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Israele e il sionismo

Il medio oriente lacerato · pubblicato il 20 giugno 2009 · 141 min di lettura


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INTRODUZIONE

di Antonio Moscato

Parte I

LE PREMESSE DELLA TRAGEDIA ATTUALE

Israele sull’orlo dell’abisso? Perché questo titolo? Può sembrare strano che ci si preoccupi per il futuro di Israele più che per quello dei palestinesi, oggi sottoposti a prove terribili sotto una occupazione feroce e pretestuosa.

Il lettore potrà verificare che, da parte nostra, non c’è nessuna sottovalutazione della sofferenza inflitta al popolo palestinese, e nessuna concessione a quel diffuso atteggiamento che mette sullo stesso piano aggressore e aggredito in base al “senso comune”, distribuendo “equamente” le responsabilità (con questo metodo si potrebbe attribuire un po’ di ragione perfino a Hitler!). Una pretesa “equidistanza” basata sull’idea che “la verità sta nel mezzo”, e che “tutti hanno una parte di colpa”, prescinde completamente da una semplice constatazione: chi ha invaso chi?

Chi tenta di giustificare almeno a metà la politica dello Stato di Israele, dovrebbe riflettere su questa frase di Ben Gurion (contenuta in una lettera a un amico) riportata da Nahum Goldmann:

Perché gli arabi dovrebbero fare la pace? Se fossi un dirigente arabo non firmerei mai [la pace] con Israele. È normale: abbiamo preso il loro paese. Certo Dio ce lo ha promesso, ma in cosa li può interessare ciò? Il nostro Dio non è il loro. È vero che siamo originari di Israele, ma la cosa risale a 2000 anni fa: in che cosa li riguarda? Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma è stata colpa loro? Loro vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettare questo fatto?1

Questo libro punta dunque a riportare la questione nella storia, evitando di confondere causa ed effetto, e di indignarsi quindi per le reazioni a determinati atti invece di comprendere che cosa le ha provocate. Un grande poeta, comunista ed ebreo, Bertolt Brecht, diceva che “anche l’odio contro l’ingiustizia stravolge la faccia”.

La politica attuale di Israele non può essere spiegata solo con le “tendenze sadiche” di Sharon.2 Bisogna capire piuttosto come mai è stato chiamato al governo un uomo che era già stato riconosciuto responsabile della strage di Sabra e Chatila da una Corte israeliana, e che – come vedremo più avanti – aveva compiuto massacri dello stesso genere in varie occasioni, almeno dal 1953. Il protrarsi delle trattative per la creazione di uno Stato palestinese e il rifiuto tenace di concedere il ritorno dei profughi e la restituzione della sovranità sulla parte di Gerusalemme rimasta araba, aveva non solo alimentato la sfiducia nei confronti di Arafat in larghi settori palestinesi, ma aveva fatto ritornare attuale in Israele la tentazione di provocare una tragica spirale occupazione/terrorismo/repressione, per portare alla disperazione almeno una parte della popolazione dei territori (paradossalmente proprio quella meno impegnata nella lotta di resistenza), costringendola a rassegnarsi alla deportazione, pudicamente chiamata transfer (“trasferimento”), come se questo potesse mai essere spontaneo. Ed Ariel Sharon, con la provocazione alla Spianata delle Moschee, si era candidato con successo a portare avanti con decisione quel progetto, che aveva formulato da anni.

La documentazione che forniamo aiuta a comprendere alcune delle premesse dell’attuale tragedia, ricostruendo gli avvenimenti che l’hanno preceduta e preparata, e in particolare seguendo le tracce dell’attuazione sistematica del vecchio e mai accantonato obiettivo di costringere almeno una parte dei palestinesi ad andarsene in altri Paesi arabi.

Una parte notevole del libro è dedicata poi alla ricostruzione di alcune linee costanti della politica estera israeliana (sotto governi laburisti, di destra, o di coalizione), sempre impegnata a combattere i movimenti di liberazione e a sostenere militarmente e “tecnicamente” spietate dittature, anche fascisteggianti, di varie parti del mondo. Si smentisce così clamorosamente il mito diffuso anche in parte della sinistra italiana sul “sionismo come movimento di liberazione”.

Il titolo vuole mettere però in evidenza un aspetto spesso dimenticato: la politica aggressiva e oltranzista dello Stato di Israele ne mette in forse, in prospettiva, la stessa esistenza e, purtroppo, mette in pericolo anche quella degli stessi ebrei che in quello Stato non si riconoscono: non perché sia oggi minacciata seriamente da qualche nemico, ma perché porta a un conflitto con tutto il mondo arabo-islamico. Un conflitto che non sarebbe stato inevitabile, ma di cui il gruppo dirigente sionista ha sottovalutato la possibilità, confidando sulle molte complicità di regimi arabi che hanno sempre tuonato contro Israele, accordandosi tuttavia sottobanco con esso, direttamente o con la “mediazione” (interessata) degli Stati Uniti.

Sono possibili confini sicuri per Israele?

 

La propaganda ufficiale dello Stato di Israele, ripresa in forme più o meno aperte dalla maggior parte degli opinion’s makers in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, ha sempre insistito sulla “necessità di difendersi ” e soprattutto di ottenere “nuove linee di confine, che diano più sicurezza di quelle vecchie, fragili e indifendibili, del 1967”. La frase era contenuta in una dichiarazione ufficiale del 1982, che preparava l’invasione del Libano.3 Oggi viene ancora ripetuta dallo stesso Peres, etichettato chissà perché come “colomba”, mentre è solo incaricato di abbellire per l’opinione pubblica internazionale l’immagine del “falco” Sharon, che dell’appoggio dell’ipocrita premio Nobel ha bisogno non solo per questo, ma anche semplicemente per avere ancora una maggioranza parlamentare, dopo la rottura con lui di una parte dell’estrema destra. Dei confini proposti dall’Onu nel 1947 per una pur ingiusta spartizione che penalizzava i palestinesi, nemmeno si parla, se non per continuare a denunciare (senza spiegarne le ragioni) “l’assurdo rifiuto palestinese”…

Ma quali possono essere le “frontiere sicure”, in quell’area così angusta, e in tempi di aerei supersonici e di missili? Senza una pace giusta, cioè senza il riconoscimento concreto dei diritti del popolo palestinese, non lo sarebbero neppure quelle “dal Mar Rosso all’Eufrate” promesse dalla Bibbia (Esodo, 23, 31), a cui faceva riferimento non solo qualche estremista, ma lo stesso Herzl, e che non a caso sono incise sulla sede del Parlamento di Israele.

Ricordiamo che le frontiere di Israele erano state determinate in primo luogo dai criteri usati per i primi insediamenti sionisti, a partire dalla scelta di acquistare le terre più fertili, e poi dall’esito delle campagne militari del 1947-1949, sicché la suddivisione avrebbe lasciato in ogni caso, a meno di ulteriori massicce espulsioni, una distanza minima tra le città israeliane e i territori rimasti ai palestinesi.

“Confini fragili”, si dice, ma che peraltro proprio Israele ha varcato più volte con tutta la sua forza militare preponderante, mentre i palestinesi, nell’arco di oltre mezzo secolo, hanno potuto tentare al massimo qualche “infiltrazione”, per ritrovare le terre e le case da cui erano stati scacciati, o per rispondere con qualche atto di terrorismo individuale al sistematico e massiccio terrorismo dello Stato occupante. Lo hanno fatto con una sproporzione nettissima, sempre, in ogni momento, tra le vittime provocate e quelle subite, che dava e dà a quegli atti una valenza quasi simbolica, che sembra incomprensibile ai difensori incondizionati dello Stato di Israele, ma che in realtà è semplicissima: qualunque cosa possiate farci, non dormirete tranquilli sulla terra che ci avete preso.

“Frontiere indifendibili”, diceva Argov nel 1982, dicono oggi Peres e Sharon? Eppure tutte le guerre che le hanno attraversate, tranne quella del 1973, sono state avviate da Israele, e in tutte, con quell’unica eccezione, sono avvenute operazioni di espulsione, che evidentemente non erano incidenti di percorso ma parte di un progetto organico, anche se inconfessato pubblicamente.

Il prototipo furono le guerre del 1947-1949, in cui l’originario piano di spartizione dell’Onu venne modificato con la forza dai sionisti, che accettavano ogni tanto un armistizio ma solo per riorganizzarsi e sferrare un nuovo attacco con maggiore efficacia, e in cui la cacciata dei palestinesi fu massiccia e sistematica.

Quella spartizione proposta dall’Onu – si ripete sempre – era stata “rifiutata dai palestinesi”. Che fosse inaccettabile era ovvio, anche se si omette il piccolo particolare che i palestinesi non avevano allora nessun modo di esprimersi, perché privati dal regime coloniale britannico di ogni organo di autogoverno; ed era questo il primo dei molti punti di debolezza rispetto ai sionisti, che avevano invece potuto costruire sotto la dominazione britannica proprie strutture politiche, ma anche militari.

Ma quella suddivisione, nonostante favorisse molto i sionisti (assegnava loro il 55% del territorio – la parte migliore, tra l’altro – nonostante rappresentassero appena il 37% dell’intera popolazione), aveva un notevole inconveniente per lo Stato di Israele: avrebbe infatti dovuto accogliere nella parte assegnatagli una fortissima “minoranza” di palestinesi, che in pochissimi anni avrebbero potuto diventare maggioranza, e che avrebbero mantenuto inevitabilmente legami con i fratelli rimasti nella parte più povera e inospitale del paese, “generosamente” assegnata loro. dalla spartizione dell’Onu

Fu questa considerazione a spingere i sionisti a cercare di modificare sul campo i rapporti di forza, grazie alla loro netta superiorità militare (contrariamente al mito di “Davide contro Golia”), sia per ottenere una percentuale maggiore della Palestina (ne conquistarono infatti il 78%), sia e soprattutto per realizzare più o meno silenziosamente la cacciata del maggior numero possibile di palestinesi (rimasero in prevalenza quelli cristiani, che potevano beneficiare di una maggiore protezione internazionale e comunque ottenere appoggi attraverso le loro Chiese…).

Su questo esisteva da molti anni una rigorosa documentazione curata da Guido Valabrega, che fu tuttavia sostanzialmente ignorata da gran parte della sinistra moderata, assai indulgente verso Israele. Guido Valabrega, ebreo e inizialmente sionista, a diciannove anni si era recato a combattere in Israele, ma lasciò poi l’esercito e il paese, una volta resosi conto di quel che doveva fare nei confronti dei palestinesi; per questo fu oggetto di una denigrazione sistematica da parte dei sionisti, che non si limitarono a considerarlo un “traditore”, ma lo accusarono spesso grottescamente di antisemitismo.4
Oggi però quel lavoro pioneristico, basato soprattutto sulla ricerca dei “nuovi storici” israeliani, che avevano documentato la forza reale dell’esercito sionista e il carattere non casuale della cacciata dei palestinesi (Naqba, appunto, la “catastrofe”), è stato seguito da altre pubblicazioni, tra le quali spicca il monumentale libro di Benny Morris, Vittime.5 Morris, uno dei primi a riscrivere la storia di Israele senza reticenze (i suoi primi scritti erano stati apprezzati e utilizzati largamente da Valabrega), non è solo ebreo e israeliano: è anche e ancora sionista. Le sue idee politiche traspaiono chiaramente ogni volta che deve giudicare, ad esempio, la politica di Barak, di cui è stato sostenitore e che rimpiange, ma ciò non gli impedisce di ricostruire rigorosamente un secolo di conflitti e la motivazioni dei protagonisti.

Il libro, di quasi mille pagine, è avvincente e si legge di un fiato. Non nasconde nulla della ferocia della lotta, da una parte e dall’altra, anche se riconosce che i palestinesi erano nel 1947-1949 del tutto svantaggiati, sia perché erano stati privati della loro direzione dopo la rivolta del 1936-1939, sia perché mal sostenuti e in realtà traditi dai regimi arabi che ne avevano assunto la difesa. Morris aveva già smontato da anni la leggenda dei palestinesi istigati alla fuga dalle radio arabe, e ricostruisce ora dettagliatamente i massacri sionisti che seminarono il terrore provocando l’esodo, a partire da quello di Deir Yassin. Ammette anche che responsabili di quei massacri non furono solo le formazioni militari della destra “revisionista” di Begin e Shamir, ma che parteciparono (o approvarono) anche quelle dell’Haganah guidata dai laburisti. Ecco, ad esempio, come Morris descrive i preparativi per l’attacco a Deir Yassin:

Il comando della Haganah [l’esercito regolare diretto dai laburisti] a Gerusalemme, in buoni rapporti con l’Irgun locale, cercò di persuadere i suoi comandanti a partecipare alla battaglia di al-Kastal. I militanti dell’IZL [Irgun Zevai Le’umi, organizzazione militare della destra revisionista] risposero in modo negativo, dicendosi interessati a una loro operazione separata, e come obiettivo scelsero appunto Deir Yassin. Negli incontri preparatori degli ufficiali di IZL e LHI [la formazione militare di estrema destra, detta anche “Banda Stern”], si decise di espellere gli abitanti. Gli uomini dell’LHI proposero di uccidere quanti non avessero abbandonato le loro case, per terrorizzare gli arabo-palestinesi.6

Morris riferisce poi delle discussioni tra chi proponeva di uccidere tutti i maschi adulti, anche se si arrendevano, e chi raccomandava di “non uccidere né le donne né i bambini né i prigionieri”. Il piccolo particolare omesso è che il villaggio aveva avuto in genere fino a quel momento buoni rapporti con gli ebrei locali. Ma il dato più importante fornito da Morris è che “l’attacco, la mattina del 9 aprile, avvenne con l’approvazione del comando Haganah a Gerusalemme, e poi in stretta collaborazione con esso”:

Parteciparono circa 130 uomini dell’IZL e dell’LHI. Durante la battaglia le mitragliatrici della Haganah fornirono il fuoco di copertura, e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia vera e propria. Le Palmah contribuirono anche all’evacuazione dei feriti mentre la Haganah aiutò i combattenti rifornendoli di munizioni.7
Si noti come, già prima della proclamazione dello Stato di Israele, i sionisti disponessero di blindati e di altre armi pesanti, inaccessibili per i palestinesi.8 Ma l’operazione non andò come previsto, sia per una modesta reazione di qualche cecchino arabo, che provocò cinque morti agli assalitori, sia perché un blindato munito di altoparlanti che doveva incitare alla resa o alla fuga gli abitanti “si impantanò in un fossato, e a quanto pare nessuno sentì gli avvisi”:
Deir Yassin è ricordata assai meno in quanto operazione militare, che per le atrocità commesse dalle truppe dell’IZL e dell’LHI durante e subito dopo la battaglia: intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolte sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne e bambini trasportati su autocarri scoperti per le vie di Gerusalemme Ovest in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma, prima di essere “scaricati” nella parte orientale (araba) della città.9

Morris riferisce poi le polemiche tra le due organizzazioni di destra, con accuse reciproche di responsabilità in stupri e rapine, e anche di fucilazioni dei prigionieri che erano stati fatti sfilare nelle vie della Gerusalemme ebraica; egli parla poi francamente anche dell’uso strumentale che di quell’episodio fecero i sionisti maggioritari di orientamento laburista:

L’Agenzia ebraica e il vertice della Haganah condannarono subito il massacro. Deir Yassin diventò la singola atrocità di parte ebraica di cui si poteva scrivere e che si poteva condannare [il corsivo è mio – A.M.]. La Haganah fece grandi sforzi per coprire la sua parte nell’operazione, e nei decenni successivi il Cherut, il partito di Menachem Begin, e il suo erede Likud furono continuamente collegati a Deir Yassin nella polemica interna israeliana.10

In realtà, di massacri ce ne furono molti altri ma, dato che i sionisti maggioritari in quei casi erano stati protagonisti e non solo complici, non se ne volle parlare. Vittime è soprattutto ricchissimo di documentazione sul significato di quelle violenze, che non erano uno sfogo di tendenze sadiche, ma legate ai progetti di espulsione dei palestinesi.

I progetti di “trasferimento” dei palestinesi

 

Il primo a parlare di un trasferimento, era stato lo stesso “padre del sionismo”, Theodor Herzl, che fin dal giugno 1895 scriveva nel suo Diario:

Quando occuperemo la terra trarremo immediati benefici dallo Stato che ci ospiterà. Dovremo gentilmente espropriare la proprietà privata delle terre assegnateci. Cercheremo di incoraggiare la popolazione più povera a trasferirsi dall’altra parte della frontiera procurandole un lavoro nei paesi di transito, mentre le negheremo qualsiasi occupazione nel nostro paese [corsivo mio].11

Si noti la franchezza con cui si parla di espropriare (sia pur gentilmente) le terre, e si considera “lo Stato che ci ospiterà” (nel 1895 Herzl non aveva deciso ancora quale!) già “il nostro paese”, in cui concedere o negare occupazione alla “popolazione più povera”. Che cosa intendesse per gentilmente si capisce dalla frase successiva, che rivela un’impronta brutalmente classista, ispirata in parte da quella che era la pratica corrente in ogni paese colonizzato:

I proprietari terrieri passeranno dalla nostra parte; entrambi i processi di espropriazione e di rimozione dei poveri devono essere compiuti con discrezione e circospezione. Lasciamo che i proprietari di beni immobili credano che ci stiano ingannando vendendoci cose per un valore molto maggiore di quello che esse realmente hanno. Ma noi non rivenderemo loro nulla.12

È esattamente quanto è stato fatto, con la sola arma del denaro, nella prima fase della colonizzazione sionista, fingendo di non sapere che quelli che vendevano a caro prezzo le terre erano proprietari assenteisti, mentre la “popolazione più povera” scacciata “gentilmente” era composta da contadini legati da secoli ai campi che avevano dissodato, su cui pagavano un modesto affitto che consideravano una specie di imposta, e che credevano ormai loro, anche se non avevano in genere un contratto scritto.

Ma dopo quella prima fase? I metodi diventarono sempre più brutali. Ben Gurion, di quei progetti di “trasferimento” aveva parlato in molte occasione con i suoi più stretti collaboratori, e anche in lettere a suo figlio, ma sempre raccomandando la cautela e la riservatezza (più o meno la “discrezione e circospezione” a cui alludeva Herzl), per non turbare l’opinione pubblica mondiale. Ad esempio, aveva suggerito questo atteggiamento ai dirigenti sionisti durante la preparazione della Conferenza sionista dell’Hotel Bilmore di New York.

Chaim Weizmann invece, nel gennaio 1941, aveva parlato francamente con l’ambasciatore sovietico a Londra (Ivan Maiskij) del progetto di allontanare verso l’Iraq e la Trasgiordania mezzo milione di arabi, per fare posto a due milioni di ebrei, senza avere reazioni di sorta.13 Anzi, l’Urss sarà il primo paese a riconoscere de jure lo Stato di Israele, nonostante i massacri già avvenuti. Ma l’Urss staliniana era un caso particolare, sia per l’assenza di una “opinione pubblica”, sia perché nel corso della guerra aveva teorizzato e messo in pratica la deportazione di interi popoli: prima le sventurate minoranze interne come i ceceni, gli ingusci, i tatari, i tedeschi del Volga, ecc., poi i molti milioni di tedeschi, che furono scacciati dalle terre in cui vivevano da molti secoli e che erano state annesse all’Urss, o alla Polonia, o restituite alla Cecoslovacchia. Un diplomatico sovietico al servizio di Stalin non poteva quindi scandalizzarsi troppo di fronte al progetto di espulsione dei palestinesi.14
Ben Gurion, nell’ottobre 1941, aveva scritto anche un Compendio di politica sionista (per uso interno al movimento), in cui auspicava dapprima che il trasferimento si potesse evitare, sostenendo però che in caso contrario i Paesi arabi confinanti avrebbero potuto assorbire facilmente quanti avessero “deciso di trasferirsi”. Ma ammetteva poi nello stesso documento che “un trasferimento massiccio in assenza di pressioni – e piuttosto energiche – è difficile da immaginare”.15

Ben Gurion concludeva che gli ebrei non dovevano “dissuadere altri popoli propensi al trasferimento, [in primo luogo] britannici e statunitensi, dal proporre questa soluzione”, ma sosteneva che era “bene escluderla dal nostro programma, in qualsiasi forma”. Ovviamente dal programma scritto, non da quello reale! Il corsivo è mio (come sempre, salvo diversa indicazione, nelle citazioni), e vuole sottolineare l’ipocrisia di attribuire ai “popoli” le scelte fatte da governi che appoggiavano il progetto sionista per inconfessabili fini neocolonialisti.

Questa doppiezza venne ribadita nel 1944 in un intervento a una riunione dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica, che doveva prendere posizione sulla decisione dei laburisti britannici di “raccomandare” il trasferimento dei palestinesi:

Quando l’ho saputo […] ho dovuto riflettere a lungo e in modo approfondito […] [ma] ho concluso che la cosa migliore è che la cosa resti [nel programma dei laburisti britannici]. […] Se mi chiedessero quale dovrebbe essere il nostro programma, non mi sognerei di parlare di trasferimento […] perché sollevare la questione potrebbe danneggiarci […] di fronte all’opinione pubblica internazionale, suggerendo che non vi sia posto [per noi] nella Terra d’Israele a meno di cacciarne gli arabi […] [inoltre] ciò allarmerebbe gli arabi e accrescerebbe la loro ostilità […].16
Ben Gurion concludeva brutalmente che, comunque, “il trasferimento degli arabi sarebbe la cosa più semplice. Siamo circondati da Stati arabi […]. Ed è chiaro che se gli arabi [della Palestina] si trasferissero, ciò sarebbe per loro un vantaggio”.17 Difficile capire quale, ma in ogni caso è chiaro il senso: si fa e non si dice, anzi si attribuisce la responsabilità ad altri.
Una sola volta Ben Gurion, in occasione del primo progetto di spartizione, quello proposto dalla Commissione Peel nel 1938, che assegnava ai sionisti uno Stato di proporzioni ridotte ma “liberato” dagli arabi, aveva ammesso francamente: “Sono per il trasferimento obbligatorio. Non ci trovo niente di immorale”.18

Il trasferimento forzato era dunque un obiettivo taciuto in pubblico (in tali occasioni anzi si faceva retorica su una “terra senza un popolo, per un popolo senza terra”, fingendo di ignorare che il popolo c’era, e ben radicato), ma che veniva ammesso nella corrispondenza privata e nei diari da molti dei principali esponenti sionisti, a partire appunto da Ben Gurion. Ne parlavano apertamente invece i cosiddetti “revisionisti” fascisteggianti: Jabotinskij, Begin e Shamir, ai quali si ricollegano oggi Sharon e Netanyahu.

Anche senza questi documenti, comunque, che il progetto sionista fosse basato sull’espulsione è stato verificato nella pratica: chi può ancora credere alla favola che l’esodo di molte centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case e terre nel 1947-1949 sia stato provocato dalla propaganda radiofonica dei regimi arabi e non dai massacri sionisti? E, ammettendo pure per assurdo che quell’esodo fosse stato davvero provocato dai regimi arabi, perché lo Stato di Israele in più di mezzo secolo non ha mai accettato che i profughi potessero ritornare, e ha ignorato tutte le risoluzioni Onu in tal senso?

C’è un altro episodio che rivela quanto fosse importante per tutti i sionisti impedire il ritorno dei palestinesi: alcuni esponenti della Banda Stern (cui apparteneva Shamir, che sarà poi a lungo Primo ministro) furono condannati da un tribunale israeliano per avere assassinato il 17 settembre 1948 a Gerusalemme il mediatore svedese dell’Onu, conte Folke Bernadotte, che aveva protetto e salvato molti ebrei durante la Seconda guerra mondiale, ma che aveva il torto di avere presentato un concreto piano per il ritorno dei profughi, oltre a un progetto di spartizione più razionale e meno “a pelle di leopardo”.19 L’assassinio fu opera effettivamente di quella banda terrorista di estrema destra, ma la protezione accordata successivamente da vari governi rivela che la sua azione era stata se non concordata, certo approvata dagli stessi laburisti.
I villaggi distrutti per mettere in fuga gli abitanti terrorizzati furono moltissimi, a parte il caso più noto di Deir Yassin, di cui abbiamo parlato. Decine di migliaia di arabi furono cacciati anche dai quartieri di città come Haifa, Giaffa, Lydda o Gerusalemme.20 Già nel gennaio 1948, vari mesi prima della proclamazione dello Stato di Israele, Ben Gurion osservava compiaciuto che “le perdite non si riassumono solo in vittime umane”, ma in danni alla vita economica degli arabi, 15-20.000 dei quali, a quella data, avevano già abbandonato Haifa, mentre la fuga continuava ininterrotta.21

Un’altra citazione, tratta dal Diario, è rivelatrice della logica che ispirava il comportamento dei sionisti. Dopo un incontro con Abba Eban (il laburista che fu a lungo ambasciatore di Israele negli Stati Uniti e poi ministro degli Esteri), Ben Gurion annotava:

È venuto Abba Eban. Egli non vede la necessità di mirare alla pace. A noi basta l’armistizio, invece se correremo dietro alla pace gli arabi ci chiederanno un prezzo: i confini o i profughi o entrambi. Aspetteremo alcuni anni.22

Quindi la mancanza della pace non era una fatalità imposta dal “rifiuto arabo”, ma una scelta cinica per creare fatti compiuti.

