I grandi nodi del Novecento › Genesi dello Stalinismo. La Russia sovietica dopo Lenin
CRONOLOGIA URSS COMPLETA 1812-1956
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CRONOLOGIA RAGIONATA
1812 – 1956
Dal libro di
Antonio Moscato
Intellettuali e potere in URSS
A
LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE (1812-1917)
La formazione dell’intelligencija russa come strato sociale ben distinto e al tempo stesso caratterizzato anche da un orientamento politico relativamente omogeneo e fondamentalmente contrapposto al regime zarista può essere fatta risalire a periodi molto lontani dalla rivoluzione del 1917. In senso lato, l’avvio del processo può essere ricercato nel periodo delle guerre napoleoniche che, dopo le battaglie combattute nel 1812 su suolo russo, portarono molti ufficiali dello zar a contatto con diverse capitali europee e anche con le idee rivoluzionarie che avrebbero dovuto combattere. Già nel 1816, appena terminato il Congresso di Vienna, aveva inizio la cospirazione dei giovani ufficiali rivoluzionari, tutti di origine nobiliare, che doveva sfociare nei fallito tentativo di colpo di Stato dei Decabristi, nel dicembre 1825.
Il periodo 1825-1861 è stato caratterizzato da Lenin come «fase nobiliare» del movimento democratico russo. E’ infatti dall’interno della classe dominante che si levano voci duramente critiche nei confronti della «putrefazione» della Russia. A volte, attraverso il filtro della letteratura, che conosce una grande stagione, dal Che disgrazia l’ingegno! di Aleksandr S. Griboedov, all’Evgenij Onegin di Puškin dall’Ispettore generale alle Anime morte di Gogol’, dalle Memorie di un cacciatore di Turgenev all’Oblomov di Gončarov. Altre volte il messaggio è più direttamente politico, come nel caso delle Lettere Filosofiche di Pètr Jakovlevič Čaadaev, che furono scritte alla fine degli anni Venti e di cui si tentò la pubblicazione nel 1836, col risultato di una rapida chiusura della rivista che aveva osato pubblicare la prima Lettera, del licenziamento del professore che aveva incautamente dato il visto di censura e dell’internamento dell’autore (appartenente a una delle più note casate aristocratiche) come «malato di mente».
Anche i testi letterari venivano, d’altra parte, spesso storpiati dalla censura, quando non erano direttamente proibiti (ma non era difficile trovarli in versione integrale, trascritti a mano da uno stuolo di copisti, che ne sfornavano a migliaia per poche decine di rubli).
La crisi della società russa maturava tuttavia, indipendentemente dal rigore e dalla severità delle critiche mossele, a partire dalla contraddizione stridente tra i suoi ordinamenti anacronistici e l’incipiente sviluppo capitalistico. Intorno alla metà del secolo XIX si rivela assurda la pretesa di conservare immutata la servitù della gleba, magari aggiornandola attraverso la concessione in uso di manodopera servile alle prime industrie (col risultato che, già nel 1803, l’industriale Kosnov calcolava che una certa quantità di tessuto prodotta da un salariato libero veniva a costare nove rubli, mentre ne costava dieci se fatta da un servo della gleba: la bassissima produttività annullava il risparmio sui salari). La verifica più brutale viene dalla guerra di Crimea, che rivela l’inefficienza di un esercito basato su servi della gleba, comandati da ufficiali spesso corrotti o incapaci; le guerre successive (quella russo-turca del 1877-1878 e soprattutto quella col Giappone del 1904-1905) riveleranno che non basterà eliminare giuridicamente la servitù della gleba per trasformare la Russia e renderne efficiente e dinamico l’esercito.
La soppressione della servitù personale, nel 1861, accelera comunque lo sviluppo capitalistico. La Russia diviene la serra del capitalismo. Ma, come accade spesso nelle culture di serra, la rapidità e l’artificiosità della crescita nascondono squilibri e un'intrinseca debolezza. Il capitalismo in Russia brucia molte tappe, raggiungendo un’elevata concentrazione in alcune città, dove vengono introdotte tecniche di lavorazione e di organizzazione del lavoro avanzatissime (con un’alta incidenza dei grandi complessi che raccolgono molte migliaia di operai). I macchinari più moderni e costosi sono introdotti spesso prima che in altri paesi, ma quasi sempre gli alti costi sono sostenuti da società finanziarie straniere: la borghesia russa rimane estremamente debole economicamente e politicamente priva di iniziativa. Si rafforza invece il proletariato di fabbrica, concentrato in grandi aziende dove è vietata ogni organizzazione sindacale, ma nelle quali sarà più facile l’attività politica clandestina dei primi circoli socialisti.
I nuclei di oppositori al regime, formatisi ancora in gran parte all’interno della gioventù studentesca (che proviene in genere da famiglie borghesi o anche aristocratiche) tentano a più riprese di «andare al popolo», per sollevare le masse contadine più misere (le cui condizioni sono sostanzialmente restate immutate dopo la soppressione della servitù, perché la terra messa a disposizione è stata fatta pagare a prezzi esorbitanti, che hanno provocato indebitamenti cronici e, talora, la perdita degli appezzamenti ipotecati). Ma i giovani intellettuali cittadini, immersi per la prima volta nell’arretratezza delle campagne russe, non riescono quasi mai a comunicare, a farsi capire e a capire essi stessi la logica dell’alternanza di rassegnazione fatalistica e di esplosioni tremende che spazzano via in pochi giorni centinaia di palazzi signorili, incendiati dal «gallo rosso».
Così, dopo le «andate al popolo» del 1874 e 1875 e le migliaia di arresti e di deportazioni in Siberia, il rapporto tra i giovani intellettuali e il potere si sposta sul terreno del terrorismo. Decine di capi della polizia, di governatori, di ministri, vengono uccisi o feriti da attentati arditissimi. In alcuni casi l’opinione pubblica delle città non esita a manifestare clamorosamente la simpatia per i terroristi (come nel caso di Vera Zasulič, assolta da una giuria popolare nel 1878 e sottratta a furor di popolo a un nuovo tentativo di arresto). Nel 1881 a cadere sotto i colpi del terrorismo è lo stesso zar Alessandro II. La presenza di una giovane di origine ebraica tra i complici degli attentatori innesca la tragica serie dei pogrom che sconvolgono i ghetti sospingendo i giovani ebrei a ricercare la strada dell’autodifesa e del rapporto con le organizzazioni rivoluzionarie.
Il periodico succedersi di ondate terroristiche, spesso clamorosamente efficaci nel colpire i bersagli ma assolutamente incapaci di ottenere il benché minimo risultato politico, finisce per rafforzare le tendenze rivoluzionarie ispirate ai marxismo che si organizzano nella clandestinità, conquistano nuclei importanti di classe operaia. Il consolidarsi, alla vigilia della rivoluzione del 1905, della frazione bolscevica toglie gradatamente spazio al terrorismo e all’estremismo velleitario ed esercita una notevole forza di attrazione sulle nuove leve di giovani intellettuali.
La rivoluzione del 1905, preparata dall’insensata avventura della guerra russo-giapponese, viene avviata da una manifestazione organizzata dal pope Gapon, che dalla polizia ha avuto il compito di sottrarre le masse operaie all’influenza bolscevica. Ma l’irrompere sulla scena politica di centinaia di migliaia di lavoratori spazza via, insieme al pope provocatore, anche la fiducia nella religione e nello zar (che era considerato tradizionalmente «amico del popolo», ma ingannato da perfidi collaboratori...). Lo scontro ormai sarà tra le varie tendenze del movimento operaio e un regime sclerotizzato e incapace di riformarsi.
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1812 Invasione e ritirata di Napoleone.
1813-1814 Eserciti russi antinapoleonici in Europa.
1814-1815 Congresso di Vienna.
1815 Seconda entrata di truppe russe a Parigi.
1816 Inizio dell’attività delle società decabriste.
1825 Muore Alessandro I. Sale al trono Nicola I(1825-1855). Tentativo insurrezionale dei Decabristi, rapidamente represso. Anche i moti avviati nel Sud da altri congiurati, capeggiati da Sergei Murav’ev-Apostol, vengono facilmente repressi. Numerose condanne allo squartamento e alla decapitazione (commutate poi in impiccagione e lavori forzati a vita).
1848 Ukaz che consente ai servi della gleba di acquistare terreni (col con senso del padrone). Alcuni servi della gleba sviluppano attività industriali per conto dei loro signori, che detengono tuttavia il titolo di proprietà.
1853-1856 Guerra di Crimea. Trecentomila russi muoiono in battaglia o per malattia. Migliaia di giovani contadini presentatisi volontari credendo in una imminente liberazione dalla servitù della gleba ritornano ai villaggi amareggiati e pronti alla rivolta.
1855 Nicola I muore, sconvolto dalla catastrofe. Gli succede Alessandro II (1855-1881), che promette riforme liberali e l’abolizione della servitù della gleba. Le discussioni sui vari progetti di liberazione dei contadini saranno lunghe e deludenti.
1860 Fondazione della Banca di Stato.
1861 Soppressione della servitù personale; le condizioni per il riscatto sono tuttavia gravosissime e comportano il mantenimento temporaneo di prestazioni gratuite di lavoro, oltre al pagamento di interessi molto forti. Anche le tasse saranno ripartite in modo clamorosamente ineguale tra i nuovi piccoli proprietari e i vecchi latifondisti (in media 207 copechi per desyatina dei contadini contro 37 copechi per desyatina dei signori nella zona delle terre nere; dati analoghi, sempre di fonte ufficiale, per le altre zone).
1877-1878 Guerra russo-turca. Relativo successo russo, nonostante perdite gravissime, annullato dall’intervento diplomatico delle maggiori potenze europee, che nel Congresso di Berlino del 1878 ridimensionano drasticamente l’influenza russa nella penisola balcanica. Processi politici contro centinaia di giovani populisti.
1878 Vera Zasulič ferisce gravemente il capo della polizia di Pietroburgo, generale Fedor Trepov, che aveva fatto frustare uno studente per una lieve mancanza di rispetto. La giuria la assolve in un clima di grande esaltazione, a cui finiscono per partecipare anche alti funzionari e ufficiali; il governo sottrae i rivoluzionari arrestati alle giurie ordinarie, affidandoli alla Corte senatoria o a speciali tribunali di guerra.
1878-1881 Si intensificano gli attentati contro esponenti del regime e lo stesso zar, che, dopo un gran numero di tentativi falliti, viene ucciso il primo marzo 1881. Sale al trono Alessandro III (1881-1894), ignorante, bigotto e circondato da fanatici reazionari, come il Pobedonósčev, promotore del Santo Sinodo.
1881-1882 Primi pogrom di ebrei. Successivamente viene limitato l’accesso agli studi superiori per i giovani di origine ebraica (che vengono così maggiormente sospinti verso l’attività politica rivoluzionaria). Comincia l’esodo degli ebrei russi verso l’Occidente.
1887 Fallito attentato allo zar. Tra i condannati a morte c’è Aleksandr Il’ič Ul’janov, di 21 anni. La sua impiccagione colpisce fortemente il fratello diciassettenne, Vladimir, il futuro Lenin.
1891 Esportazione forzata di cereali e gravissima carestia, con migliaia di morti in venti dei più fertili governatorati della Russia.
1894 Muore Alessandro III . Subentra Nicola II , che sarà chiamato ben presto profeticamente «Nicola l’ultimo». Mediocre, indeciso e fortemente influenzabile dalla moglie e dal singolare guaritore, il «monaco nero» Rasputin, che spadroneggia a corte, Nicola II é del tutto incapace di comprendere l’ascesa del movimento rivoluzionario, che sarà spesso rafforzato proprio da decisioni irresponsabili dello zar e dei suoi stretti collaboratori. Un episodio accaduto in occasione dell’incoronazione (nel maggio 1896) appare emblematico del rapporto di Nicola II con i suoi sudditi: trecentomila persone si erano radunate per ricevere un panno, un rublo e un bicchiere con le insegne imperiali; ma, in seguito alla combinazione tra spinte inconsulte della massa e un maldestro servizio di polizia, la gente finì per accalcarsi in un fossato e ci furono tremila morti, soffocati o calpestati. Lo zar non mancò tuttavia, la sera stessa della tragedia, a un grande ballo in suo onore.
1895 Lenin fonda a Pietroburgo l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia.
1896 Maggio: importanti scioperi degli operai tessili di Pietroburgo.
1897 Settembre: nasce l’Unione generale socialdemocratica ebraica (Bund), che costituirà per molti anni un settore importante del proletariato organizzato nell’impero zarista.
1898 Marzo: I Congresso a Minsk del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), che unifica la maggior parte dei circoli socialisti di orientamento marxista (compreso il Bund).
1900 Nasce il Partito socialista rivoluzionario, che raccoglie l’eredità dei populisti (ancora orientati in prevalenza verso il mondo contadino, e con un forte privilegiamento del metodo terrorista). Lenin, in esilio, pubblica l’« Iskra » (Scintilla).
1901 Febbraio: uno studente uccide il ministro dell’istruzione Bogolepov. Maggio: scioperi e manifestazioni.
1902 Continuano gli scioperi operai che si diffondono soprattutto nella Russia meridionale. Esce il Che fare? di Lenin.
1903 Luglio-agosto: Congresso di Londra del POSDR. Scissione tra rivoluzionari (bolscevichi) e riformisti (menscevichi).
1904 Guerra russo-giapponese. Iniziata con la certezza di spazzare via in poco tempo i «macachi» giapponesi dalla Cina orientale (nella quale la presenza russa è sempre più invadente, specialmente dopo la realizzazione della ferrovia transiberiana) si trasforma in una catastrofe che rivela la debolezza dell’impero russo. Nel dicembre 1904 capitolazione della base navale di Port Arthur; nel maggio 1905 affondamento della flotta del Baltico appena arrivata nel mar del Giappone.
1905 Gennaio: sciopero delle grandi officine metallurgiche Putilov a Pietrogrado, che si estende a tutta la città. Il 9 (22) gennaio (domenica di sangue), un corteo di 150.000 operai guidati dal pope Gapon, mentre tenta di presentare una blanda petizione allo zar, viene disperso a colpi di mitragliatrice (più di mille morti e duemila feriti). Successivamente si saprà che Gapon era al servizio della polizia e nel 1906 i socialisti rivoluzionari riusciranno a catturarlo e impiccarlo. La petizione era stata appoggiata da molti intellettuali prestigiosi tra i quali Maksim Gor’kij, l’accademico Arsen’ev e l’economista Annenskij. Il risultato della cieca repressione sarà un netto spostamento delle masse verso i partiti socialisti e la fine di ogni fiducia nello zar.
1905-1906 Nel corso del 1905 la rivoluzione si estende ulteriormente, organizzandosi intorno al soviet di Pietroburgo, presieduto da Lev Trotskij. Ammutinamento dell’incrociatore Potëmkin a Odessa.
Settembre: lo sciopero dei tipografi di Mosca diviene uno sciopero generale, che paralizza completamente la Russia.
Ottobre: lo zar emette un proclama, in cui tardivamente si dichiara disposto a concedere alcune libertà, compresa l’elezione di un parlamento (Duma). Nicola II non tarderà a rimangiarsi una dopo l’altra le promesse.
Dicembre: insurrezione di Mosca, repressa nel sangue. La prima Duma eletta nella primavera del 1906 sarà sciolta subito, nonostante il carattere poco rappresentativo dovuto ai criteri elettorali: i delegati di prima istanza rappresentano rispettivamente 2.000 proprietari terrieri, 7.000 cittadini, 30.000 contadini, 90.000 operai. Dal diritto elettorale sono esclusi i minori di 25 anni, gli studenti e i militari. I deputati sono eletti dopo tre successive elezioni di delegati di distretto e di governatorato.
Gli scioperanti nel corso del 1905 sono ben tre milioni (ma scendono a un milione nel 1906 e ancor più nettamente negli anni immediatamente successivi). Alla fine del 1905 viene decisa la riunificazione tra bolscevichi e menscevichi, che sarà ratificata nell’aprile del 1906 dal Congresso di Stoccolma.
1907 Netto riflusso della rivoluzione. Stolypin, presidente del Consiglio dei ministri, combina una spietata repressione (affidata a tribunali straordinari di guerra) con un tentativo di creare uno strato di contadini agiati che possano fornire una base sociale conservatrice al regime. Si facilita la privatizzazione delle terre appartenenti alle comunità di villaggio. L’operazione, sancita legalmente solo nel 1910, riuscirà solo in parte, ma provocherà un impoverimento della maggior parte dei contadini, e quindi preparerà l’esplosione di rivolte e occupazioni di terre che accompagnerà la rivoluzione del 1917 e spazzerà via anche molti dei medi proprietari creati da Stolypin. Anche la seconda Duma eletta nel 1907 risulta incontrollabile e viene rapidamente sciolta. La terza Duma sara finalmente sicura: il rapporto elettorale è stato modificato al punto che bastano 230 proprietari terrieri per nominare un elettore di primo grado, mentre ai contadini ne occorrono 60.000 e agli operai 125.000. La maggioranza è assicurata alla destra e all’estrema destra (i cosiddetti «Cento Neri», specializzati nell’organizzazione di pogrom contro gli ebrei, e altre minoranze, oltre che in attacchi antioperai).
Dal 1907 Lenin è costretto, insieme a moltissimi altri militanti socialisti sfuggiti alle carceri e alla deportazioue, a vivere in esilio, dove resterà fino al 1917.
1910 Le divergenze tra bolscevichi e menscevichi, accentuatesi nella fase di riflusso della rivoluzione, portano a una rottura che diventerà definitiva nel gennaio 1912.
1911 Settembre: viene ucciso Stolypin. La morte gli impedisce di verificare che le sue moderate riforme, combinate con il forte impulso dato da Vitte allo sviluppo dell’industria e delle ferrovie (da 20.000 km. nel 1892 a 64.000 nel 1913), ma anche con il cieco conservatorismo dell’autocrazia zarista, non hanno impedito l’ascesa di una nuova ondata rivoluzionaria,
1912 Elezione della quarta Duma. Non reputando sufficiente il filtraggio operato dal sistema elettorale, il governo organizza brogli clamorosi. Aumentano tuttavia i sintomi di una ripresa del movimento delle masse (mentre la maggior parte degli intellettuali sono in crisi e teorizzano variamente la fine del marxismo e del movimento operaio). Nella primavera uno sciopero degli operai addetti al lavaggio dell’oro nelle miniere della Lena viene represso, con 250 morti e centinaia di feriti. Il numero degli scioperanti, che si era ridotto a poche decine di migliaia negli ultimi anni, sale improvvisamente, raggiungendo nuovamente la cifra di 860.000 nel 1913, secondo le stesse statistiche ufficiali.
1913 I bolscevichi ottengono la maggioranza nel sindacato metallurgici di Pietroburgo. Il governo, che ha organizzato attraverso la polizia segreta e i «Cento Neri» molti pogrom, lancia una clamorosa provocazione antiebraica riprendendo l’antica calunnia sull’uccisione rituale dei fanciulli. Un operaio ebreo, Mendel Bejlis, viene accusato di aver ucciso un fanciullo cristiano, per usarne il sangue a scopi rituali. In realtà la polizia sa bene che il fanciullo è stato ucciso da criminali comuni (lasciati indisturbati per non turbare la montatura). Il processo si risolve in una sconfitta del regime, per l’assoluzione del Bejlis.
1914 Nei primi sei mesi, il numero degli scioperanti in Russia raggiunge un milione e mezzo. Nonostante l’impreparazione militare, la Russia entra nella guerra mondiale. In settembre, prima grande sconfitta ai Laghi Masuri. Il nome di San Pietroburgo viene russificato e diventa Pietrogrado.
1915 Nuove sconfitte russe. I tedeschi arrivano a Varsavia, Brest-Litovsk, Vilna. In settembre i socialisti europei contrari alla guerra (ancora molto pochi) si riuniscono a Zimmerwald, in Svizzera. Lenin propone di trasformare la guerra in guerra civile, ma rimane nettamente minoritario.
1916 Il consigliere dello, zar, il «monaco nero» Rasputin, è ucciso da una congiura nobiliare (viene considerato ispiratore della politica filotedesca della zarina). L’inflazione e la carestia raggiungono livelli altissimi e provocano proteste operaie, nonostante lo stato di guerra. Le spese di guerra sono passate da 1.234 milioni di rubli nel 1914 a 14.573 milioni di rubli nel 1916. L’indice dei prezzi è passato da 238 (1 gennaio 1916) a 702 (1 gennaio 1917), considerando 100 i prezzi dell’ 1 luglio 1914.
1917 9 (22) gennaio: grandi manifestazioni celebrative dell’anniversario della «domenica di sangue», organizzate dai bolscevichi, si tengono in tutte le grandi città russe. 18 febbraio (3 marzo): «sciopero all’italiana» (rallentamento della produzione) nelle officine Putilov contro il carovita e alcuni licenziamenti. La direzione chiude la fabbrica il 22 febbraio, gettando sul lastrico i 30.000 dipendenti. Scioperi di solidarietà si allargano a macchia d’olio a tutta Pietrogrado.
B
FORMAZIONE DEL POTERE SOVIETICO (1917-1921)
Più o meno due mesi prima della Rivoluzione di Febbraio, in una conferenza alla gioventù socialista svizzera, Lenin aveva delineato lucidamente le caratteristiche essenziali del processo rivoluzionario che stava maturando in Russia. Tuttavia, pur non avendo dubbi nell’individuare la dinamica e le forze motrici della rivoluzione, il leader bolscevico era assai meno sicuro sui tempi. Così aveva concluso la sua esposizione con le parole: «noi vecchi non vedremo forse le battaglie decisive dell’imminente rivoluzione».
Non si trattava di un clamoroso errore, e neppure solo di prudenza nel formulare previsioni (Lenin non aveva dubbi che «i popoli d’Europa insorgeranno», analogamente a quanto aveva fatto il popolo russo nel 1905), ma di una comprensibile preoccupazione per la contraddittorietà della situazione, in Russia e nell’insieme dei paesi europei. Le condizioni per un’esplosione rivoluzionaria si erano evidentemente accumulate, ma la capacità del movimento operaio organizzato di condurre a un esito positivo i processi che si annunciavano era assai diversa da paese a paese e, nell’insieme, non incoraggiava previsioni ottimistiche, Nella maggior parte dei paesi belligeranti, Germania in testa, a opporsi alla guerra era ancora un nucleo esiguo e perseguitato di internazionalisti; nella stessa Russia, la forza dei bolscevichi, che si erano battuti fin dall’inizio decisamente contro l’intervento e avevano difeso senza mezzi termini la necessità di sabotare lo sforzo bellico e trasformare la disfatta in guerra civile, era estremamente ridotta: al momento del crollo dello zarismo i bolscevichi non raggiungevano la cifra di 24.000.
Il problema maggiore non era tuttavia quello numerico. L’eccezionale radicamento nelle principali fabbriche del paese, dove i pochi militanti che non si erano lasciati trascinare dal riflusso negli anni della reazione avevano acquistato una grande influenza sull’intera massa operaia, era controbilanciato da un’assenza pressoché totale di organizzazioni bolsceviche nelle zone rurali e questo si ripercuoteva anche sull’esercito, dove i socialrivoluzionari avevano l’egemonia tra i soldati, pressoché tutti di origine contadina (gli operai erano in genere esentati dal servizio militare per esigenze della produzione, o inviati prevalentemente nella marina, dove era necessario un livello tecnico e culturale superiore, per le esigenze delle moderne navi da guerra).
Nei primi mesi dopo la Rivoluzione di Febbraio apparve chiaro anche che l’Intelligencija che tante energie aveva fornito al movimento rivoluzionario, era ormai in pieno riflusso e, sostanzialmente appagata dalla fine dell’assolutismo zarista, non era particolarmente interessata alle proposte dei bolscevichi, era ostile anche ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari, orientandosi in maggioranza verso i «cadetti» (o costituzionaldemocratici, di tendenza liberale moderata).
La tradizionale arretratezza russa, che avrebbe posto tanti problemi ai bolscevichi al potere, giocava tuttavia a loro favore nei mesi tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Ad esempio. la grande debolezza delle organizzazioni sindacali, pressoché inesistenti per la spietata repressione dagli anni precedenti era solo apparentemente un ostacolo. In realtà, come nel 1905, ma in modo più generalizzato, nel corso del 1917 la maggior parte dei lavoratori si organizza in consigli e comitati operai che danno vita a Consigli (Soviet) cittadini, estremamente più democratici delle strutture sindacali burocratizzate che si erano consolidate nei paesi in cui il movimento operaio aveva avuto possibilità di vita legale. Il caso limite era la Germania, col movimento operaio più strutturato e meglio organizzato, ma meno controllabile dalla massa degli iscritti (la «base»). I soviet erano elettivi, ma i delegati erano anche revocabili in qualsiasi momento, dal basso come era accaduto nella Comune di Parigi e come Lenin sistematizza in Stato e Rivoluzione, proprio alla vigilia della presa del potere. Gli spostamenti di orientamento politico, di umore, di stato d’animo delle masse potevano così tradursi rapidamente in modifiche degli organi rappresentativi, anziché (come accade abitualmente nei partiti e nei sindacati rigidamente strutturati da una burocrazia sottratta a verifiche immediate) in delusioni, frustrazioni e abbandoni dell’impegno politico, magari preceduti da proteste clamorose quanto vane.
La storia della conquista del potere da parte dei bolscevichi, poche migliaia di individui in larga misura sconosciuti e circondati da un’ostilità implacabile da parte di tutti gli altri partiti, apparirebbe inspiegabile senza tenere conto delle differenze profonde tra il sistema dei soviet e qualsiasi meccanismo rappresentativo tradizionale basato sulla delega assoluta e irrevocabile per quattro o cinque anni. L’ascesa dei bolscevichi da gruppuscolo calunniato e perseguitato (Lenin fu accusato sistematicamente, anche con «prove» fabbricate dal governo provvisorio di essere un agente tedesco) a forza egemone dei soviet di Pietrogrado, Mosca e di tutte le città industriali russe, si spiega al tempo stesso con la grande capacità di cogliere i bisogni più sentiti dalle masse russe indipendentemente dal loro momentaneo orientamento politico e con la paziente tattica volta a mettere in contraddizione le masse operaie influenzate dai menscevichi o dai socialrivoluzionari con i loro dirigenti: tutto ciò era possibile solo in quell’eccezionale palestra di democrazia diretta che erano le tumultuose assemblee dei soviet.
Le assemblee di soldati, spesso erano influenzate dalla campagna antibolscevica, e votavano mozioni di fuoco contro i «traditori» che «pugnalavano alla schiena» l’esercito, ma subito dopo rivendicavano l’immediata conclusione della guerra a qualsiasi condizione e la ripartizione totale delle terre. Su questo terreno solo i bolscevichi si muovevano con decisione e senza mezzi termini, sapendo che in questo modo avrebbero finito per conquistare l’appoggio anche di chi, nei primi mesi del 1917, era stato convinto a combatterli.
A livello operaio era ancora più facile, perché il peso dei bolscevichi era in partenza maggiore, per il ruolo che avevano avuto nella proclamazione dei primi scioperi che avevano fatto cadere lo zar, per il prestigio accumulato negli anni più duri della reazione e del terrore, per la concretezza delle loro parole d’ordine: di fronte alla carestia, alla disorganizzazione del lavoro, all’arricchimento dei profittatori di guerra. all’indurimento delle condizioni di lavoro, avevano proposto e messo in pratica la riduzione immediata dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere, (mentre, per esigenze belliche a volte superava le 12!), il controllo operaio per identificare i profitti nascosti, per reperire i viveri imboscati dagli speculatori, per ricalcolare i prezzi in base a una logica diversa da quella del massimo profitto. Ma ancora più presa facevano le parole d’ordine più generali, che affrontavano i nodi del potere : la nazionalizzazione delle grandi industrie di interesse nazionale, delle banche (con l’abolizione del segreto bancario, che permetteva di nascondere i colossali arricchimenti di guerra) e, soprattutto, la rivendicazione del superamento del «dualismo di potere» (che contrapponeva al governo provvisorio, formalmente sovrano ma sostanzialmente impotente, il potere dei soviet, non previsti da nessuna costituzione, ma forti del consenso di larghissime masse di operai, di soldati e, in un secondo momento anche dei contadini) attraverso l’attribuzione di tutto il potere ai soviet.
