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Katz - Mutamenti nella rivalità imperiale

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 19 ottobre 2011 · 26 min di lettura

La traduzione italiana del testo già inserito in lingua originale nella stessa sezione.

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MUTAMENTI NELLA RIVALITÀ IMPERIALE1
di Claudio Katz2

 

Alcuni autori che evidenziano la continuità dell’imperialismo classico, osservano anche un ritorno dei conflitti fra potenze. Ritengono che ciò convaliderà le analogie con il periodo leninista e discutono su chi saranno i protagonisti di questi conflitti.

Certi analisti stimano che gli scontri principali metteranno di fronte gli Stati Uniti a un blocco russo-europeo o ad una alleanza sino-asiatica, al termine di un processo di rafforzamento delle aree monetarie dell’una o altra regione.3 Altri approcci sviluppano un ragionamento analogo, senza però specificare chi saranno gli attori del futuro conflitto.4

 

RIEMERGE LA COMPETIZIONE INTERIMPERIALISTA?

 

Questo tipo di analisi non offre riscontri empirici. Le tensioni commerciali e geopolitiche tra potenze sono state un dato costante degli ultimi sessant’anni, ma sono sempre sfociate in una qualche soluzione negoziata. In nessun caso si è ravvisato il fantasma della situazione vissuta fra le due guerre. I conflitti economici non sono stati proiettati su un terreno militare e questa tendenza si mantiene nell’attualità.

L’ipotesi del ritorno di una conflagrazione armata all’interno del blocco occidentale non è in discussione in nessuna sfera di qualche rilievo. Uno scenario di guerra tra Germania e Francia, tra Stati Uniti e Giappone o tra membri importanti della NATO non è da prendere in considerazione.

Questa differenza rappresenta un dato fondamentale della realtà contemporanea, ma non si può dimenticare che costituisce un peculiarità storica relativamente recente. Fino alla metà del XX secolo questo tipo di conflitti hanno costituito l’elemento dominante del contesto internazionale.

Dato che questa svolta rappresenta un serio problema per la teoria classica dell’imperialismo, alcuni autori mettono in risalto la novità prodotta dagli armamenti nucleari. Sostengono che le grandi potenze sono consapevoli della dinamica autodistruttiva che genererebbe un conflitto armato. Per tale ragione, avrebbero trasferito i propri contrasti negli scenari indiretti del Terzo Mondo. Mentre disputano le proprie controversie in Africa, Asia centrale o in Medio Oriente, sviluppano l’arsenale atomico come deterrente.5

In ogni caso le incursioni militari dirette sono sempre indirizzate verso terzi. La minaccia nucleare francese non è rivolta contro l’Inghilterra, così come le bombe perfezionate dagli Stati Uniti non sono puntate contro i suoi soci disarmati come Giappone e Francia.

Lo stesso schema è proiettato alla periferia. Qualsiasi invasione statunitense in Medio Oriente costituisce un messaggio di dominio per i suoi rivali. Però a differenza di ciò che è avvenuto all’inizio del XX secolo, tale ricatto non prepara aggressioni contro le potenze del blocco occidentale. Nessun marine si sta esercitando in Iraq per la replica dello sbarco in Normandia. Questa realtà geopolitica è stata assimilata, sebbene sia una novità storica.

 

Alcuni analisti sottolineano correttamente che i contrasti interimperialistici sono stati circoscritti per diverse ragioni (l’interdipendenza finanziaria fra potenze, la solidarietà politica fra classi dominanti) ma, soprattutto, per un fattore decisivo: la schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti.6

Questa supremazia, effettivamente, dissolve la possibilità delle vecchie conflagrazioni. Nessuna potenza è in grado di sfidare il paese che monopolizza la metà della spesa militare mondiale, comanda la NATO e controlla una rete globale di basi militari. Tuttavia, una volta riconosciuto questo ruolo del Pentagono, è necessario analizzare in che modo questo predominio modifica la teoria leninista dell’imperialismo.

Molti autori intuiscono l’enorme importanza di questo mutamento, ma non riescono a teorizzarlo. Ritengono che il nuovo scenario apre un ventaglio indefinito di alternative e relativizzano la scomparsa delle vecchie rivalità interimperialiste.7

 La riapparizione di conflitti fra potenze è sempre possibile anche se altamente improbabile. Richiederebbe, innanzitutto, eliminare il sistema di protezione militare che gli Stati Uniti hanno organizzato con il beneplacito dei propri alleati. Tale eliminazione non si intravede da nessuna parte. Al contrario, tutti i paesi della triade hanno confermato l’accettazione del ruolo di padrino militare degli Stati Uniti.

Alcuni tentativi manifestatisi negli ultimi decenni nella direzione opposta, si sono smorzati con sintomatica celerità. La presa di distanze della Francia dalla NATO si è capovolta e l’avversione giapponese e tedesca per la presenza dei marines sul proprio territorio non si è materializzata in una politica militare indipendente. Nemmeno la Gran Bretagna ha compiuto qualche iniziativa senza l’approvazione del fratello maggiore.

