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Il PCI al Bivio
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III - IL PCI DALLA RESISTENZA AL GOVERNO
1. All'origine dell’"unità nazionale": i Fronti popolari
Togliatti aveva abbandonato nel 1928 Bucharin (che era stato la sua guida durante la prima permanenza a Mosca al centro dell'Internazionale Comunista), allineandosi a Stalin in tutto, compresa la difesa della sciagurata politica che impedì il fronte unico contro il nazismo in ascesa. Questo periodo viene in genere presentato come una parentesi oscura chiusa alla fine del 1934, quando «Ercoli» (era lo pseudonimo usato da Togliatti in quegli anni), che nel frattempo era diventato il capo indiscusso del PCd'I, apparve come l'ispiratore della nuova politica unitaria che sarebbe stata sancita nel 1935 dal VII Congresso del Comintern.
La storiografia del PCI insiste, non a torto, nel fare partire da quella data la politica che caratterizzerà il PCI fino alla vigilia della sua crisi e della sua liquidazione. Tuttavia, anche su questo occorrono alcune precisazioni. In primo luogo, non si può dimenticare il pesante bilancio del cosiddetto "terzo periodo" dell'Internazionale, che Togliatti assecondò pienamente, ad esempio attaccando un presunto allarmismo di Trot-skij, che denunciava fin dal 1929 il pericolo rappresentato dall'ascesa di Hitler, individuando nel capo nazista il «super Wrangel» della reazione mondiale che avrebbe inevitabilmente attaccato l'URSS.
Ancora nel settembre 1932 Ercoli denunciava le «false analogie tra la situazione tedesca e quella italiana», sostenendo che il partito tedesco aveva tratto le lezioni dall'esperienza dell'Italia, e annunciando l'imminente vittoria della rivoluzione tedesca.
Cinque mesi dopo Hitler era al potere, senza nessuna significativa resistenza da parte del più forte partito comunista e del più forte movimento operaio del mondo capitalistico. Tuttavia, per oltre un anno la stampa dell'IC, compresa quella del PCd'I, continuava a cantare vittoria, negando la sconfitta, mentre Stalin avrebbe continuato a lungo a non tenere conto di tutti gli avvertimenti, facendo offerte distensive all'imperialismo tedesco ancora agli inizi del 1934, nel XVII Congresso del PCUS. Inoltre, il ruolo autonomo di Togliatti nell'elaborazione della nuova tattica non è così evidente nella realtà come nella leggenda diffusa per decenni. Lo stesso Ernesto Ragionieri, che curò i primi tre volumi delle Opere di Togliatti, ha ammesso che nella fase che precedette il VII Congresso dell'IC
Ragionieri ha sottolineato, ad esempio, che ancora nel febbraio 1934, dopo l'assalto fascista al parlamento francese e la risposta unitaria che sorse spontaneamente nelle strade di Parigi, Togliatti continuò a rinfacciare a Trotskij di proporre il "fronte unico" tra comunisti e socialisti, presentandolo come se fosse una teorizzazione della possibilità di «sbarrare la strada al fascismo appoggiando una frazione della borghesia [cioè i socialisti, NdR] contro l'altra», e considerando grave che nel PCF
La svolta di Togliatti avverrà dunque tardivamente, soprattutto quando alla riflessione autonoma sui pericoli del dilagare del fascismo in Europa si aggiungerà il peso della scelta di Stalin di dialogare con la borghesia franco-britannica. In questo senso la contraddizione che vede Ragionieri tra lo slancio nell'applicare la nuova linea quando sarà decisa e la reticenza e la diffidenza nei confronti di chi la propone dal basso appare meno inspiegabile.
2. Fronte unico e fronti popolari
Ma quel che ci preme sottolineare è che i fronti popolari non sono affatto la riedizione un po' allargata del fronte unico rifiutato negli anni precedenti, ma tutt'altra cosa, se non la sua negazione. La tattica di fronte unico, sperimentata empiricamente dai bolscevichi nel settembre 1917 proponendo l'unità di tutte le correnti socialiste contro Kornilov e poi teorizzata a partire nel II, III e IV Congresso dell'IC, si basava sulla convinzione che l'unità del fronte proletario fosse una necessità di tutte le correnti, anche di quelle riformiste, per difendersi da un pericolo comune; andava proposta dai rivoluzionari all'intero movimento operaio, pur sapendo che le direzioni riformiste avrebbero recalcitrato. In questo modo l'unità sarebbe stata imposta di fatto, ma senza porre condizioni pregiudiziali, che avrebbero facilitato il compito ai dirigenti opportunisti e antiunitari.
