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La Germania dopo il voto

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 15 dicembre 2009 · 34 min di lettura


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Un bilancio delle ultime elezioni in Germania

Sulle elezioni tedesche, e in particolare sul significato del risultato positivo della lista di sinistra Die Linke si è sviluppato un dibattito anche in Italia. Per questo ho pensato di inserire tre testi di compagni tedeschi che forniscono elementi utili da diversi punti di osservazione.

GERMANIA 1

ROTTURA NEL CAMPO POLITICO

di Angela Klein*

I partiti borghesi non hanno vinto le elezioni politiche, anzi hanno perso qualche voto. Nel 2005, i cristiano-democratici (CDU/CSU) e i liberali (FDP) avevano ottenuto 21.280.250 voti, contro i 20.971.084 del 2009 (- 311.166 voti). Su 80 milioni di abitanti, 62 milioni dei quali aventi diritto al voto, solo 44 milioni hanno votato.

Le elezioni del 30 agosto e 27 settembre (regionali in 5 Länder e politiche a livello federale) segnano tuttavia un’importante rottura:

— die Linke1 ottiene eccellenti risultati e si conferma come il quinto partito nei parlamenti tedeschi;

— la socialdemocrazia (SPD) ritorna nel “ghetto del 30%” degli anni ’50, da cui era uscita con la svolta di destra di Bad Godesberg.

La conseguenza di questi due elementi è che le maggioranze numeriche che potrebbero consentire il formarsi di governi rosso-rosso-verdi (e cioè die Linke-SPD-Grünen) non si traducono necessariamente nei Länder in maggioranze politiche. Nella Saar, un’alternativa di governo è fallita perché i Verdi hanno preferito allearsi con la democrazia cristiana e i liberali. In Turingia è stato il leader dell’SPD a non volere allearsi con die Linke, in contrasto con le base del partito. Nello Schleswig-Holstein dalle urne è uscita una maggioranza rosso-rosso-verde, ma a causa della legge elettorale regionale i partiti del grande capitale hanno ottenuto la maggioranza dei seggi. In Sassonia, la socialdemocrazia non è riuscita a superare il 10% (un disastro, nella regione che era stata un tempo la culla del movimento operaio tedesco).

Quindi, solo nel Land del Brandeburgo il Primo ministro uscente dell’SPD, Matthias Platzeck, si è impegnato in una coalizione con die Linke, riuscendo a farle accettare un programma di governo che contiene soltanto le posizioni social-liberiste. Die Linke aveva chiesto un settore di pubblico impiego – “si prenderà in esame” la faccenda. Aveva chiesto più occupati nel settore - verranno invece soppressi 5.000 posti di lavoro. Aveva proposto di abolire le tasse d’ingresso all’università, ma queste rimarranno in forma mutata. Il programma dichiara di approvare il Trattato di Lisbona e prevede la costruzione di nuove centrali termiche a lignite. La base ha protestato con forza, ma il programma è stato accettato in seguito alle pressioni di Gregor Gysi e Lothar Bisky.

 

Scheda biografica

Gregor Gysi Nato a Berlino nel 1948, da una famiglia di alti funzionari (il padre, Klaus, è stato ministro della Cultura dal 1966 al 1973), è entrato nel 1967 nel Partito socialista unificato (SED), al potere nella RDT. Come avvocato, ha difeso dissidenti durante gli anni ’70 e ’80 (in particolare, Rudolf Bahro, Robert Havermann, Ulrike Poppe e Bärbel Bohley). Alla fine degli anni ’80 si è schierato con Gorbacëv contro la direzione conservatrice della SED. Nel 1989, con altri giuristi, ha presentato un progetto di legge che autorizzava le manifestazioni ed è stato tra gli oratori nella storica manifestazione del 4 novembre. Ha avuto un ruolo dirigente nella trasformazione della SED in Partito Socialista Democratico (PDS) ed è stato eletto deputato all’ultimo parlamento della RDT (Wolkskammer), poi al Bundestag. Bohley lo ha accusato di essere stato un collaboratore della STASI (la Polizia politica) dal 1978 al 1989, ed è stato condannato nel 1998 a un’ammenda di 8.000 marchi, malgrado i sui dinieghi. Nello stesso anno è stato rieletto al parlamento federale. A Berlino, è stato tra i pilastri della coalizione SPD-PDS che ha vinto le elezioni nel 2001 ed è diventato responsabile degli affari economici, del lavoro e delle donne dell’esecutivo berlinese, incarico che ha lasciato nel 2002, in seguito allo scandalo sull’uso dei bonus aerei di cui godeva come deputato. Dopo avere a lungo diretto il PDS, poi il gruppo parlamentare del partito, Gysi è tuttora una delle principali figure di die Linke.

Lothar Bisky, nato nel 1941 in Pomerania (oggi polacca), stabilitosi con la famiglia nella Germania federale dopo la guerra, ha scelto a 18 anni la RDT e ha aderito alla SED nel 1963. È stato informatore della STASI (dal 1966 al 1987). Eletto all’ultimo parlamento della RDT nel 1990, è tuttora membro del Landtag (parlamento regionale) del Brandeburgo. Ha presieduto il PDS dal 1993 al 2000 (quando è stato messo in minoranza per il suo appoggio all’intervento militare nella ex Jugoslavia) ed è considerato il più vicino collaboratore di Gysi. Copresidente di die Linke dal 2007, presidente del Partito della sinistra europea, dirige anche il quotidiano Neues Deutschland. È fautore di un governo di coalizione con l’SPD.

 

L’SPD lascia un vuoto

 

Il risultato più importante è stato il tracollo dei voti della socialdemocrazia, che è scesa al 23% (9.990.488 voti), il risultato più basso dalla fondazione della RFT. Per undici anni l’SPD era stata al governo. In questo periodo ha perso la metà degli elettori ed è scesa come aderenti al di sotto della democrazia cristiana (solo 500.000 iscritti, mentre ne aveva 1 milione alla fine degli anni ’70!).

L’era Schröder, proseguita nella grande coalizione, ha lasciato le sue tracce. La sua linea politica, pur in contrasto aperto con il programma elettorale, è stata stabilita dall’alto, si è interrotto il contatto della direzione con i funzionari intermedi e locali, fra i deputati SPD ci sono pochissimi funzionari sindacali. L’SPD non è più un partito che aiuti la gente comune a risolvere i suoi problemi, che funga da portavoce di chi rimane indietro nella concorrenza globale. Gli operai sindacalizzati votano SPD per il 35% e CDU/CSU per il 21,5%; tra quelli non sindacalizzati avviene il contrario (complessivamente, vota SPD il 24% degli operai). Ma il saggio di sindacalizzazione scende in misura preoccupante. A livello sociologico, non è più un partito operaio e la maggior parte dei suoi membri hanno un titolo accademico. La maggioranza degli elettori sono funzionari (29%) o pensionati (26%).