È sintomatico che negli otto mesi che separano la formazione del governo provvisorio alla conquista, del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi, il loro peso politico sia aumentato pressoché ininterrottamente in tutti i rinnovi dei soviet delle grandi città mentre i menscevichi e soprattutto i socialisti rivoluzionari continuavano a essere nettamente maggioritari nelle votazioni di tipo tradizionale, tenutesi nello stesso periodo per eleggere consigli municipali e perfino nelle elezioni della costituente, tenutesi alla fine di novembre del 1917. La differenza tra i due tipi di votazione era sostanziale: per le Dume municipali o l’Assemblea costituente votavano indistintamente tutti i cittadini e pesavano ugualmente i voti di chi era impegnato attivamente nella vita politica frenetica, che si era sviluppata nelle grandi fabbriche e nelle unità militari e quelle di chi sonnecchiava in lontane cittadine di provincia, dove era arrivata a mala pena l’eco della cacciata dello zar; le elezioni dei soviet erano frequentissime, precedute da assemblee appassionate, nelle quali si confrontavano tutte le opinioni, si verificava il comportamento degli eletti, la loro rispondenza al mandato della base elettorale e, soprattutto. si teneva conto di tutto il comportamento precedente di chi doveva essere delegato, giacché c’erano anni o anni, o almeno mesi, di vita in comune, che avevano permesso una conoscenza approfondita (e una maturazione politica accelerata anche degli elementi più passivi e meno preparati). I soviet riproponevano una forma di democrazia diretta, che la lunga storia dell’umanità aveva conosciuto in rare occasioni, dopo la Polis greca.
La tragedia della rivoluzione russa, discende, tuttavia, proprio da questa contraddizione: i bolscevichi, estremamente minoritari, sono riusciti a egemonizzare la forza decisiva della rivoluzione, il proletariato delle grandi città, e a interpretare e rappresentare le ansie delle grandi masse contadine (rappresentate solo in parte dai soviet sorti nelle campagne e ben più spesso dai soviet dei soldati). Ma la loro forza, che consisteva nell’adeguare il loro programma e le loro parole d’ordine alle aspirazioni delle masse, diventava debolezza quando si trattava di organizzare stabilmente e di inserire in un progetto coerente quelle stesse masse. Già prima della conquista del potere, la prima crescita di influenza bolscevica nelle grandi città aveva rischiato di tramutarsi in una catastrofe: i nuovi adepti, entusiasti e impazienti, avevano forzato la mano, fino a ricercare a Pietrogrado nel luglio 1917 la strada di un confronto di piazza prematuro e isolato rispetto al resto del paese. I dirigenti bolscevichi avevano cercato di scoraggiare questa tendenza «avventurista» ma, una volta verificato il suo radicamento profondo nel proletariato pietroburghese si erano guardati bene dal salvarsi l’anima condannando il movimento solo perché lo ritenevano immaturo tatticamente. Così, il governo Kerenskij aveva colto l’occasione per far pagare cari ai bolscevichi tutti i successi precedenti e aveva attribuito le manifestazioni a un piano insurrezionale, per il quale vennero arrestati i principali dirigenti del partito, salvo Lenin, rifugiatosi in Finlandia.
Ben più grave quel che accadde ai vincitori dopo la conquista del potere (a Pietroburgo, in particolare, tanto facile da essere costata molto meno sangue di tante altre manifestazioni pacifiche dei mesi precedenti), quando si trovarono alla testa di un enorme paese, all’interno del quale erano organizzati quasi esclusivamente nelle grandi città industriali. Il successo era stato facilitato dalla decisione con cui i soviet già influenzati dai bolscevichi avevano preso l’iniziativa di fermare il tentativo di colpo di Stato reazionario del generale Kornilov, verso il quale Kerenskij, per le troppe complicità e ambiguità, era sostanzialmente impotente. I soldati, che capivano il significato di una dittatura militare guidata dall’ufficiale che aveva reintrodotto la pena di morte a fronte prima e dopo nelle retrovie; gli operai, che sapevano che un successo di Kornilov significava ritornare alle condizioni del terrore stolypiniano; i contadini, che avevano cominciato a prendersi le terre di cui il governo Kerenskij rinviava una ipotetica distribuzione, magari con indennizzo, a un secondo tempo, dopo la fine della guerra: tutti coloro, insomma, che la rivoluzione aveva risvegliato e mobilitato, si trovarono al fianco dei bolscevichi, anche se appena due mesi prima avevano creduto alle menzogne governative sul «complotto filotedesco» e avevano votato ordini del giorno di plauso alla messa al bando dei «sovversivi».
La forza decisiva, al momento dell’insurrezione, fu quella dei reggimenti chiamati inizialmente a Pietrogrado per ristabilire l’ordine e gradatamente conquistati alle tesi bolsceviche. La semplice concretezza delle due parole d’ordine bolsceviche, che si tramuteranno nei primi decreti del nuovo potere sovietico («pace subito» e «nazionalizzazione immediata di tutte terre», la cui divisione veniva affidata ai diretti interessati), rendeva irresistibile la loro proposta organizzativa : tutto il potere ai soviet! I soldati «votavano con i piedi», cioè decidevano concretamente la fine della guerra e, dopo le varie iniziative più o meno simboliche di fraternizzazione con i soldati tedeschi o austriaci, prendevano direttamente la strada di casa, per non essere tagliati fuori dalle divisioni delle terre, che in molti governatorati erano già cominciate assai prima del decreto del Consiglio dei Commissari dei Popolo (come si chiamò il primo organo di governo sovietico). Ma se al fronte o nelle caserme di Pietrogrado pochi militanti bolscevichi erano riusciti a orientare facilmente la maggior parte dei contadini-soldati, interpretandone le aspirazioni e traducendole in parole d’ordine precise, dopo lo sfaldamento definitivo delle armate sparse sull’immenso teatro di guerra la capacità dei bolscevichi di continuare a dirigere il movimento contadino si ridussero a poco o nulla.
Nei primi sei mesi di vita del potere sovietico, questo fu messo a dura prova non solo dall’aggressività dei nemici esterni, ma dalla difficoltà di continuare a mobilitare le stesse forze che avevano determinato i primi successi della rivoluzione. L’esercito si era liquefatto, ma non così gli eserciti delle potenze centrali (pur minati da profonde contraddizioni: nei primi mesi del 1918, un’ondata di scioperi in Germania e in Austria ebbe serie ripercussioni in diverse unità militari, soprattutto di marina). Così, dopo avere resi pubblici tutti i trattati segreti rinvenuti negli archivi dei ministero degli Esteri e avere rilasciato proposte per una pace immediata senza annessioni, i nuovi dirigenti sovietici si trovarono di fronte una prosecuzione dell’offensiva tedesca.
All’interno del Partito bolscevico — che, dal VII Congresso del POSDR ai primi di marzo del 1918, assunse il nome di Partito Comunista (bolscevico) di Russia — lo scontro sulla possibilità di tramutare la guerra in «guerra rivoluzionaria», come aveva fatto la Rivoluzione francese minacciata dagli emigrati e dalle altre potenze europee, venne risolto dalla constatazione che non c’erano più unità militari disponibili per rispondere a un appello per salvare la patria russa e la rivoluzione sovietica. Il trattato di Brest-Litovsk, firmato senza leggere il testo dai rappresentanti dello Stato sovietico (per sottolineare lo stato di costrizione in cui si trovavano), amputava la Russia di un territorio di un milione di chilometri quadrati, con oltre 50 milioni di abitanti. Lenin, più volte in minoranza nella discussione nel Comitato centrale bolscevico, aveva finito per prevalere (con la maggioranza di un solo voto, quello di Trotskij, inizialmente contrario all’accordo), sostenendo che occorreva comunque salvare la rivoluzione nel piccolo territorio in cui si era arroccata e che, in ogni caso, la rivoluzione imminente in Europa avrebbe permesso di rimettere tutte in carte in tavola in un contesto più favorevole.
Ma se era stato possibile arginare e battere l’opposizione interna al Partito, capeggiata dal giovane e brillante Bucharin, allora leader della corrente dei «comunisti di sinistra», ben più complesso era il problema di fare fronte all’ondata di indignazione suscitata da quel trattato in tutta la società russa, in particolar modo nelle componenti della sinistra non comunista dei soviet che, in misura diversa, avevano assicurato un certo sostegno ai bolscevichi.
Particolarmente tragica sarà la rottura col nuovo potere sovietico da parte dei « socialisti rivoluzionari di sinistra», che avevano accettato di entrare nel Consiglio dei Commissari del Popolo e che fornivano un’importante copertura politica al nuovo regime nelle campagne, tradizionalmente influenzate dai secial-rivoluzionari, eredi dei populisti,che avevano dedicato per decenni la loro vita alla causa dei contadini senza terra.
I socialisti rivoluzionari di sinistra, dopo avere tentato un’impossibile alleanza con Bucharin, non si limitarono a passare all’opposizione, ma scatenarono un’offensiva terroristica, che si riallacciava alle loro vecchie tradizioni e nella quale recuperavano i contatti con l’altra ala del partito: ai primi di luglio, un social-rivoluzionario uccide il conte von Mirbach, ambasciatore tedesco, sperando di innescare in questo modo una ritorsione tedesca e, successivamente, la riscossa della «guerra rivoluzionaria» secondo il modello giacobino. In agosto, è lo stesso Lenin a essere colpito. Sopravvive all’attentato, ma la sua salute sarà fortemente indebolita, creando le premesse per la sua fine prematura.
Così i social-rivoluzionari passano, in pochi mesi, dal governo alle carceri sovietiche, mentre i bolscevichi rimangono soli alla testa del paese. Non era nel loro programma. La presa del potere non era avvenuta in nome del partito, ma dei soviet e se a partecipare al governo era stato solo il Partito social-rivoluzionario di sinistra, ciò si doveva al fatto che tutti gli altri partiti presenti nei soviet erano stati contrari a che questi ultimi assumessero il potere. Il «monopartitismo» non era affatto una questione di principio per Lenin e per gli altri marxisti rivoluzionari russi, che davano per scontato che il proletariato fossa rappresentato da diversi partiti e consideravano logica la ricerca di forma di collaborazione tra di essi. Ma, una volta isolati e mentre comincia a divampare la guerra civile, appoggiata da un gran numero di potenze straniere, i dirigenti del giovane Stato sovietico induriscono tutte le forme di repressione e cominciano a colpire sempre più duramente gli oppositori, ripercorrendo la strada di quei giacobini ai quali molto spesso si richiamavano, al punto di reinterpretare il presente alla luce degli «insegnamenti» della Rivoluzione francese.
La guerra civile è sorretta e alimentata dall’estero, d‘altra parte, ma trova anche un terreno più fecondo nelle contraddizioni del nuovo assetto sociale. I contadini, tra i quali i bolscevichi non sono mai stati presenti in modo sistematico e generalizzato, dopo avere beneficiato con entusiasmo del «decreto sulla terra», si sono guardati bene dall’accogliere le proposte di organizzarsi in forme associative e cooperativistiche tendenti a elevare la produttività : la fama secolare di terra si è tradotta in una frammentazione esasperata della terra coltivabile, che impedisce qualsiasi ammodernamento tecnologico. Venticinque milioni di piccoli appezzamenti forniscono, per la primi volta, di che sfamarsi ad altrettanti nuclei familiari. Ma non forniscono nulla di più. La grande maggioranza dei contadini russi, nel primo anno in cui ha la libertà di coltivare la propria terra, consuma tutto quel che produce e non fornisce nulla al mercato. Così la Russia, che negli ultimi decenni dello zarismo aveva un posto di rilievo tra gli esportatori di frumento, si trova a non potere soddisfare neppure il fabbisogno interno della città. Nel 1891 il ministro delle finanze,Vyšnegrandskij, aveva teorizzato: « Magari non mangeremo, ma dobbiamo esportare». Ora, finalmente, i contadini mangiano, ma non mangiano più gli abitanti delle città, in particolare la classe operaia giunta al potere. L’approvvigionamento delle città diventa sempre più drammatico
durante l’inverno e la primavera del 1918 e spingono gli operai a cercare direttamente viveri con spedizioni nelle campagne che, agli occhi dei contadini, appaiono vere e proprie spoliazioni : buon grano contro pezzi di carta, che promettono un ipotetico pagamento in un futuro imprecisato. Di scambi in natura, non se ne parla: le fabbriche sono quasi tutte chiuse per mancanza di materie prime, per l’embargo decretato da tutta le potenze mondiali, per la difficoltà nei trasporti interni, per l’isolamento delle zone industriali, in genere sotto controllo sovietico, riscatto alle zone periferiche occupate dalle bande bianche, o dai corpi di spedizione stranieri.
Così, i contadini cominciano a ripetere la frase (riportata dallo stesso Lenin) : «i bolscevichi erano buoni, ma i comunisti sono insopportabili». Naturalmente, per la maggior parte dei nuovi proprietari, l’avversione nei confronti degli operai in cerca di cibo non fa dimenticare che i generali bianchi sono proprietari terrieri e che la loro vittoria rimetterebbe in discussione la riforma agraria. Così, quasi sempre, si limitano a difendersi localmente dalle bande bianche, o assumono atteggiamenti di neutralità armata (su cui nascerà un’effimera repubblica « verde », capeggiata dall’anarchico Machno) e solo in alcune zone, soprattutto cosacche, dove già esisteva una proprietà contadina abbastanza fiorente, appoggeranno per un certo periodo i controrivoluzionari. Ma in ogni caso, per i comunisti, i contadini non sono più degli alleati sicuri e spesso sono uno strato verso cui debbono muoversi con precauzione e sospetto. L’uscita dei socialisti rivoluzionari di sinistra dal Consiglio dei Commissari del Popolo avviene proprio all’inizio di questa difficile fase e contribuisce a indebolire (e a inasprire) i comunisti, che affrontano la questione contadina senza la mediazione di quegli alleati che avevano avuto inizialmente proprio la funzione di tramite verso le campagne.
Gli anni della guerra civile sono determinanti per l’involuzione della democrazia sovietica. Isolati in tutte le strutture del nuovo potere, i comunisti troppo spesso fanno di necessità virtù, teorizzando come ottimale la situazione in cui sono stati costretti : così comincia a nascere la concezione del partito unico (da allora dogma talmente indiscusso da fare ritenere incredibile che tale non fosse nel primo anno della rivoluzione). La censura, applicata inizialmente per ragioni di sicurezza che non escludeva la pubblicazione di organi di opposizione perfino in momenti drammatici come durante le trattative per la pace di Brest-Litovsk, diventa una norma ferrea, applicata da funzionari sempre più immedesimati nel proprio compito. La militarizzazione dalla società, avviata quando tutto era appeso a un filo e intorno all’Armata rossa si raccoglievano tutte le energie disponibili, diventa un’abitudine e un costume dal quale stentano a staccarsi migliaia di quadri di origine operaia che nell’esercito hanno fatto le loro prime esperienze di direzione. E il nuovo esercito rivoluzionario, per battere le formazioni «bianche». bene armate e bene organizzate dagli ufficiali zaristi e da quelli delle varie potenze che intervennero nella guerra civile, dovette a sua volta strutturarsi con criteri rigidi, sostituendo l’anarchia e lo slancio disordinato delle prime formazioni di guardie rosse con una disciplina ferrea (anche se ancora basata su un’elevata consapevolezza politica di tutti e su un profondo egualitarismo).
Il partito stesso si militarizza. Formalmente, ciò avverrà col Congresso del 1921, che sopprimerà «temporaneamente» il diritto di organizzare frazioni (che era sempre stato in vigore, sia negli anni della reazione zarista, sia nei primi difficilissimi anni di lotte per la sopravvivenza). Tuttavia, le necessità dello scontro spingono a un irrigidimento di fatto del regime interno al partito e, già nel 1919, su proposta di Zinov’ev, è comparso nello Statuto un paragrafo dedicato alla «disciplina». Oggi tale termine appare inseparabile dal modello che si dice «leninista»; eppure, fu introdotto solo due anni dopo la conquista del potere, per iniziativa non di Lenin, ma di un futuro oppositore : chiaramente ricalcava le esigenze di quel terribile periodo di guerra civile dall’esito tutt’altro che scontato.
Anche sul piano economico, la disorganizzazione provocata dall’infuriare delle battaglie, dall’interruzione dei trasporti, dalla penuria generalizzata, dall’inflazione galoppante, dalla sfiducia nella nuova carta moneta emessa dal potere sovietico, aveva determinato la sparizione pressoché totale dello scambio monetario, sostituito da forme primitive di baratto, o da spicciative confische da parte dell’esercito, Questo stato di fatto, tutt’altro che invidiabile, venne idealizzato dall’entusiasmo di Bucharin, che identificò nel nuovo assetto dell’economia una forma che prefigurava il lontano ideale dei marxisti e che venne pertanto chiamata «comunismo di guerra».
Ma, al termine della guerra civile quando sarà ristabilito il normale funzionamento dell’economia con la Nuova politica economica (NEP), quello che sarà veramente difficile rimettere in piedi sarà il sistema dei soviet, ridottisi in quegli anni a nomi senza alcuna corrispondenza con la funzione iniziale e svuotati di ogni reale potere, Sarà questo il prezzo più pesante pagato dalla Russia sovetica negli anni in cui la lotta per la sopravvivenza fu all’ultimo sangue. Sarà questa la premessa essenziale della trasformazione di una democrazia diretta avanzatissima in un regime oppressivo e poliziesco senza precedenti nella storia.
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1917 15 marzo : abdicazione dello zar. Il soviet di di Pietrogrado emana l’ordine n.1 sulla costituzione dei comitati militari elettivi, che provocherà furiose reazioni tra gli alti ufficiali.
24 marzo : il soviet di Pietrogrado impone la giornata lavorativa di 8 ore, che già in molte fabbriche è stata realizzata di fatto dagli operai, con l’uscita in massa allo scadere dell’ottava ora.
17 aprile: Lenin, appena giunto a Pietrogrado, presenta le Tesi d’aprile, che sconfessano la politica conciliante seguita fino a quel momento dei bolscevichi: le tesi saranno approvate dopo dieci giorni di discussioni appassionate e comporteranno la fine dell’appoggio al governo provvisorio e la preparazione del partito a una prospettiva di presa del potere da parte dei soviet.
17 maggio: Trotskij giunge a Pietrogrado, concludendo rapidamente un accordo per la confluenza del suo gruppo nel Partito bolscevico, da cui, dopo le Tesi d’aprile, non lo divide più nulla.
16 giugno - 8 luglio: I Congresso panrusso dei soviet. Su 822 delegati, solo 105 sono bolscevichi (285 sono socialisti rivoluzionari, 248 menscevichi).
16-17 luglio: manifestazioni contro la guerra a Pietrogrado («giornate di luglio»). Nei giorni successivi la repressione costringe Lenin all’esilio in Finlandia e porta Trotskij e altri leader in carcere.
20 luglio: il Primo ministro, principe L’vov, dà le dimissioni e il socialista rivoluzionario Kerenskij ne prende il posto. Il 25 luglio viene ristabilita la pena di morte al fronte, che il 16 agosto viene estesa dal generale Kornilov anche alle retrovie.
7 settembre: colpo di Stato del generale Kornilov, bloccato sul nascere dai bolscevichi. Il 13 settembre, sconfitta definitivamente la rivolta, emerge clamorosamente lo spostamento nei rapporti di forze a favore dei bolscevichi: il soviet di Pietrogrado approva (con 279 voti a favore, 115 contro e 50 astensioni) una risoluzione bolscevica sul potere agli operai e ai contadini. Kerenskij, rimesso provvisoriamente in sella dalla sconfitta di Kornilov, è costretto a proclamare la repubblica (fino a quel momento la forma istituzionale era rimasta in sospeso, più per mancanza di disponibilità di principi di sangue reale ad assumere la reggenza al posto di Nicola II che per volontà dei governo). In quegli stessi giorni i bolscevichi conquistano la maggioranza anche nel soviet di Mosca e in numerose altre città decisive.
20 ottobre: apertura di un artificioso «preparlamento», voluto dalle forze moderate. I bolscevichi, dopo una dichiarazione di Trotskij, abbandonano la seduta. Il 23 ottobre il Comitato centrale bolscevico decide di preparare l’insurrezione armata, che viene affidata a un Comitato militare rivoluzionario del soviet di Pietrogrado, con a capo Trotskij.
29 ottobre: Kamenev e Zinov’ev criticano la decisione dell’insurrezione sul giornale «Novaja žizn’», diretto da Maksim Gor’kij. L’indisciplina clamorosa e pericolosa (anche se il governo è talmente privo di basi reali, che non riesce a fronteggiare il pericolo con misure concrete) provoca il furore di Lenin, che minaccia l’espulsione dei due dal partito (ma subito dopo la vittoria dimentica il pur grave dissidio e utilizza a fondo i due dissenzienti nelle massime cariche del partito o dello Stato).
7 novembre: «Rivoluzione d’Ottobre». Lenin, rientrato clandestinamente in città da un mese, riappare pubblicamente con un discorso al soviet di Pietrogrado, che getta lo basi del nuovo potere; le guardie rosse intanto assaltano il Palazzo d’Inverno, arrestando alcuni ministri e sciogliendo il governo, mentre Kerenskij fugge vestito da infermiera e sotto la protezione di un’automobile diplomatica con bandiera americana. Il giorno successivo, il II Congresso dei soviet approva i decreti sulla pace e sulla terra. Si forma il Consiglio dei Commissari del Popolo, che svolge le funzioni di governo rivoluzionario. Nel primo mese vengono emanati i decreti sul controllo operaio, sull’istituzione della Ceka (l’organo speciale che deve combattere la controrivoluzione) e del Consiglio superiore dell’economia nazionale (Vesezcha). Inizia la pubblicazione di tutti i trattati segreti stipulati durante la guerra dalla Russia o da potenze alleate che ne avevano informato lo zar (come l’accordo Sykes-Picot, con il quale Gran Bretagna e Francia si impegnavano a spartirsi il Vicino Oriente dopo la fine dell’Impero ottomano).
22 dicembre: iniziano a Brest-Litovsk le trattative per l’armistizio tra Russia e Imperi centrali.
1918 Gennaio: dopo alcune settimane di difficili discussioni, alle delegazioni presenti a Brest-Litovsk giunge notizia di violenti scioperi in Austria e in Germania, con parole d’ordine contro il carovita, la guerra e le inique condizioni che si vorrebbero imporre alla Russia sovietica. Il 20 gennaio Trotskij abbandona le trattative, puntando su una soluzione politica che veda entrare in scena le masse operaie tedesche e austriache. Gli scioperi, partiti per iniziative di quadri locali, sono stati però soffocati in breve dalle direzioni socialdemocratiche, che hanno aderito formalmente alla protesta solo per incanalarla e concluderla rapidamente. Alla ripresa delle trattative, le pretese tedesche sono ancora più dure e, dopo una breve rottura, il 3 marzo viene concluso un trattato di pace che toglie alla Russia un terzo delle regioni agricole e della popolazione, più di quattro quinti delle miniere di carbone, oltre metà degli impianti industriali. I confini sono molto vicini a quelli dell’antico granducato di Moscovia. Per protesta, i socialisti rivoluzionari di sinistra escono dal governo e cominciano un’opposizione sempre più violenta.
13 gennaio: si apre l’Assemblea costituente, nella quale i bolscevichi sono in minoranza; il partito più forte è quello socialista rivoluzionario, ma le elezioni sono avvenute subito dopo la sua scissione, che in molte zone non è neppure stata portata a termine, sicché i vecchi notabili della destra sono in maggioranza (all’opposto di quel che accade nei soviet delle principali città e dell’esercito). I menscevichi sono ridotti ai minimi termini. L’Assemblea costituente viene sciolta dai bolscevichi due giorni dopo, senza resistenza, mentre viene convocato per il 23 gennaio il III Congresso panrusso dei soviet, che registra pienamente gli spostamenti dei rapporti di forza avvenuti nel paese e approva tutte le risoluzioni respinte dall’Assemblea costituente.
Marzo: il III Congresso dei soviet ratifica il trattato di Brest Litovsk. Il VII Congresso del POSDR cambia il nome del partito, che diventa Partito comunista (bolscevico) di Russia.
Aprile: truppe tedesche entrano in Finlandia, che è ormai indipendente, ma nella quale si delinea una rivoluzione socialista. D’altra parte, nonostante il trattato di pace, le truppe tedesche sono avanzate in molte zone ben oltre la linea di spartizione originaria, soprattutto in Ucraina. Truppe giapponesi (alleate dell’Intesa) occupano parte della Siberia, col pretesto di premunirsi nei confronti della Germania, con il consenso e poi l’appoggio materiale degli Stati Uniti. Le truppe tedesche continuano ad avanzare, appoggiando vari generali zaristi che costituiscono governi locali. Anche gli ex prigionieri di guerra cecoslovacchi presenti sui territorio russo, armati dall’Intesa, attaccano il governo sovietico e appoggiano un governo provvisorio costituito in Siberia (in luglio, sarà proprio il loro avvicinarsi a Ekaterinburg, dove è detenuto Nicola II, a spingere il corpo di guardia a fucilare l’ex-zar con tutta la famiglia).
6 luglio : l’ambasciatore tedesco von Mirbach è ucciso da un giovane socialista rivoluzionario. Tentativo di rivolta socialrivoluzionaria, subito repressa con una vasta mobilitazione popolare.
Agosto: sbarco di truppe britanniche a Baku e statunitensi a Vladivostok.
30 agosto: Lenin viene gravemente ferito in un attentato social rivoluzionario. Lo stesso giorno viene ucciso a Pietrogrado il dirigente bolscevico Urickij, mentre poco prima era stato assassinato Volodarskij. Per reazione, molti intellettuali critici nei confronti del regime, a partire da Maksim Gor’kij, attenuano l’opposizione e si dichiarano disponibili a collaborare per salvare la rivoluzione.
10 settembre: prima vittoria significativa, a Kazan’, dell’Armata rossa organizzata da Lev Trotskij (che passerà quasi senza interruzione gli anni della guerra civile a bordo del leggendario treno blindato con il quale il comando rivoluzionario si sposta su tutti i fronti). In settembre nuove forze statunitensi sbarcano a Vladivostok e ad Arcangelo. Mentre la guerra mondiale continua, tutti i contendenti trovano un po’ di energie per spedire corpi di spedizione contro la giovane repubblica sovietica. Tuttavia, l’intervento rimane sempre circoscritto a ufficiali superiori, per il rapido contagio delle idee rivoluzionarie tra i soldati (in particolare, nella flotta francese del Mar Nero ci sarà una vera e propria rivolta nell’aprile 1919).
Ottobre : le truppe degli Imperi centrali arretrano su tutti i fronti, mentre aumentano le manifestazioni indipendentiste in molte città, da Praga a Zagabria, da Varsavia a Lubiana, e mentre gli stessi esponenti ungheresi prendono le distanze dal governo austro-ungarico. Vani tentativi di democratizzazione dell’Impero germanico con la nomina a cancelliere di Max von Baden, considerato pacifista e di quello austro-ungarico, con promesse generiche di autonomie per i popoli che stanno, di fatto, conquistandosi l’indipendenza totale.
Novembre: agli inizi del mese la rivoluzione divampa in Germania, alimentata da una rivolta della flotta del Baltico, che rifiuta di prendere il largo per un assurdo suicidio deciso dall’ammiragliato; in Austria la forza decisiva che spazza via l’Impero è la ribellione delle nazionalità oppresse, che si combina con l’opposizione tenace degli operai. Vengono proclamate repubbliche in Germania, in Austria, in Ungheria, in Cecoslovacchia. Ovunque le classi dominanti, terrorizzate dal «modello russo», offrono spazi di compartecipazione subalterna ai dirigenti socialisti, che accettano e si impegnano soprattutto a evitare la generalizzazione e il coordinamento dei Consigli operai, sorti ovunque sul modello dei soviet russi (ma che rimangono attivi solo a livello locale, per mancanza di centralizzazione).
