale. Il primo obbiettivo era la caduta del governo dei soviet ma, una volta falliti tutti i tentativi fatti in tal senso, si è puntato a creare condizioni tali che rendessero impossibile la realizzazione del progetto originario. Lo stesso è stato tentato, poi, nei confronti della rivoluzione cinese, di quella cubana, di quella nicaraguense.

Il primo strumento è stato l’aggressione diretta da parte di quattordici paesi, tra cui l’Italia. Un paese già prostrato da cinque anni di guerra e il cui esercito si era dissolto, dovette fronteggiare un attacco concentrico da paesi che erano ancora in guerra tra loro, ma che si trovavano d’accordo nel colpire una rivoluzione che aveva suscitato tante speranze. In un primo momento, inviarono anche truppe, ma l’insurrezione della flotta francese nel Mar Nero, i cui marinai innalzarono la bandiera rossa passando dalla parte dei sovietici, spinse tutti i paesi aggressori a evitare l’invio di truppe, preferendo l’invio di grandi quantitativi di armi, denaro e consiglieri militari alle bande bianche dei nostalgici del vecchio regime autocratico. Per più di tre anni il potere sovietico fu accerchiato e rinchiuso in un territorio ristretto, mentre il blocco dei porti e la distruzione sistematica delle ferrovie lo tagliava fuori dalle sue riserve energetiche.

L’intento di distruggere la Repubblica sovietica continuò ben oltre l’aggressione polacca del 1920, spalleggiata e organizzata dagli ufficiali delle potenze dell’Intesa. Intanto, nel 1919, erano state soffocate la Repubblica dei Consigli in Ungheria e quella della Baviera, non senza pesanti complicità delle Socialdemocrazie tedesca e austriaca. La rivoluzione in Germania era stata stroncata con la “controrivoluzione preventiva”, che assassinava migliaia di militanti spartachisti, insieme a Rosa Luxemburg e Karl Liebkhnecht.

L’accerchiamento e il conseguente arroccamento del giovane potere sovietico fu facilitato dal tradimento dei partiti socialdemocratici europei. Che il programma dell’imperialismo fosse quello del soffocamento definitivo è confermato dal fatto che gli Stati Uniti si rassegnarono solo alla metà degli anni Trenta a stabilire rapporti diplomatici con l’URSS, di cui evidentemente continuavano ad auspicare il crollo. Tutto ciò comportò un terribile isolamento in un paese solo, grande ma arretrato, dove predominava una popolazione contadina ignorante e abituata da secoli alla schiavitù (salvo esplodere periodicamente in terribili e sanguinose rivolte). I rapporti con le masse contadine furono difficili, fin dal 1918, e aggravati dal ritardo nell’introdurre (con la NEP) rapporti economici basati sul reciproco interesse, e poi da altri errori soggettivi. Era a questo che alludeva la discussione sul socialismo in un paese solo, che fu distorta sostenendo che l’Opposizione di sinistra non voleva il socialismo, mentre essa diceva che in quelle condizioni era impossibile e che, in caso di prolungato isolamento, si sarebbe creato un ibrido pericoloso, non capitalista ma impastato di molti elementi culturali e sociali ereditati dalla vecchia società.

Nel corso della guerra civile vi era stata, inoltre, una vera e propria distruzione della classe operaia, di cui gli elementi migliori erano caduti come combattenti dell’Armata Rossa, mentre altri erano stati sospinti (dalla fame e dalla progressiva chiusura di fabbriche rimaste senza materie prime, senza combustibile, senza pezzi di ricambio, ecc.) al ritorno nelle campagne da cui provenivano. Gli operai russi erano arrivati, infatti, nelle città solo da una generazione o due, sicché potevano ricorrere per sfamarsi al padre o al nonno nel villaggio natio. Altri quadri operai erano diventati, nel frattempo, comandanti militari o amministratori di lontani territori, sicché la classe operaia che si riforma a partire dal 1922-1923 non è la stessa del 1917 che aveva dietro di sé l’esperienza del 1905, ma è senza tradizioni di lotta e proveniente dalle campagne più arretrate. Ecco una delle cause fondamentali della fine dei soviet, dei quali rimane il nome, ma che non funzionano più come organi di potere reale, basati su un controllo dal basso sui delegati, eletti ma anche revocabili in qualsiasi momento.