Tale equilibrio può essere letto contemporaneamente come manifestazione della debolezza statunitense e dell’impotenza dei suoi rivali. Tuttavia non è un bilanciamento di forze senza effetti. Conduce a salvaguardare la supremazia bellica statunitense che i suoi soci non mettono in dubbio. Gli alleati dibattono i termini di questa leadership (e soprattutto i suoi costi), ma non ne contestano la continuità.

Altri autori mettono in discussione il carattere duraturo dell’egemonia militare statunitense ragionando in termini analoghi alla teoria classica. Presentano numerosi esempi della continuità nelle rivalità fra potenze sottolineando l’intensità delle dispute commerciali, monetarie e finanziarie tra Europa e Stati Uniti. Ritengono, per esempio, che la concorrenza per il controllo delle ricchezze petrolifere accresca le divergenze geopolitiche.8

 

Nessuno nega l’esistenza di tali conflitti. Il capitalismo è un sistema economico basato sulla concorrenza e funziona attraverso lotte sistematiche per la gestione degli affari. Il problema che si discute è la potenziale risoluzione militare di questi conflitti. Mentre nel passato è esistito un certo equilibrio tra la rivalità economica e quella militare, oggi tale relazione è stata spezzata dal predominio militare statunitense. Coloro che sono pregiudicati da tale superiorità non provano a modificarla, per timore di perdere la protezione che offre il grande stabilizzatore del capitalismo globale.

Tutti i conflitti degli ultimi anni hanno confermato la propensione a rafforzare il sostegno militare statunitense. Europa e Giappone accompagnano le decisioni statunitensi nei Balcani, in Somalia, Iraq, Afghanistan. Qualsiasi azione militare realizzata dal Pentagono è avallata dai suoi alleati. In ciò consiste la grande differenza tra l’imperialismo statunitense e il suo predecessore britannico.

 Riconoscere questa caratteristica non impedisce a certi analisti di supporre il ritorno ai vecchi parametri di scontro fra potenze. Sostengono che questa situazione non implica uno scenario di guerre permanenti, quanto piuttosto l’aumento delle tensioni in molteplici sfere.9

In realtà la peculiarità dell’imperialismo classico non dipendeva dall’ampiezza di tali conflitti, ma dall’esistenza di guerre su vasta scala per la spartizione del mondo. Questi conflitti non si sono ripresentati, né sembrano destinati a ripresentarsi. E’ più utile spiegare questo fenomeno invece di speculare su tale possibilità.  

 

ALTRI CONTENDENTI?

 

Alcuni sostenitori delle tesi classiche sull’imperialismo ritengono che un conflitto armato simile a quelli del passato potrebbe opporre gli Stati Uniti alla Russia o alla Cina. Entrambi i paesi sono rivali militari di un certo peso, controllano ampi arsenali nucleari e continuano ad essere considerati dal Pentagono come avversari prioritari.

Questo conflitto è visto in alcune teorie come un prolungamento della Guerra Fredda. Si ritiene che gli scontri di quel periodo erano determinati dalla rivalità fra potenze per il controllo di aree di influenza nelle zone più strategiche del pianeta.10

Nelle scuole convenzionali di scienza politica ha predominato una caratterizzazione simile dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al crollo dell’URSS. Si osservava la lotta “tra il comunismo e il mondo libero” come una battaglia fra eguali per il dominio mondiale, che riproduceva le rivalità ancestrali di tutti gli imperi del passato. Questa analisi, tuttavia, si sbagliava in un aspetto centrale: l’Unione Sovietica non era un paese capitalista e non esercitava una politica imperialista.

Il sistema economico operante in questo paese comportava la presenza di relazioni mercantili e salariali, però funzionava in assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e senza accumulazione sostenuta di capitale. Esisteva una casta di sfruttatori che ha eroso le forme iniziali di pianificazione e imposto una forte regressione della coscienza rivoluzionaria. Dirigevano strutture burocratiche totalmente aliene all’ideale socialista.11

Eppure questo regime politico non comportava la vigenza del capitalismo o una presenza integrale del mercato. Quelli che presentano l’ex URSS come una potenza imperialista (o social-imperialista) partono da una identificazione sbagliata di tale sistema, considerandolo una specie di capitalismo di Stato.

Questo approccio erroneo ha importanti conseguenze politiche. Applicando i criteri della rivalità interimperiale al conflitto tra Stati Uniti e l’ex “blocco socialista” si suppone che entrambi i contendenti erano ugualmente reazionari. Seguendo questo ragionamento era necessario denunciarli allo stesso modo obiettando qualsiasi differenza.

