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Il PCI al Bivio

Documenti · pubblicato il 15 ottobre 2009 · 29 min di lettura

Il PCI nella resistenza, a confronto con l'esperienza greca e jugoslava

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III - IL PCI DALLA RESISTENZA AL GOVERNO

1. All'origine dell’"unità nazionale": i Fronti popolari

Togliatti aveva abbandonato nel 1928 Bucharin (che era stato la sua gui­da durante la prima permanenza a Mosca al centro dell'Internazionale Comunista), allineandosi a Stalin in tutto, compresa la difesa della sciagu­rata politica che impedì il fronte unico contro il nazismo in ascesa. Questo periodo viene in genere presentato come una parentesi oscura chiusa alla fine del 1934, quando «Ercoli» (era lo pseudonimo usato da Togliatti in quegli anni), che nel frattempo era diventato il capo indiscusso del PCd'I, apparve come l'ispiratore della nuova politica unitaria che sarebbe stata sancita nel 1935 dal VII Congresso del Comintern.

La storiografia del PCI insiste, non a torto, nel fare partire da quella data la politica che caratterizzerà il PCI fino alla vigilia della sua crisi e della sua liquidazione. Tuttavia, anche su questo occorrono alcune precisazioni. In primo luogo, non si può dimenticare il pesante bilancio del cosiddetto "terzo periodo" dell'Internazionale, che Togliatti assecondò pienamente, ad esempio attaccando un presunto allarmismo di Trot-skij, che denun­ciava fin dal 1929 il pericolo rappresentato dall'ascesa di Hitler, indivi­duando nel capo nazista il «super Wrangel» della reazione mondiale che avrebbe inevitabilmente attaccato l'URSS.

Ancora nel settembre 1932 Ercoli denunciava le «false analogie tra la situazione tedesca e quella italiana», sostenendo che il partito tedesco aveva tratto le lezioni dall'esperienza dell'Italia, e annunciando l'immi­nente vittoria della rivoluzione tedesca.

Cinque mesi dopo Hitler era al potere, senza nessuna significativa re­sistenza da parte del più forte partito comunista e del più forte movi­mento operaio del mondo capitalistico. Tuttavia, per oltre un anno la stampa dell'IC, compresa quella del PCd'I, continuava a cantare vitto­ria, negando la sconfitta, mentre Stalin avrebbe conti­nuato a lungo a non tenere conto di tutti gli avvertimenti, facendo offerte distensive all'imperialismo tedesco ancora agli inizi del 1934, nel XVII Con­gresso del PCUS. Inoltre, il ruolo autonomo di Togliatti nell'elabora­zione della nuova tattica non è così evidente nella realtà come nella leggenda diffusa per decenni. Lo stesso Ernesto Ragionieri, che curò i primi tre volumi delle Opere di Togliatti, ha ammesso che nella fase che precedette il VII Con­gresso dell'IC

Togliatti è tutt'altro che un anticipatore ardito. Quanto più sarà aperto e spregiudicato nell'applicare quella linea, tanto più sarà cauto, o addirittura resistente, di fron­te al delinearsi dei primi esperimenti.1

Ragionieri ha sottolineato, ad esempio, che ancora nel febbraio 1934, dopo l'assalto fascista al parlamento francese e la risposta unitaria che sorse spontaneamente nelle strade di Parigi, Togliatti continuò a rinfacciare a Trotskij di proporre il "fronte unico" tra comunisti e so­cialisti, presentandolo come se fosse una teorizzazione della possibilità di «sbarrare la strada al fascismo appoggiando una frazione della borghesia [cioè i socialisti, NdR] contro l'altra», e considerando grave che nel PCF

si manifesti una corrente opportunista la quale sostenga lo stesso punto di vista dei socialisti e predichi, quindi, una tattica di blocco del nostro partito con la Socialdemocrazia, per la difesa della democrazia, del regime parlamentare, ecc.2

La svolta di Togliatti avverrà dunque tardivamente, soprattutto quando alla riflessione autonoma sui pericoli del dilagare del fascismo in Europa si aggiungerà il peso della scelta di Stalin di dialogare con la borghesia franco-britannica. In questo senso la contraddizione che vede Ragionieri tra lo slancio nell'applicare la nuova linea quando sarà decisa e la reti­cenza e la diffidenza nei confronti di chi la propone dal basso appare meno inspiegabile.

2. Fronte unico e fronti popolari

Ma quel che ci preme sottolineare è che i fronti popolari non sono affatto la riedizione un po' allargata del fronte unico rifiutato negli anni prece­denti, ma tutt'altra cosa, se non la sua negazione. La tattica di fronte unico, sperimentata empiricamente dai bolscevichi nel settembre 1917 proponendo l'unità di tutte le correnti socialiste contro Kornilov e poi teo­rizzata a partire nel II, III e IV Congresso dell'IC, si basava sulla convin­zione che l'unità del fronte proletario fosse una necessità di tutte le correnti, anche di quelle riformiste, per difendersi da un pericolo comune; andava proposta dai rivoluzionari all'intero movimento operaio, pur sapendo che le direzioni riformiste avrebbero recalcitrato. In questo modo l'unità sarebbe stata imposta di fatto, ma senza porre condizioni pregiudiziali, che avrebbero facilitato il compito ai dirigenti opportunisti e antiunitari.

