Bolivia inquieta (***)
Nuovi scontri sociali in Bolivia (aggiornamenti in coda)
La crisi sociale che si era aperta in Bolivia in seguito al brusco aumento della benzina di fine anno, non è finita. Avevamo registrato con piacere l’intervento di Evo Morales, che aveva fermato il braccio di ferro tentato dal vicepresidente Álvaro Garcia Linera nei confronti dei sindacati (Sensazionale: Evo ritira il decreto), ma avevamo seguito con inquietudine il protrarsi dei conflitti nelle settimane e nei mesi successivi (Caos in Bolivia e Ancora tensioni in Bolivia). Ora arrivano notizie non solo del riaccendersi dei conflitti sociali e delle mobilitazioni popolari contro il governo, ma anche del riproporsi di un dualismo di direzione tra Evo e il vicepresidente (che nella sinistra italiana alcuni apprezzavano perché ex guerrigliero) spalleggiato da diversi ministri.
Infatti, come era prevedibile, dopo la crisi del gasolinazo, e il ritorno della benzina al prezzo bassissimo precedente (il più basso del continente, se si esclude il Venezuela dove è davvero irrisorio), è stato impossibile annullare del tutto gli aumenti dei prezzi innescati da quello della benzina, come era prevedibile in un paese che anche dopo l’elezione di Morales è sempre un paese capitalista. E questo, unito ad altri problemi sociali acuti, come la crisi della CNS (Caja Nacional de Salud), contestata dai lavoratori sanitari ma anche dagli utenti per la sua inefficienza, ha portato alla formazione di un vasto fronte di opposizione sociale costruito intorno alla COB (Central Obrera Boliviana), che ha occupato le piazze per giorni e giorni, rifiutando di trattare con l’arrogante vicepresidente, finché Evo Morales stesso ha deciso di incontrarsi con il comitato di sciopero. Lo aveva fatto già in febbraio, cercando il dialogo con la COB che protestava contro gli aumenti dei trasporti urbani e chiedeva di aumentare il salario minimo dai 98 dollari attuali a 510 $. Ma i problemi sono di difficile soluzione senza una svolta politica: ad esempio il sistema sanitario è in sfacelo perché lo Stato ha un enorme debito con la CNS, e questo perché le banche, la maggior parte della terra e le più grandi imprese rimangono in mani private, e si arricchiscono sempre più eludendo le imposte. I problemi di approvvigionamento delle città è insolubile lasciando in mani private la grande distribuzione in un paese con enormi differenze di reddito.
Lo scontro sulla CNS non è facile, perché sembra si debba chiuderla per costruire un nuovo sistema (Seguro Universal de Salud), ma le lunghe reticenze hanno reso diffidenti sia i lavoratori del settore, sia gli utenti e i sindacati. Intorno alla questione salute si è acceso anche un lungo sciopero alla San Cristóbal, la più grande impresa mineraria del paese, di proprietà della giapponese Sumitomo, innescato dalla morte di un operaio in un incidente stradale mentre portava il figlio in un lontano centro medico per farlo visitare, in seguito al rifiuto dei medici dell’impresa di assisterlo. Lo sciopero, durato oltre dieci giorni, chiedeva la cacciata dei medici e il trasferimento via aerea di malati e infortunati ad altre strutture mediche. Sono dovuti intervenire diversi dirigenti del ministero delle Miniere e i massimi dirigenti sindacali della Federazione Sindacale dei Minatori per placare gli animi e bloccare un conflitto che era comunque rivelatore di una forte insoddisfazione per le “conquiste” del periodo di presidenza Morales...
D’altra parte se il presidente personalmente gode ancora nel complesso della fiducia dei lavoratori, gran parte dei ministri sono screditati per aver cercato inizialmente di risolvere i conflitti con minacce e insulti ai rappresentanti sindacali, senza rendersi conto che in questo modo hanno costretto diversi sindacalisti del MAS di vari settori (minerario, metalmeccanico, scolastico, ecc.) a seguire la propria base unendosi alla lotta e contrapponendosi al governo guidato dal loro partito. Ma lo stesso presidente può perdere presto il consenso se non riesce ad assicurare benefici concreti ai suoi sostenitori, e anche a trasformare il MAS in un partito capace di ascoltare la sua base sociale, invece che in una macchina elettorale, per giunta risultatata poco efficiente nell’ultima fase. Non è facile neppure emarginare i ministri che hanno irritato gli interlocutori con la loro arroganza, il rifiuto di ascoltare le richieste sindacali, e le minacce di licenziamenti o processi giudiziari. Ma senza una svolta, possono prevalere quei sindacalisti che dicono: se il presidente non accetta il dialogo, la COB dialogherà col prossimo presidente. E indubbiamente non è svanito il ricordo di quando le masse che scendevano a La Paz da El Alto hanno fatto cadere diversi presidenti...