Dopo Schröder, l’SPD invoca maggiore responsabilità individuale, meno Stato, più privato. Si è rivolta agli strati più agiati, che si vedono “al centro” della società e hanno maggiori riserve. Attualmente è divisa e non sa più se deve difendere lo Stato sociale o smantellarlo. Non si intravede una nuova generazione che possa battersi per una vera svolta programmatica.

L’SPD lascia un grande vuoto. Fino alla fine degli anni ’90, aveva contribuito a strutturare la società, non più con associazioni culturali o sportive, o con associazioni di mutuo soccorso come prima della Seconda guerra mondiale, ma con reti di attivisti in cerca di una carriera che desse loro la possibilità di accedere a prebende, o grazie a sussidi assistenziali per sopravvivere per lunghi periodi di disoccupazione. La svolta verso l’agenda 2010, la preponderanza dell’influenza dei media nei dibattiti interni e nelle decisioni del partito hanno determinato la perdita di peso dell’SPD e aperto una voragine nella struttura politica della società.

Successo di die Linke e nuove sfide

 

Die Linke non colma questo vuoto. Ha conquistato solo un sesto dei voti persi dall’SPD. Non è riuscita ad entrare nel campo delle astensioni, anzi ha perso in quest’area 350.000 voti. Malgrado questo, ha ottenuto 5 milioni di voti e più del 5% in tutti i Länder, incluso all’Ovest. All’Est è, per ora, il primo partito in Brandeburgo, il secondo a Berlino e in Mecklenburgo-Pomerania – due Länder che hanno conosciuto un governo con partecipazione di die Linke.

Perlomeno ad Ovest, tuttavia, si tratta di un partito elettoralista, con una certa udienza nei sindacati, fra gli studenti e gli intellettuali, ma privo di reale radicamento nei quartieri e nelle fabbriche. La sfida per die Linke è duplice: costruire questo radicamento e, al contempo, fornire una visione chiara di una società non capitalista e rispettosa dell’ambiente. In entrambi i campi è carente.

Le elezioni in Nord Renania-Westfalia (NRW) nel maggio 2010 rappresenteranno il banco di prova. Se die Linke riuscisse ad entrare nel parlamento del Land più popoloso (che conta da solo 18 milioni di abitanti) questo significherebbe ancora una volta un grande balzo in avanti La federazione di NRW è, accanto a Brema, quella più di sinistra: la destra è ultraminoritaria e sono predominanti le due correnti di sinistra (la Sinistra anticapitalista e la Sinistra socialista). Ha appena concluso un congresso in cui ha votato il programma per le prossime elezioni: vi si chiede, tra l’altro, la socializzazione del settore dell’energia (una delle industrie principali della zona), la settimana di 30 ore a parità di salario a partire dal settore pubblico, un pasto gratuito in tutte le scuole e gli asili, un ticket sociale di mobilità per tutta la regione, la smilitarizzazione delle fabbriche, la socializzazione di Opel e la sua trasformazione in impresa di trasporto ecologico. Oskar Lafontaine si è rivolto ai delegati con una critica implicita del programma di coalizione in Brandeburgo: “Lo smantellamento dell’occupazione nel settore pubblico dovrebbe essere tabù”, ha detto. Il congresso ha votato anche un’aggiunta al programma che prende implicitamente ma chiaramente le distanze dall’andazzo brandeburghese.

Vi sono anche dei rischi. Più il partito cresce di numero, più i nuovi membri sono persone senza esperienza politica o, peggio, con le abitudini della socialdemocrazia. Le elezioni comunali di fine agosto hanno assorbito un gran numero di attivisti, attualmente impegnati nei consigli comunali e sottratti al lavoro di costruzione del partito. Il peso della routine quotidiana rischia di sospingere a destra il partito.

 

Deriva dei Verdi

 

La svolta dei Verdi verso coalizioni con i partiti del grande capitale sembra destinata a durare. I Verdi sono il partito con la più alta percentuale di universitari e il loro programma per un New Green Deal punta alla collaborazione e alla persuasione delle imprese private. La CDU ha colto l’occasione, facendo concessioni che non avrebbe mai accettato prima:

— ha concesso l’abolizione delle tasse di ingresso all’università, che aveva introdotto essa stessa nella fase legislativa precedente;

— ha accettato vere e proprie scuole a tempo pieno (che aveva sempre rifiutato per ragioni ideologiche);

— si promuoveranno energie rinnovabili, ma si costruiranno nuove centrali a carbone, con un tetto di 500 MW a centrale.

Non è la prima volta che i Verdi sperimentano una coalizione del genere (detta “Giamaica” per i suoi colori: rosso, giallo, verde). Ce ne sono già a livello locale e regionale, ad esempio ad Amburgo, dove i Verdi hanno pagato un prezzo notevole approvando la costruzione di una centrale a carbone di 1.600 MW.

I liberali aggressivi

 

La campagna elettorale dei liberali è stata molto aggressiva, e questo ha portato loro 1,1 milione di voti dei cristiano-democratici. I loro slogan preferiti erano: una riforma radicale del sistema fiscale, ridimensionando notevolmente la progressività; un contributo forfettario (lo stesso, quindi, per il banchiere o per la casalinga) per l’assistenza e la previdenza sociale; riduzione delle protezioni contro i licenziamenti; soprattutto, più sovvenzioni alle aziende in difficoltà finanziaria.

Per questo i sindacati e la socialdemocrazia hanno condotto una campagna contro “la coalizione del gelo sociale”, suscitando l’attesa di radicali attacchi frontali fin dall’inizio. Per il momento, il nuovo governo non parte con questi attacchi frontali, ma procede a piccoli passi, che rischiano di non incontrare sufficiente resistenza e quindi di aprire il varco ad attacchi maggiori.

