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Documenti · pubblicato il 22 giugno 2009 · 31 min di lettura


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2) Origini e responsabilità della crisi jugoslava*1

Prima di tutto è necessario smantellare le interpretazioni fuorvianti abitualmente proposte dalla grande stampa di dis/informazione. La più diffusa è quella che attribuisce i conflitti a un eterno e fatale odio tra serbi e croati e in genere tra le etnie che hanno fatto parte della Jugoslavia. È qualcosa di analogo allo stereotipo del "bimillenario conflitto tra arabi ed ebrei", che non ha alcun fondamento, dato che per secoli gli ebrei perseguitati nell'Europa cristiana si rifugiavano principalmente nell'Impero ottomano, che assicurava loro protezione, e nella stessa Palestina la coabitazione tra la maggioranza palestinese e la minoranza ebraica è stata sempre pacifica fino all'arrivo delle correnti migratorie sospinte dal razzismo europeo.

La Jugoslavia nasce nel 1918 da una spinta profonda che porta croati, sloveni e montenegrini a unirsi alla Serbia, che aveva assunto un ruolo di "Piemonte balcanico" nella lunga resistenza alla dominazione turca e alle conquiste austro-ungariche. Anche l'attentato di Sarajevo, che diede il pretesto allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, era una manifestazione della stessa aspirazione all'unità presente tra gli stessi giovani bosniaci. Che poi la dinastia Karadjordjevic abbia governato il Regno dei serbi, Croati e Sloveni (come si chiamò la Jugoslavia fino al 1929) con un eccesso di centralismo serbo, che suscitò tensioni e spinte centrifughe, è un altro fatto, ma non particolarmente rilevante: nell'Europa tra le due guerre mondiali, a parte l'Unione Sovietica, non erano molti gli Stati che rispettassero le minoranze, ma questo non provocava automaticamente eccidi e guerre etniche.

I conflitti etnici, accompagnati da massacri e crudeltà inaudite, sono cominciati soltanto durante la Seconda Guerra Mondiale, e la prima responsabilità ricade sulle potenze che occuparono e si spartirono la Jugoslavia nel 1941: Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria. La responsabilità italiana non è affatto secondaria, anche se poi una parte delle truppe italiane, dopo l'8 settembre 1943, scelse la collaborazione con i partigiani, salvando l'onore del nostro paese.

Nei capitoli precedenti abbiamo visto che il presunto "eterno conflitto" tra croati e serbi fu innescato proprio da forze esterne, in particolare dal nostro paese. Nessuno ne parla, invece, e nessuno ha chiesto al nostro governo quell'autocritica storica che è stata giustamente fatta (sia pure in ritardo di cinquant'anni e con qualche reticenza) dal governo giapponese per le atrocità commesse durante l'occupazione della Cina e dell'Asia sudorientale.

Ma non si tratta solo di sfatare questa leggenda: il "revisionismo storico" dilagante sulle pagine dei nostri giornali, mentre assolve i nostri criminali di guerra (e ce ne furono tanti in Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, ma anche in Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia), nasconde la realtà da cui nacque la Jugoslavia del dopoguerra.

Il movimento partigiano in Jugoslavia fu infatti il più forte d'Europa, e tenne impegnate trenta divisioni tedesche dopo il crollo del fascismo e lo sfacelo dell'esercito italiano provocato l'8 settembre 1943 dalla fuga a Pescara e poi a Brindisi del "re fellone". Così fu giustamente chiamato dagli antifascisti quel Vittorio Emanuele III che aveva voluto la guerra di Libia, la non necessaria partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, che fu complice di Mussolini nella farsesca "marcia su Roma" e in tutte le altre imprese banditesche (guerra di Etiopia, di Spagna, annessione dell'Albania, seconda guerra mondiale). Lo ricordiamo, perché oggi c'è chi vuole riabilitare i Savoia!