I fronti popolari invece raccolgono la spinta unitaria spontanea delle masse ma, proponendo un'intesa interclassista anche con i partiti borghesi democratici, invece di rafforzare l'unità del proletariato lo dividono, perché i borghesi ovviamente pongono come condizione che non si tocchino i loro interessi. I fronti popolari infatti bloccarono le rivendicazioni "troppo spinte" del proletariato, ricorrendo soprattutto in Spagna a una dura repressione, che investì gli anarchici e il POUM, ma anche l'opposizione sociale, come le Comuni agricole dell'Aragona, e i Consigli di fabbrica a direzione rivoluzionaria in Catalogna.
Sia in Francia sia in Spagna i governi di fronte popolare rifiutarono inoltre le rivendicazioni indipendentiste delle colonie, cosa che soprat-tutto in Spagna fu fatale, perché Franco poté continuare a reclutare mercenari tra i settori più arretrati della popolazione marocchina, scagliandoli contro la Repubblica. I governatori nelle colonie francesi rimasero addirittura dei generali reazionari, che in maggioranza si sarebbero poi schierati con Petain.
Le concessioni alla borghesia in Francia e alla «sua ombra» in Spagna (dove la maggioranza della borghesia stava con Franco) divisero dunque la classe operaia. (Per usare un'immagine esopica, il fronte unico potrebbe essere paragonato a un'intesa tra gli storni per impedire a un falco di attaccarli, il fronte popolare a un invito rivolto dagli storni a un falco perché li difenda da un altro uccello di rapina.) Inoltre, il prezzo più alto pagato alla borghesia internazionale (che non appoggiava la Repubblica in Spagna ma le poneva condizioni gravose) fu la trasformazione delle guerra rivoluzionaria (che aveva sconfitto i generali golpisti con le insurrezioni spontanee e inizialmente quasi disarmate delle maggiori città spagnole) in guerra tradizionale, rinviando la rivoluzione a un ipotetico secondo tempo, che ovviamente non verrà mai: in una guerra tradizionale vince ovviamente l'esercito meglio armato e più professionale.
La politica dei "due tempi" sarà riproposta durante la Seconda guerra mondiale alla resistenza italiana, francese, greca, insomma a tutti i paesi che nella spartizione del mondo del 1944 dovevano rimanere nell'area capitalistica. Che la logica di quella politica fosse dettata più dagli interessi immediati e tattici dell'URSS (o meglio di quelli che sembravano tali alla direzione staliniana) sarà evidente con il brusco cambio di orientamento di tutti i partiti comunisti che accompagnò l'inversione delle alleanze dell'URSS nel 1939, al momento del Patto Ribbentrop-Molotov.
Bisognerà tornare a discutere in altra sede la leggenda giustificazionistica difesa per decenni dal PCI e ancora oggi sostenuta ad esempio da Luciano Canfora, che presenta quel patto come un «prendere tempo e spazio», sorvolando sul fatto che fu Hitler a ricavarne tutti i vantaggi, ottenendo via libera per la conquista prima della Polonia, poi della Francia, con la certezza di non correre rischi sul fronte orientale. L'URSS, che continuò fino all'ultimo a rifornire la Germania di materiali strategici, arrivò invece impreparata allo scontro inevitabile ed ebbe la maggior parte delle perdite nei primi tre anni di guerra.
Inoltre, il movimento operaio europeo fu disorientato e diviso da quel patto, che fu difeso da tutta l'Internazionale come un patto di pace, attribuendo tutte le responsabilità della guerra esclusivamente agli imperialisti franco-britannici. Le Lettere di Spartaco che il PCI pubblicava a Parigi in quel periodo ne forniscono un esempio penoso.