Tuttavia tale neutralità si scontrava con la dinamica che ha prevalso per decenni nel campo della lotta anticoloniale e antimperialista in Asia, Africa o America Latina. All’epoca i movimenti rivoluzionari criticavano l’insufficienza dell’appoggio politico e militare dato dall’URSS nelle battaglie contro il gendarme statunitense. In Vietnam, a Cuba, in Congo o in Nicaragua nessuno considerava l’Unione Sovietica come un nemico paragonabile agli Stati Uniti. A guidare il “blocco socialista” non c’era una potenza imperiale associata al Pentagono (come Gran Bretagna o Francia), ma un regime che partecipava in modo limitato e incoerente nel conflitto con gli Stati Uniti.

Ignorare questo elemento implicava l’adozione di una posizione neutrale nelle battaglie antimperialiste dell’epoca. Questa visione coincideva con le teorie allora in voga che mettevano in discussione i “due totalitarismi”, senza rilevare differenza alcuna tra l’URSS e gli Stati Uniti. Tale identità era postulata da molti sostenitori del capitalismo, ma non era compatibile con la battaglia contro questo sistema di oppressione.

Le polemiche della Guerra Fredda hanno perso attualità dopo la restaurazione del sistema borghese in Russia e della sua avanzata ricomposizione in Cina. Esistono diversi criteri per definire a che punto sia arrivata oggi tale involuzione in entrambi i paesi, a seconda della preferenza rispetto alla direzione del potere politico, al peso delle nuove classi dominanti, al tipo di coordinazione economica o alle modalità prevalenti di crisi.

Ma anche supponendo che questa trasformazione sia stata completata, risulterebbe assai discutibile sostenere il carattere interimperialista di uno eventuale scontro con gli Stati Uniti. Considerato che si tratta di processi recenti è ancora prematuro utilizzare aggettivi di questo tipo.  

 

DIAGNOSI E PRONOSTICI

 

Data l’involuzione sociale e l’instabilità politica che hanno predominato in Russia, molti analisti ritengono che la Cina è la grande candidata a scontrarsi con l’egemone statunitense. La crescita spettacolare e la travolgente tendenza alla espansione finanziaria e commerciale della potenza asiatica hanno trasformato questa ipotesi in una possibilità reale esaminata dagli strateghi dell’establishment.

Tuttavia, persino nelle visioni più audaci la Cina è ancora vista come una potenza in formazione. Per tale motivo è stata battezzata con l’appellativo intermedio di “emergente”. Anni luce dall’aver vissuto in tempi recenti una storia imperiale, è stata vittima di un grande saccheggio coloniale prima dell’indipendenza. La sorprendente irruzione nell’economia mondiale è una novità assai recente. Utilizzare la parola imperialista per rappresentare questo decollo globale dovrebbe, in ogni caso, sottolineare il carattere iniziale di tale sviluppo.

Le caratterizzazioni leniniste dell’imperialismo classico erano sempre riferite a battaglie per la spartizione del mondo tra vecchie potenze (Francia, Gran Bretagna) e nuovi contendenti (Stati Uniti, Germania, Giappone) con una evidente vocazione alle invasioni territoriali ed eserciti sufficientemente preparati per la guerra.

La Cina non si trova in una situazione di questo tipo. La sua performance non è paragonabile ai protagonisti della Grande Guerra e attualmente è impossibile fare pronostici sulla possibilità che in futuro raggiunga questo status. E’ azzardato affermare che il paese sia già governato da una classe dominante con ambizioni egemoniche globali e di conseguenza propensa allo scontro con gli Stati Uniti.

L’elite cinese ha dimostrato finora una nitida inclinazione al percorso opposto di maggior associazione e convivenza con gli Stati Uniti e l’Europa. Il predominio di queste tendenze è riconosciuto persino negli approcci che danno maggiore risalto alla potenziale conflittualità delle relazioni sino-statunitensi. Questa indirizzo concorda con l’alto livello di investimenti esteri presenti nel paese.

Certamente il gigante orientale rappresenta una sfida notevole per gli USA, la cui rapida crescita comporta dei movimenti imprevisti e parzialmente incontrollabili. Tuttavia il passaggio di questi processi ad azioni imperiali non è automatica. Sarebbe necessaria la decisione politica di affrontare i rivali e l’esistenza di solidi interessi espansionistici derivanti dai benefici ottenuti all’estero. Poiché tali aspetti non sono evidenti, la trasformazione simultanea della Cina in una potenza capitalista e imperialista è solo una possibilità.

La tendenza a valutare qualsiasi tensione tra potenze come la prova di uno scontro interimperialista è un errore nel ragionamento determinato in gran parte dal condizionamento che esercitano i modelli dell’imperialismo classico. Il modello leninista sottolineava giustamente la preminenza di questi contrasti, dato che essi costituivano nei fatti  il dato centrale dell’epoca.