Bisogna comprendere perché il movimento partigiano riuscì ad avere una forza tale da consentirgli di liberare il paese da solo, a parte la collaborazione dell'Armata Rossa alla liberazione di Belgrado, offerta da Stalin, e motivata con la necessità di aggirare le truppe naziste per raggiungere più rapidamente Budapest, ma che creò le prime tensioni tra Jugoslavia e URSS per il comportamento non corretto delle truppe sovietiche verso la popolazione. Ci sono due spiegazioni fondamentali: la prima – già ricordata - è forse quella decisiva: a differenza di quelli italiani, greci, francesi, ecc., i partigiani jugoslavi non rinviarono a dopo la guerra la questione sociale e quella istituzionale, e rifiutarono la politica dei "due tempi" (prima la guerra, poi la rivoluzione) già attuata con esiti fallimentari in Spagna, e imposta da Stalin a tutti i partiti comunisti che in base alla spartizione del mondo dovevano restare sotto l'imperialismo occidentale. Essi non solo applicarono fin dall'inizio nelle zone liberate la riforma agraria, l'autoorganizzazione contadina, la confisca dei beni dei capitalisti collaborazionisti, ma rifiutarono ogni accordo con i cetnici, i partigiani monarchici, che erano colpevoli di ritorsioni crudeli che facevano pagare a innocenti croati le colpe di Pavelic, e soprattutto non volevano toccare l'assetto sociale del paese. D'altra parte il cieco anticomunismo dei cetnici di Mihailovic li spinse spesso a collaborare con gli occupanti contro i comunisti.

La seconda ragione è in questo contesto la più significativa per sfatare le leggende sul “passato che fatalmente ritorna”: la maggior parte degli jugoslavi nel 1941-1945 erano inorriditi dai massacri "etnici" delle varie bande armate al soldo degli occupanti. L'armata popolare partigiana e il PCJ (che rimase nell'ombra ma ne era l'ispiratore) non erano assolutamente identificabili con una delle etnie contrapposte, per la variegatissima composizione del loro stesso gruppo dirigente e delle stesse truppe, tra cui c'erano albanesi del Kosovo, macedoni, ebrei, italiani dell'Istria e della Dalmazia (oltre ai tanti soldati e ufficiali dell’esercito regolare che dopo l'8 settembre si unirono ai partigiani comunisti, dopo aver visto l'inefficienza e le complicità con i nazisti di quelli monarchici, verso cui soprattutto gli ufficiali avevano guardato inizialmente con simpatia). D'altra parte nel programma dei partigiani c'era la costituzione di una Federazione in cui i diversi popoli avrebbero avuto pari diritti e dignità.

Ecco la più importante ragione del successo dei comunisti jugoslavi. Ed è la smentita più clamorosa a chi sostiene che "i popoli" della ex Jugoslavia si sarebbero sempre odiati (oltre a quella che ci viene dalla disperazione delle popolazioni coinvolte oggi da una guerra feroce e insensata, che non capiscono e non vogliono, e che è condotta - come nel 1941-1945 - da poche migliaia di appartenenti a bande armate contrapposte).

Non si vuole assolutamente mitizzare l'operato dei comunisti jugoslavi sul terreno della costruzione di uno Stato federale: alcune nazionalità furono ugualmente sacrificate, soprattutto se appartenevano all'etnia dominante in uno Stato confinante e per varie ragioni ostile. È il caso degli italiani, che nel progetto originario dovevano avere una repubblica federata che avrebbe dovuto comprendere Trieste e il suo territorio, e che pagarono per l'ostilità dell'Italia e degli Alleati nei confronti della nuova Jugoslavia. Lo stesso trattamento ci fu verso i kosovari, che si temeva fossero spinti a separarsi dal nazionalismo albanese, e verso gli ungheresi della Vojvodina. Ma i diritti di queste minoranze furono per molti aspetti rispettati meglio di quanto fossero quelli degli slavi residenti nei paesi vicini, e comunque i rapporti tra le sei principali repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro) furono regolati costituzionalmente in modo meticoloso, perfezionato poi anche attraverso un complicato sistema di rotazione delle cariche previsto dalla Costituzione ipergarantista del 1974.

