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Il tramonto socialista

Capitalismo e anticapitalismo · pubblicato il 29 settembre 2009 · 47 min di lettura

Il crollo della socialdemocrazia tedesca vede il successo della Linke, che è indubbiamente positivo, ma che presenta molte contraddizioni. Accanto ai nostalgici della vecchia RDT, molti quadri socialisti rimpiangono la SPD a cui appartenevano fino a pochi anni fa. Riproponiamo a questo proposito un bilancio complessivo della socialdemocrazia tracciato a suo tempo da Livio Maitan. 

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Le premesse del tramonto socialista in Europa

Il tracollo socialista nelle elezioni tedesche del 27 settembre 2009 ha provocato in Italia commenti in genere penosi: la maggior parte degli “esperti” consultati dai media ha semplicemente dimenticato la spiegazione più semplice: se si governa insieme al centrodestra e si accetta la sua diagnosi della crisi e quindi la sua terapia, non si capisce perché gli elettori dovrebbero votare la copia e non l’originale… Il dato certo è che la SPD, che durante la Grosse Coalition ha votato a favore dei tagli all’indennità di disoccupazione, e del prolungamento dell’età pensionabile a 67 anni, ha perso oltre sei milioni di voti, di cui solo uno è andato alla Linke, un altro alla Merkel o ai verdi e perfino ai liberali, mentre gli altri non hanno votato…

Qualcosa che dovrebbe spiegare anche il declino dei DS-PD e la frana della sinistra cosiddetta “radicale” in Italia.

Il relativo successo della Linke di Gysi e Lafontaine viene spesso ridicolizzato (“sono cresciuti ma non contano, non hanno potere”) da chi non riesce neppure più a immaginare che si possa fare politica dall’opposizione, persino quando una legge elettorale riduce o elimina la presenza in parlamento. Figuriamoci quando si hanno consistenti rappresentanze, che in alcuni Länder raggiungono percentuali altissime. Altra cosa è vedere se Die Linke riuscirà ad avere un ruolo reale, o cercherà solo di riprendere la politica della SPD di qualche anno fa.1

Ritorneremo con analisi più precise, una volta verificati i concreti comportamenti delle varie componenti della sinistra tedesca dopo il terremoto elettorale.

Ma, di fronte alle tante rievocazioni nostalgiche del passato più o meno recente della socialdemocrazia tedesca, e alla proposta di una “nuova Bad Godesberg” come terapia, abbiamo pensato di riproporre un saggio di Livio Maitan che nel 1989 contrapponeva alle esaltazioni apologetiche diffuse tra gli ex comunisti al momento della Bolognina un severo bilancio critico dell’operato della seconda internazionale.

(a.m. 29/9/2009)

PER UN BILANCIO

DELL‘INTERNAZIONALE SOCIALISTA

di Livio Maitan*

Nel suo congresso del giugno scorso, l’Internazionale socialista ha celebrato contemporaneamente due anniversari: il bicentenario della Rivoluzione Francese e il centenario della fondazione della Seconda Internazionale. «Il nostro movimento – si legge nella risoluzione votata – è rafforzato ancor oggi da queste due aspirazioni». In realtà, mentre il bicentenario ha provocato un’ondata inesauribile di celebrazioni e di pubblicazioni, il centenario è passato quasi inosservato. In un certo senso, è un segno dei tempi: l’internazionalismo non è più di moda e gli stessi partiti socialdemocratici non sembrano dare troppa importanza a una internazionale le cui riunioni appaiono assai più come incontri diplomatici che come assise di un’organizzazione operaia.

Ma, al di là del congresso e dell’anniversario, la socialdemocrazia internazionale non si è stancata, negli ultimi tempi, di celebrare la vittoria che avrebbe riportato su tutte le altre correnti del movimento operaio, in primo luogo sulla corrente staliniana. In altri termini, festeggia una specie di rivincita storica.

Tutti sanno che, chiusa la fase dell’immediato dopoguerra, in cui i partiti comunisti avevano realizzato progressi più o meno considerevoli nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, i partiti socialdemocratici erano riusciti ad affermare, o riaffermare, un’indiscussa egemonia nel movimento operaio, sia sul terreno politico sia su quello sindacale. Cosa ancora più importante, una svolta di grande portata ha avuto luogo a partire dalla fine degli anni ’70 e dagli inizi degli anni ’80 in paesi come la Francia, lo Stato spagnolo e la Grecia, in cui i partiti socialisti capovolgevano  a loro favore i rapporti di forza e riportavano successi elettorali che consentivano il loro inserimento al governo, il più delle volte senza il ricorso a coalizioni. Ricordiamo, d’altra parte, che la socialdemocrazia conservava la sua egemonia incontestata nei paesi capitalisti industrializzati di altri continenti (Canada, Australia, Nuova Zelanda e anche Giappone).

L’Italia sembrava un’eccezione. Nonostante i successi parziali del Partito socialista e l’attivismo di Bettino Craxi, i rapporti di forza restavano largamente favorevoli al Partito comunista.

Una rivincita storica?

L’evoluzione del Pci nel corso degli ultimi decenni, che ha portato alle decisioni degli ultimi congressi e alla proposta di Occhetto di rinunciare persino al nome del partito e di aderire all’Internazionale socialista, può essere considerata a giusto titolo dalla socialdemocrazia come una sua incontestabile vittoria. Sembra infatti che si realizzi la profezia che il vecchio riformista Filippo Turati aveva formulato rivolgendosi a coloro che si accingevano a fondare un nuovo partito: «Quand’anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzati i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocato e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualche cosa che rimanga come elemento di società nuove, voi sareste forzati, a vostro dispetto – con convinzione ma lo farete perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta; e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe».

II brav’uomo non poteva ovviamente prevedere che la sua profezia si sarebbe dimostrata fondata anche per paesi in cui il capitalismo è stato rovesciato (sia pure, senza Soviet) e i cui dirigenti si sforzano disperatamente di far dimenticare il loro passato, cambiano il nome dei loro partiti, rendono omaggio ai socialdemocratici, bussano alla porta della loro Internazionale. Anche nell’Urss esistono ormai gruppi e correnti che si richiamano esplicitamente a concezioni socialdemocratiche mentre si levano voci che contestano il valore storico della rivoluzione d’Ottobre, condannano Lenin e rivalutano le concezioni strategiche dei menscevichi. Anche Gorbaciov fa del suo meglio per far scomparire le differenze tra socialdemocratici e comunisti.

È davvero straordinaria ironia della storia – un’ironia molto amara per i rivoluzionari – che proprio coloro che nulla hanno fatto per farla avanzare e vincere, che sono stati spettatori passivi o addirittura si sono schierati dall’altra parte della barricata, possano apparire agli occhi non solo di burocrati opportunisti che  hanno perduto ogni fiducia in se stessi, ma anche di larghi settori delle masse, come i salvatori provvidenziali che indicherebbero la via e assicurerebbero l’aiuto necessario per superare la crisi attuale. Ecco un altro crimine dello stalinismo, e non certo il meno grave!

Per completare il quadro, soprattutto a partire dal suo congresso del 1976 e dall’avvento alla presidenza del “rinnovatore” WiIly Brandt, l’Internazionale socialista ha realizzato progressi considerevoli per il superamento del suo carattere tradizionalmente eurocentrico. Grazie ad adesioni successive, dopo quelle già ottenute dalla rifondazione nel 1951, accresceva la sua presenza e la sua sfera d’influenza in una serie di paesi dell’America Latina e, in misura minore, di altri continenti.2

Così l’Internazionale socialista e i suoi partiti più rappresentativi, per esempio la socialdemocrazia tedesca e la socialdemocrazia svedese, possono sviluppare un’azione abbastanza sistematica ed efficace per influenzare movimenti popolari, partiti e organizzazioni sindacali. II loro scopo è di neutralizzare o controbilanciare l’influenza della burocrazia sovietica, come pure quella della direzione cubana, e di cercare mediazioni tra le forze della regione e gli Stati Uniti. Soprattutto quando sono al governo, si preoccupano contemporaneamente di tutelare gli interessi specifici delle loro borghesie. Cercano poi di esercitare un’influenza su organizzazioni rivoluzionarie che, data la difficoltà di reperire le risorse necessarie per il loro funzionamento, chiedono a volte l’aiuto di organismi europei di varia natura, tra cui istituzioni e centrali sindacali controllate, appunto, da partiti socialdemocratici. Indipendentemente dalle intenzioni, rapporti del genere non possono, alla lunga, restare senza conseguenze e sono in ogni caso una leva nelle mani della socialdemocrazia internazionale.

