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Il tramonto socialista
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Le premesse del tramonto socialista in Europa
Il tracollo socialista nelle elezioni tedesche del 27 settembre 2009 ha provocato in Italia commenti in genere penosi: la maggior parte degli “esperti” consultati dai media ha semplicemente dimenticato la spiegazione più semplice: se si governa insieme al centrodestra e si accetta la sua diagnosi della crisi e quindi la sua terapia, non si capisce perché gli elettori dovrebbero votare la copia e non l’originale… Il dato certo è che la SPD, che durante la Grosse Coalition ha votato a favore dei tagli all’indennità di disoccupazione, e del prolungamento dell’età pensionabile a 67 anni, ha perso oltre sei milioni di voti, di cui solo uno è andato alla Linke, un altro alla Merkel o ai verdi e perfino ai liberali, mentre gli altri non hanno votato…
Qualcosa che dovrebbe spiegare anche il declino dei DS-PD e la frana della sinistra cosiddetta “radicale” in Italia.
Ritorneremo con analisi più precise, una volta verificati i concreti comportamenti delle varie componenti della sinistra tedesca dopo il terremoto elettorale.
Ma, di fronte alle tante rievocazioni nostalgiche del passato più o meno recente della socialdemocrazia tedesca, e alla proposta di una “nuova Bad Godesberg” come terapia, abbiamo pensato di riproporre un saggio di Livio Maitan che nel 1989 contrapponeva alle esaltazioni apologetiche diffuse tra gli ex comunisti al momento della Bolognina un severo bilancio critico dell’operato della seconda internazionale.
(a.m. 29/9/2009)
PER UN BILANCIO
DELL‘INTERNAZIONALE SOCIALISTA
Nel suo congresso del giugno scorso, l’Internazionale socialista ha celebrato contemporaneamente due anniversari: il bicentenario della Rivoluzione Francese e il centenario della fondazione della Seconda Internazionale. «Il nostro movimento – si legge nella risoluzione votata – è rafforzato ancor oggi da queste due aspirazioni». In realtà, mentre il bicentenario ha provocato un’ondata inesauribile di celebrazioni e di pubblicazioni, il centenario è passato quasi inosservato. In un certo senso, è un segno dei tempi: l’internazionalismo non è più di moda e gli stessi partiti socialdemocratici non sembrano dare troppa importanza a una internazionale le cui riunioni appaiono assai più come incontri diplomatici che come assise di un’organizzazione operaia.
Ma, al di là del congresso e dell’anniversario, la socialdemocrazia internazionale non si è stancata, negli ultimi tempi, di celebrare la vittoria che avrebbe riportato su tutte le altre correnti del movimento operaio, in primo luogo sulla corrente staliniana. In altri termini, festeggia una specie di rivincita storica.
Tutti sanno che, chiusa la fase dell’immediato dopoguerra, in cui i partiti comunisti avevano realizzato progressi più o meno considerevoli nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, i partiti socialdemocratici erano riusciti ad affermare, o riaffermare, un’indiscussa egemonia nel movimento operaio, sia sul terreno politico sia su quello sindacale. Cosa ancora più importante, una svolta di grande portata ha avuto luogo a partire dalla fine degli anni ’70 e dagli inizi degli anni ’80 in paesi come la Francia, lo Stato spagnolo e la Grecia, in cui i partiti socialisti capovolgevano a loro favore i rapporti di forza e riportavano successi elettorali che consentivano il loro inserimento al governo, il più delle volte senza il ricorso a coalizioni. Ricordiamo, d’altra parte, che la socialdemocrazia conservava la sua egemonia incontestata nei paesi capitalisti industrializzati di altri continenti (Canada, Australia, Nuova Zelanda e anche Giappone).
L’Italia sembrava un’eccezione. Nonostante i successi parziali del Partito socialista e l’attivismo di Bettino Craxi, i rapporti di forza restavano largamente favorevoli al Partito comunista.
Una rivincita storica?
L’evoluzione del Pci nel corso degli ultimi decenni, che ha portato alle decisioni degli ultimi congressi e alla proposta di Occhetto di rinunciare persino al nome del partito e di aderire all’Internazionale socialista, può essere considerata a giusto titolo dalla socialdemocrazia come una sua incontestabile vittoria. Sembra infatti che si realizzi la profezia che il vecchio riformista Filippo Turati aveva formulato rivolgendosi a coloro che si accingevano a fondare un nuovo partito: «Quand’anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzati i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocato e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualche cosa che rimanga come elemento di società nuove, voi sareste forzati, a vostro dispetto – con convinzione ma lo farete perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta; e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe».
II brav’uomo non poteva ovviamente prevedere che la sua profezia si sarebbe dimostrata fondata anche per paesi in cui il capitalismo è stato rovesciato (sia pure, senza Soviet) e i cui dirigenti si sforzano disperatamente di far dimenticare il loro passato, cambiano il nome dei loro partiti, rendono omaggio ai socialdemocratici, bussano alla porta della loro Internazionale. Anche nell’Urss esistono ormai gruppi e correnti che si richiamano esplicitamente a concezioni socialdemocratiche mentre si levano voci che contestano il valore storico della rivoluzione d’Ottobre, condannano Lenin e rivalutano le concezioni strategiche dei menscevichi. Anche Gorbaciov fa del suo meglio per far scomparire le differenze tra socialdemocratici e comunisti.
