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Gli Stati Uniti

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 9 luglio 2009 · 63 min di lettura

Una ricostruzione storica "controcorrente" e una rassegna di libri sugli Stati Uniti. In origine era una dispensa per un corso di Storia del movimento operaio e di Storia contemporanea.

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Sugli Stati Uniti

NOTA. Questa dispensa, destinata ai due corsi di Storia del movimento operaio (Europa e Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale) e di Storia contemporanea (La politica estera degli Stati Uniti in Asia e in America Latina.) che hanno moduli in comune, è ricavata da diversi articoli del prof. Moscato usciti nel corso del 2003 su alcune riviste o inviati in rete: si è cercato nei limiti del possibile di eliminare ripetizioni. Se qualcuna è sfuggita (per non alterare l’equilibrio di ogni articolo) ce ne scusiamo.

Le rassegne bibliografiche sono ovviamente parziali e riferite alle pubblicazioni più recenti. Nel corso delle lezioni saranno fornite altre dispense e suggerimenti di lettura.

In questi giorni abbiamo sentito ripetere spesso, anche da chi si oppone finalmente “senza se e senza ma” alla guerra di Bush e Berlusconi: “naturalmente non siamo antiamericani”. Una frase con diverse sciocchezze: la prima è che parla di “America” invece che di Stati Uniti, dimenticando che dell’America fanno parte il Messico, l’Argentina, il Brasile, il Cile, Cuba, e – perché no – anche la sventurata Haiti. Insomma, si accetta così la pretesa degli statunitensi bianchi di rappresentare l’intero continente, escludendone in primo luogo gli abitanti originari (ribattezzati arrogantemente “indios” o “indiani d’America”). In ogni caso sarebbe insensato attribuire le colpe di un governo a un popolo, e ciò vale per gli Stati Uniti come per la Germania: anche quando era sotto il nazismo, non era giusto essere antitedeschi, anche se era sacrosanto lottare contro l’imperialismo tedesco che aveva scelto Hitler e lo aveva portato al potere.

Dalla stessa impostazione risulta che è giusto essere contro l’imperialismo, e quindi contro il più forte dei paesi imperialisti, gli Stati Uniti, che ne hanno fatte di tutti colori non solo nel “loro” continente, ma anche in tante altre parti del mondo. La prima impresa aggressiva lontana dalle loro coste (ricordata ed esaltata anche nell’inno dei marines) risale al lontano 1801, quando per una questione di prestigio e di “difesa della libertà di commercio” tentarono di sbarcare a Tripoli, in Libia. Quella prima avventura finì maluccio (era un po’ prematura...) e fu quindi necessario riscattare con un congruo versamento i marinai finiti maldestramente nelle mani delle autorità locali.

Gli Stati Uniti hanno poi esteso il loro territorio verso ovest, impossessandosi delle vaste praterie abitate dai cosiddetti “indiani” che vennero sterminati nel corso di tutto il XIX secolo (ma i massacri erano stati iniziati già dai pii padri pellegrini...), poi si spostarono a sud impossessandosi di circa metà del Messico.

Ci sono moltissimi libri che ricostruiscono la tragedia degli abitanti originari del continente, ma ne segnaliamo due – entrambi di autori statunitensi – recentemente tradotti in italiano.. Il primo, è quello di David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001. Stannard, che è cittadino statunitense e docente nell’Università delle Haway, affronta l’insieme dei genocidi compiuti nelle Americhe e anche nelle isole in cui vive, nell’arco di cinquecento anni. Tuttavia mentre la storia dei massacri compiuti dai conquistadores spagnoli e portoghesi è ben nota (anche se ridimensionata da chi la presenta come“leggenda nera”), quelli compiuti dagli anglosassoni lo sono assai meno, ma sono ugualmente efferati.

L’altro è di Howard Zinn, “Non in nostro nome. Gli Stati uniti e la guerra”, Il saggiatore, Milano, 2003, che esordisce ricordando che fu invitato alla rituale celebrazione annuale del “massacro di Boston”, come viene ricordata l’uccisione di 5 (cinque!) coloni del nord America da parte delle truppe britanniche avvenuta nel 1770, e si permise di ricordare agli attoniti uditori altri massacri dimenticati di migliaia e migliaia di nativi effettuati prima e dopo l’indipendenza degli Stati Uniti.

In realtà l’ideologia dominante negli USA “dimentica” l’esistenza di popolazioni che abitavano il continente prima della colonizzazione europea, analogamente a quanto sostenuto dalla maggior parte dei sionisti, che rivendicavano “una terra senza un popolo per un popolo senza terra”, o dai bianchi sudafricani che pretendono grottescamente di essere arrivati in quell’area prima delle popolazioni zulu. Ad esempio Conant, preside della Harvard University, nel 1948 presentava così in un Forum del “New York Herald” la storia della formazione degli Stati Uniti:

Questa Nazione, diversamente da quasi tutte le altre, non si fonda su uno Stato sorretto dalle conquiste militari. Di conseguenza, non abbiamo in nessuna delle nostre tradizioni l’idea di un’aristocrazia discesa dai conquistatori e legittimata a governare per diritto di nascita. Al contrario, abbiamo sviluppato la nostra grandezza nel periodo in cui una società fluida occupava un continente ricco e vuoto...”

Vediamo quanto sia infondata questa pretesa.

Come si sono formati gli attuali Stati Uniti d’America

Gli Stati Uniti, di cui gli imbecilli o i disonesti ripetono che non può essere imperialista o colonialista perché nati da una rivoluzione anticoloniale (dimenticando che la “rivoluzione” del 1776 era prima di tutto una secessione di coloni che non volevano più pagare tasse alla madre patria), nel corso dell’intero XIX secolo non solo portarono avanti la loro penetrazione nell’America centrale e meridionale in base alla “dottrina Monroe” (che, per escludere le potenze europee dal “suo” continente, proclamava “l’America agli americani”, dando appunto per scontato che essi fossero gli unici “americani”), ma cominciarono a puntare ben presto all’Asia orientale, in concorrenza con le vecchie potenze coloniali. Imposero al Giappone con le proprie cannoniere l’apertura dei suoi porti nel 1853, esattamente come aveva fatto tredici anni prima la Gran Bretagna con la Cina (la “guerra dell’oppio” del 1840-1842). Gli Stati Uniti avevano cominciato poi la penetrazione in Cina, e soprattutto nelle Filippine, e approfittarono della seconda rivoluzione cubana per intervenire in quel paese: lo fecero annunciando che volevano “proteggere i cubani dalla Spagna”, a cui dichiararono guerra nel 1898 col pretesto di una misteriosa esplosione sull’incrociatore Maine “in visita di cortesia” nel porto dell’Avana: il mistero è come mai al momento dell’esplosione, attribuita subito senza prove alle autorità spagnole, a bordo ci fossero solo poveri marinai semplici, mentre tutti gli ufficiali erano a terra. Molti commentatori statunitensi lo hanno ricordato al momento dell’attentato alle Due Torri tra i discutibili pretesti per una guerra, insieme all’attacco a Pearl Harbor, che poteva essere prevenuto, dal momento che da tempo gli Stati Uniti avevano trovato il modo di intercettare e decrittare i messaggi militari dei giapponesi, ma che consentì a Roosevelt di forzare l’opinione pubblica ostile all’intervento sfruttando cinicamente l’emozione per la morte di tanti connazionali.

In realtà nel 1898 i marines impedirono la vittoria dei rivoluzionari cubani, e al termine di una brevissima guerra gli Stati Uniti si impossessarono di Cuba, ma anche delle Filippine, di Portorico e di Guam. Alla prima dovettero riconoscere nel 1902 una indipendenza fittizia (inserendo nella costituzione cubana l’emendamento Platt, che dava loro il diritto di interferire in ogni decisione del governo semicoloniale che avevano istallato). Le Filippine dovettero combattere fino al 1946, quando ottennero l’indipendenza anche grazie alla seconda guerra mondiale in cui erano state occupate dai giapponesi (che avevano imitato la dottrina Monroe proclamando “l’Asia agli asiatici”...), ma continuarono ad essere controllate tramite dittatori corrotti come Marcos. Guam e Portorico non ce l’hanno fatta e stanno ancora sotto gli Stati Uniti. Anche le Haway furono conquistate a partire dal XVIII secolo, con diverse forme di dipendenza dei regni locali. Poi, nello stesso fatidico 1898, fu costituita una specie di repubblica fantoccio che chiese l’annessione agli Stati Uniti (ma diventò il cinquantesimo Stato della Confederazione solo nel 1959). Il meccanismo era praticamente lo stesso usato per il Texas. Altro che “Stati Uniti paese anticolonialista”!

Impossibile fare poi l’elenco dei paesi (piccoli come il Nicaragua o il Paraguay, o grandi come il Messico) in cui nel corso del XX secolo sono più volte sbarcati, con o senza emendamento Platt, i marines.

Un caso esemplare sempre dimenticato: Haiti

Basti pensare ad Haiti: era fino a tutto il XVIII secolo, un paese ricchissimo, colonia francese col nome di Saint Domingue. Nel 1791 produceva un quarto dello zucchero di tutto il mondo, e inoltre caffè, cotone, coloranti naturali come l’indaco. La Francia si era assicurata il monopolio sul suo commercio, che rappresentava un terzo del commercio estero del regno. Al momento della rivoluzione francese, mentre la piccola minoranza di bianchi rivendicava la libertà di commercio, e i mulatti e i pochi neri affrancati i diritti politici, la grande maggioranza di schiavi neri pretesero la libertà, e dovettero lottare per anni contro i tentativi di “ristabilire l’ordine”. Non furono spalleggiati neppure dagli altri paesi dell’America Latina, i cui governanti erano razzisti e schiavisti. La schiavitù fu mantenuta in Colombia fino al 1851, in Argentina e in Ecuador fino al 1853, in Perú e Venezuela fino al 1854. La schiavitù rimase nelle colonie britanniche delle Antille fino al 1834, negli Stati Uniti fino al 1862, a Cuba fu eliminata solo nel 1886 e nel 1888 in Brasile.

Solo nel 1825, dopo il fallimento di molti tentativi di riconquista, il re di Francia Carlo X accettò di riconoscere l’indipendenza di Haiti in cambio di un indennizzo di 150 milioni di franchi oro, calcolato sul valore delle proprietà (e degli schiavi) nel 1789. Una cifra enorme che corrispondeva a dieci anni di esportazioni haitiane e a quattro volte il bilancio annuale della Francia, che era allora uno dei paesi più ricchi e popolati del mondo.

Per pagare la prima quota il presidente dell’epoca, Boyer, fu costretto a contrarre un prestito che mise Haiti nelle mani di banchieri francesi. Nel 1914 il debito non era stato pagato che in minima parte, mentre gli interessi versati alla Francia (ma anche agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Germania) assorbivano l’80% delle entrate del paese. Un tentativo del presidente haitiano di recuperare il controllo dei fondi depositati nella Banca Nazionale provocò l’intervento degli Stati Uniti (che per 60 anni non avevano voluto riconoscere l’indipendenza del paese), che inviarono i marines a prelevare 500.000 dollari-oro nelle casse della banca, portandoli a New York.

