I grandi nodi del Novecento › Il medio oriente lacerato
Israeliani fuori dal coro
Un libro curato da Michael Warshawski nel 2003, tempestivamente tradotto da Titti Pierini, ma rifiutato da diversi editori. Una logica conseguenza dell'atteggiamento della maggior parte della sinistra, compreso il Manifesto, che privilegia sempre i sionisti inquieti ed è infastidita dai militanti israeliani decisamente antisionisti.
Versione di lettura convertita dal file originale.
Fuori dal coro
Le voci dissidenti in Israele
(A contre choeur, les voix dissidentes en Israël, Textuel, Paris, 2003)
PREFAZIONE
ISRAELIANI FUORI DAL CORO
“20. Il Signore adunque disse: Certo il grido di Sodoma e di Gomorra è grande, e il loro peccato è molto grave.
21. Ora, io scenderò, e vedrò se son venuti allo stremo, come il grido ne è pervenuto a me: e se no, io lo saprò. […]
23. Ed Abraham s'accostò e disse: Faresti tu pur perire il giusto con l'empio?
24. Forse vi son cinquanta uomini giusti dentro a quella città; li faresti tu eziandio perire? Anzi non perdoneresti tu a quel luogo per amor di cinquanta uomini giusti che vi fosser dentro?
25 Sia lungi da te il fare una cotal cosa, di far morire il giusto con l'empio, e che il giusto sia al par con l'empio; sia ciò lungi da te; il giudice di tutta la terra non farebbe egli diritta giustizia?
26. E il Signore rispose: Se io trovo dentro alla città di Sodoma cinquanta uomini giusti, io perdonerò a tutto il luogo per amor d'essi.
27. Ed Abraham rispose, e disse: Ecco ora io ho pure impreso di parlare al Signore, benché io sia polvere, e cenere.
28. Forse ne mancheranno cinque di quei cinquant'uomini giusti; distruggeresti tu tutta la città per cinque persone! E il Signore disse: Se io ve ne trovo quarantacinque io non la distruggerò.
29. Ed Abrahan continuò a parlargli, dicendo: Forse vi se ne trovano quaranta. E il Signore disse: Per amor di quei quaranta, io nol farò.
30.Ed Abrahan disse: Deh, non adirisi il Signore, ed io parlerò: Forse vi se ne troveranno trenta. E il Signore disse: Io nol farò, se ve ne trovo trenta. […]
32. Ed Abraham disse: Deh, non adirisi il Signore, ed io parlerò sol questa volta. Forse vi se ne troveranno dieci. E il Signore disse: Per amor di quei dieci, io non la distruggerò.
33. E quando il Signore ebbe finito di parlare ad Abraham, egli se ne andò; ed Abraham se ne ritorna al suo luogo”
[Genesi, cap. VIII, vv. 20-33, in La Sacra Bibbia, traduzione di Giovanni Diodati]
Dal luglio 2002, le voci provenienti da Israele si saldano in una armonia sorprendente dopo due decenni di espressioni discordanti, addirittura definite da alcuni come una vera e propria cacofonia. Più che di armonia, si tratta di una corale militare, disciplinata, fervida, ma mortalmente noiosa, accompagnata dal crepitio di mitragliatrici pesanti, dal rumore degli obici che si abbattono sulle case di Nablus, dallo stridore dei cingoli di carri armati che schiacciano tutto ciò che trovano sul loro cammino, dalle grida delle madri palestinesi, ma anche di quelle israeliane, di fonte ai figli assassinati.
Una società che scivola nel pensiero unico, in cui si smette di discutere, in cui non si ammette neanche che possa esistere un’espressione diversa, è una società che smette di pensare. Ed ecco che si ritorna all’esercito, l’istituzione che per sua stessa essenza sostituisce al pensiero l’ubbidienza e in cui la parola si riduce al “Signorsì, signor capitano”. Pensiero unico, fine del pensiero, fine della morale, obbedienza cieca. Smettendo di pensare, la maggior parte degli intellettuali hanno perso la capacità di distinguere il bene dal male. Mentre gli chiedevo di spendere la propria autorevolezza morale per far cessare il fuoco sulle ambulanze palestinesi, un grande scrittore-di-sinistra israeliano mi ha risposto, qualche mese fa, in un dibattito su France Culture: “Lasci perdere la morale. La situazione esige prese di posizione politiche, non lezioni di etica”. Probabilmente è il contrario: forse, non volendo più lasciarsi guidare da principi etici, i nostri intellettuali rinunciano semplicemente a pensare? Sciocchi e miserabili. Miserabili perché sciocchi, sciocchi perché miserabili.
Pensiero unico, fine della morale. Israele si sarebbe dunque ridotto a nient'altro che a una banda armata, senz'anima né coscienza? Ad ascoltare certe emittenti radio ebraiche francesi, sicuramente. Ma, a guardare più da vicino, tendendo l'orecchio al di là dei rullii del tamburo e alle trombe della fanfara del consenso, è dato cogliere alcuni suoni diversi, dissonanti, fuori dal coro.
Ci sono ancora, infatti, in Israele, uomini e donne che si rifiutano di urlare con i lupi, degli israeliani che non accettano né di far tacere la propria coscienza, né di imbavagliare le proprie capacità critiche; degli israeliani che resistono e che si battano contro il razzismo e l’odio, contro la rassegnazione e la disperazione; che non hanno smesso di credere nella pace e che continuano a battersi per la coesistenza tra i popoli.
Questi resistenti – perché, di fronte alla cappa di piombo abbattutasi sulla loro società, hanno avviato una forma di resistenza, pacifica ma decisa – ricorrono ad ogni mezzo disponibile pur di far sentire il loro grido di rabbia e di dolore; per esprimere in concreto una solidarietà politica con le vittime della guerra portata avanti dal loro stesso governo. Non godono del favore dei media, anche se permangono spazi critici (di cui cerchiamo di offrire qualche esempio in questa raccolta). All’estero non si ha spesso l’occasione di sentirne parlare.
In che cosa consiste questa dissidenza? Che rilevanza ha? Sono le domande cui cercheremo di rispondere, seguendo la dinamica degli sviluppi interni della società israeliana negli ultimi due decenni, più precisamente delle mutevoli percezioni del conflitto israeliano-arabo e delle prospettive di pace e di coesistenza nell’area.
All’inizio, era il consenso
Fin dagli albori, la società israeliana si è organizzata come una società di tipo totalitario: la società civile è stata assorbita dalle istituzioni sioniste precedenti lo Stato, poi dallo Stato. Si tratta di una sorta di Stato-provvidenza come solo i paesi dell’Europa dell’Est hanno conosciuto, vale a dire uno Stato che si occupa di tutti gli aspetti della vita economica, sociale e culturale della popolazione, la inquadra e stabilisce i confini di quel che è lecito e di quel che non lo è.
Eppure – è importante sottolinearlo – la destra condivide la sostanza dei valori e delle posizioni politiche sostenute dal Mapai e dei suoi alleati, e le concezioni si differenziano solo in campo economico e sociale. Solo i comunisti respingono quella che è la base del consenso politico, ma il loro partito rappresenta una componente essenzialmente araba. In altri termini, tranne una piccola parte delle comunità religiose e una minoranza marginale di non sionisti di sinistra, dal 1948 alla fine degli anni Settanta, la popolazione ebrea di Israele condivide la stessa ideologia e la stessa concezione politica di fondo. Tale consenso politico può sintetizzarsi in un credo in dodici punti:
–la Palestina storica è la patria del popolo ebraico;
–il sionismo è il movimento per la liberazione nazionale del popolo ebraico e per il ritorno di questo nella propria patria;
–dopo duemila anni, il popolo ebraico ritorna nella sua patria allo scopo di colonizzarla (Yishuv) e di ricostruirvi uno Stato ebraico;
–l’immigrazione ebraica (Alya) è un’assoluta priorità del sionismo e dello Stato di Israele;
–la guerra del 1948 è una guerra di liberazione nazionale, in cui la comunità ebraica si è difesa dall’aggressione araba generalizzata;
–gli arabi hanno come obiettivo la distruzione di Israele, mentre lo Stato di Israele non ha mai smesso di lavorare per la pace con i vicini;
–tutte le guerre tra Israele e gli Stati arabi sono state guerre imposte ad Israele da un mondo arabo che voleva soltanto scalzarlo dalla sua terra;
–Israele è uno Stato ebraico, lo Stato di tutti gli ebrei del mondo e di questi soltanto;
–Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente;
–Israele è, e vuole essere, l’avamposto dell’Occidente e del mondo libero, rispetto all’Oriente barbarico;
–l’unità nazionale di fronte al nemico, e al mondo in genere, è doverosa e il dibattito politico e ideologico è subordinato a questo imperativo dell’unità;
–il governo è l’espressione dello Stato, a sua volta espressione del popolo ebraico, e gli si deve obbedienza incondizionata.
Dal 1948 al 1978, la stragrande maggioranza della popolazione ebraica di Israele è unita intorno a questo credo e le discussioni politiche e ideologiche che attraversano in quei tre decenni la società israeliana partono da una generale concordanza su questi dodici principi. La stessa opposizione di destra resta fondamentalmente leale ed esclude qualsiasi sovversione nei confronti del regime politico e dell’ideologia dominante, che pure denuncia. Solo l’estrema sinistra antisionista e la sinistra non sionista mettono in discussione, in tutto (nel caso del movimento del Matzpen) o in parte (nel caso del Partito comunista), questi principi basilari. Esse hanno un’influenza marginale sulla popolazione ebraica di Israele, sono bandite dalla collettività e sottoposte a una repressione poliziesca e sociale. Le idee sostenute da queste correnti non sono comunque prive di interesse, al contrario.
Il Pc israeliano, pur vedendo nella guerra del 1948 una guerra di liberazione nazionale e accettando la legittimità di uno Stato ebraico, si oppone radicalmente alla politica dei vari governi israeliani, sia sul piano interno (discriminazione istituzionalizzata della popolazione non ebrea), sia su quello dei rapporti israeliano-arabi. Non condivide dunque le idee comunemente accettate e si colloca al di fuori dell'union sacrée. Quanto all’estrema sinistra, essa è radicalmente antisionista, sostiene la natura coloniale dell’impresa sionista e auspica un cambiamento rivoluzionario del regime e l’alleanza con il movimento nazionale palestinese. Dopo il 1967, questa sinistra si concentra sulla denuncia sistematica dell’occupazione e della colonizzazione. È completamente emarginata, dal momento che gli anni 1967-1973 segnano l’apogeo della sant'alleanza e del consenso: anche oppositori di lunga data, collocati ai margini del consenso sionista, come il giornalista Uri Avnery e gli scrittori Amos Keinan o Dan Ben Amotz, si impantanano all’epoca per un certo periodo nell’atmosfera deleteria dell'union sacrée.
I bei giorni del movimento per la pace
La guerra dell’ottobre 1973 cambierà tutto. Essa segna l’avvio della fine del consenso. L’offensiva egiziano-siriana sorprende il governo. L’esercito e l’opinione pubblica tutta sono inebriati dal senso di potenza indotto dalla vittoria del 1967. Eppure, Israele ha subito allora la sconfitta militare più grave, anche se, grazie all’eccezionale aiuto degli Stati Uniti, alla fine l’esercito ha rovesciato la situazione. Alla testa del movimento, e poi dello Stato sionista da quasi cinquant’anni, la direzione laburista ha perso parte della propria credibilità e, con questo, lo stesso Stato ha visto rimettere in discussione la propria infallibilità.
Un movimento spontaneo e di massa esige allora le dimissioni dei capi del governo, che sfuggono di misura al verdetto delle urne. Tre anni dopo, però, è la fine del regime laburista e l’avvento al potere della destra. La nomenklatura laburista e la sua enorme clientela sono pronte a passare all’opposizione: parlano di fascismo e di liquidazione dello Stato che avevano modellato a loro immagine e somiglianza. Eppure, sarà l’estrema destra e non la sinistra sionista a entrare in dissenso: infatti, la destra tradizionale, guidata da Begin, firma nel 1978 il trattato di pace con l’Egitto, si ritira dal Sinai e vi smantella tutte le colonie.
Si impone un’osservazione semantica: spesso si definisce il movimento israeliano della pace “movimento pacifista”. La cosa può prestarsi a confusione, perché i militanti del movimento israeliano della pace sono ben lungi dall’essere pacifisti o antimilitaristi: i firmatari del documento di fondazione di Peace Now sono tutti ufficiali riservisti (tanto che Janet Aviad, che faceva parte del gruppo iniziale e fu in seguito portavoce del movimento, non ha potuto sottoscriverlo), i quali riconfermano la loro lealtà incondizionata nei confronti dell’esercito. Ancora oggi, Peace Now si oppone al movimento dei renitenti, Yesh Gvul. In Israele, essere “pacifista” non significa esprimere un’opposizione ideologica alla guerra, ma sta piuttosto ad indicare l’opposizione a certe forme di oltranzismo espansionista.
Sarà, alla fine, la guerra del Libano del 1982 a spaccare in due la società israeliana e ad imprimere al movimento israeliano della pace il suo carattere di effettiva contestazione. Per la prima volta si definisce una guerra, per bocca dello stesso Primo ministro, come guerra in cui “si ha la scelta”, e cioè non in risposta a un’aggressione araba, reale o presunta, ma come azione deliberatamente scelta. Ed è anche la prima volta che gli obiettivi reali della guerra vengono nascosti alla popolazione: si parla di una zona di sicurezza di 40 km per proteggere la Galilea, mentre ben presto risulta che l’obiettivo è raggiungere Beirut, per insediare al potere gli alleati falangisti dell’esercito israeliano, schiacciare l’Olp ed espellere i palestinesi. L’opinione pubblica israeliana non ha tardato a scoprire di essere stata ingannata e le file delle manifestazioni pacifiste hanno cominciato ad ingrossarsi.
Durante la guerra del Libano, il movimento della pace ha sviluppato un modus operandi che funzionerà fino al processo di Oslo. Le organizzazioni più radicali, che partono dall’opposizione di principio alla guerra o all’occupazione, si gettano nella mischia e cominciano ad avere un impatto su parte della base di Peace Now, che fa a sua volta appello alla mobilitazione. Così, alla vigilia dell’invasione del Libano, il 4 giugno 1982, il Comitato di solidarietà con l’Università di Bir Zeit riusciva a mobilitare a Tel Aviv 3.000 manifestanti contro la guerra, trasformandosi sul campo in Comitato contro la guerra del Libano. Tre settimane dopo, mentre l’esercito israeliano era ormai alle porte di Beirut, erano diventati più di 15.000, tra cui numerosi riservisti in congedo. Peace Now, che fino ad allora si era rifiutata di manifestare qualsiasi opposizione a quell’avventura criminale e sanguinosa (“finché i nostri soldati combattono, dobbiamo sostenerli”), decide a quel punto di fare appello a una mobilitazione per la settimana seguente: sarà la prima manifestazione di oltre 100.000 persone contro l’“espansione della guerra” al di là degli obiettivi iniziali e contro… la “rottura del consenso” (sic).
Se le organizzazioni più radicali, come il Comitato contro la guerra del Libano e soprattutto il giovane movimento dei riservisti renitenti, Yesh Gvul, portano avanti un lavoro di sensibilizzazione e di scontro con la politica di guerra e di occupazione, Peace Now cerca soprattutto di capitalizzare l’opposizione popolare, guardandosi regolarmente dal rompere i ponti con quella che ritiene rappresenti la base dell’auspicabile consenso nazionale. È questa la ragione della sua opposizione intransigente al movimento Yes Gvul, che organizza e sostiene il rifiuto di prestare servizio militare nei territori occupati.
I confini tra Peace Now e le organizzazioni più radicali sono permeabili, consentendo a queste ultime di esercitare un’effettiva influenza sulle decisioni di Peace Now e sulla radicalizzazione delle sue rivendicazioni. Questa benefica influenza si manifesta chiaramente nell’atteggiamento di Peace Now sul problema palestinese.
Agli inizi, Peace Now si guarda dal prendere posizione su un argomento la cui soluzione non sembra essere all’ordine del giorno negli anni futuri, mentre l’occupazione si svolge – vista da Israele – in una calma relativa, che le vale il nome di “occupazione illuminata”. Certo, i coloni si danno da fare e il governo di destra dà loro via libera; ma restano un fenomeno marginale nella società israeliana; perlomeno, è ciò di cui la sinistra vuole convincersi.
Le organizzazioni più radicali, in particolare il Comitato di solidarietà con l’Università di Bir Zeit, conducono campagne, relativamente mediatiche, contro la colonizzazione e la repressione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, per il riconoscimento dell’Olp e per il ritiro totale dai territori occupati nel 1967. Questa posizione non si basa – come nel caso di Peace Now – su un pragmatismo nazionalista (sul tema: “l’occupazione corrompe i nostri figli”; oppure: l’occupazione rimette in discussione il carattere “ebraico e democratico” di Israele), ma sul riconoscimento di un diritto – quello dei palestinesi all’indipendenza – e dell’illegalità di un’occupazione che assume sempre più l’aspetto di un’annessione coloniale. Si afferma in maniera crescente la solidarietà con le vittime dell’occupazione e con la loro lotta, anche se Peace Now non la inserirà mai veramente nel proprio programma.
La prima Intifada darà una sferzata ai movimenti che avevano posto l’occupazione al centro delle loro preoccupazioni e della loro attività, ed emergeranno nuove iniziative. Accanto al vecchio Comitato di solidarietà con Bir Zeit, ribattezzato Dai La-Kibush (Basta con l’occupazione!), e a Yesh Gvul, che deve gestire una nuova ondata di riservisti renitenti, compaiono le Donne in Nero, poi varie associazioni che si battono su specifici aspetti dell’occupazione e della repressione dell’Intifada: il Comitato contro la tortura, l’organizzazione per i diritti umani B’tselem, i Medici israeliani e palestinesi per i diritti umani, i Rabbini per i diritti umani. Insieme, esse mobilitano a volte fino a 100.000 persone.
Il crescente impatto delle mobilitazioni della sinistra anticoloniale costringerà Peace Now a radicalizzare le posizioni e ad inserire al centro delle proprie rivendicazioni la fine dell’occupazione, poi il riconoscimento dell’Olp. Tra il 1988 e il 1990, le mobilitazione di svariate migliaia di persone organizzate dai movimenti radicali lasciano il posto a raduni di oltre 50.000 persone, nel corso dei quali Peace Now sostiene un programma che si avvicina sempre di più a quello dei movimenti radicali: ritiro completo, smantellamento delle colonie, trattative con l’Olp. Sembra, a quel punto, che le rivendicazioni essenziali del movimento nazionale palestinese siano finalmente riprese da un parte rilevante della società israeliana che, nel 1992, riesce a fare eleggere un governo di sinistra (laburisti-Meretz), che si richiama alle linee principali del programma del movimento della pace.
Il paradosso di Oslo
La firma della Dichiarazione di principi di Oslo, nell’agosto 1993, provoca, come è comprendibile, una vera e propria euforia nel movimento della pace, indipendentemente dalle varie tendenze. Sembra che il programma, le aspettative, si stiano per realizzare. Pur nel quadro di questa comune euforia, le conclusioni ricavate dalle due componenti del movimento della pace sono comunque tutt’altro che identiche. Per Peace Now, la lotta contro l’occupazione e per la pace israeliano-palestinese si è conclusa il giorno in cui Yitzhak Rabin ha accettato di stringere, con aria imbarazzata, la mano a Yasser Arafat. Spetta ormai al governo condurre la partita, con il totale e incondizionato appoggio del movimento della pace. Quest’ultimo può sedersi sugli allori e godersi il riposo del guerriero, visto che la sua pressione è riuscita a generare un’intesa in cui si sente, giustamente, il vincitore principale. Non solo; niente nella Dop lo costringe a tracciare il bilancio dei tanti crimini che costellano il percorso che va dai primi giorni della colonizzazione alla cerimonia della Casa Bianca; anzi, all’ultimo momento, Rabin è riuscito ad imporre ad Arafat una “denuncia del terrorismo”, che rappresenta l’ammissione appena velata da parte dei palestinesi che la responsabilità del secolare conflitto è stata del terrorismo palestinese e non della colonizzazione sionista e della spoliazione della patria e delle terre palestinesi.
Non è evidentemente così che i/le militanti della sinistra percepiscono il proprio ruolo alla luce della nuova situazione. Per la maggioranza di essi/e gli accordi di Oslo costituiscono una promessa, la cui realizzazione potrà essere garantita soltanto da una decisa mobilitazione e da pressioni sulla coalizione governativa. Non c’è alcuna fatalità, alcuna “irreversibilità”, come pretende la sinistra governativa. L’occupazione prosegue e ben presto si vede che, per certi aspetti, si rafforza: chiusura a tenaglia (sostanziale limitazione della libertà di movimento dei palestinesi) ed estensione della colonizzazione nei territori che Israele si è impegnata con la Dop a restituire ai palestinesi. Vigilanza, mobilitazione e solidarietà sono i tre assi dell’iniziativa delle organizzazioni pacifiste radicali, il cui slogan diventa: “Con il governo, se avanza decisamente verso la pace! Contro il governo, se gestisce l’occupazione!”.
Due anni dopo la firma della Dop i palestinesi sono sempre più delusi e preoccupati circa le vere intenzioni del governo – di sinistra! – israeliano. Riprendono gli attentati, alimentati dalle provocazioni dei coloni che, dopo un primo momento di smarrimento, sanno bene, da parte loro, che i giochi sono tutt'altro che fatti e che non vi è niente di irreversibile in quello che la sinistra chiama “processo di pace”. Questa sinistra piomba, in effetti, in un vero e proprio determinismo che l’acceca sempre di più, incapace com’è di vedere le realtà dell’occupazione, nonché il rafforzarsi del governo. Ormai cieca, essa diventa anche sorda agli incessanti appelli dei dirigenti e dei militanti palestinesi, con i quali, pure, aveva collaborato per un periodo e che non capiscono come mai, in quel momento cruciale, il movimento israeliano della pace si ritiri dal gioco e arrivi addirittura ad appoggiare un governo che viola sempre più sistematicamente gli accordi sottoscritti.
La sinistra al potere ha sempre avuto un effetto distruttivo sull’ala moderata del movimento della pace, a maggior ragione se il governo di sinistra si è impegnato a fare la pace. Bisogna però essere ciechi per non accorgersi che la pace, cioè il compromesso necessario per l’onesta e leale attuazione della Dop, è oggetto di uno scontro politico nella società, nella classe dirigente, nel governo, nel partito laburista ed anche – lo sostengono i suoi biografi – nella stessa testa di Rabin in persona. Occorre allora incidere con tutto il proprio peso sui rapporti di forza.
Lo ha capito l’ex deputato e giornalista Uri Avneri il quale, con qualche decina di militanti non sionisti e con alcuni delusi da Peace Now, fonda il Blocco della pace, per continuare la lotta contro l’occupazione, nel momento in cui torna al potere la sinistra e in cui Peace Now entra nel coma da cui non si è più risvegliata. Per tutti gli anni del “processo di pace” il Blocco della pace ha continuato a tenere in piedi, insieme al movimento delle donne Bat Shalom e alle Donne in Nero, una lotta decisa contro l’occupazione e contro la dispersione delle speranze investite negli accordi di Oslo.
Vale qui la pena di segnalare il ruolo particolare delle organizzazioni per i diritti umani. Pur non avendo come obiettivo la mobilitazione diretta, esse hanno comunque contribuito, negli anni del “processo di pace”, a smascherare – dietro la farsa dei negoziati – la realtà dell’occupazione e le sistematiche violazioni dei diritti della persona, nonché del diritto internazionale. Non è affatto irrilevante, se si considera che la maggior parte di tali organizzazioni sono più vicine alle idee di Peace Now che non alle organizzazioni più radicali. Eppure, la schiettezza della loro battaglia per i diritti umani le ha indotte a condividere con gli elementi più radicali del movimento della pace una sempre più sistematica denuncia dell’occupazione, nel momento in cui proprio il concetto stesso di occupazione spariva dal lessico della maggioranza dei militanti pacifisti.
Vi è palesemente un grande paradosso in questa sequenza del “processo di pace”: nel momento in cui la riconciliazione tra i due popoli è ufficialmente all’ordine del giorno, palestinesi e pacifisti israeliani si discostano fra loro, sia nella percezione della realtà, sia nelle rispettive aspirazioni. La relativa fiducia e la parziale collaborazione forgiatesi durante gli anni Ottanta lasciano il posto dapprima all’indifferenza crescente (da parte degli israeliani) poi, da parte palestinese, a una disillusione che, a poco a poco, si trasforma in sensazione di tradimento. Per gli israeliani, la pace va sistemata dai dirigenti al tavolo dei negoziati, e che vinca il più abile. Per i palestinesi, viceversa, l’occupazione prosegue, addirittura si inasprisce; gli accordi vengono svuotati di contenuto e sistematicamente violati nello spirito e nella lettera. Mentre avrebbero avuto bisogno più che mai del sostegno del movimento israeliano della pace per fare pressione sul governo, per imporre trattative oneste e un accordo basato sugli impegni assunti all’inizio del processo, i palestinesi constatano che gli alleati della vigilia si preoccupano soprattutto della riconciliazione nazionale e di ricostruire un consenso israeliano che possa consentire loro di evitare ogni scontro con la destra.
La ripresa, nel 1995, degli atti di resistenza da parte palestinese, attentati compresi, coglie chiaramente di sorpresa il movimento della pace: perché i palestinesi rompono la tregua, mentre “gli hanno concesso la pace” e tutto sembra andare di bene in meglio? Perché rifiutano il blocco d’acerchiamento sempre più duro imposto dall’inizio del processo e che traccia il futuro confine con lo Stato palestinese? Di che cosa si lamentano, mentre si sta realizzando la separazione?
La separazione! È, incluso per i pacifisti, anzi soprattutto per i pacifisti, l’essenza stessa della pace, la sua qualità principale, la sua ragion d’essere. Loro a casa loro, nella Striscia di Gaza che ha conosciuto trent’anni di quello che l’economista Sara Roy ha chiamato “de-sviluppo”, e noi a casa nostra, nel nostro Stato “ebraico e democratico”. Non si impiccino degli affari nostri e noi non ci impicceremo dei loro, tranne naturalmente per quanto riguarda la sicurezza…, cioè la libertà di movimento, il controllo del territorio e delle risorse naturali, i confini. Questi ultimi, del resto, sono ancora da definire, ma tutto sommato è solo una questione di dettaglio, da stabilire nel quadro… del dialogo nazionale con i coloni.
Sono rari, a sinistra, quelli che mettono in guardia contro questa concezione della pace e i rischi di sanguinoso stallo di cui è gravida. Nelle cerchie militanti, sono le Donne in Nero, Bat Shalom e il Blocco della pace; nel mondo accademico e intellettuale, vanno menzionati i professori Tanya Reinhart, Baruch Kimmerling, Oren Yiftachel e Ran Hacohen, nonché Meron Benvenisti, Azmi Bishara e lo scrittore Yitzhak Laor; nei media, Gidéon Lévy, B. Michael e soprattutto Amira Hass. Ma sono isolati e considerati dei guastafeste. La maggioranza continua a vivere la pace come se fosse una realtà. Se gli attentati palestinesi hanno mitigato l’euforia dei militanti del movimento della pace, questo resta comunque convinto che il “processo” segue ineluttabilmente il proprio corso e che i palestinesi avranno il loro Stato, gentilmente concesso dal governo israeliano. Il fallimento del vertice di Camp David II sarà sentito come una mazzata dai fautori israeliani della pace, all’epoca maggioritari.
La grande mistificazione
Quella che si trova di fronte, nel luglio 2000, all’insuccesso del vertice israeliano-palestinese a Camp David è un’opinione pubblica completamente smobilitata e ormai disorientata dall’illusione della pace. Che cosa sia realmente avvenuto in quel vertice oggi lo sappiamo, se appena ci si sforzi di leggere gli importanti saggi che gli sono stati dedicati. L’unico problema tuttora aperto riguarda le effettive intenzioni del Primo ministro israeliano: quale delle due spiegazioni contrastanti da lui fornite nel corso degli ultimi due anni è quella giusta? Ehud Barak ha voluto davvero un accordo e ha creduto, come ha sostenuto nel luglio 2000, di potere imporre ad Arafat un’intesa ben al di sotto delle posizioni mille volte ripetute dalla direzione nazionale palestinese e delle aspirazioni del popolo palestinese? O voleva, viceversa, come ha sostenuto dopo il luglio 2001, fare ricadere il fallimento del processo di Oslo, al quale si era sempre opposto personalmente, sulle spalle dei palestinesi, stringendoli all’angolo con offerte inaccettabili e con un’eccezionale campagna internazionale di disinformazione? Nel primo caso, si sarebbe trattato di un’arroganza da megalomane, nel secondo di un monumentale cinismo. Per conto mio, tendo a pensare che entrambe le affermazioni riflettano la schizofrenia di un dirigente del quale una recente biografia traccia un ritratto da fare rabbrividire.
Sia in un caso sia nell'altro, i palestinesi sono vittime di una politica israeliana che non vuole accettare i compromessi indispensabili per la pace israeliano-palestinese. Eppure, nell’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto in quella israeliana, sono i palestinesi ad essere accusati del fallimento di Camp David. Il loro rifiuto di accettare le “generose offerte” del Primo ministro di Israele viene presentato, nell’opinione pubblica israeliana, non solo come una mancanza di duttilità, ma come la manifestazione di una scelta deliberata di continuare il conflitto. “Respingendo le offerte più generose possibili, i palestinesi hanno dimostrato di non avere mai rinunciato al loro obiettivo originario: distruggere lo Stato ebraico”, sosteneva già nel settembre 2000 un portavoce del governo Barak. La reazione dei giovani palestinesi alla provocazione di Barak e di Sharon sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme non ha potuto fare altro che rafforzare, nell’opinione pubblica israeliana, la sensazione che i palestinesi avessero scelto lo scontro e non il negoziato, rovesciando in tal modo tranquillamente il rapporto di causa/effetto. Analogamente, l'opinione pubblica israeliana vede nella reazione della polizia palestinese al massacro di giovani manifestanti da parte dei soldati israeliani armati di fucili di precisione non il risultato di una politica sanguinosamente repressiva voluta e pianificata da lunga data, ma la dimostrazione della validità delle argomentazioni di Ehud Barak e di Slomo Ben Ami. Gli attentati suicidi, ripresi ben più tardi, dopo l’assassinio di svariate centinaia di palestinesi ad opera delle forze di occupazione israeliane, rafforzano evidentemente la sensazione che i palestinesi vogliano sradicare la presenza ebraica in Palestina.
Ingannata da una menzogna tanto efficace quanto madornale, l’opinione pubblica israeliana ritrova così i suoi antichi riflessi di eterna vittima in lotta, sola contro tutti, per la propria sopravvivenza. La facilità con cui gli israeliani sono disposti ad accogliere il discorso menzognero di Barak-Ben Ami rientra in un quadro d’analisi da svolgere a parte. Per la stragrande maggioranza degli israeliani, il buon senso viene così schiacciato da paure ataviche e da riflessi condizionati da mezzo secolo di conflitto, quando non da due millenni di storia ebraica della diaspora.
Il movimento della pace sarà il settore maggiormente coinvolto della società. Dall’estate 2000, gli intellettuali di sinistra e i giornalisti liberali si arroccano, utilizzando ogni mezzo possibile. Per gli scrittori Amos Oz e Abraham B. Yehoshua, è l’ostinazione palestinese nel volere affrontare il diritto al ritorno dei profughi a dimostrare la malafede e l’intenzione di distruggere Israele. Per il giornalista Ari Shavit, non sono stati i palestinesi a cambiare, ma sono stati gli israeliani a risvegliarsi finalmente dall’illusione di normalità: ci siamo dimenticati di essere la progenie di un popolo che è stato sempre, e sarà sempre, respinto dalle nazioni, e che quindi deve stare sempre sul chi vive, mobilitato per la propria sopravvivenza. Quanto al “nuovo storico” Benni Morris, egli riscopre nella “mentalità orientale” le fonti del rifiuto palestinese di un compromesso con Israele.
In due mesi, il movimento della pace si disintegra, non solo come forza politica in grado di mobilitare centinaia di migliaia di manifestanti, ma come corrente d’opinione. Perlopiù, i portavoce si riallineano al ritrovato consenso della lotta per la sopravvivenza e diventano i più ardenti solisti della fanfara militar-nazionalista, che da due anni irreggimenta l’opinione pubblica, i mezzi di informazione e le università. Sono tanto più ferventi in quanto costretti a dimostrare la sincerità del loro pentimento: tra l’agosto e il novembre 2002, a dominare il discorso ufficiale è il mea culpa patetico e generalizzato che domina il discorso ufficiale, e i media titolano per settimane “La sinistra scombussolata”.
Questa sinistra, tuttavia, non è rimasta scombussolata a lungo: dopo la ripresa dello scontro, soprattutto alcuni mesi dopo la ripresa degli attentati suicidi, si è decisamente schierata con la politica di repressione generale di Ariel Sharon, tanto più facilmente in quanto il partito laburista e Shimon Perez, il padrino degli accordi di Oslo e Premio Nobel per la pace, partecipavano al suo governo.
Le resistenze
Dopo il luglio 2000, nonostante tutto, ci sono stati israeliani che non si sono lasciati intrappolare da Ehud Barak e che non hanno affossato la prospettiva di pace con i palestinesi: “Non siamo scombussolati”, gridavano alto e forte, soggiungendo che il fallimento di Camp David era inscritto sia nel progetto di Barak, sia nel modo in cui i governi israeliani avevano snaturato, fin dai primi giorni, gli accordi di Oslo.
Con la ripresa delle resistenze all’occupazione israeliana, alla fine del settembre 2000, le organizzazioni radicali del movimento della pace (in particolare il Blocco della pace, le Donne in Nero e Yesh Gvul) e la popolazione palestinese di Israele si sono mobilitate per denunciare la tremenda repressione nei territori occupati e la stessa occupazione come principale causa di una situazione drammatica fin dai primi giorni.
Negli stessi mezzi di informazione di massa non sono rare le voci critiche, compreso di figure dell’establishment – come l’ex ministro dell’Istruzione, Shulamit Aloni – che accusano Barak, poi Sharon, di condurre Israele verso una guerra totale contro l’intero mondo arabo-musulmano. Il giornalista Akiva Eldar, il principale commentatore politico del quotidiano Haaretz, denuncia fin dall’autunno 2000 la mistificazione di Barak. Gidéon Lévy e Amira Hass, entrambi di Haaretz, cercano di suscitare allarme nell’opinione pubblica sulla micidiale brutalità della repressione nei territori occupati.
Per tutti gli ultimi due anni, la politica del governo di unità nazionale, sorretta da un rinnovato consenso che trasforma i palestinesi in un popolo di terroristi contro i quali qualsiasi mezzo è buono, si trova comunque di fronte un’opposizione, intellettuale e militante a un tempo. Se, quantitativamente, la resistenza è più debole di quella manifestatasi durante gli anni Ottanta, essa è però ancora più radicale. Non ci si può opporre al discorso sulla sicurezza, che giustifica i crimini di guerra perpetrati nei territori occupati con l’esigenza di proteggere l'esistenza stessa di Israele di fronte alla minaccia del “terrorismo palestinese”, senza rimettere in discussione la mistificazione di Barak nel 2000 e, più in generale, la politica dei vari governi israeliani nei territori occupati nei sette anni del “processo di pace”. Se solo si aprono gli occhi sugli orrori dell’occupazione e si presta orecchio agli appelli della coscienza morale, ci si vede costretti a ricavare conclusioni severissime sul futuro dello Stato ebraico e della società israeliana. È sicuramente una delle ragioni principali del rifiuto di una parte importante degli intellettuali sionisti di sinistra di fare i conti con la realtà, e del loro tentativo – spesso patetico – di negare in blocco ogni forma di responsabilità.
Se prendiamo, ad esempio, l’esercito, osserviamo come siano sempre più rari i riservisti che “prima sparano poi piangono”, mentre quelli che si rifiutano di prestare servizio nei territori occupati, rompendo così con il tradizionale atteggiamento della sinistra sionista, sono sempre più numerosi rispetto alla prima Intifada; più numerosi ma, meno efficaci, perché nell’ultimo ventennio si è appunto delineata una polarizzazione netta tra l’appoggio alla politica di repressione e l’opposizione ad essa. La classica posizione intermedia della sinistra sionista, invece, si è sciolta come neve al sole.
A ciò va aggiunta la reazione particolarmente violenta dell’opinione pubblica maggioritaria contro le voci discordanti, specie quando provengono dal cuore stesso dell’establishment sionista. Ad esempio, a Yossi Beilin, ex ministro laburista e artefice degli accordi di Oslo, si è impedito di parlare all’università di Beer Sheva; e alla cantante Yaffa Yarkoni, l’Édith Piaf israeliana, detta la “cantante di tutte le guerre”, si è vietato di trasmettere per avere criticato la repressione nei territori occupati. Reazioni del genere non fanno che sottolineare ulteriormente il coraggio di quanti, nella società israeliana, non hanno paura di cantare al di fuori del coro.
Dilemmi
È problematico forse parlare della sinistra israeliana mentre è estremamente minoritaria. Mettendo in risalto la vita e l’attività di questa piccola minoranza, non si rischia di fare il gioco di tutti coloro che, nel mondo, ancora oggi sono restii a mettere Israele sul banco degli imputati? In certi dibattiti in Europa o nel Nord America non ci sentiamo forse dire: “Come potete attaccare lo Stato di Israele e denunciarlo come uno Stato coloniale colpevole di distruzione della società palestinese? Perché non vi limitate a denunciare la destra israeliana, o il governo Sharon (che, sia detto di passata, è anche quello di Shimon Perez e dei laburisti)? Qualcuno che si oppone a questa politica c’è!”.
Certamente, ma quanti sono, rispetto al coro dei consensi? Che ci fosse Lot e la sua famiglia non è bastato per impedire a Dio di considerare Sodoma e Gomorra una città di peccatori che non avevano più il diritto di vivere. Se solo ci fossero stati dieci giusti, le due città sarebbero state risparmiate.
Durante la guerra del Libano, o durante la prima Intifada, era legittimo, a anche necessario, parlare di due Israele: uno militarista, conquistatore, coloniale e occupante; l’altro che incideva con tutto il suo peso per cambiare l’andamento delle cose, per imporre il ritiro dal Libano e la decolonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questo secondo Israele contava allora centinaia di migliaia di manifestanti. Ora che, come mai dal 1948, lo Stato di Israele è stato così brutale e così indifferente al diritto e alla compassione, oggi che l’assassinio di civili, la massiccia distruzione di infrastrutture, il vandalismo e l’umiliazione sono diventati politica di Stato, il popolo israeliano, i suoi intellettuali (di sinistra), la maggioranza dei suoi ex pacifisti, collaborano o, nel migliore dei casi, si trincerano dietro un silenzio complice. Valorizzare l'esigua minoranza di chi resiste rischia di sdoganare la società israeliana e di deresponsabilizzarla. Quelli che resistono si rifiutano di giocare un ruolo di spalla e non considerano assolutamente la loro iniziativa come la prova “che esiste un altro Israele”. Come i profeti Geremia e Amos, vogliono solo contribuire a fare emergere questo altro Israele protestando, denunciando, avvertendo, a volte maledicendo. Ma non pensano di essere oro Israele; tutt’al più si considerano israeliani che si battono per un Israele diverso.
Se abbiamo allora scelto di dare la parola a chi esce dal coro in Israele è perché un pericolo mortale minaccia tutto ciò che riguarda il conflitto israeliano-arabo: il pericolo di “bosnizzazione”, in altri termini la trasformazione di un conflitto politico in scontro interetnico.
Osando suggerire al vertice di Camp David la sovranità israeliana sulla Spianata delle moschee (cosa che nessun altro dirigente israeliano aveva avuto la follia di fare, neanche Benjamin Netanyahu), Ehud Barak, scientemente o – peggio – per stupidità, ha riattizzato braci che covavano da oltre un decennio sotto la pentola del conflitto israeliano-palestinese. Si tratti dei movimenti fondamentalisti islamici palestinesi, o dei coloni imbevuti di messianismo del Blocco della Fede, le tendenze politiche che cercavano di trasformare il conflitto israeliano-palestinese in guerra santa restavano minoritarie e non erano in grado di trasformare il contenzioso territoriale e politico in scontro interconfessionale.
Sono state soprattutto la vigilanza di Yasser Arafat e la sua ostilità al confessionalismo, ricavate dalla sua esperienza libanese, a sbarrare per oltre un trentennio la strada alla caratterizzazione confessionale delle rivendicazioni nazionali. La provocazione del Primo ministro israeliano, la presa del potere dell’estrema destra colonial-messianica e l’union sacrée che è dietro la politica di guerra totale contro il popolo palestinese rappresentano altrettanti fattori che spingono a una “etnicizzazione” del discorso e del comportamento palestinesi. Se il conflitto diventasse una guerra di tutti gli israeliani contro tutti i palestinesi, diventerebbe anche quello di tutti i palestinesi contro tutti gli israeliani, o piuttosto di tutti i musulmani contro tutti gli ebrei. Una guerra etnica per un territorio è una guerra totale, in cui non vi è più posto per il compromesso: diventa un “o noi o loro”, oppure, nella sua forma israeliana recente: “Noi qui, loro là, trasfert immediato!”, dove transfert è solo un eufemismo ebraico equivalente all’epurazione etnica.
Di fronte al pericolo concreto e immediato di una guerra la cui posta in gioco non è più principalmente il controllo dei territori o la conquista della sovranità, ma lo sradicamento dell’altro, è indispensabile fornire elementi di informazione in grado di alimentare il bagaglio di argomenti di quanti rifiutano la “bosnizzazione” del conflitto e continuano a ricercare o a suscitare differenziazioni nella concezione de “l’altro”.
I nostri amici palestinesi sono i primi a richiedere informazioni capaci di dimostrare alla propria opinione pubblica che israeliano e occupante colonialista non sono sempre e per forza sinonimi e che, come in passato – nonostante lo scivolamento a destra della società israeliana – esistono in questa comunità forze politiche e intellettuali che non rinunciano a orientare la propria società verso il rispetto del diritto e l’adozione di una politica disposta agli indispensabili compromessi per una pace stabile, cioè giusta.
Anche in Europa
In vari paesi europei, in Francia in particolare, l’“etnicizzazione”/confessionalizzazione del conflitto israeliano-arabo tende a guadagnare terreno. Sono numerosi i segnali che indicano che il verme è già presente nel frutto: aggressioni a luoghi di culto musulmani ed ebraici, scritte e dichiarazioni razziste, sistematici tentativi da parte delle organizzazioni ebraiche di censurare le voci che criticano Israele, comparsa (per fortuna ancora marginale) di slogan antiebraici in manifestazioni filopalestinesi. In Europa si stanno intensificando i segnali di una confessionalizzazione delle solidarietà con i protagonisti del conflitto.
Se alcuni di coloro che spingono i protagonisti europei a schierarsi in rapporto alle rispettive comunità lo fanno per ideologia nazionalista o religiosa, non sono pochi quelli che lo fanno per motivi di bottega e che trovano così un modo comodo per uscire dall’anonimato o per arginare il proprio declino di notorietà nei templi mediatici. La collusione tra gli ayatollah europei, musulmani o ebrei con una cerchia di intellettuali in crisi di notorietà ottiene oggi un impatto reale nel suscitare un senso di appartenenza comunitaria degli europei di origine ebraica e musulmana, contribuendo drammaticamente ad alimentare il razzismo, antiebraico e antiarabo.
La responsabilità di questi inaccettabili eccessi è in primo luogo di chi li commette o li incita. Ma una responsabilità notevole la hanno anche i dirigenti delle comunità e chi si autoproclama portavoce di queste, ebreo o musulmano che sia, stabilendo, coscientemente o meno, un segno di identità tra appartenenza alla comunità e sostegno a una causa politica. Questo comportamento criminale provoca nell’altro un riflesso simmetrico, trasformando così il dibattito, o lo scontro politico, in una lotta tra comunità, e contro l’altra in quanto tale.
Gridando: “Tutti gli ebrei con Israele!”, proclamandosi “incondizionati sostenitori di Israele”, legando la denuncia di azioni o intenzioni antisemite all’appoggio ad Ariel Sharon, i dirigenti delle organizzazioni ebraiche e gli strilloni della “nuova giudeofobia” contribuiscono con criminale incoscienza a rafforzare, in Europa, sentimenti e gesti antiebraici. In un’ottica diametralmente opposta, nell’intento di contrastarne la propaganda, inconsistente quanto pericolosa, dobbiamo dare la parola a ebrei israeliani che respingono, nella teoria e nella pratica, la politica coloniale del loro governo, per amore del diritto e della giustizia e per la volontà di opporsi a quella che sentono come una scelta suicida, che fa gravare una minaccia mortale sull’esistenza stessa di una comunità ebraica al centro del Vicino Oriente arabo.