I fronti popolari invece raccolgono la spinta unitaria spontanea delle masse ma, proponendo un'intesa interclassista anche con i partiti bor­ghesi democratici, invece di rafforzare l'unità del proletariato lo divi­dono, perché i borghesi ovviamente pongono come condizione che non si tocchino i loro interessi. I fronti popolari infatti bloccarono le rivendicazioni "troppo spinte" del proletariato, ricorrendo soprattutto in Spagna a una dura repressione, che investì gli anarchici e il POUM, ma anche l'opposizione sociale, come le Comuni agricole dell'Aragona, e i Consigli di fabbrica a direzione rivoluzionaria in Catalogna.

Sia in Francia sia in Spagna i governi di fronte popolare rifiutarono inoltre le rivendicazioni indipendentiste delle colonie, cosa che soprat-tutto in Spagna fu fatale, perché Franco poté continuare a reclutare mercenari tra i settori più arretrati della popolazione marocchina, scagliandoli contro la Repubblica. I governatori nelle colonie francesi rimasero addirittura dei generali reazionari, che in maggioranza si sarebbero poi schierati con Petain.

Le concessioni alla borghesia in Francia e alla «sua ombra» in Spagna (dove la maggioranza della borghesia stava con Franco) divisero dun­que la classe operaia. (Per usare un'immagine esopica, il fronte unico potrebbe essere paragonato a un'intesa tra gli storni per impedire a un falco di attaccarli, il fronte popolare a un invito rivolto dagli storni a un falco perché li difenda da un altro uccello di rapina.) Inoltre, il prezzo più alto pagato alla borghesia internazionale (che non appoggiava la Repubblica in Spagna ma le poneva condizioni gravose) fu la trasformazione delle guerra rivoluzionaria (che aveva sconfitto i generali golpisti con le insurrezioni spontanee e inizialmente quasi disarmate delle maggiori città spagnole) in guerra tradizionale, rinviando la rivoluzione a un ipotetico secondo tempo, che ovviamente non verrà mai: in una guerra tradizionale vince ovviamente l'esercito meglio armato e più pro­fessionale.

La politica dei "due tempi" sarà riproposta durante la Seconda guerra mondiale alla resistenza italiana, francese, greca, insomma a tutti i paesi che nella spartizione del mondo del 1944 dovevano rimanere nell'area capitalistica. Che la logica di quella politica fosse dettata più dagli interessi immediati e tattici dell'URSS (o meglio di quelli che sembravano tali alla direzione staliniana) sarà evidente con il brusco cambio di orientamento di tutti i partiti comunisti che accompagnò l'inversione delle alleanze dell'URSS nel 1939, al momento del Patto Ribbentrop-Molotov.

Bisognerà tornare a discutere in altra sede la leggenda giustificazio­nistica difesa per decenni dal PCI e ancora oggi sostenuta ad esempio da Luciano Canfora, che presenta quel patto come un «prendere tempo e spazio», sorvolando sul fatto che fu Hitler a ricavarne tutti i vantaggi, ottenendo via libera per la conquista prima della Polonia, poi della Francia, con la certezza di non correre rischi sul fronte orientale. L'URSS, che continuò fino all'ultimo a rifornire la Germania di materiali strategici, arrivò invece impreparata allo scon­tro inevitabile ed ebbe la maggior parte delle perdite nei primi tre anni di guerra.

Inoltre, il movimento operaio europeo fu disorientato e diviso da quel patto, che fu difeso da tutta l'Internazionale come un patto di pace, attri­buendo tutte le responsabilità della guerra esclusivamente agli imperialisti franco-britannici. Le Lettere di Spartaco che il PCI pubblicava a Parigi in quel periodo ne forniscono un esempio penoso.

C'è una controprova: se durante il periodo 1935-1938 l'unico impe­riali­smo denunciato dai partiti comunisti è quello tedesco, e nel 1939-1941 tocca invece a Francia e Gran Bretagna, avremo un nuovo ca­povolgimen­to a partire dalla seconda metà del 1941, quando Francia, Gran Bretagna e Stati uniti diventano di nuovo «potenze democratiche e antifasciste».

I partiti comunisti, compreso quello italiano, hanno sempre minimiz­zato le ripercussioni di quel patto, anche perché prendevano in genere per buona l'affermazione sovietica, ripetuta anche da Gorbaciov fino al 1990, che non c'erano i documenti ufficiali autentici sui protocolli segreti che lo accompagnarono. Nel 1990 furono alla fine pubblicati anche in URSS, ma era già possibile da molti anni capire che corrispondeva­no a una logica di spartizione del mondo in area di influenza (e se possibile di conquista diretta) anche confrontando quanto era stabilito nella copia trovata nel 1945 negli archivi tedeschi con le annessioni effettivamente compiute nel 1940 (che poi Stalin si fece riconoscere dai suoi alleati occidentali nel 1944-1945).3
La stessa logica del patto russo-tedesco si ripropose infatti, su scala più grande, negli accordi impropriamente detti "di Yalta" (che furono in realtà tracciati a grandi linee tra Stalin e Churchill già nell'ottobre 1944 a Mosca, come Churchill ricostruisce scrupolosamente nelle sue preziose memorie).4

Tutti i partiti comunisti del mondo occidentale in quel periodo applicarono la stessa tattica: collaborare con i "partiti democratici" senza fare menzio­ne della loro caratteristica di classe. Sarà applicata anche in America Latina, dove non c'era neppure l'alibi della necessità di combattere gli occupanti nazifascisti, e con grande larghezza: il Partido socialista popu­lar (come si chiamava il partito comunista a Cuba) arriverà a collaborare con il "democratico" e "antifascista" dittatore Batista, inserendo due ministri nel suo governo.