La guerra di Suez

 

Massacri ed espulsioni sono stati una costante anche nelle altre guerre, di cui si parla poco: ad esempio, nel corso della guerra del 1956, che fu condotta dallo Stato di Israele insieme a Francia e Gran Bretagna, in preda a un rigurgito del più classico colonialismo, per punire l’Egitto repubblicano che aveva osato nazionalizzare la Compagnia del Canale di Suez; le truppe israeliane en passant massacrarono molti civili palestinesi nei villaggi che attraversavano nella loro marcia trionfale: 48 uomini, donne e bambini uccisi a Kafr Qasem, 60 a Khan Yunes; a Gaza i palestinesi uccisi trovati in una fossa comune furono ufficialmente “solo” 39, anche se il sindaco denunciò la scomparsa di 700 persone. Già il 28 febbraio 1955, d’altra parte, c’era stato un attacco rivelatore alle postazioni egiziane a Gaza.

Di quella “guerra di Suez”, che viene ricordata pochissimo dagli “amici di Israele” perché è la prova più clamorosa dell’infondatezza della tesi che il sionismo sarebbe un “movimento di liberazione”, varrebbe la pena comunque di parlare di più per un altro motivo: essa spezzò un rapporto che si stava creando tra i dirigenti rivoluzionari egiziani e Israele. Il primo leader della rivoluzione dei “Liberi ufficiali” del 1952, il colonnello Naguib, come primo gesto dopo l’assunzione della presidenza si era recato in visita alla sinagoga del Cairo. Nasser, che ne prese presto il posto, aveva stretto una reale amicizia con un ufficiale israeliano conosciuto durante le lunghe trattative di armistizio (si erano scambiati più volte doni e auguri in occasione di ricorrenze o della nascita di un figlio).

La spiegazione non era solo da ricercare in un legame personale: gli ufficiali repubblicani avevano attribuito la sconfitta dell’Egitto nel 1948-1949 sia alla corruzione del regime monarchico asservito ai britannici, sia alla superiorità tecnologica e organizzativa degli israeliani, che avevano ammirato, e con i quali speravano di poter stabilire rapporti di collaborazione per accelerare quel processo di modernizzazione del proprio paese che era nei loro programmi.

In definitiva, era il loro rifiuto dei regimi feudali a spingerli a interessarsi a quel nuovo Stato sorto dal nulla nella loro regione e che pensavano di poter facilmente imitare. Ma il primo colpo alle loro illusioni era venuto da quello che in Israele viene nominato pudicamente come Eseq bish (“il brutto affare”), oppure “il caso Allon”. L’Egitto era stato scosso da una serie di attentati contro sedi britanniche e statunitensi, e anche contro cinema in cui si proiettavano pellicole americane, con il risultato di fare montare nel mondo una campagna contro i “terroristi arabi” e il governo egiziano “che li proteggeva”.

Tuttavia, un “incidente tecnico” (un ordigno che si accese anticipatamente) fece scoprire i veri responsabili: alcuni agenti israeliani, reclutati nella locale comunità ebraica; gli attentati dovevano servire a preparare un intervento contro l’Egitto. Alcuni agenti confessarono e fecero nomi, uno si suicidò, un altro morì sotto la tortura. Due di essi furono assolti, ma due furono impiccati, e considerati a lungo vittime innocenti, finché una faida interna al gruppo dirigente sionista portò all’ammissione della verità. Ben Gurion addebitò però tutta la responsabilità “dell’infortunio” al suo rivale, il ministro della Difesa Pinchas Lavon, che forse era assai meno coinvolto nel caso del suo cinico accusatore.23

La guerra dell’ottobre-novembre 1956 doveva dare il colpo definitivo a tutti i tentativi distensivi. Israele aveva concordato il 23 ottobre, nella Conferenza di Sèvres, il proprio ruolo con i governi colonialisti di Gran Bretagna e Francia (dove – va detto per spiegare perché la sinistra francese è finita così male – c’era un premier socialista sostenuto dal Pcf…) e approfittò della situazione per sferrare un colpo durissimo a freddo, occupando il Sinai e arrivando al Canale. La forte resistenza popolare egiziana e la protesta dell’Urss (che voleva, con fiere dichiarazioni anticolonialiste, distogliere l’attenzione dal suo intervento in Ungheria, presentato come difesa da infiltrazioni imperialiste) spinsero gli Stati Uniti a dissociarsi e gli anglo-britannici a ritirarsi subito con la coda tra le gambe.

La tragedia degli ebrei del Medio Oriente

 

Israele rimase ancora qualche mese nei territori egiziani, ma intanto aveva provocato un danno irreparabile alla numerosa comunità ebraica che risiedeva in Egitto da secoli, convivendo fino a quel momento abbastanza bene con il resto della popolazione. Già nei giorni della guerra vennero espulsi 18.000 ebrei egiziani con cittadinanza francese o britannica, che seguirono la sorte degli altri cittadini dei due Stati aggressori. Molte migliaia di altri ebrei di altre nazionalità o apolidi dovettero lasciare il paese, colpiti dalle restrizioni per i non-egiziani introdotte nelle proprietà anglo-francesi in cui lavoravano e che erano state nazionalizzate. Questi strati alti della comunità ebraica, in possesso di doppia cittadinanza e quindi di un passaporto europeo, non si recarono in Israele, ma un terzo degli ebrei egiziani (quelli più poveri e arabofoni, senza legami con altri paesi), furono costretio a emigrare in Israele. Per loro, appunto, quella guerra rappresentò una tragedia.

Nel corso di questa guerra del 1956 ci furono dunque palestinesi scacciati col terrore o uccisi, e invece ebrei poveri costretti ad approdare in Israele in mancanza di una qualsiasi alternativa. Era accaduto già durante la prima guerra del 1947-1949, accadrà di nuovo durante quella del 1967. C’era un interesse convergente tra i dirigenti sionisti e i regimi arabi:i primi avevano bisogno di un consistente afflusso di braccia (e di carne da cannone); i regimi arabi invece, da un lato scaricavano sugli innocenti ebrei locali la rabbia delle masse per le sconfitte subite, dall’altro si impossessavano dei beni degli espulsi.

Si può dire che, in genere, l’immigrazione in Israele di ebrei provenienti dal mondo arabo non fu spontanea. Le comunità ebraiche del Medio Oriente, nella prima metà del XX, secolo erano rimaste quasi totalmente indifferenti al sionismo, che era fenomeno esclusivamente europeo e statunitense. Questo va sottolineato, per capire che la cacciata degli ebrei dal Medio Oriente non era un “effetto collaterale” imprevisto. Quando l’ostilità generata dalle notizie delle guerre arabo-israeliane non fu sufficiente a provocare l’esodo, intervennero infatti attentati orchestrati da agenti israelian,i che provocarono il panico, inasprirono conflitti latenti e resero inevitabile il trasferimento. Almeno in un caso, quello della grande e antichissima comunità irachena, ciò è documentato da ineccepibili fonti. israeliane . Più reticenti su questa vicenda sono stati sempre i regimi arabi, interessati a nascondere la loro oggettiva convergenza con i dirigenti sionisti: dietro le frasi reboanti contro Israele si nascondeva infatti una tacita intesa tra chi aveva bisogno di nuovi coloni e chi si appropriava dei beni dei fuggitivi24.

Anche se tra i dirigenti, soprattutto laburisti, il peso di quelli askhenazi (cioè originari dell’Europa centrorientale e della Russia) è ancora fortissima, la maggior parte dei cittadini israeliani oggi sono di origine mediorientale o nordafricana; ma la loro emarginazione politica è appunto una delle conseguenze delle circostanze che li portarono in Palestina, vittime inconsapevoli di oscure manovre e non certo soggetti attivi di un pur discutibile progetto politico.

Quel che è meno noto, ed è anzi quasi sempre occultato dalla propaganda sionista e dai suoi numerosi fiancheggiatori europei, è che fino alla Seconda guerra mondiale il sionismo non aveva affatto la rappresentanza esclusiva delle stesse comunità ebraiche dell'Europa orientale. Infatti, anche nelle grandi concentrazioni di ebrei formatesi nel corso di secoli in Polonia e nella parte occidentale dell'attuale Unione Sovietica (in quella zona cioè che è stata chiamata l’Yiddishland e che era l'unica in cui si potesse ragionevolmente parlare di un “popolo ebraico”, che in quell'area aveva effettivamente almeno alcune delle caratteristiche di una nazione, compresa una lingua e una cultura ben distinte da quelle dei vicini) il sionismo era quasi ovunque contrastato duramente da altre tendenze politiche, culturali o religiose.25

Le distruzioni di villaggi “per rappresaglia”, una costante

 

Quanto abbiamo già esposto dovrebbe essere sufficiente a comprendere il senso delle distruzioni “per rappresaglia”, utilizzate per provocare altri esodi anche al di fuori delle guerre vere e proprie. Ad esempio, nel 1953 era stato colpito un villaggio della Giordania, Kibya, per “punirlo” di un attentato che aveva colpito l’insediamento di Yehud, a Est di Tel Aviv. Non c’era nessuna prova di un legame tra Kybia e l’attentato in cui erano morti tre israeliani a Yehud, ma della rappresaglia fu incaricata una speciale unità di incursori, chiamata Unità 101, creata da pochi mesi e affidata a un maggiore che avrebbe avuto un brillante futuro in simili imprese: Ariel Sharon:

[Nella rappresaglia] furono uccisi una sessantina di abitanti, oltre a un piccolo numero di legionari [della Legione araba, la formazione giordana inquadrata dagli inglesi] caduti in un’imboscata mentre tentavano di raggiungere il villaggio. L’IDF [Forze di difesa israeliane] non subì perdite. Sharett annotò nel Diario, il 15 ottobre: “Una rappresaglia di questa entità […] non era mai stata effettuata in passato. Ho passeggiato avanti e indietro nella stanza disorientato e profondamente depresso, con un senso di impotenza”. In effetti Sharett aveva cercato, con scarsa energia, di fermare l’operazione. “Ma se avessi saputo fin da allora – scrisse in seguito – che ci sarebbero state uccisioni in tal numero, avrei gridato così forte da farmi sentire anche in Cielo.26

Sharett di lì a poco, dopo una lunga permanenza al ministero degli Esteri, assunse l’incarico di Primo ministro al posto di Ben Gurion, che si era ritirato come un Cincinnato in un kibbuz. Sharett sosteneva che “le reazioni [agli attacchi arabi] devono essere limitate”, dal momento che non è dimostrato “che le rappresaglie risolvono il problema della sicurezza” Lo diceva in polemica con chi sosteneva invece che “lo Stato d’Israele deve di tanto in tanto dimostrare in modo evidente di essere forte, e di essere pronto a usare la forza in modo molto efficace, persino devastante”. Sharett aveva ragione, ma era un debole, e i suoi avversari lo scalzarono facilmente alla vigilia della guerra di Suez, riportando alla testa del governo l’oltranzista Ben Gurion.

Così Israele, ancora oggi, si trova minacciato da una politica che appunto, come temeva Sharett, ha rinfocolato sempre più un odio che non si è mai attenuato ed è anzi diventato implacabile.27 Le giustificazioni fornite allora dal giovane Sharon sul suo operato ricordano molto, comunque, quelle che i suoi portavoce hanno dato in questi giorni su Jenin:
In seguito Sharon e l’IDF sostennero che i civili si erano nascosti in cantine e seminterrati e che i soldati, spostandosi da una casa all’altra e facendola saltare in aria, non se n’erano accorti. In realtà i soldati, procedendo da casa a casa, avevano sparato dentro le porte e le finestre, e i patologi giordani dichiararono che la maggior parte dei cadaveri presentavano lesioni da armi da fuoco e shrapnel, e non da macerie. In ogni caso gli ordini operativi, dal Comando generale a quelli di singole unità, parlavano testualmente di “distruzione tale da causare perdite il più possibile ingenti”. Per questo nessuno criticò Sharon e le sue truppe, e gli interrogativi riguardarono il modo in cui le disposizioni originarie dello Stato maggiore: “Fare esplodere un certo numero di case […] e colpire gli abitanti”, finirono per prescrivere, all’altra estremità della catena di comando, le perdite più gravi che si potessero causare.28

Allora non si parlò neppure di una commissione di inchiesta dell’Onu. È vero che nel 2002, per Jenin, essa è stata solo formalmente decisa, ma rinviata a lungo per la pretesa israeliana di sceglierne i membri e preselezionare i testimoni, e alla fine, grazie alla solita complicità degli Stati Uniti e l’accondiscendenza del docile Kofi Annan, è stata addirittura sciolta prima di aver iniziato a funzionare. Non erano stati sufficienti i rinvii a fare dissolvere l’odore della morte? Il rifiuto israeliano è stato incredibilmente accettato dalla cosiddetta “comunità internazionale”: possibile che non ci sia nessuno che ricordi ai dirigenti israeliani che Jenin non è casa loro, ma fa parte di un territorio occupato con la violenza nel 1967 e mantenuto sotto occupazione in spregio a tante solenni risoluzioni dell’Onu? E a quale indagato si è mai concesso di scegliersi i giudici, e perfino i testimoni? D’altra parte, Israele ha sempre preteso di scegliere i “mediatori”, che devono sempre essere schierati preventivamente dalla sua parte...

Comunque, se la viltà dell’Onu ha impedito ancora una volta una condanna formale, alla luce dei precedenti che abbiamo ricordato è possibile dare un netto giudizio politico. I responsabili di questi crimini, a partire da Sharon, hanno goduto della più totale impunità, ma in una prospettiva più lunga saranno colpiti dal giudizio della storia, per avere posto le premesse del fallimento del progetto di dare “sicurezza agli ebrei”.

In ogni caso, risulta chiaro che le distruzioni finalizzate all’espulsione sono state una costante in tutte le guerre, tranne appunto quella del 1973, l’unica in cui Israele dovette pensare seriamente alla propria sopravvivenza (su di essa ritorneremo nella riflessione conclusiva su cosa può spingere oggi gli israeliani a mutare politica e cercare una strada diversa). E non solo nelle guerre, ma anche negli intervalli tra l’una e l’altra, come abbiamo già notato a proposito dell’episodio del 1953.

Nel 1966, ad esempio, in seguito all’esplosione di una mina che aveva provocato la morte di tre soldati israeliani e il ferimento di altri sei, il Primo ministro Levi Eshkol aveva deciso una spietata rappresaglia. Evitando di colpire la Siria, che pure appoggiava apertamente i guerriglieri palestinesi, l’esercito israeliano entrò in Giordania, distruggendo 125 case del villaggio di Samu’, compreso l’ambulatorio e la scuola, uccidendo 18 abitanti e ferendone 134 (quasi tutti giordani). Naturalmente la mina che colpiva un esercito occupante era “terrorismo”, la rappresaglia no…

Si noti che Levi Eshkol nel 1963, quando aveva sostituito Ben Gurion, era stato considerato un “moderato”. Ma sotto la pressione dell’opposizione estremista, aveva finito per praticare la stessa politica del predecessore.

La corsa verso la guerra del 1967

 

Nei primi mesi del 1967 ci fu un aumento progressivo dei preparativi bellici e delle incursioni israeliane nei territori degli Stati limitrofi (ad esempio, in aprile vennero abbattuti sei Mig-21 siriani, due dei quali nel cielo di Damasco), a cui rispondevano alte grida di guerra – ma senza concrete misure militari – di tutti i Paesi arabi, che non senza fondamento si accusavano reciprocamente di non reagire adeguatamente alle provocazioni israeliane. L’Egitto era particolarmente bersagliato da queste accuse, e decise quindi di mostrare la sua volontà di lotta occupando alcune postazioni Onu nel territorio egiziano smilitarizzato da cui si era ritirato nel 1957 (mentre l’esercito israeliano non si era ritirato analogamente dal suo lato della frontiera).

Nella stessa logica, Nasser in maggio annunciò la decisione di bloccare il Golfo di Aqaba. Tuttavia, è significativo che non si preparò a realizzare la minaccia, anzi tranquillizzò il segretario delle Nazioni Unite U Thant, al quale spiegò il carattere propagandistico ad uso interno delle sue dichiarazioni.

La leggenda che Israele nel 1967 stesse per essere aggredito dall’Egitto e dagli altri Paesi arabi viene ripetuta ancora oggi testardamente, nonostante la sua infondatezza sia stata verificata non solo grazie alla testimonianza di U Thant, ma anche e soprattutto in base a fatti concreti: ai clamorosi preparativi di guerra del governo israeliano (in cui il 1° giugno erano entrati il terrorista Begin, capo dell’opposizione di destra, e il falco Moshe Dayan, che aveva assunto il ministero della Difesa), nessun Paese arabo rispose preparandosi alla guerra.

Il 5 giugno, nelle prime ore del mattino, l’aviazione israeliana entrò fulmineamente in azione, distruggendo a terra il 90% dell’aviazione di tutti i Paesi arabi, colti di sorpresa e che non avevano preso la misura (indispensabile in previsione di una guerra) di tenere in volo costantemente almeno la metà dei propri aerei.

Il 10 giugno la “guerra dei 6 giorni” era già finita, con l’occupazione di Gaza e del Sinai, delle alture del Golan, dell’intera Cisgiordania e della parte araba di Gerusalemme, da cui si tentò di fare fuggire con i metodi del 1948-1949 l’intera popolazione. Ma se nel 1950 l’Onu aveva riconosciuto 879.000 profughi palestinesi, ora ne registra molti meno. Nel primo mese “solo” 100.000. Naturalmente 100.000 rifugiati (e solo nel primo mese di occupazione) non erano pochi, se si pensa all’effetto dissuasivo dell’esperienza diretta e della memoria trasmessa della naqba del 1948-1949, con il suo seguito di espropriazione delle case e dei terreni, forzatamente abbandonati, e con la perdita definitiva di ogni diritto al ritorno per chi era fuggito.29 Altri comunque finiranno per andarsene nei mesi e negli anni successivi (200.000 dalla sola Cisgiordania), sia perché anche chi era restato poteva vedersi confiscata la casa o espropriato il campicello per insondabili e indiscutibili “esigenze di sicurezza militare”, sia per la sfiducia crescente nella possibilità di un intervento in difesa dei palestinesi da parte dei “fratelli arabi”, la cui inefficienza non si sapeva se attribuire a una congenita incapacità o a un deliberato tradimento.

L’oltraggio a Gerusalemme

 

Particolarmente offensivo per la popolazione palestinese fu il trattamento riservato a Gerusalemme. Israele aveva occupato immediatamente la Città Vecchia e, mentre il problema era ancora all'esame dell’Onu, aveva annunciato (il 27 giugno) l'annessione di Gerusalemme orientale, definendola "riunificazione di Gerusalemme".30 L 'occupazione ha causato alla città danni enormi. Le misure adottate dagli israeliani e i metodi impiegati per applicarle a Gerusalemme ricalcavano quelli già impiegati nel 1948 per spingere i palestinesi all'esodo e permettere l'israelizzazione del territorio. Sebbene l'esercito giordano si fosse ritirato fin dal primo giorno di combattimento, gli israeliani hanno bombardato a lungo la città con l'aviazione e l'artiglieria. Famiglie intere sono state decimate sotto i bombardamenti. Molti edifici storici sono stati irrimediabilmente danneggiati e altri distrutti. L'esercito israeliano occupò tutti gli edifici importanti della città, compresi luoghi di culto, alberghi, scuole, musei, fondazioni culturali e religiose, ospedali e negozi, saccheggiandoli.31 Migliaia di cittadini furono arrestati e deportati. Già 1'11 giugno le ruspe dell'esercito di occupazione erano al lavoro, demolendo in meno di una settimana 335 case, una fabbrica e 16 luoghi di culto. Al posto di alcuni degli edifici storici distrutti vennero costruiti blocchi di appartamenti moderni, dall'aspetto di fortezze, destinati ai nuovi coloni.

È difficile calcolare i danni arrecati al patrimonio architettonico e monumentale della città vecchia. Interi quartieri con le loro case, vicoli, negozi, moschee e chiese sono stati cancellati e i loro abitanti dispersi. Anche importanti luoghi santi come la Moschea al Aqsa e la Cupola della Roccia non sono stati risparmiati dai tentativi di distruzione; nel 1969 c'è stato un primo tentativo di incendio di al Aqsa e nel 1982 alcuni terroristi sionisti hanno compiuto una strage di palestinesi nel cortile del santuario. Altre devastazioni hanno colpito i monumenti di altre città palestinesi.

Le ripercussioni della guerra sull’Olp...

 

Questa nuova naqba non poteva non avere ripercussioni anche sull’Olp. Questa era stata creata nel 1964 sotto l’egida dei regimi arabi e posta sotto la guida di Ahmed Shuqeiri, un mediocre politicante che non esitava a ricorrere ad argomenti tratti dalla propaganda antisemita del nazismo; ma già nel 1967 venne messa sotto accusa dalle nuove forze che avevano iniziato la lotta, in particolare al Fatah. Shuqeiri dovette dimettersi nel dicembre 1967 e venne sostituito da una figura di transizione, Yahya Hammudah. Questi a sua volta cederà nel 1969 il posto a Yasser Arafat, il cui prestigio era enormemente aumentato per l’unica vittoria riportata da arabi su un esercito israeliano che sembrava invincibile di fronte agli eserciti regolari: il 21 marzo 1968, una delle tante incursioni per rappresaglia in territorio giordano effettuate dall’esercito israeliano, rivolta a smantellare un campo profughi a Karama, fu bloccata dai guerriglieri di al Fatah, che costrinsero diverse unità sioniste a ritirarsi, con pesanti perdite in uomini e materiali. Oltre ad accrescere la popolarità della nuova formazione palestinese, quell’azione riuscì a dare qualche speranza alla popolazione dei territori, contribuendo ad arrestarne l’esodo.

Sia al Fatah, sia le nuove organizzazioni laiche e di orientamento marxista (Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e Fronte democratico popolare per la liberazione della Palestina) che la affiancano nella nuova Olp, insistono fortemente sul fatto che il primo gesto di resistenza possibile per un palestinese è quello di restare sul posto, a qualsiasi costo.

... e le nuove contraddizioni dello Stato sionista

 

Per questo la conquista dell’intera Palestina, con un altro milione e mezzo di arabi, ha aperto una contraddizione insanabile tra il desiderio dei sionisti di annettere l’intera “terra dei padri” e il timore di restarvi in minoranza, visti gli scarsi risultati degli sforzi per provocare un nuovo esodo in massa.

Un dirigente sionista di primo piano come il vicepresidente del Fondo nazionale ebraico, Joseph Weitz, aveva espresso chiaramente sul giornale laburista Davar del 29 settembre 1967 la sua inquietudine:

Nella Guerra dei sei giorni accadde un solo grande miracolo: una tremenda vittoria territoriale, ma la maggioranza della popolazione dei territori liberati [sic] è rimasta “fissa” al suo posto, cosa che può causare la distruzione del nostro Stato.32

Il corsivo (mio) vuole appunto sottolineare che proprio da quella facile vittoria sono state gettate le premesse per una sconfitta definitiva di Israele. Intanto, perché il prezzo pagato per conservare quei territori conquistati con la violenza e l’inganno, è stato la distorsione totale di quanto rimaneva della parte idealistica del progetto sionista.

Innanzitutto c’è stato un ulteriore rafforzamento numerico e tecnologico dell’esercito, con un peso crescente in tutta la società. Ma un esercito proiettato per oltre trent’anni nella repressione di civili, spesso giovanissimi, ha finito per avere effetti disastrosi sul morale dei suoi soldati (costretti a ricorrere sempre più spesso a cure psichiatriche).

Inoltre, il gioiello del sionismo di sinistra, quei kibbuz che dovevano servire a riorientare gli ebrei verso il lavoro produttivo e prefigurare nella loro organizzazione i “nuovi rapporti socialisti”, dopo il 1967 hanno cominciato a utilizzare sempre più (in alcuni casi esclusivamente) manodopera palestinese, trasformandosi in aziende capitalistiche o in alberghi. Praticamente, non esistono più se non nella propaganda apologetica degli “amici di Israele”.

Lo sviluppo di un’imponente industria militare, in collaborazione con il Sudafrica razzista e gli Stati Uniti, ha fatto poi prosperare una nuova borghesia, lontanissima dalla mentalità austera delle origini del sionismo.33

Invece dei kibbuz, gli insediamenti dei coloni

 

Nel frattempo, in contrapposizione ai kibbuz originari si moltiplicavano gli insediamenti nei Territori occupati. Inseriti come un corpo estraneo per spezzare la continuità dei territori e creare le basi per una successiva frammentazione, che doveva rendere digeribile l’annessione di una parte “strategicamente importante” svuotata dai palestinesi rinchiusi in zone simili a “riserve indiane” (o meglio, a quei bantustans organizzati dai razzisti sudafricani con una stretta collaborazione israeliana),34 gli insediamenti dei coloni provocavano un’ulteriore modificazione della mentalità israeliana delle prime fasi.

In primo luogo, perché negli insediamenti ci si va per vari motivi: per i più, e soprattutto per i nuovi immigrati dai paesi arabi o dall’area del “socialismo reale” che non conoscono nulla della situazione, si tratta solo di approfittare degli incentivi economici. Una casa in Israele è carissima, nei territori costa appena un quarto o anche meno e, anche se richiede qualche decina di minuti di viaggio in più, questo non pesa, perché ci sono comode autostrade, inaccessibili agli arabi e ben protette da continue pattuglie militari.

Inoltre, le abitazioni sono fortificate e isolate dal territorio circostante e hanno tutte le comodità, a partire da piscine che sottraggono l’acqua alle falde sotterranee. Ogni insediamento ha potentissime pompe per prelevare l’acqua dal sottosuolo, mentre ai villaggi palestinesi che non sono stati sgomberati per fare posto agli insediamenti l’acqua dei vecchi pozzi (quasi prosciugati dal prelievo israeliano) non basta più, mentre è vietato scavarne di nuovi, o scendere più in profondità, o procurarsi una pompa più potente: le leggi dell’amministrazione militare lo vietano “per ragioni di sicurezza”...