Certo, vi furono poi anche fattori soggettivi, come la violenta collettivizzazione forzata, che era una riposta tardiva e crudele al pericolo troppo a lungo sottovalutato della formazione di uno strato capitalistico nelle campagne, capace di affamare le città imboscando il grano o trasformandolo in vodka. Vi fu un’industrializzazione accelerata, che privilegiava l’industria pesante e quindi trascurava i bisogni della popolazione e quelli di uno scambio naturale con le campagne, e che fu realizzata facendo ricorso a una pressione materiale durissima (anche se in quei tempi duri non mancavano l’entusiasmo e la convinzione della inevitabilità dei sacrifici per un futuro migliore). Vi furono errori in politica estera, di cui il più grave fu la sottovalutazione del fascismo nel periodo della sua ascesa in Germania, di cui abbiamo già parlato, e che portò al rifiuto del Fronte unico proletario tra i partiti operai, ugualmente minacciati dal fascismo. Vi fu poi la correzione, anch’essa tardiva (e con l’obbiettivo non dichiarato di ottenere in questo modo l’appoggio della borghesia franco britannica contro il pericolo nazista), che “allargò” il fronte unico dai patiti operai a partiti borghesi, ovviamente sul loro programma. Ne abbiamo già parlato a proposito della politica coloniale dei governi di Fronte Popolare in Francia e in Spagna. E vi fu, soprattutto, prima l’allontanamento e poi lo sterminio di gran parte dei quadri che avevano diretto la Rivoluzione d’Ottobre.

Ma se gli errori (e i crimini) vi furono, indubbiamente, essi si limitarono ad aggravare una situazione creata dall’isolamento, dall’accerchiamento, dall’aggressione, e ne furono almeno indirettamente la conseguenza. E la minaccia all’esistenza stessa dell’URSS non solo continuò a pesare, ma si concretizzò nella feroce aggressione nazista, e fu vinta soprattutto grazie all’eroismo dei partigiani, dei militari, della popolazione che, con uno sforzo sovrumano, riuscì a trasportare i maggiori impianti industriali lontano dal fronte. I crimini di Stalin, che c’erano già stati e sono tremendi, non avevano cancellato l’attaccamento popolare alle conquiste dell’Ottobre.

Paradossalmente, l’incapacità dei suoi successori ha fatto più danni di tutti i delitti di Stalin. In una nota inedita di Guevara, tratta da una serie di note critiche del 1965 al Manuale di economia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS egli osservava:

la nuova direzione sovietica cede agli impulsi della sovrastruttura e accentua l’azione mercantile, teorizzando per questo che l’utilizzazione totali di questi strumenti economici porta al comunismo. Ci sono poche voci che si oppongano pubblicamente, mostrando così il tremendo crimine di Stalim: aver disprezzato l’educazione comunista e istituito un culto illimitato dell’autorità.

Cosa direbbe oggi Guevara, vedendo dove e come sono finiti i successori e i discepoli di Stalin? Il passaggio di campo di tanti esponenti “comunisti”, a partire da Gorbaciov e da Eltsin e dalla quasi totalità dei dirigenti dei nuovi Stati sorti dalla dissoluzione dell’URSS e della Jugoslavia, approdati disinvoltamente a posizioni ultraliberiste e nazionaliste, conferma che di comunista ormai in quei partiti c’era rimasto praticamente solo il nome.

