I grandi nodi del Novecento › Genesi dello Stalinismo. La Russia sovietica dopo Lenin
INTELLETTUALI E POTERE IN URSS (1917-1956)
Versione di lettura convertita dal file originale.
BIBLIOTECA DI STORIA DELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA
DIRETTA DA ORNELLA CONFESSORE, FABIO GRASSI
E LORETTA VALTZ MANNUCCI
Antonio Moscato
INTELLETTUALI E POTERE IN URSS (1917-1956)
MILELLA – LECCE
1986
Si riproduce qui integralmente la prima edizione del 1986, anche se nel 1995 è uscita una seconda edizione aggiornata fino al 1995.
A parte è stata inserita la Cronologia completa dell'URSS, fino al 1956.
PREMESSA
Il volume è nato da un’esperienza didattica, e alla didattica è finalizzato. La prima parte del libro è infatti derivata dal seminario interdisciplinare organizzato dalle cattedre di Storia moderna e di Lingua e letteratura russa della Facoltà di Magistero dell’Università di Lecce, nel corso dell’anno accademico 1984-1985. Il seminario, pur avendo una sua piena autonomia, era complementare al corso monografico di Alizia Romanovič incentrato sulle memorie di Nadežda Mandel’štam. A questa impostazione originaria si deve la forte attenzione al problema dello stalinismo.
La sperimentazione didattica ha al tempo stesso evidenziato la necessità di sviluppare ulteriormente, nel testo, la trattazione delle vicende politiche e sociali complessive dell’Unione sovietica nel periodo staliniano, più di quanto non sia stato possibile fare negli ultimi due capitoli della prima parte. Per questo motivo è stata ampliata ben oltre le dimensioni tradizionalmente riservate a questo tipo di sussidio didattico la Cronologia ragionata, che permette di inquadrare i singoli periodi e le problematiche particolari affrontate nella prima parte del volume, e soprattutto di stabilire una periodizzazione della storia sovietica indispensabile per comprendere il mutamento dei rapporti tra il potere e l’intelligencija nel corso degli anni Venti e Trenta, riconducendolo alle trasformazioni profonde dello Stato sovietico in quegli anni. Questa seconda parte, ovviamente, può esser letta anche autonomamente, e a ciò si deve la presenza — sia pur con taglio diverso — di qualche ripetizione di argomenti anticipati nel testo o nelle note dei primi capitoli.
Un’ultima precisazione: l’autore non è uno specialista di storia della cultura o di storia della letteratura russa, ma uno storico del movimento operaio, che ha quindi affrontato la materia con un’angolazione rivolta prevalentemente alla trasformazione del Partito comunista russo e dello Stato che esso dirige da quasi settanta anni, senza avere la presunzione di sconfinare in campi che hanno già in Italia validissimi studiosi, ai quali si è rinviato nell’ampio apparato di note. Gli accenni a specifiche attività culturali, artistiche o scientifiche sono quindi finalizzati a un’esemplificazione concreta dell’atteggiamento del potere verso i diversi settori dell’intelligencija, senza neppure tentare di dare, in spazio così limitato, una visione panoramica della ricchezza del dibattito e della produzione artistica che hanno caratterizzato soprattutto il primo decennio dello Stato sovietico.
La Cronologia è stata alleggerita di tutte le indicazioni bibliografiche, per renderne più agevole l’utilizzazione. Ogni altra soluzione ne avrebbe pressoché raddoppiato la mole, dal momento che la maggior parte dei dati sono ricavati da un considerevole numero di opere generali o monografiche (citate peraltro in genere nelle note della prima parte); quasi tutte le cronologie pubblicate in appendice a opere anche pregevoli sono infatti pressoché inservibili, a volte per trascuratezza redazionale, più spesso per limiti di spazio ristrettissimi, con l’unica eccezione, che mi è doveroso ricordare, delle due cronologie su «Il movimento rivoluzionario russo 1905-1922», e «Lo sviluppo dell’Unione Sovietica 1922-1941 (in Enzo Santarelli, Il mondo contemporaneo. Cronologia storica 1870-1974, Editori Riuniti, Roma, 1955) che, pur essendo molto più sintetiche e circoscritte a un periodo più breve, hanno fornito utili suggerimenti al mio lavoro.
Devo esprimere anche la mia gratitudine a Ornella Confessore, Fabio Grassi, Alizia Romanovič, Michele Colucci e Maria Novella Pierini, che hanno pazientemente letto il dattiloscritto e mi hanno aiutato a migliorarlo.
Avvertenza
Per le parole e i nomi russi si è impiegata una translitterazione che si serve di segni diacritici, oggi del resto di uso corrente. Per comodità del lettore indichiamo la pronuncia di alcuni suoni:
L’apostrofo’ indica il suono ammollito della consonante precedente
c suono di z in pazzo
č suono di c in cena
ch suono di h aspirata
e suono di ie
ë suono di io
g sempre velare, come in ghiro
š suono di sc in scena
šč suono di š + č
y vocale posteriore, il cui suono è intermedio fra u e i
z suono di s in rosa
ž suono di j francese in je, jouer
Tale criterio è stato adottato nel testo sistematicamente, con alcune eccezioni dovute alla grande diffusione di altre grafie, entrate nell’uso comune e praticamente ineliminabili. Il caso più classico è quello del pittore Chagall, che nessuno riconoscerebbe nella grafia Šagal. Anche per Trotskij si è preferita la grafia più diffusa (generalmente adottata anche dai movimenti che alle idee del rivoluzionario russo si ispirano) anziché quella scientifica (Trockij). Analoghi criteri sono stati usati per autori di origine russa che hanno tuttavia pubblicato le loro opere esclusivamente o prevalentemente in lingue occidentali, per i quali è stata accettata la grafia scelta da ciascun autore (es: Victor Zaslavsky, anziché Viktor Zaslavskij). Ovviamente, per opere apparse in Francia o negli Stati Uniti citate nelle note, è stata riportata fedelmente la grafia adottata nei vari paesi, basandosi sul frontespizio del volume.
P.S. A volte nella scannerizzazione possono essersi persi alcuni segni diacritici, come anche una parte della punteggiatura; in una futura revisione gli errori saranno corretti. In ogni caso mi scuso, chiedendo indulgenza: la qualità della stampa non era eccellente...
CAPITOLO PRIMO
I PRIMI ANNI DEL POTERE SOVIETICO
Nel novembre del 1917 il peso dei bolscevichi all’interno dell’intelligencija russa era insignificante. La maggior parte degli scrittori rivoluzionari erano legati ad altre correnti del movimento operaio, tutte più o meno ostili al nuovo potere.
La scelta di Lunačarskij come Commissario del Popolo all’Istruzione, d’altra parte, era stata pressoché automatica: era l’unico tra i bolscevichi che avesse continuato a occuparsi di problemi culturali perfino nei giorni immediatamente precedenti all’insurrezione (anche se non era certo l’unico a seguire con viva attenzione la produzione letteraria e i dibattiti teorici su di essa: basti ricordare gli scritti di Bucharin e di Trotskij). Dal 16 al 19 ottobre 1917 (più o meno una settimana prima del fatidico 25 ottobre secondo il vecchio calendario — che vide la conquista del Palazzo d’Inverno) Lunačarskij era stato il promotore a Pietrogrado della «prima Conferenza delle organizzazioni della cultura proletaria ».
Ben più difficile fu la battaglia per rompere l’isolamento nel settore scolastico, a tutti i livelli.
La prima dichiarazione di Lunačarskij come Commissario all’Istruzione era — sinceramente — antiautoritaria e rivelava una reale disponibilità a utilizzare tutte le energie per un grande sviluppo della cultura popolare:
Tuttavia, la maggior parte degli insegnanti non prese minimamente in considerazione i programmi di Lunačarskij e seguì compattamente le indicazioni del VUS (Unione panrussa degli insegnanti), che aveva deciso di «non seguire le disposizioni del sedicente potere» e aveva aderito pressoché unanimemente allo sciopero degli impiegati municipali (che durò a Mosca fino all’11 marzo 1918, mentre a Pietrogrado gli insegnanti rientrarono al lavoro a partire dal 7 gennaio dello stesso anno).
Solo una piccolissima minoranza degli insegnanti si era dissociata dalla linea di scontro frontale decisa del VUS: in novembre, quando a Pietrogrado erano stati espulsi dal VUSP. Daškevič e Vera e Ludmila Menžiskaja per la loro collaborazione con i bolscevichi, solo 59 insegnanti si erano dimessi per solidarietà con gli espulsi.
Così, anche nel settore della scuola si era avviata una spirale di irrigidimenti che avrebbero costretto i bolscevichi a mutare radicalmente i loro programmi: la tenace e immotivata ostilità del VUS aveva a mano a mano attenuato le diffidenze dei dirigenti del Narkompros nei confronti della fragilissima organizzazione creata dagli espulsi e dai fuoriusciti dal VUS col nome di «Unione degli insegnanti internazionalisti», che aveva finito per ottenere lo scioglimento dell’Unione rivale. Ancora nei giugno del 1918 lo stesso Lenin era intervenuto (evidentemente su sollecitazione della Krupskaja, accesissima nemica del settarismo degli «insegnanti internazionalisti») raccomandando di non avere paura di avere contatti con la massa degli insegnanti, ancora ostile, nella convinzione che, lavorando in comune, la maggioranza di essi si sarebbe schierata alla fine con il potere sovietico. Lenin non aveva dubbi sull’isolamento della piccola organizzazione «internazionalista»:
Dunque il nucleo centrale del Partito bolscevico era ostile alla creazione di un’organizzazione separata dei soli insegnanti comunisti e spingeva ancora verso una ricomposizione del VUS, per farvi lavorare la minoranza «internazionalista» all’interno. Alla vigilia del I Congresso panrusso degli insegnanti la Krupskaja, in pieno accordo con Lenin e Lunačarskij, lo aveva detto chiaramente:
«Gli insegnanti di villaggio sono dei piccoli borghesi, legati al popolo, e terreno fertile per la propaganda socialista […].
Ma al Congresso lo scontro era divampato e lo stesso Lunačarskij aveva dimenticato tutte le cautele suggerite nelle riunioni preparatorie e aveva denunciato l’arroganza dei dirigenti del VUS.
Anche se la presidenza del nuovo sindacato non era andata a un «internazionalista», ma a Ludmila Menžinskaja, che era stata insieme alla Krupskaja una tenace fautrice del lavoro nel VUS, gran parte del vecchio gruppo dirigente «storico» degli insegnanti russi era stato perduto e, di fatto, erano state poste, prima che in altri settori della vita culturale, le basi per un rigido monopolio del Partito comunista.
Era il riflesso di quanto stava accadendo, sul terreno più propriamente politico, a partire dalla primavera del 1918. Lo scontro sulle condizioni imposte dalla Germania per la pace di Brest-Litovsk aveva lacerato a lungo il partito (e la soluzione fu trovata faticosamente dopo che molte volte Lenin stesso si era trovato in minoranza nel Comitato centrale), ma aveva soprattutto avvelenato i rapporti tra i bolscevichi e tutte le altre forze politiche, compresi i socialisti rivoluzionari di sinistra, gli unici che avevano fino a quel momento approvato la presa del potere da parte dei Soviet, e di conseguenza avevano accettato di far parte del Consiglio dei Commissari del Popolo.
Al termine della crisi occasionata dalla firma della pace, i bolscevichi si trovarono isolati come mai erano stati: bollati come agenti dell’imperialismo tedesco e come traditori della patria dalla maggior parte della sinistra, erano accusati dai settori oltranzisti (esterni e interni al partito) di opportunismo, per il rifiuto opposto alla proposta velleitaria di ripetere il modello della Rivoluzione francese proclamando la «guerra rivoluzionaria» (che, in realtà, nessuno avrebbe combattuto, essendo già totalmente disgregato il vecchio esercito ed essendo impensabile a breve termine ricostruirne uno nuovo richiamando al fronte i soldati che avevano disertato per partecipare nei loro villaggi alla spartizione delle terre e che per la prima volta coltivavano appezzamenti propri).
In ogni caso, il loro atteggiamento rese pressoché inevitabile una dura reazione dei comunisti: memori delle loro tradizioni (erano infatti gli eredi del terrorismo dei Narodniki), tra il marzo e l’agosto del 1918 i socialrivoluzionari non si limitarono ad attacchi politici, ma avviarono una tragica scalata di attentati e di azioni insurrezionali, che dovevano portarli nel giro di pochissimo tempo in carcere o davanti a un plotone di esecuzione. Dall’attentato al conte von Mirbach, ambasciatore tedesco (la cui uccisione doveva provocare l’intervento militare della Germania, a cui si sperava di dare risposta con la famosa «guerra rivoluzionaria») a quelli, ugualmente riusciti, contro i leader bolscevichi Urickij e Volodarskii, fino al ferimento di Lenin il 30 agosto, passando per l’insurrezione tentata a Mosca il 6 luglio, erano stati compiuti passi fatali, non solo per il piccolo Partito socialrivoluzionario, ma anche per lo stesso Partito comunista.
La concomitanza tra quegli attacchi «da sinistra» e l’avvio di tentativi insurrezionali da parte di ufficiali monarchici appoggiati da numerose potenze straniere; la partecipazione di menscevichi e socialrivoluzionari a governi locali ferocemente anticomunisti spalleggiati in Ucraina dalla Germania, nel Caucaso dalla Turchia, altrove da ufficiali di collegamento francesi e britannici; la pericolosa rivolta dei cecoslovacchi presenti in Russia come prigionieri di guerra, furono tutti fattori che facilitarono quella militarizzazione dello scontro politico che doveva durare per tutta la guerra civile, e oltre.
Il caso di Bljumkin non è eccezionale: anche quando la Čeka decise di disarmare la «guardia nera» anarchica che costituiva «una specie di Stato armato — irresponsabile, incontrollato, incontrollabi-
Non sono quindi le fucilazioni, gli arresti, il rafforzamento della Čeka (che non era peraltro in quegli anni monopolio esclusivo del Partito comunista: la stessa insurrezione dei socialrivoluzionari era basata sull’esistenza di numerosi reparti della Čeka composti esclusivamente da socialisti-rivoluzionari) il segno più allarmante dell’involuzione: in guerra vigono le leggi di guerra e non c’è salvezza per chi esita. In quei mesi tragici dell’estate del 1918 sparisce — per non riapparire mai più in terra russa — quel pluralismo politico che i dirigenti bolscevichi non avevano inizialmente messo in discussione. Sotto l’effetto congiunto della guerra civile e della carenza di carta (come di tutte le altre materie prime) vengono chiusi uno dopo l’altro tutti i giornali «borghesi» e quelli delle altre tendenze del movimento operaio, mentre anche quelli del Partito comunista e del governo si riducono a foglietti poverissimi.
Spariscono le case editrici private, le riviste culturali, persino quelle scientifiche (nonostante l’importanza enorme attribuita dai bolscevichi alla scienza e alla tecnica). Si tratta, non è inutile ripeterlo, in larga misura di una soppressione imposta da circostanze oggettive e che la maggior parte dei dirigenti sovietici considera inizialmente temporanea. Ma, al termine della guerra civile, non si aprirà più alcuno spiraglio che consenta una pluralità di informazione, sul terreno politico. D’altra parte, nel corso del drammatico periodo 1918-1921 non sono scomparse solo le organizzazioni politiche rivali dei bolscevichi, ma è stata progressivamente ridotta la possibilità di un confronto di posizioni diverse all’interno dello stesso Partito comunista.
Per cogliere la rapidità del processo, e la sua logica interna, bastano alcuni dati: nel IV Congresso straordinario dei Soviet, tenutosi a Mosca dal 14 al 16 marzo 1918, su 1.232 delegati 795 erano bolscevichi, 283 socialisti rivoluzionari di sinistra e gli altri appartenevano a varie tendenze (anarchici, socialrivoluzionari di destra, ecc.). Il dibattito era ancora apertissimo, tanto è vero che la risoluzione sulla pace presentata da Lenin fu approvata con solo 784 voti a favore, mentre 261 avevano votato contro e 115 (quasi tutti «comunisti di sinistra» vicini alle posizioni di Bucharin) si erano astenuti.
Pochi giorni dopo (dal 17 al 20 marzo) il II Congresso dei Soviet dell’Ucraina vedeva su 964 delegati solo 428 bolscevichi, a fianco di 414 socialrivoluzionari di sinistra, 82 «senza partito» e 40 di vari gruppi minori. Anche lì la posizione di Lenin venne approvata con soli 408 voti contro 308, mentre una mozione dei «comunisti di sinistra» e dei socialisti rivoluzionari per denunciare il trattato di Brest-Litovsk veniva respinta con 420 voti contro 290. Ancora una situazione apertissima, dunque.
Il V Congresso dei Soviet di tutta la Russia si aprì a Mosca il 4 luglio dello stesso anno. Su 1.164 delegati 773 erano bolscevichi, 353 socialisti rivoluzionari di sinistra e gli altri appartenevano a vari gruppi minori. I lavori del Congresso furono però interrotti il 6 luglio dalla rivolta dei socialrivoluzionari di sinistra, innescata dall’uccisione dell’ambasciatore tedesco e proseguita con l’arresto di numerosi dirigenti bolscevichi, tra i quali il capo della Čeka, Džeržinskij. Alla ripresa dei lavori il Congresso decise di espellere dal suo seno tutti i delegati socialrivoluzionari che non condannavano l’insurrezione. Le conseguenze si sarebbero viste ben presto: appena quattro mesi dopo, al VI Congresso straordinario dei Soviet (svoltosi a Mosca dal 6 al 9 novembre 1918), i comunisti erano 1.260 su 1.296. Il monopartitismo non era ancora un principio, ma era già realizzato nella pratica.
Se i rapporti tra il potere sovietico e gli insegnanti primari e secondari erano stati burrascosi e abbastanza rapidamente risolti in base a considerazioni politiche generali, che avevano avviato una riorganizzazione forzata della categoria, sotto la guida del Partito comunista, ben più complesso sarebbe stato il dialogo con altri settori, più prestigiosi, dell’intelligencija, nei confronti dei quali i bolscevichi si mossero con prudenza, ma anche con un reale rispetto.
Al tempo stesso Lenin, Lunačarskij e Gor’kij (avvicinatosi dalla seconda metà del 1918 al regime) dovettero faticare non poco per fare accettare al Partito comunista e alle masse affamate una misura estremamente impopolare. ma che essi — non a torto — ritenevano indispensabile per arginare la «fuga dei cervelli» e, più in generale, per attenuare l’ostilità dei principali esponenti dell’intellìgencija nei confronti del nuovo potere: l’introduzione di una «paga accademica» di gran lunga superiore ai livelli retributivi esistenti in quel periodo. I più ostili a tale misura non a caso, erano i rarissimi bolscevichi che avevano insegnato nell'Università prerivoluzionaria (come lo storico Pokrovskij, uno dei principali collaboratori di Lunačarskij, col rango di vicecommissario), che consideravano con sdegno l’ambiente da cui si erano distaccati per dedicarsi interamente alla causa della rivoluzione e non ritenevano utile conquistarlo lusingandolo con privilegi materiali che offendevano la miseria dilagante. Avevano torto, per certi aspetti: questo metodo non sarebbe stato inefficace, come essi temevano. Avevano ragione, per altri: in questo modo sarebbero state perpetuate alcune caratteristiche deteriori della categoria, che si sarebbe legata al regime solo per interesse, con un rapporto di corruzione che finiva per essere reciproco.
In uno scritto di grande importanza, della primavera del 1918, Lenin dimostrava di avvertire pienamente il pericolo che si correva; ma, come era suo costume, esponeva pubblicamente il problema e non abbelliva la realtà facendo di necessità virtù e, quindi, ammetteva esplicitamente che si stava compiendo un grave arretramento, gravido di rischi:
Lenin, d’altra parte, pur sapendo che «gli uomini della “Novaja Žizn”, i socialisti rivoluzionari di destra, i menscevichi, sogghigneranno di fronte alla nostra ammissione di aver fatto un passo indietro», rifiutava di nascondere i problemi dietro formule fumose e dichiarava:
L’argomento di fondo utilizzato dal leader bolscevico nel suo scritto era di natura prettamente pragmatica:
Questa politica finì per essere accettata e concretizzata, giacché gli operai — o almeno quelli più legati ai bolscevichi — affamatissimi e sdegnati contro le «stelle di prima grandezza», erano anche testimoni quotidiani dello sperpero di energie e di risorse provocato dall’«arretratezza russa» e quindi disposti a nuovi sacrifici pur di uscirne.
L’appoggio a Pavlov non era ovviamente riconducibile a interessi «produttivi e finanziari», giacché gli studi sui riflessi condizionati si collocavano sul terreno della ricerca pura. Il potere sovietico riteneva che «i meriti scientifici assolutamente eccezionali» di Pavlov avessero «un valore immenso per i lavoratori di tutto il mondo», indipendentemente dall’atteggiamento politico dello scienziato, che infatti non nascondeva la sua ostilità al marxismo e al nuovo regime.
L’episodio è rivelatore di un clima ancora estremamente aperto: Pavlov non solo può sviluppare liberamente la sua ricerca, ma non ha difficoltà a esprimere anche il suo dissenso politico con durezza (e anche con rozzezza, si può dire, giacché proseguiva la conferenza con alcune battute sul marxismo veramente sorprendenti per la loro banalità). Bucharin, d’altra parte, rispose alla conferenza di Pavlov in modo esemplare per correttezza, combinando una secca confutazione delle improvvisazioni politico-filosofiche dello scienziato con una riaffermazione della grande importanza del suo contributo allo sviluppo della fisiologia e, più in generale, di una visione materialistica del mondo:
L’imposizione della linea di partito alla stessa ricerca scientifica avverrà molto più tardi, con effetti devastanti, come vedremo affrontando il caso Lysenko (nella Scheda del cap. IV).
|
SCHEDA 1
IL CULTO DI LENIN
Il culto di Lenin iniziò solo dopo la sua morte. Già nel corso del II Congresso dei Soviet di tutta l’Unione, alla notizia della morte del leader (sul quale erano circolate notizie ottimistiche fino a pochi giorni prima) fu proposto di cambiare nome a Pietrogrado, la città della rivoluzione, chiamandola Leningrado. Un po’ per l’emozione, un po’ per l’ora tarda in cui fu presentata la proposta, nessuno sollevò obiezioni e, analogamente, passò, in modo un po’ informale (non se ne trova traccia nei verbali ufficiali), la decisione di imbalsamare il corpo del capo scomparso, conservandolo in un mausoleo da costruire sotto le mura del Cremlino, accanto alle tombe comuni e modestissime dei caduti nella lotta rivoluzionaria. Invano Nadežda Krupskaja, moglie e collaboratrice da decenni del leader bolscevico, aveva scritto in quegli stessi giorni in una lettera (apparsa sulla stessa «Pravda» del 30 gennaio 1924) che tali onori contrastavano totalmente con lo spirito che aveva guidato Vladimir Il’ič in tutta la sua esistenza:
«Ho da farvi una grande domanda: non permettete che il vostro cordoglio per Il’ič assuma la forma di reverenza esterna per la sua persona. Non erigetegli monumenti, non intitolategli palazzi, non fate solenni manifesti per commemorarlo, ecc.: a tutte queste cose egli attribuiva così poca importanza durante la sua vita, tutte queste cose gli erano così fastidiose. Ricordate quanta gente vive ancora in povertà e abbandono nel nostro paese. Se volete onorare il nome di Vladimir Il’ič, costruite nidi, asili, case, scuole, biblioteche, centri medici, ospedali, case per invalidi, ecc, e soprattutto mettete in pratica i suoi insegnamenti».
Quanto poco fossero tenuti in conto gli «insegnamenti» di Lenin da chi stava costruendo un sistema di potere che utilizzava, come cemento ideologico, una liturgia nominalmente riferita al «leninismo», è confermato da un altro dato, tutt’altro che secondario. Nel 1919 Lenin aveva sottolineato che il Partito bolscevico era «l’unico partito al potere che si preoccupa non di aumentare il numero degli iscritti ma di migliorarne la qualità» e, nell’ultimo intervento a un congresso di partito prima dell’aggravamento del male, aveva ribadito che era indispensabile ridurre il numero degli iscritti al partito per liberarsi da arrivisti e opportunisti: «Anche se abbiamo 300-400.000 membri del partito, questa cifra è eccessiva, poiché tutto lascia credere che il livello di preparazione dei membri attuali del partito sia insufficiente». In una lettera di pochi giorni dopo, nella quale ritornava sull’argomento, Lenin aveva precisato che non bastava garantirsi dall’involuzione del partito solamente reclutando operai, giacché era noto che «durante la guerra coloro che volevano sfuggire al servizio militare sono entrati in fabbrica»; d’altra parte, dopo la vittoria nella guerra civile, il «fatto che la tentazione di entrare in un partito governativo è estremamente grande», aveva accelerato le trasformazioni nella composizione sociale del partito. Oltre a proporre un prolungamento notevole del periodo di prova prima dell’ammissione definitiva al partito (la «candidatura»), Lenin sosteneva che era «assolutamente necessario — per non ingannare noi stessi e gli altri — definire la nozione di operaio in modo tale che comprenda soltanto coloro che effettivamente, in base alle loro condizioni di vita, hanno dovuto assimilare la mentalità proletaria». Era esattamente l’opposto di quanto si cominciava a fare. Alla morte di Lenin il partito venne gonfiato artificialmente con l’immissione di 240.000 nuovi iscritti, in genere sprovvisti di qualsiasi esperienza politica, o formatisi, nel migliore dei casi, in partiti ostili ai potere sovietico. Molti di essi erano «operai», ma il criterio si era allargato, come osservava Lenin, sicché molti di essi non avevano alcun legame con le tradizioni rivoluzionarie del proletariato russo. Molti saranno definiti sociologicamente «operai» nelle statistiche di partito solo perché avevano lavorato per mesi o settimane, da ragazzi, come apprendisti, prima di essere inseriti precocemente nell’apparato burocratico (e dati analoghi ho potuto riscontrare anche nel PCI italiano, che ha presentato a lungo nelle sue statistiche congressuali come «operai» alcuni dirigenti che da decenni non avevano alcun contatto con la produzione, che avevano sfiorato solo nella prima adolescenza). In seguito a quella «leva Lenin» che rigonfiò il Partito comunista di giovani inesperti (e di carrieristi incalliti), il processo di snaturamento del partito fu accelerato, anziché arrestato. Da un lato, i 10.000 membri del partito da prima della presa del potere (alcuni vecchi e malati, altri stanchi e delusi, comunque pochissimi rispetto alla massa dei nuovi) furono ancora più isolati e ben presto direttamente attaccati e liquidati nel corso di quelle epurazioni che avrebbero in origine dovuto, al contrario, liberare l’organizzazione dalla zavorra dei carrieristi senza principi, entrati per interesse personale. Dall’altro, i nuovi iscritti, se non erano vecchie volpi pronte a farsi strada con ogni mezzo, come molti ex menscevichi, capeggiati da Višynskij, erano sottoposti a un inedito corso accelerato di indottrinamento, modellato più sulle norme in vigore nei seminari della Chiesa ortodossa (dove si era formato Stalin) che sul libero confronto di posizioni che aveva sempre formato i militanti del movimento operaio, attraverso una sintesi di dibattito, studio ed esperienza diretta. Proprio per queste scuole di politgramota (insegnamento politico elementare) vennero coniati i Principi del leninismo, che avrebbero fatto testo per decenni nel partito sovietico e negli altri partiti comunisti. Un ultimo particolare sul culto di Lenin: l’onore eccezionale riservato sull’onda dell’emozione al leader scomparso, dedicandogli la città che era stata culla della rivoluzione, venne esteso già pochi mesi dopo a un altro (degnissimo) capo comunista scomparso: Jakov M. Sverdlov, col nome del quale già nel novembre 1924 fu ribattezzata Ekaterinenburg (che divenne Sverdlovsk). Ma subito dopo, purtroppo, un vivente doveva ottenere lo stesso onore (in questo caso effimero, giacché ben presto cadde in disgrazia). Chi accettò questo tributo di adulazione non fu Stalin (che continuava a restare nell’ombra e che solo nell’aprile del 1925 ottenne che Caricyn diventasse Stalingrad) ma Zinov’ev, a cui fu intestata la città di Elizavetgrad. Il culto di Lenin, d’altra parte, fu ben presto pietrificato nel mausoleo o nei monumenti; anche se la dottrina ufficiale del partito (e dello Stato) veniva definita «marxismo-leninismo» e poi «marxismo-leninismo-stalinismo»); già nel 1934, al XVII Congresso del partito veniva annunciato che le edizioni dei «classici» vedevano in testa Stalin con 60,5 milioni di copie, seguito da Lenin con 14 milioni e Marx ed Engels con 7 milioni. In realtà tali cifre, già eloquenti come indicatore della nuova scala di valori, sono reticenti, giacché le opere di Marx ed Engels e di Lenin pubblicate con altissime tirature erano assai poche e non sempre delle più significative, mentre si diffondeva lo squallido sottoprodotto degli opuscolini dedicati a un tema particolare e compilati con citazioni dei «classici» avulse dal contesto storico e filologico, utili per uno «studio» più o meno mnemonico di frasi storiche con cui infiorare discorsi e articoli. Tale uso passerà poi negli altri partiti comunisti stalinizzati, raggiungendo il livello più assurdo nel famoso «libretto rosso» di Mao. In ogni caso, dalle stesse Opere complete di Lenin vennero espunti moltissimi scritti, compreso il Testamento, con il quale il leader, ormai allo stremo delle forze, suggeriva varie misure per arrestare l’involuzione del partito (tra tali misure primeggiava l’allontanamento di Stalin dall’incarico di segretario generale, assunto nel 1922 come una mansione tecnico-organizzativa e rapidamente trasformato in strumento essenziale di controllo sul partito). Va detto che alcuni scritti di Lenin non sono stati pubblicati neppure nell’edizione ampliata apparsa dopo la morte di Stalin.
|
CAPITOLO SECONDO
L’ATTEGGIAMENTO VERSO IL TEATRO,
IL CINEMA, LA MUSICA
Il teatro
Il cinema
Era effettivamente «tremenda» come sfida — fosse o no cosciente — per quei tempi. Lo stesso Romm ha descritto con efficacia la frustrazione degli spettatori, che non osavano credere a quel che stavano vedendo e tirare le somme delle loro sensazioni:
Quando, dopo infinite perquisizioni, il regista viene ammesso nel sancta sanctorum del Cremlino e prende posto a fianco del ministro della Cinematografia, Bolšakov, e inizia la proiezione, l’episodio assume una piega grottesca:
Šostakovič dice più in generale che, per tutte queste ragioni, per lui era sgradevolissimo scrivere musica per i film, ma che fu costretto a farlo regolarmente, per motivi economici prima e poi per l’impossibilità di rifiutare, dato che «il maestro e donno si preoccupava soprattutto delle personalità, aveva le sue idee, tutte confuse, circa chi fosse adatto a far questo o quello, e decise che Šostakovič era in grado di scrivere musica per film, né mai ha cambiato parere in merito». Dopo avere ammesso di potere fornire un lungo elenco dei «vergognosi prodotti con musica composta da lui (comprese riviste di musica leggera), ha ricordato che le preoccupazioni erano iniziate già con il primo film per cui aveva scritto musiche, La nuova Babilonia, che fu attaccato dal l’Internazionale Comunista della Gioventù come «controrivoluzionario» (era il 1929).