È davvero straordinaria ironia della storia – un’ironia molto amara per i rivoluzionari – che proprio coloro che nulla hanno fatto per farla avanzare e vincere, che sono stati spettatori passivi o addirittura si sono schierati dall’altra parte della barricata, possano apparire agli occhi non solo di burocrati opportunisti che hanno perduto ogni fiducia in se stessi, ma anche di larghi settori delle masse, come i salvatori provvidenziali che indicherebbero la via e assicurerebbero l’aiuto necessario per superare la crisi attuale. Ecco un altro crimine dello stalinismo, e non certo il meno grave!
Così l’Internazionale socialista e i suoi partiti più rappresentativi, per esempio la socialdemocrazia tedesca e la socialdemocrazia svedese, possono sviluppare un’azione abbastanza sistematica ed efficace per influenzare movimenti popolari, partiti e organizzazioni sindacali. II loro scopo è di neutralizzare o controbilanciare l’influenza della burocrazia sovietica, come pure quella della direzione cubana, e di cercare mediazioni tra le forze della regione e gli Stati Uniti. Soprattutto quando sono al governo, si preoccupano contemporaneamente di tutelare gli interessi specifici delle loro borghesie. Cercano poi di esercitare un’influenza su organizzazioni rivoluzionarie che, data la difficoltà di reperire le risorse necessarie per il loro funzionamento, chiedono a volte l’aiuto di organismi europei di varia natura, tra cui istituzioni e centrali sindacali controllate, appunto, da partiti socialdemocratici. Indipendentemente dalle intenzioni, rapporti del genere non possono, alla lunga, restare senza conseguenze e sono in ogni caso una leva nelle mani della socialdemocrazia internazionale.
Infine, le concezioni dell’Internazionale socialista, le sue norme di funzionamento e la sua pratica non hanno conosciuto nessuna evoluzione nel senso di un rafforzamento dell’unità politica e organizzativa rispetto al momento della ricostituzione e al periodo tra le due guerre. Per riprendere un’espressione famosa, è un’internazionale casella postale, ancor più della sua antenata di prima del 1914.
L’Internazionale socialista ha mantenuto, invece, un funzionamento più o meno regolare, pur non superando i suoi limiti intrinseci. Dal 1951 ha tenuto diciotto congressi e una serie di conferenze o incontri regionali in Europa, nell’ America Latina, in Asia e in Africa. I suoi organismi direttivi si sono riuniti di frequente votando innumerevoli risoluzioni su problemi sia generali sia settoriali. Alla base di questa relativa consistenza e stabilità è la larga convergenza tra le sue principali componenti assai più che l’adesione a una ideologia e a orientamenti comuni. Nonostante il suo allargamento su scala mondiale, continua infatti ad avere le sue cittadelle in Europa occidentale, cioè in paesi abbastanza omogenei sia dal punto di vista socio-economico, sia da quello della struttura e della situazione del movimento operaio. Di qui la sostanziale affinità di interessi tra le diverse burocrazie politiche e sindacali, le une e le altre profondamente integrate nelle istituzioni della società capitalista, si trovino congiunturalmente al governo o all’opposizione.
Questa affinità è, in ultima analisi, più forte dei contrasti che scoppiano periodicamente e riflettono, più o meno direttamente, i conflitti di interesse e di orientamento tra le diverse borghesie. Non fosse che per valorizzare di più il loro ruolo nazionale e internazionale, i partiti socialdemocratici hanno interesse a stabilire e mantenere rapporti organici con partiti o movimenti latino-americani, africani o asiatici che, pur avendo una origine e, il più delle volte, una natura sociale qualitativamente diversa, delineano progetti riformisti di democratizzazione e razionalizzazione con una prospettiva niente affatto anticapitalista e solo parzialmente e congiunturalmente in conflitto con progetti imperialisti. In terzo luogo, nella crisi che sconvolge le società di transizione burocratizzate dell’Europa orientale, i partiti socialdemocratici appaiono come poli d’attrazione agli occhi di gruppi, movimenti e strati sociali che cercano interlocutori diversi dai partiti borghesi e dalle grandi istituzioni internazionali ufficiali.
Assistiamo a una rivincita storica della socialdemocrazia, a un rilancio su scala mondiale dei suoi valori, delle sue concezioni e dei suoi strumenti organizzativi? Sono in molti a esserne convinti e ad agire perché una simile prospettiva si concretizzi. A noi spetta di contrastare l’offensiva politica e ideologica in pieno svolgimento con una triplice demistificazione: a livello teorico, a livello di bilancio storico e a livello di analisi della situazione attuale e della sua dinamica.
Un bilancio da non dimenticare
È assolutamente straordinario a qual punto non solo i dirigenti socialdemocratici, ma anche quelli di molti partiti comunisti affrontino i problemi attuali e prospettino soluzioni “nuove” partendo dal presupposto, più o meno esplicito, che tutto il passivo storico del movimento operaio va attribuito allo stalinismo e che la socialdemocrazia ha ben poco da rimproverarsi. Alcuni richiami sintetici non sono, dunque, inutili.
Va da sé che un bilancio che descrivesse il percorso storico della socialdemocrazia come una serie ininterrotta di insuccessi e di tradimenti sarebbe altrettanto erroneo che i bilanci apologetici che ci si vuole far digerire ora. Ripetiamolo per evitare ogni malinteso e ogni falsa polemica: per tutto un periodo i partiti socialdemocratici, come i sindacati, le cooperative e le associazioni culturali sotto la loro influenza, hanno rappresentato la forma di gran lunga prevalente, se non esclusiva, di organizzazione della classe operaia. Sono stati gli strumenti che hanno consentito alla classe operaia di strappare, soprattutto in Europa occidentale, conquiste economiche, sociali e politiche importanti, migliorando così a proprio favore i rapporti di forza tra le classi, né nessuno può contestare il ruolo che hanno continuato a svolgere in questo senso negli anni ’20 e ’30.