Ma la base del passaggio al capitalismo non è stata solo ideologica. A partire dalla fase di “distensione”, l’isolamento autarchico dei paesi del socialismo reale è cessato, per stabilire rapporti sempre più stretti con il mercato capitalistico: i crediti in petrodollari “generosamente concessi” a partire dagli anni Settanta prima alla Polonia e all’Ungheria, poi a tutti i paesi del sistema, hanno creato una nuova dipendenza. Il debito si è ingigantito: una parte dell’apparato burocratico ha stretto rapporti diretti con esponenti dei grandi gruppi capitalistici che investivano nel loro paese, assumendone la mentalità e, a volte, corrompendosi individualmente (le banche svizzere sono piene di fondi segreti depositati da ministri e funzionari disonesti dei paesi “socialisti”). Il debito pro capite di Polonia e Ungheria ha superato quello di Argentina e Brasile; la stessa URSS si è gradatamente trasformata, nei suoi ultimi anni, in un paese da “Terzo mondo”, che esportava petrolio, gas e minerali e importava a carissimo prezzo tecnologia. Guevara aveva intuito il pericolo negli ultimi scritti, rimasti per questo quasi tutti inediti, e aveva colto lucidamente l’assunzione di una mentalità filocapitalistica da parte dei grandi burocrati “riformatori”.

Il crollo è stato il frutto di contraddizioni interne, aggravate però indubbiamente dall’inserimento crescente nel mercato mondiale capitalistico, dopo la fine della fase forzatamente isolazionista. Quanto ai conflitti etnici, scatenati dai diversi governi guidati da ex comunisti nel Caucaso, nell’Asia sovietica, nei Balcani, si spiegano con la debolezza della base sociale dei “nuovi” governanti, che li spinge a utilizzare vecchissimi elementi tratti dal repertorio dei conservatori, compreso l’antisemitismo, che si era già riaffacciato da decenni in Ucraina, in Polonia, e in altre parti del sistema. Come aveva predetto Marx, la rivoluzione fermata a metà provoca il riaffiorare della “vecchia merda” (sic!) ereditata dal passato.

I nazionalismi non sono una novità assoluta: già nella “grande guerra patriottica”, come fu chiamata la resistenza all’invasione nazista, comparve una lettura in chiave “antitedesca” e panslavista, che generava una pericolosa mentalità sciovinista. Paradossalmente, invece, in Jugoslavia i comunisti avevano vinto nel 1945 non solo perché avevano affrontato insieme la lotta di liberazione dal fascismo e quella sociale contro agrari e capitalisti, ma perché costituivano la garanzia del superamento dei nazionalismi indotti dall’esterno, in primo luogo dal fascismo italiano e da quello tedesco.

Ma il legame col capitalismo sviluppatosi sempre più negli anni ’60 e ’70 ha provocato una crisi profonda della società, terreno di coltura per nuovi e più feroci conflitti “etnici”, unica risorsa di una burocrazia incapace e cinica, alla cui testa in tutti i nuovi Stati stanno degli ex comunisti.

Quel fallimento, dunque, non è stato del “comunismo”, ma di un ibrido nato dall’involuzione di quelle società, sotto l’influenza e la pressione del capitalismo, con cui era stata tentata una coesistenza impossibile.

Guevara, nell’unico scritto della sua maturità che non è rimasto inedito, il Discorso al II Seminario afroasiatico di Algeri del marzo 1965, aveva segnalato il pericolo, denunciando la “tacita complicità con i paesi sfruttatori dell’Occidente” da parte dei paesi socialisti, soprattutto per l’’accettazione delle loro regole. Non fu ascoltato, ma oggi ci offre una spiegazione coerente, e un punto di riferimento essenziale per il rilancio di una prospettiva anticapitalistica.

  • ·Conclusioni 

Questa rapida panoramica di due secoli di storia (con qualche puntata perfino sui tre secoli precedenti) può lasciare sconcertati e dare un senso di impotenza e perfino di disperazione. Il capitalismo potrebbe sembrare onnipotente, invincibile, specie dopo che è riuscito a provocare il crollo di quasi tutte le esperienze che avevano cominciato a costruire società di transizione verso il socialismo, e che anzi proclamavano addirittura di averlo già realizzato. Il ridimensionamento della maggior parte dei partiti operai in tutto il mondo e, soprattutto, la loro pesante involuzione (che ha portato a una rinascita e a un rafforzamento delle destre e ha cancellato quasi completamente le differenze nei programmi tra destra e sinistra) contribuisce notevolmente ad alimentare il pessimismo. Eppure questo non è fondato.