Le finalità dei liberali si scontrano evidentemente con la crisi e il disavanzo fiscale. La CDU/CSU vuole peraltro darsi un’immagine “sociale e democratica” e fare su questo piano concorrenza all’SPD. Angela Merker ha imparato la lezione: nel 2005 aveva condotto una campagna elettorale ultraliberista… e aveva perso la scommessa. Il suo risultato non era sufficiente per un governo borghese ed era stata costretta a dar vita a una grande coalizione con l’SPD. Allora ha cambiato rotta e ha cominciato a curare un’immagine sociale, di cui l’SPD ha fatto le spesse. La democrazia cristiana resta un vero partito popolare, che continua ad attrarre i suffragi del 26% dei lavoratori, addirittura il 36% di quelli non organizzati. Essa comprende un’ala sociale e un’ala liberista. La crisi ne acuirà i contrasti interni.

Il governo Merkel II

 

Il programma di governo reca il segno della CDU/CSU. Sono stati respinti gli intenti antisociali dei liberisti, la riforma fiscale è rinviata al 2013. A parte questo, è un documento pieno di incertezze: il nuovo governo non sa come gestire la crisi, che del resto sottovaluta completamente. La sua sola speranza e che torni la ripresa economica, magari dal prossimo anno. In vista di questo, ha tra l’altro deciso di prolungare l’indennità di disoccupazione parziale. Sarà invece ridotto probabilmente il sostegno alle aziende in difficoltà.

Il caso Opel – che General Motors ha deciso di non cedere al consorzio tra la banca russa Siberbank e Magna – vanifica gli sforzi di vari governi regionali per arrivare alla cessione. Questo determina nell’opinione pubblica un clima sfavorevole a sovvenzioni in favore delle imprese. La faccenda Opel può trasformarsi in un vero e proprio disastro. GM annuncia 10.000 licenziamenti in Germania, 50.000 in Europa, e la chiusura delle fabbriche di Bochum e di Eisenach in Germania, nonché di quella di Anversa in Belgio. (In Germania, Opel ha 25.000 dipendenti, in quattro stabilimenti: Rüsselsehim e Kalserlautern, oltre agli altri due già richiamati.)

I lavoratori della Opel avrebbero la possibilità di organizzare una resistenza su scala europea e di battere i progetti della GM, o di prendere l’iniziativa di riconversione ecologica della produzione. Allo stato attuale dei rapporti di forza, sono scarse le possibilità di riuscita, ma è chiaro che la sconfitta dei lavoratori Opel avrà gravi ripercussioni sulla lotta di classe.

Il governo intende sovvenzionare esclusivamente l’ulteriore concentrazione di capitale nelle banche e nell’industria, “per tenere testa alla concorrenza”. Il processo di concentrazione è in atto: metà delle aziende industriali sono colpite dalla crisi, il settore metallurgico è quello più colpito, con il 70% delle fabbriche in difficoltà e il 20% che sta lottando per non chiudere. Il sindacato IG Metall valuta che nel Baden-Württemberg potrebbe chiudere un terzo delle aziende metallurgiche. Stessa situazione nel campo della stampa e dei mezzi di comunicazione. La crisi ha investito anche le catene dei grandi magazzini. Ci si aspetta un’ondata di concentrazione delle banche regionali, con la Commissione europea che spinge verso la loro vendita e la privatizzazione.

Pur decretando misure di austerità nel campo della sanità, delle pensioni e della gestione della disoccupazione, il governo si indebita a un livello record: 86 miliardi di euro per il 2010. Per il 209 ha segnalato a Bruxelles un disavanzo fiscale del 3,7% del PIL, mentre si delinea per il 2010 un passivo del 6%. Ormai la Germania rientra fra i paesi dell’UE che non rispettano il patto di stabilità (sono già 20 su 27 paesi membri). Tuttavia, il nuovo ministro delle Finanze promette un riequilibrio del bilancio per il 2013.

Sono già state annunciate le prime misure. L’assicurazione per la vecchiaia sarà accompagnata da un secondo pilastro privato; il contributo padronale si stabilizzerà all’attuale livello, mentre aumenterà quello di lavoratori e pensionati. Le pensioni saranno bloccate per almeno 5-6 anni (la grande coalizione aveva varato una legge che vietava di ridurle). Crescerà il precariato. L’agenzia del lavoro, che era stata ristrutturata radicalmente, verrà riformata di nuovo. La democrazia cristiana sostiene il modello britannico. I comuni – che non hanno un bilancio per questo - dovranno sostenere le cure delle persone non inserite nel mercato del lavoro.

La politica sul clima – di cui la Merckel pretende di essere la punta di lancia – è una farsa. Mentre il governo si impegna ad abbassare dell’80% le emissioni di CO2 entro il 2050, lancia la costruzione di nuove centrali a carbone, che dovrebbero interrare le proprie emissioni (una tecnica non ancora elaborata e sperimentata). Le energie rinnovabili dovrebbero avere la priorità, ma al contempo verrà rinviata la chiusura delle centrali nucleari, che dovevano cessare l’attività.

L’impressione che domina è che il governo non sia in grado di stabilire le priorità in materia, che voglia insieme il nucleare, il carbone, il gas russo, il petrolio dell’Asia centrale, l’energia solare del Sahara, quella eolica della Norvegia, ecc. Questo, quando ormai la Germania è un paese esportatore di energia…

Difficile resistenza dei lavoratori

 

La risposta sindacale a questo programma di salvataggio del grande capitale è del tutto inadeguata. La sera delle elezioni, il leader della confederazione sindacale DGB, Michael Sommer, e quello dell’IG Metall, Berthold Huber, hanno espresso la speranza che l’ala sociale della democrazia cristiana vigili perché non si verifichi il peggio. L’Opel è un buon esempio dell’orientamento maggioritario dell’IG Metall: punta sulle sovvenzioni statali per salvaguardare la “consistenza industriale”. Mentre la multinazionale GM ignora la decisione del governo tedesco, il sindacato reagisce con manifestazioni e scioperi di preavviso, senza una strategia di lotta. Nell’attuale situazione, infatti, questa è possibile solo andando oltre i ragionamenti capitalistici. Per ottenere l’acquisto di Magna e Siberbank gli operai hanno rinunciato ad alcuni milioni di salari annuali, contro il 10% delle azioni, secondo il modello americano. Ora GM chiede di godere della stessa concessione. Huber ha lasciato intendere che i sindacati non avrebbero rivendicato aumenti salariali superiori al recupero dell’inflazione, i padroni hanno fatto sapere subito che ritenevano questo irresponsabile e che nel 2010 puntano al blocco dei salari.