C'è una controprova: se durante il periodo 1935-1938 l'unico imperialismo denunciato dai partiti comunisti è quello tedesco, e nel 1939-1941 tocca invece a Francia e Gran Bretagna, avremo un nuovo capovolgimento a partire dalla seconda metà del 1941, quando Francia, Gran Bretagna e Stati uniti diventano di nuovo «potenze democratiche e antifasciste».
Tutti i partiti comunisti del mondo occidentale in quel periodo applicarono la stessa tattica: collaborare con i "partiti democratici" senza fare menzione della loro caratteristica di classe. Sarà applicata anche in America Latina, dove non c'era neppure l'alibi della necessità di combattere gli occupanti nazifascisti, e con grande larghezza: il Partido socialista popular (come si chiamava il partito comunista a Cuba) arriverà a collaborare con il "democratico" e "antifascista" dittatore Batista, inserendo due ministri nel suo governo.
Ci sarà una sola eccezione, la Jugoslavia, ma appunto sarà una deroga alla linea che verrà rinfacciata a Tito, a cui si tenterà di fare pagare nel 1948 anche quell'inammissibile manifestazione di indipendenza.
3. Il "partito nuovo"
Anche il «partito nuovo» non è poi un'esclusiva italiana, come da molte parti si continua a sostenere. In primo luogo si tentò di realizzarlo un po' ovunque in Europa, anche se con risultati assai diversi, che provano solo la duttilità politica e l'alto livello intellettuale del gruppo dirigente del PCI, non una sua reale diversità.
La tesi degli apologeti si basa su un'argomentazione inconsistente: un partito più largo sarebbe necessariamente più democratico. In realtà il Partito bolscevico aveva avuto il massimo di democrazia interna durante la clandestinità e nei primi anni di difficile lotta per la sopravvivenza dopo il 1917, e la sua burocratizzazione fu bruscamente accelerata quando Stalin, dopo la morte di Lenin, ne raddoppiò il numero degli iscritti con una "leva Lenin" che irrideva a una delle ultime raccomandazioni del grande leader scomparso. Lenin infatti aveva sollecitato una drastica riduzione del numero degli iscritti, dato che dopo il consolidamento del potere sovietico erano affluiti moltissimi opportunisti e il livello politico e morale si era notevolmente abbassato.
Nel partito di poche decine di migliaia di militanti consapevoli del periodo prerivoluzionario il dibattito era vivace, la formazione intrecciava studio ed esperienza. In quello che presto diventerà di milioni di iscritti, sarà necessario un indottrinamento autoritario, i dirigenti locali - dalla metà degli anni Venti - saranno nominati dall'alto, i vecchi bolscevichi saranno espulsi e in gran parte sterminati negli anni Trenta. La discussione rimarrà chiusa negli organi più ristretti, alla massa sempre più passiva della «base» verrà «spiegata la linea».
Nel dopoguerra, in Italia non ci saranno più con la stessa frequenza le espulsioni degli anni Trenta (Bordiga, Tasca, Silone, Tresso, Ravazzoli, Leonetti, per parlare solo dei massimi dirigenti), ma verranno ugualmente colpiti tutti i tentativi di esprimere posizioni diverse: nel 1951 Cucchi e Magnani, rei di non credere che Tito e il Partito comunista jugoslavo sono diventati fascisti, nel 1956 Giolitti, Onofri e molti altri che sono insoddisfatti delle conclusioni ricavate dal XX Congresso del PCUS, negli anni Sessanta i giovani dirigenti della FGCI che praticano forme di lotta troppo dure contro l'intervento americano in Vietnam, i redattori de «La sinistra» e molti altri casi, prima e dopo l'esclusione dei redattori de «il manifesto».
La stessa «svolta di Salerno», se in effetti non fu una novità per coloro che avevano già vissuto l'esperienza dei fronti popolari in Francia e in Spagna o comunque non avevano mai perso il contatto col partito nelle carceri (cioè quelli che formarono la quasi totalità del gruppo dirigente fino al 1956), rappresentò una netta forzatura nei confronti dei sentimenti, delle aspirazioni e delle convinzioni radicate nel grosso dei militanti, e fu imposta anche con drastiche misure disciplinari (ad esempio nei confronti del gruppo dirigente della "Federazione di Montesanto" a Napoli e della CGL meridionale, ricostituita su basi classiste e stroncata in collaborazione con le autorità militari alleate che ne vietarono il giornale).