Ci sarà una sola eccezione, la Jugoslavia, ma appunto sarà una deroga alla linea che verrà rinfacciata a Tito, a cui si tenterà di fare pagare nel 1948 anche quell'inammissibile manifestazione di indipendenza.

A chi insiste sulla originalità della linea di Togliatti nel 1944, racco­man­diamo di confrontarla con quella del leader greco Zachariadis, anch'esso fatto rientrare nel paese dagli alleati e che avallò quegli accordi di Varkiza che imponevano il disarmo dei partigiani (in gran­dissima maggioranza comunisti, e che avevano liberato la Grecia senza nessun aiuto), mentre veniva ricostruito l'apparato repressivo dello Stato borghese.5 Se i comu­nisti greci dovettero poi riprendere le armi alla fine del 1946 e soprattutto nel 1947, lo si deve non a un loro presunto avventurismo (da cui Togliatti avrebbe il merito di avere sal­vato l'Italia), ma al carattere famelico della borghesia greca, che non poté permettersi di fare le concessioni che fece la borghesia italiana per ottenere la collaborazione di classe del PCI e del PSI per un triennio, al termine del quale, ricostruito tutto il suo potere, ruppe gli accordi ed estromise brutalmente i partiti operai dal governo.

 

3. Il "partito nuovo"

Anche il «partito nuovo» non è poi un'esclusiva italiana, come da molte parti si continua a sostenere. In primo luogo si tentò di realizzarlo un po' ovunque in Europa, anche se con risultati assai diversi, che provano solo la duttilità politica e l'alto livello intellettuale del gruppo dirigente del PCI, non una sua reale diversità.

La tesi degli apologeti si basa su un'argomentazione inconsistente: un partito più largo sarebbe necessariamente più democratico. In realtà il Partito bolscevico aveva avuto il massimo di democrazia interna durante la clandestinità e nei primi anni di difficile lotta per la sopravvivenza dopo il 1917, e la sua burocratizzazione fu bruscamente accelerata quando Stalin, dopo la morte di Lenin, ne raddoppiò il numero degli iscritti con una "leva Lenin" che irrideva a una delle ultime raccomandazioni del grande leader scomparso. Lenin infatti aveva sollecitato una drastica riduzione del numero degli iscritti, dato che dopo il consolidamento del potere sovietico erano affluiti moltissimi opportunisti e il livello politico e morale si era notevolmente abbassato.

Nel partito di poche decine di migliaia di militanti consapevoli del periodo prerivoluzionario il dibattito era vivace, la formazione intrecciava studio ed esperienza. In quello che presto diventerà di milioni di iscritti, sarà ne­cessario un indottrinamento autoritario, i dirigenti locali - dalla metà degli anni Venti - saranno nominati dall'alto, i vecchi bolscevichi saranno espulsi e in gran parte sterminati negli anni Trenta. La discussione rimarrà chiusa negli organi più ristretti, alla massa sempre più passiva della «base» verrà «spiegata la linea».

Nel dopoguerra, in Italia non ci saranno più con la stessa frequenza le espulsioni degli anni Trenta (Bordiga, Tasca, Silone, Tresso, Ravazzoli, Leonetti, per parlare solo dei massimi dirigenti), ma verranno ugualmente colpiti tutti i tentativi di esprimere posizioni diverse: nel 1951 Cucchi e Magnani, rei di non credere che Tito e il Partito comunista jugoslavo sono diventati fascisti, nel 1956 Giolitti, Onofri e molti altri che sono insoddi­sfatti delle conclusioni ricavate dal XX Congresso del PCUS, negli anni Sessanta i giovani dirigenti della FGCI che praticano forme di lotta trop­po dure contro l'intervento americano in Vietnam, i redattori de «La sinistra» e molti altri casi, prima e dopo l'esclusione dei redattori de «il manifesto».

La stessa «svolta di Salerno», se in effetti non fu una novità per colo­ro che avevano già vissuto l'esperienza dei fronti popolari in Francia e in Spagna o comunque non avevano mai perso il contatto col partito nelle carceri (cioè quelli che formarono la quasi totalità del gruppo dirigente fino al 1956), rappresentò una netta forzatura nei confronti dei sentimenti, delle aspirazioni e delle convinzioni radicate nel grosso dei militanti, e fu imposta anche con drastiche misure disciplinari (ad esempio nei confronti del gruppo dirigente della "Federazione di Montesanto" a Napoli e della CGL meridionale, ricostituita su basi classiste e stroncata in collaborazione con le autorità militari alleate che ne vietarono il giornale).

Ma, senza soffermarsi ulteriormente sulla valutazione del grado di demo­crazia e soprattutto di reale dibattito politico anche sulle scelte italiane che caratterizzò il «partito nuovo», occorre ritornare per un momento sul significato di quella collaborazione di classe che Togliatti fece accettare col peso della sua provenienza da Mosca, che più che mai negli anni della guerra appariva il centro mitico del co­munismo mondiale (anche se a Mosca era stata sciolta senza un'ombra di discussione la III Internazionale, e il bilancio delle oscillazioni nelle alleanze e delle illusioni ripo­ste in Hitler si sarebbe potuto fare in termini di milioni di vittime innocenti).

