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Togliatti e Gramsci
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Togliatti e Gramsci tra Bucharin e Stalin
Questo scritto utilizza parti di articoli apparsi sulla rivista "Critica comunista" ed è stato pubblicato in questa forma come capitolo iniziale del libro Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996. al di là della ricostruzione dell'atteggiamento di Togliatti nei confronti di Gramsci, che portò a una sostanziale rottura dei rapporti di amicizia tra i due militanti, è interessante per la demistificazione del mito di Bucharin come alternativa a Stalin creato e alimentato per diversi anni dal PCI, e che ha lasciato alcune tracce nei suoi eredi.
1. A proposito della lettera del 1926 di Gramsci al CC del PCR(b)
Si è scritto e parlato molto della famosa lettera inviata da Gramsci a nome del CC del PCd'I nell'ottobre 1926 al Comitato centrale del PCR(b) e bloccata da Togliatti - allora rappresentante del partito italiano a Mosca - che non la inoltrò, su sollecitazione di Bucharin. Per ridurne il significato parecchi commentatori hanno sottolineato che la lettera non implicava un'adesione di Gramsci al trotskismo, senza comprendere che proprio per questo la sua portata avrebbe potuto essere maggiore, se la lettera fosse arrivata ai destinatari e fosse stata fatta circolare tra gli altri partiti comunisti. Pur ribadendo l'accordo con la «linea generale» della maggioranza del PCUS, la lettera criticava infatti duramente i metodi di direzione che stavano imbavagliando l'opposizione, creando le premesse per l'espulsione di questa (che avverrà in effetti un anno dopo) e soffocando definitivamente ogni possibilità di dibattito nel partito e nel paese.
Bloccare quella lettera, nel 1926, non era un atto senza conseguenze. Di fatto la lettera - prima e ultima iniziativa di critica al comportamento della direzione del PCUS fatta dalla direzione di un partito comunista piccolo ma prestigioso - fu ignorata per decenni, in primo luogo dai militanti del PCI, anche se fu pubblicata per la prima volta nel 1938 da Angelo Tasca in Francia e poi nel 1954 da «Bandiera Rossa».
Ovviamente, a parte rare eccezioni, non era stata presa in considerazione neanche dai pochi che avevano avuto l'occasione di leggerla, per le stesse ragioni per cui, ad esempio, la maggior parte dei comunisti che nel 1956 lessero su «L'Espresso» (allora assai diffuso nella sinistra) il Rapporto segreto di Chrusciov al XX Congresso del PCUS lo respinse come un'invenzione del nemico, dal momento che i dirigenti del partito ne negavano perfino l'esistenza e le sue "rivelazioni" ponevano problemi inquietanti, che si preferiva rimuovere.
La lettera avrebbe potuto soprattutto essere utile se, sollevando un "caso" e provocando quindi risposte e polemiche, fosse stata conosciuta da altre sezioni dell'Internazionale Comunista (IC). Nel 1926 in molti partiti comunisti, nonostante la "bolscevizzazione" avviata sotto la direzione di Zinov'ev e poi portata avanti da Bucharin e Stalin, c'era ancora un dibattito aperto e relativamente vivace, che sarà soffocato solo nei tre anni successivi, provocando un vero e proprio stillicidio di quadri, allontanati amministrativamente o distrutti politicamente e moralmente.
Nel 1926 i dubbi sulla giustezza dell'operato di Stalin erano ancora possibili e legittimi all'interno dell'Internazionale Comunista, dato che il suo potere divenne assoluto solo a partire dal 1929, ma fu messo in discussione anche successivamente: ad esempio, di fronte alle sue scelte, risultate fallimentari (in particolare la disastrosa "collettivizzazione forzata", che avrebbe dovuto migliorare l'approvvigionamento alimentare delle città e provocò invece una disastrosa carestia, con milioni di morti), nel XVII Congresso del partito del 1934 molti quadri intermedi (che pure avevano inizialmente sostenuto Stalin contro le opposizioni) cominciarono a pensare di dovere eseguire il "testamento" di Lenin destituendo Stalin (che avrebbe dovuto essere sostituito da Kirov). Come segnale, in un gran numero di schede con la lista dei candidati al Comitato centrale il nome di Stalin venne cancellato.
Kirov esitò, pur iniziando a prendere alcune misure per un cambiamento graduale di linea. Nel giro di pochi mesi si era avuto un oggettivo ridimensionamento di Stalin (citato sui giornali come "segretario" e non come "segretario generale"), con il reinserimento di diversi ex oppositori (tra cui Bucharin, chiamato a dirigere le «Izvestija»), ed erano stati perfino stabiliti con discrezione dei contatti con lo stesso Trotskij, probabilmente pensando alla possibilità di fare ricorso alle sue capacità di trascinatore dell'Armata Rossa per fronteggiare il pericolo di una Germania caduta in mano ad Hitler e ormai protesa verso la guerra per conquistare spazi vitali ad est. Il tentativo di svolta, come è noto, fu chiuso bruscamente il 1º dicembre con l'assassinio di Kirov, che venne per giunta attribuito cinicamente all'Opposizione di sinistra, dando l'avvio al "grande Terrore" degli anni successivi.
Nel 1926, dunque, non si poteva ancora considerare definitivo il trionfo di Stalin. Certo, le critiche al suo operato venivano arginate demonizzando l'Opposizione di sinistra, attribuendo ad esempio a Trotskij progetti "bonapartisti"; ma proprio per questo fu grave mettere a tacere una voce indipendente come quella di Gramsci. Lo conferma anche Ernesto Ragionieri nell'Introduzione al vol. II delle Opere di Togliatti:
Quello che non è assolutamente accettabile per Stalin e per Bucharin è, d'altra parte, l'affermazione che «l'attuale atteggiamento del blocco delle opposizioni e l'acutezza delle polemiche del PC dell'URSS esigano l'intervento dei partiti fratelli». In primo luogo perché, come osserverà scandalizzato Togliatti nella sua richiesta di ritirare la lettera, si mettono sullo stesso piano maggioranza e opposizione, ma anche perché si sta affermando la pratica inversa, cioè la proiezione delle decisioni del partito sovietico nel Comintern e nei "partiti fratelli", a cui si richiede non di dare suggerimenti, ma di studiare e difendere le scelte del PC dell'URSS.
Lo dice senza reticenze lo stesso Togliatti nella lettera che invia a Gramsci il 18 ottobre 1926, aggiungendo argomenti di merito a quelli di metodo contenuti nella lettera indirizzata lo stesso giorno all'Ufficio politico del PCd'I:
La lettera denunciava soprattutto i pericoli di scissione, mettendo ancora una volta formalmente sullo stesso piano maggioranza e opposizione. Ma non era una posizione di reale equidistanza, perché non c'era dubbio che solo la maggioranza voleva la scissione, anche se la attribuiva agli avversari. In realtà Zinov'ev e Kamenev, come si vedrà ben presto, pur di evitarla erano disposti perfino a una vera e propria capitolazione di fronte a Stalin (che non li risparmierà peraltro da nuovi attacchi e poi dalla condanna definitiva e dalla morte), e lo stesso Trotskij preferirà perdere gran parte dei suoi sostenitori internazionali piuttosto che accettare la logica conseguenza della scissione, ossia la costruzione di un nuovo partito. Si risolverà a questo solo nel 1933, dopo il "4 agosto di Stalin", cioè la vergognosa capitolazione della KPD di fronte ad Hitler, avallata dall'intera Internazionale Comunista, che continuerà per oltre un anno dopo l'instaurazione della dittatura nazista a parlare assurdamente di prossima vittoria della rivoluzione tedesca.
Sarà troppo tardi, e gli sforzi per ricostruire un partito comunista in URSS si scontreranno con la tremenda efficacia della repressione staliniana e quelli per costruire una nuova Internazionale con la mutata situazione mondiale, che ridurrà ai minimi termini le forze disposte ancora a raccogliere gli appelli dell'Opposizione di sinistra.
Nel 1926, comunque, nello stesso PC dell'URSS e negli altri partiti comunisti non è stato ancora cancellato formalmente il diritto a presentare piattaforme contrapposte.
Nell'ottobre di quello stesso 1926 all'Opposizione era stato impedito di difendere le proprie tesi in gran parte delle città, non con una decisione formale, ma rendendo impossibile ai suoi esponenti prendere la parola nelle assemblee preparatorie della XV Conferenza del partito con aggressioni fisiche da parte di squadracce di teppisti spoliticizzati.
L'appello dell'ottobre 1926 non era dunque inutile, ed era una presa di posizione metodologica che la frazione staliniana considerava inaccettabile, soprattutto quando Gramsci ribadiva che l'unità e la disciplina del partito erano un bene prezioso, ma che «non possono essere meccaniche e coatte». D'altra parte, se la lettera tendeva ad attribuire formalmente responsabilità ad entrambi le parti in causa, conteneva anche alcuni passi che apparivano inequivocabilmente rivolti alla maggioranza:
Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l'elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin [...].
Grazie anche all'intercettazione della famosa lettera, il compito di Stalin è diventato più agevole. Alla fine di quei due anni l'Opposizione di sinistra resterà per sempre silenziosa, o potrà solo gridare la propria protesta nelle carceri e nei campi di detenzione. Le altre opposizioni, quella della destra buchariniana e ancor più quella del 1934 degli staliniani in crisi raccolti intorno a Kirov, non potranno neppure tentare di far conoscere il proprio pensiero, perché negli anni precedenti avevano contribuito a soffocare ogni dissenso, criminalizzando come "frazionismo" ogni tentativo di apertura di un dibattito all'interno del partito.
Anche la «base» del partito, alla cui «vivace reazione» contro l'opposizione faceva riferimento compiaciuto Togliatti nella lettera all'UP, era cambiata profondamente negli ultimi due anni.
Ancora alla morte di Lenin, infatti, nonostante il delinearsi di una grave involuzione che aveva suscitato l'angoscia che traspare dai suoi ultimi scritti, il Partito comunista manteneva, sia pure spesso deformate e trasformate in ideologia, le concezioni che lo avevano ispirato al momento della rivoluzione.
La composizione del partito aveva già subito, prima di quell'immissione, una notevole trasformazione. Quando Stalin era diventato "segretario generale" (senza che nessuno sospettasse che quella nuova definizione si riferisse a un'importante funzione politica e non solo a un coordinamento di mansioni eminentemente tecniche) il numero degli iscritti era arrivato a 732.000 (dai 24.000 del 1917), ma un anno e mezzo dopo, alla vigilia della morte di Lenin, si erano già ridotti a 386.000. Si trattava solo dell'applicazione della "ripulitura" ("epurazione", si era detto, usando un termine che presto assumerà ben altro significato...) raccomandata da Lenin per eliminare gli elementi poco attivi, o "immorali", o erano stati allontanati anche militanti critici? E quanti erano realmente i militanti a cui non era stata rinnovata la tessera, dato che risulta che nel frattempo si erano aggiunti molti altri nuovi iscritti?