La tutela delle nazionalità minori fu tale che tra i serbi, che nel vecchio Regno dei Karadjordjevic erano nettamente privilegiati, rimase sempre la sensazione di essere stati sacrificati da Tito. In realtà la politica economica dello Stato federale fu rivolta a favorire le regioni più arretrate, tra cui la stessa Serbia, tentando di superare le differenze ereditate dal passato. La storia separata delle diverse regioni che costituirono la Jugoslavia aveva infatti lasciato tracce profonde. La Slovenia, cattolica e mitteleuropea, aveva un livello culturale e industriale più alto perché sottoposta al governo illuminato di Vienna, mentre la Croazia, anch'essa cattolica, era rimasta sottoposta al potere dei latifondisti ungheresi che avevano rifiutato le riforme modernizzanti avviate a Vienna verso la fine del XVIII secolo. Tra queste due aree, entrambe gravitanti verso occidente, e il resto della Jugoslavia correva di fatto un confine naturale (la Drina), corrispondente dapprima a quello tra Impero romano d'Occidente e Impero d'Oriente, e tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, ma che poi coincise per molto tempo con la frontiera tra Europa cristiana e Impero ottomano. I serbi erano stati i primi a rendersi indipendenti, assumendo un ruolo analogo a quello del Piemonte nell'unità d'Italia, ma erano rimasti abbastanza a lungo sotto il governo di Istambul in declino per non portarne le tracce, che erano poi ancor più pesanti nelle aree rimaste sotto i turchi fino alla seconda metà del secolo scorso, e in cui erano restate cospicue minoranze di convertiti all'islam.

Molti hanno sottolineato queste diversità (ad esempio, tra i 12.500 $ procapite di PIL della Slovenia e i 3.300 della Macedonia), o hanno sopravvalutato un fattore religioso che nella Jugoslavia "socialista" era invece marginalizzato dalla laicizzazione crescente. Casomai più importante era la ben diversa efficienza dell'apparato statale, dell'istruzione, della sanità in Slovenia rispetto a quella del Montenegro o del Kosovo. Ma questo scarto esiste anche, per eredità dello stesso tipo, tra diverse regioni italiane, come ben sa chi ha frequentato un ospedale friulano o triestino e uno romano o campano, o conosce lo stato della scuola pubblica nel nord e nel sud d'Italia. Sono differenze che si ritrovano anche in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, ma non generano necessariamente conflitti cruenti. D'altra parte la politica federale tendeva a superarle.

Una delle prime manifestazioni di tensioni tra le diverse repubbliche assunse in Slovenia e nella ricca costa dalmata della Croazia (ma solo a partire dagli anni Settanta!) toni analoghi a quelli agitati dalla Lega Nord di Bossi, mentre nelle repubbliche più arretrate c’era qualcosa di simile allo pseudomeridionalismo becero del MSI e di demagoghi alla Cito. Le une lamentavano di pagare più tasse perché producevano più ricchezza e polemizzavano col "parassitismo" delle repubbliche più arretrate, considerate pozzi senza fondo in cui veniva gettato il denaro pubblico, mentre le altre sottolineavano che il distacco aveva cominciato ad accrescersi, perché i lavori pubblici andavano a beneficio soprattutto di industrie del nord. In ogni caso, finché visse Tito, queste tendenze furono contrastate, e anche successivamente nessuno al mondo avrebbe mai pensato che potessero portare all'esplosione del 1991.