Dal 1915 al 1934 Haiti fu occupata direttamente dagli Stati Uniti, che dovettero impiegare anni per soffocare le rivolte dei contadini poveri, assassinando 13.000 haitiani. Nel 1922 l’intera Banca Nazionale fu trasferita alla National City Bank di New York, e Haiti fu costretta a versare 40 milioni di dollari agli Stati Uniti per liquidare definitivamente l’indennizzo alla Francia, che fu così estromessa dal paese. Solo nel 1935 il governo haitiano ha potuto recuperare la sua Banca Nazionale, ma il suo dipartimento fiscale, che controllava anche le dogane, rimase sotto il diretto controllo degli USA fino al completo rimborso del debito contratto nel 1922, che avvenne nel 1947. Per dominare il paese, gli Stati Uniti collocarono poi alla sua testa il dittatore François Duvalier, con i suoi feroci assassini, detti tonton macoutes. Gli Stati Uniti sono intervenuti più volte anche dopo il crollo del regime di Duvalier: oggi Haiti è uno dei paesi più poveri del continente e del mondo intero.

Alcuni dei tanti interventi della CIA nel mondo

In molti altri casi, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, gli Stati Uniti non sono intervenuti con le proprie truppe, ma hanno finanziato gruppi di mercenari, o organizzato attraverso la CIA colpi di Stato militari. Tra i casi più conosciuti quello del 1954 in Guatemala contro il governo democratico di Arbenz (bollato come “comunista” per aver tentato una moderatissima riforma agraria che voleva distribuire ai contadini le terre acquistate dalla United Fruit e lasciate incolte). Quell’episodio fu determinante per l’evoluzione politica di Ernesto Guevara, che era giunto in quel paese come medico neolaureato, e divenne comunista proprio stimolato da quella tragica esperienza. Dopo la cacciata di Arbenz il Guatemala fu massacrato ininterrottamente per quarant’anni da feroci dittature militari spalleggiate e armate dagli Stati Uniti, con centinaia di migliaia di contadini assassinati dagli squadroni della morte o direttamente dall’esercito.

Un tentativo analogo a quello del 1954 in Guatemala fu tentato nel 1961 contro Cuba, ma fallì invece a Playa Girón (Baia dei porci) perché il governo rivoluzionario di Castro e Guevara, a differenza di quello di Arbenz, aveva armato i contadini e i pescatori, che riuscirono a respingere, sia pure con gravi perdite, i mercenari appoggiati da navi e aerei statunitensi, alcuni dei quali contrassegnati con i colori cubani, per simulare una rivolta interna (il che può essere considerato un atto di vera e propria pirateria aerea). Il presidente degli Stati Uniti era allora il democratico John Kennedy, considerato un modello di democrazia da Rutelli e Veltroni!

Panama era stata staccata dalla Colombia nel 1903 con un colpo di Stato la cui logica era chiara: il primo atto dei secessionisti fu la cessione agli Stati Uniti per 99 anni del territorio del Canale, e vide più volte interventi diretti o indiretti di truppe statunitensi. L’ultimo intervento avvenne nel 1989, per catturare il presidente Noriega, vecchio complice del colonnello Oliver North e del vicepresidente Bush (padre) nel narcotraffico (il famoso caso Iran-Contra-Gate), ma che  era diventato (come poi toccherà a Saddam e Bin Laden) “il mostro da eliminare”. Per catturarlo e processarlo (a porte chiuse!) furono uccisi almeno 7.000 cittadini panamensi.

Il caso del Cile di Allende (sul quale importanti uomini politici statunitensi hanno ammesso le responsabilità dirette della CIA nella pianificazione del golpe del 1973 del generale Pinochet) è il più conosciuto e suscitò profonda e duratura emozione nel mondo per la sua ferocia. Meno nota, e oggi quasi dimenticata, l’aggressione diretta dei marines nel 1983 alla piccola isola di Grenada, nelle Antille, accusata contro ogni logica (ha poco più di 100.000 abitanti, e una milizia di soli 100 uomini) di “minacciare gli Stati Uniti.

Anche in Africa, in Asia, ecc...

Ma anche nel grande Congo ex belga, uno dei territori più ricchi dell’Africa, la CIA ha aiutato (insieme ai servizi segreti belgi e francesi, e con la benedizione dell’ONU) la soppressione del regime democraticamente eletto di Lumumba e l’instaurazione del regime di Mobutu, durato più di trenta anni: al suo termine, il paese era diventato uno dei più poveri del mondo.

Perfino il regime di apartheid in Sudafrica per decenni ha beneficiato di protezione e collaborazione militare da parte degli Stati Uniti e soprattutto di Israele, che proprio insieme ai governanti razzisti sudafricani costruì le sue prime atomiche. Invano l’ONU deliberava ogni anno un embargo: questo veniva aggirato dagli Stati Uniti e dalle principali potenze imperialiste, oltre che dal principale alleato degli USA, lo Stato di Israele, l’unico a riconoscere gli staterelli fantoccio creati dal Sudafrica per confinarvi la maggioranza della popolazione nera. Se il regime dell’apartheid è crollato, non è stato certo per le risoluzioni dell’ONU, rese vane dal veto statunitense o semplicemente aggirate: fu la dura sconfitta militare inflitta agli invasori sudafricani dalle truppe cubane e angolane a Cuito Cuanavale a spingere i razzisti afrikaaner a tirare fuori Nelson Mandela  dal carcere in cui l’avevano rinchiuso per 28 anni come “terrorista”,  per chiedergli di usare il suo prestigio per assicurare una “transizione democratica”, che in sostanza doveva associare una parte dei neri al potere politico senza toccare il potere economico dei bianchi. Il progetto è riuscito solo in parte (la maggioranza della popolazione è rimasta nelle condizioni di povertà in cui stava), evitando almeno una sanguinosa conclusione della lunga e feroce dominazione. In ogni caso l’ONU non ha avuto alcun merito, e gli Stati Uniti hanno casomai la colpa di aver ritardato a lungo perfino questa parziale soluzione. Tra l’altro sui giornali sudafricani uscì a suo tempo l’ammissione che era stato Donald R.Rickard, un agente della CIA (che figurava come diplomatico statunitense a Durban), a far catturare Mandela, con cui doveva avere un incontro proprio la sera del suo arresto.

L’elenco dei paesi vittime di regimi imposti da colpi di stato militari organizzati dalla CIA è lunghissimo: basti pensare all’Indonesia, un paese di 200 milioni di abitanti: nel 1965 il presidente nazionalista e antimperialista Sukarno fu deposto col pretesto di un inesistente “colpo di stato comunista” (in realtà era stato solo il tentativo di alcuni militari lealisti di fermare il golpe in preparazione). La dittatura del generale Suharto si impose con un tremendo bagno di sangue (oltre 500.000 tra comunisti e appartenenti alla minoranza cinese furono assassinati), ed è durata fino al 1998. In quegli anni ha potuto impunemente (e con il solito silenzio dell’ONU) massacrare centinaia di migliaia di abitanti di Timor Est, occupata nel 1975 e che ha avuto l’indipendenza solo dopo un premio Nobel per la pace ai leader indipendentisti e un tardivo intervento delle Nazioni Unite al momento dell’esplosione della crisi economica e politica del regime.

Impossibile tracciare in poche pagine una panoramica anche sommaria degli interventi devastatori e liberticidi degli Stati Uniti. Rinviamo per questo al libro di William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea ed., Milano, 2002. Un libro sconvolgente scritto da un ex agente della CIA.

Per quanto riguarda in particolare l’America Latina, è molto utile il saggio di Paco Peña contenuto nel Libro nero del capitalismo, a cura di Gilles Perrault e Maurice Cury, Marco Tropea ed., Milano, 1999, poi ripubblicato nel 2001 in edizione economica dalla Est di Milano. Il saggio di Paco Peña (che è uno storico cileno) è molto rigoroso e abbastanza ampio (da pp. 323 a 360).

La confessione di un generale dei marines

La maggior parte degli interventi diretti o indiretti in tutto il mondo (abbiamo tralasciato l’Europa, ma si potrebbe parlare almeno della Grecia...) sono stati presentati sempre come ispirati dalla necessità di difendere la libertà e la pace,. con un linguaggio che potremmo dire orwelliano.

Da un bel libro di Tariq Ali (un intellettuale di origine pakistana, impegnato da oltre trenta anni come militante rivoluzionario in Gran Bretagna.), Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, Milano, 2002, riprendiamo un passo di un sorprendente discorso del generale dei marines Smedley Butler che nel 1933 lasciò il servizio attivo dichiarando pubblicamente che “la guerra è solo un racket” e viene gestita “a vantaggio di pochissimi e a spese delle masse”:

Dal sacco del racket non esce un solo stratagemma che la gang militare non conosca. Ha i suoi “uomini-indice” per individuare i nemici e i suoi “uomini-muscolo” per distruggerli, i suoi “uomini-cervello” per allestire i preparativi di guerra e un “Grande Capo” costituito dal Capitalismo Sovranazionale.

Butler si rendeva conto che poteva sembrare strano che un militare come lui istituisse un simile parallelo. Ma spiegava perché era arrivato a queste conclusioni:

Il bisogno di verità me lo impone. Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo Paese, il corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi di comando, da sottotenente a generale maggiore. E durante tutto quel periodo ho passato la maggior parte del tempo a fare “l’uomo-muscolo” d’alto rango per i Grandi Affari, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un estorsore, un gangster al servizio del capitalismo.

Butler ammette che già precedentemente aveva avuto qualche sospetto, ma che, come tutti i militari di mestiere, non aveva mai pensato con la sua testa: “le mie facoltà mentali sono rimaste come sospese per tutto il periodo in cui ho obbedito agli ordini dei superiori: Questo succede a tutti coloro che sono arruolati nell’esercito.”

Ho concorso a fare dell’Honduras “il posto giusto” per le compagnie americane nel 1903, a rendere sicuro il Messico, soprattutto Tampico, per gli interessi americani nel 1914, e a trasformare Haiti e Cuba in un luogo decente dove i ragazzi della National City Bank potessero riscuotere tasse. Ho collaborato a violentare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a vantaggio di Wall Stret. L’elenco delle operazioni del racket è lungo. C’ero quando purificammo il Nicaragua per l’istituto bancario dei fratelli Brown, dal 1909 al 1912. Ho illuminato la Repubblica dominicana su come favorire gli interessi americani nel commercio dello zucchero nel 1916. In Cina ho fatto sì che la Standard Oil potesse procedere indisturbata lungo il suo cammino. Durante quegli anni tenevo in piedi, come direbbe chi trama dietro le quinte, un racket di prim’ordine.

La conclusione è amarissima e ironica: “Guardando al passato, credo che avrei potuto senz’altro dare alcuni buoni consigli ad Al Capone. Il massimo che egli poté fare fu gestire il suo racket in tre quartieri. Io l’ho gestito su tre continenti.”

Hiroshima

Prima di concludere questa breve rassegna, bisogna ricordare un’altra vicenda: quella del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, città fino a quel momento risparmiate dai bombardamenti a tappeto che avevano colpito ad esempio Tokio, e quindi piene di rifugiati provenienti dalle zone già distrutte. Va detto che solo pochi sciagurati esaltano quell’attacco criminale, fingendo di ignorare che da tempo emissari giapponesi avevano dichiarato di essere disposti alla resa, a una sola condizione: il mantenimento in carica dell’imperatore. Era esattamente quello che, per altre ragioni, gli Stati Uniti si preparavano a fare di loro iniziativa dopo la “resa incondizionata”, con l’obiettivo di mantenere un regime autoritario per bloccare una classe operaia esasperata dalla guerra, e che si temeva potesse seguire l’esempio del proletariato russo (che era insorto proprio al termine della guerra russo-giapponese, e soprattutto nel 1917 contro il massacro della “Grande Guerra”).