La musica
La musica avrebbe dovuto essere meno direttamente toccata dalla stretta repressiva, dalla frenetica volontà di controllare tutto e tutto sottomettere all’onnipotenza e onniveggenza del «Partito» (cioè della burocrazia, giacché il Partito comunista era stato il primo a pagare, perdendo tutte le sue caratteristiche originarie: dalla volontarietà dell’adesione all’elettività delle cariche, passando per il diritto-dovere di manifestare liberamente i dissensi anche attraverso la formazione di tendenze e frazioni, già a partire dalla metà degli anni Venti). Tuttavia, abbiamo già visto che i musicisti erano stati coinvolti nelle vicende del teatro e del cinema, a cui erano spesso naturalmente collegati.
Ma la spirale del terrore finì per travolgere anche più direttamente la cultura musicale sovietica, sia pure con qualche ritardo rispetto ad altri settori.
Ma non era tutto. L’intero quarto atto rappresentava, con comprensione e simpatia, la vita dei deportati. Certo, l’idea c’era già nel racconto di Nikolaj Leskov da cui Šostakovič (coadiuvato da un giovane commediografo di Leningrado, A. G. Preis) aveva ricavato il libretto, ma la provocazione era forte. L’opera fu concepita nel periodo 1930-1932 ed ebbe inizialmente un enorme successo: non capita frequentemente che una nuova opera lirica abbia decine e decine di repliche (36 a Leningrado nel 1934, nei primi cinque mesi dopo la prima; 94 a Mosca, nel corso delle due stagioni liriche in cui fu rappresentata). Contemporaneamente veniva allestita a Stoccolma, Praga, Londra, Zurigo, Copenhagen e New York. Un trionfo. Tanto grande che Stalin (che, tra le pochissime cose in comune con Lenin, aveva una notevole ostilità per la musica e l’arte contemporanea) si decise a verificare di persona le ragioni di tanta popolarità. Così cominciarono i guai.
Stalin uscì dal teatro furibondo e pochi giorni dopo, il 28 gennaio 1936, la «Pravda» pubblicò il famoso articolo Confusione invece che musica:
Le angosce di Šostakovič vennero d’altra parte accresciute successivamente da un’altra vicenda, che con la musica non aveva alcun legame, ma che faceva presagire nuove sciagure. Il compositore era legato da stretta amicizia con il capo dell’Armata rossa, Tuchačevskij (che in privato era un appassionato di musica, aveva come hobby la costruzione di violini e sognava di essere un violinista), e rimase due volte sconvolto dalla notizia della fucilazione di un uomo che stimava, che sapeva onestissimo e che, per giunta, poteva trascinarlo con sé nella tomba. Non accadde nulla.
Tuttavia, con l’articolo del gennaio 1936 erano state gettate le basi per un sistematico intervento nelle questioni musicali e, giacché era stata attaccata non la trama (che pure doveva essere stata determinante per l’irritazione del capo), ma proprio la musica, Šostakovič decise di non fare eseguire e di non pubblicare alcune delle opere a cui stava lavorando, in particolare la Quarta Sinfonia, che rimase nel cassetto per circa 25 anni. Da un lato, era preoccupato per le reazioni che avrebbe suscitato; dall’altro, era tormentato dall’angoscia per quel che sarebbe successo a quel manoscritto in caso di arresto:
Perché Šostakovič non fu arrestato, dopo essere stato attaccato così duramente (gli capitò di leggere su un giornale un annuncio così concepito: «Oggi verrà eseguito un concerto del nemico del popolo Šostakovič» e la stampa sovietica era piena di lettere «spontanee» di ignoti o anonimi lavoratori che lo insultavano e protestavano perché erano stati «costretti» a subire le sue orribili musiche), non è facile dirlo.
Šostakovič ne ricorda più d’uno: il compositore Sergej Popov, l’organista Nikolaj Vjgodskij, il direttore del Conservatorio di Mosca, Pšibjševskij, il musicologo Dima Gačev. Con particolare commozione viene rievocato l’arresto di Nikoiaj Žilijaev, che insegnava al Conservatorio di Mosca; Šostakovič parla con affetto del suo debito culturale verso quell’uomo, a cui si rivolgeva spesso, pur senza essere formalmente suo allievo, per averne consigli utili, giacché era uno dei pochi in grado di capire le nuove sperimentazioni musicali. Tuttavia, quel che ha lasciato su di lui il segno più profondo è la dignità mantenuta da Žilijaev in quei tempi burrascosi. Entrambi erano stati amici di Tuchačevskij; quando quest’ultimo venne arrestato e fucilato come traditore della patria, il suo ritratto, che campeggiava nella stanza di Žilijaev, non fu rimosso e questo gesto colpì Šostakovič probabilmente proprio perché non avrebbe mai osato tanto:
Così comprendiamo quanto si sbagliassero Tuchačevskij e Mejerchol’d, entrambi violinisti dilettanti, quando, di fronte all’addensarsi delle bufere che avrebbero travolto anche loro, avevano rimpianto di non avere avuto occasione di dedicarsi più sistematicamente e in anni più verdi alla musica, per potere divenire professionisti lontani dai pericoli che li minacciavano. Certo, un capo militare e politico, o un regista teatrale d’avanguardia con simpatie per l’Opposizione di sinistra, avevano più probabilità di soccombere, ma nessuno era veramente al sicuro in quegli anni e chi si salvava — se non era un delatore, o un lacchè — non sapeva perché era stato risparmiato.
E, anche nel campo della musica, non era solo chi eccelleva a essere esposto al rischio della deportazione e della morte. Tra gli episodi ricordati da Šostakovič ce n’è uno particolarmente agghiacciante, proprio perché riguarda persone lontanissime dai centri del potere e ignare delle sue regole:
«Da tempo immemorabile, per le strade dell’Ucraina si aggiravano cantori popolari, noti localmente col nome di lirniki e di banduristij. Erano quasi sempre ciechi […] e sempre inermi, ma nessuno si sarebbe sognato di far loro del male. Aggredire un cieco: che cosa poteva esserci di più infamante?
E poi, verso la metà degli anni Trenta, venne organizzato il primo Congresso panucraino di lirniki e banduristij, e tutti i cantori popolari furono convocati per discutere che fare in futuro, quando, come diceva Stalin, le loro vite sarebbero state migliori, le loro vite sarebbero state più felici.
Šostakovič tenta di dare una spiegazione di quella tragedia, ricostruendo la probabile logica dei burocrati incaricati di organizzare i cantori popolari:
Accanto alla tragedia, la farsa, che rivela tuttavia come non solo con le fucilazioni venissero distrutte le più antiche tradizioni popolari, quel folklore che Gor’kij, nelle conclusioni del I Congresso degli scrittori, indicava come «essenza dell’arte della parola» e materiale inestinguibile per arricchire e sviluppare la letteratura sovietica:
Molti anni dopo Šostakovič apprese da un amico compositore, che aveva trascorso interi decenni nel Kazachstan, facendovi carriera e diventando qualcosa di simile a «un musicista di corte», quindi al corrente di molte cose segrete, che «il grande cantore popolare» non era mai esistito:
Šostakovič, che aveva una grande passione per Gogol’ (da cui trasse la prima sua opera, Il naso, nel 1927-1928, ricavandone i primi grossi fastidi con i censori), non poteva non apprezzare questa vicenda, che ha ricostruito in tutti i particolari, soprattutto per quanto riguarda il meccanismo che portò a inventare questo vate:
Ma, in occasione di una mostra sui progressi dell’arte kazaca organizzata a Mosca, il segretario del Partito comunista del Kazachstan, che aveva letto le poesie dell’anonimo cantore popolare, ordinò che lo si trovasse per fargli scrivere un poema in onore di Stalin. Messo alle strette, il giornalista aveva confessato di avere inventato tutto.
CAPITOLO TERZO
IL POTERE SOVIETICO E LA LETTERATURA
I rapporti tra il Partito comunista e gli scrittori sono ben più complessi di quelli, già tratteggiati, con altri settori dell’intelligencja russa.
Nei primi anni del nuovo Stato uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, a nessuno dei dirigenti sovietici era venuta l’idea di stabilire modelli culturali e canoni di comportamento, o di imporre un qualche controllo di partito o di Stato all’attività creativa. D’altra parte, come abbiamo accennato, i primi scrittori e poeti che si avvicinano con simpatia al nuovo regime appartengono alle correnti più diverse, sono spesso in polemica tra loro e sempre tutt’altro che acritici verso la maggior parte delle scelte politiche dei Partito comunista.
Nel migliore dei casi, l’avvicinamento ai bolscevichi parte da una polemica verso la vecchia società, ben diversa da quella che avvia e sostiene il processo rivoluzionario. Si veda, ad esempio, come Lev Trotskij abbia colto felicemente (anche grazie alla collaborazione di Gramsci, con il quale scambiò nel 1922 una serie di osservazioni sul movimento futurista in Italia) le ragioni più culturali che politiche dell’opzione rivoluzionaria di gran parte del futurismo russo:
In realtà, quel che colloca in una posizione diversa i futuristi russi, consentendo una reale alleanza con il potere sovietico, non è dovuto a una caratteristica intrinseca del loro movimento, ma dipende esclusivamente dalle circostanze storiche esterne:
Anche se Trotskij non mancava di ricordare che «il futurismo trasportò anche nel nuovo stadio del suo sviluppo le caratteristiche della sua origine sociale, cioè la bohème borghese», le conclusioni che ne tirava erano ugualmente favorevoli al consolidamento della convergenza tra bolscevichi e futuristi (e, analogamente, con tutte le altre correnti letterarie disposte a convivere con la rivoluzione). E Trotskij, quando scriveva Letteratura e rivoluzione, era ancora il più prestigioso dirigente sovietico dopo Lenin e, senza dubbio, tra tutti i leader comunisti era quello che con maggiore attenzione e sistematicità seguiva la produzione letteraria della giovane repubblica.
Al contrario di quanto accadrà successivamente, in epoca staliniana, nei primi anni dopo la rivoluzione l’attenzione nei confronti della produzione letteraria era intensa, ma del tutto priva della preoccupazione di identificare «scrittori proletari» a cui rilasciare patenti di ortodossia. Tanto Trotskij che Lunačarskij (che resisterà fino al 1929 alla testa del Commissariato del Popolo per l’Istruzione) si sforzeranno di cogliere nella produzione artistica e letteraria i sintomi di un atteggiamento disponibile alla collaborazione col potere sovietico e, al tempo stesso, di identificare gli autori più validi e duraturi, senza alcun atteggiamento utilitaristico e senza pregiudiziali ideologiche.
Tra il 1917 e il 1921, come abbiamo già accennato riferendoci ai rapporti tra il potere sovietico e il teatro, o altri settori artistici, non ci sono interventi delle autorità a favore o contro una corrente artistica: al massimo troviamo traccia di decreti che assegnano materiale e buoni per abiti o razioni supplementari a scrittori di varie tendenze. E’ sintomatico che tale compito sia stato assegnato a una commissione presieduta (e anzi quasi impersonata) da Maksim Gor’kij, ancora molto lontano dall’essere trasformato da Stalin in santone e «padre» della letteratura sovietica e da poco uscito da un ruolo di oppositore intransigente al nuovo regime (il mutamento, come per altri intellettuali, si determinò al momento dell’attentato socialrivoluzionario a Lenin, del 30 agosto 1918).
L’articolo concordato da Jakovlev con Lenin chiariva i motivi non contingenti che ispiravano il rifiuto della presunzione «autarchica» della «cultura proletaria». A monte c’era la consapevolezza, condivisa da tutti i dirigenti del Partito comunista nel periodo della rivoluzione, di trovarsi alla testa di un paese «barbaro», non certo da idealizzare, ma da «incivilire :
Apparentemente siamo lontani da tematiche strettamente letterarie. Tuttavia, emerge già chiaramente che Jakovlev e Lenin non consideravano scandaloso, ma al contrario indispensabile, l’obiettivo di imitare i «paesi borghesi», per un’opera di civilizzazione del paese che avevano ereditato dallo zarismo. E proseguivano ancor più seccamente con questa considerazione:
Per affermazioni simili, pochi anni dopo, ci sarebbe stato il Gulag (o la fucilazione). Ma tutto il pensiero politico dei bolscevichi, assai più europeo che russo, era permeato della coscienza che al loro paese mancava soprattutto la civilizacija, la civilizzazione, senza la quale ogni passaggio al socialismo sarebbe stato velleitario. Citando Lenin, Jakovlev aggiungeva ancora più esplicitamente:
In realtà, se fino al 1921 nel Partito comunista non c’era stato tempo e voglia di occuparsi delle questioni letterarie, anche dal 1922 al 1925 i tentativi di definire un’ortodossia culturale da parte di scrittori che vogliono imporre amministrativamente una propria «egemonia» altrimenti impensabile rimangono minoritari. Eppure questi tentativi sono spalleggiati da settori della burocrazia, ansiosi di «porre ordine» nel caotico mondo dei gruppi letterari e delle riviste, proliferati dopo il 1921, quando la NEP rimette in circolazione vecchie e nuove case editrici private e consente, con la ripresa generalizzata dell’industria, di avere carta stampata in misura più abbondante di quanto avveniva nel periodo del «comunismo di guerra», che aveva ridotto gli stessi organi di partito a sottilissimi foglietti. Ciò è tanto più significativo in quanto proprio allora su altri terreni si comincia a imporre una pesante cappa di conformismo.
Perfino nel 1925, mentre infuria la caccia all’opposizione da parte della nuova direzione Stalin-Bucharin, quest’ultimo è l’estensore di una risoluzione del Comitato centrale Sulla politica del partito nel campo della letteratura che, pur teorizzando che «il partito deve aiutare gli scrittori proletari a conquistare il diritto storico all’egemonia», ammette esplicitamente che questa «egemonia» non c’è ancora e ribadisce chiaramente i limiti dell’intervento nelle questioni letterarie:
Averbach fu poi travolto dalla repressione staliniana, come tanti altri che, pure, avevano contribuito in modo determinante all’ascesa del dittatore georgiano. Ma già prima di sparire nel Gulag (forse a causi dei suoi legami con Jagoda, del quale era cognato) Averbach era stato accantonato nel momento in cui la stessa RAPP era stata soppressa insieme a tutte le altre associazioni e correnti letterarie, per fare posto ad una sola Unione degli scrittori, più facilmente controllabile e più efficace nel controllo di ciascun letterato, con l’assoluto monopolio dell’editoria, dei viaggi di studio, dei soggiorni premio, dei tanti mezzi di corruzione o di discriminazione che, ancora oggi, regolano le sorti degli scrittori sovietici. Ma, prima di arrivare a questo, la lotta era stata durissima.
Tuttavia, quella che gli costerà la vita era apparsa come un manifesto politico:
Viviamo senza neanche l’odore del paese,
a dieci passi di distanza non si sentono le voci,
e ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso
salta sempre fuori il montanaro del Cremlino.
Le sue dita dure sono grasse come vermi,
le sue parole esatte come fili a piombo.
Ammiccano nel riso i suoi baffetti da scarafaggio,
brillano i suoi stivali.
Ha intorno una marmaglia di ducetti dagli esili colli
e si diletta dei servizi di mezzi uomini.
Chi miagola, chi stride, chi guaisce
se lui solo apre bocca o alza il dito.
Forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo:
e a chi lo dà nell’inguine, a chi fra gli occhi, sulla fronte o sul muso.
Ogni morte una fragola per la bocca
Ma, per molti, non era stata necessaria la poesia. Era sufficiente un’amicizia imprudente, una parentela con un astro in declino, o un’incapacità di nascondere il rigetto nei confronti dei nuovi scrittori cortigiani, che lo stesso Mandel’štam aveva ben descritto già nel 1930:
Majakovskij aveva presentito con straordinaria lucidità la sua sorte nei versi in morte di Esenin:
Si dice
che, a mettervi accanto
qualcuno di «Na postu»
sareste diventato
assai più bravo
nel contenuto:
voi
avreste scritto
al giorno
centinaia di versi
stucchevoli
e lungagginosi
come Doronin.
Ma, a parer mio,
se si fosse avverata
una tale incongruenza
vi sareste soppresso
Nella stessa poesia, Majakovskij, ricordando che «quest’epoca / è difficiletta per la penna», concludeva:
Per l’allegria
Il pianeta nostro
È poco attrezzato.
Bisogna
Strappare
La gioia
Ai giorni futuri.
In questa vita
Non è difficile morire.
Vivere
Così, in quegli anni, si diffonde l’uso di ricorrere alla memoria per conservare i versi: misura di sicurezza in due sensi, giacché preserva da occhi indiscreti e garantisce, nella tragedia del Gulag, una consolazione e una speranza, nel richiamare alla mente per sé, o anche per qualche compagno di sventura, le poesie più amate.
Tuttavia, prima di sprofondare nell’orrore della repressione indiscriminata, la letteratura e la società sovietica ebbero una breve pausa, su cui rimangono non poche ombre, ma che si manifestò inequivocabilmente nella riapparizione di un dibattito reale nel I Congresso degli scrittori. La forma di quel dibattito era già pesantemente condizionata dal «culto della personalità» di Stalin e dall’accettazione di rigidi rituali, ma non al punto di risultare indecifrabile. Ricostruire quel momento può contribuire a fare luce sulla dinamica complessiva del periodo staliniano.
|
SCHEDA 2 CORRENTI E GRUPPI LETTERARI NELLA RUSSIA SOVIETICA La prima organizzazione sorta nel periodo della rivoluzione è il Proletkul’t (Cultura proletaria) ; tra i principali dirigenti, Aleksandr Bogdanov, espulso dal Partito bolscevico nel 1909 e fortemente polemico nei confronti della tattica di Lenin. Non era, tuttavia, un’associazione di scrittori o letterati in senso stretto: la maggior parte degli associati (che raggiunsero cifre ragguardevoli) erano operai autodidatti, corrispondenti di fabbrica e militanti bolscevichi, social-rivoluzionari o anarchici, particolarmente sensibili al problema dell’educazione extrascolastica. Assume presto compiti molto vasti, intrecciati con quelli del Narkompros, con il quale entrò quindi spesso in conflitto di competenza. Tra gli «specialisti» che partecipavano alle attività di studio, Gor’kij, Andrej Belyj, Majakovski. Non elaborò mai un’originale «cultura proletaria», subendo piuttosto le influenze dei gruppi di avanguardia preesistenti, in particolare dei futuristi e dei costruttivisti Rodčenko e Tatlin, che teorizzavano l’utilizzazione delle nuove tecniche (fotografia, cinematografia, registrazione) nell’arte «proletaria». Dal 1920 viene emarginato Bogdanov e l’organizzazione viene completamente subordinata al Narkompros. In quell’anno sorge la VAPP (Associazione panrussa degli scrittori proletari), intorno al gruppo redazionale della rivista «Kuznica» (Fucina), staccatosi dal Proletkul’t. Nasce anche l’INCHUK (Istituto di cultura artistica) a Mosca, Pietrogrado, Vitebsk (dove è diretto da Chagall). Nel 1921, con la NEP, nuova fioritura di riviste e case editrici. A Pietrogrado si forma il gruppo «Fratelli di Serapione» (Fedin, Šklovskij, Zoščenko). Comincia a uscire come trimestrale (presto mensile) la « Krasnaja nov’ » (Terra vergine rossa), centro di raccolta di gran parte dei «compagni di strada», come vengono chiamati gli scrittori non comunisti, ma non ostili al potere sovietico e disposti a scrivere e vivere nel paese. Direttore è Aleksandr Voronskij, che ha discusso il progetto con Lenin e Gor’kij. Tuttavia, anche prima delle liberalizzazioni della NEP, alcune case editrici private erano sopravvissute, pur tra le difficoltà dell’approvvigionamento di carta, mentre proprio per questa ragione, anche da parte di dirigenti comunisti, si erano utilizzate tipografie e case editrici operanti all’estero. Fino al 1924 aveva prosperato l’editore Gržebin, amico di Gor’kij, che da Berlino forniva la Russia di libri di ogni genere, compresi i testi per le scuole, ma anche molti scritti di opposizione (per cui in quell’anno era stata vietata l’importazione dei suoi libri in territorio sovietico). Anche il grande editore tedesco di origine ebraica Rudolf Mosse aveva una sezione russa, che ancora nel 1925 poteva esportare i suoi libri in Urss. È impossibile, nei limiti di questa scheda, fornire un’idea anche approssimativa della molteplicità delle iniziative letterarie e artistiche «autogestite» da gruppi formatisi spontaneamente nei primi dieci anni di vita della Russia sovietica. Un’idea del clima può esser fornita da un esempio: nel gennaio 1919, intorno alla Dichiarazione degli immaginisti firmata da Esenin, Ivnev, Mariengof, Šeršenevič si raggruppava un nucleo di poeti e scrittori che, oltre a una serie di «provocazioni» al limite tra lo stile goliardico e il teppismo vero e proprio, realizzava una casa editrice che tra il 1920e il 1921 stampava ben 30 libri, non sempre utilizzando i canali normali (uno fu stampato addirittura nella piccola tipografia installata a bordo del treno blindato di Trotskij, normalmente adibita alla pubblicazione di giornali per l’Armata rossa). In ogni caso, qualsiasi gruppo di poeti o di scrittori, anche se non riusciva a ottenere carta e tipografia, organizzava letture pubbliche in piazza, o nei molti «caffè dei poeti», o in analoghi locali. Gli immaginisti, d’altra parte, avevano aperto una libreria, che funzionava da centro di riunione. In molti casi, le aggregazioni artistiche erano così effimere che la loro produzione si concludeva con la pubblicazione di un almanacco, o di un numero unico. Nel 1922, da « Kuznica » si stacca il gruppo «Oktiabr’» (Ottobre), che nell’anno successivo si impossessa saldamente della VAPP e comincia a pubblicare «Na postu» (Al posto di guardia), che diventerà «Na literaturnom postu» al momento della nuova scissione che porta al centro della rivista e dell’Associazione Leopol’d L. Averbach. In questo caso, si tratta di un raggruppamento che lascia tracce profonde nella letteratura sovietica, indipendentemente dalla sorte dei suoi promotori. Altrettanto duratura è l’influenza del LEF (Fronte di sinistra) promosso da Majakovskij e aperto a un gran numero di scrittori e artisti provenienti da esperienze futuriste prerivoluzionarie, costruttivisti come Rodčenko che cura anche impaginazione e copertina, cineasti come Ejzenštein e Džiga Vertov e molti tra i migliori critici. Cesserà le pubblicazioni nel 1925, ma riprenderà come «Nuovo LEF» nel 1927. Ad esso sarà collegato in Ucraina il gruppo futurista «La nuova generazione». Dal 1928-1929 le difficoltà per futuristi e costruttivisti si accresceranno, per un impegno crescente del Partito comunista a favore della RAPP. Nel 1929 verrà sciolto l’INCHUK di Leningrado e sarà chiusa al pubblico una mostra di Filonov già allestita in quella città. Nel 1930, ultima aggregazione di gruppi che si oppongono al predominio della RAPP: il «Litfront» (Fronte letterario). Accanto a «Krasnaja nov’», ma con carattere più rigorosamente teorico, ebbe un ruolo importante «Pečat i revolucija » (Stampa e rivoluzione), della quale erano redattori Lunačarskij, lo storico Michail N. Pokrovskij, Vjačeslav P. Polonskij. Era una rivista di grande spessore, che combinava articoli e recensioni di notevole ampiezza con un gran numero di segnalazioni bibliografiche. Dal 1924 aprì una sezione di «Materiali per la storia della letteratura e della società», carica di indubbie implicazioni politiche. Nell’ultima fase (prima della soppressione, avvenuta nel 1930) ebbe grande peso nella redazione Valerian F. Pereverzev, un critico di notevole valore, più tardi vittima delle repressioni staliniane. Nel corso della seconda metà degli anni Venti, la censura comincia a colpire sempre più spesso anche le riviste letterarie (ad esempio, viene sequestrato, già nel 1926, il numero 5 di «Novyi mir», che conteneva il racconto di Pil’njak che alludeva alla morte di Frunze). Addirittura nel 1925 viene «paracadutata» in «Krasnaja nov’» mezza redazione di «Na postu», che pubblica, evidentemente spalleggiata da protettori altolocati, articoli del tutto contrapposti all’orientamento fino allora prevalente nella rivista. Nel 1932, con una decisione del Comitato centrale del PCUS, scaturita da una riunione informale a cui aveva partecipato lo stesso Stalin, vengono soppresse tutte le associazioni degli scrittori esistenti, per creare l’Unione degli scrittori sovietici, il cui primo Congresso sarà tenuto nel 1934 (vedi oltre, cap. IV). Molti dei dirigenti della RAPP, tra i quali lo stesso Averbach, cadono in disgrazia. Viene allora codificato il «realismo socialista», definito da Zdanov «realismo nella forma e socialismo nel contenuto». L’Unione degli scrittori eserciterà già allora (fino ai giorni nostri) un rigido controllo sulla produzione letteraria, attraverso il monopolio dell’editoria, la definizione delle tirature (e quindi dei diritti d’autore), l’assegnazione di traduzioni, di soggiorni di vacanza, di viaggi di studio, di alloggi e di altre forme di retribuzione indiretta (o di affamamento degli scrittori non allineati). I dirigenti dell’Unione, d’altra parte, come tutti i medi e alti burocrati sovietici, saranno tenuti a controfirmare le espulsioni dall’Unione e gli arresti che colpiranno, a partire dal 1935, un gran numero di scrittori. Ben pochi dei poeti e dei letterati arrestati potranno ritornare dai lager dopo la «destalinizzazione» chrusceviana (tra essi Zabolockij, Oleša, Konstantin Paustovskij, Platonov).
|
CAPITOLO QUARTO
1934: IL CONGRESSO DEGLI SCRITTORI
E L’ULTIMO TENTATIVO DI SOSTITUIRE STALIN
Quasi nulla rivela all’esterno le tensioni che incrinano il potere staliniano nel corso del 1932-1934. Il Congresso degli scrittori, svoltosi tra il 17 agosto e l’1 settembre 1934, lascia comunque trasparire qualcosa dei tentativi di riaprire una dialettica reale, di spezzare il conformismo che soffocava la letteratura e la stessa vita sovietica.
In primo luogo, appaiono voci diverse e discordanti che, pur rispettando alcune delle norme consolidatesi negli anni precedenti (in particolare gli omaggi rituali a Stalin), affrontano temi reali in modo spesso vivacemente polemico.
Gli stessi omaggi a Stalin sono spesso ambigui: si pensi a quello di Babel’, che probabilmente non poté piacere all’interessato:
« Io ho un’amica che insegna all’università. E’ nata nell’Oirozia, dove è cresciuta in un ambiente dominato dagli stregoni siberiani. E quando questa ragazza, divenuta professoressa, ha appeso sopra il suo tavolo i ritratti di Marx, Lenin e Stalin, un mio amico ha detto:
Quanto poco «nuova» fosse una cultura che aveva bisogno di icone sacre lo capiva benissimo chi ricordava il fastidio di Lenin (per non parlare di Marx) di fronte a ogni tipo di culto.