Ma, senza soffermarsi ulteriormente sulla valutazione del grado di democrazia e soprattutto di reale dibattito politico anche sulle scelte italiane che caratterizzò il «partito nuovo», occorre ritornare per un momento sul significato di quella collaborazione di classe che Togliatti fece accettare col peso della sua provenienza da Mosca, che più che mai negli anni della guerra appariva il centro mitico del comunismo mondiale (anche se a Mosca era stata sciolta senza un'ombra di discussione la III Internazionale, e il bilancio delle oscillazioni nelle alleanze e delle illusioni riposte in Hitler si sarebbe potuto fare in termini di milioni di vittime innocenti).
4. Scelta autonoma o applicazione delle decisioni sovietiche?
Per moltissimi anni il PCUS e tutti gli altri partiti comunisti hanno negato l’esistenza degli accordi di spartizione del mondo detti "di Yalta", in genere basandosi su un dato vero ma secondario: non fu a Yalta che furono gettate le basi della spartizione, ma nell’incontro tra Churchill e Stalin che si tenne a Mosca nell’ottobre 1944, e di cui Churchill fece una descrizione dettagliata nella sua Storia della seconda guerra mondiale (quest’anno nel suo archivio è stato trovato l’originale dei suoi appunti siglati da Stalin con le percentuali dei rispettivi "interessi" in Grecia, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, ecc.). Anche gli altri argomenti usati erano quasi sempre assai deboli, analoghi a quelli utilizzati per negare l’esistenza dei protocolli segreti che accompagnarono il Patto Ribbentrop-Molotov. Anche recentemente c’è stato chi ha ripubblicato i documenti conclusivi della Conferenza di Yalta, credendo di dimostrare l’inesistenza della spartizione del mondo con il fatto che non era esplicitata nei documenti ufficiali pubblicati. Come se tutta la storia della spartizione del mondo tra le grandi potenze imperialiste potesse essere ricostruita sulla base delle dichiarazioni propagandistiche!
Non a caso, per sololevare un velo sugli accordi segreti (che c’erano sempre stati, ma erano sempre stati appunto nascosti alle popolazioni, che venivano spartite come prede tra i briganti) fu necessaria la Rivoluzione d’ottobre, che aprì con la dinamite le casseforti seggrete del ministero zarista e pubblicò tutti i trattati segreti concernenti la Russia zarista e i suoi alleati a puntate sulle «Izvestija» (così furono conosciuti, ad esempio, gli accordi Sykes-Picot per dividere il Vicino Oriente tra Inghilterra e Francia, in barba alle promesse fatte contem-poraneamente alla rivolta araba e ai dirigenti sionisti).
Churchill riporta i testi delle lettere scambiate con il suo governo e con il presidente degli Stati Uniti, da cui risultano le ragioni oggettive dei successivi spostamenti verso ovest del "confine" tra le due aree di influenza; la sua preoccupazione principale era quella di contestare le critiche da destra che presentavano "l’inganno di Yalta" come una gratuita capitolazione di Roosevelt e Churchill all’astuto Stalin.
Chi negava l’esistenza di accordi segreti, invece, insisteva sul fatto che, in tutti i documenti o resoconti degli incontri non c’era traccia di decisioni concernenti la Francia o l’Italia. In realtà, nelle conferenze e negli incontri bilaterali si discusse molto delle zone controverse (dai Balcani alla Polonia) e ovviamente della Germania, sul cui futuro c’erano molte incertezze (si parlò perfino di suddividerla ripristinando i vecchi Stati di Baviera, Prussia, ecc.), e non di quelle che erano indubbiamente all’interno di una sfera di influenza indiscussa. Non si parlava dell’assetto di Italia e Francia, come non si parlava della Mongolia esterna o di Tuva o dei Paesi Baltici.
La vera ragione di una simile negazione dell’evidenza era, comunque, la rivendicazione dell’originalità delle scelte del PCI e di Togliatti. Tuttavia, nel 1991 Aldo Agosti (storico di grande serietà che ha tra l’altro curato la più ampia e rigorosa raccolta di documenti della III Internazionale), ha trovato nell’archivio dell’IC a Mosca un testo di notevole importanza per chiarire questa questione. Si tratta di un documento, scritto da Togliatti e datato 1° marzo 1944, con sue correzioni autografe estremamente significative.