L’attività congiunta dell’Associazione dei lavoratori maghrebini in Francia (Atmf) e dell’Unione ebraica francese per la pace (Ujfp), in seno alle comunità francesi d’origine arabo-musulmana ed ebraica costituisce, in questo senso, un antidoto ai misfatti dei pompieri piromani che attizzano l’odio con il pretesto della lotta all’antisemitismo o alle “nuove giudeofobie”. Basandosi sulle iniziative e le prese di posizione delle forze democratiche palestinesi e dei dissidenti israeliani, l’Atmf e l’Ujfp cercano di eliminare la radicalizzazione confessionale per fare emergere una battaglia politica comune intorno al diritto di tutti e di tutte.
Far sentire e conoscere le voci israeliane dissidenti è indispensabile per distinguerle, tra gli israeliani (o ebrei), dai responsabili di una politica coloniale e dai colpevoli di crimini di guerra. È indispensabile anche per ridare coraggio a tutti coloro che, in Europa, terrorizzati dal ricatto di fondo dell’antisemitismo o dell’ostilità verso Israele, fanno tacere la propria coscienza e il proprio buon senso e nascondono la loro opposizione o il loro disagio dietro un imbarazzato silenzio. Tacendo, non solo danneggiano i valori di diritto e giustizia cui si richiamano, ma contribuiscono ad indebolire la causa degli/delle israeliani/e che condividono questi valori e si battono in loco, spesso in condizioni difficili, per farli affermare.
Pur non essendo l’obiettivo del presente libro, è non meno importante anche valorizzare le voci palestinesi (e arabe) che si battono (non solo controcorrente, ma spesso contro una realtà che sembra dare loro torto) contro la demonizzazione degli israeliani e fanno argine a certe tendenze antisemite e negazioniste fra gli intellettuali arabi. In proposito, ricordiamo l’appello sottoscritto da numerosi intellettuali arabi – tra cui Edward Said, Mahmud Darwish ed Élias Sanbar – contro lo svolgimento di un convegno negazionista da tenersi a Beirut, convegno che si è dovuto annullare in seguito a questo tipo di proteste. Se gli intellettuali israeliani (o ebrei) più in vista avessero avuto lo stesso coraggio e la stessa levatura morale di Darwish e di Said avrebbero forse potuto impedire il proliferare di slogan apertamente razzisti nel discorso politico israeliano.
Scelte difficili
Indubbiamente minoritarie, le voci israeliane di dissenso sono pur sempre numerose e diverse, e questo ne fa la ricchezza. Per questo libro, quindi, abbiamo dovuto effettuare una scelta, sulla base di vari criteri. Precisare, in primo luogo, che cosa intendiamo con “al di fuori dal coro”, escludendo le prese di posizione che non si smarcavano chiaramente dal rinnovato consenso, comprese quelle di intellettuali di sinistra che si richiamano al discorso dominante, con un velo di compassione per le vittime; un briciolo di nostalgia per il “processo di pace” che, ancora un volta, i palestinesi avrebbero fatto fallire; e un pizzico di speranza di vedere Israele comportarsi in modo più umano, se gli arabi gliene danno l'occasione.
Abbiamo poi voluto dare la parola a sensibilità e opinioni presenti nei mezzi di comunicazione di massa, ma anche nel discorso ufficiale dei gruppi di discussione e nei siti Internet. In questa polifonia, era importante mettere in risalto le voci di dissenso provenienti proprio dal cuore dell'establishment, come quelle dell’ammiraglio Ami Ayalon, ex capo dei Servizi generali di sicurezza, o dell'ex consigliere giuridico del governo e procuratore generale dello Stato, Michael Ben Yair.
L'elenco delle persone citate in quest'opera non è esaustivo: i limiti di spazio imposti dalla stesura di un libro che non fosse troppo indigesto per i lettori ci hanno evidentemente costretto ad escludere saggi di numerosi intellettuali o militanti dissidenti pregevoli. La scelta di non presentare alla rinfusa i vari testi, ma di ordinarli per tema, fa sì che alcuni autori compaiano più di una volta, avendo assunto su certi temi posizioni che in Israele hanno avuto un'eco significativa o pubblicato scritti che non si potevano escludere, per chiarezza e pertinenza.
Nella prima parte abbiamo scelto di dare la parola a giornalisti professionisti, reporter ed editorialisti, che continuano a tenere alto, nei media, il vessillo di un'informazione indipendente, mentre la stragrande maggioranza dei loro colleghi hanno smesso di affrontare con sguardo critico l'attualità e, in alcuni casi, sono stati letteralmente irreggimentati nella crociata antipalestinese.
È interessante segnalare che, nel “contro-coro israeliano”, i giornalisti dei principali quotidiani sono spesso quelli che si esprimono nel modo più radicale. La cosa non ha mancato di proporre un ulteriore dilemma: si possono non pubblicare, per un pubblico non israeliano, posizioni e reazioni che non esitano ad assumere il genocidio degli ebrei d'Europa da parte dei nazisti come punto di riferimento delle loro analisi e delle loro contestazioni? Abbiamo deciso alla fine di pubblicare questi testi – in particolare quelli dell'editorialista del maggiore quotidiano israeliano, B. Michael – per due motivi essenziali. Era importante fare ascoltare le voci critiche israeliane così come sono, specie se si esprimono nei media a larga diffusione, senza censure preventive; se B. Michael e altri vogliono ricordarci che non molto tempo fa si facevano correre nudi i nostri nonni sotto la minaccia di fucili, che questi venivano marcati con un numero sul braccio, che erano assassinati facendone crollare le case, mentre ora siamo noi a commettere crimini analoghi, questa voce lacerata dalla vergogna e dall'ira, proveniente proprio dal cuore della nostra società, deve potersi fare ascoltare in questo contro-canto.
I protagonisti della resistenza
Se il libro si apre con i giornalisti, testimoni e commentatori dell'attualità, si conclude con le organizzazioni di resistenza all'occupazione e alla guerra coloniale. In un'opera dedicata alla voci alternative non ci si poteva limitare, infatti, a prese di posizioni e ad analisi, senza dare anche la parola a coloro che agiscono e il cui esempio apre la breccia che potrebbe permettere la coesistenza e la riconciliazione future.
Dal 2000, la resistenza in Israele si cristallizza intorno a due assi complementari: da un lato, tutto ciò che riguarda le iniziative di protesta, di denuncia e di rifiuto di collaborare alla politica di repressione nei territori palestinesi occupati; dall’altro lato, le iniziative tendenti a conservare la collaborazione attiva con i palestinesi. Naturalmente, spesso sono le stesse persone a partecipare ai due tipi di attività.
Pur non potendo fare l’elenco di tutte le iniziative, di tutti i movimenti e delle associazioni che si battono contro la politica coloniale israeliana, sono tuttavia necessarie una serie di osservazioni, che aiutano a capire in che cosa consista il movimento anticoloniale israeliano. Innanzitutto, in termini generazionali. Come nella maggior parte degli altri paesi del pianeta, più in particolare in Europa, la sinistra israeliana ha conosciuto anch’essa un ventennio di vuoto politico. Tra la guerra del Libano, nel 1982, e la seconda Intifada, a distanza di vent’anni, un’intera generazione si è allontanata dalla militanza politica, intraprendendo un processo di normalizzazione personale. Durante tutta la prima Intifada e negli “anni di Oslo”, sono stati i militanti che avevano già venti anni o più nel 1982 ad avere tenuto viva la fiaccola della resistenza e della lotta. Il nucleo attivo del Blocco della Pace (Gush Shalom), la principale organizzazione impegnata nella lotta contro l’occupazione nell’ultimo decennio, ha mediamente cinquant’anni.
Con la seconda Intifada, nasce alla politica una nuova generazione; i protagonisti hanno al massimo vent’anni al volgere del millennio, e li ritroviamo: nelle mobilitazione dei movimenti delle donne, al fianco di quelle che potrebbero essere le loro madri, nel movimento ebraico-arabo Taayush (Vivere insieme), oppure nel movimento dei refusnik il Coraggio di rifiutare. Ispirati dai veterani di Yesh Gvul, preferiscono organizzarsi in una nuova struttura, che meglio esprima le loro motivazioni e la loro specificità. Questa generazione di militanti è spesso vergine quanto a esperienza e cultura politica, ma è certamente più radicale della precedente, perlomeno ai suoi primi passi. Anche qui, ci troviamo di fronte a un fenomeno che non è solo israeliano.
Ciò che, inoltre, caratterizza l’attuale movimento anticoloniale è il suo rifiuto della real politik. Si dice “no” all’inaccettabile, e basta. Non c’è la tentazione di moderare la propria opposizione per tenere conto dell’opinione pubblica o per convincere i moderati di Peace Now, non foss’altro perché tra il consenso dominante e quelli che vi si oppongono c’è solo il vuoto. Contrariamente al 1982, sono relativamente pochi gli appelli alla pace, mentre abbondano ferme denunce, inequivocabili, dell’occupazione.
In terzo luogo, l’attuale movimento di resistenza, nella sua maggioranza, concepisce la propria azione solo nel quadro di una solidarietà e di una collaborazione più ampia con la resistenza del popolo palestinese: se la maggior parte delle iniziative promosse in Israele si rivolgono naturalmente all’opinione pubblica israeliana, è onnipresente la volontà di creare legami con le organizzazioni palestinesi, si tratti di coordinare iniziative comuni o di lanciare appelli comuni alle opinioni pubbliche di entrambe le comunità, per dimostrare che c’è un’alternativa e che esiste un interlocutore per una politica di pace e di coesistenza.
Nel momento in cui la politica israeliana brilla per la costruzione di un Muro che mira, al tempo stesso, a rinchiudere i palestinesi in veri e propri bantustan e a separare ermeticamente non Israele dalla Palestina, ma gli israeliani dai palestinesi, la volontà di collaborazione esprime oggi ben di più che non durante la prima Intifada. Si tratta in primo luogo del rifiuto della reclusione dei palestinesi nelle zone di residenza. C’è poi la scommessa, tenuta ferma, della coesistenza, vale a dire la coesistenza e l’interlocuzione su basi di uguaglianza e di rispetto reciproci; questo è il significato di fondo del concetto arabo di Taayush, sapientemente scelto dai/dalle giovani militanti del nuovo movimento. C’è infine, e forse soprattutto, il rifiuto di lasciarsi confinare in un nuovo ghetto, militarmente forte ma mortifero, che volta le spalle all’ambiente arabo circostante e lascia intravedere la sola prospettiva di una guerra permanente e di una rapida degenerazione in un integralismo di tipo messianico che porterebbe l’intera società israeliana alla rovina.
È il legittimo timore per questa logica di morte ad animare quelle migliaia di ebrei israeliani che non vogliono urlare insieme ai lupi in uniforme e ai rabbini che predicano la guerra santa.
Alcuni giusti a Sodoma e Gomorra? Sicuramente. Ma saranno tanti da salvare la loro città? Oppure, come Lot e la sua famiglia, la vedranno ridursi in cenere per la sua immoralità e la sua brutalità? O, ancora, saranno condannati a condividerne la sorte, rinunciando a salvare la propria vita e restando fino alla fine nella barca che affonda…
Se il Dio della Bibbia era disposto a rinunciare a distruggere le due città malvagie a pro di dieci giusti, non era disposto a farlo solo per Lot; come le poche migliaia di resistenti tedeschi non sono bastati a salvare la Germania dall’occupazione straniera e dal suo smembramento. Servirebbe una massa critica di oppositori pere poter parlare di due Israele, uno occupante, brutale e colonialista, l’altro solidale, combattivo e anticolonialista; uno collaborazionista e l’altro resistente; uno colpevole, l’altro innocente.
Michel Warshawski
Parte prima
RESISTENZE
NEI MEZZI
DI COMUNICAZIONE
DI MASSA
Introduzione
Per un ventennio, i mezzi di comunicazione di massa hanno rappresentato l'avanguardia del processo di apertura e di liberalizzazione della società israeliana. Non a caso, uno degli autoadesivi più popolari della destra diceva: “No ai media ostili!”, e i portavoce dei coloni e di altri estremisti parlavano della “mafia estremista dei media”. La stampa, in particolare, ha svolto un ruolo capitale nell'analisi critica della politica israeliana ed è servita spesso da piattaforma per gli intellettuali di sinistra che rimettevano in discussione gli elementi basilari di quello che era stato il consenso nazionale.
Ehud Barak ha capito subito il ruolo di disturbo, e a volte anche di dissenso, dei media, ma anche la loro influenza sul formarsi dell'opinione pubblica, per cui ha deciso, recandosi al vertice di Camp David II, che la battaglia mediatica era perlomeno altrettanto importante di quella diplomatica, ed ha quindi organizzato al suo seguito negli Stati Uniti una nutrita delegazione di giornalisti ed editorialisti influenti. Quei giornalisti avevano l'esclusiva delle “informazioni ufficiose”, risultate poi disinformazioni di alto livello.
Fatto sta che la stragrande maggioranza di loro hanno accettato di farsi ingannare, con la notevole eccezione di Akiva Eldar, editorialista politico del quotidiano Haartetz, che ha subito smascherato le menzogne di Sharon e Ben Ami, continuando anche in seguito a denunciare questa mistificazione. Dall'agosto del 2000, i media, con il contributo dei principali intellettuali di sinistra (Yehoshua, Oz, ecc.) si riallineano alle posizioni governative, in quella che inizialmente è soltanto una battaglia di stampa. Con l'Intifada, la stampa audiovisiva e scritta diventa una stampa mobilitata per riprendere senza il minimo spirito critico le notizie e le spiegazioni del ministero della Difesa e del portavoce dell'esercito.
Resistono due giornalisti: Amira Hass, corrispondente di Haaretz nei territori occupati, e Gidéon Lévy, grande cronista ed editorialista dello stesso giornale. Essi sono personalmente accusati da Barak di essere portavoce dei palestinesi, mentre il loro delitto è solo quello di mostrare la realtà dell'occupazione e della repressione nei territori occupati.
Accanto ad essi, vanno menzionati alcuni editorialisti e commentatori che portano avanti una campagna sistematica contro la manipolazione dei cervelli nei media, in particolare: Akiva Eldar, commentatore politico di Haaretz; B. Michael, editorialista di Yedioth Aharonot; Aviv Lavie, corrispondente di Haaretz e del settimanale Kol Hair. Occorre inoltre accennare allo spazio sempre più ristretto lasciato a più o meno regolari prese di posizione di intellettuali critici: Meron Benvinisti, Baruch Kimmerling e Dany Rabinovtch in Haaretz; Uri Avneri e Haim Hanegbi (licenziati poco fa) nel quotidiano Maariv; Tanya Reinhart nel quotidiano Yedioth Aharonot.
I principali mezzi di comunicazione
Yedioth Aharonot: quotidiano della sera, con la maggiore diffusione; populista.
Maariv: quotidiano populista di destra.
Haaretz:quotidiano liberale del mattino, letto da intellettuali e più a sinistra della media; diffusione ben più ridotta dei precedenti.
Kol Hair e Hair: settimanali a grande tiratura, rispettivamente di Tel Aviv e di Gerusalemme; legati al gruppo Haaretz, ma molto più a sinistra del quotidiano; la maggioranza dei redattori e dei giornalisti di Kol Hair sono stati licenziati di recente.
Prima rete televisiva: nazionale, completamente infeudata al governo.
Seconda rete: privata e commerciale; più critica della prima.
1. Nel tentativo di aggirare il “blak-out” delle informazioni
Un cronista specializzato in problemi di sicurezza ha detto ieri scherzando che, se per caso Anthony Zinni fosse riuscito a portare a termine i suoi andirivieni tra Ariel Sharon e Yasser Arafat, avrebbe potuto cercare di risolvere i conflitti tra l'ufficio del portavoce dell'esercito israeliano e le reti televisive, in particolare la seconda rete. Pare che le due parti abbiano bisogno di un mediatore creativo.
L'ultima crisi è stata provocata da un servizio diffuso venerdì sera e ritrasmesso la sera dopo dal telegiornale della seconda rete, che mostrava soldati dell'esercito israeliano che assalivano una casa nel campo profughi di Al-Aida. Nell'informazione che precede l'operazione si dice ai soldati di sfondare la porta a mazzate e, se non basta, di usare esplosivi.
E lo fanno: la madre viene ferita a morte e giace al suolo in un lago di sangue. Dietro di lei, i bambini trattengono le lacrime. Il padre cerca di chiamare un'ambulanza, ma questa è bloccata ai posti di controllo. I soldati continuano a girare per casa ed entrano a forza in quella immediatamente accanto, sfondando la parete. La figlia li supplica di non distruggere la parete, ma la ignorano. Uno dei familiari fa una domanda ai soldati, ma gli urlano di smetterla. A coronamento del tutto, uno dei soldati dice davanti alle telecamere: “Non so cosa ci stiamo a fare qui. A quanto pare è un lavoro sporco. Non mi è chiaro che cosa ci faccia qui un soldato ebreo, così lontano da casa sua”.
La forza del servizio sta nel modo concreto, fattuale, con cui si riporta l'incidente. I soldati hanno rispettato gli ordini ricevuti e le consegne, senza avere l'intenzione di ferire la donna o gli abitanti della casa. Ciò nonostante, il risultato è tragico. Più tardi si saprà che la donna è morta.
Appena trasmesso il servizio, sono accadute due cose: la redazione ha ricevuto decine di appelli di soldati che la ringraziavano per avere mostrato al pubblico la situazione così com'è; e l'ufficio del portavoce dell'esercito è stato inondato da appelli di ufficiali dei gradi più alti, che chiedevano, tutti: “È per questo che ci incollate i cronisti alle costole?".
La risposta è no. L'esercito non voleva che si diffondesse il servizio, perlomeno non le immagini sopra descritte. Ma, con la costernazione del portavoce, il suo ufficio, a un certo punto, ha perso il controllo delle riprese.
La faccenda è cominciata con la serie di incursioni effettuate nelle ultime settimane nei campi profughi e nelle città. In un primo momento, l'esercito ha vietato che i cronisti accompagnassero i soldati, poi, sotto l'enorme pressione dei media, e quando si è reso conto che accettarne la presenza sul campo poteva servirgli, ha deciso di collaborare formando con questi delle squadre. Vuol dire che metteva a disposizione una squadra di operatori e qualche cronista per ogni operazione e, al ritorno, questi passavano il materiale ripreso agli altri cronisti.
Attraverso il filtro dell'esercito israeliano
Appena prima della programmazione, l'ufficio dell'esercito e Magali venivano a sapere della diffusione. Per Magali, che aveva effettuato le riprese di quell'interessante materiale, la situazione era insostenibile. Era stato censurato dall'ufficio del portavoce dell'esercito, la sua rete aveva rispettato le disposizioni dell'esercito e la seconda rete, invece, le ignorava.
L'ufficio del portavoce dell'esercito è ricorso ai suoi mezzi di pressione su questa rete, avviando trattative faticose. Alla fine, la redazione ha accettato di sopprimere alcune delle immagini più sconvolgenti, decidendo di diffondere il resto. Essa sostiene che quello che alla fine è stato diffuso lo è stato con il consenso del portavoce dell'esercito. L'ufficio di quest'ultimo replica, da parte sua, che la rete ha infranto il proprio impegno e che, all'inizio, non aveva dichiarato di non accettare le intese sulle riprese effettuate in squadra. La diffusione ha scatenato la furia dell'esercito contro l'ufficio del portavoce. Per oggi è programmato un incontro tra il portavoce e i rappresentanti delle tre reti televisive, per cercare di definire direttive chiare. Nel frattempo, l'ufficio del portavoce ha annunciato che si sta riesaminando il problema generale dei giornalisti al seguito dei soldati israeliani.
I vari risvolti
L'esercito, dunque, non lascia alla stampa possibilità di scelta, o quasi. Sembra però che quest'ultima potrebbe, volendo, infischiarsene dei vantaggi. Come Suleiman Al Shafi, della seconda rete, realizza i suoi servizi su Gaza, probabilmente con notevoli difficoltà, le reti televisive potrebbero produrre servizi indipendenti sulle operazioni in Cisgiordania. In tal caso, tuttavia, i cronisti potrebbero dovere affrontare pressioni dal lato palestinese, e soprattutto essere presi di mira dai carri armati israeliani. Gli operatori, ed è comprensibile, preferiscono stare dietro ai carri israeliani anziché davanti. In ogni caso, le redazioni devono trovare una soluzione più intelligente che non dipendere dal filtraggio delle immagini da parte dell'esercito israeliano.
A proposito della polemica sul servizio in programma venerdì, viene fuori un'altra idea: la ripresa mostra soltanto la parte emergente dell'iceberg, di quel che accade realmente nei territori quando l'esercito entra in contatto con i civili palestinesi. Molti di questi, donne e bambini, sono morti dall'inizio del mese in Cisgiordania e a Gaza, e praticamente niente di tutto questo è trapelato sui teleschermi israeliani. Il pubblico israeliano – in parte per scelta – vive nel completo black-out e nell'assenza di notizie sulla portata dei danni e delle morti che si verificano a pochi chilometri da casa sua. Se il pubblico non vuole sapere, i media hanno una responsabilità che hanno rimosso.
(Haaretz, 18 marzo 2002)
2. Il nuovo sionismo
Dopo l'irruzione della seconda Intifada e il fallimento del processo di Oslo, sembra che il consenso israeliano si sia riorganizzato intorno ad un determinato numero di nuove convenzioni. Ad esempio, che il crollo di ogni speranza, a breve termine, di un accordo e di una normalizzazione non ha semplicemente provocato lo scivolamento a destra dell'intero sistema politico, ma ci ha anche “riportato a noi stessi” – vale a dire alle stesse fonti del sionismo, alle vecchie “verità basilari” salde come la roccia: immigrazione, colonizzazione, sgombero della terra, rafforzamento del nostro controllo ed estensione dei nostri confini. È questa, perlomeno, l'immagine che ci offrono i sostenitori della colonizzazione e della conservazione inerziale dell’esistente, un gruppo che si è concentrato intorno ai coloni e ai loro alleati. Per quanto li riguarda, il “processo di Oslo” era comunque un'avventura e un errore – con l'Intifada o senza – e senza alcun nesso con il comportamento dei palestinesi. Questo, appunto perché l'intenzione di per sé di perseguire la normalizzazione dell'esistenza mina il modo “corretto”, “sionista”, di fare le cose.
Coloro che sostengono questo punto di vista avrebbero potuto, in quei giorni, celebrare la loro “vittoria ideologica”, se quel punto di vista non implicasse un radicale cambiamento della definizione del sionismo, compreso del loro stesso punto di vista. Si può infatti sostenere che il movimento di liberazione e di normalizzazione degli ebrei, come lo hanno concepito Theodor Herzl e Max Nordau, ha conosciuto un cambiamento strutturale di fondo. L'essenza di tale cambiamento si può vedere nel fenomeno che si definisce marginale degli “avamposti” delle colonie. Seguiamo il ragionamento sotteso all'instaurazione di tali avamposti, peraltro identico a quello che giustifica la creazione di numerose colonie. “Una coppia è stata assassinata a 500 metri dal portale della colonia”, ha spiegato la settimana scorsa uno dei dirigenti della colonia di Ofra, in Cisgiordania. “La nostra risposta sionista più elementare è quella di insediarci proprio in quel posto. Dove degli ebrei sono stati uccisi, là ci installeremo”. Qui sta la sostanza stessa della logica sottesa al “sionismo della vittima” o al “sionismo delle rappresaglie”. È un sionismo che non è più motivato dall'aspirazione alla normalizzazione e ad una vita migliore, ma dal sentimento di essere una vittima e dal desiderio di rappresaglie. Certo, come dice il poeta: “Tutti vogliono vivere”, compresi quelli che chiamano a fare sacrifici; ma a poco a poco si sviluppa una definizione complessiva dell'autodeterminazione basata quasi esclusivamente sul sentimento vittimistico e, consapevolmente o meno, si vive in attesa permanente del prossimo disastro come pretesto per la realizzazione degli obiettivi nazionali: creare una nuova colonia, attaccare bersagli nemici, estendere un confine…
Finché questo punto di vista apparteneva a una minoranza di illuminati o ad un'opposizione estremista, lo si poteva considerare con indifferenza, come una delle tantissime espressioni della nostra cultura politica. Si sarebbe potuto trattare con un minimo di rispetto questa filosofia della rappresaglia se questa avesse almeno potuto produrre vantaggi strategici a lungo termine (se, per esempio, avesse dimostrato la capacità di costringere i palestinesi a ricavare lezioni dai loro comportamenti). Ma anche dopo avere dimostrato che non era così, e anche dopo che il governo, specie quello che attualmente capeggia questa filosofia, ha ormai fatto proprio il concetto di vittima/rappresaglia ed esalta i coloni come nostra avanguardia ideologica, si può dire che Israele sta sviluppando con successo un approccio macabro e contorto a un tempo: basare le speranze maggiori sulle azioni sinistre dei propri nemici, sui disastri futuri, sulle prossime vittime. Così dunque, paradossalmente, è la sensazione permanente di essere vittime che diventa la ragion d'essere, almeno per l'attuale governo.
Anche problemi che fanno parte della vita quotidiana, come ad esempio dove bisogna stabilire una nuova colonia, dove devono passare una strada, un blocco o un confine, oppure come inserire i nuovi immigrati, non rientrano più nel quadro di una programmazione intelligente, ma sono in funzione del “terrorismo”, e cioè: chi e quante saranno le vittime del prossimo attentato. Il “numero delle vittime” e la loro identità serviranno da pretesto per mettere in atto una politica di colonizzazione priva di logica, e la nostra vita evolve all'ombra dell'attesa di una specie di “big bang” con un gran numero di vittime, che ci “detterà” o ci “costringerà” (splendida espressione di sovranità nazionale) ad adottare una politica di colonizzazione o di rappresaglie militari, anche se prive di qualsiasi effetto.
Non vi è perciò da stupirsi se da una simile psicologia discenda la facilità con cui ci si prepara a, o si attende impazienti, una guerra globale: anche una prospettiva del genere – nonostante, o forse proprio a causa del colossale numero di vittime che potrebbe provocare – si considera un'occasione unica, gravida di nuovi pretesti per prendere un'infinità di misure in reazione. Era questo il sogno di uno Stato ebraico dei padri fondatori del sionismo politico? O si tratta di un incubo?
Nella conclusione del suo romanzo futurista, Altneuland, Herzl mostra i principali personaggi della sua opera che discutono su ciò che avrebbe determinato il “nuovo e più felice modo” di vivere degli ebrei nel loro paese. Le risposte dei protagonisti sono diverse e variegate: “la riunificazione della nazione”, “nuovi mezzi di trasporto”, “la scienza”, “l'amore e la sofferenza”, “Dio”, “la fiducia nei nostri mezzi”, “la tolleranza reciproca”, ecc. E oggi? Che cosa ci prepara e ci impone il “modo di vivere” in questo paese? A questo interrogativo non si è in grado di dare altra risposta: la dimensione del prossimo attentato.
(Haaretz, 6 luglio 2001)
3. Jenin: La guerra di propaganda
Jenin, in Israele, è vista soprattutto come un problema di pubbliche relazioni (in ebraico, hasbara: spiegazione). Sembra inoltre che l'esercito e il governo siano convinti che Israele stia vincendo la battaglia della propaganda. In fondo, tutti i principi relativi a questa battaglia sono stati rigorosamente rispettati.
Primo principio: nessuna foto o notizia in tempo reale! Le FDI (Forze di difesa di Israele, l'esercito israeliano) sono riuscite ad impedire completamente che i mezzi di comunicazione di massa entrassero a Jenin durante le operazioni. Quello di cui disponevamo, quindi, erano “relazioni contraddittorie” – un fiume di relazioni tremende provenienti da testimoni palestinesi scappati dal campo profughi – e la completa smentita delle FDI. Al settimo giorno dell'“operazione” israeliana a Jenin (il 9 aprile 2002), i mezzi di comunicazione israeliani hanno riferito che l'esercito, nonostante tutto, era preoccupato: “Alcuni ufficiali delle FDI hanno manifestato il loro choc” rispetto a ciò che era avvenuto a Jenin: “Quando il mondo vedrà le foto di quello che abbiamo fatto laggiù, questo ci creerà un danno enorme” (Amos Harel e Amira Hass, in Haaretz, ed. in lingua ebraica, 9 aprile 2002). Peres si è addirittura lasciato sfuggire il termine tabù di “massacro” (che naturalmente ha immediatamente smentito).
Il contrattacco israeliano non si è fatto attendere. “Il ministero degli Esteri mobilita risorse per contrastare le denunce palestinesi secondo cui le FDI stanno perpetrando un 'massacro' nel campo profughi di Jenin” (Haaretz, 10 aprile 2002). A Gerusalemme si è costituita una cellula speciale per le pubbliche relazioni dell'esercito e del ministero degli Esteri, e il suo rappresentante, Gideon Meir, ha comunicato alla stampa i criteri di fondo della versione israeliana:
a) “Quel che è accaduto a Jenin è stata un'accanita battaglia e non un “massacro”. (“La munizione diplomatica principale” nell'arsenale della campagna “è che sono stati uccisi nel corso dei combattimenti 22 soldati israeliani”).
b) “La battaglia è stata accanita perché le FDI hanno cercato di ridurre al minimo gli scontri”.
c) La campagna di pubbliche relazioni dovrebbe rivolgere l'attenzione alle perdite israeliane negli attacchi terroristici (Anat Cigelmann e Aluf Ben, in Haaretz, ed. in lingua ebraica, 9 aprile 2002).
Secondo principio della battaglia di propaganda: se controllate completamente i mezzi di comunicazione di massa locali potete fare passare qualunque cosa. Questi messaggi sono poi stati ripetuti, a più riprese, non solo da tutte le personalità politiche e dai portavoce israeliani, ma anche dalla maggior parte dei cronisti, riportati dai bollettini d’informazione. E dagli analisti e dai giornalisti, mascherati da forme spontanee di espressione di un'opinione autorizzata. Ecco, in Haaretz del 19 aprile 2002, la versione della linea propagandistica: “Esistono prove di intensi combattimenti ma, con le dovute riserve, si può ormai parlare di ciò che non c’è stato nel campo profughi di Jenin. Non c'è stato ‘massacro’. Non c’è stato alcun ordine venuto dall'alto, né si è attuata un'iniziativa locale, per uccidere deliberatamente e sistematicamente la popolazione inerme”. Si tratta di una posizione piuttosto sofisticata. Il termine “massacro” può evocare soldati che si spostano di casa in casa sparando su qualsiasi persona si trovino davanti – uomini, donne, bambini (come a Sabra e Chatila). È chiaro che a Jenin non si è svolto un massacro del genere. Nessuna fonte palestinese ha mai descritto i fatti in questo modo. Haaretz e tutti gli altri media negano insistentemente questa specifica accezione del termine. Quel che evidentemente è accaduto a Jenin è che l'esercito ha semplicemente ignorato che ci fosse un numero imprecisato di individui o di famiglie nei settori che venivano bombardati giorno e notte con missili lanciati da elicotteri Cobra, oppure in alcune delle case abbattute dai bulldozer per aprire la strada ai carri armati. Nessuno è andato ad ammazzare individualmente la gente; le persone sono state semplicemente sotterrate dalle macerie delle loro abitazioni bombardate o abbattute. Altre sono morte per le ferite nei vicoli, o hanno invocato aiuto per giorni da sotto le macerie, prima che la loro voce si estinguesse. A poco a poco, le testimonianze di ufficiali di riserva si fanno strada sui mezzi di comunicazione di massa israeliani: “Dopo i primi istanti del combattimento, quando è stato ucciso un comandante […] gli ordini erano chiari: sparare contro ogni finestra, controllare ogni singola casa – si spari o meno da quella casa”. Alla domanda se ha visto civili uccisi il riservista risponde: “Personalmente no. Ma il fatto è che stavano dentro le case. Gli ultimi giorni, la maggior parte di quelli che uscivano dalle case erano vecchi, donne e bambini, che vi erano rimasti per tutto il tempo e che erano rimasti sotto il nostro fuoco. Questa gente non aveva alcuna speranza di potere lasciare il campo, e parliamo di molta gente” (Ofer Shelah, in Yedioth Aharonot, supplemento del fine settimana, 19 aprile 2002).
Sono molti quelli ai quali descrizioni del genere bastano per farli tremare e che non vogliono sapere veramente se il termine “massacro” sia appropriato o meno. Perché la campagna di pubbliche relazioni abbia successo si deve allora mettere l'accento sul fatto che non stiamo parlando di uccidere o bombardare dei civili, ma di un feroce combattimento nel corso del quale possono anche essere stati, casualmente, uccisi dei civili. Secondo l'esercito israeliano, nel campo profughi di Jenin, densamente popolato e che conta 15.000 abitanti, c'erano qualche decina di terroristi ricercati e alcune centinaia di uomini armati. Che cosa si può considerare adeguato in una battaglia che si svolge in condizioni del genere? L'Ufficio informazioni governativo risponde alla domanda con il secondo principio citato sopra: si poteva radere a terra il campo completamente, insieme agli abitanti, con qualche tiro di precisione di caccia F16, eliminando quindi tutti i terroristi senza perdite per l'esercito israeliano. Invece, l'esercito ha corso un enorme rischio negli scontri così come si sono svolti, per salvare vite palestinesi. Se queste sono le opzioni possibili, allora a Jenin l'esercito israeliano ha dimostrato di essere veramente umanitario.
Potrà passare un determinato periodo di tempo prima che noi (israeliani) cominciamo a renderci conto di che cosa abbiamo fatto a Jenin. Io non ho ancora le parole per esprimere la mia vergogna, la mia terribile sofferenza per il popolo palestinese. Per questo parlo di ciò che abbiamo commesso nei nostri stessi confronti. Uno dei miei amici più cari è stato assassinato tre giorni fa durante un viaggio nel Sinai – un pittore ed esperto di informatica, appartenente alla cerchia dei riservisti renitenti. Stando a rapporti ufficiali, lo avrebbe ucciso un egiziano che cercava di vendicare gli assassini di palestinesi. Non poteva distinguere tra il mio amico e gli amabili riservisti di Jenin, che tanto abbiamo visto e ascoltato negli ultimi giorni. Di fatto, si somigliano. E molti di loro, tra l'altro, sono esperti di informatica. Itai Angel, il giovane giornalista che ha intervistato alcuni riservisti sul secondo canale, nella tarda serata dello scorso venerdì, è probabilmente riuscito a convincere parecchia gente, nella nostra ristretta cerchia, che persone così amabili, per loro stessa natura, non potevano commettere un massacro. Quindi, non vi è stato un massacro – vi sono stati accaniti combattimenti, e siamo a posto. Ma, al di là della nostra cerchia, nessuno guarda Itai Angel. Loro contemplano le rovine di Jenin. E noi stiamo facendo levare contro di noi l’intero mondo musulmano.
(Diffuso via e-mail, 1° maggio 2002)
Parte seconda
GUERRA
E REPRESSIONE
I – CAMP DAVID: LA MISTIFICAZIONE
Una delle principali preoccupazioni di una parte del campo israeliano della pace è stata quella di forzare questo sbarramento, in un paese in cui la propaganda bellica si è saldata con le paure della popolazione. In varie occasioni, Akiva Eldar ha riportato per l'opinione pubblica israeliana i punti di vista palestinesi sul fallimento. Yehudith Arel cerca di restituire la dimensione tragicamente smarrita dell'“altro” agli occhi dei suoi vecchi amici di Peace Now. Infine, Reuven Kaminer cerca di dimostrare l'argomento principale che ha provocato il rovesciamento dell'opinione pubblica israeliana: la paura dell'“inondazione” di Israele, con il ritorno di milioni di profughi palestinesi.
1. Che cosa non ha funzionato a Camp David: la versione ufficiale dell'Olp
Alcuni membri del gruppo di esperti che collaborano con la delegazione palestinese, in possesso di passaporti americani che aprono gli sbarramenti stradali delle forze di difesa israeliane, nelle ultime settimane hanno preso a fare una serie di giri per Israele. Si pronunciano in riunioni nei salotti di certe abitazioni di Herziliya e incontrano forum di intellettuali disorientati a Gerusalemme.
Le domande si ripetono: si trova sempre qualcuno che chiede come mai il capo dell'Autorità palestinese, Yasser Arafat, ha reagito con tanta violenza alle più che ragionevoli proposte dell'ex Primo ministro Ehud Barak. Erano disposti davvero ad accettare la proposta di Barak di uno scambio di territori? E come si sarebbe potuto non porre un problema scottante come quello del diritto al ritorno?
I giovani palestinesi, fra cui un consulente giuridico di New York e un dottorando in legge di Oxford, danno una risposta, in un inglese eccellente, ad ogni domanda.
Quando Barak si è impegnato in un torrente di attacchi contro Arafat all'insegna di “ho svelato il suo vero volto”, i membri del gruppo palestinese hanno deciso di non trascurare, questa volta, l'opinione pubblica israeliana. Sotto l'egida dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), hanno raccolto le domande tipo poste dal pubblico israeliano ed hanno messo a punto in forma di risposte le posizioni ufficiali palestinesi, nonché la loro versione su Camp David e gli eventi che si sono innescati successivamente. La loro versione, specie sulla carta allora proposta da Barak, è abbastanza vicina a quella che Robert Malley, ex consigliere particolare del presidente statunitense Bill Clinton per le questioni israeliano-arabe, sta pubblicando sulla stampa mondiale (con dispiacere di Clinton…).
1. Perché i palestinesi hanno rifiutato la proposta di pace di Camp David?
Per una pace vera e durevole tra i due popoli, israeliano e palestinese, devono esserci due Stati praticabili e indipendenti che vivano da vicini alla pari. La proposta di Israele a Camp David, mai avanzata per iscritto, negava la praticabilità e l'indipendenza dello Stato palestinese, dividendone il territorio in quattro cantoni separati, interamente circondati e, quindi, controllati da Israele. La proposta di Camp David negava inoltre ai palestinesi il controllo dei propri confini, dello spazio aereo e delle risorse idriche, mentre legittimava ed espandeva le colonie israeliane illegali nei territori palestinesi. La proposta di Israele a Camp David proponeva un “riassetto” dell'occupazione militare, non la sua fine.
2. La proposta di Israele non concedeva ai palestinesi tutti i territori occupati nel 1967?
No, Israele cercava di annettere il 9% circa dei territori palestinesi occupati, offrendo in cambio solo l'1% dei propri. D'altro canto, Israele otteneva il controllo su un altro 10% dei territori palestinesi occupati, nella forma di un “contratto di affitto a lunga scadenza”. Non si tratta, comunque, di un problema di percentuali, ma di praticabilità e di indipendenza. In una prigione, ad esempio, il 95% degli impianti è evidentemente riservato ai prigionieri (celle, bar, palestra, installazioni sanitarie), ma il rimanente 5% basta ai guardiani per conservare il controllo sulla popolazione carceraria. Allo stesso modo, la proposta di Camp David, pur effettivamente allargando la prigione palestinese, non poneva fine al controllo israeliano sulla popolazione palestinese.
3. I palestinesi accettano l'idea di uno scambio di territori?
I palestinesi erano (e sono) disposti a prendere in considerazione qualsiasi idea sia compatibile con una pace equa, fondata sulla legge internazionale e l'uguaglianza dei popoli israeliano e palestinese. I palestinesi hanno tenuto conto dell'idea di uno scambio di territori, ma hanno proposto che questo si basasse sul rapporto di uno a uno, con terre dello stesso valore e in zone adiacenti al confine con la Palestina e in prossimità di quelle che sarebbero state annesse da Israele. Ma la proposta avanzata a Camp David da Israele, con il rapporto di nove a uno (a proprio vantaggio), è stata percepita come talmente iniqua da inficiare la fiducia nell'impegno israeliano per un equo compromesso territoriale.
4. Come vedeva la proposta israeliana il territorio di uno Stato palestinese?
La proposta di Israele divideva la Palestina in quattro cantoni separati tra loro, circondati da Israele: la Cisgiordania settentrionale, la Cisgiordania centrale, la Cisgiordania meridionale e Gaza. Spostarsi da una parte all'altra avrebbe comportato l'attraversamento di territorio sotto sovranità israeliana e avrebbe perciò sottoposto al controllo di Israele gli spostamenti dei palestinesi all'interno del proprio paese. Tali restrizioni sarebbero state applicate non solo alla circolazione delle persone, ma anche a quella delle merci, sottoponendo di fatto l'economia palestinese al controllo israeliano. La proposta di Camp David, infine, avrebbe permesso a Israele di controllare tutti i confini palestinesi, consentendogli così di controllare anche la circolazione di persone e di beni non solo interna, ma anche internazionale. Uno Stato del genere sarebbe stato meno sovrano e praticabile dei bantustan creati dal governo sudafricano dell'apartheid.
5. Come affrontava la proposta israeliana la questione della Gerusalemme Est palestinese?
La proposta di Camp David esigeva che i palestinesi abbandonassero ogni rivendicazione sulla parte occupata di Gerusalemme. La proposta avrebbe costretto al riconoscimento dell'annessione da parte di Israele dell'intera Gerusalemme Est araba. I colloqui successivi a Camp David hanno lasciato intendere che Israele sarebbe stato disposto a concedere ai palestinesi la sovranità su alcuni quartieri palestinesi isolati al centro di Gerusalemme Est, ma questi sarebbero rimasti accerchiati da colonie israeliane illegali, rimanendo isolati non solo tra loro, ma anche dal resto dello Stato palestinese. Di fatto, quella proposta avrebbe creato ghetti palestinesi nel cuore di Gerusalemme… […]
8. La violenza esplosa dopo Camp David non dimostra che i palestinesi non vogliono veramente vivere in pace con Israele?
I palestinesi hanno riconosciuto nel 1988 il diritto di Israele ad esistere ed hanno rinnovato tale riconoscimento in varie occasioni, incluso a Madrid nel 1991 e negli accordi di Oslo, nel settembre del 1993. Israele invece deve ancora ammettere esplicitamente e formalmente il diritto dei palestinesi all'esistenza. Il popolo palestinese ha atteso pazientemente la propria libertà e indipendenza dopo la Conferenza di Madrid, nel 1991, malgrado la politica israeliana di creare continuamente fatti compiuti, costruendo colonie in territori occupati (gli insediamenti israeliani nei territori occupati – senza tenere conto di Gerusalemme – sono aumentati del 52% dopo la firma degli accordi di Oslo, e la popolazione dei coloni, compresi quelli di Gerusalemme Est, è più che raddoppiata). I palestinesi vogliono veramente vivere in pace con Israele, ma la pace con Israele deve essere una pace equa, non una pace ingiusta, imposta dalla parte più forte a quella più debole.
9. Il fallimento di Camp David non dimostra che i palestinesi semplicemente non sono disposti ad un compromesso?
I palestinesi compromessi ne hanno fatti davvero. Negli accordi di Oslo, i palestinesi hanno riconosciuto la sovranità di Israele sul 78% della Palestina storica (il 23% in più di quanto era stato concesso a Israele dal piano di spartizione dell'ONU, nel 1947), nell’ipotesi che avrebbero potuto esercitare la propria sovranità sul rimanente 22%. La stragrande maggioranza dei palestinesi hanno accettato questo compromesso estremamente generoso da parte loro, ma a Camp David lo si è ignorato, e si è chiesto ai palestinesi di “fare compromessi sul compromesso” e di fare nuove concessioni in favore di Israele. Per quanto i palestinesi possano continuare a fare compromessi, nessun popolo potrebbe farne sui suoi diritti fondamentali o sulla praticabilità del proprio Stato.
10. I palestinesi hanno abbandonato la soluzione dei due Stati e insistono ora sull'intera Palestina storica?
L'attuale situazione ha sicuramente inasprito le posizioni da entrambe le parti, con estremisti sia in Israele sia nei territori occupati che rivendicano l'intera Palestina storica. Tuttavia, non vi sono prove che l'Autorità palestinese o la maggioranza dei palestinesi abbiano abbandonato la soluzione dei due Stati. Questa, però, è minacciata soprattutto dalla costruzione delle colonie israeliane e delle strade di aggiramento destinate ad incorporare i territori occupati da parte di Israele. Se queste costruzioni non cessano, potrebbe semplicemente essere impossibile realizzare la soluzione dei due Stati – e ormai alcuni accademici e intellettuali palestinesi sostengono che Israele non permetterà mai ai palestinesi si avere uno Stato praticabile e che questi dovranno piuttosto concentrare i propri sforzi per ottenere parità di diritti come cittadini israeliani.
11. Non è irragionevole che i palestinesi chiedano un diritto illimitato al ritorno in Israele di tutti i profughi palestinesi?
Il problema dei profughi non è mai stato affrontato seriamente a Camp David, dato che il Primo ministro Ehud Barak ha dichiarato che Israele non aveva alcuna responsabilità, né rispetto al problema dei profughi, né rispetto a quello della sua soluzione. Evidentemente, non vi può essere una soluzione complessiva del problema israeliano-palestinese senza risolverne una delle componenti chiave: la situazione critica dei profughi palestinesi.