Nello stesso mese, sbarco anglo-francese a Odessa e Sebastopoli, mentre in dicembre la Romania occupa la Bessarabia.
1919 Gennaio: una manifestazione insurrezionale spontanea, alla quale partecipa il giovanissimo Partito comunista di Germania (spartachista), viene repressa nel sangue. Uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, insieme a centinaia di quadri sperimentati. Le giovani leve del partito, nei mesi successivi, cadranno spesso in provocazioni governative e subiranno colpi durissimi, che renderanno sempre più difficile la rivoluzione in Germania. La maggior parte degli operai rivoluzionari, nel 1919 e nel 1920, pur staccandosi dal vecchia Partito socialdemocratico (che collabora senza ritegno a reprimere le agitazioni e organizza, dal governo, l’armamento di bande armate, i «corpi franchi», composte da ufficiali reazionari e da avventurieri prezzolati disposti a sterminare i militanti di sinistra), esita e rimane in una posizione ambigua. La maggior parte degli operai rivoluzionari aderiscono all’effimero Partito socialista indipendente, nato per protesta contro la guerra, ma diretto da elementi oscillanti (i «centristi»), altri fanno capo a gruppi locali autonomi, che non pesano a livello nazionale. La maggior parte di loro raggiungerà il Partito comunista solo alla metà degli anni Venti, quando saranno state sprecate molte occasioni, con iniziative avventate e minoritarie, e quando sarà mutato il punto di riferimento internazionale, per l’involuzione burocratica del gruppo dirigente sovietico e del Comintern.
2-6 marzo: Congresso di fondazione della III Internazionale (Comintern). I delegati sono pochi e scarsamente rappresentativi. In particolare, il delegato tedesco ha avuto mandato dal partito di dichiarare prematura la costituzione di un’Internazionale comunista, ma finisce per farsi trascinare dall’entusiasmo provocato da notizie (poi risultate esagerate) sulla rivoluzione in Austria.
21 marzo: nasce in Ungheria una Repubblica dei Consigli, guidata dal comunista Bela Kun, in carcere fino al momento della sua chiamata al governo. Fusione tra il Partito comunista e quello socialista di Ungheria. Eccessi estremistici, criticati da Lenin, indeboliscono il consenso intorno alla giovane repubblica, che sarà stroncata da interventi stranieri (soprattutto rumeni) ai primi di maggio. Analoga sorte (ma la repressione è organizzata dai «corpi franchi » promossi dal ministro socialista Noske) avrà la Repubblica dei Consigli sorta in Baviera ai primi di aprile. I socialisti austriaci, pur essendo guidati da una corrente di sinistra, hanno evitato di sostenere concretamente le due rivoluzioni nei paesi vicini mentre i sovietici non hanno potuto assicurare alcun aiuto, perchè seriamente minacciati dall’esercito bianco di Kolčak sul fronte orientale e da quello di Judenič, giunto alle soglie di Pietrogrado e spalleggiato da truppe finlandesi.
Per la rivoluzione sovietica, il maggio 1919 segna una tragica verifica dell’impossibilità di rompere l’isolamento. I due anni successivi confermeranno che anche in Italia, in Francia, in Gran Bretagna la rivoluzione è sempre più lontana. Per i bolscevichi, estremamente consapevoli dell’arretratezza russa e che ritenevano avere creato una base di partenza per la rivoluzione europea (che avrebbe dovuto vedere alla sua testa il proletariato più esperto e organizzato, cioè in primo luogo quello tedesco), è l’avvio di un riflessione che avrà effetti laceranti.
Nell’estate e nell’autunno del 1919, comunque, l’Armata rossa consegue importanti successi militari, sconfiggendo Kolčak e Judenič e riconquistando Odessa, Omsk, Char’kov e altre città.
27 settembre: gli anarchici gettano una bomba contro il Comitato di Mosca del Partito comunista. Dura repressione mentre una parte degli anarchici, che avevano già appoggiato il governo sovietico e l’Armata rossa, entra nel Partito comunista.
1920 Nei primi mesi dell’anno, continui successi militari sovietici. Repubbliche sovietiche anche a Chiva, nell’Azerbajgian, e a Buchara. In aprile le truppe della repubblica polacca invadono l’Ucraina.
6 maggio: Kiev cade in mani polacche. Numerosi generali zaristi tra i quali Brusilov, l’unico che avesse ottenuto successi significativi durante la guerra, si mettono a disposizione dell’Armata rossa (che già utilizza, per volontà di Trotskij, molti ufficiali di carriera come tecnici, controllati da vicino da ufficiali e commissari politici di sicura fede comunista).
Giugno: l’Armata rossa riconquista Kiev. Controffensiva sovietica che in agosto arriverà sul territorio polacco istituendovi un Comitato rivoluzionario, composto di comunisti polacchi; la minaccia delle armate sovietiche alle porte di Varsavia provoca una reazione militare e popolare, che capovolge i rapporti di forza. La guerra si conclude (in ottobre) con una pace del tutto sfavorevole alla Russia.
29 novembre: nazionalizzazione delle piccole industrie.
22-29 dicembre : VIII Congresso panrusso dei soviet, l’ultimo quale partecipino, accanto a quello comunista, gli altri partiti. La guerra civile è ormai terminata, di fatto, su quasi tutti i fronti ed è possibile gettare le basi per un piano di elettrificazione, che deve modernizzare e trasformare le campagne.
1921 Febbraio: l’Armata rossa invade la Georgia, imponendo un regime che decide di unirsi alla Russia sovietica.
1-17 marzo: insurrezione della guarnigione di Kronštadt (la fortezza che domina Pietrogrado). La sua composizione è molto mutata, rispetto al 1917. I marinai rivoluzionari, che costituirono la spina dorsale dell’insurrezione del 7 novembre, sono dispersi in tutta la Russia, come dirigenti o commissari politici dell’Armata rossa, o come quadri amministrativi del potere sovietico nelle più lontane regioni. Gran parte dei marinai e dei soldati sono giovani senza esperienza politica, in parte di origine contadina; il loro regime alimentare (contro cui si innesca la prima protesta) è duro, ma relativamente privilegiato rispetto al resto della Russia, che conosce privazioni terribili. Tuttavia, la loro rivolta, che assume subito un forte carattere politico («i soviet, senza i comunisti»), provoca un’ondata di panico, perché viene interpretata come sintomatica di una rottura generalizzata tra i protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre e lo Stato scaturito da essa.
C
TRASFORMAZIONI NEL PARTITO
E NELLO STATO (1921-1924)
Il X Congresso del Partito comunista (bolscevico) di Russia, tenutosi tra 18 e il 16 marzo del 1921, segna una svolta radicale, che avrà ripercussioni di grande rilievo nel futuro assetto dello Stato sovietico. Svoltosi sotto l’impressione della rivolta di Kronštadt, che impone una sospensione dei lavori per consentire ai delegati di partecipare all’offensiva per piegare la fortezza ribelle (partecipazione non puramente simbolica: parecchi delegati cadono nella difficile battaglia sui ghiacci della Neva), il congresso decide di sopprimere il cosiddetto «comunismo di guerra»; la «Nuova politica economica» (NEP) permette il rilancio dell’iniziativa privata nelle campagne, nel commercio e nella piccola industria, consentendo l’arricchimento dei più intraprendenti. Per sbloccare il malcontento nelle campagne (di cui era un riflesso indiretto la stessa rivolta di Kronštadt ma che si manifestava anche con sommosse nel governatorato di Tambov e in altre importanti zone agricole), viene abolito il sistema delle requisizioni di prodotti agricoli, sostituito da un’imposta fissa in natura.
Tuttavia, se in questo modo si cerca di tenere conto sul terreno dell’economia dei problemi sottesi al malcontento popolare rivelatosi a Kronštadt, non si risponde alle ansie di ritorno a una piena democrazia sovietica basata sul pluripartitismo, sulla libertà di stampa per tutte le tendenze del movimento operaio, sulla fine delle misure poliziesche, che si erano andate infittendo per iniziativa della Čeka, sempre meno controllata dal partito. Al contrario, mentre la repressione a Kronštadt è sproporzionata alla reale portata dell’episodio e conosce nuovi eccessi cekisti anche dopo il ristabilimento dell’ordine, lo stesso Partito comunista bolscevico di Russia modifica le sue norme interne di funzionamento, irrigidendole gravemente con decisioni che dovrebbero avere una durata provvisoria, ma che non verranno mai eliminate e, al contrario, saranno in epoca staliniana rafforzate e codificate. In particolare, di fronte al rischio che i nemici del potere sovietico possano inserirsi nelle contraddizioni interne al partito, il X Congresso limita drasticamente il diritto di organizzare frazioni che nella consuetudine dei bolscevichi, come di tutto il movimento operaio europeo, comportavano anche la pubblicità del dissenso attraverso la stampa. Il pericolo, in quel momento, è rappresentato dall’ «Opposizione operaia» di Šljapnikov, S. Medvedev e Aleksandra Kollontaj che vengono criticati per l’irresponsabilità con cui si sono mossi, ma a cui viene comunque assicurata una rappresentanza nel Comitato centrale.
Il settimo punto della risoluzione, che prevedeva «persino, come misura estrema, l’espulsione dal partito» dei membri del Comitato centrale che avessero continuato a violare la disciplina (ad esempio, attraverso discussioni preventive in strutture diverse da quelle normali del partito), fu mantenuto segreto, tanto più in quanto si riteneva di fatto non applicabile se non in casi veramente eccezionali. Tuttavia, rispondendo a Rjazanov che proponeva di vietare esplicitamente che si votasse su «piattaforme», cioè su documenti politici contrapposti, Lenin precisava: «Non possiamo privare il partito e i membri del CC del diritto di rivolgersi al partito se un problema fondamentale suscita divergenze. Non riesco a immaginare come potremmo farlo». Dopo avere ricordato le differenziazioni sulla pace di Brest Litovsk, Lenin concludeva che «se le circostanze susciteranno divergenze radicali», il desiderio di «proibire di sottoporle al giudizio di tutto il partito» gli appariva «eccessivo, irrealizzabile», sicché proponeva di respingerlo.
Purtroppo, quel desiderio non era «irrealizzabile» e, per giunta, dopo la morte di Lenin, non solo divenne pratica corrente, ma fu inserito tra i sacri «principi del leninismo» e consolidato al punto che rimane un dogma ancora oggi per tutti i partiti comunisti, compresi quelli che hanno cominciato a prendere le distanze, almeno per quanto riguarda gli aspetti più respingenti, dallo stalinismo e dall’attuale società sovietica,
I compiti che si pongono davanti al Partito comunista in quel cruciale 1921 sono così complessi, che le implicazioni di quella svolta non vengono percepite subito. In primo luogo, l’attenzione si concentra sulla realizzazione della NEP, che richiede misure delicate e comporta pericoli di restaurazione strisciante del capitalismo, attraverso una nuova accumulazione di capitali, consentita soprattutto dall’affitto a privati di piccole e medie imprese nazionalizzate. Una grave carestia colpisce molti governatorati e impone misure drastiche, compresa la creazione di un Comitato panrusso per gli aiuti alle vittime della carestia, affidato a personalità non comuniste e, a volte, anticomuniste, che vengono autorizzate a stabilire rapporti con società filantropiche americane (ma pagheranno poi con il carcere questi contatti, che cominciano a diventare sospetti anche quando sono inizialmente autorizzati).
Le dimensioni della penuria sono fornite dai dati ufficiali della Direzione centrale di statistica: nella carestia del 1921-1922 morirono 5.053.000 persone.
La «ritirata» della NEP (rispetto alle improvvisazioni estremiste che avevano tentato di costruire il «comunismo di guerra» attraverso la sistematizzazione del caos imposto dalla guerra civile) era dunque più che necessaria e semmai tardiva. D’altra parte, le misure di nazionalizzazioni generalizzate non erano nel programma iniziale dei bolscevichi e tanto meno lo era la loro assurda estensione fino alle più piccole impresa di commercio al minuto, realizzata nel 1919-1920 (la nazionalizzazione delle banche era avvenuta il 27 dicembre 1917, quella dei settori decisivi del l’industria e dei trasporti il 28 giugno 1918 lasciando comunque ancora alcuni spazi per un settore privato). Una certa cautela era stata adottata nei confronti di imprese straniere, alle quali ancora prima della NEP, nel 1920, erano stati aperti spiragli per accordi di sfruttamento di risorse minerarie siberiane. Ma il contesto internazionale era tale, che tutte le trattative in tale senso non arrivarono in quel periodo a conclusioni concrete.
Tuttavia, il consolidamento dello Stato sovietico in seguito alla sconfitta di tutti i principali capi «bianchi» e alcune interessanti iniziative diplomatiche in Asia (trattati con la Turchia, l’Afghanistan, e la Persia, stati questi ultimi dei quali veniva riconosciuta pienamente l’indipendenza, minacciata da mire britanniche, e a cui si assicurava appoggio per i tentativi di rinnovamento avviati da Riza Khan in Iran, Amanullah in Afghanistan e da Kemal in Turchia), facilitavano un ammorbidimento del governo britannico, che cessava il boicottaggio della Russia sovietica, riconoscendone il governo de facto, con un importante trattato commerciale siglato il 16 marzo 1921. Il retroscena di questo accordo era un impegno sovietico ad astenersi da propaganda o iniziative ostili agli interessi britannici tra i popoli dell’Asia, con particolare ed esplicito riferimento all’India e all’Afghanistan. Era un impegno assunto dal governo sovietico ma, di fatto, avrebbe condizionato anche il Comintern (analogamente, gli accordi russo-turchi e russo-persiani dello stesso periodo inflissero un duro colpo alle giovani ma vigorose forze comuniste presenti in quei due paesi asiatici, che furono isolate e poi brutalmente represse dai governi nazionalisti proprio nel momento dell’accordo con Mosca).
La ricerca di una «nuova politica estera», analoga alla NEP in economia, era comunque imposta dalla necessità di riprendere scambi con l’estero, ma anche da una lunga serie di sconfitte, che avevano distrutto la maggior parte delle speranze riposte in una prossima fine dell’isolamento, attraverso la ripresa della rivoluzione in Europa, in particolare in quei paesi più sviluppati, che erano sempre stati considerati dai marxisti il punto più forte dello schieramento rivoluzionario.
Il III Congresso dell’internazionale comunista (giugno-luglio 1921) deve tracciare un bilancio estremamente negativo dell’azione svolta dai giovani partiti comunisti e tentarne un riorientamento ispirato a un maggiore realismo. In Germania, nel marzo, una sconsiderata iniziativa insurrezionale ha fatto perdere al Partito comunista molto di quanto aveva conquistato, in particolare da quando, un anno prima, si era posto alla testa delle mobilitazioni contro il putsch di Kapp, ripercorrendo l’esperienza bolscevica della lotta contro Kornilov, In Italia è nato da poco il Partito comunista; tardi rispetto alle grandi mobilitazioni operaie culminate nell’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, rimaste senza una direzione centralizzata, ma forse troppo presto e male, rispetto ai ritmi di maturazione politica della massa dei militanti socialisti : così alla scissione, solo una parte esigua dei socialisti rivoluzionari e internazionalisti sono entrati nel nuovo partito, che rifiuta i consigli di Lenin sulla necessità di una tattica di «fronte unico» di partiti operai contro il fascismo in ascesa e s’illude di potere egemonizzare da solo le masse operaie. Un po’ in tutta l’Eurona ingenuità e settarismi portano allo sperpero delle energie rivoluzionarie e aiutano le vecchie direzioni socialdemocratiche, uscite screditate dalla guerra, a recuperare forze e capacità di manovra. Il III Congresso dell’Internazionale e quello successivo, gli ultimi ai quali poté partecipare Lenin, sono ricchissimi di discussioni appassionate e aperte e di stimoli autocritici. La riflessione di Lenin e Trotskij sull’estremismo viene mal compresa e, purtroppo, sarà assimilata dalla maggior parte dei partiti comunisti solo nella seconda metà degli anni Venti, quando il metodo di conduzione dell’Internazionale stava cambiando, trasformando quest’ultima in una pura e semplice cinghia di trasmissione delle esigenze della burocrazia sovietica. Già nel 1923, in Germania, accanto agli errori delle direzioni comuniste locali, troviamo quelli degli inviati del Comintern, più preoccupati dei dibattiti di Mosca che della reale situazione tedesca. Negli anni successivi, soprattutto in Gran Bretagna e in Cina, le sconfitte del movimento rivoluzionario provocate dal Comintern saranno particolarmente gravi e chiuderanno per almeno un decennio qualsiasi possibilità di rompere l’isolamento dell’Urss. Così, la sorte del nuovo Stato sarà determinata esclusivamente dalle condizioni interne, con tutto quel che significa il peso dell’arretratezza culturale e politica delle grandi masse di quello sterminato paese.
La ripresa economica relativa, che (sia pure non immediatamente e con la già ricordata eccezione della carestia provocata dalla straordinaria siccità nel bacino del Volga) è una delle conseguenze della NEP, avviene in condizioni molto particolari e pericolose. La mancanza di incentivi per la produzione agricola aveva portato i bovini a due terzi di quelli del 1913, le pecore al 55%, i maiali al 40%, i cavalli al 71 % ( sempre rispetto all’ultimo anno prima della guerra) . Nell’industria tessile solo il 6 % dei fusi del periodo prebellico erano ancora in funzione, le acciaierie non superavano il 5% e l’insieme degli articoli industriali di consumo arrivava appena al 13% del livello dei 1913 ma, per assenza di trasporti, circolava solo in zone molto circoscritte. Le città maggiori, a fabbriche chiuse, avevano visto un esodo verso le campagne, dove qualcosa da mangiare si trovava sempre.
Quando avviene la ripresa dell’attività economica, le fabbriche hanno ormai una composizione operaia del tutto diversa da quella del periodo prerivoluzionario. Lo strato più politicizzato si è spostato nell’Armata rossa, nell’apparato di partito e dello Stato ed è stato duramente decimato durante la guerra civile (i «bianchi» non facevano prigionieri, ma fucilavano direttamente i comunisti che catturavano). Altri operai che, pure, formavano la base naturale dei quadri bolscevichi nel 1917, si sono dispersi nei villaggi dai quali provenivano. Alla riapertura delle fabbriche, assicurata dalla ripresa dei commerci con l’estero, dalla riorganizzazione dei trasporti, dal migliorato approvvigionamento di viveri, gran parte della nuova classe operaia non ha alcuna esperienza professionale e politica, sicché al nome di soviet non corrisponde più nulla di quell’eccezionale vivacità politica e culturale che aveva permesso l’ascesa bolscevica dai febbraio all’ottobre del 1917.
Per sopperire alla fuga di tanti tecnici e ingegneri, che hanno abbandonato la Russia durante la guerra civile, giungono ora molti esperti dalla Germania, dagli Stati Uniti, da altri paesi industriali. Sono spesso comunisti o, comunque, sostenitori della rivoluzione russa, ma sono abituati a un livello di vita talmente superiore a quello russo di quegli anni che è indispensabile assicurare loro un regime alimentare relativamente privilegiato. Ben presto i privilegi (assegnati loro come un indispensabile arretramento temporaneo rispetto ai principi egualitari che avevano caratterizzato la rivoluzione) vengono rivendicati anche dai direttori, dai segretari del partito e del sindacato, da tutti i «quadri» eminenti a livello di fabbrica, di distretto, di ministero, fino a reintrodurre criteri retributivi differenziati in tutta la società sovietica. Questo processo, difeso nella sua fase iniziale dallo stesso Lenin come un cosciente passo indietro, una deroga necessaria, anche se estremamente pericolosa, viene poi a mano a mano teorizzato dalla burocrazia, di cui Stalin, divenuto segretario generale nel 1922, si fa sempre più consapevolmente interprete. Si arriverà, in età staliniana, a condannare come «deviazione piccolo-borghese» l’egualitarismo, che era invece per Lenin un principio fondamentale, come ognuno poteva verificare rileggendo Stato e rivoluzione. (Qualcosa di simile ai medievali crocifissi rivestiti di panni sontuosi per combattere le «eresie» pauperistiche, che osavano ricordare che Cristo era nato e vissuto poveramente.)
Non si trattava, comunque, di una polemica bizantina e astratta: la preoccupazione dei marxisti classici, compreso Lenin, nei confronti dei privilegi materiali dei funzionari era basata su una considerazione concreta e realistica, che avrà purtroppo abbondanti verifiche nella storia sovietica successiva. Se i dirigenti politici e amministrativi vengono retribuiti molto più di quanto lo sarebbero rimanendo al loro posto in produzione (negli anni Venti non era ancora molto di più, ma era pur sempre un vantaggio rilevante rispetto alle privazioni del grosso della popolazione), diventa comprensibile che considerino una sciagura il ritorno alla posizione di partenza e che siano disposti ad attribuire i peggiori intenti a chi, criticandoli, minaccia di privarli dei privilegi di cui godono. Ciò è tanto più pericoloso quanto più una società, come quella sovietica, recluta i suoi quadri dirigenti tra operai e contadini (paradossalmente, i pochi dirigenti bolscevichi di origine borghese, nobiliare o provenienti da professioni ben retribuite, erano i meno sensibili a queste lusinghe, giacché avevano rinunciato da anni o decenni per ragioni ideali ai vantaggi offerti loro dalla posizione sociale, per affrontare una vita di privazioni, di esilio, di pericoli di ogni genere).
L’elemento più conservatore e più interessato all’ampliamento dei privilegi (e all’inevitabile inasprimento della repressione preventiva, giacché ogni diseguaglianza deve essere difesa: se non c’è pane per tutti, diventa indispensabile un poliziotto che regoli la coda davanti al fornaio e, a maggior ragione, davanti al fornaio che rifornisce solo le mense dell’apparato...) sarà, dunque, quello arrivato nei Partito comunista dopo la fine della guerra civile, senza grandi esperienze politiche, senza grandi cariche ideali, senza interesse (o anzi con un notevole fastidio) per le vicende dei movimento operaio internazionale.
Gli ultimi anni di vita di Lenin lo vedono sempre più angosciato rispetto alle caratteristiche che la nuova società sta assumendo, per una dinamica che egli in parte intuisce e cerca di contrastare, ma che sembra ineluttabile. In particolare, Lenin è allarmato per l’immensa proliferazione della burocrazia sovietica, che si alimenta anche dei residui della burocrazia zarista (che rimane politicamente marginale, ma da cui vengono mutuati costumi e arroganza). Anziché combattere il fenomeno, il partito lo asseconda e lo guida: giacché il «partito» è diventato assai diverso da quello che aveva conquistato il potere. In parte, si tratta di un fenomeno inevitabile: i 24.000 militanti del febbraio 1917 erano diventati 732.000 nel marzo 1921. La crescita più impetuosa era avvenuta proprio quando era evidente che la vittoria era assicurata e un gran numero di ambiziosi, di carrieristi, aveva prese la tessera. Già nel 1919, all’VIII Congresso dei partito, un delegato osservava che, mentre scarseggiavano gli operai, ammessi nel partito con difficoltà, «funzionari dei soviet e ragazze d’ogni genere impiegate come dattilografe ottengono l’iscrizione con estrema facilità». Già a quell’epoca risalgono le prime preoccupazioni di Lenin per l’abbassamento del livello politico e della tensione morale nel partito. Tuttavia, una misura apparsa a tutti come tecnica e poco significativa, la nomina di Stalin a segretario generale. nell’aprile 1922, doveva determinare una trasformazione qualitativa nel funzionamento dell’apparato centrale. Tale carica, che non era mai esistita e che aveva allora solo il senso di un coordinamento centrale del lavoro di segreteria (cioè esecutivo e amministrativo, giacché tutte le decisioni politiche erano riservate ai congressi, al Comitato centrale e all’Ufficio politico), aumenta costantemente di peso; di fatto, Stalin comincia a rafforzare l’apparato centrale, che era stato minuscolo nella prima fase della rivoluzione (quando era affidato quasi esclusivamente alle eccezionali capacità organizzative di un solo uomo, Sverdlov, coadiuvato da un numero esiguo di collaboratori tecnici) e che era cresciuto già per necessità oggettive. Ma, sotto la guida di Stalin, quella che era stata in passato solo una funzione amministrativa (non a caso, Lenin non era mai stato «segretario» del partito) assume poteri sempre più vasti, soprattutto attraverso una rete fittissima di rapporti con gli uffici di segreteria periferici, che già nel 1927 cominciano in alcune zone, per ragioni «tecniche», a essere nominati dal centro del partito, facendo decadere di fatto il principio elettivo, che rimarrà una formalità rituale per sancire, nei congressi, decisioni prese da tempo dall’apparato.
Tra gli strumenti di cui Stalin si serve per consolidare un enorme potere dell’apparato rispetto alla massa degli iscritti c’è l’epurazione. L’idea era partita da Lenin, preoccupato dal carrierismo e dal basso livello di tanti nuovi iscritti : ma chi compie la periodica verifica e l’esclusione degli indegni sono i quadri dell’Ufficio di organizzazione, che fa capo a Stalin. Appena cominciano le prime polemiche interne, che vedono Lenin duramente impegnato, con le ultime energie concessegli dalla malattia incombente, contro l’arroganza burocratica, la soppressione progressiva dei diritti delle minoranze etniche, le ripresa dello sciovinismo panrusso, saranno i vecchi militanti critici a essere progressivamente emarginati e poi espulsi nei primi anni di lotta per la successione; Stalin elimina progressivamente tutta la vecchia guardia bolscevica, mentre si circonda di cinici arrivisti e di mediocri ripetitori di frasi fatte.
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1921 8-16 marzo: X Congresso del Partito comunista. Istituzione della NEP, limitazione del diritto di frazione nel partito.
16 marzo: trattato commerciale russo-britannico.
6 maggio: accordo commerciale con la Germania.
22 giugno-12 luglio: III Congresso del Comintern. Lotta contro l’estremismo nei partiti comunisti.
Autunno: primi contatti con esponenti politici e militari tedeschi per una cooperazione tra i due paesi : la Germania, che non può riprendere la produzione bellica, in base al trattato di Versailles, costruirà fabbriche di aerei, sottomarini e cannoni in territorio sovietico. Addestramento comune di ufficiali tedeschi e sovietici sul territorio russo. Tale collaborazione, che durerà fino all’avvento di Hitler al potere, sarà preziosa per lo Stato maggiore tedesco, mentre al momento della guerra l’Unione sovietica non avrà più nessuno degli ufficiali formatisi nella guerra civile e addestrati poi nelle manovre in comune con i tedeschi: saranno tutti uccisi nella grande purga del 1937-1938.
1922 3 aprile: Stalin nominato segretario generale del Comitato centrale del Partito Comunista.
26 maggio: inizio della malattia dì Lenin.
Giugno : processo ai socialisti rivoluzionari. Primo processo spettacolo organizzato dalla GPU (che da febbraio ha preso i posto della Čeca). Creazione del Glavlit (Dìrezione centrale per le questioni artistiche e letterarie) che unifica ogni forma di censura.
Ottobre: Lenin ritorna al lavoro Mosca, comincia a seguire con particolare ansietà il comportamento degli uomini di Stalin nelle repubbliche caucasiche e denuncia lo «sciovinismo di grande potenza » che riaffiora.
5 novembre-5 dicembre : IV Congresso del Comintern. Lenin interviene a diverse sedute e sviluppa un intenso lavoro di contatti con delegati di vari paesi.
16 dicembre: nuova ricaduta di Lenin, che comincia a dettare la lettera al partito che sarà conosciuta poi come Testamento. Propone l’allontanamento di Stalin dalla carica di segretario generale e varie misure per fare fronte alla crisi del partito.
30 dicembre: costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Oltre alla Repubblica russa. aderiscono Ucraina, Bielorussia e Federazione transcaucasica (Georgia, Armenia, Azerbajgian). Le altre repubbliche asiatiche (Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Kazachstan, Tadžikistan) verranno costituite tra il 1925 e il 1936, quando sarà sciolta la Federazione transcaucasica, portando a undici le repubbliche federate.