I coloni comunque sono potentemente armati (compresi i bambini), per “difendersi” da qualche imprevisto incontro con un palestinese, anche se gli insediamenti e le autostrade che li collegano tra loro e al territorio di Israele sono ben protetti. Non c’è dunque da stupirsi se vengono considerati dai palestinesi un obiettivo militare al pari dell’esercito.

I nuovi coloni: integralismo e fanatismo…

 

Create negli ultimi anni con ritmi crescenti, perfino maggiori sotto i governi laburisti (e in particolare sotto quel Barak che, secondo una versione diffusissima nella sinistra, “avrebbe offerto tutto” ad Arafat, che assurdamente avrebbe rifiutato tanta generosità), le colonie sono state lo strumento fondamentale per il proseguimento dell’espulsione strisciante dei palestinesi, a cui sottraevano terre e acqua e a cui imponevano assurdi giri di decine di chilometri per raggiungere un uliveto, o una casa, o un ospedale, o un ufficio, senza traversare le autostrade riservate alle colonie.

Ma ci sono anche altri coloni, arrivati direttamente dagli Stati Uniti per occupare le “terre dei loro avi”. Alcuni sono imbevuti di ideologie razziste e anche fasciste e, in ogni caso, sono dei veri “integralisti”. Alcune colonie, ispirate da un sospetto fanatismo religioso, si sono insediate nel cuore di zone e di città esclusivamente palestinesi, pretendendo poi la protezione dell’esercito oltre a quella assicurata dal loro massiccio armamento: è il caso della colonia di Kyriat-Arba insediata nel cuore di Hebron (quella da cui veniva Baruch Goldstein), o di quel gruppo di poche decine di integralisti ebraici che hanno occupato una tomba di un marabutto musulmano risalente al massimo a due o tre secoli fa, spacciandola per “Tomba di Giuseppe” e pretendendo per la loro “colonia” la protezione dell’esercito.

Quando, nel vivo della seconda Intifada, l’esercito ha deciso di non correre più rischi per quel pugno di squilibrati e li ha obbligati a ritirarsi, tutta la stampa “indipendente” nel mondo ha gridato al sacrilegio, accusando i palestinesi “integralisti” della zona di avere danzato sulla presunta “tomba di Giuseppe” per offendere la religione ebraica: in realtà, erano semplicemente esultanti per la partenza di quel gruppetto di provocatori e dei militari. La religione non c’entrava per niente, ma tutte le Oriane Fallaci del mondo hanno tremato di fronte a quel terribile “sacrilegio”.

Queste colonie “religiose” sono una vera e propria provocazione e hanno contribuito potentemente a fare ritenere una beffa e un inganno gli accordi di pace che si volevano fare accettare ad Arafat. Su questo, rinviamo alla parte del libro in cui Cinzia Nachira analizza momento per momento le trattative e le loro ripercussioni.

… ma possono essere fascisti?

 

Qualche anima bella si indigna quando lo si dice, ma con argomenti grotteschi: il fascismo non potrebbe allignare tra gli ebrei. Perché? Solo perché altri ebrei, in Europa, hanno sofferto tanto tempo fa sotto il fascismo e il nazismo? Eppure ci sono stati fascisti in tutti i paesi e tra tutti i popoli, anche civilissimi, a partire da quello tedesco. Tra l’altro, una corrente del sionismo (quella che da Jabotinskij, attraverso Shamir e Begin arriva a Netanyahu e Sharon), negli anni Trenta, aveva aperte simpatie per il fascismo, aveva milizie che indossavano camicie brune, aveva buone relazioni con Mussolini (che ne ospitò un congresso e addestrò alcuni uomini in un’accademia militare) e tentò di stabilire accordi con i nazisti, per contrattare uno scambio tra gruppi di ebrei ungheresi e forniture di automezzi militari. A definirle fascista quella corrente fu lo stesso Ben Gurion, anche perché in piena guerra mondiale i “revisionisti” non avevano rinunciato ad attaccare le truppe britanniche in ogni occasione.

Perché non potrebbero esserci fascisti tra gli ebrei, dunque? D’altra parte, anche in Italia si è registrato, in controtendenza rispetto all’atteggiamento mantenuto fino al 1967, uno spostamento progressivo – sul piano elettorale, ma anche su quello dei comportamenti – delle comunità ebraiche verso destra, anche verso l’estrema destra. Ne è stato un sintomo la recente manifestazione della comunità ebraica romana sotto le finestre della direzione del Partito della Rifondazione comunista (Prc), con insulti triviali alle giornaliste di Liberazione e distruzioni teppistiche di auto e motorini parcheggiati sulla strada. Un altro dato inquietante sono state le aggressioni ai ragazzi con kefia che osavano tornarsene a casa passando vicino al Teatro di Marcello (ai margini del ghetto) dopo la manifestazione per la Palestina del 9 marzo, da parte di un imponente servizio d’ordine con caschi e mazze che fino a quel momento aveva presidiato la zona, senza che vi fosse stata la minima minaccia.

Un altro sintomo è l’idillio crescente con Fini e Alleanza nazionale, che si è sviluppato fingendo di non accorgersi dei molti legami che quel partito mantiene con la tradizione fascista e il revisionismo “negazionista”.

Un caso limite, ci auguriamo, è stato rappresentato dagli elogi a Le Pen affissi sul più prestigioso ristorante kasher di Parigi (“lo ho votato perché è un buon patriota”, aveva scritto il proprietario, sottintendendo forse “perché promette di liberarci dagli arabi”). Ne ha parlato con un certo rilievo il “Corriere della sera”, analizzando le molte ragioni del successo di Le Pen. L’episodio ricorda l’appoggio che certi industriali ebrei tedeschi fornirono a Hitler (anch’egli un “buon patriota” che toglieva di mezzo la sinistra antipatriottica che non voleva la guerra, ormai ritenuta “necessaria” dopo la crisi del 1929), e che poi garantirono per lui ancora nel 1933 di fronte ai propri soci statunitensi, che si mostravano preoccupati per il suo arrivo al potere.

D’altro canto, in Italia, la parte più agiata delle comunità ebraiche aveva appoggiato a lungo convintamente Mussolini. Giorgio Bassani ha ricostruito magistralmente ne Il giardino dei Finzi Contini lo sgomento degli ebrei di Ferrara, ancora ben disposti verso il fascismo, di fronte alle leggi razziali.35

Ma, tornando a Israele, rinviamo a quanto documenta il saggio (pur massacrato dalla censura) di Israel Shahak, che riportiamo in altra parte di questo libro, sui legami di agenti israeliani con le più spietate dittature fascisteggianti del “terzo mondo”.

Ci sono i fascisti, ma… Israele non è uno Stato fascista

 

Perché sprecare tante parole a respingere gli argomenti ipocriti di chi non vuole constatare che la maggior parte degli immigrati recenti dagli Stati Uniti verso Israele e gli insediamenti appartenevano a gruppi razzisti e fascisti? Come definire Baruch Goldstein, il medico arrivato dagli Stati Uniti nella colonia di Kyriat-Arba, che il 25 febbraio 1994 sparò su un folto gruppo di palestinesi all’interno della tomba dei Patriarchi a Hebron, in Cisgiordania, uccidendone subito 29 (e moltissimi altri perirono nei gravi scontri che furono la logica conseguenza di quella provocazione)? E come definire le migliaia di coloni che vanno in pellegrinaggio sulla tomba di Goldstein?

E come definire Ygal Amir, il fanatico che il 4 novembre 1995 uccise Itzhak Rabin? E i tanti amici che lo hanno sostenuto nel processo? E i rabbini che lo avevano istigato chiedendo la pena di morte per chi “cedeva” al nemico i “beni degli ebrei” (cioè per chi trattava la pace)? E Sharon ed Eitan che accusarono Rabin di voler dare gli ebrei in “pasto ai cani” e di essere della stessa pasta dei nazisti?

Tutto questo non significa concludere che Israele sarebbe diventato uno Stato fascista. Ogni volta che l’ho detto in un dibattito, in genere per rintuzzare argomenti in tal senso, ho suscitato aspre polemiche e anche incredulità. Alcuni di quelli che si scandalizzano sono gli stessi che, dopo Genova, hanno sostenuto che anche l’Italia sarebbe diventata ormai uno Stato fascista o di tipo cileno. Un errore di valutazione che si può pagare caro.

Per quanto riguarda la feroce aggressione ai pacifici manifestanti di Genova (ma anche quella di Napoli del marzo 2001, quando il governo che la ordinò o almeno la coprì era di centro-sinistra) non c’è dubbio che molti poliziotti, carabinieri e, soprattutto, gli appartenenti ai corpi speciali (i “rambo” della Finanza o della polizia carceraria) erano stati selezionati tra i giovani con simpatie per il fascismo o militanti in gruppi di estrema destra, indottrinati ulteriormente da ufficiali fanaticamente antidemocratici (lo stesso era emerso più volte per i parà della Folgore e i marines della San Marco). E non c’è dubbio che Fini e gli altri parlamentari di Alleanza Nazionale che hanno seguito l’aggressione di Genova di persona dai comandi operativi siano, nonostante le ipocrite dichiarazioni per “sdoganarsi” da un passato inquietante, veramente fascisti.

Tuttavia, il paragone con il Cile e la definizione di “regime fascista” mancano del senso delle proporzioni. Poliziotti e ministri hanno dovuto mentire spudoratamente, ma gli è stato impossibile impedire la diffusione della documentazione e la denuncia del loro comportamento illegale. Né corrisponde a un regime “fascista” o “cileno” l’atteggiamento della maggior parte della grande stampa borghese, che ha pubblicato editoriali vergognosi, ma ha dovuto riportare tutti i giorni anche testimonianze e articoli di giornalisti sulle violenze poliziesche. Mai come in questa occasione la maggioranza dell’opinione pubblica è stata raggiunta dalle testimonianze sulle responsabilità dei criminali in divisa (o mascherati da manifestanti). Lo stesso si può dire per le Tv, comprese quelle di Berlusconi. Sarebbe avvenuto in un regime fascista classico o nel Cile del settembre 1973?

Lo stesso ragionamento vale per Israele. Ci sono state fin dal giorno della sua nascita ingiustizie e illegalità, a partire dalle leggi che consentono a ogni sedicente ebreo (come nel caso del 40% degli immigrati russi), o a chi per convinzione o altre ragioni si è convertito alla religione ebraica, di “tornare” nella “terra dei padri”, mentre negano il diritto al ritorno a chi è stato cacciato da una terra che per davvero era sua da secoli e secoli. Inoltre è vero che è sempre più diffusa una mentalità razzista. Ma esiste anche un’opposizione (non alludiamo certo ai laburisti, naturalmente), che riesce a fare arrivare ai principali giornali testimonianze e proposte diametralmente opposte alla politica governativa.

I riservisti che hanno rifiutato di prestare servizio nei Territori dell’Anp hanno potuto pubblicare un appello (a pagamento) sulla stampa, e solo alcuni di loro sono stati processati e arrestati (ovviamente non per indulgenza, ma per cercare di ridurre l’impatto propagandistico del loro gesto coraggioso). Sarebbe accaduto lo stesso in un regime veramente “fascista”?

Altra cosa, del tutto legittima, è constatare che le rappresaglie fatte dagli israeliani ricalcano quelle naziste. Ma quando lo si dice c’è chi subito grida al sacrilegio. Allora diciamo solo che sono uguali a quelle dei francesi in Algeria, Madagascar e Indocina, degli italiani in Libia e in Etiopia, degli inglesi in India, in Kenia e in gran parte delle colonie. È quasi la stessa cosa: Ilan Halévy ha scritto lucidamente che la pretesa di unicità dello sterminio nazista degli ebrei (definito per giunta assurdamente col termine di derivazione religiosa “Olocausto”), in realtà si basava sul rifiuto di prendere in considerazione le innumerevoli vittime delle stragi che hanno accompagnato le conquiste coloniali. Il genocidio degli ebrei ha sconvolto l’opinione pubblica europea ed è apparso “unico”, non perché lo fosse, ma perché colpiva per la prima volta dei “bianchi”, degli europei.36

Respingere la definizione di “fascista” per lo Stato d’ Israele non vuol dire quindi assolverlo da una sola delle sue colpe: significa invece rifiutare una metodologia sbagliata, che forse è una tardiva e inconscia eredità dell’atteggiamento degli stalinisti che – soprattutto negli anni tra il 1929 e il 1933 – davano del “fascista” a tutti, dai socialdemocratici ai popolari, e consideravano già “fascistizzata” la Repubblica di Weimar, salvo accorgersi di che cos’era il vero fascismo quando è arrivato Hitler al potere.

Definire fascista lo Stato di Israele significa soprattutto rinunciare a ogni speranza e, quindi, a ogni azione per provocare un cambiamento al suo interno: se fosse davvero uno Stato fascista, non rimarrebbe che organizzare una guerra di tutti contro di esso. È indubbiamente uno Stato con profonde distorsioni antidemocratiche al suo interno, ma non meno di quante ne avesse lo Stato razzista del Sudafrica basato sull’apartheid, che pure è stato costretto (dall’isolamento internazionale, oltre che dalla tenace resistenza delle popolazioni private di ogni diritto e dalla lotta armata dei paesi che aveva occupato e invaso) a cambiare politica, a tirare fuori dal carcere dopo ventisette anni Nelson Mandela, sempre definito “terrorista”, chiedendogli aiuto per evitare un bagno di sangue al momento della fine delle discriminazioni legali.37 È un esempio su cui gli israeliani devono riflettere, tanto più che molti di loro con il Sudafrica hanno avuto e hanno molto a che fare (si veda, Parte seconda, la documentazione di Shahak, e l’Appendice sui legami “ideali” tra sionisti e razzisti sudafricani.

Parte II

Alcune considerazioni sul "terrorismo"

I dirigenti israeliani hanno sempre definito "terrorismo" ogni forma di lotta, anche pacifica, dei palestinesi e hanno cercato una legittimazione, all'interno e all'estero, motivando ogni loro atto con la necessità di arginare e distruggere l’Olp, presentato come il centro mondiale della "sovversione" e del "terrorismo".38 Questa tattica si è ovviamente rafforzata nel momento in cui Bush ha proclamato la guerra totale e duratura al ”terrorismo” con metodi assurdamente incoerenti: non c’è dubbio, infatti, che bombardare un paese come l’Afghanistan, già disastrato da una guerra di oltre venti anni combattuta sul suo suolo da bande armate appoggiate dall’esterno, non serve a localizzare e neutralizzare eventuali terroristi, e al contrario ne produce altri, assetati di vendetta.39

Lo Stato di Israele, naturalmente, non è l’unico ad approfittare della campagna di Bush per regolare i suoi conti con un avversario interno: lo ha fatto la Russia di Putin, per evitare qualsiasi critica alla feroce politica repressiva applicata (senza successi veramente decisivi) nell’indomabile Cecenia; lo ha fatto la Cina, per avere le mani libere nel soffocare le aspirazioni nazionali della forte minoranza uygur del Xinjiang (in prevalenza di religione islamica e quindi bollata come “integralista”); lo ha fatto la Turchia, che può proseguire indisturbata lo sterminio dei militanti curdi (e anche turchi), che proseguono da mesi – ignorati totalmente dai mass media – un disperato sciopero della fame contro il terribile regime carcerario (altro che le pagliacciate di Pannella per Mancuso, amplificate da tutte le televisioni italiane!).

Nel caso di Israele, tuttavia, la pretesa di definire “terrorismo” qualsiasi iniziativa di lotta palestinese appare spudorata, alla luce di quanto abbiamo già accennato sulla politica dei sionisti prima e poi dello Stato israeliano.

Il terrorismo israeliano accompagna tutte le tappe della formazione dello Stato di Israele e del suo consolidamento, rimanendo in ogni periodo un fattore importante della strategia sionista. Accanto alle azioni più propriamente militari, infatti, sono state di puro stampo terroristico quelle che hanno trasformato gran parte della Palestina in quella "terra senza un popolo per un popolo senza terra" di cui parlavano i primi sionisti. È stato il terrorismo a scacciare gran parte dei palestinesi dai loro villaggi nei territori attribuiti a Israele dal progetto di spartizione dell’Onu e anche da quelli su cui Israele non aveva potuto ancora accampare alcuna pretesa e che non avevano alcuna colonizzazione ebraica.

Ad esempio, nel corso delle guerre del 1948-1949, il terrorismo sionista raggiunse per la prima volta anche il Sud del Libano, riuscendo a fare fuggire gli abitanti da alcuni villaggi, che vennero già allora annessi a Israele. Non c’era da fare valere nessun “antecedente storico” risalente a 2.000 anni fa, c’era solo un materialistico interesse per le numerose sorgenti di acqua potabile (da quelle del fiume Litani a quelle del Giordano) di quella zona.40

Senza il terrorismo antipalestinese, abbiamo visto, i sionisti sarebbero rimasti presto in minoranza nel territorio conquistato, ben più vasto di quello assegnato loro dal progetto di spartizione dell’Onu (all'interno del quale avrebbero avuto comunque una maggioranza risicatissima). Solo dopo la strage di Deir Yassin e la sua amplificazione propagandistica ( da parte delle radio israeliane, ma anche arabe, ovviamente per fini diversi) fu possibile portare l'esodo palestinese a livelli altissimi (i profughi, che erano appena 60.000 prima di Deir Yassin, passarono in pochi giorni a 350.000, arrivando poi a quasi 900.000).

I dirigenti israeliani sono dunque i meno qualificati a parlare del "terrorismo" altrui anche per altre ragioni, più recenti degli episodi che abbiamo ora ricordato. Essi, infatti, non hanno mai rinunciato al progetto di allontanare ulteriormente i palestinesi rimasti nei Territori occupati, o nei paesi vicini. Per questo ogni episodio di guerra, ogni "rappresaglia" per un attentato, ogni azione comunque motivata .dal governo israeliano, ha sempre avuto come obiettivo importante la distruzione dei campi profughi, delle scuole e degli ospedali palestinesi, di tutte le strutture civili che hanno contribuito a dare, a quelli che erano profughi dispersi e umiliati, piena coscienza nazionale e un elevato livello politico e culturale. Queste distruzioni di case, di villaggi, di ospedali e scuole avvengono a cannonate o con bombardamenti aerei o navali, non più con un bidone di esplosivo in un’auto, come nei primi tempi. Ma per questo non dovrebbero essere definite come una delle forme più gravi di terrorismo?

Il massacro di Sabra e Chatila ha scosso, dopo mesi di indifferenza per quanto accadeva nel Libano, anche la coscienza dell'opinione pubblica europea (e israeliana). Ma la differenza qualitativa tra quella strage a distanza ravvicinata ( affidata non a caso a vecchi complici prezzolati, di cui era impossibile ignorare la criminale ferocia) e le stragi compiute con armi vietate da tutte le convenzioni internazionali sulla popolazione civile palestinese e libanese, sugli ospedali, sulle scuole, è minima.

D'altra parte, da quando i palestinesi hanno trovato nell’Olp una direzione politica diversa dalle vecchie cricche di notabili che tanto avevano contribuito (con i patteggiamenti sottobanco o con le sfuriate oltranziste alla Shuqeiri) alla vittoria sionista, i servizi segreti israeliani non si sono limitati alle azioni terroristiche già ricordate, ma hanno sviluppato una branca speciale, che ha braccato i dirigenti palestinesi nel Libano, in altri paesi arabi ed europei, senza rinunciare ad alcun mezzo: si va dal dirottamento di un aereo di linea, fatto atterrare in Israele nell'agosto 1973 nel tentativo di catturare un capo del Fplp che avrebbe dovuto viaggiare in quel giorno, agli sbarchi di commandos a Beirut, alle vetture esplosive e alle raffiche di mitra per abbattere i dirigenti dell’Olp; la stessa Roma è stata più volte bagnata di sangue palestinese41.

Troppi elementi, dunque, tolgono ai dirigenti israeliani e ai loro amici europei o statunitensi qualsiasi diritto di pontificare sul "terrorismo" altrui, peggio ancora di denunciare come "terrorista" l'intera Olp che, pure, da anni ha affrontato con serietà e maturità il problema della scelta e della delimitazione delle forme di lotta.

Cerchiamo di ricostruire, sinteticamente, le attività terroristiche che hanno permesso ai sionisti di conquistare il 78% della Palestina.

Il terrorismo contro gli inglesi e i palestinesi nella prima fase

 

In un solo giorno, il 1° marzo 1947, il fuoco aperto dall’Irgun sui soldati britannici provocò venti morti, dodici dei quali in un attacco con bombe a mano nel circolo ufficiali di Tel Aviv. Il 31 marzo, un sabotaggio alla raffineria di Haifa procurò danni ingentissimi (furono necessarie tre settimane per spegnere l’incendio). Il 4 maggio l’Irgun attaccò una prigione britannica ad Acri, con molti morti. Alcuni degli assaltanti furono però catturati e condannati a morte. In risposta:

il 12 luglio l’IZL sequestrò due sergenti britannici, Clifford Martin (ebreo a quanto sembra) e Mervyn Paice, e li impiccò dopo l’esecuzione di tre suoi militanti il 29 luglio. I corpi degli impiccati erano collegati a congegni esplosivi, e nel recuperarli un capitano britannico rimase ferito. “La bestialità nazista non avrebbe saputo far meglio”, commentò il Times di Londra.42
Il 30 luglio ci fu una rappresaglia di soldati e poliziotti britannici, che distrussero negozi di ebrei e picchiarono numerosi israeliti del tutto estranei all’Irgun. “In una zona alcuni membri delle forze di sicurezza, perso il controllo dei nervi, mitragliarono a casaccio passanti e negozi uccidendo cinque persone e ferendone dieci”.43
Come si vede, il metodo della rappresaglia non era solo proprio della “bestialità nazista” (e comunque ha insegnato molto a tutti, nella regione). Se però, dopo un attacco israeliano che ha ucciso donne e bambini, un palestinese decide oggi di rispondere con un attentato suicida, tutti sono pronti ad attribuire quell’atto alla “inaudita barbarie islamica”. Comunque, subito dopo l’impiccagione dei due sergenti, il 12 agosto il Parlamento britannico in seduta speciale decide di abbandonare la Palestina senza indugi.44

Va segnalato che, nella spirale tra attacchi e ritorsioni, emergeva sempre una netta proporzione nell’armamento delle due parti, che si rifletteva nel numero delle vittime. Lo ammette Morris parlando degli attacchi arabi agli insediamenti rurali israeliani:

L’incursione più massiccia ebbe luogo il 9 gennaio 1948, quando più di 300 arabi, in gran parte beduini siriani, attaccarono il kibbutz di frontiera di Kefar Szold, probabilmente per ritorsione a un raid delle Palmah del 18 dicembre contro la vicina Khisas (come descritto più avanti). Il comandante del locale battaglione britannico inviò otto autoblindo a protezione del kibbutz, e gli arabi si ritirarono. La Haganah ebbe un morto e quattro feriti, gli arabi 24 morti e 67 feriti.45

L’episodio di Khisas è descritto in questi termini, all’interno di un lungo elenco di atti di terrorismo ebraico, non solo dell’Irgun:

Un violento attacco ebbe luogo il 18 dicembre contro il villaggio di Khisas, in Alta Galilea. Una guardia ebrea aveva sparato a un arabo del villaggio, freddandolo. L’ebreo fu arrestato dai britannici, mentre cecchini di Khisas presero di mira ebrei al lavoro nei campi. Poi gli arabi tesero un’imboscata a un ebreo che guidava un carro agricolo e lo uccisero vicino al kibbutz Ma’ayan Baruch. Quella notte le Palmah attaccarono Khisas e una grande residenza nei pressi (il “Palazzo”), appartenente all’emiro Fa’ur, principale latifondista della zona. A Khisas i palmahnik fecero saltare in aria una casa, uccidendo tre uomini, una donna e quattro bambini; altri quattro uomini rimasero uccisi al “Palazzo”.46
Un esempio da manuale di come si trasforma un episodio attribuibile alla tradizione della vendetta familiare in un pretesto per una strage di innocenti: lo stesso Morris riferisce che “alcuni politici” ed “esperti di cose arabe” criticarono l’incursione, sostenendo che aveva esteso il conflitto a un’area fino a quel momento pacifica”.47

Ben più gravi gli episodi del terrorismo sionista nelle zone urbane:

A Tel Aviv, a Giaffa, Haifa e Gerusalemme, in dicembre e all’inizio di gennaio del 1948 centinaia di civili arabi furono uccisi o feriti dall’Irgun. Solo a Gerusalemme tra gli arabi ci furono 37 feriti e 80 morti in due attentati, il 13 e il 29 dicembre. Un’altra operazione del genere innescò una delle più gravi dinamiche aggressione-rappresaglia di quel periodo. Il 30 dicembre una squadra dell’IZL lanciò diverse bombe a mano contro una piccola folla in attesa dell’autobus, all’esterno della raffineria di Haifa, uccidendo sei persone e ferendone dozzine. La reazione degli operai arabi fu tanto violenta quanto non premeditata: si gettarono contro i colleghi di lavoro ebrei con martelli, chiavi inglesi, tubi e armi improprie di ogni sorta massacrandone 39 e ferendone 50, prima che i britannici ristabilissero l’ordine.48

Di fronte a questa reazione tremenda e irrazionale, ma appunto “non premeditata”, e che aveva colpito anche molti operai ebrei non sionisti o antisionisti, lo Stato maggiore della Haganah decise che “l’uccisione degli operai ebrei andava punita “indipendentemente dalle circostanze”, cioè a prescindere dal fatto che era stata innescata dal feroce attentato dei terroristi dell’IZL, che avevano colpito alla cieca in mezzo a una folla di lavoratori. E la “punizione” fu rivolta a caso, con la logica appunto delle rappresaglie degli eserciti colonialisti o di quelli fascisti:

la notte del 31 dicembre i villaggi suburbani di Balad al-Shaykh e Hawassa, a sudest di Haifa, dove vivevano molti operai della raffineria, furono attaccati da unità delle Palmah e della Haganah [non quindi dagli “estremisti” fascisteggianti dell’Irgun, ma dai “rispettabili” sionisti laburisti!]. A Balad al-Shaykh l’ordine fu di “uccidere il maggior numero di maschi adulti, distruggere gli arredi delle abitazioni, ecc.” , ma di risparmiare donne e bambini. Le squadre setacciarono una casa dopo l’altra, trascinando fuori gli uomini e passandoli per le armi, ma in qualche caso si limitarono a gettare all’interno una granata o a sparare a raffica nelle stanze. Gli abitanti del villaggio ebbero 60 morti, tra i quali anche donne e bambini. A Hawassa 16 uomini furono uccisi e 10 feriti. Anche l’LHI diede il suo contributo alle stragi. Il 4 gennaio 1948 fece saltare in aria un camion pieno di esplosivo davanti al municipio di Giaffa, che ospitava gli uffici locali del Comitato nazionale arabo; l’edificio fu demolito, 26 persone morirono e molte altre furono ferite. L’attentato colpì profondamente il morale della popolazione araba e dei difensori di Giaffa.49

Un po’ ipocritamente Morris, molto legato sentimentalmente al filone sionista laburista, osserva che “neppure la Haganah fu del tutto estranea alla campagna terroristica, anche se almeno nelle intenzioni essa sceglieva obiettivi militari anziché civili”. Ma non erano “terroristiche” le incursioni nei due villaggi, la cui “colpa” era solo che in essi “vivevano molti operai della raffineria”? Eppure, pur cercando di uccidere “solo” il maggior numero di maschi possibili, tra i morti ci furono tante donne e soprattutto bambini, sicuramente innocenti.