Si tratta di un diritto chiaramente riconosciuto dalla legge internazionale, secondo cui i non combattenti che fuggono durante un conflitto hanno il diritto al rientro, una volta che questo sia terminato. Ma il riconoscimento israeliano del diritto al rientro dei palestinesi non significa che tutti i profughi lo eserciterebbero. Oltre al riconoscimento, va tenuto conto della nozione di scelta. Molti profughi potrebbero optare per: 1) stabilirsi in altri paesi; 2) stabilirsi in una Palestina nuova e indipendente (ancorché originari di una parte della Palestina diventata Israele); 3) per la normalizzazione del proprio statuto legale nel paese ospitante in cui risiedono attualmente. Inoltre, il diritto al ritorno potrebbe essere realizzato gradatamente, per tenere conto delle preoccupazioni demografiche di Israele.
(Haaretz, 24 luglio 2001)
2. Peace Now e il suo “Altro”
In un articolo pubblicato da The Guardian il 5 gennaio 2001, lo scrittore nonché fondatore del movimento Peace Now, Amos Oz, ha ripetuto l'affermazione secondo cui i palestinesi hanno rifiutato l'offerta più generosa che potesse fare Israele, insistendo sul diritto al rientro in patria di milioni di profughi. Egli sostiene che Israele ha offerto ai palestinesi un accordo basato sui confini del 1967, con “correzioni minime e reciproche” – ritiro dalle colonie isolate, riconoscimento di Gerusalemme Est come capitale della Palestina e gestione musulmana (e non palestinese) dei siti religiosi contesi.
“La nazione palestinese respinge questa pace. I dirigenti rivendicano il ‘diritto al ritorno’ per centinaia di migliaia di palestinesi che sono fuggiti e sono stati cacciati dalle loro case durante la guerra del 1948, mentre ignorano tranquillamente il destino di migliaia di ebrei israeliani che sono fuggiti e sono stati cacciati dalle loro case nei paesi arabi”, ha soggiunto Amos Oz.
L'argomento di Oz mette in rilievo parecchie questioni. I palestinesi rivendicano oggi l'applicazione alla lettera del diritto al ritorno in Israele dei loro profughi? Non potrebbe invece essere che la loro legittima richiesta fosse il franco riconoscimento dell'ingiustizia perpetrata nei loro confronti – il riconoscimento dei loro diritti storici come base di trattativa per un'applicazione limitata del diritto al ritorno che non metta in pericolo Israele come focolaio ebraico?
Inoltre, vista l'estrema violenza e la brutalità delle rappresaglie dell'esercito israeliano che reprime la lotta palestinese per l'indipendenza, l'elevato costo in termini di morti e feriti (oltre 320 morti e svariate migliaia di feriti in tre mesi), le difficoltà di esistenza create a tanta gente, la miseria, la fame, le sofferenze quotidiane di centinaia di migliaia di persone, non potrebbe essere che la direzione palestinese sia stata indebolita al punto di non essere per il momento in grado di accettare un qualsivoglia compromesso relativamente al problema dei profughi? Negli ultimi tre mesi, il governo israeliano ha usato modi di procedere che si possono definire crimini di guerra, quali ad esempio l'“eliminazione” di militanti palestinesi. Questa politica è culminata la settimana scorsa nell'esecuzione senza processo di Thabet Thabet, uno dei dirigenti politici di al-Fatah, sostenitore da tempo della pace, uno degli interlocutori di Peace Now. Non è possibile che queste pratiche abbiano creato una disperazione e una collera tali da provocare un mutamento significativo delle posizioni dei gruppi dirigenti palestinesi nei confronti del compromesso storico?
E ancora, Oz accusa la direzione palestinese di ignorare il destino degli ebrei cacciati dalle loro case nei paesi arabi, deformando in tal modo deliberatamente i dati storici, ormai chiaramente appurati, circa il modo in cui la maggior parte degli ebrei del mondo arabo sono stati “convinti” dai dirigenti sionisti a lasciare la propria casa per essere portati in Israele. In ogni caso, perché mai i palestinesi dovrebbero pagare “danni e interessi” per cittadini iracheni, egiziani od altri cittadini ebreo-arabi?
Gli atteggiamenti che si riflettono nell'articolo di Oz, ancor più dei problemi politici affrontati, sono la sintesi della corruzione intellettuale e dell'handicap emotivo degli strati intellettuali della principale corrente del campo della pace israeliano.
Questo ha suscitato in seno ai circoli israeliani un discorso profondamente radicato, paternalistico, pieno di buoni sentimenti, l'assenza di comunione con la sofferenza degli altri, la mancanza di comprensione delle loro prospettive e delle loro esigenze, e soprattutto la convinzione quasi cronica che l'“Altro” debba agire al meglio degli interessi israeliani.
Sembrerebbe che Oz si aspetti dai dirigenti palestinesi che si mobilitino nella campagna per la rielezione del Primo ministro Ehud Barak, magari per colmare il vuoto lasciato dagli ex alleati, che giustamente lo hanno abbandonato. Per tragico e sciagurato che possa essere, sembra che il “tempo della pace” non sia ancora arrivato. (Al Ahram, 17 gennaio 2001)
3. La paura di essere travolti
Il 2 gennaio 2001, numerose personalità di primo piano del movimento della pace israeliano, fra cui parecchi dirigenti del Meretz e di Peace Now, hanno promosso un appello rivolto alla direzione palestinese. Questi dirigenti della sinistra sionista ritenevano fosse urgente sottolineare il “[loro] disaccordo sull’indiscriminato ritorno dei profughi entro i confini di Israele, perché questo ritorno non significherebbe altro che l'eliminazione dello Stato di Israele”. Dichiaravano inoltre, e nel medesimo spirito, che “il ritorno in massa dei profughi palestinesi in Israele contrasterebbe con il diritto del popolo ebraico all'autodeterminazione” (Haaretz, 2 gennaio 2001). Molti dei militanti del movimento della pace vedono nel problema del diritto al rientro de profughi palestinesi, basato sulla risoluzione n. 194 dell'ONU, e nelle tempestose discussioni che si stanno avendo al riguardo tra Israele e l'Autonomia palestinese il principale ostacolo ad ogni soluzione dei negoziati tra le due parti. Per la verità, questo scontro particolarmente vivace tra le diplomazie sul problema dei profughi, e la conseguente polarizzazione, sono la conseguenza, e non la causa, dell'abbandono del processo di pace sotto l'egida degli Stati Uniti. Vedremo come siamo arrivati a questo punto morto.
Non vi è motivo di perdere la speranza né di avere paura
Spero che tanti miei amici che di recente hanno manifestato la loro angoscia o si sono spaventati molto per la questione dei profughi comincino a capire quanto prima possibile che l'Autorità palestinese e qualsiasi palestinese che si rispetti sono costretti a sostenere, nella lettera e nello spirito, la risoluzione ONU n. 194, dopo ciò che è successo dopo Camp David nel 2000 e dopo la seconda Intifada. Sostenere che l'Autorità palestinese appoggi la risoluzione ONU n. 194 perché non è capace di fare la pace con Israele, a meno che Israele non rinunci alla sua politica e alla sua capacità di conservare il carattere ebraico del paese, è sbagliato per i motivi che seguono.
Nei loro stessi discorsi, i dirigenti palestinesi hanno sempre distinto tra il riconoscimento dei diritti dei profughi e i meccanismi specifici di attuazione di questo diritto. Per questa attuazione, parte di un accordo di pace tra Israele e Palestina, si avvierebbe un processo abbastanza lungo che comprenderebbe impegni finanziari e politici internazionali, rimpatrio, ripopolamento, indennizzi e svariati freni e contrappesi che rinviano alla sovranità israeliana. Non vi è alcun motivo di pensare che l'Autorità palestinese abbia in mente un altro processo. Se così fosse, la paura morbosa di tante colombe israeliane di vedere riconosciuta la risoluzione ONU n. 194 avrebbe un senso: ma che un diluvio di milioni di profughi palestinesi sommerga Israele – la trasformazione in un ulteriore Stato arabo – non ha alcun fondamento reale. Si tratta di una paura infondata, e coltivarla non può che aiutare i nemici della pace a proseguire l'occupazione.
Si tratta tra l'altro di una paura morbosa, che richiama le angosce razziste in Occidente di fronte all'imminente minaccia di un diluvio di “orde gialle”. Se non riuscite a immaginare lo scenario di questo film dell'orrore, eccovelo: decine di migliaia di profughi tornano in Israele, che vive in pace con i suoi vicini. I profughi rimpatriati riescono felicemente ad inserirsi, economicamente e politicamente. Poi centinaia di migliaia di profughi tornano in Israele e si inseriscono nello stesso modo. Gli ex profughi vivono in pace con i loro vicini israeliani, così come Israele vive in pace con il mondo arabo. E poi, all'improvviso, gli ex profughi e l'insieme dei paesi arabi, con lo Stato palestinese in testa, dichiarano: “Vi abbiamo in pugno. Se Israele non diventa uno Stato arabo (o una colonia della Palestina), membro della Lega araba, vi dichiareremo guerra e vi distruggeremo!”. Per farla breve, la dichiarazione dei dirigenti della sinistra sionista si basa sulla paura, la nevrosi, il panico – arrivano i profughi!
Lo stallo attuale
Eccezion fatta per chi conosce a fondo le ragioni del conflitto, che bisognerebbe sempre avere in testa, alcune personalità dovrebbero cercare di capire che cosa sia un processo diplomatico. In luoghi tranquilli si svolgono trattative su basi di fiducia e che consentano di fare passi avanti, con l'assunzione delle differenze di principio, nello sforzo di trovare soluzioni che migliorino sensibilmente la situazione di tutti. Nel momento di crisi diplomatiche (quando si ridimensiona la prospettiva di un accordo) i due campi ritornano ai “principi” e spiegano agli elettori che l'altra parte è in malafede. Dal momento che per ora non c'è un effettivo progresso verso la pace, Barak cerca di neutralizzare le critiche del movimento della pace, pretendendo che una regolamentazione dipende dall'accettazione integrale e incondizionata della risoluzione ONU n. 194 da parte di Israele. Barak ritiene che sia facile manipolare l'opinione pubblica israeliana, giacché tanti militanti pacifisti sono convinti che vi siano stati accordi ufficiali con i dirigenti palestinesi, per cui questi ultimi avrebbero potuto “andarci piano” con il problema dei profughi, se tutte le altre questioni erano state risolte in modo soddisfacente. Quand'anche fosse più o meno fondata questa convinzione su contatti tra i principali dirigenti palestinesi e certe cerchie del movimento della pace israeliano, è chiaro che gli accordi non trovano applicazione, né possono trovarla, nelle circostanze relative alla fase attuale dei negoziati con i palestinesi.
Innanzitutto, è destituita di qualsiasi fondamento l'idea che i seguaci di Barak presumessero che tutte le altre questioni fossero state appianate per l'essenziale. Ormai non mancano più informazioni credibili secondo cui restavano enormi difficoltà per quanto riguarda la spartizione di Gerusalemme, l'assegnazione di territori allo Stato palestinese e lo smantellamento delle colonie. Mi risulta penoso constatare che tanti di quelli che fanno parte del campo della pace ci tengano in modo assoluto a fare il gioco di ogni voltafaccia di Barak. Ultimo in ordine di tempo questo scambio, parole a vuoto, proposto da Barak: “Vi diamo il Monte del Tempio in cambio della 194”. C'è qualcuno in Israele con un minimo di sale in zucca che possa pensare che l'Autorità palestinese metterebbe a punto i particolari di un accordo sulla base di simili criteri? Non è chiaro per qualsiasi osservatore informato (compresi alcuni sionisti di sinistra, la cui grande intelligenza è innegabile) che una manovra del genere è destinata al fallimento, grossolana com'è nelle intenzioni e talmente inopportuna da non potere essere presa che come una provocazione in contrasto con trattative serie?
Inoltre, anche se fosse esistito un “accordo ufficioso” in base al quale i palestinesi non avrebbero creato difficoltà sul problema dei rifugiati, questo sarebbe stato credibile solo nel quadro di tutta una serie di accordi interinali. Ma era, ed è, del tutto inverosimile e del tutto inconcepibile che i palestinesi cancellino il problema dei profughi nel quadro di un accordo sullo statuto finale che si presume ponga fine al conflitto. Per qualsiasi palestinese è molto chiara la differenza tra dei passi in avanti apprezzabili, per cui potevano consentire che Israele non accettasse appieno e integralmente la risoluzione n. 194, e un accordo conclusivo in cui dovrebbero rinunciare ad ogni ulteriore rivendicazione, soprattutto relativa ai diritti umani, civili e politici di tre-quattro milioni di profughi. Sarebbe stato auspicabile che questo fosse altrettanto chiaro ai dirigenti della sinistra sionista.
Tra l'altro, nell'implacabile mondo della realpolitik c'è un altro aspetto che va esaminato. Immaginate di essere un dirigente palestinese serio e vogliate, per timore di non potere fare di meglio, “dimenticare” i profughi e rinunciare ai loro diritti, per ottenere un accordo decente sui confini e su Gerusalemme: siete sicuri di avere un interlocutore? C'è qualche sionista di sinistra che possa garantire che Barak arriverebbe in fondo a un patto del genere (lui che non la smette di dichiarare che non rinuncerà mai alla sovranità israeliana sul Monte del Tempio)? Proporreste al dirigente palestinese di rinunciare al suo dovere verso i profughi unicamente per procurarsi la minima possibilità che Barak onori una volta tanto uno dei suoi impegni? Sappiamo anche che Barak sarà ancora sulla scena per poco, che non ha maggioranza parlamentare, né gabinetto, né consiglieri, né partito e che ha pochissime speranze di restare Primo ministro nel giro di meno di un mese…
A rimorchio degli eventi
La sinistra sionista ha svolto spesso un ruolo importante nello spingere ad iniziative concrete nel processo di pace israelo-palestinese. Essa però ha anche costituito, in altre circostanze, un freno allo sviluppo politico e ideologico del campo della pace. Troppo spesso è stata bene o male al rimorchio degli elementi più coerenti ed internazionalisti del movimento israeliano della pace. Dopo la guerra del 1967, la sinistra sionista ha tenuto a fare della Giordania e del “re buono” di quel paese il proprio partner per la pace, per molto tempo dopo che è stato chiaro che era l'OLP il rappresentante del popolo palestinese. La sinistra sionista ha continuato a presentare l'OLP come un'“organizzazione terrorista” molto tempo dopo che importanti gruppi in Israele e nel mondo hanno dimostrato la volontà dell'OLP di negoziare con Israele. Il campo sionista favorevole alla pace è rimasto, fino a poco tempo fa, molto vago sull'insediamento delle colonie ai confini di prima del 1967. Solo di recente (e dopo Barak) ha preso ad appoggiare i diritti e la sovranità palestinese su Gerusalemme. Infine, ha fatto eco a Clinton e a Barak nel sostenere che Arafat aveva immancabilmente mandato a male le speranze di arrivare alla pace rifiutando a Camp David “concessioni di notevole portata”. Devo dire, a suo credito, che da alcuni mesi la sinistra sionista si è calmata è ha sviluppato una comprensione molto migliore di tutte queste questioni, e che rifiuta l'argomento di Barak secondo cui Israele non ha un interlocutore per instaurare la pace. La ragione per cui il modo di pensare della sinistra sionista è, per natura, lento sta nel suo approccio fondamentalmente empirico. È una forza progressista in quanto coglie il valore della pace e che Israele è abbastanza forte da fare concessioni importanti per ottenerla. Ma ritiene che tali concessioni siano solo strumenti. Per la sinistra sionista qualsiasi pace è una pace giusta se garantisce una stabilità funzionale. Per i sostenitori dei diritti umani e per i democratici, la pace è importante in sé, ma non può dare veramente i suoi frutti se non è giusta, se non soddisfa cioè i criteri elementari della giustizia universale. Una pace che voltasse le spalle alle sorti di tre-quattro milioni di profughi e rifiutasse di modificarne la situazione non soddisferebbe minimamente criteri del genere.
(Diffuso tramite la rete militante di Internet, 7 gennaio 2001)
II – I CRIMINI
I pochi documenti presentati di seguito dimostrano la preoccupazione dei rispettivi redattori di mettere in rilievo per il pubblico israeliano perlomeno tre elementi: la realtà di uno schiacciante rapporto di forza in favore di Israele, in contrasto con la sensazione ossessionante della popolazione di questo paese, che si percepisce in perenne pericolo di essere schiacciata e “gettata a mare”.
I riferimenti alla seconda Guerra mondiale e la posizione di oppresso e di vittima del popolo israeliano sono frequenti in quella che sembra essere la preoccupazione di correggere l'immagine interiorizzata di vittima, per permettere la visibilità di una realtà di oppressione. Tali riferimenti e raffronti (spesso fustigati in Europa) sono più ricorrenti nella società israeliana e in genere accettati.
Infine, due dei testi sono stati scritti dopo l'intervento militare nel campo di Jenin. Leggendoli, risulta chiaro che quell'episodio segna una svolta nella consapevolezza israeliana della natura di questa guerra.
1. Ecco il reale rapporto di forza
Nella guerra dichiarata dai palestinesi a Israele, essi hanno dispiegato queste armi:
–manifestazioni davanti ai blocchi stradali dell'esercito israeliano (FDI) e nei centri urbani;
–scioperi del commercio, appello al boicottaggio dei prodotti israeliani, furto di auto israeliane, volantini;
–pietre, usate dalle masse soprattutto nelle prime settimane della guerra;
–bottiglie Molotov, pistole, fucili, mitragliatrici;
–obici di mortaio, mine, missili esplosivi, granate;
–bombe viventi”, gli attentati suicidi.
Le postazioni di sicurezza dei palestinesi, lungo il confine invisibile che separa i territori palestinesi dalle zone sotto controllo israeliano e dalle colonie ebraiche, sono strutture di cemento, sacchi di sabbia ammucchiati, capanne di latta. I palestinesi che continuano a lanciare pietre e bottiglie Molotov si nascondono dietro carcasse di auto, barili, cartelloni, mura di case. Le imboscate dei palestinesi tirano contro i soldati e i civili israeliani dagli orti, dalle colline, da edifici vuoti e costruzioni dalle pareti di eternit nei quartieri dei profughi.
Un palestinese ha travolto ed ucciso soldati e civili in una delle stazioni di autostop segnalate dall'esercito: “Fate salire un soldato”. Un alto palestinese ha sparato a soldati nei pressi dello Stato maggiore, a Tel Aviv. Sono stati piazzati in Israele missili esplosivi ed autobombe.
Circa una dozzina di palestinesi hanno commesso attentati esplosivi in Israele e altre decine di essi aspettano l'occasione di imitarne l'esempio. Oltre 150 israeliani sono stati uccisi in questi attentati – tra cui donne, bambini ed anziani.
Nella guerra difensiva di Israele contro l'offensiva palestinese, le truppe dell'FDI sono dispiegate attraverso i territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, dove vivono attualmente tre milioni di palestinesi, ed ecco le armi impiegate:
–cacciabombardieri F16, elicotteri da combattimento, aerei senza pilota;
–carri armati, mezzi blindati per il trasporto di truppe, jeeps blindate;
–postazioni fortificate in cemento sulle autostrade, ronde di controllo;
–navi, fucili snipers, bulldozer;
–bombe, obici da carri e mortai, missili aria-terra e terra-aria;
–granate invalidanti e lacrimogeni;
–sbarramenti di filo spinato, prigioni e collaboratori.
I soldati sparano dal cielo, dal mare, da terra. Sparano dai carri armati, dalle postazioni fortificate, e al riparo delle jeeps.
Le truppe hanno basi sparse nei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, di fronte ai quartieri popolati da profughi palestinesi, nelle città e nei villaggi, nelle colonie ebraiche.
Carri armati e blindati percorrono quotidianamente le autostrade e vi sono anche carri e blindati che stazionano in cima alle colline o nelle colonie, ed effettuano pattugliamenti sulle autostrade.
Ed ecco che cosa fa Israele con le armi di cui dispone e con il controllo che esercita:
–assassina palestinesi che i Servizi di sicurezza (Shin Bet) dicono siano collegati agli attacchi terroristici contro gli israeliani all'interno o al di là della linea verde;
–uccide e ferisce decine di palestinesi armati,
–uccide centinaia e ferisce migliaia di palestinesi inermi, compresi donne, bambini e anziani;
–demolisce i posti di polizia o le postazioni del personale di sicurezza organizzato dai palestinesi, bombarda edifici appartenenti all'Autorità palestinese;
–demolisce le case con bulldozer e carri armati, si impossessa di quelle che stanno lungo le autostrade;
–sradica orti e piantagioni, demolisce serre, fabbriche e laboratori industriali;
–trattiene in arresto oltre un migliaio di palestinesi, impone per parecchi giorni, addirittura per settimane, il coprifuoco a interi quartieri o a villaggi in prossimità delle colonie;
–impone la chiusura di tutta la Cisgiordania e della Striscia di Gaza;
–chiude i punti di traffico internazionali ai veicoli palestinesi, bloccando per ore il movimento di vetture lungo autostrade “palestinesi”;
–picchia passanti palestinesi;
–impedisce agli abitanti di Rafah e di Khan Yunis (bambini inclusi) l'accesso alle spiagge;
–limita le importazioni di generi alimentari, medicinali e materie prime nei territori palestinesi;
–limita l'introduzione sul mercato dei prodotti agricoli palestinesi;
–emette ordini di sgombero e di demolizione delle case nelle zone in prossimità della linea verde;
–ha ridotto da dodici a tre miglia marine la zona costiera in cui possono operare le barche da pesca di Gaza.
Tutte le operazioni menzionate sopra sono effettuate con la forza, ma i palestinesi non arretreranno, e quindi:
–alcuni partecipano a manifestazioni di protesta, alcuni sparano, altri piazzano bombe e altri ancora commettono attentati suicidi;
–tutti aggirano a piedi gli sbarramenti militari israeliani, alcuni restano a casa e subiscono i bombardamenti notturni, o si nascondono sotto le scale perché non esistono rifugi antiaerei;
–alcuni vivono in tende, perché le loro case sono state demolite;
–tutti i bambini palestinesi si nascondono sotto il letto o sotto pesanti coperte quando gli aerei da combattimento o gli elicotteri israeliani sorvolano il loro quartiere;
–l'Autorità palestinese arresta chi collabora con gli israeliani e istruisce processi lampo;
–molti si introducono furtivamente in Israele per guadagnare un po' di soldi, mentre altri lo fanno per lasciarsi definitivamente alle spalle tutto questo, e compiono un attentato suicida.
(Haaretz, 15 ottobre 2001)
2. Da marchiato a marchiatore
Non vi è dubbio che il percorso storico del popolo ebraico negli ultimi sessant'anni che separano il 1942 dal 2002 potrebbe servire come materiale per appassionanti studi storici e sociologici.
In appena sessant'anni, si è passati:
- da chi era marchiato con tanto di numero a chi marchia con tanto di numero;
- da chi era rinchiuso in ghetti, a chi rinchiude in ghetti;
- da chi sfilava in colonna a mani alzate a chi fa sfilare in colonna con le mani in alto;
- da chi era umiliato e discriminato in base alla propria religione e all’origine, a chi umilia e discrimina in base alla religione e all'origine;
- da oppresso in nome di un crudele nazionalismo a chi opprime in nome di un crudele nazionalismo;
- da vittima di un politica abietta di espulsione [transfert], al sempre più entusiastico appoggio a un’abietta politica di espulsione.
In tutti questi sessanta anni, e su tutto, non abbiamo imparato niente, interiorizzato niente. Abbiamo dimenticato tutto.
Sembra che il principale insegnamento di quest'amnesia morale sia in effetti una grande e chiarissima lezione antirazzista: la clamorosa dimostrazione che tutti gli esseri umani sono uguali. Che il virus del razzismo e dello sciovinismo cova nel cuore di ogni nazione. Che nessun popolo ne è immune, e che, in circostanze adeguate, le sue spore si rivitalizzano, rialzano la testa e cominciano a fare presa sul tessuto morale ed umano.
Vale per tutti i popoli, compreso il popolo ebraico. Chi era convinto di essere la perla di tutti i popoli, l’eletto dagli dei, il faro delle nazioni, è stato contagiato anche lui dal morbo.
Per finire, non siamo più un popolo diverso e strano, dal colorito pallido e dallo sguardo pieno di saggezza, ma siamo ormai simili a qualsiasi altra nazione.
E tutto questo in sessanta brevi anni! Non è una notizia ottimistica?
(Yedioth Aharonot, 15 marzo 2002)
3. Dopo Jenin…
Perché siamo in guerra noi e i palestinesi?
Perché Israele ha tentato di smembrare quanto resta della Palestina in quattro cantoni, costruendo “strade di separazione”, nuove colonie e sbarramenti di controllo. Il resto: morte, terrore, coprifuoco, demolizione di case e propaganda. I bambini palestinesi vivono nella paura e nella disperazione, i genitori sono umiliati di fronte a loro. La società palestinese è a pezzi e l’opinione pubblica occidentale getta sulle sue spalle il peso delle vittime, regolarmente: è il modo più facile per affrontare l’orrore. Io lo so: mio padre era un ebreo tedesco.
Disgraziatamente, l’esercito israeliano è l’immagine del paese. Agli occhi della maggior parte degli israeliani è puro, immacolato; peggio ancora, lo collocano al di sopra di qualsiasi interesse politico. Come ogni esercito, tuttavia, vuole fare la guerra, perlomeno ogni tanto. Mentre, però, in altri paesi il potere militare è controbilanciato dalle istituzioni di cui si è dotata la società civile o da una parte dello stesso Stato (l’industria, le banche, i partiti politici, ecc.), da noi, in Israele, questi contrappesi mancano. L’esercito israeliano non ha rivali all’interno dello Stato, anche quando la sua politica ci richiede di sacrificare le nostre vite (la vita dei palestinesi, per non parlare delle loro condizioni di vita e della loro dignità, è esclusa dal discorso politico). Non c’è alcun dubbio che la politica israeliana di “assassinio” – vale a dire l’assassinio di importanti personalità politiche (il dottor Thabet Thabet di Tulkarem, Abu Ali Mustapha di Ramallah) o di “terroristi” (spesso definiti tali dopo averli assassinati) – ha gettato olio sul fuoco. Qualcuno ne parla, ma nessun politico, di destra o di sinistra, del centro o della sinistra sionista in declino, ha avuto il coraggio di denunciarlo. Nonostante un certo numero di articoli critici sulla stampa, l’esercito ha continuato a fare quello che vuole. Ora hanno ottenuto ciò a cui aspiravano davvero: l’offensiva globale in Cisgiordania.
Dopo l’11 settembre, il concetto di “guerra al terrorismo” è diventato popolare e questo fa sì che tutto ciò che compie Israele è una guerra contro il terrorismo, compreso il saccheggio del centro culturale Khalil Sakakini di Ramallah. Anche io sono contro il terrorismo e neanche io voglio il terrore. Non voglio morire mentre porto con me mio figlio al supermercato. Per la verità, ormai non lo porto più da nessuna parte. Non prendo più l’autobus e ho paura che arrivi il turno della mia famiglia. Ma so che loro – in altri termini, i nostri generali – accettano gli attacchi terroristici come il “ragionevole prezzo da pagare per arrivare a una soluzione”. Ma quale soluzione? La pace, che cos’altro? La pace tra israeliani vincitori e palestinesi vinti.
Sarebbe opportuno spiegare la natura implacabile dell’esercito israeliano alla luce della sua sconfitta in Libano, quando ne è stato cacciato dopo una sporca guerra durata molti anni. Il Libano meridionale è stato messo a ferro e fuoco da un’artiglieria e un’aviazione contro cui nessuna organizzazione terrorista poteva combattere. Eppure, 3.000 partigiani – o bisogna chiamarli terroristi? – ci (ovverosia il nostro esercito) hanno cacciato per due volte. Prima nel 1985, da quella che il nostro esercito e la stampa chiamavano abitualmente la “fascia di sicurezza” (i media stranieri la chiamavano “fascia di sicurezza autoproclamata dallo Stato di Israele”); poi, due anni fa, da quella stessa zona di sicurezza. I generali che sono stati sconfitti all’epoca ora dirigono la nuova guerra. Hanno rimuginato dentro di sé quella sconfitta, e adesso possono dargli (agli arabi) una lezione. I nostri eroi equipaggiati con aerei di classe, elicotteri e carri armati, possono arrestare centinaia di persone, rinchiuderle in campi circondati da filo spinato senza la possibilità di ripararsi e coprirsi, approfittare della confusione generale per distruggere ancora più case, sradicare ancora più alberi, accaparrarsi sempre più mezzi di sussistenza. Il bulldozer, un tempo simbolo della costruzione di un nuovo paese, è diventato un mostro al seguito dei blindati, perché ognuno possa essere testimone dell’annientamento di un nucleo familiare, di un futuro diverso.
Gli israeliani intendono punire chiunque rimetta in discussione la nostra immagine di vittima. Nessuno è autorizzato a rubarci quest’immagine, sicuramente non nel contesto di guerra, con i palestinesi che minacciano “il nostro focolare”, vale a dire il loro “non-focolare”. Quando un ministro originario di un ex Stato socialista ha paragonato Yasser Arafat a Hitler è stato sostenuto. Perché? Perché il mondo deve vederci così, che rinasciamo dalle nostre ceneri. È la ragione per cui adoriamo Shoah di Claude Lanzmann (e ancora di più il suo film ripugnante sull’esercito israeliano) e Schindlerliste. Ci dicono di più sulle vittime che siamo e come ci si debba assolvere per tutte le atrocità che commettiamo. Come scrive la mia amica Tanya Reinhart: “Sembra che quel che abbiamo interiorizzato della ‘memoria dell’Olocausto’ è che è accettabile qualsiasi male minore”.
Tuttavia, questo “male del passato” entra nel nostro presente in una maniera singolare. Il 25 gennaio, tre mesi prima che l’esercito israeliano ottenesse l’autorizzazione ad invadere la Cisgiordania, Amir Oren, un ufficiale superiore, cronista di Haaretz, ha citato uno dei suoi colleghi: “Per preparare convenientemente la nostra prossima campagna, uno degli ufficiali israeliani nei territori ha affermato non molto tempo fa che era legittimo e, di fatto, essenziale, studiare tutte le fonti, da qualsiasi parte esse provengano. Se la missione consiste nell’impadronirsi di un campo profughi densamente popolato, o nell’invasione della casbah di Nablus, e se il comandante deve cercare di eseguire questa missione senza che vi siano perdite, né da una parte né dall’altra, allora bisogna innanzitutto analizzare e assimilare gli insegnamenti di vecchie battaglie (compreso – anche se può apparire scioccante – il modo in cui l’esercito tedesco ha combattuto contro il ghetto di Varsavia)”.
L’ufficiale è riuscito davvero a scandalizzare più d’uno, in particolare perché non è il solo ad avere un approccio del genere. Parecchi suoi colleghi concordano sul fatto che, se ormai si vuole salvare gli israeliani, è opportuno utilizzare un sapere le cui fonti provengono da quella guerra, le cui vittime appartenevano alla loro famiglia.
Israele non ha magari un passato coloniale, ma noi abbiamo la nostra particolare memoria del male. Questo spiega come mai dei soldati israeliani abbiano apposto su braccia palestinesi dei numeri di identificazione? E come mai nell’ultima commemorazione dell’Olocausto si sono paragonati – ridicolmente – quelli di noi che stavamo nel ghetto di Varsavia assediato con quelli che accerchiavano il campo profughi di Jenin assediato? La soddisfazione per avere “vinto” a Jenin rientra in questa menzogna ricorrente. Sono morti una ventina di soldati israeliani (perlopiù riservisti), mentre la campagna pubblicitaria lasciava supporre che non ve ne dovessero essere; ma coloro che difendevano il campo erano armati di soli fucili ed esplosivi. Dalla parte israeliana c’erano, come al solito, unità specializzate che si spostavano da una stradina all’altra, supportate da apparecchiature che trasmettevano sofisticate informazioni ai comandanti, che restavano indietro. Ma quando questo non ha funzionato, il campo è stato bombardato, poi si sono usati gli elicotteri Apache forniti dagli Stati Uniti per distruggere le abitazioni insieme a decine (o centinaia) di abitanti. Era un massacro? Come tutto nella nostra vita corrotta, dipende dal numero dei morti: 10 morti israeliani sono un massacro, 50 morti palestinesi non sono abbastanza, la cosa non conta.
La distruzione del campo, spontanea o premeditata da Sharon e CIA, riflette la decisione ferma degli ufficiali superiori di concludere la propria carriera militare con un adempimento: la soppressione del movimento nazionale palestinese, con la scusa della guerra al terrorismo. Questo però non sarà sconfitto in questo modo, al contrario. Ridurre in schiavitù una nazione, metterla in ginocchio, semplicemente non funziona. Non ha mai funzionato. Il lungo assedio della Chiesa della Natività a Bethlemme è la dimostrazione che il termine “generali israeliani” non sta più ad indicare individui capaci di una riflessione strategica o qualcosa di simile. I generali israeliani hanno magari guidato battaglie difficilissime nel 1967 e nel 1973, e anche nel 1982, ma a Bethlemme hanno circondato 200 giovani palestinesi per più di tre settimane e il mondo intero ha avuto modo di constatarne l’accanimento e l’insensata crudeltà. Si è in diritto di chiedersi: come può una nazione indisciplinata come Israele allinearsi così stupidamente al proprio Alto comando?
Ecco l’abbozzo di una risposta. Mentre il campo di Jenin era cosparso di cadaveri in decomposizione, mentre alcuni bambini correvano da tutte le parti in cerca di cibo o dei genitori dati per dispersi, mentre ancora i feriti perdevano sangue e l’esercito israeliano impediva qualsiasi soccorso e l’ingresso dei rappresentanti dell’ONU nel campo (che cosa aveva da nascondere?), il ministero dell’Istruzione distribuiva una circolare alle scolaresche di tutte le scuole, in cui decideva che tutti i ragazzi dovevano spedire pacchi ai soldati. “La cosa più importante” ha detto il maestro di mio figlio, che ha sette anni, “è spedire una lettera a ogni soldato”. Centinaia di migliaia di bambini hanno scritto queste lettere, mentre sotto lo sguardo critico dei mezzi di comunicazione mondiali infuriava la guerra contro una popolazione civile. Immaginate l’impegno ideologico di questi bambini in futuro. Questo è esattamente uno degli aspetti della nostra società priva di opposizione.
L’immaginario israeliano è costituito soprattutto dalla convinzione della propria superiorità. Quando si verifica un crudele attentato suicida in un albergo di Netanya, noi rispondiamo su grande scala con un attacco terroristico contro i palestinesi: poco importa se questo provoca morte o fame per due milioni di persone, che non hanno alcun nesso diretto con quell’atto; poco importa se determina un migliaio di martiri in più, che si faranno esplodere insieme alle loro vittime. La logica militare celata dietro questo comportamento dice: abbiamo la forza e la dobbiamo esercitare, altrimenti la nostra esistenza è in pericolo. Ma l’unico pericolo è quello che affrontano i palestinesi. Le camere a gas non sono l’unico modo per distruggere una nazione. Basta distruggerne il tessuto sociale, ridurre alla fame decine di villaggi, sviluppare un elevato tasso di mortalità infantile. La Cisgiordania è in corso di “Gaza-izzazione”. Per favore, non alzate le spalle. La sola cosa che potrebbe distruggere il consenso in Israele è la pressione dell’Europa occidentale, da cui dipendono in tanti modi le élites israeliane.
(Review of Books, Londra, 23 maggio 2002)
4. A Jenin, ho fondato….
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All’indomani del primo Congresso sionista di Basilea, centocinque anni fa, Theodor Herzl scriveva nel suo diario: “ A Basilea, ho fondato lo Stato degli ebrei”. In questa settimana, Ariel Sharon dovrebbe annotare nel suo diario: “A Jenin, ho fondato lo Stato dei palestinesi”.
Naturalmente, non era quello che voleva. Anzi, la sua intenzione era quella di distruggere una buona volta per tutte la nazione palestinese, le sue istituzioni ed i suoi dirigenti, lasciando solo rovine, rifiuti umani di cui potersi sbarazzare da qualche parte.
In pratica, si è verificato qualcosa di completamente diverso. Di fronte alle aggressioni della macchina militare più potente della zona e alle armi più moderne del mondo, sommersa da un mare di sofferenze, circondata da cadaveri, la nazione palestinese si è risollevata come mai in precedenza.
Nel piccolo campo profughi vicino Jenin, si è radunato un gruppo di combattenti palestinesi di tutte le organizzazioni per una battaglia difensiva, che ha messo radici per sempre nel cuore di tutti gli arabi. È il Masada palestinese, come l’ha chiamata un ufficiale israeliano, alludendo alla resistenza leggendaria dei sopravvissuti della grande rivolta degli ebrei contro Roma nel 71 d. C.
Quando non si potranno più tenere lontani i mezzi di comunicazione di massa stranieri e verranno mostrate le immagini dell’orrore, potranno emergere due possibili versioni: Jenin, la storia di un massacro, una seconda Sabra e Chatila; oppure Jenin, la Stalingrado palestinese, la storia di un memorabile eroismo. Prevarrà sicuramente questa seconda versione.
Le nazioni si costruiscono su dei miti. Io sono stato educato nei miti di Masada e Tel-Chai, che hanno plasmato la coscienza della nuova generazione ebraica (a Tel-Chai, nel 1920, un gruppo di difensori ebrei, guidato dall’eroe monco Joseph Trumpeldor, fu ucciso in un incidente con combattenti siriani antifrancesi). I miti di Jenin e di Arafat imprigionato a Ramallah plasmeranno la coscienza della nuova nazione palestinese.
Un robot militare dalla mentalità ristretta, che vede tutto in termini di potenza di tiro e di riduzione del numero dei cadaveri, non riuscirà mai a capirlo. Napoleone invece, da quel genio militare che era, ha detto che, in guerra, il morale conta per i tre quarti e l’equilibrio reale delle forze solo per il quarto restante. In questa prospettiva, come si presenta la guerra di Sharon?
Per quanto riguarda le forze in campo, il rapporto è chiaro. Qualche decina di israeliani uccisi, centinaia di palestinesi morti. Nessuna distruzione in Israele, terribili devastazioni nelle città palestinesi. Lo scopo proclamato era quello di “distruggere l’infrastruttura del terrore”, una definizione già di per sé priva di senso. L’“infrastruttura del terrore” esiste nell’animo di milioni di palestinesi e di decine di milioni di arabi dal cuore che scoppia di rabbia. Più sono i combattenti e i kamikaze uccisi, più combattenti e kamikaze sono pronti a rimpiazzarli. Li abbiamo visto i “laboratori di esplosivi” (pochi sacchi di materiali reperibili nei negozi israeliani). L’esercito è fiero di averne scoperti decine. Fra poco ve ne saranno altre centinaia.
Quando decine di feriti giacciono per le strade, perdendo lentamente il loro sangue fino a morire, perché l’esercito spara su qualsiasi ambulanza vada in giro, questo suscita un odio tremendo. Quando l’esercito seppellisce clandestinamente centinaia di cadaveri di uomini, donne e bambini, questo suscita un odio tremendo. Quando blindati schiacciano auto, distruggono case, abbattono i pali della luce, perforano le tubature dell’acqua, si lasciano dietro migliaia di persone senza riparo e costringono bambini a bere per strada l’acqua delle pozzanghere, questo suscita un odio tremendo.
Un bambino palestinese che vede con i propri occhi tutto ciò diventa il kamikaze di domani. Sono dunque Sharon e Mofaz a creare l’infrastruttura del terrorismo.
Essi creano al tempo stesso le fondamenta della nazione palestinese e dello Stato palestinese. La gente ha visto i propri combattenti a Jenin ed è convinta che siano eroi ben più grandi dei soldati israeliani, comodamente al riparo nei loro enormi carri. Ha visto alla televisione il suo dirigente storico, il viso illuminato da una semplice candela nell’ufficio buio e sotto assedio, pronto a morire da un momento all’altro, e lo mette a confronto con i gaudenti ministri israeliani, tranquillamente seduti nei loro uffici, lontani dai combattimenti, circondati da orde di guardie del corpo. Così nasce l’orgoglio nazionale.
Niente di buono per Israele può uscire da quest’avventura, così come niente di buono è uscito da quelle precedenti di Sharon. La concezione dell’operazione era stupida, la sua applicazione crudele e i risultati saranno disastrosi. Questo non comporterà né pace né sicurezza, non risolverà alcun problema, e invece isolerà Israele e metterà in pericolo gli ebrei in tutto il mondo.
Alla fin fine, ci si ricorderà di una sola cosa: la nostra gigantesca macchina militare ha aggredito il piccolo popolo palestinese, e il piccolo popolo palestinese e il suo capo hanno retto. Agli occhi dei palestinesi, e non solo ai loro, tutto questo apparirà come una clamorosa vittoria, la vittoria di un moderno David contro Golia.
(Dal sito Internet di “Gush Shalom”, 15 aprile 2002)
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III - I PIANI
I pochi documenti presentati in questo capitolo costituiscono delle analisi lungimiranti, fin dall’inizio della seconda Intifada, di che cosa significhino le proposte avanzate da Barak sulla futura carta della Palestina e il progetto di separazione interna che si delinea tra le due comunità presenti. I piani Barak-Sharon sono inoltre chiaramente enunciati e denunciati. Queste analisi mettono in evidenza la grande coerenza degli strumenti di repressione messi in opera dall’esercito israeliano da due anni a questa parte e gli obiettivi a questi sottesi: la colonizzazione di tutta la Palestina storica, la distruzione dell’Autorità palestinese e la reclusione dei palestinesi in zone autonome sotto controllo israeliano.
1. Una frontiera che traspira e che soffoca
Lo slogan della “separazione” viene fuori spontaneamente nel momento in cui i dirigenti israeliani vogliono dimostrare di avere trovato una “risposta efficace” alle sfide violente e politiche lanciate dai palestinesi.
Non è certamente un caso se è il ministero della Difesa a formulare i piani di separazione totale, per gli aspetti individuali e collettivi, tra le due entità, quella israeliana e quella palestinese. Questo ministero mette in opera piani di accerchiamento delle comunità palestinesi, apposta blindati e apre il fuoco su “focolai di resistenza armata” per reprimere la sollevazione popolare, cercando inoltre di ristabilire la “forza di dissuasione” di Israele. Mentre fa tutto questo, lo stesso ministero, sotto la copertura di un piano per realizzare una “sovranità separata”, “chiaramente definita”, mette a punto progetti il cui scopo è quello di strangolare i territori sottoposti all’Autorità palestinese e di metterne in ginocchio i residenti, affamandoli e privandoli di tutto.
La separazione è un’arma più efficace dello stazionamento di carri armati e di elicotteri. In fondo, carri armati ed elicotteri da combattimento sono occasione di sgradevoli riprese fotografiche, mentre la disoccupazione, la carestia e il blocco dell’accesso all’assistenza medica non hanno mai goduto di grande pubblicità nei mezzi di comunicazione di massa. Si preoccupa veramente qualcuno di quel che succede “laggiù”, in quei campi accerchiati, altrimenti chiamati i territori dell’Autorità palestinese? L’idea di separazione è anzi sostenuta dalla maggioranza degli israeliani, soprattutto da quelli del campo della pace, il cui slogan unificante è: “separiamoci in pace”.
“Noi ce ne staremo qui, e loro (cioè i palestinesi) se ne staranno là” e “la Striscia di Gaza va separata da Tel Aviv”: sono le parole d’ordine che hanno rinsaldato le file sia della sinistra sia della destra, anche dopo la fase pre-Oslo, e sono usate tuttora, nel momento in cui l’odio dei palestinesi e la volontà di tenerli a distanza hanno lasciato cadere la patina sottile di correttezza verbale.
Il Primo ministro Ehud Barak, che sta oggi raschiando il fondo del barile in cerca di idee di pubbliche relazioni che possano salvarne la carriera politica, ha fatto del concetto di separazione unilaterale l’elemento centrale della sua politica, nonché la sferza con cui colpirebbe il presidente dell’Autorità palestinese, Yasser Arafat, se questi dichiarasse unilateralmente lo Stato palestinese. Squadre di esperti interdisciplinari lavorano accanitamente ai dettagli di un piano unilaterale di separazione, e i loro dibattiti concentrano l’attenzione di un pubblico considerevole, godendo di un grande interessamento da parte dei mezzi di comunicazione di massa, come se ci trovassimo di fronte a una reale novità. Come è noto a chiunque abbia familiarità con i complicati, intimi rapporti tra israeliani e palestinesi, la “separazione” è solo un mero specchietto per le allodole, e la “separazione unilaterale” un eufemismo puro e semplice per parlare di punizione collettiva.
Tutte le componenti del piano di separazione sono incentrate su ritocchi interni tra i cantoni palestinesi e le zone contenenti popolazione ebrea. In altri termini, questi elementi ignorano il territorio sul quale Israele esercita il proprio controllo sovrano, e invece si preoccupano di ogni singolo insediamento ebraico, o almeno di “gruppi di insediamenti ebraici” presenti nei territori. Il confine che deve stabilire la linea di separazione è stato chiamato “una frontiera che respira”, cioè un linea di demarcazione “porosa”, che delimiterà unicamente i palestinesi e non gli israeliani, e la concezione di questa frontiera permeabile dovrà fornire la garanzia che non verrà danneggiato minimamente qualunque interesse israeliano, economico o militare.