Infine, le concezioni dell’Internazionale socialista, le sue norme di funzionamento e la sua pratica non hanno conosciuto nessuna evoluzione nel senso di un rafforzamento dell’unità politica e organizzativa rispetto al momento della ricostituzione e al periodo tra le due guerre. Per riprendere un’espressione famosa, è un’internazionale casella postale, ancor più della sua antenata di prima del 1914.

Le sue risoluzioni e le sue dichiarazioni, in linea generale, si limitano a esprimere buone intenzioni e sono del tutto ipocrite, nella misura in cui quelli che le votano sanno benissimo che in ogni caso ogni partito fa quello che vuole. Dal 1951 i congressi non sono mai stati teatro di dibattiti paragonabili a quelli che in altre epoche hanno attirato l’attenzione di tutto il movimento operaio internazionale.3
Resta che i partiti socialdemocratici dispongono di un’organizzazione internazionale, al contrario dei partiti comunisti, staliniani o post-staliniani. Questi ultimi, non solo hanno seppellito nel 1943 l’Internazionale comunista stalinizzata – non saremo certo noi a dolerci di questo funerale – e successivamente l’effimero surrogato rappresentato dal Cominform4, ma hanno addirittura rinunciato a convocare conferenze internazionali con obiettivi limitati. Ciò è il risultato delle contraddizioni tra le caste burocratiche al potere, di quella logica del socialismo in un paese solo, che porta inevitabilmente a considerare come prioritari gli interessi del proprio Stato e che ha condotto non solo al conflitto tra l’Urss e la Yugoslavia e a quello, ancora più grave e duraturo, tra l’Urss e la Cina, ma anche a vere e proprie guerre tra paesi “fratelli”. Conflitti di interessi sono sorti pure tra la burocrazia sovietica (e cinese) e i gruppi dirigenti di partiti comunisti dei paesi capitalisti, che subivano gli effetti della loro integrazione nelle istituzioni e nei meccanismi della società borghese. Oggi, il cosiddetto movimento comunista internazionale, in quanto tale, non esiste più ed è del tutto improbabile che rinasca dalle sue ceneri in futuro.

L’Internazionale socialista ha mantenuto, invece, un funzionamento più o meno regolare, pur non superando i suoi limiti intrinseci. Dal 1951 ha tenuto diciotto congressi e una serie di conferenze o incontri regionali in Europa, nell’ America Latina, in Asia e in Africa. I suoi organismi direttivi si sono riuniti di frequente votando in­numerevoli risoluzioni su problemi sia generali sia settoriali. Alla base di questa relativa consistenza e stabilità è la larga convergenza tra le sue principali componenti assai più che l’adesione a una ideologia e a orientamenti comuni. Nonostante il suo allargamento su scala mondiale, continua infatti ad avere le sue cittadelle in Europa occidentale, cioè in paesi abbastanza omogenei sia dal punto di vista socio-economico, sia da quello della struttura e della situazione del movimento operaio. Di qui la sostanziale affinità di interessi tra le diverse burocrazie politiche e sindacali, le une e le altre profondamente integrate nelle istituzioni della società capitalista, si trovino congiunturalmente al governo o all’opposizione.

Questa affinità è, in ultima analisi, più forte dei contrasti che scoppiano periodicamente e riflettono, più o meno direttamente, i conflitti di interesse e di orientamento tra le diverse borghesie. Non fosse che per valorizzare di più il loro ruolo nazionale e internazionale, i partiti socialdemocratici hanno interesse a stabilire e mantenere rapporti organici con partiti o movimenti latino-americani, africani o asiatici che, pur avendo una origine e, il più delle volte, una natura sociale qualitativamente diversa, delineano progetti riformisti di democratizzazione e razionalizzazione con una prospettiva niente affatto anticapitalista e solo parzialmente e congiunturalmente in conflitto con progetti imperialisti. In terzo luogo, nella crisi che sconvolge le società di transizione burocratizzate dell’Europa orientale, i partiti socialdemocratici appaiono come poli d’attrazione agli occhi di gruppi, movimenti e strati sociali che cercano interlocutori diversi dai partiti borghesi e dalle grandi istituzioni internazionali ufficiali.

Assistiamo a una rivincita storica della socialdemocrazia, a un rilancio su scala mondiale dei suoi valori, delle sue concezioni e dei suoi strumenti organizzativi? Sono in molti a esserne convinti e ad agire perché una simile prospettiva si concretizzi. A noi spetta di contrastare l’offensiva politica e ideologica in pieno svolgimento con una triplice demistificazione: a livello teorico, a livello di bilancio storico e a livello di analisi della situazione attuale e della sua dinamica.

Un bilancio da non dimenticare

È assolutamente straordinario a qual punto non solo i dirigenti socialdemocratici, ma anche quelli di molti partiti comunisti affrontino i problemi attuali e prospettino soluzioni “nuove” partendo dal presupposto, più o meno esplicito, che tutto il passivo storico del movimento operaio va attribuito allo stalinismo e che la socialdemocrazia ha ben poco da rimproverarsi. Alcuni richiami sintetici non sono, dunque, inutili.

Ricordiamo innanzi tutto che bilanci della socialdemocrazia sono già stati fatti agli inizi della prima Guerra mondiale in scritti ben noti di Lenin e di Trotskij,5 poi nei testi dei primi congressi dell’Internazionale comunista e, negli anni ’20 e ’30, da Trotskij e dall’Opposizione di sinistra. Va precisato che questi bilanci non sono esclusivamente appannaggio dei marxisti rivoluzionari; sono stati fondamentalmente confermati da analisi e autocritiche di militanti e dirigenti di ben diversa provenienza e da molteplici contributi di storici legati o no al movimento operaio. Aggiungiamo che si sono sviluppate a varie riprese (anche in Italia), correnti politiche e ideologiche secondo cui, in seguito a sconfitte decisive del movimento operaio di cui erano stati, in tutto o in parte, responsabili, i partiti socialdemocratici non avevano più nessun avvenire.6 Negli anni ’60, poi, nel momento in cui dirigenti del Pci, come Amendola, tracciavano una prospettiva di riunificazione del movimento operaio, il loro punto di partenza era che né la corrente comunista né la corrente socialdemocratica avevano realizzato i loro obiettivi storici. Dieci anni più tardi, Enrico Berlinguer aveva tratto, per parte sua, la conclusione che si doveva scegliere una “terza via”, distinta “sia dal socialismo reale che dalla socialdemocrazia”.

Va da sé che un bilancio che descrivesse il percorso storico della socialdemocrazia come una serie ininterrotta di insuccessi e di tradimenti sarebbe altrettanto erroneo che i bilanci apologetici che ci si vuole far digerire ora. Ripetiamolo per evitare ogni malinteso e ogni falsa polemica: per tutto un periodo i partiti socialdemocratici, come i sindacati, le cooperative e le associazioni culturali sotto la loro influenza, hanno rappresentato la forma di gran lunga prevalente, se non esclusiva, di organizzazione della classe operaia. Sono stati gli strumenti che hanno consentito alla classe operaia di strappare, soprattutto in Europa occidentale, conquiste economiche, sociali e politiche importanti, migliorando così a proprio favore i rapporti di forza tra le classi, né nessuno può contestare il ruolo che hanno continuato a svolgere in questo senso negli anni ’20 e ’30.

Dopo la seconda Guerra mondiale, è ancora sotto l’egemonia della socialdemocrazia che la classe operaia di molti paesi ha riconquistato quello che aveva perduto e poi esteso le sue conquiste parziali sul terreno economico e sociale e su quello politico. Durante tutto questo itinerario, però, il movimento operaio socialdemocratico non si è sottratto a una fondamentale contraddizione: proprio nella misura in cui conquistavano posizioni, le organizzazioni socialdemocratiche si integravano ancor più nei meccanismi e nelle istituzioni della società borghese subendone i condizionamenti. Una burocrazia formatasi nelle loro file che, nel contesto dato, trovava le condizioni favorevoli per svilupparsi, diventava la forza motrice di questo processo. È quella che abbiamo definito la dialettica delle conquiste parziali, una dialettica che, in condizioni di relativo equilibrio politico e sociale, opera inevitabilmente. La responsabilità dei dirigenti riformisti – e neoriformisti – consiste nel fatto che, lungi dal prendere coscienza del pericolo e dall’agire per contrastare la tendenza in atto, ne sono divenuti prigionieri e l’hanno stimolata al massimo, dimenticando che tutte le conquiste parziali sono necessariamente precarie e rinunciando, in ultima analisi, al fine storico del loro stesso movimento: il rovesciamento del sistema capitalistico. Questa involuzione si è sviluppata sino in fondo negli ultimi decenni, ma la contraddizione che abbiamo descritto ha operato sin dall’inizio. Tanto è vero che Bernstein, il revisionista per antonomasia, di cui va tuttavia riconosciuta l’onestà intellettuale, scriveva, già nel 1896, in una lettera a Kautsky: «Noi facciamo quello che fanno tutti i partiti radicali, con la differenza che lo nascondiamo dietro un linguaggio del tutto sproporzionato alle nostre azioni e ai nostri mezzi». Ma è soprattutto alle svolte cruciali che questa contraddizione ha pesato in modo disastroso, paralizzando le organizzazioni, impedendo loro di reagire e spingendole a rinunciare alla loro identità e ad abdicare di fronte alle classi dominanti.