1923 Gennaio-febbraio: Ultimi scritti di Lenin, tutti rivolti a comprendere e fronteggiare l’involuzione della società sovietica. Il 9 marzo, nuova crisi di Lenin (perde l’uso della parola). Non si riprenderà più.
8 ottobre: lettera di Trotskij al Comitato centrale sulla vita interna del partito.
15 ottobre: Piattaforma dei 46, firmata da molti autorevoli dirigenti del partito. Riprende e sviluppa le denunce di Trotskij sul deterioramento del regime interno e fa appello a una reale unità politica, basata sulla discussione aperta, anziché sulle trame di una frazione segreta che, dall’interno dell’apparato, gestisce tutta la politica del partito.
1924 16-18 gennaio: XIII Conferenza del Partito comunista. Stalin, sostenuto da Zinov’ev e Kamenev, ottiene la condanna di Trotskij e dei «quarantasei». Si tratta, ancora, di una condanna politica, senza sanzioni disciplinari.
21 gennaio: morte di Lenin.
26 gennaio: San Pietrogrado diventa Leningrado e viene decisa la costruzione di un mausoleo, contro l’esplicita volontà del leader appena scomparso.
D
LA VITTORIA DELLA BUROCRAZIA (1924-1934)
Lenin, notoriamente «laico» e sempre infastidito da ogni retorica e da qualsiasi tipo di culto, fu ricolmato in morte di «onori», che lo avrebbero letteralmente disgustato. Prima della farsa dell’imbalsamazione e della costruzione di un mausoleo di stile egizio, ci fu il «giuramento di Stalin», che rivelava come tra le poche letture del «segretario generale» fossero state decisive quelle degli anni di seminario ortodosso: «il compagno Lenin ci ha comandato di tenere alto e serbar puro il grande appellativo di membro del partito. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo comandamento […]». Il discorso ripeteva ritualmente i «comandamenti», e il «giuramento» di «adempire con onore»…
Le parole, che abbiamo sottolineato in quanto rivelatrici di una mentalità e di un linguaggio del tutto estranei alla tradizione marxista, erano invece particolarmente adatte per le grandi masse spoliticizzate e incolte, che nei mesi successivi sarebbero state immesse nel Partito comunista nel quadro della «leva Lenin» (ennesima beffa, quella di chiamare col nome del bolscevico scomparso un’operazione che egli aveva sistematicamente rifiutato in tutti gli ultimi anni, giacché sosteneva che di iscritti ce n’erano troppi e di proletari reclutabili troppo pochi, per la modifica della composizione sociale delle fabbriche nel corso della guerra e della guerra civile).
La «leva Lenin» ha una funzione decisiva nella trasformazione del Partito comunista in uno strumento che non ha più nulla, al di fuori del nome, in comune con quello dei primi anni della rivoluzione. Mentre Lenin era ancora vivo (ma, appunto, preoccupatissimo e allarmato per la difficoltà a intervenire direttamente, date le condizioni di salute) le «epurazioni» dirette da Stalin avevano tolto di mezzo circa il 50% degli iscritti al partito nel 1921. Nel 1921 gli iscritti erano 732.000; alla fine del 1923, dopo un anno e mezzo di attività del segretario generale, sono 386.000. Molti di quelli che sono stati espulsi o si sono allontanati erano effettiva mente elementi poco attivi, o «immorali», ma tra le centinaia di migliaia di esclusi si trovavano anche moltissimi elementi critici. Per una valutazione dell’ampiezza del ricambio si tenga conto che a essere allontanati non sono solo i 346.000 che risultano dalla differenza tra 732.000 e 386.000: in quel periodo, anche se le statistiche non forniscono dettagli, sono entrati anche molti nuovi iscritti, sicché quelli rimasti erano senz’altro meno della metà degli iscritti del 1921.
La «leva Lenin» riporta il numero degli iscritti a 736.000. In aperta violazione dello Statuto del partito, si accettano iscrizioni collettive (in molte fabbriche vengono reclutati interi reparti e, ovviamente, il criterio tradizionale della presentazione da parte di militanti sperimentati da anni viene così a cadere). Ma quel che conta è come vengono ammaestrati i nuovi iscritti : contrariamente ai metodi di formazione tradizionali del movimento bolscevico, basati sulla combinazione tra esperienza, discussione politica e studio, vengono organizzati corsi rapidi di indottrinamento sul «leninismo», per «aiutare i membri più giovani» a «comprendere il pericolo del trotskismo». Il « leninismo » (di cui mai si era parlato finché Lenin era vivo) viene codificato da Stalin con le sue lezioni sui «principi del leninismo», che divengono la base di uno studio di tipo catechistico che dilagherà presto anche negli altri partiti comunisti.
Al tempo stesso, per non correre rischi, il controllo sulla rispondenza dei nuovi (e vecchi) iscritti al nuovo stile si fa più serrato. Così tra il 1924 e il 1927, vengono ammesse nel partito altre 800.000 persone ma. nel censimento degli iscritti effettuato nel 1027, il totale dei tesserati risulta di 775.000. Anche tenendo conto dei morti, o dei dimissionari per scelta individuale, il numero degli espulsi si avvicina ai 700.000. Quanto basta per effettuare un vero e proprio lavaggio del partito. Comunque, quanto basta per rendere possibile, nel 1927, quel XV Congresso che espelle anche i più prestigiosi leader dell’opposizione di sinistra.
Tuttavia, la sconfitta dell’opposizione di sinistra, il cui primo nucleo era apparso alla fine del 1923 con la Piattaforma dei 46 non era dovuto solo alla capacità di controllare le nuove leve rivelata de Stalin. Quest'ultimo, in realtà, beneficiava di vari fattori di vantaggio. Primo tra tutti, quello di apparire così grigio, spento e incolto (e incolto era realmente) da essere sottovalutato da tutti. Lenin si era reso conto della sua pericolosità, aveva rotto i rapporti personali con lui e aveva implorato Trotskij di assumersi il compito di dare battaglia sulla questione georgiana, che aveva rivelato in pieno la brutalità, il cinismo e l’assenza di principi di Stalin. Trotskij aveva esitato, per ragioni di salute, ma anche e soprattutto per sottovalutazione del pericolo e per una comprensibile esitazione ad impegnarsi a fondo in battaglie interne al Partito. Egli si sentiva sempre l’ultimo arrivato in quel partito dal quale per anni si era tenuto lontano, temendo che la ferrea organizzazione portasse alla dittatura del partito sulle masse, e del Comitato centrale sui partiti. Vivo Lenin, era stata una paura infondata: la fortissima tensione politica e morale e la straordinaria duttilità e volontà di capire i processi reali avevano impedito a Lenin di fare quel che Trotskij aveva temuto. Ma, ora che Staln stava utilizzando e trasformando rapidamente il Partito, Trotskij esitava, temendo di sentirsi rinfacciare il suo passato di battitore libero, di militante coraggioso e infaticabile ma estraneo al lavoro di «costruzione» dello strumento che avrebbe permesso la vittoria dell’Ottobre 1917.
Nessun altro avrebbe potuto ascoltare e seguire gli appelli angosciati degli ultimi mesi di attività politica di Lenin. Tutti gli altri esponenti di rilievo del partito comunista sottovalutavano Stalin ben più di quanto facesse Trotskij. Tanto è vero che si allearono col segretario generale, pensando di utilizzarne l’indiscusso controllo sull’apparato per eliminare concorrenti scomodi, mentre non avevano dubbi su chi avrebbe tracciato la linea da seguire. Non certo l’incolto Stalin, che non sapeva neppure parlare in maniera corretta il russo…
In particolare Zinov’ev e Kamenev, per certi aspetti i più prestigiosi rappresentanti della «vecchia guardia» bolscevica (nonostante la sbandata di destra dell’anno 1917, quando condannarono pubblicamente l'imminente insurrezione, ritenendola avventurista), già nel 1923 avevano stretto con Stalin un accordo segreto, che aveva esautorato completamente il Politbjuro, come essi stessi riveleranno quando romperanno con il loro complice.
Quando, nell’aprile del 1925, essi passeranno a loro volta all’opposizione, la loro credibilità era molto ridotta da quello che avevano fatto durante il periodo del «triumvirato» (come essi chiamarono l’accordo segreto con Stalin). In primo luogo agli occhi di Trotskij essi, in particolare Zinov’ev, apparivano i principali responsabili dell’involuzione del partito (ad esempio già nel 1925 il criterio elettivo era praticamente scomparso da tutte le istanze locali).
Inoltre, l’esperienza della polemica che essi avevano sostenuto contro Trotskij nel periodo precedente rendeva difficile un avvicinamento tra le due opposizioni. Trotskij (oltre alle remore ricordate, che renderanno maldestra e inefficace la sua battaglia anche negli anni successivi, giacché avrà sempre il timore di assumere il ruolo di scissionista in quel partito del quale in origine aveva diffidato e che ora considerava uno strumento preziosissimo, da preservare a costo di qualsiasi sacrificio), era indignato dalle accuse di ambizioni bonapartiste che gli erano state mosse in quel periodo. Tutta la sua storia successiva e precedente conferma che il suo orgoglio non aveva nulla a che vedere con la meschina ambizione di chi punta a una carica, a costo di rinunciare alle proprie idee. Se, appena rientrato in Russia nel 1917, era stato stupito che un suo brillante discepolo per un posto di ministro avesse accettato di tagliarsi fuori dalla dinamica della rivoluzione, anche negli anni del nuovo esilio, a un giovane seguace che gli chiedeva come mai, capo indiscusso dell’Armata rossa, non la avesse utilizzata nella lotta contro Stalin, aveva risposto che se lo avesse fatto avrebbe solo accelerato l’involuzione burocratica.
Così, è comprensibile che Trotskij accusato di mire bonapartiste (mentre i suoi biografi hanno documentato abbondantemente che, al contrario, era così esitante nelle battaglie interne da mancare a molte scadenze decisive, paralizzato da febbri inspiegabili se non come riflessi psicosomatici di un rifiuto interiore), provasse legittimi dubbi su chi interpretava in modo così malevolo e distorto il suo comportamento.
Ma il ritardo con cui Trotskij finì per accettare di unirsi all’opposizione sorta intorno a Zinov’ev e Kamenev non spiega la sconfitta a cui andarono incontro, Il prestigio del primo era enorme tra i combat tenti della guerra civile, tra i giovani, operai o studenti che fossero, delle città chiave della rivoluzione, ma era visto con estremo sospetto dal grosso dell’apparato e da una parte della «vecchia guardia» bolscevica, quella che aveva appoggiato il governo provvisorio prima dell’arrivo di Lenin nell'aprile 1917. Ridotta di numero, essa era però ben presente nelle alte gerarchie dello Stato. Gli altri due dirigenti avevano solidi agganci con alcuni settori dell’apparato, soprattutto a Leningrado, ma erano guardati con diffidenza da chiunque puntasse a un effettivo rilancio e allargamento della democrazia operaia nel partito e nello Stato.
Inoltre, una volta alleatisi in un’opposizione unificata, nella quale Trotskij aveva un peso determinante, finirono per fare lo stesso errore che egli aveva compiuto nei confronti del «triumvirato» : considerarono ancora una volta come pericolo principale non Stalin, ma il brillante e popolarissimo Bucharin, che era diventato il teorizzatore della politica sovietica dopo il 1925 e che, con lo stesso superficiale entusiasmo con cui, «comunista di sinistra», aveva fatto l’apologia della spartizione della miseria ribattezzata «comunismo di guerra», ora invitava i contadini ad arricchirsi.
Avere considerato Bucharin il vero ispiratore della politica staliniana nella seconda metà degli anni Venti non era solo un errore di valutazione, che impediva di cogliere chi realmente avesse in mano il partito, ma significava fraintendere i programmi del nuovo gruppo dirigente, ricercandoli all’interno delle teorizzazioni di Bucharin anziché nelle silenziose manovre d’apparato dell’empirico Stalin. Così Trotskij, e con lui tutta l’Opposizione di sinistra unificata, continuarono a preoccuparsi del pericolo di un «Termidoro» sovietico, giacché l’arricchitevi buchariniano (e la conseguente autorizzazione ad assumere braccianti concessa ai contadini agiati) minacciava di provocare un’accelerazione dell’accumulazione capitalistica nelle campagne.
In realtà Stalin, se nel 1925-1926 non credeva al pericolo di restaurazione capitalistica agitato dall’opposizione (che caldeggiava invece una collettivizzazione delle campagne preparata da una forte industrializzazione, che consentisse di offrire concreti incentivi ai contadini che liberamente decidevano di entrare in aziende cooperative), non era nemmeno favorevole a tale eventualità e, quando i fatti dimostreranno concretamente che lo strato superiore dei contadini aveva acquisito troppo potere, affronterà il problema col suo inconfondibile stile: decretando la «liquidazione dei kulaki come classe». Il che, per la maggior parte di loro, vorrà dire semplicemente la liquidazione tout-court.
Così, mentre i leader dell’opposizione rispondevano alle teorizzazioni di Bucharin, quest’ultimo era poco più che un abbellimento del vero centro di potere, quello creato nel grigiore dell’apparato da Stalin, che andava imponendo a tutta la Russia sovietica il suo modello di ordine e disciplina, eliminando con ogni mezzo tutte le sacche di resistenza. Bucharin era il garante della continuità, giacché era stato il «beniamino del partito», il più amato discepolo di Lenin (dal quale, peraltro, era stato diviso moltissime volte, in modo anche aspro, come era consueto nel vecchio Partito bolscevico, fatto di uomini pensanti e, quindi, spesso divergenti — e non di conformisti, esecutori di una linea indiscutibile). Ma, intanto, negli anni 1925-1928, che vedono Bucharin al culmine del suo apparente successo, l’involuzione del partito e dello Stato sovietico va avanti in maniera impressionante. L’Opposizione viene imbavagliata, prima di fatto, attraverso la limitazione della tiratura dei suoi documenti congressuali, poi di diritto, considerando «inammissibile frazionismo» il tentativo di farli circolare comunque nel partito. Tra gli atti di accusa che nel 1927 portano all’espulsione prima dal Comitato centrale, poi dal partito di Trotskij, Zinov’ev e Kamenev, figura un’incredibile vicenda di una «tipografia clandestina», che altro non era che un modesto riproduttore (ciclostile), con il quale essi tentavano di fare conoscere le loro posizioni, che per statuto avrebbero dovuto essere pubblicate sulla «Pravda». E l’accusa finale riguarderà una «manifestazione sediziosa», che in realtà si limitava al tentativo di portare qualche striscione con parole d’ordine antiburocratiche al corteo celebrativo del decimo anniversario di quella rivoluzione di cui, in misura diversa, erano stati protagonisti ben più importanti di Stalin (ad esempio, si pensi che il famosissimo I dieci giorni che sconvolsero il mondo, scritto a caldo dall’americano John Reed, il libro che Lenin aveva raccomandato agli operai di tutto il mondo come la ricostruzione più lucida e veritiera della Rivoluzione d’Ottobre, nominava appena una volta di sfuggita Stalin in quanto Commissario del Popolo alle nazionalità).
Bucharin, in quegli anni, non era «distratto». Non poteva non rendersi conto di quel che stava succedendo e che determinava trasformazioni tali che, quando sarà costretto a sua volta a passare all’opposizione, non riuscirà a fare circolare una riga su quel che pensava, giacché il dissenso era diventato senza mezzi termini un crimine contro il «leninismo». In tanto egli aveva avuto via libera alla testa del Comintern (sostituendovi Zinov’ev, che peraltro aveva fatto, durante la sua presidenza, non pochi danni) e potrà portare avanti indisturbato una politica di alleanze subalterne dei partiti comunisti con forze borghesi (ribattezzate «contadine»), del tutto contrastante con uno dei più essenziali principi marxisti, quello dell’autonomia del proletariato, e che porterà ben presto a una catastrofe spaventosa in Cina (centinaia di migliaia di comunisti saranno massacrati dalle truppe del generale Chang Kai-shek, capo del Kuomintang, il partito nazionalista all’interno del quale si era sciolto il Partito comunista cinese).
In realtà, Bucharin era stato vittima dello stesso errore di valutazione di tutti gli altri più prestigiosi quadri del partito: aveva creduto essenziale quel che progettava e discuteva in privato con i suoi più stretti amici politici - Rykov che era alla testa del governo sovietico, Tomskij (presidente dei sindacati) - senza accorgersi che nessuna correzione di linea sarebbe più stata possibile in un partito nel quale un’opinione personale era divenuta inconcepibile.
Quando tenterà di muoversi, non saprà fare altro che chiedere aiuto ai leader dell’Opposizione di sinistra sconfitta, rivelando loro che «Stalin era Gengis Khan» e che li avrebbe sterminati tutti, ma senza aver nulla da proporre, se non la propria disperazione.
D'altra parte, fino all’ultimo, mentre già sentiva di essere braccato e aspettava di essere denunciato come «deviazionista», Bucharin si prestò ad apparire in pubblico recitando discorsi prefabbricati, in nome di un’assurda unanimità (mentre intanto negli slogan, senza che fossero indicati con nome e cognome i colpevoli, si cominciava a mobilitare il partito contro il «pericolo di destra»).
Stalin in questa fase è sostenuto ciecamente dall’apparato, di cui ha idealizzato le aspirazioni; in primo luogo quella alla diseguaglianza e all’ingigantimento progressivo dei privilegi (mancano le statistiche, ma in uno dei pochi momenti in cui è trapelato qualche dato, in occasione del XX Congresso del PCUS, risultò che tra le più alte retribuzioni e le più basse si era arrivati a un rapporto di 31 a 1, e questo senza tenere conto dei vantaggi indiretti assicurati dall’uso di un’automobile di Stato, di una dacia in collina, o di una villa o almeno di un appartamento riservato in località balneare, per non parlare della disparità di prezzi e di approvvigionamenti nei negozi riservati ai dirigenti). Anche il fastidio per le vicende internazionali, per i rischi connessi al sostegno di movimenti rivoluzionari in paesi lontani, è stato utilizzato da Stalin: la sua teorizzazione del «socialismo in un paese solo», in contrapposizione alla «rivoluzione permanente», è stata popolarizzata riducendo quest’ultima a una velleità di andare scatenando rivoluzioni a destra e a manca e presentando la propria parola d’ordine come un concretissimo «facciamoci i fatti nostri».
Anche sul piano culturale, le concessioni ai modelli cari ai suoi sostenitori (reclutati in gran parte nei settori meno politicizzati della popolazione e, in parte, nel vecchio apparato zarista) non mancano. Si va dalla grossolana utilizzazione dell’antisemitismo (tanto presente nella società russa che Lenin aveva dedicato a questo problema un infuocato discorso inciso su disco, per denunciare questo residuo del passato come una delle peggiori piaghe della Russia), che viene evocato sottolineando l’origine «non russa» della maggior parte dei capi dell’Opposizione di sinistra, a partire dai tre principali esponenti, per arrivare all’imposizione alla società russa, che con la rivoluzione aveva conosciuto una straordinaria ondata libertaria, di una tetra cappa di conformismo puritano, definito «proletario» e in realtà ispirato agli ideali dei burocrati. Così, viene drasticamente limitato il diritto all’aborto, al divorzio, alla manifestazione di tendenze artistiche diverse da quelle derivate dei modelli che vengono spacciati per «realismo socialista» e che in pittura (a prescindere dai contenuti «edificanti» che esaltano il ruolo di Stalin nella rivoluzione, visto che mancano documentazioni fotografiche e che vanno soppresse tutte quelle in cui compaiano i leader eliminati dal potere e dalla memoria collettiva) finiscono per ricalcare le imitazioni del verismo tardo-ottocentesco, particolarmente apprezzate nelle fiere di campagna.
Va da sé che, se tutti i prezzi pagati da Stalin all’arretratezza culturale e morale dei suoi sostenitori fossero stati questi, l’indignazione dell’Opposizione di sinistra sarebbe stata scarsamente motivata. Ma le ripercussioni sono gravi in tutti i campi e, se l’impoverimento della creatività che aveva portato alla straordinaria fioritura artistica degli anni Venti può sembrare un dato marginale, il bilancio della politica di Stalin all’interno e all’estero appare rapidamente catastrofico e misurabile in un numero altissimo di vittime,
Gli effetti della politica staliniana si videro dapprima sul piano internazionale. Anche se il Comintern era stato affidato dapprima a Zinov’ev, poi a Bucharin (e, dopo la liquidazione di quest’ultimo, a Dimitrov, Manuilskij, Togliatti e altri di minore rilievo), giacché Stalin seguiva solo marginalmente e con scarso interesse le vicende del movimento comunista internazionale, che lo interessava solo come strumento propagandistico e come appendice della politica estera dell’URSS, non c’è dubbio che le responsabilità della lunga serie di disfatte ricade anche sul segretario generale del PCUS, che aveva comunque potere di veto su qualsiasi decisione e a cui tutto veniva sottoposto preventivamente.
La più grave sconfitta del movimento comunista è quella riportata in Cina. I comunisti cinesi avevano deciso di entrare nel Kuomintang nel giugno del 1923 ma, solo due anni dopo, una grande ondata di scioperi e l’impetuosa proliferazione di organizzazioni sindacali e contadine aveva reso evidente quanto fosse pericoloso legare le mani al giovane Partito comunista, subordinandolo a una direzione borghese. Nel 1926 il kuomintang era stato ammesso come organizzazione simpatizzante nell’Internazionale comunista e il suo ambizioso capo, Chang Kai-shek, era stato nominato membro onorario del Comitato esecutivo del Comintern. Più o meno nello stesso periodo erano cominciati gli arresti e le fucilazioni di comunisti a Canton e l’epurazione dell’esercito cinese dai commissari politici comunisti o della sinistra del Kuomintang. Trotskij aveva denunciato implacabilmente l’assurdità della subordinazione dei comunisti cinesi a una direzione che rivelava sempre più chiaramente il suo carattere conservatore e antioperaio, ma era stato sbeffeggiato da Stalin e Bucharin, che avevano continuato a difendere la politica seguita mentre già, a Shangai e in altre città, cominciavano i massacri su larga scala di comunisti, veri o presunti e, più in generale, di operai sindacalizzati.
Quando giunsero a Mosca le prime notizie sullo sfacelo, alcuni giovani sostenitori si recarono da Trotskij indignati e, al tempo stesso, convinti che finalmente le ragioni dell’Opposizione di sinistra sarebbero state riconosciute da tutti. Trotskij era assai più pessimista; come prevedeva, il grosso della burocrazia ricavò da quella sconfitta una sola lezione: era ora di finirla di occuparsi di questioni di paesi lontani, dai quali non potevano venire che guai. Il Comintern, poi, era già stato ripulito dagli elementi pensanti e incassò il colpo senza tirare alcuna conclusione politica, tranne denunciare il «tradimento» di Chang Kai-shek (il quale non aveva affatto tradito ma, al contrario, aveva curato con brutale efficacia gli interessi della sua classe).
Nel 1926 erano sfumate, d’altra parte, le prospettive di un’ascesa rivoluzionaria in Gran Bretagna. Uno sciopero dei minatori si era sviluppato con tenacia dal maggio al novembre, senza che venisse organizzata un adeguata solidarietà, senza tentativi di generalizzazione e con una sorprendente passività del Comitato sindacale anglo-russo, paralizzato dalla preoccupazione sovietica di non urtare i burocrati riformisti del Trade Union Congress e del Labour Party. Anche su questo terreno, l’Opposizione aveva dato battaglia senza risultati (Trotskij aveva indicato fin dal l925 la dinamica di un’ascesa delle lotte operaie in Inghilterra e aveva caldeggiato misure per sostenere i minatori in lotta). Se in Inghilterra il bilancio era di centinaia di migliaia di disoccupati in più e in Cina invece si contavano, con le stesse unità di misura, i morti, in nessun caso questi dati potevano influenzare il dibattito interno nel PCUS, ormai dominato da una burocrazia torpida e sempre più nazionalista.
I bilanci interni invece, più direttamente verificabili, scossero almeno una parte dell’apparato staliniano. Gli effetti della politica del periodo 1925-1927 nelle campagne avevano provocato un arricchimento dello strato superiore dei contadini, mentre la produzione industriale rimaneva del tutto insufficiente (anche per i prezzi troppo bassi, che impedivano un’adeguata accumulazione); per questa ragione la maggior parte dei kulak non avevano fretta di vendere il grano allo Stato, dal momento che non potevano acquistare praticamente nulla: così, puntavano alle produzioni industriali (lino, semi di girasole, canapa, carne, barbabietole) e trattenevano per sé ingenti scorte di grano, che a volte era più conveniente trasformare in vodka. Una volta emerso il rischio (che si concretizzerà sempre più drammaticamente negli anni successivi) di una nuova crisi granaria, con difficoltà di sfamare le città, Stalin cominciò a introdurre misure amministrative drastiche per assicurare l’ammasso del grano. Bucharin e Rykov accettarono senza fiatare nel 1928, poi cominciarono a protestare timida mente nel chiuso degli organi dirigenti, e furono liquidati bruscamente.
Dal 1929 al 1931 si sviluppa in forme parossistiche la «collettivizzazione forzata», sulla quale non esistono cifre attendibili, se non indirette: la popolazione dell’Ucraina, ad esempio, dopo anni di interruzione nella pubblicazione di statistiche, risulta nel 1939 inferiore di oltre 3 milioni rispetto a quella del 1926! Nonostante Stalin assicurasse: «la vita è diventata migliore, più gioiosa», in un discorso del 1935, e sostenesse che la popolazione complessiva aumentava di 3 milioni ogni anno, quando ricompaiono dati generali risulta che il saldo positivo era in realtà inferiore al milione annuo. Anche la natalità diminuisce nettamente e la mortalità infantile raggiunge punte mai conosciute da anni. La collettivizzazione forzata e la «dekulakizzazione» (che colpisce anche i più piccoli contadini restii a entrate nei kolchoz) provocano la distruzione di 14 milioni di bovini, di un terzo dei maiali e degli ovini: prima di perderli, entrando a forza nei kolchoz, i contadini macellano le loro bestie e mangiano a volontà per l’ultima volta. Circa due milioni e mezzo di kulak e «assimilati» vengono deportati. I loro beni sono confiscati e in parte assegnati a chi li ha denunciati. La conseguenza inevitabile è la carestia apocalittica del 1932-1933.
I morti per fame lungo le strade, i casi di cannibalismo che compaiono endemicamente, le privazioni di tutta la popolazione sovietica (esclusi i privilegiati che possono accedere alle mense e ai negozi riservati agli strati superiori della burocrazia) sono dati che non possono essere nascosti. Si può tentare di scaricarne la responsabilità su altri (come fece Stalin, con un famoso articolo su La vertigine del successo, con cui cercava di attribuire a esecutori maldestri i primi effetti della brutale operazione), ma non cancellare le tracce della tragedia.
Per giunta, a essere sconvolti per primi sono i giovani operai mandati a rinforzare le squadre di «dekulakizzazione» (quando scoprono la povertà di molti dei presunti kulak che devono perquisire e deportare), o gli scrittori inviati a ispirarsi nelle campagne: è il caso di Pasternak, partito con «l’intenzione di scrivere un libro». Dopo aver visto, si ammalò e non poté scrivere una riga per un anno. Nelle sue Memorie inedite, anni dopo, scriveva: «Ciò che ho visto non si può esprimere con parole. Era una sciagura così disumana, così inconcepibile, una miseria COSÌ terribile, da diventare in certo modo astratta, non riusciva a entrare nei limiti della coscienza ».
Ma, per la prima volta, gli echi della catastrofe raggiungono il vertice del partito, ormai tutto staliniano, dopo l’eliminazione dell’ultima timida opposizione interna, quella buchariniana.