Questa frontiera porosa si può realizzare unicamente perché l’effettiva separazione esisterà lungo confini esterni a quella che è stata un tempo la Palestina del mandato britannico, e non entro questi. Il controllo dell’avvolgimento esterno, tramite postazioni di confine, è la condizione indispensabile per creare una frontiera permeabile, altrimenti Israele rischierebbe di perdere il controllo del trasferimento di persone e beni e sarebbe costretto allora ad introdurre frontiere interne ermeticamente chiuse.
Solo la separazione esterna consente a quella interna di essere uno strumento punitivo nei confronti dell’Autorità palestinese (o dello Stato palestinese): se l’Autorità, o lo Stato, palestinese indipendente avesse contatti diretti con il mondo esterno, come farebbe Israele a impedire ai palestinesi di ottenere un aiuto da fuori e di sviluppare la propria economia? In fondo, aiuto esterno e sviluppo economico consentirebbero ai palestinesi di infrangere il monopolio israeliano. Ad esempio, l’accerchiamento delle città della Cisgiordania e della striscia di Gaza, che rappresenta la prima fase della separazione unilaterale, va accompagnato dalla chiusura dell’aeroporto di Dahanieh e dall’assedio marittimo della costa della striscia di Gaza.
È perfettamente logico che sia il ministero della Difesa israeliano il responsabile del disegno della struttura di un piano unilaterale di separazione; è tuttavia sorprendente, e deprimente, scoprire che numerosi israeliani considerino questo piano come la futura struttura della coesistenza e della collaborazione tra palestinesi e israeliani. La separazione, il cui prezzo sarà pagato dalla parte più debole e sottomessa (i palestinesi), e che è chiaramente uno strumento di controllo coercitivo, reca un nome in afrikaans [la lingua dei coloni olandesi in Sud Africa]: apartheid.
(Haaretz, 26 ottobre 2000)
2. Prepararsi a una guerra scelta deliberatamente
Quello che temevamo è diventato realtà: due gruppi etnici nazionalisti, che vivono l’uno a fianco del cortile dell’altro, stanno per entrare in un processo di ripiegamento nella superstizione tribale. In tutto il paese si sente l’eco dei tamburi che chiamano entrambe le tribù a radunarsi intorno al fuoco dell’accampamento, a parasi dei colori della guerra e ad impegnarsi nella battaglia che sterminerà fino all’ultimo membro del campo avverso. Non c’è sinistra o destra, siamo tutti ebrei. Non c’è Fatah, Hamas o Fronte popolare, sono tutti arabi, palestinesi e musulmani, dei martiri (shahid), e al diavolo il prezzo della guerra. In una guerra del genere, più che in qualsiasi altro tipo di guerra, sparisce la distinzione tra fronte e retrovie, così come spariscono quelle fra militare e civile, bambino e adulto, vittima e aggressore. Anche quelli che dicono che questa guerra non è la loro, che significa solo andare incontro alla follia e al disastro, non sono immuni né dagli attacchi terroristici né dall’impegno militare, e perché fanno parte della tribù e per la pressione sociale e il modo deformato con cui si elabora e si presenta la “realtà” socio-politica. Nello scenario al punto a cui è giunto, la guerra sembra un destino fatale, e per fare scattare la terza guerra israeliano-palestinese (dopo la prima nel 1948 e la seconda nel 1982) sarà sufficiente un ulteriore attacco terroristico per legittimare alla fine l’aggressione totale. E Israele non abbandona assolutamente al caso una prospettiva del genere, perché la “politica di assassinii”, o la “difesa attiva”, o comunque la si voglia chiamare nel nostro linguaggio orwelliano, non fa che attizzare la sete di vendetta da parte palestinese.
Sul piano interno, Sharon ha finora ottenuto un successo indiscutibile. È vero che fin qui ha ricevuto un’assistenza generosa da parte di Ehud Barak, di Shlomo Ben-Ami, e di Bill Clinton. Ognuno di costoro, per propri specifici motivi, ha rovesciato sui palestinesi tutte le responsabilità del proprio insuccesso, ed essi non si sono interrogati sugli eventuali errori commessi a Camp David, sostenendo che “Israele non ha interlocutori per la pace”. Di per sé, una dichiarazione del genere ha paralizzato il campo della pace israeliano, anche se, con l’andare del tempo, si fa sempre più chiaro che, se l’offerta Barak-Clinton era effettivamente la più generosa che mai si sia ufficialmente presentata ai palestinesi, essa era anche meno generosa di quel che non si sia sostenuto, o che non abbiano lasciato intendere certe fughe di notizie. In realtà, l’offerta comportava per i palestinesi termini inaccettabili per pervenire alla “fine del conflitto”. Tra le altre cose, le proposte israeliane di Camp David comportavano l’annessione del 12% dei territori, senza alcuna contropartita per i palestinesi. Gli americani hanno poi detto che Israele avrebbe potuto accontentarsi del 9%, oltre all’1% – parrebbe – delle dune di Halutza, ma Israele si è rifiutato assolutamente di assumere il minimo impegno concreto rispetto all’evacuazione delle colonie. Inoltre, pretendeva di esercitare un ruolo di supervisione sui posti di confine del futuro Stato palestinese e – come risulta dalla cartina che è stata presentata ai palestinesi – intendeva mantenere due blocchi di colonie, con la conseguenza di smembrare in più pezzi la Cisgiordania. Fondamentalmente, l’offerta israeliana presentata da Barak (e anche altre offerte meno “generose”) avrebbe potuto rappresentare una buona base di trattativa, i cui dettagli avrebbero dovuto essere affinati via via che le popolazioni della due parti avessero imparato ad accettarli, se non ci fossero state le scadenze impossibili da cui erano condizionati Barak e Clinton, che li obbligava a strappare risultati immediati e spettacolari. Clinton, ricordiamolo, era all’ultimo mese del suo mandato e voleva lasciare la scena internazionale in bellezza. Barak, vittima della sua inesperienza e delle pressioni esercitate dalla sua coalizione, ha stabilito lui stesso un calendario impossibile da rispettare.
Per nascondere il proprio insuccesso, per Clinton e Barak era più facile addossarne tutta la responsabilità ad Arafat. Dopodiché, ormai è chiaro che il modo in cui sono state presentate le proposte israeliane costituisce un inganno nei riguardi delle opinioni pubbliche israeliana e internazionale. Non si trattava neanche di una cospirazione, ma il fallimento dei negoziati preliminari, il modo in cui è stato presentato questo fallimento e la violenta reazione palestinese hanno rapidamente disorientato l’opinione pubblica, paralizzato il campo della pace e creato confusione e imbarazzo in seno all’élite spirituale e intellettuale.
Tali fattori non solo hanno contribuito alla vittoria di Sharon ma, quel che è peggio, hanno suscitato all’interno dell’opposizione un vuoto politico e ideologico che ha portato al predominio senza precedenti sulla scena politica dei religiosi radicali e della destra laica, a tal punto che ormai niente e nessuno potranno fermare la marcia precipitosa verso il conflitto totale.
(Haaretz, 12 agosto 2001)
3. L’assassinio e la conquista
Quando Sharon si recherà a Washington, la settimana prossima, non chiedetevi quale sia il suo piano di pace: non ne ha. Non parlategli di “conferenza di pace”: non vuole la pace. Che si ricordi, semplicemente, di quel re di Israele di cui i cani leccarono il sangue, avendo egli fatto uccidere un uomo, per impossessarsi di una sua particella di vigna in Samaria: “Allora la parola del Signore fu indirizzata ad Elia Tisbita, dicendo: Levati, scendi incontro ad Achab, re d’Israel, il quale risiede in Samaria; ecco, egli è nella vigna di Nabot, dove egli è sceso, per prenderne la possessione. E parla a lui, dicendo: Così ha detto il Signore: Avresti tu ucciso, ed anche possederesti? Poi digli: Come i cani hanno leccato il sangue di Nabot leccheranno altresì il tuo” (I, Re, XXI, 17-19, tr. cit.).
Alla fine di marzo, la Lega araba ha offerto a Israele una pace completa in cambio del ritiro totale dai territori occupati. Nello stesso momento (29 marzo 2002), Yedioth Aharonot, il giornale più venduto in Israele, pubblicava un sondaggio d’opinione: “Secondo un campione rappresentativo di 502 israeliani, il 47% pensa che tutte le colonie nella striscia di Gaza e in Gisgiordania si dovrebbero smantellare perché possa vedere la luce un accordo di pace con i palestinesi. Si tratta di una cifra sorprendente. Il 66% pensa che tutte le colonie della striscia di Gaza vadano smantellate, e una maggioranza del 70% approva l’evacuazione delle colonie nelle regioni in cui gli arabi sono largamente maggioritari”.
Facciamo notare che l’inchiesta è stata effettuata senza campagne preliminari e senza che si fosse trovata un’intesa di pace, proprio nel mese in cui c’erano stati più attacchi terroristici contro cittadini israeliani. Un’identica inchiesta pubblicata da Haaretz un mese prima dava gli stessi risultati: il 74% degli ebrei israeliani approvava lo smantellamento almeno delle piccole colonie isolate, in un quadro di “separazione unilaterale”, non in quello di un accordo di pace.
Dunque, gli israeliani sanno che cosa vogliono: lo smantellamento delle colonie in cambio della pace. Anche il mondo arabo sa che cosa vuole: la pace completa in cambio del ritiro totale. La pace in Medio Oriente non era mai stata prima più semplice da realizzare.
Ma la giunta al potere in Israele lo sa meglio ancora. Quello stesso giorno (29 marzo 2002) ha scatenato l’operazione “Bastione”, una guerra totale, implacabile, contro i palestinesi della Cisgiordania, distruggendo tutti i simboli, le istituzioni e le infrastrutture dei territori autonomi (risparmiando Arafat), uccidendo centinaia di persone, distruggendo, compiendo atti di vandalismo, saccheggi e conquistandosi di sicuro l’odio delle future generazioni palestinesi. Alla fine dell’operazione (22 aprile 2002), il Primo ministro Sharon ha annunciato nel corso del Consiglio dei ministri che il suo governo non avrebbe smantellato neanche una colonia e che non c’era neppure da discuterne.
Il terrorismo è un pretesto
Pretesto di questa guerra, gli attentati palestinesi a cittadini israeliani, culminati nel massacro di Netanya, il 27 marzo 2002 (28 civili uccisi), il giorno della Pasqua ebraica. Pretesto? Senza dubbio. Se si fossero volute bloccare le operazioni suicide, sarebbe bastata la chiusura completa. Di recente, Yedioth Aharonot ha pubblicato in proposito un’indagine approfondita. Nella prima pagina dell’edizione del week end si poteva leggere: “Da un anno, ogni giorno il presidente Moshe Katzav aveva evocato l’idea di costruire uno sbarramento di separazione per fermare le operazioni suicide. Il Primo ministro non ne ha tenuto conto. Nel dicembre 2001, il capo dello Shin Bet ha lanciato questo avvertimento: ‘per la nostra sicurezza è necessaria una vera e propria barriera’. Il Primo ministro non ne ha tenuto conto. Successivamente, sono stati uccisi 205 cittadini israeliani e ne sono stati feriti 1.666, in attacchi terroristici all’interno della linea verde. Il Primo ministro non ne ha tenuto conto”. Un sottotitolo sosteneva: “Il gabinetto del Primo ministro ammette che la barriera non è stata costruita per ‘motivi politici’, e l’ex capo della polizia israeliana, Asaf Chefetz, ha spiegato molto chiaramente che la ‘separazione distruggerebbe l’idea che Sharon ha sostenuto per tutta la vita’. Non può costruire una barriera continuando a sviluppare colonie per rendere impossibile qualsiasi separazione dal resto del paese”.
Yedioth Aharonot cita inoltre la stima fatta da periti dei costi di un muro di sbarramento installato su 263 chilometri di linea verde: “Un doppio muro, il più oneroso, con in mezzo una strada abbastanza larga da farvi passare le pattuglie, i proiettori, il materiale elettrico di segnalazione e le telecamere costerebbero all’incirca 100 milioni di dollari. I soli costi militari dell’operazione ‘Bastione’ ammontano ad oltre dieci volte. Senza contare i danni economici indiretti, le vite umane perdute da entrambe le parti, i milioni di danni inflitti ai palestinesi; e senza contare anche un futuro fatto di odio reciproco”.
Certe vite valgono meno di altre
La chiusura di sbarramento non è la cosa che preferisco, se si vuole risolvere il conflitto israeliano-palestinese; un confine aperto e tranquillo è molto meglio di una muraglia cinese. Ma la questione della chiusura rivela le priorità della giunta israeliana, che vuole mantenere più di ogni altra cosa l’occupazione e sviluppare nuove colonie.
Per la giunta, esistono tre specie di esseri umani: in primo luogo i palestinesi, la cui vita è un fastidio di cui ci si deve sbarazzare; in secondo luogo gli israeliani, la cui vita è un patrimonio nazionale che si può liquidare se necessario. Le aggressioni terroristiche possono essere funzionali all’occupazione, specie se in queste cadono civili, perché la loro morte servirà a scatenare la guerra. Infine, i coloni, incarnazione dell’occupazione e quindi sacri, “i nostri salvatori”, come li aveva chiamati una volta l’ex Primo ministro Yitzhak Shamir.
Yedioth Aharonot (26 aprile 2002) è andato a trovare Gershon Hershkowitz, che abita da venticinque anni in una colonia, vivendo da solo in un caravan sulla collina nel Nord della Cisgiordania. Il giornalista si è spaventato quando ha visto che quel colono era protetto da un certo numero di riservisti. Scherzando, questi si autodefinivano “l’unità di protezione dell’uomo solo”. I soldati non hanno “recinzione, nessun materiale segnaletico, niente proiettori luminosi e sono completamente esposti a tutti i venti. Ogni tanto una jeep dell’esercito israeliano viene a verificare se sono ancora vivi”.
In questo non vi è nulla di eccezionale. Nella colonia di Netzarim, al centro della striscia di Gaza, 50 case sono difese da un centinaio circa di soldati. L’analista Syma Kadmon, che ha reso pubblica la faccenda, aggiunge: “Quando il Primo ministro la scorsa settimana ha promesso di smantellare le colonie isolate, si riferiva a quelle colonie”. Dall’avvento al potere di Sharon sono state costruite altre 34 colonie su terre occupate.
Ripresa degli espropri
L’operazione “Bastione” è finita; la prossima operazione, probabilmente a Gaza, è in attesa di un pretesto. La giunta israeliana ha già mietuto il raccolto. Haaretz (25 aprile 2002) segnala che saranno costruite nella colonia di Maale Adumim altre 31 unità abitative e 480 nella colonia di Elkana. Vi è inoltre un nuovo quartiere ebraico al centro di Hebron, “dietro la facciata di negozi i cui proprietari (palestinesi) erano stati espulsi dopo il massacro perpetrato da Baruch Goldestein”.
Sì: nel 1994, dopo che un terrorista ebreo aveva massacrato numerosi palestinesi durante la preghiera, Israele ha “espulso” i proprietari palestinesi di negozi che ormai sono occupati da coloni ebrei. Questo è il gioco della giunta: croce vinco io, testa perdi tu. Le vittime israeliane sono un buon pretesto per sottrarre ai palestinesi il possesso dei loro beni; quelle palestinesi, un pretesto ancora migliore per fare la stessa cosa.
La madre di un riservista, disperata, si è espressa in un forum di discussione su Internet: come tutti gli altri soldati, il figlio “era costretto” a “proteggere alcuni geometri venuti a prendere le misure in un grande uliveto arabo prima che vi si costruisse una strada e si raddoppiassero le dimensioni della colonia Alfé Menashé. Pur di proteggere qualche casa, è tutto lecito per loro? Il male è male. Mio figlio è un riservista e un combattente, ma è ormai sul punto di rifiutare. Che cosa devo fare?”.
C’è da fare il confronto con la posta elettronica che faceva circolare Fuad Kokaly, sindaco della città palestinese di Beit Sahur: “Ieri, 25 aprile, ho ricevuto la visita al municipio di Beit Sahur delle forze di occupazione israeliane. Scopo della visita era mostrarmi una nuova cartina. Essa descrive il nuovo Beit Sahur: un Beit Sahur con ancora meno terre. Vogliono confiscare altri beni appartenenti agli abitanti della nostra città. […] Israele ci porta via ogni giorno di più per costruire colonie, deviazioni, e assume il controllo di terre che appartengono legittimamente ai palestinesi. Per fare questo, ci si impedisce di costruire nuovi alloggi, di coltivare la nostra terra e di avere accesso ai villaggi vicini e alle città. Per quanto tempo dovremo accettare che si saccheggi la nostre terra?”.
“Avresti tu ucciso, ed anche possederesti?”
Quando Sharon si recherà a Washington la prossima settimana, non chiedetevi quale sia il suo piano di pace: non ne ha. Non parlategli di “conferenza di pace”, non vuole la pace. Che si ricordi, semplicemente, di quel re di Israele di cui i cani leccarono il sangue, perché aveva fatto uccidere un uomo, per impossessarsi di una sua particella di vigna in Samaria.
(“Lettera da Israele”, Antiwar.com, 4 maggio 2002)
Per decenni, il transfert, vale a dire l’espulsione in massa dei palestinesi fuori delle loro zone di residenza, è stato sicuramente un fantasma condiviso da parecchi israeliani, ma solo gruppi marginali di estrema destra ne avevano fatto il loro programma politico, in particolare il partito Kach (ex Lega di difesa ebraica), dichiarato fuori legge in Israele negli anni Ottanta e diretto dal rabbino Kahane, e il partito Moledet (La Patria, ex partito del transfert, diretto dal generale Rehavam Ze’evi, liquidato nel 2001 da un commando del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp).
Dopo il fallimento di Camp David, le prospettive di transfert sono diventate un elemento importante del discorso politico ufficiale e quasi un terzo dei ministri del governo Sharon sostiene apertamente l’idea della pulizia etnica nei territori occupati, se non nello stesso Israele.
I seguenti documenti dimostrano la crescente preoccupazione della sinistra israeliana di fonte alle prospettive di transfert che la congiuntura politica introduce nei discorsi e nei modi di pensare come una delle scelte politiche da prendere in considerazione per risolvere il contenzioso israeliano-palestinese.
1. Demoni della nakbah
Da bambino ebreo nato ad Haifa negli anni Cinquanta, non ho mai incontrato la parola nakbah (catastrofe) e non ne conoscevo neanche il significato. Questa parola è comparsa nei miei primi anni di liceo. Nella mia classe c’erano tre alunni palestinesi israeliani e partecipavamo insieme a visite guidate di Haifa e dintorni. All’epoca, c’erano ancora tracce della Haifa araba nella città vecchia: bei palazzi, resti del mercato coperto distrutto nel 1948, alcune moschee, qualche chiesa.
Quelle vestigia erano testimonianza di un passato più glorioso di quella città. Molti di quei segni del passato sono attualmente scomparsi, demoliti dai bulldozer di un sindaco ambizioso, il quale ha cancellato tutte le caratteristiche urbane che avrebbero potuto segnalare il passato di una città araba. All’epoca, però, c’erano ancora parecchie case arabe strette tra i moderni edifici in cemento. Le guide delle visite scolastiche le indicavano come Hirbet Al Cheikh, vago riferimento a una casa araba di epoca non identificata. I miei compagni palestinesi sussurravano che si trattava di case abbandonate al momento della nakbah del 1948, ma non osavano sfidare i professori, né concordavano su quel che significassero.
Più tardi, giovane dottorando all’Università di Oxford, ho scelto il 1948 come argomento della mia tesi. Lavoravo sulla politica britannica di quell’anno, e la compilazione degli archivi israeliani e britannici mi offrì per la prima volta un’idea chiara di che cosa fosse stata la nakbah. Trovai prove formali dell’espulsione sistematica dei palestinesi dalla Palestina, e fui colpito dalla rapidità con cui era stata effettuata la trasformazione giudaica dei villaggi e dei quartieri palestinesi.
I villaggi dai quali furono cacciate nel 1948 le popolazioni palestinesi furono ribattezzati e ripopolati in pochi mesi. Quest’immagine era profondamente diversa da quel che avevo appreso a scuola sul 1948, ma anche da quel che ero andato spigolando da studente presso il dipartimento di Studi mediorientali dell’Università di Gerusalemme, anche se alcuni dei corsi riguardavano la storia di Israele. Inutile aggiungere che quel che andavo scoprendo contrastava anche con i messaggi che mi erano stati trasmessi come cittadino israeliano nei corsi dell’esercito, in occasione di eventi ufficiali quali la giornata dell’Indipendenza e nei discorsi quotidiani dei nostri mezzi di comunicazione di massa sulla storia del conflitto israeliano-palestinese.
Quando tornai in Israele, nel 1984, per cominciare la carriera universitaria, scoprii la negazione del fenomeno della nakbah nel mio nuovo ambiente. Si trattava in realtà di un aspetto parziale di un clima più vasto di esclusione dei palestinesi nel loro complesso dal discorso accademico locale. La cosa era particolarmente evidente e rivoltante nell’ambito degli studi mediorientali, dove avevo iniziato la mia carriera come professore incaricato.
Verso la fine degli anni Ottanta, per effetto della prima Intifada, la situazione migliorò un poco, con l’introduzione dei palestinesi come argomento di studio nel dipartimento di Studi mediorientali. Anche allora, però, la vicenda veniva esaminata dal punto di vista di accademici che, in passato, avevano svolto la funzione di esperti dell’argomento nei servizi segreti con cui avevano ancora stretti legami, nonché nei servizi di informazione dell’esercito di difesa israeliano. Così, questa prospettiva accademica israeliana cancellava la nakbah come avvenimento storico, impedendo agli intellettuali e agli universitari di affrontare la negazione in genere e la soppressione della catastrofe nel mondo, al di fuori delle torri d’avorio accademiche.
Per un breve periodo, alla fine degli anni Ottanta, parecchi docenti, ed io fra questi, attrassero l’attenzione dell’opinione pubblica con la pubblicazione di saggi che contestavano la versione israeliana della guerra del 1948. Nei nostri lavori accusavamo Israele di avere cacciato le popolazioni autoctone e distrutto i villaggi e i quartieri palestinesi. Anche se i nostri primi lavori erano ancora esitanti e cauti – i miei non erano neanche tradotti in ebraico – davano comunque modo di capire che lo Stato ebraico era costruito sulle rovine della popolazione palestinese, di cui erano stati sistematicamente distrutti i mezzi di sussistenza, le abitazioni, la cultura e la terra.
All’epoca, l’opinione pubblica andava dall’indifferenza al totale rigetto delle nostre ricerche. Solo sui mezzi di comunicazione di massa e grazie al sistema d’insegnamento siamo riusciti ad orientare la gente verso un rinnovato sguardo sul passato. Tuttavia, e soprattutto, l’establishment fece di tutto pur di distruggere quei primi germi di una presa di coscienza israeliana e dell’ammissione del ruolo di Israele nella catastrofe palestinese, ammissione che avrebbe aiutato gli israeliani a capire meglio il vicolo cieco in cui si trova ormai il processo di pace.
La lotta contro la negazione della nakbah in Israele si spostò allora sulla scena politica palestinese all’interno di Israele. Dopo il quarantesimo anniversario della nakbah, nel 1988, la minoranza palestinese in Israele ha collegato, come mai aveva fatto in precedenza, le sue memorie collettive e individuali della catastrofe alla situazione palestinese in generale e alle proprie difficoltà in particolare. Questo nesso si è manifestato in un insieme di atti simbolici, come cerimonie nel giorno di celebrazione della nakbah, visite organizzate nei villaggi abbandonati o un tempo palestinesi in Israele, seminari sul passato e importanti interviste sulla stampa a sopravvissuti della nakbah.
Tramite propri esponenti politici, le Organizzazioni non governative e i mezzi di comunicazione di massa, la minoranza palestinese di Israele è riuscita ad attirare l’attenzione di un vasto pubblico sulla questione della nakbah. Il ricorrente riproporsi del tema al centro del dibattito pubblico è anche stato favorito dal fatto che i negoziati di Oslo erano all’apice, che c’era il vertice di Camp David e che c’era l’incontro dell’allora Primo ministro israeliano, Ehud Barak, con Arafat, nell’estate del 2000. L’impressione errata che si aveva allora della fine prossima del conflitto ha fatto sì che al primo posto delle richieste palestinesi vi fossero la nakbah e le responsabilità israeliane. Malgrado il fallimento del vertice, principalmente dovuto alla volontà israeliana di imporre il proprio punto di vista alla controparte palestinese, per tutto un periodo la catastrofe palestinese attirò l’attenzione dell’opinione pubblica locale, regionale e, in certa misura, globale.
Non solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti ed anche in Europa, bisognava ricordare a chi era interessato alla questione palestinese che il conflitto non riguardava soltanto il futuro dei territori occupati ma anche i profughi palestinesi cacciati dalle loro case nel 1948. Gli israeliani erano riusciti abbastanza rapidamente a mettere questo problema ai margini dell’accordo di Oslo; un intento in cui erano stati aiutati dalle carenze della diplomazia e della strategia palestinesi.
In realtà, la nakbah è stata estromessa così efficacemente dal programma del processo di pace che, quando è riapparsa all’improvviso, gli israeliani hanno avuto la sensazione che si fosse aperto davanti a loro il vaso di Pandora. La cosa peggiore per degli israeliani era che la responsabilità israeliana nella catastrofe del 1948 diventasse una questione negoziabile, e tale “pericolo” fu perciò preso subito di petto. Nei media e nel parlamento israeliano, la Knesset, si formulò una posizione condivisa: i negoziatori israeliani non avrebbe avuto l’autorizzazione neppure ad accennare al diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle case in cui vivevano prima del 1948. La Knesset votò una legge al riguardo, e Barak assunse su questo un impegno ufficiale, sulla scaletta dell’aereo che lo stava conducendo a Camp David.
Mezzi di comunicazione ed altre istituzioni furono inoltre arruolati per scoraggiare qualsiasi discussione sulla nakbah e il suo rientrare o meno nel processo di pace; ed è in questo clima che io mi trovavo coinvolto nel caso di Tantura. La faccenda esplose dopo che un laureando della mia università, quella di Haifa, rivelò un massacro fino ad allora sconosciuto, uno dei più importanti, perpetrato dall’esercito israeliano durante la guerra del 1948 nel villaggi palestinese di Tantura. Lo studente fu incriminato nel dicembre 2000, accusato di diffamazione e, nel novembre del 2001, fu espulso dall’università per avere osato aggiungere prove ulteriori della responsabilità israeliana nella catastrofe palestinese. Si è così appreso che il sistema giudiziario israeliano spalleggiava spesso e volentieri il processo negazionista.
Quest’anno, riflettendo retrospettivamente sui tentativi miei e di altri di mettere all’ordine del giorno di fronte all’opinione pubblica israeliana la nakbah, quella che affiora è un’immagine molto contrastata. Riesco ormai ad individuare alcune falle nel muro del diniego, e della repressione che lo circonda in Israele, risultante del dibattito sulla “nuova storia” e della nuova agenda politica dei palestinesi in Israele. Il nuovo clima è stato anche favorito dal chiarimento delle posizioni palestinesi sul problema dei profughi verso la fine del processo di pace di Oslo. Oggi dunque, a metà del 2002, in Israele è più difficile, dopo oltre cinquant’anni di repressione, negare l’espulsione e la distruzione dei palestinesi nel 1948. Questo relativo successo, tuttavia, ha comportato anche due reazione negative, emerse dopo lo scoppio dell’Intifada di Al-Aksa.
La prima reazione è venuta dall’establishment politico israeliano, con il governo Sharon, tramite il ministro dell’Istruzione, che ha avviato il ritiro sistematico di tutte le raccolte di testi e di opere scolastiche anche solo contenenti accenni marginali relativi alla nakbah. La seconda reazione è ancora più sconcertante e riguarda larghi strati di opinione pubblica. Nonostante un notevolissimo numero di politici, giornalisti e accademici israeliani abbiano smesso di negare ciò che è accaduto nel 1948, hanno però voluto giustificarlo ufficialmente, non solo a titolo retrospettivo, ma anche come prescrizione per il futuro. L’idea di transert è entrata apertamente nel discorso politico israeliano, per la prima volta, conquistando una legittimità come il migliore strumento per gestire il “problema” palestinese.
Se in effetti dovessi scegliere che cosa contraddistingua meglio la risposta israeliana alla nakbah, sottolineerei la crescente popolarità dell’opzione transfert nello stato d’animo e nella riflessione del pubblico israeliano. La nakbah – l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina – sembra essere ormai, per molte delle persone che stanno al centro dello scacchiere politico, una conseguenza inevitabile, e spiegabile, del progetto sionista in Palestina. Se qualche rimorso c’è è perché l’espulsione non è stata portata fino in fondo. Che anche un “nuovo storico” israeliano come Benny Morris condivida ormai il punto di vista secondo cui l’espulsione era inevitabile e avrebbe dovuto essere portata a termine meglio, consente la legittimazione dei futuri piani israeliani di un’ulteriore pulizia etnica.
Oggi il transfert è la scelta ufficiale, addirittura etica, caldeggiata da uno dei più prestigiosi centri universitari israeliani, il Centro studi interdisciplinari di Herzeliya, che effettua consulenze per il governo. Lo si presenta come proposta politica in un documento di lavoro sottoposto da importanti ministri del partito laburista al loro governo. Lo richiamano esplicitamente docenti universitari, commentatori dei media, e pochissima gente ha ormai il coraggio di condannarlo. Di recente, il leader della maggioranza al parlamento americano lo ha fatto suo esplicitamente.
Così, il cerchio si è chiuso. Nel 1948, Israele si è appropriato dell’80% circa della Palestina, con insediamenti coloniali e con la pulizia etnica della popolazione originaria palestinese. Il paese ha oggi un Primo ministro che gode di largo appoggio da parte dell’opinione pubblica e che intende decidere con la forza le sorti del rimanente 20%. Come tutti i predecessori del partito laburista e del Likud, ha fatto appello alla colonizzazione come lo strumento migliore per riuscirci, con l’aggiunta della distruzione dell’autonoma infrastruttura palestinese. Ha la sensazione, e forse non ha torto, che lo stato d’animo del pubblico israeliano potrebbe consentirgli di spingersi oltre, se volesse estendere la pulizia etnica dei palestinesi dei territori occupati al milione di palestinesi che vivono entro i confini di prima del 1967.
Così, la nakbah non si nega più in Israele; anzi piace. Eppure, agli israeliani va ancora raccontata l’intera storia, perché probabilmente ci sono ancora nella popolazione di questo Stato persone sensibili rispetto al passato di questo e al suo indirizzo attuale. Questa frangia della popolazione dovrebbe essere messa in guardia sul fatto che le sono state nascoste azioni orribili compiute dagli israeliani nel 1948; e bisognerebbe anche dire a queste persone che fatti del genere potrebbero facilmente ripetersi ancora, se loro ed altri non si muoveranno per impedirlo prima che sia troppo tardi.
(Al Ahram, 17 maggio 2002)
2. una bandiera nera sventoli sull’idea di transfert
Questa settimana, l’erede di Ze’evi, l’ex ministro Beni Elon, ha rinunciato all’elemento “accordo”. Ha proposto di sfruttare la guerra e, con la scusa delle battaglie in atto, di “evacuare” i campi profughi della Cisgiordania. Elon è stato autorizzato ad esporre le proprie opinioni alla radio israeliana.
Nel corso di un dibattito televisivo, sostenendo con passione la sua accezione di transfert, il ministro è stato autorizzato a proporre che Israele cacci le famiglie degli autori di attentati suicidi.
(Haaretz, 5 aprile 2002)
3. Incombe l’ombra dell’espulsione
Lo Stato di Israele è giunto a un bivio. Da qualche mese a questa parte, il campo nazionalista, con l’ausilio dei mezzi di comunicazione di massa, ha inserito nel discorso ufficiale l’idea di espulsione – detta “transfert” in Israele – nonostante questo contravvenga sia alle norme internazionali sia ai diritti umani. Naturalmente, le formulazioni per dire come avverrebbe il trasfert delle popolazioni palestinesi variano, andando dalla versione aggressiva proposta dall’ex ministro Avigdor Lieberman a quella “soft” di “tansfert volontario” secondo il partito di destra Moledet (Patria), per arrivare all’idea di abrogare i diritti dei palestinesi e di trasferirli dalla loro terra e dalle loro case “solo se necessario”, come suggerisce il ministro nonché membro del gabinetto dell’Interno, Efi Eitam.
L’idea dunque di cacciare i palestinesi dalla loro terra è ormai profondamente radicata nel discorso politico e ha acquisito legittimità in seno a larghi strati dell’opinione pubblica israeliana.
Il nuovo piano di Efraim Sneh, ministro del partito laburista che propone scambi di territorio tra località arabe di Israele e alcune colonie ebraiche in Cisgiordania, lascia pensare che anche alcune frange in seno al campo della pace israeliano siano disposte ad adottare programmi ispirati all’idea di transfert. Di recente, i fautori del transfert hanno avuto l’opportunità di effettuare un’espulsione a spese di una popolazione particolarmente fragile: gli abitanti delle caverne della regione a Sud di Hebron, nei territori occupati. Non va sottovalutato l’’impatto di tale espulsione, in particolare come precedente politico e giuridico. Un piccolo transfert oggi rischia di avallare in futuro espulsioni su scala più vasta, esattamente come la prima incursione dei soldati israeliani in zona A nell’estate del 2001 ha preparato il terreno per la massiccia e micidiale invasione denominata “operazione Bastione”.
Ecco alcuni fatti: gli abitanti di quelle grotte vivono di agricoltura e di allevamento, ed hanno conservato un modello di vita unico dall’inizio del XIX secolo. Dopo la guerra del 1948 hanno vissuto sotto il regime giordano e perso le loro terre situate dalla parte israeliana del confine.
Dopo l’occupazione della Cisgiordania nel 1967, Israele ha installato basi militari su una parte delle loro terre e chiuso un intero settore destinato a manovre militari.
Lo spazio vitale dei residenti, quindi, era già stato ridotto quando, agli inizi degli anni Ottanta, il governo ha cominciato ha installare nella regione colonie ebraiche, quali Carmelo, Maon, Susiya. Parecchie di queste colonie furono fondate nel tentativo di creare una continuità territoriale oltre la linea verde.
Nel corso degli anni Novanta, soprattutto quando era ministro Ehud Barak, furono insediate alcune fattorie di ebrei tra le colonie, suscitando ulteriori tensioni con la popolazione palestinese.
Nel maggio 1999, il governo Barak, in coordinamento con il governo dei coloni, procedette alla prima espulsione organizzata, in cui furono cacciati dalla loro terra 750 residenti locali, con la scusa di “occupazione illegale di terre di Stato”.
Nonostante un’ingiunzione della Corte suprema che autorizzava i residenti palestinesi a ritornare nella loro terra, gli abitanti trogloditi continuarono a subire le pressioni dei soldati israeliani; pressioni che comprendevano la distruzione delle case, delle tende e delle grotte, la distruzione dei pozzi, lo sradicamento delle piantagioni di ulivo e divieti imposti ai residenti di recarsi a coltivare i propri campi, o di raggiungere i pascoli. Al tempo stesso, il governo proseguiva nell’esproprio delle loro terre, installando avamposti ebraici illegali, emanando ordinanze che limitavano il soggiorno degli abitanti palestinesi nella zona. Shakespeare ha scritto da qualche parte: “Vi è un metodo dietro la follia”. Ed infatti, tutte queste operazioni sono state realizzate dall’esercito – sotto i ministeri della Difesa di Arens, Barak, o Ben Eliezer – allo scopo di estenuare gli abitanti e di costringerli ad andarsene.
Sembra che i vari ministri della Difesa abbiano agito in base ad un piano premeditato, con l’obiettivo di annettere a Israele l’intera zona, “ripulita” dagli arabi, così da creare un corridoio che porta da Beer Sheba alla colonia ebraica di Kyriat-Arba: tale disegno non è frutto della nostra fantasia, dal momento che figura sulle cartine che la delegazione israeliana aveva presentato ai palestinesi durante i negoziati di Camp David.
Sulle teste degli abitanti delle grotte è planata la minaccia di transfert dopo le espulsioni del 1999. E sarà alla fine del giugno del 2002 che la Corte suprema si riunirà per discutere sul loro statuto.
Sotto la dicitura asettica di “considerazioni di sicurezza” o di “illegalità”, si tratta di una questione cruciale: la Corte suprema autorizzerà il governo Sharon-Ben Eliezer-Eitam a procedere ad un transfert di popolazione?
(Diffuso sul sito Internet dell’organizzazione Taayush, maggio 2002)
4. Lo scenario del peggio
È come se ogni giorno, deliberatamente, qualcuno cercasse di risvegliare reazioni isteriche all’eventualità di un micidiale attacco NBC (nucleare, batteriologico, chimico) contro Israele, nel quadro dell’offensiva americana contro l’Iraq. Dopo avere rivelato all’opinione pubblica che le vecchie maschere antigas non funzionavano, una rivelazione che ha rafforzato la sensazione di pericolo di fronte a gas nocivi, si è cominciato a risuscitare primitive angosce sopite, parlando della possibilità di tremende epidemie, come l’antrace o il vaiolo, e di radiazioni nucleari. Quest’operazione di rafforzamento delle angosce si conduce in modo intelligente e indiretto: con notizie e soffiate che parlano delle “misure prese contro queste minacce”, al presunto scopo di placare la paura dell’opinione pubblica e di dimostrare che le autorità si preparano al peggiore degli scenari possibili, come richiede una situazione di “rischio esistenziale”.
L’opinione pubblica, che avrebbe dovuto risultare catatonica dopo le rivelazioni su una vaccinazione generalizzata e sulla distribuzione di pasticche contro le radiazioni nucleari, non si affretta a piombare nel panico, come conferma la reazione moderata all’appello del cambiamento del kit protettivo (dal gas). Il livello di panico in seno alle cerchie dirigenti è più elevato che non nell’opinione pubblica, forse perché queste hanno paura di essere poi accusate di negligenza, o forse per motivi che non hanno nulla a che vedere con la preparazione contro minacce del genere. Non vi è dubbio, comunque, che l’isteria generale giungerà al culmine il giorno in cui le autorità competenti annunceranno un’“operazione di vaccinazione volontaria”, che trasferirà la responsabilità all’opinione pubblica, deresponsabilizzando le autorità, che allora potranno dire di non stare facendo altro che soddisfare la richiesta della gente.
La scelta di attizzare le paure e di moltiplicare le dichiarazioni sull’“organizzazione delle retrovie” non dipende soltanto da reazioni difensive. Va messa in relazione anche a dichiarazioni di portavoce del governo Sharon del tipo: “Questa volta (contrariamente alla guerra del Golfo) Israele risponderà a qualsiasi attacco iracheno”. Più si aggraverà l’isteria su un eventuale attacco NBC iracheno, più si metteranno a piangere i bambini quando l’infermiera chiederò loro il loro vaccino, più si rafforzerà la volontà di “fermare” Saddam Hussein, sia o meno necessario.
Stando alle dichiarazioni del governo, Israele potrebbe essere l’unico alleato degli Stati Uniti (tranne forse la Gran Bretagna) nella guerra, ma le messe in guardia sulle conseguenze devastanti dell’aggressione all’Iraq sull’intero Medio Oriente non solo non scoraggiano Israele, ma sembrano viceversa incoraggiarlo; nel momento in cui Gorge Bush regola i conti di suo padre, Ariel Sharon può regolare anche lui i suoi vecchi conti dei tempi di Beirut. Un accenno al rapporto stretto tra guerra all’Iraq e guerra ai palestinesi è rintracciabile nelle intenzioni del generale Yitshak Eitan quando afferma che “un colpo americano all’Iraq colpirebbe anche l’Autorità (palestinese)”.
Nei piani dell’esercito israeliano c’è un nesso operativo tra una reazione contro l’Iraq e una guerra nei territori? Così come il governo israeliano delinea “gli scenari peggiori” quanto ad attacchi NBC, allo stesso modo siamo autorizzati anche noi a proporre lo scenario seguente: un’offensiva americana contro l’Iraq – nonostante l’opposizione degli Stati arabi – e un intervento, anche solo simbolico, israeliano provocherebbero il crollo del regime ashemita in Giordania. Israele potrebbe allora realizzare l’“opzione giordana” ed espellere centinaia di migliaia di Palestinesi dall’altra parte del Giordano.
Una scelta del genere non ha mai avuto possibilità migliori di realizzarsi: il fondamentalismo ideologico, l’intorpidimento morale e gli impulsi di odio e di vendetta che autorizzano le punizioni collettive, il coprifuoco, la chiusura, le liquidazione extragiudiziali, la distruzione di case e la messa al bando, la soppressione della cittadinanza israeliana e l’interdizione dalla protezione giuridica, tutto questo determina una realtà in cui un’espulsione in massa, distruzioni di case su larga scala, sradicamento di orti e di piantagioni, non vengono più percepiti come azioni abiette, come una criminale pulizia etnica. Lo “stato di guerra” – la “minaccia di radiazioni nucleari e di vaiolo” – può giustificare un’“adeguata risposta” di questo tipo. Come le autorità si preparano a un attacco NBC, così gli israeliani preoccupati devono preparasi all’eventualità di un transfert in massa di palestinesi nel quadro di una guerra contro l’Iraq.
Chiunque consideri una simile pulizia etnica come un’azione orribile e criminale, deve fare sentire fin da oggi la propria voce, senza i “se”, i “ma”, i “d’altronde” così tipici delle reazioni agli interventi punitivi che si aggravano di giorno in giorno, reazioni che non riescono a trasformarsi in una presa di posizione ferma e decisa. La messa in guardia contro la pulizia etnica non si deve limitare ai “gauchistes” patentati, ma deve estendersi alle persone il cui patriottismo è fuori discussione.
E non si dica che una protesta del genere è superflua perché nessuno sta apprestando un transfert; la vaccinazione contro le radiazioni nucleari si basa su uno scenario ancora più incredibile. E, infine, rivolto alle orecchie degli americani: devono sapere anche loro che un’offensiva contro l’Iraq può provocare la pulizia etnica dei palestinesi; non dicano, poi, che nessuno li aveva avvertiti.
(Haaretz, 15 agosto 2002)
Parte terza
UNA SOCIETÀ
DILANIATA
I – LA VERGOGNA
Dietro il rinnovato consenso politico, è l’intera società israeliana che sprofonda in un delirio mistico-guerriero, smarrendo quei punti di riferimento etici che, in certa misura, rientravano nella sua ideologia e nella sua cultura.
Nel lugubre coro nazionalista predominante, esistono voci che, da un lato, analizzano criticamente questa degenerazione socio-culturale (il sociologo Baruch Kimmerling, i giornalisti Doron Rosenblum ed Uri Avnery, il ricercatore Maron Benvenisti) e, dall’altro lato, lanciano grida di appello contro la nuova ideologia dominante. Fra questi sottolineiamo il giornalista B. Michael e i genitori dei giovani israeliani assassinati in attentati, Nurit Peled Elchanan ed Yitzhak Frankenthal.
1. Essere un’ombra per le nazioni
Lunedì scorso, Haaretz pubblicava l’articolo di un rabbino dal nome di Israel Rosen. Il signor Rosen suggerisce, in uno stile untuoso, di rispondere alle azioni terroristiche dei kamikaze con ritorsioni nei confronti dei loro familiari, dei familiari dei loro capi e dei rispettivi clan (esclusi i collaboratori e le spie); con la confisca dei beni, l’espulsione dei parenti e radendo al suolo i villaggi dai quali partiva la loro operazione.
Rosen è una persona sensibile e con senso morale, e sembra soffra molto per i suoi stessi suggerimenti: “L’aspetto etico è quello più grave, ed è quello che non mi fa dormire quando rileggo quel che io stesso propongo. Tuttavia, e dopo tante esitazioni, credo che l’imperativo etico esiga di superare le remore morali e i contorcimenti della coscienza”. La lettura dell’articolo ci conferma che il signor Rosen il salto lo ha fatto, e anche senza troppe difficoltà.
Inoltre, per non essere sospettato, Dio scampi!, che le sue convinzioni si basino semplicemente su una sete di transfert e sul desiderio di sfruttare il sangue delle vittime e la crudeltà dei terroristi per promuovere questa orribile filosofia, Rosen si presenta come il salvatore del mondo intero: “L’umanità che aspira a vivere ha il dovere di sviluppare sul campo un rimedio per la malattia […] e, in questo momento di prova per l’umanità, riprendiamo la nostra missione consistente nel costituire una ‘luce per le nazioni’, anche se oggi questa luce è buia e tenebrosa: colpire le famiglie dei kamikaze!”.
La sua intenzione non è, Dio ci guardi!, uccidere tutta la famiglia, il clan, il villaggio. Lungi da lui una simile idea. I sostenitori del transfert non fanno mai appello a massacri. Si limitano a volere rispedire in massa certa gente verso posti dove già loro concittadini vivono ammucchiati in quartieri circondati da filo spinato, da cannoni, fucili e carri armati.