In un libro, che certamente non si prefigge di stroncare la socialdemocrazia, François Fejtö sintetizza nei termini seguenti il bilancio dell’Internazionale socialista: «La storia dell’Internazionale socialista è segnata da sconfitte memorabili. 1914: i partiti e i sindacati socialisti della Germania, della Francia e degli altri paesi occidentali, nonostante il numero impressionante dei loro aderenti, si rivelano incapaci di impedire la guerra più stupida della storia mondiale, che rende inevitabili lo smembramento e la decadenza dell’Europa. 1919: il movimento operaio, in seno al quale erano esistite fino ad allora speranze rivoluzionarie e pratiche riformiste, si scinde in due e i militanti rivoluzionari più attivi entrano nella III Internazionale, fondata da Lcnin. 1933: il settore più solido del socialismo europeo, la socialdemocrazia tedesca, incapace di padroneggiare la crisi economica, incalzata e corrosa da un partito comunista che pratica la politica del tanto peggio tanto meglio, capitola di fronte al nazismo. 1935-1939: le esperienze di fronte popolare, intraprese per sbarrare la strada ai fascismi in ascesa, non contribuiscono a rialzare il prestigio dei partiti socialisti che vi partecipano, si arenano e si disgregano, avvantaggiando soprattutto i comunisti che si collegano con Mosca. Più tardi, nei paesi occupati dai nazisti, i partiti socialdemocratici, decimati dall’occupante, impreparati al lavoro clandestino, sono eclissati nella resistenza dai comunisti e hanno bisogno di molto tempo per riprendersi».7

A parte qualche espressione e qualche valutazione discutibile, l’essenziale è detto: come bilancio storico, non è molto brillante!

Effettivamente, nel 1914, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto svolgere il suo ruolo, la II Internazionale non solo non ha saputo evitare la catastrofe mondiale, ma si è letteralmente disintegrata e i suoi partiti, salvo rare eccezioni, si sono assunti direttamente la responsabilità della guerra associandosi alle classi dominanti e partecipando al delirio sciovinista.

Analogamente, nel 1939-1940, l’Internazionale va in frantumi una seconda volta e, nonostante le resistenze e dopo qualche oscillazione, i suoi partiti rinunciano alla loro indipendenza di fronte alla borghesia. Nessuna lezione era stata seriamente tratta dal fallimento del 1914 e le rettifiche abbozzate erano andate esattamente in direzione opposta a quello che sarebbe stato necessario. L’Internazionale, ricostruita nel 1923, con il nome di Internazionale operaia socialista (IOS), sfumava anche le proclamazioni anticapitaliste e anti-imperialiste puramente retoriche di prima della guerra. Le rivendicazioni pacifiste a favore del disarmo, un leit motiv di quel periodo, erano per lo più adattate alle esigenze dei vari Stati e delle istituzioni internazionali di cui questi Stati erano membri.8
Nonostante le critiche espresse al congresso di ricostruzione, la Società delle nazioni veniva presentata come l’ancora di salvezza e i partiti socialdemocratici agivano come gruppi di pressione nei suoi confronti. Risultato finale: alle pesanti responsabilità per la catastrofe della prima Guerra mondiale si aggiungevano responsabilità non meno pesanti per lo scoppio della seconda.9

Fascismo, nazismo e fronti popolari

I partiti socialdemocratici non hanno avuto un ruolo meno nefasto negli avvenimenti interni dei vari paesi. A rischio di farci trattare da “paleomarxisti”, restiamo convinti che, se la crisi rivoluzionaria che si era creata alla fine della prima Guerra mondiale in alcuni paesi europei non è stata sfruttata a favore della classe operaia e dei suoi alleati ed è sfociata in “restaurazioni democratiche” e, successivamente, nell’instaurazione di regimi fascisti, la responsabilità principale va attribuita proprio ai partiti socialdemocratici. Ciò vale in primo luogo per la Germania, dove i socialdemocratici hanno contribuito in misura decisiva alla ricostruzione dello Stato borghese dalle rovine della guerra, ricorrendo anche alla repressione sanguinosa contro i settori più radicalizzati della classe operaia.10 Ciò vale anche per l’Italia dove, nell’aprile 1920, il Psi a maggioranza massimalista e la centrale sindacale a direzione riformista hanno rifiutato la loro solidarietà agli operai di Torino impegnati in uno sciopero generale e hanno fatto la stessa cosa nel settembre dello stesso anno al momento dell’occupazione delle fabbriche da parte di mezzo milione di operai. Agendo in questo modo, hanno aperto lo strada all’avvento del fascismo (ricordiamo, d’altra parte, che il Partito comunista è stato fondato solo nel gennaio del 1921).
Infine, nessuno può sospettarci di minimizzare il ruolo catastrofico avuto dal Partito comunista e dal Comintern stalinizzato al momento della presa del potere da parte di Hitler. Ma questo ruolo non deve far dimenticare la responsabilità non meno grave del Partito socialdemocratico, che aveva puntato continuamente su sterili compromessi e rifiutato, come i comunisti, ogni prospettiva di fronte unico operaio, prima di cadere senza combattere. La stessa Ios ha criticato, a posteriori, la sua sezione tedesca, rimproverandole in particolare di non aver fatto appello alla mobilitazione delle masse contro la destituzione del governo prussiano da parte di Von Papen. Effettivamente, la Spd aveva avuto un atteggiamento di tolleranza nei confronti del governo reazionario di Brüning, votando addirittura per lui in varie occasioni. Aveva puntato sullo Stato, sulle sue istituzioni, sulla polizia e sull’esercito, nella speranza che si sarebbero opposti all’attacco nazista.11 A un dato momento, si era impegnato a lanciare una grande offensiva se Hitler avesse tentato di prendere il potere, ma questa proclamazione non aveva avuto nessun effetto pratico.
Un bilancio complessivo, che non pretendiamo di fare nell’ambito di questo articolo, dovrebbe prendere in considerazione altri avvenimenti significativi, tra cui le vicende del movimento operaio austriaco. Non possiamo ritornare qui sull’analisi della crisi in Austria alla fine della prima Guerra mondiale.12 Ricordiamo che anche dopo la vittoria di Hitler la classe operaia austriaca è stata protagonista di lotte e­roiche e soprattutto dell’insurrezione del 12 febbraio 1934. Ma la responsabilità principale della sconfitta di questa insurrezione ricade sul Partito socialista, che aveva avuto una politica esitante, di continui arretramenti, e che si è dimostrato incapace di agire risolutamente al momento cruciale. È stato lo stesso Otto Bauer a fare in proposito uno dei commenti più pertinenti scrivendo che «questo enorme partito, che rappresentava il 90% dei lavoratori, due terzi della popolazione viennese, la schiacciante maggioranza della popolazione urbana e industriale dell’ Austria, complessivamente il 41% della popolazione, e che aveva 600.000 aderenti e un milione e mezzo di simpatizzanti, era divenuto a un certo momento impotente». Sempre Otto Bauer, nel suo libro Tra due guerre mondiali?, ha affermato, più in generale, che l’esperienza aveva «distrutto l’illusione del socialismo riformista, secondo cui la classe operaia avrebbe potuto trasformare pacificamente e gradualmente l’ordine capitalista in ordine socialista limitandosi a usare le istituzioni democratiche e a dare un contenuto socialista alle forme democratiche senza nessun salto rivoluzionario». Purtroppo, questa riflessione non induceva Bauer a correggere il suo metodo e la sua concezione ed era completamente ignorata dai suoi confratelli ed eredi, più o meno legittimi.
Come abbiamo visto, anche un autore abbastanza favorevole alla socialdemocrazia come François Fejtö include nel numero delle «sconfitte memorabili» della socialdemocrazia l’esperienza dei fronti popolari. Effettivamente, l’enorme potenziale dell’ascesa rivoluzionaria del 1936 in Francia è stato dilapidato dal Partito socialista, con la complicità del Pcf, al punto che in tre anni si è passati dall’occupazione delle fabbriche allo scoppio di una nuova guerra mondiale e allo sfaldamento del movimento operaio.13 Il l0 luglio 1940, dei 142 deputati socialisti presenti su 150, 108 hanno votato i pieni poteri al Maresciallo Pétain (28 contrari e 6 astenuti). Per quanto riguarda la Spagna, i crimini dello stalinismo anche in quel paese e la critica necessaria alla politica imposta dalla burocrazia sovietica e dall’Internazionale comunista non possono far dimenticare che i socialisti ne hanno condiviso in grandissima parte la responsabilità. Dopo tutto, sono stati dei socialisti come Caballero e Negrín a dirigere governi che hanno condotto alla tragica sconfitta del popolo spagnolo.