Il primo sintomo è una tragedia personale che sfiora Stalin: dopo un tentativo di suicidio — fallito — di suo figlio Jacob, sarà sua moglie, Nadežda Allilujeva, a non mancare il segno, uccidendosi dopo una discussione col marito, nel novembre 1932. E’ qualcosa di diverso dai suicidi che hanno chiuso l’ardente esperienza di uno Esenin o di un Majakovskij. Assomiglia di più a quelli del leader dei sindacati sovietici, Tomskij, o del più stretto collaboratore di Stalin, Ordžonikidze nella seconda metà degli anni Trenta, che rivelano lo sgomento di fronte a risultati tanto lontani da quelli per cui si era lottato.
Al tempo stesso, un altro avvenimento internazionale getta l’allarme anche tra molti dei sostenitori di Stalin. Nel momento in cui è avvenuta la liquidazione di Bucharin, la «svolta a sinistra» nelle campagne (con l’apparente accettazione di alcune tesi dell’Opposizione di sinistra, che trae in inganno diversi suoi componenti, ma non i più maturi, tra cui Trotskij, che non era neppure alieno dall’ipotesi di un accordo tattico con i «destri» per ristabilire la democrazia interna al partito), ha avuto immediata traduzione a livello di Comintern. E’ nato il cosiddetto «terzo periodo» del l’Internazionale, che teorizza la rivoluzione imminente in tutto il mondo e identifica nei socialisti il nemico principale. Così, gli sforzi dei partiti comunisti si concentrano nella lotta contro i «socialfascisti», con particolare accanimento nei confronti di quelli di sinistra («più insidiosi»), mentre si considera secondario il vero pericolo fascista e nazista. In Germania si arriva a un’alleanza tattica con i nazisti contro il governo prussiano, guidato dai socialisti. L’assenza di una politica concreta per fare fronte alla disoccupazione dilagante dopo la grande crisi del 1929 e le divisioni ideologiche dei due partiti operai tedeschi, incomprensibili ed estranee alle grandi masse, lasciano queste ultime nelle mani della demagogia hitleriana.
Trotskij aveva ammonito tenacemente per anni che era imminente, senza una svolta nell’orientamento dei partiti comunisti e di quello tedesco in particolare, un successo di Hitler e aveva ripetuto che quest’ultimo avrebbe aggredito l’Urss. Ma questa volta, anche a non volere dare ascolto al fastidioso profeta di sciagure, esiliato dal 1929 e già braccato dagli agenti di Stalin per metterlo a tacere definitivamente, esistono troppi elementi che lasciano capire che il pericolo è mortale.
Nel corso del 1933 e del 1934 in Urss si susseguono avvenimenti non facilmente decifrabili, ma che rivelano la riapertura di una dialettica interna. Stalin comincia a essere citato sulla stampa solo come «segretario» e non più «segretario generale» del partito. L’astro nascente è Sergej M. Kirov, dirigente del partito a Leningrado. Sotto il suo impulso si delinea una silenziosa distensione dei rapporti interni, con il recupero a cariche pubbliche di Bucharin e di altri esponenti della «destra» da poco liquidata, e gli spazi relativi di dibattito offerti al I Congresso degli scrittori sovietici. Ora sappiamo, dalle carte segrete dell’archivio di Trotskij, che cominciarono per interposta persona anche prudenti contatti per verificare la possibilità di un rientro degli esiliati e la ricostituzione di una reale unità del partito, basata su un accordo tra le diverse componenti, anziché sulla spietata dittatura della frazione di Stalin. In particolare, il rientro di Trotskij appariva opportuno a diversi dirigenti staliniani, nel caso che appariva sempre meno improbabile —, di una guerra con la Germania nazista. I colpi di mano fascisti in Austria, in Francia e in altri paesi nei primi mesi del 1934 aumentavano l’allarme.
Tuttavia, questa discussione avveniva nel più rigoroso riserbo, nel chiuso del Politbjuro. All’esterno, anche nelle occasioni più favorevoli, come nel Congresso degli scrittori, si ripetevano gli omaggi, ormai di gusto bizantino, al grande «capo dei popoli». E Stalin, in silenzio, si preparava a fronteggiare il pericolo che aveva fiutato. L’1 dicembre 1934, pochi colpi di pistola toglievano di mezzo il più pericoloso avversario interno, Kirov, e offrivano l’occasione per l’avvio del «grande terrore» Lo stalinismo era ormai definitivamente consolidato.
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1924 Marzo-aprile: si acutizzano la crisi economica e lo squilibrio tra industria e agricoltura («crisi delle forbici»). Vivace dibattito nel partito.
Aprile-maggio: pubblicati sulla «Pravda» i Principi del leninismo di Stalin. Esce il libro collettivo Lenin e il leninismo.
23-31 maggio: XIII Congresso del PC(b)R. Discussione sulla politica economica e sui « pericolo trotskista» . Nelle assemblee preparatorie locali vengono fatti votare, in violazione palese dello statuto, i membri candidati appena reclutati con la « leva Lenin ». Il Comitato centrale, nella seduta preliminare, ha deciso di non pubblicare il Testamento di Lenin (e naturalmente di non tenerne conto). Proteste della vedova, Nadežda Krupskaja. Silenzio sdegnato di Trotskij, che alla fine del Congresso è costretto a una parziale autocritica ( si impegna comunque a rispettare rigorosa mente la disciplina e prende le distanze dal «gruppo dei 46»).
Ottobre: Trotskij pubblica Gli insegnamenti dell’Ottobre, con una riflessione sul significato della rivoluzione che rilancia la teoria della « rivoluzione permanente ». Inasprimento della polemica da parte di Zinov’ev e Kamenev, e di Stalin che, in dicembre, modificando quanto aveva scritto nei Principi del leninismo, formula la teoria del «socialismo in un paese solo».
Nel corso dell’anno, l’Unione sovietica è stata riconosciuta da Gran Bretagna, Italia, Cina, Francia; gli Stati Uniti d’America, pur rinviando un riconoscimento formale (che avverrà solo nel 1933), intensificano gli scambi commerciali.
1925 17 gennaio: Trotskij viene sostituito al Commissariato del Popolo alla Difesa da Michail V. Frunze, bolscevico di grande prestigio e indipendenza di giudizio.
Aprile: Bucharin lancia la parola d’ordine: «Arricchitevi » ai contadini. Zinov’ev si stacca da Stalin e intorno a lui nasce l’opposizione di Leningrado.
Estate-autunno: la parola d’ordine di Bucharin si concretizza per i kulak in una proroga degli affitti da 6 a 12 anni e nella possibilità di assumere braccianti. Tuttavia, la scarsa offerta di prodotti industriali rende difficili gli scambi e le città soffrono per scarsità di grano.
31 ottobre: Frunze, sottoposto contro il suo volere a un’operazione di dubbia utilità, muore sotto i ferri. L’opinione diffusasi subito, e ripresa in un famoso racconto di Boris Pil’njàk, La luna che non si spense, ritiene che il popolare Commissario del Popolo alla Difesa sia stato fatto morire per ordine di Stalin.
18-30 dicembre: XIV Congresso del partito; nonostante un’esplicita richiesta di Zinov’ev, Kamenev e della Krupskaja, non sono state presentate tesi differenziate. La preparazione avviene in silenzio, con brogli sfacciati: a Mosca, dove pure era segretario Kamenev, tutti i delegati sono uomini di Stalin e Bucharin, mentre a Leningrado tutti gli eletti appartengono all’Opposizione. Trotskij, disgustato e stupito, sospettando che la ripresa di suoi temi da parte di nuovi oppositori corrisponda a una manovra meschina, tace. In realtà, l’Opposizione non può essere ridotta alle manovre dei suoi capi, ma esprime il disagio del proletariato di Leningrado, il più legato al patrimonio rivoluzionario, di fronte all’alleanza con i kulak e alla teorizzazione del «socialismo in un paese solo», che contrasta con tutto il patrimonio teorico marxista.
1926 Gennaio: allontanamento da tutti gli incarichi di rilievo di Zinov’ev e dei suoi alleati. Kirov viene inviato a dirigere il Partito comunista a Leningrado.
Aprile: si forma l’Opposizione unificata. Zinov’ev e Kamenev rivelano a Trotskij, ancora incredulo, il funzionamento della frazione segreta (il «triumvirato» a cui hanno partecipato fino a un anno prima, e dichiarano di temere per la loro stessa vita.
Maggio: inizia il grande sciopero dei minatori inglesi, che rimarrà senza sostegno da parte del Comitato sindacale anglo-russo e finirà, sconfitto, in novembre. Nello stesso mese, colpo di Stato del gene rale Pilsudski in Polonia, appoggiato dal Partito comunista locale, che ricalca la linea elaborata dal Comintern per i comunisti cinesi.
Luglio: esclusione di Zinov’ev dal Politbjuro.
Ottobre: XV Conferenza del PC(b) dell’Urss. L’Opposizione non riesce a tenere riunioni, che vengono sciolte da teppisti. Trotskij escluso dal Politbjuro. Bucharin prende il posto di Zinov’ev alla presidenza del Comintern. Viene pubblicato integralmente a York il Testamento di Lenin, di cui erano apparsi già nel settembre 1925 alcuni brani (che lo stesso Trotskij era stato costretto a smentire, per rispettare la tregua momentaneamente in atto nei partito).
Autunno-inverno: aumenta la produzione industriale, fino a raggiungere il livello del 1913. Anche la superficie coltivata e la produzione agricola si avvicinano al 90% dei livelli prebellici.
1927 Primavera: superati i livelli prebellici della produzione agricola (ma solo un terzo di essa raggiunge le città).
Aprile: i comunisti cinesi, che si trovano alla testa di una vittoriosa insurrezione (la «Comune di Shangai»), sono costretti dal Comintern a consegnare la città a Chang Kai-shek, che, appena entrato in essa fa massacrare decine di migliaia di lavoratori della grande metropoli industriale. Trotskij, che aveva denunciato da tempo la politica suicida di collaborazione di classe imposta al PCC, si appella all’Esecutivo del Comintern, chiedendo un dibattito. Viene incolpato di slealtà e infrazione della disciplina. Ottantaquattro membri eminenti del partito scrivono una lettera in suo appoggio (le firme diventeranno poi circa trecento e vengono accusati per questo di avere costituito una frazione, violando le norme del X Congresso).
Oltre alla catastrofe cinese, anche dall’Inghilterra arriva una conferma di fallimento per la politica staliniana : il governo britannico rompe le relazioni con l’Urss, senza una voce di protesta dei dirigenti sindacali laburisti, tanto corteggiati al tempo del Comitato anglo-russo e dello sciopero dei minatori.
Stalin chiede l’espulsione immediata di Trotskij, Zinov’ev o Kamenev, che stanno preparando Tesi alternative per il XV Congresso, previsto per dicembre. Resistenze del Comitato centrale e della Commissione di controllo, che in luglio cercano ancora una mediazione, in ottobre espellono Trotskij e Zinov’ev dal Comitato centrale e, solo dopo il loro tentativo di sfilare il 7 novembre con cartelli contro la burocratizzazione, li espellono anche dal partito, il 14 novembre.
16 Novembre : suicidio di Adolf Abramovič Joffe, uno dei dirigenti dell’insurrezione del 7 novembre 1917 e poi ambasciatore a Berlino, Vienna. Tokio.
Nella lettera di congedo rimprovera con affetto a Trotskij di aver esitato a dar battaglia a fondo contro Stalin. Trotskij ricorderà più volte il turbamento provato di fronte all’estremo messaggio di Joffe.
2-19 dicembre: Il XV Congresso liquida l’Opposizione: solo 4.000 militanti hanno difeso fino all’ultitno le posizioni di Trotskij e Zinov’ev. La cifra sembra piccola rispetto ai 775.000 iscritti, ma è molto alta rispetto al piccolo nucleo politicizzato che ha partecipato realmente ai dibattiti (non più di 20.000 persone). Il Congresso decide che «è incompatibile con la permanenza nel partito appartenere all’Opposizione trotskista» e introduce nello Statuto che anche chi si rifiuta di «rispondere sinceramente alle domande delle commissioni di controllo» deve essere espulso immediata mente. Zinov’ev e altri abbandonano l’Opposizione con una dichiarazione di «autocritica», che implora la reintegrazione nel partito, ma vengono tenuti a lungo senza una risposta.
Dicembre: insurrezione di Canton. Stalin ha inviato il tedesco Heinz Neumann, che non sa nulla di Cina, a «correggere» la linea del Partito comunista cinese, scaricando la colpa degli errori precedenti sul segretario Chen Tu-hsiu (che aveva invece subito la collaborazione col KMT per disciplina, ma senza approvarla).
Neumann sa che Stalin vuole un successo clamoroso in tempo per il Congresso e impone la data dell’11 dicembre per proclamare una «Comune di Canton», che sarà schiacciata in tre giorni con atrocità indicibili. Il 14 dicembre l’Urss rompe le relazioni con la Cina, che comunque ha già chiuso gran parte dei consolati russi, fucilando anche cinque diplomatici trovati nella sede di Canton.
E
IL GRANDE TERRORE (1935-1939)
La maggior parte degli storici «ufficiali» dei partiti comunisti, con l'unica eccezione di quello italiano, se e quando affrontano il problema dello stalinismo (più spesso si preferisce ignorarlo), tendono a datare gli “errori” o gli “eccessi” di Stalin a partire dall'ondata repressiva innescata dall'uccisione di Kirov. E' una visione riduttiva, la cui logica è tuttavia facilmente identificabile: l'Urss, dopo Stalin, pur eliminando le forme più brutali e sanguinose di repressione indiscriminata, non è molto dissimile, per quanto riguarda la democrazia nel partito e nello Stato, dalla Russia del periodo 1925-1934. E' questa la ragione che impedisce in Urss una discussione franca sullo stalinismo, che porta alle varie ondate di riabilitazione strisciante del dittatore georgiano avutesi sotto Breznev e tutt'altro che impossibili anche nell'attuale contesto. Non si tratta di un passato remoto ed estraneo agli attuali dirigenti, ma del periodo in cui si è formato il grosso dell'attuale gruppo dirigente, attraverso una scalata ai posti via via resi liberi dalle stragi staliniane. E' vero che con Gorbacëv cominciano ad arrivare al potere «giovani» cinquantenni non direttamente coinvolti in quelle vicende, ma non a caso arrivano con l'avallo dei vecchi collaboratori di Stalin, come Gromyko, che li hanno selezionati e cooptati gradatamente.
L'essenza dello stalinismo non è da ricercare nella quantità di vittime, che indubbiamente raggiungono livelli inimmaginabili nel periodo 19361938, ma nella premessa indispensabile di quella strage: la soppressione di qualsiasi possibilità di discussione politica, di critica, di differenziazione, di libera creatività e la sostituzione del Partito comunista, libera associazione tra chi sceglieva coscientemente di battersi per un programma, con un'organizzazione ricalcata sulla Chiesa dei tempi dell'Inquisizione, vincolata da dogmi tanto più indiscutibili quanto più contrastano con l'esperienza concreta e con la tradizione marxista.
Senza questa distruzione di ogni traccia di democrazia – in nome di pericoli interni ed esterni a volte esistenti, a volte ingigantiti, a volte semplicemente inventati – non sarebbe stata possibile «la liquidazione fisica», in nome del «leninismo», della quasi totalità di quelli che erano i dirigenti del partito al momento della Rivoluzione d'Ottobre. Dei 21 membri del Comitato centrale che diresse la rivoluzione, solo 7 morirono di morte naturale (quasi tutti, esclusi Stalin e la Kollontaj, molto presto), 2 furono uccisi dalla controrivoluzione e gli altri caddero vittime di Stalin. Ancor più drammatico il conteggio per quanto riguarda i 31 membri che si succedettero nei Comitati centrali tra il 1918 e il 1921: i morti per cause naturali sono 8, 1 è ucciso dalla controrivoluzione, 18 sono vittime di Stalin. Per quanto riguarda il massimo organo di direzione, creato nell'ottobre 1917, il Politbjuro, esso comprendeva inizialmente sette membri: Lenin, Trotskij, Zinov'ev, Kamenev, Sokolnikov, Bubnov e Stalin. Di essi, solo Lenin e Stalin sono morti nel loro letto, gli altri sono stati vittime del terrore staliniano. Anche considerando i dieci membri che fecero parte del Politbjuro tra il 1918 e il 1923 (Lenin, Stalin, Trotskij, Zinov'ev, Kamenev, Bucharin, Preobrazenskij, Serebriakov, Tomskij e Rykov) risulta che, tranne i primi due, tutti gli altri sono stati uccisi da Stalin.
.Non è un caso che i nomi dei membri del «Comitato centrale leninista» (che, nella mitologia sovietica poststaliniana, avrebbe guidato collettivamente il paese di successo in .successo) non compaiano mai nelle pubblicazioni ufficiali sovietiche recenti, per evitare di fornire un dato incontestabile sulla rottura totale col passato bolscevico operata da Stalin e accettata dai suoi epigoni. Analogamente, nei «paesi fratelli», si preferisce non fare nomi per quanto riguarda il passato: a parte il caso limite della Polonia, dove il Partito comunista fu sciolto nel 1938 e tutti i suoi principali dirigenti rifugiati a Mosca furono uccisi, anche in altri paesi risultano dati sconvolgenti. Ad esempio, dei membri del Politbjuro della KPD nel periodo della Repubblica di Weimar, quasi tutti periti negli anni Trenta, le vittime di Hitler furono meno di quelle di Stalin.
L'ampiezza della distruzione della vecchia guardia bolscevica (accompagnata a volte dalla cancellazione della memoria e dalla soppressione delle opere di chi aveva avuto la fortuna di morire prima del grande Terrore, ma poteva rimanere un punto di riferimento ideale per i giovani) e la passività del partito e del paese di fronte ad essa, confermano che non c'era più traccia – al di fuori del nome – di quel Partito bolscevico che si era diviso tante volte appassionatamente, perfino alla vigilia dell'insurrezione e durante gli anni più duri e difficili della guerra civile; l'accanimento dimostrato nel perseguitare la stragrande maggioranza dei vecchi militanti, senza risparmiare neppure molti di quelli che avevano appoggiato, per cecità o per opportunismo, l'ascesa del dittatore georgiano, rivela che si voleva cancellare perfino la minima possibilità di ricordarsi dei tempi in cui Lenin trovava normalissimo finire in minoranza in una votazione, o si sedeva, lungi dall' apprezzare incensi e applausi, sugli scalini dell' aula in cui si svolgeva un congresso, per prendere minuziosi appunti su quel che diceva il più sconosciuto tra i delegati giunti dall'estrema periferia del nuovo Stato.
Tuttavia non c'è dubbio che, pur preparato dalle trasformazioni degli anni precedenti, in particolare dalla brutalità con cui furono applicate (e non solo dalla GPU, ma da tanti giovani operai comunisti inviati dalle città) la collettivizzazione forzata e la deportazione di milioni di contadini, il periodo 1936-1938 non è assimilabile a qualsiasi altro periodo della storia sovietica precedente o successiva; l'ampiezza dello sterminio di tutti gli strati superiori dell'esercito, ad esempio, o dei dirigenti di intere branche dell'industria, o di scienziati e tecnici che lavoravano a progetti essenziali per la difesa dell'Urss, si intrecciò con la casualità di arresti, esecuzioni e deportazioni effettuati senza altro metro che quello quantitativo,in base a un'incredibile estensione dei criteri della pianificazione economica al funzionamento degli organi di sicurezza. Non bastava più rintanarsi nel proprio guscio, non occuparsi di politica, non ascoltare e ovviamente non ripetere battute sul «grande capo», comportarsi in modo ineccepibile sul lavoro e partecipare periodicamente a «spontanee» manifestazioni di appoggio al regime. Si poteva essere travolti da una delazione di un coinquilino che voleva appropriarsi di uno spazio maggiore nell'appartamento in cui varie famiglie coabitavano, o voleva vendicarsi per qualche offesa ricevuta; a volte era invece un classico «triangolo» affettivo a innescare una segnalazione anonima; più spesso ancora era il caso che spingeva qualche conoscente, sotto tortura, a fornire alla rinfusa qualche nome, per consentire agli organi di sicurezza di raggiungere la «norma» fissata di «controrivoluzionari smascherati».
Nel periodo in cui si concentra la maggiore intensità del terrore, la cosiddetta ezovscina, i criteri quantitativi di selezione delle vittime finirono per prevalere su quelli, sia pur approssimativamente, selettivi. Ma, a smentire l'attribuzione alla personalità (effettivamente ignobile) di Ezov della responsabilità principale di quanto avvenne mentre egli era alla testa della NKVD, l'organo che aveva unificato tutti i compiti di polizia assorbendo l'OGPU nel 1934, basti ricordare che egli era stato collocato al posto di Jagoda da Stalin, che aveva denunciato il «ritardo di quattro anni» nella lotta contro il «blocco trotskista-zinovievista».
Quel periodo è scandite dai grandi processi di Mosca, orribili non solo per le condanne a morte che colpiscono i maggiori dirigenti della rivoluzione, ma per la mostruosità della messa in scena, che costringe militanti comunisti con decenni di dedizione alla causa operaia a presentarsi in aula per dichiararsi agenti di tutti i possibili servizi segreti stranieri e asserviti all'imperialismo fin dalla più tenera età.
Tuttavia, anche in quegli anni terribili, al regime non mancava un certo consenso da parte di settori meno politicizzati, che beneficiavano di un relativo miglioramento del tenore di vita, a volte si consolavano con i racconti terrificanti sulla miseria e la disperazione delle masse nei paesi capitalistici e, più in generale, si illudevano di restare fuori dai sommovimenti (che non potevano sfuggire a nessuno, date le dimensioni delle sparizioni da ogni caseggiato e da ogni posto di lavoro), ma soprattutto da parte di chi da quei terremoti trasse concreti benefici.
L'assenza di dati ufficiali esaurienti, spariti dopo le prime parziali e reticenti ammissioni di Chruscëv (che, pure, parvero, ugualmente inopportune e imprudenti al resto del gruppo dirigente), rende aleatoria ogni ricostruzione del numero dei deportati e della percentuale di quelli mai ritornati. Secondo dati parziali, desunti da Conferenze del PCUS svoltesi dopo il XXII Congresso, a Mosca fece ritorno solo il 6% degli iscritti al partito deportati tra il 1936 e il 1939. Gli altri furono «riabilitati»” dopo la morte. E' una percentuale enorme, senza tenere conto di tutti quelli che non furono riabilitati (sorte toccata a coloro che effettivamente erano trotskisti, e allo stesso Bucharin, che sull'Enciclopedia sovietica non viene neppure menzionato, mentre nelle note alle Opere di Lenin viene ricordato brevemente come capo di vari « gruppi antileninisti»). La cifra più modesta parla, comunque, di un milione di comunisti deportati, di cui solo sessantamila rientrarono, dopo quindici o diciotto anni di detenzione.
Tutti i dati, comunque, sottolineano che tra essi la percentuale maggiore era composta da intellettuali, dirigenti elevati o intermedi di partito, alti funzionari dell'industria e dell'amministrazione pubblica. Uno studioso ungherese che ha vissuto a lungo in Urss, Rittersporn, parla di 250.000 quadri eliminati in quel periodo, osservando che così si realizzò la più gigantesca e rapida promozione di giovani ambiziosi a incarichi in condizioni normali irraggiungibili prima di anni di tirocinio. Alcune delle memorie di alti ufficiali sovietici ricordano come la strage degli Stati Maggiori avviata nel 1937 portò alcuni di loro a balzare di colpo ai gradi più elevati, senza passare per la normale trafila (trovandosi, all'inizio della guerra, privi di esperienza di fronte ai grandi compiti loro affidati).
Il trionfo dello stalinismo, e la nostalgia per esso da parte di strati significativi della società sovietica, non possono prescindere da questa straordinaria (e terrificante) mobilità sociale, che è l'altra faccia della repressione.
Nel periodo del grande Terrore, comunque, la politica interna ed estera presenta anche altri aspetti, che a taluni storici (al fondo apologetici) paiono contrastanti con l'irrigidimento poliziesco: si tratta della promulgazione della Costituzione del 1936 e di alcuni momenti della politica estera e della tattica dell'IC, che sembrano segnare una svolta verso un coerente impegno antifascista. Si tratta, tuttavia, di una contraddizione solo apparente. La Costituzione staliniana (la «Costituzione più democratica del mondo», come venne subito ribattezzata dai tanti letterati occidentali, che tornavano in patria entusiasti dopo brevi viaggi nei quali erano stati circondati da tutte le attenzioni e avevano visto idilliaci kolchoz e altre meraviglie predisposte per compiacerli), non era così straordinariamente democratica, ma soprattutto non aveva neppure una possibilità di essere applicata sia pur in minima parte. Era stato deciso di scriverla vivo Kirov, era stata affidata a una commissione all'interno della quale ebbe un ruolo rilevante Bucharin e fu promulgata mentre già si preparava il processo al suo maggiore estensore. Non era un impegno a modificare qualcosa, era una boccata di fumo gettata in faccia a chi voleva farsi annebbiare la vista. Nessun impegno, scritto od orale, nessun documento e nessun «sacro scritto» era mai stato tenuto in conto da Stalin, che si era spesso ammantato di modestia mentre si preparava la sua apoteosi in stile mesopotamico, di umiltà mentre disprezzava tutti i più eminenti bolscevichi, di rispetto al «leninismo» mentre stravolgeva deliberatamente le volontà del leader scomparso, in primo luogo calpestandone il Testamento.
Più complessa la questione della svolta in politica estera. Formalmente essa appare, senza dubbio, nettissima rispetto alla fase che ha visto il rigurgito settario ed estremista del «terzo periodo», che ha aperto le porte a Hitler. Dopo i primi sintomi delineatisi nel 1934, nell'anno successivo la correzione di linea si fa più evidente, si generalizza e porta al VII Congresso dell'IC, tutto proteso contro il fascismo, anziché contro il «socialfascismo». Tuttavia, la concretizzazione della svolta politica rivela, in un particolare non marginale, una continuità di sostanza con un passato recente di subordinazione totale del Comintern alle esigenze contingenti della burocrazia sovietica (fossero quelle di fornire a posteriori una giustificazione «teorica». alle sue virate improvvise, o quelle di assicurare una copertura politica alla politica estera dell'Urss).
Infatti, la teorizzazione dell'unità antifascista, condotta inizialmente in nome del «fronte unico dei partiti operai» formulato da Lenin soprattutto nel III e IV Congresso dell'IC (e consistente in una proposta di unità d'azione che deve partire, indipendentemente dalle polemiche sulle colpe dei dirigenti socialisti, dall'esistenza di comuni interessi di classe, in particolare di un interesse a sfuggire alla sorte che il fascismo riserva a tutte le organizzazioni proletarie, siano esse comuniste o socialdemocratiche), diventa l'ambigua parola d'ordine dei «Fronti popolari», che comprendono (o vogliono comprendere) le forze più diverse, inclusi partiti inequivocabilmente legati alla borghesia e, quindi, ispirati a interessi diametralmente opposti a quelli operai, almeno secondo quel pensiero marxista a cui ci si continuava a riferire e di cui si pretendeva anzi l'esclusiva.
Per questo, visto al di fuori del giustificazionismo di origine ideologica (ancora oggi in auge, per quelle esperienze, persino nei partiti comunisti più duttili, come quello italiano), i Fronti popolari appaiono qualcosa di ibrido e intimamente contraddittorio, ma non contrastante con gli interessi della burocrazia sovietica in quegli anni. Ibrido, perché si raccoglie una spinta reale all'unità antifascista, deviandola tuttavia, grazie al grande prestigio dell'Urss e del suo «capo leggendario», in direzione di un'alleanza di classe, che non era difficile prevedere precaria e controproducente. Quanto al nesso tra quella tattica e gli interessi del gruppo dirigente sovietico, risulta evidente dall'idillio iniziato già precedentemente da Stalin con esponenti conservatori della borghesia francese, a partire da Laval. Il fallimento dei tentativi di intesa col nazismo, che ci sono stati perfino nel 1934, ha costretto a cercare un'alleanza con lo schieramento antitedesco per fronteggiare il regime hitleriano, che non manca occasioni per ricordare che il suo programma prevede l'espansione a Est.
