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Stati Uniti - La Israel lobby
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Gli Stati Uniti (3a parte)
Appendice
La Israel lobby e la politica estera americana
Il libro è interessante perché dice molte cose vere e abitualmente taciute. Prima di tutto analizza le ragioni che spingono i diversi candidati alla presidenza a dire esattamente lo stesse cose sullo Stato di Israele, anche quando hanno profonde divergenze su moltissime altre questioni importanti. La ragione è una sola: il potere politico della Israel lobby, che si esplica anche con una specie di diritto di veto nei confronti di candidati non impegnati a favore della causa sionista: "È improbabile che un candidato alla presidenza esprima critiche significative nei confronti di Israele (...) e se lo facesse sarebbe rapidamente costretto a farsi da parte.
La tesi dei due autori è che l'enorme sostegno economico, diplomatico e militare accordato allo Stato sionista non era sempre indispensabile, e soprattutto "non era giustificato né da interessi di ordine strategico, né da imperativi di ordine morale".
Israele, argomentano in un ampio capitolo, non è una "risorsa strategica" per gli Stati Uniti (lo era stata, o appariva tale, durante la guerra fredda e di fronte all'ascesa della rivoluzione araba), ma si era trasformata presto in un peso morto. "Oggi l'intimo abbraccio con cui l'America cinge Israele, e specialmente lo zelo nel sostenere lo Stato ebraico, a prescindere dalle politiche che esso mette in atto, non sta rendendo gli americani né più sicuri, né più prosperi".
Inoltre, consapevoli che spesso i presidenti hanno giustificato il sostegno dato allo Stato sionista con una serie di ragioni di ordine morale, Mearsheimer e Walt smontano ad uno ad uno gli argomenti utilizzati dalla lobby, dimostrando dati alla mano che Israele fin dalla guerra del '48 non era il più debole dei contendenti, non era David contro Golia, e che non ha nessuna superiorità morale sui suoi avversari palestinesi, a cui riserva un trattamento ingiusto e discriminatorio, che essi non esitano a definire razzista.
Dopo aver citato una serie di dichiarazioni di vari ministri e dirigenti israeliani, i due autori dichiarano che questi atteggiamenti nei confronti della minoranza palestinese, "se fossero più noti, negli Stati Uniti di oggi sarebbero oggetto di una generale condanna". Va detto che essi non si fermano alle esternazioni più recenti dei vari Lieberman, ma forniscono una rassegna molto ampia di posizioni analoghe di molti patriarchi del sionismo, da Ben Gurion e Jabotinski a Golda Meir, per arrivare fino al "laburista" Ehud Barak, di cui sottolineano l'ipocrisia, ricordando che fu lui e non Arafat a rompere le trattative nel gennaio 2001. "Non sapremo mai se allora la pace fu davvero vicina", scrivono, " ma la tesi che Arafat e i palestinesi abbiano respinto l'ultima opportunità di arrivarvi, e abbiano preferito la violenza alla riconciliazione, è un falso."
Il libro cerca poi di ricostruire l'origine e la ramificazione della Israel lobby. Mearsheimer e Walt dichiarano di non scandalizzarsi per l'esistenza di una lobby, che è garantita dalle leggi e dalle tradizioni degli Stati Uniti (effettivamente ce ne sono non poche, di tutti i generi, a partire da quella famosissima che si batte contro ogni limitazione alla vendita di armi), e si muove alla luce del sole ("è l'antitesi di un complotto o di una cospirazione"). Il problema non è neppure la sua base etnica, che anzi è meno determinante di quella di altri gruppi meno forti. Tra l'altro varie organizzazioni ebraiche – sia pur minoritarie - sono polemiche con la lobby, mentre ne fanno parte i "sionisti cristiani" e molti altri gruppi neoconservatori e di estrema destra non ebraici. L'elenco delle organizzazioni e degli esponenti politici che la sostengono è lungo e impressionante, e i metodi usati per mettere a tacere chi esprime dubbi, potrebbero essere definiti di "terrorismo psicologico".
Il problema è solo la sua straordinaria influenza, facilitata dall'assenza di una vera opposizione. Certo non è contrastata minimamente dai rappresentanti dei paesi arabi e dalla "lobby del petrolio", che pure era ben radicata alla Casa Bianca, e non estranea alla promozione di alcune delle ultime guerre.
I due autori analizzano con dati inoppugnabili l'influenza della Israel lobby nel pilotare le elezioni, per assicurare una forte rappresentanza ai parlamentari provenienti dalla comunità ebraica, e una maggioranza schiacciante agli amici di Israele in genere. Inoltre riferiscono molti casi in cui è stata sbarrata la strada dell'elezione in commissioni che possono riguardare Israele a parlamentari non completamente schierati a suo favore. E le cifre stanziate per assicurare l'elezione di deputati e senatori che appoggiano la lobby sono enormi, spesso dell'ordine di diversi milioni di dollari...