Il principale sindacato degli impiegati, Ver.di, conduce un dibattito più politico, chiedendo un programma di investimenti di 40 miliardi di euro per creare nuovi posti di lavoro nel pubblico, rivendica un salario minimo per legge (che ancora non esiste in Germania), maggiore durata dell’indennità di disoccupazione (attualmente di 1 anno) e la reintroduzione della tassa sui patrimoni. Esiste, però, uno scarto enorme tra i discorsi e i risultati nella contrattazione collettiva.

La resistenza alla crisi dipende dalla capacità sindacale di organizzare le lotte. La Confederazione sindacale (DGB) conta attualmente 6,4 milioni di iscritti (su 38 milioni di lavoratori). Il livello di sindacalizzazione rimane elevato nelle grandi industrie dell’automobile e della chimica, ma è debole nella piccola e media industria e, soprattutto, nei servizi privati (in forte crescita per l’esternalizzazione di questi da parte delle grandi imprese), dove il sindacato è vietato. Il malcontento per la politica delle direzioni è molto forte e gli iscritti continuano a calare. Manca, però, una cultura di lotte spontanee ed è molto raro che gruppi sindacali le facciano partire.

Alcune tendenze minoritarie nei sindacati chiedono che questi si facciano promotori del conflitto sociale in senso lato e portatori di una prospettiva anticapitalista:

— nell’IG Metall, una piccola tendenza (guidata da Hans Jürgen Urban, esponente della direzione) ha ripreso le vecchie idee socialdemocratiche degli anni ’20. Chiede democrazia economica e maggiore regolamentazione del mercato. Il limite di questa tendenza è che non prepara lo scontro con il capitale, ma si basa, viceversa, sull’approvazione del padronato nel quadro di un rinnovato compromesso;

— una corrente più radicale nei Ver.di e nell’IG Metall chiede la nazionalizzazione delle industrie chiave e la drastica riduzione dell’orario di lavoro. Pur avendo un minimo di influenza nelle fabbriche, resta tuttavia molto minoritaria;

— nella Opel un nucleo radicale – Gegenwehr ohne Grenzen (GOG – Resistenza senza confini) – esiste solo nello stabilimento di Bochum. Il GOG chiede che i lavoratori votino sulle concessioni dei sindacati nelle trattative – e fa appello a votare contro – ma non propone alcun’altra alternativa; il resto degli operai non sono abituati e non hanno l’esperienza dello scontro con il padronato, né sono in grado di decidere altro obbiettivo di lotta che non sia la salvaguardia del proprio lavoro e del proprio salario.

Quest’anno, tuttavia, ci sono stati in piccole imprese esempi di occupazione di fabbrica e di riconversione della produzione, e queste esperienze non sono state fallimentari. Peraltro, è in corso un’importante lotta degli studenti contro le riforme, l’assenza di libertà negli studi e le tasse di accesso all’università. A metà novembre, in oltre una dozzina di città ci sono state facoltà occupate, seguendo l’esempio dei compagni austriaci. A svolgere il ruolo principale nell’organizzazione di questa lotta è l’SDS, un’organizzazione studentesca legata a die Linke, ma formalmente autonoma – la maggior parte dei membri non sono iscritti al partito.

Per finire, una rete di comitati locali contro la crisi sta preparando un’altra manifestazione nazionale per la primavera prossima, anche se le attività locali sono ancora molto deboli. Spetterà a Die Linke la grossa responsabilità di incoraggiare e di organizzare lotte locali e nazionali.

* * *

GERMANIA 2

LA SINISTRA ANTICAPITALISTA

DOPO IL SUCCESSO DI DIE LINKE

Intervista di Friedrich Dorn ad Andrej Hunko*

F. Dorn – Con il successo ottenuto da die Linke, che cosa pensi di poter fare in parlamento? Qual è il tuo giudizio sulla composizione del gruppo parlamentare?

A. Hunko – Prima di tutto, e per me è essenziale, mi considero parte integrante della sinistra sociale e dei movimenti sociali, e insisto sempre su questo. Sono radicalmente contrario a qualunque atteggiamento da classico politico del genere “Votate per me, poi ci penso io”, che porta dritti dritti al vicolo cieco della socialdemocrazia.

Poi, è chiaro che con un mandato parlamentare si ha maggiore ascolto e si hanno quindi maggiori possibilità di diffondere idee che altrimenti rimarrebbero limitate a un ambito più ristretto. Da questo punto di vista, il gruppo parlamentare uscente ha fatto un buon lavoro nella precedente legislatura, imponendo alla discussione pubblica questioni che sarebbero altrimenti rimaste molto più marginali. Penso, ad esempio, al salario minimo e alla guerra in Afghanistan.

L’attività rivolta all’opinione pubblica è una cosa, ma è altrettanto importante per me fare un lavoro parlamentare serio. Ci si può chiedere fin dove arrivino le possibilità parlamentari di trasformare la società in un sistema in cui il potere economico sembra avere maggior peso di quello democraticamente legittimato dalle urne; ma, a prescindere da questo, è dovere dei parlamentari di sinistra spingersi fino in fondo a questi limiti, per renderli chiari.

Il gruppo parlamentare di die Linke ha 76 membri, di cui 40 donne. Per la prima volta, la maggioranza dei membri sono stati/e eletti/e nei Länder dell’Ovest. Va precisato che le liste dell’Ovest sono più aperte alla pluralità delle varie sensibilità che non quelli dell’Est. Complessivamente, il nuovo gruppo parlamentare dovrebbe avere lo stesso orientamento politico del precedente. Fanno la loro comparsa alcuni/e esponenti dell’ala sinistra, provenienti dai Länder dell’Ovest, mentre si è rafforzata anche l’ala che delimita l’orizzonte di una nuova sinistra da fare emergere dalle maggioranze parlamentari “rosso-rosso-verdi”.2 Dei/delle 76 eletti/e, 41 sono nuovi/e.

Dorn – Alla prima riunione del gruppo è stato approvato all’unanimità un programma in 10 punti. Quale è il contenuto e come lo giudichi?

Hunko – Lo scopo del programma è quello di fissare i contorni delle nostre prime iniziative in parlamento. Ha un valore simbolico limitato e non sostituisce evidentemente il programma in base al quale siamo stati eletti. Per me, l’elemento decisivo è che non ci siano la rimessa in discussione della rivendicazione del ritiro dell’esercito tedesco (Bundeswehr) dall’Afghanistan e l’adattamento programmatico all’SPD in declino. Questo non si è verificato, e in questo senso sono soddisfatto e ho votato a favore.