Purtroppo, dobbiamo ridimensionare un po’ le pretese pedagogiche del rabbino. I goyim, ahimè!, non hanno veramente bisogno della luce che lui propone loro. L’hanno scoperta da soli, da parecchio tempo. Gli ebrei dovrebbero saperle certe cose.
Prendiamo ad esempio la prima “luce” che ci viene in mente: il 20 maggio 1941, l’esercito tedesco sbarcò a Creta. I combattimenti si protrassero per dieci giorni, finché tutta ‘isola non fu conquistata. L’esercito vincitore era furibondo contro gli abitanti dell’isola che gli avevano dato del filo da torcere, e continuavano del resto a tormentarlo con azioni terroristiche. Nel giugno 1941, la “luce” colpì alla testa il generale tedesco Kurt Arthur Schtudent, che decise di salvare l’umanità da quei terroristi. Le sue truppe arrivarono al villaggio di Kandanos, vicino alla capitale Khania, e lo rasero al suolo. Entrando, affissero un manifesto in cui era scritto: “Il 3 giugno 1941 il villaggio di Kandanos è stato cancellato dalla faccia della terra, per non essere ricostruito mai più. Si tratta di una rappresaglia per l’assassinio di paracadutisti, alpini e soldati del genio tedeschi, da parte di uomini, donne e parroci che hanno scelto di mettersi di traverso sulla strada del Reich”. Si potrebbe allora sostenere legittimamente che il generale Schtudent sia anche lui riuscito a passare sopra “alle sue remore morali e ai contorcimenti della sua coscienza”, prima di andarsene a salvare l’umanità dall’orrore del terrorismo. Ed ecco ancora un po’ di “luce” alla Rosen: il 27 maggio 1942 alcuni terroristi cecoslovacchi facevano fuori l’Obergruppen-Führer Reinhard Heydrich. Heydrich, il governatore della Cecoslovacchia in nome del Reich, capo dei servizi di sicurezza, istigatore dell’operazione di transfert degli ebrei, quello che ha fatto efficientemente marciare la macchina del bando e dell’esproprio dei beni, quello che venne chiamato nel 1942 per perfezionare il transfert ricorrendo al gas, era noto per il disprezzo che manifestava per gli ordini dei superiori. Mentre viaggiava a tutta velocità in una vettura decappottabile sulla strada che porta a Praga, cadde nell’imboscata di un commando di terroristi cechi addestrati in Inghilterra e paracadutati in zona. Il 4 giugno 1942, quel cane moriva in ospedale per un’infezione.
Quasi tutti i partecipanti all’imboscata furono arrestati, quattro di loro si suicidarono. L’inchiesta rivelò che una donna, Anna Nesprova, del villaggio di Lidice, aveva un fratello di nome Josef che si trovava in Inghilterra, dove si stava addestrando in un campo di addestramento di terroristi. Era quindi dimostrato che c’era un nesso tra i terroristi che si erano suicidati e un clan del villaggio di Lidice.
Il 10 giugno 1942, l’esercito tedesco entrava a Lidice. I soldati massacrarono 172 persone tra uomini e adolescenti, trasferirono (cacciarono) tutte le donne e i bambini e poterono quindi dedicarsi a – come dice il rabbino Rosen? – “radere al suolo il villaggio dei terroristi”. Tutte le case furono incendiate e fatte saltare con la dinamite e i bulldozer spianarono completamente il terreno. Non rimase traccia dell’esistenza del villaggio. Lo stesso nome di Lidice fu cancellato dalle carte geografiche.
Ma non è finita con la “luce”. Alla fine di maggio del 1944, alcuni terroristi francesi infastidirono l’esercito tedesco. L’indagine condotta da quest’ultimo lasciò intuire che alcuni di essi provenissero da Oradour-sur-Glane. Esattamente due anni dopo che fu raso al suolo il villaggio di Lidice, quello dei terroristi, il 10 giugno 1944, l’esercito tedesco entrò ad Oradour. Donne e bambini furono radunati in chiesa, poi furono massacrati gli uomini, ammucchiandoli nei granai e bruciandoli vivi. In seguito, quasi che gli ufficiali avessero avuto davanti agli occhi l’articolo del rabbino Rosen, quel villaggio fu cancellato dalla faccia della terra. “Per scoraggiare gli altri”, aveva detto il comandante tedesco, citato da uno dei rari sopravvissuti.
Tanta “luce”, tanti villaggi rasi al suolo per salvare il mondo, ma per i goyim la cosa non ha funzionato. L’esercito che ha cancellato è stato cancellato. I villaggi che sono stati cancellati, così come le popolazioni, vivono, respirano, e ricordano. Le persone civili, nel mondo, ricordano insieme ad esse. Solo Israel Rosen non ricorda.
E chi ha bisogno di prove per capire fin dove è arrivato il marciume che ha contaminato il tessuto morale dello Stato di Israele è invitato a leggere le dichiarazioni del rabbino, e a vomitare tutte le budella: non solo per nausea, ma anche per terrore.
(E chiunque si ostinerà a ricavare da tutto ciò che ha letto che io paragono, Dio me ne guardi!, l’esercito israeliano e quello tedesco, si rende la vita troppo facile. È chi ha proposto all’esercito israeliano una “luce” del genere ad avere creato l’equazione.)
(Yedioth Aharonot, aprile 2002)
2. Io accuso
Io accuso Ariel Sharon di provocare un processo grazie al quale non solo intensificherà il reciproco bagno di sangue, ma un processo che potrebbe anche comportare una guerra regionale e una parziale o totale epurazione etnica degli arabi nella “terra di Israele”.
Io accuso ogni singolo ministro del partito laburista di questo governo di collaborare alla realizzazione della “visione” della destra estremista e fascista.
Io accuso i dirigenti palestinesi, in primo luogo Yasser Arafat, di una così estrema mancanza di perspicacia da essere diventati collaboratori del piano di Sharon. Se vi dovesse essere una seconda nakbah (l’Olocausto palestinese), questi dirigenti ne avrebbero anche loro la responsabilità.
Io accuso i capi militari, istigati dai dirigenti nazionalisti, di aizzare l’opinione pubblica contro i palestinesi, con la scusa di una presunta professionalità militare. Mai prima in Israele tanti generali in divisa, ex generali, ex membri dei servizi di sicurezza, a volte camuffati da “accademici”, hanno partecipato al lavaggio del cervello dell’opinione pubblica. Quando si istituirà una commissione d’inchiesta giudiziaria per indagare sulla catastrofe del 2000, accanto ai criminali civili dovranno essere messi sotto inchiesta anche loro.
Io accuso gli amministratori dei sistemi elettronici di comunicazione israeliani di fornire ai vari portavoce militari gli aditi di cui hanno bisogno per assumere il controllo aggressivo, bellicoso e quasi completo del discorso ufficiale. I militari non controllano solo Jenin e Ramallah, ma anche la radio e la televisione israeliane.
Io accuso le persone, di qualsiasi condizione, che ordinano di issare la bandiera nera e tutti coloro che ne seguono gli ordini illegali. Aveva ragione il compianto filosofo Yeshayahu Leibovitz: l’occupazione ha rovinato tutta la parte buona e distrutto l’infrastruttura morale su cui si basa l’esistenza della società israeliana. Fermiamo questa marcia verso la follia e ricostruiamo di nuovo una società sgombra dal militarismo, dall’oppressione, dallo sfruttamento altrui, se non peggio.
Io accuso tutti quelli che vedono e sanno tutto questo di non fare nulla per impedire la catastrofe imminente. Gli avvenimenti di Sabra e Chatila non erano niente se paragonati a quel che è successo e che sta per succederci. Dobbiamo uscire, e dirigere i nostri passi non solo verso le piazze delle nostre città, ma anche verso i check-points. Dobbiamo parlare con i nostri soldati nei loro carri armati e nei loro blindati – come fecero i russi con i loro soldati quando avevano ricevuto l’ordine di riconquistare la Piazza Rossa – prima che l’invasione delle città palestinesi si trasformi in una micidiale guerra civile.
Ed io accuso me stesso che, pur sapendo tutto questo, grido troppo poco e troppo spesso sto zitto.
(Kol Hair, 1° febbraio 2002)
3. Qui non siamo in Svezia
Affrontare la realtà politica e storica in base all’idea di “qui non siamo in Europa” costituisce il denominatore comune delle concezioni politiche israeliane, di destra o di sinistra che siano. Un simile approccio non può portare alla pace, né fredda né calda. Pur facendo astrazione per un attimo dal modo in cui esso cancella la storia di questo paese e quella dell’Europa nel corso del XX secolo, vi si troverà un richiamo al mantenimento della superiorità e dell’egemonia israeliane sulla base della diffidenza verso gli arabi in genere e verso i palestinesi in particolare. È inoltre un ostacolo di fronte a qualsiasi forma di pragmatismo israeliano che si rispetti, perché quest’approccio punta ad ignorare la realtà in nome di un presunto principio realistico.
(In Adi Ofri (a cura di), Zman Emet [Tempo reale], Keter Publishing House, Gerusalemme, 2001)
4. Aiutate le madri a salvare i figli
È un grande onore per me essere oggi tra voi, insignita del premio Sacharov. So che in un’occasione come questa si dovrebbe parlare della speranza e delle doti umane in grado di portarci alla vittoria della compassione e della fraternità fra gli esseri umani, e quindi vi chiedo scusa se qui non parlerò di nulla di tutto questo. Nel mio paese, a Gerusalemme, speranza ed umanità stanno morendo. Israele si sta trasformando in un cimitero di bambini, un cimitero che cresce giorno dopo giorno, come un regno sotterraneo che, estendendosi sotto i nostri piedi, potrebbe devastare tutto ciò che c’è intorno. In questo regno abita la mia bambina, accanto al suo uccisore palestinese, e il sangue dell’una e dell’altro si mescolano sulle pietre di Gerusalemme, ormai da tempo indifferenti al sangue.
Riposano laggiù, con tanti altri bambini, e tutti sono delusi. L’uccisore della mia figlioletta è deluso perché il suo omicidio e il suo suicidio non sono approdati a nulla, non hanno posto fine alla crudele occupazione israeliana, né gli hanno spalancato le porte del paradiso, e perché coloro che gli hanno promesso che il suo gesto avrebbe avuto senso e valore continuano ad andare avanti come se lui non fosse mai esistito. Mia figlia è delusa perché pensava, come le migliaia di suoi nuovi fratellini e sorelline, che la sua vita sarebbe stata al riparo dal pericolo, che i genitori l’avrebbero protetta dal male e che niente potesse accadere a brave bambine che percorrono le vie della loro città per recarsi a una lezione di danza. E sono delusi tutti i bambini che stanno con loro, perché il mondo continua a girare come se il loro sangue non fosse mai stato versato.
Nel mio paese, a Gerusalemme, le persone che si dicono i nostri capi hanno permesso alla morte di regnare. Eppure sembra che questi signori siano capaci di vivere in pace, quando se ne fa sentire il bisogno. Il venerdì 1º dicembre, l’articolo di prima pagina del quotidiano locale di Gerusalemme in lutto ci informava che la città di Gerico viveva tranquilla da ormai due mesi: niente soldati israeliani, niente poliziotti, niente sparatorie. Non crediate assolutamente che gli americani fossero riusciti a convincere Sharon a smetterla di mandare ragazzi israeliani diciottenni ad uccidere palestinesi innocenti, né a convincere i palestinesi a smettere di farsi saltare insieme ad israeliani innocenti. Assolutamente no. Gerico è tranquilla perché i dirigenti israeliani e palestinesi hanno deciso insieme di riaprire il casinò, di cui si spartiscono i proventi con alcuni uomini d’affari tedeschi ed austriaci. Leggendo quell’articolo, non ho potuto impedirmi di pensare che la mia bambina non valesse nemmeno una fiche della roulette. Circa 200 bambini uccisi dall’inizio dell’Intifada, questo massacro incessante, valgono meno delle fiches. Eppure la cosa non mi ha veramente stupito, poiché ho sempre saputo che la nostra guerra non è quella del popolo israeliano contro il popolo palestinese, ma quella dei distruttori di vita che si dicono capi di Stato contro un popolo, da entrambe le parti: questi politicanti rotti a tutto usano Dio, il bene della nazione, la libertà e la democrazia, ed anche il nostro lutto, come altrettanti strumenti politici, e i nostri bambini come figurine nel gioco della lotteria: tu hai ucciso 10 dei miei bambini e io ne uccido 300 dei tuoi, ed eccoci poi pronti per la prossima partita.
Tutto questo non è una novità nella storia dell’uomo. Sempre i capi si sono serviti di Dio e di altri valori sacri, ad esempio l’onore e il coraggio, come pretesto per le loro megalomani ambizioni.
E, attraverso la Storia, la sola voce che si sia levata per denunciarli ed opporsi ad essi è stata quella delle madri: la voce delle brave donne del popolo ebreo che non hanno obbedito agli ordini del Faraone di uccidere tutti i bambini ebrei appena nati; quella della nostra madre biblica, Rachele, che piangeva i suoi figli e non voleva consolarsi; la voce delle donne di Troia, delle madri argentine, delle madri dell’Irlanda, di Israele e della Palestina. È la voce di quelle che danno la vita e che si impegnano a preservarla. È la sola voce che resti dopo la violenza e che comprende veramente il significato della fine di tutto. Solo le madri sanno che la morte di un bambino, uno qualsiasi – sia serbo o albanese, iracheno o afgano, ebreo o palestinese – e la morte del mondo intero, del suo passato e del suo futuro.
Mi hanno domandato spesso se provassi il bisogno di vendicare l’uccisione della mia bambina, che è stata uccisa semplicemente perché era nata israeliana, da un ragazzo che si sentiva tanto disperato da spingersi all’omicidio e al suicidio semplicemente perché era palestinese. Ed io cito sempre, in risposta, il verso del grande poeta ebreo Bialik: “Satana non ha ancora creato quel che potrebbe vendicare il sangue di un bambino”. E questo non perché Satana non ne abbia i mezzi, ma perché, dopo la morte di un bambino, non c’è più vendetta, non c’è più morte, né vita. Il solo sentimento che resti, l’unico desiderio, la sola esigenza insoddisfatta per sempre, è quella di proteggere il bambino. Le madri che hanno perso il loro figlio vi diranno che le loro braccia provano incessantemente il bisogno di stringere il bimbo, di proteggerlo dal male. Nessuna madre penserebbe mai di consolarsi uccidendo il figlio di un’altra.
Se non vogliamo che l’intero nostro pianeta si trasformi nel regno dei bambini morti, dobbiamo fare sentire le nostre voci di madri perché tacciano tutte le altre. Dobbiamo fare ascoltare di nuovo la voce di quel Dio che diceva: “Non alzare la mano sul bambino”. Senza questo, fra poco non vi sarà più niente da dire, più niente da ascoltare, se non il grido incessante del lutto.
Vi prego, signore e signori, di prestare ascolto alle voci che salgono dal regno sotterraneo dei bambini. Là sta ormai la giustizia, là regna il vero multiculturalismo, là si sa che non vi sono differenze di sangue, né di pelle, né di carte di identità o di bandiere. Ascoltate il grido dei bambini morti e aiutate le madri a salvare i bambini vivi.
(Discorso pronunciato al parlamento europeo, in occasione dell’assegnazione del Premio Sacharov per i diritti umani)
II - RIVOLTA E REPRESSIONE
DEI PALESTINESI DI ISRAELE
La prima settimana d’ottobre del 2000, la popolazione palestinese di Israele – vale a dire gli 1,2 milioni circa di palestinesi che vivono essenzialmente in Galilea e nel Wadi Ara e che, dal 1948, sono in possesso della cittadinanza israeliana – si è mobilitata in massa per manifestare la propria solidarietà con la sollevazione nei territori occupati e la collera per i massacri perpetrati dall’esercito israeliano nei giorni precedenti. L’ampiezza e il carattere radicale di tali manifestazioni (blocchi stradali, lancio di pietre, accerchiamento di alcune installazioni ebraiche in Galilea) erano anche frutto di una grandissima frustrazione: le promesse fatte diversi anni prima da Yitzhak Rabin, riguardanti il miglioramento della sorte della comunità araba e alcune concrete misure tendenti a ridurre la discriminazione strutturale e la disuguaglianza, erano state deliberatamente disattese dal governo Barak. Grande era l’indignazione fra la gioventù palestinese di Israele, inasprita dalle immagini della repressione nei territori occupati.
Tremenda e senza precedenti è la reazione della polizia, dietro espliciti ordini di Ehud Barak e di Shlomo Ben Ami: 13 morti, decine di feriti gravi, centinaia di arresti. I territori occupati non si fermano più alla linea verde, come dice in modo particolarmente pertinente il sociologo Yehuda Shenhav.
La popolazione israeliana, terrorizzata da quella che sembra essere una vera e propria rivolta all’interno stesso di Israele, ha organizzato in tutto il paese veri e propri pogrom (termine usato da una parte della stampa internazionale) antiarabi.
Di fronte alla repressione, i palestinesi di Israele sono tragicamente isolati, essendo gli occhi e l’attenzione dei pacifisti israeliani puntati sui territori occupati. Soltanto dopo una decina di giorni si comincia a prendere coscienza della gravità della repressione. Troppo tardi.
1. Solo con la forza
[…] È facilissimo, negli ultimi giorni, denunciare con espressione indignata la violenza degli arabi israeliani. Lanciare sassi e sradicare lampioni sono, effettivamente, gesti incivili. Bloccare assi stradali è palesemente un atto di inciviltà. Ebrei di destra ed ebrei di sinistra sono scandalizzati. Ma chi può indicarmi un’altra strada, per un quinto della popolazione di questo paese, cittadini israeliani, dopo cinquantadue anni di discriminazione e di umiliazione? Ora si sta finalmente istituendo una commissione. Dopo la prossima esplosione di violenza, che sarà senza alcun dubbio ancora più acuta e dolorosa, lo Stato si ricorderà che avrebbe potuto fare qualcosa di più di una semplice commissione.
Per quanto li (gli arabi di Israele) riguarda, non si può dire che non abbiano tentato con altri metodi, non violenti. Cinquantadue anni di esemplare lealtà, quasi ossequiente, verso uno Stato le cui guerre non sono le loro, con l’inno nazionale che non è il loro, le festività che non sono le loro; e, nonostante questo, lo Stato si comporta come si comporta verso di loro. Adesso la loro gioventù ha scelto la via della violenza, e sarà pagante. Sanno che non ce n’è un’altra. Adesso sperimentano, come hanno sperimentato già da tempo i loro fratelli dei territori occupati, che Israele, sì, il potente Israele, non otterrà niente con la forza.
Una settimana fa, l’attore Mohammad Bakri, che è stato presente per anni negli spettacoli teatrali e cinematografici israeliani, si chiedeva se non avesse sbagliato tutto e se non avrebbe fatto meglio a scegliere la strada della lotta armata e unirsi all’OLP, fin da giovane. Anche per uno che ha avuto in Israele un successo come il suo, la coppa delle umiliazioni e delle vessazioni è stracolma da tempo: la settimana scorsa, non è riuscito a trattenere il figlio, quando è sceso in strada a scagliare pietre contro le guardie mobili che accerchiavano il suo villaggio. E Bakri non è l’unico a provare questo tipo di cose. Non possiamo volergliene: siamo stati noi a insegnare a Bakri e alla sua generazione che le cose funzionano solo con la forza. Si sono trattenuti abbastanza, hanno cercato altre strade, ma noi ci siamo intestarditi: solo con la forza.
(Haaretz, 8 ottobre 2000)
2. Cessate il fuoco!
Di fronte agli eventi sanguinosi che tuttora perdurano, noi – organizzazioni ebraiche ed arabe – lanciamo al governo di Israele il seguente appello:
-Ora più che mai occorre procedere verso una pace giusta!
-Garantite la piena uguaglianza alla minoranza palestinese in Israele!
-Costituite una Commissione nazionale d’indagine sui comportamenti della polizia e degli altri organismi nel corso degli eventi!
-Garantite che il sistema d’istruzione educhi ai valori della democrazia, della comprensione, della tolleranza e della fraternità fra ebrei ed arabi, in base al rispetto reciproco!
Facciamo appello all’opinione pubblica israeliana a riannodare il dibattito democratico e a lottare con fermezza contro la violenza, l’odio e il razzismo.
Per ricostruire insieme un futuro comune!
(Appello pubblicato su Haaretz, sottoscritto da 80 organizzazioni e associazioni ebraiche, arabe ed ebraico-arabe, tra cui: Itijjah (il coordinamento delle associazioni arabe in Israele); Gush Shalom; Bat Shalom; il Comitato nazionale delle madri arabe; Peace Now; Yesh Gvul; le Donne in nero; Newe Shalom; il Centro di informazione alternativa; Netivot Shalom; Nuovo Profilo; Reuth-Sadaqa; Rabbini per i diritti umani; l’Arcobaleno democratico orientale; El-Ahali; Comitato contro la distruzione delle case; Comitato contro la tortura in Israele; Shatil; ecc.
La Commissione Or è stata istituita per indagare sugli avvenimenti dell’ottobre 2000, durante i quali 13 arabi sono stati uccisi per colpi di arma da fuoco, in Israele, e diverse centinaia di altri sono stati feriti dalle forze di sicurezza israeliane. Le lettere di avviso inviate a tre dirigenti arabi rappresentano un’accusa rivolta all’intera popolazione araba e alla sua direzione politica. Un’accusa del genere trasforma la vittima in imputato e lede il rispetto dovuto agli uccisi e alle loro famiglie.
Gli esponenti della comunità araba che hanno testimoniato davanti alla commissione sono stati interrogati sulle loro legittime posizioni politiche e, facendo domande su queste, la commissione è andata oltre il campo di sua competenza. Le stesse domande non sono, peraltro, state poste agli altri testimoni che si sono presentati alla commissione. Le lettere di avviso inviate agli esponenti (della comunità araba) costituiscono un ulteriore passo nella campagna di delegittimazione delle legittime posizioni di questi stessi esponenti.
Il ruolo di una commissione d’indagine nazionale è quello di indagare sui comportamenti degli organismi di potere e sul loro operato, per quanto riguarda il livello politico e quello esecutivo, in un momento di crisi di fiducia nei confronti del potere, per le sue azioni e per le sue carenze.
Noi che abbiamo seguito tutte le sedute della commissione Or, siamo intimamente convinti che siano state sottratte ad essa parecchie delle prove che evidenziano la responsabilità del governo e dei suoi esecutori nelle tragiche conseguenze di quegli eventi.
Esigiamo l’annullamento delle lettere d’avviso nei confronti dei deputati Abdel Malik Dahamsheh e Azmi Bishara e dello sceicco Raed Salah.
Esigiamo che ulteriori lettere di avviso siano inviate a chi, tra le forze dell’ordine, è sospettato di avere sparato a Um el Fahem, Nazareth, Kafr Kana, Arabeh e Kafr Manda.
Esigiamo che la commissione si limiti a ricercare la verità e la smetta invece di cercare artificiosi equilibri e di prendere in considerazione elementi estranei al suo mandato.
Comunicato di:
Alto comitato permanente per le questioni arabe in Israele
Comitato delle famiglie delle vittime dell’ottobre 2000
Adala (Centro giuridico per i diritti della minoranza araba in Israele)
(Haaretz, 8 marzo 2002)
4. Non c’è possibilità di coesistenza senza comprensione vera
Gli avvenimenti degli ultimi giorni nel settore arabo in Israele fanno affiorare le ondate di fondo che attraversano la popolazione araba di Israele da un paio d’anni, lontano dallo sguardo della popolazione ebraica. Questi avvenimenti sollevano inoltre il velo che ricopre i meccanismi di riflessione e di decisione della maggioranza ebraica e dei suoi dirigenti nei confronti di un quinto della popolazione del paese.
Alcuni ministri, ufficiali di polizia, ma anche giornalisti e commentatori, delineano dopo l’avvio degli avvenimenti un’immagine semplicistica e sbagliata. Il problema, secondo loro, è cominciato quando la popolazione araba è caduta in preda al fascino dell’istigazione del fondamentalismo islamico, aggravandosi quando deputati e sindaci arabi hanno contribuito all’escalation. Sicuramente, certi dirigenti integralisti hanno a disposizione un elenco prefabbricato di clichés paranoici, ogni volta che arriva al centro dell’attualità politica il Monte del Tempio. Questi però non avrebbero provocato l’ondata di indignazione e di protesta che hanno suscitato se il settore arabo di Israele non avesse conosciuto un’enorme trasformazione, intorno alla campagna elettorale del 1999 e in seguito.
I giovani arabi di Israele sono giunti a maturità politica sullo sfondo di due processi paralleli: il processo nazionale palestinese e la loro battaglia civile per i diritti in Israele. Il processo nazionale palestinese ha fornito loro l’esaltazione e, tramite l’Intifada, restituito l’onore perduto, come pure la promessa dell’indipendenza politica attraverso il processo di Oslo. Viceversa, la battaglia civile all’interno di Israele non fa che riproporre una realtà da fatica di Sisifo, una lotta senza sbocco per briciole di uguaglianza e di dignità, senza una risposta chiara al loro problema di identità collettiva. Come ogni altro progetto nazionale, la via nazionale palestinese promette una solidarietà che attraversa le frontiere di classe e confessionali. La battaglia civile in Israele è solo una delusione; ha schiacciato i nonni di questi giovani, ha esaurito i genitori e ha portato loro stessi fin dalla più tenera età all’estenuazione e all’impazienza. Non hanno più tempo da perdere in un altro giro di promesse vacue da parte delle autorità, e la loro è una rabbia molto concreta di fronte alla discriminazione e all’esclusione. I giovani arabi di Israele sanno quello che valgono e capiscono bene i limiti del neoliberismo israeliano. Sanno che un discorso che si basi sui diritti individuali tende ad ignorare i fattori di giustizia storica collettiva. Il massimo che possa offrire loro questo neoliberismo, cioè Israele come Stato di tutti i cittadini, non risponde al problema dell’identità collettiva.
Risultato inevitabile: una più forte identificazione con il nazionalismo palestinese e l’allontanamento da Israele a tutti noto. La campagna elettorale del 1999 e la dinamica di emarginazione di fronte al governo Barak ha accentuato il conflitto che contrappone le differenti parti arabe, le quali, in un modo o nell’altro, mettono in risalto la “palestinità”. Gli attuali negoziati tra Arafat e Barak non fanno che acuire l’interesse per la questione delle sorti degli arabi israeliani nel quadro dai un futura intesa.
Per tutta questa fase, tuttavia, i dirigenti del paese hanno continuato a farla da imperatori estranei, sperando che parlamentari e sindaci fungessero da capisquadra nel mantenere l’ordine. Vi è oggi una generazione di universitari che si dedica alla ricerca sugli arabi di Israele a partire dalla critica dei nessi ideologici nascosti, sionismo incluso, che impediscono qualsiasi seria analisi socio-politica. Questa critica ha ormai permesso riflessioni affascinanti sulla situazione degli arabi israeliani. Esse non hanno, tuttavia, alcun effetto sui decisori politici. Da un governo all’altro, essi ordinano consulenze di esperti che perpetuano un pensiero rigido e anacronistico e vedono negli arabi una popolazione minacciosa che va tenuta al guinzaglio. Così, un personaggio come Elik Ron, fedele adepto di questa concezione, può pretendere, dietro la cortina di fiamme e fumo accesa da lui e dai suoi amici, di essere ammirato per la propria lungimiranza, e rivendicare imperterrito più violenza, laddove proprio questa è fallita mille volte.
Senza comprensione profonda del modo in cui la minoranza vive la propria condizione, è impossibile qualsiasi convivenza. L’alternativa è il tentativo vano di imporre un potere estraneo a soggetti recalcitranti.
(Haaretz, ottobre 2000)
5. La linea rossa della linea verde
La guerra del 1967 ha rinverdito la sinistra sionista, permettendole di reinventarsi, grazie agli spazi che si estendevano al di là della linea verde. Hanno potuto darsi, così, una nuova identità e un rinnovato ordine del giorno, esportando il conflitto israeliano-palestinese e trasformandolo da un problema “interno” ai confini del 1948 in un problema “esterno”, che si sviluppa dall’altra parte della linea verde. Si tratta di un tipico esempio della definizione della propria identità attraverso l’immaginazione dei confini.
Ed ecco che gli avvenimenti d’ottobre vengono a rimettere in discussione questa concezione ben sistemata della sinistra sionista, riportando il conflitto dentro casa, all’interno della linea verde. Le manifestazioni dei cittadini palestinesi di Israele, cominciate come espressione di solidarietà con l’Intifada di Al-Aqsa lanciata dai loro fratelli dall’altra parte della linea verde, hanno dimostrato che i palestinesi che vivono all’interno della linea verde non condividono necessariamente le posizioni della sinistra israeliana, che vedeva invece in quella linea una sorta di ancoraggio morale. La sinistra sionista aveva risposto all’Intifada balbettando, con dichiarazioni incerte e a volte anche vergognose nella loro brutalità. I “mezzi di comunicazione” di sinistra erano pieni di dichiarazioni scioviniste relative ai non diritti sul paese, sulla nostra comunanza di sorte con i coloni, o sul tradimento degli arabi israeliani, e questo mentre si stava concedendo loro l’uguaglianza come cittadini. I peggiori erano gli “esperti di questioni arabe” e i corrispondenti militari, che parlavano nei toni di gola del ministero della Difesa, quasi avessero ricevuto l’ordine di mobilitazione generale. Il governo ebraico di Israele non ha tergiversato; ha risposto con fermezza, uccidendo o a volte assassinando a sangue freddo 14 cittadini, a Um el Fahem, Ilabun, Sakhnin e Nazareth. Lo Stato ebraico non aveva mai sparato contro manifestanti ebrei, coloni, o ebrei ortodossi, mentre lo ha fatto contro i suoi cittadini arabi. Contro ogni tentativo di dimostrare il contrario, la realtà confermava che esisteva effettivamente una contraddizione tra “Stato ebraico” e “Stato democratico”.
Gli eventi d’ottobre-novembre 2000 hanno costituito una sorta di dichiarazione sullo statuto della linea verde rispetto alla decisione dell’agenda politica israeliana. Essi costringono la sinistra israeliana a prendere posizioni chiare sui rapporti tra i cittadini palestinesi di Israele e i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza, nonché sui problemi dei palestinesi di Israele e la questione delle terre entro i confini del 1948. Ma la sinistra israeliana sembra avere smarrito la bussola: aveva la sua propria definizione della linea verde e si ritrova perciò nell’incapacità di assumere una posizione chiara sul problema degli espropri di terre entro i confini del 1948. Essa è occupata a difendere i diritti civili dei cittadini palestinesi di Israele, il loro diritto di vivere, esprimersi, manifestare liberamente. È del tutto encomiabile. Essa però non ha il coraggio di affrontare la questione dei diritti collettivi come minoranza nazionale nel quadro di uno Stato ebraico sovrano, e delle rivendicazioni da parte di questa minoranza sulle terre e l’autonomia culturale. Quest’assenza è particolarmente significativa nel momento in cui lo Stato reagisce esattamente come “Stato ebraico” e non come uno Stato liberale e neutro.
III – SINISTRA SIONISTA E SINISTRA RADICALE
Il fallimento del vertice di Camp David, nel luglio 2000, è stato percepito dalla sinistra moderata come il suo stesso insuccesso. Facilmente ingannata dalla favola del “rifiuto palestinese delle generose offerte di Barak”, essa si divide tra quelli che, ad esempio il giornalista Ari Shavit o lo scrittore Gershom Shaked, fanno onorevole ammenda e passano nel campo della destra, e quelli che “perdono la bussola”, secondo la loro stessa definizione, e si impongono la ridiscussione delle ipotesi sottese al loro sostegno al processo di Oslo. La stampa titola “La sinistra perde la bussola”, e fornisce ai lettori un’orgia di monologhi che combinano autocritiche ed attacchi violenti, spesso apertamente razzisti, ai palestinesi e al loro capo, Yasser Arafat.
L’ipocrisia del nuovo discorso della sinistra sionista, e l’incondizionato appoggio offerto da questa alla repressione sanguinosa ordinata da Ehud Barak, provocano rotture al suo interno: Yehudith Harel, popolare dirigente di Peace Now, rompe ufficialmente con il suo movimento, e diventerà una delle figure critiche più dirompenti di questa sinistra pentita. Le sue analisi sono spesso riprese dalla stampa palestinese ed egiziana.
Per la sinistra radicale, invece, il fallimento di Camp David era prevedibile, e la responsabilità di questo ricadeva su Ehud Barak e Shlomo Ben Ami, e soltanto su di loro. Essa sa che i palestinesi riprenderanno la lotta, ed è senza sorpresa e con un forte senso di solidarietà che saluta la sollevazione che comincia nell’ottobre 2000. Negli ultimi due anni, questa sinistra non ha smesso neanche per un giorno di denunciare la politica di pacificazione di Barak e di Sharon e di manifestare la sua vergogna e la sua indignazione per i crimini di guerra perpetrati ogni giorno dall’esercito d’occupazione israeliano. Essa denuncia inoltre l’ipocrisia e il colonialismo di coloro che, in nome della lotta per la pace, hanno deciso di schierarsi con Sharon nella sua guerra di distruzione della società palestinese e delle prospettive di pace.
1. Noi non abbiamo perso la bussola
Se parlano di “sinistra che ha perso la bussola”, i mezzi di comunicazione di massa hanno in mente le decine di migliaia di militanti di Peace Now e del Meretz, e la maggior parte dell’elettorato di Barak. Ma neanche questi hanno perso la bussola. Sono indignati. Indignati con i palestinesi che gli hanno rovinato la festa, che li hanno risvegliati dal dolce sogno e dalla realtà completamente virtuale in cui vivevano dal 1994, una virtualità che ricorda stranamente l’euforia che ha regnato tra il 1967 e il crollo della linea Bar-Lev nell’ottobre 1973.
Negli ultimi sette anni, lo schieramento Barak si è goduto la pace e ne ha divorato avidamente i frutti: massima sicurezza, avvio della normalizzazione con il mondo arabo, sostanziosi investimenti esteri, certificato internazionale di buona condotta e possibilità di guardarsi allo specchio con soddisfazione e senza cattiva coscienza. Ora la sinistra è indignata: Arafat e, al suo fianco, l’intera popolazione palestinese interrompono sette anni fasti e ci annunciano che è ora di pagare. Non hanno mai nascosto il prezzo che esigono: il ritiro totale (anche da Gerusalemme Est), lo smantellamento delle colonie, il riconoscimento del dritto al ritorno. Sono sette anni che i dirigenti palestinesi, nessuno escluso, hanno ripetuto che erano disposti ad accettare svariati compromessi durante il periodo transitorio, a stringere i denti di fronte ai continui cambiamenti di calendario, a tacere di fronte a flagranti violazioni di accordi sottoscritti e a chiudere addirittura gli occhi di fronte a massicce costruzioni nelle colonie, il tutto per la fase intermedia e degli accordi provvisori. Al tempo stesso, però, non hanno cambiato neanche di una virgola rispetto alle loro richieste minimali nel quadro dell’accordo finale.
La sinistra, invece, non ha voluto ascoltare o, meglio, si è autoconvinta di potere addirittura dettare al presidente Arafat i criteri dell’accordo finale e che lui, da parte sua, avrebbe potuto “farli passare” fra la sua gente. Non è forse quello che fanno tutti i regimi arabi?
Anche in questo, però, Arafat è rimasto fedele alle sue promesse, e quando lui e tutti i residenti in Cisgiordania e a Gaza hanno capito che Ehud Barak voleva anche rimettere in discussione la sovranità araba sulla Spianata delle moschee, non restava che tirare la seguente conclusione: sul fronte israeliano non c’è un interlocutore per fare la pace e il periodo della tregua è finito.
La sinistra, a questo punto, ce l’ha con loro perché, di punto in bianco, l’altra parte non vuole più suonare lo spartito che i negoziatori israeliani avevano composto per lei. La sinistra è arrabbiata, perché si è abituata a dettare – non solo sul campo di battaglia, ma anche al tavolo delle trattative – qual è, al tempo stesso, l’interesse d’Israele, ma anche naturalmente quali sono gli interessi degli arabi.
Quanto a noi, la cosiddetta sinistra sognatrice, né abbiamo “perso la bussola” né siamo in collera, in ogni caso non con Yasser Arafat e con il suo popolo. Per sette anni abbiamo messo in guardia dall’illusione di una pace senza il ritiro entro i confini del luglio 1967 e senza lo smantellamento di tutte le colonie; per sette anni abbiamo fatto appello a smetterla con le trattative interisraeliane e a cominciare finalmente a trattare con i palestinesi; per sette anni abbiamo denunciato gli slogan su “Gerusalemme riunificata per l’eternità”, che non solo sbarravano la strada alla pace israeliano-palestinese, ma rischiavano di accendere la miccia di un tremendo conflitto mondiale tra l’islam e gli ebrei. Per sette anni abbiamo ascoltato la voce, univoca e chiara, dei palestinesi e atteso, con l’angoscia di chi sa di vivere su un vulcano e scorge da qualche tempo i primi segnali dell’eruzione, la fine della politica di autocontenimento.
Se siamo indignati, lo siamo contro Ehud Barak che, nella sua criminale irresponsabilità, ha acceso a Camp David la miccia della guerra inter-religiosa; lo siamo contro il campo della pace, che si è addormentato durante la guardia ed è stato sedotto dalla stupida formula di una pace a metà prezzo, preferendo la riconciliazione con i coloni alla prosecuzione della lotta per la loro evacuazione. E siamo in collera anche con noi stessi, perché non siamo riusciti ad utilizzare i sette anni di autocontenimento dei palestinesi per scuotere, sin dalle fondamenta, la nostra stessa società e aprirle gli occhi, prima che sopravvenga la catastrofe.
(Diffuso su Ynet, quotidiano elettronico di Yedioth Aharonot, 25 ottobre 2000)
2. Licenza di uccidere
Yitzhak Laor
Domenica 30 novembre 1972, i paracadutisti britannici tentavano di impedire lo svolgimento di una manifestazione per i diritti umani; nella città di Derry, nell’Irlanda del Nord, la marcia cattolica era stata vietata dalle autorità. Quella domenica si concludeva con il massacro di 14 manifestanti. Quella domenica di sangue rimarrà per sempre incisa nella storia sanguinosa della lotta anglo-irlandese. Ancora oggi, gli studiosi britannici studiano gli eventi svoltisi nei quartieri operai di Derry.
I massacri palestinesi degli ultimi giorni rimarranno anch’essi gravati nella nostra storia, se non altro per il completo appoggio di cui sono stati oggetto da parte dei mezzi di comunicazione di massa, con la televisione israeliana in testa… seguita, all’indomani della festa, dal resto dei media. Gli antichi istinti hanno funzionato ancora una volta: è vietato criticare l’esercito di difesa israeliano, perché l’esercito è Dio.
L’esercito di difesa israeliano non ha difeso Israele, perché Israele non era in pericolo. La licenza d’uccidere è diventata “evidente”, anche quando si trattava di difendere la colonia/spina di Netzarim. È lecito ammazzare un bambino fra le braccia del padre, per poi giustificare la cosa con la scusa “che non doveva stare lì”. È lecito scagliare missili su manifestanti, perché non si tratta più solo della difesa del paese e dei suoi cittadini, ma di un “principio”: alla violenza non si cede. Si ha diritto a costringere la violenza a cedere, non a cedervi. Infine, per riassumere l’incidente, la vita umana ha importanza solo se non è araba.
L’“evidenza” israeliana ha fatto gli straordinari. Le folle di manifestanti palestinesi hanno subito colpi di proiettili reali, e sono state oggetto di virulente denunce da parte dei media israeliani. “Che cosa ci si può fare?”, quasi fosse scontato che una lotta del genere si liquida con le pallottole, quasi fosse scontato che “siamo tutti uniti” in quest’esigenza di richiedere litri di sangue.
La chiave del grande massacro dei giorni scorsi, tuttavia, va ricercata là dove si ritrova regolarmente il silenzio dei media e delle élites accademiche: in chi ci governa nel momento in cui si verificano episodi del genere. Se oggi fosse Primo ministro Netanyhau, le urla arriverebbero fino al cielo. Se fosse stato il Likud a dirigere questa guerra totale, allo scopo di farli “dissanguare lentamente” (Ron Ben-Yishai, in televisione), si sentirebbero almeno una serie di domande dettagliate al riguardo. Ma a condurre questa guerra è il governo Barak, è il “nostro” governo, della “sinistra”. Per questo, per la pace evidentemente – giacché si fa tutto per la pace – tutto è lecito. E se si verifica un attentato, lo si potrà anche anticipare rispetto agli eventi e sostenere: vedete, ci massacrano.
Dopo il fallimento dei negoziati di Camp David, il segnale è partito, ed è stato predisposto il terreno per tutti questi orrori. “Colombe” candide come neve hanno rilasciato interviste e scritto articoli, qui e all’estero: Arafat, Dio ce ne liberi, li ha traditi. Loro volevano la pace, hanno sempre voluto la pace, hanno pagato caro per la pace, e adesso che i palestinesi possono ricevere dalle loro mani la migliore pace possibile (vale a dire, senza dovere litigare con i coloni, senza spaccare la coalizione di governo, senza rinunciare ai “sogni di sacro” sorti nei cinque storici minuti precedenti i negoziati), ecco che Arafat, cioè il popolo palestinese, gira loro le spalle, a loro, alle colombe che tubano, preferendo ascoltare i gemiti del suo popolo che, senza acqua né lavoro, è ingabbiato entro le vie di aggiramento, le sacre colonie, perché - ricordiamocelo – “Beit-El rappresenta gli occhi (o magari oggi un altro organo) del paese”, per usare ancora una volta una metafora ormai logora.
Come è facile, in questo giorno di Kippur, fare il proprio mea culpa battendo sul petto del vicino, si tratti di Arafat o di Sharon. Se, però, le tue mani non hanno fatto colare sangue, se le tue mani non hanno scagliato missili sui manifestanti, la tua voce non ha denunciato.
(Haaretz, 8 ottobre 2000)
3. Beilin e l’ideologia sionista di sinistra
Yehudith Harel
La mia prima lettera intitolata “Domande a Yossi Beilin” non era una semplice espressione di frustrazione o di rivalsa, una “vendetta” personale contro i miei ex colleghi del movimento della pace, ormai miseramente crollato e a pezzi. L’idea di passare la spugna sugli errori del passato sembra a prima vista una buona idea, positiva e costruttiva, che consente di ricostruire il campo della pace, di rimettersi insieme e rafforzarsi reciprocamente. Purché, però, lo si faccia su basi solide, e per questo è imprescindibile analizzare ciò che non ha funzionato e perché, cercando tanto per cominciare di capire perché il campo della pace sia crollato. Occorre poi vedere come ricostruirlo su basi sane e salde, in grado di produrre un neonato in buona salute, non un’ulteriore tragico finto parto. Cercherò di elaborare un po’ meglio queste cose.
Il mio principale argomento consiste nel sostenere che le posizioni, le decisioni e le iniziative prese da Beilin&Co. (le colombe del partito laburista e del Meretz, Peace Now), che hanno portato al logoramento progressivo e poi alla degenerazione finale di “Oslo” – in particolare, ma non solo, la prosecuzione della colonizzazione e la costruzione di “strade di aggiramento”, poi il fiasco di Camp David II e il tracollo del campo della pace in Israele – non erano semplici errori, e certamente non errori provenienti “da entrambe le parti” (vecchia falsa simmetria tra vittime ed oppressori).
I problemi dipendono dai fondamenti stessi dell’ideologia che ha generato Oslo, e dall’atteggiamento mentale nei confronti degli arabi, dei palestinesi e del conflitto in genere che contraddistingue la sinistra sionista. Il cuore del problema sta nella completa incapacità e nella mancanza di volontà della sinistra sionista di riconoscere che, per disperata che fosse la condizione degli ebrei dopo e anche prima dell’Olocausto, e per indispensabile che fosse l’esigenza di avere una patria e un riparo per salvarci, noi abbiamo realizzato questo, cioè siamo riusciti a salvarci e ad ottenere la nostra salvezza, a spese dei palestinesi, che hanno pagato un prezzo enorme. C’è una mancanza enorme di volontà di riconoscere questo semplice dato di fatto, come pure le dimensioni della tragedia che abbiamo inflitto all’“Altro” palestinese, e di assumere almeno in parte la responsabilità dei nostri atti.
Noi non abbiamo soltanto spinto i due terzi del popolo palestinese all’esilio, non ne abbiamo soltanto cancellato l’esistenza politico-sociale, distrutto le strutture economico-sociali e culturali ma, negli ultimi 54 anni, abbiamo sistematicamente misconosciuto tutte le loro rivendicazioni, e la loro stessa sofferenza. Abbiamo ignorato il loro lutto nonché il loro diritto al ricordo e alla commemorazione della propria tragedia (nakbah). Siamo riusciti a monopolizzare il discorso internazionale, trasformando i palestinesi in terroristi, facendo del nostro modo di raccontarci le cose (della nostra visione della storia) quello del mondo intero, senza lasciare il minimo spazio al discorso palestinese. La sinistra sionista può essere considerata responsabile della “negazione della nakbah”, riscrivendo la storia nei testi scolastici, nella letteratura e creando un ethos alternativo, che cercava di cancellare e sradicare quello dei palestinesi. Inutile.