Dopo la seconda Guerra mondiale, è ancora sotto l’egemonia della socialdemocrazia che la classe operaia di molti paesi ha riconquistato quello che aveva perduto e poi esteso le sue conquiste parziali sul terreno economico e sociale e su quello politico. Durante tutto questo itinerario, però, il movimento operaio socialdemocratico non si è sottratto a una fondamentale contraddizione: proprio nella misura in cui conquistavano posizioni, le organizzazioni socialdemocratiche si integravano ancor più nei meccanismi e nelle istituzioni della società borghese subendone i condizionamenti. Una burocrazia formatasi nelle loro file che, nel contesto dato, trovava le condizioni favorevoli per svilupparsi, diventava la forza motrice di questo processo. È quella che abbiamo definito la dialettica delle conquiste parziali, una dialettica che, in condizioni di relativo equilibrio politico e sociale, opera inevitabilmente. La responsabilità dei dirigenti riformisti – e neoriformisti – consiste nel fatto che, lungi dal prendere coscienza del pericolo e dall’agire per contrastare la tendenza in atto, ne sono divenuti prigionieri e l’hanno stimolata al massimo, dimenticando che tutte le conquiste parziali sono necessariamente precarie e rinunciando, in ultima analisi, al fine storico del loro stesso movimento: il rovesciamento del sistema capitalistico. Questa involuzione si è sviluppata sino in fondo negli ultimi decenni, ma la contraddizione che abbiamo descritto ha operato sin dall’inizio. Tanto è vero che Bernstein, il revisionista per antonomasia, di cui va tuttavia riconosciuta l’onestà intellettuale, scriveva, già nel 1896, in una lettera a Kautsky: «Noi facciamo quello che fanno tutti i partiti radicali, con la differenza che lo nascondiamo dietro un linguaggio del tutto sproporzionato alle nostre azioni e ai nostri mezzi». Ma è soprattutto alle svolte cruciali che questa contraddizione ha pesato in modo disastroso, paralizzando le organizzazioni, impedendo loro di reagire e spingendole a rinunciare alla loro identità e ad abdicare di fronte alle classi dominanti.
A parte qualche espressione e qualche valutazione discutibile, l’essenziale è detto: come bilancio storico, non è molto brillante!
Effettivamente, nel 1914, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto svolgere il suo ruolo, la II Internazionale non solo non ha saputo evitare la catastrofe mondiale, ma si è letteralmente disintegrata e i suoi partiti, salvo rare eccezioni, si sono assunti direttamente la responsabilità della guerra associandosi alle classi dominanti e partecipando al delirio sciovinista.
Fascismo, nazismo e fronti popolari
Poiché la socialdemocrazia internazionale vuole ora apparire come l’avversaria più intransigente dello stalinismo, si impone un’altra messa a punto. Nel 1936, al momento del primo processo di Mosca, Leone Trotskij subiva le peggiori vessazioni da parte del governo “socialista” norvegese, che arrivava ad impedirgli di querelare gli staliniani che lo calunniavano in altri paesi e di difendersi dalle accuse che gli venivano lanciate. Più in generale, l’Ios e l’Internazionale sindacale di Amsterdam, diretta da riformisti, respingevano l’invito di Trotskij di associarsi alla commissione che doveva esaminare, sul piano dei fatti, le imputazioni della “giustizia” sovietica contro di lui ai processi di Mosca e, in genere, i partiti socialisti erano molto riservati in materia per non turbare i rapporti con i partiti comunisti nella stagione dei fronti popolari. Otto Bauer, che dopo tutto non era il peggiore dei socialdemocratici, non esitava a scrivere nel marzo 1937: «Per quanto crudeli, rivoltanti e pericolosi, i metodi usati dai dirigenti di Mosca per distruggere il trotskismo sono tuttavia storicamente e politicamente corretti per la difesa da queste tendenze».
Il secondo dopoguerra
Episodi particolarmente drammatici hanno illustrato a più riprese la natura e il ruolo di questi partiti “fratelli”. Per esempio, proprio nel momento in cui si apriva a Lima nel 1986 il congresso dell’Is, il governo dell’Apra, partito legato a questa internazionale, non esitava a far uccidere centinaia di prigionieri in rivolta, provocando reazioni di sgomento tra i delegati. Più di recente, nel febbraio 1989, quando gli invitati al sontuoso banchetto di insediamento del nuovo presidente del Venezuela Carlos Perez, membro dell’Is, non avevano ancora finito di digerire, costui faceva massacrare dall’esercito centinaia, se non migliaia, di persone nei quartieri poveri di Caracas (per fare un parallelo un po’ macabro, molte di più in termini relativi e di più forse anche in termini assoluti che a Pechino nel mese di giugno scorso!).
Nei paesi capitalisti industrializzati, il ruolo della socialdemocrazia è apparso ancor più chiaramente dopo la fine del boom prolungato dell’economia capitalista e soprattutto negli anni ’80. Anche nel suo ultimo congresso l’Is ha rivolto delle critiche alle scelte politiche ed economiche dei partiti conservatori, le cui conseguenze sono note.
Non contestiamo affatto che esistano differenze tra partiti conservatori e partiti socialdemocratici. Ma le critiche dell’Is sono in larga misura ipocrite: i suoi partiti non hanno contrapposto, né contrappongono, orientamenti realmente alternativi a quelli dei partiti borghesi. Accettano più che mai di agire nel quadro del sistema capitalista, rispettando le esigenze dell’accumulazione del capitale o, per usare la loro terminologia, le compatibilità dell’economia di mercato.