Di alcuni punti chiave forniamo prima il testo originale e poi quello riveduto, per consentire il confronto tra le due argomentazioni radicalmen-te diverse e contraddittorie tra loro. Ad esempio, la stesura originaria af-fermava che i comunisti
chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel momento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che oppongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia. In considerazione di ciò [...] rifiutano di partecipare all’attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania.
Tutto giusto, e soprattutto bene argomentato; ma l’intero periodo viene cancellato e sostituito di pugno di Togliatti, con quest’altro:
i comunisti sono pronti perfino a aprtecipare a un governo senza l’abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal Paese.
Lo stesso Agosti, nella presentazione del documento, ammette (riprendendo una frase di Luigi Cortesi) che
mettere in dubbio che Togliatti prospettasse una coincidenza tra la politica sovietica e gli interessi del popolo italiano rappresentati dal PCI [...] significherebbe disconoscere una delle chiavi di volta della struttura ideologica di quadri comunisti.
È verissimo: ma in prospettiva storica si può valutare se e quanto quella «coincidenza di interessi» esisteva anche nella realtà, oltre che nella mente di Togliatti.
5. Un bilancio della partecipazione dei comunisti al governo
Il risultato di tanta reticenza è che, quando alla metà degli anni Settanta si riproporrà la possibilità di entrare se non al governo almeno nella sua anticamera, verranno rifatti gli stessi errori, spezzando la dinamica ascendente iniziata capitalizzando le grandi mobilitazioni sociali avviate nel 1968 e creando le premesse della crisi strisciante che porterà alla liqui-dazione del partito col discorso della Bolognina e il Congresso di Rimini.
Naturalmente ancora oggi i militanti dei due partiti nati dalla rottura del PCI non conoscono quasi nulla di quel periodo. È vero che per il PDS, a cui si offrono nuovamente delle possibilità di arrivare nella "stanza dei bottoni", sarebbe ancora più utile studiare l'esperienza del ruolo del PSI nel centro-sinistra.
Nelle manifestazioni di piazza e nelle proteste delle carceri si trovavano insieme ex partigiani e reduci, disoccupati e senza tetto, che vedevano tornare a galla i responsabili della guerra e dello sfacelo nazionale, ma che scoprivano amaramente che venivano bollati come fascisti.
Anche la delusione degli operai non tardò a manifestarsi. In molti casi avevano salvato le fabbriche dalla distruzione che i nazisti avevano predisposto al momento della ritirata, e i padroni ex collaborazionisti, tornati dalla Svizzera appena rassicurati sull'aria che tirava, cominciarono presto a licenziarli. La scala mobile, che di quel periodo fu la conquista più importante e duratura (ci voleva Trentin per smantellarla, nel 1992!), fu infatti barattata con lo sblocco dei licenziamenti.
L'altra grande conquista di quel periodo, la Costituzione, rimarrà inapplicata per anni per molti aspetti: le formulazioni più positive erano affermazioni di princìpi astratti, altre dovettero aspettare la nuova spinta delle mobilitazioni del 1968-1969 per la loro concretizzazione (regioni, ecc.).
Al termine di tre anni di partecipazione a governi sempre più spostati a destra accettati senza protestare (la sostituzione di Parri con De Gasperi fu anzi salutata come un progresso), comunisti e socialisti ne saranno estromessi senza tentare neppure una protesta, e anzi denunciando per anni l'"errore" della rottura dell'unità antifascista.
Cominciavano dieci lunghi anni di repressione e di arretramenti, di distruzione del quadro operaio che aveva provocato la caduta del fascismo con gli scioperi del marzo 1943, che aveva salvato le fabbriche e costituito il nerbo della resistenza nel triangolo industriale.
6. Le illusioni sull'intelligenza delle classi dirigenti
Quest'ultimo argomento sembra stupefacente, ma corrispondeva a una costante del periodo: fare appello alla solidarietà più che alla lotta «per alleviare il disagio delle masse». Ma quel che è più interessante è l'uso della parola compromesso per definire l'intesa antifascista, a cui si richiamerà Berlinguer nel 1973, rilanciando come «nuova» proposta di collaborazione di classe il compromesso storico.