L'esperienza della Jugoslavia "socialista" (usiamo le virgolette, perché come vedremo non lo era realmente, come non lo erano l'Unione Sovietica e gli altri Stati sorti sul suo modello) viene completamente denigrata oggi nel quadro delle campagne dei mass-media che tendono a giustificare gli interventi esterni con una presunta "barbarie" del paese.

Essa fu invece interessante, anche se non vanno nascosti i suoi limiti e le sue contraddizioni. Prima di tutto la Jugoslavia riuscì a resistere alla fortissima pressione di Stalin (che pensava fosse sufficiente il suo "dito mignolo" per schiacciare Tito, ma usò poi mezzi più pesanti) proprio perché il partito comunista - anche se il suo gruppo dirigente era cresciuto all'ombra di Stalin, che aveva sterminato le direzioni precedenti, come fece con tanti partiti comunisti, da quello tedesco a quello ungherese e polacco - si era profondamente radicato tra le masse durante la resistenza, e aveva l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione.

Al tempo stesso, va riconosciuto ai comunisti jugoslavi il merito di avere resistito anche alle pressioni occidentali, quando il brusco ritiro dei tecnici sovietici e la rottura di tutte le relazioni commerciali al momento della "scomunica" del Cominform nel 1948 gettò il paese in una crisi profonda. Ci furono solo alcune sbavature, come un patto difensivo (mai entrato in vigore) con Grecia e Turchia, accettato nel momento in cui si temeva un'aggressione da parte del Patto di Varsavia, ma tutti i tentativi occidentali di subordinare le forniture di petrolio e di altri beni indispensabili alla cancellazione delle nazionalizzazioni e delle altre trasformazioni sociali furono respinti con fermezza, come dovettero ammettere i dirigenti sovietici quando nel 1955 andarono a Canossa e riconobbero il carattere socialista (cioè affine al loro) della Jugoslavia.

Inoltre la Jugoslavia tentò, dopo un breve periodo immediatamente successivo alla condanna di Stalin in cui si ostinava a presentarsi come la più rigida custode dell'ortodossia staliniana, di costruire un'alternativa al modello sovietico. Non ci riuscì completamente, perché la formazione staliniana di Tito e degli altri dirigenti era troppo radicata, e tutti gli espedienti adottati (cambio del nome del partito in Lega dei comunisti jugoslavi, "autogestione", ecc.) non permisero di toccare il nodo principale: esistenza di un partito unico fortemente burocratizzato e appoggiato su una potente polizia segreta, che manteneva il controllo dei gangli essenziali dell'economia e che usava l'autogestione come strumento di mobilitazione della base, senza fare partecipare effettivamente le masse alla elaborazione del piano, alla direzione della politica estera, alle scelte di priorità politiche ed economiche. D'altra parte, la dura repressione dei "cominformisti", perfettamente speculare a quella dei "titoisti" nelle Democrazie popolari, confermava la logica staliniana degli "antistalinisti" di Belgrado.

Tuttavia, se Tito non riuscì a rappresentare un'effettiva alternativa al modello dell'URSS staliniana (che tale restò con modifiche insignificanti anche sotto gli epigoni, da Krusciov a Gorbaciov), non va dimenticato che non riuscirono neppure gli altri tentativi, da quello di Mao a quello di Castro dopo la morte di Guevara.

Anche dopo la ricucitura con l'URSS, d'altra parte, la Jugoslavia svolse un ruolo internazionale originale e positivo, proiettandosi verso il "Terzo mondo" e promuovendo quel movimento dei "paesi non allineati" che contrastò in parte la polarizzazione del mondo in due blocchi militari contrapposti. Non si può negare che questo movimento declinò successivamente, perdendo gran parte del suo significato originario, ma ciò va attribuito, più che a errori specifici della Jugoslavia, a potenti fattori oggettivi e soggettivi,.come l'involuzione che ridusse l'originaria carica antimperialistica di molte direzioni di paesi ex coloniali, la loro crescente dipendenza dall'imperialismo, la ricerca di soluzioni militari per i problemi pendenti con i paesi vicini, anche allo scopo di creare un diversivo che facesse dimenticare il bilancio fallimentare della politica interna.