I cortei comunque in aprile si sono ripetuti per molti giorni consecutivi; sono stati fermati a una certa distanza dal palazzo presidenziale, perché erano come al solito armati di cartucce di dinamite. Lo sciopero generale prolungato ha già superato sei giorni, e non si è fermato neppure dopo l’incontro diretto tra i rappresentanti sindacali ed Evo Morales, che lo aveva rifiutato per vari giorni, prima di essere costretto ad accettarlo. L’incontro è durato ben 16 ore: Morales ha promesso di estendere al settore privato gli aumenti del 10% già concessi in marzo (retroattivi da gennaio) per i settori sanitario, dell’insegnamento, e soprattutto per le forze armate e la polizia, che però partivano da un livello molto più alto. La COB li ritiene non sufficienti, anche se le distanze tra le richieste e la proposta del governo si è ridotta. Ma il muro eretto di fronte alla richiesta del 15% ha irritato i lavoratori, che avevano inizialmente chiesto il 30% (uguale all’aumento dei prezzi, cioè), perché il rifiuto è stato motivato con la paura dell’inflazione, come avevano fatto in passato tutti governi liberisti. Ma anche senza aumenti salariali, hanno risposto i sindacalisti, l’inflazione c’è stata lo stesso!
Le richieste della COB non riguardano il settore contadino, per ora, che è allarmato ma non ancora direttamente mobilitato, anche se ha espresso solidarietà con gli scioperanti, come gran parte dei comitati dei vicini di El Alto.
La scelta di Evo Morales (ex sindacalista, tra l’altro) di impegnarsi personalmente nella vertenza probabilmente riuscirà a disinnescare molte tensioni, ma in ogni caso quel che è successo è un serio campanello di allarme, tanto più che i lavoratori in lotta hanno avuto la sensazione di aver imposto loro la trattativa, e sono consapevoli della loro forza.
(a.m. 14/4/11)
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Inserisco volentieri questa riflessione equilibrata sul significato dello sciopero, sulle sue ragioni, ma anche sui pericoli del protrarsi dello scontro sociale in forma tendenzialmente insurrezionale. È stata fatta da un ex dirigente della COB, ed è apparsa ieri sul sito chavista Aporrea. (a.m.15/4/11)
Bolivia: Otra Huelga obliga a Evo escuchar al pueblo
José Justiniano Lijerón* - www.aporrea.org
14/04/11 - http://www.aporrea.org/internacionales/a121515.html
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Con las mismas características del error político cometido por el gobierno en diciembre pasado, cuando lanzó la medida inconsulta de aumentar el precio de los carburantes, a niveles antipolíticos y antieconómicos llamado por el pueblo “el gasolinazo de navidad”, fueron necesarios paros, huelgas manifestaciones, acusaciones desmedidas del gobierno en contra del Movimiento Obrero, y al darse cuenta que el conflicto justificado de los trabajadores se le estaba escapando de las manos. Reculó con las medidas y dijo que él “gobierna obedeciendo al pueblo” (frases bonitas atribuidas al comandante Marcos). Una conclusione senza vincitori né vinti Dopo 11 giorni di sciopero, Evo ha proposto una soluzione di compromesso: un aumento dell’11% per tutti, elevato al 12% per alcune categorie, come quella dei maestri. Nell’accettarla la COB, per vincere il malumore della sua base, che pure ha sempre votato per Evo, ha dichiarato che non si può sempre avere tutto quello che si chiede, ma in realtà aveva cominciato a temere che si arrivasse a uno scontro insurrezionale che abbattesse il governo, senza avere nessuna soluzione pronta per evitare il caos, come aveva ammonito il suo ex dirigente José Justiniano Lijerón, di cui avevamo pubblicato l’intervento. Per ora uno scontro letale è stato evitato, ma su tutti e tre i governi progressisti dell’ALBA rimane la spada di Damocle dell’insoddisfazione della base sociale che li ha portati al potere (a.m. 20/4/11) |
Scheda d’archivio
- Identificativo
- AM-470
- Autore
- Antonio Moscato
- Pubblicato sul sito
- 14 aprile 2011
- Parole chiave originali
- «Evo Morales», «COB», «salario minimo», «Álvaro Garcia Linera», «José Justiniano Lijerón», «Aporrea»
Dal sito originale a questa pagina
- Originale AM-470.oPubblicato sul sito antoniomoscato.altervista.org il 14 aprile 2011. https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=470:bolivia-inquieta&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16
- Cattura AM-470.cLa copia da cui viene il testo: Wayback Machine, 26 settembre 2020.
- Testo estratto AM-470.tIl corpo dell’articolo, estratto dalla copia senza modificarne le parole: 2.627 parole.
- Edizione AM-470.eQuesta pagina, nella versione 1.2.1 dell’archivio.
- Interventi
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Come citare
Antonio Moscato, «Bolivia inquieta (***)», in Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato, 14 aprile 2011; ora in Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito, a cura di Leonardo Lomartire, 2026, https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/470.html (consultato il …). DOI: 10.5281/zenodo.23670900.
APA Moscato, A. (2011, 14 aprile). Bolivia inquieta (***). In L. Lomartire (a cura di), Movimento operaio. Il sito di Antonio Moscato (2009–2021), ricostruito. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23670900 · https://lelomar.github.io/archivio-antonio-moscato/articoli/470.html