La proiezione di tale visione al contesto contemporaneo ha già prodotto dei pronostici errati tra coloro i quali si aspettavano una ripresa immediata delle rivalità interimperialiste dopo il collasso dell’URSS. La previsione erronea non fu dovuta al sottostimare le relazioni di forza tra potenze, quanto piuttosto alla supposizione che la realtà geopolitica del 1991 fosse simile a quella del 1914 o del 1939.12

 

CONCORRENZA ATTENUTA

 

Le teorie sul riemergere delle rivalità politico-militari sono contestate da molti autori lontani dalla visione classica. Tuttavia tale divergenza non impedisce loro di postulare un’altra ipotesi sulla concorrenza economica. Ritengono che l’inasprirsi delle dispute commerciali e monetarie tra Stati Uniti ed Europa o Giappone costituiscono la questione centrale degli ultimi decenni e circoscrivono tale concorrenza esclusivamente alla dimensione economica, evitando di definirne le conseguenze sulla sfera geopolitica.13

Questo approccio sottolinea che l’economia statunitense soffre la pressione dei suoi rivali. Ricorda che già dagli anni ’60 Germania e Giappone guidarono la ripresa economica, approfittando delle condizioni sfavorevoli che gli Stati Uniti si trascinano a causa del loro iniziale decollo. Ritiene che gli USA stiano pagando con costi superiori e tecnologie obsolete l’essere “arrivati per primi”. I concorrenti, al contrario, sfruttano tale freno per guadagnare terreno.

Questo orientamento segnala anche che la competizione in atto crea situazioni di sovrapproduzione che danneggiano tutti gli attori. Dato che il capitalismo funziona senza regole pianificate per adattare la produzione al consumo, le eccedenze irrompono con forza, diminuendo il tasso di profitto. Negli anni ’50 e ’60 il sistema riusciva ad assorbire i surplus, ma a partire dagli ultimi decenni già non c’è spazio per tutti e la crisi assume forme durature.14

Il merito di questa prospettiva è descrivere come la competizione destabilizza il funzionamento del capitalismo. Tale richiamo introduce una correzione importante alla concezione leninista dei monopoli. Mette in risalto le contraddizioni generate dal primato della concorrenza e rappresenta efficacemente il processo di riproduzione del capitale come una spirale ascendente di accumulazione e crisi.

Eppure, questa valida riflessione non viene completata con il riconoscimento delle nuove forme di associazione che uniscono le imprese transnazionali. Trascura l’analisi di come questo dato ha trasformato lo scenario geopolitico della competizione. Non prende in considerazione che l’amalgama globale di capitali ha generato processi di integrazione che limitano le conflagrazioni tradizionali. Per tale ragione ignora che la ripresa economica del Giappone e della Germania in nessun caso ha minacciato il primato politico-militare statunitense.

Le conclusioni omesse da questa tesi sono vitali per esplorare il senso della concorrenza contemporanea. Non basta intuire l’esistenza di una trasformazione radicale nel funzionamento del capitalismo. E’ necessario analizzarla ed evidenziarne gli effetti sul profilo della competizione. Eludendo questo problema rimane aperto lo scenario per ogni tipo di tendenza. Si considera possibile, per esempio, un’evoluzione delle relazioni imperiali nella direzione avvertita da Kautsky ed anche un percorso opposto a quello evidenziato da Lenin.15

Queste ambivalenze nascono da un ragionamento centrato sulla concorrenza che non valuta la relazione con la mondializzazione economica e la supremazia militare statunitense. Tale limite impedisce di notare che la rivalità contemporanea adotta forme molto diverse dall’agglutinamento attorno agli stati nazionali.

La competizione tra potenze si produce nell’attualità come una lotta tra imprese vincolate a più stati e concentrazioni regionali. Invece di uno sbocco militare e del protezionismo doganale, questa concorrenza porta a forti processi di svalutazione parziale delle scorte e ricomposizione regressiva del mercato del lavoro.

Simili riorganizzazioni, insieme alla parziale assimilazione delle vecchie eccedenze, ripristinano l’aumento dei profitti e della produttività. Tuttavia tale risultato potenzia l’apparire di nuove forme di sovrapproduzione. La concezione di chi sottolinea unicamente l’intensificarsi della concorrenza perde di vista questo dinamismo e tende a vincolare la sovrapproduzione con processi di paralisi assoluta del capitalismo contemporaneo.

D’altra parte le rivalità economiche contemporanee non possono essere analizzate in modo soddisfacente sorvolando sulla dimensione geopolitica del processo. Tale mancanza impedisce di percepire come gli Stati Uniti compensano gli svantaggi nella produzione con azioni politico-militari.