Ma ecco un’altra descrizione inequivocabile:

La notte del 5 gennaio un’unità della Haganah distrusse parte dell’Hotel Semiramis a Gerusalemme, ritenendo che ospitasse una base d’irregolari arabi. Le vittime civili furono 26. Il 28 febbraio un’autobomba collocata dalle Palmah nell’autorimessa Abu Sham, nel centro della Haifa araba, uccise una trentina di arabi e ne ferì una settantina. L’autorimessa era sospettata di servire alla preparazione di autobombe da impiegare contro gli ebrei [il fatto che fosse “sospettata” giustificava la condanna e la strage!]. La strategia della rappresaglia adottata dalla Haganah contribuì alla diffusione e intensificazione del conflitto. L’organizzazione era scesa in campo con una mentalità già orientata alla rappresaglia: agli attacchi arabi bisognava rispondere con forza ancora maggiore, se possibile prendendo di mira gli autori, altrimenti colpendo un rilevante bersaglio collettivo, il villaggio degli attaccanti, il traffico di una strada adiacente e così via.50

Due pesi e due misure per giudicare il terrorismo

 

Quanto abbiamo scritto finora dovrebbe essere sufficiente a chiarire che i dirigenti israeliani e i loro complici statunitensi non possono dare lezioni a nessuno sul terreno della lotta al terrorismo, dato che lo hanno praticato sistematicamente, e per quanto riguarda gli israeliani si sono serviti prevalentemente di esso per creare il loro Stato e scacciare il maggior numero possibile di palestinesi.

Abbiamo già accennato ad alcuni degli attacchi alle truppe britanniche, che spesso coinvolgevano anche i civili, compresi parecchi ebrei. Va ricordato anche l’attentato organizzato dall’Irgun (ma avallato dalla Haganah) il 22 luglio 1946 all’Hotel King David di Gerusalemme, che ospitava nei piani superiori i servizi principali dell’amministrazione civile britannica della Palestina. L’esplosione, realizzata con bidoni carichi di esplosivo introdotti nei sotterranei, distrusse i sette piani dell’edificio in un’ora di punta, durante un giorno di lavoro, uccidendo 91 persone, in prevelenza inglesi e arabi (ma tra i morti vi furono anche 15 ebrei). Nello stesso periodo (non ho trovato la data esatta, perché di questo episodio non si è scritto quasi mai) venne fatta saltare in aria anche l’ambasciata britannica a Roma.51

In precedenza, il 6 novembre 1944, quindi ancora in piena guerra, due membri del gruppo Stern avevano ucciso al Cairo il ministro britannico per il Medio Oriente, lord Moyne, amico personale di Churchill, che commentò sdegnato:

Se il sionismo che sognavamo svanirà insieme al fumo di pistole assassine, e i nostri sforzi per assicurargli un futuro produrranno solo un nuovo assortimento di banditi degni della Germania nazista, molti saranno indotti come me a riesaminare un atteggiamento mantenuto finora con grande coerenza.52

Tutta la storia dello Stato di Israele (ma, abbiamo visto, anche quella della sua formazione) ha visto il ricorso sistematico dei sionisti alle più diverse forme di terrorismo. Non è possibile chiamare altrimenti i cosiddetti “attacchi mirati” che uccidono – nei Territori o nel Libano, o a Roma – i palestinesi considerati particolarmente pericolosi (quasi sempre non perché “terroristi”, ma per la loro capacità di tentare un dialogo e quindi di spezzare il cieco allineamento della maggioranza degli israeliani dietro gli assassini e gli spergiuri che la governano, e la porteranno nel baratro).

Il martirologio è lunghissimo: dallo scrittore Ghassan Kanafani, ucciso a Beirut nel 1970, a Wail Zwaiter (anch’esso poeta e scrittore, e amico di tantissimi intellettuali ebrei), ucciso a Roma, dove rappresentava l’Olp, nel 1972. Altri tre esponenti palestinesi furono uccisi a Beirut nel 1973 da un commando guidato dal futuro Primo ministro Barak, e poi altri a Tunisi, e ancora a Roma, e poi ancora a Tunisi, a Londra, e in Norvegia… Anche Issam Sartawi, l’uomo che insieme all’ambasciatore dell’Olp a Londra, Hammami (ugualmente assassinato), aveva aperto il dialogo con le tendenze sioniste più ragionevoli (dialogare con i militanti antisionisti israeliani del Matzpen, come faceva il Fdplp, non era difficile), viene ucciso nel 1983.53 L’assassinio sarebbe stato eseguito da un membro del gruppo di Abu Nidal (gruppo che tutti i dirigenti palestinesi e lo stesso Sartawi, avevano bollato da anni come manipolato o direttamente finanziato dal Mossad); sicché, anche ammesso che la mano fosse davvero palestinese, non c’erano dubbi sul mandante. Un po’ come accadde per Sabra e Chatila: i boia erano libanesi, ma stipendiati, armati, e perfino rifocillati durante la strage dall’esercito israeliano, sotto gli occhi benevoli di Sharon, che seguiva la scena dal suo comando, al quarto piano di un edificio sovrastante il campo.

Ma c’è un terrorismo che sfugge al controllo dell’Olp…

 

I difensori acritici dello Stato di Israele, a partire da Bush e via discendendo fino all’ultimo pennivendolo nostrano, obiettano che tuttavia, nonostante le condanne dell’Olp, periodicamente ci sono nuovi episodi di terrorismo.

Che cosa intendono? Prima di tutto, ribadiamo ancora una volta che è inaccettabile considerare “terrorismo” ogni azione armata contro un occupante privo di legittimità. L’elenco stilato dalla Casa Bianca e avallato (tranne qualche ritocco) dall’Unione europea, definisce “terroriste” perfino le organizzazioni dei kurdi che si oppongono alla ferocia dei militari turchi con lo sciopero della fame! Praticamente ogni atto di resistenza, perfino non violenta, viene condannato e represso. Comunque va affrontata anche, in chiave storica e senza tabù, una discussione su determinate forme di terrorismo che si sono presentate nel corso delle lotte di classe e di liberazione nazionale, non solo in Palestina, che non possono essere amalgamate con azioni come l’attacco alle due torri (non legate a un qualsiasi movimento, e di segno più che dubbio), ma di cui sarebbe sciocco negare la natura e i fini (seminare appunto il terrore tra le file del nemico).54.

Esistono effettivamente alcune azioni condotte da palestinesi che possono essere definite senza forzature “terroriste”. Ma va detto prima di tutto che c’è un nesso preciso tra la ricomparsa del terrorismo e le frustrazioni dovute alla mancanza di soluzioni almeno parziali. È stato osservato giustamente che, nelle prime fasi della prima e seconda Intifada, non c’erano stati attentati, e le organizzazioni che li teorizzano e li praticano erano sostanzialmente emarginate.

Il terrorismo è tornato quando è apparso che le lotte di massa si protraevano senza uno sbocco, e il bilancio delle vittime palestinesi era spaventosamente più alto rispetto a quello delle vittime israeliane. Il ricorso alla cintura esplosiva è nato dalla sensazione dell’inutilità della resistenza con altri mezzi. Anche durante la prima Intifada, d’altra parte, la prima fase entusiasmante di lotte di massa e di autorganizzazione aveva lasciato poi il posto alla cosiddetta “Intifada dei coltelli”: un coltellaccio strappato da un ragazzo su un banco di macellaio e usato per colpire alla cieca qualunque israeliano si trovasse a portata.

In questi casi Arafat non c’entra molto, se non per il fatto , con la sua eccessiva accondiscendenza alle pretese israeliane, ha generato sfiducia o addirittura disperazione tra i palestinesi più poveri e diseredati. E Arafat non può fare nulla per fermare le azioni di lotta armata (comprese quelle effettivamente di tipo “terrorista”), non solo quando è rinchiuso in un bunker assediato e bombardato, quando ha visto distruggere gran parte delle strutture dell’Anp, quando è stato umiliato deliberatamente, ma anche e soprattutto quando – per le ignobili pressioni dei “mediatori” statunitensi ed europei – ha fatto ai suoi nemici concessioni che il suo popolo non può condividere.

Il caso dell’uccisione del ministro Ze’evi

 

Un esempio di questo è la questione dei presunti responsabili dell’uccisione del ministro Ze’evi, avvenuta nell’ottobre 2001 al quarto piano di un albergo di Gerusalemme. Gli uccisori, mascherati, erano riusciti a fuggire, e questo aveva suscitato qualche interrogativo sull’efficienza dei servizi di sicurezza israeliani, dato che l’hotel era blindatissimo e controllatissimo in entrata e in uscita. Ze’evi era in rottura totale con il governo Sharon, considerato troppo “morbido” con i palestinesi, e aveva preannunciato le dimissioni per organizzare una nuova formazione di estrema destra. Tuttavia l’attentato (naturalmente festeggiato da tutti i palestinesi, dato che Ze’evi era odiatissimo per le sue posizioni e per suoi atti) era stato rivendicato dal Fdplp, motivandolo come risposta all’assassinio “mirato” del segretario generale di quella organizzazione, effettuato dagli israeliani pochi giorni prima. Non tutti avevano creduto alla rivendicazione dato che, quando un’organizzazione si trova in difficoltà, può essere tentata dal rivendicare un’azione spettacolare che ne fa aumentare il prestigio, anche se non si sa bene chi l’ha compiuta.

Anche Arafat aveva espresso qualche dubbio e alle prime richieste israeliane di “catturare i responsabili” aveva risposto che gli risultava che stessero in zone sotto pieno controllo dell’esercito. Se non era un’insinuazione sul fatto che il mandante poteva essere Sharon, che odiava e temeva Ze’evi, era comunque un rinviare la palla, dicendo agli israeliani che, se non sapevano prendere loro gli attentatori, non si vedeva come potesse fare lui, nelle condizioni in cui si trovava.

Come è noto, la cattura dei presunti responsabili è diventata il pretesto per l’assedio di molte settimane ad Arafat e la rioccupazione violenta anche dei pezzi di Territori precedentemente consegnati all’Anp. Ho detto “presunti”, ma naturalmente per la nostra stampa sono “responsabili” e basta. La presunzione di innocenza vale solo per i poliziotti di Napoli e Genova: quando vengono nominati, si parla sempre di “presunte violenze”, anche se esiste una enorme documentazione fotografica su di queste.55
Per compiacere gli israeliani la polizia palestinese ha arrestato il 15 gennaio Ahmad Saadat, di 48 anni, il nuovo segretario generale del Fplp, con l'accusa di essere stato il mandante dell¹omicidio del ministro ultra-sionista, che è stato poi consegnato alla fine di aprile (insieme ai quattro membri del Fplp processati e condannati da un tribunale improvvisato e con un processo-farsa nel Quartier generale assediato di Arafat a Ramallah) a un corpo di polizia statunitense e britannico, che ha trasferito i cinque in una prigione di Gerico. Gli agenti inglesi e statunitensi hanno fatto da garanti per l¹accordo sulla libertà di Arafat, che ha perso così una parte notevole del suo prestigio: agli occhi di molti palestinesi la consegna dei cinque è apparsa un prezzo pagato da Arafat per una sua (peraltro ridottissima) libertà.56 E ci si può anche domandare in base a quale diritto Stati Uniti e Gran Bretagna facciano i “superpoliziotti”, in qualsiasi parte del mondo.

Uno scandalo ancora maggiore è stato provocato dall’atteggiamento di Arafat sul caso della nave intercettata da Israele e accusata di portare armi all’Anp. Dapprima ha negato quello che poteva rivendicare come un atto del tutto legittimo: perché Israele può essere armatissima e i palestinesi, a cui pure si dovrebbe concedere un simulacro di Stato, no? Poi ha accettato di trattare sul processo al responsabile. Intanto, mentre si incrina sempre più il prestigio di Arafat, emerge un gruppo di faccendieri palestinesi, che hanno fatto e fanno affari con gli israeliani e che Arafat ha lasciato fare mentre reprimeva o almeno non sosteneva chi combatteva.

Hafez Barghuti, direttore dell’importante giornale palestinese Hayat Al-Jadida, ha chiesto:

Dov’erano quelle migliaia di uomini [dei servizi di sicurezza] che costano così tanto ai palestinesi [un terzo del bilancio dell’Anp], perché non hanno difeso con tutte le loro forze il presidente Arafat quando gli israeliani attaccavano il suo ufficio?57

Si sono dileguati nelle prime ore dell’offensiva israeliana, è la risposta amara. Ecco perché l’Anp non controlla più nulla e possono moltiplicarsi atti di lotta armata caotici e non sempre meditati: tra cui, ovviamente, gli attentati suicidi.

I pennivendoli che immaginano chissà quale indottrinamento islamico per chi è pronto a morire per rendere insicuri gli apparenti vincitori e favoleggiano delle “settanta vergini promesse dal Corano” ai martiri, sorvolano sul fatto che tra coloro che si sono immolati c’erano ragazze, anche giovanissime, e c’erano cristiani. Possibile che non capiscano che anche chi lottava contro l’occupazione nazista aveva la quasi certezza della morte, e ne ha lasciato traccia in bellissime lettere? E Guevara? Ogni combattente di una causa che vede una grande sproporzione tra le forze degli oppressori e quelle dei pochi oppressi che osano lottare, ha la quasi certezza della morte, ma non la teme. E perché i palestinesi che si mettono una cintura di esplosivo intorno alla vita per portare con sé il maggior numero dei loro nemici dovrebbero essere allettati dalle uri che li attenderebbero in paradiso, o peggio ancora invogliati da un premio in denaro, invece di avere preso a modello un celebre abitante di quelle terre, l’ebreo Sansone, che catturato dai Filistei ne portò con sé, secondo la Bibbia, molte migliaia facendo crollare il palazzo in cui era stato incatenato?58

Una riflessione necessaria sulla legittimità della lotta armata

 

Una riflessione sulla lotta armata dei palestinesi si rende comunque necessaria e richiede alcune precisazioni. Infatti, negli anni Settanta e Ottanta, la logica astratta e assurda dei terroristi nostrani (senza virgolette...) ha provocato nell'opinione pubblica democratica e nella sinistra una reazione che rende molto più difficile la comprensione delle forme di lotta a cui, in casi estremi, può essere costretto a ricorrere un movimento di liberazione.

Alcune "anime pie" non rinunciano a fare, in ogni occasione, la predica all’Olp, spiegandole che dovrebbe "maturare" e abbandonare la lotta armata come mezzo per ottenere la restituzione di almeno una parte dei Territori occupati. Alla lotta armata viene contrapposta la lotta politica e diplomatica, a cui da oltre due decenni l’Olp ha dedicato la massima e quasi esclusiva attenzione (senza ottenere risultati significativi), ma che sarebbe assurdo concepire come unica soluzione al problema palestinese. Nessuna lotta di liberazione ha potuto rinunciare a una combinazione di proposte politiche e di lotta armata.

La contrapposizione è assurda: nessuna lotta armata ha mai potuto concludersi senza una fase di negoziati e di compromessi politici, ma nessuna proposta di soluzione politica si è mai potuta affermare contro un occupante armatissimo senza avergli prima inflitto colpi che lo convincessero dell'impossibilità di una soluzione basata sulla pura repressione e sulla negazione dei diritti del popolo oppresso. Il caso del Sudafrica è esemplare.

Quanto alle forme di lotta, esse sono solo in parte frutto di libera scelta e sono, in genere, imposte dalle condizioni in cui la lotta comincia. Basti ricordare che la lotta partigiana contro il nazismo, in Europa, ha usato spesso, soprattutto nelle fasi iniziali, attentati individuali (dagli attacchi a esponenti nazisti a quelli contro semplici soldati, come nel caso di via Rasella). La rivoluzione indocinese è passata per una fase iniziale di attentati contro collaborazionisti e membri dell'amministrazione francese prima, contro gli esponenti del regime pro imperialista dopo.

La rivoluzione algerina, sostenendo la quale si è formata un'intera generazione di militanti internazionalisti europei, spesso di origine ebraica, non ha potuto fare a meno di passare per una fase di azioni individuali, che ha preceduto la formazione di un vero e proprio esercito di liberazione con basi nelle zone liberate e soprattutto nei paesi adiacenti.

A chi rimproverava gli algerini perché usavano sporte della spesa piene di esplosivo, depositate da belle ragazze in minigonna nei bar frequentati dai francesi, un dirigente del Fln rispose di essere pronto a uno scambio: dateci autoblindo, carri armati, aerei ed elicotteri, e noi vi daremo le nostre borse esplosive.

Scheda

ISRAELE E L'ALGERIA

Parlando di Algeria, può essere utile ricordare che il governo di Israele e i dirigenti sionisti (dimostrando ancora una volta di essere un po' atipici come esponenti di un "movimento di liberazione nazionale"...) sostennero apertamente il governo francese.

Nonostante i gesti di buona volontà del Fln algerino, che si astenne a lungo dal prendere posizione nel conflitto palestinese, temendo di mettersi contro gli ebrei di Algeria, che in parte lo sostenevano e che comunque voleva conquistare alla lotta di liberazione, o almeno avere neutrali, il governo israeliano si schierò apertamente con i colonialisti. I suoi servizi segreti collaborarono strettamente con quelli francesi nella lotta contro la rivoluzione algerina. Ben Gurion suggerì a De Gaulle, nel giugno 1960, una spartizione modellata su quella palestinese.

Secondo una testimonianza di Alain Peyrefitte, Ben Gurion avrebbe allora affermato che "essendo il caso dell'Algeria per molti aspetti simile a quello della Palestina, cioè un conflitto razziale, conviene applicare ad esso metodi similari. La creazione, in Algeria, di uno Stato simile a quello di Israele, sarebbe quindi capace di darle un'unità razziale".

In pratica, si trattava di concentrare tutti gli europei nella fascia costiera più sviluppata, escludendone i musulmani, che avrebbero avuto a loro disposizione uno “Stato” nei territori desertici o semidesertici dell'interno e del Sud. Successivamente gli israeliani hanno finanziato direttamente una guerriglia Kabyla contro Ben Bella, organizzata da un pubblicista algerino, Razak Abdel Kader, che ha continuato a lungo a pubblicare scritti antiarabi (e filomaoisti!) in varie riviste sioniste reazionarie (cfr. Nathan Weinstock, Storia del sionismo, Samonà e Savelli, Roma, 1970, vol. I, p. 156).

Un altro dato rivelatore dell'atteggiamento israeliano ostile alla rivoluzione algerina (che pure non poteva minacciare direttamente in nessun modo la “sicurezza di Israele”) è fornito dalle ricorrenti campagne della stampa sionista contro il film di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri.

I palestinesi dunque, sulla base delle esperienze storiche di tutte le lotte di liberazione, non possono rinunciare al ricorso alla lotta armata anche (e anzi, paradossalmente, soprattutto) mentre concentrano i loro sforzi nella ricerca di una soluzione politica praticabile, che salvaguardi i loro diritti e al tempo stesso quelli (acquisiti con la violenza e l'appoggio dell'imperialismo, ma pur sempre di fatto acquisiti) della nazionalità ebraica che si è venuta forgiando in Israele a partire da nuclei di ebrei provenienti da paesi e civiltà diverse e che in origine era assai discutibile definire una nazione o un popolo59.

La discussione sulle forme di lotta nei classici del marxismo

 

Altra questione, naturalmente, è quella delle forme che questa lotta armata deve o può assumere. Ma è questione politica, non di principio. Almeno così era per i classici del marxismo (a partire dallo stesso Marx, che non esitava a prendere posizione a favore della causa irlandese, pur non esente dal ricorso a forme di terrorismo, o da Engels che denunciava l'ipocrisia di chi gridava allo scandalo per "la crudeltà dei cinesi" durante la guerra dell'oppio del 1857)60.

Ancor più chiaramente la questione era stata delineata da Lenin, negli scritti con cui sistematizzava e tentava un primo bilancio dell'esperienza della rivoluzione del 1905 (seguita da una lunga fase di "lotte partigiane").

Scheda

LENIN E LA "GUERRA PARTIGIANA"

Gli scritti di Lenin de11906 meriterebbero una rilettura nella loro globalità, che rivela una grande evoluzione del suo pensiero di fronte alla ricchezza dell'esperienza della prima Rivoluzione russa. Tuttavia, segnaliamo alcuni passi, di grande valore metodologico, per consentire comunque di avere un'idea di questa specifica riflessione teorica poco conosciuta.

In particolare nello scritto su La guerra partigiana, del settembre 1906, il dirigente bolscevico scriveva:

A quali fondamentali esigenze deve attenersi ogni marxista nell'esaminare il problema delle forme di lotta? Innanzitutto, il marxismo si distingue da tutte le forme primitive di socialismo perché non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le 'inventa', ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinaria, il marxismo esige un attento esame della lotta di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l'elevarsi della coscienza delle masse, con l'inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco. Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta e non si limita in nessun caso a quelle possibili ed esistenti solo in un determinato momento, riconoscendo che inevitabilmente, in seguito al modificarsi di una determinata congiuntura sociale, ne sorgono delle nuove, ancora ignote agli uomini politici di un dato periodo. Sotto questo aspetto il marxismo impara, per così dire, dall'esperienza pratica delle masse, ed è alieno dal pretendere di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino. (V .1. Lenin, Opere complete, voI. XI, Editori Riuniti, Roma, 1962, pp. 194-195).

Dopo questa, utile ancor aoggi contro il dogmatismo dei teorizzatori della violenza (o della non violenza) come "principio", Lenin aggiungeva un'altra considerazione metodologica:

In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta, significa non capire l'abbiccì del materialismo dialettico. In momenti diversi dell'evoluzione economica, a seconda delle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali, sociali, ecc., differenti sono le forme di lotta che si pongono in primo piano divenendo fondamentali, e in relazione a ciò si modificano, a loro volta, anche le forme di i lotta secondarie, marginali. Tentare di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l'idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento, in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo (ivi, p. 195).

Naturalmente, Lenin non scriveva solo per definire criteri generali. Così, dopo una serie di esempi tratti dalla pubblicistica socialista russa ed europea, descriveva precisamente le nuove manifestazioni apparse in Russia, nel corso della Rivoluzione e subito dopo, e aggiungeva:

Il fenomeno che ci interessa è la lotta armata. Conducono questa lotta singoli individui e singoli gruppi. Una parte di loro appartiene a organizzazioni rivoluzionarie, un'altra parte (e in alcune località della Russia la maggior parte) non appartiene a nessuna di esse. La lotta armata persegue diversi obiettivi, che è necessario distinguere nettamente l'uno dall'altro: innanzitutto, essa mira a uccidere singole persone, ufficiali e subalterni dell'esercito e della polizia; in secondo luogo, si propone di confiscare somme di denaro appartenenti sia al governo sia ai privati. (ivi, p. 197).

Più in là, in una nota, Lenin precisava i criteri adottati per distinguere e valutare le varie azioni spontanee:

Le 'espropriazioni' di beni privati sono assolutamente escluse; le 'espropriazioni' di beni pubblici non vengono consigliate, ma solo ammesse, a condizione che il partito le controlli e i fondi vengano destinati ai bisogni dell'insurrezione. Le azioni partigiane di tipo terroristico sono state consigliate se condotte contro gli sgherri del governo e i Centoneri attivi [i Centoneri erano un'organizzazione estremista di destra, che si potrebbe definire oggi 'fascista' – n.d.a.], purché si osservino le seguenti condizioni: 1) tenere conto dello stato d'animo delle larghe masse; 2) tenere presente la situazione del movimento operaio in quella determinata località; 3) preoccuparsi di evitare un inutile spreco di forze del proletariato. (ivi, p. 202).