Prima di tutto, perché il capitalismo “realmente esistente” funziona malissimo, dato che non assicura né benessere, né sviluppo. Porta con sé, come nella fase della sua ascesa, ingiustizie, barbarie, sfruttamento dei minori, guerre locali magari camuffate da “interventi umanitari”. Un vero e proprio ritorno al passato.

Di giorno in giorno, l’enorme e innaturale sviluppo del capitale finanziario, combinato con le nuove tecniche di comunicazione che consentono di spostare in tempo reale somme enormi da un paese a un altro, in cui possono realizzare superprofitti speculativi, provoca crolli a catena, che bruciano in poche ore ricchezze superiori alle riserve degli stessi Stati capitalistici più forti. Per molti è la rovina, per qualcuno la fortuna: ma tutto ciò avviene senza produrre nulla che sia utile alla società.

La disoccupazione di massa si combina con il prolungamento dell’orario di lavoro dei “fortunati” che un posto ce l’hanno, e devono accettare di logorare il proprio fisico e di rischiare gravissimi incidenti per non essere buttati fuori. La stessa stampa borghese, a volte, denuncia le condizioni inumane in cui lavorano milioni di bambini - nei paesi sottosviluppati, ma anche in quelli dell’ex socialismo reale - per conto di capitalisti europei o nordamericani, che poi appongono i loro marchi su quei prodotti grondanti sudore e sangue. Ultimo caso, quello di Benetton, lo stesso che poi destina qualche briciola dei suoi profitti alla “pubblicità umanitaria”.

Il capitalismo ha vinto facilmente la partita nei confronti di un movimento operaio subalterno e che fa propri i “valori” dell’avversario e di società che non erano veramente alternative (in realtà, da tempo imitavano sempre più i comportamenti e i modelli del capitalismo). Dove ha vinto, ha distrutto ogni legame di solidarietà, ogni traccia di Stato sociale; ma è minato dalle sue stesse contraddizioni, che appaiono a breve e media scadenza insanabili. L’unica sua forza è  avere giocato negli ultimi decenni una partita truccata, in cui gli avversari “tiravano a rete”... nella loro stessa porta e l’arbitro (gli organismi politici ed economici mondiali) era tutt’altro che neutrale. La maggioranza dei capi di Stato dei paesi sottosviluppati sono agenti (ben retribuiti) di quelli sviluppati; ma, se questo può assicurare consensi prefabbricati nell’assemblea delle Nazioni Unite, non elimina il materiale esplosivo che si accumula nel mondo degli esclusi.

Ci sono alternative al capitalismo?

 

Dirlo non può essere compito di un libro di storia, anche se scritto con la passione di chi non è solo uno studioso, ma un militante del movimento operaio, un uomo che “sente sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualsiasi uomo, in qualsiasi parte del mondo” (Guevara). Ma una prima - parziale e certo insufficiente - risposta emerge, credo, da molte pagine di questo libro: è possibile, se la sinistra ricomincia ad essere tale, ad essere cioè “alternativa”; se smette di accettare come inevitabile e non modificabile tutto quello che esiste. Deve smettere di accettare passivamente l’interpretazione del mondo (metafisica e metastorica) proposta dai dominatori, senza rendersi conto che stanno portando il pianeta verso la catastrofe, economica, sociale, ed anche ambientale. La sinistra deve ricominciare ad analizzare in una prospettiva storica i processi che hanno portato prima all’involuzione, poi al crollo, le società che avevano tentato di staccarsi dal capitalismo.