Questa leadership ha fornito alla prima potenza non solo gli strumenti per contrastare la decrescente competitività industriale, ma anche i mezzi per porre dei limiti all’avanzamento della Germania e del Giappone. Poiché gli Stati Uniti dettano le regole generali dell’azione imperiale, hanno sempre disposto di un maggior margine di potere per definire le norme internazionali sui dazi e i tassi di cambio. “Arrivare primi” nel dominio non implica solamente dei costi. Offre anche delle opportunità per recuperare l’egemonia a seguito di ogni caduta. Le altre potenze della triade non godono di questa seconda opzione. Nell’imperialismo contemporaneo la competizione si intensifica in un quadro deliberato di restrizione geostrategica. Tale limite modifica il significato classico della rivalità ed esige di porre attenzione ai distinti fattori del contesto extraeconomico.

Altrimenti, sorge la tentazione di attualizzare la teoria classica in alcune sfere (competizione sui costi) e non in altre (conquista di territori). Queste insufficienze ostacolano la caratterizzazione dell’imperialismo contemporaneo.

La difficoltà di sintonizzare l’analisi economica con quella politica entra in contraddizione con uno dei grandi meriti di Lenin. Integrando entrambe le sfere, il leader bolscevico riuscì a formulare una concezione per chiarire il carattere della guerra permettendogli di propugnare politiche socialiste. La comprensione dell’imperialismo attuale impone la ripresa del suo metodo analitico, evitando di ridurre lo studio a semplici tensioni nella competizione tra potenze.

 

La stessa cosa succede con le lotte sociali. Le polemiche tra Lenin e Kautsky hanno avuto una grande importanza storica per la loro connessione diretta con l’azione della classe lavoratrice. Rintracciare questa stessa relazione risulta decisivo per sviluppare una teoria soddisfacente dell’imperialismo contemporaneo che collochi le rivalità commerciali nel mutevole scenario della lotta di classe.

 

PROTEZIONISMO E BLOCCHI

 

L’attenzione posta sulla concorrenza economica tra potenze è congruente con altre concezioni che mettono in rilievo la rinnovata rilevanza delle tendenze protezioniste. Questa evoluzione viene presentata a volte come una reazione neomercantilista di fronte alle tensioni che genera la mondializzazione neoliberale. Si considera che la reintroduzione di politiche commerciali unilaterali è utilizzata in modo particolare dagli Stati Uniti per contrastare la concorrenza europea.16

Questo tipo di misure è certamente emerso in numerose situazioni dell’ultima decade. Specialmente nei momenti di crisi sono riapparse le iniziative per penalizzare le importazioni, incentivare il dumping o truccare i trattati di libero commercio con barriere non tariffarie.

Uno strumento di tali manovre è la guerra monetaria. Gli Stati Uniti hanno fatto pressione sulla Cina per rivalutare il yuan con la stessa intensità con cui hanno assillato il Giappone nel passato decennio per rivalutare lo yen. La potenza dominante svaluta allo stesso tempo il dollaro rispetto all’euro, cercando di mantenere una quotazione allettante che gli garantisca l’afflusso dei capitali necessari per finanziare il proprio deficit commerciale e fiscale.

Ad ogni modo il protezionismo non rappresenta una tendenza preponderante dell’economia contemporanea. La pressione opposta verso la liberalizzazione commerciale è stata assai più rilevante negli ultimi decenni. Ciò si evince dal numero di trattati sottoscritti, nei tassi medi dei dazi nazionali e regionali, nella crescita del commercio e nell’influenza delle multinazionali, che operano scambiando beni intermedi su scala planetaria.

La formazione di blocchi protezionisti costituiva l’anticamera della guerra nell’epoca classica. Tale concatenazione è scomparsa. Non si ripete neanche il modello tedesco di List o il relativo isolazionismo statunitense del XIX secolo. Perfino gli schemi di sostituzione delle importazioni che applicavano i paesi sottosviluppati hanno perso rilevanza.

Le politiche neomercantiliste del passato erano consonanti con la priorità assoluta dei mercati interni nella strategia delle grandi corporazioni. In quel periodo prevaleva anche una omogeneità assoluta nella provenienza nazionale dei proprietari delle grandi compagnie.

Questa caratteristica si è andata modificando nel dopoguerra con il sorgere delle imprese multinazionali e si è ulteriormente trasformata con la recente mondializzazione neoliberale. La crescita della Cina degli ultimi due decenni, per esempio, non ha seguito il vecchio modello di accumulazione iniziale interna, piuttosto è stata legata direttamente all’avanzare della internazionalizzazione. Il capitalismo contemporaneo opera attraverso schemi maggiormente mondializzati e avversi in modo crescente al neomercantilismo. Questa dinamica rivela tendenze di lungo periodo, dettate dalla necessità di ampliare gli spazi geografici.