Anche Gor’kij che, pure, non manca di tessere elogi del tipo più vieto e banale al grande «Capo dei popoli dell’Urss», aveva aggiunto, rifiutando gli omaggi diretti alla sua stessa persona, una frase che poteva benissimo essere estesa anche a Stalin:
A Bucharin non mancava la prudenza, nell’ultima fase della sua vita politica. La maggior parte degli accenni al ritardo e all’arretratezza sono ambigui e velati, ma andavano comunque nello stesso senso degli altri interventi più aperti e appassionati.
Babel’, ad esempio, prima dell’ironico accenno alla povertà di linguaggio di Stalin aveva attaccato più esplicitamente gli apologeti del regime:
Babel’, in quegli anni, era stato prudentemente in silenzio, senza produrre nulla per le case editrici sovietiche. Egli stesso allude scherzosamente a ciò nel suo intervento:
Uno spiraglio sottile dunque, ma uno spiraglio, si era aperto nella cappa di piombo dell’unanimismo rituale. Cercheremo, successivamente, di comprendere, nei limiti imposti dalla scarsità di documentazione diretta, come era stato possibile. Ma, intanto, è importante cogliere fino in fondo su quali terreni, oltre a quelli già accennati, si manifestò nel I Congresso degli scrittori una tendenza disposta a utilizzare i nuovi spazi.
L’altro cavallo di battaglia di chi cercava di introdurre elementi di differenziazione fu, da un lato, la sottolineatura critica dei «ritardi» o dell’arretratezza russa, dall’altro l’irrisione al trionfalismo, alla letteratura «tendenziosa», vuota e ripetitiva; le forme erano quasi sempre caute, tranne forse in Ehrenburg, che attaccò senza mezzi termini la trasposizione meccanica alla letteratura dei criteri quantitativi in uso nel settore industriale e, soprattutto, denunciò la vuota retorica dei burocrati della penna o della macchina da presa:
Abbiamo riportato così ampi stralci dell’intervento di Ehrenburg, perché effettivamente è l’unico che porti fino in fondo, esplicitamente, le critiche sottese a tanti altri interventi. Tra l’altro, dopo il primo riferimento al cinema (che cominciava ad essere campo riservato al controllo personale di Stalin), egli accenna anche alle più generali ripercussioni sociali dei criteri invalsi nella letteratura:
« Comincia così l’epigonismo, appaiono romanzi o racconti che imitano ciecamente la maniera del vecchio romanzo naturalistico. Vengono pubblicati versi sui trattori che sono simili alle romanze d’anteguerra. Col pretesto che è necessario lottare contro il formalismo, abbiamo frequenti esempi di culto delle forme artistiche più reazionarie […] .
Compagni, in questo modo si torna all’estetica della piccola borghesia prerivoluzionaria, sulla cui morale ha pronunciato parole così belle, nella sua relazione, Aleksej Maksimovic Gor’kij.
E quanti piaggiatori striscianti, quanti delatori, quanti torturatori apparentemente onnipotenti non hanno invece finito i loro giorni insieme alle loro vittime, travolti dall’imprevedibilità del grande terrore, soprattutto nel 1937-1938 e negli ultimi anni di Stalin?
Altri cercarono di affrontare indirettamente il problema di un nuovo rilancio critico della letteratura sovietica. Kol’cov, ad esempio, fece l’apologia della satira, polemizzando con un direttore di rivista (non nominato) che aveva rifiutato un racconto satirico con la frase: «È roba che non va bene per noi. È ancora troppo presto perché il proletariato si metta a ridere; lasciamo che ridano i nostri nemici di classe». Subito dopo, tuttavia, entrava più chiaramente in polemiche meno anonime:
« Compagni, questo vi può sembrare assurdo, e così sembra anche a me, però ricordo bene e, come me, lo ricordano anche molti altri dei presenti, che nel corso di una delle ultime riunioni della defunta RAPP, circa un mese prima che fosse chiusa, mi toccò difendere, tra esclamazioni ostili, il diritto alla vita letteraria di scrittori come Ilf e Petrov, e il loro diritto alla vita normale, cioè a ricevere i mezzi di sussistenza necessari al loro lavoro.
Tra l’altro, Kol’cov non si limitava a un’apologia astratta della satira, ma ne forniva un graffiante esempio, parlando di una proposta tutt’altro che inverosimile in un periodo che vedeva progressivamente ricomparire le divise che già in epoca zarista avevano contrassegnato varie categorie dell’amministrazione:
Bucharin invece aveva cercato di prendere alla larga i temi più scottanti: era partito da sant’Agostino, era passato a un testo indù del X secolo a. C., era arrivato a un trattato poetico cinese del IX secolo della nostra èra, e via via era passato dall’Enciclopaedia Britannica a Gilgamesh, da Aristotele a Virgilio, e via divagando.
Nella prima parte si scusava per le troppe frecciate scagliate ma, al tempo stesso, ribadiva un concetto che faceva parte del patrimonio comunista, anche se non certo della prassi introdotta dagli Averbach nella RAPP e portata avanti ora dagli scherani di Ždanov:
Come si vede, fin qui, a parte il tono penoso di chi è stato preso per un orecchio e costretto a presentare le sue scuse e la concessione ai molti che lo avevano contestato violentemente quando aveva detto di parlare «a nome del partito», c’è anche una dignitosa ripulsa di ogni intervento coattivo in letteratura, che era in fondo ancora una stoccata a chi lo usava professionalmente. Ma dopo essersi ulteriormente discolpato («non intendevo affatto e non intendo minare il prestigio dei miei oppositori, in quanto poeti»), finiva con una triste ripetizione di frasi fatte, che contraddicevano veramente il senso della relazione:
Possiamo immaginare quanto dovette tremare Pasternak dopo questa «rettifica» del suo apologeta, se già un paio di giorni prima era salito alla tribuna per leggere un impacciatissimo messaggio:
Non contento di questa premessa, aggiungeva subito dopo:
Pasternak, che era un vero e grande scrittore, ma non un eroe, avrebbe preferito continuare a «scambiarsi sguardi». Comunque, per quasi tutto il breve intervento riesce prudentissimamente a non dire nulla di preciso, tranne nel finale, indubbiamente sincero:
«Per finire, lasciatemi formulare alcuni amichevoli auguri. Quando il congresso si sarà concluso, e al flusso delle cose udite, viste e provate succederà il riflusso, vorrei che nel silenzio che metterà a nudo il fondo delle cose, prima di una nuova marea, in ciascuno di noi resti soltanto l’essenziale e il compiuto, e che le parole superflue, senza peso, si dissolvano insieme a tutte le emozioni, le opinioni e i discorsi tenuti in questo congresso […].
Anche se moltissimi non comunisti finirono travolti dalla repressione staliniana, era opinione comune e non infondata negli anni Trenta che fosse molto più pericoloso essere membro del partito (negli anni successivi circolò a Mosca il macabro aneddoto su una famiglia che nel cuore della notte sente picchiare alla porta con l’inconfondibile arroganza della NKVD e si affretta a rispondere: «Avete sbagliato piano, i comunisti abitano di sopra»). In ogni caso, in quel momento di tregua (sempre relativa: Mandel’štam era stato arrestato appena tre mesi prima), non c’era dubbio che poteva essere pericoloso legarsi a una o all’altra delle forze che affilavano le armi per scontri successivi.
Il giusto «punto di orientamento» era proposto da Surkov con un dato autobiografico:
Ma le insinuazioni dello scrittore «agit-prop» (questo era il nome, nel Partito comunista sovietico e anche in quelli occidentali, almeno fino al 1956, dell’addetto all’agitazione delle masse e alla propaganda della linea del partito) non si fermano all’incapacità di Bucharin di orientare i poeti:
Ma Surkov è stato ancora più esplicito nel chiarire quali erano i suoi modelli. Dopo avere rivelato la sua indignazione nel sentire circolare la parola «umanesimo», carica di un «significato umanitario» e di un «balbettio cristiano sulla filantropia», e quindi tale da dare il «diritto storico» di «disprezzare e odiare le persone che pronunciavano questa parola», egli afferma:
Inutile dire che nessuno, tantomeno Bucharin, si era sognato di proporre un’immagine così insulsa. Ma a Surkov serviva per contrapporre il suo modello, naturalmente un «proletario», « forse più rozzo, ma nella sua rozza carne, più bello»:
Surkov dichiarava esplicitamente di preferire l’immagine di quest’uomo alla fanciulla metaforica, giacché egli rappresentava un «umanesimo virile» e, quindi, adatto ai tempi. Tanto più che:
Dispiace che Surkov, a differenza di tanti altri partecipanti al Congresso, non abbia potuto verificare di persona la «sensibilità veramente materna» dei capi del Gulag; il tono intimidatorio era in ogni caso evidente e pesò probabilmente sulla decisione di Bucharin di presentare la triste «autocritica» finale.
Se pochi interventi furono apertamente a favore di Bucharin (a parte quelli oggettivamente convergenti, già ricordati, furono l’armeno Egiše Čarents e il georgiano Sandro Euli a scendere in campo senza esitazioni e reticenze), il Congresso salutò tuttavia ogni apparizione di Bucharin con applausi così prolungati e superiori a quelli tributati a chiunque altro (escluso Gor’kij), da creare un caso politico. L’episodio fu commentato subito, anche all’estero, giacché rivelava la popolarità del dirigente accantonato, ma non dimenticato dall’intelligencija e dalla gioventù. Secondo un discepolo di Bucharin incontrato da Josif Berger in un lager nelle isole Solovki, Bucharin si sarebbe subito preoccupato moltissimo:
In ogni caso, il Congresso si concluse con molte speranze, un discreto effetto propagandistico all’interno e all’estero, alcuni buoni propositi e nulla di concreto, giacché le vicende degli scrittori, allora più che mai, sarebbero state decise indipendentemente dalla loro volontà, come riflesso di altre scelte, non solo sovietiche.
La segretezza totale che da un decennio avvolgeva i centri di decisione in Urss aveva reso incomprensibile alla maggior parte dei congressisti le ragioni che avevano portato un ex-oppositore come Bucharin prima alla direzione delle «Izvestija», poi tra i principali relatori a un congresso importante e delicato. Quando, poi, era emersa una parvenza di dibattito politico, sia pure filtrato e indiretto, senza che esso fosse sostituito dal linciaggio a senso unico del «deviazionista», a molti era parso probabile che si stesse per aprire una nuova fase e che, dietro Bucharin, ci fossero schieramenti sufficienti a dargli coraggio.
I primi elementi per comprendere la reale dialettica nel Partito comunista sono forniti dalle stesse fonti ufficiali: dietro gli epiteti ingiuriosi e le improbabili accuse di terrorismo, ecc., che accompagnano la denuncia di nuovi gruppi di opposizione, c’è una realtà precisa. Dopo avere sconfitto tutte le opposizioni degli anni Venti, animate dai dirigenti «storici» della rivoluzione, Stalin ha dovuto fare i conti con un malcontento che nasceva nelle file stesse del suo schieramento. Nel 1930 era stato messo sotto accusa Lominadze che, insieme ad altri dirigenti della Transcaucasia, aveva steso un documento che denunciava privilegi «di tipo feudale» dei funzionari e l’abbandono della classe operaia e contadina in condizioni miserevoli. Egli si era incontrato anche con Syrcov, presidente del Consiglio della Repubblica federativa russa, che era anche membro candidato del Politbjuro. Entrambi furono esclusi dal Comitato centrale e spediti l’uno a dirigere una fabbrica di dischi, l’altro a un oscuro lavoro nel Commissariato per il commercio. Lominadze era stato poi recuperato da Kirov e Ordžonikidze e inviato a dirigere l’organizzazione di partito nella città di Magnitogorsk. dove restò fino a poco dopo la morte di Kirov (convocato dalla NKVD e ben consapevole del significato della montatura avviata dopo l’assassinio del dirigente leningradese, si suicidò).
Può essere che, più della persona di Rjutin e del tipo di «delitto» attribuitogli, ai membri del Politbjuro stesse a cuore il principio di non applicare la pena di morte all’interno del gruppo dirigente bolscevico. Ma, probabilmente, c’era qualcosa di più: c’era una sostanziale comprensione per lo stato d’animo di questi nuovi oppositori scaturiti dal seno stesso del gruppo dirigente.
Tutto il periodo immediatamente successivo vede comparire altri gruppi radicati nello stesso ambiente. Sono tanti e diversi, perché era difficile (e illegale) comunicare normalmente, impensabile la pubblicazione di un testo nel bollettino interno, come avveniva ai tempi di Lenin, ma era anche pericoloso scriversi, perché la posta veniva sistematicamente aperta, o telefonarsi, perché le intercettazioni erano l’unico campo in cui la tecnica sovietica non era indietro a quella di nessun altro paese. L’occasione per incontrarsi fu fornita dal XVII Congresso, quello dei «vincitori», nel gennaio-febbraio 1934. Già nel 1971 Medvedev aveva ricostruito in questi termini quel che era accaduto nei corridoi del Congresso:
Le stesse fonti riferiscono che, al momento delle elezioni del Comitato centrale, ben 70 delegati avevano cancellato il nome di Stalin dalla lista unica (mentre solo 3 avevano cancellato il nome di Kirov). Si trattava di una protesta simbolica, ma tanto eloquente che gettò nel panico la commissione incaricata dello scrutinio che, contrariamente alla consuetudine, decise di non annunciare i risultati della votazione. Secondo il vicepresidente della Commissione elettorale, dopo un colloquio con Kaganovič furono distrutte un gran numero di schede e fu annunciato che solo tre delegati avevano votato contro Stalin. Tuttavia, a Stalin non poteva non essere giunta notizia anche della reale portata della fronda elettorale: forse fu questo che determinò l’ampiezza delle repressioni che colpirono i delegati (1.108 scomparsi su 1.966) e i membri del Comitato centrale eletto in quel Congresso (eliminati 110 su 139). Tra i nuovi membri comunque, c’erano in gran numero personaggi provenienti dalla NKVD, senza alcuna esperienza di partito: Mechlis, ad esempio, non era neanche delegato al Congresso precedente; diventò membro effettivo Jagoda, che era solo candidato, ed entrarono per la prima volta Evdokimov, Balitskij, Ežov. Negli anni successivi saranno loro a spazzare via quanto restava della vecchia guardia e anche quei «segretari staliniani» come Vareikis, cresciuti nella guerra civile e divenuti segretari di importanti obkom (Vareikis era il responsabile delle Terre nere, ad esempio), proprio attraverso la lotta senza quartiere alle opposizioni, ma sempre collegati al patrimonio rivoluzionario, sia pure in una versione rozza e impoverito. Non a caso avevano cercato di fare blocco intorno ai più potente e prestigioso di loro, Kirov, segretario dell’obkom di Leningrado (ma anche membro della Segreteria, del Politbjuro, e dell’Ufficio di organizzazione, alla pari soltanto di Stalin e Kaganovič, gli unici a cumulare le tre diverse responsabilità). Fin qui, quello che sino a pochissimi anni fa era trapelato dalla memorialistica dei pochi sopravvissuti e che era stato raccolto e sistematizzato da Medvedev. Tuttavia, ora disponiamo di un’altra fonte di eccezionale importanza, che permette di inquadrare l’inquietudine dei «quadri» intermedi dei partito agli inizi degli anni Trenta e di dissipare le nubi create delle falsificazioni di Stalin. Dal 2 gennaio 1980 la Houghton Library dell’Università di Harvard, negli Stati Uniti, ha aperto agli studiosi la parte segreta dell’Archivio di Lev Trotskij. Il dirigente comunista, negli ultimi anni di esilio, aveva visto cadere sotto il piombo staliniano tutti i suoi sostenitori in URSS, aveva visto morire in circostanze sospette suo figlio Léon Sedov, aveva subito vari attentati e numerosi tentativi di impossessarsi delle sue carte. Una parte di esse, affidate al figlio, erano già ricomparse in Francia. Egli aveva deciso di affidare il suo archivio a una delle più prestigiose università americane, in cambio di precise garanzie sulla sua custodia, sull’inaccessibilità a chiunque per quarant’anni (per evitare che potessero servire a far identificare dalla NKVD qualche suo corrispondente). In questo periodo solo il suo biografo, Isaac Deutscher. aveva ottenuto dalla vedova il permesso di esaminare il carteggio, ma aveva potuto prenderne in esame solo una piccola parte, data l’immensità della documentazione raccolta. Quando un’équipe diretta da Pierre Broué e composta da Alain Calvié, Michel Dreyfus, Jean-Paul Joubert, Isabelle Lombard e Katia Chitzov, ha cominciato a lavorare sulle «Carte d’esilio», ha potuto nel giro di pochi mesi fare alcune scoperte di grande rilievo, che hanno modificato radicalmente le conoscenze su quel periodo.
In realtà, ora possiamo sapere, pur con qualche lacuna (alcuni nomi contenuti nelle lettere venivano cancellati con inchiostro di china, o addirittura ritagliati, come garanzia supplementare per l’eventualità che uno dei tentativi della NKVD per impossessarsi degli archivi potesse giungere allo scopo), che nel 1932 diversi emissari delle opposizioni revitalizzatesi, e dello stesso gruppo vicino a Kirov, avevano cautamente contattato il figlio di Trotskij, informandolo su trattative in corso per l’unificazione di tutti i gruppi in un unico blocco. Questo «blocco», in realtà, non fu mai operante, perché uno dopo l’altro i nuclei di oppositori furono arrestati, mentre Kirov continuava a esitare (pur essendo al corrente di quel che si tentava di organizzare). Trotskij aveva espresso al figlio un parere favorevole al proseguimento dei contatti, ponendo come unica condizione che si restasse al livello di coordinamento tra gruppi autonomi (con facoltà di critica reciproca) e non di una fusione. Lo scopo doveva essere inizialmente quello dello scambio di informazioni e di opinioni, prima di arrivare a intese più ampie. Del blocco facevano parte già i pochi trotskisti ancora non identificati e arrestati, gli zinovievisti (compresi Kamenev e lo stesso Zinov’ev, che avevano detto di avere commesso il maggiore errore della loro vita abbandonando l’Opposizione nel 1927), il gruppo Sten-Lominadze, mentre erano in corso discussioni con il gruppo Safarov-Tarkhanov e altri tre gruppi, facenti capo rispettivamente a Ivan N. Smirnov, a Preobraženskij e a Ufimcev, erano già stati smantellati. Nel carteggio si accenna però anche a contatti e a una collaborazione positiva con i «destri», che non potevano essere i troppo rassegnati Bucharin, Rykov e Tomskij, ma il gruppo Rjutin-Uglanov-Kajurov. La più riservata delle allusioni è quella a non meglio definiti «liberali», dei quali Léon Sedov dice:
Contro il parere del figlio Sedov, che aveva protestato in una lettera del 12 ottobre nei confronti di questa impostazione, Trotskij usa due argomenti diversi, estremamente significativi.
In primo luogo, polemizzando con gli «alleati» e con i «destri», ricorda che la parola d’ordine «cacciare Stalin» non sarebbe pericolosa se l’Opposizione fosse veramente forte, ma nella situazione esistente potrebbe essere utilizzata dai nemici dello Stato sovietico, dagli emigrati borghesi, dai menscevichi, dai «termidoriani dell’interno». Gli errori di Stalin potrebbero rafforzare a tal punto tali tendenze che potremmo essere costretti, afferma, a sostenerlo momentaneamente. Tale impostazione risente, indubbiamente, delle argomentazioni di Lenin per giustificare l’appoggio a Kerenskij nei confronti del colpo militare di Kornilov nel settembre del 1917.
Pochi giorni dopo, ritornando sui «liberali» che considerano troppo «moderati» i trotskisti, egli insiste:
Ancora a breve distanza, di fronte a nuove resistenze tra i suoi collaboratori, egli insiste che il problema è capire «quando e come » si potrà «sollevare l’apparato contro il padrone »:
In parte, aggiungiamo a spiegazione, si tratta di una proiezione della parola d’ordine del «fronte unico», cavallo di battaglia in Germania dell’Opposizione di sinistra che, di fronte all’immensità del pericolo, caldeggiava un’intesa antifascista di tutte le forze del movimento operaio, compresi in primo luogo, ovviamente, tanto gli stalinisti che i socialdemocratici. Anche per l’Urss sembravano addensarsi nubi minacciose, sia per il contesto internazionale, sia per la crisi acuta provocata dalla politica insensata nelle campagne, che aveva portato proprio in quel periodo la carestia a livelli catastrofici. Tuttavia, oltre al grandissimo senso di responsabilità che contrassegna non solo in questo periodo la politica di Trotskij verso l’Urss, questa impostazione rivela senza dubbio un’attenzione particolare per gli stati d’animo dei quadri intermedi, di quei segretari staliniani di obkom che avrebbero tentato una svolta di lì a pochi mesi e che sarebbero stati sterminati senza pietà da Jagoda, Ežov e Stalin negli anni successivi.
Questa tattica prudentissima (troppo agli occhi dei corrispondenti sovietici più impazienti, che evidentemente pensavano di essere sostenuti da un consenso sufficiente per non doversi preoccupare troppo) viene accantonata nel corso del 1933. Le ragioni esterne sono ben note: il successo del nazismo e la viltà dei dirigenti stalinisti tedeschi, che dopo avergli facilitato la vittoria cedono senza lotta, confortati da tutta l’Internazionale, che annuncia la fine imminente del fascismo e il trionfo del comunismo (preparato dalla decomposizione della socialdemocrazia, ancora maggioritaria nel movimento operaio tedesco al momento del trionfo di Hitler). Solo a questo punto, di fronte all’incapacità del Comintern di ricavare la lezione dagli errori compiuti (anzi perfino di ammetterli, visto che le sconfitte venivano presentate come prodromi di vittorie), Trotskij si convincerà della necessità di rompere col Partito comunista e col Comintern (dai quali era stato espulso, continuando tuttavia per sei anni a rivendicare l’appartenenza ad essi per sé e per i suoi seguaci, considerandosi una «frazione» ingiustamente esclusa che chiede la reintegrazione). Da questo momento comincerà la lotta, difficile per il terribile contesto mondiale e sovietico, per costruire nuovi partiti comunisti e una nuova Internazionale, la Quarta.
Al Congresso degli scrittori, come abbiamo visto, era apparso chiaro che ogni liberalizzazione, ogni indizio di svolta, veniva accolto con grande speranza ed entusiasmo. Ma il ghetto dorato della letteratura aveva ben poche capacità di pesare negli scontri successivi: fu un test importante dello stato d’animo di un settore della società sovietica di fronte al riapparire di una dialettica, ma nulla di più. Occorreranno più di venti anni perché, dal ghiaccio del conformismo (e da quello non metaforico della Kolyma), ricominciasse a scorrere un rivolo di acqua limpida, nel breve ma fecondissimo «disgelo» che accompagnò le grandi speranze di rinnovamento che seguirono la morte di Stalin, l’eliminazione di Berija, la denuncia reticente e circoscritta, ma pur sempre esplosiva, dei crimini commessi.
CAPITOLO QUINTO
L’EREDITÀ DELLO STALINISMO
Era qualcosa di più grave e qualitativamente diverso rispetto alle decimazioni che avevano già colpito l’intelligencija di origine ebraica. Infatti, per quanto riguarda la fase precedente la guerra, si poteva escludere uno specifico movente antisemita, come lucidamente osserva uno studioso sovietico, indicato con la sola sigla D-j, del quale Medvedev riporta questo brano da un manoscritto su L’ebreo russo ieri e oggi:
Il caso Lysenko è il più noto e, probabilmente, quello che è costato più caro (in termini di sfacelo dell’agricoltura), ma non è qualitativamente diverso da quanto si cominciava ad affermare già alla fine degli anni Venti. Lysenko, comunque, arriva al massimo potere accademico e politico subito dopo la breve parentesi "liberale", nel 1935, e continua a fare danni (quasi a testimonianza vivente della continuità) anche in piena epoca chrusceviana.
|
SCHEDA 3
IL PARTITO COMUNISTA E LA SCIENZA : IL CASO LYSENKO
Trofim Denisovič Lysenko era, fino al 1935, un agronomo modesto e scarsamente interessante. Nel 1927 aveva ottenuto l’onore di una menzione molto favorevole sulla «Pravda», che aveva segnalato un’esperienza di tecnica agraria che consentiva di fare maturare dei piselli prima del periodo del gelo. Le conseguenze pratiche erano modestissime, ma permisero di arrivare a una conclusione teorica importante, anche se non originalissima: il fattore termico influiva sul periodo di germinazione e sulla vitalità della pianta. Anche il padre di Lysenko aveva contribuito alla scoperta, con un’osservazione casuale: un sacco di frumento rimasto tutto l’inverno sotto la neve, aveva dato un risultato molto abbondante dopo essere stato seminato in primavera. Il procedimento dell’esposizione preventiva dei semi al freddo, prima della semina, definito «vernalizzazione», risultò effettivamente produttivo per varie specie vegetali e fu alla base del successo del modesto agronomo, in un periodo di carestie e di insuccessi continui in agricoltura (dovuti a cause politiche e sociali ben identificabili, ma che nessuno osava studiare o nominare). Ottenuto un appoggio dal Partito comunista, fino al 1934 Lysenko continuò i suoi studi, basati su un solido empirismo ma ammantati da tentativi di sistematizzazione teorica e ideologica. Egli si ricollegava esplicitamente all’esperienza empirica, applicata all'ibridazione e agli innesti, di un giardiniere dilettante, Ivan V. Mičurin, che aveva ottenuto varie menzioni onorevoli (ma scarsi appoggi concreti) per i suoi esperimenti. E’ solo dopo la morte di Mičurin nel 1935, che l’oscuro orticultore diventa soggetto degno di film, di romanzi, di articoli elogiativi, che presentavano le sue tecniche come «miracolose». Il regista di questo «culto» fu Lysenko, che aveva stabilito una proficua collaborazione con uno dei tanti specialisti nella teorizzazione della «partiticità» della scienza che prosperavano in epoca staliniana: Isaak I. Prezent. Costui sviluppò gli aspetti «filosofici» del lysenkismo, inquadrandolo perfettamente nella teoria delle «due scienze», quella «borghese» e quella «proletaria». Inutile dire che i teorici della biologia etichettata come «borghese» furono prima accantonati, poi arrestati e uccisi: il presidente dell’Accademia delle Scienze Agricole, Vavilov, e altri insigni bio loghi come Meister, Levit, Gorbunov, Muralov, vengono spazzati via. Uno studioso americano, Henry Muller, membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, dove aveva lavorato dal 1933 al 1937 per simpatia verso il sistema sovietico, si salvò solo perché si recò in quell’anno in Spagna per organizzare i servizi sanitari della Repubblica. (Ottenne successivamente il premio Nobel, ma fu costretto a dimettersi dall’Accademia delle Scienze sovietica, perché sistematicamente attaccato come «lacchè dell’imperialismo»). In collaborazione con un altro «ideologo», Williams, anch’esso capace di combinare teorie da ciarlatano con abili manovre nei meandri della burocrazia, Lysenko lanciò un «grande piano di trasformazione della natura», personalmente avallato da Stalin, che doveva modificare il clima dell’Urss con la piantagione di 120 milioni di ettari di foreste. La teoria di fondo era di Williams, la tecnica lysenkiana (semina a nido, consistente nell’inserimento di 5 semi nella stessa buca), i risultati furono la dispersione di immense risorse e l’imbavagliamento degli studiosi più seri che osavano obiettare all’insensatezza delle proposte. Per capire il carattere non scientifico delle teorie di Lysenko, basta leggere la risposta data a Marcel Prenant, che chiedeva se non era meglio trasferire una parte degli alberi germogliati insieme nel «nido»: « Lysenko mi rispose: No — e spiegò; — Si sacrificheranno a favore di uno di essi. Volete dire — risposi -— che uno avrà la meglio e che gli altri vegeteranno o moriranno? No — insistette lui — si sacrificheranno per il bene della specie». Nonostante il bilancio catastrofico, Lysenko rimase a galla molto a lungo, sviluppando le «teorie» più insensate: si vantava di potere trasformare il grano in segale, l’orzo in avena, i cavoli in rape, i pini in abeti, i noccioli in carpini e così via. Questa incredibile reviviscenza di fantasie da alchimisti medievali avevano il loro punto di forza nella sistemazione «filosofica» che la contrapponeva, in nome del «marxismo-leninsmo», alla scienza borghese, ma anche nelle cifre menzognere manipolate dai funzionari troppo zelanti, che truccavano i bilanci facendo risultare successi inesistenti e cancellando concretissimi insuccessi (che avrebbero potuto essere attribuiti a «cattiva applicazione della linea del Partito». Accantonato nel clima che preparava il XX Congresso, nel 1955, Lysenko seppe legarsi tuttavia a Chruščëv e ritornare nel 1961 alla testa dell’Accademia delle Scienze agricole. Nel 1958 era stato insignito dell’Ordine di Lenin (ancora una volta, povero Lenin! Quanti delitti e quante idiozie in suo nome!). Cadde definitivamente in disgrazia solo nel 1965, dopo la liquidazione politica di Chruščëv. La lentezza nella eliminazione di così evidenti assurdità, e perfino la sua nuova ascesa in epoca formalmente «post-staliniana», dipende dalla velleità di affrontare i problemi catastrofici dell’agricoltura sovietica senza fare i conti con il vizio di fondo: il carattere burocratico (e quindi insopportabile per i contadini) della collettivizzazione forzata. Il metodo lysenkiano è comunque riuscito a fare danni all’agricoltura sovietica in misura forse non inferiore a quelli provocati dalle scelte di fondo. |
* * *
Un caso macroscopico è quello della statistica: al XX Congresso Mikojan ne aveva descritto la situazione con queste parole:
«Senza un’attenta selezione di tutti i dati statistici, di cui disponiamo oggi in misura più ampia che in qualsiasi altro tempo o in qualsiasi altro paese, senza una loro sistemazione, senza un’analisi e una generalizzazione è impossibile qualsiasi altro lavoro scientifico nel campo dell’economia.