Poiché la socialdemocrazia internazionale vuole ora apparire come l’avversaria più intransigente dello stalinismo, si impone un’altra messa a punto. Nel 1936, al momento del primo processo di Mosca, Leone Trotskij subiva le peggiori vessazioni da parte del governo “socialista” norvegese, che arrivava ad impedirgli di querelare gli staliniani che lo calunniavano in altri paesi e di difendersi dalle accuse che gli venivano lanciate. Più in generale, l’Ios e l’Internazionale sindacale di Amsterdam, diretta da riformisti, respingevano l’invito di Trotskij di associarsi alla commissione che doveva esaminare, sul piano dei fatti, le imputazioni della “giustizia” sovietica contro di lui ai processi di Mosca e, in genere, i partiti socialisti erano molto riservati in materia per non turbare i rapporti con i partiti comunisti nella stagione dei fronti popolari. Otto Bauer, che dopo tutto non era il peggiore dei socialdemocratici, non esitava a scrivere nel marzo 1937: «Per quanto crudeli, rivoltanti e pericolosi, i metodi usati dai dirigenti di Mosca per distruggere il trotskismo sono tuttavia storicamente e politicamente corretti per la difesa da queste tendenze».

Il secondo dopoguerra

Non ritorniamo qui sulle ragioni, strutturali e politiche che sono all’origine del rilancio dei partiti socialdemocratici dopo la seconda Guerra mondiale, in particolare nei paesi dell’Europa capitalista.14 In realtà, questi partiti sono stati perfettamente funzionali alla ricostruzione del continente su basi capitalistiche e alla formazione del nuovo blocco imperialista battezzato Alleanza atlantica, e hanno svolto un ruolo di primo piano in questa impresa. Non hanno esitato, in certi casi, ad attaccare direttamente settori della classe operaia. Il “socialista” francese Jules Moch, ministro degli Interni, ha diretto la repressione che mirava a spezzare e a “normalizzare” il movimento operaio una prima volta nell’autunno del 1947 e una seconda volta, un anno più tardi, durante il grande sciopero dei minatori (2.000 minatori in prigione e 6.000 licenziati).
Partiti socialisti hanno egualmente contribuito alla realizzazione dei progetti di sostituzione del colonialismo tradizionale con forme “nuove"”di sfruttamento imperialista. Vi hanno contribuito soprattutto quando hanno avuto responsabilità governative. In questi casi, sono stati complici e anche diretti protagonisti di repressioni sanguinose e di guerre vere e proprie contro popoli in lotta per la loro liberazione. Basti ricordare la complicità dei socialisti francesi nella guerra per la riconquista dell’Indocina, nei massacri del 1945 in Algeria (45.000 morti a Costantina e a Setif), e poi nel Madagascar (di nuovo decine di migliaia di morti, sacrificati sull’altare dell’Unione francese!), per non parlare dei crimini di cui questi “socialisti" si sono macchiati durante la guerra d’Algeria (nel 1956, il governo di Guy Mollet chiedeva e otteneva, con l’appoggio del Pcf, i poteri speciali per schiacciare la rivoluzione nazionale in quel paese). Da parte loro, i governi laburisti britannici hanno condotto campagne militari in Malesia e nel Kenya ed è stato un governo laburista a realizzare l’operazione di decolonizzazione dell’India su basi neocoloniali e con una divisione di cui i popoli del subcontinente pagano tuttora il prezzo. Infine, assume un significato quasi simbolico il fatto che l’ultima azione militare internazionale del più classico stile coloniale, quella di Suez contro l’Egitto nasseriano nel 1956, sia stata condotta congiuntamente dal conservatore britannico Eden e dal “socialista” francese Guy Mollet.15 La presenza nell’Is di partiti o movimenti nazional-populisti e decisamente neocolonialisti di paesi sottosviluppati ha avuto e ha ancora una funzione perfettamente complementare ai progetti socialdemocratici nei paesi capitalisti industrializzati. Un esempio eloquente è quello del Senegal, paese in cui un partito “socialista” al potere dall’indomani dell’indipendenza ha contribuito in modo decisivo all’instaurazione di una società neocoloniale e collabora da sempre con il suo corrispondente francese (ancor più sistematicamente dall’inizio dell’era Mitterrand).

Episodi particolarmente drammatici hanno illustrato a più riprese la natura e il ruolo di questi partiti “fratelli”. Per esempio, proprio nel momento in cui si apriva a Lima nel 1986 il congresso dell’Is, il governo dell’Apra, partito legato a questa internazionale, non esitava a far uccidere centinaia di prigionieri in rivolta, provocando reazioni di sgomento tra i delegati. Più di recente, nel febbraio 1989, quando gli invitati al sontuoso banchetto di insediamento del nuovo presidente del Venezuela Carlos Perez, membro dell’Is, non avevano ancora finito di digerire, costui faceva massacrare dall’esercito centinaia, se non migliaia, di persone nei quartieri poveri di Caracas (per fare un parallelo un po’ macabro, molte di più in termini relativi e di più forse anche in termini assoluti che a Pechino nel mese di giugno scorso!).

Nei paesi capitalisti industrializzati, il ruolo della socialdemocrazia è apparso ancor più chiaramente dopo la fine del boom prolungato dell’economia capitalista e soprattutto negli anni ’80. Anche nel suo ultimo congresso l’Is ha rivolto delle critiche alle scelte politiche ed economiche dei partiti conservatori, le cui conseguenze sono note.

Non contestiamo affatto che esistano differenze tra partiti conservatori e partiti socialdemocratici. Ma le critiche dell’Is sono in larga misura ipocrite: i suoi partiti non hanno contrapposto, né contrappongono, orientamenti realmente alternativi a quelli dei partiti borghesi. Accettano più che mai di agire nel quadro del sistema capitalista, rispettando le esigenze dell’accumulazione del capitale o, per usare la loro terminologia, le compatibilità dell’economia di mercato.

Ciò comporta, più concretamente, l’accettazione delle ristrutturazioni industriali, delle concentrazioni crescenti, della politica di austerità, dello smantellamento progressivo dello Stato sociale, ecc. Il bilancio dei governi socialisti in Francia, in Spagna e in Grecia è assolutamente eloquente in merito.

Per applicare una politica che contrasta con gli interessi e le aspirazioni della classe operaia e di altri strati popolari, i governi socialisti ricorrono a metodi e pratiche molto poco democratici. Si servono degli apparati statali, anche i più reazionari, che rinunciano in partenza a rinnovare anche parzialmente, e fanno concessioni di ogni sorta agli alti burocrati,  ai generali, ai capi della polizia, ecc. Ciò è particolarmente grave nel caso dello Stato spagnolo, il cui apparato resta fondamentalmente quello ereditato dal franchismo.

In Francia, Mitterrand sfrutta senza scrupoli i meccanismi della costituzione gollista, che aveva denunciato come autoritaria per oltre vent’anni, e i suoi governi non si peritano di ricorrere, quando lo ritengono utile, al famigerato articolo 49.3, che permette di imporre decisioni facendo astrazione dal voto del parlamento.

Neppure il governo greco del Pasok, dominato da un capo carismatico dalle forti inclinazioni autoritarie, è stato un esempio luminoso di democrazia.

C’è forse bisogno di ricordare, d’altra parte, che è stato un governo diretto dal Spd a far adottare in Germania il Berufsverbote, la legge delle discriminazioni professionali nel pubblico impiego, cioè una legge che prende di mira qualsiasi persona che appartenga o sia sospettata di appartenere a organizzazioni comuniste?

Qualche parola, infine, su una delle mistificazioni più diffuse e troppo di rado contestate. I socialdemocratici hanno sempre contrapposto il loro funzionamento interno, presentato come democratico, al funzionamento dei partiti comunisti, confondendo peraltro a bella posta il centralismo democratico come lo concepiva Lenin e il centralismo burocratico di marca staliniana. La realtà è ben diversa. Nella misura in cui sono caduti abbastanza rapidamente sotto il controllo e la direzione di pesanti apparati che facevano valere, in ultima analisi, i loro interessi e i loro orientamenti indipendentemente dagli interessi e dalle aspirazioni dei militanti, i partiti socialisti hanno avuto molto raramente un funzionamento veramente democratico.