[…] La sinistra sionista è incapace di rinunciare ad un’effettiva e permanente visione farisaica dell’impresa sionista e di sbarazzarsi dell’immagine di sé che è quella al cento per cento giusta e morale, e questo dal 1948. Alcuni militanti della sinistra sionista arrivano persino a chiedere ai palestinesi non solo di riconoscere lo Stato di Israele, ma addirittura di sostenere la natura giusta e morale dello Stato di Israele come Stato ebraico. Il rifiuto dei palestinesi di piegarsi a questa richiesta è percepito ancora una volta come prova delle loro sinistre intenzioni, ancora celate, contro lo Stato ebraico.
Questa sinistra sionista non è neanche capace di rinunciare al suo ruolo di “eterna vittima”, un ruolo di cui sembra veramente innamorata, secondo il quale, dopo l’Olocausto, essa deve essere la sola e unica vittima sulla scena, per l’eternità; essa trae da questo statuto di vittima la giustificazione morale, quali che siano le ingiustizie e le atrocità di cui è personalmente complice.
I militanti della sinistra sionista sono, inoltre, incapaci di considerare e trattare i palestinesi su un piano di parità, come legittimi proprietari del paese. Provano come il bisogno di mantenere una sorta di statuto di egemonia, una posizione di superiorità, che non riesce a tollerare l’altro come uguale. Proprio questo, invece, è indispensabile per aprire un varco, per cominciare a risolvere questo tragico conflitto, aggredendone le radici e non solo alcuni sintomi affrontati con un atteggiamento di condiscendenza, colonialista, farisaico e disonesto. Ora, è proprio questo che Beilin e i suoi colleghi della sinistra sionista non sono capaci di modificare. Sono invece convinta dal più profondo del cuore che solo un cambiamento profondo in questa direzione, un cambiamento di mentalità e di atteggiamento, possa aprire la strada ad un dialogo vero, che può far nascere la volontà necessaria per trovare un compromesso, se non giusto perlomeno accettabile, grazie al quale entrambe le parti possano vivere.
Forse sono un’ingenua, ma queste questioni mi agitano fin nell’intimo più profondo, magari perché conosco così bene le due parti e credo di capire che cosa provino veramente i palestinesi. Per questo non posso che ripetere ancora una volta che la pace e la riconciliazione tra noi e loro saranno possibili solo se si affrontano, onestamente e in profondità, le radici del conflitto e se ci si tratta da uguali. Beilin e le sue comparse hanno fatto l’esatto contrario: un immane tentativo di nascondere le radici del conflitto, di sotterrarle il più profondamente possibile, cioè di fare passare per illegittima la discussione stessa di questi temi problematici, continuando a conservare il proprio statuto di egemonia.
Posso citare l’ex ministro del governo Barak, la laburista di sinistra Yuli Tamir, la quale, nel maggio o giugno 2000, spiegava ad un gruppo di “amici americani di Peace Now” che le chiedevano come potesse credere che i palestinesi accettassero il piano Barak: “È molto semplice. Non hanno scelta. Alla fin fine, dovranno rendersi conto che le proposte di Barak sono le migliori disponibili”. Niente di più semplice. Condiscentente e rivoltante.
(Diffuso via e-mail, 20 maggio 2002)
4. No all’ipocrisia!
Oggi, domenica 21 luglio 2002, il quotidiano Haaretz ha pubblicato la foto di Mossi Raz, deputato del Meretz, in divisa di capitano di una compagnia di paracadutisti, mentre effettua i suoi periodi di riserva nel Sud dei monti di Hebron, il sito da dove il governo israeliano vuole cacciare parecchie centinaia di residenti palestinesi.
Il partito di cui Mossi Raz è deputato è il principale partito d’opposizione all’attuale coalizione governativa.
Il deputato Mossi Raz è noto per la sua opposizione alla politica coloniale del governo. Al quotidiano dichiara: “Ho un problema, ma devo compiere il mio dovere. Ho problemi con la politica del governo, ma un mese all’anno faccio ciò che mi si dice”.
Il 1° gennaio 2002, avevamo organizzato una riunione in solidarietà con gli abitanti del Sud dei monti di Hebron nella sala Tzavta di Tel-Aviv. Il deputato Raz era presente e ha denunciato la politica del governo e i piani di espulsione (transfert), insistendo anche sulle sue iniziative in difesa del diritto delle famiglie minacciate, che era tra l’altro andato a trovare.
Adesso ha di nuovo incontrato i trogloditi dei monti di Hebron, questa volta però in uniforme e con un fucile M16 a canna corta. “Un mese all’anno faccio ciò che mi si dice”...
Noi diciamo NO!
NO all’occupazione! No all’espulsione!
No all’ipocrisia!
Comunicato del Centro di informazione alternativa
IV – DAL CUORE DEL CONSENSO
Se la maggior parte delle voci discordi provengono da militari e da intellettuali che si collocano al di fuori dell’establishment politico-culturale, ci sono però un certo numero di eccezioni notorie. Le loro prese di posizione sono tanto più coraggiose in quanto queste persone hanno dovuto resistere alle pressioni del loro ambiente naturale che, nel giro degli ultimi due anni, ha conosciuto un deterioramento morale, intellettuale e politico a un tempo.
Nel mondo politico, Shulamit Aloni occupa un posto a sé: dopo essere stata esclusa dal governo Rabin per la pressione congiunta dei partiti di destra e della nuova direzione di destra del proprio partito, il Meretz, Shulamit Aloni ha fatto la scelta, rara tra i politici anche se in pensione, di farsi l’autocritica per le sue scelte politiche e per certe posizioni assunte dal suo stesso partito. Tra l’altro, ha espresso in parecchie occasioni la sua vergogna per avere assistito all’espulsione di oltre 400 militanti integralisti islamici nel Libano meridionale, nel 1992. La politica di Barak, fin dai primi mesi del suo governo, è stata oggetto delle sue critiche, ed essa è stata una delle rare personalità politiche israeliane a non cadere nella trappola delle “generose offerte” di Camp David. Regolarmente invitata a prendere la parola nelle manifestazioni della sinistra radicale, denuncia senza mezzi termini la degenerazione morale della società israeliana.
Più di recente, sono stati l’ex consigliere giuridico del governo, il giudice Michael Bel Yair, e l’ex capo dei Servizi di sicurezza, l’ammiraglio Ami Ayalon, a schierarsi in netta rottura con il coro dei consensi. Il primo si è spinto fino a sostenere i riservisti renitenti (refusnik), cosa che indubbiamente rappresenta un atto coraggioso per uno che occupa la principale carica del sistema giuridico israeliano. Quanto al secondo, non ha esitato a parlare di sistema di haprtheid e, fin dal fallimento del vertice di Camp David, della necessità di ascoltare i palestinesi e di negoziare invece di parlare da soli. Venendo da parte di una persona che si pensa sia la più informata sulla situazione, si tratta di una confessione incisiva e di una grave accusa sul modo in cui i dirigenti israeliani hanno condotto i negoziati.
Fra gli intellettuali più in vista, sono rari quelli che abbiano osato spingersi oltre la lamentela piagnucolosa che chiama in causa sullo stesso piano la repressione del governo Sharon e la resistenza dei palestinesi all’occupazione. Fra i “tre grandi” (Amos Oz, Abraham B. Yehoshua e David Grossman) che si erano mobilitati dall’agosto 2000 in appoggio al discorso menzognero di Ehud Barak, solo David Grossman è stato capace di riprendere coraggio ed assumere posizioni che ne fanno l’ultimo dei grandi intellettuali israeliani che non costituisca una vergogna per questa parte della società tra le più deludenti.
Infine, non si può non menzionare la cantante nazionale Yaffa Yarkoni, il cui grido accorato, nell’aprile 2002, le è valso la messa al bando dalla società. Poche donne dell’establishment artistico israeliano meritano, come lei, il titolo di gran signora.
1. No a una politica di apartheid
[…] (I Palestinesi) avevano sperato di ottenere uno Stato praticabile e una certa dose di giustizia, accettando – cosa che per loro significava un grosso compromesso – di rinunciare ai territori che costituiscono Israele nei suoi confini del 1948. Una parte dei palestinesi oggi pensa che il compromesso che proponiamo loro sia indecente. Per loro, cediamo solo sotto la minaccia. Avevamo interrotto le trattative, poi le abbiamo riprese solo sotto la violenza. Facciamo compromessi solo con la pistola puntata alla tempia.
[…] L’apartheid è accettabile? Io dico di no. Il problema è sapere in che misura siamo realmente democratici e fino a che punto la nazione debba essere ebrea. Si tratta di un dilemma che abbiamo voluto rinviare: Israele deve scegliere in fretta in quale ambiente circostante aspiri a vivere, perché l’attuale modello, in cui si mescolano tratti tipici dell’apartheid, è incompatibile con i principi ebraici.
2. I conquistatori di Canaan
I palestinesi hanno pagato caro il loro rifiuto di accettare il piano di spartizione della Palestina adottato dall’ONU nel 1947, che avrebbe dovuto portare alla divisione della Palestina del mandato britannico in uno Stato ebraico ed uno arabo. Ora, a più di cinquant’anni di distanza dal rifiuto di quel piano, occorre porsi questo interrogativo: per quanto tempo ancora dobbiamo pagare anche noi prima di renderci conto che, nonostante la conquista dei territori nella guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, questa terra appartiene a due nazioni?
Tutte le pressioni esercitate su Golda Meir perché avviasse il ritiro delle forze israeliane dal territorio egiziano erano rimaste vane. Alla vigilia della guerra del Kippur, la Prima ministra israeliana dichiarava ancora: “Se Sadat vuole la guerra, l’avrà, e lo schiacceremo un’altra volta”.
I nostri dirigenti hanno mire ben maggiori del minuscolo Negev. Noi siamo portati solo per le azioni eroiche; siamo quelli che hanno conquistato Canaan come un uragano. Potremmo ripetere quello che abbiamo appena detto per tutte le somme di denaro e l’energia investite nei territori che restano sotto regime militare. Nel 1949, dopo la nostra guerra di Indipendenza, tutte le parti del conflitto hanno accettato le linee di cessate il fuoco stabilite sotto gli auspici dell’ONU. Per diciotto anni, fino alla guerra dei Sei Giorni, la linea verde era il confine riconosciuto di Israele. Nel 1988, anche i palestinesi hanno riconosciuto quel confine.
Anche l’ONU ha riconosciuto quel confine nelle risoluzioni nn. 242 e 338, ratificate, a quanto pare, dal governo israeliano; a quanto parere perché, con la nostra potenza militare e la nostra inesauribile stupidità, abbiamo cominciato a costruire colonie sul territorio da noi conquistato, riuscendo così a tenere per la gola i palestinesi.
Ancora una volta, vite umane, grandi somme di denaro e bulldozer servono a distruggere case, interi quartieri, vigneti ed orti, e a seminare germi di odio. Contemporaneamente, sentiamo un mucchio di discorsi arroganti e una falsa retorica e sulla nostra potenza e sul nostro buon diritto, parlando naturalmente di noi come “vittime”, esattamente come Golda era solita dire: “I Palestinesi hanno fatto di noi delle vittime perché ci costringono ad ucciderli”.
Certo che ci costringono ad ucciderli, perché non vogliono rinunciare alle loro terre, alla loro libertà e ai loro diritti al solo scopo di soddisfare la volontà del “popolo eletto” e dei suoi fanatici emissari, quelli che in nome di Dio e dei Suoi rappresentanti del Consiglio delle colonie ebraiche sono i “conquistatori di Canaan”.
Élie Zaira, l’ex capo dei servizi di informazione dell’esercito, che alla vigilia della guerra del Kippur ci aveva promesso che in un futuro ragionevole non ci sarebbe più stata guerra, ci ha spiegato di recente che i palestinesi non avevano diritto a uno Stato, visto che alla vigilia dell’occupazione israeliana del 1967 non lo avevano. Anche la maggioranza degli Stati membri dell’ONU, però, non erano Stati ma colonie. Neppure noi eravamo uno Stato 53 anni fa.
Il nostro Primo ministro è deciso a mantenere in piedi tutte le colonie, senza eccezioni; vuole addirittura estenderle. Intende inoltre trasformare l’esercito israeliano in un esercito spietato che aggredisce le popolazioni civili e distrugge case e raccolti per il bene delle colonie. Nel frattempo, i palestinesi conducono la loro guerra di indipendenza.
I governi israeliani non hanno mai avuto l’intelligenza e il coraggio necessari per fare la pace, perché la pace esige compromessi, ma noi, in sostanza, non vogliamo abbandonare niente. È il motivo per cui la gente usa slogan da fare raggelare il sangue: “Lasciate che vinca l’esercito!”. Come può vincere l’esercito? Con il genocidio o con espulsioni in massa? L’esercito può intraprendere azioni del genere, ma allora, e solo allora, interverrebbero forze internazionali.
Oggi, la nostra unica speranza è che, prima di commettere crimini contro l’umanità, un intervento internazionale ci costringa ad accettare una pace imposta. Come ha già dimostrato l’esperienza, noi sappiamo usare la nostra potenza per combattere, occupare e investire le nostre risorse più preziose in ciò a cui noi aspiriamo e non in ciò che è veramente nostro.
(Haaretz, 8 maggio 2001)
3. Il settimo giorno di guerra
Il raggiungimento del sogno sionista e la rinascita nazionale del popolo ebraico attraverso la creazione dello Stato di Israele non si devono alla superiorità quantitativa da parte ebraica in blindati, aerei o altri strumenti di distruzione. Lo Stato di Israele è nato perché il movimento sionista è giunto alla conclusione che bisognasse risolvere il problema della persecuzione degli ebrei e perché il mondo illuminato ha riconosciuto la necessità di una simile soluzione. Il riconoscimento da parte del mondo illuminato della fondatezza etica di questa soluzione ha costituito un elemento importante, essenziale, della creazione di Israele. In altri termini, Israele si è formato su una base etica chiara e riconosciuta. Senza questa base etica c’è da dubitare che l’idea sionista si sarebbe tradotta in realtà.
La guerra dei Sei Giorni ci è stata imposta, mentre il settimo giorno di questa guerra, che comincia il 12 giugno 1967 e prosegue fino ad oggi, è frutto di una nostra scelta. Abbiamo scelto con entusiasmo di diventare una società coloniale, passando sopra ai trattati internazionali, espropriando terre, trasferendo coloni israeliani nei territori occupati; una società coinvolta nella rapina e che inventa scuse per tutta questa serie di attività. Aspirando accanitamente a conservare i territori occupati, abbiamo sviluppato un doppio sistema giudiziario: uno in Israele, progressista e liberale; l’altro, crudele e pericoloso, nei territori occupati. In realtà, vi abbiamo instaurato un sistema di apartheid, immediatamente dopo la conquista. Il sistema di oppressione finora resta in piedi.
Il settimo giorno della guerra dei Sei Giorni ha trasformato una società morale, convinta della fondatezza della moralità e giusta fin dalla creazione dello Stato di Israele, in una società che opprime un altro popolo e gli impedisce di realizzare le proprie legittime aspirazioni nazionali, una società che è disposta ad estendere il proprio controllo sulle rovine di un altro popolo. L’abbandono dei nostri fondamenti etici ci ha investito come società, consolidando l’influenza degli argomenti degli elementi ostili e che disseminano il male per il mondo.
L’Intifada è la lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese. La storia ci ha insegnato che non c’è mai stata una nazione disposta a vivere sotto la dominazione di un’altra, e che la guerra di liberazione nazionale di un popolo oppresso finisce inevitabilmente per vincere. Lo sappiamo, ma abbiamo scelto di ignorarlo. Siamo pronti a buttarci in uno scontro che punta ad ostacolare un processo storico, pur essendo del tutto consapevoli che questo ha radici nella legittimità morale che sottende ogni lotta popolare di liberazione nazionale e il diritto all’autodecisione, pur sapendo perfettamente che questo processo raggiungerà il proprio obiettivo.
Si tratta di una realtà difficile che ci spinge a perdere la base etica della nostra esistenza come società libera e giusta, mettendo in pericolo a lungo andare la stessa sopravvivenza di Israele. La sicurezza di Israele non si può basare unicamente sulla spada, ma deve viceversa basarsi sui nostri principi di giustizia morale e sulla pace con i nostri vicini – quelli che vivono proprio accanto a noi e quelli che stanno un po’ più lontani. Un regime di occupazione mina questi principi di giustizia morale e impedisce di realizzare la pace. In questo senso il regime di occupazione mette in pericolo l’esistenza di Israele.
È in base a tutto ciò che va considerato il rifiuto di soldati e ufficiali riservisti di prestare servizio militare nei territori occupati. Secondo loro, il regime di occupazione è moralmente da condannare e prestare perciò il proprio servizio militare nei territori occupati è ugualmente da condannare. Secondo loro, non possono, dal punto di vista dello stato d’animo e in coscienza, prestare un servizio militare nei territori occupati che li obbligherebbe a commettere atti immorali. In questo senso, il loro rifiuto di prestare servizio è un atto di coscienza legittimo ed ammesso in qualsiasi sistema democratico. Il verdetto della storia considererà il loro rifiuto come il gesto che ha raddrizzato la nostra spina dorsale etica.
(Haaretz, 3 marzo 2002)
4. Ave Cesare
Vai avanti, Cesare, la morte ci attende a ogni angolo di strada, ma tu, Signore, prosegui. Non permettere che ti intralciamo la strada con le nostre vite e con le nostre misere morti. Tu hai un piano, ne siamo certi. Per questo siamo convinti che tutto quello che accade oggi intorno a noi è semplicemente la premessa di un grandioso progetto, di una brillante idea che cambierà d’un sol colpo l’aspetto delle cose.
Tu lo sai, abbiamo solo l’aria disperata. Non ci sentiamo davvero dei morti viventi. Crediamo nella tua promessa di pace, o Cesare! La sentiamo arrivare a grandi passi alati. Tu costringerai i nostri nemici ad amarci, indipendentemente da tutto ciò che gli abbiamo fatto. Tu ti sbarazzerai del loro capo, e insedierai qualcun altro al suo posto, uno che sia sottomesso e docile. E allora, in un batter d’occhio, il cuore dei nostri nemici si riempirà d’amore nei nostri confronti. Ci perdoneranno tutti i nostri misfatti e addirittura li giustificheranno accorgendosi che servivano un grande disegno.
Soltanto, per favore, potresti sbrigarti un pochino? Noi non ci lamentiamo, Dio ce ne guardi! Noi non dubitiamo della tua capacità di reinventare la natura umana, e sappiamo che sei uno che può plasmare i nostri nemici, ottenere da questi che accettino qualsiasi cosa offriamo loro, e persino il tuo rifiuto categorico di concedergli alcunché. Il fatto che nessuno, per forte che sia, sia mai riuscito a mantenere questa sorta di occupazione in condizioni del genere non dimostra che si tratti di una legge di natura. Possiamo essere i primi! Perché no? Ti preghiamo solamente di affrettarti, perché fra poco, come dire, potrebbe darsi che non ti resti più nessuno, né soldati, né civili.
Sono tempi piuttosto difficili, Signore, come hai potuto di certo constatare. Ma tu sei forte, più forte di noi, evidentemente. Noi siamo deboli e timorosi, cosa possiamo farci? Per questo abbiamo bisogno di te, perché ci guidi con la tua forza e il tuo esercito – uno dei più potenti del mondo – verso un nuovo avvenire, che potresti chiamare (come negli anni Cinquanta) l’“era della rappresaglia”. Sarà un futuro in cui a ogni colpo dei fedayin risponderemo con un altro. Ci colpiranno qua e noi li colpiremo là. Si faranno saltare in aria nelle nostre strade e noi bombarderemo le loro. Geniale! È quanto si chiama sfruttare a fondo il proprio potere.
Per la verità, ogni tanto una parvenza di dubbio affiora, pensiero negativo sulle differenti definizioni del coraggio e della viltà, della fiducia e del disfattismo. Ogni tanto, un piccolo demone antipatriottico ci sussurra all’orecchio che la peggiore specie di disfattismo è la nostra lenta, quasi ipnotica, discesa verso l’oblio e l’indifferenza, senza neanche tentare di uscirne. Ogni tanto, una lingua arguta ha l’ardire di insinuare che, nonostante le carte tremende che abbiamo in mano in questo momento – la disperazione, la barbarie del terrorismo palestinese, le colonie, questo impossibile Arafat – potremmo in qualche modo giocare una partita migliore. Sfruttando meglio le opportunità per sciogliere il ghiaccio e arrivare a un compromesso. Cercando di essere intelligenti, e non solo di avere ragione. Facendo qualcosa per modificare questa situazione drammatica, con l’aiuto di un capitano coraggioso, magnanimo, con un’ampia visione politica.
Comunque, abbiamo di certo un argomento inconfutabile contro tutto questo: ci abbiamo già provato. Gli abbiamo offerto tutto e la loro unica reazione è stata quella di opporci un rifiuto e di tradirci. Non commetteremo più questo errore fatale. Continueremo a tenere testa, abbracciando quelle tattiche e strategie così brillanti che ci hanno portato al punto in cui ci troviamo ora. E quindi, Casare, continua la lotta fino all’ultima goccia del nostro sangue, dato che la cosa più importante è, sicuramente, dissanguare anche l’avversario. Noi dichiariamo all’unisono: “Moriamo con i Filistei”. Buon per loro.
Ogni tanto, bisogna ammetterlo, siamo un po’ perplessi. Perdonaci. Quando sentiamo alcuni tuoi ministri pretendere che l’esercito colpisca ancora più duramente, invocare la rioccupazione dei territori, l’esilio di quattro milioni di Palestinesi, cominciamo a chiederci se il tuo piano sia talmente brillante e sofisticato da prevedere anche delle risposte all’apocalisse che interverrebbe se queste idee venissero applicate. Cominciamo a chiederci se per garantire i tuoi obiettivi non abbia compiuto la scelta strategica di spostare il campo di battaglia non in territorio nemico, come si usa, ma in una dimensione assolutamente diversa dalla realtà, nel campo dell’assurdità totale, della completa dimenticanza di sé, in cui noi non otterremo niente e loro anche: un bello zero, tondo tondo.
Ma si tratta soltanto di pensieri inutili. I tuoi leali cittadini non hanno dubbi sulla tua saggezza e il tuo modo di vedere.
Prestissimo diventerà chiaro e lampante per tutti che c’èra un motivo profondo per questa vita priva di senso per anni e anni e per accettare di sospendere la nostra diffidenza finché, come al teatro, l’intrigo non si sciolga e si sveli il segreto.
Per questo stesso ignoto motivo abbiamo acconsentito alla rovina della nostra democrazia, della nostra economia, della nostra sicurezza e di qualunque possibilità di un futuro tollerabile qui.
In un modo o in un altro, quando scopriremo quali siano queste ragioni che oggi ci sfuggono, capiremo perché abbiamo trascorso decine di anni in un mondo parallelo a quello in cui credevamo di vivere, e perché abbiamo accettato di vivere la nostra sola ed unica vita in una sorta di morte latente. Fino ad allora, continueremo ad appoggiarti con tutto il nostro cuore. Noi, destinati a morire a decine, a centinaia, a migliaia, ti salutiamo. Ave Cesare!
(Haaretz, 22 febbraio 2002)
5. Come possiamo commettere azioni del genere?
Questo è il peggiore giorno dell’Indipendenza di cui mi ricordi. Non ho mai visto cose così tristi e così cupe. Ho la sensazione che ci troviamo sull’orlo del precipizio. Mi ricordo soldati che andavano al fronte al grido di ‘Urrà!’. Sapevamo, infatti, che si trattava di una guerra per la nostra sopravvivenza. Ma oggi per che cosa si battono? Per i territori? Per che cosa? Capisco i riservisti che si rifiutano di prestare servizio militare in Cisgiordania e a Gaza. Ne fa parte uno di miei nipoti. Se la situazione continua a deteriorarsi, penso che consiglierò ai miei nipoti di andarsene a vivere all’estero. Non voglio che rifacciano la nostra esperienza, che rivivano quello che hanno vissuto i nostri figli. Sono traumi veri e propri. E fino a quando? Per quanto tempo ancora? Che spiegazioni possiamo dare? Chi sono i nostri nemici? Suscitare ancora un odio sempre maggiore?
Io, restituirei tutti i territori. Perché Sharon fa la guerra? Per uccidere dei contadini, bombardare Gaza e scoprire poi che vi sono donne e bambini fra le vittime! Il nostro popolo ha conosciuto la Shoah. Come possiamo commettere azioni del genere? Le nostre azioni fanno insorgere i palestinesi, e lo capisco [...].
(Galei Tsahal, radio dell’esercito israeliano, 14 aprile 2002)
Parte quarta
LE RESISTENZE
I – LE ORGANIZZAZIONI
Le organizzazioni israeliane che militano per una pace giusta sono numerose e investono svariati ambiti, quali la sanità, i diritti umani, la giustizia, l’architettura e l’urbanistica, i mezzi di comunicazione, la società civile, l’esercito e la religione.
Gli specifici movimenti di resistenza nell’esercito sono affrontati a parte, data la rilevanza e la peculiarità del loro impatto sulla società. Ci è parso ragionevole, non potendo essere esaustivi, presentare i gruppi più rappresentativi e le loro attività. Abbiamo comunque scelto alcune iniziative che consentono di delineare l’operato di gruppi importanti, che altrimenti ci saremmo dovuti limitare a citare.
Le organizzazioni
Bat Shalom – La parte israeliana del “Jerusalem Link”, un’iniziativa comune di donne palestinesi e israeliane per la pace, fondata nel 1993.
Le Donne in Nero – Si radunano tutte le settimane in varie parti di Israele; un movimento fondato nel 1988.
Le donne e madri per la pace – Militanti di quello che era stato il movimento delle “quattro madri”, che ha condotto con successo la campagna per il ritiro dal Libano.
Nuovo Profilo – Movimento per la “civilizzazione” della società israeliana; si occupa del problema della smilitarizzazione della società israeliana e appoggia gli obiettori di coscienza, dal 1996.
WILPF/LIFPL – Sezione israeliana della Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà.
NELED – Donne per la coesistenza.
Noga – Rivista femminista israeliana.
Machsom Watch – (Osservatorio dei blocchi); un raggruppamento di donne che sorvegliano e prevengono violazioni dei diritti della persona ai punti di blocco militari.
I principi della Coalizione
Noi, donne ebree e palestinesi, cittadine di Israele – esponenti di varie organizzazioni femministe e partecipanti a titolo individuale – siamo d’accordo di coordinare e organizzare iniziative comuni per lavorare insieme per una pace giusta fondata sui seguenti principi:
Fine dell’occupazione;
Partecipazione a pieno titolo delle donne ai negoziati di pace;
Creazione dello Stato palestinese accanto allo Stato israeliano, sulla base dei confini del 1967;
Riconoscimento di Gerusalemme come capitale suddivisa dei due Stati;
Riconoscimento da parte di Israele della sua responsabilità per le conseguenze della guerra del 1948, e ricerca di una soluzione equa per il problema dei profughi palestinesi;
Uguaglianza, integrazione e giustizia per tutti i cittadini palestinesi di Israele;
Opposizione al militarismo di cui è intrisa l’intera società israeliana;
Parità di diritti per le donne e per tutti i residenti in Israele;
Lotta per la giustizia sociale e per l’integrazione nel Medio Oriente.
Slogan e parole d’ordine
Rifiutiamo di essere nemici;
Non può esserci democrazia senza pace, né può esserci pace senza le donne;
Solo la fine dell’occupazione può portare la pace;
Basta con l’era dei generali, che cominci quella delle donne;
Denaro per i poveri, non per i coloni;
Smantellamento di tutte le colonie, ritiro da tutti i territori.
La nostra visione della pace
La Coalizione delle donne per una pace giusta ritiene che l’occupazione debba cessare e che Israele si debba ritirare al di qua dei confini del 1967. Occorre porre fine al militarismo di cui è intrisa la società israeliana. Finché i governi di Israele saranno dominati da generali, e dalla fiducia nella violenza come strategia politica, non raggiungeremo mai la pace. Per porre fine al conflitto dovremmo risolvere i problemi con la saggezza, non con la forza; con il compromesso fondato sulla comprensione della situazione di tutti gli Stati della regione.
Una pace giusta implica un futuro di collaborazione tra Israele e la Palestina, e una divisione equa delle risorse tra tutti gli Stati della regione.
La visione della pace è inscindibile da una visione di giustizia e uguaglianza. Abbiamo l’obiettivo di immettere questi tre principi in tutti gli aspetti della società israeliana.
Le nostre attività
La Coalizione delle donne per la pace raccoglie donne ebree e palestinesi (tutte cittadine israeliane) che chiamano Israele a porre fine all’occupazione e a negoziare una soluzione equa.
Dalla sua creazione, l’8 novembre 2000, la Coalizione si è impegnata in proteste e petizioni in Israele e nei territori occupati. La prima iniziativa di massa è stata una veglia e una marcia a Gerusalemme; essa ha raccolto 2.000 donne israeliane e palestinesi, che hanno rivendicato la fine dell’occupazione e l’avvio di negoziati per una pace giusta.
Abbiamo inoltre organizzato una serie di manifestazioni per rivendicare la cessazione dell’accerchiamento militare di città e villaggi palestinesi ed ulteriori iniziative, a volte condotte con altre organizzazioni favorevoli alla pace, come lo smantellamento degli sbarramenti con blocchi di cemento e il riempimento dei fossati che costituiscono della barriere fisiche volte a impedire ai Palestinesi l’ingresso e l’uscita dalle loro città e dai loro villaggi.
L’8 giugno del 2001, trentaquattresimo anniversario dell’occupazione dei territori, la Coalizione ha organizzato un’operazione “Donne in Nero” che ha dato luogo a 150 raduni in tutto il mondo, per rivendicare la fine dell’occupazione e delle misure violente inflitte da Israele ai palestinesi. Successivamente, la Coalizione ha partecipato a decine di iniziative nei territori occupati, soprattutto nel Sud della zona di Hebron, ad Harés, per attirare l’attenzione sulla sofferenza causata dal blocco israeliano e sui tentativi dell’esercito di demolire le case e di trasferire (espellere) i civili.
Il 4 agosto 2001 abbiamo lanciato sui mezzi di comunicazione di massa una campagna “Fermiamo la guerra” e, insieme ad altre organizzazioni, abbiamo manifestato di fronte alla Casa d’Oriente, un centro palestinese di Gerusalemme Est che era appena stato aggredito dalle forze israeliane.
Dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, abbiamo pubblicato sui giornali israeliani messaggi che auspicavano una soluzione pacifica e chiedevano la fine della campagna razzista nel mondo contro gli arabi e i musulmani.
Il 21 settembre abbiamo manifestato davanti all’Ambasciata degli Stati Uniti a Tel Aviv, per rivendicare la cessazione del terrorismo di Stato e la fine della campagna militare condotta dagli Stati Uniti.
2. Un movimento internazionale di donne per la pace
Il movimento internazionale delle Donne in Nero ha avuto inizio in Israele nel gennaio del 1988, un mese dopo l’avvio della prima Intifada palestinese, con un gruppetto di donne israeliane che portavano avanti una forma di protesta molto semplice: una volta alla settimana, alla stessa ora e nello stesso posto, all’incrocio di importanti assi di circolazione, indossavano abiti neri e inalberavano un cartello nero: il palmo aperto di una mano con su scritto in lettere bianche: “Fermate l’occupazione”. L’idea si è diffusa rapidamente e spontaneamente in varie località israeliane. Si trattava di un forma semplice di protesta, che le donne potevano fare propria facilmente. Non avevamo bisogno di andare nella grande città vicina a manifestare, potevamo portare i bambini con noi; niente canti né marce, lo strumento era il messaggio. Per mesi, sono spuntati raduni in tutto lo Stato di Israele.
Dopo mesi dai primi raduni delle Donne in Nero in Israele, analoghi raduni di solidarietà hanno preso avvio in altri paesi. I primi si sono avuti negli Usa, in Canada, poi in Europa e in Australia: alcuni di essi, in partenza, solo ebraici, mentre in alcune città si creavano gruppi misti, ebraici e palestinesi.
Verso il 1990, i raduni delle Donne in Nero hanno cominciato a vivere la propria vita autonoma. Sono sorti in numerosi paesi e molti di essi non hanno a che vedere con l’occupazione israeliana.
In Italia, le Donne in Nero protestano contro varie situazioni: dall’occupazione israeliana alla mafia e ad altri crimini organizzati. In Germania, hanno protestato contro il neonazismo, il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati e contro le armi nucleari. Le Donne in Nero di Belgrado e Zagabria hanno fornito un notevole esempio di collaborazione intercomunitaria, che è valsa da modello per gli uomini e le donne del loro paese. In India, le Donne in Nero tengono raduni per reclamare la cessazione dei maltrattamenti riservati alle donne dagli integralisti religiosi.
Le Donne in Nero sono diventate un movimento di donne coscienti di tutte le nazionalità e denominazioni, che si radunano per protestare contro la violenza nel proprio paese: guerre, conflitti interetnici, militarismo, industria degli armamenti, razzismo, neonazismo, violenza contro le donne, violenze di quartiere, ecc.
Ogni raduno è autonomo e stabilisce le sue regole. Ma le Donne in Nero sono sempre vestite di nero, a simboleggiare la tragedia delle vittime della violenza. Quel che ci unisce è il nostro impegno per la giustizia e per un mondo senza violenza.
Il movimento israeliano delle Donne in Nero ha ottenuto il Premio A. Achen della pace nel 1991, il Premio San Giovanni d’Asso in Italia nel 1994, lo Jewish peace fellowship’s peace maker award nel 2001. Il movimento internazionale delle Donne in Nero ha ricevuto nel 2001 il Millennium Peace Prize for women, assegnato dall’UNIFEN (Fondi di sviluppo per le donne dell’ONU).
3. Una rete di donne per avanzare verso la pace
Che cosa avete fatto oggi per fermare l’occupazione?
Libero/a ognuno/a di percorrere strade diverse e sue proprie per esprimere la volontà di cambiamento e la fine dell’occupazione.
Ci sono donne che manifestano, gridano slogan, scrivono, discutono, tengono conferenze, osservano ai blocchi militari, partecipano ad iniziative in favore dei diritti umani, ecc. Noi vi proponiamo un modo per esprimere un’opposizione attiva con un gesto morale in cui siamo noi a scegliere come spendere il nostro denaro.
Vi invitiamo a partecipare alla lotta giusta e non violenta con un’azione quotidiana che accelererà la fine dell’occupazione.
Boicottate i prodotti delle colonie!
Per aiutarvi, vi forniamo l’elenco dei prodotti riportati per categorie.
La maggior parte delle imprese si sono installate nelle colonie perché ricevono sostanziose sovvenzioni, non per ragioni ideologiche.
Vi invitiamo ad informarle dei motivi che vi impediscono di comprarne i prodotti. In questo modo, oltre alla lotta per la fine dell’occupazione, riusciremo anche a sostenere il ritorno di aziende e fabbriche in zone di disoccupazione all’interno di Israele. Si tratta di un altro passo verso una società israeliana ugualitaria e più giusta per tutti.
Saremmo felici di ricevere da parte vostra osservazioni, reazioni ed integrazioni all’elenco dei prodotti.
4. Osservatorio dei blocchi
Machsom Watch
Lo sbarramento ha funzionato!
I genitori sono disoccupati, i figli hanno fame.
L’assedio, i blocchi e il coprifuoco imposti ai cittadini palestinesi di Gaza e della Cisgiordania non sono dettati solo da esigenze di sicurezza. Le restrizioni si applicano senza eccezioni a milioni di residenti e non a singoli individui che minaccino la sicurezza degli israeliani.
La decisione di imporre queste restrizioni è un atteggiamento politico assolutamente sconnesso dalle minacce, reali o immaginarie, alla sicurezza.
Una cosa è certa: lo sbarramento spinge alla disperazione i palestinesi normali.
Esso determina gravi privazioni economiche.
Numerose famiglie sono al limite della fame.
Uomini, donne e bambini non possono ricorrere alle cure mediche. Parecchie persone sono morte.
Yusef Abed Al Kadr di Hebron non ha potuto recarsi al lavoro in Israele. Lui, la moglie e i quattro figli sono sequestrati ed affamati. Sopravvivono grazie a qualche soldo regalato loro dai vicini, anch’essi senza lavoro.
(Elementi di riflessione di Machsom Watch: donne osservatrici di punti di blocco in Israele e in Cisgiordania; un’iniziativa della Coalizione delle donne per la pace).
(Volantino)
5. La messa in guardia dai crimini di guerra è un gesto patriottico
Scopo dell’iniziativa di Gush Shalom è quello di mettere in guardia ufficiali e soldati dall’eventualità di un’incriminazione da parte dei tribunali locali, se non internazionali, nel caso in cui commettano determinati atti. Si tratta di un gesto patriottico, che intende preservare l’onore del paese e la sua immagine nel mondo. La IV Convenzione di Ginevra impone agli Stati firmatari, tra cui Israele, di incriminare tutti coloro che violino la Convenzione stessa, o di estradarli perché siano giudicati in un altro paese. Il grande merito di Gush Shalom è quello di avere sollevato il problema nel dibattito pubblico israeliano e di avere messo in guardia a tempo debito alcuni ufficiali e soldati, in base al comandamento religioso “metti in guardia i tuoi concittadini” […].
A gennaio, Gush Shalom aveva organizzato un convegno a Tel Aviv allo scopo di aprire un dibattito pubblico su questa questione. Il Convegno, al quale hanno partecipato intellettuali e ufficiali superiori (quadri riservisti), è stato boicottato da quasi tutti i mezzi di comunicazione di massa. L’obiettivo principale dell’iniziativa non è quello di portare in tribunale le persone coinvolte, ma di impedire atti illegittimi, avvisando quanti potrebbero essere chiamati a commetterne e ricordando loro che atti del genere non sono amnistiabili e potrebbero essere giudicati in qualsiasi momento e in qualsiasi parte del mondo. Gush Shalom avverte i soldati che, se capitasse loro di commettere crimini di guerra, non potrebbero poi in futuro lasciare il paese senza rischiare di essere incriminati. […]
Le calunnie e le istigazioni della destra, per la quale Gush Shalom non sarebbe altro che un mucchio di “spioni”, di “kapò”, di “Judenrat”, mirano a coprire il fallimento di Sharon e di Ben Eliezer nel garantire la sicurezza del paese e dei suoi cittadini, inventando la nuova favola della “pugnalata alla schiena dell’esercito” – una favola che ci ricorda tempi bui ed odiati regimi. […]
L’argomento per cui lo stato di guerra e l’esigenza di proteggere i cittadini israeliani possono giustificare crimini di guerra è menzognero e inaccettabile, perché la definizione stessa di “crimini di guerra” implica che siano appunto vietati in tempo di guerra, quando ognuna delle parti è convinta di difendere i propri cittadini. Gush Shalom chiama i soldati a disubbidire ad ordini manifestamente illegali, come la stesa legge israeliana impone. Un ordine manifestamente illegale è un ordine sul quale sventola la “bandiera nera dell’illegalità”, cioè qualsiasi ordine che una persona normale considererebbe illegale. Un assassinio extragiudiziale (“liquidazione”), l’uccisione di feriti impotenti (“conferma di liquidazione”), impedire a persone ferite l’accesso ai soccorsi medici e sparare su ambulanze e squadre di medici, affamare una popolazione, bombardare zone civili, distruggere in massa case, punire i membri di una famiglia per atti commessi da altri membri della stessa demolendone la casa e cacciandoli: sono altrettanti esempi di ordini illegali. […]
Negli ultimi mesi, Gush Shalom ha inviato lettere a vari ufficiali superiori, che la stampa ha esplicitamente menzionato nel quadro di azioni manifestamente illegali. In queste lettere, Gush Shalom li avvertiva che stava raccogliendo informazioni sul loro operato.
Noi abbiamo inoltre spiegato loro che se avessero commesso crimini di guerra od altre violazioni avremmo messo la documentazione a disposizione della magistratura israeliana. […]
Questa settimana, il corrispondente militare di Haaretz, Amir Oren, ha preannunciato che lo Stato Maggiore aveva predisposto piani per una “terza operazione”, più grave delle due precedenti, che provocherà “migliaia di vittime palestinesi”. L’articolo lascia intuire che l’operazione comporterà gravi crimini di guerra, che potrebbero mandare sul banco degli imputati dell’Aja coloro che li commettessero e coloro che li hanno pianificati.
Gush Shalom giudica molto positiva l’istituzione di una Corte penale internazionale e vi scorge la realizzazione di una grande speranza ebraica e mondiale. Il rifiuto da parte del governo israeliano di occupare il proprio posto in questa istituzione dimostra meglio di mille testimonianze la sua mancanza di senso morale, rischiando di recare enormi danni all’immagine del nostro paese nel mondo.
Lo steso esercito israeliano ha cominciato a tenere conto della possibilità che i suoi soldati possano essere tradotti davanti alla Corte internazionale dell’Aja e, per questo, vieta da questo momento in poi di rendere pubblici i nomi degli ufficiali e dei soldati coinvolti in certe operazioni. L’esercito ha inoltre chiesto alla televisione di oscurare, in determinati casi, il volto dei soldati, come se fossero criminali di diritto comune. […]
(Haaretz, 9 agosto 2002)
6. Vivere insieme
1. Descrizione dell’associazione e dei suoi criteri di funzionamento
Taayush è un’associazione incentrata sull’attività pratica. Taayush (in arabo: “Vivere insieme”) è stata fondata all’inizio della seconda Intifada, dopo gli avvenimenti tragici dell’ottobre 2000, durante i quali la polizia israeliana ha ucciso 13 arabi israeliani.
Per contrastare la segregazione comunitaria e la discriminazione razzista all’interno di Israele, alcuni dei militanti che hanno creato Taayush hanno cercato di sviluppare forme di iniziative ebraico-arabe, non violente, promosse dal basso, in Israele e nei territori occupati.
Per superare la passività politica, i militanti di Taayush hanno tentato di andare oltre le consuete forme di protesta politica – uso di testi, di simboli – e di lavorare piuttosto con le comunità locali su progetti concreti che radicalizzino i partecipanti e la loro comunità, “incrociando” iniziative sociali e manifestazioni politiche.
Nelle sue iniziative rivolte ai territori occupati, Taayush si fonda sulla sua composizione giudaico-araba. Dal dicembre 2002, il gruppo ha organizzato convogli di pace e di solidarietà con cibo e medicinali per i villaggi palestinesi assediati. I convogli sono finanziati da donazioni di cittadini arabi ed ebrei di Israele.
Oltre dieci convogli, ognuno composto di vari camion e decine di autovetture private hanno così attraversato le linee, superato gli sbarramenti militari, nonostante le aggressioni di soldati e coloni. Per le locali comunità palestinesi questi convogli hanno costituito un aiuto non insignificante e una concreta solidarietà. Hanno anche consentito a migliaia di israeliani che vi hanno partecipato di rendere testimonianza fra la gente del loro ambiente circostante su alcune delle realtà della guerra coloniale, riversandole nel proprio ambito sociale.
Le iniziative di massa di questa natura si basano saldamente sulla fiducia e la collaborazione tra Taayush e alcuni militanti palestinesi di Cisgiordania. Appena la Cisgiordania è diventata zona di guerra, iniziative del genere, di massa e non violente, hanno acquistato importanza crescente. A parte il loro ruolo di veicolo di protesta contro la guerra sanguinosa, esse hanno dimostrato a parecchia gente che si possono costruire ponti di solidarietà ed è possibile un futuro comune.
Le reti locali create grazie ai convogli hanno permesso a Taayush di svolgere un ruolo essenziale nella campagna promossa da un’ampia coalizione di associazioni per i diritti umani contro l’espulsione degli abitanti del Sud della regione di Hebron. In questa zona, che rientrerebbe nel progetto di annessione, vivono abitanti trogloditi, costretti a subire le molestie incessanti di soldati e coloni. Questo incalzarli è parte integrante di un progetto a lunga scadenza portato avanti dal governo per espellerli. I militanti di Taayush hanno organizzato sul posto delegazioni di massa, procurando ai residenti acqua e cibo e creando una cintura umana per consentire agli abitanti di tornare a casa loro. Essi restano ancora sulle loro terre.
2. Un convoglio umanitario organizzato da Taayush il 21 aprile 2001 in Cisgiordania
(Resoconto militante)
Sabato 21 aprile 2001 una settantina di membri di Taayush sono partiti per la Cisgiordania intorno alle ore 9,30, a bordo di una ventina di macchine e di due camion carichi di indumenti e di generi alimentari (per un valore approssimativo di 50.000 shekels, vale a dire 12.500 dollari), da consegnare a due villaggi (Kafr Yassuf, in zona B, e Kafr Marda, in zona C) sottoposti al blocco dell’esercito israeliano, in segno di solidarietà con la condizione del popolo palestinese.
Il convoglio è stato bloccato e molestato varie volte dalla polizia, con la scusa che “rallentava il traffico”; ad uno dei conducenti hanno fatto una contravvenzione e ritirato provvisoriamente la patente.