Anche se era difficile far credere che la responsabilità fosse solo del «compagno Starovski», si trattava di una denuncia netta, che poteva fare sperare in una svolta. Tanto più che, subito dopo, si aggiungeva:
I risultati di quell’intervento. tuttavia, non sono stati molto sostanziosi. E’ vero che dal 1956 comincia ad apparire un Annuario della Direzione di statistica, ma i criteri usati per divulgare un certo numero di dati, formalmente sottratti al segreto, non sono tali da fornire molta luce sui problemi più importanti dell'Unione sovietica. Ad esempio. vengono fornite percentuali di crescita di vari prodotti, ma accorpandoli in modo tale da impedire ogni comprensione almeno a chi non si dedichi a un pazientissimo esame comparativo, magari procurandosi dati locali o vecchi annuari nei quali il dato non era ancora cancellato.
Il caso più clamoroso è illustrato da uno dei pochi «dissidenti» di orientamento marxista che, alla ricerca di dati sull’incidenza del monopolio della vodka nell’economia sovietica, ha scoperto che fino al 1963 essa veniva occultata sotto la voce «bevande alcoliche e non alcoliche», mentre poi finisce in un singolare calderone indicato come «altri prodotti». Fino al 1963 in questa voce (che non arrivava al 3% del totale delle spese relative a prodotti alimentari) c’erano generi effettivamente secondari (caffè, spezie, funghi, vitamine, soja), mentre dopo quella data la voce balza al 32% del totale delle spese, giacché viene inserita in essa la voce «bevande». Egli osserva in proposito:
La malafede dei compilatori di questa tabella emerge dal fatto che trovano il modo di segnalare che il tè rappresenta lo 0,8% e il sale la settecentesima parte delle spese della popolazione sovietica per alimentari! Così, solo per approssimazioni induttive si può arrivare a comprendere che la vodka assicura almeno un quarto delle entrate dello Stato sovietico. Cifre assolute sulla produzione, poi, sono inesistenti.
Benissimo ma, ancora una volta, a che serve fornire dati sulla «maggior parte del territorio del paese», esemplificati poi con le tre repubbliche più occidentali, nelle quali notoriamente il livello di vita è molto più alto che nel resto del paese? E nelle repubbliche asiatiche non comprese nella parte in cui la mortalità infantile «non supera il 20‰», di quanto si supera questa percentuale?
«Quadro promettente!» osserva Krasikov, aggiungendo ovviamente che questi dati hanno una piccola contropartita:
Eppure, il regime sovietico continua a considerare i «lettori» dei «deficienti incapaci di effettuare una sottrazione elementare». La relativamente lunga digressione sulla mistificazione delle statisti-che può forse esemplificare meglio di quanto accade in altri campi meno «quantificabili» il tipo di distorsione e selezione delle informazioni accessibili al cittadino sovietico. Anche senza ricordare la frase di Lenin citata da Mikoian al XX Congresso, tutto quanto abbiamo descritto nella prima parte del lavoro sullo spirito che animava i bolscevichi nella prima fase della rivoluzione permette di comprendere quanto sia ipocrita il riferimento rituale al «leninismo» che ricorre ancora oggi in ogni discorso e articolo e quanto l’attuale società sia ben più vicina a quella staliniana che a quella degli anni, difficili ma vivacissimi, della costruzione della Russia sovietica.
E’ proprio per questo, per il permanere delle immense disuguaglianze introdotte nel periodo staliniano, dello svuotamento totale di ogni organo di democrazia diretta, della separazione tra un piccolo corpo privilegiato economicamente e culturalmente (si pensi al monopolio dell’informazione), che i tentativi di rinnovamento si sono arenati e la società si è irrigidita in forme anacronistiche, che entrano sempre più in contraddizione con il grandissimo innalzamento del livello culturale della popolazione. Ogni spiraglio aperto ai mutamenti ha visto irrompere nelle brecce forze immense, che minacciavano di non fermarsi nei limiti prudenti prefissati a tavolino dai dirigenti che volevano eliminare lo «stalinismo» senza toccare il sistema burocratico su cui si era appoggiato e in nome del quale aveva governato.
Il sistema burocratico nato come (non ineluttabile) «necessità» negli anni dell’isolamento, della miseria, della guerra civile, è in contraddizione profonda con lo sviluppo di una società per tanti aspetti moderna e avanzata come l’Urss è diventata, a prezzi altissimi, soprattutto negli ultimi decenni. Il rallentamento progressivo del tasso di sviluppo economico, le crescenti inquietudini in settori non trascurabili della popolazione, la difficoltà a cui porta una politica estera modellata più sui comportamenti classici di grande potenza che sui principi internazionalisti dei suoi primi dirigenti, su molti scacchieri mondiali e soprattutto sul terreno della competizione con gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti, non permettono più di nascondere le crepe del sistema.
Non è compito dello storico fare previsioni e tantomeno additare rimedi. Ma, più che mai nel caso dell’Urss (la società più dominata dall’ideologia e dai «miti delle origini» di quante ne siano mai apparse nella storia dell’umanità), la comprensione del reale processo di formazione delle sue strutture e del suo gruppo dirigente, a cui abbiamo cercato di dare un modestissimo contributo, è indispensabile per capire il suo presente e orientarsi di fronte al suo inquieto futuro.
P.S. Le frasi precedenti sono state evidenziate in grassetto al termine della rilettura, perché mi è parso che indichino bene il senso generale del libro, scritto, si noti, nel 1986, quando specialmente in Italia la sinistra e gran parte dell'opinione pubblica erano in piena infatuazione per Gorbaciov, e scommettevano sulla sua capacità di portare a termine un'autoriforma del sistema.
Si ricorda ancora a chi legge che a ogni nuova rilettura emerge che ce ne vorrebbero altre, dato che nella scannerizzazione non solo si sono persi alcuni segni diacritici, ma è stata stravolta parte della punteggiatura (in particolare ci sono molte virgole al posto di punti, e viceversa; a volte si scoprono anche scherzi più fastidiosi. Sarà necessaria un'altra più attenta revisione, in cui gli errori saranno corretti. Mentre mi scuso, chiedendo indulgenza (la qualità della stampa non era eccellente...), mi auguro che qualche paziente lettore voglia segnalarmi qualche passaggio rimasto ancora poco comprensibile. Grazie (a.m.)
1 La contessa Panina, che come quasi tutti a Pietrogrado (e nelle capitali europee) riteneva che i bolscevichi sarebbero stati spazzati via in pochi giorni, assunse un atteggiamento molto duro, rifiutando di restituire il denaro (lo avrebbe riconsegnato solo «a un’autorità legittima»). Condannata a rimanere in carcere fino alla restituzione dei 93.000 rubli, la Panina sembrava disposta a restare in prigione fino alla caduta dei bolscevichi, ma alcuni suoi amici lungimiranti organizzarono una colletta all’interno dell’intelligencija di Pietrogrado, restituendo la somma. La Panina se la cavò con una ventina di giorni di carcere, occupati a organizzare un’attività culturale tra i detenuti. L’episodio è riferito da Sheila FITZPATRICK, Rivoluzione e cultura in Russia, Lunačarskij e il Commissariato del popolo per l’istruzione 1917-1921, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 36-37. L’episodio, abbastanza grottesco, è tutt’altro che eccezionale in quel periodo convulso. Quasi tutti i funzionari (ma anche gran parte degli impiegati subalterni) si erano messi in sciopero in tutta l’amministrazione pubblica e gli uscieri sbarravano le porte ai nuovi ministri, che a volte erano costretti a forzarle. Si vedano su questo: Victor SORGE, L’anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino, 1967, pp. 76-77, Lev TROTSKIJ, La mia vita, Oscar Mondadori, Milano, 1976, p. 287. La Fitzpatrick fornisce un ultimo tocco di colore sul caos di quei giorni: al momento del trasferimento del governo a Mosca nel marzo 1918 nessuno aveva rimosso i ritratti dello zar dalle pareti del ministero! (Sh. FITZPATRICK, op. cit., p. 37).
2 Per evitare di appesantire il testo rinviamo una volta per tutte allelenco delle abbreviazioni e delle sigle (che erano e sono particolarmente usate nella società sovietica in sostituzione dei nomi completi delle istituzioni).
3 Sh. FITZPATRICK, op. cit. p. 23.
4 A Capri e a Bologna il gruppo raccolto intorno alla rivista «Vperëd» (Avanti) aveva organizzato nel periodo 1909-1911 due «scuole di partito», a cui Lenin rifiutò di partecipare, senza per questo interrompere i rapporti con Gor’kij, che di esse era il principale ispiratore e finanziatore. Nell’autobiografia scritta negli anni Venti, Lunačarskij non rinnegava quell’esperienza, che era d’altra parte analoga a quelle vissute dalla maggior parte dei leader bolscevichi (Anatolij Vasil’evič LUNAČARSKIJ, Autobiografia, in Autobiografie dei bolscevichi, a cura di G. Haupt e J.J. Marie, La Nuova Sinistra - Samonà e Savelli, Roma, 1970, vol. II, p. 78). Le idee di Lunačarskij in quel periodo si trovano riflesse in uno dei romanzi di Gor’kij (Confessione), molto utile per una comprensione dello stile dell’uomo (Anatolij LUNAČARSKIJ , Profili di rivoluzionari, Prefazione di Isaac Deutscher, De Donato, Bari, 1976).
5 Lunačarskij era indubbiamente dotato di grande sensibilità, ma fu spesso danneggiato dal suo temperamento emotivo, che lo spinse a decisioni precipitose e scarsamente motivate. L’episodio più imbarazzante fu quello del 2 novembre 1917 (vecchio calendario): allarmato per la notizia (poi rivelatasi falsa) della distruzione di molti monumenti del Cremlino da parte dei «vandali» del suo stesso partito, Lunačarskij abbandonò in lacrime una riunione del Sovnarkom e inviò una lettera di dimissioni da Commissario del Popolo al giornale socialrivoluzionario «Delo Naroda» e alla stessa «Novaja Žizn’» diretta da Gor’kij, che aveva diffuso la voce. Il giorno dopo, appresa la verità, ritirava le dimissioni mentre sulla «Novaja Žizn’» arrivavano lettere di plauso al suo gesto. Successivamente lo stesso giornale dedicava una poesia satirica al «nostro tenero Anatolij», che Gor’kij ridicolizzava, sempre a proposito delle dimissioni rientrate, come «una mente lirica, ma una testa balzana » (Sh. FITZPATRTK, op. cit., p. 138). Lunačarskij, dopo questo episodio, non poteva seguire gli esponenti della destra bolscevica (a cui era legato) nelle dimissioni dai loro incarichi date il 4 novembre per protesta per il mancato allargamento del governo ad altre forze. Anche nel 1929 Lunačarskij risolverà un contrasto con Stalin dimettendosi dal suo incarico, senza riuscire a coinvolgere tuttavia la maggior parte dei suoi collaboratori, in particolare la vedova di Lenin, Nadežda Krupskaja che, sia pure malvolentieri, rimarrà al proprio posto (Roy MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 144). Lunačarskij sarà comunque rimpianto a lungo in Urss, come «il primo ed ultimo responsabile della cultura sovietica che non sia stato un ignorante» (anche se, a confronto, si ricorda un successivo ministro della Cultura che impartì l’ordine di «organizzare un quartetto di dieci elementi» (Testimonianza. Le memorie di Dmitrij Šostakovič, raccolte e curate da Solomon VOLKOV, Mondadori, Milano, 1979, p. 162 n.).
6 Giovanna SPENDEL, Gli intellettuali sovietici negli anni ‘20, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 7.
7 Louis Fischer, che è stato a lungo corrispondente a Mosca, ricorda che, nonostante la diffidenza dei bolscevichi nei confronti delle « vuote frasi » di Wilson, il discorso del presidente americano nel gennaio 1918 «venne affisso su tutti i muri di Pietrogrado. Esso venne stampato su centomila affissi e su trecentomila volantini in russo. La YMCA americana, con l’aiuto russo, ne distribuì un milione di copie fra le linee russe e un altro milione, in tedesco, nelle trincee tedesche sul fronte russo » (Louis FISCHER, I sovietici nella politica mondiale, 1917-1929, Vallecchi, Firenze, 1957, voi. I, p. 32). Tuttavia, questa disponibilità a consentire ai rappresentanti degli Stati Uniti di effettuare liberamente la propaganda per i 14 punti di Wilson potrebbe essere attribuita a contingenti valutazioni tattiche. Più significativo il fatto che continuavano a uscire a Mosca e Pietrogrado (per non parlare dei governatorati più lontani, dove l’anarchia era totale) anche alcuni giornali ostilissimi al potere sovietico, che non si avvaleva sistematicamente del decreto che autorizzava la chiusura di quegli organi di stampa che predicassero «l’aperta resistenza o la disobbedienza al governo degli operai e dei contadini». Ad esempio, il giornale del partito cadetto «Svoboda Rossi», usciva ancora a Mosca nell’estate del 1918, mettendo in circolazione anche voci calunniose, come quella che a Saratov si stava decretando che tutte le donne divenissero «proprietà dello Stato» (notizia che circolò a lungo per buona, ripresentata in salse diverse, sulla stampa occidentale). (Cfr. Edward H. CARR, La rivoluzione bolscevica. 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964, p. 167).
8 G. SPENDEL, op. cit., p. 8.
9 V. SERGE, op. cit., p. 350. I dodici di Blok suscitarono viva emozione perché esprimevano l’adesione alla rivoluzione di una corrente che non rinnegava il misticismo di cui si era alimentata: le dodici guardie rosse camminano nella notte attraverso la neve con le armi in pugno, precedute, senza saperlo, dal Cristo invisibile, incoronato di rose. Analoghe concezioni nel Cristo è risuscitato del simbolista Andrej Belyi o in alcuni poemi di Esenin. La rivoluzione veniva vista come rigenerazione a opera dei barbari dell’Asia, gli Sciti (e con questo nome operò una casa editrice, che rappresentò un vivace centro di cultura vicino ai socialrivoluzionari di sinistra). Era evidente l’incompatibilità con quegli scrittori che spingevano la loro ostilità al nuovo regime fino alla richiesta di interventi esterni per abbatterlo (come Andreev), o che componevano versi in cui si preconizzava il giorno in cui si sarebbero «impiccati in silenzio» i bolscevichi, come scriveva Zinaida Gippius (di cui peraltro, ancora nel 1918, una raccolta di poesie poteva essere stampata in territorio sovietico).
10 Ad esempio, la comparazione tra la bibliografia sulla «scuola del lavoro» curata dal Narkornpros nel 1918 e quella curata nello stesso anno dalla antibolscevica Unione degli insegnanti (VUS) rivela che i testi raccomandati erano praticamente gli stessi (il VUS aggiungeva solo qualche scritto di Tolstoj e di Kropotkin) (Sh. FITZPATRICK, op. cit., p. 52).
11 Ivi, p. 49.
12 Ibidem
13 Lenin seguiva con interesse le discussioni sui problemi culturali. Le sue personali opinioni (ad esempio il fastidio nei confronti della letteratura futurista, della pittura e della musica di avanguardia) non si tradussero mai in misure concrete di appoggio a questo o quel gruppo culturale, come vedremo a proposito del dibattito avviato nel settembre 1922. Analogamente Lenin era infastidito dalla grande libertà nei costumi che aveva accompagnato i primi tempi della rivoluzione (dai gruppi che proclamavano la libertà di abbigliamento girando per le strade in tenuta adamitica, alle teorizzazioni della Kollontaj sul libero amore), senza neppure pensare a porre limitazioni legali in proposito. In un famoso colloquio con Clara Zetkin, Lenin aveva criticato che la gioventù sovietica fosse affascinata dalle affermazioni della Kollontaj sul soddisfacimento delle pulsioni sessuali e dei desideri amorosi: «semplice e privo di importanza come bere un bicchier d’acqua», ma auspicava una controffensiva sul terreno delle idee, dei valori, dell’educazione, non certo il rilancio del bigottismo, spacciato da Stalin per «morale proletaria» negli anni Trenta e sostenuto dal divieto dell’aborto e da fortissime limitazioni al divorzio.
Oltre alla moglie di Lenin, nel Narkompros lavoravano la moglie di Trotskij e le due sorelle di Vjačeslav Menžinskij che dal 1926 al 1934 fu il capo dell’OGPU.
14 Viadimir Il’ič LENIN, Opere, vol. 27, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 412.
15 Sh. FITZPATRICK, op. cit., p.60.
16 Ivi, p. 61.
17 Ivi, p.65
18 E’ proprio nella primavera e nell’estate del 1918 che muta il rapporto tra il potere sovietico e i contadini. Il mutamento, espresso nel detto «i bolscevichi erano buoni, ma i comunisti sono cattivi», rifletteva la percezione della politica da parte delle masse contadine, che avevano accolto con entusiasmo il «decreto sulla terra» che aveva accompagnato la presa del potere da parte dei bolscevichi e che accoglievano ora a fucilate le delegazioni operaie alla ricerca di viveri nella primavera e nell’estate del 1918 (quando i bolscevichi avevano ormai abbandonato il vecchio nome di «Partito operaio socialdemocratico russo-bolscevico» per assumere quello di Partito comunista). In realtà gran parte dei contadini, dopo privazioni secolari, durante il primo anno della rivoluzione consumarono direttamente la quasi totalità dei loro prodotti, riversando sul mercato quantitativi del tutto insufficienti a sfamare le grandi città. Così la carestia raggiunse livelli tali da costringere i soviet a organizzare spedizioni per l’approvvigionamento che, nonostante le migliori intenzioni e gli sforzi pedagogici dei più illuminati organizzatori, apparivano agli occhi dei contadini razzie indiscriminate e arbitrarie, che rilasciavano in cambio di buoni prodotti agricoli dei pezzi di carta di nessun valore (come erano considerati i rubli emessi dal potere sovietico o, a maggior ragione, i certificati di requisizione). Su questo periodo si vedano le lucide pagine di Roy MEDVEDEV, Dopo la rivoluzione, Editori Riuniti, Roma, 1978.
19 Il velo di mistificazioni steso dalla storiografia sovietica «ufficiale» non riesce a nascondere la realtà della soppressione totale della «vecchia guardia» bolscevica che aveva diretto il partito alla vigilia e nel corso delle rivoluzione. Dei 21 membri del Comitato centrale eletto al VI Conoresso del partito, nell’agosto 1917, solo 6 sono morti per cause naturali (Lenin, Sverdlov, Dzeržinskij, Artem, Kollontaj e Stalin), due furono assassinati dalla controrivoluzione (Urickij e Šaumian), gli altri caddero vittime del terrorismo staliniano. Se si prende in esame la composizione del Comitato centrale del Partito comunista tra il 1918 e il 1921, risulta ancora più grande la dimensione dello sterminio operato da Stalin: su 31 membri, solo 9 sono morti per cause naturali e uno (la Stasova) è stato vittima del terrore staliniano, ma è rimasto in vita, mentre gli altri sono stati uccisi o sono stati costretti al suicidio, come Tomskij. Se si esamina l’Ufficio politico (cioè il massimo organo di direzione) eletto nel 1917, su 7 persone due sole (Lenin e Stalin) sono morte per cause naturali, mentre le altre sono state uccise per ordine di Stalin. Lo stesso dato si riscontra a proposito dei membri dell’Ufficio politico nel periodo 1918-1923: 8 su 10 sono stati vittime della repressione staliniana. Come si vede, pur senza una data «spartiacque» che consenta di separare nettamente la fase rivoluzionaria dall’involuzione staliniana, le dimensioni della distruzione del gruppo dirigente rivelano una cesura netta, una soluzione di continuità che non può essere ignorata. D’altra parte, lo sterminio del vecchio nucleo comunista da parte di Stalin e dei suoi collaboratori raggiungerà dimensioni inimmaginabili negli anni Trenta, colpendo gran parte degli stessi dirigenti che avevano inizialmente avallato la repressione. Nel 1935 la rottura col passato bolscevico si concretizzerà in una misura di innegabile significato emblematico: lo scioglimento dell’Associazione dei vecchi bolscevichi e di quella degli ex deportati politici dell’epoca zarista. Cfr. Mihail GELLER, Aleksandr NEKRIC, Storia dell’Urss dal 1917 a oggi. L’Utopia al potere. Rizzoli, Milano, 1984, p. 322.
20Bljumkin venne fucilato nel 1929, al ritorno in Urss da un viaggio in Turchia, nel corso del quale aveva incontrato Trotskij (è la prima vittima del nuovo clima, che considera un reato gravissimo persino un colloquio con uno dei dirigenti comunisti messi al bando) (cfr. Roy MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 141 e Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori, Milano, 1983, pp. 254-255). Una singolare testimonianza sul Bljumkin infuocato dei primi anni rivoluzionari si trova in Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi. Memorie, a cura di Giorgio Kraiski, Mondadori, Milano, 1971, pp. 121 sgg.
21 V. SERGE, Memorie, cit., pp.202-203.
22 V. FITZPATRTCK, op. cit., pp. 92-95.
23 Bucharin in realtà non doveva essere considerato un potenziale docente per esclusivi meriti politici: aveva già al suo attivo molti saggi e il suo principale lavoro, L’economia mondiale e l’imperialismo, era stato pubblicato nel 1915 (tr. it: Samonà e Savelli. Roma, 1966). Era anche in corso di stampa L’economia politica dei “rentiers”, scritto nel 1914 e circolato a vari livelli (tr. it.: Critica dell’economia politica, Samonà e Savelli, Roma, 1970). L’atteggiamento sprezzante del preside della Facoltà verso Bucharin può essere interpretato variamente, ma rivela in ogni caso un clima non ancora dominato dalla coercizione. Va aggiunto che la molteplicità degli impegni in un contesto tanto difficile rendeva nei fatti impossibile una reale partecipazione alla vita accademica da parte dei migliori intellettuali comunisti.
24 Sulla lotta all’uravnilokva ci sono pagine molto significative nelle memorie di Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi cit., pp. 119, 122, 337 e passim. In epoca staliniana, d’altra parte, il termine piccolo-borghese aveva cessato di essere una definizione sociologica neutra di un gruppo sociale spesso alleato della classe operaia, per diventare un insulto e un marchio pericoloso.
25 Vladimir I. LENIN, I compiti immediati del potere sovietico, in Opere, cit., vol. 27, p. 223.
26 Ivi, p. 222. Poco sopra Lenin aveva ribadito che «questo provvedimento è un compromesso, una deviazione dei principi della Comune di Parigi, di ogni potere proletario, i quali esigono che gli stipendi siano portati al livello della paga di un operaio medio ed esigono che si lotti con i fatti, e non a parole, contro il carrierismo» (ibidem). Appare evidente una profonda differenza metodologica rispetto a Stalin (a parte quella di sostanza: econdo i criteri staliniani, Lenin peccava evidentemente di uravnilokva...). Il rapporto con le masse è concepito da Lenin in base a una notevole fiducia nella loro capacità di capire, con una funzione pedagogica assolutamente non autoritaria, ma basata su una riflessione sistematica sulle esperienze vissute. Un abisso rispetto al sistematico disprezzo per le masse (operaie e non) espresso da Stalin, che le considerava eternamente come «minorenni» da tutelare (in primo luogo nascondendo loro le difficoltà e i problemi).
27 Ibidem.
28 V. I. LENIN, Opere, cit., vol. 32, p. 56.
29 Roy MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, cit., p. 47. Pavlov era evidentemente male informato sui problemi internazionali che assorbivano allora l’Internazionale comunista: era la Cina e non il Giappone il paese lontano dal quale veniva seguita con grande fiducia l’ascesa della rivoluzione.
30 Ibidem.
31 Ivi, p. 48.
32 Stephen F. COHEN, Bucharin e la rivoluzione bolscevica, Biografia politica 1888-1938, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 18-19. La passione per le collezioni entomologiche e ornitologiche di Bucharin colpì molti suoi visitatori al Cremino, mentre Svetiana Allilujeva ha ricordato nel suo libro Venti lettere a un amico la volpe che Bucharin aveva addomesticato e che continuò a vivere nei giardini del Cremlino anche dopo l’uccisione del suo sfortunato padrone. Svetlana ALLILUJEVA, Venti lettere a un amico, Mondadori, Milano, 1967, p. 48.
33 GELLER-NEKRIC, op. cit., p. 302. Jan Sten aveva tentato invano per tre anni di fare comprendere i problemi filosofici a Stalin, che aveva grandi difficoltà, non avendo ricevuto un’educazione sistematica (a parte quella nel seminario ortodosso georgiano, ovviamente poco utile ai fini della comprensione della dialettica hegeliana). Già nel 1928 Sten aveva ricavato dai suoi colloqui la sensazione allarmante che Stalin avrebbe fatto «cose tali da oscurare i processi Dreyfus e Beilis» Quando nel 1937 Stalin fece pagare al suo antico precettore anche questo giudizio, era appena stato stampato un volume della Grande enciclopedia sovietica con un lungo articolo di Sten sul «materialismo dialettico». Invece di ritirare il volume per sostituire l’intero articolo, come si usava abitualmente in quegli anni, venne ritirata e sostituita una sola pagina, quella che recava la firma dell’autore. L’articolo uscì pertanto con la firma del futuro astro della filosofia sovietica, Mitin! (cfr. Roy MEDVEDEV, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pp. 276-277).
34 Sh. FITZPATRICK, op .cit., pp. 143-144.
35 Tuttavia, in questo caso Ziloti era finito per una notte in carcere, per essere rilasciato poi la mattina seguente, dopo una lavata di capo impartitagli personalmente dal capo della Čeka, Dzeržinskij. Il giovane rappresentante di Lunačarskij, Jurij Flakserman, fu bollato a lungo come un mostro negli ambienti artistici per quel modesto tentativo di fare accettare la realtà del potere sovietico a chi si ostinava a negarne l’esistenza (in qualsiasi altra rivoluzione, compresa quella francese, erano volate teste per molto meno). Che Flakserman non fosse un mostro assetato di potere, lo si deduce anche dalla sua biografia a mano a mano che i tempi apparvero più duri, cominciò a spostarsi verso attività meno politiche e più tecniche. Dopo essere passato per la direzione del settore cinema del Narkompros, si specializzò come ingegnere e dopo brevi compiti ancora amministrativi al Glavelektro e all’Energocentr si dedicò esclusivamente alla ricerca scientifica e al lavoro presso il ministero dell’Elettrificazione e dell’Energia. Nel 1917, d’altra parte, aveva solo 22 anni (ivi, pp. 144-145 e 322).
36 Tra i primi a prendere contatto con Lunačarskij furono Nikolaj Punin, critico d’arte, e Artur S. Lurie, compositore, che avevano proposto la realizzazione al Teatro Hermitage di un’opera del noto poeta futurista Chlebnikov (considerato il creatore del «linguaggio transmentale»). Nello stesso periodo (dicembre 1917), un poeta di dubbio talento ma di grandi ambizioni, Rurik Ivnev (pseudonimo di Mikhail Kovalëv), organizzò una riunione a cui invitò Lunačarskij, la Kollontaj, BIok, Mejerchol’d, Esenin e altri, che ebbe un certo successo e fu reclamizzata dalle «Izvestija» come un segno del mutamento di stato d’animo dell’intelligencija (ivi, pp. 145-146). Majakovskij, nello stesso periodo, appoggiava i bolscevichi, ma a una certa distanza, preoccupato di essere «mandato a prender pesci ad Astrachan », e solo nell’autunno 1918 si decise a entrare nelle strutture organizzative della cultura sovietica (ivi. pp 146-147).
37 Lenin, in particolare, era frequentemente irritato dalle performances futuriste (dagli alberi dei giardini fronteggianti il Cremlino dipinti con colori sgargianti e incredibili, alla costruzione di bizzarri monumenti dal gusto provocatorio) ma, come è già stato ricordato, non intervenne mai per arrestare quelli che gli apparivano, per giunta, assurdi sprechi e si limitò a protestare più volte con Lunačarskij.
38 Ilvi, p. 164. Analogamente si mosse Lunačarskij per quanto riguarda l’arte, appoggiandosi sul conte Zubov, direttore dell’Istituto di storia dell’arte che era del tutto indifferente alle controversie tra i bolscevichi e i loro avversari, ma chiedeva solo che gli fossero forniti i mezzi per tutelare il patrimonio artistico russo, cosa che Lunačarskij faceva, come si è visto, per convinzione profonda. Il conte, emigrato poi, nel 1925, in Germania, ha lasciato un libro di memorie in cui ammette che le difficoltà maggiori non le aveva incontrate con i bolscevichi, che avevano accettato tutte le sue proposte, ma con i professori del suo istituto, che non volevano saperne di collaborare col nuovo potere rivoluzionario (ivi, p. 154).