Quindi a motivare quelle terribili esplosioni non era la necessità di “salvare la vita a migliaia di soldati statunitensi” (il Giappone nell’agosto 1945 era comunque prostrato e da tempo senza combustibile e con le industrie militari rese inservibili), ma la necessità di dare un avvertimento a tutto il mondo e in particolare all’URSS, sperimentando su persone inermi quei terribili ordigni.

Inoltre sperimentare una bomba nel deserto, per i militari e gli scienziati senza coscienza, non è altrettanto utile che provarla su una città intatta e su una popolazione numerosa. Va detto comunque che l’immensità della strage ha avuto varie conseguenze: da un lato la crisi morale di alcuni dei responsabili (fisici nucleari ma anche uno dei piloti), dall’altro un rigido segreto imposto sulla documentazione degli effetti. Paradossalmente una delle ricadute di quel silenzio ha colpito gli stessi militari statunitensi, che nei successivi esperimenti sono stati esposti senza adeguata protezione, ma anche semplici cittadini (è famoso il caso di John Wayne, che come tutta la troupe cinematografica che girava un film nel deserto del Nevada a poca distanza dal luogo in cui era stato sperimentato il primo ordigno nucleare, contrasse un cancro mortale). Solo negli anni Settanta una causa legale intentata (e vinta) da cittadini giapponesi contro il governo degli Stati Uniti per obbligarlo a rendere pubblici i documentari girati dai soccorritori e dai medici che curavano le vittime consentì finalmente di spezzare quella terribile cortina di silenzio e menzogne.

Va detto che non solo gli Stati Uniti si sono macchiati di crimini di questo genere durante la seconda guerra mondiale. Si pensi ad esempio al feroce bombardamento britannico di Dresda, che è stato ricordato con amarezza in Germania in questi giorni, nel contesto di una diffusa ostilità popolare alla guerra contro l’Iraq. Anche a Dresda si privilegiò il bombardamento di una città in cui non c’erano obiettivi militari rilevanti, scegliendo di colpire la produzione bellica uccidendo pacifici lavoratori e risparmiando le fabbriche, che era meglio mantenere intatte per la fase della “ricostruzione”, anche perché c’erano rilevanti investimenti britannici, statunitensi e francesi, congelati momentaneamente da Hitler, ma che sarebbero stati ovviamente rivendicati nella fase successiva.

C’erano stati d’altra parte precedenti significativi durante la prima guerra mondiale: Jean Pierre Fléchard ha ricostruito, in un saggio inserito nel già citato Libro nero del capitalismo, la storia del “santuario del capitale internazionale” nel bacino di Briey-Thionville, dove gli eserciti contrapposti evitarono di colpire gli impianti siderurgici e le miniere di ferro e carbone, appartenenti a due rami diversi della stessa famiglia di grandi produttori di munizioni (i de Wendel francesi e i von Wendel tedeschi). Per tutelarne gli interessi lo Stato maggiore francese evitò accuratamente di colpire gli impianti, la cui distruzione avrebbe spezzato o comunque messo in grave difficoltà lo sforzo bellico della Germania.

 

Gli USA e la guerra di Suez del 1956

Molti degli apologeti degli Stati Uniti, per dimostrare che essi sarebbero profondamente anticolonialisti, ricorrono spesso all’esempio delle forti pressioni diplomatiche esercitate su Gran Bretagna e Francia per farle recedere dal disastroso intervento a Suez.

Intanto nella ricostruzione della vicenda va ricordata anche la vigorosa azione diplomatica e propagandistica dell’URSS, che minacciò persino ritorsioni su Londra e Parigi. Anche se non dimentichiamo che il governo sovietico aveva in quel momento la necessità di distogliere l’attenzione dalla sua dura repressione della rivoluzione antiburocratica che era in corso negli stessi giorni in Ungheria, rimane il fatto che la nuova direzione guidata da Chrusciov aveva dedicato grande attenzione ai paesi ex coloniali, tra i quali il prestigio dell’URSS era in aumento soprattutto dopo la concessione dei crediti all’Egitto per la costruzione della diga di Assuan. Lasciare sola l’Unione sovietica a opporsi a quella guerra poteva essere pagato caro anche dagli Stati Uniti.

Inoltre non c’è dubbio che gli USA erano preoccupati sinceramente per il comportamento insensato dei maldestri vetero-imperialisti, e si preparavano a sostituirli nell’area. In effetti c’è voluto ben più di un decennio per recuperare i danni provocati dall’intervento congiunto anglo-franco-israeliano, anche se inizialmente aveva avuto un facile successo sul piano puramente militare. Avrebbe fatto bene a ricordarsene almeno Blair: i poveri contadini egiziani in divisa si arrendevano penosamente di fronte alla clamorosa supremazia delle truppe israeliane, ed erano colti di sorpresa dall’invasione di paracadutisti franco-britannici, ma la risposta della popolazione permise a Nasser, sconfitto sul campo, di apparire il vincitore morale, e l’onda lunga di quell’avvenimento si sentì in tutto il mondo arabo, con le sollevazioni del 1958 in Libano, Giordania e soprattutto in Iraq, dove venne spazzata via in quell’anno la monarchia fantoccio istallata dai britannici.

Alcune necessarie considerazioni aggiuntive su quella guerra: la motivazione della Gran Bretagna, dove da un anno Anthony Eden aveva preso il posto di Churchill, era intessuta di arroganza imperialista e di desiderio di vendetta verso un paese che era stato dominato direttamente o indirettamente fino alla rivoluzione repubblicana del 1952, e che aveva poi osato ribellarsi, ma anche di panico per l’ondata della decolonizzazione che stava minacciando le colonie africane e le semicolonie mediorientali. La Francia, sconfitta appena due anni prima a Dien Bien Phu, e che stava fronteggiando una sempre più forte sollevazione del Maghreb (appena pochi giorni prima dell’intervento in Egitto aveva dirottato con un atto di pirateria aerea il velivolo che portava Ben Bella e altri dirigenti algerini dal Marocco alla Tunisia via Spagna), si illudeva di colpire in Nasser l’ispiratore di tutti i movimenti di liberazione. A spiegazione del penoso stato della sinistra francese, ricordiamo che nel 1956 in Francia al governo c’era il socialista Guy Mollet, sorretto anche dal PCF, che nelle elezioni di quell’anno aveva raggiunto il massimo della sua forza.

La scelta di colpire l’Egitto era effettivamente sbagliata e controproducente, e non fermò ma al contrario accelerò l’ondata della decolonizzazione, e screditò irreparabilmente lo Stato di Israele, verso cui avevano fino a quel momento guardato con simpatia molti dirigenti arabi modernizzatori, tra cui lo stesso Nasser.

Ma l’atteggiamento degli Stati Uniti (che presero in modo crescente il posto delle vecchie potenze come protettori di regimi neocoloniali) se era lungimirante, non era certo antimperialista: la riprova è che nella crisi del 1958, mentre i paracadutisti britannici si lanciavano su Amman per salvare il loro fidato re Hussein dalle masse giordane  in rivolta, furono i marines a intervenire per puntellare il presidente libanese Camille Chamoun, contestato dalla grande maggioranza dalla popolazione che voleva superare la costituzione imposta a suo tempo dalla Francia e che garantiva automaticamente l’egemonia ai maroniti, nonostante questi fossero ormai da decenni una ridotta minoranza.

La guerra contro l’Iraq

Di questa guerra (o meglio di questa nuova fase di una lunga guerra iniziata nel 1991 e spostatasi successivamente in Somalia, nei Balcani, in Afghanistan e tornata ora nel Golfo) abbiamo già scritto altrove (rinvio ovviamente in primo luogo al mio libro Tempeste sull’Iraq, Massari, Bolsena, 2003, a cui non potrei aggiungere molto anche dopo l’inizio dei bombardamenti e dell’invasione di terra). Al massimo in questa fase si possono fare brevi e modeste osservazioni.

I primi giorni, infatti, oltre a fornire una raffica di esempi di disinformazione guidata, hanno fatto emergere che nonostante la sproporzione enorme dal punto di vista militare, e la non utilizzazione delle famigerate armi di distruzione di massa (presumibilmente perché non esistono più da quando gli occidentali hanno smesso di venderle a Saddam), la resistenza irachena è stata superiore al previsto: evidentemente anche molti di quelli che non amano Saddam Hussein non possono rimanere indifferenti di fronte a un’invasione collegata a un progetto di ricolonizzazione. Ovviamente opporsi con fucili o mitragliatrici a un’ondata senza precedenti di carri armati, aerei e missili non è facile, ma il numero dei prigionieri annunciati (non nelle balle propagandistiche, ma in dichiarazioni ufficiali) è di appena 2.000 militari dopo tre giorni di invasione. Comunque, se divenissero come diverranno sicuramente molti di più, come nel 1991, ciò confermerebbe solo l’ampiezza della sproporzione negli armamenti tra i due schieramenti, non certo la giustezza della guerra. Anche nel 1956 e nel 1967 gli israeliani fecero un gran numero di prigionieri: erano forse per questo meno ingiuste quelle guerre?

Come nel 1991 le vittime tra gli aggressori si devono soprattutto a incidenti o al cosiddetto“fuoco amico”. Anche questa è l’ennesima prova che l’esercito iracheno non era un pericolo per la sicurezza del mondo. Oggi, dopo tre giorni di combattimenti, non possiamo neppure azzardare una previsione sulla durata della guerra. Possiamo però indignarci per l’ipocrisia di tutti quanti “auspicano una guerra breve”. Se la guerra sarà rapida, che cosa vorrà dire? Solo che l’Iraq era praticamente senza difesa.

Duole dirlo, ma l’UE (compresi Chirac e Schroeder, a cui qualcuno affidava il compito di impedire la guerra) ha trovato una facile intesa con Blair evitando di parlare della guerra, auspicando che questa sia breve e... offrendosi per partecipare al banchetto della ricostruzione a spese del popolo iracheno! Quanta ipocrisia, e quante illusioni seminate da una finta sinistra senza più parametri morali e ideali! (23/3/2003)

Libri sull’11 settembre e sulla guerra di Bush

Negli ultimi mesi si è infittita la pubblicazione di libri sull’Iraq, su Saddam Hussein, ecc. La maggior parte di essi sono affrettati e basati sulle stesse dubbie “fonti” giornalistiche, e non vale la pena di parlarne ora. Invece sono usciti alcuni libri sui retroscena dell’11 settembre, che crediamo utile segnalare. Prima di tutto un agile libro del grande scrittore statunitense Gore Vidal, di gradevole lettura: Le menzogne dell’impero e altre tristi verità. Perché la Junta petroliera Cheney–Bush vuole la guerra con l’Iraq (Fazi, Roma, 2002). Si tratta di una raccolta di scritti di vari periodi, ma quello che dà il nome al volumetto è particolarmente interessante perché senza tirare conclusioni affrettate, smonta le tante bugie dell’amministrazione Bush mettendo in contraddizione le successive dichiarazioni dei suoi diversi esponenti. Non sposa una tesi particolare, ma, a partire dalla sua esperienza di militare (è stato volontario nella seconda guerra mondiale, e lo sottolinea in polemica con i tanti guerrafondai dell’amministrazione Bush che al momento dei vari conflitti si erano imboscati), osserva che tutte le norme in vigore da decenni sull’intercettazione immediata degli aerei civili che deviano dalla rotta prevista non sono state osservate l'11 settembre, e che le spiegazioni fornite dai massimi capi militari sono inverosimili e avrebbero dovuto a rigor di logica provocare automaticamente il loro deferimento di fronte a una corte marziale.