Tuttavia l'alleanza, come. sempre nell'Urss staliniana, non è concepita come intesa tra popoli o forze con interessi comuni di classe, ma è prospettata come blocco di Stati, basato su un concreto do ut des. E l'Urss, da dare, ha soprattutto la sua influenza sul movimento operaio; così i partiti comunisti, strettamente controllati dagli emissari del Comintern, si impegnano a fondo per fare cessare la grande ondata di scioperi del giugno 1936 in Francia e le occupazioni di terre e di fabbriche nella Spagna della guerra civile. In Spagna, sotto la supervisione di Togliatti, delegato dell’IC, si andrà oltre, liquidando non solo la dinamica anticapitalistica della lotta antifascista, ma anche, nello stile sovietico, i militanti anarchici e del POUM, che vengono bollati come «trotskisti» (nonostante le loro aspre divergenze con Trotskij) e massacrati, soprattutto in Catalogna. Così, il rischio di spaventare la borghesia francese e britannica (che vigila sul blocco dei rifornimenti alla Repubblica spagnola, mentre non si accorge delle truppe fasciste italiane e tedesche) è scongiurato. «Prima la vittoria e poi le riforme», è la parola d'ordine in Spagna; ma, di fronte a un esercito potente e ben armato, solo la coscienza di lottare per la giustizia sociale, di battersi per i propri interessi di classe può mobilitare le masse sfruttate e consentire loro di modificare i rapporti di forza. Così, vista in prospettiva storica, anche quella fase non è così positiva, ma rivela un cinico disegno: due processi rivoluzionari di grande ampiezza sono stati soffocati, in cambio di una (presunta) sicurezza dell'Urss, basata su accordi con le grandi potenze europee «democratiche».
Tra i fattori che hanno determinato l'atteggiamento sovietico (e, di rimando, quello del Comintern, del tutto privo di autonomia) è stata messa in evidenza la comprensibile diffidenza della burocrazia sovietica nei confronti di processi rivoluzionari spontanei, mal controllati dai locali partiti comunisti e per giunta, in Spagna, carichi di forti caratterizzazioni libertarie. Da qui non solo !'impegno degli agenti della NKVD nella caccia al trotskista, vero o presunto, ma anche la scelta, come interlocutori privilegiati, di esponenti della destra socialista; questi, tuttavia, una volta aiutati a liquidare le tendenze di sinistra, non esiteranno a ritornare al vecchio anticomunismo.
In ogni caso, anche a voler ignorare ogni considerazione etica, la scelta del Comintern stalinizzato non è stato un buon affare per l'Urss. Le concessioni fatte alle borghesie «antifasciste» non sono servite a fare dimenticare loro l'ostilità di fondo verso lo Stato sovietico, burocratizzato e disponibile a ogni compromesso, ma pur sempre erede di una rivoluzione che aveva scosso l'Europa. Così una volta liquidati i «Fronti popolari» in Francia (con la cacciata dei comunisti prima e poi dei socialisti dalla maggioranza governativa) e in Spagna, (con la vittoria di Franco, facilitata dalla repressione che ha colpito i settori più decisivi e combattivi dello schieramento antifascista), la situazione europea corre rapidamente verso la guerra. L'Urss ha contribuito a indebolire quelli che potevano essere alleati stabili e reali, i movimenti antifascisti e anticapitalisti in Francia e Spagna, e ora si trova di fronte una complessa manovra diplomatica, che tende a dare via libera alla Germania nazista verso Est. Ancora una volta, si avvera una delle «profezie» di Trotskij, che già nel 1931 e 1932 aveva ammonito che Hitler rappresentava un pericolo mortale per l'Unione sovietica e che sarebbe divenuto il «super-Vrangel», la super guardia Bianca della reazione mondiale. A Monaco, Francia e Gran Bretagna chiudono gli occhi sulla liquidazione della Cecoslovacchia, come li hanno già chiusi sull'annessione dell'Austria. Stalin, in quel tragico 1938, è occupato a processare Bucharin, Rykov e altri, a curare la pubblicazione del Breve corso di Storia del PC(b)URSS, che fornisce al tempo stesso una versione demonizzante delle vicende del partito e un sommario di «marxismo-leninismo» in pillole. Proprio mentre i segni della guerra imminente sono più evidenti, si compie l'ultima fase dello sterminio dei generali e marescialli rivoluzionari, .con l'arresto di Bljucher. Sono stati uccisi 3 marescialli dell'Urss su 5; 3 comandanti d'armata di primo rango su 4; tutti e 12 i comandanti d'armata di secondo rango; 60 dei 67 comandanti di. corpo d'armata; 133 dei 199 comandanti di divisione; 10 ammmiragli su 10; 9 secondi ammiragli su 15; 17 commissari d'armata su 17; e così via...
Quando l'Urss si trova nuovamente isolata e il suo gruppo dirigente teme di non essere pronto ad affrontare la guerra (anche perché la disorganizzazione provocata dalle grandi purghe ha determinato dopo il 1938 un calo netto della produzione industriale), non rimane altra scelta che cercare di guadagnare tempo, anche a costo di un accordo con la Germania nazista. La scelta è comprensibile, assai meno il modo con cui l'accordo viene stabilito, che comporta un prezzo durissimo: una crisi lacerante nel movimento comunista internazionale e la partecipazione a una nuova spartizione della Polonia, che i polacchi non potranno dimenticare.
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1935 Gennaio: primo processo a Zinov'ev e Kamenev, accusati di complicità nell' attentato a Kirov (condanna a soli cinque anni di prigione, raddoppiati subito dopo senza processo).
Febbraio-marzo: Zdanov segretario a Leningrado, Ezov segretario del Comitato centrale e della Commissione di controllo, Chruscëv segretario a Mosca.
Primavera: miglioramento degli approvvigionamenti e sospensione del razionamento.
25 maggio: scioglimento dell'Associazione dei vecchi bolscevichi e deportati in epoca zarista.
25 luglio-25 agosto: VII Congresso dell'IC. Fronti popolari contro il pericolo fascista.
Agosto: Aleksej Stachanov estrae 102 tonnellate di carbon fossile invece delle 7 previste dalla norma. Inizia il movimento «stachanovista», che esalta e ricompensa con grossi incentivi salariali gli operai che aumentano la produzione.
Autunno: viene proclamato il raggiungimento della «società socialista». Intanto proseguono le «riforme», che cancellano le tracce della rivoluzione: nell'esercito viene introdotta una complessa gerarchia, che culmina nel grado di maresciallo dell'Urss.
Nel corso di tutto l'anno proseguono le espulsioni dal partito e le sparizioni silenziose. Spariscono intanto anche tutti quelli che hanno avuto a che fare con l'inchiesta sull'uccisione di Kirov.
1936 Prosegue e si intensifica l'epurazione del partito. Nel 1935-1936 il numero degli iscritti diminuisce di circa mezzo milione.
1 marzo:vittoria del Fronte popolare in Spagna (anche grazie alla rinuncia di gran parte degli anarchici al tradizionale astensionismo).
7 marzo: Hitler occupa la Renania smilitarizzata.
3 maggio: vittoria del Fronte popolare in Francia. Le lunghe trattative per formare un governo vengono interrotte da un'ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche, che nei primi giorni di giugno si generalizzano. Governo Blum formato da socialisti e radicali,c on appoggio comunista. Per frenare gli scioperi, governo e padronato concedono le 40 ore settimanali, 15 giorni di ferie pagate, il riconoscimento dei diritti sindacali in fabbrica.
18 luglio: insurrezione dei generali spagnoli contro il governo repubblicano. A Madrid, Barcellona e molte altre città importanti, operai e militanti della sinistra resistono e contrattaccano, facendo fallire il golpe (che però controlla un vasto territorio).
Inizio di una lunga guerra civile: i generali rivoltosi, tra i quali emerge Franco, sono aiutati apertamente da Germania e Italia, mentre l'Urss invia – a pagamento – armi e un certo numero di volontari, tra i quali numerosi agenti del NKVD, che braccano anarchici e presunti trotskisti. Il Fronte popolare francese aderisce in pieno alla politica di «non intervento», che mette sullo stesso piano formale il governo legittimo e i generali fascisti, però favoriti nella pratica dal massiccio intervento italo tedesco.
19-24 agosto: nuovo processo a Zinov'ev e Kamenev a Mosca, condannati a morte e fucilati insieme ad altri 14 «complici». Penose confessioni, che chiamano in causa altri dirigenti sovietici (alcuni dei quali preferiscono suicidarsi per sfuggire alla stessa sorte) e, costantemente, attribuiscono un ruolo demoniaco a Trotskij. Trotskij, dall'esilio norvegese e poi messicano, dopo avere tentato di rispondere sulla stampa alle calunnie, chiede una commissione internazionale d'inchiesta, che sarà presieduta dal filosofo Dewey. Sarà prosciolto da ogni accusa, dopo avere smontato le grossolane falsificazioni del NKVD.
10 settembre: prima inchiesta su Bucharin, chiamato in causa dalle confessioni al processo di Mosca. Proscioglimento.
25 settembre: Ezov sostituisce Jagoda alla testa del NKVD. Si accelera bruscamente la repressione (Jagoda stesso finirà nel nuovo processo intentato a Bucharin, del quale era stato sostenitore prima del 1928).
Autunno: cominciano i primi invii di armi sovietiche alla repubblica spagnola.
5 dicembre: viene promulgata la nuova Costituzione sovietica, che sancisce la fine del criterio di elezione dei soviet su base di fabbrica e unità produttiva, mentre il nome di «soviet» viene dato a circoscrizioni elettorali territoriali analoghe a quelle di tipo parlamentare, senza peraltro che sia neppure concepita la pluralità di partiti.
1937 Gennaio: secondo processo di Mosca. 17 imputati, tra i quali Pjatakov e Radek. Nuove «confessioni» e coinvolgimenti di altri dirigenti; i principali imputati sono condannati a morte e subito fucilati.
Febbraio: suicidio di Sergo Ordzonikidze, da decenni amico e collaboratore di Stalin.
Marzo: discorso di Stalin sulla necessità di intensificare la lotta contro i nemici interni.
Maggio: liquidazione delle milizie anarchiche e del POUM (Partido Obrero de Unificaci6n Marxista) a Barcellona. Andreu Nin, arrestato insieme ad altri dirigenti del POUM, viene liquidato senza processo, ma si fa circolare la voce che si è rifugiato da Franco. Si prepara un «processo di Mosca a Barcellona”, per dimostrare l'esistenza di un c complotto trotskista”.
Giugno: arresto e fucilazione di Tuchacevskij e di gran parte dei capi militari, accusati di spionaggio a favore della Germania. Circa 30.000 ufficiali e commissari politici vengono sterminati nei mesi successivi. Tra essi, tutti i più sperimentati dirigenti dell'Armata rossa, formatisi nella guerra civile.
12 dicembre prime elezioni generali dopo la Costituzione. Il 98,6% degli elettori vota a favore della lista unica c dei comunisti e dei senza partito”. Viene annunciato il bilancio del secondo «piano quinquennale», completato con molti mesi di anticipo. La produzione industriale sarebbe aumentata di quattro volte e mezzo rispetto al 1928.
1938 Gennaio: Chruscëv diventa primo segretario del Partito comunista della Repubblica Ucraina, la più importante dopo quella russa.
2-13 marzo: terzo grande processo di Mosca. Condannati e fucilati, tra gli altri, Rykov, Jagoda e Bucharin; quest'ultimo tenta di discolparsi almeno da un'accusa (quella di avere tentato di uccidere Lenin nel 1918), ma accetta di «confessare» altri abietti crimini. Prima di essere arrestato, ha scritto e fatto imparare a memoria alla giovane moglie una commovente Lettera alle generazioni future, nella quale proclama la sua innocenza, l'orrore per la barbarie dilagante e la sua fede. nella vittoria del socialismo.
12 marzo: annessione dell'Austria da parte della Germania nazista.
17 marzo:il premier inglese Chamberlain respinge le proposte sovietiche per un patto antinazista.
9 aprile: cade il Fronte popolare in Francia; i radicali formano un governo con altre forze di centro-destra.
15 aprile: il territorio della repubblica spagnola è diviso in due tronconi dall'avanzata dei falangisti.
15 settembre: Hitler rivendica l'autodecisione per i tedeschi dei Sudeti, ponendo le basi per lo smembramento della Cecoslovacchia.
29-30 settembre: Conferenza di Monaco tra Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania; Hitler ottiene via libera per la spartizione della Cecoslovacchia.
11 novembre: il governo inglese riconosce Franco.
8 dicembre: Ezov «su sua richiesta» è allontanato dall'incarico di Commissario agli Affari interni. Per ironia, viene nominato responsabile dei trasporti fluviali e marittimi (largamente impegnati a riempire di deportati «l'Arcipelago Gulag»). Sarà successivamente arrestato e fucilato per avere «preparato l'eliminazione di Stalin». Al suo posto è nominato Berija, uomo di analoga levatura morale e politica, con precedenti di doppio gioco durante la guerra civile. Una risoluzione del Comitato centrale del novembre precedente sulla necessità di evitare eccessi nella repressione aveva suscitato grandi speranze, che verranno subito deluse.
1939 13-21 marzo: XVIII Congresso del Partito comunista. Nuove aperture alla Germania. Chruscëv e Zdanov entrano nel Presidium.
13-16 marzo: definitivo smembramento della Cecoslovacchia. Protettorato tedesco sulla Boemia e la Moravia, mentre si proclama la fittizia indipendenza di uno Stato slovacco guidato dal fascistizzante monsignor Tiso.
1 aprile: la guerra civile spagnola termina tristemente tra massacri, tradimenti di una parte dei generali repubblicani e fughe disperate verso la Francia (dove i profughi spagnoli verranno, nel migliore dei casi, internati in campi in cui saranno trovati dalle truppe tedesche). .
17 aprile: piano Litvinov di difesa antinazista .respinto dalla Gran Bretagna. Il 3 maggio Litvinov, che si era battuto a fondo per una coalizione antinazista, viene sostituito al Commissariato ag1i Affari esteri da Molotov. A Berlino si fa notare cbe Litvinov era ebreo e che, insieme a lui, escono dalla scena tutti i diplomatici di origine ebraica.
Maggio: mentre proseguono stancamente trattative tra Urss, Francia e Gran Bretagna per accordi commerciali e militari (che non arrivano a uno sbocco. perché affidate dai due governi occidentali a funzionari minori, senza reale autorità), il governo tedesco si mostra disponibile a concreti accordi commerciali.
Luglio-agosto: dopo una sospensione vengono riprese le trattative anglo-franco-russe, sempre inconcludenti. Si firma intanto un accordo commerciale russo-tedesco (19 agosto), mentre il ministro degli Esteri tedesco, Ribbentrop, propone un viaggio lampo a Mosca, per concludere direttamente con Stalin un accordo politico-militare complessivo.
23 agosto: Ribbentrop a Mosca firma insieme a Molotov un patto di non aggressione. che è integrato da un protocollo segreto, che prevede la spartizione. della Polonia c una delimitazione di aree di influenza (l'Urss ottiene via libera nelle repubbliche baltiche e in Finlandia, oltre che nella Bessarabia).
1 settembre: le truppe tedesche entrano in Polonia. Inizia la Seconda guerra mondiale.
F
LA GUERRA (1939-1945)
Anche per l'Urss, la guerra è cominciata realmente 1'1 settembre 1939, con l'invasione nazista della Polonia; la tregua di quasi ventidue mesi, conquistata allora con l'accordo Ribbentrop-Molotov, fu utilizzata in parte (e male) per rafforzare il potenziale bellico sovietico, ma in parte in operazioni militari di dubbia utilità strategica e dannosissime sul terreno poli tico.
Anche se occorreranno molti anni per sapere che l'accordo con la Germania nazista prevedeva una cooperazione militare fin dal primo giorno (fornendo ad esempio segnali radio agli aerei tedeschi, per consentire loro i bombardamenti notturni di Varsavia), già nella seconda metà di settembre i polacchi potevano verificare sulla loro pelle in che cosa consistesse la parte segreta dell'accordo. Il 17 settembre, quando già l'esercito polacco si stava sfaldando sotto i colpi germanici, l'Armata rossa entrava in azione, adducendo il pretesto di sconfinamenti e «provocazioni» polacche (esattamente come avevano fatto i nazisti. Secondo gli accordi, avrebbe dovuto entrare in azione prima, ma l'ambasciatore tedesco a Mosca aveva tranquillizzato Hitler, assicurando che il ritardo doveva servire a «render plausibile agli occhi delle masse l'intervento sovietico», motivandolo con una necessità di soccorrere gli ucraini «minacciati dalla Germania».
Molti polàcchi, soprattutto di origine ebraica, corsero incontro alle truppe sovietiche, sperando che arrivassero in loro soccorso. Tuttavia tutti i soldati polacchi furono disarmati e dispersi, mentre centinaia di migliaia di civili. di tutte le tendenze politiche, ma con particolare attenzione agli strati più politicizzati e colti, furono deportati, o internati sul posto. Molti non fecero più ritorno. E' la conferma che la frase (attribuita a Stalin nei verbali degli incontri russo-tedeschi ritrovati dopo la guerra in Germania) sull'inopportunità della sopravvivenza di uno Stato polacco, artificiosa creazione del Trattato di Versailles, corrispondeva a un orientamento reale della burocrazia sovietica.
Nei testi ufficiali sovietici (che, come è noto, pubblicano con molta parsimonia atti e documenti e più spesso cancellano dalle raccolte e dalle biblioteche anche parte di quelli una volta pubblici) non c'è traccia degli accordi segreti che accompagnarono il patto Ribbentrop-Molotov. Spesso si è attrib1tito alla propaganda reazionaria ogni riferimento ad essi. Tuttavia, la corrispondenza tra quanto risulta dai verbali trovati negli archivi deI ministero degli Esteri tedesco dopo la guerra e quel che fu il concreto comportamento dell'Urss è impressionante. Dopo l'annessione della metà orientale della Polonia (senza un' ombra di autonomia, ma smembrandola al contrario tra Ucraina e Bielorussia e spedendo in Siberia la parte polacca della popolazione), nel corso del 1940 i sovietici procedettero all' annessione di Lituania, Estonia, Lettonia, e Bessarabia, tentando di fare lo stesso anche in Finlandia, sia pur con scarsissimo successo. Infatti, nonostante la guerra fosse iniziata chiaramente con progetti di conquista (tanto è vero che nelle retrovie sovietiche era stato costituito un governo provvisorio finlandese), le difficoltà iniziali avevano portato a ridimensionare l'obiettivo a quello che doveva essere inizialmente solo un pretesto per l'ultimatum e l'invasione (la richiesta di rettifiche di confine). Per concludere la guerra, comunque, dopo gli insuccessi clamorosi della prima fase, furono necessarie drastiche sostituzioni nelle alte gerarchie militari sovietiche e l'invio di 1.200.000 soldati, un numero enorme, se si pensa che non arrivava a tale cifra l'intera popolazione finlandese adulta di sesso maschile. Il fallimento del tentativo di occupazione della Finlandia (che lascerà tracce indelebili nella popolazione di quel paese) sorprende tutti gli osservatori militari, che fino alla metà degli anni Trenta consideravano l'Armata rossa uno dei più potenti e moderni eserciti del mondo. Hitler, in particolare, viene incoraggiato ad accelerare i tempi dell'invasione dell'Urss proprio da quella vicenda. Le difficoltà militari erano in primo luogo dovute all'incompetenza dei nuovi capi dell'Armata rossa. a partire dal comandante in capo Voroscilov, uomo di scarsa cultura e di nessuna intelligenza, che aveva già dato prove pessime (a parte il grande coraggio, che non gli mancava) durante la guerra civile, legandosi tuttavia da allora indissolubilmente a Stalin. Ma pesava enormemente la disorganizzazione della produzione e soprattutto dei trasporti, provocata dalla falcidie di dirigenti sperimentati, sostituiti quasi sempre da ambiziosi delatori. Nel 1939 la produzione sovietica di ghisa, acciaio e laminati metallici era scesa in valori assoluti, provocando l'inevitabile ripercussione di una flessione generalizzata della produzione di tutta !'industria metalmeccanica: nel 1940 il numero delle automobili prodotte è inferiore del 28% a quello del 1938; per i trattori il calo è del 25%. L'insipienza dei nuovi capi militari aveva poi rallentato la produzione delle armi più moderne ed efficaci (come i carri T34, il cannone ZIS da 76 mm. ecc.), mentre veniva bloccata la costruzione del prototipo sperimentate della famosa Katiuscia, che nel corso ddla guerra si rivelerà decisiva (l'inventore, Kostilov, era intanto stato fucilato). Anche la costruzione di radar, già avanzatissima nel 1937, era stata bloccata dall'arresto dei progettisti: solo nel 1942 l'Urss avrà a disposizione alcuni di questi strumenti, forniti dagli Stati Uniti.
L'operato del NKVD ai danni dell'industria militare e degli stessi servizi dell'esercito avrebbe ben meritato l’accusa di sabotaggio utilizzata invece per deportare o uccidere scienziati, tecnici e ufficiali devoti all'Unione sovietica e allA «causa del comunismo», alla quale si richiamavano contemporaneamente vittime e Carnefici. Questa attività non si arrestò neppure nei quasi degli anni che, nell'ideologia ufficiale. vengono definiti anni di preparazione allo scontro. Intanto venivano garantiti alla Germania i rifornimenti previsti dall'accordo (un milione di tonnellate di grano, 900.000 tonnellate di petrolio e importanti quantitativi di cotone, cromo, ferro, platino e altri prodotti, necessari alla Germania per proseguire la guerra senza temere il blocco inglese). Assurdamente, nessuno si preoccupò più che tanto della scarsità e della lentezza delle forniture militari e industriali tedesche previste dall'accordo. Emblematico il caso del!'incrociatore Lützov, che la Germania doveva fornire alla fine del 1939 e completare rapidamente nei cantieri di Leningrado: il 22 giugno del 1941 era lontano dal poter prendere il mare, mentre tutti i tecnici e ingegneri tedeschi avevano abbandonato i cantieri. Non una nave tedesca era presente nei porti sovietici il 22 giugno, mentre ben 40 navi sovietiche stavano scaricando materiali in Germania e furono ovviamente requisite.
Sono dati che, sommati alla sordità ai numerosi allarmi sull'imminenza dell'attacco (da quello di Sorge, che paga con la vita la segnalazione data a Stalin dal Giappone, a quelle dei servizi segreti britannici, fino alle diserzioni di alcuni soldati tedeschi, che passarono le linee per avvertire dell'attacco a quella che per loro, dopo otto anni di regime nazista, rimaneva la «patria del socialismo»), confermano che Stalin e i suoi collaboratori più stretti si illudevano di potere mantenere ancora, più o meno proficuamente, la collaborazione con la Germania nazista.
Per mantenere quell'alleanza avevano pagato prezzi enormi; sul piano economico, abbiamo visto, avevano dato più di quel che avevano ricevuto; sul piano politico, avevano messa in gioco la sopravvivenza stessa del movimento comunista internazionale. Il PCF, dopo un 'iniziale disponibilità a sostenere il suo governo nello sforzo militare contro il nazismo, nel settembre 1939 era stato costretto a schierarsi contro la mobilitazione, anche facendo disertare il suo segretario generale chiamato alle armi; così, naturalmente, era stato messo fuori legge. Analoghi :atteggiamenti avevano preso tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano, coprendosi di vergogna con dichiarazioni a senso unico «contro l'imperialismo franco-britannico» e benevoli riconoscimenti della volontà di pace proclamata da Hitler dopo ogni conquista. Alcuni partiti comunisti di paesi come la Polonia, la Lettonia, l'Estonia erano addirittura stati sciolti (nel primo caso anche formalmente, vietandone la riorganizzazione), mentre altri partiti venivano pesantemente decimati.
Nel caso dei partiti tedesco e austriaco,. per giunta, a dimostrazione di quanto poco l'intesa con Hitler fosse concepita come mossa tattica per preparare meglio la lotta antifascista, migliaia di militanti rifugiatisi in Urss furono consegnati ai nazisti, nel corso del 1940. Si trattava, naturalmente, di quelli già caduti in disgrazia e bollati negli anni precedenti come «agenti del fascismo».
Intanto, non solo veniva sospesa ogni propaganda antifascista in Urss e da parte dei partiti comunisti direttamente controllati, ma veniva grottescamente vietato ai sorveglianti dei lager di insu1tare i detenuti con l'epiteto «fascista». Ma gli arrestati per «complicità con i progetti fascisti e trotskisti» rimanevano comunque dentro.
Ne1 corso di quel biennio di guerra non guerreggiata, o ridotta a operazioni di modesta entità, Stalin si preoccupò di togliere di mezzo 1'ultimo dei dirigenti della Rivoluzione d'Ottobre vivente. Lev Trotskij, rinchiuso in una casa di Città del Messico, più prigione che fortezza dopo i primi tentativi di sopprimerlo, continuava a seguire con angoscia il corso degli eventi, combattendo la sua ultima battaglia contro una parte dei suoi stessi seguaci che, di fronte all'orrore della politica staliniana, dimenticavano che l'Urss era ancora l'unico paese in cui fosse stato abolito il capitalismo. Tutti gli ultimi scritti di rilievo di Trotskij tendono a ribadire la necessità di difendere l'Urss dall'imminente attacco imperialista, indipendentemente dai crimini della «cricca di Caino-Stalin» che aveva usurpato il potere dei soviet. Con amarezza egli aveva colto fin dal 1933 i segni di una disponibilità di Stalin e Molotov ad accordarsi con Hitler e, dopo Monaco, aveva scritto che coloro che avevano massacrato 30.000 ufficiali dell' Armata rossa come presunti «agenti del nazismo» si apprestavano a diventare sul serio complici di Hitler.
Tra gli elementi che spinsero Stalin ad accelerare i progetti per sopprimere il suo grande rivale pesarono probabilmente gli insuccessi sovietici in Finlandia. La possibilità che una parte dei suoi stessi collaboratori, di fronte al pericolo di un conflitto generale affrontato in condizioni difficili, fosse tentata dal richiamare in patria il brillante costruttore dell'Armata rossa, non poteva non allarmarlo. D'altra parte oggi, negli archivi Trotskij (aperti quarant'anni dopo la sua morte agli studiosi) sono state trovate le tracce di contatti con alcuni eminenti stalinisti che prendevano in esame la prospettiva di un blocco di salvezza rivoluzionaria per fronteggiare l'ascesa del nazismo. Gli storici di orientamento trotskista, che avevano sempre creduto alle smentite del leader esiliato (preoccupato di salvare le teste dei suoi corrispondenti sovietici) hanno scoperto con sorpresa che l'idea di un'alleanza di tutte le opposizioni con una parte del gruppo vicino a Stalin si era delineata realmente in Unione sovietica tra il 1932 e l'assassinio di Kirov (anche se sembra che quest'ultimo, probabilmente al corrente, fosse esitante e incerto in proposito)..
Ma. se l'uccisione del suo grande accusatore poteva fare dormire per qualche tempo sonni più tranquilli a Stalin (che non si era mai perdonato di avere dato a Trotskii, esiliando, lo. libertà di parola e d'azione), la tempesta si addensava ugualmente sul suo capo, per eventi non modificabili con la piccozza di un sicario. Incoraggiato dai facili successi iniziali e dalla sensazione che l'Urss si sarebbe sgretolata al primo colpo, proprio nel 1940 Hitler comincia a preparare l'aggressione.
L'impreparazione dell'esercito e dei servizi logistici, l'ordine di non «accettare provocazioni», il ritardo nell' approntare fortificazioni sulla nuova linee di confine creata dalle annessioni del 1939-1940 (mentre era stata smantellata incredibilmente la rete difensiva sui vecchi confini che poteva comunque fornire una seconda linea di resistenza) provocano una disfatta di proporzioni gigantesche al momento dell'aggressione nazista.