Fatto sta che i 386.000 registrati alla fine del 1923 furono sommersi da un ondata di neofiti: la "leva Lenin" riportò il numero degli iscritti a 736.000. In aperta violazione dello Statuto del partito, si accettarono iscrizioni collettive (ad esempio di un intero reparto di una fabbrica), facendo ovviamente cadere il criterio della presentazione di ogni nuovo candidato da parte di due militanti già sperimentati.
È proprio a partire da questa massiccia immissione simultanea di elementi inesperti che viene introdotto un criterio assolutamente inedito di indottrinamento sul "leninismo"; ovviamente le lezioni sulla nuova scienza (inconcepibile finché Lenin era vivo) devono servire ad "aiutare" i nuovi membri a "comprendere il pericolo del trotskismo".
Ma il ricambio anche fisico del corpo del partito non era finito. Mentre tra il 1924 e il 1927 vengono ammesse altre 800.000 persone nel partito, il totale dei tesserati nel 1927 risulta di soli 775.000. Anche tenendo conto dei morti o dei dimissionari per scelte personali (che diventano sempre meno, giacché essere iscritto è sempre più necessario per qualsiasi impiego importante), il numero degli espulsi nelle "epurazioni" si avvicina ai 700.000. Quanto basta per effettuare un vero e proprio "lavaggio" del partito!
Con questi "militanti", in larghissima maggioranza privi di esperienze politiche, non era stato difficile ridurre ai minimi termini l'opposizione, e soprattutto introdurre metodi di direzione impensabili in passato. Nel 1925 tutti i segretari delle organizzazioni locali di partito sono ormai nominati dall'alto e non più elettivi. Nel 1927 la maggior parte di essi risulta entrata nel partito dopo la morte di Lenin, o almeno dopo la conclusione delle alterne vicende della guerra civile.
Gramsci la pensava diversamente. Nella sua risposta personale, che forse non a caso Togliatti non trovava e non ricordava nel 1964, quando pubblicò su «Rinascita» il resto del carteggio (che d'altra parte stava per essere pubblicato da Giansiro Ferrata nell'antologia Duemila pagine di Gramsci), aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio: «questo tuo modo di ragionare [...] mi ha fatto un’impressione penosissima», scrive; infatti «tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo». La frase più dura, tuttavia, che lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici, investe alla radice la mentalità di Togliatti: «Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi ed irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità».
Poco dopo Gramsci sarebbe stato arrestato e messo a tacere per sempre come dirigente politico: i Quaderni dal carcere a cui affiderà le sue riflessioni sono infatti preziosissimi come strumento metodologico e come guida allo studio della società italiana; ma essendo condizionati della necessità di eludere la censura carceraria, sono ovviamente reticenti negli accenni più propriamente politici, a cui si sono rifatti invece tutti coloro che volevano trasformare il leader comunista (di cui non a caso si guardano bene dal riprendere le bellissime pagine con cui «traduceva in italiano le lezioni dell'Ottobre» sull'«Ordine nuovo») in un ispiratore e anticipatore del loro opportunismo.
È difficile dire se quella lettera, l'ultimo testo di Gramsci scritto da libero, preannunciasse già una rottura definitiva. Due esponenti del PCI (e poi del PDS) hanno affrontato nel 1991 la questione in un fascicolo speciale dedicato a Gramsci da «l'Unità». Giuseppe Vacca, che negli anni Settanta aveva scritto un libro sbrodolato ed apologetico su Togliatti che oggi risulta letteralmente illeggibile, in un lungo e interessante articolo, 1926, la rottura col partito, utilizza largamente il libro di Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero, basato sul carteggio tra Gramsci e Tania Schucht, nonché l'ultimo lavoro di Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, per arrivare tuttavia alla singolare conclusione che il conflitto fu più col partito che con Togliatti. L'affermazione si basa su alcune argomentazioni assai discutibili: in primo luogo si sostiene che la sconfessione della lettera del 1926 fu fatta dall'UP del PCd'I e non personalmente da Togliatti, il che è vero solo formalmente, dato che è ben noto che Togliatti intervenne pesantemente per ottenere quella decisione. Inoltre si sostiene che, se fu interrotta ogni comunicazione tra il prigioniero e il partito, rimase un canale indiretto ma continuo tra i due negli anni successivi, attraverso i contatti di Tania con Sraffa, che ne informava Togliatti.
Bizzarra argomentazione anche quella che sottolinea che successivamente Togliatti riprese in proprio le argomentazioni di Gramsci nello scontro nel PCR. In realtà, alcune prese di posizione di Togliatti nello stesso 1926 e nel 1927, come la protesta per l'intervento della polizia per tenere fuori Zinov'ev da una riunione dell'Esecutivo dell'IC di cui era ancora membro, o il rifiuto dei delegati italiani di sottoscrivere una condanna di un testo di Trotskij senza poterne prendere visione, non rappresentano una scelta alternativa rispetto allo stalinismo, ma sono semplicemente il riflesso del mantenimento di un legame con Bucharin, che a tratti ha cominciato a differenziarsi da Stalin su questioni di metodo, pur rimanendone alleato e avallandone quindi pubblicamente le scelte fondamentali. Bucharin tra l'altro voterà nel Politbjuro contro l'espulsione di Trotskij dal territorio sovietico ancora nel gennaio 1929; ma a quell'epoca Togliatti lo avrà già abbandonato da diversi mesi, intuendone il declino e l'imminente caduta in disgrazia.
Dante Corneli, condannato a vent'anni di carcere da un tribunale fascista per avere ucciso uno squadrista in uno scontro, si era rifugiato in URSS, dove aveva continuato a fare l'operaio, ma aveva avuto il torto di votare una volta per l'Opposizione di sinistra, e per questo era stato arrestato e aveva scontato ventisei anni tra carcere, campo di lavoro e confino. Rimpatriato per l'intervento di Terracini negli anni Sessanta, aveva compilato i primi elenchi di vittime italiane dello stalinismo, dapprima in base alla memoria e a testimonianze, poi attraverso un'appassionata ricerca negli archivi italiani (partendo dalle informazioni delle autorità consolari e delle spie fasciste, che seguivano con compiacimento la distruzione dei comunisti rifugiati a Mosca), ricavandone tra il 1979 e il 1982 alcuni libriccini stampati a sue spese, che chiamava "il mio samizdat".
Ma lasciamo da parte le ipotesi su quel che poteva accadere a Gramsci una volta arrivato nell'URSS del "grande Terrore", e quelle sulle cause del salvataggio mancato, su cui sono intervenuti Cardia, Canfora, e soprattutto Aldo Natoli, fornendo elementi interessanti ma senza arrivare a una conclusione definitiva. Rimane comunque il problema della "rottura" di Gramsci col partito, di cui va chiarita la reale portata, senza forzature ma senza neppure farsi condizionare dagli stati d'animo di chi non accetta che si mettano in discussione i consolidati miti del "partito di Gramsci e Togliatti", ecc.
Non c'è dubbio che una vera e propria "espulsione" di Gramsci dal partito non vi fu mai. Ma chi sottolinea questo aspetto, formalmente ineccepibile, sorvola sulla realtà del penosissimo isolamento a cui Gramsci era sottoposto dai suoi compagni in carcere, che non gli risparmiavano neppure stupide vessazioni, a cui si aggiungevano quelle squallidissime dei detenuti anarchici che gli tiravano persino pietre, considerandolo un privilegiato solo perché otteneva periodicamente e con molti ritardi e ostacoli una parte dei libri che richiedeva e di cui era avidissimo, e aveva avuto la possibilità di stare in cella da solo per leggere e scrivere (e non essere molestato dai "bigotti" che lo consideravano un "rinnegato").
Per capire meglio il vero significato della mancata espulsione, può essere utile tenere presente il caso di Umberto Terracini. Il suo conflitto col partito si era sviluppato negli anni della "svolta", che aveva esplicitamente condannato, assumendo senza saperlo la stessa posizione che avevano Gramsci in un altro carcere e i "tre" membri dell'UP (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) espulsi in Francia per la stessa ragione e con notevole disinvoltura statutaria (nell'UP i voti erano tre contro tre, ma per l'occasione fu attribuito voto deliberante a Pietro Secchia, che lo aveva invece solo consultivo in quanto rappresentante dell'organizzazione giovanile). Tuttavia, finché stava in carcere e poi al confino non furono presi provvedimenti formali nei suoi confronti.
Perché un'espulsione così tardiva? Probabilmente perché fino al 1942 la fine del fascismo non sembrava imminente, e il conflitto con uno dei più prestigiosi esponenti del partito poteva essere tenuto nascosto senza problemi. È assai probabile che giungessero fino a Ventotene i primi scricchiolii del regime dovuti ai primi rovesci militari e ai sintomi sempre più evidenti di quell'accresciuta insofferenza delle masse operaie che porterà nel marzo ai grandi scioperi nel triangolo industriale.
Quanto a Gramsci, bisogna tenere presente che per anni, soprattutto tra il 1931 e 1933, la campagna all'estero per la sua liberazione fu messa in sordina, e fu ripresa solo quando le sue condizioni rendevano evidente che non avrebbe mai potuto riprendere un ruolo politico attivo.
Dopo la morte iniziò la sua esaltazione, anche se ricostruendone arbitrariamente le posizioni politiche reali e attribuendogli cinicamente frasi che egli non aveva mai pronunciato, come fece proprio Togliatti con la famosa definizione: Trotskij è la "puttana del fascismo", inserita nel saggio Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana, che parlava anche di una «influenza profonda esercitata su di lui dalle opere di Stalin», di una sua collocazione «sotto la bandiera invincibile di Marx-Engels-Lenin-Stalin». Il saggio fu più volte ripubblicato, e le calunnie riprese anche in epoca successiva (ad esempio in un saggio del 1958).
Dopo avere contribuito a farlo tacere per anni, isolandolo e facendolo quasi dimenticare al partito, ora si faceva parlare il morto, facendogli accusare Bordiga perfino della «bestiale teoria secondo la quale ogni lavoro di educazione ideologica e politica dei membri del partito doveva essere considerato come cosa inutile». Chi conosce un po' Bordiga sa quanto questa accusa sia inverosimile; ma Togliatti aggiungeva ancora che secondo Bordiga «in un partito comunista la sola cosa che conta è ubbidire agli ordini che vengono dall'alto»!
L'adattamento di Togliatti alla prassi della "neolingua" staliniana e della calunnia eretta a sistema era giunto al momento culminante. Se crediamo che una delle sue colpe più gravi sia stata quella di assecondare ed esaltare nel 1926 il processo involutivo, anziché fermarlo o comunque denunciarlo e tentare di contrastarlo finché non si era ancora consolidato, come proponeva Gramsci, non c'è dubbio che poi, come conseguenza di quella scelta iniziale, dovette caricarsi di ben altre responsabilità, collaborando a crimini atroci, per poi nobilitarli con la sua retorica.