Un libro come questo può solo fornire un contributo a una riflessione, che è necessaria anche se non sufficiente. Nessun progetto di rilancio della sinistra può esistere se non si parte da una seria riflessione sulle ragioni dei momentanei fallimenti della maggior parte dei pur generosi tentativi di liberazione, sconfitti o deviati dalla pressione dell’imperialismo. Ciò è tanto più necessario per il movimento comunista che, per decenni, anche dopo gli “strappi”, ha continuato a usare l’esistenza dei “paesi socialisti” come un mito rassicurante, che sostituiva la ricerca teorica, nel quadro di “un cattivo storicismo, che recava in sé un relativismo etico al di fuori di ogni misura” e di una “cultura della realtà basata sulla confusione tra un dato di fatto e la sua accettabilità”, come ha scritto Aldo Tortorella.

E, al tempo stesso, bisogna capire, senza farne un altro mito irrazionale, le ragioni della sorprendente resistenza dell’unico paese che non è stato travolto dai crolli a catena, pur avendo subito profondamente l’influenza strutturale e culturale dell’URSS della “stagnazione”, che precipitava verso il baratro: Cuba. Pur sottoposta a una implacabile aggressione permanente da parte dell’imperialismo, essa ha infatti resistito. L’attacco sferratole proprio dopo il crollo dei “paesi socialisti” non è comparabile, per l’evidente sproporzione delle forze, neppure con quello subito dalla giovane Repubblica sovietica nei suoi primi difficili anni. Cuba ha dovuto modificare in parte il progetto originario, ha dovuto affrontare privazioni inimmaginabili, ma non ha capitolato, neppure quando è rimasta sola in un mondo “unipolare”, senza paesi “fratelli” o almeno amici, senza protezione alcuna. Ha dovuto rinunciare a una parte delle sue conquiste sociali, ma ha sbalordito tutti quelli che scommettevano sull’imminente fine del suo originale esperimento.

L’ultima sorpresa la ha riservata a un papa che credeva di poterle dare il colpo di grazia, soprattutto perché pensava di essere stato lui a fare cadere il regime polacco, che era invece in crisi profonda perché si era illuso di superare le proprie contraddizioni ricorrendo ai carri armati, allo stato d’assedio, agli arresti in massa. Cuba ha accolto Giovanni Paolo II lasciandogli piena libertà di parola, ma ricordandogli anche senza reticenze le colpe storiche della Chiesa nello sterminio, e poi nella dominazione, dell’America Latina.

ATTENZIONE!!

Per Masson

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Discorso di Fidel Castro al papa, come Scheda

Cuba ha dovuto fare alcuni passi indietro, ma rimane una spina nel fianco dell’imperialismo nordamericano, la cui ricchezza si deve in primo luogo allo sfruttamento del resto dell’America Latina. Chiunque è in grado di vedere il contrasto tra l’assetto sociale di Cuba, pur logorata dall’embargo e dalla perdita dei tre quarti del suo intercambio commerciale, e quello del resto del continente, in particolare di Haiti , tanto vicina geograficamente, ma distante anni luce rispetto a tutti gli indicatori sociali.

Non si tratta di imitare Cuba, o di farne una nuova bandiera simbolica, ma di capire il semplice segreto della sua resistenza: Cuba ha dimostrato che si può affrontare un assedio senza precedenti solo se non si spezza il legame tra un governo nato da una vera, profonda e originale rivoluzione e le masse, come si era spezzato da tempo nei paesi del “socialismo reale”, e come si è incrinato tra “vertice” e “base” (termini orribili, che già fanno intuire la natura del problema) negli stessi partiti operai all’opposizione.

Naturalmente, tutto ciò non basta, ma ci indica che, prima di tutto, chi vuole che il mondo sfugga alla spirale autodistruttiva, deve incominciare a resistere alla pressione ideologica del “pensiero unico”, riprendere un’analisi materialista del mondo, recuperare quei concetti essenziali che la maggior parte della sinistra ha buttato alle ortiche. Ad esempio, parlare di imperialismo e di paesi sfruttati, invece che di un vago e impreciso concetto geografico come Nord e Sud; di internazionalismo e non di solidarietà, e occorre soprattutto rendere concreto l’internazionalismo.