39 Lenin non solo rifiutò più volte i progetti di nazionalizzazione dei teatri avanzati in varie occasioni, ma, quando la Repubblica dei Consigli ungheresi, nel 1919 nazionalizzò i teatri il giorno successivo alla sua proclamazione, rimase talmente sorpreso da domandare a un delegato ungherese al Comintern se non avevano cose più importanti di cui occuparsi. D’altra parte, il governo rivoluzionario guidato da Bela Kun commise in quei giorni errori anche più gravi dello stesso tipo, creandosi più nemici del necessario. Su quell’esperienza si vedano: Bela SZANTO, La rivoluzione ungherese del 1919, Avanti!, Milano, 1921 (reprint Samonà e Savelli, s.d.) e Pasquale Fornaro, Bela Kun. Professione rivoluzionario. Prefazione di Enzo Santarelli, Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CS), 1980; Sh. FITZPATRICK, op. cit., p. 166.
40 Probabilmente il Commissario del Popolo all’istruzione quegli attacchi «se li era cercati», giacché tutte e tre le opere teatrali pubblicate da Lunačarskij durante gli anni della guerra civile prestavano il fianco ad attacchi da destra e, soprattutto, da sinistra. Due di esse erano commedie simboliche in versi alla maniera di Maeterlinck e furono facilmente bollate l’una (I maghi) come mistica, l’altra (Ivan in paradiso) come religiosa, mentre la terza (Oliver Cromwell) era un dramma storico, che aveva, però, la “colpa” di esaltare il protagonista, Cromwell appunto, anziché i Levellers, sicché lo zelante Keržencev poteva concludere che si trattava «di un vero e proprio inno al compromesso politico e di un netto ripudio delle aspirazioni comuniste dell’epoc » (ivi, p. 176). Se si comprendono le ragioni che spingevano l’oberatissimo Commissario del Popolo a scrivere di notte per distrarsi dai suoi pesanti impegni politici e organizzativi, per «dimenticare me stesso e rifugiarmi nel mondo delle pure immagini e delle pure idee», come scrisse nella prefazione alla prima di esse, si capisce un po’ meno perché, in quei tempi così duri, si esponesse al rischio di pubblicarle e di farle rappresentare, sapendo benissimo che cozzavano con le opinioni diffuse tra i suoi compagni di partito (basti pensare che tra i protagonisti della seconda c’erano Cristo e Geova...). Ancora una volta, tuttavia, ci preme segnalare, a conferma del clima libertario di quegli anni, che all’attacco volgare e grossolano (e con appelli ai «necessari limiti della disciplina di partito») mosso da Keržencev sulla «Pravda», Lunačarskij poteva rispondere subito con uguale rilievo sullo stesso organo del partito, per concludere poi la controversia non con misure a favore dell’uno o dell’altro, ma con un pubblico contraddittorio alla Casa della Stampa. Una precedente polemica, svoltasi direttamente con Bucharin allora direttore della «Pravda», sempre a proposito di teatro, si era conclusa con una replica di Lunačarskij, che respingeva l’attacco buchariniano ai teatri tradizionali di Stato, osservando che tale atteggiamento era forse «giustificabile per un giornalista, ma poco corretto da un punto di vista statale». (ivi, p. 172).
41 Le dimensioni dell’anarchismo che caratterizzava la vita sovietica almeno per tutto il primo anno dopo la Rivoluzione d’Ottobre sono sorprendenti: lo stesso Partito bolscevico prevedeva una grande autonomia per le sue organizzazioni periferiche. In base allo Statuto approvato nel VI Congresso dell’agosto 1917, era perfettamente legittima perfino la pubblicazione di organi stampa da parte di organizzazioni locali in contrasto con il centro e, durante la crisi sulla pace di Brest-Litovsk, ne approfittò il Comitato di partito di Mosca, che pubblicò un proprio organo che sosteneva le tesi di Bucharin e dei «comunisti di sinistra» senza incorrere in sanzioni disciplinari.
La famigerata centralizzazione bolscevica era dunque, al momento della presa del potere e per un certo periodo immediatamente successivo, pressoché nulla. «Ancora nel marzo del 1919 il Comitato centrale riceveva regolari rapporti solo da tre dei 36 governatorati e da 52 dei 219 uezd uffcialmente censiti». D’altra parte, l’apparato centrale era allora numericamente insignificante e si reggeva principalmente sulla grande capacità organizzativa e politica di Jakov M. Sverdlov. Nei mesi immediatamente precedenti la presa del potere, la fluidità organizzativa era ancora tale che in periferia molte organizzazioni locali erano «unificate», cioè non avevano effettuato una separazione netta, all’esterno, rispetto ai menscevichi, con i quali si discuteva accesamente in sedi ristrette, ma si continuava a lavorare insieme tra le masse. Per questi dati si veda il volumetto di Giuliano PROCACCI, Il partito nell’Unione sovietica 1917-1945, Laterza, Bari, 1974, ricco di molti altri spunti utili per la comprensione del processo involutivo e della vera e propria rottura con la tradizione del partito avvenuta alla metà degli anni Venti. In particolare si vedano, per gli aspetti qui ricordati, le pp. 15-21.
42 Sh. FITZPATRICK, op cit., pp. 296-297.
43 Ivi, p. 300.
44 Testimonianze, Le memorie di D. Šostakovič, cit., p. 134.
45 Il testo della Lettera al Governo dell’URSS alla quale Stalin rispose telefonando a Bulgakov è pubblicata integralmente in appendice a: Michail BULGAKOV, Tutto il teatro, Introduzione di Vittorio Strada, Newton & Compton, Roma, 1973. Il volume è corredato da una nota biografica, una bibliografia, un’antologia critica e una breve storia delle rappresentazioni e delle edizioni. Si veda anche il profilo di Bulgakov apparso inizialmente sul «Corriere della sera» del 7 marzo 1980 e ora ripubblicato, col titolo Bulgakov e il suo re Stalin, in: Vittorio STRADA, URSS-Russia, Rizzoli, Milano, 1985, pp. 154-159. Su altri casi analoghi di imprevedibile protezione accordata da Stalin ad artisti in disgrazia, si vedano le note 20 e 27 di questo stesso capitolo.
46 Testimonianza, cit., p. 29.
47 Il caso di Pavlik Morozov impressionò fortemente, in un senso o nell’altro, l’Intelligencija sovietica. Nelle conclusioni del I Congresso degli scrittori (sul quale si veda oltre, Cap. IV lo stesso Gor’kij si sbilanciò, proponendo di «chiedere al governo di consentire all’Unione scrittori di erigere un monumento all’eroe-pioniere Pavel Morozov ucciso dai suoi parenti perché, avendo ritenuto la loro attività dannosa alla nazione, antepose gli interessi del popolo lavoratore a quelli dei suoi consanguinei» (in: Giorgio Kraiski (a cura di), Rivoluzione e letteratura. Il dibattito al primo congresso degli scrittori sovietici del 1934, con Introduzione di Vittorio Strada, Laterza, Bari, 1967, pp. 331-332. Il piccolo delatore compare invece in chiave ben diversa nelle memorie di Šostakovič o in quelle di Nadežda Mandel’štam.
48 S. EJZENŠTEIN, Ivan il Terribile, a cura di Paolo Berretto, Prefazione di V. Strada, Feltrinelli economica, Milano, 1981, p. 13.
49 Ivi, p. 250 e pp. 13-14.
50 Ad esempio, in bocca a Ivan vengono messe le seguenti parole: «Taglieremo la testa senza nessuna pietà, e qualsiasi rivolta e i tradimenti dei boiardi soffocheremo ed estirperemo alle radici», subito commentate con ammirazione da due uomini del popolo: «Mi sembra che lo zar non scherzi» e « Vede alla radice stessa» (ivi, n. 42). Subito dopo Ivan aggiunge: «Non può lo zar reggere lo Stato senza fermezza. Come un destriero non si piega senza freno, così lo Stato non si regge senza fermezza […] Le nostre terre sono grandi e prospere, ma c’è disordine in esse. Noi non faremo appello a stranieri. Da noi stessi faremo ordine. Soffocheremo le rivolte» e viene interrotto dal coro, che entusiasticamente ripete: «Sì. le soffocheremo» (ivi, pp. 42-43). Il principe Kurbskij, d’altra parte, vorrebbe evocare al tempo stesso Trotskij e Bucharin e viene presentato come una marionetta nelle mani del re polacco Sigismondo. L’Aleksandr Nevskij piacque molto nella fase in cui l’Urss tentava l’avvicinamento alle potenze occidentali contro la Germania hitleriana, ma venne rapidamente ritirato dagli schermi nel momento dell’accordo Ribbentrop-Molotov, giacché i nemici di Nevskij, i cavalieri teutonici, rappresentavano troppo scopertamente i nazisti (tornerà in auge, naturalmente, durante la «Grande Guerra Patriottica»). Sul ruolo di Ivan IV «il terribile» e sulle ragioni che hanno portato intere scuole di storici russi — gia molti decenni prima di Stalin — a tesserne le lodi (si veda lo stimolante, anche se spesso più che discutibile, libro di Alexander YANOV, Le origini dell’autocrazia, Comunità, Milano, 1985).
51 Ivi, p. 252.
52 Ivi, pp. 223-234. Da questa testimonianza Ejzenštein esce riscattato dalle sue precedenti debolezze verso il «signore e donno» che, oltre a quelle già ricordate a proposito del Il prato di Bežin e dal primo Ivan, erano state completate nel 1939 dal rifiuto di assumere la regia dal Semën Kotko di Prokof’ev (che era stata avviata da Mejerchol’d e interrotta dall’arresto del grande regista e maestro di Ejzenštein, ma che era probabilmente pericolosa anche per il soggetto, divenuto «inopportuno» perché legato a un episodio della lotta contro i tedeschi nell’Ucraina del 1918) e dalla contemporanea accettazione della regia de La Valchiria di Wagner al Bolšoi. Šostakovičche ricorda con particolare amarezza l’episodio, ha ragione nella sostanza (Ejzenštein non poteva ignorare il turpe contesto di questa improvvisa riscoperta di Wagner finalizzata appunto a festeggiare il patto russo-tedesco, con uno spettacolo apprezzabile dal corpo diplomatico della Germania nazista, presente non a caso al completo a fianco di Stalin e dei massimi dirigenti sovietici alla prima), anche se sottovaluta alcune attenuanti: lo stesso Šostakovič riferisce che Ejzenštein non aveva capito inizialmente tutte le implicazioni politiche dello spettacolo, tanto è vero che aveva inizialmente proposto tra i suoi collaboratori l’ebreo Tijsler il quale aveva rifiutato amichevolmente, spiegando al regista stupito che la proposta era assurda, giacché lo spettacolo doveva necessariamente essere Judenfrei, come «libere da ebrei» stavano diventando in quel periodo le rappresentanze diplomatiche e le più importanti cariche pubbliche sovietiche (Testimonianza, cit., pp. 185-191). Cfr. anche Sergeij M. EJZENŠTEIN, La messinscena della Valchiria, Discanto Edizioni, Fiesole 1985. Va aggiunto che aveva anche lavorato, proprio in quel triste periodo, alla sceneggiatura di un film tratto dal dramma teatrale di L. R. SEJNIN, Delo Bejlisa (L’affare Bejlis), dedicato appunto al famoso processo del 1911-1913, che aveva tentato di rilanciare sugli ebrei l’antica accusa di omicidio rituale. Del film, ovviamente, non se ne era fatto nulla, ma l’intenzione del regista era evidentemente nobilissima in quel contesto.
53 EJZENŠTEIN, op. cit., p. 233. Romm esprime con sincerità (scrive nel 1957, poco dopo il XX Congresso e le «rivelazioni» di Chruščëv) il senso di impotenza degli intellettuali inseriti (e come potevano non esserlo i cineasti?) negli ingranaggi del potere, di fronte a quella imprevedibile ribellione. Lo stesso Šostakovič d’altra parte, che non pretende affatto di spacciarsi per un eroe, pur rivendicando una sua silenziosa dignità anche negli anni più oscuri del terrore staliniano, ha spesso pagine di commossa ammirazione per i pochi che ogni tanto osavano un gesto di sfida, come la pianista Mar’ja Judina, straordinaria esecutrice di Mozart, ma anche mistica e stramba, che, a Stalin che le aveva inviato un dono di 20.000 rubli per una sua esecuzione, scrisse testualmente: «Vi ringrazio, Josip Visarionovič, per il vostro aiuto. Pregherò per voi giorno e notte, chiedendo al Signore di perdonare i grandi peccati che avete commesso nei confronti del popolo e del paese. Il Signore è misericordioso e vi perdonerà. Il denaro l’ho dato alla chiesa che frequento» (Testimonianza cit., pp. 262-263). Contrariamente a ogni previsione, Stalin «lesse e non disse verbo?» e l’ordine di arresto, già stilato preventivamente dagli sgherri, venne cestinato. Era solo ammirazione per un’eccezionale interprete, o disorientamento superstizioso nei confronti di tanto coraggio, che rivelava lo spirito degli jurodivye, dei folli o idioti per amore del Cristo della vecchia tradizione russa? Šostakovič stesso amava in certi momenti atteggiarsi a jurodivyi, e forse anche per questo si è salvato.
54 Si vedano, ad esempio, le stragi effettuate dai burocrati del settore cinematografico, già nel 1926-1927, tra le proposte di «, cinescenari, » che Majakovskij, instancabile ammiratore della nuova musa, proponeva a getto continuo e che venivano quasi regolarmente cestinati, mentre ancora alla vigilia della sua morte poteva andare in scena — stroncatissimo, ma pur sempre rappresentato — Il bagno, dramma carico di un’evidentissima satira anti-burocratica. La censura per il teatro era evidentemente un po’ meno stretta, rispetto a quella ormai ferrea applicata all’industria cinematografica, strumento privilegiato di propaganda verso le larghe masse (cfr. Angelo Maria RIPELI.INO, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Einaudi, Torino, 1966, pp. 261-265 e passim).
55 Šostakovič, che non amava affatto le musiche da film o gli inni che gli venivano commissionati, si è giustificato ricordando che «. Cechov soleva dire che lui scriveva di tutto, tranne denunce. E io la penso allo stesso modo. » (Testimonianza cit., p. 206). Non era poco, in quei tempi in cui tanti scrivevano prevalentemente denunce («. i musicisti su fogli da musica, i critici su carta semplice»).
56 Ivi, p. 332
57 Ibidem
58 Ivi, pp. 331-333. Šostakovič aggiunge un tocco finale, commentando che, grazie a quell’epilogo, «il mio amico non è salito in alto come sperava. E neppure gli hanno dato un altro paio di pantaloni, in cambio di quelli che aveva insozzato» (ibidem). Un episodio analogo viene riferito su Tikhon Chrennikov, l’odiato burocrate che dirigeva l’Unione dei compositori (tranne che, in quei caso, pare che Stalin avesse deliberatamente terrorizzato col suo comportamento il vassallo) (ivi, p. 335). E’ difficile garantire oggi l’assoluta corrispondenza alla realtà di questi racconti: in ogni caso, essi forniscono allo storico un indizio su stati d’animo e atteggiamenti diffusi. Di episodi analoghi si trovano tracce così frequenti nella memorialistica su quel periodo che essi hanno, in ogni caso, un valore documentario, se non su quel che accadeva ai pantaloni di chi era convocato da Stalin in certe circostanze, indubbiamente su quel che si pensava e si raccontava — con discrezione e lontani da possibili microfoni — in quegli anni.
59 Ivi, p. 208. Anche con altri film, il compositore se la passò brutta: ad esempio, mentre era in lavorazione una pellicola su Betal Kalmykov, un dirigente della Repubblica sovietica cabardino-balcara (doveva avere il titolo Amici), la lavorazione fu improvvisamente interrotta perché l’eroe era stato nel frattempo proclamato «nemico del popolo» e quindi «tutti coloro che avevano a che fare con il film tremarono verga a verga » (ibidem).
60 A conferma di quanto l’essere notati e anche apprezzati da Stalin non garantisse la salvezza, può essere ricordata la vicenda del grande attore del Teatro ebraico di Stato, Solornon M. Michoel’s, che ancora nel 1946 era stato invitato al Cremlino per recitare la parte di re Lear davanti al despota (particolarmente attratto da questo e da altri personaggi shakespeariani che erano nel repertorio di Michoel’s) (cfr . .Emmanuel D’ASTIER DE LA VIGERIE, Sur Staline, Paris, 1964, citato da R. MEDVEDEV Lo stanilismo, cit., p. 585). Michoel’s, infatti, non sfuggì alla sorte riservata a gran parte degli intellettuali di origine ebraica sterminati negli ultimi anni di Stalin. Fu anzi il primo di essi a soccombere; ufficialmente egli morì in un dubbio incidente d’auto presso Minsk, avvenuto nel 1948; tuttavia il divieto di approfondire le circostanze della morte e il passaggio post mortem nell’elenco dei nemici del popolo (nel gennaio 1953 Michoel’s venne addirittura presentato come il reclutatore, per conto dei servizi di spionaggio stranieri, dei famosi «medici assassini» accusati di avere avvelenato Ždanov e un gran numero di ammiragli e marescialli) confermano che i sospetti dei suoi amici sulle circostanze della morte non erano infondati. Tra i molti che hanno ricordato Michoel’s. si veda anche Elie WIESEL, Il testamento di un poeta ebreo assassinato, traduzione di Daniel Vogelmann, Giuntina, Firenze, 1981. Dem’jan Bedny, che pure era stato per anni esaltato come «poeta bolscevico» e ricoperto di onori, indubbiamente sproporzionati al suo reale valore (era stato tra l’altro fornito di un appartamento all’interno del Cremlino, a fianco dei maggiori capi del partito), cadde in disgrazia per un motivo futilissimo: bibliofilo appassionato, e soprattutto memorialista imprudente, aveva scritto sul suo diario che non prestava volentieri i libri a Stalin, perché questi lasciava sulle pagine ditate di unto. Il suo segretario pensò bene di ricopiare per l’interessato queste righe (ogni scrittore importante, ogni personalità, veniva affiancata in quegli anni da un segretario con mansioni di questo tipo ...) e per Bedny non ci fu più pace. Tuttavia la frase di Stalin che lo condannava («Questo tardo imitatore di Dante deve smetterla di scrivere») fu interpretata in forma benevola: espulso dall’Unione degli scrittori e cacciato dall’appartamento al Cremlino, Dem’jan Bedny dovette vendere i suoi amati libri per mantenersi, giacché non poté più pubblicare una riga fino alla sua morte, avvenuta nel 1945. Comunque, una morte per cause naturali. Come è noto, invece, Osip Mandel’štam pagò con la vita una poesia su Stalin, in cui si attribuivano al «montanaro del Cremlino» anche «dita dure grasse come vermi», citazione evidente dall’indiscrezione di Bedny. La poesia è stata pubblicata in N. MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, con poesie e altri scritti di Osip Mandel’štam, Garzanti, Milano, 1972, p. 226 (cfr. cap. III, pp. 75-76). Sulle vicende della poesia (e della singolare fonte di ispirazione), cfr. il precedente volume di N. MANDEL’ŠTAM L’epoca e i lupi, cit., pp. 31, 191 e passim.
61 L’opera, bloccata dopo l’intervento di Stalin, che era peraltro affascinato dalla protagonista, potrà essere di nuovo rappresentata solo nel 1963 (alla fine del periodo chrusceviano), con il nome di Ekaterina Izmajlova.
62 Testimonianza cit., pp. 165-166. Sull’involuzione della morale sessuale, nuovamente sottoposta a limitazioni codine, e a gravi restrizioni della legislazione su divorzio e aborto, si vedano il capitolo su La famiglia, i giovani, la cultura in Leone TROTSKY, La rivoluzione tradita, a cura di L. Maitan, Schwarz, Milano, 1956, pp. 139-164 e alcune efficacissime testimonianze di Nadežda MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, cit., pp. 422-424 (in particolare per i processi pubblici a ragazze madri, per «amoralità», o le pubbliche denunce di mariti che non assolvevano ai doveri coniugali da parte di zelanti staliniste).
63 Testimonianza cit., p. 26.
64 La biografia del turpe «, pennivendolo, » annovera tra le sue imprese anche il famoso articolo Strombazzamenti di propaganda reazionaria per una erbaccia letteraria, con cui nel 1958 fu avviata sulla «Pravda» la campagna contro Pasternak. Lenin aveva espresso non in un solo caso il suo sdegno nei confronti del personaggio: si vedano ad es. V. I. LENIN, Opere, cit., vol. 25, pp. 118 e 247-249; vol. 26, p. 196; vol. 43, p. 564; vol. 44, pp. 10-11. Ma David Josipovič Zaslavskij non fu l’unico ad approdare tardivamente sulle sponde sovietiche, una volta risultato chiaro che il potere era ormai saldamente nelle mani del Partito comunista. Un altro stretto collaboratore di Stalin aveva un analogo passato: Andrej J. Višinskij, che aveva combattuto nelle file dei Bianchi durante la guerra civile e che, dal processo Šachty in poi, cioè dal 1928, fu il portavoce del dittatore in tutti i grandi processi, raggiungendo livelli difficilmente eguagliabili di bassezza morale e di falsità grossolana e inverosimile (che gli imputati comunque non potevano smentire e che gli «osservatori» occidentali accettavano nel complesso abbastanza facilmente). Lev Trotskij aveva osservato nel gennaio 1937 che un gran numero di servitori di Stalin si trovavano tra i Bianchi durante la guerra civile, in particolare « l fiore della diplomazia sovietica» (Léon TROTSKY, Oeuvres, vol. 12, EDI, Paris, 1982, pp. 50-51).
Jean-Jacques Marie ha sistematizzato il dato, riprendendo anche uno spunto di Babel’, fino a concludere che Stalin sceglieva abitualmente i suoi collaboratori tra chi aveva qualcosa da rimproverarsi: un passato menscevico, qualche vicenda privata discutibile («storie di attrici» nel caso di Kalinin, «sibaritismo e la sparizione di una grossa somma durante la guerra civile, nel caso di Kirov), perfino qualche fugace trascorso «trotskista», come nel caso di Kaganovič, che aveva firmato la Lettera dei quarantasei nel lontano 1923 ( Jean-Jacques MARIE, Stalin. 1879-1953, Samonà e Savelli, Roma, 1969, p. 149).
Che non si trattasse di un dato casuale ma di una costante del sistema di potere organizzato da Stalin, è confermato da molti altri elementi, tra i quali uno, particolarmente inquietante, è stato segnalato a proposito della Repubblica Democratica Tedesca. In un colloquio tra Gomulka e Ulbricht, il leader comunista polacco aveva chiesto al collega tedesco come mai nel suo paese fossero stati inseriti nell’apparato statale molti funzionari nazisti (mentre erano stati emarginati non pochi dei vecchi comunisti scampati a Hitler e a Stalin). Ulhricht aveva risposto che molti vecchi quadri comunisti, rinchiusi per anni in carceri e campi di concentramento, avevano subito «un’interruzione del livello di coscienza», perché nell’isolamento non avevano partecipato all’evoluzione del socialismo dal 1933 al 1945 (cioè non erano stati tempestivamente informati degli zig-zag della politica staliniana) e, per giunta, avevano collaborato nei campi con «i tradizionali nemici», ad esempio con i socialdemocratici o con i cristiani... L’osservatore (inorridito), presente a quel colloquio nella sua funzione di interprete ufficiale di Gomulka, ricavò la conclusione che il privilegiamento degli ex nazisti era dovuto alla certezza di una sicura docilità (garantita dai dossier che permettevano di ricattarli), mentre i vecchi militanti che avevano continuato a fare politica anche nei lager, che avevano lottato per tutta una vita per i loro ideali, non erano altrettanto disponibili ad accettare qualsiasi direttiva e a piegarsi a qualsiasi ordine (cfr. Erwin WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 192-193).
65 Il curatore delle memorie di Šostakovič, Solomon Volkov, ci chiarisce che si allude a Tikhon Chrennikov, il dirigente dell’Unione compositori già ricordato, cogliendo al tempo stesso l’occasione per una considerazione più generale su quegli anni eccezionalmente favorevoli per la fioritura di plagi ufficialmente sanzionati. Volkov accenna, tra l’altro, al caso di F. A. Ksenofontov, autore di gran parte di quel che venne spacciato per I principi del leninismo di Stalin. Dopo avere invano tentato di ottenere un riconoscimento pubblico della paternità dello scritto (ne aveva ottenuto uno in una lettera di cui Stalin non autorizzò mai la pubblicazione), lo sventurato Ksenofontov finì per morire in carcere durante un interrogatorio (nel 1937). Sull’episodio, segnalato da Medvedev, ha scritto più ampiamente Robert C. TUCKER, Stalin il rivoluzionario, 1879/1929, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 241-244.
66 D’altra parte, anche in Urss alcune composizioni di Šostakovič ebbero un successo travolgente: in particolare la Quinta sinfonia, appunto, di cui molti apprezzavano la straordinaria capacità di esprimere l’angoscia che accompagnava la vita di ogni giorno in quel periodo terribile. Chi l’ha ascoltata non può stupirsi che alla prima, nella Leningrado del 1937, decimata più di ogni altra città dal terrore, ci fosse chi, oltre ad applaudire, piangeva.
67 Šostakovič venne chiamato da Stalin, che aveva appreso che il musicista rifiutava un viaggio a New York organizzato nel quadro di un Congresso culturale e scientifico per la pace mondiale. Il «padrone e donno» finse di stupirsi quando il compositore spiegò che non poteva andare all’estero e rispondere alle domande sulle ragioni per cui in Urss non venivano più eseguite le sue opere e annunciò: «No, noi non abbiamo dato quell’ordine», sicché Šostakovič si rassegnò al viaggio, che comportava di fatto l’annullamento del precedente ostracismo nei confronti delle sue opere e di quelle di Prokof’ev, Khačathurian, ecc. Tuttavia, rimase nauseato dal viaggio, sia per il ruolo di involontario propagandista del regime che assumeva (sia pure suonando davanti a 30.000 persone stipate nel Madison Square Garden), sia per l’aggressività della stampa americana, che lo «costringeva a rispondere a stupide domande e stare attento a non dir troppo» (Testimonianza cit., pp. 205-206).
68 L’episodio. narrato da diversi autori, è atroce: Robeson fu fatto incontrare con Fefer in una saletta appartata di uno dei ristoranti più cari di Mosca. «La tavola è riccamente imbandita, bevande e zakuski a non finire». E Fefer è seduto a tavola in compagnia di parecchi individui sconosciuti. Fefer è magro e pallido, parla pochissimo, mentre Robeson mangia e beve allegramente ed è tutto contento di aver rivisto il suo vecchio amico. Dopo la fastosa cena, gli uomini che Robeson non conosceva riportarono Fefer in carcere, dove ben presto morì. Robeson tornò in America, dove proclamò ai quattro venti che le voci sull’arresto e il decesso di Fefer erano insensate e calunniose. Non aveva forse mangiato e bevuto con Fefer in persona? » (Testimonianza cit., pp. 267-268). Šostakovič è forse troppo duro col povero Robeson, che in realtà aveva tentato di raccogliere seriamente informazoni sulle discriminazioni (assieme a Frederic Joliot-Curie, premio Nobel per la fisica e dirigente dei Movimento dei partigiani della pace), ma è comprensibile lo sdegno verso certi «umanisti e occidentali, troppo ben disposti a ingoiare ogni menzogna, o a scrivere articoli in onore della costruzione del Canale del Mar Bianco, senza accorgersi delle migliaia di deportati uccisi dalla durezza dei lavori (è il caso di André Malraux). Joliot-Curie, invece, aveva tentato in varie occasioni interventi precisi in difesa di vittime del terrore (già nel 1938 aveva tentato di salvare i fisici Friedrich Houtermanns e Alexander Weissberg, che furono invece consegnati ai nazisti durante l’idillio seguito all’accordo Ribbentrop Molotov (cfr. R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., pp. 312 e 381). Ariè Eliav, che era in quegli anni diplomatico israeliano a Mosca, ricorda un altro gesto di Paul Robeson che depone a suo onore: nel 1959, invitato a una serata di gala riempita di discorsi rituali e retorici, il cantante negro americano volle ricordare Michoel’s con particolare calore, per concludere poi la serata cantando le canzoni degli insorti del ghetto di Varsavia. Non era certo la parte assegnatagli, e vivo fu l’imbarazzo dei dirigenti dell’Unione degli scrittori presenti (Surkov e Polevoi), dato che in quei periodo di riflusso della destalinizzazione si evitava di ricordare le vittime di Stalin e, comunque, il ruolo della resistenza ebraica al nazismo era (ed è ancor oggi) semplicemente cancellato dalla stampa sovietica, e perfino dai monumenti funebri che ricordano le vittime di Hitler ( Ariè ELIAV, Fra il martello e la falce. Esperienza personale di un incontro con gli ebrei dell’URSS, Barulli, Roma, 1970, pp. 46-49).