Non sono solo osservazioni personali, ma considerazioni fatte da molti alti ufficiali in pensione, di cui riporta esattamente le parole. E sull’attribuzione degli attentati delle Torri a Bin Laden Gore Vidal esprime un forte dubbio, basandosi sulla testimonianza dell’ex ministro degli esteri egiziano Heikal, che la definisce inverosimile, sia perché Al Qaeda non è assolutamente paragonabile (come si fa nella propaganda spicciola) alla Germania nazista o all’Urss, ma anche perché infiltrata da anni da agenti dei servizi segreti pakistani, sauditi, egiziani e statunitensi.

Gore Vidal osserva poi che lo stupore di Bush e soci per l’attacco era molto sospetto, dal momento che il piano di attacco all’Afghanistan era stato approvato due giorni prima dell’11 settembre. Ma l’interesse principale del libro deriva dalla rilettura della storia degli Stati Uniti, dei precedenti di grandi menzogne (e un capitolo è dedicato alla questione della mancata intercettazione della flotta giapponese di cui si sapeva che era diretta a Pearl Harbor, e alla cancellazione di tutte le testimonianze sui tentativi del Giappone di ottenere un armistizio prima del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki).

Questo libro appassionato e avvincente, che conserva però sempre il carattere di un pamphlet di denuncia, ricava gran parte delle considerazioni “tecniche” sulle incongruenze delle dichiarazioni ufficiali sugli attentati dal migliore dei lavori dedicati a questo argomento: quello di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, Fazi, Roma, 2002. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giovane studioso inglese, direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development di Brighton, un ente di ricerca e intervento che si occupa di diritti umani. Il volume parte da una ricostruzione dettagliata della crisi afgana e dei molteplici interventi imperialisti in quello sfortunato paese a partire dal 1978, per analizzare poi i rapporti tra l’amministrazione statunitense e i talebani dal 1994 al 2001, prima di affrontare le notizie pervenute alla Cia sulla preparazione di attentati con aerei usati come bombe, e le ragioni per cui furono ignorati.

La parte centrale di questo ampio saggio, di oltre 300 pagine di grande formato, analizza in dettaglio le informazioni fornite sui voli che si sono schiantati sulle due torri o sul pentagono, per tentare di spiegare perché le procedure previste in caso di dirottamento non sono state seguite. Prudentissimo nel tirare conclusioni, l’autore fornisce comunque elementi convincenti per avvalorare l’ipotesi di qualche complicità all’interno di settori dell’apparato statale degli Usa. Sui rapporti indiretti (tramite il Pakistan) e diretti della Cia e della stessa famiglia Bush con Bin Laden c’è un intero densissimo capitolo, che documenta come questi rapporti non siano mai stati interrotti.

Due capitoli affrontano poi nel passato recente e nel presente il “Progetto strategico dietro i piani di guerra” degli Stati Uniti.

Tra gli allegati, una documentazione su Pearl Harbor e l’Operazione Northwoods, che prevedeva l’organizzazione di attentati contro rifugiati cubani negli Usa per giustificare un attacco a Cuba, elaborato prima dello sbarco di Playa Girón, che cominciò d’altra parte con un’operazione di pirateria aerea: alcuni aerei militari statunitensi riverniciati con i colori cubani attaccarono gli aeroporti dell’isola per simulare un’insurrezione di settori militari anticastristi. Anche questa parte provocatoria dell’operazione però fallì, perché l’antiaerea dell’Avana abbatté alcuni degli aerei, che risultarono di modelli mai posseduti da Cuba.

È interessante notare che questo libro, che non è in alcun modo accusabile come quello di Thierry Meyssan di trarre conclusioni affrettate e non completamente provate, ma da cui emergono ugualmente dati molto inquietanti sul comportamento delle autorità degli Stati Uniti prima, durante e dopo gli attentati dell’11 settembre, non è stato bersaglio di feroci polemiche, ma sottoposto invece a una vera e propria congiura del silenzio.

Contro il libro di Gore Vidal invece, gli attacchi sono stati molti, tutti tendenti a presentarne l’autore come uno scrittore geniale, ma propenso a sostenere tesi bizzarre e non documentate. Soprattutto contro il libro di Thierry Meyssan, L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul pentagono (Fandango, Roma, 2002) si è scatenata una vera canea di denigratori. Il libro di Meyssan ha molti pregi, nella ricostruzione complessiva dei silenzi e delle menzogne delle autorità degli Stati Uniti, e dell’attacco senza precedenti alle tradizionali libertà democratiche di quel paese, a partire da quella di stampa, ma arrivando anche a privare gli stessi eletti nel Congresso e nel Senato della possibilità di compiere un’inchiesta sui molti misteri di quegli attentati. Ha tuttavia un punto debole nella fretta di trarre conclusioni, sia pure in base a indizi consistenti, sull’episodio dell’aereo caduto sul Pentagono. Poteva fermarsi al dato certissimo di un “errore” che appare inspiegabile: Al Qaeda, presentata come quasi onnipotente, avrebbe scelto per colpire il “cuore” della potenza militare degli Stati Uniti proprio l’unico lato dell’enorme palazzo in cui non c’erano ufficiali ma solo operai immigrati impegnati in lavori di ristrutturazione. È un particolare che ricorda l’esplosione del Maine che nel 1898 servì da pretesto per la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla Spagna (e per la conquista di Cuba, Portorico, Filippine e Guam). Anche in quel caso nella nave ancorata nel porto dell’Avana al momento dell’esplosione non c’era nessun ufficiale, ma solo poveri marinai semplici.

Invece Meyssan si è lanciato in affermazioni che non può provare, tanto più se veramente c’è stato un complotto (io sono contrario alla mania di vedere dovunque complotti, ma questo non vuol dire che in alcuni casi i complotti non possano esistere). Alcune delle prime testimonianze parlavano di un rumore “simile a quello di un missile”, e di una virata brusca impossibile in un grande aereo di linea. Inoltre il foro di entrata era di molto inferiore a quello che sarebbe stato provocato verosimilmente da un aereo di grandi dimensioni, dei cui resti peraltro non esiste traccia nelle pochissime foto divulgate. È inquietante, ma insufficiente per chiarire cosa è successo veramente, per affermare che invece di un aereo si trattava di un missile, o per ricostruire che fine avrebbe fatto l’aereo, effettivamente dirottato, se non è arrivato sul Pentagono.

Il libro non lo ha chiarito, e probabilmente non lo sapremo mai, come non sapremo mai davvero cosa è accaduto all’aereo di Ustica, su cui i “servizi” italiani, europei e statunitensi, ma anche tutte le autorità dell’aeronautica italiana, sono riusciti a sollevare un polverone nonostante l’episodio in sé fosse ben più modesto e verosimilmente dovuto solo a un errore involontario. A maggior ragione non sapremo mai cosa è veramente avvenuto a Piazza Fontana, alla Stazione di Bologna, ecc. Era più giusto il metodo di Pasolini, che diceva “io so”, ma non tentava di colmare i vuoti delle versioni ufficiali con ricostruzioni non documentabili.

Il libro di Meyssan però non si limita a questa discutibile forzatura degli indizi: analizza le incongruenze delle versioni ufficiali sul crollo delle Due Torri, riportando dubbi espressi anche dai pompieri di New York, o dall’associazione degli ingegneri civili, e dati inquietanti sul sequestro di ben cinque ore di filmati effettuati da un grattacielo vicino da due fratelli francesi, Jules e Gédéon Naudet (gli è stato restituito solo lo spezzone di pochi minuti in cui avevano ripreso il primo aereo che colpiva una delle Torri, che era ormai stato reso pubblico, dato che lo avevano venduto a un’agenzia e quindi era già stato ritrasmesso in tutto il mondo). Detto incidentalmente, questo come gli altri libri citati segnalano che Bush aveva dichiarato di aver visto l’aereo che colpiva la prima torre prima di entrare nella scuola in cui si trattenne per ore mentre si susseguivano gli schianti. Ma l’immagine ormai famosa del primo aereo fu trasmessa in realtà solo molte ore dopo dalle televisioni a cui i due francesi le avevano vendute. Un banale errore di Bush nella ricostruzione della sua mattinata, o c’era qualche operatore dei servizi pronto a filmare immagini non rese pubbliche ma trasmesse su circuiti riservati? La domanda non è irrilevante.

Meyssan riporta anche un gran numero di documenti (tra cui quello sull’Operazione Northwoods, di cui abbiamo già parlato, e che era stato fatto conoscere dall’ex ministro della Difesa Robert McNamara, difficilmente definibile un estremista e un visionario).

Ma di questo le stroncature feroci del libro fatte su tutta la stampa mondiale non parlano. Si concentrano sulla questione se a colpire il Pentagono sia stato un aereo o un missile, e soprattutto avanzano insinuazioni infamanti sull’autore. Invece di seguirle a una a una sulla stampa, le possiamo trovare concentrate in un libro ignobile, preceduto da una adeguata introduzione di Lucia Annunziata, che aveva cominciato la sua carriera come brillante giornalista del “Manifesto” ed è finita a rendere bassi servizi ai difensori dell’ordine esistente. Del libro (Guillaume Dasquié, Jean Guisnel, Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati dell’11 settembre, Guerini e Associati, Milano, 2003) si potrebbe anche non parlare, perché a parte le insinuazioni su una presunta contiguità con i “negazionisti” di Meyssan (che invece era noto in Francia per vigorose campagne antifasciste) si basa sulle ritrattazioni di coloro che l’11 settembre avevano fatto a caldo le dichiarazioni riportate da Meyssan, e su un’antologia di sciocchezze trovate su qualche sito fascista e antisemita di Internet, che vengono usate per insinuare che le fonti di Meyssan sarebbero dello stesso genere. Un metodo di amalgama tipico della propaganda stalinista! Ma dell’introduzione della signora Annunziata vale la pena invece di parlare. Prima di tutto emerge chiaramente che non ha mai neppure aperto il libro di Meyssan, che presenta come esempio massimo di libro nefasto, accostandolo addirittura ai Protocolli dei Saggi di Sion. È vero che poi parlando della mania del complotto, elenca come esempi di allucinazioni di questo genere… le speculazioni sull’assassinio di Kennedy, su Ustica o Stay Behind (cioè l’Operazione Gladio). Tutte invenzioni di “maniaci del complotto”?

E poi attribuisce direttamente a Meyssan la leggenda metropolitana che nessun ebreo sarebbe morto nelle Due Torri perché gli israeliani avrebbero dato l’allarme ai correligionari! È la prova che non ha mai aperto il libro di Meyssan, che al contrario accenna solo di sfuggita, ma per criticarlo severamente, a un giornalista di Al Jazeera ( immediatamente licenziato per questo, si noti) che aveva ripreso e “deformato” un’affermazione di “Haaretz” e della CNN sul preavviso ricevuto da Odigo, una società israeliana leader nel campo della posta elettronica, qualche ora prima degli attentati. Affermazione vera e di fonte ineccepibile, ma che Meyssan utilizza solo come testimonianza che c’erano diverse persone al corrente degli attentati in preparazione, oltre a quelli che hanno speculato sulle azioni delle società aeree colpite, di cui parla ampliamente anche Mosaddeq Hafez. Al contrario di quello che affermano i due calunniatori e la signora Annunziata, egli scrive esplicitamente che probabilmente il preavviso non era stato preso sul serio anche perché anonimo. Ma l’Annunziata invece attribuisce a Meyssan di aver fatto sua una calunnia antisemita!