Alcune interpretazioni non rilevano questa evoluzione, spiegando la mondializzazione come un episodio ciclico di espansione internazionale e ripiegamento nazionale dello sviluppo economico. Ritengono che una globalizzazione precoce (secoli XV-XVIII) sia stata seguita da tappe di protezionismo (XVIII-XIX) e che questa chiusura abbia dato luogo a un nuovo periodo di mondializzazione (1870-1914). Posteriormente si sono manifestate fasi di crescita interna (1945-1970), che a loro volta sono sfociate in una ulteriore apertura.17
Tale punto di vista esamina lo sviluppo storico del capitalismo come un viavai di tendenze simmetriche verso la liberalizzazione e il protezionismo. I periodi di prosperità sono accompagnati da cicli commerciali di espansione, mentre le tappe recessive impongono la sostituzione del commercio internazionale con transazioni locali.18

Certamente il ciclo economico determina un comportamento oscillante dei livelli interni di produzione e questi movimenti si estendono alla sfera internazionale. In una scala globale, tuttavia, la mondializzazione predomina sulla nazionalizzazione nel lungo periodo, dato che la continuità dell’accumulazione ha bisogno di uscire dai margini dell’ambito domestico.

Ignorando questa tendenza si è portati a sottovalutare lo slancio attualmente osservato nella internazionalizzazione dell’economia, supponendo che ripete unicamente stadi dello stesso tipo già raggiunti nel passato. La comparazione più ricorrente risalta il parallelismo tra la globalizzazione neoliberale della fine del XX secolo con la mondializzazione liberale dei suoi inizi.

Questa analogia è errata, poiché accosta due dimensioni incomparabili. Il grosso dell’attività economica nel primo periodo era totalmente ai margini del circuito mondiale, e l’internazionalizzazione degli investimenti o del commercio abbracciava territori assai ridotti se paragonati al contesto contemporaneo.

 

CONCORRENZA ECONOMICA E GEOPOLITICA

 

Altre concezioni centrate sulla rivalità tra potenze ritengono che l’imperialismo contemporaneo sia caratterizzato da un insieme di competizione economica e geopolitica. Considerano che l’intersezione tra concorrenza internazionale di capitali e lotte territoriali tra Stati attualizzerebbe la tesi di Lenin. Sottolineano la presenza di una unità contraddittoria ed instabile in entrambe le sfere.19
Questo approccio riconosce che la competizione interstatale non presenta più la linearità del passato. Per tale ragione mette in risalto l’esistenza di nuove dissociazioni tra l’orbita economica e quella geopolitica. Tuttavia, al momento di spiegare come si manifestano queste tensioni, evidenzia unicamente solo le caratteristiche simili alla prospettiva classica. Gli esempi segnalati sono le lotte tra gli Stati Uniti e l’Europa per il controllo dei territori e mercati della periferia.20

Nei fatti, questo punto di vista presenta una versione attenuata della visione leninista delle rivalità interimperiali rispetto a obiettivi simultaneamente economici e territoriali. Questo criterio viene utilizzato per suddividere la storia del XX secolo in tre sottoperiodi di scontri tra potenze (1914-45, guerra fredda, e post-1991).

Altri autori propongono un ragionamento simile per descrivere varianti attenuate dell’imperialismo classico. Mettono in risalto la vigenza della tesi classica insieme all’esistenza di ostacoli rilevanti per il ripetersi delle vecchie tendenze. Descrivono specialmente come la concorrenza compulsiva venga contrappesata da pressioni opposte a favore della cooperazione. Ritengono che una combinazione di entrambi i movimenti potrebbe essere teorizzata utilizzando la nozione di “coopcorrenza” (coompetición) 21

Tuttavia tale concezione non riesce a risolvere i problemi che si dibattono. Piuttosto accetta che le principali tendenze delle schema leninista siano state neutralizzate, però non deduce nessuna nuova ipotesi di revisione del modello tradizionale. Si limita a postulare una attualizzazione generica di questa visione attraverso degli enunciati che non riesce a rendere effettivi. Tale impossibilità deriva dal non considerare le cause che hanno modificato completamente lo scenario vigente all’inizio del XX secolo.

Il proposito di rinnovare la teoria classica, sottolineando le disgiunzioni tra competizioni economiche e geopolitiche, denota una certa familiarità con la tesi di Bucharin, che fu presentata esplicitamente come uno scontro tra dispute concorrenziali e geopolitiche. E’ familiare anche a spiegazioni più recenti sulla opposizione tra logiche capitaliste e logiche territoriali.22  
Un lavoro molto citato è la ricerca di Harvey, che interpreta l’imperialismo contemporaneo come una fusione contraddittoria tra differenti politiche di stato e forme di accumulazione del capitale. Sottolinea che questi due processi generano situazioni traumatiche nella misura in cui l’espansione degli affari oltrepassa il territorio nazionale, imponendo azioni di aggressione.23

Questa concezione fa sua l’analisi di Hannah Arendt che evidenziava come l’impulso alla accumulazione illimitata conducesse alla accumulazione illimitata di potere. Questa visione sottolineava che la riproduzione del capitale fuori dei confini nazionali tende a imporre la necessità di un sostegno armato. L’imperialismo è un risultato dell’azione che sviluppano le potenze per arricchirsi con l’ausilio della forza.