2. Bucharin: un'alternativa a Stalin?
Le scelte di Togliatti durante l'apprendistato a Mosca erano state ispirate soprattutto da Bucharin, a cui era molto vicino politicamente e di cui forse ammirava anche la ricchezza culturale. Bucharin aveva trascorso (come Lenin e Trotskij) gli anni della sua formazione in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Aveva una buona padronanza di francese e tedesco, leggeva l'inglese con facilità, aveva interessi molteplici, che spaziavano dalla letteratura alle scienze naturali (forse la sua vera passione).
Per giunta, negli anni durissimi della guerra civile, in cui Lenin e Trotskij dovettero assumersi la responsabilità di decisioni che implicavano un uso spietato del terrore per difendere la rivoluzione in pericolo, di Bucharin non si conosce nessuna azione criticabile, né ebbe alcun incarico amministrativo. Era in quel periodo un brillante oratore, stimato come pensatore e teorico, ma non un uomo d'azione; scrisse Carr: «A differenza degli altri dirigenti bolscevichi il suo curriculum non aveva macchie nere, semplicemente perché era in bianco». Come teorico, peraltro, Bucharin era stato più volte contestato, anche e soprattutto da Lenin, che ne aveva sottolineato l'incomprensione della dialettica.
Neppure sul piano più strettamente politico Bucharin brillò per lungimiranza: fu, ad esempio, fino all'ultimo l'avversario più accanito della pace di Brest-Litovsk, inseguendo il sogno di potere ripetere l'impresa dei giacobini nella Rivoluzione francese contrastando l'invasione tedesca con una guerra rivoluzionaria.
Anche nel periodo in cui ebbe la principale responsabilità del Comintern, dopo l'allontanamento di Zinov'ev, Bucharin non diede prova di grande lungimiranza politica. Comincia in quegli anni la prassi di proiettare meccanicamente sul Comintern il dibattito sovietico, imponendo a parecchi partiti comunisti scelte che si riveleranno presto gravi errori.
In alcuni casi la responsabilità era probabilmente solo indiretta: ad esempio, nel 1926 il partito polacco (che era stato epurato tempestivamente dai dirigenti più legati a Zinov'ev) decise di applicare una tattica "unitaria" appoggiando il colpo di Stato di Pilsudski, senza ovviamente ottenere alcuna gratitudine. Non era un gesto privo di una certa coerenza con l'ossessiva ricerca di alleanze da parte dell'IC, che era giunta al punto di nominare il leader del Kuo Mintang, Ciang Kai-shek, membro onorario del Comitato esecutivo del Comintern. Tuttavia, Pilsudski era il capo militare che aveva sconfitto l'Armata Rossa nella battaglia della Vistola ed era violentemente antisovietico, per cui il gesto fu sconfessato dall'Internazionale, senza che questa ammettesse la propria responsabilità.
Inequivocabile invece la responsabilità di Bucharin nella scelta di subordinare all'alleanza con la direzione opportunista delle Trade Unions l'appoggio allo sciopero dei minatori inglesi, che stava assumendo un carattere rivoluzionario.
Ancora più grave e gravida di conseguenze tragiche la linea imposta al giovane Partito comunista cinese, che stava aumentando a vista d'occhio la sua influenza e il suo radicamento, e che fu costretto a sciogliersi nel Kuo Mintang, cioè nel partito della borghesia. L'appoggio tattico a quel partito era stato condiviso inizialmente da tutti i dirigenti bolscevichi, nel quadro della tattica dei comunisti nei confronti della rivoluzione coloniale; ma naturalmente era ben altra cosa dalla fusione e dalla rinuncia a una propria esistenza indipendente. Ancora più grave l'apologia del Kuo Mintang, presentato come "partito contadino" (dato che, ovviamente, in un paese come la Cina, la base di massa di un partito borghese non poteva non essere largamente contadina), ma tacendo sul suo programma e sorvolando su alcuni episodi altamente indicativi, come il colpo di Stato di Canton, dove Ciang Kai-shek, nel febbraio 1926, aveva disarmato i comitati di sciopero e arrestato i dirigenti comunisti locali.
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Va detto che, se Bucharin e i suoi collaboratori non dissero né scrissero nulla di esplicito contro Stalin, non era per mancanza di volontà, ma perché si erano messi essi stessi in una condizione che escludeva ogni battaglia aperta, condannando l'Opposizione di sinistra non solo nel merito (il che era comunque errato, visti i risultati della politica della maggioranza, che aveva ignorato a tempo le tensioni che si stavano creando con le gravi sperequazioni sociali nelle campagne), ma anche nel metodo, criminalizzando la presentazione di piattaforme contrapposte come inammissibile "frazionismo".
Non si trattava solo di eccessi polemici verbali: Bucharin in persona a più riprese aveva esaltato le misure repressive nei confronti degli oppositori, fino a poco prima di subire la stessa sorte. Ad esempio, nella celebrazione del quarto anniversario della morte di Lenin, aveva parlato di «microbi che hanno cominciato un'aggressione contro il nostro partito», concludendo tra «l'ilarità generale e formidabili applausi», che questi «microbi» non facevano più paura e non minacciavano più l'organismo sovietico, «perché sono stati trasportati in una zona più a nord».
Bucharin non fu mai «trasportato al nord», osserva Carr, probabilmente perché «Stalin non lo considerò mai un rivale serio»: continuò tra l'altro a utilizzarlo per anni dopo la sua caduta in mansioni più modeste, ma non insignificanti, come la stesura della Costituzione del 1936, e non lo espulse dal partito che nel 1937.
Ai fini della comprensione della personalità di Togliatti, l'epilogo della carriera politica di Bucharin potrebbe non apparire importante, dato che egli abbandonò rapidamente il dirigente che stava cadendo in disgrazia e che, anche negli ultimi anni della sua vita, non manifestò mai particolare simpatia verso quello che era stato il suo maestro e la sua guida al momento della sua prima esperienza nel Comintern.
Tuttavia, seguire il penoso declino e la tragica caduta di Bucharin è importante, sia perché proprio contemporaneamente avvennero l'ascesa e il consolidamento di Togliatti alla testa dell'IC, sia per contribuire a sfatare la leggenda (contro cui polemizzava già Carr) del Bucharin lucido e tenace antagonista di Stalin e unica vera alternativa a quest’ultimo.
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Alla vigilia del VI Congresso dell'Internazionale Comunista, nel luglio 1928, Nikolaj I. Bucharin appariva la figura di maggiore rilievo nella direzione sovietica e nel Comintern. Gli stessi oppositori, a partire da Trotskij, continuavano a considerare Stalin (di cui non era cominciato il culto e che appariva raramente in primo piano) come una figura secondaria, poco più di un bieco esecutore di una politica la cui paternità era attribuita integralmente a Bucharin e ai suoi stretti collaboratori: Rykov e Tomskij (rispettivamente, presidente del Consiglio dei Commissari del popolo e presidente dei Sindacati).
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Per capire il contrasto che si veniva delineando all'interno del Politbjuro non abbiamo fonte più diretta di questa testimonianza, che può essere considerata fedele, tenendo conto che lo stesso Bucharin, quando fu posto sotto accusa per questo colloquio, non ne smentì la sostanza, ma singole affermazioni e soprattutto il carattere unilaterale (Kamenev riportava di se stesso solo generiche domande, evitando di ammettere per iscritto qualsiasi cenno di assenso alle affermazioni dell'interlocutore).
L'assenza di altri scritti più espliciti, di una piattaforma politica buchariniana, o almeno di un resoconto ufficiale di un suo discorso di aperto dissenso dalla politica della maggioranza staliniana, è già un dato estremamente significativo sull'ampiezza delle trasformazioni già avvenute nel funzionamento interno e nel costume del Partito comunista sovietico: al momento della rottura di Trotskij e poi dell'Opposizione unificata di Trotskij, Zinov'ev e Kamenev, questi avevano potuto ancora presentare le loro posizioni al partito, sia pure in un clima di violente intimidazioni, calunnie, e senza una reale pariteticità di diritti tra maggioranza e opposizione.
Le dichiarazioni di Bucharin a Kamenev sono patetiche: a partire dal contesto generale dell'incontro, preparato nella massima clandestinità da un oppositore divenuto buchariniano (Sokol'nikov) e che vede Bucharin, ancora presidente dell'Internazionale nonché membro del Politbjuro, implorare che
Noi riteniamo che la politica di Stalin mette in pericolo tutta la rivoluzione. Noi possiamo perire con essa. Le divergenze tra noi e lui sono infinitamente più serie di tutte quelle avute in passato con voi. Rykov, Tomskij e io stesso siamo arrivati alla conclusione che sarebbe molto meglio avere nel politbjuro Zinovev e Kamenev che Stalin [...]. Da alcune settimane non parlo neppure con Stalin. È un intrigante senza princìpi, che subordina tutto allo scopo di mantenersi al potere. Cambia teoria a seconda della persona che deve essere eliminata nel momento dato. Nel "settumvirato" ci siamo insultati fino a dirci "mentitore", "imbroglione", ecc. Lui ha ceduto, per ora, per poterci strangolare meglio. Noi l'abbiamo capito: manovra per poterci presentare come scissionisti.
Bucharin continua a rincarare la dose su Stalin, che viene definito «Gengis Khan», «sottoprodotto del Comitato centrale», e di cui si dice più volte che «porta il paese alla rovina», «porta alla guerra civile», «non conosce che la vendetta, e pugnala nella schiena». Ma le indicazioni per fronteggiarlo mancano completamente; anzi, dopo questi sfoghi e il «supplemento di un mucchio di divulgazioni sul settumvirato, ecc. [...] con un tono di odio assoluto e di rottura totale», Kamenev osserva che Bucharin è esitante, su tutto: «se interveniamo, ci strangoleranno per la scissione, se non interveniamo, ci strangoleranno con qualche manovra meschina e scaricheranno su di noi la mancanza di grano, rendendocene responsabili [...]».
Anche nella rassegna delle forze, Bucharin sembra profondamente incoerente: da un lato, continua a mettere tra le pedine del proprio gioco vari "incerti" che da tempo hanno capito che Stalin è il vincitore e si stanno schierando dietro di lui, o stanno evitando di contrapporsi frontalmente (in questi, incredibilmente, Bucharin si ostina a considerare un proprio seguace il turpe capo della GPU, Jagoda, ormai legato a Stalin dalla complicità nei primi grotteschi processi politici in cui si collaudano le falsificazioni che saranno poi usate successivamente nei grandi processi di Mosca): dall'altro, pur sopravalutando le forze di cui dispone realmente, finisce per concludere che non si può fare nulla:
Le nostre forze sono potenzialmente enormi, ma: 1) il membro medio del CC non ha ancora compreso tutta la profondità delle divergenze; 2) si ha estremamente paura della scissione [...]. Il nostro compito è spiegare gradualmente il ruolo pericoloso di Stalin e di condurre il membro medio del CC a destituirlo dal suo posto.