4. Scelta autonoma o applicazione delle decisioni sovietiche?

Per moltissimi anni il PCUS e tutti gli altri partiti comunisti hanno negato l’esistenza degli accordi di spartizione del mondo detti "di Yalta", in genere basandosi su un dato vero ma secondario: non fu a Yalta che furono gettate le basi della spartizione, ma nell’incontro tra Churchill e Stalin che si tenne a Mosca nell’ottobre 1944, e di cui Churchill fece una descrizione dettagliata nella sua Storia della seconda guerra mondiale (quest’anno nel suo archivio è stato trovato l’originale dei suoi appunti siglati da Stalin con le percentuali dei rispettivi "interessi" in Grecia, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, ecc.). Anche gli altri argomenti usati erano quasi sempre assai deboli, analoghi a quelli utilizzati per negare l’esistenza dei protocolli segreti che accompagnarono il Patto Ribbentrop-Molotov. Anche recentemente c’è stato chi ha ripubblicato i documenti conclusivi della Conferenza di Yalta, credendo di dimostrare l’inesistenza della spartizione del mondo con il fatto che non era esplicitata nei documenti ufficiali pubblicati. Come se tutta la storia della spartizione del mondo tra le grandi potenze imperialiste potesse essere ricostruita sulla base delle dichiarazioni propagandistiche!

Non a caso, per sololevare un velo sugli accordi segreti (che c’erano sempre stati, ma erano sempre stati appunto nascosti alle popola­zioni, che venivano spartite come prede tra i briganti) fu necessaria la Rivoluzione d’ottobre, che aprì con la dinamite le casseforti seggrete del ministero zarista e pubblicò tutti i trattati segreti concernenti la Russia zarista e i suoi alleati a puntate sulle «Izvestija» (così furono conosciuti, ad esempio, gli accordi Sykes-Picot per dividere il Vicino Oriente tra Inghilterra e Francia, in barba alle promesse fatte contem-poraneamente alla rivolta araba e ai dirigenti sionisti).

Churchill, comunque, ha documentato rigorosamente anche le modifi­che successive al primo piano di spartizione: ad esempio, per Unghe-ria e Jugoslavia era previsto inizialmente un "condominio" (50%-50%), ma i successi dell’Armata Rossa in Ungheria e la realtà del movimento partigiano in Jugoslavia spinsero a modificare a favore dell’URSS la spartizione.6

Churchill riporta i testi delle lettere scambiate con il suo go­verno e con il presidente degli Stati Uniti, da cui risultano le ragioni oggettive dei successivi spostamenti verso ovest del "confine" tra le due aree di influenza; la sua preoccupazione principale era quella di contestare le critiche da destra che presentavano "l’inganno di Yalta" come una gratuita capitolazione di Roosevelt e Churchill all’astuto Stalin.

Chi negava l’esistenza di accordi segreti, invece, insisteva sul fatto che, in tutti i documenti o resoconti degli incontri non c’era traccia di decisioni concernenti la Francia o l’Italia. In realtà, nelle conferenze e negli incontri bilaterali si discusse molto delle zone controverse (dai Balcani alla Polonia) e ovviamente della Germania, sul cui futuro c’erano molte incertezze (si parlò perfino di suddividerla ripristinando i vecchi Stati di Baviera, Prussia, ecc.), e non di quelle che erano indubbiamente all’interno di una sfera di influenza indiscussa. Non si parlava dell’assetto di Italia e Francia, come non si parlava della Mongolia esterna o di Tuva o dei Paesi Baltici.

La vera ragione di una simile negazione dell’evidenza era, comunque, la rivendicazione dell’originalità delle scelte del PCI e di Togliatti. Tuttavia, nel 1991 Aldo Agosti (storico di grande serietà che ha tra l’altro curato la più ampia e rigorosa raccolta di documenti della III Internazionale), ha trovato nell’archivio dell’IC a Mosca un testo di notevole importanza per chiarire questa questione. Si tratta di un documento, scritto da Togliatti e datato 1° marzo 1944, con sue correzioni autografe estremamente significative.

Di alcuni punti chiave forniamo prima il testo originale e poi quello riveduto, per consentire il confronto tra le due argomentazioni radicalmen-te diverse e contraddittorie tra loro. Ad esempio, la stesura originaria af-fermava che i comunisti

chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fa­scista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel mo­mento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che op­pongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia. In considerazione di ciò [...] rifiutano di parteci­pare all’attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania.

Tutto giusto, e soprattutto bene argomentato; ma l’intero periodo viene cancellato e sostituito di pugno di Togliatti, con quest’altro:

i comunisti sono pronti perfino a aprtecipare a un governo senza l’abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal Paese.

La frase suona bene, ma è in stridente contraddizione con quanto affermato prima, e cioè che «in quanto centro di unificazione di tutte le forze reazionarie» quel governo era «un ostacolo a una vera parte­cipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania».7 Un po’ come accettare un lupo come guardiano di un gregge, limitandosi a porre come condizione che si impegni a custodirlo bene!

Lo stesso Agosti, nella presentazione del documento, ammette (riprendendo una frase di Luigi Cortesi) che

 

mettere in dubbio che Togliatti prospettasse una coincidenza tra la politica sovietica e gli interessi del popolo italiano rappresentati dal PCI [...] significherebbe disco­noscere una delle chiavi di volta della struttura ideologica di quadri comunisti.

È verissimo: ma in prospettiva storica si può valu­tare se e quanto quella «coincidenza di interessi» esisteva anche nella realtà, oltre che nella mente di Togliatti.