69 Va segnalato che quando Šostakovič ricominciò a cimentarsi con testi impegnativi (dopo la morte di Stalin) ebbe nuovamente fastidi, giacché Chruščëv, che aveva gli stessi gusti e la stessa intolleranza di Stalin (sia, pure, a onor del vero, in forma di gran lunga meno cruenta), fu irritato da alcune sue composizioni, in particolare da quelle di argomento ebraico, come la Tredicesima Sinfonia costruita sui versi di Evgenij Evtušenko dedicati a Babij Yar (sospetti perché decisamente impegnati contro il risorgente antisemitismo). I tempi erano meno duri, ma la prima della sinfonia rischiò di saltare, perché tutti i più famosi bassi sovietici si davano malati, per evitare di cantare versi sui quali erano state già sollevate tante polemiche e che erano chiaramente invisi al potere (Testimonianza cit., pp. 209 e 215 n.)
70 Ivi. p. 178. Va detto che Šostakovič, se più volte ci ricorda di non essere un eroe, non fu nemmeno un vile e in definitiva «osò», se non quanto lo Žiliiaev che egli ammirava, molto più di altri artisti sovietici. Oltre alle composizioni ispirate da temi ebraici (in epoca in cui ciò diventava molto inopportuno), ricordiamo una simpatica monelleria, che turbò il cerimoniale della sua ammissione al Partito comunista, avvenuta tardivamente, nel 1960, per necessità burocratiche (era stato proposto come «primo segretario» della sezione russa dell’Unione dei compositori, e tale carica non era accessibile a un «senza partito»). Costretto a recitare un discorso d’occasione (naturalmente scritto preventivamente dal burocrate di turno) alla presenza di un gran numero di colleghi e di molte autorità, seguì il copione fino in fondo, con una sola eccezione: arrivato alla frase d’obbligo: «per tutto quanto c’è di buono in me, io sono debitore... », invece di proseguire col rituale «, al Partito comunista e al Governo sovietico», Šostakovič se ne uscì a voce più alta del normale, per attirare l’attenzione, con un: «ai miei genitori», che a noi pare scontato e banale, ma che in quel contesto appariva (ed era) se non blasfemo, certamente inconsueto (cfr. S. VOLKOV, Introduzione a: Testimonianza cit., p. 38).
71 Ivi, p. 285
72 Ivi. pp. 285-286. A mano a mano che ci si inoltra negli anni del grande terrore, anche chi segue da anni sistematicamente la storia sovietica finisce a volte per restare sgomento e incredulo. E’ ben noto il fenomeno della rimozione, che ha portato un discreto numero di comunisti occidentali a rifiutare di credere alle stesse ammissioni sovietiche del periodo chrusceviano e a respingere le posizioni critiche prese ufficialmente dai loro partiti. Il meccanismo, dispiace dirlo, è analogo a quello che ha portato un’intera corrente di «storici» (si fa per dire) a negare l’esistenza o le dimensioni dello sterminio degli ebrei da parte di Hitler (per una severa disamina di questa pretesa «scuola storica revisionista» si veda il bel saggio di Pierre VIDAL-NAQUET, Un Eichmann de papier - Anatomie d’un mensonge, in Pierre VIDAL-NAQUET, Les Juifs, la mèmoire et le present, Maspero, Paris, 1981, pp. 195-289 (ed. it. Editori Riuniti, Roma, 1985).
Uno dei pretesti per rifiutare di credere a quel che è avvenuto, o a alle sue punte più tragiche, è appunto quello della inesistenza di documenti ufficiali che confermino quanto emerge dalla memorialistica. Si tratta di un argomento due volte scorretto: da un lato, pur scarsi e reticenti, non mancano documenti ufficiali che ammettano il terrore, da quelli mistificanti, che attribuivano deportazioni ed esecuzioni a inverosimili tradimenti compiuti fin dalla più tenera età da militanti che avevano dato tutta la loro vita per la rivoluzione, a quelli reticenti del breve periodo delle riabilitazioni (dopo il XX e sopratutto dopo il XXII Congresso del PCUS). Esistono poi altri documenti, validissimi, finiti per le vicende belliche in Occidente, dove sono stati pubblicati: in particolare gli archivi dell’Obkom di Smolensk, portati in Germania da un ufficiale tedesco e trovati, ancora sigillati, dagli occupanti americani. Sono stati curati da Merle FAINSOD, Smolensk under Soviet rule, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1958. Ma come si può respingere la testimonianza fornita dalla memorialistica (che tra l’altro nel periodo chrusceviano aveva iniziato a essere pubblicata nelle edizioni statali sovietiche) solo perché fornisce una visione unilaterale? Non c’è dubbio che tutte le memorie personali scritte o orali, edite o inedite, vanno soppesate e utilizzate solo come testimonianze indirette, indizi rivelatori di stati d’animo e non come prove certe di singoli avvenimenti. Non c’è dubbio che la stessa ripetizione in fonti diverse della stessa notizia non garantisce affatto che questa sia corrispondente al cento per cento alla realtà. Ma come prescindere da queste fonti a proposito di un paese che continua a cancellare sistematicamente le tracce del suo passato nei documenti, nelle voci di enciclopedia, nei ritratti, nei film e perfino nelle fotografie, che vengono ritoccate periodicamente per cancellare ogni traccia di chi è caduto in disgrazia e da dirigente è divenuto «nemico del popolo»? Come basarsi sui documenti ufficiali di un paese che da essi ha rimosso persino il nome di Bucharin, che pure fu tra i più noti leader tra il 1917 e il 1924 e nei tre anni successivi apparve, e per certi aspetti fu, la figura principale del gruppo dirigente? Come attenersi solo ai documenti ufficiali, se una figura (discutibile, ma certamente non insignificante) come quella di Chruscev, che tanto rumorosamente intervenne nella vita politica interna ed estera dal 1956 al 1964, sconvolgendo comode routines e creando nuovi criteri per il funzionamento della burocrazia, è semplicemente scomparsa dalla cronaca, dalla storia, dai filmati televisivi, è stata cancellata come se non fosse mai esistita? E Stalin, di cui tutta l’Urss spia il riapparire in immagine. in un anniversario, in un fotogramma di un lungometraggio, in una battuta di uno spettacolo, per ricavare da questi «segni» presagi in un senso o nell’altro? E un Berija, ucciso dallo stesso «destalinizzatore» Chruščëv per crimini sicuramente non commessi, mentre non furono mai denunciati seriamente i veri crimini che egli aveva compiuti (non certo da solo, ma con il consenso e la partecipazione di tutti i collaboratori selezionati da Stalin, Chruščëv compreso)? Un Berija la cui biografia sull’Enciclopedia sovietica fu semplicemente sostituita da un prolungamento di due pagine della descrizione del Mar di Bering? E, per chiudere su questo problema, come rifiutare di prendere in esame i dati non corroborati da documenti d’archivio in un paese che mantiene chiusi non solo i suoi archivi di ogni genere, ma persino quelli dell’Internazionale Comunista, che non era «proprietà privata» dei capi del PCUS, ma che, pure, sono inaccessibili anche agli storici di quei partiti che il Comintern avevano contribuito a fondare e che avevano poi firmato l’atto di scioglimento? (Si vedano ad esempio gli accenni, reticenti ma inequivocabili, alle difficoltà incontrate dai curatori delle opere complete di Togliatti nella ricerca di documentazione sull’attività del leader comunista nel gruppo dirigente del Comintern, in particolare nell’Avvertenza di Franco Andreucci, in Palmiro TOGLIATTI, Opere, vol. 4, t. I, 1935-1944. Editori Riuniti. Roma, 1979 pp. CLXIX-CLXX). Per tutte queste ragioni, dunque, il contributo della memorialistica, già notevole in ogni campo della storia contemporanea, diventa essenziale e imprescindibile, quando si affrontano le vicende sovietiche e in particolare quelle degli anni del trionfo dello stalinismo.
73 Testimonianiza cit., p 279.
74 Ibidem. Šostakovič rettifica peraltro che « una parola la conosceva: «compenso». Infatti a Džambul avevano spiegato che, ogni volta che firmava un contratto (con una crocetta. essendo analfabeta), avrebbe avuto un «compenso» e, a mano a mano che la sua fama si allargava, il vecchio kazaco aveva preso gusto alla cosa e imparato a rivendicare, a ogni firma, un nuovo compenso che gli aveva permesso di ampliare notevolmente il suo gregge e di comprare nuovi cammelli. Una volta, portato a Mosca per essere esibito in convegni e conferenze, Džambul viene circondato da giovani ammiratori che gli chiedono autografi: gli accompagnatori gli spiegano che deve fare la solita crocetta e Džambul obbedisce, non mancando però di aggiungere a ogni firma la parola magica «compenso», nella convinzione che fosse «la firma in sé e per sé» a ottenerglielo, «dal momento che lui non sapeva nulla delle sue poesie» (ivi, p. 279-280).
75 Ivi, p. 281.
76 Ibidem.
77 Anche Pasternak, Mandel’štam e altri poeti di primissimo piano, negli anni più difficili, nei quali era bloccata la pubblicazione di loro scritti, si assicurarono il mantenimento con traduzioni, a volte da autori di rinomanza mondiale, a volte da testi di poeti di minoranze nazionali, a seconda delle esigenze delle case editrici. Per una traduzione (in questo caso da un classico come il Till Eulenspiegel di Charles de Coster) Mandel’štam ebbe una vicenda incresciosissima, che lo amareggiò a lungo e che gli ispirò uno scritto singolare (cfr. Josip MANDEL’ŠTAM, La quarta prosa, con due scritti di Angelo Ripellino, Editori Riuniti, Roma, 1982).
78 Galina VIŠNESKAJA, Galina, una storia russa, Frassinelli, Milano, 1985. Oltre ad essere un libro affascinante, ci offre una vivacissima ricostruzione del mondo del Bolšoi all’interno del quale Galina fu una diva adorata per decenni fino all’esilio (iniziato nel 1974). La Višneskaja ricostruisce le molte lusinghe e i concreti privilegi di un’artista popolare (tanto più quando entrava nelle grazie di uno dei potenti, nel suo caso Bulganin), ma anche le delazioni in cui eccellevano artisti mediocri e frustrati, le penose contrattazioni con funzionari e ministri della cultura grossolani e ignoranti, i sotterfugi per ottenere un permesso di eseguire un’opera inizialmente invisa ai censori, fino alla sorte di essere cancellata dall’album celebrativo e dall’archivio fotografico del Bolšoi o dai titoli di testa di film interpretati come prima attrice. Non si tratta solo di materia strettamente autobiografica, giacché ad esempio viene descritta la trovata di Šostakovič per fare accettare all’«attivo» di partito di Leningrado la sua Quinta sinfonia, presentando quell’opera così drammatica e tormentata come un gioioso e ottimistico inno alla gioia di vivere nel paese del comunismo. Ricche di umorismo anche le descrizioni della censura bigotta e moralistica che espungeva ogni traccia di sensualità dalla riduzione cinematografica della Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič (già in epoca brezneviana). La Višneskaja e Rostropovič furono prima lasciati senza lavoro e perseguitati, poi allontanati dall’Urss e privati della cittadinanza sovietica per avere offerto ospitalità e aiuto a Solženicyn, malato e ridotto allo stremo delle forze.
79 Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino, 1973, pp. 113-114.
80 Ivi, p. 113.
81 Ivi, p. 114.
82 Ivi, p. 128.
83 Ivi, pp. 534-527. Lenin, ricorda Trotskij, apprezzava «il propagandista rimatore di prim’ordine, l’eccellente artefice della lingua popolare». Ma non poteva fare a meno di aggiungere in privato che Bednyj «è volgare, e non può fare a meno della pornografia». E Trotskij aggiungeva che «la volgarità e la pornografia di Dem’jan portano l’impronta del kulak e del piccolo borghese» (ivi, p. 525). Bednyj, alloggiato nel Cremlino a fianco ai massimi dirigenti sovietici e considerato da molti una specie di poeta ufficiale del bolscevismo, cadde in disgrazia presso Stalin, dapprima per un poemetto satirico sui bogatyri, gli eroi dell’epica popolare, che colpiva il rinascente nazionalismo russo, poi per una più banale imprudenza: aveva scritto nel suo diario un’osservazione su Stalin, che — riferita — non era piaciuta al dittatore (cfr. nota 27, cap. II). Trotskij, che non conosceva ovviamente questo retroscena, commentò l’evidente declino dell’ex «poeta ufficiale» osservando che «1’ambizioso e bisbetico Dem’jan» era caduto in disgrazia, giacché «egli è disposto a fare il lacchè, certo, ma, per così dire, all’ingrosso; cogliere ogni circolare e ogni piccolo zigzag, nascondere le tracce di ieri, palpitare voluttuosamente per l’eloquenza di Kaganovič, no, di far questo egli non è più capace: per simili faccende ci sono gli anonimi, vecchi e giovani» (ivi, p. 527).
84 La rivoluzione russa si è sviluppata in forma assai diversa dalle previsioni e dai progetti dei suoi principali «dirigenti». I programmi bolscevichi erano molto più moderati e limitati di quanto fu realizzato già nei primi mesi dopo la conquista del potere; non si tratta di «doppiezza», come pensano alcuni dei dissidenti sovietici, ad esempio Solženicyn o Mihail Geller, ma di un processo riscontrabile in tutte le rivoluzioni, che non sono mai promosse o scatenate da quelli che ne diventano i più noti esponenti, ma sono il risultato di mutamenti profondi e dapprima impercettibili degli stati d’animo delle masse, da un lato, e dell’incapacità del vecchio gruppo dirigente di continuare a governare come in tempi «normali». Non è un caso che ogni rivoluzione, da quella francese a quella nicaraguense, da quella inglese del 1640-1649 a quella iraniana, sia stata innescata più da errori e da divisioni delle vecchie classi dominanti, che da scelte coscienti delle classi emergenti. Ogni rottura rivoluzionaria porta alla luce tensioni latenti, fa esplodere contraddizioni laceranti, mette in libertà forze oscure accumulatesi all’interno della società apparentemente stabile dei decenni precedenti. Si pensi alla terribile carica distruttiva delle rivolte contadine, allo scatenamento della teppa sottoproletaria delle città, che punta al saccheggio e si inebria nelle cantine dei palazzi signorili: pur essendo un dato ricorrente ogni volta che entrano in scena masse fino al giorno prima passive e rassegnate, i bolscevichi ne rimasero sconvolti e ricorsero ai nuclei più coscienti del proletariato organizzato per fare saltare con la dinamite le preziose enoteche dei nobili e dello zar, per fucilare saccheggiatori e stupratori, per evitare che la carica di rancori e di rabbia accumulata dagli strati più sfruttati si scaricasse ciecamente, distruggendo beni preziosi per la futura società. Ma la capacità di controllo dei bolscevichi era assai limitata, soprattutto al di fuori delle grandi città, nelle quali la loro forza era presente da tempo e si era consolidata nei primi mesi della rivoluzione. Ben presto, soprattutto nelle campagne, dove la guerra civile divampò violenta e caotica, il movimento che avevano guidato alla vittoria si mosse al di fuori di ogni possibile programmazione razionale, lasciando un paese devastato e frantumato, senza un tessuto connettivo che unificasse i processi scatenati dalla fine dell’opprimente meccanismo repressivo che teneva insieme la Russia zarista. A più riprese i più lucidi tra i dirigenti comunisti osservarono con allarme questo processo e la tendenza a ricostruire un ordine, mutuandolo dalla vecchia società. Quasi vent’anni dopo la conquista del potere, Trotskij ricordava, parafrasando Lenin, che «è capitato più di una volta che il vincitore abbia adottato la civiltà del vinto, se questa civiltà era superiore. La cultura della borghesia e della burocrazia russa era miserabile, senza dubbio. Ma purtroppo i nuovi strati dirigenti sono ancora più arretrati» (cfr. Leone TROTSKIJ, La rivoluzione tradita, a cura di Livio Maitan, Schwarz, Milano, 1956, p. 105).
85 Basti ricordare lintroduzione di Vittorio Strada a L. TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit. (naturalmente il testo stesso di Trotskij è estremamente utile ai fini della conoscenza della letteratura russa degli anni venti); Giovanna SPENDEL, Gli intellettuali sovietici negli anni 20, Editori Riuniti, Roma 1979; Sh. FITZPATRICK, op. cit.; Rivoluzione e letteratura, a cura di Giorgio Kraiski, in particolare lampia Introduzione di Vittorio Strada allo stesso volume; Ignazio AMBROGIO, Formalismo e avanguardia in Russia, Editori Riuniti, Roma, 1968; Edoardo FERRARIO, Teorie della letteratura in Russia (1900-1934), Editori Riuniti, Roma, 1977; Serena VITALE (a cura di), Per conoscere lavanguardia russa, Mondadori, Milano, 1979. Si vedano inoltre Gleb STRUVE, Storia della letteraturasovietica, Garzanti, Milano, 1977; Harold SWAYZE The political control of Soviet Literature. 1946-1959, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1962; Robert A. MAGUIRE, Red Virgin Soil. Soviet Literature in the Twenties, Princeton University Press, Princeton, 1968; Rufus W. MATHEWSON jr., The positive Hero in Russian Literature, 2 ed. Stanford University Press, Stanford (Cal,) 1975; Vera S. DUNHAM, In Stalins Time. Middleclass Values in Soviet Fiction, Harvard University Press, Cambridge, 1976; Deming BROWN, Soviet Russian Literature since Stalin, Harvard Universitv Press, Cambridge, 1978.
86 La lettera, a N. P. Gorbunov, era estremamente sintetica e raccomandava comunque di informarsi direttamente (LENIN, Opere, cit, vol. XLV, p. 269).
87 Una ricostruzione finora insuperata dell’angoscia di Lenin di fronte all’involuzione burocratica dell’Unione sovietica è quella di Moshe LEWIN, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969. Anche Trotskij, peraltro, tardò a rendersi conto dell’ampiezza delle prevaricazioni poliziesche e delle vere e proprie montature che incolpavano innocenti con false testimonianze e confessioni estorte con la tortura, Non si trattava di indulgenza verso i «metodi forti» purché rivolti a un «buon fine», come insinuano Geller o Solženicyn, ma di incapacità di comprendere quanto grande fosse l’autonomia degli «organi» rispetto al vertice dello Stato sovietico. Tanto è vero che non solo quando Trotskij era ancora all’interno del gruppo dirigente dell’Urss, ma anche quando era già un oppositore implacabile della burocrazia, esiliato e braccato, stentò a immaginare i reali retroscena dei processi e delle montature che si succedevano a Mosca, dal «partito industriale» fino all’assassinio di Kirov (che egli inizialmente attribuì all’esasperazione di un giovane comunista disorientato). Solo quando anche dirigenti bolscevichi che egli conosceva personalmente, come Zinov’ev o Bucharin, cominciarono a confessare crimini orrendi e inverosimili, Trotskij comprese fino in fondo cosa stesse accadendo nel paese da cui era stato allontanato a forza. D’altra parte, era tanto lontano dal capire la logica del terrore indiscriminato contro il movimento operaio, che dello stesso Stalin (quando già questi aveva cominciato a uccidergli a uno a uno i figli, compreso Sergej, che non si era mai occupato di politica) scrisse che, se all’inizio della sua lotta per il potere in nome del «socialismo in un solo paese» si fosse reso conto di cosa avrebbe «dovuto» fare in futuro una volta incamminatosi per quella strada, si sarebbe probabilmente suicidato. Tutta la generazione dei leader dell’Ottobre sovietico era in realtà incapace di immaginare l’orrore che scaturiva dai bassifondi della società russa a cui si stava dando via libera nella Čeka e nella GPU, anche quando coglieva lucidamente la dinamica complessiva dell’involuzione dello Stato sovietico.
88 LENIN, Opere, cit., vol. XLV, p. 21. La sottolineatura di specialisti è dello stesso Lenin e tutta la frase (nella lettera indirizzata a Lunačarskij il 29 novembre 1920) era riquadrata, per metterla nella massima evidenza. Se Lenin non si occupava personalmente molto di letteratura, Trotskij in quegli anni e in tutti i suoi scritti successivi ripete senza incertezze che i «compagni di strada» vanno rispettati e lasciati liberi di scrivere e criticare dall’esterno la realtà sovietica. Contrariamente a quel che pensa un Geller che è pronto a bollare come intollerante ogni leader sovietico che rifiuta di farsi sparare addosso, Trotskij, come Lenin, mantenne ben distinto il problema dell’autodifesa della rivoluzione, minacciata da concretissimi attacchi esterni ed interni, da quello della libertà della cultura, in difesa della quale si schierò mentre era uno dei massimi dirigenti dell’Urss, non meno che negli anni di esilio, quando scrisse insieme a Diego Rivera e a Andrè Breton un manifesto Per un’arte rivoluzionaria indipendente, in cui si ribadiva che «l’arte non può, senza decadere, accettare di piegarsi ad alcuna direttiva estranea e di riempire docilmente i quadri che taluni credono di poterle assegnare, con fini pragmatici estremamente limitati» (cfr. Per conoscere Trotskij, a cura di Livio MAITAN, Mondadori. Milano, 1972, p. 355).
89 Vittorio STRADA, Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. XXXIV. Strada ricostruisce l’atteggiamento di Lenin (non documentato negli scritti editi, per molti aspetti incompleti) attraverso una testimonianza di Bucharin che, personalmente, era favorevole a un appoggio deciso del partito al Proletkul’t, ma che ammise in una riunione del 1924 che «Vladimir Ilic protestò nel modo più deciso contro questo sistema di idee in decine di conversazioni con me. Mi scriveva dei biglietti e ‘ispirò’ persino il compagno Jakovlev. Jakovlev fece il suo intervento per ordine diretto di Viadimir Ilic, che lesse in anticipo il suo articolo. […] Parlai a questo proposito con Lenin. Posi allora un ultimatum: se lui insisteva a far pubblicare nella “Pravda” la prima variante dell’articolo di Jakovlev, io avrei risposto a Jakovlev con la stessa asprezza. Allora V.I. convinse Jakovlev a togliere tutta una serie di osservazioni» (ibidem). Oltre a deporre a favore dell’onestà intellettuale di Bucharin, questa interessante ricostruzione della posizione del leader appena scomparso da parte di chi si era trovato a scontrarsi duramente con lui conferma quanto il clima del 1924 fosse ancora lontano dalla cappa di piombo dell'unanimità forzata degli anni successivi.
90 L’articolo di Pletnëv era stato ripubblicato con le note a margine di Lenin, in occasione del dibattito del 1925, in Voprosy kultury pri diktature proletariata. Sbornik, Moskva-Leningrad, 1925; ampi stralci in V. STRADA Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. XXXIV-XXXVIII.
91 Ivi, pp. XXXV-XXXVI.
92 Ivi, p. XXXVI.
93 Ivi p. XXXVIII.
94 A testimonianza del «pluralismo» ancora vigente nelle questioni letterarie, l’altra relazione era stata affidata a un napostovec, Vardin, il quale aveva teorizzato spudoratamente che i dirigenti potevano leggere tutto quel che volevano, comprese le pubblicazioni dei «bianchi» emigrati, ma «tra le larghe masse queste pubblicazioni non le lasciamo arrivare, altrimenti ci sarebbe la libertà di stampa»; aveva aggiunto poi che «i problemi letterari vanno considerati dal punto di vista dell’azione esercitata sulle masse» (ivi, p. XXIX). I verbali sommari della riunione del 1924 sono pubblicati in appendice a Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit., pp. 535-614. L’intervento di Trotskij in quella riunione è invece riportato integralmente alle pp. 491-511.
95 Anche la risoluzione dell’1 Luglio 1925 è riportata integralmente in Appendice al volume di Trotskij (op. cit., pp. 617-622).
96 Lo stesso Mandel’štam ripeteva, quando era tentato dal suicidio, di non voler dare ad Averbach la gioia di commentare: «Ecco un fatto positivo per la letteratura!» (cfr, N. MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 67. Sul suicidio di Maiakovskij vedi oltre.
97 Il racconto di Pil’njak ricostruiva in realtà anche nei dettagli la fine di Michail V. Frunze, mutandone solo il cognome, ma non le caratteristiche e le cariche rivestite, e alludendo esplicitamente all’intervento di Stalin e Vorošilov sui medici e sullo stesso Frunze per imporre un’operazione che nessuno riteneva necessaria e che si concluse con la morte del paziente. Il racconto di Pil’njak con il titolo: La luna che non si spense, è apparso in edizione italiana in: Boris PIL’NJAK, Mogano e altri racconti e romanzi brevi, a cura di Maria Olsoufieva, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 281-308. Anche il romanzo che dà il titolo alla raccolta italiana provocò non pochi guai all’autore, che aveva deciso di farlo pubblicare all’estero nel 1929, quando quella che era una consuetudine normale nei primi anni dello Stato sovietico era divenuta il sintomo di una slealtà inaccettabile. Pil’njak morì in un campo di concentramento, insieme alla moglie e due figli, presumibilmente nel 1938.
98 Nadežda MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, Garzanti, Milano, 1972, p. 226.
99 Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 91. Lo stesso Osip Mandel’štam, dopo un colloquio tra Stalin e Pasternak sul suo caso, osservava che la paura di Stalin per l’arte era «una specie di superstizione. Pensa che possiamo fargli qualche stregoneria» (ivi, p. 178).
100 Osip MANDEL’ŠTAM, La quarta prosa, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 40.
101 Ivi, p. 35, Stalin era notoriamente butterato dal vaiolo, anche se di ciò non rimane traccia nella ritoccatissima iconografia ufficiale.
102 Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit., p. 520. Sulle circostanze della morte di Majakovskij, si veda la ricostruzione dei penosi conflitti con i burocrati della VAPP, anche dopo il suo ingresso nell’organizzazione, in Vasilij KATANIAN, Vita di Majakovski, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 352-364. Nello stesso messaggio di congedo il poeta richiamava uno slogan contro il critico guida della RAPP, Vladimir Ermilov, che aveva stroncato sulla «Pravda» Il bagno e si rammaricava di avere ceduto alle pressioni dell’associazione degli scrittori per togliere la frase dall’allestimento nel Teatro Mejerchol’d. La frase toglieva ogni dubbio su quel che il poeta pensava dei moventi dei suoi critici: «Lo sciame dei burocrati / non lo pulisci / di colpo. / Non ti basta / il bagno / e neanche il sapone. / E poi in aiuto / ai burocrati / accorre / la penna / di critici / come Ermilov» (ivi, pp. 357-358 e 365). Interessante, pur nel suo tentativo di dimostrare che il suicidio era quasi frutto del caso e che in alcun caso significava un venir meno della fiducia nel governo, è la testimonianza di Lili BRIK, Con Majakovskij, intervista di Carlo Benedetti, Editori Riuniti, Roma, 1978.
103 La frase è di Pasternak, riportata da V. Strada nell’Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. LIII.
104 Vladmir MAJAKOVSKIJ, Opere scelte, a cura di Mario De Micheli, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 49-50.
105 Ivi, p. 53. Si vedano i due necrologi su Esenin e Majakovskij in Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit., pp. 513-522. Cfr. anche: Michel KEHRNON, Essenine et Trotsky, in «Cahiers Léon Trotsky», n. 1, janvier 1979, pp. 95-99.
106 Roy MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., pp. 283-287 e passim. A volte la persecuzione staliniana raggiunse anche scrittori comunisti di altri paesi, anche se non rifugiatisi in Urss. Si veda, ad esempio, la tragica sorte di Attila Jòzsef, uno dei più interessanti poeti ungheresi e senz’altro uno dei più grandi tra coloro che tentarono di esprimere poeticamente la loro adesione alle idee comuniste. Espulso dal partito, si suicidò nel 1937. Si vedano le due antologie apparse in Italia, Attila JOSZEF, Con cuore puro, a cura di Alberto Albini, Accademia, Milano, 1972 e Attila JOSZEF, Gridiamo a Dio, a cura di S. Badiali e G. Finzi, Guanda, Parma, 1963.
107 Nadežda MANDEL’ŠTAM , L’epoca e i lupi, cit., p. 19.
108 Rivoluzione e letteratura, cit., p. 115.
109 Trotskij, spiegando al momento dei grandi processi perché fosse ridicola la teoria di un suo «odio per Stalin», ne tracciava un quadro piuttosto complesso e articolato; ricordando le sue polemiche con gli altri dirigenti bolscevichi che avevano escluso ogni pericolosità di Stalin, troppo «insignificante» per aspirare alla dittatura, egli osservava che «la sua intelligenza non è brillante, manca di slancio e persino di capacità logica. Ogni singola frase dei suoi discorsi ha un fine pratico; il discorso nel suo insieme non si eleva mai all’altezza di una costruzione logica. Questa debolezza costituisce tuttavia la sua forza», aggiungeva, spiegando anche con altri esempi storici che «vi sono epoche in cui le generalizzazioni e la previsione del futuro escludono il successo immediato. Ciò avviene nei periodi di crisi, di decadenza, di reazione» (cfr. Leone TROTZKIJ, I crimini di Stalin, Casini, Roma, 1966, p. 112). Sullo stile schematico di Stalin, comunque, molti altri hanno fatto osservazioni analoghe, ma la cosa migliore è rendersene conto direttamente leggendo qualche passo dalla sua famosa antologia, Questioni del leninismo, tornata in auge in epoca di infatuazioni maoiste.
110 Babel’ fu arrestato nel maggio del 1939 e fucilato nel 1941. Fu «riabilitato» già nel 1954, con una sentenza che, «date le nuove circostanze», annullava la condanna a morte e dichiarava grottescamente: «il processo è da considerarsi estinto perché il fatto non costituisce reato» (Rivoluzione e letteratura, cit., p. 112).