Ciò comporta, più concretamente, l’accettazione delle ristrutturazioni industriali, delle concentrazioni crescenti, della politica di austerità, dello smantellamento progressivo dello Stato sociale, ecc. Il bilancio dei governi socialisti in Francia, in Spagna e in Grecia è assolutamente eloquente in merito.
Per applicare una politica che contrasta con gli interessi e le aspirazioni della classe operaia e di altri strati popolari, i governi socialisti ricorrono a metodi e pratiche molto poco democratici. Si servono degli apparati statali, anche i più reazionari, che rinunciano in partenza a rinnovare anche parzialmente, e fanno concessioni di ogni sorta agli alti burocrati, ai generali, ai capi della polizia, ecc. Ciò è particolarmente grave nel caso dello Stato spagnolo, il cui apparato resta fondamentalmente quello ereditato dal franchismo.
In Francia, Mitterrand sfrutta senza scrupoli i meccanismi della costituzione gollista, che aveva denunciato come autoritaria per oltre vent’anni, e i suoi governi non si peritano di ricorrere, quando lo ritengono utile, al famigerato articolo 49.3, che permette di imporre decisioni facendo astrazione dal voto del parlamento.
Neppure il governo greco del Pasok, dominato da un capo carismatico dalle forti inclinazioni autoritarie, è stato un esempio luminoso di democrazia.
C’è forse bisogno di ricordare, d’altra parte, che è stato un governo diretto dal Spd a far adottare in Germania il Berufsverbote, la legge delle discriminazioni professionali nel pubblico impiego, cioè una legge che prende di mira qualsiasi persona che appartenga o sia sospettata di appartenere a organizzazioni comuniste?
Qualche parola, infine, su una delle mistificazioni più diffuse e troppo di rado contestate. I socialdemocratici hanno sempre contrapposto il loro funzionamento interno, presentato come democratico, al funzionamento dei partiti comunisti, confondendo peraltro a bella posta il centralismo democratico come lo concepiva Lenin e il centralismo burocratico di marca staliniana. La realtà è ben diversa. Nella misura in cui sono caduti abbastanza rapidamente sotto il controllo e la direzione di pesanti apparati che facevano valere, in ultima analisi, i loro interessi e i loro orientamenti indipendentemente dagli interessi e dalle aspirazioni dei militanti, i partiti socialisti hanno avuto molto raramente un funzionamento veramente democratico.
Oggi, dopo le trasformazioni che hanno subito nella loro composizione negli ultimi decenni e in seguito alla loro integrazione sempre più profonda, anche a livello economico, nelle istituzioni e nei meccanismi della società borghese, sono soprattutto delle macchine elettorali e in ogni caso non sono i militanti che prendono sovranamente le decisioni che contano. Le tendenze di opposizione sono scomparse, o hanno margini di azione sempre più ristretti: la loro rappresentanza è limitata seriamente da norme statutarie o da regolamenti, sia nei congressi sia negli organismi di direzione.
Ciò non ha niente a che vedere con una reale democrazia interna e costituisce una rottura con le migliori tradizioni degli stessi partiti socialdemocratici, all’interno dei quali si sono confrontate in passate tendenze e frazioni e i cui dirigenti, pur essendo dei riformisti con inclinazioni paternalistiche, apparivano alle masse come tribuni del popolo e non come personaggi che fanno sfoggio delle loro funzioni istituzionali.
Uno iato tra teoria e pratica
Lo iato tra dichiarazioni programmatiche e pratica reale costituisce una caratteristica permanente della socialdemocrazia internazionale. Abbiamo menzionato ciò che scriveva Bernstein già nel 1896. Ottant’anni dopo, Willy Brandt rimproverava all’organizzazione internazionale di cui stava per diventare presidente, di votare troppe risoluzioni senza preoccuparsi se sarebbero state effettivamente applicate. Ci sembra utile ripercorrere, sia pure sinteticamente, alcune tra le tappe più significative dell’itinerario programmatico della socialdemocrazia internazionale.
La II Internazionale, che una decina d’anni dopo la sua fondazione doveva riunire la grande maggioranza del movimento operaio organizzato, aveva adottato un’impostazione programmatica fondamentalmente anticapitalistica, proclamando che fine dei partiti membri era la presa del potere politico. Questo era affermato del tutto esplicitamente, per esempio, al secondo congresso (Bruxelles, 1891) – che, tra l’altro, precisava il quadro programmatico e organizzativo con l’espulsione degli anarchici – e confermato dal congresso di Londra, nel 1896. A partire dal 1900, i congressi erano spesso teatro di dibattiti di grande portata teorica e politica. Era il caso del congresso di Parigi (1900) e di quello di Amsterdam (1904), in cui si sviluppava la famosa polemica sul revisionismo partendo, da un lato, dall’offensiva lanciata sul piano teorico da Bernstein, dall’altro, dalla partecipazione del socialista francese Millerand al governo borghese Waldeck-Rousseau. A Parigi si dichiarava che «la lotta di classe proibisce ogni alleanza con una qualsiasi frazione della classe capitalista», ma si aggiungeva subito dopo «salvo circostanze eccezionali». Ecco un primo esempio di apparente rigore programmatico, di fatto diluito con una messa a punto che permetteva a ogni partito di fare quello che voleva. Ad Amsterdam la posizione adottata era ancora più netta e sistematica, ma il contesto era tale che Bernstein poteva dichiarare che «il revisionismo, sconfitto al congresso, ha la meglio nella pratica».