5. Un bilancio della partecipazione dei comunisti al governo

Ma anche lasciando da parte la discussione sulle responsabilità dell'URSS staliniana nella "scelta" di quella politica, è possibile trac­ciarne un bilancio in termini di risultati concreti. È interessante che da parte del PCI non sia mai stato fatto, sia a livello politico, sia nelle pur interessanti e nel complesso non reticenti opere prodotte dalla storiografia "ufficiosa", a partire dalla pregevole Storia del partito comunista italiano di Paolo Spriano, che si ferma alla Liberazione.8

Il risultato di tanta reticenza è che, quando alla metà degli anni Settanta si riproporrà la possibilità di entrare se non al governo almeno nella sua anticamera, verranno rifatti gli stessi errori, spezzando la dinamica ascendente iniziata capitalizzando le grandi mobilitazioni sociali avviate nel 1968 e creando le premesse della crisi strisciante che porterà alla liqui-dazione del partito col discorso della Bolognina e il Congresso di Rimini.

Naturalmente ancora oggi i militanti dei due partiti nati dalla rottura del PCI non conoscono quasi nulla di quel periodo. È vero che per il PDS, a cui si offrono nuovamente delle possibilità di arrivare nella "stanza dei bottoni", sarebbe ancora più utile studiare l'esperienza del ruolo del PSI nel centro-sinistra.

Non possiamo qui esaminare a fondo quell'esperienza, come abbiamo fatto in altra sede.9 Segnaliamo tuttavia sinteticamente alcuni dati che forniscono alcuni elementi di giudizio soprattutto a chi ha vissuto perso­nalmente la nuova esperienza di "unità nazionale" degli anni Settanta.
In primo luogo l'unità interclassista imposta al partito a partire dalla parteci­pazione al governo Badoglio (ovviamente senza mai denunciare il suo ruolo nel regime fascista e perfino quello di criminale di guerra in Libia ed Etiopia) e che si concretizzò in primo luogo nel mantenere il CLN nazionale e soprattutto quelli locali come organismi non elettivi e in cui avevano un ruolo paritetico sia i grandi partiti di massa sia i partitini borghesi quasi inesistenti come la "Democrazia del lavoro", assicurò ai rappresentanti della borghesia un ruolo che non avrebbero mai potuto avere.10
Grazie a questo fu possibile ricostituire l'apparato repressivo e in ge­nere quello statale, che erano stati praticamente distrutti in seguito alla fuga del re e allo sfacelo dell'8 settembre 1943 e nel corso della guer­ra civile nel centro-nord. La ricostituzione dell'apparato repressivo e della magistratura sarà la prima causa della profonda delusione di molti partigiani, che comin­cia­rono presto ad essere inquisiti per presunti reati comuni commessi durante la lotta (requisizioni di viveri, esecuzione di spie, ecc.), mentre l'amnistia permise alla quasi totalità dei fascisti di tornarsene presto in libertà.11
Sull'amnistia Togliatti si difenderà dalle critiche mosse da esponenti del Partito d'Azione, come Emilio Lussu, asserendo che era il frutto di una decisione collegiale e che era stata male applicata. L'applicazione iniqua non era tuttavia frutto del caso, ma dipendeva dal fatto che nessuna epurazione aveva colpito i magistrati, che pure avevano fatto tutti carriera applicando le leggi fasciste. Esiste d'altra parte un'ag­ghiacciante circolare firmata da Togliatti, in qualità di ministro di Grazia e Giustizia, che sollecitava i procuratori del regno (che di queste sollecitazioni non avevano certo bisogno) a procedere con la massima sollecitudine e con estremo rigore», appoggiando «l'energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico», «onde assicurare una pronta ed esemplare repressione».12

Nelle manifestazioni di piazza e nelle proteste delle carceri si trova­vano insieme ex partigiani e reduci, disoccupati e senza tetto, che vedevano tornare a galla i responsabili della guerra e dello sfacelo nazionale, ma che scoprivano amaramente che venivano bollati come fascisti.

Anche la delusione degli operai non tardò a manifestarsi. In molti casi avevano salvato le fabbriche dalla distruzione che i nazisti avevano predi­sposto al momento della ritirata, e i padroni ex collaborazionisti, tornati dalla Svizzera appena rassicurati sull'aria che tirava, comin­ciarono presto a licenziarli. La scala mobile, che di quel periodo fu la conquista più impor­tante e duratura (ci voleva Trentin per smantel­larla, nel 1992!), fu infatti barattata con lo sblocco dei licenziamenti.

Il Mezzogiorno, che aveva accolto con fiducia le truppe alleate e ave­va visto subito represse duramente (senza una protesta dei comu­nisti) le manifestazioni per la terra e le proteste contro i notabili ex fascisti che si riciclavano e i mafiosi arrivati al seguito delle truppe ameri­cane, fu quello più brutalmente deluso dal nuovo regime, che aveva troppi tratti di continuità con il vecchio. Togliatti stesso, al momento delle elezioni del 1946, che videro un riflusso verso destra della pro­testa meridionale, ne prenderà atto, lasciando l'incarico governativo e dedicandosi al rafforza­mento del partito.13

L'altra grande conquista di quel periodo, la Costituzione, rimarrà inapplicata per anni per molti aspetti: le formulazioni più positive erano affermazioni di princìpi astratti, altre dovettero aspettare la nuova spinta delle mobilitazioni del 1968-1969 per la loro concretizza­zione (regioni, ecc.).

Al termine di tre anni di partecipazione a governi sempre più spostati a destra accettati senza protestare (la sostituzione di Parri con De Gasperi fu anzi salutata come un progresso), comunisti e socialisti ne saranno estromessi senza tentare neppure una protesta, e anzi denun­ciando per anni l'"errore" della rottura dell'unità antifascista.

