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Malabarba parla di Calipari

pubblicato sul sito il · 6 min di lettura

Calipari, il doppio gioco di Gianni Letta

di Gigi Malabarba

Gigi Malabarba è intervenuto molte volte, sulla stampa, nel Senato, e poi con un libro scottante, sulla questione dell’assassinio di Nicola Calipari. Non aveva avuto bisogno di WikiLeaks per comprendere la logica dei servizi degli Stati Uniti, e la complicità assoluta del governo Berlusconi prima, e di quello Prodi poi. Oggi ha fatto il punto sulla vicenda con un nuovo articolo di aggiornamento su Il megafonoquotidianoorig., che riprende il filo della sua lunga e tenace battaglia.

Malabarba, lo ricordo, si dimise dopo una legislatura per cedere il suo scranno alla mamma di Carlo Giuliani nella speranza che almeno lei riuscisse ad ottenere dal governo Prodi una commissione d’inchiesta su quell'altro delitto premeditato. Ai compagni più vicini parlava spesso della sua insofferenza per il mondo delle istituzioni, e per l’ipocrisia che vi dominava; ma ha usato davvero bene quei cinque anni per difendere decine di cause giuste, in Senato, nel Copaco, in migliaia di assemblee. (a.m. 21/12/10)

 Addolora, e come potrebbe essere diversamente, leggere nero su bianco nel cablo dell'ambasciatore Mel Sembler che quello che si è pensato al momento della pubblicazione del rapporto dei commissari italiani Campregher e Ragaglini sull'omicidio dell'agente del Sismi Nicola Calipari in Iraq, era effettivamente stato concordato tra il governo di Roma e quello di Washington. Addolora, e in primo luogo chi è stato colpito direttamente come Rosa Villecco e Giuliana Sgrena. Ma purtroppo non stupisce affatto.
Quelle poche parole relative alla “non intenzionalità” dell'omicidio, inserite nelle pagine conclusive di un rapporto che in molte parti divergeva profondamente da quello redatto dal generale Vangjel, costituivano il tentativo di sterilizzare preventivamente l'operato della magistratura italiana, impossibilitata a celebrare un processo per un delitto commesso fuori dai confini del paese.
Quelle parole appositamente studiate dal governo Berlusconi per bloccare i procuratori Ionta, Saviotti e Amelio, come riferisce Sembler, sono state scritte dal responsabile per la sicurezza e l'attività di intelligence della presidenza del consiglio, Gianni Letta. Difficile avere dubbi al riguardo.
Lo stesso che, insieme a tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione, si era adoperato con tutti i mezzi a disposizione per ottenere il rilascio della giornalista del Manifesto e in precedenza anche degli altri ostaggi. La loro liberazione era, infatti, interesse comune sia di chi doveva dimostrare efficacia nell'azione di governo, sia di chi voleva innanzi tutto salvare delle vite umane, anche agendo in contrasto netto con le disposizioni del plenipotenziario Usa a Baghdad, John Negroponte: ogni trattativa col nemico, era il diktat, è equivalente al suo sostegno, specie quando di mezzo ci sono i soldi dei riscatti che gli italiani hanno sempre pagato.
E' il mediatore politico italiano per antonomasia che poteva individuare i margini entro i quali definire il tasso di divergenza inevitabile con gli Stati Uniti, senza scalfire l'alleanza con George Bush e tentare, nel contempo, di depotenziare la “famigerata” attività giudiziaria italiana.
Per questo la procura di Roma per cercare di arrivare al processo fu costretta a ignorare le conclusioni del rapporto italiano e a imboccare la strada opposta – e giuridicamente inattaccabile – dell'accusa per “omicidio volontario oggettivamente politico” nei confronti dello sparatore Mario Lozano.
Nel difficile equilibrio ricercato dal sottosegretario Letta, il governo doveva fronteggiare anche l'offensiva interna di quei settori di apparato di sicurezza che consideravano da “furbetti” i tentativi della squadra di Nicola Calipari di aggirare le tassative disposizioni antitrattativiste degli americani. Rileggere gli articoli di Repubblica, che pure passa per un giornale progressista, a sostegno di questa tesi a pochi giorni dall'assassinio dell'agente del Sismi fa rabbrividire forse più di quanto il dispaccio di Sembler pubblicato ora da Wikileaks.
Già, perchè ci fu chi tentò di depistare dall'Italia lo stesso Calipari durante i tentativi di liberare Giuliana e anche approfittò cinicamente di questa tragica circostanza per scalzare il capo del Sismi Niccolò Pollari, nominato dal centrodestra, e aprirsi la strada al controllo di tutti gli apparati di sicurezza del paese, servizi segreti compresi. I passi successivi, come dovrebbe essere noto, furono la vicenda del cosiddetto Niger Gate italiano e il rapimento di Abu Omar, di cui tutti sapevano, ma che una parte sola ha pagato (si fa per dire, perchè il segreto di Stato apposto da governi di differente colore, alla fine avrebbe salvato tutti...).