Impressionanti poi i dati forniti nel capitolo "Prevalere nel dibattito pubblico", che analizza come viene controllata la stampa, impedendo che possa scrivere su Israele chi non condivide le scelte del suo gruppo dirigente; naturalmente alle voci critiche, magari israeliane come Amira Hass, viene negato ogni spazio sui media. Inoltre si punta anche a "presidiare il mondo accademico", tagliando i fondi alle università o ai dipartimenti che hanno accolto docenti collocati nella lista nera di Campus Watch, un sito internet creato da Daniel Pipes; come al solito l'argomento principale è l'accusa di antisemitismo e di collusione con il "terrorismo internazionale" rivolta ad ogni voce discordante, fino a metterla a tacere. Mearsheimer ricorda peraltro come un invito a Stephen Walt per una serie di lezioni all'università del Montana provocò una campagna furibonda e calunniatoria nei confronti di chi l'aveva invitato, ma senza riuscire nello scopo di bloccare il seminario.
La seconda parte del libro descrive la "lobby in azione", ed è articolata in diversi capitoli che esaminano la lobby di fronte ai diversi problemi: il primo è ovviamente sull'atteggiamento verso i palestinesi e ricostruisce dettagliatamente il fallimento di ogni tentativo dell'amministrazione statunitense di esercitare una pressione sui governanti israeliani. Bush e molti suoi collaboratori, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, si erano convinti "che la soluzione del conflitto israelo-palestinese – o quanto meno, un serio tentativo per promuoverla – avrebbe sottratto appoggi a organizzazioni terroristiche".
Da quella convinzione era scaturita la cosiddetta Road Map, del cui progressivo svuotamento il libro ricostruisce tutte le tappe: "Nonostante Sharon si premurasse di omaggiare, di tanto in tanto, il piano del Quartetto, la sua opposizione alla creazione di uno Stato nazionale palestinese era assoluta, quindi non aveva alcun interesse a trattare con i palestinesi, dal momento che l'obiettivo dei negoziati era esattamente quello di creare uno Stato palestinese nei Territori occupati". Mearsheimer e Walt citano tutte le dichiarazioni di Sharon aspramente critiche sulla Road Map negli stessi incontri con i rappresentanti degli Stati Uniti, per non parlare delle riunioni di gabinetto, in cui aveva definito il piano della Casa Bianca "irrilevante". E già qui emerge un limite del libro: gli autori tendono ad attribuire tutte le responsabilità ai governi israeliani, dimenticando che se inganno vi fu, c'era chi voleva essere ingannato.
L'atteggiamento ambiguo (accettazione a parole del piano del Quartetto, sabotaggio di fatto) ricorda quello dei predecessori laburisti di Sharon nei confronti del piano di spartizione dell'ONU nel 1947-1949: l'accettazione formale serviva solo a conciliare il favore dell'opinione pubblica mondiale, mentre durante le tregue si preparavano le nuove espansioni e le nuove espulsioni, fino a raggiungere l'occupazione di quasi l'80% dell'intera Palestina, anche grazie alle complicità comprate di sovrani arabi come Abdallah di Transgiordania. Per decine di pagine il libro ricostruisce la violazione degli impegni presi da parte di Sharon, e il rientro quasi immediato delle pur blande minacce statunitensi di tagliare per ritorsione prestiti e finanziamenti vari.
Ovviamente un altro capitolo segue la questione irachena. Per quale motivo gli Stati Uniti hanno invaso l'Iraq? si domandano Mearsheimer e Walt. Citando George Packer dicono che "non lo si può ancora sapere con certezza; e questa rimane la cosa più notevole della guerra in Iraq". I due autori non hanno dubbi sul fatto che la pericolosità di Saddam e delle sue ipotetiche armi di distruzione di massa era minima. "La potenza militare dell'Iraq – che non è mai stata impressionante, se non sulla carta – nel 2003 era ridotta a nulla o poco più."
E allora? Secondari gli interessi dei petrolieri, della Halliburton, e non convincente, per loro, la tesi che si volesse tenere il paese sul piede di guerra artificialmente... La guerra sarebbe stata concepita per compiacere Israele. Francamente, è una tesi che non convince. È vero che i servizi segreti israeliani ripetevano ogni giorno che avevano "raccolto le prove dell'accelerata produzione di armi batteriologiche e chimiche in corso in Iraq, mentre Peres dichiarava alla CNN "Siamo convinti e sicuri che [Saddam Hussein] sta per dotarsi di un'opzione nucleare", ma forse Colin Powell era andato all'ONU con i flaconcini da detersivo per ordine di Tel Aviv? D'altra parte dopo la guerra l'Intelligence Committee del Senato degli Stati Uniti e la Knesset israeliana "hanno rivelato in rapporti separati che gran parte dei documenti di intelligence che Israele aveva passato all'amministrazione Bush erano falsi". Ma non erano stati i soli: un ex generale israeliano ha ammesso che "i servizi segereti israeliani sono stati partner a pieno titolo di quelli statunitensi e britannici nella costruzione del quadro [falso] degli armamenti dell'Iraq".