Come si vede, il modo di affrontare le forme di lotta armata – compresa quella individuale o di piccoli gruppi, condotta attraverso agguati e tradizionalmente chiamata "terrorismo" – era estremamente pragmatico e concreto. A chi obiettava, poi, che tali azioni disorganizzavano il lavoro dei rivoluzionari, Lenin rispondeva nettamente:

Chi disorganizza di più il movimento in questo periodo: la non resistenza o la lotta partigiana organizzata? Non le azioni partigiane disorganizzano il movimento, ma la debolezza del partito, che non sa prendere nelle sue mani la direzione di queste azioni. Ecco perché agli anatemi che noi russi siamo soliti lanciare contro le azioni partigiane si uniscono azioni partigiane segrete, occasionali, non organizzate, che effettivamente disorganizzano il partito. Non potendo capire le condizioni storiche che suscitano questa lotta, non possiamo neppure neutralizzarne i lati negativi. Nondimeno questa lotta continua. La suscitano potenti cause economiche e politiche. E noi non siamo in grado di eliminarle e quindi di eliminare questa lotta. Le nostre recriminazioni contro la lotta partigiana non sono altro che recriminazioni contro la debolezza del nostro partito. (ivi, pp. 199-200). .

Lenin partiva, dunque, da un'analisi concreta di un movimento spontaneo, che rivelava una spinta reale alla lotta in un momento di temporanea debolezza dopo una parziale sconfitta. Non a caso, nel 1920, ritornerà sull'argomento in positivo, spiegando che la debolezza dell'estremismo in Russia in quella fase era legata alla maturità e alla capacità del partito di raccogliere e indirizzare la volontà di lotta di settori importanti delle masse, mentre al contrario esso era molto forte nei paesi europei, in cui nel movimento operaio prevalevano direzioni opportuniste.

È sintomatico che tali scritti non abbiano potuto essere stati utilizzati dai terroristi nostrani, mossi da una visione astrattamente ideologica e del tutto incapaci di concepire quell'analisi concreta delle condizioni oggettive da cui partiva Lenin per determinare la liceità o meno di una determinata forma di lotta in una data fase.

Ricordiamo queste posizioni, oggi praticamente ignorate o volutamente dimenticate, non certo per fare una predica o una lezione dogmatica ai dirigenti palestinesi, ma per ricondurre a una valutazione storica equilibrata le tante "anime pie" che ritengono di potere giustificare ogni sopruso dello Stato di Israele con il pretesto del "terrorismo" palestinese.

Oltre a tutto, c'è bisogno di una buona dose di ipocrisia per dimenticare quello che abbiamo già altrove ricordato: i dirigenti dell’Olp hanno proceduto per conto loro, sulla base della loro diretta esperienza politica, alla condanna severa (e operativa) del terrorismo indiscriminato, anche quando partiva da una reazione emotiva disperata di fronte al consolidarsi dell'occupazione israeliana e alle complicità dei regimi arabi moderati ( o sedicenti progressisti), impegnati a colpire i militanti palestinesi con zelo ed efficacia non minori di quelli dello Tsahal (l' esercito israeliano).

A volte l’Olp ha condannato fin troppo duramente chi lottava, come abbiamo visto nel caso dell’attentato al ministro Ze’evi, che appariva alla maggior parte dei palestinesi una risposta proporzionata all’uccisione del leader del Fplp, e che comunque corrispondeva a quanto praticato largamente dai sionisti contro esponenti britannici o mediatori dell’Onu.

Invece, i dirigenti dell’Olp hanno giustamente condannato senza mezzi termini tutte le azioni rivolte contro europei o americani di ascendenza ebraica, non per ragioni "tattiche" od "opportunistiche", ma per la comprensione che tali attentati, oltre a essere ignobili, rappresentano un contributo prezioso per la propaganda sionista, che tenta con tutti i mezzi di aumentare l'insicurezza degli "ebrei della Diaspora" (per convincerli a recarsi in Israele o, comunque, a identificarsi con esso fino a giustificarne la politica). Non a caso, gli autori dei vergognosi attacchi alle sinagoghe o ai ristoranti ebraici che sono stati scoperti sono risultati essere gli stessi che hanno dichiarato guerra ai dirigenti dell’Olp e che sono riusciti a colpirne alcuni (tra i quali, in primo luogo, quelli che, come Issam Sartawi, si erano battuti con maggiore impegno e lucidità per gettare le basi del futuro Stato democratico e laico), oppure direttamente esponenti di squallidi gruppi neonazisti europei o statunitensi.

Da questo punto di vista, dunque, l’Olp ha le carte in regola da tempo. Le sue responsabilità sono ben altre (lo vedremo) e di segno opposto a quelle che gli vengono rimproverate.

In primo luogo, quando è stata riconosciuta “unica rappresentante del popolo palestinese”, al momento del “processo di Oslo”, l’Olp di fatto non lo era più. Erano aumentate sempre più le forze fuori controllo, a partire da quell’integralismo islamico di cui gli israeliani (apprendisti stregoni!) avevano favorito per anni il radicamento a Gaza proprio per contrastare un Olp, troppo laica e unitaria. Ma sono stati in tanti a continuare la lotta, anche quando la direzione dell’Olp – sotto pressione internazionale – proclamava tregue senza contropartita. Un dato sintomatico è che con le organizzazioni “integraliste” hanno stabilito accordi di collaborazione proprio le due organizzazioni di tendenza marxista, Fplp e Fdplp, entrambe fondate e dirette, tra l’altro, da palestinesi di religione cristiana come Habbah e Hawatmeh: evidentemente, la base dell’intesa non era la religione, ma la volontà di lottare senza farsi paralizzare dall’immobilismo dell’Olp.

Diciotto anni fa, in un libro oggi esaurito (e da cui sono tratti alcuni dei documenti qui riprodotti)61 potevo avanzare questa previsione:
Oggi tuttavia, non è escluso che ci si trovi di fronte a una recrudescenza di azioni armate, nello Stato di Israele e nei Territori occupati, che possano anche colpire nuovamente civili innocenti. Ma si tratta di un fenomeno che è ben difficile addebitare ai dirigenti dell’Olp, Al contrario, è proprio l'indebolimento militare e politico dell’Olp dopo la sua uscita dal Libano che può dare spazio ad azioni disperate, non meditate, le quali possono nascere dalla volontà di "far qualcosa", a qualunque costo, da parte di giovani palestinesi spesso non organizzati e non inseriti in un preciso progetto politico. L'età dei protagonisti degli ultimi episodi (che hanno pagato con la vita in base alla logica spietata delle "rappresaglie" israeliane, anche quando avevano dimostrato di tenere conto dei civili, com'è accaduto ai diciottenni che avevano dirottato un autobus per ottenere la liberazione dei prigionieri politici),62 rivela che di fronte al momentaneo indebolimento organizzativo della resistenza palestinese emerge una nuova leva di combattenti, con tutto il coraggio e la dedizione, ma anche l'inesperienza delle nuove leve[... ].

Era una previsione formulata nel periodo più difficile e duro per la causa palestinese. E si è avverata. Poi l’Intifada aveva fatto sorgere una speranza, e fatto capire a Itzhak Rabin, lo stesso uomo che aveva creduto inizialmente di potere fermare i ragazzi che lanciavano pietre spezzando loro le dita delle mani, che la repressione indiscriminata portava in un vicolo cieco e che, quindi, bisognava rassegnarsi a “trattare con il nemico”. In quella prima fase dell’Intifada, la grande capacità di autorganizzazione democratica e la speranza di una svolta avevano ridotto gli spazi per le azioni individuali di lotta armata e, a maggior ragione, per il terrorismo vero e proprio. Dopo l’assassinio di Rabin, con il protrarsi truffaldino delle trattative senza che si affrontassero le questioni decisive di Gerusalemme e del ritorno dei profughi, mentre si delineava una svolta a destra ancora più netta della politica israeliana e l’Olp era alle corde, paralizzata dalle sue contraddizioni e screditata dalla corruzione di molti dei suoi esponenti, la situazione è di nuovo mutata: il ricorso alla lotta armata si è fatto più frequente, anche con modalità tremende, che colpivano deliberatamente civili.

E allora ? Dobbiamo dimenticare il rapporto di causa ed effetto tra l’oppressione sempre più ingiusta e feroce e una risposta che ricalca i gesti degli occupanti assumendone l’inumanità? Dobbiamo smettere di sostenere la causa palestinese, solo perché è scomodo farlo quando le azioni sono dettate dalla disperazione? Per scongiurare le spietate ritorsioni israeliane (e il rischio che esse inneschino un nuovo conflitto di più ampie proporzioni), dovremmo forse condannare quei giovani votati al sacrificio, o almeno raccomandare a quelli come loro la prudenza, la moderazione, o magari la rinuncia alla lotta? Non è questo il nostro compito (anche se, come sostenitori convinti della causa palestinese, non rinunceremo a discutere, senza paternalismi "eurocentrici", quali siano le forme di lotta più efficaci per raggiungere lo scopo).

E lo stanno facendo non pochi palestinesi, che ci danno una straordinaria lezione morale, interrogandosi su come la lotta stia stravolgendo le stesse coscienze degli oppressi. Riportiamo per questo, come testimonianza, un angosciato articolo di Ali Rashid apparso su “il manifesto”.

PALESTINA: IL BUIO INFINITO

di Ali Rashid (Primo segretario della Delegazione generale palestinese in Italia)

In un'intervista alla madre di un giovanissimo kamikaze palestinese trasmessa dal programma “Sciuscià”, al quale ho partecipato come invitato, ho rivisto un concentrato del dramma del mio popolo. La donna che abita in un campo di rifugiati nel Nord della Cisgiordania dal 1948, anno in cui fu espulsa dalla propria casa e dalla propria terra, ci raccontava della sua speranza di vivere una vita normale, una speranza continuamente rinviata fino alla firma dell'Accordo di Oslo e dell'inizio del processo di pace, da lei visto come l'occasione perché la sua speranza diventi realtà e perché finalmente il suo figlio più piccolo che allora aveva dieci anni possa fare una vita normale e sperare in un futuro migliore; ma gli accordi non vengono rispettati da Israele, la repressione aumenta e le condizioni di vita peggiorano.

Sono stati derisi tutti i simboli che dovevano rassicurare i più giovani per un'esistenza normale vista attraverso la Tv o appena varcate le linee invisibili che separano tra l'occupato e l'occupante, tra l'opulenza e la miseria dovuta alla durezza e alla sistematicità implacabile dell'occupante spietato ed avido. L'Autorità nazionale palestinese é colpita mortalmente nella sua autorevolezza, perché non è stata in grado di difendere i suoi cittadini dalle angherie quotidiane e da alcuni episodi inammissibili di corruzione.

La scuola non è in grado di svolgere il suo ruolo per mancanza di fondi, gli insegnanti sono costretti a svolgere i lavori più umili per arrotondare lo stipendio; fino ad arrivare alla caduta della barriera più intima, dove il padre picchiato e umiliato, respinto quotidianamente ai posti di blocco israeliani, perde la naturale autorevolezza non essendo in grado di sfamare la propria famiglia.

Suo figlio, insieme ad altri ragazzi della sua generazione, scende nelle strade tirando pietre contro i carri armati non per uccidere ma per poter vivere normalmente, per restituire al padre debole ed umiliato l'onore perduto, per ridare all'autorità nazionale la sua autorevolezza, per far parlare di una ferita aperta da troppo tempo che tutti fanno finta di non vedere.

Tutto il quadro ormai è rovesciato, il piccolo difende e nello stesso tempo disprezza e si ribella al più grande, il bambino perde la sua infanzia per diventare eroe, l'autorità si nasconde dietro la disperazione di un ragazzino, i mezzi d'informazione nel mondo dei grandi capi, piccoli e impotenti, inneggiano alle imprese mitiche dei più piccoli.

In questo infinito buio l'innocenza viene violata e violentata in nome di Dio da cialtroni senza scrupoli, che non mandano al paradiso promesso i propri figli, ma i figli dei più poveri, ragazzi generosi ed indifesi che insensibilità, indifferenza e sordità hanno trasformato in assassini .

La madre del ragazzo kamikaze ha chiesto sincere scuse a tutte le madri israeliane per il dolore causato dal corpo del suo figlio dilaniato dall'esplosivo e ha promesso di dedicare il resto della sua vita per smascherare e punire il mandante.

Nei giorni scorsi è arrivato un angosciante messaggio, trasmesso via etere, che prometteva libertà a chi vede calpestati tutti i propri diritti e vendetta per tutti coloro a cui furono rapiti oltre ai sacrosanti diritti anche l'infanzia, il presente e il futuro da un altro cialtrone o psicopatico, ex mercenario deciso di lavorare in proprio. Bin Laden parla a nome di un Dio cattivo, di parte, somigliante a quello che si incrocia spesso nell'Antico testamento e fu non poche volte esaltato quando le religioni smarrirono il senso e vennero piegate alla ragione del potere e della conquista. Si è autoproclamato nuovo califfo dell'Islam e dei musulmani, usando lo stesso linguaggio e gli stessi simboli, usati spesso contro i palestinesi dal rabbino Yusef, "capo del partito Shas", terzo partito in Israele ed alleato di governo del criminale Primo ministro Sharon.

Tale messaggio arriva contemporaneamente ai bombardamenti e missili americani che cadono sull'Afghanistan.

Squarciando il silenzio, il buio della notte e la paura di morire, il messaggio si compie ricordando i missili che continuano ancora a cadere sulla popolazione civile in Iraq ed in Palestina in nome di rappresaglie o vendette o per mostrare un superiorità militare come alternativa al diritto e alla legalità.

E di nuovo è l'infinito buio.

Vedendo l'immagine dei ragazzi palestinesi che portavano il ritratto di Bin Laden ho visto l'immensa trasfigurazione che ha subito la nostra società negli ultimi anni, insieme ai nostri limiti e ritardi come Autorità nazionale palestinese, e mi sono chiesto se noi avessimo veramente svolto al meglio il nostro ruolo.

Ho visto il torto fatto a quella che fu la Palestina delle decine di etnie, religioni e chiese per l'effetto dell'integralismo ebraico e di uno Stato per una sola religione; oggi dalla sua contaminazione non è risparmiata nessuna comunità.

Ma vedendo i nostri ragazzi cadere morti e feriti sotto il fuoco delle forze dell'ordine palestinesi ho provato un'infinita tristezza e ho potuto vedere la profondità della sconfitta della mia generazione e l'inadeguatezza delle strutture rappresentative e di governo che ci siamo dati.

La situazione d'emergenza non può rassicurarci come se fosse l'unica causa dei nostri limiti, perché nell'emergenza abbiamo trascorso tutta la nostra storia recente, ma l'integralismo e la repressione sanguinaria fino ai tempi recentissimi non ci appartenevano, e forse dobbiamo interrogarci profondamente se questi non fossero il sintomo anche di mancanza di democrazia e di vera partecipazione.

Parte III

LE RESPONSABILITÀ DELL’OLP

Ci sembra dunque che, alla luce di quanto abbiamo esposto, sia impossibile mettere sullo stesso piano le responsabilità dei dirigenti israeliani e quelle dell’Olp, come si fa abitualmente da parte di quegli esponenti della sinistra che non se la sentono di prendere una posizione netta e preferiscono ripartire le colpe in parti eguali tra aggressori e aggrediti, in nome di quel “giusto mezzo” celebrato dal “senso comune”. Uri Avneri, un israeliano impegnato da anni nella ricerca di una soluzione, e che a volte è stato anche severo nei confronti dei suoi interlocutori palestinesi, ha finito per dire seccamente: “Non si tratta certo di giustificare gli attentati suicidi, ma qualsiasi trattativa degna di questo nome non può che partire dalla constatazione di una verità storica: in questo conflitto c’è un oppresso e un oppressore”.63

In realtà, la pretesa di equidistanza ignora anche la più semplice constatazione che i palestinesi hanno sempre “giocato di rimessa”, e nell’impossibilità di dettare o modificare le regole del gioco, fissate prima dal colonialismo britannico e poi dal sionismo.

Israele e il movimento sionista non possono dunque essere assolti per avere scaricato le conseguenze di una tragedia tutta europea sulle spalle di un popolo innocente e ignaro, ricercando e ottenendo l’appoggio di vari paesi imperialisti al loro progetto, realizzato con metodi spietati e presentato con notevole ipocrisia. Ma questo non ci impedisce di dire che la direzione dell’Olp ha compiuto a sua volta errori di vario genere, che hanno facilitato l’avversario e indebolito la causa palestinese.

Naturalmente, ci riferiamo alla fase successiva al 1969, dato che degli anni precedenti il popolo palestinese non può essere chiamato a rispondere perché, proprio quando è stato scacciato della sua terra in nome dei presunti “diritti storici” accampati dai sionisti, era privo di qualsiasi forma di rappresentanza. Anche nei primi anni di vita dell’Olp (tra il 1964 e il 1968-1969), questa organizzazione esisteva solo nominalmente ed era, in realtà, un apparato burocratico subordinato all’Egitto e a qualche altro regime arabo.

Le responsabilità dell’Olp possono essere prese in considerazione solo a partire dal 1969, quando si è data una strutturazione relativamente democratica; il “relativamente” si riferisce ai limiti in cui questa era possibile per un’organizzazione che viveva in gran parte in esilio o nella più stretta clandestinità. Tutti i movimenti di liberazione (compresi quelli dal nazifascismo durante la Seconda guerra mondiale) hanno avuto quasi inevitabilmente una strutturazione verticistica, basata sull’accordo tra forze diverse. Lo stesso fenomeno si è riprodotto durante la lotta del popolo algerino, o di quello indocinese. Anche la strutturazione centralistica della rivoluzione cubana è stata, almeno in parte, determinata dalle condizioni della lotta sotto Batista. Non a caso la teorizzazione della necessità del partito unico si è riallacciata – più che al modello sovietico – ad alcune indicazioni date da José Martí, dall’esilio negli Stati Uniti, durante la preparazione della rivoluzione del 1895.64
La mancanza di elezioni generalizzate prima di avere avuto la disponibilità di un territorio relativamente libero era dunque praticamente quasi inevitabile, come la forma scelta per varare le decisioni nel Consiglio nazionale palestinese: la ricerca del consenso da parte delle diverse organizzazioni che lo componevano. Casomai va apprezzato lo sforzo che è sempre stato fatto, in particolare da Arafat, per ricucire gli strappi e riportare tutte le tendenze in seno all’Olp, diversamente da quanto praticato ad esempio dal Fln algerino (che conobbe prima e subito dopo la vittoria sanguinose lotte fratricide) o dagli stessi comunisti vietnamiti, che subito dopo la conquista di Saigon imposero al Vietnam del Sud un rigido monolitismo di derivazione staliniana.65

I veri errori dell’Olp

 

Sgomberato il campo dalle critiche ipocrite o furbesche, che pretendono dall’Olp quel che era impossibile, veniamo ai limiti veri della sua politica, che non intendiamo nascondere, ma che sono in genere ben diversi da quelli che le vengono abitualmente attribuiti.

Indubbiamente l’Olp, anche mentre sperimentava una politica nuova e proponeva soluzioni politiche realistiche e basate su sacrifici reciproci, ha fatto ancora molte concessioni al linguaggio ereditato dalla prima fase e ha tardato a eliminare i residui della vecchia impostazione basata sulla demagogia e sulle frasi reboanti.

È stato sempre rimproverato a questo proposito all’Olp di non avere modificato per molti anni la sua Carta originaria. Una parte degli accusatori erano in malafede, perché in realtà avrebbero voluto semplicemente che l’Olp eliminasse il riferimento alla lotta armata, che era invece ineliminabile per un movimento di liberazione.

È vero però che, una volta rinunciato al sogno (ma era così scandaloso?) di riconquistare l’intero territorio strappato dai sionisti al popolo palestinese (lasciando in esso solo gli ebrei originari della Palestina), ritardare la modifica della Carta poteva ingenerare l’idea che il vero progetto rimanesse quello di “buttare a mare” tutti gli invasori. Mantenendo quelle formulazioni anche quando la sua linea era cambiata radicalmente, l’Olp ha facilitato così la propaganda sionista nel mondo e soprattutto tra gli israeliani, che sono stati ossessionati dal timore per la propria sopravvivenza.

Viceversa la proposta dello Stato binazionale, che era stata formulata inizialmente del Fdplp e poi per un certo periodo recepita dall’intera Olp, è stata poi lasciata cadere dalla direzione palestinese. Un errore non trascurabile, perché era evidente che quella proposta era molto imbarazzante per i sionisti, dato che metteva a nudo le contraddizioni e la natura antidemocratica del loro Stato teocratico.

L’idea stessa di Stato binazionale risulta infatti inaccettabile anche per i sionisti apparentemente più disposti a qualche concessione, e perfino al ritiro unilaterale dai territori. Ad esempio, Ami Ayalon, che è stato capo dei Servizi di sicurezza israeliani dal 1996 al 2000, si è pronunciato contro la continuazione dell’occupazione “che confonde e degrada la società israeliana”, ma lo ha fatto in base a questa sintomatica considerazione:

Tra i palestinesi il peso degli islamisti aumenta e anche quello degli intellettuali a lungo favorevoli all’idea dei due Stati i quali ormai dicono: “poiché gli israeliani non evacueranno mai le colonie, ebbene sì, a un certo punto vi sarà uno Stato binazionale”. Ora di questo non ne voglio assolutamente sapere. Non sarebbe più uno Stato ebraico. Se lo restasse dominando la popolazione araba non sarebbe più uno Stato democratico.66

Un’argomentazione che rivela con chiarezza quale sia il tallone d’Achille di Israele: la questione demografica. Accanto alla crescita palestinese, c’è il declino degli ebrei israeliani, sia per un tasso di natalità più ridotto, sia per le partenze definitive o “temporanee”, per lavoro e studio. L’assorbimento dei territori occupati nel 1967 sarebbe possibile, quindi, solo con una nuova espulsione massiccia, non facilmente accettabile a livello internazionale e soprattutto dai Paesi arabi vicini, per quanto governati da complici dell’imperialismo. Eppure, la proposta dello Stato binazionale è stata accantonata dall’Olp, perché “poco realistica”, o “utopica”!

Di questi ed altri errori Edward Said ha parlato con chiarezza, e con una durezza a volte anche eccessiva. Ad esempio, ha rimproverato ai palestinesi perfino una cosa di cui non sono veramente responsabili: la sproporzione tra loro e gli israeliani nell’accesso ai mass media degli Stati Uniti e del mondo intero.67 Said ha osservato che, senza una riflessione, importanti settori palestinesi continuano a usare ancora termini come “entità sionista”, in luogo di “Stato di Israele”, di fatto per non ammetterne formalmente l’esistenza. Said, che ha spesso sferzato i dirigenti palestinesi per la loro debolezza rispetto alle pressioni dei “mediatori” interessati, ha rimproverato loro anche il mantenimento di questa fraseologia, che ha lasciato credere che si volesse cancellare Israele dalla carta geografica, nonostante fosse evidente che non c’era la minima intenzione (e soprattutto possibilità) di farlo.
Molti di questi errori, tuttavia, hanno una spiegazione molto semplice: la necessità dei dirigenti dell’Olp di mantenere un linguaggio acceso e verbalmente rivoluzionario, per tranquillizzare una base inquieta e non convinta dall’insufficiente intransigenza dei suoi dirigenti. È una spiegazione, non una giustificazione: una direzione proletaria, marxista rivoluzionaria, non dovrebbe mentire mai sui propri obiettivi, come era naturale e scontato per Marx, per Lenin, Trotskij o Guevara, che consideravano la verità rivoluzionaria e inammissibile la menzogna. Ma la direzione dell’Olp non è marxista, ha una composizione sociale piccolo-borghese o borghese, è alla testa non di una rivoluzione proletaria ma di una lotta per l’indipendenza nazionale e, per giunta, si è formata in anni in cui gli unici riferimenti visibili a sinistra erano, da un lato, l’Urss (il “paese della grande menzogna”, come lo aveva chiamato giustamente Ante Ciliga, un marxista jugoslavo sfuggito al GuLag), dall’altro, l’Internazionale socialista, che aveva preceduto di almeno un decennio la burocrazia staliniana sul terreno dei discorsi demagogici, che dovevano nascondere un’inconfessabile collaborazione col nemico di classe.68

Sconfitte non inevitabili

 

Ma, al di là delle critiche che si possono fare al linguaggio dell’Olp, non abbiamo difficoltà a parlare anche dei suoi veri errori politici, che sono tuttavia in genere di segno opposto a quelli di “estremismo” abitualmente attribuiti ad Arafat.

La tragedia del settembre del 1970 in Giordania, ad esempio, non può essere addebitata solo alla ferocia delle truppe di Hussein, ma anche a gravi errori fatti (in nome del “realismo”) dalla direzione palestinese. Mentre nella Carta si continuava a ribadire, con tipico massimalismo senza possibilità alcuna di realizzazione, che si respingeva “ogni soluzione di ripiego rispetto alla completa liberazione della Palestina”, nell’art. 27 si diceva: “l’Olp non interverrà negli affari interni di alcun paese arabo”.69

In realtà, i palestinesi non potevano “non intervenire” nelle vicende della Giordania, dove erano già la maggioranza della popolazione; avevano inoltre profondi legami con quella parte dei giordani che mal sopportava una dinastia straniera, appoggiata su un esercito di beduini provenienti da quella che era diventata poi l’Arabia Saudita e legati da un rapporto di fedeltà feudale ai sovrani hascemiti. La causa palestinese era diventata il catalizzatore di un profondo malcontento verso Hussein, che già nel 1958 aveva dovuto essere salvato dai paracadutisti britannici, arrivati attraversando lo spazio aereo israeliano, gentilmente messo a disposizione dai laburisti.

L’Olp rifiutava le “ingerenze” negli affari interni della Giordania, Hussein invece intervenne pesantemente negli affari dei palestinesi, massacrandone molte migliaia (insieme ad altrettanti suoi “sudditi”) con un bombardamento di interi quartieri di Amman. La ferocia delle sue truppe fu tale che – ripetono spesso gli amici di Israele senza darne una spiegazione completa – alcuni militanti palestinesi si gettarono nel Giordano per trovare scampo nei Territori occupati. Gli eserciti iracheno e siriano, cioè di due regimi prodighi di dichiarazioni di appoggio alla causa palestinese, erano a due passi dal luogo del massacro, ma si guardarono bene dall’intervenire. Il risultato della strage fu l’espulsione totale dei guerriglieri palestinesi dal paese da cui più efficacemente potevano intervenire nei Territori occupati e in Israele.