A Guillaume Dasquié, e Jean Guisnel, e ai tanti altri denigratori del suo libro, Thierry Meyssan ha risposto in un nuovo libro (Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Fandango, Roma, 2003). Una parte di esso punta a consolidare le affermazioni contenute nel primo libro, e a spiegare i meccanismi della ritrattazione dei primi testimoni, ma non aggiunge nulla di nuovo. Tuttavia Meyssan riporta anche pareri di tecnici balistici sul tipo di danni che poteva apportare un aereo, e sul tipo di combustione documentata dalle foto del Pentagono, che appare di colore e di orientamento verso l’alto diversissimi da quelli risultanti dalle fotografie scattate durante la prima fase della combustione delle Torri (in quel caso la fiamma del kerosene incendiato scendeva a cascata verso il basso). Molti dubbi, in particolare sulla sparizione dell’aereo in qualche altra località non vengono chiariti, e altri ne sorgono. Ma la documentazione fotografica, molto arricchita, in particolare sul foro di entrata di dimensioni ridottissime rispetto all’aereo che l’avrebbe provocata, e soprattutto il foro di uscita dal terzo edificio attraversato che è solo di 2 metri e mezzo, sembrerebbero confermare la tesi tanto cara all’autore: non un aereo che si sarebbe disintegrato, ma un missile con una carica cava di esplosivo in grado di attraversare tre edifici.

Il libro dunque non è risolutivo, ma alimenta nuovi interrogativi, che non possono essere certo fugati con basse insinuazioni sull’autore, e con il metodo di riportare allucinate dichiarazioni di altri, attribuendole a Meyssan. Non può essere dunque ignorato anche da chi non condivide il metodo di interpretazione utilizzato, dal momento che in ogni caso dimostra che le versioni ufficiali delle autorità statunitensi sono poco verosimili, e si basano su un sistematico occultamento delle documentazioni disponibili. (marzo 2003)

Rassegna bibliografica sugli USA

Nell’ultimo anno, e soprattutto negli ultimi mesi, sono usciti molti libri che affrontano da vari punti di vista le ragioni dell’avversione crescente per gli Stati Uniti. Sorvoliamo, per decenza, su quelli che, come quello del radicale Massimo Teodori, ripropongono gli argomenti volgarmente apologetici dell’ideologia statunitense (riassumibile, in parole povere, nel “ci odiano perché siamo buoni e idealisti e difendiamo la libertà nel mondo”).

Un agile volumetto di Antonio Gambino che dava una prima risposta a questa impostazione (non molto rappresentata a livello di libri, ma ben presente nei media, a partire da quei quotidiani che offrivano ai lettori la bandiera a stelle e strisce da appendere in contrapposizione a quelle della pace), ha avuto, probabilmente anche per la tempestività con cui è uscito, un notevole successo editoriale.1 Tuttavia, per il taglio giornalistico, e per l’attenzione dedicata solo all’ultima fase, con molte considerazioni in genere giuste, ma con un’insufficiente documentazione, soprattutto sul lungo periodo, non ha affrontato i principali problemi posti dall’ultima fase della politica USA. Ad esempio non prende in considerazione neppure la sfasatura tra la potenza militare e quella economica degli Stati Uniti, considerate equivalenti, e riconduce alla categoria del servilismo la politica di tutti gli altri principali Stati, ignorando o sottovalutando tensioni e conflitti di interessi.
Un libro di Alessandro Portelli, uscito nel 2002 ma ristampato ora con un aggiornamento sull’ultima guerra, affronta invece efficacemente il processo di formazione dell’ideologia attualmente dominante negli Stati Uniti.2 Si tratta in realtà di una raccolta di articoli apparsi sul “manifesto” in periodo diverso (ma quasi tutti dopo l’11 settembre) che mettono a fuoco le radici lontane dell’intolleranza e della pretesa degli Stati Uniti di assumersi il compito di “difendere il bene contro il male”. Portelli, che è uno storico della letteratura americana, le riconduce ad alcuni modelli consolidati: romanzi e film sull’epopea del West, ma anche lo stereotipo della “geremiade” che interpreta con la perdita dell’originario fervore religioso un flagello minaccioso e imprevisto. Portelli risale per questo alla “testimonianze di prigionia” al tempo della cosiddetta “guerra di re Filippo” del 1675, quando i coloni della Nuova Inghilterra rischiarono di essere buttati a mare dal contrattacco delle tribù indiane coalizzate contro gli invasori sotto la guida del capo Metacomet (ribattezzato dagli inglesi appunto “re Filippo”), e alcuni di loro caddero nelle mani dei “selvaggi”. Una ricostruzione utile per spiegare la “lunga durata” del processo di formazione dell’ideologia attuale, risalente già a un secolo prima dell’indipendenza, e basata fin da allora sulla convinzione di essere minacciati da “forze del male” interpretate a volte come punizione divina per le proprie trasgressioni, mai come risposta a concreti torti subiti.

Il libro è di gradevolissima lettura, ed è efficace per contrastare le interpretazioni dell’attuale politica di Washington come una novità assoluta riconducibile solo all’ideologia di Runsfeld e Bush (col rischio di definire “nazifascista” l’attuale governo degli Stati Uniti, come fa Fidel Castro).

Sul tema della continuità della politica aggressiva ed espansionistica degli USA è ancor più stimolante un pur ponderoso saggio di uno storico statunitense, Francis Jennings, sulla “creazione dell’America”.3 Pubblicato nel 2000 negli Stati Uniti al termine della lunga carriera dello studioso, morto in quello stesso anno, è stato giustamente riproposto ai lettori italiani quest’anno. Il testo risente un po’ della destinazione originaria: la demistificazione dei luoghi comuni della “Storia sacra” sulle origini divulgate nelle università del suo paese, fatta da Jennings senza “il minimo rispetto per la mitologia popolata da tromboni che declamano Verità Profonde nell’ambito di resoconti totalmente in contrasto con la realtà dei fatti”.

Il risultato è la demistificazione radicale del mito centrale degli apologeti: la “Rivoluzione” è prima di tutto una secessione di tredici colonie che non solo puntano a essere un clone dell’impero da cui si sono staccate, ma combattono ferocemente tra loro; i coloni ingannano ripetutamente i nativi con cui sono stati alleati contro la Gran Bretagna, e che li avevano soprattutto aiutati a sopravvivere nei primi difficili decenni; la schiavitù invece di essere eliminata viene rafforzata, negando la natura umana di neri e “indiani” e quindi tutti i loro diritti. Inoltre Jennings ricostruisce non solo le cruente guerre civili tra le colonie per l’egemonia, ma l’esistenza di un consistente strato di coloni che rimasero filobritannici.

Anche sul piano della libertà religiosa il nuovo assetto risulta ben diverso dalle sue mitizzazioni: i puritani perseguitano e discriminano (pretendendo professioni di fede obbligatorie) quaccheri ed altri dissidenti. Benjamin Franklin, “maestro delle pubbliche relazioni” divulgò in Francia (fornendone una copia anche a Voltaire) la costituzione della Pennsylvania che aveva contribuito a elaborare, omettendo però di informare su tutte le misure discriminatorie nei confronti delle minoranze.

Tutto questo è riferito agli anni immediatamente precedenti e di poco successivi alla proclamazione di indipendenza. Ma la passione etica di Jennings, nelle brevi conclusioni, lo porta ad accennare ad alcuni degli atti antidemocratici del XX secolo, all’esterno e nel paese stesso (come la legislazione contro gli stranieri), riconducendoli ai peccati originali di quella “creazione dell’America”.

* * *

Due altri libri affrontano invece più direttamente il tema della cosiddetta “ostilità del mondo” nei confronti degli Stati Uniti. Il primo, di due autori britannici, è il più esplicito.4 Ziauddin Sardar e Merryl Wyn Davies partono naturalmente dalla reazione popolare al crollo delle Due Torri, basata sull’assioma che “loro” (cioè “il Male”) odiano “l’America”, perché è l’incarnazione del “Bene”. Ma spostano subito il problema su un dato del tutto ignorato dalla maggior parte dei cittadini statunitensi: quest’odio non nasce a distanza e per scarsa conoscenza, ma per la presenza in decine di paesi di basi permanenti o forze militari temporanee degli Stati Uniti, di consiglieri che assistono dittatori sanguinari, di agenti della CIA, ecc. I due autori riportano integralmente un elenco di 134 interventi, grandi e piccoli, nell’arco dei 111 anni tra il 1890 e il 2001, stilato dal pacifista statunitense Zoltan Grossman subito dopo l’11 settembre. Citando William Blum5, i due autori riportano un’altra ragione di comprensibile ostilità contro gli USA: le 150 occasioni in cui tra il 1984 e il 1997 (in soli tre anni!) gli Stati Uniti hanno opposto ( soli o in piccola e cattiva compagnia) il loro veto a risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU che condannavano qualche crimine contro un popolo (in particolare contro quello palestinese, ovviamente).

Anche Sardar e Wyn Davies partono da lontano, riallacciandosi a quella “guerra del re Filippo” del 1675-1676 a cui abbiamo già accennato, ma anche al modo in cui “l’esercizio della democrazia può semplicemente cancellare con un voto il problema dell’appropriazione dei diritti di proprietà”. E citano come esempio un’assemblea della Nuova Inghilterra che nel 1640 approvò tre risoluzioni semplicissime: “1°: La Terra è del Signore e sua è la sua pienezza. Votato. 2°: Il Signore può concedere la Terra o sue singole parti al Suo popolo eletto. Votato. 3°: Noi siamo il Suo popolo eletto. Votato.”

Semplicissimo. Si direbbe che l’esempio sia stato studiato bene dai dirigenti sionisti, e comunque spiega la costante simpatia dei dirigenti statunitensi per lo Stato di Israele e l’indulgenza nei confronti delle sue pratiche di espulsione degli abitanti della Palestina.

Ma Sardar e Wyn Davies colgono anche altri aspetti importanti: la prima ragione, scrivono, per cui gli Stati Uniti sono odiati è che “hanno semplicemente reso troppo difficile l’esistenza altrui”. Gli USA hanno “strutturato l’economia globale in modo da arricchirsi perpetuamente e ridurre le società non occidentali a un’abietta povertà”. l’argomento è fondato, ma sottovaluta che questo è stato fatto non solo dagli Stati Uniti, bensì anche da altri paesi imperialisti. Tuttavia non c’è dubbio che nella fase attuale la responsabilità maggiore è statunitense, per una ragione che i due autori colgono bene: “Il dollaro USA è la principale valuta di riserva, il mezzo di cui chiunque ha bisogno per pagare le importazioni estere, e non c’è freno alla capacità USA di stampare moneta per finanziare i propri deficit commerciali con il resto del mondo. Poiché i prestiti internazionali si svolgono in dollari, i paesi debitori in crisi, oberati da deficit commerciali, debbono sempre assumere carichi debitorii in dollari più alti della loro capacità di rimborso. Se a questo aggiungiamo il controllo USA di istituzioni finanziarie internazionali quali l’FMI, la Banca Mondiale e il WTO, vedremo come l’economia mondiale opera per marginalizzare il mondo meno sviluppato.”