Cominciavano dieci lunghi anni di repressione e di arretramenti, di distruzione del quadro operaio che aveva provocato la caduta del fascismo con gli scioperi del marzo 1943, che aveva salvato le fabbri­che e costituito il nerbo della resistenza nel triangolo industriale.

La sconfitta elettorale del 18 aprile 1948 era il termometro che rivela­va l'ampiezza del riflusso. Eppure, il 14 luglio 1948 (attentato di Pallante alla vita di Togliatti), la generosa risposta popolare a quello che appariva un atto premeditato per colpire la sinistra attraverso il suo capo più autorevole dimostrava che ancora c'erano forze decise a lottare duramente contro la restaurazione, e che non erano state fino a quel momento mobilitate.14

6. Le illusioni sull'intelligenza delle classi dirigenti

Abbiamo detto che non fu fatto alcun serio bilancio dell'esperienza di partecipazione al governo quando essa giunse bruscamente a termine o nei decenni successivi. C'è tuttavia una parziale eccezione, ed è un editoriale di «Rinascita» dell'agosto 1946, al momento della ripresa dell'iniziativa politica sotto l'impatto del risultato deludente del 2 giu­gno. 15
Era evidente - ed era anche, bisogna ricordarlo, normale - che i conservatori italiani potessero aderire alla politica delle forze più avanzate del blocco antifascista uni­camente al patto di avere tra le mani solide garanzie. I conservatori italiani doveva­no assicurarsi che la liquidazione politica del fascismo, il raggiungimento delle con­dizioni politiche di un normale sviluppo democratico, non coincidessero con modifi­cazioni profonde o addirittura rivoluzionarie della struttura economica italia­na. Esistevano tutte le condizioni, dunque, perché, in seno al fronte antifascista, tra le sue grandi ali, si addivenisse ad un preciso compromesso. La natura del compro­messo non poteva essere basata che su questi punti: rinunzia a impostazioni eco­nomiche di tipo rivoluzionario; direzione della vita economica - e quindi anche del risanamento finanziario e della ricostruzione - lasciata, nei punti decisivi, alle forze conservatrici; impegno di tutti i partiti alle soluzioni politiche fondamentali; difesa sul terreno sindacale da eventuali conseguenze, minacciosamente antisociali e anti­nazionali, di una politica economica conservatrice che venisse improntata a un libe­rismo sfrenato; perciò libertà di azione sindacale, riforme minime, sul terreno agra­rio e, contemporaneamente, sviluppo dell'iniziativa popolare per sopperire in qual­che modo alle necessità più urgenti e venire incontro alle angosce delle masse.16

Quest'ultimo argomento sembra stupefacente, ma corrispondeva a una costante del periodo: fare appello alla solidarietà più che alla lotta «per alleviare il disagio delle masse». Ma quel che è più interessante è l'uso della parola compromesso per definire l'intesa antifascista, a cui si richiamerà Berlinguer nel 1973, rilanciando come «nuova» proposta di collaborazione di classe il compromesso storico.

L'attribuzione a Togliatti è molto probabile, perché solo lui in tutto il gruppo dirigente aveva la capacità e l'autorità sufficienti per lasciar cade­re in certe occasioni le abituali mistificazioni propagandistiche, recupe­rando in pieno la lucidità analitica. Ma che questa lucidità non avesse implicazioni pratiche lo si comprende dalla singolare conclusione del ra­gionamento:

Il compromesso lasciava aperte, quindi, due prospettive: quella della democratizza­zione del paese nel suo complesso, permettendo il conseguimento degli obiettivi politici fondamentali, e quella della democratizzazione degli stessi conservatori ita­liani, ove avessero saputo, e voluto, prendere coscienza delle condizioni reali della vita economica e della lotta politica in Italia. Il compromesso del fronte antifascista apriva una grande ipoteca, garantita dalla possibile intelligenza posseduta dai con­servatori italiani. Disgraziatamente si deve riconoscere, oggi, che mai ipoteca fu peggio garantita.

Altro che chiacchiere sulle trasformazioni sociali dell'Italia! Nella parte analitica c'era la più franca ammissione dell'autolimitazione dei compiti del blocco antifascista, che non doveva toccare (nonostante le frasi da comizio contro imprecisati «plutocrati») la struttura econo­mica italiana e doveva lasciarla anzi nelle mani delle «forze conserva­trici». Ma la conclusione è sorprendente, e ricorda il vizio (rimasto inveterato nella gran parte della sinistra italiana) di raccomandare diete vegetariane alle tigri. o - il che equivale - auspicare che l'ONU difenda i diritti dei popoli.

A quel testo rispondeva seccamente Livio Maitan:

Questo si chiama parlar chiaro: e questo parlar chiaro spazza via tutte le variazioni teoriche, rivelandone il carattere strumentale. Il presupposto di tutta una politica è qui espresso nella sua sostanza. Ora nessuno vorrà, in nome di una pretesa ortodossia marxista e leninista, respinge­re il compromesso in quanto tale. Ma c'è compromesso e compromesso, e in ultima analisi, il giudizio dei fatti è decisivo. Del compromesso di cui parla «Rinascita» chi ha fatto le spese e chi ci ha guadagnato?