Non è chiaro come il «membro medio» del CC avrebbe potuto cominciare a capire la profondità delle divergenze fra Stalin e Bucharin, vista l'unanimità formale che, magari a prezzo di qualche concessione verbale in una risoluzione destinata a restare lettera morta, veniva ribadita al termine di ogni riunione dell'Ufficio politico, anche se nel corso di essa erano stati effettivamente scambiati gli insulti che Bucharin aveva riportato dettagliatamente a Kamenev.
Il succo politico del colloquio era in un'offerta di collaborazione, allo scopo di prevenire Stalin: Bucharin, sottovalutando ancora una volta Stalin, come già avevano fatto in passato - e in parte continuavano a fare - gli stessi esponenti dell'Opposizione di sinistra, pensava che, di fronte alle enormi difficoltà provocate dalla brutale svolta staliniana nelle campagne e perduto il sostegno della "destra", il "centro" staliniano avrebbe dovuto fare ricorso a Zinov'ev e Kamenev (già staccatisi da Trotskij e dichiaratisi "pentiti" e disposti alla sottomissione, ma lasciati in "quarantena") e, forse, allo stesso Trotskij.
Il sostanziale insuccesso della missione di Bucharin presso Kamenev si spiega tuttavia con altre ragioni importanti: la scarsa credibilità della battaglia che la destra diceva di volere intraprendere, ma di cui era incapace di determinare tempi e modalità; e la tentazione di lasciarla precipitare nel baratro verso cui si stava muovendo, per accogliere invece le profferte di alleanza che, a detta dello stesso Bucharin, Stalin stava per fare agli oppositori. Pesava in questo atteggiamento il vecchio ma non tramontato giudizio che attribuiva a Bucharin e ai suoi uomini, anziché a Stalin, la responsabilità principale per la politica disastrosa degli anni precedenti, e pesava quell'errata valutazione della "svolta a sinistra" di Stalin, che portò non solo gli zinovievisti ma anche gran parte degli oppositori più vicini a Trotskij a ritenere che l'indurimento verso i contadini e la scelta dell'industrializzazione accelerata fossero una tardiva, e magari maldestra ma sostanziale, conversione di Stalin alle tesi dell'Opposizione bolscevico-leninista.
Per ricostruire l'atteggiamento di Kamenev verso Bucharin, non dobbiamo basarci solo sulle illazioni che lo stesso Tasca fece nei suoi appunti sulla facilità con cui il resoconto del colloquio cominciò a circolare, in una versione ultrareticente sulle posizioni di Kamenev e dettagliatissima su quelle di Bucharin (cioè, concepita fin dall'inizio non come nota riservata, ma come testo da lasciare trapelare in una cerchia abbastanza larga, con tutti i rischi di intercettazione che implicava la pratica già diffusa delle perquisizioni domiciliari da parte della GPU). Lo stesso Kamenev dice esplicitamente nelle poche righe di suo commento al colloquio (rivolgendosi a Zinov'ev, cui il rapporto è indirizzato):
In un colloquio di poco successivo, con alcuni trotskisti di Mosca, Kamenev premeva perché Trotskij facesse un passo che avrebbe facilitato la sua reintegrazione nel partito.
Ma Stalin non aveva intenzione di mandare un «treno speciale» a prendere Trotskij, e nemmeno di offrire un terreno di collaborazione reale agli oppositori "pentiti". Gli era sufficiente lasciare intravedere una possibilità di alleanza, quel tanto che bastasse per accelerare il processo di disgregazione dell'Opposizione di sinistra, per facilitare le capitolazioni offrendo la prospettiva illusoria di poter incidere positivamente nella realizzazione della politica di industrializzazione e di lotta contro i kulaki, che per tanti anni era stata al centro del programma della sinistra.
In una lettera circolare del 12 settembre 1928, dal titolo Un franco colloquio con un uomo di partito ben intenzionato, Trotskij rispondeva a una lettera di un bucharinista ribadendo che permanevano tra "sinistra" e "destra" gli antichi contrasti sui problemi economici, ma che era possibile arrivare a un'intesa per preparare di comune accordo un congresso del partito veramente democratico. La reazione degli esiliati (non solo di quelli che già propendevano per la capitolazione a Stalin) fu durissima (non mancò l'insinuazione che Trotskij finisse in questo modo per scivolare in una coalizione di tipo termidoriano: non era stata l'esasperazione per il Terrore a facilitare il blocco tra destra e sinistra che provocò la caduta di Robespierre?). Nel dibattito che seguì, Trotskij si trovò completamente isolato su questo piano, e finì per arretrare.
Già in dicembre, d'altra parte, un intervento di Stalin a una riunione del Presidium del Comitato esecutivo dell'Internazionale bollava apertamente il «vile opportunismo» dei due principali sostenitori di Bucharin nel Comintern, Tasca e Humbert-Droz, e imponeva non solo l'espulsione dal PC tedesco della "destra" di Brandler-Talheimer, ma anche condizioni inaccettabili per la permanenza dei "conciliatori" (Ewert, Meyer. ecc.)
L'intervento di Stalin era stato pesantissimo e sorprendente, dato che sino a quel tempo aveva seguito assai marginalmente le questioni dell'Internazionale, che aveva delegato per anni a Bucharin e nell'ultimo anno a Molotov. L'attacco ai "destri" e ai "conciliatori" del KPD era stato preceduto, in assenza di Bucharin, già il 7 ottobre 1928, da un brusco comunicato apparso sulla «Pravda», in cui si annunciava che il Presidium dell'IC, riunito a Mosca, aveva condannato la decisione del PC tedesco di rimuovere Thälmann dalla segreteria del partito, e lo reintegrava al proprio posto.
Gli «sviluppi» dell'attività del partito cui allude Cohen (anche se il termine è probabilmente dovuto a un'imprecisione di traduzione, come probabilmente il «faziosità» sta per «frazionismo» e «cerimoniosità» per «formalismo» nel rispetto delle norme disciplinari) erano stati la soppressione di ogni dialettica interna al partito.
Bucharin se ne accorge solo quando le misure che aveva avallato e persino esaltato beffardamente sono state rivolte contro i suoi stessi sostenitori e stanno per essere dirette apertamente contro lui stesso. È troppo tardi, e soprattutto egli non effettua neppure il tentativo di superare il "dilemma" che lo tormentava. D'altra parte, come può difendere i suoi sostenitori, in nome di che cosa, se non osa presentare una piattaforma politica, costituire una tendenza, e anzi continua ad assicurare nel Politbjuro che non lo farà mai?
Tasca, che in quei mesi seguì da vicino tutta la vicenda a Mosca, scoprendo a sue spese (solo nel dicembre del 1928) che Togliatti aveva abbandonato la barca buchariniana che stava per affondare (e aveva cominciato a preparare il proprio riciclaggio staliniano offrendo proprio lui come capro espiatorio), commentò lucidamente la tragedia di Bucharin, con osservazioni anche severe, ma al tempo stesso capaci di cogliere le contraddizioni oggettive in cui il brillante teorizzatore del «socialismo in un solo paese» si era venuto a mano a mano invi-schiando:
Naturalmente, non era una strada molto efficace. Al CC di aprile, Bucharin, Tomskij, Uglanov, Rykov si trovarono, con pochi altri sostenitori, penosamente isolati, in una riunione che era stata deliberatamente allargata con inviti per far risaltare maggiormente la fragilità dell'opposizione di destra (pare che i sostenitori di Bucharin non fossero più di 13 su circa 300, anche se i dati esatti non sono mai stati pubblicati).
Anche in quel caso, tuttavia, non si arrivò ancora a una condanna pubblica, per timore della grande popolarità di Bucharin nel paese. Solo nell'agosto, come un fulmine a ciel sereno, i lettori della «Pravda» apprenderanno che quello che credevano ancora il direttore dell'organo ufficiale del Partito comunista non lo era più da tempo, e anzi aveva rivelato "deviazioni" pericolosissime da anni e anni.
Questo breve disgelo, su cui ancora non si ha una ricostruzione esauriente, fu bruscamente interrotto il 1º dicembre 1934 dal colpo di pistola che uccise il suo principale esponente, nonché presumibile antagonista e "moderatore" di Stalin, Sergej Kirov. Il terrore iniziato in quei giorni non si sarebbe arrestato prima di avere spazzato via tutti i membri delle diverse opposizioni, anche se piegati e distrutti politicamente dalle umilianti autocritiche e privi di qualsiasi potere, o isolati e indeboliti fisicamente da anni di deportazione. Anche gran parte di quei sostenitori di Stalin che erano sospettabili di qualche velleità di autonomia di pensiero vennero spazzati via o costretti al suicidio. Bucharin perì nell'ultimo dei grandi processi spettacolari, in cui ancora una volta oscillò tra velleità di ribellione e di orgogliosa autodifesa (respingendo almeno la parte più infamante delle calunnie, quelle riguardanti il tentato assassinio di Lenin nel 1918) e una penosa partecipazione al macabro rituale.
Appendice
Ascesa e declino del mito di Bucharin in Italia
Abbiamo già visto che la simpatia di Gorbaciov per Bucharin era stata alimentata dal libro di Stephen Cohen, statunitense ma ospite privilegiato dei convegni e delle riviste del PCI. Naturalmente, per l'ultimo segretario generale del PCUS e per i suoi consiglieri economici (oggi passati quasi in blocco a Eltsin) Bucharin appariva un riferimento ideologico che poteva nobilitare l'apertura alle "leggi del mercato", cioè al capitalismo sommerso e soprattutto a quello internazionale.
Bucharin veniva esaltato come il padre della NEP, presentando come il più grave errore di Stalin, approdato alle idee dell'Opposizione di sinistra, l'avere abbandonato quella politica. Compito della perestrojka era riprendere la NEP, brutalmente interrotta nel 1928-1929. Si trattava di una mistificazione totale, su tutti i piani. Prima di tutto, era illusorio pensare di "riprendere la NEP", perché la situazione, i problemi, i compiti erano completamente mutati.
Nel 1921, erano passati non più di tre anni da quando la guerra civile e il "comunismo di guerra" avevano bloccato i naturali scambi tra città e campagna e reso impossibile ogni intermediazione e ogni commercio. Esistevano dunque innanzitutto gli uomini che assicuravano quelle funzioni prima della rivoluzione e ancora nel suo primo anno di esistenza. Si trattava solo di garantire loro la possibilità di riprendere le loro attività a determinate condizioni nel nuovo quadro politico e sociale.
Il gruppo dirigente sovietico, nel 1921, fu unanime nella decisione, contrariamente alla leggenda del periodo gorbacioviano, che presenta come recalcitrante Trotskij (che invece aveva proposto la stessa politica quasi un anno prima, ed era stato allora messo in minoranza nel Politbjuro) ed esalta Bucharin, che invece aveva abbandonato per ultimo e a malincuore le sue teorizzazioni astratte sulla transizione attraverso il "comunismo di guerra".