Oggi, dopo le trasformazioni che hanno subito nella loro composizione negli ultimi decenni e in seguito alla loro integrazione sempre più profonda, anche a livello economico, nelle istituzioni e nei meccanismi della società borghese, sono soprattutto delle macchine elettorali e in ogni caso non sono i militanti che prendono sovranamente le decisioni che contano. Le tendenze di opposizione sono scomparse, o hanno margini di azione sempre più ristretti: la loro rappresentanza è limitata seriamente da norme statutarie o da regolamenti, sia nei congressi sia negli organismi di direzione.

Chi ha seguito, per esempio, gli ultimi congressi del Psf, del Psi e del Psoe ha potuto constatare che, di norma, i conflitti e le differenziazioni restano all’interno degli apparati e non riguardano i problemi di fondo. Le decisioni più importanti sono prese in circoli ristretti, se necessario con l’intervento senza appello di leader incontestati e glorificati come Mitterrand, Gonzalez e Craxi. I congressi come tali non sono che rumorose messe in scena, con una esibizione insolente di grandi mezzi.16

Ciò non ha niente a che vedere con una reale democrazia interna e costituisce una rottura con le migliori tradizioni degli stessi partiti socialdemocratici, all’interno dei quali si sono confrontate in passate tendenze e frazioni e i cui dirigenti, pur essendo dei riformisti con inclinazioni paternalistiche, apparivano alle masse come tribuni del popolo e non come personaggi che fanno sfoggio delle loro funzioni istituzionali.

Uno iato tra teoria e pratica

Lo iato tra dichiarazioni programmatiche e pratica reale costituisce una caratteristica permanente della socialdemocrazia internazionale. Abbiamo menzionato ciò che scriveva Bernstein già nel 1896. Ottant’anni dopo, Willy Brandt rimproverava all’organizzazione internazionale di cui stava per diventare presidente, di votare troppe risoluzioni senza preoccuparsi se sarebbero state effettivamente applicate. Ci sembra utile ripercorrere, sia pure sinteticamente, alcune tra le tappe più significative dell’itinerario programmatico della socialdemocrazia internazionale.

La II Internazionale, che una decina d’anni dopo la sua fondazione doveva riunire la grande maggioranza del movimento operaio organizzato, aveva adottato un’impostazione programmatica fondamentalmente anticapitalistica, proclamando che fine dei partiti membri era la presa del potere politico. Questo era affermato del tutto esplicitamente, per esempio, al secondo congresso (Bruxelles, 1891) – che, tra l’altro, precisava il quadro programmatico e organizzativo con l’espulsione degli anarchici – e confermato dal congresso di Londra, nel 1896. A partire dal 1900, i congressi erano spesso teatro di dibattiti di grande portata teorica e politica. Era il caso del congresso di Parigi (1900) e di quello di Amsterdam (1904), in cui si sviluppava la famosa polemica sul revisionismo partendo, da un lato, dall’offensiva lanciata sul piano teorico da Bernstein, dall’altro, dalla partecipazione del socialista francese Millerand al governo borghese Waldeck-Rousseau. A Parigi si dichiarava che «la lotta di classe proibisce ogni alleanza con una qualsiasi frazione della classe capitalista», ma si aggiungeva subito dopo «salvo circostanze eccezionali». Ecco un primo esempio di apparente rigore programmatico, di fatto diluito con una messa a punto che permetteva a ogni partito di fare quello che voleva. Ad Amsterdam la posizione adottata era ancora più netta e sistematica, ma il contesto era tale che Bernstein poteva dichiarare che «il revisionismo, sconfitto al congresso, ha la meglio nella pratica».

Il congresso di Stoccarda (1907) è stato probabilmente il più importante che abbia mai avuto luogo: doveva stabilire l’atteggiamento dell’Internazionale sul problema dei sindacati, sulla questione coloniale e su quella della pace e della guerra. A proposito di sindacati, il congresso sottolineava la complementarità tra organizzazione politica e organizzazione sindacale, affermando che anche quest’ultima doveva essere animata da «uno spirito completamente socialista». Quanto alle colonie, respingeva una mozione di destra che parlava di «colonizzazione riformata» come mezzo per facilitare l’evoluzione dei popoli coloniali, e adottava un testo la cui conclusione era che «i parlamentari devono opporsi al regime di sfruttamento estremo e di schiavitù che infierisce nelle colonie esistenti, esigere delle riforme e cooperare con tutti i mezzi all’educazione dei popoli all’indipendenza». Nonostante un certo radicalismo verbale, di ispirazione più morale che strettamente politica, la porta era aperta per le deviazioni successive. La risoluzione sulla guerra è stata considerata tradizionalmente come la più importante mai adottata in proposito dalla II Internazionale e si è sottolineata in particolare l’importanza di un emendamento presentato da Rosa Luxemburg, Lenin e Martov e accettato dal congresso. Ma proprio quanto è detto in questa risoluzione – e in quella di Basilea nel 1912 – mette in risalto l’abisso tra le dichiarazioni più o meno solenni e l’atteggiamento assunto dai partiti membri proprio quando avrebbero dovuto agire nel senso che essi stessi avevano indicato.

Al congresso di rilancio della loro internazionale, nel 1923, i partiti socialdemocratici mettono l’accento sulla propaganda pacifista, che costituirà un tratto essenziale della loro attività nel periodo tra le due guerre. La risoluzione votata afferma, tra l’altro, che la classe operaia deve condurre la lotta per la pace «innanzi tutto contro la borghesia imperialista del proprio paese, con tutti i mezzi parlamentari ed extraparlamentari di lotta di classe di cui dispone, e l’azione internazionale deve essere sempre di più unificata». Nello stesso tempo, nell’intento – non sappiamo se ingenuo e cinico – di dimostrare che si era appresa la lezione del 1914, si precisa che l’Ios «non è solo un strumento per i compiti della pace, ma uno strumento egualmente indispensabile durante tutta una guerra". Disgraziatamente, come abbiamo visto, queste buone intenzioni non eviteranno un’altra esplosione dell’Internazionale all’inizio della seconda Guerra mondiale. L’Ios si sfalderà già dopo Monaco (ottobre 1938) e il suo organismo esecutivo entrerà in crisi sette mesi dopo. Il suo segretario, Friedrich Adler, denuncerà il fatto che da otto anni non c’era stato nessun congresso e da sei anni nessuna conferenza e definirà l’Ios «un apparato senza vita politica».

In realtà, i congressi dell’Ios non sono mai stati un’occasione di dibattiti come quelli che avevano avuto luogo nei congressi dell’anteguerra. Un certo numero di partiti partecipano a governi, assumendosi la parte, per ripetere l’espressione immortale di Léon Blum, di «gestori leali del capitalismo», hanno preoccupazioni diplomatiche e le questioni teoriche e le dichiarazioni programmatiche li interessano sempre meno (la teoria è lasciata a “specialisti”, un po’ franchi tiratori, come Otto Bauer). Tuttavia, contrariamente a quanto sarebbe accaduto dopo la seconda Guerra mondiale, l’Ios diffonde ancora qualche testo che fa appello all’unità dei lavoratori per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo; per esempio, una risoluzione del congresso di Bruxelles (agosto 1928). Ma questa stessa risoluzione non dà prova di grande perspicacia analitica quando, pur denunciando la minaccia di una disoccupazione tecnologica, prevede che la ristabilizzazione economica continuerà e in condizioni di crescente prosperità. Dopo lo scoppio della grande recessione, al congresso di Vienna del 1931, i socialdemocratici si preoccupano soprattutto di respingere, per bocca di Otto Bauer, ogni idea di sfruttare la crisi a fini rivoluzionari.

Rettificano solo parzialmente il tiro dopo la sconfitta del 1933 in Germania. Alla conferenza di Parigi, che ha luogo nello stesso anno, dirigenti tra i più rappresentativi come Friedrich Adler, Otto Bauer e Léon Blum, pur prendendo ancora una volta le distanze dal “bolscevismo”, dichiarano che il socialismo deve mantenere il suo carattere proletario e rivoluzionario, e la risoluzione più importante dice che la distruzione del capitalismo e la costruzione di un ordine socialista sono storicamente possibili. Purtroppo, qualche mese dopo, l’atteggiamento dei socialisti austriaci al momento dell’insurrezione del 12 febbraio e poi il comportamento dei socialisti francesi e spagnoli all’epoca dei fronti popolari dimostrano che queste affermazioni avevano un valore puramente letterario.