L'esercito rosso è disorganizzato da una « ristrutturazione» non completata, è privo di molti ufficiali, che sono in licenza, mentre una parte dell'artiglieria e dei pezzi contraerei sono lontani dalla frontiera, per compiere le normali esercitazioni estive. Il rifiuto di credere a tutte le segnalazioni sui preparativi tedeschi, ordinando almeno cautelativamente una mobilitazione generale o parziale, costa la perdita del 90% della flotta aere,. distrutta a terra; l'assenza di ordini precisi, tranne quello di «non accettare provocazioni», permette all'invasore, dotato di soli 3.700 carri armati, in genere di mediocre qualità, di distruggere o catturare 15.000 mezzi blindati sovietici, di cui ben 1.700 T 34 o KV, in quel periodo i più moderni ed efficaci carri armati in campo.
L'indifferenza o l'ostilità al potere sovietico delle popolazioni da poco inserite nell'Urss, con le annessioni del 1939-1940 (concepite in una logica di pura spartizione di aree di influenza, senza alcuna reale consultazione degli interessati), rende più difficile una resistenza e persino una ritirata efficace ai fini della salvaguardia del grosso delle forze.
La disposizione delle truppe era per giunta basata sulla certezza che da parte nazista non poteva esserci pericolo, sicché la metà delle forze presenti nel distretto occidentale erano concentrate nel saliente di Bielostok, circondato da tre lati dal territorio occupato dai nazisti e predisposto, quindi, per un rapidissimo accerchiamento e annientamento.
Il ritardo nel dare indicazioni adeguate all'Armata rossa, accompagnato dalla sparizione di Stalin dal 22 giugno al 3 luglio, viene aggravato dal fatto che i primi ordini sono insensati: si vieta qualsiasi ritirata, impedendo così una ricomposizione del fronte su posizioni più difendibili e preparando catastrofi come l'accerchiamento della sacca di Kiev (nella quale i nazisti catturano 665.000 sovietici, con 3.718 cannoni e 884 veicoli corazzati).
Gli ordini sconsiderati delle alte gerarchie militari (ma anche la liquidazione, nel 1939-1940, di tutti i quadri usciti dalla scuola di guerriglia dell'esercito, fucilati perché sospettati di preparare «un'insurrezione» contro lo Stato sovietico) erano la causa reale delle enormi perdite sovietiche in mezzi e in uomini. Ma questi ultimi, appena Stalin si sarà ripreso dalla depressione che lo.ha fatto scomparire per molti giorni dai microfoni della radio e da tutta la vita pubblica, pagheranno per i veri responsabili. A parte un certo numero di generali fatti fucilare subito come capri espiatori, la responsabilità della disfatta sarà attribuita a chi è stato sopraffatto dalle truppe tedesche, sicché, a mano a mano che i prigionieri sovietici – al momento della controffensiva dell'Armata rossa – saranno liberati dai campi di concentramento nazisti (dove moltissimi sono morti tentando sabotaggi. evasioni e generose forme di resistenza), saranno in gran parte trasferiti nei Gulag siberiani.
Nei colloqui con i capi fascisti italiani. verbalizzati dal ministro degli Esteri Ciano, Hitler dichiarava, tre mesi dopo l'invasione, che il bottino era talmente superiore al fabbisogno tedesco da spostare tutta la produzione bellica sui soli sottomarini, carri armati e mezzi antiaerei e che le. perdite sovietiche, tra morti. feriti e prigionieri, si avvicinavano ai 10 milioni di uomini. Tuttavia. il capo nazista insisteva sulla sorpresa per l'immenso potenziate industriale sovietico, di gran lunga superiore alle valutazioni dei servizi segreti tedeschi e, soprattutto, per la tenacia con cui soldati e civili, mal diretti e senza collegamenti tra loro, continuavano a dare filo da torcere agli occupanti. Anche se le. perdite tedesche erano limitate a soli 68.000 uomini, Hitler cominciava ad avere dubbi sul costo finale dell'operazione e affermava che, se avesse conosciuto bene le forze sovietiche, non avrebbe osato sferrare l'attacco.
In ogni caso, per tutto il1941 l'Armata rossa continua ad arretrare e, nonostante la prima controffensiva, iniziata nel dicembre davanti a Mosca (conclusasi solo nell'aprile successivo), anche il 1942 comincia male per 1'Urss. A Kerc, a Char'kov, le armate naziste sfondano il fronte, fino a raggiungere il Caucaso e il Volga, dove comincia la battaglia di Stalingrado. Solo nel gennaio 1943, con la rottura del lunghissimo blocco di Leningrado, e nel febbraio, con la capitolazione del gruppo di armate tedesche concentrate a Stalingrado sotto gli ordini del feldmaresciallo von Paulus, la situazione cambia radicalmente. Invano i nazisti hanno creato un « Esercito russo di liberazione ~ al comando di un generale staliniano, Vlasov, che ha preferito accordarsi con coloro che crede ormai definitivamente vincitori; invano hanno mobilitato il risentimento nazionale contro lo sciovinismo panrusso presente in molte pooolazioni dell'Unione sovietica. La brutalità della loro guerra di rapina toglie credibilità ai nazisti. anche se non sono insignificanti i settori della società sovietica disposti al collaborazionismo.
Intanto, nel 1943, la resistenza antinazista si sviluppa in gran parte dell'Europa, in molti paesi per iniziativa dei comunisti che, dopo !'invasione dell'Urss, hanno smesso di fare i neutrali tra «i due campi imperialisti» e ora si battono a fondo, con tale decisione ed efficacia che entrano nelle loro file molti giovani entusiasti, i quali ignorano tutto delle passate responsabilità di Stalin e del Comintern; così, in Francia, il PCF, che aveva mantenuto nel 1939 un atteggiamento molto ambiguo (e aveva goduto inizialmente di qualche trattamento di favore da parte della forza di occupazione nazista, che tollerò per un certo tempo i giornali comunisti e le opere di Stalin, mentre bandiva dalle librerie quelle di Trotskij), può riscattarsi e cancellare dalla memoria collettiva quel periodo vergognoso, diventando «il partito dei fucilati». Così, jn Italia, il PCI, pur avendo difeso in modo non molto più dignitoso del confratello francese il patto russo-tedesco, raccoglie dopo 1'8 settembre molti degli elementi migliori dell'esercito allo sbando, conquistandosi un ruolo essenziale nella resistenza.
Soprattutto nei Balcani, in Grecia, in Jugoslavia, il peso dei comunisti nella lotta antitedesca è schiacciante. L'asprezza delle contraddizioni di classe in quei paesi spinge, d'altra parte, monarchici e antifascisti moderati al collaborare con i nazisti. piuttosto che con un movimento partigiano che assume sempre più nette caratteristiche anticapitalistiche. Così. soprattutto in Jugoslavia, la guerra partigiana non si limita agli obiettivi patriottici prescritti da Mosca (dove, nel maggio 1943, per tranquillizzare g1i alleati borghesi, è stata sciolta la III Internazionale, senza che cessi il controllo della burocrazia sovietica sui partiti comunisti; che diviene anzi più diretto, senza le mediazioni di un simulacro di Internazionale). Dopo ogni successo i partigiani organizzano nelle «zone liberate» i veri e propri organi di autogoverno, che interpretando le aspirazioni delle masse contadine, cominciano subito la riforma agraria, senza aspettare il «secondo tempo», come era stato fatto in Spagna e si farà in Italia e nel resto d'Europa. .
Al termine della guerra vinta dalla coa1izione antifascista per merito dell’Armata rossa, dell’enorme potenziale industriale americano, ma anche del coraggio e della decisione dei movimenti partigiani, si delinea una situazione estremamente complessa sullo scacchiere europeo. In molti paesi la resistenza organizzata dai comunisti ha avuto un peso determinante nella vittoria, mentre in altri i comunisti sono rimasti nettamente minoritari, per effetti di gravi sconfitte subite in passato (l'Ungheria), o per effetto della sistematica demolizione dei loro partiti da parte dello stalinismo (la Polonia). Tuttavia, quali saranno i regimi nel dopoguerra non sarà deciso dai rapporti di forza all'interno di ciascun paese, ma da quelli internazionali e dagli accordi che hanno assunto convenzionalmente il nome c di «Yalta» (anche se furono stipulati non tanto negli incontri tenutisi nella cittadina della Crimea, quanto in quelli precedenti di Teheran e Mosca).
Così, finita la guerra, il sistema sovietico estende la sua influenza su una vasta zona dell'Europa centro-orientale, mentre in altri paesi il movimento comunista è duramente represso con il tacito consenso di Mosca, o è spinto a ridimensionare i propri obiettivi, accettando di contribuire a ricostruire l'economia e le strutture statali borghesi all'interno di coalizioni temporanee, che saranno ben presto spezzate dal clima della «guerra fredda».
In questo modo si gettano le basi per una lunga instabilità, che farà esplodere ben presto la crisi latente dello stalinismo.
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1939 3 settembre: Francia e Inghilterra, legate da un trattato alla Polonia, entrano in guerra, senza iniziare realmente le operazioni militari sul fronte occidentale (comincia quella che i francesi chiamano la «drôle de guerre», la strana guerra).
15 settembre: armistizio tra Urss e Giappone, che dal maggio si scontravano al confine tra Siberia e Manciuria.
16 settembre: le truppe tedesche circondano Varsavia.
17 settembre: le truppe sovietiche entrano in Polonia.
28 settembre: l'Estonia firma un trattato di mutua assistenza con l'Urss collocandosi nell'area di influenza sovietica. Accordo russo-tedesco sulla delimitazione delle rispettive zone di occupazione in Polonia.
5 ottobre: trattato tra Urss e Lettonia, seguito dall'occupazione del paese dalle truppe sovietiche.
10 ottobre: analoga sorte tocca alla Lituania.
1-2 novembre: i territori polacchi occupati dall'Urss vengono annessi alle repubbliche bielorussa e ucraina.
30 novembre: dopo quasi due mesi di infruttuose trattative, inizia la guerra di Finlandia. L'Urss si impantana ben presto nell'istmo di Carelia, senza riuscire ad avanzare, mentre un «governo sovietico-finlandese» rimane nelle retrovie dell'Armata rossa; sarà presto accantonato dai suoi stessi promotori.
14 dicembre: l'Urss viene espulsa dalla Società delle Nazioni (era stata ammessa nel 1934).
1940 11 febbraio: accordo commerciale russo-tedesco, che intensifica la collaborazione economica.
12 marzo: trattato di pace con la Finlandia, che accetta alcune modifiche delle frontiere.
Aprile: massacro di Katyn (presso Smolensk). Un gran numero di ufficiali polacchi sono uccisi dal NKVD. Quando le fosse comuni saranno scoperte dai tedeschi, l'Urss accuserà questi ultimi di essere i veri responsabili, ma la data dell’esecuzione è accertabile dai documenti ritrovati sui cadaveri e da numerosi altri elementi.
Aprile-maggio: le truppe tedesche invadono Danimarca e Norvegia.
10 maggio: finisce la «drôle de guerre». La Germania invade Belgio e Olanda aprendosi la strada per l'occupazione della Francia, che capitola il 22 giugno. Il 10 giugno entra in guerra anche 1'Italia.
26 giugno: in Urss viene allungato l'orario di lavoro; vietati i trasferimenti da una fabbrica all' altra.
Giugno-agosto: occupazione della Bessarabia e della Bucovina settentrionale evacuate dalla Romania, trasformate in Repubblica sovietica di Moldavia.
Agosto: Lituania, Lettonia ed Estonia entrano a far parte dell'Urss come repubbliche federa te.
21 agosto: Trotskij è ucciso da un sicario di Stalin nella sua casa di Coyoacan, in Messico.
Ottobre: truppe tedesche invadono la Romania, mentre 1'Italia attacca (con scarso successo e gravi perdite) la Grecia.
Novembre: Ungheria, Romania e Slovacchia aderiscono al patto tripartito stipulato in settembre tra Germania, Italia e Giappone. Molotov a Berlino per discutere i rapporti russo-tedeschi.
Dicembre: lo Stato Maggiore tedesco discute con Hitler il «piano Barbarossa» di invasione dell'Urss.
1941 Marzo: anche la Bulgaria aderisce al patto tripartito; L'Urss è completamente accerchiata..
5 aprile: patto di non aggressione e di amicizia russo-jugoslava. Il giorno successivo la Germania invade la Jugoslavia, senza reazioni sovietiche.
Maggio-giugno: si infittiscono le segnalazioni sui piani tedeschi di aggressione all'Urss, che vengono ignorate da Stalin (che dal 7 maggio ha assunto anche la direzione del governo, sostituendo Molotov).
13 giugno: comunicato ufficiale, pubblicato sulla « Pravda», che :smentisce le «voci provocatorie» su preparativi militari alla frontiera russo-germanica.
22 giugno: comincia l'aggressione nazista all'Urss. Stalin non compare in pubblico fino al 3 luglio.
Settembre: dopo un'impetuosa avanzata, che ha visto la conquista di Minsk il 28 giugno, Smolensk il 16 luglio e Kiev il 19 settembre, le truppe tedesche circondano Leningrado e minacciano Mosca, che sarà evacuata a metà ottobre da gran parte della popolazione, spostando nelle retrovie ministeri e fabbriche.
1942 13 febbraio: militarizzazione della popolazione civile dell'Urss.
Maggio: sconfitte sovietiche in Crimea e a Char'kov;
Giugno: le truppe naziste arrivano al Volga e si avvicinano al Caucaso.
17 luglio: inizia la battaglia di Stalingrado, difesa eroicamente dai sovietici. Il nome della città le assegna un valore simbolico per le due parti. Il tentativo tedesco di conquistarla entro il 7 novembre fallisce.
Ottobre: le truppe tedesche e italiane vengono fermate a el Alamein, alle porte di Alessandria d'Egitto, impedendo la conquista del canale di Suez e della Palestina. Nel mese successivo uno sbarco anglo-americano in Africa del Nord capovolge definitivamente le sorti della guerra su quel fronte. Tuttavia, per tutto il 1942 e il 943 l'Urss chiede invano l'apertura di un secondo fronte in Europa, che alleggerisca la pressione tedesca sul proprio territorio.
1943 6 gennaio: nel quadro del sempre più esplicito richiamo alle tradizioni prerivoluzionarie, in Urss vengono ripristinate uniformi che ricordano quelle zariste.
12-18 gennaio: viene spezzato l'assedio tedesco a Leningrado.
2 febbraio: capitolazione delle armate naziste a Stalingrado.
Aprile: l'Urss rompe i rapporti con il governo polacco in esilio a Londra, per protesta contro la richiesta di una commissione internazionale di inchiesta sulla questione delle fosse di Katyn; d'altra parte l'Urss sta riorganizzando un partito comunista col nome di Partito operaio polacco.
15 maggio: scioglimento dell'Internazionale comunista.
10 luglio: sbarco anglo-americano in Italia. Non è sufficiente ad assicurare un effettivo alleggerimento della presenza tedesca in Urss, anche se, sommandosi agli effetti dei grandi scioperi operai di Milano, Torino e Genova, contribuisce alla caduta di Mussolini.
Settembre: accordo tra Stalin e i capi della Chiesa ortodossa, autorizzati a eleggere il patriarca di Mosca.
28 novembre-1 dicembre: a Teheran, prima Conferenza al vertice degli alleati antinazisti. Si comincia a discutere della sorte della Germania, al termine della guerra, ma anche delle annessioni realizzate dall'Urss durante l'alleanza con il regime nazista.
Novembre: cominciano le deportazioni di intere popolazioni, accusate di collaborazionismo con i tedeschi. Viene soppressa la repubblica autonoma dei karacaj e 75.000 appartenenti a quel piccolo popolo vengono trascinati in Siberia o nell'Asia centrale. Moltissimi periranno durante l'esodo forzato, o nelle terribili condizioni ambientali a cui sono abbandonati. Seguiranno 134.000 calmucchi, 407.000 ceceni, 92.000 ingusci, 42.000 balkari, 200.000 tatari di Crimea, 380.000 tedeschi del Volga, che subiscono la stessa sorte tra gli ultimi mesi del 1943 e la primavera del 1944.
1944 6 gennaio: definitiva liberazione di Leningrado dal blocco e dalla minaccia tedesca.
26 marzo: le truppe sovietiche superano per la prima volta la frontiera prebellica, raggiungendo il territorio romeno. Solo a questo punto i preparativi per aprire un secondo fronte antitedesco in Europa cominciano a concretizzarsi (lo sbarco in Normandia avverrà il 6 giugno).
Luglio: si fanno più forti le concessioni alla mentalità della Chiesa ortodossa e, in genere, dei settori più arretrati della società russa: una nuova legge sulla famiglia reintroduce il concetto di figlio illegittimo (nei primi anni dopo la rivoluzione non esisteva alcun tipo di ingerenza dello Stato nei rapporti familiari, ma era prevista una semplice registrazione volontaria delle coppie ai fini degli assegni familiari e della attribuzione dei figli; non era previsto alcun tipo di divorzio regolamentato, giacché bastava comunicare la separazione degli indirizzi).
Luglio-agosto: rapida avanzata sovietica in Polonia. Viene creato un Comitato di liberazione nazionale filosovietico a Lublino, che tuttavia ha un'influenza ridotta rispetto all'Armia Krajowa legata al governo di Londra, che conta 300.000 combattenti. L'1 agosto l'Armata rossa è alle porte di Varsavia, dove viene scatenata un'insurrezione antinazista: i partigiani vogliono precedere le truppe russe, liberandosi da soli. Le truppe sovietiche, comandate su quel fronte dal generale di origine polacca Rokossovskij, vengono tenute ferme, mentre affluiscono ingenti forze tedesche. Anche quando, a metà settembre, gli insorti chiedono formalmente l'aiuto sovietico, questo viene rifiutato per «esigenze complessive del fronte ».
Il 2 ottobre !'insurrezione è domata (quasi 200.000 morti, in gran parte civili). E' un altra ferita, non facilmente rimarginabile.
9-18 ottobre: Churchill, a Mosca, concorda un piano di spartizione di zone d'influenza tra Urss e Gran Bretagna. In Jugoslavia è previsto un 50% per ciascuna parte, ma intanto i partigiani comunisti stanno finendo di liberare il paese da soli (tranne un breve intervento finale di truppe sovietiche nella liberazione di Belgrado). In Grecia è prevista un'egemonia britannica, che si concretizza nei ripetuti tentativi di disarmo dei partigiani comunisti che hanno liberato Atene, in una strage di cittadini ateniesi in dicembre, fino a ottenere, grazie alle pressioni sovietiche, il disarmo completo delle forti formazioni che hanno battuto i tedeschi (accordi di Varkiza, febbraio 1945). I partigiani finiranno in carcere, in esilio, o riprenderanno a combattere più tardi, in condizioni del tutto sfavorevoli, che preluderanno a una tragica sconfitta.
1945 Gennaio: offensiva sovietica sulla Vistola, che porta entro il mese l'Armata rossa fino all'Oder.
4-11 febbraio: Conferenza di Yalta. Stalin, Churchill e Roosevelt discutono sul futuro assetto dell'Europa e del mondo. Si cominciano a definire i confini della Polonia e della Germania e la questione delle riparazioni dei danni di guerra da imporre agli sconfitti. Le potenze occidentali accettano un notevole ampliamento della sfera d'influenza dell'Urss, che è tuttavia la registrazione di un mutamento nei rapporti di forza dovuto all'enorme sforzo bellico sovietico, rimasto fondamentalmente isolato fino a metà del 1944 per la mancata apertura del secondo fronte.
Primavera: avanzata sovietica su Vienna, Berlino, Praga (liberata dagli insorti, a cui si uniscono le formazioni dell'Esercito di liberazione russo di Vlasov, che sparano sui loro vecchi alleati nazisti).
8 maggio: capitolazione incondizionata della Germania.
17 luglio-2 agosto: Conferenza di Potsdam (Roosevelt, morto nel frattempo, è sostituito da Truman, violentemente anticomunista, mentre Churchill viene sostituito a metà conferenza da Attlee, che ha formato il nuovo governo laburista, dopo una clamorosa vittoria elettorale, che conferma la spinta a sinistra in tutta l'Europa, stanca della guerra). Viene decisa la spartizione della Germania in zone di occupazione, vietando la ricostituzione di un governo centrale tedesco. Alla Germania vengono imposte dure condizioni (le riparazioni di guerra prevedono lo smantellamento e il trasferimento in Urss di interi impianti industriali), La Polonia viene compensata a spese della Germania per i territori occupati dall'Urss nel 1939.
6 agosto: bomba atomica su Hiroshima, che viene intesa dal mondo come una intimidazione non tanto al Giappone, ormai sull' orlo della disfatta, quanto all'Unione sovietica; subito dopo la fine del conflitto europeo si infittiscono i segni di quella che sarà chiamata la «guerra fredda».
8 agosto: l'Urss dichiara guerra al Giappone (a Yalta e Potsdam è stato deciso questo tardivo intervento, che frutterà il recupero di vari territori perduti nel 1905). Il 9, seconda bomba atomica a Nagasaki. Il 14, il Giappone decide di arrendersi. La Seconda guerra mondiale è finita.
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APOGEO E DECLINO DELLO STALINISMO (1945-1956)
La straordinaria capacità di ripresa rivelata nel corso della guerra dalla popolazione sovietica (anche grazie alla sperimentazione diretta di quel che voleva dire il regime nazista) aveva permesso, non solo i successi militari travolgenti, che dal 1943 cancellano ogni ricordo della disfatta del 1941, ma anche un’estensione dell'area di influenza sovietica assai più ampia di quella conquistata con le armi. Il ruolo dell'Urss nella lotta antinazista ne rilancia il prestigio in tutto il mondo e milioni di uomini, che non sanno nula delle responsabilità di Stalin alla vigilia della guerra e della tragica interpretazione iniziale, lo considerano realmente ispiratore e guida di tutto il movimento progressista.
A mano a mano che le conseguenze economiche e sociali della guerra (che mette in moto, soprattutto in Asia, una nuova ondata della rivoluzione coloniale) trascinano nelle mobilitazioni sindacali e politiche settori tradizionalmente passivi, il movimento comunista (che sembrava distrutto nel 1939) si rafforza, conquistando un peso determinante in molti paesi. In Cina, durante la lotta antigiapponese (organizzata dal Partito comunista con un rigore che contrasta clamorosamente con la passività del regime del Kuomintang) si gettano le basi per la nuova rivoluzione, che arriverà alla vittoria nell'ottobre 1949. Lo stesso avviene nella penisola indocinese, in Corea nonché in paesi dove, per errori tattici o per insufficiente radicamento, il movimento comunista non giunge al potere, ma consegue ugualmente una crescita senza precedenti. E' il caso dell'Indonesia, dell'Iran, dei paesi europei già ricordati. Persino nei paesi dove la creazione di un regime comunista è avvenuta per effetto della spartizione del mondo tra le grandi potenze più che per una dinamica interna, nel1945-1945 i partiti comunisti aumentano inizialmente i loro consensi, grazie a misure anticapitalistiche realizzate in modo burocratico, ma pur sempre corrispondenti a molte delle aspirazioni più profonde delle masse sfruttate. Nella stessa Polonia, dove senza dubbio la grande massa dei combattenti antinazisti era ostile all'Urss, il consenso per il governo guidato dai comunisti cresce per un certo periodo in misura sorprendente. Perfino in Ungheria, dove i comunisti hanno avuto nelle prime (ed ultime) elezioni libere un risultato più che deludente, gli errori dei partiti conservatori sembrano consentire una modifica dei rapporti di forza che permetta di riprendere il cammino interrotto nel 1919 con la brutale repressione )della Repubblica dei Consigli.
Tuttaviaia, questa espansione è minata da una contraddizione profonda. L’allargamento del «socialismo in un solo paese» a un sistema di Stati con tradizioni politiche e culturali molto diverse, rende particolarmente difficile e inefficace il controllo burocratico. Anzi, proprio l'imposizione meccanica del modello sovietico, appena emendato in particolari marginali (le «democrazie popolari» simulano una pluralità di partiti, anche se sono ammessi solo quelli che accettano di diventare passive appendici del Partito comunista, uniti in «Fronti» che – tranne in qualche eccezione iniziale – si presentano alle elezioni in una lista unica da accettare in blocco, senza potere neppure scegliere i singoli candidati), prepara le nuove crisi, che esploderanno in maniera drammatica subito dopo la morte di Stalin.
La prima preoccupazione dei sovrintendenti sovietici e dei loro subalterni locali (quasi sempre di mediocre livello politico, dato che i migliori sono stati sterminati mentre erano rifugiati in Urss negli anni Trenta) è quella di estendere nelle campagne la collettivizzazione burocratica, che già tanti danni aveva fatto in Unione sovietica. Così, anche i contadini poveri, che avevano salutato con entusiasmo la confisca dei latifondi privati o ecclesiastici, modificano l'atteggiamento verso il potere, appena questo li costringe a entrare in cooperative coatte.
La lotta antireligiosa, in particolare rivolta contro la Chiesa cattolica (che è effettivamente quasi ovunque molto legata alla proprietà terriera e a partiti conservatori ed è diretta da Roma da un Pio XII che era stato troppo benevolo verso il nazismo ed era accecato da un anticomunismo viscerale), viene condotta in modo offensivo per i sentimenti di milioni di credenti. Per giunta, soprattutto in Polonia, la Chiesa cattolica viene gravemente molestata, ma non è possibile sopprimerla e imbavagliarla del tutto, sicché, mentre scompaiono tutte le forze politiche dì opposizione (con una particolare attenzione delle forze repressive per i gruppi socialisti di sinistra e, naturalmente, per i trotskisti), essa finisce per diventare un punto di riferimento per chiunque sia scontento del nuovo ordine.
L'unico paese che ha una vicenda diversa, la Jugoslavia, rappresenta presto un problema acutissimo per la burocrazia staliniana. Il gruppo dirigente formatosi durante la lotta antinazista intorno a Tito (l'unico sopravvissuto, per benevolenza di Mosca, della vecchia .direzione) ha un enorme radicamento nel paese, che si è liberato con le proprie forze. Ripercorrendo la stessa strada dello stalinismo, ha incoraggiato un intreccio strettissimo tra orgoglio nazionale e rivoluzione «socialista», sicché già durante la guerra ci sono stati i primi attriti con Mosca, che non apprezzava !'indipendenza politica eccessiva del partito jugoslavo e lesinava aiuti militari e politici. Al momento del breve passaggio delle truppe russe, dirette in Ungheria, Stalin era rimasto scandalizzato dalla richiesta che il transito fosse. temporaneo e dalle proteste per gli stupri e le rapine che accompagnavano il passaggio dell'Armata rossa, del tutto incapace di comprendere che .non si trovava in una terra di conquista, ma di fronte a un popolo sensibilissimo alla difesa della propria dignità. Inutile dire che tali comportamenti erano comunque inammissibili e che la tolleranza nei confronti di saccheggi e violenze, in questi paese, Germania inclusa, rivelava la gravità dell'involuzione di quello che era nato come un esercito rivoluzionario ed era stato sorretto, nei momenti più difficili, da una grande tensione politica e morale.
In ogni caso, in Jugoslavia i motivi di contrasto divengono rapida mente più gravi di quelli suscitati dal primo incontro diretto con i sovietici. Come in altre «democrazie popolari», l'Urss propone società miste per sviluppare trasporti e settori decisivi dell'industria. Anche su un progetto di federazione balcanica gli jugoslavi dimostrano eccessiva autonomia e provocano l'irritazione di Stalin, che ritiene di potere schiacciare l'incipiente eresia con il suo «dito mignolo».
:Ma se Tito è assai meno « eretico» di qualsiasi oppositore liquidato in passato da Stalin, giacché la sua formazione e la sua ascesa sono avvenute proprio a Mosca, e nel periodo più oscuro del Comintern, egli ha una carta ben diversa; ha uno Stato dietro di sé, sostanzialmente compatto intorno al Partito comunista; la condanna del «titoismo» provoca un notevole disorientamento nei quadri e nella base, educati al culto dell'infallibilità di Stalin, ma i legami stabiliti in quattro anni di guerra antifascista sono saldi e non possono essere recisi da un'inverosimile scomunica. Così Stalin si trova, per la prima volta, a non potere imbavagliare un'opposizione, giacché essa ha un suo territorio sul quale gli agenti del NKVD (che pure sono presenti in Jugoslavia e hanno reclutato diversa gente) non possono fare quel che vogliono.