I bolscevichi inoltre non consideravano la riapertura di un settore privato nelle campagne e di attività commerciali e industriali private su piccola scala una scelta "contro natura", in contraddizione totale con i loro princìpi. Al contrario, nel 1917 il programma del partito prevedeva la nazionalizzazione di banche, grande industria e settore energetico, e soprattutto del commercio con l'estero, ma non la nazionalizzazione integrale di ogni attività economica anche modesta e certo non in grado di mettere in discussione il controllo dell'economia da parte del potere sovietico.
Lenin stesso aveva definito la NEP un passo indietro necessario proprio perché se ne erano fatti troppi e affrettatamente in avanti. Un arretramento da spiegare onestamente ai lavoratori, non da abbellire spacciandolo per una conquista. E infatti, se era indispensabile in quel momento per assicurare un minimo approvvigionamento delle città, offrendo ai contadini un incentivo a lavorare non solo per soddisfare i propri bisogni, la NEP introduceva nuovi squilibri e nuovi problemi, che sarebbero emersi chiaramente soprattutto a partire dal 1923.
È a quel punto che il gruppo dirigente bolscevico si divide, ed emerge un ruolo particolare di Bucharin, passato nel frattempo dalla sinistra alla destra del partito. L'Opposizione di sinistra, oltre alla denuncia della crescente burocratizzazione del partito e dello Stato, sviluppa un'analisi preoccupata delle differenziazioni create dalla NEP nelle campagne, dove i contadini poveri (potenziali alleati del proletariato urbano) non hanno terra, strumenti e capitali, e non riescono a produrre molto di più di quanto basta a sfamarli, mentre i contadini più agiati, i kulaki, si accaparrano anche il modesto sovrapprodotto dei contadini poveri, a cui prestano sementi e denaro ad usura, e controllano quindi il grosso della produzione agricola destinata al mercato.
L'Opposizione di sinistra, fin dal 1923, proponeva di accelerare il ritmo dell'industrializzazione e soprattutto di finalizzarla ai bisogni dei contadini, in particolare di quelli poveri, che avrebbero dovuto essere invogliati a entrare in cooperative grazie a concreti incentivi economici (trattori e attrezzi agricoli, concimi, elettricità, scuole e medici nei villaggi, ecc.), che avrebbero consentito di elevare notevolmente la produzione rispetto a quella frammentata in aziende familiari piccolissime.
Si tratta di una grossolana deformazione, smentita dagli storici più rigorosi come Carr, Lewin, Reiman, ma anche dallo stesso Cohen. Tra la proposta dell'Opposizione di sinistra (incoraggiare con incentivi la collettivizzazione volontaria dei contadini poveri) e le realizzazioni di Stalin (deportazione in massa di milioni di kulaki veri o presunti, imponendo con la violenza agli altri contadini di entrare in kholkhos che non offrivano nulla, anche perché spesso diretti da burocrati incompetenti paracadutati nelle campagne) c'era la stessa analogia che può esserci tra un rapporto sessuale tra due innamorati e uno stupro a mano armata.
Un'altra delle mistificazioni implicite in questa riscoperta della NEP da parte degli economisti della perestrojka e soprattutto da parte dei politologi che dovevano giustificarne le scelte, è l'attribuzione della sua fine a una scelta soggettiva di Stalin dovuta alla sua crudeltà (o magari al suo "leninismo"). Carr aveva scritto invece assai più correttamente a questo proposito che Bucharin nel 1928 non fu sconfitto da Trotskij e neppure da Stalin, ma dall'impossibilità di convincere i contadini a fornire il loro grano senza adeguate contropartite.
La responsabilità di Stalin risiede in primo luogo nel grave ritardo nella comprensione di quel che stava accadendo, a causa dell'assurda parola d'ordine "arricchitevi" rivolta da Bucharin ai contadini, senza tenere conto di quali e quanti si arricchivano e quanti invece finivano per dipendere dallo strozzinaggio e dell'intermediazione dei kulaki.
Il fatto che il peso dei kulaki si fosse accresciuto a dismisura a partire dal 1922-1923 ha reso di anno in anno più difficile combatterli con mezzi economici, e ha reso quasi obbligata la vera e propria guerra scatenata contro di essi al momento della collettivizzazione forzata. Lo stesso discorso può essere fatto per il ritardo nel lanciare l'industrializzazione: nel 1929 è divenuto obiettivamente difficile finalizzarla ad altro che all'industria pesante e a quella degli armamenti, perché la tregua relativa del decennio immediatamente successivo alla guerra mondiale è finita e, a partire dall'esplosione della grande crisi capitalistica, tutte le potenze imperialiste (a partire da quelle che sono state sacrificate a Versailles) cominciano a prepararsi a conquistare con le armi i mercati da cui vengono escluse dal dilagante protezionismo. A partire dal 1929 si delineano tutte le premesse della seconda guerra mondiale e l'URSS non può non esserne coinvolta e deve prepararsi armandosi febbrilmente, anche se ovviamente non era inevitabile che lo squilibrio tra gli investimenti nell'industria pesante e militare e quelli per l'industria di beni di consumo raggiungesse i livelli tremendi degli anni Trenta (che spiegano in qualche modo l'inasprimento della repressione e la casualità del grande terrore, che colpiva in molti casi letteralmente alla cieca per prevenire qualsiasi manifestazione di dissenso).
Dopo il terribile decennio che seguì l'abolizione tardiva e violenta della NEP, vennero le durissime condizioni dei sei anni di guerra, e poi una ricostruzione che diede un assetto definitivo allo Stato ipertrofico che si era venuto strutturando durante i primi piani quinquennali. I successori di Stalin poi, sia che tentassero come Chrusciov di trasformare il loro predecessore e maestro in capro espiatorio, sia che ne tentassero - come Breznev - un'aperta riabilitazione, non vollero o non seppero apportare modifiche qualitative all'assetto istituzionale e a quello economico (che pure ebbe fino alla fine degli anni Settanta una crescita quantitativa ancora notevole).
L'esaltazione di Bucharin inoltre era strettamente legata alla demonizzazione di Trotskij, che anticipava quella attuale di Lenin e dello stesso Marx, considerata ancora sacrilega fino al 1991. Lo scopo era evidentemente quello di mettere al bando ogni ipotesi di una "terza via" diversa dalla scelta forzata tra conservazione del vecchio sistema in sfacelo e restaurazione capitalistica, impedendo che si facessero i conti con le proposte sconfitte negli anni Venti dal trionfo della burocrazia.
È dunque nel quadro di questa falsa ricostruzione storica finalizzata a progetti politici ed economici poco confessabili che va collocato il rilancio e la mitizzazione dell'ultimo Bucharin nell'URSS della perestrojka: un'operazione di breve respiro, che oggi sembra completamente dimenticata.
Per quanto riguarda invece l'esaltazione di Bucharin da parte del PCI, che certo fu per qualche tempo alimentata dalla simpatia incondizionata per Gorbaciov e le sue pur confuse proposte, in realtà era iniziata già molto tempo prima della perestrojka.
Adriano Guerra, intervenendo in un convegno sui "Bilanci dello stalinismo a cinquant'anni dalla fondazione della Quarta Internazionale" organizzato a Roma nell'ottobre 1988 dalla sua sezione italiana, disse fran-camente che una buona parte della responsabilità per la nascita del mito di Bucharin era proprio degli storici del PCI.
Va detto tuttavia che il mito era stato ridimensionato appena era passato dagli articoli di divulgazione su «Rinascita» e su «l'Unità» al primo convegno di studi, "Bucharin tra rivoluzione e riforme", promosso dall'Istituto Gramsci a Roma nel giugno 1980.
L'impostazione iniziale del convegno era sostanzialmente apologetica, ma già nel corso del dibattito molti degli stessi promotori avevano incominciato a riflettere soprattutto sui dubbi manifestati dagli studiosi di altri paesi, espressi sia nella giornata dedicata a "I dibattiti sulle riforme nei paesi dell'Europa orientale e i loro legami con la problematica della NEP", sia nel dibattito sul ruolo di Bucharin. Va detto che tra gli studiosi stranieri c'erano Lewin, Reiman, Brus, Cohen, Erlich, Tucker, Nove, mentre alcuni degli interventi italiani risentivano dei limiti di una scuola che ha studiato lo stalinismo soprattutto sui documenti ufficiali (in genere privi di ogni collegamento con quello che veramente si faceva, come esemplifica ottimamente la "Costituzione più democratica del mondo" fatta scrivere a Bucharin alla vigilia dei processi che avrebbero finito per stritolare anche lui).
Alludiamo soprattutto a quei giovani studiosi cresciuti negli anni Settanta all'ombra del potente apparato culturale del PCI (o dei suoi accademici), e che si caratterizzavano per una saccente ostilità nei confronti di quella che veniva assurdamente definita "scuola storica trotskista", e che in base al pregiudizio ideologico liquidava insieme a Deutscher lo stesso Carr. La simpatia per Bucharin era facilitata dalla scarsa conoscenza di Trotskij, respinto con fastidio in base a stereotipi che lo presentavano "speculare a Stalin".
Un altro sintomo interessante è quello di Giuseppe Boffa, arrivato alla storia senza passare per i canali accademici che ricordavamo, e con il vantaggio di una esperienza di anni come corrispondente a Mosca, che gli consentì di utilizzare anche la ricca produzione clandestina sovietica degli anni Sessanta per la sua Storia dell'Unione Sovietica, che è forse la migliore opera proveniente dall'interno di un partito comunista.
Già pochi mesi dopo, al momento del Convegno su "Trotskij" organizzato a Follonica dalla Fondazione Feltrinelli con la partecipazione di diversi enti locali toscani, uno dei più prestigiosi storici del PCI, Giuliano Procacci, si era pronunciato nettamente contro il mito che lui stesso aveva alimentato in vari articoli divulgativi (ad esempio su «Rinascita» del 9 novembre 1979), ammettendo che quella di Trotskij fu «un'opposizione [...] globale, nel senso che essa investì tutti gli aspetti della politica staliniana», mentre a Bucharin mancò «la piena percezione della connessione tra i vari aspetti della politica di Stalin e in particolare tra la politica interna e la politica estera».
Paradossalmente si potrebbe dire che la scelta di Bucharin come punto di riferimento era dovuta proprio al fatto che egli non rappresentò un'alternativa organica e radicale a quella degenerazione burocratica del Partito comunista e dello Stato sovietici che viene convenzionalmente definita "stalinismo", ma solo un parziale, velleitario, impotente (soprattutto perché tardivo) tentativo di correggere, arginare, moderare lo stalinismo. Bucharin, in sostanza, si differenziò non dallo stalinismo ma dai suoi "eccessi".