Giudicando con i criteri realistici del marxismo, non era difficile rendersi subito conto di come sarebbero andate a finire le cose necessariamente. In ogni modo oggi la risposta si riduce a una constatazione pura e semplice. Sono le foze borghesi che hanno avuto la meglio perché, pagando un prezzo in fondo sopportabile, sono riusci­te a ricostruire il loro Stato e la loro economia nonché a riprendersi in un secondo tempo larga parte di quanto avevano ceduto. Questa è la sostanza delle cose, e la­sciamo pure che l'editorialista di «Rinascita» ironizzi sulla «possibile» intelligenza dei conservatori. Se il discorso concerne l'intelligenza politica, non è di quella dei conservatori che in questo caso vien fatto di dubitare...17

7. Il PCI all'opposizione

Una volta estromesso dal governo nel maggio 1947 (ma la crisi era inizia­ta a gennaio di quell'anno) dopo un periodo di disorientamento il PCI si impegnò a ricostruire un movimento di opposizione combat­tiva, come aveva già iniziato a fare nel sud dopo le elezioni del 1946. Ricostruirlo con quel che era rimasto dopo le delusioni degli anni di governo (e non era poco) fu relativamente facile, per il carattere odio­so che assunse la re­pressione, spesso vera e propria vendetta dei possidenti e di un apparato statale apertamente reazionario nei con­fronti delle classi lavoratrici.

Finalmente si ricomincia a lottare, pensavano molti comunisti, spe­rando che presto si sarebbe recuperato il tempo perduto. «A d'Ono', dacce il via!», dicevano nel 1948 i comunisti romani a Edoardo D'Onofrio, il se­gretario della Federazione, popolarissimo anche per il suo passato negli anni del primo dopoguerra, e che aveva una specie di culto personale («il più comunista dei romani, il più romano dei comunisti»).

La lotta assunse spesso forme molto dure, e costi altissimi, sia per la vio­lenza della Celere nel periodo in cui Mario Scelba fu ministro degli Interni, sia per i licenziamenti che colpivano chi si esponeva troppo in scioperi minoritari perchè molto politicizzati (ad esempio, contro la guerra di Corea, o la visita del gen. Ridgway, il «generale peste»). Il bilancio fu di molte decine di morti (nel sud anche per mano della mafia), migliaia di feriti, centinaia di migliaia di arrestati e di licen­ziati (l'arresto o anche un semplice fermo facilitava il compito ai pa­droni). In quegli anni si intensi­fica anche la persecuzione dei parti­giani, molti dei quali dovranno ripara­re all'estero, soprattutto in Cecoslovacchia.

Il più grande merito del PCI in quegli anni fu probabilmente la lotta con­tro la «legge truffa» del 1953 (che peraltro era un po' meno peg­gio di quella che Occhetto ha contribuito a fare trionfare appoggiando il referen­dum Segni). Quella lotta segnò l'inizio di una ripresa non solo elettorale, consentendo alleanze con un'area politica e intellettuale democratica in parte staccatasi dal PSDI (Codignola, Calamandrei, Libertini), che con alterne vicende (molti di questi consensi saranno temporaneamente perduti durante la crisi del 1956, per l'irrigidimento neostaliniano che seguì la repressione della rivoluzione ungherese) fiancheggerà il PCI e in parte finirà per entrare nel partito o per con­vergere durante la grande ascesa degli anni Settanta nella sinistra indipendente eletta nelle sue liste.

Il PCI degli anni Cinquanta e Sessanta combina i tratti di un partito stalinista (per la struttura interna derivata da quella sovietica nella seconda metà degli anni Venti, e per il legame con l'URSS, di cui fino a tutti gli anni Ottanta criticherà gli "eccessi" e gli "errori", ma non le caratteristi­che di fondo del regime), con la strategia gradualista e riformista della So­cialdemocrazia, di cui accetta anche la concezione dello Stato.

Dopo la morte di Togliatti nel 1964, la segreteria Longo applica intel­li­gentemente questa combinazione delle due matrici. Ad esempio, in quello stesso anno decide di pubblicare il cosiddetto Memoriale di Yalta, scritto da Togliatti come base di discussione con il PCUS e quindi a carattere originariamente riservato. La pubblicazione miglio­rerà nettamente l'immagine del partito, dimostrandone la relativa indipendenza.

Ma il gesto più importante, vero capolavoro tattico di Longo, sarà il re­cupero di importanti aree del movimento studentesco, che era nato fuori dal controllo del PCI e in larga parte per iniziativa di giovani espulsi negli anni precedenti, o mai entrati nel partito.

Lo stesso segno ha la tattica sindacale che nel 1969 permette di ri­pren­dere in mano la radicalizzazione operaia, facendo propri in ex­tremis gli obiettivi contrattuali (aumenti egualitari e riduzione d'ora­rio) che inizial­mente erano stati respinti o rinviati alle calende greche, e che si stavano affermando in importanti fabbriche ad opera di mili­tanti operai, a volte ancora iscritti al partito ma ormai fuori controllo.

Il PCI dimostra dunque in quegli anni di saper recuperare le ricadute elettorali e politiche di movimenti di cui non ha la paternità e che ha anzi inizialmente osteggiato (compresa la lotta per difendere divorzio e aborto). In quegli anni ci sono le conquiste maggiori del dopoguerra: il miglioramento della scala mobile, l'attuazione delle regioni e lo stes­so Statuto dei lavoratori, che era stato concepito dai suoi padri (Brodolini e Giugni) soprattutto per regolamentare e arginare le con­quiste operaie, ma che assicurerà per anni concreti vantaggi, anche grazie alla radicalizzazione dei giovani magistrati sull'onda del 1968, che ne permetterà un'applicazione estensiva.