Tuttavia, il fatto che in questo programma non figuri la richiesta importante di portare a 500 euro l’indennità minima costituisce un problema. Mi hanno poi assicurato che la questione verrà ripresa nel prossimo dibattito sul bilancio, che il gruppo parlamentare fa ogni anno. Anche se sarebbe stato meglio che la rivendicazione ci fosse. Ne ricavo comunque l’insegnamento che i deputati critici di die Linke dovranno prepararsi meglio e organizzarsi per evitare che si ripetano scivolamenti del genere.

Dorn – Oskar Lafontaine non ha voluto restare presidente del gruppo parlamentare. Come lo interpreti?

Hunko – È stata una sorpresa. Il suo abbandono dell’incarico è legata all’esigenza di una copresidenza mista alla presidenza del partito e a quella del gruppo: Gysi dovrà dirigere il gruppo parlamentare con una donna espressa dall’Ovest, mentre Lafontaine dirigerà il partito insieme a una donna dell’Est. In linea di principio, è buono, ed è necessario introdurre quote anche alla guida del partito, dato che questo si è imposto per tutte le funzioni a tutti gli alti livelli.

Naturalmente, questa esigenza ha senso se le persone scelte sono realmente rappresentative della diversa natura delle strutture del partito all’Est e all’Ovest. Se è così, la copresidenza del gruppo dovrebbe riflettere la natura più ribelle, più rivolta verso i sindacati e i movimenti sociali del partito dell’Ovest.

È interessante notare che il giorno stesso in cui è stata annunciata la rinuncia di Lafontaine, l’ala destra del partito continuava ancora a distillare sui mezzi di comunicazione di massa delle frasette sulla scomparsa delle differenze fra l’Est e l’Ovest, cosa che vanificava la necessità del ricorso alla copresidenza del gruppo parlamentare. Si tratta con questo di impedire che il partito dell’Ovest, che è più a sinistra, sia rappresentato a quel livello.

L’esempio è sufficiente per dimostrare come il ritiro di Lafontaine comporti il pericolo di vedere il gruppo parlamentare slittare a destra. I/le parlamentari dell’ala sinistra dovranno darsi particolarmente da fare per impedirlo.

Dorn – Quali aspettative ha l’elettorato nei confronti del partito e dei deputati? Che tipo di pressione subisce die Linke da parte degli altri partiti e come bisogna rispondere ad esse?

Hunko – È sempre difficile interpretare le aspettative degli elettori. Spesso ci si fa poco caso, quando si vuole ad esempio trovare a ogni costo la voglia delle coalizioni più varie nella volontà che hanno espresso. Nella campagna elettorale die Linke ha essenzialmente avanzato parole d’ordine dal contenuto chiaro, come: “Spazziamo via Hartz IV col nostro voto!”,3 No all’andata in pensione a 67 anni!”, “Via dall’Afghanistan!”. Die Linke è stata l’unico partito a fare una campagna con un chiaro contenuto.

A mio avviso, il nostro elettorato si aspetta che concretizziamo i suoi bisogni, che si cerchi di esercitare il massimo di pressione perché si traducano in realtà. Se die Linke si dovesse allontanare da queste posizioni, il partito non servirebbe più a niente.

La pressione esercitata su di noi dagli altri partiti assume varie forme. I cristiani-democratici della CDU e i liberali dell’FDP puntano soprattutto sulla demonizzazione e fanno leva sui riflessi anticomunisti, particolarmente marcati in Germania. La socialdemocrazia e i Verdi pretendono in primo luogo che rinunciamo alle nostre posizioni sull’Europa e sulla pace. Sfruttano a fondo argomenti secondo cui noi saremmo “eurofobi”. Fanno una questione centrale dell’approvazione di tutti gli aspetti militari del Trattato di Lisbona.

Dorn - Che discussione c’è nel partito sulle maggioranze “rosso-rosso-verdi”, a livello dei Länder e a quello nazionale? E la tua opinione?

Hunko – Onestamente, va detto che i dibattiti sulla partecipazione governativa non sono particolarmente vivaci. Ad esempio, la seconda legislatura di coalizione governativa rossa-rossa (SPD-die Linke) a Berlino suscita molte meno discussioni della prima, tra il 2002 e il 2006. Nell’insieme del partito, c’è scarso dibattito sull’eventuale partecipazione ai governi regionali in Turingia e nella Sarre. Ugualmente, vi è scarsa polemica sugli incontri per la coalizione SPD-die Linke in Brandeburgo.

Sul piano nazionale, per ora è esclusa la partecipazione governativa. Per poterla prendere in considerazione occorrerebbe che il partito fosse riuscito a imporre ai suoi membri il principio dell’approvazione degli interventi militari. Regolarmente, esistono tentativi in questo senso, e ce ne saranno ancora. Nel partito alcuni impiegano tutte le loro energie pur di creare le condizioni per rendere possibile una coalizione governativa alle prossime elezioni del 2013.

Io sono in completo disaccordo con loro. La dichiarazione della tendenza Antikapitalistische Linke è strutturata intorno a “linee rosse” che non vanno assolutamente scavalcate al momento della partecipazione al governo. Si tratta innanzitutto del rifiuto di sostenere la rimessa in discussione delle conquiste sociali, le privatizzazioni, le leggi Hartz IV e gli interventi militari. Se si osservassero questi criteri, sarebbe sufficiente a evitare il peggio, cioè quello che è successo ad esempio nel caso di Rifondazione Comunista in Italia.

Dati gli attuali rapporti di forza in Germania, trovo che impegnarsi in coalizioni governative sia avventurista. Il problema, però, è dire questo in un linguaggio che la gente possa capire, perché, in fondo, fra quelli che si riconoscono in die Linke sono molti quelli che vogliono che il governo conservatore sia cacciato e sostituito, soprattutto in Nord-Renania-Westfalia la primavera prossima. Dobbiamo quindi far capire il nostro punto di vista, fissando criteri concreti, che implicherebbero un mutamento profondo di indirizzo da parte dell’SPD e dei Verdi… che niente lascia presagire.

Invece di stare a sbirciare possibilità di combinazioni governative, die Linke farebbe meglio a impiegare le proprie energie nell’organizzare vaste alleanze di resistenza sociale all’offensiva capitalista. La cultura politica tedesca è molto indietro su questo. In ogni caso, la cosa più importante è essere in grado di cambiare i rapporti di forza e di scalzare l’egemonia ideologica del neoliberismo, che continua ad essere predominante.