Non è neppure possibile risolvere la questione, come era stato fatto con Trotskij, con un attentato; vari tentativi falliti hanno irritato sempre più i dirigenti jugoslavi, che sono spinti a ricercare, a posteriori, le ragioni della differenziazione che non avevano voluto. Così nasce, anche se con ambiguità e reticenze, il primo filone critico dello stalinismo, che non si identifica solo con le idee di piccoli gruppi di militanti, ma ha dietro di sé un territorio e, soprattutto, un grande prestigio, conquistato –non solo in patria – con l'eccezionale ampiezza della guerriglia antinazista.
Paradossalmente, il gruppo dirigente sovietico è spinto dall'ossessione del «pericolo titoista» a provocare guasti maggiori in Unione sovietica e nelle altre democrazie popolari. Grandi processi, ricalcati su quelli del 1936-1938, vengono allestiti a Praga e a Budapest e preparati con arresti di eminenti dirigenti comunisti in tutte le altre capitali. Gli ultimi anni di Stalin vedono apparire persino una macchia incredibile in uno Stato sorto dalla Rivoluzione d'Ottobre: l'utilizzazione sistematica di argomenti antisemiti. Quando Stalin muore, è in preparazione un processo a un gruppo di medici di origine ebraica, su cui pende l'accusa (cara agli organizzatori di pogrom) di essere avvelenatori che uccidono deliberatamente i loro pazienti.
L’urgenza di un cambiamento è sottolineata da motti. segni rivelatori: dal 1946 si ripetono rivolte nei Gulag, dove i detenuti sono più decisi e combattivi di quelli del!li anni Trenta, giacché molti di loro sono stati arrestati al termine della guerra, nella quale avevano combattuto con coraggio, accumulando esperienze preziose, Tre mesi dopo la morte di Stalin, poi, viene alla luce una tensione ancora più pericolosa. con la rivolta degli operai edili di Berlino Est, che scendono in piazza contro i ritmi troppo intensi e le paghe di fame, ma anche contro l’oppressione poliziesca.
E' la prima manifestazione clamorosa di una tendenza di fondo: gli operai delle democrazie popolari, che hanno esperienze recenti di lotta anticapitalistica, non hanno la stessa passività del proletariato sovietico, decapitato da anni di repressione sistematica, demoralizzato, privo di esperienze di lotta (i vecchi militanti della rivoluzione sono diventati burocrati, o sono morti nella guerra civile e nelle purghe).
La risposta del gruppo dirigente sovietico è empirica e oscillante, Dapprima, con perfetto stile staliniano, liquida il più pericoloso tra i successori di Stalin, Berija, accusandolo però di crimini inverosimili e non della politica di sterminio portata avanti come capo del NKVD. Poi, con una forzatura rispetto ai suoi stessi colleghi, Chruscëv denuncia al XX Congresso del PCUS le responsabilità di Stalin. E' una denuncia coraggiosa, anche se ricalca ancora una volta l'impostazione tipica di Stalin, giacché il capo scomparso viene indicato come unico responsabile di crimini che i suoi stessi accusatori avevano commesso e di un'involuzione che non poteva essere opera di un solo uomo (anche se Stalin era stato effettivamente l'interprete efficace e, a suo modo, «geniale» della mentalità e degli interessi della burocrazia).
E' comunque. una denuncia che rimane a metà, non solo per l'insufficienza dell' analisi, ma anche perché viene prima mantenuta segreta, poi smentita nel Congresso successivo, poi rilanciata, ma senza andare più a fondo, per essere poi accantonata per due decenni, dopo la sostituzione di Chruscëv con Breznev.
Ma il susseguirsi delle crisi, da quella che sconvolge Ungheria e Polonia nel 1956, a quella cecoslovacca del 1968, a quelle sempre più acute che riaffiorano periodicamente in Polonia, rivela che il sistema creato dalla burocrazia sovietica negli anni Venti è minato da contraddizioni profonde. Tra queste, la più importante è quella tra il livello culturale sempre più elevato delle masse sovietiche e dei paesi dell'Est e l'assurdo spreco rappresentato da un immenso apparato burocratico che, all'origine, tentava di giustificare la propria esistenza con l'immaturità del proletariato, mentre ora appare funzionale solamente alla propria sopravvivenza parassitaria.
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1945 Ottobre-dicembre: riforma agraria e nazionalizzazione delle banche e delle industrie fondamentali in Cecoslovacchia, Jugoslavia, Ungheria, Bulgaria, Polonia, Germania orientale. Elezioni in diversi paesi, che vedono risultati piuttosto differenziati (dal 15% ai comunisti ungheresi, si arriva al 93% ottenuto in Albania dal Fronte democratico, strettamente controllato dal Partito comunista e senza concorrenti). In tutti i paesi, tuttavia, i comunisti si assicurano il controllo esclusivo della polizia segreta e cominciano, in forme diverse, a eliminare i loro concorrenti più pericolosi (in genere provocando scissioni negli altri partiti e attribuendo la rappresentanza ufficiale al solo troncone filosovietico, con l'aiuto dell'Armata rossa). Nel giro di pochi mesi, in congressi tumultuosi, tutti i partiti socialisti esistenti all'Est vengono conquistati da un gruppo favorevole all'unificazione con il Partito comunista. Verranno invece tollerati, ma presto ridotti a fantocci, i partiti «contadini» o «democratici», ai quali viene assegnato d'ufficio il compito di rappresentare gli strati non operai della popolazione.
1946 5 marzo: discorso di Churchill a Fulton, negli Stati Uniti, sulla «cortina di ferro» calata dal Baltico all'Adriatico. E' la data a cui si fa risalire !'inizio della «guerra fredda».
Primavera: rivolte di detenuti alla Kolyma e in molti altri Gulag. Il clima di tensione legato alla guerra fredda facilita la ripresa, disperata e presto tragicamente sconfitta, di una guerriglia comunista in Grecia. Riprendono in giugno anche le ostilità in Cina, dove i comunisti hanno acquistato un grande peso nella lotta antigiapponese e hanno accettato inizialmente di collaborare con il Kuomintang.
Settembre: comincia a delinearsi nelle regioni meridionali dell'Urss una carestia, che si aggraverà nell'anno successivo. Irrigidita la disciplina nei kolchoz.
21 settembre: discorso di Zdanov, divenuto il principale collaboratore di Stalin, agli scrittori di Leningrado. Comincia la campagna ideologica contro l'influenza della cultura occidentale e per irrigidire il controllo del partito sulla letteratura e la scienza.
1947 Prosegue l'assimilazione delle «democrazie popolari» all'Unione sovietica.
Settembre: costituzione di un «Ufficio di informazione» tra i partiti comunisti (Cominform), che rappresenta un surrogato del!'Internazionale sciolta nel 1943. Durerà fino al 1956 e avrà come funzione principale quella di impartire «scomuniche» ai «deviazionisti».
1948 Dicembre: drastica riforma monetaria, che colpisce ogni accumulazione clandestina di valuta.
13 gennaio: assassinato a Minsk Solomon M. Michoels, attore e regista, direttore del Teatro ebraico di Mosca. Ufficialmente è vittima – insieme a un critico, Golubov – di un incidente stradale, ma poco dopo viene coinvolto nella lunga serie di «complotti» attribuiti a «elementi cosmopoliti», di cui si sottolinea l'origine ebraica. Vengono arrestati quasi tutti i membri del Comitato antifascista ebraico creato durante la guerra, che saranno fucilati simultaneamente senza processo il 12 agosto 1952.
Febbraio: «colpo di Praga» (vengono fatti dimettere i ministri non comunisti).
Giugno: il Cominform condanna la Jugoslavia.
31 luglio-7 agosto: Lysenko ottiene dall'Accademia delle Scienze agricole la condanna della genetica come scienza borghese. Zdanov, che ha tentato di opporsi, cade in disgrazia e muore nel corso dell'estate. In autunno Berija e Malenkov scoprono un «complotto di Leningrado», che porterà alla caduta e alla morte tutti i collaboratori di Zdanov in quella città. Si moltiplicano le rivolte nei campi siberiani; alcune di esse ottengono iniziali successi e devono essere schiacciate dall' aviazione e da mezzi blindati.
20 ottobre: parte il «piano forestale di trasformazione della natura» voluto da Lysenko e Stalin, che provocherà distruzioni e sperperi immensi, senza. alcun risultato positivo.
1949 Gennaio: l'Accademia delle Scienze rilancia la lotta contro «!'idolatria dell'Occidente». Si scovano inventori russi per tutte le più importanti scoperte scientifiche degli ultimi secoli. Si intensifica e diventa sempre più simile all'antisemitismo tradizionale la «lotta al cosmopolitismo».
Settembre: processo Rajk a Budapest (il primo dei grandi processi ricalcati su quelli di Mosca degli anni Trenta). Gli imputati sono accusati di complicità con la «sanguinaria cricca fascista titoista» (come viene definito il PC jugoslavo).
23 settembre: prima bomba atomica sovietica.
1 ottobre: in Cina, dopo anni di lotte, nasce la Repubblica Popolare Cinese. Scarso entusiasmo di Stalin per la nascita di uno Stato comunista tanto più grande e popoloso dell'Urss. Il- PCC, d'altra parte, ha già dimostrato da tempo la sua indipendenza, rifiutando nei fatti la linea di collaborazione con il Kuouomintan, proposta dall'Urss.
12 ottobre: la zona sovietica di occupazione della Germania diventa Repubblica Democratica. Tedesca, in risposta alla costituzione (avvenuta il 20 settembre). della Repubblica Federale Tedesca sui territori occupati dalle potenze occidentali.
1950 Gennaio: fucilazione di Voznesenskij, principale esponente del gruppo di Leningrado. La pena di morte (abolita formalmente nel 1947 e in realtà sempre rimasta in vigore) viene ripristinata formalmente.
30 gennaio: l'Urss riconosce il governo comunista nel Vietnam.
26 giugno: inizia la guerra di Corea. che porterà in poche settimane le truppe della Corea del Nord a occupare gran parte del territorio meridionale (senza. trovare, tuttavia, la prevista insurrezione popolare contro il regime filoamericano). Le truppe statunitensi, formalmente sotto la bandiera dell'ONU, intervengono rapidamente e, nel novembre, la guerra coinvolge anche il giovane Stato comunista cinese. Gli Usa minacciano di usare l'atomica. La guerra, costosissima per entrambe le parti, si concluderà, dopo la morte di Stalin, con un armistizio, che riporterà praticamente i contendenti sulle posizioni di partenza.
Durante tutto l'anno si moltiplicano in Urss le rivolte di detenuti, che riguardano parecchie decine di migliaia di persone (su dieci milioni presenti in quel periodo nell'arcipelago Gulag). Vengono effettuate in molti campi fucilazioni preventive del 5% dei detenuti.
1951 Gennaio: riunione segreta a Mosca dei «paesi socialisti», per costituire un comando unificato delle truppe, sotto direzione sovietica.
17 febbraio: Stalin afferma che la guerra potrebbe divenire inevitabile.
Luglio: prime trattative per un armistizio in Corea, senza risultati. Proseguono le rivolte nei lager e i processi politici contro presunti «titoisti» nelle democrazie popolari.
1952 Ottobre: XIX Congresso del PC sovietico (che assume il nomedi PCUS).
Novembre: processo Slansky a Praga. Gli imputati sono quasi tutti accomunati da un lungo passato comunista, dalla milizia nelle Brigate internazionali in Spagna e dall'«origine ebraica»).
1953 Gennaio: viene annunciato l'arresto dei medici dell'ospedale del Cremlino, accusati di avere tentato di avvelenare i dirigenti del partito. I medici sono quasi tutti di origine ebraica. Al provocatore Timašuk, che ha denunciato il complotto, viene assegnato l'Ordine di Lenin.
7 marzo: muore Stalin. Durante i funerali, il caos organizzativo provoca circa 500 morti, schiacciati dalla ressa contro i camion che dovevano incanalare la folla.
In successive riunioni viene definito il nuovo organigramma del potere in Urss. Apparentemente le figure principali sono: Malenkov (a capo del governo), Molotov (ministro degli Esteri e «ideologo» e Berija (a capo dei servizi di sicurezza). Chruscëv si dedica alla segreteria del partito, che negli ultimi anni di Stalin ha perso di importanza.
4 aprile: viene annunciata la riabilitazione dei medici. Ondata di speranza, che raggiunge anche i campi, dai quali cominciano a partire richieste di riabilitazione. Tuttavia, dall'amnistia vengono esclusi proprio i «politici»), mentre migliaia di detenuti comuni liberati si riversano nelle città, rendendole insicure.
1 giugno: mentre continuano nei campi sovietici le rivolte o gli scioperi della fame, giunge la prima avvisaglia della crisi dalle democrazie popolari. Scioperi e manifestazioni contro il carovita in varie città cecoslovacche, con duri scontri e molti morti a Pilsen.
16 guiugno: sciopero contro il cottimo a Berlino Est. Il giorno successivo l'agitazione si estende dai cantieri edili, dove è partita, fino a diventare un vero sciopero generale, con scontri diffusi. Morti e feriti: 12.000 arrestati saranno condannati a dure pene. La responsabilità viene gettata su un'organizzazione «fascista clandestina». Berija è a Berlino Est, ma al suo ritorno a Mosca viene arrestato e destituito. La notizia della sua caduta sarà resa pubblica solo un mese dopo, non appena sarà completata la sostituzione dei capi dei servizi segreti, mentre quella della fucilazione sarà data solo in dicembre, insieme a un'informazione sommaria su un processo segreto, da cui Berija risulta colpevole di complicità con i servizi segreti britannici fin dal 1918 (e non viene invece accusato per le stragi di comunisti organizzate per conto di Stalin). Cominciano a rientrare alcuni detenuti «privilegiati»: la moglie di Molotov, la nuora di Chruscëv e altri parenti di alti dirigenti. Emerge un nuove «triumvirato»: Malenkov, Molotov e Chruscëv; quest’ultimo nel settembre viene nominato Primo segretario del PCUS. Si chiude intanto la guerra di Corea, mentre viene annunciata l'esplosione della prima bomba all'idrogeno sovietica.
Cominciano misure tendenti ad alleggerire la posizione dei contadini kolchosiani, a cui viene concessa maggiore libertà di produrre sugli appezzamenti individuali.
1954 Continuano le rivolte di detenuti: quella di Kengir, nel Kazachstan, dura 42 giorni. Le riabilitazioni riguardano casi sporadici, senza alcun accenno a una condanna sistematica delle repressioni staliniane.
Marzo: viene lanciata la campagna per dissodare le «terre vergini», per innalzare la produzione cerealicola, sempre scarsa, attraversa l'estensione delle aree coltivate, piuttosto che con uno sviluppo tecnologico dell' agricoltura. Dopo successi iniziali, più apparenti che reali, il bilancio sarà sostanzialmente negativo, anche dal punto di vista del dissesto ecologico.
Dicembre: viene denunciato il carattere pretestuoso del «complotto di Leningrado». Più che di un passo verso il superamento dell’epoca staliniana, si tratta di un colpo sferrato a Malenkov,.che di quel processo era stato, con Berija, l'ispiratore.
1955 Febbraio: Malenkov costretto alle dimissioni. Per la prima volta un dirigente esce di scena senza essere liquidato. Al suo posto, alla testa del governo viene nominato Bulganin, legato a Chruscëv, che appare ormai il più autorevole dirigente sovietico. Si prepara una riappacificazione con la Jugoslavia.
Maggio-giugno: viaggio di Chruscëv a Belgrado; una clamorosa autocritica sovietica porta a una riappacificazione tra i due partiti comunisti. Molotov, formalmente ancora al centro della nuova direzione, è sostanzialmente emarginato.
Settembre: visita del cancelliere tedesco-occidentale Adenauer a Masca e primi tentativi di distensione.
Novembre-dicembre: viaggio in India, Birmania e Afghanistan, di Chruscëv e Bulganin, accolti da masse sterminate. Si stringono i rapporti anche con l'Egitto.
1956 Febbraio: XX Congresso del PCUS. Il 25 febbraio, forzando la mano agli elementi più conservatori, Chruscëv legge in seduta segreta una clamorosa denuncia dei crimini di Stalin, che sarà presto nota in Occidente. Si apre una crisi acutissima del movimento comunista internazionale, disorientato dalle «rivelazioni». Molti dirigenti comunisti occidentali cercano di impedire ulteriori denunce.
18 aprile: scioglimento del Cominform.
25 aprile: abrogazione della legge del 1940, che vincolava gli operai al posto di lavoro e prevedeva sanzioni penali contro ritardi e assenteismo.
1-23 giugno: Tito in visita nell'Urss, accolto con tutti gli onori.
28 giugno: rivolta operaia a Poznan, in Polonia.
30 giugno: Risoluzione del Comitato centrale del.PCUS sul superamento del «culto della personalità» (come viene eufemisticamente chiamato lo stalinismo).
14 luglio: sostanziale aumento delle pensioni, nel quadro delle misure per migliorare il livello di vita; sarà seguito in settembre dall'introduzione di un salario minimo.
Ottobre-novembre: il ritardo nella «destalinizzazione» in Ungheria e in Polonia provoca grandi manifestazioni popolari. In Polonia la riabilitazione di Gomulka (che era stato vittima della repressione) e la sua nomina alla testa del partito viene considerata dall'Urss il male minore e riesce effettivamente ad arginare il malcontento operaio, aprendo grandi speranze di svolta.
In Ungheria la situazione sfugge di mano a Imre Nagy, anch'esso da poco liberato e collocato alla testa del governo. Si formano ovunque consigli operai e vengono assaltate le sedi della polizia politica. Duro intervento sovietico (appoggiato anche dalla Jugoslavia e facilitato dal contemporaneo intervento francese, britannico e israeliano contro l'Egitto, che ha nazionalizzato la Compagnia del canale di Suez). La rivoluzione antiburocratica dei consigli operai viene schiacciata nel sangue il 4 novembre. Battuta d'arresto alla «destalinizzazione» in tutto il blocco comunista, che durerà fino al XXII Congresso del PCUS (ottobre ]961), quando verranno nuovamente denunciati i crimini di Stalin, senza approfondirne tuttavia l'analisi.
La crisi latente nel mondo comunista continua ad aggravarsi. Ci sarà una nuova tensione con la Jugoslavia, poi (dal 1963) anche con la Cina. Dopo la destituzione di Chruscëv (ottobre 1964) verrà definitivamente sospesa ogni critica al periodo staliniano e si ripeteranno vari tentativi di una totale riabilitazione del dittatore georgiano, bloccati ogni volta dalle reazioni di settori – forse minoritari, ma decisivi – dell'opinione pubblica sovietica, Anche nel periodo chrusceviano la riabilitazione dei comunisti perseguitati è sata limitata, escludendo non solo i «trotskisti», ma anche figure come Bucharin, Zinov'ev, Kamenev. Le stesse popolazioni ingiustamente deportate al termine della guerra hanno ottenuto solo in parte il riconoscimento dei torti subiti e, in molti casi, non sono potute rientrare nelle terre dalle quali erano state cacciate. Le strutture dello Stato e del partito non hanno subito modifiche di rilievo e rivelano, più di ogni elemento ideologico, la continuità profonda tra l'Urss attuale e quella di Stalin.
NOTA BIBLIOGRAFICA
Non si è ritenuto di far seguire il volume da una bibliografia generale, anche perché gran parte dei testi che potrebbero figurarvi sono stati indicati nelle note alla prima parte. E' tuttavia necessario aggiungere qualche cenno ad alcune opere che non sono state ricordate in nota, anche se alcune di esse sono state utilizzate, ad esempio, nella preparazione della Cronologia. Altre vengono segnalate invece perché hanno avuto ampia diffusione, pur essendo gravemente insufficienti. E' il caso delle due opere di Jean Elleinstein, Storia dell'USS, Editori Riuniti, Roma, 1976 e Storia del fenomeno staliniano, Editori Riuniti, Roma, 1975. Lacune e imprecisioni dipendono probabilmente sia dal «giustificazionismo» assai diffuso nel Partito comunista francese, a cui apparteneva Elleinstein al momento in cui i due libri sono stati scritti, sia da insufficiente conoscenza del materiale proveniente dalle Opposizioni. Egli stesso confessò, nel 1978, di essere rimasto entusiasta degli scritti di Trotskij sulla Germania, che aveva «scoperto» solo in quell'anno (cioè diversi anni dopo avere scritto un libro sul « fenomeno staliniano»).
Dello stesso difetto, sia pur in misura diversa, risente Giuseppe Boffa, Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, Laterza, Roma-Bari, 1982. Boffa, che è autore di una Sloria dell'Urss più volte citata, che rimane senz' altro il lavoro più sistematico scritto in Italia sull' argomento, mentre utilizza largamente Deutscher, rivela una prevenzione nei confronti di quella che chiama «scuola termidoriana», abbracciando in essa Trotskij e tutti gli storici che in qualche modo si sono riconosciuti nelle sue analisi. Il risultato, a parte !'inesattezza del termine «termidoriano» (che utilizza e assolutizza una forzatura polemica ridimensionata da Trotskij già nel 1932 (cfr. cap. IV), è che il libro, pur volendo essere una rassegna complessiva delle interpretazioni del fenomeno staliniano, non accenna neppure agli scritti dei maggiori esponenti di questa presunta «scuola termidoriana». Non viene neppure nominato Broué, curatore delle opere di Trotskij e di diverse importanti opere sugli anni Venti e Trenta, nonché di una storia del PCUS (Pierre Broué, Storia del Partito comunista dell'Urss, Sugar, Milano, 1966). Non vengono nominati Haupt, J. J. Marie, Mandel, Maitan, Victor Serge, Frank, e cos1 via, sicché il volume, già discutibile dal punto di vista della comprensione reale del fenomeno, è insufficiente anche come repertorio.
Di Haupt e Marie, è uscito anche in Italia l'utilissimo strumento: Autobiografie dei bolscevichi, a cura di G. Haupt e J.J. Marie, voll. 4, Samonà e Savelli, Roma, 1970-1971, che contiene autobiografie scritte negli anni Venti dai protagonisti principali della Rivoluzione russa, integrate dai curatori per i decenni successivi. Di Jean-Jacques Marie è uscito anche in Italia: Stalin (1879-1953), Samonà e Savelli, Roma, 1967. Di Mandel, autore di molte opere tradotte con fortuna in Italia, sono estremamente utili i due ampi capitoli sull'economia sovietica e sull'economia della fase di transizione nel secondo volume di: Ernest Mandel, Trattato marxista di economia, Samonà e Savelli, Roma, 1970. Maitan, curatore di gran parte delle opere di Trotskij apparse in Italia (oltre che autore di varie opere dedicate a vari aspetti dello stalinismo), ha pubblicato tra l'altro: Livio Maitan, Destino di Trochij, Rizzoli, Milano, 1981 (in gran parte dedicato a una verifica dell'analisi trotskiana della burocrazia sovietica e a un bilancio del fenomeno staliniano); di Victor Serge, oltre alle opere citate precedentemente, vanno segnalate: Da Lnin a Stalin, Savelli, Roma, 1973, e Vita e morte di Trotshij, Laterza, Bari, 1973. Non è ancora tradotto in italiano l'ottimo lavoro di Pierre Frank, Histoire de l'Internationale communiste (1919-1.943), La Brèche, Paris, 1979. Dello stesso autore si veda anche: Le stalinisme, Maspero, Paris, 1977.
Sull'Internazionale comunista esistono anche in italiano due vaste raccolte di testi ampiamente commentati (soprattutto la prima) e corredati di un esauriente apparato critico: Aldo Agosti, La Terza Intemazionale, storia documentaria, prefazione di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma, 1974-1979, 3 voll. ciascuno di due tomi, con in Appendice un dizionario biografico abbastanza esauriente; Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di Jane Degras, Feltrinelli, Milano, 1975 (tre tomi). Le due opere sono complementari, anche perché, purtroppo, non sempre riproducono integralmente i documenti, ai quali apportano, sia pure segnalandoli, numerosi' tagli.
Sull'epoca staliniana due opere minori di Isaac Deutscher, La rivoluzione incompiuta, BUR, Milano, 1980, e Ironie della storia, Longanesi, Milano, 1972, vanno ricordate come lucidi tentativi di sintesi, che introducono efficacemente la lettura delle due grandi biografie, quella di Trotskij (Isaac Deutscher, Il profeta armato, 1879-1921, nuova ediz. a cura di Attilio Chitarin, Longanesi, Milano, 1979: Il profeta disarmato, 1921-1929; Longanesi, Milano, 1956; Il profeta esiliato, 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965) e: Stalin, una biografia politica, Longanesi, Milano, 1969.
Su aspetti particolari, ma essenziali, della trasformazione dell'Urss nel periodo staliniano, si vedano: Fabio Bettanin, La collettivizzazione delle campagne nell'URSS. Stainl e la rivoluzione dall'alto, 1929-1933, Editori Riuniti, Roma 1978; Moshe Lewin, Economia e politica nella società sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1977; Alec Nove, Stalinismo e antistalinismo nell'economia sovietica, Einaudi, Torino, 1973; Michal Reiman, La nascita dello stalinismo, Editori Riuniti, Roma, 1980 (l'autore, un comunista cecoslovacco ora in Germania, pubblica in Appendice numerosi documenti originali sovietici, di cui ha trovato le copie negli archivi tedeschi, che erano riforniti da un efficace servizio eli spionaggio nel biennio 1927-1928).
La storia degli «organi speciali» di sicurezza nei primi cinquanta anni di esistenza dello Stato sovietico è tracciata con un sostanziale equilibrio e una notevole quantità di informazioni da Boris Levitskij, L'inquisizione rossa, Sansoni, Firenze, 1969.
Sulla condizione degli ebrei in Urss, oltre a quanto segnalato nella nota 5 del cap; V, sono apparsi recentemente: Elie Wiesel, Gli ebrei del silenzio, Spirali, Milano 1985 e Joseph Roth, Ebrei erranti, Adelphi, Milano 1985.
Sui problemi dell'architettura e dell'urbanistica sovietica si veda: Vieri Quilici, Città russa e città sovietica. Caratteri della struttura storica, ideologia e pratica della trasformazione socialista, Mazzotta, Milano, 1976.
Un'opera di notevole ampiezza, anche ricca di dati e osservazioni interessanti, è quella di Charles Bettelheim, Le lotte di classe in URSS, voI. I (1917-1923) e voI. II (1923-1930), Etas libri, Milano, 1975-1978, che è tuttavia nel complesso poco utilizzabile per l'eccessiva carica ideologica.
Sull'organizzazione dello Stato, oltre al libro di V. Zaslavsky, citato, si vedano Hélène Carrère d'Encausse, Il potere in URSS, ed. e/o, Roma, 1981 e Leonard Shapiro, Governo e politica in URSS, Mondadori, Milano, 1979. L. Shapiro è autore anche di una Storia del Partito comunista sovietico, Schwarz, Milano, 1962, che insieme a quella già ricordata di P. Broué e a Rudolf Schlesinger, Il partito comunista dell'Vrss, Feltrinelli, Milano, 1962 fornisce un quadro abbastanza esauriente sulle vicende del partito che dirige l'Unione sovietica.
Un ul.timo suggerimento di lettura riguarda un'opera circoscritta al 1917, ma di .notevolissimo valore storico, e al tempo stesso letterario: Lev Trotskij, Storia della rivoluzione russa, introduzione e traduzione di Livio Maitan, Mondadori, Milano, 1969. Ben lungi dal rimanere nei confini della memorialistica, come il ruolo svolto in quel periodo dall' autore potrebbe far pensare, rappresenta uno dei pochi casi di applicazione feconda del metodo marxista all'analisi di un processo storico, con una sintesi efficacissima di generalizzazioni teoriche e di ricostruzioni puntuali dei mutamenti negli stati d'animo delle masse che entrano a mano a mano sulla scena.
*Nella fase successiva si riporteranno, per semplificazione, solo le date del calendario usato in Europa e in gran parte del mondo, senza tener conto del «vecchio calendario» (che sarà definitivamente abolito dal governo sovietico nel febbraio 1918).