Il bilancio di come è stata gestita dal PCI, a partire dalla metà dagli anni Settanta, la crescita dovuta alla ricaduta elettorale di quei movimenti, con una nuova e ancora più insensata partecipazione subalterna a una maggioranza governativa e la rinuncia a un ruolo di opposizione politica e sociale, esula dal tema di questo articolo, dedicato a una valutazione del ruolo di Palmiro Togliatti, anche se, non a caso, Togliatti sarà in quegli anni ancora il riferimento fondamentale dei nuovi dirigenti, che lo abbandoneranno solo quando, annaspando sotto il peso delle sconfitte, cominceranno a cercare una nuova e più pesante omologazione (anche ideologica) con il "palazzo", preparando anche in questo modo la crisi finale, al momento del crollo del sistema sovietico.

1  E. Ragionieri, Introduzione al vol. III di P. Topgliatti, Opere, Editori Riuniti, Roma 1979, p. CLXXX.

2  Ivi, t. 2, pp. 370-371.

3  I giustificazionisti sorvolano tra l'altro tra una delle più vergognose conseguenze di quell'innaturale alleanza: la consegna a Hitler di 2.000 rifugiati comunisti e antifascisti, tra cui molti ebrei.

4  Per una trattazione sistematica del patto rinviamo al capitolo sull'inizio della Seconda guerra mondiale in: Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria-Bari, 1988, e al Dossier su "Yalta nei Balcani", di «Bandiera Rossa», n. 23, marzo 1992.

5  Cfr. il Dossier su "Yalta nei Balcani", cit.

6  Churchill aveva inviato nellla missione britannica in Jugoslavia per verificare i rapporti di forza tra partigiani comunisti e monarchici anche il figlio, che diede un giudizio nettissimo a favore delle forze di Tito, per cui l’Inghilterra si rassegnò alla perdita di influenza sulla Jugoslavia e riconobbe Tito prima di Stalin (che continuava invece a raccomandare al PCJ la collaborazione con i cetnici).

7  Il documento è stato pubblicato da Agosti sull’«Unità» del 28 ottobre 1991. Le precedenti lettere di Togliatti presentate da G. Vacca al festival dell’«Unità» su cui ritorneremo confermano che fino al febbraio del 1944 Togliatti chiedeva l’abdicazione del re.

8  Quanto alla storiografia ufficiale, cessa di esistere a partire dagli anni Cinquanta con il Quaderno di «Rinascita» dedicato a Trenta anni di vita e lotte del PCI. La mediocre Storia del PCI di Giorgio Amendola, che nel 1978 voleva essere una risposta alla troppo critica opera di Spriano, si arresta al 1943, ma non ha assunto comunque mai un valore di "storia ufficiale", anche se ad essa ha continuato ad attingere qualche storico giustificazionista anche in epoca recente.

9  Rinviamo per questo al saggio su Il PCI al governo nel 1944-1947, in Antonio Moscato, Sinistra e potere. L'esperienza italiana 1944-1947, Sapere 2000, Roma, 1983, e soprattutto al libro di Livio Maitan, PCI 1945-1969, stalinismo e opportunismo, Savelli, Roma, 1969.

10 Sintomatico che dove vi furono vere elezioni (ad esempio per il Consiglio di gestione alla FIAT) e gli eletti risultarono quasi tutti comunisti, essi furono fatti dimettere per assicurare la rappresentanza agli altri partiti.

11 Quando a Schio dei giovani partigiani comunisti entrarono nel carcere locale uccidendo i fascisti che dovevano essere scarcerati, essi furono bollati subito come trotskisti, e «l'Unità» arrivò a chiedere «pene severissime», che ci furono: la Corte alleata decreterà la pena di morte.

12 Cfr. A. Moscato, Sinistra e potere, cit., p. 24.

13 È a quel momento che il PCI dà via libera alle lotte per la terra nel sud, che inizialmente aveva scarsamente sostenuto e perfino osteggiato. Inizieranno lotte epiche e durissime, che costeranno molti morti e moltissimi feriti e arrestati; ma era tardi, perché cominciava ormai la delusione e il riflusso nello stesso nord.

14 Questo non vuol dire che il 14 luglio si potesse «prendere il potere», come affermano tutti quelli che vogliono polemizzare attribuendo ai critici da sinistra posizioni infantili. Sullo sciopero generale inizialmente spontaneo e poi proclamato dalla maggioranza della CGIL proprio per poterlo fermare, rinviamo al saggio contenuto in A. Moscato, Sinistra e potere, cit., pp. 149-164, che passa in rassegna le ricostruzioni e le polemiche riprese da diversi libri al momento del trentesimo anniversario.

15 È dovuto probabilmente a Togliatti, anche se non è firmato. L'attribuzione si basa sullo stile, ma anche sulla consuetudine di curare personalmente «Rinascita», di cui nell'ultimo periodo in cui era settimanale arrivò a scrivere, secondo Natta, ben 54 editoriali consecutivi. Non è incluso nel vol. V delle Opere, ma il curatore (Luciano Gruppi) ha scelto, forse non casualmente, un numero estremamente ridotto di scritti del periodo della partecipazione al governo (uno solo per il 1946!). Anche per il 1947 sono stati selezionati soprattutto i discorsi pronunciati all'Assemblea costituente, tra cui quello sull'inserimento del Concordato col famoso articolo 7.

16 «Rinascita», anno III, n. 8, agosto 1946.

17 L. Maitan, op. cit., pp. 42-43.