Una delle idee madri di quelli/e che nel partito caldeggiano le coalizioni di governo è che in Germania un partito socialista di sinistra non può che restare minoritario e che bisognerebbe perciò fare dei passi verso l’SPD e i Verdi. Io non la vedo così. Le ultime elezioni hanno dimostrato chiaramente che die Linke è riuscita ad ampliare in maniera significativa il suo potenziale elettorale nonostante i violenti attacchi dei media. In queste ultime settimane, la percentuale di chi dichiara che sarebbe disposto a votare per die Linke è passata dal 19% al 27%, dimostrando che certi tabù hanno subito un colpo. Niente vieta di pensare che questa percentuale possa ancora aumentare nettamente.

Il compito attuale è trasformare questo stato d’animo in espressioni di voto, in attività politica, in partecipazione ai movimenti e, alla fine, in cambiamenti dei rapporti di forza nella società. Allora sarebbero possibili ben altre cose che non legarsi al carro della partecipazione al governo per svolgere il ruolo di medico al capezzale del capitalismo

Dorn – Che cosa ci attende nei prossimi mesi e che cosa si deciderà?

Hunko – Secondo me, come membro di die Linke in Nord Renania-Westfalia, le elezioni regionali del 9 maggio 2010 avranno un’importanza cruciale. In questo Land vive oltre il 20% della popolazione tedesca e l’ala sinistra del partito è particolarmente forte. Per lo sviluppo e l’orientamento futuro del partito un successo (vale a dire l’ingresso al Landtag) sarà decisivo. Siamo, per così dire, obbligati al successo.)

Per quanto riguarda le attività extraparlamentari, ritengo che le iniziative previste a dicembre contro l’estensione della guerra d’Afghanistan siano estremamente importanti. Su questo tema, a fine novembre vi sarà una votazione organizzata per le strade in tutto il paese, e noi vi parteciperemo.

Sarà poi importante vedere come si sviluppano le iniziative di resistenza alla crisi, soprattutto quando si annunciano piani di licenziamenti. Il nuovo governo esita ancora a far brutalmente sopportare alla popolazione il peso della crisi. Ma c’è da aspettarsi in qualunque momento che questo succeda. I fronti unitari anticrisi, in cui si ritrovano sindacati, movimenti sociali e organizzazioni di sinistra, dovranno prepararvisi nelle prossime settimane.

Infine, è non è la cosa meno importante, c’è il vertice sul clima a dicembre. Soprattutto in Germania, dove i rapporti tra movimenti ecologisti e anticapitalisti si sono distesi, bisognerà lavorare al loro riavvicinamento.

Dorn – Per finire, una domanda sulla dimensione europea. Hai seguito i due referendum in Irlanda, potresti commentarceli?

Hunko – Ero in Francia il 29 maggio 2005, quando è stato respinto il trattato sulla Costituzione europea, ed ero anche in Irlanda il 12 giugno 2008 e il 2 ottobre 2009, al momento delle votazioni sul Trattato di Lisbona. Secondo me, tutta la procedura con cui è stato prima costruito e poi imposto il Trattato è veramente mostruosa.

In Francia, il trattato è stato respinto per il suo orientamento neoliberista ed anche per le sue considerazioni militariste. Qualche settimana dopo, gli olandesi hanno confermato il rifiuto. Tuttavia, questo non ha comportato l’avvio di un processo di rielaborazione di un nuovo trattato, con un indirizzo diverso. Si sono introdotti solo ritocchi formali, per evitare referendum nella maggior parte dei paesi. Soltanto in Irlanda la Costituzione non lasciava altra possibilità che richiedere il parere della popolazione.

Tutti i punti controversi del vecchio trattato, l’indirizzo neoliberista o l’obbligo di contribuire agli sforzi di armamento, sono rimasti immutati. In Irlanda il trattato è stato ugualmente respinto nel 2008, ma questo non ha avuto alcuna influenza sui gruppi dirigenti dell’UE, che hanno sottoposto la popolazione irlandese a minacce e a un intenso ricatto, imponendo di ripetere il voto- La paura di trovarsi completamente tagliati fuori dal resto d’Europa ha spinto la popolazione irlandese a votare a favore questa volta, il che con tutta probabilità farà sì che il trattato entrerà ormai in vigore-

Il Trattato di Lisbona renderà più difficile la lotta per un’Europa sociale, pacifica e democratica. Inoltre, il modo in cui è stato istituito getta una luce sinistra sulle élites dirigenti di questa Europa, soprattutto sulla loro intenzione di fare a ogni costo dell’UE un’unione militare neoliberista.

Le forze di sinistra e socialiste devono far sapere tra gli strati più ampi possibile, nel modo più netto, che questa strada non porta all’integrazione europea dei popoli, ma alla formazione di un blocco imperiale gravido di minacce. Niente del genere può trovare approvazione.

19 ottobre 2009

* * *

GERMANIA 3

PER I PARTITI CAMBIANO LE CARTE,

PER LA LOTTA DI CLASSE ANCORA NO

di Jakob Shäfer*

Nonostante le serie perdite dell’SPD e la crescita dell’FDP, il governo non è in condizioni tanto buone. Tra le altre ragioni, per il fatto che la dipendenza dalle esportazioni (oltre il 28% del PIL) e la percentuale relativamente ridotta del consumo interno porteranno l’economia tedesca a chiudere il 2009 con un calo di circa il 5% circa. Dal momento che la congiuntura internazionale non sta migliorando realmente, tutta una serie di fabbriche rischiano di fallire. Eppure si tratta di imprese “fondamentalmente sane” rispetto ai classici criteri capitalistici, ma stanno soffrendo per mancanza di liquidità, perché le banche rischiano meno o i prestiti sono concessi con forti maggiorazioni, corrispondenti alla valutazione del rischio. Se l’economia mondiale non si riprende seriamente nei prossimi mesi, in certe zone fino al 25% delle imprese di costruzione meccanica e di impiantistica saranno costrette a fallire. Anche nell’industria automobilistica – che ha un posto molto rilevante: 770.000 occupati diretti e indiretti; una produzione annua di 6,2 milioni di vetture prima della crisi, gran parte delle quali esportate – la sovrapproduttività di quasi il 30% a livello mondiale fa gravare la minaccia di massicci licenziamenti.