La conclusione che “l’America sta togliendo letteralmente il pane di bocca al mondo in via di sviluppo”, al di là dell’inopportunità di definire “in via di sviluppo” il mondo dei paesi sfruttati e in crescente sprofondamento nella miseria, è discutibile anche perché sottovaluta il grado di complicità degli altri paesi sviluppati (almeno gli altri sei del G7) nella gestione di quei criminali organismi finanziari internazionali. Ma il punto più debole è che rimane solo la denuncia etica, e non si coglie l’elemento di grave distorsione dell’economia mondiale rappresentato dall’indebitamento degli Stati Uniti con gli stessi paesi sviluppati, che è uno dei problemi su cui indagano invece altri autori.

In particolare Mark Hertsgaard, in un singolare libro-inchiesta basato su un viaggio di un anno intorno al mondo, e forse concepito prevalentemente per un uso all’interno degli Stati Uniti (paese di origine dell’autore),6 fornisce dati interessanti sui livelli di ignoranza delle questioni internazionali del cittadino medio (ma anche della maggior parte degli uomini politici).7 Pur cercando di mettersi più volte dal punto di vista dei suoi concittadini, Hertsgaard finisce per fornire un quadro spietato dell’inconsistenza dei pregiudizi più diffusi dimostrando che un paese tanto invidiato all’estero (e su questo fornisce testimonianze spesso divertenti sulle illusioni riposte nel “modello americano” al Cairo, a Palermo, a Pechino) è in realtà un paese in netto regresso, da tutti i punti di vista.

In primo luogo da quello economico e sociale, per le sperequazioni crescenti; per il rifiuto delle più elementari norme di convivenza (ad esempio col rifiuto unilaterale delle modestissime indicazioni del Protocollo di Kyoto), col risultato di cancellare una lunga tradizione di rispetto dell’ambiente iniziata nel 1872 con la creazione del primo parco naturale integrale e rilanciata efficacemente negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, quando furono imposte misure avanzatissime di protezione ambientale che ora sono state annullate, anche grazie alla interessata “mediazione” del WTO.

Aumenta costantemente la disuguaglianza interna, con la distruzione dello Stato sociale, mentre il rapporto tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi (come gli Stati Uniti, con tutto il loro bagaglio di povertà crescente all’interno) e il quinto che vive nei più poveri è passato dal 30 a 1 del 1960 a 60 a 1 del 1990, e poi ancora a 78 a 1 nel 1998. E “tra le 100 principali entità economiche al mondo, 52 sono corporation e solo 48 sono nazioni”.

Sarebbe già un bel pamphlet, anche se non ci fosse il capitolo sulla recente distruzione della democrazia, con la cancellazioni di cinque dei dieci emendamenti della Bill of Right attraverso l’USA Patriot Act approvato a tambur battente subito dopo l’11 settembre.8
Anche Hertsgaard accenna più volte al “peccato originale” di una fondazione basata sullo “sterminio dei nativi americani e il furto delle loro terre”, e aggiunge che tra i furti inconfessati e di cui è stato rimosso perfino il ricordo, c’ è perfino quello del modello assunto da Benjamin Franklin per gettare le basi, nel 1754, di una costituzione delle colonie che cominciavano la lotta contro la dominazione britannica: quello della Lega Irochese, un’antica alleanza, basata su principi democratici, tra sei nazioni irochesi.9

Un libro utile ed efficace, ma come quelli precedenti rivolto soprattutto ad analizzare la politica estera degli Stati Uniti (e le sue ripercussioni sull’opinione pubblica mondiale), più che le prospettive di questo grande paese in un contesto di forte e crescente isolamento politico.

A questo puntano invece gli ultimi due libri di questa rassegna. Un sociologo e demografo francese, Emmanuel Todd, affronta i problemi in un testo provocatorio fin dal titolo.10 Riallacciandosi a tesi di Brzezinski, Paul Kennedy e Chalmers Johnson (ma egli discute con eccessivo rispetto anche quelle di Fukuyama e Huntington), Todd sostiene che il rischio maggiore per gli Stati Uniti è di “rimanere isolati nel loro nuovo mondo”, di fronte a “un’Eurasia riunificata dal crollo del comunismo”. Anche se le argomentazioni sono a volte bizzarre (Todd si vanta di aver previsto nel 1976 il crollo finale del sistema sovietico basandosi su statistiche demografiche, in particolare il calo della fecondità, e ora ripropone il metodo per altre previsioni), la tesi centrale è che all’inizio del XX secolo gli Stati Uniti “non avevano bisogno del mondo” mentre il mondo aveva bisogno di loro, come si vide al momento delle due guerre mondiali. Tuttavia, se nel 1945 il Pnl statunitense rappresentava più della metà di quello mondiale, e “l’effetto di dominazione fu automatico, immediato” anche per il compito assuntosi di arginare un inesistente espansionismo sovietico, nel corso degli anni “quello stesso predominio ha colpito, ma in profondità, anche la struttura interna della nazione dominante, indebolendone l’economia e deformandone la società”.11

Anche se all’inizio il processo è stato lento e graduale, e l’inversione del rapporto di dipendenza è cominciata “senza che gli attori della storia se ne siano resi conto”, negli ultimi due decenni “il deficit commerciale americano è comparso come un elemento strutturale dell’economia mondiale”. Tra il 1990 e il 2000 è passato da 100 a 450 miliardi di dollari, e “per riequilibrare i suoi conti esteri, l’America ha bisogno di un flusso di capitali stranieri di volume equivalente. In quest’inizio di terzo millennio, gli Stati Uniti non possono più vivere della loro produzione.”

La conclusione di Todd è che “nel momento stesso in cui il mondo, in corso di stabilizzazione educativa, demografica e democratica (sic!), è sul punto di scoprire che può fare a meno dell’America, l’America si accorge che non può più fare a meno del mondo”.12
Todd parla di una superpotenza che vive alla giornata, e che vede ridursi di anno in anno i vantaggi acquisiti in passato: ad esempio se la produzione USA alla vigilia del 1929 rappresentava il 44,5% di quella mondiale contro l’11,6% della Germania, il 9,3% della Gran Bretagna, il 2,4 del Giappone, oggi il prodotto indistriale statunitense è di poco inferiore a quelle dell’UE e appena superiore a quello del Giappone; e ciò vale anche per le produzioni  ad alto livello tecnologico, tanto è vero che nel 2003 l’europea Airbus produrrà la stessa quantità di aerei della Boeing.13
Todd vede come probabile e anzi già annunciata da vari sintomi l’ipotesi di un avvicinamento tra Europa e Giappone, che renderebbe più difficile la “riscossione del tributo” (come Todd chiama il ruolo schiacciante degli USA nell’esportazione di armi, mentre ritiene che la posizione dominante delle multinazionali americane del petrolio, se può spiegare la “fissazione ossessiva della politica estera americana su questo bene particolare” non può bastare “a finanziare le importazioni americane di beni di ogni genere”. Che tuttavia vengono pagati, facendo dire ad alcuni economisti che il “ruolo economico mondiale degli Stati Uniti non è più produrre beni, come le altre nazioni, ma moneta”.14
Il libro di Todd ha anche un intero capitolo sul ritorno della Russia sulla scena mondiale, che egli ritiene possibile e necessario.15 Egli sostiene che le indecisioni degli Stati Uniti hanno impedito di raggiungere i due obiettivi essenziali indicati a suo tempo da Brzezinski: la disintegrazione della Russia, e il “mantenimento di un certo livello di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia”, che avrebbe dovuto “impedire il riavvicinamento tra l’Europa e la Russia”, di cui invece Todd ricostruisce le solide basi materiali (un intercambio di beni tra Russia e Europa per 75 miliardi di euro, mentre quello con gli USA è appena di 10 miliardi.
Emmanuel Todd ritiene che l’innegabile superiorità militare degli USA non annulla gli effetti negativi della loro strategia: “Non potendo padroneggiare le vere potenze del suo tempo – controllare il Giappone e l’Europa in campo industriale, distruggere la Russia in campo militare nucleare – l’America, per mettere in scena una parvenza di impero, ha dovuto scegliere un’azione militare e diplomatica che si esercita nel campo delle non-potenze: l’asse del male e il mondo arabo, due sfere la cui intersezione è l’Iraq. L’azione militare, per il suo livello d’intensità e di rischio, ormai si situa tra la guerra vera e il videogioco. Si mettono sotto embargo dei paesi incapaci di difendersi, e si bombardano eserciti insignificanti”.16
Per molti aspetti l’ultimo libro preso in esame in questa rassegna è il più importante.17 John Mearsheimer è uno studioso della prestigiosa e “laica” Università di Chicago, discepolo della scuola realista di Hans Morgenthau e convinto che sia meglio “guardare il mondo così com’è, e non come ci piacerebbe che fosse. Nel suo volume, che nell’edizione originale aveva il titolo più inquietante di The Tragedy of Great Power, si tenta un compendio della storia mondiale dalle guerre napoleoniche a oggi, smantellando a una a una le certezze ottimistiche e tranquillizzanti.

Identificando le varie ragioni che hanno portato alle guerre, e soprattutto quelle che hanno determinato la vittoria di una coalizione sull’altra, spesso contro tutte le previsioni basate sulla popolazione, le risorse, gli armamenti (ad esempio analizzando in dettaglio i rapporti di forza tra la Francia napoleonica e la Russia nel 1812, quando il fattore morale pesò più di quello numerico e materiale), Mearsheimer traccia un grande affresco a volte prolisso, a volte perfino con affermazioni lapalissiane, ma sempre nel complesso avvincente e utile per spazzare via illusioni infondate..

Nella prefazione Sergio Romano, uno tra i più intelligenti e lucidi conservatori italiani (e per giunta con una notevole esperienza di storico,oltre che di diplomatico e di politico), valorizza questa impostazione, che riassume efficacemente così: “I grandi Stati - ricorda Mearsheimer - non sono né buoni né cattivi, non perseguono la virtù ma l’egemonia, non si conformano alle tavole della legge morale ma alle dure regole della sopravvivenza”.

Per orientarsi, bisogna dunque “ricordare che la società internazionale è anarchica” (e a questo proposito va ricordato che solo in due pagine delle 460 del libro si fa un accenno all’ONU, per sottolinearne l’impotenza); che le grandi potenze dispongono di una considerevole forza militare e sono quindi, nei loro reciproci rapporti, potenzialmente pericolose; che nessuno Stato può essere certo delle intenzioni degli altri; che la principale preoccupazione di ogni Stato è la sopravvivenza; che i comportamenti dei singoli Stati sono tuttavia razionali e quindi attenti a calcolare, per quanto possibile, le reazioni altrui.”18
Sergio Romano aggiunge che Mearsheimer sa bene “che la maggioranza dei suoi connazionali non condivide queste premesse, crede ottimisticamente nel progresso e si ostina a giudicare il mondo secondo criteri morali” ma sa anche che il moralismo dell’opinione pubblica non ha un’influenza determinante sulla politica estera degli Stati Uniti. Al massimo i governanti statunitensi “sono costretti ad avvolgere le loro decisioni nelle argomentazioni dell’ottimismo liberale e umanitario”, senza che questo impedisca loro di parlare “il linguaggio del potere” quando si riuniscono a porte chiuse.19

Sergio Romano osserva che se questo libro “fosse stato pubblicato dopo lo scoppio della crisi irachena, Mearsheimer avrebbe constatato che gli ultimi sviluppi della politica estera americana confermano la sua analisi. Quando si è accorto che il disarmo dell’Iraq non giustificava, per una parte della pubblica opinione, il ricorso alle armi, Bush ha sostenuto che la guerra avrebbe permesso la diffusione della democrazia nel mondo arabo”, cioè ha “appiccicato un obiettivo ideale su un obiettivo politico-militare.” In genere l’autore si spinge più lontano dei suoi maestri “nel descrivere e prescrivere comportamenti che un pacifista definirebbe probabilmente cinici e brutali”, e nella franchezza con cui afferma di non credere che gli Stati democratici possano trovare più facilmente soluzioni pacifiche alle loro divergenze.