È questa la principale ragione della sua fortuna negli anni Settanta presso un Partito comunista come quello italiano, ben lontano dall'avere tagliato tutti i suoi legami con la sua matrice staliniana. Successivamente il mito Bucharin è passato parzialmente in secondo piano nel PCI, anche se ci sono stati analoghi tentativi di trovare altre paternità accettabili: nel giugno 1982 ci fu perfino un Convegno su "Internazionalismo e problema nazionale nel pensiero e nell'opera di Dimitrov". Tentativi tutti di breve durata, ma rivelatori di una contraddizione profonda.
Il rinvio della discussione sullo stalinismo, e i molti tentativi di circoscriverne gli "errori" alla fase dei crimini, e soprattutto di postdatarne l'inizio (dopo avere lasciato cadere la versione sovietica che partiva dalla metà degli anni Trenta, ci si fermava comunque al momento della collettivizzazione forzata), finirono comunque per lasciare il partito impreparato di fronte all'esplosione clamorosa della crisi negli ultimi anni della perestrojka.
Lo stalinismo alla fine è stato abbandonato, ma per approdare a una confusa e caotica ricerca di "nuovi" riferimenti, che risultano spesso tutt'altro che nuovi e in realtà sono mutuati volta a volta dalla destra socialdemocratica, da varie correnti liberaldemocratiche, e dalle più diverse ideologie elaborate nel corso di questo secolo dalla borghesia per combattere il marxismo.
Tutto, insomma, meno che ripartire dal metodo marxista e fare i conti con la storia, identificandone i grandi bivi, le scelte fatte e le alternative rifiutate.
1 Ernesto Ragionieri, Introduzione a: Palmiro Togliatti, Opere, vol. II (1926-1929), Editori Riuniti, Roma, 1972, p. XIII. A quanto pare, per Togliatti Stalin non era più "uno sconosciuto", anche se la decisione di fare ritirare la lettera di Gramsci fu dovuta soprattutto a Bucharin, che forse cominciava a pensare che Stalin fosse "Gengis Khan" (come dirà a Kamenev due anni dopo), ma continuò ad assecondarlo fedelmente fino a quando fu bruscamente estromesso dal potere, e anche dopo, come si è appreso dalla patetica lettera scritta al segretario generale dal carcere durante il processo e ritrovata nel 1993 negli archivi sovietici.
2 L'intera corrispondenza è stata riprodotta con un'introduzione di Franco Ferri su «Rinascita-Il contemporaneo», 24 aprile 1970.
3 P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II: Gli anni della clandestinità, Einaudi, Torino,1969, p. 52.
4 Togliatti, Opere, cit, vol. II, p. 68.
5 Ibidem.
6 E. Ragionieri, op. cit, p. XIII.
7 Si veda a questo proposito la ricostruzione dell'evoluzione della concezione del partito di Lenin in: Antonio Moscato, Rosa, Lenin e il partito, in «Marx centouno», a. IX, n. 14, novembre 1993 (e ora ripubblicato in questa stessa sezione).
8 In realtà, negli archivi del PCUS durante la perestrojka sono state trovate le prove che l'Opposizione aveva ottenuto in molte città un numero di voti largamente superiore ai 4.000 annunciati ufficialmente per l'intero paese, il che conferma la brutalità della burocrazia raccolta intorno a Stalin. Risulta comunque evidente che nel 1927 era ancora formalmente legittimo il diritto a sottoporre al voto documenti contrapposti a quelli della maggioranza.
9 Togliatti, Opere, cit., p. 64.
10 Ivi, p. 66. Togliatti è a quanto pare bene informato sui dibattiti interni all'Opposizione, giacché segnala compiaciuto che «non sono escluse le differenziazioni che porteranno qualcuno dei capi a modificare anche nella sostanza la propria linea (cioè a riaccostarsi alla maggioranza)». È quel che accadrà con la capitolazione di Zinov'ev e Kamenev, e Togliatti imparerà bene la lezione, che riproporrà in Spagna nei confronti degli anarchici: recuperarne qualcuno e colpire gli intransigenti per disorientare gli altri.
11 La vecchia classe operaia era stata distrutta e dispersa durante la guerra civile, in cui molti erano caduti, altri erano divenuti dirigenti staccati dalla fabbrica e la maggioranza era stata costretta a tornare al villaggio natale per sfamarsi.
12 Nei decenni successivi la soluzione di continuità sarà ancora più netta, perché il ricambio generazionale sarà accelerato dall'ampiezza delle purghe, che investiranno la stessa burocrazia. Nel 1935 la rottura col passato viene sancita da un gesto simbolico: lo scioglimento delle associazioni dei vecchi bolscevichi e degli ex deportati dell'epoca zarista (i cui membri spariranno in gran parte negli abissi del GULag). Eppure, nella sinistra italiana si stenta a capire che il partito del 1938 (per non parlare di quello del 1953, del 1956 o del 1985) non aveva più in comune con quello del 1917 quasi nessun uomo e nessun criterio di funzionamento, e ancor più che la sua trasformazione da organizzazione di quadri rivoluzionari coscienti e politicamente formati a una specie di Chiesa con una gerarchia onnipotente e sottratta a ogni controllo e una base passiva da indottrinare, era stata iniziata e completata nel corso degli anni Venti.
13 Cfr. Antonio Gramsci dopo la caduta di tutti i muri, suppl. a «l'Unità» del 15 gennaio 1991.
14 Si insinuava quindi implicitamente che fu a fin di bene che non furono portati avanti i tentativi per scambiarlo con qualche detenuto nelle carceri sovietiche. L'affermazione era contenuta in un frettoloso articolo di recensione al libro di Luciano Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Bari, 1989, di cui la Rossanda apprezzava particolarmente i capitoli più "giustificazionisti", ricalcati sulla Storia del PCI di Giorgio Amendola. Del tutto condivisibile invece il recente articolo della stessa Rossanda dal sintetico titolo Gramsci, apparso su «il manifesto» del 2 febbraio 1996.
15 Valerio Levi, Roma, 1989. Una nuova edizione, solo in parte integrata da altri documenti, è apparsa col titolo di Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin, Mursia Milano, 1995.
16 I documenti sono stati pubblicati dal «Corriere della sera» il 12 e 13 agosto 1993, e commentati da Adriano Guerra su «l'Unità» del 14 agosto 1993.
17 Osserviamo a questo proposito che Argentieri nel suo articolo sviluppa un'appassionata requisitoria contro lo stalinismo, elencando molti dirigenti espulsi, da Tasca fino a Cucchi e Magnani e all'esodo forzato di intellettuali e dirigenti nel 1956, ma dimenticando bizzarramente i nomi di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli. Dobbiamo pensare che Argentieri considera condannabili solo le espulsioni degli esponenti della "destra"?
18 Cfr. il capitolo sul Patto Ribbentrop-Molotov in Antonio Moscato, Chiesa partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, 1988.
19 È il titolo della raccolta di documenti sul periodo 1938-1945 curata dallo stesso protagonista: Umberto Terracini, Al bando dal Partito. Carteggio clandestino dall'Isola e dall'esilio (1938-1945), La Pietra, Milano, 1976.
20 Per una ricostruzione del periodo del comunismo di guerra, oltre all'opera fondamentale di Carr, può essere utile l'interessante volume di Angiolo Forzoni, Rublo. Storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin, Valerio Levi, Roma, 1991. L'autore, tutt'altro che favorevole alla Rivoluzione russa, utilizza tuttavia un gran numero di fonti di vario genere e soprattutto la sua competenza di dirigente di un importante istituto di credito. Dai capitoli dedicati alla guerra civile e al caos economico e finanziario che la accompagnò (Ivi, pp. 297- 397), risulta tra l'altro che, nonostante le proclamazioni sulla fine della moneta, fino al febbraio 1919 erano continuate le emissioni dei rubli zaristi e di quelli della Duma e di Kerenskij, mentre anche molti soviet locali stampavano moneta. Al 1º gennaio 1920 la circolazione aveva raggiunto 225 miliardi di rubli, di cui il 54,7% sovietici. Il 1º dicembre i soli rubli sovietici ammontavano a 995,6 miliardi (ma si continuavano a stampare quantitativi limitati dei vecchi, per scambiarli sui mercati esteri o ai margini delle zone controllate dal governo sovietico). Ivi, pp. 368-370 e 374.
21 E infatti il trionfo dello Stato maggiore germanico durò pochi mesi: nel novembre fu spazzato via, insieme all'imperatore, dalla rivolta della marina e dal disfacimento dell'esercito. La differenza di vedute tra Lenin e Trotskij era invece soltanto di valutazione delle possibilità del momento. Gli scioperi rivoluzionari che divamparono da Berlino a Vienna nel gennaio 1918 avevano fatto ritenere più vicino il crollo degli Imperi centrali a Trotskij, che votò con Lenin solo quando arrivò la notizia che le Socialdemocrazie tedesca e austroungarica erano riuscite a fermare gli scioperi. Cfr. Antonio Moscato, Introduzione a Roman Rosdolski, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, Celuc, Milano, 1979 [pressoché introvabile, ma ristampato, con rinnovata Introduzione, in Antonio Moscato, Trotskij e la pace necessaria. 1918. La socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo Editore, Lecce, 2008].
22 A livello di massa, poi, la tragedia cinese fu utilizzata soprattutto dalla burocrazia per sostenere che ormai, dopo le sconfitte delle rivoluzioni tedesca, inglese e cinese, non c'era altro che contare sulle proprie forze e "costruire il socialismo in un solo paese". Quanto ciò fosse possibile, si è purtroppo visto dai risultati sul lungo periodo.
23 Non solo in Italia. Durante la perestrojka Cohen fu invitato in URSS, e Gorbaciov lo ricevette elogiando il libro, che aveva letto già da tempo in una traduzione riservata ai dirigenti e che, a quanto pare, lo aveva influenzato, suggerendogli i progetti di riprendere e rilanciare la NEP.
24 Edward H. Carr, From Napoleon to Stalin and other essay, Macmillan Press, London, 1980. Il saggio è inedito in italiano; la citazione è tratta dalla traduzione spagnola (Editorial Grillalba, Barcelona, 1983, p. 186).
25 Ivi, pp. 194-195.
26 Ivi, p. 195.
27 Ibidem. Di questo forse Bucharin ebbe coscienza: quando nel 1934 il Congresso degli scrittori gli tributò un applauso interminabile, egli impallidì e mormorò ad alcuni amici: "avete firmato la mia condanna a morte". Cfr. Roy Medvedev, Gli ultimi anni di Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 91. Il testo del discorso sui "microbi" è in N. Boukharine, Le léninisme et le problème de la révolution culturelle, in «La Correspondence Internationale», a. VIII, n. 13, 11-2- 1928, pp. 176-178.
28 Rapport de Boukharine sur l'opposition dans le PC de l'URSS e dans l'I.C., in «La Correspondence Internationale», a. VIII, n. 18, 27 -2- 1928, pp. 231-236.