Il congresso di Stoccarda (1907) è stato probabilmente il più importante che abbia mai avuto luogo: doveva stabilire l’atteggiamento dell’Internazionale sul problema dei sindacati, sulla questione coloniale e su quella della pace e della guerra. A proposito di sindacati, il congresso sottolineava la complementarità tra organizzazione politica e organizzazione sindacale, affermando che anche quest’ultima doveva essere animata da «uno spirito completamente socialista». Quanto alle colonie, respingeva una mozione di destra che parlava di «colonizzazione riformata» come mezzo per facilitare l’evoluzione dei popoli coloniali, e adottava un testo la cui conclusione era che «i parlamentari devono opporsi al regime di sfruttamento estremo e di schiavitù che infierisce nelle colonie esistenti, esigere delle riforme e cooperare con tutti i mezzi all’educazione dei popoli all’indipendenza». Nonostante un certo radicalismo verbale, di ispirazione più morale che strettamente politica, la porta era aperta per le deviazioni successive. La risoluzione sulla guerra è stata considerata tradizionalmente come la più importante mai adottata in proposito dalla II Internazionale e si è sottolineata in particolare l’importanza di un emendamento presentato da Rosa Luxemburg, Lenin e Martov e accettato dal congresso. Ma proprio quanto è detto in questa risoluzione – e in quella di Basilea nel 1912 – mette in risalto l’abisso tra le dichiarazioni più o meno solenni e l’atteggiamento assunto dai partiti membri proprio quando avrebbero dovuto agire nel senso che essi stessi avevano indicato.
Al congresso di rilancio della loro internazionale, nel 1923, i partiti socialdemocratici mettono l’accento sulla propaganda pacifista, che costituirà un tratto essenziale della loro attività nel periodo tra le due guerre. La risoluzione votata afferma, tra l’altro, che la classe operaia deve condurre la lotta per la pace «innanzi tutto contro la borghesia imperialista del proprio paese, con tutti i mezzi parlamentari ed extraparlamentari di lotta di classe di cui dispone, e l’azione internazionale deve essere sempre di più unificata». Nello stesso tempo, nell’intento – non sappiamo se ingenuo e cinico – di dimostrare che si era appresa la lezione del 1914, si precisa che l’Ios «non è solo un strumento per i compiti della pace, ma uno strumento egualmente indispensabile durante tutta una guerra". Disgraziatamente, come abbiamo visto, queste buone intenzioni non eviteranno un’altra esplosione dell’Internazionale all’inizio della seconda Guerra mondiale. L’Ios si sfalderà già dopo Monaco (ottobre 1938) e il suo organismo esecutivo entrerà in crisi sette mesi dopo. Il suo segretario, Friedrich Adler, denuncerà il fatto che da otto anni non c’era stato nessun congresso e da sei anni nessuna conferenza e definirà l’Ios «un apparato senza vita politica».
In realtà, i congressi dell’Ios non sono mai stati un’occasione di dibattiti come quelli che avevano avuto luogo nei congressi dell’anteguerra. Un certo numero di partiti partecipano a governi, assumendosi la parte, per ripetere l’espressione immortale di Léon Blum, di «gestori leali del capitalismo», hanno preoccupazioni diplomatiche e le questioni teoriche e le dichiarazioni programmatiche li interessano sempre meno (la teoria è lasciata a “specialisti”, un po’ franchi tiratori, come Otto Bauer). Tuttavia, contrariamente a quanto sarebbe accaduto dopo la seconda Guerra mondiale, l’Ios diffonde ancora qualche testo che fa appello all’unità dei lavoratori per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo; per esempio, una risoluzione del congresso di Bruxelles (agosto 1928). Ma questa stessa risoluzione non dà prova di grande perspicacia analitica quando, pur denunciando la minaccia di una disoccupazione tecnologica, prevede che la ristabilizzazione economica continuerà e in condizioni di crescente prosperità. Dopo lo scoppio della grande recessione, al congresso di Vienna del 1931, i socialdemocratici si preoccupano soprattutto di respingere, per bocca di Otto Bauer, ogni idea di sfruttare la crisi a fini rivoluzionari.
Rettificano solo parzialmente il tiro dopo la sconfitta del 1933 in Germania. Alla conferenza di Parigi, che ha luogo nello stesso anno, dirigenti tra i più rappresentativi come Friedrich Adler, Otto Bauer e Léon Blum, pur prendendo ancora una volta le distanze dal “bolscevismo”, dichiarano che il socialismo deve mantenere il suo carattere proletario e rivoluzionario, e la risoluzione più importante dice che la distruzione del capitalismo e la costruzione di un ordine socialista sono storicamente possibili. Purtroppo, qualche mese dopo, l’atteggiamento dei socialisti austriaci al momento dell’insurrezione del 12 febbraio e poi il comportamento dei socialisti francesi e spagnoli all’epoca dei fronti popolari dimostrano che queste affermazioni avevano un valore puramente letterario.