Francamente, non capisco perché anche nella sinistra italiana si rifiuti ogni critica a questa politica della “non ingerenza”. Che differenza c’era, nel 1970, tra palestinesi e giordani? Si trattava dello stesso popolo, con la stessa lingua, perfino lo stesso dialetto, che era stato sottoposto a una sola amministrazione sotto gli ottomani e poi sotto gli inglesi. La suddivisione tra Cisgiordania e Transgiordania era stata imposta dal colonialismo e consolidata dalla violenza dei sionisti. C’erano dunque meno differenze che tra piemontesi e lombardi, o toscani, o siciliani; il Piemonte, durante il Risorgimento, avrebbe dovuto rinunciare alle “ingerenze” nel Lombardo-Veneto o nel Regno di Napoli?70

Ogni errore fatto dalla direzione dell’Olp ha poi creato le condizioni per nuovi arretramenti. La sconfitta del 1970 ha ridotto l’influenza della resistenza palestinese sull’evoluzione democratica e rivoluzionaria delle masse arabe e ha rafforzato, quindi, la dipendenza palestinese dai regimi più ricchi e corrotti, mentre cominciava l’involuzione anche di quelli che avevano inizialmente imboccata la strada dell’antimperialismo (Egitto, Siria, Iraq, Yemen).

La guerra del 1973 accelera questo processo. Da un lato, sembra che i Paesi arabi abbiano scelto la strada della lotta in difesa della causa palestinese (e ciò riduce ulteriormente il peso dell’Olp); dall’altro, la guerra serve a Sadat per preparare le condizioni per una pace separata tra Egitto e Israele; la trattativa, sotto l’egida degli Stati Uniti, viene presentata in tutto il mondo come l’inizio di un generale processo di pace in Medio Oriente. In realtà, oltre a una sapiente utilizzazione propagandistica, l’accordo con l’Egitto consente a Israele di avere le mani libere per l’attacco al Libano del 1982. Vedremo più avanti le ripercussioni all’interno di Israele.

Ma rimaniamo al tema della “non ingerenza”. Errori analoghi a quelli del 1970 furono fatti anche nel Libano che, già nel 1958 – in coincidenza con la rivoluzione irachena, che aveva spazzato via il re Feisal e i suoi consiglieri britannici –aveva tentato una svolta democratica per la propria liberare dalle pastoie degli accordi consociativi ereditati dal regime coloniale francese, ma era stato bloccato dall’intervento dei marines statunitensi (mentre i paracadutisti britannici “salvavano” re Hussein).

Il sistema politico libanese, tuttavia, era così macchinoso e tanto poco democratico da impedire di effettuare censimenti e da congelare i risultati dell’ultimo (realizzato nel lontano 1932), per assicurare che la ripartizione delle cariche tra i veri gruppi religiosi prevista dalla Costituzione – dettata dai francesi quando avevano inventato il Libano – continuasse a privilegiare i maroniti, che da tempo non erano più il gruppo maggioritario, pur detenendo una parte importante delle ricchezze del paese. Era diventata una situazione insostenibile e un largo schieramento di partiti più o meno di sinistra, alleati ai gruppi religiosi più sacrificati dal meccanismo elettorale, spingeva per una riforma radicale.

L’Olp teorizzò, come in Giordania, la non interferenza nelle vicende interne; ma l’esplosione della guerra civile finì per coinvolgere la maggior parte dei palestinesi, naturalmente nei tempi e nelle forme decise dalla destra, che aveva preso l’iniziativa. Il Libano fu lacerato per molti anni da una guerra civile che lo ridusse a un mosaico di “cantoni”, ciascuno sotto il controllo esclusivo di un gruppo politico o religioso. Gli stessi palestinesi si ritagliarono degli spazi, o si appoggiarono ai gruppi più favorevoli alla loro causa; ma, nel corso della guerra civile, furono messi alle strette da un pesante intervento siriano e da uno meno visibile di Israele, che da tempo addestrava e finanziava i falangisti maroniti.71 In un caso almeno, il massacro del campo profughi palestinese di Tell al-Zaatar, i falangisti agirono di concerto con i siriani, ma avevano al loro fianco consiglieri israeliani. Di fatto, quel massacro fu commissionato da Israele, ma con un accordo tacito con la Siria.72

Come spiegare la politica di sistematica rinuncia dell’Olp a ogni tentativo di pesare nel dibattito interno di altri Paesi arabi per aiutarne l’evoluzione democratica? Francamente è difficile trovare altra spiegazione che la necessità di mantenere buoni rapporti con regimi borghesi o feudali parassitari e corrotti, ma pronti ad assicurare in cambio il finanziamento dell’enorme apparato dell’Olp stessa, un caso unico di apparato statale senza uno Stato.

Mutamenti politici e sociali in Israele dopo la vittoria del 1967

 

Warschawski aveva colto bene le contraddizioni aperte dal trionfo del 1967, in particolare il rischio che il sionismo acquistasse sempre più esplicitamente caratteristiche colonialiste, mettendo in pericolo la sua fragile democrazia per esercitare un dominio sui vinti, senza incorporarli direttamente nel proprio Stato. La facilità della vittoria aveva dato alla testa e nulla sembrava allora impossibile, neppure attaccare l’Unione Sovietica, o “fare regnare l’ordine dai monti della Turchia al Marocco” come aveva dichiarato Sharon. L’arroganza dei generali, che non esitarono nel 1972 ad abbattere un aereo passeggeri libico sconfinato sul Sinai durante una tempesta di sabbia, provocando la morte di oltre 70 civili, non faceva “che riflettere i sentimenti dell’insieme della popolazione, secondo cui tutto è possibile e tutto è legittimo”.73

Ma se in quegli anni si levavano solo poche voci di dissenso in Israele (alcune decine di militanti internazionalisti del Mazpen) e ancor meno nella Diaspora, presto sarebbe arrivato un amaro risveglio. Abbiamo già accennato di sfuggita alla guerra del 1973, l’unica di cui Israele non prese l’iniziativa, e che la colse di sorpresa infliggendo un duro colpo militare e psicologico:

L’attacco egiziano del 5 ottobre costituirà un duro risveglio, costoso per la popolazione dello Stato ebraico, e un colpo dal quale la direzione sionista tradizionale non si riprenderà più. La traversata del Canale di Suez, il crollo della “insuperabile” linea Bar-Lev, la liberazione in due giorni dell’altipiano del Golan e l’evacuazione della maggioranza delle installazioni che si riteneva potessero fungere da scudo per lo Stato d’Israele, le migliaia di morti e il blocco quasi completo dell’economia israeliana, per varie settimane riporteranno gli israeliani alla realtà; neanche i successi militari dell’ultima fase della guerra riusciranno a cancellare le profonde tracce che i primi giorni del conflitto hanno lasciato nella coscienza collettiva della popolazione ebrea. Non c’è voluto molto per rendersi conto che, senza un rapido e massiccio appoggio economico e militare degli Usa, lo Stato d’Israele sarebbe stato inchiodato a un vergognoso armistizio e a una sconfitta politica senza precedenti.74
Warschawski concludeva che il “terzo impero ebraico” in realtà “aveva i piedi di argilla e la potenza economica e l’invulnerabilità militare erano mera illusione”.75
Si accresceva soprattutto la dipendenza dagli Usa, il cui intervento era stato decisivo per capovolgere le sorti della guerra. È in quel periodo che la maggior parte delle comunità della Diaspora si spostano progressivamente a destra, abbandonando gli orientamenti che le avevano caratterizzate in passato.76

Le ragioni del successo della destra

 

Intanto si rafforzava sempre più la destra. Begin, il massacratore di Deir Yassin, era stato fatto entrare nel governo di coalizione alla vigilia della Guerra dei sei giorni, ma dieci anni dopo riportava una schiacciante vittoria elettorale alla testa della formazione di destra Likud. Un suo sostenitore e biografo spiegava così il successo:

Si riconosceva piuttosto che [il Likud] possedeva una direzione solida, parlava fermamente e chiaramente il linguaggio dei “falchi”, che sembrava ormai il più appropriato in un mondo in cui l’ostilità cresceva incessantemente. Infine, più gli elettori studiavano i programmi dei partiti, e più scoprivano che di fatto esistevano poche differenze tra di loro. Dai due lati si tendeva allo stesso scopo e nello stesso modo. Le differenze storiche importavano poco all’Israele del 1977.77

Una spiegazione che potrebbe valere per molte altre “impreviste” vittorie della destra… Invece, anche recentemente, si è sentito addebitare la crescita del Likud (in particolare il successo di Sharon nelle ultime elezioni, all’intransigenza dell’Olp. Quanto alla “ostilità del mondo”, questa ovviamente cresceva (come continua a crescere) non “per fatalità”, ma come logica conseguenza della concreta politica israeliana. La spiegazione che veniva data – non solo dalla destra – era invece che “tutti i gentili” (cioè i non-ebrei) nutrirebbero da sempre, non si sa perché, un odio tenace e preconcetto per “il popolo eletto”. In realtà, quello che viene definito il nuovo “antisemitismo” non è, in molti casi, che una reazione politica alle infinite violazioni del territorio di paesi sovrani (il Libano, la Tunisia, l’Iraq, ecc.).

Sono queste a rafforzare un’ostilità nei confronti del sionismo, di cui a volte può approfittare qualche incallito antisemita per indirizzarla verso l’intero mondo dell’ebraismo.

Sono i sionisti che, pretendendo di rappresentare tutto il “popolo ebraico”, fanno sì che le responsabilità del gruppo dirigente di Israele venga attribuito “agli ebrei” dagli ignoranti, dagli stupidi o da chi è in malafede. Perché dovrebbe essere “antisemita” chi critica l’attuale politica di un gruppo che si è formato come minoranza all’interno dello stesso movimento sionista? Se Israele, finito nelle mani di un concretissimo gruppo politico che gli stessi sionisti come Ben Gurion chiamavano “fascista”, si comporta come uno “Stato terrorista” o, come piace a Bush, “Stato canaglia”, perché dovrebbe essere insindacabile?

Un sintomo impressionante della svolta a destra sempre più accentuata è l’atteggiamento dello Stato israeliano (compreso il premio Nobel per la pace Peres), e anche di una parte dei suoi sostenitori in Italia, verso Gianfranco Fini, leader di un partito che “ancora celebra i repubblichini di Salò, che forma i suoi quadri sul razzismo dei testi di Evola, i cui esponenti paragonano Auschwitz alla foiba di Basovizza”. Sono frasi contenute in una lettera aperta di un gruppo di ebrei italiani al presidente dell’Unione delle comunità ebraiche d’Italia, Amos Luzzatto, di cui riportiamo l’esordio:

Per avere condiviso la posizione di quanti, palestinesi e israeliani, continuano a credere che la migliore sicurezza per ogni popolo sia il riconoscimento reciproco del diritto di esistere sulla propria terra in democrazia e libertà; per aver sfilato sotto lo striscione “Ebrei contro l’occupazione”, assumendo personalmente l’identità ideale di tutti coloro che, pur ebrei, non condividono le scelte suicide del governo Sharon; per essere convinti che l’unica soluzione possibile di un conflitto drammatico passi necessariamente per l’affermazione “Due popoli, due Stati”, e per il ritiro dai Territori entro i confini del ’67, con Gerusalemme capitale condivisa: per tutto questo siamo stati considerati “pseudoebrei”.78

Nella lettera ci si domandava, poi, che cosa rimanesse dell’ebraismo in chi “sembra dimenticare la reale essenza del fascismo”. E si chiedeva a Luzzatto, di cui si ricordavano i meriti nel passato, di non “rimettere in discussione valori condivisi”.

Se […] è sua volontà riaffermarli, le chiediamo di avere una maggiore cautela in atti politici che possono essere strumentalizzati da più parti, non ultimo da parte di coloro che ci definiscono “pseudoebrei”, e che vogliono dare all’ebraismo italiano orientamenti opposti, centrati su principi antidemocratici in un cui un’arroganza di stampo profondamente fascista rappresenti il maggior punto di forza.79

Una testimonianza interessante su come ancora oggi ci siano ebrei che osano chiamare con il loro nome i fascisti e denunciare le complicità con essi dei dirigenti israeliani, ma anche di molti esponenti della Diaspora.

 

Parte IV

PERCHÉ È POSSIBILE LA SCONFITTA

DEL PROGETTO SIONISTA

Leggete la storia e guardate

in fuga furiosa invincibili eserciti.

In ogni luogo

fortezze indistruttibili rovinano e

anche se innumerabile era l’Armada salpando,

le navi che tornarono

le si poté contare.

(Bertolt Brecht, Lode del dubbio)

Le posizioni critiche che abbiamo finora presentato sono ancora nettamente minoritarie, ma in crescita rispetto a pochi anni e perfino a pochi mesi fa, sia nelle comunità ebraiche europee e statunitensi, sia nello stesso Stato di Israele. Sintomatica la grande partecipazione alla manifestazione per il ritiro dai Territori tenutasi a Tel Aviv l’11 maggio 2002, che ha visto la partecipazione di oltre centomila israeliani (60.000 secondo la stessa polizia, in genere interessata a minimizzare).

In realtà, la politica repressiva è risultata completamente fallimentare. Occupazioni, bombardamenti e assedi non hanno fermato (né era pensabile che vi riuscissero) gli attentati suicidi individuali, tanto più facili in quanto molti dei giovani palestinesi non sono oggi facilmente distinguibili dai loro coetanei israeliani: parlano ebraico, ascoltano la stessa musica, leggono gli stessi libri, vestono alla stessa maniera.

Assai più difficile, poi, bloccare la resistenza di massa, che coinvolge decine di migliaia di giovani palestinesi, anche se proprio la pesantezza e la brutalità della repressione restringono gli spazi per la lotta pacifica e incoraggiano le azioni disperate.

In ogni caso, la generazione dell’Intifada è nata sotto l’occupazione, ma non si è rassegnata, anzi non riesce a capire la relativa passività della generazione precedente, che delegava la lotta a una minoranza armata. La speranza che i giovani palestinesi si adattassero all’occupazione è stata quindi completamente delusa.

D’altra parte, tutti i tentativi israeliani di trovare dei collaborazionisti nei Territori sono falliti. Gli unici disponibili erano persone ignobili, spesso delinquenti comuni, che si prestavano solo per denaro: dei “Giuda” che segnalavano alla polizia un vicino di casa impegnato nella resistenza, o aiutavano a eliminarlo mettendo nella sua auto un dispositivo per teleguidare un missile. Ma gli occupanti non hanno trovato nessuno in grado di ottenere qualche consenso: sono da anni falliti tutti i tentativi di affidare ai pochi disponibili qualche mansione anche rozzamente politica, come era riuscito per qualche tempo con i mercenari cristiano-maroniti nel Sud del Libano (e anche lì, alla lunga, l’operazione è finita miseramente, concludendosi con la fuga precipitosa dello stesso esercito israeliano insieme ai collaboratori di più alto livello, mentre il grosso dei mercenari si arrendeva armi e bagagli agli Hizbullāh, chiedendo e ottenendo in genere perdono!).

Per giunta, molte delle spie venali che gli israeliani avevano trovato negli anni in cui l’occupazione sembrava dovesse essere eterna, si “pentirono” all’inizio della prima Intifada. L’episodio che innescò il processo avvenne nel villaggio di Kabatiya, dove un collaborazionista fu scoperto e inseguito da una folla furiosa, su cui egli aprì il fuoco con un mitragliatore Uzi fornitogli dai suoi padroni. Dopo avere ucciso un bambino di quattro anni e ferito molti compaesani, fu catturato, linciato e appeso a un palo telefonico. Gli israeliani occuparono il villaggio, isolandolo per settimane, distrussero abitazioni e fermarono centinaia di abitanti, condannandone alcuni a lunghe pene detentive. Ma l’immagine del collaborazionista punito colpì talmente la fantasia popolare che nelle settimane successive dozzine di collaboratori ruppero i contatti con le autorità e confessarono le loro colpe ai concittadini. Alcuni di essi, per dimostrare il loro pentimento, attaccarono gli agenti della sicurezza israeliana da cui dipendevano.80
Non erano risultati più efficaci gli “squadroni della morte” (come furono definiti dalla stampa estera) delle unità speciali Shimson (Sansone) e Duvdevan (Ciliegia), i cui membri entravano nei territori travestiti da arabi, arrestando, o più spesso uccidendo senza processo, i sospettati e dando il colpo di grazia ai feriti.81
Tantomeno era servita a qualcosa, se non a innescare una nuova spirale di odio e di ritorsioni, l’eliminazione del vice di Arafat, Khalil al-Wazis, detto Abu Jihad, realizzata da un commando israeliano a Tunisi il 16 aprile 1988 (sotto la personale supervisione di Barak, che aveva diretto da un aereo spia quell’ennesima operazione di pirateria e terrorismo internazionale).82

Quell’assassinio, avvenuto sotto gli occhi della moglie e dei figli di Abu Jihad, doveva servire a fermare la prima Intifada, dato che i dirigenti israeliani, come tutti i reazionari, erano convinti che, se le masse protestavano e tiravano pietre, lo si dovesse a qualcuno che le manovrava e le istigava: e Abu Jihad era considerato il “regista” di tutto quello che accadeva nei Territori occupati…; ma non è servito che a stimolare altri desideri di vendetta.

Si sono rivelate altrettanto inutili altre “uccisioni mirate”, o l’esilio imposto a veri o presunti integralisti, deportati nella “terra di nessuno” ai margini della “fascia di sicurezza” controllata dagli israeliani e dai loro mercenari maroniti nel Sud del Libano, ma anche a indiscussi pacifisti come Mubarak Awad, che era stato il vero ideologo dell’Intifada e della scelta tattica, seguita inizialmente dalla maggior parte della popolazione, di praticare la non violenza, rinunciando ad azioni armate che di fatto servivano soprattutto a ricompattare con la paura il grosso della popolazione israeliana intorno ai propri dirigenti.83
Viceversa, come effetto delle scelte ottusamente repressive degli israeliani, si è avuta una costante radicalizzazione dei giovani palestinesi, come risposta a concrete vessazioni, alle chiusure delle scuole e delle università, alle discriminazioni per età ai check-points e perfino per l’accesso alle funzioni religiose (venivano fatti passare solo gli anziani), ai criminali blocchi della circolazione delle ambulanze. I palestinesi sono stati accusati di “mandare avanti i bambini” (la stessa accusa che i colonialisti britannici avevano mosso ai sionisti, che vedevano un gran numero di adolescenti in prima linea). Che l’accusa fosse assurda e infondata, era confermato dal fatto che, applicando non a caso misure introdotte nei confronti dei sionisti dagli inglesi nell’ultima fase prima del loro ritiro, gli adolescenti sono stati considerati punibili a partire dai 12 anni. Anzi, si è arrivati perfino a colpire i ragazzi che tiravano pietre spezzando loro le ossa delle mani e del braccio, fino a quando una ripresa televisiva di ben 40 minuti ha documentato al mondo una di queste “punizioni” extralegali (decisa dal futuro premio Nobel per la pace, Rabin!) e ha costretto a sospendere questa barbarie, che era diventata controproducente: inaspriva gli animi in Palestina e suscitava stupore e indignazione in una parte delle stesse comunità ebraiche degli Stati Uniti e dell’Europa.84

Una politica suicida

 

La politica prevalsa in Israele di fronte alla rivolta palestinese (come si è visto, non solo nell’ultima fase) è stata definita “suicida” anche da molti ebrei. Ironia della storia, essa può travolgere anche coloro che in quel paese sono andati non perché aderivano al progetto sionista, ma semplicemente perché non avevano nessun altro luogo in cui rifugiarsi, perché tutte le altre porte erano sbarrate, perché l’antisemitismo riaffiorava anche all’interno dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”, o perché la conflittualità innescata dall’espansionismo del nuovo Stato li aveva fatti espellere da quel mondo arabo in cui avevano vissuto per moltissimi secoli.

Il sionismo non ha rappresentato la sicurezza per gli ebrei, ma la premessa di nuove tragedie. Chi dice che il sionismo può essere giustificato se non altro perché ha salvato gli ebrei europei dalla distruzione, mente. Gli ebrei arrivati in Palestina si sono salvati non grazie al sionismo, ma per le sconfitte militari dei nazisti a El Alamein e Stalingrado, che hanno impedito che le truppe hitleriane dilagassero dal Caucaso e dall’Egitto fino in Medio Oriente (dove il regime coloniale britannico aveva procurato loro non pochi sostenitori), stringendo in una mortale tenaglia la piccola comunità sionista (già invisa agli arabi per il comportamento avuto nel 1936-1939).

Trotskij, nel 1938, aveva scritto con grande lungimiranza:

Non è difficile immaginare cosa attende gli ebrei dopo lo scatenamento della prossima guerra mondiale. Ma perfino se la guerra potesse essere evitata, i prossimi sviluppi della reazione mondiale implicano con certezza lo sterminio fisico degli ebrei.85
Egli riteneva che non potesse salvarli la colonizzazione della Palestina, che appariva “come un miraggio tragico”, né la “farsa burocratica” del Birobidžan, la regione insalubre al confine con la Cina che Stalin aveva tentato di trasformare in un territorio autonomo degli ebrei russi. Trotskij, poche settimane prima della sua tragica morte, e più di un anno prima che lo sterminio iniziasse, aveva espresso il timore che “gli sviluppi futuri della guerra potrebbero trasformare la Palestina in una trappola mortale per gli ebrei.86

Oggi quella previsione, non avveratasi allora per circostanze indipendenti dal sionismo, risulta sempre più profetica. Tutta la politica israeliana sta generando un’ondata di odio senza precedenti, che può avere sbocchi finora imprevedibili non solo nel caso di un colpo di Stato nazionalista (o islamista) che rovesci uno dei regimi che sono stati finora sostanzialmente complici di Israele, ma anche nel caso di reazioni individuali di chi è dotato di armi potentissime.

Basta riflettere su alcuni episodi sintomatici: qualche anno fa, un poliziotto egiziano che avrebbe dovuto proteggerli, decise di colpire dei turisti che credeva israeliani (lo era solo la targa del loro pullman), uccidendone molti.87 Che cosa accadrebbe se la stessa reazione, di rabbia di fronte alla passività del proprio governo, la avesse non un poliziotto armato di mitra, ma un pilota dei tanti aerei militari modernissimi di cui l’Occidente ha dotato paesi come l’Arabia Saudita? I sovrani feudali di quel paese sono nel complesso docili e “fidati”, ma come la pensano i loro “sudditi”, e gli stessi ufficiali? Questi, infatti, sono stati addestrati negli Stati Uniti o in Europa e, pur essendo indubbiamente privilegiati, oltre che indottrinati politicamente nelle scuole militari, possono avere maturato un disgusto per le enormi sperequazioni sociali di cui il ceto feudale saudita beneficia, in cambio della sua funzione di “cane da guardia” del maggior giacimento di petrolio mondiale, e un’indignazione per la passività del proprio governo di fronte al massacro dei loro fratelli palestinesi.

Molte delle mosse apparentemente inspiegabili della politica Usa nell’area (dalla guerra del Golfo a quella di Somalia, alla lotta al terrorismo con i bombardamenti a tappeto sul già distrutto Afghanistan) si capiscono meglio se si pensa che il loro vero obiettivo poteva essere quello di aumentare la presenza di basi nella zona proprio per essere pronti a intervenire nel caso di un cambio brusco di orientamento dell’Arabia Saudita. Ma anche se non ci fosse una vera e propria sollevazione (di cui peraltro ci sono state avvisaglie in vari periodi), come escludere che qualcuno possa usare il proprio aereo per colpire il territorio di Israele?