I primi passi in questa direzione sono modestissimi, ma significativi: le marce europee contro la disoccupazione, le manifestazioni congiunte dei lavoratori dell’Alcatel e della Renault di molti paesi europei, rappresentano una prima inversione di tendenza rispetto ad alcuni decenni in cui sembravano affermarsi sempre più l’egoismo, la concorrenza tra lavoratori, lo sciovinismo e la frammentazione nel “particolare”.

Sembra poco, ma è la premessa, indispensabile e non sufficiente, di qualsiasi ricostruzione di una prospettiva anticapitalistica.

  • ·Per saperne di più 

Bibliografia essenziale

 

A) Storia del mondo moderno e contemporaneo

 

Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, in tredici volumi, di cui ho utilizzato soprattutto quelli dedicati alla storia moderna (dal IV al VII), Teti, Milano, 1973-1975.

Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino, 1998.

Joseph Ki-zerbo, Storia dell’Africa nera. Un continente tra la preistoria e il futuro, Einaudi, Torino, 1977

Anna Maria Gentili, Il leone e il cacciatore. Storia dell’Africa sub-sahariana, La Nuova Italia scientifica, Roma, 1995

Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale (4 vol.), Laterza, Bari, 1976-1984

Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia (2 vol.), Laterza, Bari, 1986-1988

Giorgio Rochat, Guerre italiane in Libia e in Etiopia, Studi miltari 1921-1939, Pagus, Paese (Treviso), 1991.

Giampaolo Calchi Novati, Il Corno d’Africa nella storia e nelle politica, SEI, Torino, 1994

Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer, Milano, 1997

Eduardo Galeano, Memoria del fuoco, (tre vol.), Sansoni, Firenze, 1989-1991

Jean Chesnaux, L’Asia orientale nell’età dell’imperialismo, Einaudi, Torino, 1972.

Joze Pirjevec, Il giorno di San Vito. Jugoslavia 1918-1922. Storia di una tragedia¸ Nuova ERI, Torino, 1993

Stefano Bianchini, Sarajevo. Le radici dell’odio. Identità e destino dei popoli balcanici, CeSPI-  Edizioni associate, Roma, 1993.

Edward Carr, Storia della rivoluzione sovietica, Einaudi, Torino, 1964-1984 (nove tomi)

Edward Carr, La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929), Einaudi, Torino, 1980.

Franz Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1961

George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il saggiatore, Milano, 1994

Enzo Collotti, La Germania nazista. Dalla repubblica di Weimar al crollo del Reich hitleriano, Einaudi, Torino, 1962.

Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, Erre emme, Roma, 1997.

Edward Said, La questione palestinese, Gamberetti, Roma, 1996

 

B) Problemi economici e sociali

 

René Dumont Il dramma delle società contadine, Guanda, Parma, 1974

Noam Chomsky La quinta libertà, Elèuthera, Milano, 1987

Susan George, Il debito del Terzo Mondo, Lavoro/Iscos, Roma, 1989

Jean Ziegler, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, Mondadori, Milano, 198*?

Jean Ziegler, La Svizzera lava più bianco, Mondadori, Milano, 1990

Jean Ziegler, La vittoria dei vinti. Una speranza dal terzo mondo, Sonda, Torino, 1992.

Livio Maitan, La grande depressione (1929-1932) e la recessione degli anni ‘70, Savelli, Roma, 1976

Livio Maitan,, Tempeste nell’economia mondiale. Dal boom degli anni ‘50 alle crisi asiatiche, Data News, Roma, 1998

John Kenneth Galbraith, Il grande crollo, Boringhieri, Torino, 1972

Paul Krugman, Un’ossessione pericolosa. Il falso mito dell’economia globale, ETAS libri, Milano, 1997.

UNDP Rapporto 1998 sullo sviluppo umano, Rosemberg & Sellier, Torino, 1998.

Michele Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo,erre emme, Roma, 1993

Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, NEI, Milano, 198?