Con molto ritardo rispetto all’orario previsto, e dopo ulteriori traversie, il convoglio è finalmente riuscito ad entrare nel primo dei due villaggi, Kafr Yassuf, dopo avere superato uno sbarramento di blocchi di cemento, periodicamente chiuso per impedire il transito dei veicoli palestinesi. I membri di Taayush sono stati accolti calorosamente dai rappresentanti del Consiglio comunale del villaggio.
Militanti ed abitanti hanno poi cominciato a scaricare uno dei camion. Sul posto è arrivato però un consistente distaccamento di polizia e di soldati dell’esercito di difesa israeliano, che hanno spintonato i militanti, ne hanno anche picchiati alcuni, hanno buttato giù dal camion l’autista, gli hanno confiscato i documenti e hanno cercato di manovrare il camion per interrompere lo scarico.
I membri del gruppo hanno risposto alle aggressioni con un atteggiamento non violento, tentando di spiegare che il villaggio era in zona B e che l’atteggiamento delle forze dell’ordine era inutilmente violento e provocatorio. L’esercito ha risposto loro dicendo che i dintorni del villaggio avevano mutato classificazione diventando “zona militare vietata”, per cui la loro presenza sul posto era illegale. Nonostante gli ostacoli, si è riusciti tuttavia a completare lo scarico del camion. I militanti hanno voluto accompagnare i palestinesi verso l’ingresso del villaggio, ma la polizia ne ha arrestati otto, che intorno alle ore 18 sono stati portati a un posto di polizia vicino alla colonia di Ariel. Quanto all’autista, si è buscato due contravvenzioni.
Il gruppo dei militanti ha avvertito alcuni deputati della Knesset (il parlamento israeliano) ed anche gli avvocati. Alla fine, le otto persone arrestate sono state rilasciate, senza alcuna incriminazione a loro carico.
Il convoglio era il terzo organizzato da Taayush dall’inizio dell’Intifada. Quello precedente era stato messo insieme subito dopo le elezioni in Israele, ma prima che si fosse formato il governo di Ariel Sharon. Si nota un notevole inasprimento dell’atteggiamento delle forze di sicurezza nei confronti dei militanti pacifisti nei territori occupati. Analoghi incidenti si sono verificati durante le ultime settimane: ad esempio, l’arresto mercoledì scorso di 14 pacifisti (membri della Coalizione delle donne per una pace giusta, di Rabbini per i diritti umani e di Gush Shalom), che cercavano di smantellare un blocco in Cisgiordania.
Un altro tratto tipico dell’atteggiamento delle forze di sicurezza nel corso degli incidenti di ieri: l’intenzione chiarissima di separazione – separazione tra ebrei ed arabi durante l’intervento e separazione tra la società israeliana e la popolazione palestinese di Cisgiordania. Durante le proteste, separare i militanti ebrei dai manifestanti arabi permette alle forze di sicurezza di prendersela con questi ultimi e di arrestarli più facilmente ed impunemente. Quanto alla seconda forma di separazione, più in generale, essa serve ad impedire che gli israeliani pervengano sul campo a una conoscenza piena di quel che accade realmente nei territori israeliani, favorendo con ciò la politica militarista nei confronti dei palestinesi.
Taayush comunque continua ad inviare viveri nelle zone accerchiate. L’accoglienza riservata dai palestinesi a questo tipo di iniziative, sia dagli abitanti dei villaggi sia dai mezzi di comunicazione di massa, dimostra che esse hanno un impatto effettivo, che esistono voci diverse da quell’unanimismo della società israeliana che i media vorrebbero contrabbandare.
(Sintesi dal sito: www.solidarite-palestine.org)
7. Appello alla solidarietà internazionale
Bisogna fermare la follia distruttiva
C’è qualcosa di terribilmente spaventoso in quelle immagini del gigantesco bulldozer che, con il suo enorme braccio, devasta gli edifici della Muqata a Ramallah. Ancora più spaventoso delle immagini delle decine di cadaveri putrescenti nel campo di Jenin, o dei corpi dilaniati dalla bomba di Gaza.
Spaventoso: perché mostrano una violenza senza limite, una violenza senza scopo, una violenza senza resistenza. Non si tratta più della “lotta antiterrorista”; non si tratta più di “rappresaglie”; non si tratta più di “danni calcolati”; si tratta di distruggere per distruggere, e di accanirsi su un cadavere, quello dell’Autorità palestinese.
Spaventoso: perché sono il simbolo di un arroganza infinita e di un orgoglio senza limite.
Spaventoso: perché la mancanza di ogni tipo di limite significa portare avanti il vandalismo finché non c’è più niente da distruggere. Oppure, finché la canaglia non si spacca la testa contro il muro, diventando l’ultima vittima della sua stessa follia distruttiva.
Un governo i cui dirigenti avevano dichiarato, ben prima di stare al potere, che avrebbero fatto di tutto pur di cancellare il disastro di Oslo, sta realizzando i suoi piani, senza che nessuno si scandalizzi: gli artefici di Oslo siedono in un governo deciso a liquidare quanto avevano essi stessi creato; i padrini internazionali di Oslo vedono liquidare l’oggetto delle loro speranze e tacciono; e il “campo della pace” israeliano è paralizzato di fronte al crollo dell’ultima opportunità di una coesistenza israeliano-palestinese.
L’obiettivo del governo Sharon-Peres è duplice: liquidare l’Autorità nazionale palestinese e creare le condizioni che consentano la massiccia epurazione etnica della Cisgiordania. Come a Jenin, meno di sei mesi fa, questa dimostrazione di violenza incontrollata a Ramallah ha lo scopo di fare vedere alla popolazione la determinazione del governo, di terrorizzarla e di indurre il maggior numero possibile di persone a fuggire dalle loro case, dalla loro patria. Ed è ora che questo va fatto, ora che si è protetti dai rumori di guerra dell’aggressione all’Iraq che Gorge W. Bush sta preparando, un’aggressione che servirà da cortina fumogena dietro cui avverrà l’espulsione.
L’arroganza dei guastatori di Bush e di Sharon, il disprezzo delle norme e delle regole del diritto internazionale, sostituite da quello della forza, provocheranno una catastrofe senza precedenti nell’intera regione araba. Essi però si sbagliano di grosso se credono di essere immuni dalla catastrofe: in questo stesso momento, di fronte agli schermi televisivi e alle immagini della barbarie israeliana a Ramallah, sono molti quelli che, per il mondo, preparano giganteschi attentati, prendendo di mira Tel Aviv ed Hedera, Londra e New York. Un mondo in cui sono fuorilegge come Bush e Sharon a dettare legge, si trasforma in una giungla in cui le popolazioni civili di ogni paese e condizione diventano gli ostaggi di guerre di aggressione, di rappresaglie e di azioni di vendetta.
Il popolo palestinese, in questo momento, è tragicamente solo di fonte a un nemico deciso e crudele. Esso però non intende abbassare la testa e mettersi in ginocchio e, nell’avamposto della lotta contro la barbarie, rappresenta oggi l’estrema linea di difesa del mondo civile. Perciò ha il diritto di esigere il sostegno completo, incondizionato di tutti gli uomini e di tutte le donne che, nel globo, non intendono vivere in un mondo in cui il diritto della forza e la legge dei guastatori sostituiscano i principi della giustizia e della forza del diritto.
Tutti con i palestinesi – È urgente!
(Appello promosso dall’AIC, il 26 settembre 2002)
II – I RENITENTI
Il movimento dei riservisti renitenti rappresenta sicuramente la perla della corona dei movimenti d’opposizione all’occupazione.
È comparso sulla scena politica israeliana fin dai primi giorni dell’invasione del Libano, nel giugno 1982, quando svariate centinaia di soldati e di ufficiali riservisti rendevano pubblica una petizione in cui annunciavano il loro rifiuto di raggiungere le proprie unità operative in quel paese. È l’inizio del movimento Yesh Gvul, che significa “c’è un confine”, ma anche “c’è un limite a tutto”.
Nel corso dei primi tre anni della guerra del Libano, oltre 180 riservisti sono stati condannati all’arresto di rigore da due a quattro settimane, per insubordinazione. Talvolta, erano condannati fino a quattro volte di seguito.
Durante la prima Intifada (1987-1990), oltre un centinaio di riservisti hanno di nuovo conosciuto la galera militare per essersi rifiutati di prestare servizio nei territori occupati.
Nel corso dell’ultimo ventennio, il movimento Yesh Gvul ha sensibilizzato l’opinione pubblica sui concetti del “limite dell’ubbidienza” e del “diritto alla disubbidienza”, e condotto un’agitazione sistematica rivolta ai soldati.
L’operato di Yesh Gvul è stato severamente criticato dai movimenti e dai partiti della sinistra sionista, in particolare da Peace Now, anche se parecchi di quelli che si sono rifiutati di prestare servizio militare in Libano o nei territori palestinesi occupati appartengono a questa organizzazione.
Nel gennaio 2002, si pubblica un’altra petizione sui giornali israeliani, sottoscritta da 83 ufficiali e soldati riservisti, tutti in servizio in unità combattenti. Ciò che li differenzia da Yesh Gvul è che la maggior parte di loro, prima dell’Intifada, non si riconoscevano nel rifiuto di ubbidire agli ordini e solo il moltiplicarsi dei crimini di guerra e l’estrema violenza messa in atto dall’esercito nel corso del 2001 li hanno spinti a mutare opinione e ad annunciare la loro decisione di rifiutarsi di prestare servizio nei territori occupati. Questo movimento ha preso il nome di “Coraggio di rifiutare”.
Si stima che il numero di riservisti e di reclute (queste ultime, almeno una ventina) che, dall’autunno 2000, si sono rifiutati di effettuare il servizio militare nei territori occupati ammonti ad oltre un migliaio. Senza contare il numero, difficilmente valutabile, dei giovani che si fanno riformare con pretesti psicologici, medici o religiosi (per quanto riguarda le ragazze), per risparmiarsi il fastidio di uno scontro diretto, o la prigione. Sappiamo anche che l’esercito resta molto discreto sulle cifre e preferisce essere duttile nel dispensare dal servizio, anziché moltiplicare gli incidenti creati dal rifiuto e pubblicizzati.
1. Lettera aperta ai soldati
Soldato
Noi tutti vogliamo difendere il nostro paese.
Ne abbiamo tutti abbastanza del terrorismo.
Noi tutti vogliamo la pace.
Le nostre azioni, però, permettono di porre un termine al ciclo della violenza?
Dal 1967, Israele esercita il proprio dominio su 3,5 milioni di palestinesi, ne governa le vite tramite un’occupazione imposta con la forza e ne viola sistematicamente i diritti fondamentali.
Il regime di occupazione non ha fatto che aggravare i problemi di sicurezza di Israele; oggi, esso mette in pericolo la vita di ogni suo cittadino, compresa la tua!
Soldato, tu dipendi da te!
Le tue azioni durante il servizio militare favoriscono veramente la sicurezza nazionale o non fanno che incoraggiare l’odio e gli atti di violenza tra noi e i nostri vicini palestinesi?
Tu puoi fare cessare la violenza
Soldato, l’occupazione produce il terrorismo
Quando partecipi ad assassini extragiudiziali (a “liquidazioni”, per riprendere il termine usato dall’esercito);
Quando prendi parte alla demolizione di abitazioni di civili;
Quando apri il fuoco su una popolazione inerme o sulle case;
Quando sradichi piantagioni;
Quando blocchi i rifornimenti di generi alimentari o di medicinali;
Tu partecipi ad azioni che le convenzioni internazionali (come la IV Convenzione di Ginevra) e la legge israeliana definiscono crimini di guerra
Quarant’anni or sono, un tribunale israeliano ha stabilito che un soldato non ha il dovere di ubbidire a un ordine di cui è flagrante l’illegalità.
Soldato, ritieni che questi crimini di guerra siano giustificabili?
Gli atti di “liquidazione” non provocano attentati suicidi?
Si possono giustificare le distruzioni di case e i vandalismi contro le proprietà di intere famiglie?
Si può giustificare l’uccisione di bambini, di donne, di vecchi – e in generale di civili inermi?
Quali motivi di “sicurezza” possono giustificare il fatto di affamare interi villaggi e di privare delle cure i malati?
Soldato, questa repressione quotidiana, che rientra nella routine dell’occupazione – coprifuoco, blocchi, esproprio di terre, il fatto di impedire alla gente di lavorare e di studiare, l’umiliazione, le vessazioni agli sbarramenti di controllo e le perquisizioni violente delle case palestinesi – non alimenta forse l’odio?
L’occupazione deve cessare! Il ciclo della violenza deve interrompersi!
Soldato, l’occupazione produce la perdita di vite umane
Gli stessi responsabili della difesa sono concordi nel sostenere che non esiste una soluzione militare per il terrorismo. “Tutto il lavoro di prevenzione che abbiamo condotto quest’anno è come cercare di prosciugare il mare con un cucchiaino”, ha ammesso un alto funzionario della Sicurezza (Haaretz, 19 dicembre 2001). Ami Ayalon, ex capo dei Servizi di sicurezza afferma: “No si può uccidere un’ideologia uccidendone i capi”.
Soldato, c’è un popolo al mondo che non resisterebbe a un regime di occupazione?
Se foste al posto dei palestinesi, accettereste di essere sottomessi a un’autorità straniera?
Due anni fa, cercavano di convincerci che l’occupazione del Libano meridionale era vitale per la nostra sicurezza. Venti anni fa, cercavano di convincerci che l’occupazione della penisola del Sinai da parte nostra avrebbe garantito la nostra sicurezza. Ritirandoci invece da quei territori, abbiamo evitato di fare colare il sangue dei nostri soldati.
Dall’inizio dell’attuale Intifada, sono stati uccisi più di un migliaio di palestinesi e di israeliani, la maggior parte dei quali erano civili inermi che non partecipavano ai combattimenti. Finché continueremo ad occupare i territori palestinesi, continueremo a versare il nostro sangue e quello dei palestinesi.
L’occupazione deve cessare! Il ciclo della violenza deve interrompersi!
Soldato, l’occupazione mina il nostro paese
Ci preoccupiamo tutti del benessere di Israele! Tutti vorremmo che lo Stato investisse di più nell’istruzione, nei servizi sociali, nella salute e nello sviluppo delle nostre infrastrutture.
Per continuare l’occupazione, invece, lo Stato spende miliardi per mantenere l’esercito nei territori, per le colonie, per costruire strade di aggiramento, e tutto il resto.
Lo Stato riduce i bilanci dei servizi pubblici per aumentare il bilancio militare. L’occupazione e le violenze che questa comporta protraggono lo stato di recessione economica. Gli investitori scappano; i turisti non arrivano più; falliscono interi settori economici.
Non sarebbe preferibile impiegare questo denaro per rafforzare le nostre strutture sociali?
Non sarebbe preferibile investire i fondi disponibili nei servizi sanitari e nell’istruzione, che ormai si trovano in una condizione drammatica?
È legittimo ignorare le persone anziane, i disabili e i disoccupati a vantaggio di nuove colonie?
L’occupazione deve cessare, il denaro pubblico va speso per i diseredati, non per le colonie!
Soldato, l’occupazione mina l’esercito!
L’occupazione è nefasta per l’esercito e per i soldati. Le formazioni militari sono ridotte perché i soldati passano troppo tempo in servizio operativo nei territori – a proteggere le colonie, a sorvegliare le strade e a fare incursioni nelle città e nei villaggi palestinesi.
Si esige che i soldati prestino servizio in condizioni inumane – come quei quattro soldati di una divisione blindata che hanno trascorso 23 ore di fila nel carro armato. Dal momento che la difesa dell’occupazione è al primo posto, non hanno permesso loro neanche di riposarsi.
Le fonti militari ammettono che la routine dell’occupazione estenua i soldati, e che questo comporta una peggiore forma fisica e quindi incidenti.
Non sarebbe meglio dedicarsi ai reali bisogni di difesa del paese?
Porre fine all’occupazione permetterebbe all’esercito di essere preparato meglio a combattere.
Non sarebbe meglio ridurre la fatica cui sono sottoposti i riservisti e concedere ai coscritti condizioni migliori?
L’occupazione deve cessare!
Riduzione del servizio militare a due anni!
Alleggerimento dell’impegno dei riservisti!
Soldato,
Ci sono azioni che un uomo che si rispetti non può compiere, anche se glielo ordinano! Niente può giustificare che si demoliscano case, si uccidano bambini, donne e neonati, si affami il popolo vicino e si rifiutino cure mediche a gente come voi e come me. Un simile comportamento indebolisce la forza morale del nostro paese.
Si tratta di azioni realmente nefaste, anche se ci vengono presentate come “misure di sicurezza” veramente necessarie. Ogni “liquidazione” (assassinio) provoca un attentato. Il bambino che oggi hai ferito è il terrorista di domani. Chiunque si preoccupi della sicurezza nazionale deve rifiutarsi di compiere azioni che alimentano il terrorismo.
Soldato, tutto dipende da te
Noi non abbiamo in tasca una soluzione. Tu devi prendere la tua decisione, ascoltando la tua coscienza, i tuoi sentimenti, le tue convinzioni. Si tratta di una decisione che non possiamo prendere al posto tuo. L’unica cosa che possiamo dirti è che molti, molti soldati hanno detto “NO!” ai crimini di guerra. Dalla guerra del Libano, fino all’attuale Intifada, migliaia di soldati – reclute e riservisti – hanno trovato il coraggio di dire “NO!”.
Chiunque scelga di rifiutarsi deve arrivare da solo a questa decisione. Una volta che ha deciso, però, noi siamo qui per aiutarlo, per fornirgli consigli, sostegno ed aiuto.
“Perché quelli che portano strumenti di guerra
– e questo noi compresi –
che sia nei fatti
o con un gesto di approvazione,
si ritrovano buttati,
biascicando “necessità” o “vendetta”,
nel campo dei criminali di guerra”
(Nathan Alterman, 1948)
(Haaretz, 25 gennaio 2002)
2. Il conquistatore illuminato
Sabato scorso abbiamo visto il volto umano dell’occupazione israeliana (a partire dal “diario di un ufficiale umanitario”, Yedioth Aharonot, 28 giugno 2002). Questo volto era quello di A. S., un “gauchiste di Gerusalemme”, come lo definiva il giornale, un “ufficiale umanitario” presso il blocco di controllo di Kalandia. Dipende dalla responsabilità di A. S. il trattamento gentile ed equo verso tutti coloro che attraversano lo sbarramento.
Il passaggio di questo blocco non è poi così drammatico, ci dice A. S.; è un po’ come fare la coda alla dogana statunitense, o davanti a un ufficio per la sicurezza sociale. L’intera procedura dura solo tre minuti per una donna e otto per un uomo. Ha cronometrato. All’aeroporto di Parigi dura molto di più. In realtà, al punto di blocco non c’è fila.
Disoccupazione al 50%, un milione di persone con un reddito inferiore a due dollari al giorno e che vivono nelle fogne: non abbiamo più aggettivi per descrivere le condizioni di vita nei territori occupati. I palestinesi sicuramente rimpiangono i giorni in cui stavano accalcati in interminabili file al check-point di Kalandia con le umilianti perquisizioni, le ore di attesa sotto il sole ardente per andare a lavorare, recarsi a scuola o in visita ai parenti. Allora, almeno, un modo, certamente lento e opprimente, ma pur sempre un modo per spostarsi c’era. Ora invece tutto questo è un vecchio sogno.
Ma perché lamentarsi? In fondo A. S., l’occupante illuminato, uomo di sinistra per origine e convinzione, dice buongiorno ai residenti di qualche villaggio di Gerusalemme che attraversano lo sbarramento di Kalandia, e parla addirittura in arabo con loro. Un paradiso! C’è tanta stupidità nella storia di A. S. Egli sostiene che degli sbarramenti conosceva solo le orribili storie di Gidéon Lévy su Haaretz, e che ormai la situazione non presenta più nulla di simile. Certo, ha ragione. Non si tratta più delle orribili storie di Gidéon Lévy, ma della vera storia dell’occupazione israeliana, che è ben più orribile. È una storia di una stupidità tale che non riuscite più a vedere il mondo devastato di un milione di persone che hanno vissuto senza alcun diritto per un’intera generazione, e le cui condizioni sono peggiorate senza comune misura negli ultimi diciotto mesi.
Tanta stupidità non si chiede perché la gente debba vivere circondata da muri che la imprigionano, sotto amministrazione militare, ed è invece soddisfatta se registra una nota di gentilezza nel modo in cui il guardiano della prigione si rivolge a un prigioniero ottantenne.
Si tratta della storia di un uomo che opprime milioni di persone, si impossessa del loro mondo con la forza delle armi, poi se ne torna a casa e si racconta favole sulla propria moralità e la propria gentilezza d’animo. Guardate che occupante illuminato sono io!
La storia dell’occupazione israeliana non è quella del soldato sadico. Ci sono anche questi, e sono parecchi, ma la vera storia è quella di persone come A. S., l’uomo di sinistra gentile, che certamente non picchia, ma se ne sta entro i limiti dello sbarramento, all’ingresso delle città, all’uscita dei villaggi, e impone la chiusura completa. E così, in maniera gentile e cortese, priva altri della loro libertà. Perché ci odiano – si domanda – in fondo sono così gentile.
Ci odiano, caro A. S., perché sei il loro carceriere, e importa poco quante parole sai pronunciare in arabo.
In questa storia c’è anche tanto razzismo!
No, caro A. S., non impedisci gli attacchi terroristici, li crei. L’oppressione, la frustrazione, gli assassini che infliggi (mentre tenti di farli passare sotto una luce positiva) costituiscono l’energia che alimenta giorno dopo giorno il focolaio degli attacchi. Il problema non è sapere se ci saranno dei pazzi disposti a suicidarsi in futuro, ma capire come mai il sostegno agli attentati suicidi sia aumentato dell’80% nell’ultimo anno fra gli abitanti dei territori occupati. Non si tratta di fatalità, né di metafisica: siamo noi a forgiare tutto questo con le nostre stesse mani. Le attuali pratiche israeliane nei territori seminano i germi del terrorismo in futuro. Soltanto una completa cecità ci impedisce di accorgercene.
Neanche l’operazione “Cammino decisivo” riuscirà ad impedire gli attacchi, esattamente come quella “Bastione” (o la prossima operazione, probabilmente anche più grandiosa e sofisticata).
Quanto sangue versato causerà ancora la vostra cecità?
Lo voglia o no, A. S. è il giocattolo di una volgare propaganda in mano alle autorità.
L’operazione “Ufficiale umanitario” è solo un tiro dei media, costruito come i precedenti per nascondere le atrocità e neutralizzare la critica. Per andare avanti, senza rendersi conto.
In effetti, l’impresa non è ardua. I media sono lieti di collaborare, come pure i lettori. Chi può avere abbastanza pazienza con tutti quegli scocciatori che ci ricordano che nel 2002 Israele ha ancora nell’orto di casa milioni di persone che vivono da cani, senza diritti? Lasciateci dormire in pace.
Le storie di occupanti illuminati sono sempre state false, ma diventano ridicole in un momento in cui tutti i territori sono stati riconquistati e uomini, donne e bambini rimangono da settimane sotto il coprifuoco. In questo momento, mentre l’occupazione conosce una delle sue fasi più crudeli, una storia come questa, di vuota autoassoluzione, diventa assolutamente una farsa.
Nel momento in cui ci copriamo il volto, bisogna gridare a voce alta e forte: Lo sbarramento non è questione di comportamento corretto e decente. Non è questione di chi dice buongiorno a chi, ma di chi impugna il fucile. L’intero mondo dei palestinesi è nelle mani di A. S., il despota illuminato: il loro tempo, la loro libertà, la loro libertà di movimento, i loro mezzi di sussistenza, persino la loro esistenza. E lui, dall’alto della sua maestà, ne illumina le vite. Se fossi un palestinese, sputerei sulla faccia illuminata di A. S., il gentile controllore dello sbarramento, condensato dell’occupazione israeliana.
(Yedioth Aharonot, 6 luglio 2002)
3. “Non continueremo a combattere in questa Guerra per le Colonie”
Noi, ufficiali e soldati, riservisti di unità combattenti dell’esercito di difesa israeliano, che siamo stati cresciuti nei valori del sionismo, nello spirito di sacrificio e nella dedizione al popolo israeliano e allo Stato di Israele;
Noi che abbiamo sempre prestato servizio in prima linea, che siamo sempre stati i primi ad accettare qualsiasi missione, facile o difficile che fosse, pur di proteggere lo Stato di Israele e rafforzarlo;
Noi, ufficiali e soldati, combattenti al servizio dello Stato di Israele per lunghe settimane ogni anno, malgrado l’alto costo per le nostre personali esistenze; noi che abbiamo effettuato i nostri periodi di servizio come riservisti per tutti i territori occupati; che abbiamo ricevuto ordini e direttive che non avevano nulla a che fare con la sicurezza del nostro paese, ma il cui unico obiettivo era quello di perpetuare la nostra dominazione sul popolo palestinese;
Noi che abbiamo visto con i nostri occhi colare il sangue richiesto in entrambi i campi da questa occupazione;
Noi che abbiamo sperimentato come gli ordini che ci sono stati impartiti nei territori occupati distruggano tutti i valori con i quali siamo cresciuti in questo paese;
Noi che adesso ci rendiamo conto che il prezzo dell’occupazione è la perdita del carattere di umanità dell’esercito di difesa idi Israele e la corruzione dell’intera società israeliana;
Noi che sappiamo che i Territori non sono Israele e che tutte le colonie sono destinate ad essere evacuate:
Dichiariamo che non continueremo a combattere in questa Guerra per le Colonie. Non continueremo a batterci al di là dei confini del 1967, per dominare, espellere, affamare ed umiliare un intero popolo. Dichiariamo che continueremo a prestare servizio nell’esercito israeliano per tutte le missioni volte alla difesa del paese.
Poiché le missioni di occupazione e di oppressione non sono al servizio di questo obiettivo, noi non vi parteciperemo.
(Annuncio pubblicato su Haaretz, 25 gennaio 2002)
4. Perché non presterò servizio per Sharon
È incredibile come si impari facilmente a convivere con l’occupazione. Quando sono nato, l’occupazione dei territori palestinesi aveva ormai tre anni. Quando ne ho compiuti diciotto, l’occupazione era ancora in piena forma, tranne il fatto che i palestinesi non ne potevano più, e ci fu l’Intifada. Io ero lì, insieme a tanti altri, pronto a servire da punta di lancia per schiacciare la resistenza palestinese.
Altrove, i giovani dell’età nostra pensavano a proseguire gli studi, progettavano viaggi in giro per il mondo, mentre molti giovani israeliani, ed io con loro, ci siamo ritrovati nelle anguste stradine di Jebalya e di altri campi profughi. Avremmo dovuto capire meglio, e invece non capivamo niente, quasi senza eccezioni.
Ricordo una discussione con un amico, in cui cercavo di giustificare la mia collaborazione con una politica che negava a un padre palestinese l’unica possibilità di dare da mangiare ai figli. Basta! Niente più scuse! Noi, membri de “Il Coraggio di rifiutare”, soldati riservisti che abbiamo giurato di non prestare servizio nei territori occupati, non metteremo più piede dietro la linea del 1967, se non in abiti civili e come ospiti invitati.
Ariel Sharon vi dirà che Israele sta facendo una guerra per la sopravvivenza contro un nemico assetato di sangue. Falso! Sharon ed i suoi accoliti conducono una guerra coloniale per mantenere il loro amato progetto di colonizzazione, per continuare l’occupazione e la dominazione dei territori palestinesi. Si tratta di una guerra a senso unico, che ha lo scopo appena dissimulato di annientare qualsiasi speranza di patria palestinese e di vita come nazione indipendente.
Ogni attacco suicida in Israele, per deplorevole che sia, funge da pretesto per Sharon per infliggere sempre maggiori disgrazie a tre milioni e mezzo di residenti palestinesi. E se non si verificano attacchi suicidi, potete contare su Sharon per provocarli con quelli che egli chiama gli “assassini mirati”, che in genere lasciano indenni i presunti terroristi ma spesso uccidono donne e bambini.
In questa cosiddetta guerra, ogni pretesto è buono pur di infliggere una seconda nakbah (la catastrofe del 1948) ai palestinesi. Basta guardare la distruzione gratuita del ministero della Cultura palestinese, dell’Ufficio statistiche, del ministero dell’Istruzione. Basta guardare la distruzione di simboli nazionali quali l’aeroporto internazionale palestinese, la stazione radio “La voce della Palestina”. Per non parlare del vergognoso episodio della virtuale messa agli arresti domiciliari di Arafat. Tutto questo non prende di mira una qualche infrastruttura terrorista, ma le basi stesse di una società in lotta per la propria indipendenza e per lo sviluppo di un proprio futuro non sotto lo stivale dell’esercito israeliano. Si tratta di qualcosa a cui gli israeliani che hanno una coscienza non possono più partecipare.
La forza di Sharon sta nel trasformare la società israeliana in un gregge ubbidiente. Questo gli è riuscito notevolmente venti anni fa, quando ci ha portato in Libano. Ora basta! Sharon deve sapere che non può più contare su di noi per le sue guerre. È vero, adesso non ci sono più i 400.000 israeliani che hanno invaso le strade per protestare, mandando a casa Sharon, dopo il tremendo massacro di Sabra e Chatila. Ma se Sharon guarda un po’ oltre la sua spalla, non vede più una società israeliana completamente irreggimentata e mobilitata al suo seguito. Vede 467 soldati combattenti e ufficiali che si rifiutano di partecipare alla campagna coloniale, e più di 80 obiettori di coscienza, messi in prigione dallo Stato che hanno servito fedelmente. Nei refusnik Sharon vede una determinazione pericolosa, vede i ribelli del gregge. Ed ha paura. I docenti universitari che ci hanno appoggiato sono minacciati di licenziamento, gli artisti che simpatizzano per noi sono boicottati. Sharon e i suoi generali non lo ammetteranno mai, ma hanno paura di noi semplici soldati, sergenti e caporali.
Benché Sharon e il suo governo siano i rappresentanti eletti e legittimi dello Stato di Israele, lui ed i suoi generali non rappresentano i valori fondamentali cui si richiamano gli israeliani, ebrei ed arabi. Criticare perciò l’attuale governo di Israele non significa attaccare il popolo di Israele, e non è assolutamente antisemita. Non spetta a Sharon, l’“eroe” di tragedie umane quali Kibya (1953), Sabra e Chatila (1982) e Jenin (2002), dire a chicchessia che cosa significhi o meno essere ebreo. Stigmatizzando come antisemita qualsiasi critica delle sofferenze da lui inflitte ai palestinesi, Sharon sfrutta un elemento sacro ai vili fini coloniali ed espansionistici che persegue. Gli inglesi, ebrei e non ebrei, non dovrebbero dare una mano a un così spregevole tentativo di dissacrare la memoria della sofferenza ebraica e di sfruttarla per giustificare l’oppressione di un altro popolo.
(The Guardian, 5 luglio 2002)
A coloro che hanno partecipato alla liquidazione di Salah Shehadeh e di altri 14 esseri umani, tra cui sei bambini e due neonati (e con 150 feriti):
Conoscete il concetto di “ordine chiaramente illegale”?
Quello a cui avete ubbidito lo era?
C’è un limite a quel che siete disposti a fare?
Quando siete stati informati della vostra missione, avete cercato di controllare se ci fossero civili innocenti negli edifici che avete bombardato?
Se sapevate che ce n’erano, non avete esitato neanche per un breve momento a spingere il dispositivo di disinnesto?
Giustificate forse la morte di bambini, di neonati, con le colpe dei genitori?
Non siete forse l’élite dei soldati? I piloti non sono considerati la punta di lancia dell’esercito e della stessa società israeliana, soprattutto per il loro elevato livello morale?
Ricordate che vi sono stati due periodi in cui avreste rifiutato una missione se vi fosse stato anche solo il minimo dubbio che si potessero colpire degli innocenti? Erano quelli, infatti, i valori ai quali siamo stati educati, e quelle erano le norme dell’esercito al quale appartenevamo. Ed erano norme di cui andavamo fieri.
Quasi senza accorgersene, lo Stato di Israele si è trasformato in uno Stato che non ha scrupoli a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di raggiungere i suoi scopi politici.
Nascondiamo il volto dei soldati per paura della Corte internazionale per crimini di guerra, esattamente come i criminali si nascondono il volto per paura della polizia.
P. S. : Il numero delle persone uccise è passato a 17, tra cui due bambini in tenera età.
(Haaretz, 24 luglio 2002)
III – DIALOGO PALESTINESE-ISRAELIANO
Gli anni Novanta hanno segnato un cambiamento qualitativo e quantitativo per quanto riguarda la collaborazione e il dialogo israeliano-palestinese. Non si trattava più soltanto di una collaborazione militante tra palestinesi e militanti della sinistra radicale e antisionista, ma di incontri molto più ampi, che coinvolgevano parecchi militanti, intellettuali e politici della sinistra sionista. Numerosi sono stati i palestinesi, soprattutto intellettuali, che hanno riposto grandi speranze nella capacità di questo dialogo di creare le basi di una lotta per la pace e la giustizia. Con il rifiuto delle “generose offerte di Barak”, nel luglio 2000, la maggior parte dei sionisti di sinistra decidono di tenere il broncio ai vecchi amici. Alcuni di loro saranno i più astiosi nella denuncia del “rifiuto palestinese”, soprattutto per avere avuto l’ardire di rivendicare il rientro dei profughi.
Solo una minoranza di pacifisti israeliani ha continuato a mantenere rapporti con i palestinesi sulla base della solidarietà e della lotta comune contro l’occupazione. In particolare le donne – intorno al “Jerusalem Link”, un coordinamento di donne palestinesi e<<<< israeliane.
Alla fine di questo capitolo, in cui presentiamo essenzialmente qualche documento del dialogo tra israeliani e palestinesi, pubblichiamo un commento di Sami Shalom Chetrit, un intellettuale ebreo di origine marocchina, che si interroga sul ruolo degli ebrei di cultura araba nel dialogo con i palestinesi.
1. Risposte a un appello palestinese
Abbiamo spiegato con chiarezza che gli accordi di Oslo sono stati usati dagli israeliani per espandere come mai prima le colonie, per raddoppiarne quasi la popolazione e proseguire con l’esproprio delle terre palestinesi. La libertà di movimento dei palestinesi è stata limitata in modo grave, e la violenza dei coloni contro la nostra comunità prosegue indisturbata. Così, la popolazione palestinese è rimasta senza protezione fisica, giuridica o politica. L’occupazione israeliana, che tutti i giorni condiziona la nostra vita, è stata mascherata dal processo di Oslo in modo tale che non possiamo godere di nessuna delle protezioni del diritto internazionale.
Ormai siamo costretti a vivere in zone separate tra loro, presentate come il futuro Stato palestinese. Secondo la logica deforme prevalsa nei negoziati, il solo mezzo che abbiamo per allargare un pochino questi bantustan è che la direzione palestinese sia disposta a fornire una legittimazione alle rivendicazioni israeliane che contrastano con il diritto internazionale: rinunciare ai nostri diritti su Gerusalemme Est, accettare che si mantengano le colonie e rinunciare al diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
La direzione israeliana – si tratti del Likud o dei laburisti – ha continuato a ritenere che, attraverso negoziati a lei favorevoli, abbia modo di imporre alla direzione palestinese la propria ingiusta visione di un accordo che ponga fine al conflitto. L’illusione che un accordo ingiusto di questo tipo possa essere ottenuto dal presidente Yasser Arafat e che questi possa imporlo al proprio popolo è responsabile in larga misura della situazione critica in cui ci troviamo attualmente.
Siamo particolarmente preoccupati per la pericolosa escalation del conflitto, che assume vieppiù un carattere etnico-religioso, come confermano i pogrom contro gli arabi a Nazareth, il linciaggio di due soldati israeliani a Ramallah e gli attacchi selvaggi contro moschee e sinagoghe. Crediamo fermamente in una pace fondata sul principio di uguaglianza, che sarebbe possibile raggiungere fra israeliani e palestinesi. Tuttavia, al pari delle comunità all’interno delle quali viviamo, abbiamo perso anche noi la fiducia e non possiamo fare finta di ignorare l’attuale disparità nel quadro degli accordi di Oslo, con l’unica “mediazione” degli americani per portare avanti il processo.
Riteniamo che una pace tra uguali dovrebbe partire dai seguenti criteri generali:
I negoziati devono partire dal principio che tutti i territori conquistati nel giugno 1967 sono, di fatto, territori occupati e che solo la fine dell’occupazione può consentire la pace, perché è quanto permette ai palestinesi di realizzare il loro diritto all’autodecisione.
Un accordo che voglia porre fine al conflitto deve contenere il principio della sovranità palestinese sui territori di Gerusalemme Est occupati nel 1967, e l’impegno che Gerusalemme sarà la capitale di entrambi i paesi.
Il riconoscimento da parte di Israele della sua responsabilità per avere creato il problema dei profughi palestinesi del 1948 è condizione imprescindibile per una soluzione equa per questi stessi profughi, sulla base delle risoluzioni dell’ONU relative a questa questione.
Ognuna delle due parti dovrà riconoscere i legami spirituali e storici dell’altra parte con i luoghi sacri che si trovano nel proprio territorio e consentire libero e sicuro accesso ad essi. Questo principio, però, non deve essere sfruttato per rivendicare una clausola di extraterritorialità su questi luoghi.
Crediamo che la concretizzazione di tali criteri possa condurre a una pace giusta e, quindi, vera e salda. La coesistenza tra i due popoli, nella quale continuiamo a sperare, potrà realizzarsi soltanto se il trattato di pace che si riproporrà sarà onesto e paritetico. Speriamo che la tragedia delle ultime settimane ci consenta di fare nascere una nuova e leale visione della pace.
(Haaretz, 24 novembre 2000)
Noi, sottoscrittori di questo testo, esprimiamo il nostro appoggio all’appello delle personalità, degli intellettuali e ricercatori palestinesi all’opinione pubblica israeliana, pubblicato su Haaretz del 10 novembre 2000.
Riteniamo che la pace tra israeliani e palestinesi sia possibile soltanto sulla base della risoluzione ONU n. 242, che implica lo smantellamento delle colonie e il passaggio dei territori occupati alla sovranità palestinese, in base a un accordo reciproco.
Crediamo che accordi tra israeliani e palestinesi siano indispensabili ed urgenti per impedire che un conflitto nazionale degeneri in una guerra generalizzata o in un conflitto interconfessionale. Simili accordi vanno basati sull’interruzione della violenza e il reciproco rispetto del diritto degli israeliani e dei palestinesi all’indipendenza e alla sicurezza.
Siamo convinti che la pace tra i popoli abbia anche bisogno della piena uguaglianza tra cittadini ebrei e palestinesi in uno Stato di Israele democratico.
(el-Ayam, 18 novembre 2000)
3. David Grossman risponde all’appello dei palestinesi
Una settimana fa, 120 docenti universitari e personalità palestinesi hanno pubblicato un appello urgente all’opinione pubblica israeliana. Facendo parte di questa, vorrei rispondere all’appello.
Prima di entrare nel merito delle loro dichiarazioni, vorrei dire che il solo fatto di pubblicare l’appello sulla stampa israeliana è molto importante. In questi giorni le due parti ascoltano soltanto il crepitio delle armi e le dichiarazioni, e sono molti quelli che hanno perso la speranza in un dialogo razionale. Per questo vorrei ringraziarvi per avere aperto la porta a un altro dialogo, senza il quale è impossibile arrivare a una soluzione.
Come israeliano che ricerca la pace, sono d’accordo con una parte non negoziabile di quanto sostenete nella vostra dichiarazione. E sono anche d’accordo con la descrizione della difficile situazione creata nei territori occupati sotto l’apparenza del “processo di Oslo”, come pure con ciò che affermate sull’inconsistenza di un accordo di pace che, più che altro, rifletta la superiorità militare di Israele. Del pari, la maggior parte dei “criteri generali” che avete proposto mi sembrano costituire la base possibile di un accordo futuro.
Eppure, come israeliano che ricerca la pace, mi manca, nel vostro appello, l’affermazione che un accordo del genere significa la fine delle rivendicazioni reciproche e che significa il riconoscimento dei confini del 1967 come confine definitivo tra Israele e la Palestina. Avevo inoltre sperato di trovare nel vostro appello un’affermazione più chiara sul futuro dei rapporti fra i due Stati, sulla comune lotta al terrorismo e all’incitamento all’odio – una lotta senza la quale molte altre generazioni continuerebbero a crescere, qui, alimentate da messaggi di odio e di razzismo.
Non pretendo di rappresentare nessuno, ma penso di non essere isolato in ciò che dico. Un numero crescente di israeliani ammettono che, nel quadro di un accordo di pace stabile, uno Stato palestinese sovrano e indipendente debba sorgere. Per questo Israele deve ritirarsi da quasi tutti i territori occupati nel 1967, smantellare la maggior parte delle colonie; si possono peraltro prendere in considerazione alcune correzioni di confine e qualche scambio di territori comunemente concordati. Nel governo israeliano, in questo momento, vi sono ministri che parlano di spartizione di Gerusalemme e della sua trasformazione in capitale dei due Stati, con un compromesso sul problema della sovranità sui luoghi santi. Anche sul problema dei profughi esistono generose proposte israeliane, il cui scopo è quello di risolvere il problema.
Non cerco di pretendere che queste opinioni siano quelle della maggioranza in Israele, ma sono convinto che non si tratti di una minoranza marginale. E questo non è insignificante. L’opinione pubblica israeliana, in questo momento, si sente minacciata, in vario modo: la maggioranza non era assolutamente consapevole della rabbia palestinese per il modo in cui si è svolto il processo di pace, ed è stata sorpresa dall’estrema violenza di cui è stata oggetto; la maggioranza degli israeliani ha creduto che, con l’apertura del processo, cominciasse anche la riconciliazione; la maggioranza degli ebrei israeliani (come, del resto, la maggioranza dei palestinesi) non era informata sui dettagli dei negoziati. Gli israeliani avevano la sensazione di avere già fatto compromessi enormi, superato traumi ed angosce, ed ecco che – sulla linea del traguardo, dal loro punto di vista – il partner nel processo li ha “traditi”, ha violato gli accordi sottoscritti e chi sa che cos’altro pretenderà dopo avere “ottenuto” uno Stato indipendente.
Conosco le risposte palestinesi a questi argomenti. Con alcune, io sono d’accordo. È vero che anche gli israeliani non rispettano gli impegni presi; che la presenza israeliana nei territori occupati è, di per sé, una forma di violenza; che lo stesso vale per la colonizzazione, la chiusura e l’accerchiamento; e che vale anche per la brutale reazione militare al lancio di sassi.
Scrivo queste righe è sento l’esasperante inutilità che c’è nel ripetere questi argomenti, che conosciamo bene tutti. Che utilità ha girare in tondo nel cerchio delle accuse arcinote, mentre centinaia di palestinesi e decine di israeliani innocenti vengono uccisi? A che cosa serve, nell’attuale situazione, tentare di stabilire chi è “colpevole” e chi “ha cominciato”? Siamo tutti, israeliani e palestinesi, più o meno responsabili della tragedia che ci è piombata addosso. In quest’ansia e in questa confusione, una cosa è certa: se in seno ad entrambi i popoli non compaiono dirigenti veramente coraggiosi, bambini ebrei e palestinesi continueranno a morire e, noi, i genitori, li manderemo a morte (e ci si accuserà reciprocamente di “sfruttare i bambini”).
L’Intifada di Al-Aksa ha riportato in superficie, e in maniera molto forte, la sofferenza, l’umiliazione e la rabbia dei palestinesi. Il mondo intero, compresi come si è visto numerosi israeliani, si rende conto ormai che occorre “riaprire” gli accordi di Oslo e stilare una nuova intesa di pace, più equa, davvero coraggiosa. Un simile accordo susciterebbe sfide difficili, magari impossibili, per i due popoli; entrambi dovrebbero rinunciare anche a illusioni e a sogni che hanno dato loro forza e speranza, e la consapevolezza di un’identità nazionale.
Chiunque si rende conto che la continuazione della violenza, da entrambe le parti, potrebbe sprofondare l’intera regione in una tragedia storica, di cui oggi nessuno può prevedere quale possa essere la natura e l’entità. Nessuno ci guadagnerebbe, né gli israeliani, né i palestinesi. Sicuramente, gli estremisti di entrambi i popoli aspirano a questa tragedia e sono, in ultima istanza, i veri nemici della maggioranza dell’opinione pubblica, in tutti e due i popoli.
I palestinesi che hanno sottoscritto la lettera aperta agli israeliani, nonché molti palestinesi e israeliani che sono d’accordo con quanto ho appena scritto, possono ancora parlarsi in modo razionale. Noi non abbiamo evidentemente l’autorità per negoziare, ma abbiamo almeno il potere di rinnovare il dialogo. Magari sapremo anche trovare soluzioni creative e giuste su punti che i politici – per motivi diversi – non sono in grado di affrontare al di là degli interessi immediati.