D’altro canto, il passivo delle finanze pubbliche supererà nel 2010 i 100 miliardi di euro, per il ridursi degli introiti fiscali e le accresciute spese sociali: nel giugno 2009, ad esempio, c’erano già 1,43 milioni di lavoratori-lavoratrici in parziale disoccupazione, con un corrispettivo aumento dei crediti dell’Ufficio federale del Lavoro. Lo Stato è costretto a indebitarsi ulteriormente, col rischio di sforare i margini previsti dagli istituti internazionali di controllo. Si è ancora lontani dalla minaccia di bancarotta dello Stato, ma il credito costerà di più e i margini di manovra si riducono. Le comunità locali sono già in difficoltà nell’affrontare le loro “normali” incombenze.

Ecco perché, dal punto di vista della borghesia, la cosa più semplice e più urgente sarebbe aumentare le tasse. Ma questo sarebbe stato molto più facile con l’SPD che con l’FDP, che ha fatto della riduzione delle tasse il suo cavallo di battaglia e che vorrebbe ridurle di 20-25 milioni per i ricchi.

L’alternativa all’aumento delle tasse sarebbe un grande programma di austerità sul piano sociale. Ma neanche questo è così semplice, dal momento che le burocrazie sindacali non hanno verso la CDU, e meno ancora l’FDP, loro nemico giurato, gli stessi riguardi che avrebbero avuto per l’SPD. Il nuovo governo è quindi costretto a barcamenarsi, soddisfacendo i ricchi senza rendere impossibile il riequilibrio del bilancio.

Per questo non fa niente che possa essere interpretato dai sindacati come una provocazione: niente minacce sulla cogestione, la salvaguardia dai licenziamenti, le procedure di contrattazione salariale codificate nella legge sui comitati d’azienda… Tutte cose che, in altre circostanze, rientrerebbero tra le priorità di un governo CDU-FDP. Quello che interessa prioritariamente alla classe dominante, infatti, è l’immediato miglioramento delle condizioni economiche per il capitale. Si evita quindi ogni misura che non si traduca in concreto profitto.

Le cose vanno diversamente a livello delle imprese, dove i piani di licenziamento si moltiplicano. Anche il programma governativo contiene tutt’altro che misure delicate: riduzione delle risorse destinate al “mercato del lavoro” (cosa che rende più difficile, se non impossibile organizzare programmi di qualificazione, di rientro al lavoro e di riconversione, precipitando immediatamente i/le licenziati/e nella disoccupazione), soppressione dei salari minimi in alcuni settori, riduzioni delle indennità.4 L’FDP vuole imporre un supplemento individuale forfettario per l’assicurazione malattia, ecc. Tutto questo, tuttavia, non si collega ad attacchi politici antisindacali.

Perché questa cautela?

 

— Non c’è nulla di più prezioso di una situazione in cui i sindacati se ne stanno tranquilli;

— la partecipazione alle elezioni per il Bundestag è scesa dal 77,7% al 70,8%, cosa che riflette il generale aumento della sfiducia nei confronti della “politica dominante”;

— il partito riformista die Linke ha aumentato i voti attirando parte degli ex elettori dell’SPD (anche se, rispetto, agli altri partiti, la sua quota è quella più piccola);

— per quanto il governo ripeta che fra poco ci saremo lasciati la crisi alle spalle, sa bene che persistono notevoli fattori di instabilità. Ad esempio, aumenteranno ancora i disoccupati e con loro la collera popolare. Già ora, la sensazione di insicurezza è largamente diffusa, anche se la maggior parte della gente non ha ancora percepito direttamente gli effetti della crisi. Quando però il numero di disoccupati avrà superato una certa soglia psicologica, di colpo milioni di persone si troveranno in una condizione più drammatica di quella di oggi.

Da metà ottobre il deterioramento è netto: interruzione definitiva di pagamento della società di distribuzione Quelle (con migliaia di disoccupati), seguita dall’annuncio che Opel non verrà acquistata e che General Motors procederà alla “ristrutturazione”, equivalente ad altri licenziamenti ancora, ecc.

Scontro elettorale tra due campi?

 

L’elezione al Bundestag non ha contrapposto il campo di sinistra a quello di destra. L’SPD porta avanti da anni una politica neoliberista. Dopo il disastro elettorale non ha annunciato alcun cambiamento di linea significativo. Il complesso dei funzionari, dall’alto in basso dell’apparato, è schierato per la politica di smantellamento delle conquiste sociali. Chi non era d’accordo è passato da tempo a die Linke.

I Verdi non sono più un partito di sinistra già dagli anni ’90. Hanno votato e predisposto con il cancelliere SPD Schröder l’Agenda 2010, il principale programma di distruzione sociale della RFT. E, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, hanno permesso alla borghesia tedesca di partecipare di nuovo attivamente a guerre, prima nei Balcani, poi in Afghanistan.

Solo die Linke si differenzia da questi partiti neoliberisti. Si tratta di un partito riformista, paragonabile al Parti de Gauche (Partito di sinistra) in Francia (Mélenchon ha rapporti ottimi e privilegiati con Lafontaine). I suoi limiti politici sono evidenti e ogni volta che si annuncia la partecipazione a un governo regionale se ne scopre il vero volto: è successo prima nel Land del Meklemburgo-Pomerania occidentale e a Berlino, oggi a Berlino e in Brandeburgo.

Nel Brandeburgo, l’SPD avrebbe potuto continuare a governare con la CDU (minoritaria), ma ha preferito fare entrare die Linke al governo per integrare e compromettere il partito. Die Linke non potrà più accusare questo governo regionale di essere “antisociale”. Siccome arrivare al governo è il suo obbiettivo finale, die Linke considera questa coalizione come “un grande successo di per sé”. Poco importano, allora, i risultati concreti: nel programma di coalizione figurano la soppressione di 11.000 posti di lavoro nel settore pubblico, nonché il protrarsi dell’estrazione della lignite e dello sfruttamento delle centrali termiche a lignite, fonte energetica quanto mai inquinante. Poco importa che il movimento contro queste centrali sia animato anche da militanti del partito.

Quale opposizione?

 

Non si sa ancora da dove verrà l’opposizione agli attacchi che sicuramente si aggraveranno dopo le prossime elezioni nel Nord Renania-Westfalia ai primi di maggio.