L’associazione tra economia e potere fu inizialmente utilizzata dalla Arendt per interpretare le conflagrazioni tra le due guerre. Successivamente questo stesso approccio è servito a spiegare lo scontro tra Stati Uniti e URSS. Tuttavia il problema consiste nel fatto che nessuna di queste situazioni corrisponde all’imperialismo attuale. I conflitti classici per la spartizione del mondo si sono attenuati e la Guerra Fredda non è stata una battaglia interimperiale. La proiezione degli squilibri capitalistici alla sfera militare non assume più le forme concepite dalla Arendt.

Presentare il debordare dell’accumulazione e delle rivalità politico-militari come un conflitto tra logiche capitaliste e logiche territoriali comporta due tipi di problemi. Da una parte entrambi i processi vengono descritti come equivalenti, quando in realtà lo sviluppo capitalista tende a subordinare la dinamica spaziale al dominio del capitale. Dall’altro lato, si dimentica che lo scontro territoriale tra potenze non ha più il vecchio significato di opposizione bellica. Inoltre, sebbene la logica territoriale e la logica capitalista siano distinte, non è chiaro su che piano sono contraddittorie.

 

IL NUOVO IMPERIALISMO

 

Il modello di Harvey viene citato con frequenza per legittimare una attualizzazione dell’imperialismo classico. Tuttavia contiene soltanto alcuni elementi di tale concezione che si collocano nel terreno di un superamento di questa teoria.

Riprende la visione tradizionale per evidenziare che il capitalismo ha funzionato per secoli provando a contrastare le tensioni interne delle metropoli con l’espansione nel resto del mondo. Il sistema si è sviluppato cercando mercati esteri per le mercanzie e i capitali in eccesso. Mediante questi movimenti, il capitalismo si industria per superare ad altre latitudini i problemi di realizzazione nel centro. Questa dinamica genera sistematiche riconfigurazioni spaziali dell’accumulazione.24

L’identificazione dell’imperialismo con gli squilibri prodotti dall’espansione del sistema contiene l’ingrediente classico. Tuttavia questo aspetto è più vicino all’ottica della Luxemburg che alla caratterizzazione di Lenin. La rivoluzionaria tedesca spiegava il fenomeno con la necessità di realizzare nella periferia il plusvalore non assorbito nelle economie centrali. Harvey rivendica parzialmente questa concezione, sottolineando che “il capitale ha bisogno di cercare il suo altro” per completare il ciclo dell’accumulazione.

Il ruolo che all’inizio del XX secolo svolgevano i territori sottosviluppati dell’Africa, dell’Asia  o dell’America Latina è stato occupato dagli “ex paesi socialisti” sul finire del secolo. Invece di irrompere in regioni agrarie e primitive, il capitalismo contemporaneo ha trovato vasti mercati di consumo, con forza lavoro qualificata per fabbricare merci complesse. Come in passato, tuttavia, questi spostamenti geografici non eliminano le tensioni iniziali. Le contraddizioni che il capitale trasferisce alla periferia tendono a ripercuotersi successivamente sullo stesso centro.

Harvey sottolinea tali continuità con l’era classica, ma riconosce anche il cambiamento introdotto dalla nuova associazione internazionale tra imprese di origine diversa. Evidenzia la conseguente sostituzione delle vecchie rivalità nazionali con competizioni più attenuate. Segnala che queste trasformazioni hanno introdotto un nuovo profilo cosmopolita nelle borghesie contemporanee, potenziando l’aspetto cooperativo descritto da Kautsky. Sottolinea anche che questo elemento di convergenza economica globale non conduce alla stabilità del capitalismo che immaginava il leader socialdemocratico.25
Questa visione è opposta agli approcci che osservano con timore qualsiasi revisione “neo-kautskiana”, dimenticando che gli strali contro il dirigente della II Internazionale bisognerebbe lanciarli sul terreno politico del pacifismo e non sulla percezione delle nuove tendenze associative del capitale.26

Le significative trasformazioni che osserva Harvey nella caratterizzazione dello stato attuale lo inducono a teorizzare l’esistenza di un “nuovo imperialismo”. Con questa denominazione mette in evidenza la dimensione maggiormente globale rispetto al passato raggiunta dal fenomeno, ed anche la presenza di un tipo diverso di squilibri nel centro.

La contraddizione più sottolineata è l’assenza di uniformità dell’accumulazione e la conseguente tensione tra concentrazione e dispersione geografica. Il capitale ha bisogno di riprodursi in un determinato luogo, ma è spinto a muoversi in altri ambiti. Una forza spinge alla concentrazione, per creare plusvalore in economie di scala, centri urbani e fabbriche limitrofe. Un’altra contrasta il deterioramento della produttività dato da questa congestione con rinnovati impulsi alla dispersione geografica.27

Harvey ritiene che queste due tendenze si manifestano mediante conflitti tra gruppi che traggono profitto nel mantenere la localizzazione originaria e settori che si avvantaggiano della mobilità. Tradizionalmente il capitale industriale favoriva la prima tendenza mentre il capitale finanziario la seconda. Eppure lo sviluppo delle imprese transnazionali ha creato una complessa combinazione di movimenti in direzione della centralizzazione e decentralizzazione del capitale.