111 Radek aveva ritrattato tra i primi le tesi dell’Opposizione e aveva messo la sua penna al servizio di Stalin. Ma l’accusa che gli muovevano gli ex compagni di opposizione era ben più grave. Nell’estate del 1929, un agente dell’OGPU, di ritorno da una missione all’estero, era passato a Prinkipo, in Turchia, dove era esiliato Trotskij. Era Bljumkin, il già ricordato protagonista dell’attentato all’ambasciatore tedesco von Mirbach nel 1918, che era poi di venuto comunista, ed era stato vicino a Trotskij nella guerra civile, conservando una grande ammirazione per il capo dell’Armata rossa. Dopo il colloquio a Prinkipo, tornò a Mosca con numerose lettere, ma parlò subito del colloquio con Radek, che stava passando a Stalin. Fu immediatamente arrestato e fucilato senza processo. I bassi servizi resi a Stalin non impedirono a Radek di essere inquieto verso la metà degli anni Trenta su quel che stava accadendo nel paese e nel partito, sicché finì di nuovo nel calderone dei processi. Secondo Krivickij, nella prima fase egli si rifiutava di rispondere all’inquisitore, finché fu portato al Cremlino, dove ebbe un incontro con Stalin. «Di ritorno dal Cremlino, Radek si mostrò di un umore affatto diverso; egli e Stalin avevano raggiunto ormai un accordo. Radek sapeva ormai che cosa volesse il ‘padrone’ da lui. Fu il prigioniero stesso che s’incaricò di scrivere la sua ‘confessione’» (cfr. W. G. KRIVITSKI, Sono stato agente di Stalin, Mondadori, Milano, 1940, p. 264). Radek, in effetti, si comportò più da accusatore che da imputato al secondo processo di Mosca e fu l’unico a evitare la pena di morte: ebbe dieci anni di reclusione. Pare sia morto nel 1940, ucciso da un altro detenuto, ma il suo comportamento alimentò la leggenda che, in realtà, fosse stato liberato e continuasse, sotto uno pseudonimo, a scrivere i suoi brillanti articoli sulle «Izvestija».
112 Rivoluzione e letteratura, cit, p. 202.
113 Ivi. pp, 93-94. In un altra relazione (il Discorso sulla letteratura sovietica) Gor’kij aveva denunciato i critici che scrivono «con esagerata passione», spinti «dall’interesse di un gruppo ristretto di persone malate del cosiddetto complesso del capo, il ducismo, una malattia particolarmente tenace, di origine borghese». Il termine «capo» o «duce» era tuttavia lo stesso vozd usato abitualmente nei confronti di Stalin! Dopo avere insistito a lungo sul concetto, Gor’kij si premurava di aggiungere: «Da noi, dove si crea la lealtà sociale, simili bubboni sono naturalmente impossibili, ma quale retaggio piccolo-borghese conserviamo ancora alcuni foruncoletti, incapaci di comprendere la differenza sostanziale tra complesso del capo e direzione politica» (ivi, pp. 52-53).
114 Sono parole di un biografo piuttosto benevolo, Roy M. MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, 1930-1938, Editori Riuniti, Roma, 1979. p. 41. Sulla figura di Bucharin e sulla sua incapacità di concepire una opposizione a Stalin, si veda anche Antonio MOSCATO, Declino e caduta di N. I. Bucharin (1928-1929), in «Critica comunista», a. I, n. 1 (ora in questo sito, in Appendice al saggio su Togliatti e Gramsci).
115 Rivoluzione e letteratura, cit., pp. 306-307.
116 Ivi, pp. 114-115.
117 Ivi, p. 116.
118 Ivi, p. 11.
119 Ivi, p. 114.
120 R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni cit., p. 75.
121 Sui vari tentativi sovietici di migliorare le relazioni con la Germania nazista si veda Antonio MOSCATO, La seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI…), in «Critica comunista», a. I, nn. 4/5, pp. 220-222, ora riprodotto nel sito.
122 R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni, cit., p. 77; Babel’ era stato più che esplicito: «Questo è il momento del giornale, un momento felice; naturalmente. non dal punto di vista dell’industria cartaria [...]. Si sta verificando, oggi, una specie di chiamata in massa degli uomini di lettere al giornale […] a una simile chiamata bisogna rispondere». (Rivoluzione e letteratura, cit., p. 114).
123 Sulle minimizzazioni del pericolo fascista da parte dei dirigenti del Comintern, in particolare di Togliatti, si veda Antonio MOSCATO, Togliatti e il Comintern, in « Critica comunista», a. III, nn. 12-13.
124 Contropiano era uno dei primi film sonori sovietici, ma anche uno dei più didascalici e predicatori. La regia era di Ermler e Jutkevič.
125 Rivoluzione e letteratura, cit., pp. 75-76.
126 Ivi, p. 76.
127 Ibidem.
128 Ivi, pp. 81-82
129 Ehrenburg «aggredì furioso», Nadežda Mandel’štam perché aveva riso alla lettura di alcune strofette di Majakovskij sull’annegamento di ufficiali bianchi nella Mojka. La Mandel’štam ricorda con gratitudine quella «violenta lavata di capo» che la aiutò a non farsi contagiare dalla «mentalità da antropofagi» che «si andava diffondendo come un’epidemia» (N. MANDEL’ ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 129). L’autrice ricorda in molte occasioni Ehrenburg, sempre cordialmente, compreso quando «non accettava i versi su Stalin, li definiva una poesiola» (ivi, p. 192). Evidentemente Ehrenhurg non approvava e non considerava coraggio, ma incoscienza, un gioco così pericoloso.
130 Rivoluzione e letteratura, cit., p. 84.
131 Ivi, p. 87.
132 Ivi, p. 90.
133 Ivi, pp. 209-265.
134 Ivi, pp. 311-312. Fadeev fu per anni un esponente di primo piano dell’Unione degli scrittori (ne fu segretario dal 1946 al 1953). Aveva accettato le regole del gioco, da quelle letterarie a quelle poliziesche (decine di scrittori furono fucilati per un presunto complotto contro di lui e contro Tichonov). Il mestiere rendeva, ma non era bello. Fadeev era sempre ubriaco e, quando cominciò la fase delle denunce dei crimini di Stalin, non resse alla tensione e si uccise.
135 Ibidem.
136 Ivi, p. 312.
137 Ivi, p. 246.
138 Ivi, p. 277.
139 Ivi, p. 278.
140 Ivi, pp. 279-280.
141 Nadežda Mandel’štam ricostruisce molto bene l’atteggiamento di Pasternak, che cercò di aiutare in tutti i modi suo marito, pur conservando un sostanziale «egocentrismo» che lo spinse, ad esempio, a occupare gran parte di un imprevisto colloquio telefonico con Stalin con lagnanze sul rumore dovuto alla coabitazione con molte famiglie nello stesso appartamento. Stalin, informato da Bucharin che anche Pasternak si stava preoccupando per l’arresto di Mandel’štam, aveva telefonato manifestando interesse e comprensione. Con la nota ipocrisia che lo caratterizzava, il vozd aveva detto che Pasternak avrebbe dovuto fare di più: «Se io fossi un poeta e a un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano […]» (Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., pp. 174-176).
142 Rivoluzione e letteratura, cit., p. 269. Surkov diventerà negli anni successivi sempre più potente, rivestendo dal 1954 al 1959 la carica di Segretario dell’Unione degli scrittori. Dal 1956 diventa anche membro candidato del Comitato centrale del PCUS. La Mandel’štam riferisce, tuttavia, due episodi che depongono a suo favore: una volta, poco prima dell’arresto, suo marito aveva incontrato Surkov, che lo aveva intrattenuto a parlare nei corridoi dell’Unione degli scrittori. Tornando a casa, Mandel’štam si era trovato in una tasca 300 rubli che, evidentemente, gli aveva infilato di soppiatto Surkov, forse dispiaciuto di non potere aiutare altrimenti il poeta in disgrazia. Dopo il XX Congresso e la denuncia dei crimini di Stalin, aveva ugualmente aiutato finanziariamente la vedova e istituito una commissione per lo studio del «retaggio letterario» di Mandel’štam, anche se esso era stato «riabilitato» solo per l’arresto del 1938 (quello che lo portò alla morte), ma non per quello del 1934, più direttamente legato ai versi su Stalin. Come si vede, anche i peggiori burocrati possono avere un’anima ... (cfr. N. MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., pp. 367 e 445).
143 Rivoluzione e letteratura, cit.., p.271.
144 Ibidem
145 Ivi, p. 72
146 Nel 1933 le sei categorie passibili di espulsioni erano elencate in quest’ordine: 1. Elementi ostili e nemici di classe che si sono aperti la strada con la frode [...] 2. Doppiogiochisti che sono andati avanti ingannando il partito […] e che, con la copertura di false dichiarazioni di lealtà, in realtà, cercano di fare ostruzionismo alla politica del PCUS; 3. Trasgressori palesi e occulti della ferrea disciplina [...] 4. Degenerati, radicati tra gli elementi borghesi, che non desiderano combattere veramente contro i nemici di classe, né combattono sinceramente contro gli elementi kulaki [...]. Solo dopo arrivavano « carrieristi » e « individui moralmente tarati ». Come si vede i « peccati » fondamentali registrati da questo singolare breviario del confessore erano di « slealtà » e «doppiezza » (e dove si poteva trovare più chi aveva il coraggio di criticare apertamente la linea?). T. H. RIGBY, Il partito comunista sovietico 1917-1976, Feltrinelli, Milano, 1977 pp. 134-135.
147 Rivoluzione e letteratura, cit., p. 272
148 Ivi, pp. 273-274
149 Ivi, p. 274.
150 R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni, cit., p, 91.
151 Kirov era stato ucciso da un giovane comunista, Leonid Nikolaev, che era stato più volte arrestato nei giorni precedenti mentre si aggirava con una pistola in una borsa nei pressi di un itinerario abituale di Kirov, ma subito rilasciato da alti funzionari della NKVD. Il capo delle guardie di Kirov, Borisov, che lo aveva avvertito dello strano comportamento di Nikolaev e soprattutto della NKVD, fu ucciso con un dubbio incidente d’auto il giorno stesso dell’attentato e, subito dopo, furono a loro volta eliminati gli agenti che avevano organizzato l’incidente. Anche tutti gli altri funzionari coinvolti nella preparazione dell’attentato (e poi nella farsa di inchiesta, diretta personalmente da Stalin) furono liquidati rapidamente. Perfino la vedova di Borisov, che era riuscita a fuggire da un ospedale psichiatrico e aveva raggiunto I. Kulagin, collaboratore del nuovo capo dell’obkom di Leningrado, Ždanov, chiedendo di essere ricoverata in un normale ospedale (e lamentando di essere stata interrogata a lungo dalla NKVD per sapere se il marito le aveva detto qualcosa prima dell’uccisione di Kirov), ottenne quel che voleva ma, essendo stata informata la NKVD da Kulagin, fu trovata morta in corsia, con evidenti sintomi di avvelenamento. Un’ampia ricostruzione della catena di delitti che nascosero la reale dinamica dell’attentato al «fraterno amico» di Stalin si trova in R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., pp. 199-210. Chruščëv denunciò una parte dei fatti che lasciavano pensare a Stalin come mandante dell’assassinio, presentandoli tuttavia come «sospetti» su cui era necessario indagare a fondo. Ciò avveniva nel febbraio 1956, nel famoso Rapporto segreto al XX Congresso dcl PCUS. Dopo anni in cui nuovamente si mise tutto a tacere, di nuovo nell’ottobre 1961 Chruščëv rilanciò l’accusa, questa volta in un discorso pubblico. Erano passati più di cinque anni ma, di nuovo, dopo alcuni elementi concreti, si concludeva che «molte, moltissime circostanze di questo e di altri casi analoghi sono ancora oscure. Compagni, è nostro dovere investigare accuratamente e in ogni modo sui casi di questo genere [...]» (XXII Congresso del PCUS. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 682). Erano praticamente le stesse conclusioni di cinque anni prima e, quindi, la frase serviva a tranquillizzare chi era stato complice del terrore staliniano, assicurando che, in realtà, non ci si sarebbe affrettati a «investigare accuratamente». Lo diceva subito dopo lo stesso Chruščëv con un’immagine che sembrava retorica ed era una promessa: «Il tempo passerà, noi moriremo — siamo tutti mortali — ma finché ci è possibile dovremo fare tutto quanto è in nostro potere per chiarire tutte queste cose» (ibidem). Sono passati altri ventiquattro anni da quella frase e non solo non si è fatta luce, ma si grida allo scandalo se, in una Conferenza internazionale (come quella dell’ONU sulla criminalità, tenutasi a Milano nell’agosto 1985), qualcuno si permette di accennare ai crimini di Stalin: è il caso del vice ministro degli Interni sovietico, Elisov, e dei suoi colleghi cecoslovacchi e tedesco-orientali, che si sono affrettati a ricordare i grandi meriti di Stalin come guida della grande guerra patriottica, evidentemente tali da cancellare persino il ricordo di qualche milione di vittime innocenti del grande terrore (cfr. «Corriere della sera», 28 agosto 1985).
152 Il Breve corso di Storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, fu il testo base di formazione dei militanti comunisti fino al XX Congresso. E’ stato poi sostituito da una più ampia Storia del Partito Comunista del l’Unione Sovietica, a cura di Boris Ponomariov e altri, apparsa anche in Italia (Editori Riuniti, Roma, 1960), che mantiene in larga parte immutato il testo staliniano, tranne che per omettere qualche affermazione troppo cinica, aggiungere qualche frase qua e là, e... sistemare in ordine alfabetico i nomi dei dirigenti che, nell’edizione originale, erano sempre preceduti da Stalin e dai suoi più fidati collaboratori del momento. Tutti i brani più granguignoleschi sulla «cospirazione trotzkista-zinovievista-bukhariniana al servizio dei fascisti tedeschi e giapponesi» sono pudicamente soppressi; del grande terrore scatenato dopo l’assassinio di Kirov si dice solo che, dato che l’assassino aveva la tessera del partito, il che dimostrava «che la tessera del partito poteva essere sfruttata per vili atti antisovietici», si decise in conseguenza di «effettuare il controllo e la sostituzione delle tessere di partito» (ivi, pp. 104 del vol. II). Le vittime sono semplicemente sparite! Il romanzo di George ORWELL (1984, Oscar Mondadori, Milano, 1973) ha, tra l’altro, una gustosa appendice sulla Neo1ingua che fornisce una divertente parodia dei neologismi (e delle ipocrisie linguistiche) del sistema sovietico.
153 Gran parte degli autori che hanno scritto su questo periodo dipendono da Medvedev, raccoglitore infaticabile di testimonianze orali e di manoscritti inediti di protagonisti degli anni staliniani (vittime, ma anche persecutori). Oltre al fondamentale Lo stalinismo (cit.) e a Stalin sconosciuto (cit.) — un testo che ha all’origine gli appunti per una nuova edizione ampliata del precedente, ma anch’esso estremamente utile sia per la riorganizzazione in forma biografica e cronologica della materia, sia perché scritto in un periodo in cui Medvedev non può più illudersi di vedere pubblicate le sue opere in URSS e ha abbandonato alcune misure prudenziali, per cui cita apertamente Trotskij o altri eretici, pur ribadendo sempre il suo disaccordo — vanno ricordate anche alcune biografie di collaboratori di Stalin: Gli ultimi anni di Bucharin. cit, Ascesa e caduta di Nikita Chruščëv, Editori Riuniti. Roma, 1982: Tutti gli uomini di Stalin. Editori Riuniti, Roma, 1985, che contiene biografie di Vorošilov, Mikojan, Suslov, Molotov, Kaganovič e Malenkov. Da Medvedev dipende in parte anche una delle migliori opere sull’Urss staliniana: Giuseppe BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, Mondadori, Milano, 1976-1979.
Il materiale proveniente dalle ricerche sugli archivi di Trotskij organizzate da Pierre Broué viene riversato sistematicamente nell’edizione delle Oeuvres iniziata nel 1978 dall’Institut Léon Trotsky di Parigi, e nei « ahiers Léon Trotsky», una rivista pubblicata dallo stesso Institut dal gennaio 1979.
154 Boris I. Nikolaevskij militò fin da giovane (era nato nel 1887) nella sinistra menscevica. Più volte arrestato e deportato in epoca zarista, nel 1917 entrò nell’Istituto Marx-Engels d Mosca, dove lavorò fino al 1922. Passato in Germania in quell’anno, continuò il suo lavoro di ricercatore, dapprima in collaborazione con i socialdemocratici tedeschi, poi come direttore dell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. E’ autore (con O. Maenchen-Helfen) di una biografia di Marx edita anche in Italia (Einaudi, Torino, 1969).
155Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori. Milano 1983, p. 257.
156Evgenij (Evno) Azef era stato introdotto tra le file dei socialisti rivoluzionari allo scopo di «sorvegliare i terroristi ed impedire attentati contro lo Zar; poteva invece aiutare ad organizzare altri attentati e di tanto in tanto lasciarli arrivare anche ad esecuzione, perché altrimenti sarebbe diventato sospetto ai rivoluzionari» (Valentin GITERMANN, Storia della Russia, La Nuova Italia, Firenze, 1963, vol. II, p. 487). Azef, almeno una volta, tradì i suoi padroni, quando non avvertì dell’attentato contro il ministro degli Interni Vjaceslav Pleve, che riuscì perfettamente il 15 luglio del 1904. Ma Pleve era l’organizzatore dei pogrom (aveva lanciato la parola d’ordine «soffocare la rivoluzione nel sangue degli ebrei» e Azef era di origine ebraica e «tremava di collera» ogni volta che ricordava il ruolo antisemita del suo datore di lavoro). (ivi, pp. 490-491). Verrà comunque scoperto nel 1908, ma le lungaggini del «processo» (affidato a un giurì di provati militanti) gli permisero di andarsi a godere sul Mediterraneo le laute ricompense ricevute dalla polizia (cfr. Victor SERGE, Vita e morte di Trotskij, Laterza, Bari, 1979, pp. 22-24). Il paragone con Stalin era facilitato dal suo «aspetto mediocre e addirittura antipatico» e dal fatto che era «di un’ignoranza rara tra i rivoluzionari, e di un’urtante insensibilità», ma «si faceva apprezzare per la sua fermezza e per le sue eminenti qualità pratiche» (ibidem). La figura di Azef è stata rievocata letterariamente da Moravia nel suo romanzo 1934, che ha tra i protagonisti una ex socialista rivoluzionaria che avrebbe dovuto uccidere la spia. Alberto MORAVIA, 1934, Bompiani, Milano, 1982.
157G. BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, cit., vol. I, p. 457; R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., p. 181; la fonte comune è probabilmente W. KRIVITSKI, op. cit., p. 238.
158R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit,. p. 197.
159 Pierre BROUÉ, Trotsky et le bloc des oppositions de 1932, in «Cahiers Léon Trotsky», n.5 gennaio-marzo 1980. Broué osserva che era ragionevole per Trotskv negare, nel 1936, la costituzione del blocco nel 1932. A che poteva servire? Alla verità storica, forse, ma essa poteva attendere (oltre tutto era garantita dalla scrupolosa cura nel mettere al sicuro gli archivi). A spiegare che si trattava di un blocco esclusivamente politico e non terroristico, come sosteneva il procuratore generale di Mosca? Serviva a poco, e sarebbe stato utilizzato per affermare «confermati i legami con i terroristi». Inoltre era anche imbarazzante ammettere di aver tentato di accordarsi, sia pure quattro anni prima, con uomini che, per ragioni non ben comprensibili a chi era lontano da quel mondo, si accusavano di crimini orrendi e che, quindi, o erano colpevoli. o erano in pieno sfacelo fisico e morale. Per giunta, e forse era l'argomento più importante, qualcuno non compariva nei processi perché rifiutava di prestarsi alle messe in scena della NKVD, mentre un’ammissione sulla realtà politica dell’intesa del 1932 sarebbe stata senz’altro utilizzata per una pressione ulteriore (ivi, pp. 29-30).
160 Ivi, p.16.
161 Ivi, pp. 17-18.
162 Ivi, p. 15, n. 36.
163 Ivi, p. 21.
164 Ibidem.
165 Ibidem.
166 Le previsioni di Trotskij non si fermavano all’inevitabilità della guerra (che, pure, tanti illustri statisti si illudevano di scongiurare, consentendo alla Germania nazista e all’Italia fascista impunità per tutte le imprese con cui si stavano preparando al conflitto mondiale), ma si estendevano anche all’esito finale della guerra, indipendentemente dall’impreparazione del movimento operaio. Ad esempio, apprendendo che gli imputati dei processi di Mosca erano accusati di allearsi con il Giappone e la Germania, scriveva: «L’opposizione non dovrebbe avere tra le proprie file altro che imbecilli per ritenere che l’alleanza con Hitler ed il Mikado (patto oltre a tutto assolutamente insensato, essendo ambedue destinati alla sconfitta nella prossima guerra) possa portare ai marxisti se non vergogna e calamità» (L. TROTZKIJ, I crimini di Stalin, cit., p. 143). Una testimonianza straordinaria sulla lucidità di Trotskij di fronte a eventi tremendi (mentre si appoggiava su forze esigue e non sempre facilmente utilizzabili, perfino ai fini della conoscenza dei processi) è fornita dalla raccolta dei suoi scritti del 1937-1940: Lev TROTZKIJ, Guerra e rivoluzione, Oscar Mondadori, Milano, 1973.
167 Leone TROTSKY, La rivoluzione tradita, Schwarz, Milano, 1956 (nuova edizione: BUR-Rizzoli, Milano, 1982).
168Una ricostruzione del dibattito sulle «sezioni politiche» introdotte nei kolchoz nel gennaio 1933 e soppresse per iniziativa di Kirov e Vareikis nel novembre 1934, si trova in G. BOFFA, op. cit., vol. I, pp. 468-473 e 491-493. Per quanto riguarda il dibattito sulla «legalità rivoluzionaria» che contrappose ai rigidi Molotov, Vyšinskij, Kaganovič (che si ponevano solo il problema di tutelare lo Stato sovietico da possibili «abusi» dei suoi cittadini), Kalinin, Kirov e Krylenko (che ritenevano che l’attuazione della legalità rivoluzionaria significasse garantire alle persone certi diritti nella loro vita privata, in particolare nell’ambito dell’edificazione socialista), è molto utile il saggio di Francesco BENVENUTI, La legalità rivoluzionaria in URSS dal 1932 al 1934, in S. BERTOLISSI, A. DI BIAGIO, F. BENVENUTI, L. SESTAN, Studi di storia sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 225-271. Sulla concretizzazione delle «teorie» di Vyšinskij può essere utile vedere i verbali dei grandi processi in cui fu accusatore: I grandi processi di Mosca. 1936-37-38. Precedenti storici e verbali stenografici, a cura di Giuseppe AVERARDI, Rusconi, Milano, 1977 e I processi di Mosca (1936-1938), a cura di Pierluigi CONTESSI, Il Mulino, Bologna, 1970.
169Oltre agli scritti di Medvedev, più volte citati, sono indispensabili i tre volumi di Aleksandr SOLŽENICYN, Arcipelago GULAG, Mondadori, Milano 1974-978, che hanno raccolto una documentazione preziosa e insostituibile, grazie al ruolo assunto – in parte involontariamente — dall’autore quando fu pubblicato il suo racconto: Una giornata di Ivan Denisovič (essendo la prima e quasi ultima testimonianza sui campi staliniani apparsa legalmente in Urss, migliaia di ex detenuti scrissero all’autore, criticando o approvando, ma comunque fornendogli una massa ingente di testimonianze dirette, altrimenti introvabili). Il fastidio che si prova per l’ideologia a cui è approdato Solženicyn e l’inutilità di molte sue digressioni (in particolare quando tenta con accostamenti anacronistici di assimilare fenomeni diversi accaduti in periodi molto lontani tra loro) è compensata dalla ricchezza della documentazione e dall’onestà con cui in alcune pagine ricostruisce il suo curriculum di comunista ortodosso e «ateo» che nella realtà dei campi vede saltare tante superficiali certezze: ad esempio, si veda la scoperta di una fede in Dio che non fosse puro «fariseismo» (ivi, v. I, pp. 603-604). Di una certa utilità è anche Robert CONQUEST, Il grande terrore, Mondadori, Milano, 1970. Un tentativo di estrapolare dalle reticentissime statistiche sovietiche (che per anni hanno semplicemente omesso di indicare le variazioni nel numero di abitanti), una valutazione approssimativa delle vittime dirette e indirette della repressione, è quello di Maksudov (senza indicazione di nome e patronimico), Le perdite in Unione Sovietica dal 1918 al 1958, in «L’ottavo giorno, Studi e documentazione sui paesi dell’Est», n. 3/4, luglio 1983. Maksudov calcola che tra il 1931 e il 1939 le perdite abbiano raggiunto sette milioni e mezzo di persone adulte (senza tenere conto dei bambini morti per fame durante la grande carestia, o come conseguenza della deportazione dei genitori).
170Sulla religione, cominciano a esserci studi parziali e settoriali, ma molto interessanti, che sono stati tradotti in parte in italiano in La religione in URSS, saggi di sociologia, prefazione di Ernesto Balducci, Coines, Roma, 1976. Solženicyn (op. cit., passim) fornisce un gran numero di notizie sui deportati, in genere appartenenti a gruppi protestanti, che rifiutavano l’inquadramento forzato nella Chiesa battista. Anche Evgenija Semionovna GINZBURG, Viaggio nella vertigine, Mondadori, Milano, 1967, descrive con stupore e commozione (era comunista e «atea militante») la resistenza di un gruppo di «monache contadine», semianalfabete (erano deportate per il rifiuto di lavorare la domenica) che testimoniano la loro fede al limite del martirio (ivi, vol. I, pp. 564 e 580-582).
Sulla religione in URSS si vedano anche Lev REGEL’SON, La tragedia della Chiesa russa, Coop. edit. La casa di Matriona, Milano, 1979; Giovanni CODEVILI.A, Le comunità cristiane nell’URSS. La nuova legislazione sovietica, Coop. edit. La casa di Matriona, Milano, 1978; Giovanni CODEVILLA, Stato e Chiesa nell’URSS, Jaca Book, Milano 1972 (si tratta di un’ampia illustrazione della legislazione sovietica sulla religione dal 1917 agli inizi degli anni Settanta); Samizdat: Cronaca di una vita nuova nell’URSS, ed. Russia cristiana, Milano, 1975 (contiene informazioni dettagliate non solo sul dissenso religioso, ma anche su quello politico di varie tendenze); La religione in URSS, a cura di A. Bausani, Prefazione di Ernesto De Martino, Feltrinelli, Milano, 1962 (è una vasta antologia degli scritti sulla religione apparsi nell’edizione 1949-1958 della Grande Enciclopedia Sovietica, seguiti da alcuni saggi e da vari documenti).
171Aleksandr NEKRITCH, Les peuples punis, Maspero, Paris, 1982; altre notizie in MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., pp. 595-596 e in Hélène CARRÈRE D'ENCAUSSE, Esplosione di un impero,. Edizioni e/o, Roma. s.d. (ma 1980), pp. 214-245; A. SOLŽENICYN, op. cit., vol. III, pp. 443-466. Lo stesso autore in altre parti del libro ricostruisce la sorte (e la logica) di quei cittadini sovietici che accettarono di collaborare veramente con Hitler (ivi, vo1. I, pp. 237-267; voI. III. pp. 25-37 e passim). L’assurdo è che nei campi si trovavano insieme, ugualmente bollati come fascisti, alcuni veri collaborazionisti e tanti che avevano combattuto come soldati o come partigiani contro il nazismo.
172Sulla resistenza ucraina, che tentava di condurre la lotta «contro Hitler e contro Stalin», con un programma di società senza classi, ma anche senza «magnati bolscevichi», si veda Arthur WILKINS, Le régime lance une campagne anti-ukrainienne, in «Inprecor-Intercontinental press», n. 192, 18 marzo 1985 (riferito principalmente alla Polonia, ma con molti dati sull’Ucraina sovietica).
173Vedi nota 27, cap. Il. su Fefer e la Cronologia per gli anni 1949-1952. Anche Ehrenhurg attendeva da un momento all’altro l’arresto, giacché aveva rifiutato di firmare un Messaggio al popolo ebraico, con il quale i più noti rappresentanti degli intellettuali di origine ebraica dovevano invitare gli ebrei sovietici ad accettare la loro deportazione, nonostante gli fosse stato fatto notare che le annotazioni ai margine del testo rivelavano la calligrafia di Stalin. (MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, cit., pp. 212-213). In quel periodo viene arrestata anche Polina Semënovna Žemčužina, moglie di Molotov e vice-ministro dell’Alimentazione (MEDVEDEV, Tutti gli uomini di Stalin, cit., pp. 105-107 e 110). Notizie più ampie sui processo agli «assassini in camice bianco» si trovano in Léon POLIAKOV, Dall’antisionismo all’antisemitismo, La Nuova Italia, Firenze, 1971, pp. 37-48 e passim. Si tratta di un libro discutibile per la tesi di fondo, ma equilibrato e serio nella documentazione.
174R. MEDVEDEV, Tutti gli uomini di Stalin, cit., pp. 150-153.