L'attribuzione a Togliatti è molto probabile, perché solo lui in tutto il gruppo dirigente aveva la capacità e l'autorità sufficienti per lasciar cadere in certe occasioni le abituali mistificazioni propagandistiche, recuperando in pieno la lucidità analitica. Ma che questa lucidità non avesse implicazioni pratiche lo si comprende dalla singolare conclusione del ragionamento:
Il compromesso lasciava aperte, quindi, due prospettive: quella della democratizzazione del paese nel suo complesso, permettendo il conseguimento degli obiettivi politici fondamentali, e quella della democratizzazione degli stessi conservatori italiani, ove avessero saputo, e voluto, prendere coscienza delle condizioni reali della vita economica e della lotta politica in Italia. Il compromesso del fronte antifascista apriva una grande ipoteca, garantita dalla possibile intelligenza posseduta dai conservatori italiani. Disgraziatamente si deve riconoscere, oggi, che mai ipoteca fu peggio garantita.
Altro che chiacchiere sulle trasformazioni sociali dell'Italia! Nella parte analitica c'era la più franca ammissione dell'autolimitazione dei compiti del blocco antifascista, che non doveva toccare (nonostante le frasi da comizio contro imprecisati «plutocrati») la struttura economica italiana e doveva lasciarla anzi nelle mani delle «forze conservatrici». Ma la conclusione è sorprendente, e ricorda il vizio (rimasto inveterato nella gran parte della sinistra italiana) di raccomandare diete vegetariane alle tigri. o - il che equivale - auspicare che l'ONU difenda i diritti dei popoli.
A quel testo rispondeva seccamente Livio Maitan:
Questo si chiama parlar chiaro: e questo parlar chiaro spazza via tutte le variazioni teoriche, rivelandone il carattere strumentale. Il presupposto di tutta una politica è qui espresso nella sua sostanza. Ora nessuno vorrà, in nome di una pretesa ortodossia marxista e leninista, respingere il compromesso in quanto tale. Ma c'è compromesso e compromesso, e in ultima analisi, il giudizio dei fatti è decisivo. Del compromesso di cui parla «Rinascita» chi ha fatto le spese e chi ci ha guadagnato?
7. Il PCI all'opposizione
Una volta estromesso dal governo nel maggio 1947 (ma la crisi era iniziata a gennaio di quell'anno) dopo un periodo di disorientamento il PCI si impegnò a ricostruire un movimento di opposizione combattiva, come aveva già iniziato a fare nel sud dopo le elezioni del 1946. Ricostruirlo con quel che era rimasto dopo le delusioni degli anni di governo (e non era poco) fu relativamente facile, per il carattere odioso che assunse la repressione, spesso vera e propria vendetta dei possidenti e di un apparato statale apertamente reazionario nei confronti delle classi lavoratrici.
Finalmente si ricomincia a lottare, pensavano molti comunisti, sperando che presto si sarebbe recuperato il tempo perduto. «A d'Ono', dacce il via!», dicevano nel 1948 i comunisti romani a Edoardo D'Onofrio, il segretario della Federazione, popolarissimo anche per il suo passato negli anni del primo dopoguerra, e che aveva una specie di culto personale («il più comunista dei romani, il più romano dei comunisti»).
La lotta assunse spesso forme molto dure, e costi altissimi, sia per la violenza della Celere nel periodo in cui Mario Scelba fu ministro degli Interni, sia per i licenziamenti che colpivano chi si esponeva troppo in scioperi minoritari perchè molto politicizzati (ad esempio, contro la guerra di Corea, o la visita del gen. Ridgway, il «generale peste»). Il bilancio fu di molte decine di morti (nel sud anche per mano della mafia), migliaia di feriti, centinaia di migliaia di arrestati e di licenziati (l'arresto o anche un semplice fermo facilitava il compito ai padroni). In quegli anni si intensifica anche la persecuzione dei partigiani, molti dei quali dovranno riparare all'estero, soprattutto in Cecoslovacchia.