A partire dalla metà degli anni ’70, congressi, conferenze e consigli generali votano una serie di testi che tendono a definire una posizione sui problemi dei paesi sottosviluppati e sul nuovo ordine economico internazionale. In particolare, il congresso di Vancouver del 1978 precisa come segue gli obiettivi da raggiungere: sviluppo equilibrato tra le diverse regioni del mondo, soluzione del problema del debito, stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, accesso dei paesi sottosviluppati ai mercati internazionali dei prodotti industriali, libera scelta delle tecnologie da adottare, protezione delle risorse energetiche, codice internazionale per controllare le multinazionali. Questa problematica è ripresa al congresso di Madrid nel 1980. Lo stesso anno testi presentati come ancora più importanti sono votati dalla conferenza regionale dell’Internazionale socialista per l’America Latina e la zona dei Caraibi. La dichiarazione detta “di Santo Domingo” tiene conto delle esigenze di propaganda dei partiti membri della regione. Comincia affermando che «la politica imperialista nella regione ha lasciato tracce indelebili» e continua dicendo che «oggi il potere egemonico assume forme più sofisticate di controllo con il dominio delle società multinazionali, alleate alle borghesie nazionali monopolistiche e sotto l’influenza straniera, che producono nella regione regimi autoritari e repressivi». Dopo una denuncia dei regimi esistenti in quel periodo nel Cile, in Argentina, in Uruguay, nel Salvador e nel Guatemala, dice che «la democrazia formale ha dimostrato il suo carattere inoperante, nel senso che non garantisce la libertà e la partecipazione effettiva del popolo. Rivendichiamo una democrazia con partecipazione popolare, che permetta alla classe lavoratrice di godere i frutti del progresso in un sistema pluralista che assicuri la piena occupazione e una giusta distribuzione dei redditi». Ritorna infine sulla necessità di lottare per un nuovo ordine economico internazionale.
Un punto di arrivo: la dichiarazione di Stoccolma
In realtà, nonostante le pretese di novità, la dichiarazione si limita a ribadire principi enunciati infinite volte, per esempio, sul legame tra democrazia e socialismo (a questo proposito usa quasi le stesse parole del programma di Bad Godesberg), sull’ economia mista e sui problemi della pace e della guerra. Gli obiettivi presentati con le formule più pretenziose restano fumosi (per esempio, quello di «una nuova società democratica mondiale»). Nella misura in cui rappresentano, del tutto parzialmente, delle innovazioni, sono ancora meno socialisti e più vagamente democratici di quelli fissati nel passato. Ciò vale in particolare per l’impostazione di problemi come quello dell’ambiente, quello delle nuove tecnologie, quello della situazione internazionale e quello della lotta delle donne. Le soluzioni abbozzate restano nel quadro di una razionalizzazione e democratizzazione del sistema, escludendo ogni salto qualitativo rivoluzionario.
A proposito dell’ambiente, non c’è la benché minima allusione alla logica del profitto, né a quella dei meccanismi che operano nelle società di transizione burocratizzate, e ci si limita a proporre misure del tutto vaghe, in una prospettiva riformista moderata. Con la stessa impostazione si affrontano i problemi delle nuove tecnologie. Per quanto riguarda la situazione mondiale, partendo dalla constatazione, di per sé corretta, dell’internazionalizzazione crescente dell’economia, se ne traggono ancora una volta solo conclusioni molto vaghe, ispirate da un wishfull thinking, sulla necessità di una cooperazione, di un controllo democratico, di una trasformazione dell’economia, in teoria a vantaggio dei paesi sottosviluppati. Si possono condividere una serie di osservazioni incontestabili e ormai quasi banali sui problemi delle donne, ma le misure suggerite sono del tutto limitate. Tra l’altro, si spiega che bisogna superare «gli atteggiamenti patriarcali», ma non si rimette affatto in discussione la famiglia patriarcale. Peggio, in un momento in cui in molti paesi è in pieno sviluppo una controffensiva reazionaria contro le donne, non c’è una sola parola sull’aborto e sulla necessità di difendere il diritto all’aborto dove è minacciato.
Non bisogna dimenticare neppure che, nonostante conflitti a volte molto gravi (come quello, per esempio, tra il Psoe e l’Ugt nello Stato spagnolo), uno dei punti di forza essenziali dei partiti socialdemocratici consiste sempre nei loro legami strutturali con il movimento sindacale, che sono qualitativamente diversi dai rapporti intrattenuti a volte con i sindacati da partiti borghesi (a livello elettorale, di lobbyes parlamentari, ecc ).
Quali prospettive?
Ultimo interrogativo: nel periodo che ci sta di fronte, partiti dell’Is potranno realmente assumere un ruolo determinante in quelli che noi definiamo i tre settori della rivoluzione mondiale? Potranno mantenere indefinitamente la loro egemonia nei paesi in cui la detengono da lunga data, conquistarla in altri e condurre con successo la loro lotta per realizzare gli obiettivi che si sono fissati a Stoccolma e prima di Stoccolma?
Nei paesi sottosviluppati, dove le forze dell’Is restano incomparabilmente più limitate che in Europa occidentale, non si vede come la socialdemocrazia potrebbe progredire sostanzialmente e assumere un ruolo egemone. Anche i partiti “fratelli” più forti – che non sono, ricordiamolo ancora una volta, dei partiti operai – attraversano gravi crisi e, come minimo, stanno perdendo terreno. Ciò vale evidentemente, in America Latina, per l’Apra peruviana, che rischia una disfatta alle prossime elezioni e la cui esperienza governativa ha comunque registrato un insuccesso clamoroso, come per l’Azione democratica venezuelana, il cui governo deve fare i conti con un malcontento popolare che potrebbe provocare nuove esplosioni. Neppure il Partito rivoluzionario domenicano sembra godere di buona salute ed è difficile dire in quale misura il Partito socialista cileno, che resta un partito operaio, potrà superare la dispersione delle forze su cui contava in passato. In Africa, il Partito socialista del Senegal è da tempo squalificato di fronte alle masse e subisce la crisi più seria della sua storia. Nei paesi arabi e, più in generale, nel Medio Oriente, le possibilità dell’Is sono quasi nulle, a causa del ruolo nefasto del Partito laburista di Israele, che non è controbilanciato dal fatto che l’Is include nelle sue file il Partito socialista progressista di Walid Jumblatt.