Molto dipende dagli sviluppi sindacali. I sindacati, infatti, sono l’unica forza che avrebbe la possibilità di incidere sia su quanto avviene nelle fabbriche, sia sul piano centrale. Dagli anni ’90, si sono sempre più adattati alle politiche neoliberiste, accettando la “cogestione” ed evitando conflitti con il capitale e il governo. Quando l’SPD era al governo non si sono mobilitati realmente neanche contro il prolungamento a 67 anni dell’età pensionabile, opera del socialdemocratico Müntefering. Non si tratta soltanto della conseguenza dello stretto legame della burocrazia sindacale con l’SPD neoliberista, ma anche del prodotto del sistema burocratico stesso: ad esempio, l’inserimento nei servizi di sorveglianza delle aziende spinge a pensare come gli altri membri di questi consigli, i salari sono esorbitanti, l’apparato enorme (così, nella sede centrale dell’IG Metall ci sono 600 funzionari, nelle regioni altre migliaia di funzionari ben pagati. Huber, il presidente del sindacato, guadagna 218.000 euro l’anno!).

Detto questo, i sindacati tedeschi non sono sindacati “gialli”. Restano organizzazioni operaie, che dipendono dalla volontà e dall’impegno dei loro membri. Quando salirà la rabbia, i sindacati (e a un certo punto le stesse burocrazie sindacali) potranno essere sospinti a lottare (almeno un po’), cosa che si ripercuoterà sul clima politico generale, sulla portata delle “riforme” governative, nonché sulle nuove possibilità offerte alle forze di opposizione al sistema capitalista. Per questo l’RSB pone l’accento sul lavoro sindacale e sulla costruzione e la promozione della sinistra sindacale.

Ed è anche la ragione per cui l’RSB è impegnata a promuovere il movimento sociale. È stata infatti la coalizione “Noi non pagheremo per la loro crisi” (Wir zahlen nicht für eure Krise) a promuovere una prima manifestazione nazionale lo scorso 28 marzo a Berlino e a Francoforte, che ha visto la partecipazione di 55.000 persone. Questo aveva spinto i sindacati a organizzare una loro manifestazione il 16 maggio a Berlino, con 100.000 persone. Non basta, ma è un inizio.

La sinistra sindacale e buona parte del movimento sociale sono d’accordo a sviluppare una propaganda per lo sciopero generale. Ancora oggi, tuttavia, i sindacati sono ben lontani dal raccogliere questa prospettiva, visto anche che in Germania esistono più ostacoli giuridici che in altri paesi e lo sciopero politico è esplicitamente vietato. Ovviamente, però, una volta che il movimento partisse di slancio, quest’ordine di problemi verrebbe risolto dalle masse e non dai tribunali.

Che ruolo avrà die Linke?

 

— Questo partito vuole governare. Non si oppone al sistema capitalista ma al neoliberismo;

— i suoi sono obiettivi delimitati, che non vanno oltre i margini imposti dal sistema capitalista o anche quelli dell’ala sinistra dell’apparato sindacale. Ad esempio, sul salario minimo die Linke chiedeva che lo si fissasse a 8,44 euro l’ora. Solo dopo le manifestazioni del marzo scorso ha ripreso la rivendicazione di 10 euro l’ora, ma… “non subito, quando saremo al governo federale”, e dopo un periodo di transizione di 4 anni.

— non partecipa alla costruzione della sinistra sindacale, cerca di avere buoni rapporti con le direzioni sindacali, nella tradizione riformista e parlamentarista, ma al contempo alcuni suoi militanti hanno un ruolo di promozione dei movimenti sociali;

— sul piano politico generale, die Linke costituisce un’alternativa, frammentaria e incoerente, ma è pur sempre un fenomeno nuovo, in un paese che da decenni non sentiva discorsi o argomentazioni “antineoliberiste”.

 

*Questo e gli altri due articoli che seguono sono stati ripresi e tradotti da Inprecor, novembre 2009, n- 555, pp. 11-19. Cfr. http://www.imprecor.fr] La traduzione è di Titti Pierini.

 A- Klein: Membro della direzione di Internationale Sozialistische Linke (ISL- una delle due frazioni della Sezione tedesca della IV Internazionale), militante di die Linke e redattrice del mensile SoZ Sozialistische Zeitung.

1 Die Linke è comparsa come coalizione elettorale tra il Partito del Socialismo Democratico (PDS, ex SED – il partito di Stato della DDR) e Alternativa elettorale lavoro e giustizia sociale (WASG) per le amministrative del 2005, in cui ha ottenuto l’8,7% (54 seggi al Bundestag, il parlamento federale). Il suo congresso di fondazione si è svolto nel giugno 2007. Alle politiche del 27 settembre 2009 ha avuto l’11,9% dei suffragi e 76 deputati al parlamento federale.

* Eletto deputato al Bundestag il 27 settembre 2009, Andrej Hunko milita in die Linke ad Aquisgrana, nel Land Nord Renania-Westfalia. È membro del Comitato direttivo regionale e appartiene alla tendenza Antikapitalistische Linke. Nella sua regione die Linke ha ottenuto 11 parlamentari (tra cui 7 donne). Prima dell’elezione, Hunko era segretario parlamentare di uno dei protagonisti del movimento pacifista e anti-NATO, Tobias Pflüger, parlamentare europeo dal 204 al 2009. Friedrich Dorn milita nell’Internationale Sozialistische Linke (una delle due frazioni della sezione tedesca della IV Internazionale).

2 Cioè: SPD-die Linke-Grünen.

3 Nel 1998, a un anno dall’arrivo al governo, l’SPD di Schröder ha cambiato rotta, invocando il senso di responsabilità di ognuno per il deficit pubblico, con conseguente riduzione della spesa pubblica. L’Agenda 2010 e il pacchetto di leggi “Hartz IV” hanno rappresentato la riduzione più massiccia  delle indennità sociali nella storia della RFT. Neanche la “grande coalizione” (SPD-CDU-CSU), al governo dal 2005 al 2009 sotto la guida di Angela Merkel ha realizzato controriforme di quella portata.

* J. Shäfer è membro della direzione dell’RSB (Revolutionär Sozialistischer Bund, Lega socialista rivoluzionaria), una delle due frazioni della sezione tedesca della IV Internazionale. Membro dell’IG Metall, partecipa alla promozione della rete della sinistra sindacale.

4 Non esiste in Germania salario minimo legale. Oltre 9 milioni di persone guadagnano meno di 10 euro l’ora, 5 milioni meno di 6. Per la classe dominante è ancora troppo. Soprattutto in Germania Est, sono molti a guadagnare meno di 5 euro l’ora. Il 13% della popolazione (alcune fonti parlano del 17%) vive al di sotto della soglia di povertà.