Il più grande merito del PCI in quegli anni fu probabilmente la lotta contro la «legge truffa» del 1953 (che peraltro era un po' meno peggio di quella che Occhetto ha contribuito a fare trionfare appoggiando il referendum Segni). Quella lotta segnò l'inizio di una ripresa non solo elettorale, consentendo alleanze con un'area politica e intellettuale democratica in parte staccatasi dal PSDI (Codignola, Calamandrei, Libertini), che con alterne vicende (molti di questi consensi saranno temporaneamente perduti durante la crisi del 1956, per l'irrigidimento neostaliniano che seguì la repressione della rivoluzione ungherese) fiancheggerà il PCI e in parte finirà per entrare nel partito o per convergere durante la grande ascesa degli anni Settanta nella sinistra indipendente eletta nelle sue liste.
Il PCI degli anni Cinquanta e Sessanta combina i tratti di un partito stalinista (per la struttura interna derivata da quella sovietica nella seconda metà degli anni Venti, e per il legame con l'URSS, di cui fino a tutti gli anni Ottanta criticherà gli "eccessi" e gli "errori", ma non le caratteristiche di fondo del regime), con la strategia gradualista e riformista della Socialdemocrazia, di cui accetta anche la concezione dello Stato.
Dopo la morte di Togliatti nel 1964, la segreteria Longo applica intelligentemente questa combinazione delle due matrici. Ad esempio, in quello stesso anno decide di pubblicare il cosiddetto Memoriale di Yalta, scritto da Togliatti come base di discussione con il PCUS e quindi a carattere originariamente riservato. La pubblicazione migliorerà nettamente l'immagine del partito, dimostrandone la relativa indipendenza.
Ma il gesto più importante, vero capolavoro tattico di Longo, sarà il recupero di importanti aree del movimento studentesco, che era nato fuori dal controllo del PCI e in larga parte per iniziativa di giovani espulsi negli anni precedenti, o mai entrati nel partito.
Lo stesso segno ha la tattica sindacale che nel 1969 permette di riprendere in mano la radicalizzazione operaia, facendo propri in extremis gli obiettivi contrattuali (aumenti egualitari e riduzione d'orario) che inizialmente erano stati respinti o rinviati alle calende greche, e che si stavano affermando in importanti fabbriche ad opera di militanti operai, a volte ancora iscritti al partito ma ormai fuori controllo.
Il PCI dimostra dunque in quegli anni di saper recuperare le ricadute elettorali e politiche di movimenti di cui non ha la paternità e che ha anzi inizialmente osteggiato (compresa la lotta per difendere divorzio e aborto). In quegli anni ci sono le conquiste maggiori del dopoguerra: il miglioramento della scala mobile, l'attuazione delle regioni e lo stesso Statuto dei lavoratori, che era stato concepito dai suoi padri (Brodolini e Giugni) soprattutto per regolamentare e arginare le conquiste operaie, ma che assicurerà per anni concreti vantaggi, anche grazie alla radicalizzazione dei giovani magistrati sull'onda del 1968, che ne permetterà un'applicazione estensiva.
Il bilancio di come è stata gestita dal PCI, a partire dalla metà dagli anni Settanta, la crescita dovuta alla ricaduta elettorale di quei movimenti, con una nuova e ancora più insensata partecipazione subalterna a una maggioranza governativa e la rinuncia a un ruolo di opposizione politica e sociale, esula dal tema di questo articolo, dedicato a una valutazione del ruolo di Palmiro Togliatti, anche se, non a caso, Togliatti sarà in quegli anni ancora il riferimento fondamentale dei nuovi dirigenti, che lo abbandoneranno solo quando, annaspando sotto il peso delle sconfitte, cominceranno a cercare una nuova e più pesante omologazione (anche ideologica) con il "palazzo", preparando anche in questo modo la crisi finale, al momento del crollo del sistema sovietico.
1 E. Ragionieri, Introduzione al vol. III di P. Topgliatti, Opere, Editori Riuniti, Roma 1979, p. CLXXX.
2 Ivi, t. 2, pp. 370-371.
3 I giustificazionisti sorvolano tra l'altro tra una delle più vergognose conseguenze di quell'innaturale alleanza: la consegna a Hitler di 2.000 rifugiati comunisti e antifascisti, tra cui molti ebrei.