Non è facile prevedere in quale senso potranno evolvere e quale ruolo potranno effettivamente svolgere questi partiti o queste correnti, vecchie e nuove. Ma è incontestabile che le idee della socialdemocrazia e i suoi partiti più rappresentativi dell’Europa occidentale esercitano attualmente una notevole forza di attrazione, in particolare in ambienti che, dopo aver rotto con la burocrazia al potere, cercano una via diversa dalla restaurazione capitalista e ripongono fiducia nella socialdemocrazia come corrente storica del movimento operaio.
Quello che partiti o correnti di orientamento socialdemocratico potranno fare in pratica in questo o quel paese dell’Europa orientale, se riusciranno ad affermarsi e ad avere un peso anche a livello governativo, è un problema ben diverso. Ancora una volta, ogni previsione sarebbe azzardata. Ma bisogna partire dal fatto che i socialdemocratici hanno un’impostazione riformista gradualista a tutti i livelli, il che li induce a respingere ogni prospettiva rivoluzionaria di rovesciamento del potere burocratico. Puntano essenzialmente su un processo di autori forma dei regimi esistenti, o di trasformazione graduale: di qui il loro appoggio a Gorbaciov come al governo di coalizione polacco.
Convinti fautori dell’economia di mercato, accolgono con favore ogni decisione che faciliti le privatizzazioni e la formazione di joint ventures e sono dunque in alleanza con le correnti burocratiche che agiscono in questo senso. Tale sarebbe la loro politica anche nel caso che accedessero al governo, da soli o con altri. In altri termini, potrebbero diventare «gestori leali» dei regimi burocratici, assumendosi ancora una volta un ruolo conservatore.
Tutto questo non sarebbe assai probabilmente che temporaneo. Se scoppieranno nuove crisi e si svilupperà una vera rivoluzione, non potranno assumervi un ruolo egemonico.
Novembre 1989
1 PaoloFerrero non ha dubbi, e dà per scontato che a partire da questo successo della Linke sia anzi possibile “costruire una sinistra di alternativa su scala nazionale e internazionale”, come secondo lui avrebbero fatto “i nostri compagni latinoamericani”. Chissà se si riferisce a Chávez, a Lula o a chissà chi…
Riaffiora in questo commento (su “Liberazione” del 29/9/09) l’uso prevalentemente propagandistico delle vicende internazionali, che era caro a DP e alla vecchia “nuova sinistra”. Così Ferrero sorvola sulle contraddizioni della Linke, che pur nella sua crescita, se ha recuperato un milione e 300.000 dei voti che hanno abbandonato la SPD, ha perso a sua volta 350.000 voti verso l’astensione e altri in varie direzioni, a conferma della fragilità di questa organizzazione, in cui convivono settori molto eterogenei: all’ovest quadri socialdemocratici – sindacali e politici – delusi dall’ultima fase della SPD, ma non necessariamente in rottura con il suo patrimonio ideologico; all’est dirigenti e militanti variamente nostalgici del “socialismo reale”. Un recente sondaggio dello Spiegel (segnalato da Luciana Castellina) ha constatato che il 57% dei tedeschi della ex RDT la rimpiangono, e questo spiega una parte del successo. Ma non sarà facile l’amalgama tra le diverse anime…
* Da Bandiera Rossa, n. 2, a. 1990, pp. 20-35. Il saggio era apparso inizialmente in francese su Inprecor.
2Nel febbraio del 1989 veniva pubblicata una lista ufficiale di dieci partiti membri e dieci partiti a titolo consultivo in America Latina, tre partiti membri in Africa e cinque partiti membri e due a titolo consultivo in Asia. In certi paesi, esiste più di un partito membro o di un partito consultivo. Come è noto, la socialdemocrazia non dispone di forze significative negli Stati Uniti. Nella lista dei partiti membri dell'IS sono annoverate due organizzazioni, i Democratic Socialists of America (DSA) e i Socialdemocrats Usa (SDUSA), che però non hanno che qualche centinaio di aderenti.
3Il più delle volte i congressi hanno una durata molto breve (per esempio, il congresso di Stoccolma non è durato che quattro giorni), il che rende impossibili reali dibattiti sui problemi affrontati, tanto più che il numero dei presenti è molto elevato.
4 Il Comintern (ufficio di informazioni), composto dal Pcus, dai partiti comunisti degli altri paesi dell' Europa orientale, dal Pci e dal Pcf, è stato costituito nel 1947 ed è stato sciolto nel 1956.
5 Ricordiamo, tra l'altro, l'analisi di Lenin sul fallimento della II Internazionale (volume 21 delle Opere complete) e l'articolo di Trotskij, “La guerra e la II Internazionale” (v. La guerre et la révolution, in Archives et documents,1974).
6 Una posizione del genere è stata assunta in Italia da correnti socialiste e in particolare dalla corrente liberalsocialista. Questa corrente, negli anni ’30, è stata rappresentata in primo luogo da Carlo Rosselli ed è stata rilanciata durante la guerra dal Partito d'azione. In particolare nella prima fase della seconda Guerra mondiale, una tale interpretazione sembrava rafforzata dalla debolezza estrema dei partiti socialisti e dalla loro partecipazione poco significativa alla resistenza antifascista militante.
7La social-démocratie quand meme, Robert Laffont, 1980, p.43.