29 Le testimonianze rilasciate a Bocca da moltissimi dirigenti comunisti sono state contestate subito dopo l'uscita della biografia di Togliatti, in seguito alle violentissime recriminazioni che suscitò nella base. Naturalmente non si esclude che qualcuna possa essere stata parzialmente fraintesa, ma è ben poco verosimile che siano state inventate deliberatamente. Tra l'altro allora, e anche più recentemente, ad esempio in un articolo di «Liberazione» al momento della ripubblicazione del libro come supplemento a «l'Unità», fu contestata l'impostazione generale del libro e lo stesso uso delle fonti documentarie, che era stato invece controllato anche in sede redazionale, con il rigore che era di norma fino a qualche anno fa nelle maggiori case editrici. Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p.274.
30 E. H. Carr, Le origini della pianificazione sovietica, vol. IV: L'Unione Sovietica, il Komintern e il mondo capitalistico. 1926-1929, Einaudi, Torino, 1978, p. 201. Con poche varianti, la stessa informazione è ripresa da I. Deutscher, Il profeta disarmato. Leone Trotsky. 1921-1929. Longanesi, Milano, 1970, p. 559.
31 J. Humbert-Droz, L'Internazionale comunista tra Lenin e Stalin. Memorie di un protagonista. 1891-1941, Feltrinelli, Milano, p. 223.
32 Ivi, p. 224. In realtà, lo scontro tra la frazione staliniana e il gruppo buchariniano era già esploso nel Politbjuro, sull'interpretazione della "crisi del grano" e sulle "misure eccezionali" per fronteggiarla, già nei primi mesi del 1928; ma, di comune accordo, era stato tenuto segreto persino al Comitato centrale, facilitando così Stalin, che poteva prepararsi il terreno più favorevole attraverso il controllo esclusivo dell'apparato del partito. D'altra parte, Bucharin, Rykov e Tomskij avevano votato anch'essi a favore delle misure eccezionali del gennaio 1928 (lotta agli speculatori e ai kulaki, anche attraverso la confisca delle scorte di grano) e la loro critica fu rivolta sempre agli "eccessi" nell'applicazione, ribadendo l'accordo con le misure stesse. Era una posizione debolissima: lo stesso Stalin non ebbe difficoltà a pronunciarsi contro gli "eccessi", attribuendoli ai quadri locali e alla "vertigine del successo". Ma l'acutezza della crisi nelle campagne (che, come è noto, fu accelerata proprio dalla brutalità delle requisizioni e dal ritorno ai metodi del "comunismo di guerra", che accrebbero la diffidenza dei contadini verso lo Stato e moltiplicarono il fenomeno dell'imboscamento delle scorte) rese disponibile il partito alla più drastica delle svolte rispetto alla politica degli anni precedenti e aggravò la posizione di Bucharin, che di quella politica era stato il massimo - e spesso incauto - teorizzatore e che aveva negato, in particolare, l'esistenza di quel pericolo dei kulaki, che ora era emerso così drammaticamente. Non fu difficile a Stalin, in assenza di un dibattito pubblico, presentare le pur fondatissime preoccupazioni di metodo della destra come se fossero dovute a uno spirito conciliazionista verso i kulaki in lotta contro il potere sovietico
33 Sulle circostanze della pubblicazione è interessante la testimonianza di Angelo Tasca nelle Note del marzo-aprile 1929, negli «Annali» dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 1966 (anno VIII), pp. 889-920, in particolare a p. 893. Si veda anche la singolare ipotesi di Cohen, che parla di «appunti comprati dai trotskisti» (S. F. Cohen, Bucharin e la rivoluzione bolscevica. Biografia politica. 1988-1938, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 290). Tuttavia, non è da escludere una svista del traduttore, che dimostra scarsa conoscenza della problematica affrontata (parla ad esempio più volte di «fascismo sociale» per indicare il «socialfascismo» , di un'opposizione di Zinov'ev e Kamenev «caduta in disgrazia»... nel 1928, o di una «collaborazione a livello meno alto con socialdemocratici europei», dietro cui si cela a quanto pare la tattica del "fronte unico" dal basso). In realtà, sia Tasca sia Deutscher (op. cit., p. 554) documentano contatti frequenti e multipli tra l'Opposizione di sinistra e il gruppo zinovievista nel corso del 1828-1829.
34 S. F. Cohen, op. cit., p. 311.
35 Un document révélateur. On mène le Parti les yeux bandés!, in «Contre le Courant», Organe de l'Opposition Communiste, III année, nn. 27-28, 12 avril 1929, pp. 12-15.
36 Da Un document cit., come per le citazioni immediatamente seguenti.
37 Sul rifiuto del culto da parte di Lenin, cfr. Roy Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pp. 189-190. Sull'uso dei legami familiari con Lenin, Cohen riporta un singolare e squallido episodio: al XIV Congresso, dopo che la vedova di Lenin, Nadezda Krupskaja, era intervenuta a fianco dell'Opposizione, contestando in particolare l'interpretazione data da Bucharin agli ultimi articoli di Lenin, Bucharin «aiutò Stalin a restaurare almeno una parvenza di autorità leninista legittima» e, oltre al suo personale prestigio, «fornì un simbolo in grado di controbilanciare il peso della Krupskaja, ossia la sorella più giovane di Lenin, Marija Ul'janova». Fra loro c'era una calda relazione personale, oltre che professionale, che fu utilizzata in modo strumentale, facendola intervenire dopo la Krupskaja per contestarne il criterio di «interpretare il leninismo meglio di tutti gli altri membri del suo partito» (S. Cohen, op. cit., pp. 227-228. Cfr. anche L. Trockij, Diario d'esilio. 1935, Il Saggiatore, Milano, 1969, pp. 59-60).
38 I. Deutscher, op. cit., p. 562.
39 «Contre le Courant», cit., pp. 14-15.
40 I. Deutscher, op. cit., p. 558.
41 R. Medvedev, op. cit., p. 93; I. Deutscher, op. cit., pp. 563- 566.
42 Moshe Lewin documenta largamente l'estraneità della sinistra nel suo complesso, non solo «all'utilizzazione della Gpu contro i settori privati», ma anche all'accelerazione irrazionale dell'industrializzazione e «dell'accumulazione originaria». La sinistra, soprattutto, riteneva che «la collettivizzazione dovesse seguire lo sviluppo industriale e non precederlo». Lewin documenta anche la falsità della propaganda che accusava la sinistra di «voler liquidare la Nep, opprimere i contadini e abbassare il tenore di vita» (Moshe Lewin, Economia e politica nella società sovietica. Il dibattito economico nell'Urss da Bucharin alle riforme degli anni sessanta, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 44-45 sgg.). Lo stesso Cohen, che pure risente molto dell'ottica di Bucharin nel suo approccio ai problemi generali dell'URSS, deve ammettere che «l'opinione comune che la sinistra fosse fortemente contraria alla Nep è erronea. Così Preobrazenskij [...] formulò il proprio programma [dell'accumulazione socialista primitiva] come una con-tinuazione del pluralismo economico della Nep, dell'agricoltura privata e delle relazioni di mercato. Lo stesso Trotskij, che è per molti l'incarnazione del fanatismo e dell'intolleranza bolscevichi [sic!], era nello stesso tempo tra i principali difensori della varietà culturale della Nep» (S. Cohen, op. cit., p. 276). Anche Lisa Foa, nell'Introduzione al volume che raccoglie il dibattito sull'accumulazione socialista, nega il legame tra le posizioni di Preobrazenskij e quel «rifiuto di una mediazione politica tra le forze sociali in gioco [...] che caratterizzò invece la politica di industrializzazione e collettivizzazione staliniana che fu attuata con metodi puramente amministrativi e troncò di fatto il processo di accumulazione nelle campagne» (Bucharin-Preobrazenskij, L'accumulazione socialista, a cura di Lisa Foa, Editori Riuniti, Roma, 1969, pp. XXII-XXIII). Boffa invece accoglie, ben più dello stesso Medvedev, le cui simpatie buchariniane sono manifeste, l'idea che Stalin «sposò in quei mesi le tesi dei trotzkisti appena sconfitti», pur ammettendo che ciò sarebbe vero solo in parte, dato che «nei suoi programmi c'era qualcosa di inedito [...]. La collettivizzazione» (G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica. 1917-1941, Mondadori, Milano, 1976, pp. 342-343).
43 E. H. Carr, Le origini della pianificazione sovietica, vol. III: Il partito e lo Stato, Einaudi, Torino, 1978, p. 69.
44 A. Tasca, in «Annali», 1966, cit., p. 898.
45 Sui «Professori rossi» schierati a fianco di Bucharin si era sviluppata un'aspra polemica al XIV Congresso; la stessa N. Krupskaja aveva affermato allora: «Il Professorato rosso raggruppato intorno al compagno Bucharin sta preparandosi alla successione: si stanno addestrando i teorici che determineranno la nostra linea» (in F. Cohen, op. cit., p. 219).
46 Tasca riferisce in proposito (citando fonti "maggioritarie") che «Kaganovic, investito dei poteri straordinari dal segretario del partito, sentiva il dovere di intervenire nella discussione del Presidium dei sindacati a sproposito con degli sproloqui sulla destra e la sinistra. Si discuteva di tariffe, di problemi tecnici contrattuali, e lui a ripetere la lezioncina. Tutti, compresi i fedeli, lo ascoltavano esterrefatti» (in «Annali», 1966, cit, p. 899n).
47 Cfr. J. Humbert-Droz, op. cit., pp. 228-229. L'allontanamento di Thälmann, fedelissimo esecutore di Stalin, dal posto di segretario generale del KPD era stato provocato dal suo tentativo di coprire per ragioni frazionistiche una sottrazione di fondi del partito effettuata da un suo braccio destro ad Amburgo, Wittorf, imponendo l'omertà ai membri della Commissione locale di controllo e arrivando al punto di destituire dall'incarico ed espellere dal partito il tesoriere che aveva fatto scoprire l'ammanco. Su questo episodio, che scosse anche il PC italiano, esiste una larga documentazione nell'archivio Tasca, in «Annali», 1966, cit., pp. 512-520. Sulla riunione del Presidium di dicembre, cfr. «Annali», cit., pp. 593-610, 666 e passim.
48 E. H. Carr, op. cit., vol. III, p. 71.
49 S. Cohen, op. cit., pp. 301-302; E. H. Carr, op. cit., vol. III, pp. 82-83. Gli articoli, uno del 20 gennaio 1929 (Lenin e i compiti della scienza nella costruzione socialista), l'altro del 24 gennaio dello stesso anno (Il testamento politico di Lenin), polemizzavano molto blandamente e indirettamente con le tesi ufficiali, soprattutto il primo, che si limitava a sottolineare il relativo rafforzamento del capitalismo. Il secondo, che era in realtà il testo della commemorazione di Lenin tenuta al Teatro Bol'šoj il 21 gennaio, aveva però più immediate implicazioni politiche: usando numerose citazioni di Lenin, puntava a ridimensionare la tesi che ci si stesse muovendo verso un inasprimento dei conflitti di classe in URSS.