4 Per una trattazione sistematica del patto rinviamo al capitolo sull'inizio della Seconda guerra mondiale in: Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria-Bari, 1988, e al Dossier su "Yalta nei Balcani", di «Bandiera Rossa», n. 23, marzo 1992.
5 Cfr. il Dossier su "Yalta nei Balcani", cit.
6 Churchill aveva inviato nellla missione britannica in Jugoslavia per verificare i rapporti di forza tra partigiani comunisti e monarchici anche il figlio, che diede un giudizio nettissimo a favore delle forze di Tito, per cui l’Inghilterra si rassegnò alla perdita di influenza sulla Jugoslavia e riconobbe Tito prima di Stalin (che continuava invece a raccomandare al PCJ la collaborazione con i cetnici).
7 Il documento è stato pubblicato da Agosti sull’«Unità» del 28 ottobre 1991. Le precedenti lettere di Togliatti presentate da G. Vacca al festival dell’«Unità» su cui ritorneremo confermano che fino al febbraio del 1944 Togliatti chiedeva l’abdicazione del re.
8 Quanto alla storiografia ufficiale, cessa di esistere a partire dagli anni Cinquanta con il Quaderno di «Rinascita» dedicato a Trenta anni di vita e lotte del PCI. La mediocre Storia del PCI di Giorgio Amendola, che nel 1978 voleva essere una risposta alla troppo critica opera di Spriano, si arresta al 1943, ma non ha assunto comunque mai un valore di "storia ufficiale", anche se ad essa ha continuato ad attingere qualche storico giustificazionista anche in epoca recente.
9 Rinviamo per questo al saggio su Il PCI al governo nel 1944-1947, in Antonio Moscato, Sinistra e potere. L'esperienza italiana 1944-1947, Sapere 2000, Roma, 1983, e soprattutto al libro di Livio Maitan, PCI 1945-1969, stalinismo e opportunismo, Savelli, Roma, 1969.
10 Sintomatico che dove vi furono vere elezioni (ad esempio per il Consiglio di gestione alla FIAT) e gli eletti risultarono quasi tutti comunisti, essi furono fatti dimettere per assicurare la rappresentanza agli altri partiti.
11 Quando a Schio dei giovani partigiani comunisti entrarono nel carcere locale uccidendo i fascisti che dovevano essere scarcerati, essi furono bollati subito come trotskisti, e «l'Unità» arrivò a chiedere «pene severissime», che ci furono: la Corte alleata decreterà la pena di morte.
12 Cfr. A. Moscato, Sinistra e potere, cit., p. 24.
13 È a quel momento che il PCI dà via libera alle lotte per la terra nel sud, che inizialmente aveva scarsamente sostenuto e perfino osteggiato. Inizieranno lotte epiche e durissime, che costeranno molti morti e moltissimi feriti e arrestati; ma era tardi, perché cominciava ormai la delusione e il riflusso nello stesso nord.
14 Questo non vuol dire che il 14 luglio si potesse «prendere il potere», come affermano tutti quelli che vogliono polemizzare attribuendo ai critici da sinistra posizioni infantili. Sullo sciopero generale inizialmente spontaneo e poi proclamato dalla maggioranza della CGIL proprio per poterlo fermare, rinviamo al saggio contenuto in A. Moscato, Sinistra e potere, cit., pp. 149-164, che passa in rassegna le ricostruzioni e le polemiche riprese da diversi libri al momento del trentesimo anniversario.
15 È dovuto probabilmente a Togliatti, anche se non è firmato. L'attribuzione si basa sullo stile, ma anche sulla consuetudine di curare personalmente «Rinascita», di cui nell'ultimo periodo in cui era settimanale arrivò a scrivere, secondo Natta, ben 54 editoriali consecutivi. Non è incluso nel vol. V delle Opere, ma il curatore (Luciano Gruppi) ha scelto, forse non casualmente, un numero estremamente ridotto di scritti del periodo della partecipazione al governo (uno solo per il 1946!). Anche per il 1947 sono stati selezionati soprattutto i discorsi pronunciati all'Assemblea costituente, tra cui quello sull'inserimento del Concordato col famoso articolo 7.
16 «Rinascita», anno III, n. 8, agosto 1946.
17 L. Maitan, op. cit., pp. 42-43.