L’ultimo capitolo su La politica di potenza nel XXI secolo abbozza alcune previsioni sul ruolo degli Stati Uniti nel prossimo futuro, in un mondo in cui tutte le fantasie sulla fine dei conflitti appaiono campate in aria. Mearsheimer non cita mai Tony Negri o Michael Hardt, ma ne fa a pezzi le teorie. Probabilmente non sa neppure chi siano, dato che frequenta altri ambienti, ma evidentemente polemizza con gli autori statunitensi “non realisti” che li hanno ispirati. “Il mondo reale rimane un mondo realista”, scrive polemizzando con le fumisterie di Clinton, e osservando che “gli Stati continuano ad aver paura l’uno dell’altro e a cercare di guadagnare potere a spese altrui, perché l’anarchia internazionale – principale determinante del comportamento delle grandi potenze – non è terminata con la fine della guerra fredda, e vi sono ben pochi segni che un tale cambiamento si verifichi in tempi brevi. Gli Stati restano i principali attori della politica mondiale e non c’è ancora nessun guardiano notturno che vigili su di essi.”.20

Anche se è innegabile che il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato uno spostamento radicale nella distribuzione globale del potere, tuttavia “non ha dato origine ad alcun attenuamento della struttura anarchica del sistema – semmai il contrario – e non c’è quindi motivo di aspettarsi che le grandi potenze assumano nel nuovo secolo comportamenti molto diversi da quelli adottati nei due secoli precedenti.” La miglior prova di ciò sta, secondo Mearsheimer, nel fatto “che gli Stati Uniti mantengono circa centomila soldati di stanza in ciascuno dei due continenti, l’europeo e l’asiatico”. Egli non è sicuro che ciò sia utile oggi, e che non esistano altri mezzi meno costosi per ottenere il risultato di mantenere l’egemonia nell’emisfero occidentale e impedire la nascita di un rivale in Europa o in Asia Orientale. Non c’è dubbio che egli teme soprattutto la Cina, che tuttavia non è ancora un pericolo militare, e che va fronteggiata per ora con altri mezzi: “gli Stati Uniti- dice senza reticenza – hanno un forte interesse a determinare una minore crescita dell’economia cinese nei prossimi anni”.

Abbiamo già ricordato Sergio Romano come attento prefatore del libro di Mearssheimer, ma va detto che in un breve e incisivo saggio egli ha gettato nel dibattito politico italiano le stesse tesi.21  In un brevissimo primo capitolo spazza via tutte le ricostruzioni apologetiche del ruolo morale degli Stati Uniti, spiegando che la dottrina Monroe copriva la volontà di concentrare le forze sul proprio continente escludendo i rivali europei. Fin dai primi anni, scrive “la giovane repubblica non fu mai né pacifista né indifferente all’importanza delle armi nelle vicende della politica internazionale”.22

Uscita dalla guerra di secessione avendone ricavato, “con qualche anno di anticipo rispetto ai grandi Stati europei, una straordinaria lezione sull’uso di grandi masse, attrezzate con armi nuove” la “giovane repubblica” era pronta ad altre imprese: “Frenate e assopite dalla guerra civile, le energie imperiali si risvegliarono verso la fine del secolo. La guerra di Cuba fu un’operazione maramaldesca, decisa con un futile pretesto (l’esplosione dell’incrociatore americano Maine nel porto dell’Avana non fu provocata dagli spagnoli)”. Viva la franchezza!

Il libro ripercorre le varie tappe del periodico disimpegno degli Stati Uniti in altri continenti, in genere dettato dalla speranza che i contendenti si logorassero a vicenda. L’entrata nella Prima Guerra Mondiale fu decisa quando emerse il pericolo per la libertà di navigazione e di commercio rappresentato dalla guerra sottomarina della Germania, e sorse il timore di una sconfitta della Gran Bretagna, con cui da quasi un secolo si era stabilita una ragionevole divisione di compiti, mentre nella Seconda, fu decisiva la percezione della minaccia giapponese ai possedimenti diretti nel Pacifico e agli interessi statunitensi in Cina (mentre Truman, che era presidente del congresso, auspicava ancora il disimpegno, per lasciare che Germania e Unione Sovietica si dissanguassero reciprocamente). Roosevelt, come è stato ricordato subito dopo l’11 settembre, era stato preavvertito dell’attacco a Pearl Harbor, ma evitò di prendere misure per usare quei morti per vincere le resistenze isolazioniste o apertamente filonaziste in molti ambienti politici e militari.

Sergio Romano paragona poi la politica di Kissinger a quella bismarckiana dell’equilibrio tra le potenze, basata sul rientro in gioco della Cina in funzione antisovietica, e accenna a nuove tentazioni imperiali emerse con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, ma si concentra soprattutto sul periodo successivo al 1989: “Capimmo subito che gli Stati Uniti erano ormai, dopo il collasso dell’impero sovietico e la disintegrazione dell’URSS, la sola grande potenza mondiale. Ma non capimmo quale uso avrebbero fatto dello straordinario potere che la fine della guerra fredda aveva depositato nelle loro mani”.23
In tutti i capitoli successivi Romano ripercorre le scelte statunitensi dell’ultimo decennio con inquietudine, giungendo però alla conclusione che ciò è stato facilitato dal fatto che l’Europa è “irrilevante”, perché divisa, non adeguatamente attrezzata sul piano militare, ecc. La tesi è discutibile, perché sorvola sulle affinità politiche e morali degli imperialismi europei con gli Stati Uniti, ma non è questo l’essenziale. Sergio Romano è fortemente preoccupato per il futuro perché, se è vero - come dicono i “partigiani dell’egemonia americana” - che gli Stati Uniti “sono una grande democrazia”, perché ha una stampa vivace e un forte associazionismo, egli sa bene che “le democrazie non sono necessariamente sagge e la maggioranza, in molte circostanze, può avere clamorosamente torto. Fu la maggioranza che linciava i neri nel Sud e voleva la segregazione razziale, (...) che sostenne il senatore McCarthy, (...) che sollecita il Congresso di approvare le leggi extraterritoriali con cui l’America pretende di estendere la sua giurisdizione a qualsiasi Paese straniero, (...) che autorizza il presidente e il Congresso a respingere i maggiori accordi internazionali stipulati negli ultimi anni: dal trattato contro le mine antiuomo ai protocolli di Tokio”, ecc.24

“Gli errori delle democrazie non mi sorprendono e non mi scandalizzano” scrive Romano. “Sarei sorpreso, al contrario, se il numero fosse garanzia di verità”. Il pericolo, se mai, è nella convinzione che “la democrazia sia sempre virtuosa e giusta”. D’altra parte “quando fa politica estera, l’America è la prima a non farsi illusioni. Anche se affermano il contrario, i suoi uomini di Stato sanno che la democrazia non è una Gerusalemme terrestre”. E a questo punto Sergio Romano elenca tutte le dittature appoggiate dagli Stati Uniti, osservando che “pericoloso e fuorviante è invece (...) il sovrappiù di miele retorico con cui viene continuamente condita e spacciata la ricetta democratica”.

“Una certa dose di retorica è fisiologica e accettabile. I veri guai cominciano quando l’America, trascinata dalle proprie inclinazioni morali o dalla necessità di meglio giustificare i propri obiettivi, pretende di agire in nome di un principio ideale.” E fa l’esempio della scelta di Bush di “mascherare le intenzioni originali della sua politica irachena dietro un ambizioso disegno politico-morale: la creazione di un Iraq democratico come passo iniziale per la trasformazione democratica dell’intera regione”.

Nel migliore dei casi, se tradirà la promessa, susciterà delusioni e critiche, ma “nel peggiore, se cercherà di mantenerla, creerà regimi artificiali che avranno una vita breve, un trapasso traumatico e incalcolabili effetti sulla stabilità del Medio Oriente. Ecco perché il mondo ha bisogno dell’Europa.”25

Probabilmente la fiducia di Sergio Romano nell’Europa non è ben riposta, ma la sfiducia nella capacità degli Stati Uniti di gestire il dopoguerra in Iraq mi sembra fondatissima. Vedremo.

Nessuno di questi saggi, ovviamente, ci dice davvero “dove sta andando l’impero americano” (per parafrasare il titolo dell’articolo di Hobsbawm), ma un po’ tutti, da varie angolazioni e con metodologie a volte molto diverse, ci dicono che questa fase della politica statunitense, pur riallacciandosi a precedenti ben radicati nella storia del paese, si scontra oggi con problemi nuovi e pericolosi di “sovraesposizione”, e soprattutto con difficoltà – sul terreno dell’economia - probabilmente sottovalutate dall’attuale gruppo dirigente. Ci dicono insomma che dobbiamo seguire con grande attenzione le vicende degli Stati Uniti, senza ignorare la complessità di un paese che ha saputo o dovuto mutare la sua politica più volte nell’ultimo secolo, e che contrariamente a quel che può pensare Donald Runsfeld, è potente ma non onnipotente. (giugno 2003)

Appendice

Le molte strade delle armi

 

Abbiamo segnalato di sfuggita nella Bibliografia ragionata sulla guerra il documentatissimo libro di Sergio Finardi e Carlo Tombola, Le strade delle armi, Jaca Book, Milano, 2002 , che ricostruisce con dati dettagliati “la guerra come affare” in permanente crescita negli ultimi anni dopo un breve rallentamento. Ma vale la pena di parlarne più ampiamente. I due autori, che lavorano da anni sul sistema mondiale dei trasporti, sostengono che la maggior parte del commercio delle armi avviene per vie legali e che perfino quello totalmente illegale può essere ricostruito a partire da una decifrazione di dati di vario genere, da quelli dei porti e aeroporti alle fonti doganali, mettendo a confronto le statistiche dei paesi esportatori con le ammissioni spesso divergenti di quelli importatori (il che vale anche per altre merci, come i diamanti, strettamente legati almeno in Africa alle forniture militari, e occultati con vari espedienti, non insormontabili, da paesi come Israele che della trasformazione dei diamanti grezzi è paese leader). Naturalmente Finardi e Tombola sanno bene che mai come nel settore degli armamenti le statistiche sono sottoposte a manipolazioni e coperte nei limiti del possibile dal segreto militare.

Una rapida panoramica in un capitolo su “conflitti odierni ed eserciti del XXI secolo” segue in primo luogo le tracce dei principali fornitori del Pentagono. Le aziende statunitensi hanno esportato nel 1999 armi per 33 miliardi di dollari, sbaragliando i più agguerriti concorrenti inglesi (5 miliardi) e russi (3 miliardi). Per avere un’idea del grado di concentrazione, basti dire che le prime cento società hanno assorbito 82,5 miliardi di dollari di commesse nel 2000, e le prime dieci 50,6 (diventati già 58,7 nel 2001): per un termine di confronto, l’intero PIL dell’Algeria nel 2000 era di 53 miliardi di dollari, e quello dell’Ecuador di 13,6!