175 R. MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, cit., p. 155.
176 Oltre alla responsabilità collettiva a livello etnico, era stata introdotta nel l934 la responsabilità familiare. La legge dell’8 giugno del 1934 sul «Tradimento della Patria», che riabilitava anche il concetto di «punizione» (ovviamente eliminato durante la rivoluzione, che prevedeva arresti o fucilazioni solo come misure difensive, per la sopravvivenza dello Stato, o i campi di lavoro ai fini della rieducazione dei delinquenti comuni), prevedeva la detenzione da due a cinque anni in lager per i familiari che avevano presumibilmente conosciuto le intenzioni criminali del «traditore», mentre quelli che le ignoravano venivano soltanto deportati per cinque anni ... (cfr. M. GELLER - A. NEKRIČ, Storia dell’URSS, cit., p. 297.
177Sulla ždanovščina si veda Vittorio STRADA, Dal «realismo socialista» allo ždanovismo. in Storia del marxismo, Einaudi, Torino. 1981 , voI. III, t.2, pp. 195-250. Su Lysenko, il testo più esauriente disponibile in italiano è:Dominique LECOURT, Il caso Lysenko, prefazione di Louis Althusser (pref. all’ed. it di Massimo Aloisi), Editori Riuniti, Roma, 1977. Utile, ma ovviamente datato, giacché risale al 1952, anche se è stato pubblicato in Italia per la prima volta solo nel 1977, integrato da un’ampia introduzione di Silvano Tagliagambe, è: Julian HUXLEY, La genetica sovietica e la scienze, Longanesi, Milano, 1977. Silvano TAGLIAGAMBE, Scienza, filosofia, politica in Unione Sovietica. 1924-1939, Feltrinelli, Milano, 1979, dedica molte pagine al caso Lysenko. Interessante, come documento sulle ripercussioni italiane del caso, il volumetto di Jacob Segal, Miciurin, Lysenko e il problema dell’eredità, a cura di Felice Lanza, Universale economica, Milano, 1952. Il curatore infatti, nell’introduzione, lamenta la «prevenzione aprioristica di carattere politico che ha impedito di applicare su larga scala l’agrobiologia di Lysenko al nostro paese. Uno scritto di grande interesse, uscito anche in Italia nel 1983, documenta con rigore che gli effetti catastrofici dell’avventata sperimentazione lysenkiana imposta burocraticamente a un paese tanto ricco di risorse non sono rimasti un caso eccezionale ed atipico: dalla distruzione del Bajkal allo sconvolgimento di interi ecosistemi in seguito a insensate bonifiche o a dissodamenti di terre vergini che diventavano subito dopo deserti, dallo sterminio di numerose specie animali alla scomparsa di aree forestali grandi come interi Stati d’Europa, dalle megacentrali idroelettriche (che producono una quantità di energia inferiore a quella che sarebbe stata ottenuta usando come combustibile il fieno raccolto in precedenza sugli immensi pascoli allagati) fino ai dissesti provocati dall’irresponsabile uso dell’energia atomica indipendentemente dalla capacità di prevedere un ragionevole smaltimento delle scorie radioattive, il quadro dei disastri provocati dalla subordinazione della scienza e della tecnica a decisioni prese da burocrati quasi sempre incompetenti (ma pressoché onnipotenti una volta che si trincerano dietro le esigenze del Piano e al segreto di Stato) emerge in tutta la sua terribile evidenza. L’autore, che firma con uno pseudonimo, ma che è evidentemente uno scienziato molto addentro nelle discussioni accademiche, riesce anche efficacemente a far capire la specificità della dinamica del dissesto ecologico in Urss rispetto a quello occidentale: il nostro, mosso dall’onnipotenza del profitto capitalistico e dalla sua capacità di dominare e subordinare alle proprie esigenze gli strumenti di controllo dello Stato; quello dell’Urss (e degli altri paesi sorti sul modello sovietico), determinato dallo strapotere di una burocrazia sottratta a qualsiasi controllo per l’assenza di meccanismi di ricambio dal basso e per il monopolio dei mezzi di informazione da essa detenuto (oltre che dagli effetti perversi dei criteri puramente o prevalentemente quantitativi preposti all’attuazione dei piani economici). Boris KOMAROV, Il rosso e il verde. La distruzione della natura in URSS. Nota introduttiva di Giorgio Celli, con nota conclusiva di Leonid Pljušč, Edagricole, Bologna, 1983.
178 Vieri QUILICI, Architettura sovietica contemporanea, Cappelli, Bologna, 1965, pp. 92-93. Per la denuncia dello sperpero causato da queste concezioni architettoniche basate su un «ripristino delle antiche forme russe, delle forme del classicismo o del barocco», a cui si aggiungevano «numerose sovrastrutture che non hanno nessuna funzionalità» con il risultato di costruzioni irrazionali e di un e costo favolosamente elevato degli appartamenti», si veda ivi, p. 116 e il testo della risoluzione del Comitato Centrale del PCUS del 4 novembre 1995, Sulla eliminazione del superfluo nella progettazione e nell'edilizia, in: Lisa FOA , La società sovietica, Loescher, Torino, 1973. pp. 222-224. I danni provocati dall’interferenza staliniana nella promettente architettura sovietica degli anni Venti («prometteva» molto sul piano delle idee, va detto, ma realizzava poco per mancanza di risorse) sono sintetizzati da un commento di Leonardo Benevolo alle prime realizzazioni in elementi prefabbricati successive alla «svolta» chrusceviana: «Sono scomparse le decorazioni e gli ordini architettonici [...], ma gli edifici assomigliano a quelli in stile cui sia stata raschiata la decorazione» (V. QUILICI, op.cit., p. 174).
179 Un’ottima sintesi dei tentativi di rilanciare il culto di Stalin è in Victor ZASLAVSKY, Il consenso organizzato. La società sovietica negli anni di Breznev, il Mulino, Bologna, 1981. Tra gli esuli sovietici (peraltro è un esule forzato, essendo stato cacciato per «inaffidabilità politica», senza la possibilità di trovare altro lavoro, dalla cattedra di Sociologia dell’Università di Leningrado) Zaslavskv è uno dei più equilibrati, mai accecato da livore o da illusioni, e attentissimo ai meccanismi che garantiscono la relativa solidità dell’Unione sovietica. Interessante anche l’articolo scritto da MEDVEDEV per l’organo del Comitato centrale del PCUS, il «Kommunist», nell’aprile 1969 (e mai pubblicato in Urss: l’autore fu, anzi, espulso poco dopo dal partito), pubblicato in Italia in un agile volumetto: Roy MEDVEDEV, Riabilitare Stalin?, con Introduzione di Renato Nicolai, Tindalo, Roma, 1970. Si veda anche Roy MEDVEDEV, Intervista sul dissenso in Urss, a cura di Piero Ostellino, Laterza. Bari. 1977.
180 Sugli aspetti più propriamente politici, si vada ad esempio Adriano GUERRA, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1977; Alexander WERTH, L’Unione sovietica nel dopoguerra 1945-1948, Einaudi, Torino, 1973; Alexander WERTH, Cronache degli anni di Kruscev, Einaudi. Torino. 1962; G. BOFFA, op.cit., vol.II; Francois FEITÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi, Firenze, 1971; Laszlo NAGY, Democrazie popolari 1945-1968, Il Saggiatore, Milano, 1969; Zbigniew K. BRZENZISKI, Storia dell'Urss e delle democrazie popolari, Franco Angeli, Milano, 1975. Hélène CARRÈRE D'ENCAUSSE, Le grand Frère. L'union sovietique et l'Europe soviétiseé, Flammarion, Paris, 1983. Gli ultimi quattro volumi sono prevalentemente, ma non esclusivamente, dedicati ai paesi dell’Europa centro-orientale, su cui al termine della guerra si è esteso il sistema del «socialismo in un paese solo», e forniscono utili indicazioni anche per quanto riguarda la politica dell’Urss (soprattutto il primo). Gli stessi argomenti sono affrontati da un punto di vista economico (ancora più utile per comprendere la continuità tra il regime definito abitualmente staliniano e quello attuale) in altre opere: Piero BERNOCCHI, Le riforme in URSS, la Salamandra, Milano, 1977; Wlodzimierz BRUS, Storia economica dell'Europa Orientale, 1950-1980, Editori Riuniti, Roma, 1983. Oltre al già citato Ascesa e caduta di Nikita Cruščëv, è anche disponibile di Roy MEDVEDEV, La democrazia socialista, Vallecchi. Firenze, 1977, opera più « teorica » che storica, ma ricchissima di dati preziosi. D’altra parte, la Cronologia che chiude il volume assicura il minimo di informazioni indispensabili per inquadrare questo periodo, prima di affrontare lo studio dell’amplissimo materiale disponibile (del quale abbiamo segnalato solo le opere più importanti e diffuse, soprattutto a carattere generale).
181 Vittorio STRADA, La letteratura sovietica 1953-1963, Editori Riuniti, Roma, 1964; Ettore Lo GATTO, Profilo della letteratura russa dalle origini a Solženicyn, Mondadori, Milano, 1975.
182 Una sintesi di questo periodo si trova in Roy MEDVEDEV, Dal XX al XXII Congresso del PCUS, In occasione del ventennale del XX Congresso. Breve lineamento storico, in AA. VV., Dissenso e socialismo, una voce marxista del Samizdat sovietico, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino, 1977, pp. 37-66.
183 Sull’esperienza cinese, diradato il molto fumo della letteratura apologetica del maoismo, si è pubblicato in Italia abbastanza poco, ma in misura comunque sufficiente per una comprensione del fenomeno. Un testo di insieme sintetico, corredato da una bibliografia essenziale, è: Edoarda MASI, Breve storia della Cina contemporanea, Laterza. Bari, 1979; i documenti fondamentali sono riprodotti in: Jean CHESNEAUX, La Cina contemporanea, 2 voll., Laterza, Bari. 1975; un’ampia panoramica delle vicende precedenti alla conquista del potere è in: Aldo BRONZO, I comunisti in Cina, Nuove Edizioni Internazionali, Milano, 1983. Sullo stesso periodo, Jacques GUILLERMAZ, Storia del partito comunista cinese, 1921-1949, Feltrinelli, Milano, 1970, integrato dal volume dello stesso autore, il Partito comunista cinese al potere, 1949-1972, Feltrinelli, Milano, 1973. Sul periodo della rivoluzione culturale (e del conflitto più aspro con l’Urss) rimane essenziale Livio MAITAN, Partito, esercito e masse nella crisi cinese, Samonà e Savelli, Roma, 1969, mentre sulle radici più lontane dei conflitti si può vedere Gabriele PARESCE, Russia e Cina. Quattro secoli tra guerra e pace, Bompiani, Milano, 1971. La migliore ricostruzione della grave sconfitta della rivoluzione cinese determinata negli anni Venti dalla politica staliniana (mai esaminata apertamente nella pubblicistica cinese, ma certo presente nella «memoria storica» del gruppo dirigente del PCC) è in: Harold R. ISAACS, La tragedia della rivoluzione cinese. 1925-1927, Il Saggiatore, Milano, 1967. Interessante infine, anche per gli ampi accenni ai conflitti con Stalin, la raccolta di scritti di Gianni SOFRI, Voltare pagina. Scritti sulla Cina. 1968-1979, Stampatori, Torino, 1979.
184 Tra l’altro, era stata arrestata la vedova del figlio maggiore di Chruščëv, Leonid, caduto in guerra, (R. MEDVEDEV, Ascesa e caduta di Nikita Chruščëv, cit., p. 102).
185 Anche lasciando cadere come poco documentata l’affermazione di Ilario Fiore («tre anni prima di Krusciov, Beria e Malenkov apparivano seriamente avviati a destalinizzare il regime sovietico, e con una carica politico-intellettuale definitivamente superiore a quella di Krusciov», in Ilario FIORE, Lavrenti il terribile, SEI, Torino, 1973), almeno per quanto riguarda l’Ungheria un intervento di Berija a favore dei rinnovatori è documentato da due dei migliori conoscitori della rivoluzione antiburocratica in Ungheria: Bill LOMAX, La rivoluzione ungherese del 1956 e le origini del regime di Kàdàr, in «Il ponte», a. XLI, n. 2, marzo-aprile 1985, pp. 66-67 e Federigo ARGENTIERI, Introduzione a Ungheria 1953: la destalinizzazione mancata. Rapporto di Imre Nagy al Comitato centrale del Partito ungherese dei lavoratori (27 giugno 1953), in «Studi Storici». a. XXVI, n. 1, p. 202; Federigo ARGENTIERI, Ungheria 1953: la breve vita del «nuovo corso», in «Rinascita», 10 agosto 1985. Federigo Argentieri è anche autore di una tesi di laurea sul 1956 ungherese di notevole interesse, che si spera possa trovare rapidamente un editore (Università di Roma, 1983-1984, Facoltà di Scienze Politiche). Per quanto riguarda la Repubblica democratica Tedesca, F. Fejtö (op cit.) sostiene che Ulbricht era preoccupatissimo per i contatti stabiliti da Berija e Malenkov con il suo ministro dell’interno Zaisser e con Rudolf Herrnstadt, direttore dell’organo del Partito «Neues Deutschland», allo scopo di avviare una «radicale revisione del corso politico» e considerò costoro come i veri responsabili della rivolta del 17 giugno 1953 (ivi, pp. 38-41). I due dirigenti tedesco-orientali furono liquidati subito dopo la caduta di Berija, che era accusato, tra l’altro, di avere tentato di avviare in Germania Est «una politica di capitolazione». Ancora nel 1963 Chruščëv ripeterà che Berija e Malenkov avevano incitato il partito della Germania orientale a liquidare la RDT come Stato socialista, probabilmente caldeggiando un’accelerata unificazione (e neutralizzazione) delle due Germanie.
186 Le versioni sull’arresto di Berija sono le più disparate, tutte difficilmente attendibili, anche perché quella ufficiale, più volte mutata, è ovviamente reticentissima. mentre lo stesso Medvedev propende per un’ipotesi di un «complotto» di Berija tempestivamente stroncato da Chruščëv; nella realtà l’unico complotto sicuro fu quello di Chruščëv insieme ad alcuni capi militari (che poi allontanò prudentemente, preferendo evitare il rischio di un eccessivo peso dell’esercito nelle vicende di partito). Gli atti del processo, svoltosi secondo la prassi staliniana a porte chiuse, senza difensori, e probabilmente senza l’imputato, già ucciso, non sono mai stati pubblicati. In ogni caso, su Berija, a parte gli accenni alle responsabilità nella «tentata liquidazione» della RDT, furono messe in circolazione accuse inverosimili su una organica collaborazione con tutti i servizi segreti stranieri, che sarebbe stata avviata fin dall’adolescenza.
187 Inutile dire che sarebbe stato più coerente lasciare a Stalin il mausoleo faraonico, indegno di un militante marxista rivoluzionario, togliendone il povero Lenin, che si era tanto esplicitamente opposto a ogni tipo di simbologia e di culto preso in prestito dalle società del passato. Comunque, a molti la pesante gettata di cemento che copriva la nuova sepoltura di Stalin piacque. Evtušenko, allora l’idolo della giovane generazione sovietica per i suoi versi anticonformisti («Coloro che fanno / tanto sfoggio di zelo / e mentono alle adunanze / quello che amano / non è / il potere dei soviet / Essi amano / il potere e basta», Evgenij EVTUŠENKO Autobiografia precoce, Feltrinelli, Milano, 1963) aveva descritto la traslazione notturna della salma concludendo con questi versi: « E io rivolgo al governo una preghiera: / Sia raddoppiata, triplicata la guardia alla lapide / Affinché Stalin non si levi e con Stalin il passato» (In R. MEDVEDEV, Dal XX al XXII Congresso ... cit., p. 63). Evtušenko aveva anche descritto vividamente la catastrofe dovuta alla calca, durante i funerali di Stalin, concludendo: «Stalin l’avevo visto sì: tutto quello che era capitato quel giorno, anche quello era Stalin» (Autobiografia precoce, cit., pp. 129..134).
188 A. SOLŽENICYN, op. cit., vol. III, pp. 541-556. Una brevissima autobiografia dell’autore è pubblicata come Introduzione a Aleksander SOLŽENICYN, Tutto il teatro a cura di Chiara Spano, Newton Compton, Roma, 1976, pp. 7-10. Una recente testimonianza sulla pubblicazione della Giornata di Ivan Denisovič è nell’intervista di Sandro Scabello a Vladimir LAKSCIN, che fu collaboratore del direttore di «Novyj Mir», Aleksandr Tvardovskij, Tvardovskij, il poeta che diresse un giornale, in « Corriere della Sera », 23-9-1985.
189 Sull’importanza dei passaporti interni e dei divieti di residenza nel l’Urss attuale, si veda V. ZASLAVSKY, op. cit.. passim. Sugli ospedali psichiatrici, si veda Vladimir BUKOVSKIJ, Una nuova malattia mentale in URSS, l’opposizione, Etas Kompass, Milano, 1972. Una rassegna sui processi è in Eric LAURENT, Un bilancio dell’opposizione, introduzione a Piotr GRIKORENKO, L’opposizione comunista in URSS, GCR, Torino, 1973. Sulla censura, utilissimo il recente Dusan HAVLICEK, L’information publique dans les systèmes politiques sovietiques, in Projet de recherche: Les crises des systèmes de tipe sovietique, dirigé par Zdenek MLYNAR, étude n. 9, aprile 1985, (Index e. V., Postfach 410511, 500 Köln 41).
190 Ibidem. Sui limiti dell’efficacia delle norme restrittive, la cui frequente reiterazione, come per le gride di manzoniana memoria, è sempre sintomo di scarsa applicazione, si veda l’articolo di Roy Medvedev comparso sul supplemento de «l’Unità» del 18 dicembre 1983, dedicato a una verifica delle previsioni del romanzo di Orwell, 1984. Medvedev è sicuro che Qui la libertà arriverà con l’elettronica, come dice il titolo dell’articolo, forse redazionale, ma certo corrispondente al pensiero dell’autore; egli sostiene che, nonostante i divieti, «nessun controllo neppure sotto minaccia di sanzioni penali è in grado ormai di fermare il processo di ciclostilatura di massa — cominciato spontaneamente alcuni anni fa dai libri in lingua russa usciti in Occidente o, e spiega come abbia facilmente potuto procurarsi appunto una copia xerox di 1984. Medvedev accenna anche ai «milioni e milioni di cassette per magnetofono» incise e distribuite clandestinamente e ritiene che lo sviluppo delle tecniche moderne (microfiches, videocassette, modifiche alle radio e ai televisori per renderli adatti all’ascolto di stazioni estere, ecc.) stia di fatto incrinando il monopolio dell’informazione detenuto dalla burocrazia. Forse, ancora una volta, Medvedev è un po’ troppo ottimista: si pensi all’irrigidimento recente dei disturbi prodotti da emittenti radio e televisive sovietiche per impedire l’ascolto e la visione di trasmissioni provenienti da altri paesi Per quanto riguarda i rapporti con l’estero, Siniavskij osserva ironicamente che «si può constatare il nuovo balzo in avanti della letteratura russa soprattutto alla dogana. Che cosa cercano oggi, soprattutto all’uscita? Manoscritti. Non oro, non brillanti, e neppure il progetto di una fabbrica sovietica, no, manoscritti! E che cosa cercano soprattutto all’entrata? Libri. Libri in lingua russa » (Abram TERZ [SINIAVSKIJ], L’evoluzione letteraria in Russia, in «Kontinent», n. 1, Garzanti, 1975, p.125). E pensare che Lenin, tra i primi decreti, nel 1917, ne preparò uno per superare i danni provocati dallo zarismo alle biblioteche seguendo queste direttive: «E’ indispensabile realizzare subito e senza fallo le seguenti trasformazioni fondamentali, fondate sui principi da tempo attuati nei liberi Stati dell’Occidente, in particolare in Svizzera e negli Stati Uniti del Nord America: 1) La biblioteca pubblica (ex imperiale) deve procedere immediatamente allo scambio dei libri sia con tutte le biblioteche pubbliche di Pietrogrado e provincia, sia con le biblioteche straniere (Finlandia, Svezia e così via). 2) La spedizione dei libri da una biblioteca all’altra deve essere proclamata gratuita per legge. 3) La sala di lettura della biblioteca deve essere aperta tutti i giorni, non escluse le feste e le domeniche, dalle 8 del mattino alle 11 di sera, come si fa nei paesi civili per i ricchi nelle biblioteche e sale di lettura» (LENIN, Opere, cit., vol. 26, p. 316. Le sottolineature sono di Lenin). Oggi, chi proponesse scambi indiscriminati con le biblioteche straniere, e peggio ancora di prendere a modello «i liberi Stati dell’Occidente», finirebbe come minimo in casa di cura.
191 Havlicek segnala che nel 1982, in seguito alle proteste di vari frequentatori della Biblioteca nazionale ceca, la direttrice giustificò il rifiuto di prestare varie pubblicazioni, spiegando che i lettori si dividevano in quattro categorie, e che «in nessun caso è possibile prestare liberamente la letteratura antisocialista, fascista, letteratura che fa propaganda a ideologie antiumaniste, letteratura nefasta sul piano ideologico, ecc.». Naturalmente tutte le pubblicazioni critiche, anche da posizioni marxiste, rientrano nella vasta fascia sopra elencata. D. HAVLICEK, op. cit., p. 42 n. 67. I criteri sono analoghi in Urss e nelle «democrazie popolari», con qualche differenziazione temporanea dovuta a ragioni tattiche nella Polonia del 1956 e del 1980, nella Cecoslovacchia del 1968, ecc. . Una singolare testimonianza sulla censura in epoca formalmente post-staliniana la offre Ehrenburg nel sesto e ultimo volume delle sue prudentissime memorie (che forniscono ugualmente tanti esempi di autocensura: basti pensare che si ricorda il direttore delle «Izvestija» del 1934, evitando di farne il nome, Bucharin, ancora all’indice nell’Urss di Chruščëv...). Al momento della pubblicazione delle sue Opere in cinque volumi, Ehrenburg fu convocato da un funzionario che gli chiese alcune modifiche, e in particolare di ridurre il «numero eccessivo di cognomi di persone appartenenti a nazionalità non autoctone» (dietro l’eufemismo, c’era evidentemente la parola «ebrei»). Ilja EHRENBURG, Uomini, anni, vita, Editori Riuniti, Roma, 1961-1965, voI. VI, p.247.
192 Si veda, ad esempio, il saggio di V. G. PIVOVAROV, in La religione in URSS, cit, pp. 131 segg, che in Urss è apparso sotto il titolo Verso una società libera dalla religione. (Ivi, Introduzione di Ethel DUNN, p. 15).
193 XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1956, pp. 201-202.
194 Ivi, p. 202.
195 « In Urss esistono i seguenti tipi di bollettino ‘Tass’’ a) viola, che può essere riprodotto in tutto o in carte a discrezione del responsabile; b) bianco, più particolareggiato del primo e inviato a un numero ristretto di persone, ad es. redattori dei giornali; c) rosso, con stampigliatura ‘segreto’ e contenente materiale considerato pericoloso; si tratta di semplici fatti, senza commento, ma che possono essere in contrasto con quanto afferma il notiziario bianco o viola; è distribuito da una guardia armata, che risponde della sua segretezza e non resta a lungo a disposizione dei destinatari; d) speciale, inviato ai membri del Poltbjuro, ai segretari del Comitato centrale, ai primi segretari dell’Oblast e ai direttori dei quotidiani nazionali. Esso contiene probabilmente notizie con alto grado di riservatezza o materiale anti-sovietico» (cfr. Silvio FAGIOLO. I Gruppi di pressione in URSS, Laterza, Bari. 1977. pp. 49-50. L’ex corrispondente della «TASS» a Pechino, in un’intervista al «Matin de Paris» del 28 marzo 1983, sosteneva che «l’essenziale del lavoro dell’agenzia riguarda la pubblicazione dei bollettini interni, mentre solo il 10% delle informazioni sono destinate a pubblicazione nei giornali». In Urss, ma anche in paesi che ne hanno ricalcato le istituzioni, vengono riprodotti in edizioni riservate interi libri vietati dalla censura. Ad esempio, a Cuba alla metà degli anni Sessanta. circolava un’edizione riservata della Rivoluzione tradita di Trotskij! Voslensky descrive invece il sistema di telefoni riservati all’apparato su una rete parallela e non comunicante con quella ordinaria, sicché ogni dirigente possiede come minimo, sul suo tavolo, due telefoni, quello normale e il Vertuška. (letteralmente che gira, giacché inizialmente erano gli unici apparecchi a disco, automatici, a differenza di quelli ordinari che passavano per chiamate al centralino) (cfr. Michael S. VOSLENSKY, Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica, Longanesi, Milano, 1980, pp. 270-276).
196 A.KRASIKOV, La merce numero uno, in AA. VV., Dissenso e socialismo, cit., pp. 191-192.
197 Tali dati sono riportati in uno scritto di Serghei Burenkov, ministro della Sanità pubblica dell’Urss, in L’Unione sovietica 1984. Fatti, problemi, giudizi, a cura dell’agenzia «Novosti», Mosca 1984 (fasc. 3, p. 69). Lo stesso articolo, con leggere varianti, era apparso anche nel bollettino italiano della stessa agenzia, «URSS oggi», a. XII, n. 19, seguito da un articolo di Elena Novikova, viceministro della Sanità, che dava però cifre diverse (Lettonia 15,4‰ Lituania 14,5‰, Bielorussia 16‰) sempre evitando di dare cifre più precise e soprattutto percentuali generali. Va detto che la Novikova, irritata dalle notizie sul peggioramento della salute in Urss (che anch’essa non smentisce se non con argomenti non probanti e con cifre assai elastiche), afferma che non bisogna «utilizzare i dati statistici (spesso estremamente convenzionali, che non rispecchiano la vera situazione delle cose) per organizzare campagne propagandistiche» (ivi, p. 57). Una prova aggiuntiva di quanto confessato dalla viceministro della Sanità (evidentemente preoccupata dell’utilizzazione da parte del «nemico» di qualche dato sfuggito al suo ministero) viene dall’insistenza con cui si fornisce il dato sulla mortalità (il cui tasso attuale del 10,4‰ in Unione Sovietica), comparandolo con paesi europei dove è più alto (ad esempio la Gran Bretagna, col 12,1‰) e non con l’Urss del 1960, che dichiarava il 7,1‰. La lettura dei bollettini sovietici, pur essendo poco utile ai fini di una documentazione oggettiva, permette interessanti riflessioni sulle intenzioni del vertice, giacché a seconda delle necessità contingenti ai afferma che «aumentano i divorzi e diminuisce la natalità» («URSS oggi», a. XI, n. 12, p. 52), o che la «crescita della natalità» si è avuta non solo nel 1984 (potrebbe essere un’inversione di tendenza), ma in tutti gli anni Ottanta (ivi, a. XIV, n. 3, p. 47).
198 A. KRASIKOV, op. cit., p. 220.
199 Ivi, pp, 220-221.
200 Oltre alle opere generali già ricordate nella nota 12, sulla Polonia rinviamo, per la vastissima pubblicistica di questi ultimi anni, alla Bibliografia sulla Polonia e i sedici mesi di Solidarnosc, curata da Francesca Gori per i « Quaderni » della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, n. 22. 1982. Altre indicazioni, soprattutto sul periodo precedente, sono in Antonio MOSCATO, Considerazioni sul comunismo polacco, in « Critica comunista », a. III, n. 10 e, più in generale, nel numero speciale della stessa rivista integralmente dedicato alla Polonia (a. IV. nn. 15/16, marzo-giugno 1982) ora disponibile anche in reprint con il titolo: Polonia: primo bilancio. Il dibattito e la riflessione autocritica in Solidarnosc. Celuc, Milano, s.d. (ma 1983). Sulla Cecoslovacchia, si veda Jiri PELIKAN, Il fuoco di Praga, Feltrinelli, Milano. 1978; Jiri HAJEK, Praga 1968, Editori Riuniti, Roma, 1982. Sull’Ungheria esiste in italiano abbastanza poco: una rassegna di quanto è disponibile è in Adriano GUERRA, Qualche riflessione sul ‘56 ungherese, in «Studi storici», a. 20, n.1 gennaio-marzo 1979. Si veda, inoltre, l’articolo di Bill Lomax, citato. Esistono comunque due ricostruzioni d’insieme, quella di Tibor MERAY, La rivolta di Budapest, Mursia, Milano, 1969 e la più recente, di taglio giornalistico e non sempre rigorosa, di David IRVING, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest. Mondadori, Milano, 1982. Un libro di grande interesse è quello di Sandor KOPACSI. In nome della classe operaia, Ed. e/o, Roma, 1979; si tratta delle memorie del questore di Budapest al momento della rivoluzione, con la quale si schierò. Il libro è preceduto da una prefazione di Aldo Natoli e seguito da un breve saggio di Agnes Helier e Ferenc Feher. Dagli stessi autori si veda anche Ferenc FEHER, Agnes HELLER, Ungheria 1956, prefazione di Paolo Fiores d’Arcais, Sugarco, Milano, 1983. Sull’insurrezione di Berlino e più in generale sulla Germania orientale, si vedano Benno SAREL, La classe operaia nella Germania Est, Einaudi, Torino, 1959 ed Enzo COLLOTTI, Storia delle due Germanie (1945-1968), Einaudi, Torino, 1968.