L’odio antiisraeliano, che si trasforma facilmente in odio antiebraico, è alimentato proprio dalla scelta di Israele di contrapporsi al resto del mondo, in primo luogo ai popoli vicini. In Israele e nella propaganda dei suoi sostenitori si è consolidata una visione di una lotta eroica e senza quartiere degli “ebrei” contro tutti gli “altri”, considerati portatori di un odio eterno, fatale e inspiegabile.88
Dato che i rapporti di forza tra Israele e gli “altri” sono totalmente sproporzionati, ne discende come conseguenza il totale disprezzo per ogni norma imposta dalle convenzioni internazionali: interventi militari senza preavviso (ad esempio, nel 1956 e nel 1967), con l’umiliazione dei prigionieri di guerra; “diritto” di intervenire con propri aerei e commandos all’interno di paesi con cui non è in guerra (dall’Iraq alla Tunisia, a Cipro, al Libano, dall’Italia al Portogallo, dalla Somalia alla Norvegia, ecc.); violazione di tutte le risoluzioni dell’Onu; applicazione di regole spietate ai territori conquistati anche dopo la parziale “restituzione” in base agli “accordi di pace” (la distruzione sistematica delle proprietà, delle abitazioni, degli uliveti).89
La sensazione di onnipotenza dei dirigenti israeliani, alimentata anche dal possesso di un notevole arsenale atomico, può essere tragicamente ingannatrice.90 In primo luogo perché basata sulla certezza dell’eternità dell’appoggio degli Stati Uniti, che è stato determinante per evitare un esito catastrofico della guerra del 1973 e ha fornito sempre enormi finanziamenti, aiuti militari a fondo perduto e una preziosa copertura politica. Ma chi dice che questo appoggio sarà eterno? Come si può essere sicuri che l’insensatezza della politica statunitense non imponga una svolta politica?
Fantapolitica? Tutt’altro. La politica dei governanti statunitensi è per molti aspetti irrazionale e dettata da considerazioni ideologiche, anziché da una visione razionale del mondo. Ne ha parlato lucidamente uno specialista di Estremo Oriente, Chalmers Johnson, professore emerito dell’Università della California e in passato patriota convinto.91 Egli sostiene, alla luce di una riflessione sul comportamento del suo paese in Estremo Oriente, che la maggior parte delle decisioni prese erano insensate, dannose e costosissime. Citando lo stratega militare colonnello Harry Summers Jr., Johnson osserva, ad esempio, che pensare che “lo spiegamento preventivo delle forze armate americane porta ‘stabilità’ in Asia orientale è, naturalmente, un falso sillogismo”, che “equivale a usare veleno per elefanti a New York City”. Riportiamo per intero la divertente ma illuminante argomentazione di Johnson:
Questo veleno è un repellente chimico usato dagli agricoltori per tenere lontani gli elefanti da orti e giardini. I teorici del Pentagono, suggerisce il colonnello Summers, sono come i newyorkesi che spruzzano questo veleno intorno alle loro case, e quindi ne esaltano l’efficacia perché non trovano elefanti nel proprio giardino. La “strategia” funziona perché la minaccia è illusoria. La vera minaccia di lungo periodo alla stabilità in Asia orientale è la crisi economica causata dalla determinazione americana a perpetuare il proprio sistema di Stati satelliti e la propria egemonia regionale anche dopo aver perso qualsivoglia motivazione politica o economica derivante dalla guerra fredda.92

Al di là dell’immagine divertente, che tuttavia si basa sulla certezza che la politica di “contenimento del comunismo” fosse basata su un’analisi sbagliata (perché la Rivoluzione cinese non era “comunista” ma nazionalista, ed era stata sospinta a un legame più organico con l’Urss – del cui comunismo Chalmer Johnson ugualmente dubita – solo dal rifiuto degli Stati Uniti di accettare un rapporto paritetico con quel grande paese, dopo la sconfitta della cricca corrotta di Chang Kai-shek), l’autore di questo stimolante libro sostiene che anche in America Latina e nel Medio Oriente gli Stati Uniti si siano mossi irrazionalmente; e anche nel Golfo Persico, dove per tutelare la sicurezza dei suoi approvvigionamenti di greggio gli Stati Uniti spendono ogni anno una cifra equivalente a quasi dieci volte il suo valore.

Chalmer Johnson dice che per un aspetto la concezione marxista dell’imperialismo, che pure finisce per utilizzare largamente, era inesatta:

Non sono le contraddizioni del capitalismo che portano all’imperialismo, è l’imperialismo che alimenta alcune delle maggiori contraddizioni del capitalismo. E quando giungono a maturazione, com’è inevitabile, tali contraddizioni producono devastanti crisi economiche.93
Chalmer Johnson sostiene, tra l’altro, che il mantenimento dell’impero ha finito per minare l’economia statunitense, ad esempio indebolendo l’industria manifatturiera per sostenere gli Stati satelliti Est-asiatici, e spingendo “a puntare sul capitalismo finanziario, la cui apparizione è stata in passato considerata segno dell’incipiente declino economico di un’economia fino a quel momento fiorente.” Egli trova qualche analogia con l’ex Unione Sovietica, che è stata distrutta dalla guerra insensata contro un inesistente pericolo in Afghanistan e dalla competizione con gli Usa per armi strategiche sempre più avanzate e potenti, mentre – e proprio per questa ragione – “non era più in grado di contenere il desiderio represso di indipendenza in Europa orientale”.94
Il paragone con il declino dell’Urss ritorna più volte nel libro, in modo a volte discutibile, ma sempre stimolante. Chalmer Johnson si rifà in parte alle tesi sulla “iperespansione imperiale” avanzate nel 1988 dallo storico, anch’esso statunitense, Paul Kennedy in un altro libro di notevole interesse, dal titolo ugualmente provocatorio.95 Paul Kennedy (che non ha nulla a che fare con la famiglia dell’omonimo presidente) ha sostenuto infatti:
Neanche gli Stati Uniti possono evitare di affrontare le due grandi questioni che mettono alla prova la longevità di ogni grande potenza che occupi il “primo posto” negli affari internazionali: se, nel campo militare/strategico, riesce a mantenere un ragionevole equilibrio tra le esigenze di difese avvertite dalla nazione e i mezzi di cui dispone per assolvere a questi impegni; e se, questione intimamente connessa alla prima, è in grado di preservare intatte le basi tecnologiche ed economiche del proprio potere di fronte a modelli di produzione globale in perenne mutamento. Questa prova delle capacità americane sarà tanto più importante perché, al pari della Spagna del 1600 o dell’impero britannico del 1900, l’America ha ereditato un’ampia gamma di impegni strategici assunti molti anni prima, quando la sua capacità politica, economica e militare di influenzare le questioni internazionali appariva ben più comprovata.96
Questa previsione implicita può sembrare avventata, soprattutto perché la capacità militare sembra oggi non solo non indebolita, ma addirittura aumentata, ma va presa in considerazione. Comunque, i dubbi sull’utilità della “sovraesposizione militare” sono condivisi da settori minoritari ma non insignificanti della società statunitense.97 E, in alcuni momenti (Libano, Somalia), è bastato poco perché la superpotenza apparentemente invincibile dovesse ritirarsi di fronte alle prime perdite umane, che si aggiungevano, sullo stesso piatto della bilancia, a quelle economiche.

Chi può escludere dunque che, per fattori economici, o per l’insostenibilità economica di una politica di intervento in ogni parte del mondo, negli Stati Uniti non si rafforzi e vinca una nuova forma di isolazionismo?

Il gruppo dirigente di Israele sembra non pensarci, ma deve fare i conti con il fatto che tutte le spese militari e anche di sostegno a un’economia artificiale e distorta sono a carico dei contribuenti statunitensi. Insomma, un cambio nella politica degli Usa non è probabilmente imminente, ma non è impossibile. Per il gruppo sionista, espansionista e militarista, sarebbe il principio della fine.

Soprattutto perché tutto quello che ha fatto in trentacinque anni di occupazione ha creato una situazione incontrollabile all’interno della Palestina storica, compreso lo stesso Stato d’Israele, dove si è riusciti a spezzare il legame degli arabi israeliani con i laburisti, spingendoli verso l’Olp. I governi israeliani hanno creduto di risolvere tutto con la violenza e con la manipolazione dell’informazione nel mondo, attraverso i potenti strumenti di cui dispone l’imperialismo. Ma che fare di fronte a una resistenza che non si piega? E che fare di fronte al fatto che anche questa fase ha reso evidente che c’è una differenza profonda tra gli israeliani e i palestinesi: i primi non hanno radici nel paese, gli altri le hanno sempre più profonde?

Lo si è visto durante la prima e la seconda Intifada ,e ancor più, nei giorni dell’inutile e controproducente assedio al quartier generale di Arafat e alla Basilica della Natività. Come hanno fatto i pacifisti europei a raggiungere i due edifici assediati dai potentissimi mezzi dell’esercito invasore? Semplicemente perché sono stati guidati dalla popolazione, che conosce ogni sentiero impraticabile ai carri armati e sa come si passa da una casa all’altra attraverso un varco aperto nei muri, o dalle terrazze.98 I militari israeliani apparivano disorientati e inquieti, perché erano estranei in quel paese, senza altra forza che quella delle armi, mentre i palestinesi si trovavano a casa loro.

Nonostante la sproporzione nettissima nell’armamento, e quindi tra le vittime delle due parti, i palestinesi avevano motivazioni profonde e hanno soprattutto radici inestirpabili: ognuno di loro conserva le chiavi della casa da cui lui, o suo,padre, o suo nonno, è stato scacciato. Gli israeliani sono e restano un esercito straniero d’occupazione, non hanno radici nel paese, anche se oggi la maggioranza di essi vi è nata.

La mancanza di radici dei cittadini israeliani (praticamente di tutti, non solo di quelli che sono arrivati di recente, come i russi, attirati dal miraggio dell’inserimento in un paese forte che offriva loro condizioni economiche impensabili nel paese di provenienza, o gli ebrei arrivati dai paesi arabi o dall’Etiopia perché non avevano altro posto in cui andare, e che poi sono stati discriminati e usati solo come carne da macello) emerge da un dato che viene accuratamente nascosto dalla propaganda ufficiale, ma che è inquietante per il futuro di Israele: la fuga all’estero di chiunque può permettersela. Forse un milione di cittadini israeliani figurano ufficialmente tra i residenti, ma in realtà se ne sono andati negli Stati Uniti, in Europa, in Sudafrica, per lavoro o per studio. Non hanno avuto il coraggio di motivare apertamente e politicamente il loro disagio come hanno fatto i refuseniks, ma hanno approfittato di ogni possibilità per andarsene da un paese che non è il loro, e che è sempre più insicuro, e da un progetto che non riconoscono più. Tra loro, molti figli e nipoti dei “padri fondatori” dello Stato, compresi i nipoti di Ben Gurion e Golda Meir.

Abbiamo nominato, tra i paesi di destinazione, anche il Sudafrica. Molti israeliani vi avevano lavorato per anni, quando esistevano rapporti privilegiati e inconfessabili, sul terreno della cooperazione militare, ma anche dell’assistenza tecnica e politica per l’organizzazione dei dieci bantustans (vere riserve indiane, in cui veniva rinchiusa la popolazione nativa perché fosse costretta a recarsi a lavorare in Sudafrica, ma come se fosse “straniera” e quindi privata di diritti, esposta a ogni vessazione e soprattutto al rischio di espulsione). Molti vi sono rimasti e altri vi si sono recati per lavoro, anche successivamente alla fine dell’apartheid.

Molti israeliani dovrebbero riflettere e spiegare su cosa è avvenuto ai loro amici afrijkaaner: hanno dovuto rinunciare alla loro ideologia razzista, che pretendeva di avere quella terra per diritto divino, e hanno dovuto tirare Nelson Mandela fuori dal carcere in cui era stato rinchiuso per ventisette anni come “terrorista”, chiedendogli di garantire una transizione pacifica alla democrazia. Hanno dovuto accettare che il capo dello Stato fosse un nero, sia pure con la “collaborazione” di bianchi nei più importanti dicasteri economici. Hanno però mantenuto le posizioni di potere economico acquisite con la violenza o l’inganno, e hanno messo a frutto la supremazia culturale dovuta all’origine europea e all’accesso esclusivo all’istruzione. I problemi probabilmente sono stati solo differiti, dal momento che la maggior parte dei nativi sono rimasti in condizioni economiche miserabili e non hanno recuperato le terre e le case che erano state sottratte loro. Ma a nessun bianco è stato torto un capello, nemmeno ai torturatori e ai massacratori di inermi, a cui è stata garantita l’impunità, in cambio della sola ammissione delle loro colpe.

L’esempio del Sudafrica, dunque, deve fare riflettere gli israeliani: non si tratta della giustizia o il risarcimento (che sarebbero stati necessari), ma dell’avere evitato un bagno di sangue che, alla lunga, sarebbe stata l’unica prospettiva, tragica per entrambe le comunità. I palestinesi erano pronti ad accettare qualcosa di simile (anzi molto meno, a breve scadenza, dato che il nuovo assetto democratico avrebbe riguardato nel migliore dei casi solo il 22 % del territorio che era stato loro da moltissimi secoli), ma l’attuale direzione sionista (da Barak a Sharon) ha rifiutato, fidando solo sulla propria enorme superiorità militare, accecata da un fanatismo tinto di razzismo.

Per ora, la maggior parte degli israeliani credono di avere vinto ancora una volta, ma si è andata probabilmente preparando una catastrofe, da cui potranno sfuggire solo se avranno la forza di cacciare gli integralisti che li governano, preparandosi a essere uno Stato “normale”, capace di fare convivere la minoranza ebraica con la maggioranza palestinese dispersa tra l’attuale Israele, i Territori occupati nel 1967 e i campi profughi dei paesi vicini.

Solo uno Stato rinnovato e senza la pretesa di un’esclusività derivata dalla promessa di quello che era il Dio di una popolazione che risiedeva in quella terra duemila anni fa potrà evitare un conflitto sanguinoso con tutti i paesi che lo circondano, diventando anzi il “lievito” di uno sviluppo comune.

È quello che Michael Warschawski ha definito il “sogno andaluso” del ventunesimo secolo. Per esso lavorano i più lucidi dei palestinesi e degli israeliani, e tutti coloro che lottano contro la barbarie integralista, contro la guerra permanente, per una vera pace fondata sulla giustizia e il rispetto reciproco.

 

1 Citato da Nahum Goldmann, Le paradoxe juif, Parigi, 1976.

2 Concentrare l’attenzione solo sulla personalità di Sharon, oltre a essere metodologicamente scorretto (come spiegare il nazismo con la psicologia di Hitler), può portare a sottovalutare il rischio che, dopo un suo non improbabile fallimento, arrivi al suo posto Benjamin Netanyahu, o qualcuno ancora peggiore, che magari non ha “al suo attivo” il massacro di Sabra e Chatila, ma considera Sharon troppo moderato!

3 La frase era in un testo di Shlomo Argov, che fu distribuito dall’ambasciata di Israele a tutti i parlamentari italiani nel marzo 1982. Argov era allora ambasciatore in Gran Bretagna, e il suo ferimento a Londra il 3 giugno 1982 (rivendicato dal gruppo terroristico di Abu Nidal, da tempo condannato a morte dall’Olp) servì da pretesto per l’invasione del Libano, denominata “Pace in Galilea”. Da pretesto, sottolineo, sia perché Abu Nidal era un assai dubbio personaggio, che aveva rivendicato molte uccisioni di esponenti dell’Olp, e aveva Arafat al primo posto nella lista dei suoi bersagli, sia per l’evidente mancanza di ogni nesso tra un ferimento avvenuto a Londra e l’invasione del Libano, conclusasi con l’occupazione duratura di parte di quel paese, e i massacri di palestinesi, di cui quello di Sabra e Chatila, organizzato personalmente da Ariel Sharon, è solo il più noto. Cfr. Antonio Moscato, Libano e dintorni. Integralismo islamico e altri integralismi, Sapere 2000, Roma, 1993.

4 Dossier Palestina. Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, Roma 1987, Salerno 1988 (Concepito originariamente per la collana “Dossier Palestina” curata dalla Fondazione Internazionale Lelio Basso presso questa casa editrice, subito dopo fu ristampato a Salerno dalle edizioni Ripostes. Il volume era stato curato prevalentemente da Guido Valabrega,, che tuttavia, per modestia e rispetto del gruppo di lavoro che lo aveva aiutato, non volle mettere il proprio nome in copertina e nel frontespizio, pur firmando l’Introduzione e assumendosi la responsabilità diretta della prima parte, tutta basata su fonti in ebraico.

5 B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano, 2001.

6 Ivi, pp. 264-265.

7 Ivi, p. 265. Le Palmah, abbreviazione di plugot machaz, compagnie di assalto, erano una forza di élite completamente mobile agli ordini di Yizchak Sadeh, un veterano dell’Armata Rossa diventato uno dei capi della Haganah, la formazione che faceva capo ai laburisti israeliani. Ivi, p. 223.

8 Sottolineiamo questo dato, per far risaltare quanto sia ipocrita lo scandalo sollevato per la nave carica di armi destinata all’Anp e intercettata in mare con un tipico atto di pirateria dalla Marina di Israele.

9 Ivi, p. 265.

10 Ivi, p. 266.

11 Theodor Herzl, The Complete Diaries of Theodor Herzl¸ a cura di Raphael Patai, 5 voll., Herzl Press, New York, 1960, vol. I, p. 88.

12Ibidem.

13 Ivi, p. 216.

14 Di lì a poco, Stalin avrebbe mutato atteggiamento, cominciando la persecuzione dei comunisti e degli intellettuali di origine ebraica, facendo così involontariamente un enorme regalo al progetto sionista. Il risorgere dell’antisemitismo in Urss e in Polonia negli anni successivi, in particolare nell’epoca di Breznev, avrebbe finito infatti per sospingere verso Israele molti ebrei inizialmente indifferenti od ostili al sionismo. Si vedano nel mio Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 1988, i capitoli su “L’antisemitismo di regime”, e “Sionismo e antisionismo nell’Yiddishland”.

15Ibidem.

16 Ivi, p. 321.

17Ibidem.

18 Ivi, p. 844.

19 Una ricostruzione dettagliata dell’assassinio di Bernadotte è in Nakba, cit., pp. 126-131. Condannati a blande pene detentive, gli assassini furono liberati subito dopo per un’amnistia ad hoc proposta da Ben Gurion, e già nel 1950 uno di loro, Nathan Friedman-Yellin, poteva essere eletto nel Parlamento israeliano. Shamir, che era considerato uno dei principali responsabili dell’assassinio, rimase in clandestinità in Israele, in attesa dell’amnistia.

20 Una serie impressionante di testimonianze palestinesi, e anche israeliane, città per città, villaggio per villaggio, è riportata nel cap. II di Nakba, cit., pp. 149-210, e in decine di pagine dello stesso libro di Morris, Vittime, cit., passim.

21 Ivi, pp. 37-38.

22Nakba, cit., p. 39.

23Vittime, cit., pp. 356-357. Tra le ricostruzioni dell’episodio si veda: Uri Avneri, Israele senza sionisti, Laterza, Bari, 1970, pp. 118-143 (che fornisce utili indicazioni sui sondaggi avviati da Nasser per arrivare a una soluzione negoziata della questione palestinese esattamente in quel periodo) e Peretz Merhav Storia del movimento operaio in Israele, da Nuova Italia, Firenze, pp. 245-254.

 Un'ampia rassegna delle testimonianze sulle violenze organizzate dai servizi segreti israeliani per provocare la fuga dall'Iraq si trova in Ilan Halevi, Question juive. La tribu, la loi, l'espace, Minuit, Parigi, 1981, p. 29. Altre testimonianze, e una serie impressionante di dichiarazioni di esponent i sionisti sulla "necessità di costringere a recarsi in Palestina" quegli ebrei che "non sono in grado di capire la loro situazione" e che quindi preferiscono gli Stati Uniti alla "promessa dell'avvenire" (cioè allo Stato di Israele) si trovano in Alfred Lilienthal, “Les manipulations sionistes pour susciter l'immigration en Israel”, in Sionisme et racisme, Le sycomore, Parigi, 1979. Alfred Lilienthal è un esponente di punta di quei settori dell'ebraismo statunitense che hanno considerato la nascita dello Stato di Israele un pericolo per gli ebrei della Diaspora, e hanno impegnato tutte le loro energie a combattere il sionismo, giungendo a partecipare a convegni promossi da Paesi arabi come la Libia. Per questo essi vengono bollati dalla propaganda sionista come "antisemiti" della peggiore specie. Può essere che a volte in Lilienthal e in altri esponenti dell'American Council for Judaism la polemica antisraeliana raggiunga punte così aspre da impedire un giudizio lucido su singoli episodi, ma non mi sembra che per questo si possa sorvolare sulla concreta documentazione fornita, e tanto meno mi sembra possibile liquidare la posizione   di Lilienthal come antisemita, dimenticando che la sua opposizione intransigente nasce al contrario dalla convinzione – non infondata – che il sionismo prepari nuove sciagure agli ebrei di tutto il mondo.

24 In particolare il primo ministro iracheno Nuri Said aveva fatto approvare dal Parlamento, riunito in seduta segreta il 10 marzo 1951, un decreto che bloccava i beni degli ebrei che rinunciavano alla cittadinanza irachena emigrando in Israele. Sull'argomento, denunciato dapprima da Uri Avnery sul suo popolare settimanale Ha-Olam Hazeh, condusse un'inchiesta in Iraq anche Issam Sartawi, sconvolto dalla scoperta che non solo i palestinesi, ma anche gli “ebrei arabi” erano vittime del sionismo. Pierre Bayle, Les relations secrètes israelo-palestiniennes, Balland, Parigi, 1983, pp. 115-121. Su un altro gravissimo episodio di terrorismo israeliano in Egitto, concepito per fare ricadere la responsabilità su “estremisti arabi”, il caso Allon, si veda l'ampia documentazione in: Uri Avnery , Israele senza sionisti, cit., pp. 118-143; Jacques Derogy, Hesi Carmel, Histoire secrète d'Israel 1917-1977, Olivier Orban, Parigi, 1978, pp. 136-163; e anche nell'apologetico Dennis  Eisenberg, Uri Dan, Eli Landau, Mossad. Les services israeliens, Stanke, Parigi, 1977, pp. 114-117.

25 Rinvio, per questi aspetto, nel mio Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, cit., al capitolo su “Sionismo e antisionismo nell’Yiddishland”. Enzo Traverso aveva già ricordato, sul n. 1 de Il Ponte del 1985, il peso delle correnti marxiste nell'intelligencija ebraica mitteleuropea., fornendo dati che permettono di valutare più precisamente quanto il sionismo, prima delle stragi naziste, fosse lontano dal rappresentare l'insieme della popolazione ebraica nella stessa Europa orientale.

26Vittime, cit., p. 352.

27 Ivi, p. 354. Egli aggiungeva che i suoi avversari pensavano che “la pace verrà quando [gli arabi] si saranno convinti che questo paese non può essere sconfitto militarmente”, e che “se le operazioni [di rappresaglia] […] rinfocolano l’odio, poco importa, perché esso finirebbe per riaccendersi in ogni caso”.

28 Ivi, p. 352. Sulla strage di Jenin, si veda Amnon Kapeliouk, “Jenin, inchiesta su un crimine di guerra”, nel numero di maggio di “Le Monde diplomatique”. Nello stesso numero è riportato anche la testimonianza di Christian Salmon, che ha fatto parte di una delegazione del Parlamento internazionale degli scrittori che ha visitato dal 24 al 29 marzo del 2002 Israele e i Territori occupati, pubblicata col titolo “L’abolizione del territorio”.

29Al momento dell’invasione israeliana la Cisgiordania contava circa 840.000 abitanti (un terzo dei quali erano profughi dai territori palestinesi su cui gli israeliani avevano costituito il loro Stato nel 1948-1949).

30 Nessun paese ha riconosciuto tale annessione, tanto è vero che le ambasciate sono state mantenute a Tel Aviv; ma nulla di concreto è stato fatto per imporre una restituzione, e anzi la rivendicazione palestinese dell’effettiva assegnazione di Gerusalemme Est al nuovo Stato durante le trattative con Barak è stata considerata dall’opinione pubblica internazionale manipolata dai mass media filosionisti un gesto di immotivata intransigenza che impediva l’accordo.

31 Non si trattava di un imprevisto e inevitabile “danno collaterale”, ma di una scelta precisa, tendente a cancellare ogni traccia delle altre popolazioni e culture che si erano sviluppate in quella città. Analogamente, nel 1982 le truppe israeliane, mentre era appena iniziata l’occupazione di Beirut, si sono precipitate nel Centro di studi palestinesi che dal 1948 aveva faticosamente raccolto in quella città centinaia di migliaia di documenti (atti di proprietà, lasciti, carteggi), che comprovavano la presenza di quel popolo palestinese di cui la propaganda sionista negava perfino l’esistenza. I documenti furono asportati per “cancellare le prove”. Ricordo con amarezza che in quella occasione molti degli ambigui intellettuali italiani fautori della “riconciliazione tra i due popoli” rifiutarono di firmare un documento che condannava l’atto e chiedeva la restituzione dell’archivio, perché sembrava loro “troppo unilaterale”. E l’azione israeliana appariva loro così grave che preferivano non crederci.

32 Citato da Joseph Halevi, in un articolo del n. 89-90 di Guerre e pace, che è stato ripreso da Rivoluzioni, supplemento mensile di Liberazione, 1° maggio 2002.

33 La collaborazione con il Sudafrica dell’apartheid si è sviluppata in particolare sul terreno delle armi nucleari, in realtà poco utilizzabili da entrambi i paesi data la vicinanza del “nemico”, ma che comunque per Israele sarebbe stato impossibile perfino sperimentare (gli esperimenti che dovevano avvenire nel deserto africano del Kalahari furono bloccati, una volta scoperti da satelliti sovietici). Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano che informò sugli impianti nucleari a cui aveva collaborato, fu rapito a Roma ed è tuttora detenuto in Israele (recentemente ha tentato di riaprire, dopo quasi venti anni di detenzione, il proprio processo, ricorrendo contro il rifiuto di fargli visionare i documenti di accusa). Sulla collaborazione nucleare tra i due paesi, si veda il capitolo “Il ricatto della bomba” nel Dossier “La strana coppia. Gli inconfessabili rapporti fra Israele e Sudafrica”, a cura di Antonio Moscato, nel n. 6/7 (settembre ottobre 1987) de I diritti dei popoli, mensile della Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli. Cfr. anche Laura Guazzone, La strategia di Israele e Sudafrica. Il prezzo dell’isolamento, apparso nel Dossier “Il terzo mondo e la bomba”, in Politica internazionale, n. 10, ottobre 1986. La parte del Dossier sulle “Radici storiche della convergenza” e sulle “Motivazioni religiose e colonizzazione”, è riportata nell’appendice documentaria di questo volume.

34 Israele è stato d’altra parte l’unico Stato (a parte ovviamente il Sudafrica) a riconoscere i bantustans, a cui spesso ha fornito i “tecnici” per le polizie locali o per le barriere elettrificate erette sugli innaturali confini.

35 Va detto che è un luogo comune del “revisionismo”, più o meno mascherato, che il fascismo non fosse razzista e che quindi le leggi razziali “furono imposte” dall’alleanza con Hitler. In realtà il fascismo era razzista, ma nei confronti di arabi e neri, e il ragionamento va quindi capovolto: fu proprio l’aggressione fascista all’Etiopia, uno dei paesi più civili dell’Africa (tra l’altro prevalentemente cristiano), con tutte le spietate forme di crudeltà e di rappresaglie indiscriminate, a spingere il fascismo italiano all’alleanza con la Germania nazista, seguendola nella folle avventura della Seconda guerra mondiale.