Nel suo piccolo l’Italia già nel 1999 dichiarava un bilancio militare di 23 miliardi di dollari. Probabilmente la spesa reale è molto superiore, perché una parte notevole di essa è mimetizzata sotto la voce “protezione civile”. Falco Accame da moltissimi anni ha documentato casi in cui la Marina Militare ha acquistato 4 navi, mentre altrettante dello stesso tipo erano state commissionate dalla protezione civile, che ha tra l’altro nei suoi libri paga centinaia di ufficiali superiori. Un commento maligno: forse per questo la protezione “civile” è così inefficiente in caso di catastrofi naturali?

La cifra delle spese militari italiane sembra modestissima rispetto ai 281 miliardi del bilancio USA del 1999, portato già da Clinton a cifre ben superiori (preventivava 324 miliardi di dollari per il 2002, e Bush lo ha subito portato a 379 miliardi per il 2003, con l’obiettivo di arrivare entro il 2007 a 451 miliardi di dollari). Ma bisogna pensare, per valutare a pieno le sue dimensioni che nel 1999 solo 58 paesi al mondo avevano un PIL superiore ai 23 miliardi di dollari.

Appena arrivato alla Casa Bianca Bush ha firmato il maggiore contratto militare di tutti i tempi (200 miliardi di dollari, evidentemente in più del bilancio ordinario) per produrre il JSF, Joint Strike Fighter, l’aereo da caccia multiruolo della Lockeed Martin. Finardi, che vive da tempo negli Stati Uniti, ha ricostruito come la pioggia di investimenti verrà equamente divisa (per la produzione di singole parti) dalla società capocommessa con i suoi “concorrenti”, ognuno dei quali a sua volta è intestatario principale di altri remunerativi progetti, e naturalmente disposto a ricambiare il favore.

Gli autori ricostruiscono rigorosamente e “tecnicamente” questi processi, ma non senza che traspaia qua e là lo sdegno per queste spese che sono insensate dal punto di vista degli interessi complessivi della società umana, ma non certo dal punto di vista del funzionamento “normale” del capitalismo. Finardi e Tombola si riallacciano a un certo punto alla denuncia contenuta nel “Rapporto Brandt” del 1980, che calcolava, già allora, che con ciò che viene speso nel mondo in una sola mezza giornata per il mantenimento degli apparati militari si potrebbe finanziare completamente il programma dell’Oganizzazione Mondiale della Sanità per sradicare la malaria e l’oncocercosi; con il costo di un solo carro armato si potrebbero costruire 1000 aule scolastiche o migliorare l’immagazzinamento di 100.000 tonnellate di riso, riducendone le perdite dovute a cattiva conservazione; con l’equivalente del costo di un caccia si potrebbero allestire 40.000 farmacie di villaggio; una riduzione di appena lo 0,5% della spesa militare mondiale poteva pagare le attrezzature agricole per accrescere la produzione portando in dieci anni a rendere quasi autosufficienti dal punto di vista alimentare i paesi a basso reddito.

Commentando quei dati, Finardi e Tombola fanno un “aggiornamento al 2002”: i casi di malaria clinicamente accertati sono diventati 300 milioni, mentre in Africa i malati di oncocercosi sono un milione, di cui 100.00 sono ormai ciechi. Farei un altro aggiornamento, che permette di ridimensionare il significato del “Rapporto Brandt”: nel 1999 la Germania era il quinto paese esportatore di armi, il quarto se si considerano carri armati e veicoli corazzati, il terzo esportatore di armi leggere... E Brandt è stato per anni il principale esponente politico del suo paese, e il suo partito continua a governarlo. Sarebbe bene ricordarlo, insieme al fatto che è stato lui a coniare i termini “Nord e Sud del mondo”, che gran parte del mondo cattolico e della sinistra hanno fatto propri, senza cogliere che servivano a rendere apparentemente obsoleta la definizione classica marxista di imperialismo, perfettamente applicabile anche alla Germania che lui guidava, sostituendola con un termine geografico vago e impreciso.

A parte questa “annotazione a margine”, il libro è utilissimo perché esamina diversi casi concreti: dal punto di vista della produzione, ad esempio, il “distretto Beretta” nella Valtrompia, di cui poi in appendice si ricostruisce l’incidenza come “gruppo di pressione” nel processo di progressivo smantellamento della legge 185/90 sulla trasparenza nelle vendite delle armi, avviato dal governo D’Alema e giunto alla fase finale con quello Berlusconi, con la complicità o indifferenza di gran parte della sinistra (non escluso lo stesso PRC, assente in diverse scadenze della discussione in commissione).

Quanto ai tantissimi destinatari delle armi, il libro si concentra soprattutto su due casi, quello dell’Angola, ricostruito anche in tutti gli aspetti politici (comprese le gravissime complicità della Cina nell’armamento e addestramento – insieme al Sudafrica razzista – dell’FNLA di Holden Roberto prima e poi dell’UNITA di Savimbi). Va detto che gli autori, in vari casi, hanno trovato tracce di legami tra il complesso militare-industriale sudafricano e l’UNITA anche nel periodo post apartheid.

Non altrettanto facilmente utilizzabile la panoramica dell’area mediterranea e mediorientale, sia per l’eccesso di particolari, sia e soprattutto perché prende in esame un blocco troppo vasto ed eterogeneo di paesi. Ma in ogni caso risulta il “ruolo centrale dell’Italia”, anche se ridimensionato per alcuni anni proprio per effetto della legge 185. Soprattutto oggi, alla luce della mobilitazione popolare e sindacale contro i carichi di armi destinati alla guerra in Iraq, è preziosa la ricostruzione tanto delle reti mondiali di trasporti marittimi (tra cui al primo posto si colloca l’autorità portuale di Singapore, che controlla o partecipa a tredici terminal container, comprese Genova-Voltri e Venezia), quanto dei venticinque siti militari USA in Italia. Che tuttavia sono solo in parte determinanti nei trasporti d’armi, che sono per ragioni molteplici quasi tutti “esternalizzati” e “terziarizzati” (col risultato aggiuntivo di una militarizzazione dei trasporti “civili”).

Ancora sull’Italia: quando avevamo per la prima volta segnalato questo libro, avevamo osservato che le notizie riguardanti direttamente l’Iraq non sono molte, perché per ovvie ragioni i fornitori hanno cercato di occultare i loro traffici con un regime dalla pessima fama. Tuttavia non mancano dati poco conosciuti sul ruolo di imprese italiane come la Valsella (di cui si ricostruisce la storia) nell’eludere l’embargo con l’appoggio della filiale di Singapore della Banca Nazionale del Lavoro (ma una volta scoperta, dati i suoi legami con la FIAT, la Valsella trovò un giudice che insabbiò il processo e derubricò il reato da esportazione illegale di armi a semplici infrazioni valutarie).

Segnalo, tra l’altro, che Sergio Finardi è intervenuto puntualmente su “il manifesto” di poche settimane fa su questa guerra ridimensionando il “movente petrolio” in quanto tale (più che la conquista diretta, gli USA pensano casomai al controllo complessivo delle aree in cui si produce); la stessa tesi è stata sostenuta da Immanuel Wallerstein, in un efficace articolo sulle pagine dello stesso giornale, purtroppo presentato da redattori disattenti con un titolo che contraddiceva totalmente quello che c’era nel testo. In conclusione, anche se il libro è stato scritto nel 2002, e accenna solo di sfuggita ai preparativi di questa nuova fase della guerra infinita, ci sembra che possa essere veramente utile per i militanti del movimento contro la guerra. (aprile 2003)

INDICE

p. 1    Introduzione generale sugli Stati Uniti

p. 8    Rassegna bibliografica sull’11 settembre e sulla guerra di Bush

p. 11  Rassegna bibliografica sugli USA

p. 18  Appendice: le molte strade delle armi

 

1 Antonio Gambino, Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani, Colloquio con Marco Galeazzi, Editori Riuniti, Roma, 2003.

2 Alessandro Portelli, America, dopo. Immaginario e immaginazione dall’11 settembre alla guerra irachena, Donzelli, Roma, 2003 (seconda edizione ampliata).

3 Francis Jennings, La creazione dell’America, Einaudi, Torino, 2003.

4 Ziauddin Sardar, Merryl Wyn Davies, Perché il mondo detesta l’America?, Feltrinelli, Milano, 2003.

 

5 William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea, Milano, 2002. questo libro, che abbiamo già segnalato precedentemente, è interessante, anche se l’autore, ex agente della CIA, tende ad attribuire all’organizzazione di cui faceva parte oltre ai tanti crimini certi, anche molte vicende dovute probabilmente ad altre cause, in particolare allo sfacelo per cause endogene dei paesi del “socialismo reale”.

6 Mark Hertsgaard, L’ombra dell’aquila. Perché gli Stati Uniti sono così amati e così odiati, Garzanti, Milano, 2003.

7 Tra l’altro lo stesso presidente Reagan, che come l’85% .degli statunitensi non era mai stato all’estero, al ritorno dal primo viaggio ufficiale in Sudamerica disse ai giornalisti: “voi non ci crederete, ma laggiù sono tutti singoli Stati”. Ivi, p. 13.

8 Ivi, p. 53.

9“I nostri libri di storia – scrive Hertsgaard – citano i debiti filosofici dei nostri padri fondatori nei confronti degli antichi greci e di pensatori europei come Locke e Rousseau, ma l’influenza degli irochesi passa inosservata, sebbene essa sia chiaramente riconoscibile negli articoli della Confederazione e della Costituzione, soprattutto per quanto concerne il diritto delle nazioni e la separazione dei poteri”. (Ivi, pp. 59-60). Ma quanti cittadini degli Stati Uniti sono in grado oggi di riconoscere questa influenza?

10 Emmanuel Todd, Dopo l’impero. La dissoluzione dell’impero americano, Marco Tropea, Milano, 2003.

11 Ivi, p. 21.

12Ibidem.

13 Secondo Robert J Samuelson, Tutti i guai della Boeing,  “Newsweek” (tradotto da “Internazionale”, n° 495, 4 luglio 2003, la Boeing è già stata scavalcata dalla Airbus all’inizio del 2003. La stessa tesi sostiene Umberto Venturini, sul supplemento economico del “Corriere della sera” ddel 30 giugno 2003, che sottolinea che per “ritentare il decollo” la Boeing deve aggrapparsi non solo alle commesse militari statunitensi (o imposte ai nuovi alleati come Polonia e Cecoslovacchia), ma deve ricorrere a generose contribuzioni statali per mantenere le posizioni nel settore civile.

14 Ivi, p. 85.

15 Ivi, pp. 134-154.

16 Ivi p. 176. Considerazioni analoghe sono state esposte anche in un ampio articolo di Eric Hobsbawm, Dove sta andando l’impero americano?, in “Le Monde Diplomatique”, giugno 2003.

17 John Mearsheimer, La logica di potenza. L’America, le guerre, il controllo del mondo, prefazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, Milano, 2003.

18 Ivi, Prefazione di Sergio Romano, p. VIII.

19 Di Sergio Romano va segnalato sugli stessi temi anche il libro Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, Milano, 2003.

20 Ivi, p. 328.

21 Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, Milano, 2003.

22 Ivi,  pp-13-14.

23 Ivi, p. 25.

24 Ivi, pp. 123-124.

25 Ivi, p. 126.