Dopo conferenze preparatorie tenute tra il 1945 e il 1950,17 il congresso della seconda ricostruzione (Francoforte, 1951) adotta una dichiarazione, che è paragonata al Manifesto comunista del 1848 e all’indirizzo di fondazione della I Internazionale (1864), e che costituisce effettivamente il principale punto di riferimento programmatico dei socialdemocratici durante quasi quarant’anni. Il testo, che comprende un preambolo e quattro parti, parte da un’analisi critica del capitalismo che, pur avendo sviluppato «immense forze produttive», ha privato «la grande maggioranza dei lavoratori di qualsiasi influenza sulla produzione», reso più acuta la lotta di classe e portato sia all’espansione imperialista e allo sfruttamento coloniale, sia al fascismo. Condanna contemporaneamente il comunismo che «ha diviso il movimento internazionale dei lavoratori e ritardato così per decine d’anni la realizzazione del socialismo in molti paesi» e che è divenuto lo strumento di un «nuovo imperialismo», quello dell’Unione Sovietica. Il testo continua indicando l’obiettivo di una pianificazione economica nella libertà18 e, riprendendo un motivo conduttore degli anni ’30, riafferma il rapporto intrinseco tra socialismo e democrazia (nella fattispecie, ciò comporta una critica di quello che stava accadendo nell’Europa orientale). Afferma che «il socialismo vuole abolire il regime capitalista sostituendolo con una società economica in cui l’interesse collettivo prevalga sul conseguimento del profitto». Elenca inoltre i diritti economici e sociali, che devono essere garantiti da una democrazia socialista e ribadisce la natura umanistica della tradizione socialista. Nell’ultima parte, auspica il superamento delle sovranità nazionali, «l’instaurazione di una democrazia internazionale e di un ordine giuridico che garantiscano la libertà dei popoli e il rispetto dei diritti dell’uomo». L’Onu è presentata come «un passo importante verso l’instaurazione di una comunità internazionale». In pratica, i principali partiti dell’Is avevano già scelto il loro campo inserendosi nell’Alleanza atlantica.
Undici anni dopo, in occasione di un Consiglio generale a Oslo, l’Is pubblicherà un’altra dichiarazione sulle questioni internazionali – “Il mondo moderno; prospettive socialiste” – in cui preciserà ulteriormente le sue concezioni, dichiarando, tra l’altro, che suo scopo ultimo è la formazione di un governo mondiale.19

A partire dalla metà degli anni ’70, congressi, conferenze e consigli generali votano una serie di testi che tendono a definire una posizione sui problemi dei paesi sottosviluppati e sul nuovo ordine economico internazionale. In particolare, il congresso di Vancouver del 1978 precisa come segue gli obiettivi da raggiungere: sviluppo equilibrato tra le diverse regioni del mondo, soluzione del problema del debito, stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, accesso dei paesi sottosviluppati ai mercati internazionali dei prodotti industriali, libera scelta delle tecnologie da adottare, protezione delle risorse energetiche, codice internazionale per controllare le multinazionali. Questa problematica è ripresa al congresso di Madrid nel 1980. Lo stesso anno testi presentati come ancora più importanti sono votati dalla conferenza regionale dell’Internazionale socialista per l’America Latina e la zona dei Caraibi. La dichiarazione detta “di Santo Domingo” tiene conto delle esigenze di propaganda dei partiti membri della regione. Comincia affermando che «la politica imperialista nella regione ha lasciato tracce indelebili» e continua dicendo che «oggi il potere egemonico assume forme più sofisticate di controllo con il dominio delle società multinazionali, alleate alle borghesie nazionali monopolistiche e sotto l’influenza straniera, che producono nella regione regimi autoritari e repressivi». Dopo una denuncia dei regimi esistenti in quel periodo nel Cile, in Argentina, in Uruguay, nel Salvador e nel Guatemala, dice che «la democrazia formale ha dimostrato il suo carattere inoperante, nel senso che non garantisce la libertà e la partecipazione effettiva del popolo. Rivendichiamo una democrazia con partecipazione popolare, che permetta alla classe lavoratrice di godere i frutti del progresso in un sistema pluralista che assicuri la piena occupazione e una giusta distribuzione dei redditi». Ritorna infine sulla necessità di lottare per un nuovo ordine economico internazionale.

L’elaborazione politica e programmatica dell’Is in quanto tale è stata completata da testi adottati da alcuni partiti membri. L’esempio di gran lunga più famoso è quello del programma votato dal congresso straordinario del Spd a Bad Godesberg, nel 1959.20 Accanto ai richiami tradizionali sul legame indissolubile tra libertà e giustizia («l’una è presupposto dell’altra») e tra democrazia e socialismo («il socialismo non si realizza che con la democrazia e la democrazia si concretizza con il socialismo»), il programma dichiara in termini non meno generici che «tutti i popoli devono sottomettersi a un ordine giuridico internazionale che disponga di un sufficiente potere esecutivo. La guerra non può essere uno strumento politico. Tutti i popoli devono avere eguali possibilità di partecipare al benessere mondiale. I popoli in via di sviluppo hanno diritto alla solidarietà degli altri popoli». Riafferma la fedeltà del Spd ai principi democratici e si pronuncia per il bando dei «mezzi di distruzione massiccia» e contro l’installazione sul territorio della Rft di «mezzi di distruzione atomica e di altra natura». Gli obiettivi economici sono precisati nei paragrafi che hanno maggiormente attirato l’attenzione e che comportano l’accettazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con attribuzione al settore pubblico di un ruolo subordinato. Quanto ai paragrafi sui sindacati, vi si legge che «i sindacati devono lottare per una giusta partecipazione dei lavoratori ai benefici del lavoro sociale e per il diritto di co-decisione nella vita economica e nella vita sociale». È un’idea che doveva successivamente concretizzarsi con la cogestione.21 A proposito dei problemi internazionali, niente di particolarmente nuovo rispetto alla dichiarazione di Francoforte e ad altri testi socialdemocratici (cooperazione e solidarietà internazionale, carattere vincolante dei principi dell’Onu, ecc.). Il coronamento è la solenne proclamazione secondo cui il Spd si è trasformato da «partito della classe operaia in partito popolare». È dunque a Bad Godesberg più che a Francoforte che l’impostazione classista e anticapitalista della socialdemocrazia viene sfumata definitivamente e la concezione riformista gradualista del passaggio a una società socialista è sostituita fondamentalmente dall’idea di una razionalizzazione, modernizzazione e democratizzazione della società capitalista, che non è più rimessa in discussione in quanto tale.22

Un punto di arrivo: la dichiarazione di Stoccolma

Al suo ultimo congresso (Stoccolma, giugno 1989), l’Is ha ritenuto necessario dotarsi di un nuovo testo programmatico. Ha votato una dichiarazione di principi che pretende addirittura di fissare le prospettive per il XXI secolo. Questa dichiarazione riflette l’evoluzione dei partiti membri durante gli ultimi decenni e cerca di delineare un’ideologia più corrispondente alla pratica reale dei partiti più rappresentativi dell’Europa capitalista ai tempi della ristrutturazione e dell’austerità e, in minor misura, dei partiti che sono stati o sono al governo in America Latina.23

In realtà, nonostante le pretese di novità, la dichiarazione si limita a ribadire principi enunciati infinite volte, per esempio, sul legame tra democrazia e socialismo (a questo proposito usa quasi le stesse parole del programma di Bad Godesberg), sull’ economia mista e sui problemi della pace e della guerra. Gli obiettivi presentati con le formule più pretenziose restano fumosi (per esempio, quello di «una nuova società democratica mondiale»). Nella misura in cui rappresentano, del tutto parzialmente, delle innovazioni, sono ancora meno socialisti e più vagamente democratici di quelli fissati nel passato. Ciò vale in particolare per l’impostazione di problemi come quello dell’ambiente, quello delle nuove tecnologie, quello della situazione internazionale e quello della lotta delle donne. Le soluzioni abbozzate restano nel quadro di una razionalizzazione e democratizzazione del sistema, escludendo ogni salto qualitativo rivoluzionario.

A proposito dell’ambiente, non c’è la benché minima allusione alla logica del profitto, né a quella dei meccanismi che operano nelle società di transizione burocratizzate, e ci si limita a proporre misure del tutto vaghe, in una prospettiva riformista moderata. Con la stessa impostazione si affrontano i problemi delle nuove tecnologie. Per quanto riguarda la situazione mondiale, partendo dalla constatazione, di per sé corretta, dell’internazionalizzazione crescente dell’economia, se ne traggono ancora una volta solo conclusioni molto vaghe, ispirate da un wishfull thinking, sulla necessità di una cooperazione, di un controllo democratico, di una trasformazione dell’economia, in teoria a vantaggio dei paesi sottosviluppati. Si possono condividere una serie di osservazioni incontestabili e ormai quasi banali sui problemi delle donne, ma le misure suggerite sono del tutto limitate. Tra l’altro, si spiega che bisogna superare «gli atteggiamenti patriarcali», ma non si rimette affatto in discussione la famiglia patriarcale. Peggio, in un momento in cui in molti paesi è in pieno sviluppo una controffensiva reazionaria contro le donne, non c’è una sola parola sull’aborto e sulla necessità di difendere il diritto all’aborto dove è minacciato.