36 Si veda ora il recentissimo libro in cui Traverso colloca la violenza nazista nella storia dell’Europa e del mondo, e identifica nella sua “genealogia” anche il colonialismo: Enzo Traverso La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna, 2002.

37 Altra cosa è il fatto che nuove tensioni possono esplodere, dal momento che il ritorno alla democrazia (cioè la fine dell’apartheid) ha lasciato praticamente intatto il potere economico dei bianchi (con qualche frangia di neri associati) e può quindi ha lasciato aperte molte contraddizioni.

38 Molti giornalisti e uomini politici si sono prestati, anche nel nostro paese, ad avallare questa tesi, insinuando perfino che le Brigate Rosse nostrane sarebbero state armate e finanziate dall’Olp (mentre l'unico dato certo emerso dai brigatisti pentiti è stato che avevano ricevuto un'offerta di collaborazione da parte del Mossad).

39 Mentre concludevamo questo scritto, è esplosa negli Stati Uniti una violenta polemica sulle reticenze di Bush sulle informazioni ricevute da mesi e anche pochi giorni prima dell’attacco alle Due Torri. È emerso in particolare che i piani per l’invasione dell’Afghanistan erano già stati approntati prima dell’attentato, e questo ha fatto riaffiorare il sospetto, già avanzato subito dopo l’11 settembre, che l’azione terroristica non sia stata prevenuta per poterla utilizzare come pretesto per l’inizio della guerra infinita. Molti commentatori avevano fatto inizialmente riferimento a Pearl Harbour, ma ogni riferimento a quell’episodio è sparito quando qualcuno ha ricordato che gli Stati Uniti non potevano ignorare l’attacco in preparazione, dato che erano in grado di decifrare i messaggi in codice dell’aviazione giapponese. La mancata messa in allarme della base statunitense sarebbe servita al presidente Roosevelt a vincere le forti resistenze dell’opinione pubblica ostile all’entrata in guerra scatenando un’ondata di indignazione e di desiderio di vendetta.

40 Sui progetti di conquista del sud del Libano rinviamo, già ventilata in scritti riservati di esponenti sionisti negli anni Venti, si veda Antonio Moscato, Libano e dintorni, integralismo islamico ed altri integralismi, Sapere 2000, Roma, 1993.

41 Tra i dirigenti palestinesi uccisi a Roma, ricordiamo il responsabile dell’informazione dell’Olp, Abu Sharar (9 ottobre 1981) e, soprattutto, Wael Zwaiter (17 ottobre 1972), un intellettuale e militante che ha lasciato una traccia profonda in tutti coloro che l’hanno conosciuto e che è stato ricordato in un bel libro: AA. VV. Per un palestinese. Dedica a più voci a Wael Zuaiter, a cura di Janet Venn-Brown, Mazzotta, Milano, 1979, ora fuori catalogo, ma reperibile presso la Fondazione Internazionale Lelio Basso, via Dogana Vecchia 5, Roma. Un altro tipo di imprese terroristiche sioniste nello stesso Stato di Israele è venuto alla ribalta nel 1977, con l’arresto di un gruppo di estremisti che avevano già messo a segno vari attentati contro palestinesi e contro il movimento della pace israeliano e che stavano preparando un salto qualitativo, con attentati simultanei a molti autobus di linea palestinesi nei territori occupati (e, probabilmente, anche attentati contro personalità governative israeliane ritenute troppo "morbide", determinando così l’intervento delle autorità nei loro confronti). Dell’episodio ha parlato largamente la grande stampa, anche italiana, mettendo però in sordina il dato, rivelatore di vecchie complicità, che sono stati tenuti nascosti i nomi di molti terroristi arrestati, tra i quali ci sarebbero ufficiali in servizio ed "eroi nazionali", secondo indiscrezioni di giornalisti democratici israeliani. Sull’atteggiamento fazioso di gran parte della stampa italiana, si veda il libro-inchiesta sugli articoli sul terrorismo dei dieci maggiori quotidiani italiani curato da Laura Guazzone per la Fondazione Internazionale Lelio Basso, Fabbricanti di terrore, Sapere 2000, Roma, 1986. Il libro esaminava quanto scritto nel mese di ottobre 1985, e scopriva su giornali ben diversi (la Repubblica, Avanti!” e il popolo) articoli praticamente identici e basati su “veline” depistanti.

42Vittime, cit., pp. 232.

43 Ivi, pp. 232-233.

44 Ivi, p. 233.

45 Ivi, p. 253.

46 Ivi, p. 254.

47Ibidem.

48 Ivi, p. 253.

49Ibidem.

50 Ivi, pp. 253-254.

51 Ne ho un ricordo personale, anche se ero appena un ragazzo, perché fui svegliato nella notte da un boato tremendo; nei giorni successivi fui portato da mio padre in via XX Settembre (a poco più di un chilometro da casa mia) a vedere l’immenso cratere che aveva preso il posto dell’edificio (l’ambasciata è stata ricostruita molto più tardi sullo stesso luogo).

52Vittime, cit., p. 219.

53 Issam Sartawi era nato ad Acco, in Palestina, nel 1934. Esiliato dal 1948, si laureò in medicina negli Usa, divenendo un noto cardiochirurgo. Già legato al Movimento nazionalista arabo (all’interno del quale militavano Habbash, Hawatmeh, Mohsen Ibrahim, Basil al-Kubeissi e altri futuri dirigenti palestinesi e libanesi), nel 1967 abbandona una carriera sicura per divenire l’animatore di un piccolo gruppo combattente, che si fonderà successivamente con al-Fatah. Convinto fra i primi della necessità di costruire uno Stato democratico e laico in cui anche gli ebrei abbiano il loro posto, comincia a occuparsi delle cause dell’emigrazione degli ebrei orientali in Israele, scoprendo presto che essi sono stati spesso sospinti da azioni congiunte del terrorismo israeliano e dei regimi arabi reazionari ad abbandonare le loro case. Tenterà, con modesti successi, di organizzare una controemigrazione ebraica verso il Marocco. A partire dal 1974. comincia una serie di incontri con alcuni israeliani come Maxime Ghilan o Uri Avneri, che rifiutano di definirsi antisionisti, ma riconoscono la necessità di uno Stato palestinese e accettano di discutere con l’Olp. Anche grazie a questi contatti, diventa uno dei principali esperti di relazioni israeliano-palestinesi dell’Olp . Minacciato più volte dal gruppo di Abu Nidal, (e denunciato anche come "terrorista" pericoloso dai dirigenti israeliani), verrà ucciso durante il Congresso dell’Internazionale Socialista ad Albufeira, in Portogallo (il 10 aprile ), dove si era recato come osservatore dell’Olp, ma non aveva potuto prendere la parola, per l’ostinata opposizione del Partito laburista israeliano, in particolare del suo leader, Shimon Peres. Al suo posto, Arafat nomina immediatamente Ilan Halevy, di ascendenza ebraica e in passato cittadino israeliano, per sottolineare la volontà di proseguire il dialogo con tutte le componenti democratiche di Israele.

54 Non è questa la sede per discuterne, ma comunque va fatto. Bisogna impedire l’amalgama, impedire che questi misteriosi “Rambo clonati”, guidati da un miliardario che è stato a lungo al soldo degli Stati Uniti, possano assumersi la rappresentanza delle lotte di liberazione dei popoli.

55 Naturalmente è legittima la presunzione di innocenza per i singoli accusati, fino a quando non venga provata la loro partecipazione diretta alle violenze, ma è scandaloso il tono da “velina” del Minculpop con cui tutte le teevisioni e tutti i giornali (di governo o del centrosinistra) parlano delle “presunte violenze”, come se fosse in dubbio la loro esistenza.

56 Agli occhi del Fplp, questo scambio “getta le basi per portare in tribunale l'intera Intifada”, dato che secondo i criteri del regime di Tel Aviv l'Intifada sarebbe una "sollevazione terrorista”. E l’organizzazione palestinese prosegue: “Questa nuova concessione da parte dell'Anp stimolerà gli appetiti dei nemici del nostro popolo, i quali si sentiranno ora autorizzati a esigere nuove concessioni da parte dei palestinesi […]. Questo Accordo sottoscritto dall'Autorità nazionale palestinese sembra essere stato concluso per porre fine all'assedio del Presidente palestinese, ma l'assedio a cui è sottoposto il nostro popolo continua e si intensifica. È un Accordo che va quindi respinto da tutti i punti di vista”. Il testo, firmato dall’Ufficio politico del Fplp, fa presagire una nuova crisi interna all’Olp.

57 Barghuti ha fatto queste dichiarazioni in un’intervista al corrispondente de il manifesto Michele Giorgio, pubblicata su quel giornale il 5 maggio 2002.

58 L’episodio è nel libro dei Giudici, 16, 22-30. La notizia del “premio in denaro” per i “martiri” è stata diffusa dall’ufficio stampa dell’esercito israeliano e riferita sul “Corriere della sera” del 4 maggio 2002 da Lorenzo Cremonesi che, pur essendo sionista, metteva in dubbio la fondatezza dell’informazione, basata sull’intercettazione di lettere con cui i dirigenti dei Tanzim chiedevano ad Arafat uno stanziamento di mille euro per le famiglie dei “martiri” caduti sotto i colpi degli israeliani, ottenendone solo poche centinaia. Insomma, una panzana costruita sull’equivoco di presentare i “martiri” come “kamikaze”, insinuando quindi che questi sacrificherebbero la propria vita per qualche soldo. È proprio vero che invenzioni come questa la dicono lunga sulla morale di chi le mette in circolazione ed, evidentemente, considera il denaro molla essenziale di ogni azione.

59 Il concetto di "popolo ebraico" viene dato per scontato da tutte le componenti del sionismo e viene comunemente accettato in articoli o libri di divulgazione, ma è in realtà contestato da molti studiosi, anche di ascendenza ebraica, che hanno sottolineato le grandi differenze esistenti tra le diverse comunità presenti nel mondo, con diversi livelli di assimilazione, con lingue diversissime (l’yiddish nell’Europa orientale, l’arabo dal Maghreb al Medio Oriente, le lingue dei paesi ospitanti in gran parte dell’Europa occidentale, il ladino, cioè un dialetto ispanico del XV secolo., nel caso di una parte delle comunità sefardite). Si veda, ad esempio, la bella introduzione di Maxime Rodinson ad Abraham Lèon, La conception materialiste de la question juive, Edi; Parigi, 1968, ora anche in Maxime Rodinson, Peuple juif ou problème juif? , Maspero, Parigi, 1981, che contiene numerosi altri saggi sull’argomento. Rodinson, tra l’altro, risponde a un critico filosionista di avere avuto notevoli difficoltà a trovare una definizione adeguata a "definire una unità che riunirebbe il re David, Einstein, Gesù di Nazaret, Maimonide, Moses Mendelssohn, Karl Marx, Menahem Begin, Jacques Offenbach, Benjiamin Disraeli, Michel Debré, Tristan Bemard, ecc., senza dirnenticare me stesso e il mio critico" (ivi, p. 10). Anche un autore di diverso orientamento politico, ma serio e documentato, Georges Friedmann, mette in dubbio l’esistenza di un "popolo ebraico", di una "nazione ebraica", prima dello Stato di Israele, che ha invece dato origine a una nuova nazionalità, sia pur artificialmente creata (Georges Friedmann, Fine del popolo ebraico, Comunità, Milano, 1968, pp. 235-242 e passim; l’autore, tra l’altro, nel testo usa in genere tra virgolette il termine "popolo ebraico", che compare invece nel titolo).

60 Karl Marx, Opere, vol. XLII, Editori Riuniti, Roma, 1975, pp. 691-692 (Lettera a Kugelman del 29 novembre 1869). Friederich Engels, “Persia-Cina”, in K. Marx-F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 155.

61Israele senza confini. Politica estera e territori occupati, a cura di Antonio Moscato, prefazione di Sergio Giulianati, Sapere 2000, Roma, 1984.

62 Alludevo a un drammatico episodio accaduto nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1984. Quattro palestinesi, tutti diciottenni, avevano tentato di dirottare un autobus di linea per raggiungere il confine egiziano. Erano armati solo di coltelli e avevano una valigetta in cui dicevano di avere esplosivo. Accortisi che tra i passeggeri c’era una donna incinta, l’hanno fatta scendere, e questa ha avvisato la polizia. Il veicolo è stato bloccato dalle forze di sicurezza israeliane prima del confine, i quattro giovani e una soldatessa israeliana sono stati uccisi. Vari testimoni e una fotografia hanno rivelato che almeno due dei ragazzi sono stati uccisi dopo che si erano arresi. Dopo quel che è accaduto loro, mi domandavo, ci si può aspettare che chi tenterà di vendicarli si preoccupi come loro della gravidanza di un’israeliana?

63 Citato da Umberto Di Giovannangeli, “Israele come Polifemo”, in Limes. Guerra santa in Terra santa, n. 2, 2002, p. 45.

64 In questa sede non ha senso discutere quanto sulla teorizzazione e ancor più sulla pratica del Partito bolscevico prima della rivoluzione abbiano influito le condizioni di clandestinità, per non parlare delle distorsioni della stessa democrazia sovietica createsi nel corso della guerra civile. Rinvio per questo al mio saggio “Lenin,Rosa e il partito”, in Antonio Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996.

65 Peraltro, va ricordato che, anche se contestato da varie parti, il gruppo dirigente dell’Op, nelle prime elezioni svolnpsi nei territori nel gennaio 1996, ha ottenuto una nettissima maggioranza. I “limiti” della democrazia nell’Olp e nell’ANP, oggi assurdamente denunciati da Sharon, ci sono, come ci sono in Israele (che ha visto trionfare in elezioni formalmente ineccepibili dei notori terroristi e assassini) o in Italia dove, da Giolitti a Berlusconi e Previti, non sono mancati i “ministri della malavita”.

66 Ayalon aveva fatto questa affermazione in un’intervista a Le Monde del 23 dicembre 2001, riportata da Joseph Halevi, nell’art. citato su Rivoluzioni del 1° maggio 2002.

67 Edward Said, “Pensare il futuro”, in Rivoluzioni, cit. Said elencava una serie di brillanti intellettuali palestinesi e si domandava perché non venissero utilizzati per rintuzzare quotidianamente l’insidiosa campagna mediatica dei sionisti. Effettivamente (e questo vale non solo per l’Anp, ma anche per altri movimenti), i criteri di scelta dei portavoce a volte privilegiano i mediocri “leali” al leader rispetto alle donne e agli uomini più capaci, ma dotate/i di autonomia di giudizi. Gli ultimi scritti di questo originale studioso sono stati raccolti recentemente in volume: Edward Said, Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo, Feltrinelli, Milano, 2002.

68 I laburisti israeliani, che sferzano abitualmente la “doppiezza” dell’Olp e quindi ne proclamano l’inaffidabilità, dovrebbero capire bene meglio di altri questo atteggiamento dell’Olp e l’ambiguità demagogica di molte sue affermazioni, non solo perché, come abbiamo visto, non hanno mai avuto bisogno di maestri nel mentire, ma anche perché si sono formati in gran parte a contatto con la socialdemocrazia europea e hanno imparato qualcosa anche dai partiti comunisti stalinizzati dei paesi di provenienza. Non hanno dunque proprio il diritto di parlare, tanto più che hanno sempre saputo bene che i discorsi dell’Olp erano tanto più infuocati quanto più la prassi era opportunistica e protesa a realizzare accordi di compromesso. Se c’era una “doppiezza” e una slealtà, era non nei confronti di Israele, ma dei militanti di base, ai quali si cercava di fare accettare una linea non corrispondente alle loro aspirazioni.

69 In Salah Jaber, Palestina: dove va l’OLP, Nuove Edizioni Internazionali, Milano, 1989, un testo agile ma di grande importanza per conoscere le critiche della sinistra palestinese e di quella araba impegnata a sostenerla.

70 La difficoltà a capire che il rifiuto dell’ingerenza si doveva solo alle complicità dell’Olp con le borghesie e gli stessi gruppi feudali dominanti nei vari Paesi arabi, nella sinistra italiana ed europea è stata accresciuta dalla perdita di ogni concezione internazionalista. Lo sciovinismo e la xenofobia hanno cancellato perfino la memoria di un atteggiamento che era stato caratteristico del movimento democratico fin dal Risorgimento (dalla presenza di volontari polacchi e ungheresi tra i Mille alla partecipazione di garibaldini a lotte di altri paesi, fino alla polarizzazione del nascente movimento comunista intorno all’esperienza della Rivoluzione russa e della prima Repubblica sovietica).

71 I falangisti furono sempre il gruppo privilegiato dai dirigenti israeliani come interlocutore, nonostante Gemayel avesse modellato il suo movimento su quello fascista.

72 Rinvio inevitabilmente per questo al mio libro Libano e dintorni, cit., passim. Agli increduli e ai nostalgici di un ruolo “progressista” della Siria, di cui da un pezzo in realtà non c’era più traccia, a meno che non consistesse nel buon rapporto con l’Urss di cui era cliente per l’acquisto di armi, ricordo che anche durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982 le consistenti forze militari siriane presenti nel paese si limitarono a qualche scaramuccia, lasciando che il peso dell’enorme apparato militare israeliano si scaricasse sulle formazioni insufficientemente armate dell’Olp e, soprattutto, sui rifugiati palestinesi nei campi.

73 Michael Warschawski, Sionismo e questione ebraica, cit., pp.106-107.

74 Ivi, p. 107.

75Ibidem.

76 Va detto che facevano eccezione alcune rare personalità sioniste, ancorate a una solida visione morale, come il Presidente del Congresso ebraico mondiale, Nahum Goldmann, che venne però liquidato se non come un traditore, come un tipico esemplare della “mentalità della Diaspora”. Anche recentemente, un vero e proprio linciaggio morale colpisce quegli ebrei statunitensi come il rabbino Michael Lerner che, essendo “sensibili alla giustizia sociale, si sentono traditi dalla politica di Israele che appare con tutta evidenza immorale e autodistruttiva”, e che vengono per questo accusati di essere “ebrei che odiano se stessi”. Michael Lerner,”Gli ebrei che criticano Israele non ‘odiano se stessi’”, in il manifesto, 5 maggio 2002.

77 Heytan Haber, Menahem Begin, Stosck, Parigi, 1978, p. 396. Il testo di Haber è interessante, perché non nasconde molto delle origini militariste e autoritarie delle "camicie brune" di Jabotinskij, di cui Begin fu giovanissimo dirigente in Polonia. Interessante che al momento dell‘entrata dell‘Armata Rossa in Polonia Begin pensò che fosse preferibile l‘occupazione tedesca, illudendosi che l‘intenzione dei nazisti di “ripulire l‘Europa dagli ebrei“ potesse significare che “avrebbero permesso agli ebrei di emigrare dove volessero“, mentre i sovietici sarebbero stati sicuramente antisionisti. Anche un altro libro apologetico molto favorevole a Begin (Jacques Derogy, Hesi Carmel, Histoire secréte d‘Israël, Olivier Orban, Parigi, 1978) parla a più riprese della lotta di Ben Gurion contro quelli che definiva gli “hitlero-sionisti“. Sui rapporti tra i revisionisti di Jabotinskij-Begin e il fascismo italiano si veda anche: Carlo Leopoldo Ottino, “Jabotinskij e l‘Italia”, in Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Quaderno del Cdec, n. 3, a cura di G. Valabrega, e soprattutto Guido Valabrega, Ebrei, fascismo, sionismo, Argalìa, Urbino, 1974, in particolare alle pp. 58-88.

78  La lettera è stata pubblicata il 10 maggio su il manifesto e il giorno successivo su Liberazione.

79Ibidem. Il corsivo è mio, per sottolineare la durezza di un giudizio pronunciato dall’interno.

80 Morris, op. cit., p. 725.

81 Ivi, p. 735.

82 Ivi, p. 737.

83 Si veda oltre, tra i Documenti, lo scritto in cui Mubarak Awad aveva teorizzato la non violenza, e altre notizie sulla sua espulsione.

84 Il ricorso a quelle feroci misure repressive nei confronti degli adolescenti e dei bambini ha provocato anche un aumento delle turbe psichiche tra i soldati che non erano stati capaci di rifiutare quegli ordini criminali, o che comunque avevano dovuto assistere alla loro applicazione.

85 Léon Trotsky,  Sur la question juive et le sionisme, Maspero, Parigi, 1974, p. 48.

86 Ivi, p. 17.

87 Un episodio analogo è accaduto nel 2002 davanti alla sinagoga di Djerba, in Tunisia. Vi perirono 21 persone, tra cui 14 turisti tedeschi. Le autorità tunisine hanno cercato di attribuirlo a un casuale incidente, ovviamente per non scoraggiare il turismo. Solo due mesi dopo (il 18 maggio) un presunto “comandante di al Qaeda” (l’organizzazione di Bin Laden) ha rivendicato sul quotidiano internazionale in lingua araba “Asharq al-Awsat” l’attentato, probabilmente per dare un segnale di sopravvivenza della fantomatica “struttura” che sarebbe la mente di ogni atto terroristico, e che probabilmente è invece in grande difficoltà.

88 Questa visione è sorretta da una ricostruzione distorta delle vicende storiche, che presenta ogni forma di intolleranza religiosa o culturale (come quelle presenti nel mondo classico greco-romano, verso gli ebrei, ma anche verso i primi cristiani) come parte di un unico progetto di sterminio, da Nabucodonosor a Tito e Vespasiano, fino a Hitler e Arafat. Analogamente viene cancellata la realtà storica di una Diaspora avviata negli ultimi secoli dell’Impero romano in prevalenza per ragioni economiche, come quella di tantissimi altri popoli, presentandola invece come una violenta deportazione di massa riservata esclusivamente agli ebrei. Nel quadro della stessa ideologia, e per evidenti ragioni, i sionisti tacciono sullo sterminio nazista dei rom e sinti, o degli slavi, o su quello degli armeni durante la Prima guerra mondiale, e denunciano come manifestazione di antisemitismo o di “revisionismo negazionista” la comparazione dell’Olocausto con i tanti altri massacri che hanno caratterizzato il secolo ventesimo, o peggio ancora con gli stermini dell’epoca coloniale: la sorte degli ebrei deve essere considerata unica e incomparabile, e collocata in un’aura quasi religiosa di predestinazione (da cui il brutto termine olocausto), anziché collocarla nella storia orribile della dominazione capitalistica e della ideologia razzista che l’ha accompagnata e giustificata.

89 Ovviamente, la politica di Israele, pur avendo motivazioni autonome, si è largamente modellata sul comportamento degli Stati Uniti in tante parti del mondo, che ha avuto negli ultimi dieci anni una recrudescenza, con interventi del tutto sproporzionati alle cause dichiarate, contro l’Iraq, la Somalia e più recentemente l’Afghanistan (per non parlare dei meno recenti e ugualmente barbarici interventi a Panama e nella piccolissima Grenada).

90 La conformazione del territorio, e la notevole vicinanza dei “nemici” che Israele teme di più (i palestinesi) rende difficile l’utilizzazione contro di essi delle centinaia (tra 200 e 400) di testate nucleari israeliane. Nel caso poi che venissero lanciate su altri paesi, come l’Iraq o l’Iran, da un lato non fermerebbero la rivolta palestinese (che non ha e non bisogno di “istigatori”), dall’altro provocherebbero un’ondata di sdegno a livello mondiale e in particolare in tutta l’area arabo-islamica, che comprende anche almeno un paese sicuramente dotato di armi atomiche (e dai precari equilibri politici), il Pakistan. Le enormi risorse impegnate nella produzione delle armi atomiche sono quindi state poco produttive ai fini della sicurezza di Israele. A meno che non ci sia chi pensi di usarle su larga scala nei confronti  di tutti i potenziali nemici, superando in un colpo solo i crimini del nazismo e quelli di Hiroshima e Nagasaki. È un’ipotesi poco probabile, ma non del tutto inverosimile, se si pensa che gli israeliani sono stati educati al culto di Masada, il luogo in cui, durante la rivolta di Bar Kokhba del 132-135, un’intera comunità di ebrei preferì il suicidio alla resa alle legioni romane.

91 Chalmers Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti, Milano, 2001.

92 Ivi, p. 99.

93 Ivi, p. 313.

94 Ivi, p. 55.

95 Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, Londra, 1986 (trad. it.: Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989).

96 Ivi, pp. 55-56.

97 Non necessariamente di sinistra, o proletari: spesso sono imprenditori preoccupati per il prezzo che devono pagare per mantenere questa politica; ad esempio, quei settori che premono per la fine dell’embargo a Cuba, calcolando che ha arrecato non meno danni all’economia statunitense che all’odiato “regime castrista” (i danni economici a Cuba in realtà sono stati enormi, ma il loro sottoprodotto è stato il rafforzarsi dell’orgoglio cubano, che grazie a esso ha perdonato a Fidel Castro i molti errori commessi).

98 Più che la celebre frase di Mao sui rivoluzionari che si muovono tra il popolo come “un pesce nell’acqua”, viene in mente l’impresa del Che Guevara a Santa Clara, quando disorientò, sconfisse e costrinse alla resa con soli duecento guerriglieri un esercito di 5.000 soldati dotati di armi pesanti, compreso un treno blindato, che però non aveva l’appoggio della popolazione che, appunto, bloccò il treno togliendo i binari e guidò i barbudos sulle terrazze e attraverso varchi aperti tra una casa e l’altra, fino a cogliere di sorpresa i militari batistiani, cancellando così l’enorme sproporzione numerica.