Questi conflitti tra fissità e mobilità del capitale si risolvono mediante crisi itineranti che esplodono in differenti regioni, generando processi traumatici di svalutazione del capitale e della forza lavoro. Il nuovo imperialismo prova ad offrire nuove aperture a questo problema cronico del capitalismo, riuscendo soltanto a moltiplicare la crisi del sistema.28

Con questo modello Harvey propone una interpretazione in relazione agli squilibri spaziali. Offre una spiegazione “orizzontale” delle contraddizioni dell’imperialismo che integra gli approcci “verticali” centrati sulla dinamica del valore. La sua visione mette in rilievo la complessità teorica con cui si confronta l’analisi contemporanea.

 

BIBLIOGRAFÍA

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- Wood Meisksins Ellen, “A reply to critics” Historical Materialism vol 15, Issue 3, 2007.

 

(Claudio Katz  -  24-07-2011)

Traduzione di Daniele Benzi

1Questo articolo farà  parte di un libro sull’imperialismo contemporaneo di prossima uscita.

2Economista, Ricercatore e Professore. Membro dell’EDI (Economisti di Sinistra). La sua pagina web è www.lahaine.org/katz.

3Vasapollo Luciano, "Imperialismo y competencia global", Laberinto n. 18, segundo cuatrimestre 2005.

4Yaffe David, "New imperialism, new opportunism", FRFI 185, June- July 2005, www.revolutionarycomunistorg.

5Harman Chris, "Analysing Imperialism", International Socialism, 99, Summer 2003.

6Serfati Claude, La mondialisation armée, Textuel, Paris, 2001.

7Chesnais Francois, "The economic foundations and needs of contemporary imperialism", Historical Materialism vol 15, Issue 3, 2007.

 

8Callinicos Alex, “Imperialism and global political economy”, International Socialism , No. 108, 2005.

9Yunes Marcelo, "Imperialismo y teoría marxista en América Latina", Socialismo o Barbarie, n

23-24, dicembre 2009.

10Harman Chris, "Analysing Imperialism", International Socialism, 99, Summer 2003.

11Abbiamo trattato questa tematica in: Katz Claudio, El porvenir del socialismo. Prima edizione: Editorial. Herramienta e Imago Mundi, Buenos Aires, 2004 (cap 2).

12Si veda il dibattito tra: Callinicos Alex, “Imperialism and global political economy”; International Socialism, No. 108, 2005. Panitch Leo e Gindin Sam, "Imperialism and global political economy", International Socialism , No 109, 2006.

13Brenner Robert, “The boom and the booble”, New Left Review, n 6, december 2000.

14 Brenner Robert, "The economics of global turbulence", New Left Review 229, may-june 1998, London.

15Brenner Robert, "What Is, and What Is Not, Imperialism?", Historical Materialism, vol. 14.4, 2006.

16 Petras James, "Los imperios euro-americano en la era neo-mercantilista", Laberinto, n 7,

octubre 2001, Málaga.

17Petras James. "Globalización: un análisis crítico". Herramienta suplemento, septiembre 1999.

18Petras James, “The process of globalization”, Links n 7, september 1996.

19       Callinicos Alex, "La teoría marxista y el imperialismo en nuestros días", Razón y Revolución, n 56, Buenos   Aires, 2010.

20Callinicos Alex, “Making sense of imperialism", International Socialism , no 108, 2006.

21       Rojo José Luis, "Cuando se prepara una recaída", Socialismo o Barbarie, n 23-24, diciembre 2009.

22 Callinicos Alex, “Imperialism and global political economy”, International Socialism , No. 108, 2005.

23 Harvey David, The New Imperialism, Oxford University Press, 2003 cap 6.

24 Harvey, Los límites del capital, Fondo de Cultura Económica, 1982 (cap 7, 10, 12 y cap 13 punto 7).

25 Harvey David. "In what ways is the new imperialism really new?", Historical Materialism vol 15, Issue 3, 2007.

26 Questi erroni in: Yunes Marcelo, "Imperialismo y teoría marxista en América Latina", Socialismo o Barbarie, n 23-24, diciembre 2009. Cfr. anche: Chingo Juan, "El capitalismo mundial en una crisis histórica", Estrategia Internacional, n 25, diciembre 2008-enero 2009.

27Harvey David. A brief history of Neoliberalism, Oxford University Press, New York, 2005 (cap 4)

28 Harvey, Los límites del capital, Fondo de Cultura Económica, 1982, (cap 13, puntos 1 a 5, cap 13 punto 7). Harvey David. "In what ways is the new imperialism really new?", Historical Materialism vol 15, Issue 3, 2007.