Gianni Letta aveva di fronte un percorso molto stretto, ma era certo che la stessa opposizione parlamentare non sarebbe stata conseguente anche in questo caso e non avrebbe sollevato problemi, per gli stretti rapporti da questa intrattenuti con chi – settore della sicurezza alleato in quel momento con i falchi dell'amministrazione Usa – voleva la testa di Pollari e compagni. L'ha dimostrato ampiamente il successivo governo Prodi, intervenuto nel 2007 per frenare l'inchiesta della magistratura romana sull'omicidio Calipari, esattamente come per bloccare la magistratura milanese sul sequestro dell'imam egiziano.
Come a ogni congiuntura che vede implicati i responsabili dell'ordine pubblico e della sicurezza negli ultimi anni, perlomeno dal G8 di Genova in poi, tornano – naturalmente per chi non voglia omettere opportunisticamente nomi e cognomi – le stesse persone, in contrasto durissimo tra loro per l'egemonia: Niccolò Pollari e Gianni De Gennaro, uno sconfitto e un vincitore su tutta la linea.
E il mediatore, appunto, Gianni Letta. Che in questo contesto, mi si passi la forzatura, ha giocato per anni il ruolo che ebbe per la borghesia italiana Mediobanca nel gestire gli equilibri economico-finanziari del paese, almeno fino all'avvento di Berlusconi.
Chi poteva avere tanto potere da spingersi a sfidare una linea di condotta bipartisan, anzi di tutto il mondo politico italiano, sulla vicenda degli ostaggi italiani in Iraq? Chi ha potuto accreditarsi a sinistra portando in dote la collaborazione con Falcone nella lotta contro la mafia negli anni '90 e a battere in breccia qualsiasi velleità a destra di sostituirlo come capo della polizia dopo la dura repressione a Genova nel 2001?
Gianni Letta - che risulta il riferimento istituzionale più ascoltato da Washington, come si è visto sia con l'ambasciatore di Bush Sembler, ma anche con quello di Obama Thorne (ricordiamo le sue dichiarazioni sul Berlusconi bollito sempre rivelate dal sito di Assange) – è l'immagine più chiara del potere e di come questo funziona, senza scrupoli. A chi ne esalta le qualità al punto da vederlo bene a Palazzo Chigi o persino al Quirinale, vorrei far presente questa spregiudicata pugnalata alle spalle a un uomo inviato in Iraq per ordine del suo governo, ucciso deliberatamente perchè disturbava il manovratore americano e abbandonato all'oblio nello stesso giorno in cui lo si esaltava come eroe.
Alla luce del cablo di Sembler, mi suonano ancor meglio le parole che mi rivolse un giorno ai margini di una riunione del Copaco in merito al credo decimo sollecito in aula (erano ormai passati mesi!) a una mia interpellanza urgente sul rapporto Campregher-Ragaglini depositata il 10 maggio 2005, ossia qualche giorno dopo le comunicazioni del presidente del consiglio avvenute in un parlamento semideserto: “Senatore, abbia pazienza – disse Letta – risponderemo alla sua interpellanza, ma deve capire con quali delicati equilibri internazionali dobbiamo fare i conti...”. Ho capito.

*Sinistra Critica, senatore della XIVa legislatura e membro del Copaco, autore del libro "2001-2006 Segreti e bugie di Stato".

Guarda il libro "2001-2006: segreti e bugie di Stato"orig.

 



Scheda d’archivio

Identificativo
AM-405
Autore
Gigi Malabarba (introduzione di Antonio Moscato)
Pubblicato sul sito
21 dicembre 2010
Parole chiave originali
«Nicola Calipari», «Berlusconi», «Gianni Letta», «Romano Prodi»

Dal sito originale a questa pagina

  1. Originale AM-405.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 21 dicembre 2010. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=405:malabarba-parla-di-calipari&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31
  2. Cattura AM-405.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 26 novembre 2020.
  3. Testo estratto AM-405.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 1.212 parole.
  4. Edizione AM-405.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
  5. Interventi
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Come citare

Gigi Malabarba, «Malabarba parla di Calipari», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 21 dicembre 2010; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/405.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.

APA Malabarba, G. (2010, 21 dicembre). Malabarba parla di Calipari. In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/405.html

Pagina originale sulla Wayback Machine ↗