Pietro Basso, Tempi moderni, orari antichi. L’orario di lavoro a fine secolo, FrancoAngeli,

Andrea Catone, Sotto il segno del capitale, Laboratorio politico, Napoli, 1997

Ernest Mandel, Introduzione al marxismo, Data News, Roma 1998

Ernest Mandel, Trattato marxista di economia, erre emme, Roma, 1997

Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Ernesto Che Guevara, Il Papiro, Sesto San Giovanni, 1996

AA.VV. Attualità del Che, a cura di L. Suárez Salazar e A. Chiaia, Teti- J. Martí, Milano-La Habana, 1997

Subcomandante Marcos, Dal Chiapas al mondo. Scritti, discorsi e lettere sulla rivoluzione zapatista, ere emme, Roma, 1998

C) Alcuni dei testi marxisti utilizzati nel libro

 

Friedrich Engels, Sulla questione delle abitazioni, Samonà e Savelli, Roma, 1971.

Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Roma, Rinascita, 1955

Karl Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma, 1964-1965.

Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, Einaudi, Torino 1953 (è l’edizione più rigorosa ed ha un ricco apparato critico, ma ne esistono altre spesso assai economiche).

Vladimir Ilic Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1964.

Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1967.

Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino, 1960

Lev Trotskij, Problemi della rivoluzione in Europa. I primi anni dell’Internazionale comunista, Mondadori, Milano, 1979

Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Mondadori, Milano 1990 (ne esistono comunque molte altre edizioni)

Ernesto Che Guevara,  Scritti scelti, (2 vol.), ere emme, Roma, 1993

 

D) Alcuni miei libri pubblicati in anni precedenti a cui rinvio nel testo

 

Antonio Moscato, La “terza via” dell’Austromarxismo. Introduzione a Roman Rosdolsky, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, Celuc, Milano, 1979.

Antonio Moscato, Sionismo e questione ebraica (con J. Taut e M. Warshawski), Sapere 2000, Roma, 1983 (seconda edizione 1991).

Antonio Moscato, Sinistra e potere. L’esperienza italiana 1944-1981, Sapere 2000, Roma, 1983.

Hungaricus 1956 (edizione bilingue con introduzione e cura di Antonio Moscato, introduzione ungherese di Miklos Molnar), Sapere 2000, Roma, 1986.

Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Manduria-Bari, 1988.

La ferita di Praga (a cura di Antonio Moscato, pref. di Jiri Pelikan), Edizioni Associate, Roma, 1988.

Antonio Moscato, Gorbaciov. L’ambiguità della perestrojka, erre emme, Roma, 1990.

Antonio Moscato, Israele, Palestina e la guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991.

Antonio Moscato, Libano e dintorni. Integralismo islamico e altri integralismi, Sapere 2000, Roma, 1993.

Antonio Moscato, Che Guevara, Il Calendario del popolo-Teti, Milano, 1984., poi ristampato come Che Guevara, Storia e leggenda, (seconda edizione ampliata), Demetra-Giunti, Verona, 1996. Di questa edizione è uscita nel 1997 una traduzione ceca presso la Orego di Praga, con un capitolo di aggiornamento sui rapporti tra Guevara e la Cecoslovacchia, e alcuni cenni autobiografici).

Antonio Moscato, Intellettuali e potere in URSS (1917-1991). Bilancio di una crisi,(seconda edizione ampliata), Milella, Lecce, 1995.

Antonio Moscato, Breve storia di Cuba. Le ragioni di una resistenza, Data News, Roma, 1996.

Antonio Moscato, Introduzione a Andrés Nin, Terra e Libertà. Scritti sulla rivoluzione spagnola, erre emme, Roma, 1996.

Antonio Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996.

Antonio Moscato, Introduzione a Guevara: gli altri diari di Bolivia, Roberto Massari edit., Roma, 1998 (L’Introduzione è quasi un libro a sé, di cento pagine).

Antonio Moscato, Guida storico-politica di Cuba, Data News, Roma, 1998.