Come israeliano che ricerca la pace, chiedo: potremmo incontrarci – sì, anche in questi giorni – sulla frontiera, metaforica e molto concreta, da qualche parte tra Israele e Palestina, diciamo in una tenda della pace che potremmo montare insieme in quel posto? Potremmo svilupparvi un’alternativa all’ostilità che imperversa, all’odio, all’assassinio e alla sete di vendetta? Potremmo fermare il turbine di folle violenza che minaccia di travolgerci tutti? Ecco, è un invito al dialogo.
(In: Adi Ofri (a cura di), Zman Emet (Tempo reale), Keter Publishing House, Gerusalemme, 2001)
1. Messaggio del Bat Shalom alle palestinesi
In questi tempi difficili, è importante per noi che sappiate che:
I soldati israeliani e i coloni non sono né i portavoce né i rappresentanti dell’insieme della popolazione israeliana.
Noi condanniamo la politica disumana consistente nell’uccidere o ferire manifestanti, il blocco, l’ampliamento delle colonie, le strade di aggiramento, la distruzione delle case, ed anni di umiliazione e di sofferenza inflitte al popolo palestinese.
Noi facciamo appello alla fine dell’occupazione dei territori palestinesi, allo smantellamento delle colonie ebraiche, al riconoscimento di Gerusalemme come capitale dei due Stati e alla creazione dello Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele, sulla base dei confini del 1967.
Noi riteniamo che l’ammissione da parte di Israele della propria responsabilità nell’avere creato il problema dei profughi palestinesi è la condizione preliminare per trovare una soluzione equa e stabile per il problema dei profughi stessi, secondo le risoluzioni dell’ONU al riguardo.
Ci impegniamo a fare tutto quello che è possibile per spingere il governo israeliano a smantellare l’apparato di occupazione e di repressione.
Noi, donne israeliane, ebree e palestinesi, stringiamo la mano, a nome di tutte le donne e di tutti gli uomini di progresso in Israele, a tutti/e i/le palestinesi e alle organizzazioni che, nei territori occupati, continuano a lottare per una comune visione della pace, della coesistenza e della collaborazione in Medio Oriente.
(Pubblicato dal quotidiano palestinese El Quods, 25 marzo 2001)
2. Messaggio del Jerusalem Center for Women alle israeliane
In questo 8 marzo 2002, le donne palestinesi fanno appello alla pace.
Bagni di sangue e distruzioni non portano la pace. Soltanto il reciproco riconoscimento dei diritti di ciascuno, individuali e collettivi, può aprire la via della pace.
Noi, donne del Centro delle donne di Gerusalemme, facciamo appello agli israeliani in genere e alle donne in particolare perché si levino contro l’occupazione, l’oppressione, la guerra, l’apartheid, l’umiliazione e la povertà. È ora di parlare in tono forte e chiaro: basta con i massacri! Non ci sarà pace finché donne palestinesi incinte saranno uccise agli sbarramenti militari; la pace non si otterrà con mezzi militari, o con qualsiasi altra forma di occupazione.
Noi crediamo che una pace giusta e vera sia possibile, ma solo tra uguali, tra uno Stato palestinese (nei territori occupati nel 1967) e lo Stato di Israele. Solo così i due popoli potranno vivere in sicurezza e con dignità. Un accordo equo ed accettabile è un accordo che assicura la spartizione di Gerusalemme, lo smantellamento delle colonie, una soluzione equa al problema dei profughi e la completa sovranità sul territorio (palestinese), compreso sulle risorse naturali e sui confini. Oggi più che mai, abbiamo bisogno gli/le uni/e degli/delle altri/e. Dobbiamo batterci per la vita dei nostri figli e per la libertà. È per ragioni morali che dobbiamo levarci e darci da fare per una pace giusta e per la coesistenza.
Cominciamo ora con una nuova concezione e una nuova politica di donne basata sul rispetto dei diritti umani e sulla fiducia reciproca. C’è stata un’enorme sofferenza, ci sono stati tanto odio e disumanità, e tutto questo deve cessare. Le donne sono state le più colpite, ma anche quelle meno investite nella ricerca di una soluzione. Insieme, dobbiamo infrangere questo circolo vizioso.
Noi firmatari – intellettuali ed attivisti israeliani e palestinesi – siamo molto preoccupati per le disumane e intollerabili condizioni di vita imposte al popolo palestinese in Cisgiordania e a Gaza. L’attuale situazione è frutto della repressione, dei blocchi, dell’umiliazione quotidiana inflitta dall’occupazione militare e dall’azione costante di disturbo da parte dei coloni. Non possiamo restare indifferenti, mentre non si fa niente per alleviare la sofferenza dei palestinesi e mentre si continua a calpestarne i diritti umani e politici. La recente manomissione di istituzioni palestinesi (inclusa la Casa d’Oriente) a Gerusalemme e dintorni non può che inasprire la situazione, intensificare la violenza e accrescere la sofferenza di persone innocenti. Sentiamo che è nostro dovere sostenere l’appello perché si costituisca immediatamente una forza internazionale per proteggere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodecisione e per la libertà e per porre fine all’occupazione militare sulla sua terra.
Chiediamo ardentemente a tutti/e coloro che si sentono coinvolti di manifestare la propria opposizione all’occupazione della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e della striscia di Gaza. Chiediamo loro, inoltre, di appoggiare il nostro appello per l’intervento di una forza internazionale a protezione dei palestinesi dall’aggressione e dalla repressione esercitate dall’occupazione militare. Pensiamo che una forza internazionale del genere potrebbe facilitare notevolmente la ripresa di negoziati e favorire la conclusione del conflitto sulla base delle risoluzioni dell’ONU che fanno appello alla soluzione di due Stati.
3. Per una collaborazione oriental-palestinese in Israele
Era il periodo in cui ancora si credeva in una risposta positiva alla mia ipotetica domanda. Si ricordi che, in quella stessa estate del 1989, il gran rabbino Ovadia Yossef era ricevuto al Cairo dal presidente egiziano Mubarak con gli onori riservati a un sovrano, e che aveva parlato della necessità di compromessi e di pace. Toledo e Il Cairo: due luoghi gravidi di associazioni nella memoria orientale-araba.
Ho sempre saputo quanto noi orientali siamo impegolati in questa questione dell’identità nazionale, ma ho sempre saputo anche, con la stessa certezza, che in realtà noi odiamo soltanto noi stessi, in questa trappola dell’odio. Ho creduto che questo fosse un fenomeno temporaneo, connesso alla nostra oppressione culturale. Il fattore tempo, tuttavia, ha un’incidenza essenziale e la dinamica di tre generazioni d’odio provoca i suoi disastri. Ora, l’orientale non ha più bisogno di odiare la propria “arabità”, perché non esiste più: è scomparsa, distrutta dal sionismo. Nel mondo non vi sono più ebrei arabi. Vi sono degli orientali in Israele, e dei sefarditi e degli orientali esuli sparsi per il mondo, in maggioranza ostaggi del mondo sionista askenazita.
È la ragione per cui oggi l’orientale deve esigere la morte dell’“arabità” in generale, per liberarsi completamente dell’ombra araba che insegue la sua identità. Così, alla fine dei tempi, l’orientale si sarà trasformato in ebreo sionista, tutto rinnovato e liberato. Tuttavia, con nostra grande frustrazione, cari fratelli e sorelle orientali, l’arabità non capitola davanti alle nostra grida di morte e né le pietre, né le pallottole di plastica o di metallo riusciranno a farla capitolare. E neppure gli obici ed i missili, né gli articoli d’odio e le minacce dei generali in divisa o in giacca e cravatta. Perché cultura ed identità sono spirito! Provate ad uccidere lo spirito con un obice.
(In Adi Ofir (a cura di), Zman Emet (Tempo reale), cit.)
RINGRAZIAMENTI
Teniamo a ringraziare gli autori dei testi pubblicati in quest’opera per loro gentile concessione, ed anche il sito Solidarité Palestine (www.solidarité.palestine.org) per la traduzione [nell’edizione francese – NdT] di diversi articoli garantita da suoi militanti.
Il presente lavoro vuole essere un omaggio a tutti i movimenti e alle persone che resistono in Israele alla politica di distruzione del paese, dopo il settembre 2001, nei confronti della Palestina, ma anche – ne siamo convinti, anche se sarà a più lunga scadenza – nei confronti di Israele.
Per noi, queste figure, questi movimenti, sono artefici di pace.
Le loro parole e le loro azioni sono gesti di pace che dischiudono le uniche prospettive di un futuro diverso dalla barbarie in questa zona del mondo.
Associamo in questo omaggio i numerosi movimenti e le reti di solidarietà francesi ed europee che, consapevoli dell’interesse di queste voci, si impegnano a farle conoscere in Francia e in Europa.
1 In genere, in Israele, quest’espressione si usa in senso spregiativo, quando non peggiorativo, per insultare chi sostiene un punto di vista etico.
0 Gli immigrati erano distribuiti in precise località, ognuna gestita da un determinato partito politico; analogamente per le scuole, sia religiose sia laiche.
0 La tessera di iscrizione all’Histadruth.
0 Gush Emunim: la principale organizzazione dei coloni, negli anni Settanta e Ottanta. Sostiene un’ideologia di estrema destra e messianica.
0AIC: vi appartiene l’autore di questo scritto; organo del Centro è la rivista News from Within. [NdT]
0 Giornale di destra, pubblicato in Francia.
0 Masada: luogo della resistenza leggendaria dei sopravvissuti della grande rivolta degli ebrei contro Roma nel 71 d. C. [NdT]
0 Aviv Lavie, negli ultimi due anni, si è occupato dei mezzi di comunicazione nel quotidiano Haaretz e nel settimanale Kol Hair. L'articolo analizza i rapporti tra televisione ed esercito.
0 Reti televisive israeliane: prima rete, nazionale; seconda rete, privata e commerciale, di gran lunga la più popolare; rete 10, più recente, anch'essa privata e commerciale.
0 Ron Ben-Yishai: corrispondente militare della prima rete televisiva. Molto vicino allo Stato Maggiore.
0 Guerra di logoramento: quella che si è svolta nel 1969-1970 sul Canale di Suez, tra l'esercito israeliano e quello egiziano, fino alla firma del cessate il fuoco, nel 1970.
0 Le autorità israeliane vietano ai cittadini israeliani di entrare nei territori occupati, con l'eccezione dei coloni e dell'esercito. Il divieto, naturalmente, ha inciso sul distacco tra gli israeliani e la realtà dell'occupazione e sulla difficoltà che essi hanno a percepirne gli effetti.
0 Avigdor Lieberman: ex capo di gabinetto di Benyamin Netanyahu. Dirigente del partito di estrema destra Israele nostra Casa, con un elettorato essenzialmente russo.
0 Doron Rosenblum è editorialista del quotidiano Yedioth Aharonot. I suoi commenti nel supplemento settimanale sono fra le migliori analisi della società e della cultura israeliane. Alcuni sono stati raccolti in un libro, Spleen israélien (Am Oved, Tel Aviv, 1995). L'articolo scelto da noi rappresenta uno dei primi tentativi, nei mezzi di comunicazione di massa, di analizzare la svolta radicale, ideologica e culturale, costituita dalla politica seguita da Israele dall'inizio della seconda Intifada e il suo significato nella dinamica complessiva del sionismo.
0 Tanya Reinhart insegna linguistica all'Università di Tel Aviv. Dal 1967, è stata coinvolta nella lotta contro l'occupazione. Pubblica settimanalmente un editoriale sul quotidiano Yedioth Aharonot, nonché numerosi articoli diffusi via e-mail, in cui denuncia dal 1994 non solo l'occupazione, ma anche i miti connessi al processo di Oslo. Ha pubblicato nel 2002 Detruire la Palesatine (La Fabrique). Nonostante questa parte raccolga voci critiche di giornalisti professionisti, abbiamo ritenuto opportuno inserirvi il presente articolo di Tanya Reinhart, che è un'accademica e non una giornalista, perché fornisce un'analisi serrata di quella che chiama la “guerra di propaganda” condotta tramite i mezzi di comunicazione di massa.
0 Le opere di Joss Dray e Denis Sieffert, La guerre israélienne de l'information, éd. La Decouverte, Parigi, 2000, e di Charles Enderlin, Le rêve brisé, Fayard, Parigi, 2002, analizzano con precisione il montaggio dell'operazione propagandistica e le sue ripercussioni sull'opinione pubblica mondiale.
0 Akiva Eldar è stato corrispondente negli Stati Uniti del quotidiano Haaretz, prima di diventarne il redattore politico. È stato uno dei primi giornalisti a smascherare il negoziato di Barak dopo il fallimento di Camp David. Riportiamo ampi estratti della sua presentazione al pubblico israeliano della versione palestinese di quel che è accaduto a Camp David.
0 Yehudith Harel è una psicologa, specialista del mondo arabo. È stata a lungo membro della direzione ristretta di Peace Now, responsabile, tra l'altro, dei rapporti con il mondo arabo. Dopo avere criticato a lungo il suo movimento per la mancanza di combattività e il silenzio complice mentre era al potere il partito laburista, ha lasciato Peace Now agli inizi della seconda Intifada. Attualmente milita nel Blocco della Pace, e ha pubblicato parecchie analisi della situazione, in particolare alcune critiche delle posizioni politiche della sinistra sionista. Yehudith Harel ha perso un figlio che prestava servizio militare in Libano.
0 Reuven Kaminer è un giurista, nonché uno dei veterani della sinistra radicale israeliana. All'inizio degli anni Novanta, ha scelto di entrare in Peace Now per condurvi una battaglia politica e costruirvi un'ala sinistra.
0 Monte del Tempio: nella terminologia sionista e governativa, si parla di Monte del Tempio. In quella palestinese, si tratta della Spianata delle moschee.
0 Amira Hass è corrispondente di Haaretz nei territori occupati, dove vive da quasi dieci anni. Giornalista ebrea israeliana che condivide la quotidianità dell'occupazione, rappresenta una fonte unica per conoscere una realtà che pochi giornalisti si sforzano di scoprire. Ha pubblicato, presso le edizioni La Fabrique, Boire la mer à Gaza, Cronique 1993-1996 (ed. La Fabrique, Parigi, 2000).
0 Gilo, Neveh Dekalim e Psagot sono tre colonie situate, rispettivamente, a Gerusalemme Est, nella Striscia di Gaza e al confine con Ramallah.
0 L'articolo è apparso poco dopo la scoperta che in Cisgiordania alcuni soldati avevano trovato pratico marchiare con un numero sulle braccia i prigionieri palestinesi…
0 Yitzhak Laor è scrittore, poeta, nonché uno dei migliori critici letterari israeliani. È inoltre un militante di lunga data in favore dei diritti dei palestinesi. Nell’ottobre del 2000 è stato uno dei primi intellettuali israeliani a manifestare indignazione e vergogna di fronte ai massacri, nei territori occupati e in territorio israeliano. In una serie di articoli, pubblicati dalla stampa israeliana e da quella estera, se la prende in particolare con l’ipocrisia di certi intellettuali di sinistra.
0 Uri Avneri, ex combattente del 1948, è giornalista di talento e militante per la pace tra Israele e Palestina. Negli anni Settanta e Ottanta è stato deputato indipendente. E soprattutto, grazie al settimanale da lui creato e diretto per quasi quarant’anni, Haolam Haze, è il fondatore, in Israele, di un giornalismo di inchiesta, indipendente e combattivo. Dagli inizi degli anni Sessanta, è uno dei più accaniti fautori di uno Stato palestinese indipendente ed è stato il primo israeliano che abbia incontrato Arafat nella Beirut assediata, nel 1982. Nel 1992 fonda il “Blocco della Pace” (Gush Shalom), a sinistra di Peace Now. Continua regolarmente a pubblicare un editoriale sul quotidiano Maariv e numerosi articoli su Internet, nel sito di “Gush Shalom” e nella rete militante.
0 Meron Benvenisti è stato vicesindaco di Gerusalemme negli anni Settanta e, in tale veste, è stato l’artefice dell’unificazione della città. Rinomato storico e geografo, specialista per quanto riguarda i territori occupati, ha sviluppato il concetto di “irreversibilità” dell’occupazione. Pubblica settimanalmente un editoriale su Haaretz. Questo articolo, che risale agli albori della seconda Intifada, descrive puntualmente ed analizza il piano unilaterale di separazione su cui lavora il governo Barak e le relative ripercussioni sull’opinione pubblica israeliana.
0 Baruch Kimmerling è uno dei maggiori sociologi israeliani ed è docente presso il dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università ebraica di Gerusalemme. Impegnatissimo nel dibattito politico e intellettuale israeliano, pubblica regolarmente articoli su Haaretz.
0 Mapai e Achdut Ha-Avoda: partiti sionisti, la cui fusione ha dato vita al partito laburista.
0“Guerra deliberatamente scelta”, oppure guerra in cui “si ha la scelta”: concetto usato la prima volta durante la guerra del Libano da Menahem Begin, il quale spiegava che, contrariamente a tutte quelle precedenti, quella non era una guerra imposta ad Israele.
0 Ran Hacohen è docente di Letteratura comparata all’Università di Tel Aviv, dove sta facendo la tesi di dottorato. È inoltre traduttore di letteratura tedesca, inglese e olandese e critico letterario del quotidiano Yedioth Aharonot. Le sue analisi del processo di Oslo e del suo fallimento sono pubblicate in Israele e in alcune riviste europee. Pubblica regolarmente (sul sito Antiwar.com), una “Lettera da Israele”.
0 Transfert: “trasferimento”; in realtà, espulsione in massa dei palestinesi.
0 Illan Pappe insegna Scienze politiche all’Università di Haifa. È considerato uno dei principali “nuovi storici”. Ha pubblicato in francese La Guerre de 1948 en Palesatine (La Fabrique, Parigi, 2000).
0 Tom Segev è uno dei più famosi “nuovi storici”, in Israele e fuori, soprattutto per le suo opere pubblicate in francese: Les Premiers Israéliens (Calmann-Lévy, 1988) e Le Septiéme Million (Liana Lévi, 1998). Tra l’altro, è cronista di Haaretz.
0 Il rabbino americano di estrema destra, Meir Kahane, dopo avere fondato negli Stati Uniti la Lega di difesa ebraica, era emigrato in Israele e vi aveva fondato il partito Kach, che sosteneva l’espulsione dei palestinesi.
0 Rehavam Ze’evi, ex ministro del Turismo ucciso da un commando palestinese, fondò in Israele il partito del transfert dopo la messa fuori legge del Kach, recuperandone l’elettorato e l’ideologia.
0 Avigdor Lieberman: ministro di estrema destra del partito russo “Israele nostra Casa”. Uzi Landau: ministro della Sicurezza interna, dirigente dell’ala dura del Likud.
0 Il Triangolo: zona di forma più o meno triangolare situata al centro di Israele e lungo i confini di prima del 1967. Questa regione è l’unica, tranne la Galilea, ad essere ancora popolata da villaggi e anche da città palestinesi.
0“La bandiera nera dell’illegalità”: un concetto forgiato dal giudice Benyamin Halévi al processo dei responsabili del massacro di Kafr Qassem (1956).
0 Sul sito Internet dell’organizzazione Taayush, come preambolo alle iniziative contro le espulsioni di Susiya, questo articolo di due docenti dell’Università Ben Gurion di Beer Sheba fa il punto sull’idea di transfert in Israele. Oren Yftachel dirige il dipartimento di Geografia, Neve Gordon è incaricato presso il dipartimento di Scienze politiche.
0 Ancora una volta, la Corte suprema ha rinviato ulteriormente la decisione.
0 Alla fine dell’estate del 2002, Meron Benvenisti traccia pubblicamente su Haaretz il bilancio delle conseguenze della campagna di preparazione alla guerra in Iraq condotta dal governo sui mezzi di comunicazione di massa israeliani.
0 Questo grido che viene dal cuore pubblicato sul quotidiano Yedioth Aharonot, potrebbe sembrare eccessivo, in Europa. Abbiamo scelto di inserirlo in questo libro proprio per dimostrare, contrariamente a certi atteggiamenti di sedicenti amici di Israele in Europa, come i mezzi di comunicazione israeliani, compreso il principale quotidiano di Tel Aviv, non censurino quella che, giustamente, considerano un’espressione legittima della vergogna e del dolore, partendo dall’intento di bloccare la degenerazione in atto.
0 Jamal Zahalka è uno dei più noti intellettuali militanti palestinesi di Israele. Dopo essere stato, alla fine degli anni Settanta, uno dei dirigenti dei giovani comunisti arabi dell’Università di Gerusalemme, è membro attualmente dell’Ufficio politico dell’Alleanza nazionale democratica e direttore generale dell’associazione el-Ahali che, insieme ad altre, ha contribuito alla formazione di un grande sindacato dei contadini arabi di Israele. Lo invitano spesso alla televisione israeliana per esporvi il punto di vista degli intellettuali palestinesi di Israele. L’articolo che abbiamo scelto è stato pubblicato in una raccolta di analisi dell’Intifada, Zman Emet (a cura di Adi Ofir, dell’Università di Tel Aviv).
0 Yehoshafat Harkavi, ex comandante dei servizi segreti dell’esercito e, agli inizi degli anni Settanta, docente di Strategia militare presso l’Università ebraica di Gerusalemme, ha pubblicato interessanti analisi sull’OLP e sostenuto l’idea di uno Stato palestinese fin dagli anni Settanta.
0 Nurit Peled Elchanan, docente universitaria, traduttrice e militante per la pace, è la madre di Smadar Elchanan, uccisa nell’attentato in via Ben Yehuda a Gerusalemme. Figlia del generale Matti Peled, amico di Rabin e militante per i riavvicinamento israeliano-palestinese, è stata compagna di scuola di Benyamin Netanyahu. Il giorno della morte della figlia, mentre Netanyahu era Primo ministro, lo ha accusato pubblicamente di esserne il responsabile, Da allora, si batte per fermare l’occupazione, nel quadro del movimento delle famiglie delle vittime israeliane e palestinesi. Ha ricevuto dal parlamento europeo, insieme ad Izzat Ghazawi, militante palestinese che ha perso il figlio al momento della prima Intifada, il premio Andrei Sacharov per i diritti umani.
0 Luisa: Luisa Morgantini, parlamentare europea, indipendente eletta nelle liste di Rifondazione comunista [NdT]
0 Gidéon Lévy è, insieme ad Amira Hass, il simbolo della stampa indipendente e critica, di fronte all’unanime consenso. Se Amira Hass lavora essenzialmente come corrispondente nei territori occupati, Gidéon Lévy pubblica ogni settimana sul supplemento di Haaretz un servizio su alcuni aspetti molto concreti e personalizzati della repressione nei territori occupati, alcuni ritratti di famiglie sotto il coprifuoco, la vicenda di un malato che non riesce ad ottenere le cure di cui ha bisogno, ecc. Pubblica inoltre, settimanalmente, un editoriale politico; uno dei più famosi è stato quello sul quadro della decadenza politica e morale di Shimon Peres, del quale Gidéon Lévy è stato l’addetto stampa.
0 Il massacro di 13 cittadini palestinesi di Israele nell’ottobre 2000 suscita un immenso movimento di protesta in seno alla popolazione palestinese di Israele, affiancata da ampie forze democratiche israeliane. Più di un’ottantina di organizzazioni ed associazioni, ebraiche ed arabe, hanno convocato una manifestazione centrale che raccoglierà oltre 5.000 manifestanti ad Haifa, alla presenza del sindaco, Amram Mitsna, distintosi per l’atteggiamento deciso di fronte alla polizia, per cui la sua città è l’unico posto dove i palestinesi possano manifestare senza che ci siano vittime.
0 Al centro delle rivendicazioni della popolazione palestinese e dei suoi alleati all’interno della popolazione ebraica c’è la richiesta di costituire una Commissione nazionale d’indagine, come dopo il massacro di Sabra e Chatila nel 1982, cui si oppongono il Primo ministro Barak, e il ministro per la Sicurezza interna, Shlomo Ben Ami. Ma, a seguito della pressione popolare araba e della messa in guardia degli “specialisti in questioni arabe” sul rischio di una vera e propria secessione araba, il governo finisce per cedere. Il Presidente della Corte suprema chiama il giudice Or a presiedere la commissione, che per oltre un anno ha interrogato poliziotti, dirigenti politici (tra cui Barak e Ben Ami), nonché dirigenti palestinesi e dirigenti della comunità palestinese in Israele. Ben presto si appura che non si tratta di una commissione d’indagine sul comportamento criminale delle forze di polizia, ma, perlomeno in ugual misura, di una commissione che indaga sulla responsabilità dei dirigenti arabi, che avrebbero incitato la popolazione ad aggredire le forze dell’ordine. Come vuole la legge, la commissione ha tratto conclusioni intermedie, in base alle quali ha convocato di nuovo quelli che rischierebbero di essere individuati come i responsabili al momento dei tragici eventi dell’ottobre 2000. Fra le persone riconvocate, Barak e Ben Ami, ma anche tre dirigenti palestinesi, tra cui il deputato Bishara. Come c’era da aspettarsi, questa equidistanza ha suscitato la collera dei palestinesi e delle loro organizzazioni.
0 Dany Rabinovitch è docente di Antropologia all’Università di Tel Aviv e scrive regolarmente sul quotidiano Haaretz sulla situazione dei palestinesi con cittadinanza israeliana, di cui è uno degli specialisti.
0 Yehuda Shenhav dirige il dipartimento di Sociologia dell’Università di Tal Aviv. D’origine irachena, è uno dei fondatori e dei portavoce dell’Arcobaleno democratico orientale, un’organizzazione di intellettuali e militanti di origine giudaico-araba. Yehuda Shenhav è molto coinvolto, da un paio d’anni, nella lotta per la redistirbuzione delle terre in favore degli ebrei di cultura araba e dei palestinesi.
0 Presenti-assenti: concetto giuridico forgiato alla fine degli anni Quaranta per definire coloro che, fra i palestinesi di Israele, non erano presenti nel loro luogo ufficiale di residenza (anche se stavano nel paese) all’atto del Censimento del 1948, cosa che ha permesso di confiscare le loro proprietà.
0 Tsafir Rinat, “Insediamenti di contorno”, in Haaretz, novembre 2000.
0 Mazal Moalem, “Il piano di espansione degli insediamenti ebraici in Galilea”, in Haaretz, novembre 2000.
0 La famiglia Kaadan ha risposto ad un bando di offerta per essere accolta in un nuovo insediamento nel “Triangolo”. Solo dopo avere constatato che si trattava di arabi israeliani, la commissione di assegnazione ne ha respinto la candidatura. La Corte suprema, per la prima volta, ha riconosciuto il diritto per dei cittadini arabi israeliani, in casi limitatissimi, di acquistare una casa o di viver su terre nazionalizzate. Questa giurisprudenza ha suscitato una levata di scudi ed è minacciata da un progetto di legge che dovrebbe andare prossimamente in votazione al parlamento.
0 Dall’agosto 2000, la stampa israeliana titolava “La sinistra ha perso la bussola” e, per mesi, moltiplicava articoli e servizi sulla confusione che aveva investito la sinistra moderata dopo il fallimento di Camp David, come pure sui pentimenti di alcuni suoi esponenti. Eppure, non tutti avevano perso la bussola…
0 Ari Shavit ed Iri Linor sono giornalisti, Gershom Shaked è critico letterario e Janet Aviad dirigente di Peace Now. Tutti e quattro hanno pubblicato tra agosto ed ottobre autocritiche più o meno spinte delle loro opinioni pacifiste prima del vertice di Camp David.
0 Yoshua (detto Shuka) Porat: orientalista, ex membro del Meretz.
0 Due dirigenti dell’estrema destra religiosa.
0 Slogan ripreso da decine di migliaia di sostenitori di Barak, la sera della sua elezione, che indica la loro contrarietà a qualsiasi coalizione con il partito Shass, che rappresenta gli strati sociali diseredati di origine giudaico-araba.
0 Comandante della polizia della zona Nord. Noto per le sue posizioni razziste.
0 Sindaco islamico di Ulm el Fahem.
0 Il Sud della regione di Hebron, per l’esercito e i coloni che vi sono installati, è una zona che Israele deve annettere. La locale popolazione palestinese, essenzialmente abitanti di grotte (trogloditi), ha ricevuto dall’amministrazione militare ordini di espulsione, e solo grazie all’ostinata mobilitazione del movimento della pace israeliano una parte dei trogloditi resta sulle sue terre. Mossi Raz, deputato del partito sionista di sinistra Meretz ed ex segretario generale di Peace Now, ha preso parte alla campagna contro l’allontanamento di questi residenti. Nel luglio 2002, Mossi Raz è andato come volontario (i parlamentari sono dispensati dal servizio militare come riservisti) a fare i suoi periodi di riserva, in qualità di ufficiale, nella regione del Sud di Hebron. Il Centro di informazione alternativa, uno dei pilastri della campagna contro l’espulsione dei residenti della zona, denuncia l’ipocrisia del deputato del Meretz.
0 L’ammiraglio Ami Ayalon è stato comandante della marina militare, poi capo dei Servizi di Sicurezza generale (Shin Beit) fino al 2000. In una conferenza, tenuta il 4 dicembre 2000 di fronte a funzionari del ministero delle Finanze israeliano, Ayalon aveva denunciato la malafede dei negoziatori israeliani e avvertito dei pericoli di un sistema di apartheid in Israele. Ha inoltre redatto, insieme all’intellettuale palestinese Sari Nusseibeh, un piano di pace basato sul completo ritiro dai territori occupati, sullo smantellamento delle colonie e su un compromesso sulla questione di Gerusalemme. Pubblichiamo qui alcuni passi della sua conferenza, come riportati il giorno stesso dalla radio israeliana.
0 Shulamit Aloni è stata segretaria generale del partito laburista, prima di abbandonarlo per fondare il partito Ratz-List per i diritti civili, poi confluito nel Meretz, di cui è stata presidente per una decina d’anni. È stata ministro dell’Istruzione sotto il governo Rabin. Combattente per i diritti civili e per quelli delle donne, degli omosessuali, è anche stata una delle dirigenti sioniste che si è spinta più oltre nella critica all’occupazione e alla politica di discriminazione nei confronti dei cittadini arabi di Israele.
0 Guerra di logoramento: quella condotta nel 1969-1970 sulle rive del Canale di Suez tra le truppe egiziane e quelle israeliane.
0 Nahal: acronimo di Gioventù pioniera combattente, unità di coscritti in cui si combinano compiti militari e colonizzazione agricola.
0 Michael Ben Yair è stato giudice presso il tribunale distrettuale di Tel Aviv, poi consigliere generale del governo (equivalente del Procuratore generale della Repubblica) tra il 1993 e il 1996. In questo articolo, Ben Yair assume una posizione coraggiosa e molto rara di appoggio ai riservisti renitenti.
0“La bandiera nera dell’illegalità” è un concetto creato dal giudice Banjamin Halévy al processo dei responsabili del massacro di Kafr Qassem (1956).
0 David Grossman è uno dei tre principali scrittori israeliani. Nato a Gerusalemme nel 1954, ha lavorato a lungo alla radio. Romanziere, ha tra l’altro pubblicato: Le vent jaune, Seuil, Parigi, 1988; Le sourire de l’agneaux, Seuil, Parigi, 1995; Voir ci-dessous, amour, Seuil, Parigi, 1991; ecc. Vicino a Peace Now, ha espresso in più occasioni posizioni in rottura con l’unanimismo dominante.
0 Sylvain Cypel (Le Monde, 10 maggio 2002)ha tracciato il ritratto di Yaffa Yarkoni in questi termini: “Yaffa Yarkoni, 76 anni, era un monumento nazionale. L’equivalente locale di un Maurice Chevalier o di un’Édith Piaf, con in più il patriottismo. Detta ‘la cantante di tutte le guerre’, nessuno, dal 1848 al 1982 e al momento delle guerre del 1956, 1967 e 1973, si è speso come lei per mantenere alto il morale delle truppe. Migliaia di foto l’hanno mostrata, una donna alta e bella dal sorriso luminoso, accanto ai più celebri generali israeliani, da Moshe Dayan ad Ariel Sharon, Cinquant’anni di palcoscenico, mille canzoni registrate, molte delle quali imparate a memoria, insegnate nelle scuole. Gli è stato conferito il Premio Israele, la principale onorificenza del paese.. Per farla breve, un’icona vivente. Dopo il 14 aprile, però, Yaffa Yarkoni è diventata una ‘traditrice’, boicottata alla radio, denunciata dai mezzi di comunicazione di massa…”. Intervistata alla radio poco prima della festa dell’Indipendenza di Israele, Yaffa Yarkoni ha manifestato il proprio dolore per la situazione del paese e le sue dichiarazioni hanno provocato uno scandalo. Ne riportiamo alcuni brani.
0* Le donne occupano, e da tempo, un ruolo preponderante nella lotta contro l’occupazione. Al momento della prima Intifada e successivamente, esse hanno acquistato un’indiscutibile visibilità e rispettabilità presso l’opinione pubblica israeliana, ed anche all’estero, soprattutto grazie al movimento delle Donne in Nero. Nel novembre del 2000, una decina di associazioni di donne si sono unificate nel Coordinamento delle donne per una pace giusta: non-violenti, accesi fautori del fatto di mantenere contatti con le donne dei territori palestinesi, nonostante le difficoltà, questi gruppi sono in generale composti di donne giudaico-arabe. Le prime contestazioni organizzate di donne risalgono alla guerra del Libano, con il movimento delle madri. Verso la fine della guerra, il movimento delle “quattro madri” ha lanciato un appello, ampiamente diffuso in Israele, perché i loro figli rientrassero dal fronte. Si rifiutavano – esse sostenevano – di mandarli a rischiare la vita per una guerra non necessaria né difensiva. Attualmente, numerose donne insistono sulla militarizzazione a oltranza della società israeliana, che implica tutta un’educazione e un sistema di valori che esse respingono: esse sono rappresentate dal gruppo Nuovo Profilo. Infine, sensibili alle violenze subite in generale dalle donne, reagiscono con profonda compartecipazione indignazione e determinazione a quelle inflitte dall’occupazione alle donne e ai bambini palestinesi. Privilegiano iniziative regolari, perduranti nel tempo: raduno settimanale delle Donne in Nero; brigate di Machsom Watch, le osservatrici ai posti di blocco che tutti i giorni, a ore fisse, si piazzano all’ingresso di Gerusalemme davanti agli sbarramenti, osservano l’operato e il comportamento dei soldati, prendendo nota dei fatti per eventuali testimonianze e interpellando spesso i militari per il modo in cui si comportano.
Dal sito Internet della Coalizione riprendiamo la presentazione dei vari movimenti che la compongono, della sua piattaforma e dei suoi obiettivi.
0 Vicino al Partito comunista israeliano.
0 Movimento di donne sorto in Israele contro le violenze dell’occupazione, si è diffuso per il mondo, contro tutte le violenze. Le iniziative locali e internazionali sono presentate in questo documento, redatto in occasione del trentaquattresimo anniversario dell’occupazione e tratto dal sito Internet della Coalizione delle donne per una pace giusta, di cui le Donne in Nero sono una delle componenti principali.
0 L’8 giugno 2001 è l’anniversario dei 34 anni di occupazione dei territori palestinesi del 1967, una data commemorata dai raduni internazionali delle Donne in Nero, da due anni a questa parte.
0* Bat Shalom è una rete di donne che si battono per fare avanzare la pace. È un centro femminista per la pace e la giustizia sociale, composto di donne ebree e palestinesi, cittadine dello Stato di Israele, che lottano per dare vita a una società nella quale tutti i membri possano contare. Come organizzazione femminista, Bat Shalom insiste sul nesso tra la politica di occupazione di un altro popolo e l’emarginazione politica e sociale delle donne da parte della società israeliana. Bat Shalom distribuisce un opuscoletto a colori, nel quadro del suo sostegno alla campagna per il boicottaggio dei prodotti delle colonie promossa da Gush Shalom. Le quattro pagine del libricino contengono l’elenco dei marchi e dei prodotti da non acquistare. Qui ne presentiamo soltanto la parte con gli argomenti con cui Bat Shalom si rivolge alle donne israeliane.
0 Gush Shalom (il Blocco della Pace) è indubbiamente uno dei pilastri del movimento pacifista israeliano. Nato nel 1993, praticamente con l’avvio del processo di Oslo, è il primo movimento ad avere capito immediatamente la posta in gioco, senza mai rallentare o abbandonare, nei sette anni dei negoziati, la protesta contro il protrarsi dell’occupazione e della colonizzazione e la denuncia di tutto questo. Riportiamo larghi estratti di un annuncio pubblicato da Gush Shalom (in una mezza pagina di Haaretz), in risposta a una violenta campagna dei mezzi di comunicazione di massa, dello Stato Maggiore e del governo contro un’iniziativa di Gush Shalom relativa ad alcuni ufficiali sospettati di avere commesso crimini di guerra.
0 Riportiamo una breve descrizione che questo stesso movimento fa di se stesso e dei suoi criteri di funzionamento (v. § 1), seguita dal resoconto di un’iniziativa militante (v.. § 2).
0 In Israele esistono circa 140 villaggi “non riconosciuti”, i cui nomi non figurano su nessuna carta geografica e alcuni dei quali contano migliaia di abitanti. Essi non beneficiano di alcuna infrastruttura statale: né acqua, né elettricità, né fogne, né strade, né scuola, né attrezzature sanitarie, ecc. E, in genere, si fa di tutto pur di spingerne gli abitanti ad abbandonarli. Questi villaggi si sono organizzati in un Comitato dei villaggi non riconosciuti, per fare valere i propri diritti ed ottenere una qualche visibilità nella società israeliana. Le due iniziative di Taayush, a Dar El Hanun nell’agosto 2001 e ad Ein Hud nell’agosto del 2002, hanno ampiamente contribuito a fare uscire dall’anonimato i villaggi e i loro abitanti.
0* L’AIC, fondato nel 1984, è l’unica associazione in Israele/Palestina che sia composta di israeliani e palestinesi insieme. Ha un duplice obiettivo: fornire ai militanti politici e di associazioni, come anche ai mezzi di comunicazione di massa e agli altri “creatori di opinione” di entrambe le società, un’informazione di qualità sull’altra società, sulla sua vita politica e sulle problematiche socio-culturali che l’attraversano; creare gli strumenti di una collaborazione attiva e militante tra i progressisti delle due comunità. Collocato alla frontiera tra israeliani e palestinesi, l’AIC funge, dall’inizio della seconda Intifada, da estremo punto di passaggio, in termini di informazione, di valori e di iniziative comuni, per facilitare la solidarietà israeliana con i palestinesi. Dal 2001, l’AIC svolge un ruolo imprescindibile nell’organizzare missioni civili internazionali per la protezione del popolo palestinese, come anche nel lavoro di sensibilizzazione in Europa e in America settentrionale.
0 Questa “Lettera aperta ai soldati”, pubblicata il 25 gennaio 2002 su un’intera pagina del quotidiano Haaretz, è un esempio dell’attività che svolge il movimento Yesh Gvul verso reclute e riservisti.
0 Ishai Rosen Zvi è sottufficiale in una unità combattente. Ebreo praticante, ha seguito gli studi secondari in una scuola talmudica sita nei territori occupati. Nel 2000, dopo molte esitazioni, decide di rifiutarsi di prestare servizio militare nei territori occupati.
0 Il territorio municipale della “Grande Gerusalemme” è stato ridisegnato in modo di inglobare ed annettere una parte della Cisgiordania, comprendendone numerosi villaggi. Questo ha permesso, ad esempio, di proporre a Camp David la sovranità palestinese su Gerusalemme Est: ma il territorio indicato da “El Quods” era il villaggio di Abu Dis, nella periferia di Gerusalemme.
0 Ramot e Gilo sono due colonie anch’esse situate all’interno del territorio municipale della “Grande Gerusalemme”; pochissimi israeliani le considerano ormai come colonie.
0“Cotesta voce è la voce di Iacob, ma queste mani sono le mani di Esau” (Genesi, XXVII, 22, trad. cit.).
0 Il 25 gennaio 2002, 83 riservisti dell’esercito israeliano appartenenti al movimento “Il Coraggio di rifiutare” lanciavano questo appello sul quotidiano Haaretz. I sottoscrittori sono arrivati intorno ai 500, e alcune decine di soldati sono finiti in prigione.
0 Shlomi Segal è sergente di riserva nei paracadutisti israeliani, nonché membro de “Il Coraggio di rifiutare”. Il 5 luglio 2002, spiegava su The Guardian i motivi della sua scelta.
0 Così vengono chiamati persino in Israele, in ebraico, le piazze delle città dove andavano a radunarsi i lavoratori dei territori occupati, in attesa di chi li ingaggiasse, prima della seconda Intifada.
0 Qualche giorno dopo il raid aereo su Gaza, nel luglio 2002, che ha ucciso insieme a uno dei leader di Hamas una ventina di civili innocenti e ferito 150 persone, alcuni riservisti, firmatari della petizione “Il Coraggio di rifiutare”, nota anche con il nome di “Lettera dei combattenti”, prendevano ufficialmente posizione su Haaretz, il 24 luglio.
0 Questo appello, sottoscritto dai più noti intellettuali palestinesi dei territori occupati, di sinistra o vicini ad al-Fatah, è stato pubblicato su metà pagina del quotidiano Haaretz il 10 novembre 2000.
0 Nel febbraio 2000, lo stesso gruppo di personalità palestinesi lanciava un primo appello all’opinione pubblica israeliana che metteva in guardia dall’illusione di imporre un accordo che ignorasse le risoluzioni dell’ONU. Il Centro di informazione alternativa prese l’iniziativa di fare sottoscrivere una petizione di sostegno che raccolse oltre 300 firme. L’appello dei palestinesi e la petizione di sostegno sono stati pubblicati su Haaretz.
0** La settimana seguente, oltre 500 intellettuali e militanti israeliani pubblicavano su Haaretz (24 novembre 2000) la risposta che riportiamo.
0 Le donne sono state fra le prime, nelle sinistra israeliana moderata, ad intraprendere un dialogo con donne palestinesi. All’inizio degli anni Novanta, molte attiviste (Hanan Ashrawi e Yael Dayan, dalla parte israeliana) hanno costituito il “Jerusalem Link”, un coordinamento dell’organizzazione di donne palestinesi Jerusalem Center for Women e dell’organizzazione israeliana Bat Shalom. Queste organizzazioni continuano a dialogare.
0 All’inizio di settembre del 2001, un gruppo di israeliani e di palestinesi ha inviato ai consoli europei ed americano a Gerusalemme un appello sottoscritto da un centinaio di docenti, di intellettuali e di attivisti, chiedendo l’invio in zona di una forza di protezione internazionale. Fra i firmatari israeliani: Shulamit Aloni (ex ministro dell’Istruzione), i deputati Naomi Hazan e Issam Makhul, Meron Benvenisti, Sami Shalom Chetrit, Yehudith Harel e i professori Yehuda Shenhav, Oren Yiftachel, Baruch Kimmerling, Yoav Peled e Joseph Agassi. Fra i firmatari palestinesi: il dottor Haider Abdel Shafi, Edward Said, i membri del Consiglio legislativo Hanan Ashrawi ed Azmil Shwaibi, Ghassan Abdallah, Jamil Hilal e i professori Salim Tamari, Saleh Abdel Jawad, Rashid Khalidi e Camille Monsour. Alla fine di settembre, si erano aggiunte alla petizione oltre 700 persone.
0 Sami Shalom Chetrit è uno scrittore e un pedagogo, autore, tra l’altro, de La Révolution ashkénazite est morte (Bimat Keden, Tel Aviv, 1999). Sami Chetrit è uno degli intellettuali più attivi nella lotta contro la discriminazione nei confronti degli ebrei di cultura araba, ma anche per un’effettiva collaborazione tra le comunità ebraiche orientali ed i palestinesi.
0 Shass: partito politico degli ebrei di origine araba, che ha scombussolato, per il suo seguito di massa e i suoi successi elettorali, la scena politica israeliana.
0 Ashkenazi: ebreo di origine occidentale.
0 Shaagat Arie (letteralmente, “il Ruggito del leone”): campo-scuola talmudico impiantato davanti alla prigione di Ramle per protestare contro la condanna per corruzione del dirigente dello Shass Arié Déri. Vi sono stati migliaia di sostenitori dello Shass.
0 Braslav: setta ebraica di origine askenazita, ma rimodellata sugli hippies; molto popolare negli ambienti orientali.
0 Orientali: concetto impiegato per definire gli ebrei di cultura araba e mediterranea.
0 Ovadia Yossef: autorità spirituale incontestata dello Shass e degli ebrei orientali.
0 Abu Mazen: dirigente dell’OLP, presente al Convegno di Toledo insieme a Simone Bitton e a Saiwa Mustapha.
0 Cfr. G. N. Guiladi, Discord in Zion, Scorpion, 1990, p. 321.
0 Cfr. “Quando un orientale incontra un palestinese”, supplemento del quotidiano Hadashat, luglio 1993, riportato anche in: Sami S. Chetrit, op. cit.
0 Ministro della Polizia, al momento dei massacri di ottobre, era Shlomo Ben Ami, originario di Tangeri.
0 In occasione della sua campagna elettorale, Ehud Barak aveva dichiarato pubblicamente: “Sarò il Primo ministro di tutti”, mentre il suo elettorato scandiva a Tel Aviv lo slogan: “tutti tranne lo Shass”.