8 V. a questo proposito l’articolo di Raimund Löw sul n. 14, nuova serie, di Quatrième Internationale.
9 La portata delle devastazioni ideologiche subite dalla socialdemocrazia è rivelata. tra l’altro, dal fatto che alle prime conferenze internazionali dopo la fine della seconda Guerra mondiale non sono stati ammessi i socialdemocratici tedeschi (all'inizio, neppure i socialisti austriaci). La tesi della responsabilità collettiva del popolo tedesco aveva trovato nelle file socialdemocratiche ferventi sostenitori.
10A parte i noti articoli di Trotskij, ricordiamo i capitoli sulla Germania dell'opera di Pierre Frank, Histoire de l'Internationale communiste, Editions la Brèche, 1979, quello di Pierre Broué, Révolution en Allemagne (l917-1923), Editions de minuit, 1971, e Arthur Rosenberg, Storia della repubblica tedesca, Edizioni Leonardo.
11 Ricordiamo che tra il 1919 e il 1933 il Spd ha partecipato a più riprese a governi diretti da suoi dirigenti o da rappresentanti di partiti borghesi.
12 Un'analisi della crisi austriaca alla fine della prima Guerra mondiale è stata fatta da Roman Rosdolski nel suo saggio Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, la “terza via” dell'austromarxismo, CELUC, 1979 (Traduzione curata da Antonio Moscato). [Oggi ripubblicata in versione ampliata: Antonio Moscato, Trockij e la pace necessaria. 1918, La socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo, Lecce, 2007.]
13 Non va dimenticato che nel gennaio 1937 il governo di fronte popolare ha sciolto la Stella nord-africana, organizzazione nazionalista che si batteva per l'indipendenza dell'Algeria.
14Sull' evoluzione della socialdemocrazia, v., tra l'altro, gli articoli di Livio Maitan e Luigi Vitale sul n. 8, nuova serie, di Quatrième Internationale, e soprattutto il libro Profils de la socialdémocratie européenne, Editions la Brèche, 1982.
15 Dato il carattere irresponsabile di questa avventura, criticata anche dagli Stati Uniti, il Consiglio dell'Is doveva condannarla, esigendo il ritiro delle truppe franco-britanniche (novembre 1956).
16 Il Psi, con il suo regime plebiscitario, costituisce un cattivo esempio anche a questo proposito. Per svolgere sino in fondo il suo ruolo di leader incontestato, Craxi si è fatto eleggere direttamente dai congressi, una volta persino per acclamazione.
17 Alla prima di queste conferenze, taluni avevano grandi illusioni sulle prospettive generali. Il britannico Harold Laski scriveva in un memorandum: «Se la Russia può collaborare con l’Internazionale socialista, in vent'anni l'Europa sarà un continente socialista».
18Nel preambolo si legge una frase in sé banale: «L'avvento del socialismo non può essere automatico. La sua realizzazione esige lo sforzo di tutti i suoi sostenitori». In realtà si tratta di una polemica contro l’idea dell'inevitabilità storica della caduta della borghesia e della vittoria del proletariato (attribuita abusivamente ai bolscevichi).
19 Il concetto di governo mondiale è stato ripreso più tardi da Enrico Berlinguer. Il Pci pretende, come al solito, che si tratta di un'idea originale.
20 A partire dal congresso di Essen, nel 1984, il Spd ha cominciato a elaborare un nuovo testo programmatico.
21 La legge sulla Mitbestimmung (co-decisione) è stata adottata nel 1976. È lungi dal comportare una vera parità tra rappresentanti operai e rappresentanti del capitale.
22 Bruno Kreisky, dirigente “storico” del Partito socialista austriaco, ha usato un'espressione sofisticata per giustificare la collaborazione di classe: «la concertazione sociale è una sublimazione della lotta di classe».
23 Per dare un'idea del testo, basti dire che il termine, e a maggior ragione il concetto, di capitalismo e persino quelli di imperialismo non sono mai usati. Lo stesso vale per l'idea e l’espressione di classe operaia. che sono del tutto assenti, tranne che in un riferimento molto vago. La dichiarazione usa una volta l’espressione «lavoratori» e un'altra «operai», senza attribuirvi un particolare significato di classe.
24È vero che l'idea di una trasformazione dei partiti socialisti in partiti democratici progressisti (a parte l’analogia poco pertinente con il Partito democratico) circola oggi anche nel movimento operaio.
25 [Ricordo al lettore che lo scritto di Livio Maitan è del 1989. (a. m.) ]
26 Le recenti vicende della socialdemocrazia svedese sono eloquenti. Il 15 febbraio il premier socialdemocratico Carlsson annunciava un drastico piano di austerità che prevedeva, tra l'altro, un blocco di prezzi e salari sino alla fine del 1991 e la sospensione del diritto di sciopero per la stessa durata. La sospensione del diritto di sciopero veniva poi ritirata in seguito alle mobilitazioni di massa di protesta. Ma comunque il governo veniva messo in minoranza al parlamento, per il ritiro dell'appoggio del PC e dei Verdi.
27 Per la precisione, la prima unificazione ha avuto luogo nel 1946 in Germania orientale, con la formazione del Sed.
28 Esiste in Polonia anche il Partito socialista polacco - rivoluzione democratica, che respinge le concezioni socialdemocratiche. Dopo che questo articolo era stato scritto, si sono delineate altre “candidature”. Lo stesso malcapitato Poup polacco, ribattezzato all'ultimo congresso “Partito socialdemocratico polacco”, ha esposto l'intenzione di chiedere l’ammissione all'Internazionale socialista.