Perché allora non prendere in considerazione l'ipotesi che a Washington il clan di Bush si illudesse di poter concludere la conquista facilmente, avendo già comprato gran parte degli ufficiali di Saddam, e non avesse previsto minimamente che ci potesse essere una risposta e una resistenza indipendentemente dallo sfacelo dell'esercito?
Anche "l'approccio aggressivo di Washington nei confronti di Damasco", sotto la pressione di Tel Aviv, ha avuto conseguenze negative sugli Stati Uniti e nel lungo periodo anche su Israele. La Siria ha cessato di fornire informazioni riservate su al-Qaeda come aveva fatto per tutto un periodo, ha smesso di "aiutare gli Stati Uniti a sedare l'insurrezione in Iraq", e ha continuato a sostenere Hezbollah in Libano, e consolidato un'alleanza con l'Iran... La cosa è più complessa di quanto appaia, ma ci torneremo esaminando la vicenda dell'organizzazione libanese.
Più convincente il capitolo su "L'Iran nel mirino". Per giunta la contraddizione tra la politica israeliana e quella di Washington, già visibile quando il libro era stato scritto, prima dell'elezione di Barack Obama, è diventata ora più evidente. In ogni caso, ricostruendo l'atteggiamento delle due capitali durante la fase riformista di Khatami, Mearsheimer e Walt concludono che la lobby ha spinto Clinton a un irrigidimento che ha finito per rafforzare gli iraniani favorevoli alla linea dura, ha tarpato le ali a Khatami, e ha preparato il successo di Mahmoud Ahmadinejad.
Un'altra parte riguarda il condizionamento della politica degli Stati Uniti durante la catastrofica seconda guerra del Libano dell'estate 2006. Su questo Mearsheimer e Walt sono categorici: "Non si riesce a trovare una ragione definitiva, strategica o morale, che chiarisca perché gli Stati Uniti abbiano offerto a Israele un appoggio incondizionato, mentre il resto del mondo ne criticava aspramente la condotta", a parte il ruolo della lobby.
"La guerra libanese è stata un disastro per il popolo libanese, oltre che una pesante sconfitta per Israele e per gli Stati Uniti". La lobby "ha facilitato la controproducente risposta di Israele" all'iniziativa di Hezbollah" e scoraggiato gli Stati Uniti "dall'esercitare un giudizio e un'influenza indipendenti, sia prima sia durante il conflitto".
Va detto che Hezbollah viene presentata correttamente da Mearsheimer e Walt come "l'organizzazione sciita che controlla la parte meridionale del paese", e non come un "gruppo terrorista". Anche l'episodio preso a pretesto da Israele per l'invasione, è descritto realisticamente come "un'azione militare" che ha ucciso e catturato (non "rapito", come continuano a ripetere tutti in Italia!) diversi soldati israeliani.
Ma non è vero che "non si riesce a trovare una ragione definitiva, strategica o morale" dell'appoggio statunitense a questa guerra assurda. La spiegazione c'è ed è abbastanza semplice: gli USA credevano che Israele potesse sbrigare la faccenda in pochi giorni, e vincere alla grande. Una volta che avessero vinto, le proteste si sarebbero attenuate e poi spente. Lo stesso è accaduto durante il recente attacco a Gaza, che doveva avere successo nei giorni precedenti l'insediamento di Obama, che intanto taceva sperando che tutto fosse concluso prima di doversene occupare...
Mearsheimer e Walt, convinti che i guai del loro paese dipendano solo dai cattivi consigli della lobby israeliana, dimenticano che ad esempio nel Libano gli Stati Uniti erano già andati per conto loro nel 1958 (quando i rapporti con Israele erano gelidi, dopo il fallimento della spedizione di Suez) per puntellare un presidente inviso al popolo, Camille Chamoun. Vi erano tornati poi nel 1982, ma erano dovuti fuggire precipitosamente un anno dopo dopo le prime efficaci autobomba. E gli Stati Uniti si sono messi nei guai tante altre volte, senza che la responsabilità possa essere addebitata alla lobby israeliana: si pensi alla Somalia, e naturalmente alle guerre maggiori, come quella dell'Afghanistan, di cui non a caso i due autori non parlano, dato che contraddirebbe la loro tesi. Mi permetto di ricordare anche le guerre di Corea e Vietnam, finite malissimo, e in cui ovviamente la Israel lobby non c'entrava proprio. Varrebbe la pena di rileggere le autocritiche di Robert Mc Namara...