50 «Annali», 1966, cit., pp. 896-914.
51 «Annali», 1966, cit. p. 899.
52 S. Cohen, op. cit., p. 323.
53 Sulla datazione al periodo 1925-1927 della trasformazione profonda del regime interno del PCUS con la sostanziale soppressione dell'elettività, vedi G. Procacci, Il Partito nell'Unione Sovietica. 1917-1945, Laterza, Bari, 1974, pp. 108-112; una testimonianza estremamente utile è fornita nelle memorie di Dante Corneli, Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in Urss, La Pietra, Milano, 1977, pp. 33. 34, 38 e passim, che ricostruisce in base alla sua diretta esperienza le fasi della scomparsa del criterio elettivo in URSS, datandola intorno al 1925-1926, sia per l'elezione dei direttori di fabbrica, sia per i "responsabili quadri" e gli stessi segretari di cellula.
54 «Annali», 1966, cit., p. 895. Tasca proseguiva poi lamentando che i buchariniani «non hanno saputo né voluto tradurre [la loro superiorità politica] in termini organizzativi, con tutti i rischi (e non intendo i rischi personali) che ciò portava». Ma subito dopo aggiungeva: «Del tutto ignobile è l'atteggiamento di coloro che, non avendo mosso un dito per aiutare quei compagni, oggi rimproverano loro di non aver lottato [...]. Nel primo o nel secondo colloquio che ho avuto con Ercoli [P. Togliatti] al mio ritorno da Mosca, egli rimproverava a Bucharin il suo atteggiamento, la sua rinuncia alla lotta. Ricordava di avere già mosso la stessa rampogna a Bucharin al VI Congresso. "Guarda la differenza, mi diceva. C'è voluto cinque anni per sradicare Trotskij, e son bastati pochi mesi per battere Bucharin, Rykov e Tomskij". Suppongo che Ercoli (seguace di Gentile, hegeliano a buon mercato, e pieno di venerazione per il successo che consacra la verità delle idee) abbia qui ragione. Ma lo stesso Ercoli [...combatteva] chi come me, d'accordo con lui sull'insufficienza, sulla debolezza della lotta politica condotta da Bucharin, non aveva voluto seguirne l'esempio deplorato e aveva preso posizione a Mosca ed a Parigi [...]» (Ibidem; i puntini sono di G. Berti, curatore del volume citato degli «Annali», che ha ritenuto di pubblicare «il testo di Tasca integralmente, sopprimendo soltanto tre righe [...] che nulla tolgono all'intelligenza del testo, e contengono semplicemente e soltanto degli "sfoghi" personali, manifestazione del risentimento di Tasca nei confronti di Ercoli». Ivi, p. 891).
55 J. Humbert-Droz, op. cit., p. 255. Vedi anche S. Cohen, op. cit., pp. 307 e 308, che spiega questa singolare "inchiesta" con l'intenzione di raccogliere «prove per documentare la non idoneità personale di Stalin a ricoprire il posto di segretario generale, un posto che equivaleva ora a quello di capo del partito». Per questo, «dopo sei anni di complicità nel sopprimere il "testamento" di Lenin, Bucharin stava mettendo insieme testimonianze provenienti da vittime della "grossolanità" di Stalin». Come è noto, il Testamento di Lenin proponeva di «rimuovere Stalin» dalla carica, proprio perché «troppo grossolano». Tuttavia, come osserva E. H. Carr (Il socialismo in un solo paese, vol. I: La politica interna. 1924-1926, Einaudi, Torino, 1968, p.163) nel breve ma efficace profilo biografico di Bucharin, costui non era nella posizione per ergersi a giudice di Stalin: «Il fatto che Stalin, il quale non aveva alcuna pretesa intellettuale ed era chiaramente indifferente alla logica, abbia sconfitto i suoi oppositori con argomenti capziosi e disonesti è meno scandaloso che ritrovare gli stessi argomenti in bocca a Bucharin, il quale era certamente consape-vole della loro natura. Egli non solo si gettò con amore nella campagna contro Trotskij ma, in aspra polemica col suo vecchio amico e collaboratore Preobrazenskij, replicò a un'analisi economica misurata e seria in termini tanto evasivi quanto brutalmente demagogici».
56 L'articolo della «Pravda» del 24 agosto 1929 veniva riprodotto già il 30 agosto sul n. 83 della «Internationale Presse Korrispondenz» («Inprekorr») e il 4 settembre sull'edizione francese («La Correspondence Internationale», a. IX, n. 80, pp. 1097-1098).
57 Ibidem.
58 Sulle dimensioni del terrore, documentate con impressionante meticolosità da Roy Medvedev (op. cit., in particolare alle pp. 240-295), fornisce un quadro sintetico anche S. Cohen (op. cit., p. 339) a proposito dei delegati al XVII Congresso: su 1.966 delegati, 1.108 furono arrestati e in gran parte fucilati o lasciati morire nei GULag, mentre sui 139 membri del CC eletti in quel congresso, ben 110 furono uccisi o costretti al suicidio.
59 Nelle sue memorie, la vedova, Anna Larina, afferma che fu presente all'unico colloquio senza altri testimoni di Bucharin con Nikolaevskij, e che anche in quell'occasione Bucharin si indignò per una battuta su Stalin dell'esponente menscevico e fece perfino un elogio della collettivizzazione, pur ammettendo di aver proposto inizialmente una strada meno rapida. Secondo la Larina, Bucharin concluse invitando Nikolaevskij a venire in Russia a vedere i risultati della vittoria di Stalin. Essa sostiene che la Lettera di un vecchio bolscevico era un falso che utilizzava singole frasi di Bucharin ricavate da scritti del 1928. Tuttavia essa ammette di non aver assistito ai primi colloqui (arrivò a Parigi qualche settimana dopo il marito) e soprattutto non è escluso che, nonostante il grande amore per la giovane moglie, Bucharin temesse la sua ingenua loquacità, di cui essa stessa fornisce testimonianza ammettendo di avere raccontato spontaneamente agli inquirenti alcuni episodi che le sembravano insignificanti (come un viaggio in treno con l'ambasciatore americano Bullitt) e che vennero invece usati come prove d'accusa nel processo. Anna Larina, Ho amato Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1989, pp. 297-304 (p. 154, per il colloquio con Bullitt).
60 R. Medvedev, op. cit., pp. 229- 231.
61 Il problema della vodka, che era stata vietata dallo zar all'inizio della guerra, facilitando il compito dei bolscevichi, che nel solco della tradizionale politica del movimento operaio avevano sempre combattuto l'alcoolismo, ricompare proprio con la NEP, e viene "risolto" da Stalin legalizzandone "temporaneamente" la produzione, tra le proteste dell'Opposizione di sinistra. Alla fine del periodo brezneviano la vodka era divenuta la principale fonte di entrate dello Stato sovietico, e probabilmente la principale causa di mortalità. Cfr. Scheda su L'alcoolismo in URSS in Antonio Moscato, Gorbaciov, Erre emme, Roma, 1990, pp. 51-53.
62 Tra l'altro avevano esercitato fin dal 1922 una pressione assai forte per l'abolizione del monopolio statale sul commercio estero, che era stata raccolta dal Commissario del popolo al commercio estero, Miljutin, ed era stata condivisa dalla maggioranza dei dirigenti (compreso Stalin e ovviamente Bucharin) fino a quando era intervenuto Lenin, già malato, che aveva concordato una posizione comune con Trotskij. Un'ottima ricostruzione è nel sempre fondamentale libro di Moshe Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969; cfr. anche il più recente Pierre Broué, La rivoluzione perduta, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, pp. 300-301.
63 Per una valutazione delle sfacciate mistificazioni contenute nella biografia di Stalin di questo volubile storico di regime si veda la mia ampia recensione di Dimitri Volkogonov, Trionfo e tragedia, Mondadori, Milano, 1991, in «Marx centouno», n. 7, novembre 1991.
64 Anche i capitali stranieri, d'altra parte, sono risultati assai poco interessati a un paese dalle condizioni sociali così incerte, e sono rimasti esitanti nei confronti delle lusinghe di Eltsin non meno che a quelle di Gorbaciov. Tra le cause che hanno impedito di fare decollare finora nella ex Unione Sovietica "normali" attività economiche capitalistiche come quelle che - pur al prezzo di gravi tensioni sociali - avevano contrassegnato la prima fase della NEP non va sottovalutato il permanere di privilegi consolidati da decenni e quindi assai difficili da sradicare. A quanto pare non vi rinunciano neppure i burocrati più disposti a riciclarsi ideologicamente e a lanciarsi dell'arena del "mercato".
65 Entrambi i libri, superficiali e giustificazionisti, furono pubblicati dagli Editori Riuniti, allora casa editrice del PCI rispettivamente nel 1975 e 1976.
66 Giuseppe Boffa, Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, Laterza, Bari, 1982.
67 Il termine stesso conferma indirettamente la scarsa dimestichezza con le opere di Trotskij, giacché assolutizza una forzatura polemica della prima fase dell'Opposizione, poi ridimensionata agli inizi degli anni Trenta.
68 Boffa aveva scritto nel 1979 l'Introduzione alla nuova edizione della trilogia di Deutscher su Trotskij curata da Attilio Chitarin, dopo che diversi autorevoli esponenti della nuova sinistra (a partire da Rossana Rossanda, che aveva chiesto un anno di tempo per scrivere 15 pagine...) avevano declinato l'incarico con vari argomenti.
69 Spriano ad esempio alimentò a lungo il mito della "specularità" tra Stalin e Trotskij, rimproverando su «l'Unità» a quest'ultimo perfino di essere divenuto negli anni Trenta «un critico astioso dell'unità di comunisti e socialisti francesi, come di quelli spagnoli», mentre ovviamente Trotskij non criticava affatto l'alleanza tra comunisti e socialisti, ma il suo allargamento a forze borghesi, cioè al nemico di classe! Ovviamente Spriano lasciò cadere questa ridicola calunnia quando riesaminò la questione nel suo ultimo lavoro impegnativo: Paolo Spriano, I comunisti europei e Stalin, Einaudi, Torino, 1983, p. 50.
70 Va aggiunto anzi che tale rigetto fu condiviso non solo dall'eclettica direzione di Democrazia Proletaria, ma è stato ripreso dallo stesso PRC, che ha accettato senza discussione sia la condanna ideologica e preconcetta del "centralismo democratico" in quanto tale, sia il rifiuto di quella possibilità di costituire tendenze e raggruppamenti temporanei su piattaforme politiche che il "centralismo democratico" nell'accezione leniniana non negava affatto, e che gli venne attribuita nei lunghi decenni dello stalinismo.