In conclusione, la dichiarazione di Stoccolma è un documento ideologico propagandistico, che risponde soprattutto all’esigenza dei partiti socialdemocratici di sfruttare a loro vantaggio la crisi delle società di transizione burocratizzate e dei partiti comunisti, presentandosi come la sola alternativa valida. Si potrebbe chiedersi, ancora una volta, se i partiti socialdemocratici restano partiti qualitativamente diversi dai partiti borghesi, o se si debba ormai accettare l’interpretazione secondo cui avrebbero perduto ogni connotazione di partiti operai e sarebbero sempre più simili a partiti come il Partito democratico degli Stati Uniti.24 La nostra opinione è che, nonostante tutte le involuzioni che abbiamo sottolineato e il ruolo che svolgono ora, i partiti socialdemocratici restano, in ultima analisi, partiti del movimento operaio, per le forze sociali che li appoggiano, per il posto che occupano nella dinamica socio-politica dei loro paesi e per le loro origini e le loro tradizioni.25 Non a caso, del resto, la stessa dichiarazione di Stoccolma ha voluto riaffermare una continuità rispetto alla II e alla I Internazionale.

Non bisogna dimenticare neppure che, nonostante conflitti a volte molto gravi (come quello, per esempio, tra il Psoe e l’Ugt nello Stato spagnolo), uno dei punti di forza essenziali dei partiti socialdemocratici consiste sempre nei loro legami strutturali con il movimento sindacale, che sono qualitativamente diversi dai rapporti intrattenuti a volte con i sindacati da partiti borghesi (a livello elettorale, di lobbyes parlamentari, ecc ).

Quali prospettive?

Ultimo interrogativo: nel periodo che ci sta di fronte, partiti dell’Is potranno realmente assumere un ruolo determinante in quelli che noi definiamo i tre settori della rivoluzione mondiale? Potranno mantenere indefinitamente la loro egemonia nei paesi in cui la detengono da lunga data, conquistarla in altri e condurre con successo la loro lotta per realizzare gli obiettivi che si sono fissati a Stoccolma e prima di Stoccolma?

Nei paesi capitalisti industrializzati, salvo rivolgimenti rivoluzionari che non rientrano certo nei progetti socialdemocratici, le tendenze che operano attualmente a livello socio-economico non saranno rovesciate né attenuate. Ci saranno continue ristrutturazioni, concentrazioni sempre più spinte, e l’economia mondiale sarà sempre di più condizionata da gigantesche multinazionali. Va da sé che il prezzo di tutte queste operazioni sarà pagato da strati sempre più ampi della popolazione lavoratrice e che i fenomeni di impoverimento e di emarginazione che si sono sviluppati durante gli anni ’80, anche nei paesi cosiddetti ricchi, si aggraveranno.26 Che tutto questo possa avvenire senza rimettere in questione le acquisizioni delle lotte operaie, le libertà sindacali e, più in generale, i diritti democratici, è un pio desiderio. In un simile contesto, i socialdemocratici non avranno molte possibilità di far passare i loro progetti, per modesti che siano, e i loro margini di manovra si restringeranno. Nella migliore delle ipotesi, potranno continuare ad apparire agli occhi di settori della classe operaia come il minor male, ma ci sarà sempre meno gente disposta a dar loro credito per un reale cambiamento. I dirigenti sembrano coscienti di queste difficoltà ma, per trarsi d’impaccio, persistono nel loro metodo tradizionale, che consiste nell’abbassare il tiro, nel diluire ulteriormente il loro programma e nell’adattarsi ancora di più alle esigenze delle classi dominanti; questo non solo dove sono al governo, ma anche dove sono all’opposizione (l’evoluzione a destra del Partito laburista britannico è significativa in merito).

Nei paesi sottosviluppati, dove le forze dell’Is restano incomparabilmente più limitate che in Europa occidentale, non si vede come la socialdemocrazia potrebbe progredire sostanzialmente e assumere un ruolo egemone. Anche i partiti “fratelli” più forti – che non sono, ricordiamolo ancora una volta, dei partiti operai – attraversano gravi crisi e, come minimo, stanno perdendo terreno. Ciò vale evidentemente, in America Latina, per l’Apra peruviana, che rischia una disfatta alle prossime elezioni e la cui esperienza governativa ha comunque registrato un insuccesso clamoroso, come per l’Azione democratica venezuelana, il cui governo deve fare i conti con un malcontento popolare che potrebbe provocare nuove esplosioni. Neppure il Partito rivoluzionario domenicano sembra godere di buona salute ed è difficile dire in quale misura il Partito socialista cileno, che resta un partito operaio, potrà superare la dispersione delle forze su cui contava in passato. In Africa, il Partito socialista del Senegal è da tempo squalificato di fronte alle masse e subisce la crisi più seria della sua storia. Nei paesi arabi e, più in generale, nel Medio Oriente, le possibilità dell’Is sono quasi nulle, a causa del ruolo nefasto del Partito laburista di Israele, che non è controbilanciato dal fatto che l’Is include nelle sue file il Partito socialista progressista di Walid Jumblatt.

Invece, l’ipotesi che la socialdemocrazia intervenga con un certo successo nella crisi delle società di transizione burocratizzate appare non priva di fondamento e meriterebbe un’analisi esauriente. Ci limiteremo qui a qualche rapida considerazione. In primo luogo, fa parte del suo quadro organizzativo l’Unione socialista dell’Europa centrale e orientale, che comprende partiti socialdemocratici della Bulgaria, della Cecoslovacchia, dell’Estonia, dell’Ungheria, della Lettonia, della Lituania, della Polonia, della Romania e della Jugoslavia. Si tratta di partiti per lungo tempo in esilio, con scarsi legami all’interno. Ricordiamo che i partiti che esistevano in Europa orientale alla fine della guerra sono stati sottoposti dal 1947 a fortissime pressioni da parte dei partiti staliniani perché accettassero una fusione.27 Le unificazioni che hanno avuto effettivamente luogo, hanno portato in pratica alla scomparsa delle correnti socialdemocratiche, i cui dirigenti in parte sono stati eliminati, in parte hanno capitolato. Di recente, vecchi socialdemocratici si sono allineati sulle correnti riformiste gorbacioviane dei partiti comunisti. L’esempio più clamoroso, poi seguito da altri, è quello dell’ungherese Rezso Nyers, che non solo è diventato un capofila del “nuovo” partito, ma ha già chiesto l’adesione all’Internazionale socialista. D’altra parte, partiti socialdemocratici si sono costituiti o ricostituiti in Ungheria, in Cecoslovacchia, nella Germania orientale, in Romania e in Bulgaria. In Polonia, a parte il Partito socialista diretto da Lipski e l’ala neosocialdemocratica dell’ex-Poup, esiste un settore di Solidarnosč che si richiama a idee socialdemocratiche e potrebbe domani costituire un’organizzazione o un movimento politico su queste basi.28

Non è facile prevedere in quale senso potranno evolvere e quale ruolo potranno effettivamente svolgere questi partiti o queste correnti, vecchie e nuove. Ma è incontestabile che le idee della socialdemocrazia e i suoi partiti più rappresentativi dell’Europa occidentale esercitano attualmente una notevole forza di attrazione, in particolare in ambienti che, dopo aver rotto con la burocrazia al potere, cercano una via diversa dalla restaurazione capitalista e ripongono fiducia nella socialdemocrazia come corrente storica del movimento operaio.

Quello che partiti o correnti di orientamento socialdemocratico potranno fare in pratica in questo o quel paese dell’Europa orientale, se riusciranno ad affermarsi e ad avere un peso anche a livello governativo, è un problema ben diverso. Ancora una volta, ogni previsione sarebbe azzardata. Ma bisogna partire dal fatto che i socialdemocratici hanno un’impostazione riformista gradualista a tutti i livelli, il che li induce a respingere ogni prospettiva rivoluzionaria di rovesciamento del potere burocratico. Puntano essenzialmente su un processo di autori forma dei regimi esistenti, o di trasformazione graduale: di qui il loro appoggio a Gorbaciov come al governo di coalizione polacco.

Convinti fautori dell’economia di mercato, accolgono con favore ogni decisione che faciliti le privatizzazioni e la formazione di joint ventures e sono dunque in alleanza con le correnti burocratiche che agiscono in questo senso. Tale sarebbe la loro politica anche nel caso che accedessero al governo, da soli o con altri. In altri termini, potrebbero diventare «gestori leali» dei regimi burocratici, assumendosi ancora una volta un ruolo conservatore.

Tutto questo non sarebbe assai probabilmente che temporaneo. Se scoppieranno nuove crisi e si svilupperà una vera rivoluzione, non potranno assumervi un ruolo egemonico.