Dopo aver analizzato dettagliatamente i vari aspetti della politica degli Stati Uniti nel medio oriente, attribuendo tutti i fallimenti all'influenza della Israel lobby, John J. Mearsheimer e Stephen Walt tentano di individuare una soluzione: Indebolire la lobby? Contrastare la lobby? Promuovere un dibattito più aperto? O forse creare "una nuova Israel lobby"? Non è facile dirlo, soprattutto se si pensa che non regge una spiegazione monocausale di quelle scelte sbagliate.
Ma cambiare è comunque assolutamente necessario, e i due autori spiegano perché: "Gli interessi degli Stati Uniti e di Israele non sono mai stati coincidenti; e le attuali politiche del governo israeliano sono in contrasto con l'interesse nazionale americano e con alcuni dei fondamentali valori degli Stati Uniti. Sfortunatamente, negli ultimi anni l'influenza politica e la capacità di intrattenere pubbliche relazioni della lobby hanno scoraggiato i leader statunitensi dal perseguire politiche mediorientali tese a promuovere gli interessi americani e a proteggere Israele dai suoi stessi peggiori errori. L'influenza della lobby, in sintesi, è stata dannosa per entrambi i paesi".
La possibilità di un cambiamento dipende dalla "attuale disastrosa situazione degli Stati Uniti: il costo di queste politiche fallimentari è oggi talmente evidente da creare una vera opportunità di riflessione e rinnovamento. Anche se la lobby continua a essere una forza politica determinante, risulta sempre più difficile chiudere gli occhi davanti agli effetti negativi della sua azione: un paese ricco e potente come gli Stati Uniti d'America può sopportare politiche sbagliate per un tempo piuttosto lungo, ma la realtà non può essere ignorata per sempre".
Mearsheimer e Walt auspicano quindi un "dibattito più aperto sugli interessi degli Stati Uniti in questa regione fondamentale del mondo. La sopravvivenza di Israele è solo uno di questi interessi – e ha un fondamento morale – ma la sua presenza nei territori occupati non lo è".[la sottolineatura è mia].
Quindi sono convinti che "un dibattito più libero e una copertura mediatica meno partigiana rivelerebbero i problemi che l'attuale «relazione speciale» crea, e incoraggerebbero gli Stati Uniti a perseguire politiche più in sintonia con il proprio interesse nazionale, con gli interessi degli altri Stati della regione e, ne siamo fermamente convinti, anche con l'interesse di Israele". Non sono convinto da una parte delle loro analisi, ma mi auguro che sia fondata la loro speranza che proprio la "disastrosa situazione" imponga una svolta.
E nonostante la divergenza di opinioni sulle cause degli "errori" degli Stati Uniti, e più in generale sulla metodologia dei due autori, che ricerca una sola spiegazione per avvenimenti molto complessi dovuti a molti diversi fattori, il libro mi sembra utile, non foss'altro che per la franchezza con cui fornisce una grande mole di informazioni sulla politica aggressiva e ipocrita di Israele, e sulle innegabili complicità degli Stati Uniti.
(a. m. 8/7/09)
1 John Mearsheimer, La logica di potenza. L’America, le guerre, il controllo del mondo, prefazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, Milano, 2003. La prefazione sottolinea l'importanza del libro e l'appartenenza di Mearsheimer alla cosiddetta "scuola realista", che vuole "guardare il mondo così com'è e non come ci piecerebbe che fosse".
2 Il libro era stato respinto dall'editore che l'aveva commissionato, che si era detto "neppure interessato a un tentativo di revisione" da parte degli autori, poi era stato rifiutato da altri editori, e alla fine era apparso in forma molto ridotta sulla "London Rewiew of Books". La versione completa era stata però messa sul sito del Faculty Working Papers della John Kennedy School of Goverment di Harvard, dove in meno di tre mesi fu scaricata da 275.000 utenti, nonostante una campagna scandalistica che denigrava il libro e gli autori, presentandoli come antisemiti.
Va detto che anche in Italia è successo qualcosa di strano: nell'edizione a stampa (Oscar Mondadori, Milano, 2009) mancano assolutamente le note, che sono indispensabili per un libro del genere. A pagina 2 si assicura tuttavia che "il lettore potrà consultare le note a cui rinviano gli esponenti nel testo sul sito www.librimondadori.it". In realtà tutti i tentativi di trovarle, o di richiederle o di avere spiegazioni sulla loro scomparsa sono stati frustrati.