Novembre 1989

1 PaoloFerrero non ha dubbi, e dà per scontato che a partire da questo successo della Linke sia anzi possibile “costruire una sinistra di alternativa su scala nazionale e internazionale”, come secondo lui avrebbero fatto “i nostri compagni latinoamericani”. Chissà se si riferisce a Chávez, a Lula o a chissà chi…

Riaffiora in questo commento (su “Liberazione” del 29/9/09) l’uso prevalentemente propagandistico delle vicende internazionali, che era caro a DP e alla vecchia “nuova sinistra”. Così Ferrero sorvola sulle contraddizioni della Linke, che pur nella sua crescita, se ha recuperato un milione e 300.000 dei voti che hanno abbandonato la SPD, ha perso a sua volta 350.000 voti verso l’astensione e altri in varie direzioni, a conferma della fragilità di questa organizzazione, in cui convivono settori molto eterogenei: all’ovest quadri socialdemocratici – sindacali e politici – delusi dall’ultima fase della SPD, ma non necessariamente in rottura con il suo patrimonio ideologico; all’est dirigenti e militanti variamente nostalgici del “socialismo reale”. Un recente sondaggio dello Spiegel (segnalato da Luciana Castellina) ha constatato che il 57% dei tedeschi della ex RDT la rimpiangono, e questo spiega una parte del successo. Ma non sarà facile l’amalgama tra le diverse anime…

* Da Bandiera Rossa, n. 2, a. 1990, pp. 20-35. Il saggio era apparso inizialmente in francese su Inprecor.

2Nel febbraio del 1989 veniva pubblicata una lista ufficiale di dieci partiti membri e dieci partiti a titolo consultivo in America Latina, tre partiti membri in Africa e cinque partiti membri e due a titolo consultivo in Asia. In certi paesi, esiste più di un partito membro o di un partito consultivo. Come è noto, la socialdemocrazia non dispone di forze significative negli Stati Uniti. Nella lista dei partiti membri dell'IS sono annoverate due organizzazioni, i Democratic Socialists of America (DSA) e i Socialdemocrats Usa (SDUSA), che però non hanno che qualche centinaio di aderenti.

3Il più delle volte i congressi hanno una durata molto breve (per esempio, il congresso di Stoccolma non è durato che quattro giorni), il che rende impossibili reali dibattiti sui problemi affrontati, tanto più che il numero dei presenti è molto elevato.

4 Il Comintern (ufficio di informazioni), composto dal Pcus, dai partiti comunisti degli altri paesi dell' Europa orientale, dal Pci e dal Pcf, è stato costituito nel 1947 ed è stato sciolto nel 1956.

5 Ricordiamo, tra l'altro, l'analisi di Lenin sul fallimento della II Internazionale (volume 21 delle Opere complete) e l'articolo di Trotskij, “La guerra e la II Internazionale” (v. La guerre et la révolution, in Archives et documents,1974).

6 Una posizione del genere è stata assunta in Italia da correnti socialiste e in particolare dalla corrente liberalsocialista. Questa corrente, negli anni ’30, è stata rappresentata in primo luogo da Carlo Rosselli ed è stata rilanciata durante la guerra dal Partito d'azione. In particolare nella prima fase della seconda Guerra mondiale, una tale interpretazione sembrava rafforzata dalla debolezza estrema dei partiti socialisti e dalla loro partecipazione poco significativa alla resistenza antifascista militante.

7La social-démocratie quand meme, Robert Laffont, 1980, p.43.

8 V. a questo proposito l’articolo di Raimund Löw sul n. 14, nuova serie, di Quatrième Internationale.

9 La portata delle devastazioni ideologiche subite dalla socialdemocrazia è rivelata. tra l’altro, dal fatto che alle prime conferenze internazionali dopo la fine della seconda Guerra mondiale non sono stati ammessi i socialdemocratici tedeschi (all'inizio, neppure i socialisti austriaci). La tesi della responsabilità collettiva del popolo tedesco aveva trovato nelle file socialdemocratiche ferventi sostenitori.

10A parte i noti articoli di Trotskij, ricordiamo i capitoli sulla Germania dell'opera di Pierre Frank, Histoire de l'Internationale communiste, Editions la Brèche, 1979, quello di Pierre Broué, Révolution en Allemagne (l917-1923), Editions de minuit, 1971, e Arthur Rosenberg, Storia della repubblica tedesca, Edizioni Leonardo.

11 Ricordiamo che tra il 1919 e il 1933 il Spd ha partecipato a più riprese a governi diretti da suoi dirigenti o da rappresentanti di partiti borghesi.

12 Un'analisi della crisi austriaca alla fine della prima Guerra mondiale è stata fatta da Roman Rosdolski nel suo saggio Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, la “terza via” dell'austromarxismo, CELUC, 1979 (Traduzione curata da Antonio Moscato). [Oggi ripubblicata in versione ampliata: Antonio Moscato, Trockij e la pace necessaria. 1918, La socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo, Lecce, 2007.]

13 Non va dimenticato che nel gennaio 1937 il governo di fronte popolare ha sciolto la Stella nord-africana, organizzazione nazionalista che si batteva per l'indipendenza dell'Algeria.

14Sull' evoluzione della socialdemocrazia, v., tra l'altro, gli articoli di Livio Maitan e Luigi Vitale sul n. 8, nuova serie, di Quatrième Internationale, e soprattutto il libro Profils de la socialdémocratie européenne, Editions la Brèche, 1982.

15 Dato il carattere irresponsabile di questa avventura, criticata anche dagli Stati Uniti, il Consiglio dell'Is doveva condannarla, esigendo il ritiro delle truppe franco-britanniche (novembre 1956).

16 Il Psi, con il suo regime plebiscitario, costituisce un cattivo esempio anche a questo proposito. Per svolgere sino in fondo il suo ruolo di leader incontestato, Craxi si è fatto eleggere direttamente dai congressi, una volta persino per acclamazione.

17 Alla prima di queste conferenze, taluni avevano grandi illusioni sulle prospettive generali. Il britannico Harold Laski scriveva in un memorandum: «Se la Russia può collaborare con l’Internazionale socialista, in vent'anni l'Europa sarà un continente socialista».

18Nel preambolo si legge una frase in sé banale: «L'avvento del socialismo non può essere automatico. La sua realizzazione esige lo sforzo di tutti i suoi sostenitori». In realtà si tratta di una polemica contro l’idea dell'inevitabilità storica della caduta della borghesia e della vittoria del proletariato (attribuita abusivamente ai bolscevichi).

19 Il concetto di governo mondiale è stato ripreso più tardi da Enrico Berlinguer. Il Pci pretende, come al solito, che si tratta di un'idea originale.

20 A partire dal congresso di Essen, nel 1984, il Spd ha cominciato a elaborare un nuovo testo programmatico.

21 La legge sulla Mitbestimmung (co-decisione) è stata adottata nel 1976. È lungi dal comportare una vera parità tra rappresentanti operai e rappresentanti del capitale.

22 Bruno Kreisky, dirigente “storico” del Partito socialista austriaco, ha usato un'espressione sofisticata per giustificare la collaborazione di classe: «la concertazione sociale è una sublimazione della lotta di classe».

23 Per dare un'idea del testo, basti dire che il termine, e a maggior ragione il concetto, di capitalismo e persino quelli di imperialismo non sono mai usati. Lo stesso vale per l'idea e l’espressione di classe operaia. che sono del tutto assenti, tranne che in un riferimento molto vago. La dichiarazione usa una volta l’espressione «lavoratori» e un'altra «operai», senza attribuirvi un particolare significato di classe.

24È vero che l'idea di una trasformazione dei partiti socialisti in partiti democratici progressisti (a parte l’analogia poco pertinente con il Partito democratico) circola oggi anche nel movimento operaio.

25 [Ricordo al lettore che lo scritto di Livio Maitan è del 1989. (a. m.) ]

26 Le recenti vicende della socialdemocrazia svedese sono eloquenti. Il 15 febbraio il premier socialdemocratico Carlsson annunciava un drastico piano di austerità che prevedeva, tra l'altro, un blocco di prezzi e salari sino alla fine del 1991 e la sospensione del diritto di sciopero per la stessa durata. La sospensione del diritto di sciopero veniva poi ritirata in seguito alle mobilitazioni di massa di protesta. Ma comunque il governo veniva messo in minoranza al parlamento, per il ritiro dell'appoggio del PC e dei Verdi.

27 Per la precisione, la prima unificazione ha avuto luogo nel 1946 in Germania orientale, con la formazione del Sed.

28 Esiste in Polonia anche il Partito socialista polacco - rivoluzione democratica, che respinge le concezioni socialdemocratiche. Dopo che questo articolo era stato scritto, si sono delineate altre “candidature”. Lo stesso malcapitato Poup polacco, ribattezzato all'ultimo congresso “Partito socialdemocratico polacco”, ha esposto l'intenzione di chiedere l’ammissione all'Internazionale socialista.