Riconoscere questi meriti alla Jugoslavia e a Tito che ne fu guida carismatica per quasi quarant'anni (con un culto della persona, peraltro, che non aveva molto da invidiare a quello di Stalin), non significa accettare la versione corrente che attribuisce alla sua morte la causa principale dello sfacelo della Federazione.

Si tratta di una coincidenza cronologica, non di un rapporto di causa ed effetto: in primo luogo, l'ultimo decennio di vita di Tito rivela i sintomi di una crisi profonda del sistema, con brusche svolte repressive contro le tendenze centrifughe delineatesi in Croazia e Slovenia, l'imposizione di un più forte controllo politico nei confronti delle spinte liberali, da un lato, e marxiste antiburocratiche, dall'altro, emerse sotto l'apparente unanimità (e lo stesso significato aveva d'altra parte la dura repressione del movimento studentesco del 1968). Anche le minuziose prescrizioni di complessi meccanismi di rotazione nelle cariche, e di garanzie per le minoranze etniche non riconosciute a livello di repubblica (come gli albanesi del Kosovo e gli ungheresi della Vojvodina) confermavano che si era già identificato il pericolo speculare dell'eccessiva centralizzazione da un lato (di fatto in linea di continuità con le vecchie aspirazioni panserbe), e del particolarismo delle altre repubbliche dall'altro. Il fatto che quella Costituzione sia stata insufficiente a contrastare le due tendenze e poi sia stata calpestata apertamente dalla direzione serba (che si pretendeva "jugoslava"), e non abbia impedito ribellioni e secessioni, rivela solo l'ampiezza di una crisi innescata da cause economiche e sociali profonde.

Non è stata la morte di Tito, ma il debito estero, accresciutosi vertiginosamente nel corso degli anni Settanta quando le banche occidentali offrivano a tassi ridottissimi i "petrodollari", a provocare la crisi. Negli ultimi anni l'entità del debito era stata nascosta, ma nel 1980 venne alla luce che ammontava a 20 miliardi di dollari, pari a un quarto del prodotto nazionale lordo. Il paese fu posto, con il consenso dei suoi governanti, sotto la tutela del FMI e della BM. Ogni cittadino finì per essere gravato di un debito di 850 $ dovuto a spese che non aveva contribuito a determinare, e che in parte erano servite a finanziare investimenti sbagliati o anche la concessione di crediti a paesi del terzo mondo per ragioni di prestigio internazionale.

Una politica economica così dissennata, di cui l'elemento più pericoloso era rappresentato dalla continua necessità di nuovi crediti dalle banche occidentali per tappare i buchi del bilancio, e dalla ricerca di correttivi mutuati dal capitalismo per fronteggiare l'inefficienza crescente del sistema burocratico di pianificazione, era cominciata già negli anni Sessanta, e aveva scandalizzato Ernesto Che Guevara, che nei suoi ultimi scritti, rimasti inediti, aveva colto con allarme la tendenza dei gruppi dirigenti di Polonia, Ungheria e della stessa URSS a seguire le orme della Jugoslavia. Ciò assume un'importanza ancora maggiore quando si constata che anche la crisi di quei paesi è stata innescata dal progressivo indebitamento e dalla crescente subordinazione materiale e ideologica alla borghesia occidentale.Va detto che, fin dagli anni Settanta, la progressiva introduzione di criteri suggeriti dalla dipendenza dal capitalismo, aveva provocato grandi ondate di scioperi, puntualmente ignorati dalla sinistra europea.

Scheda

Il giudizio di Guevara sulla Jugoslavia

Per comprendere che alcune delle contraddizioni che si sono manifestate in maniera esplosiva negli anni Ottanta erano presenti già da decenni, vale la pena di segnalare due annotazioni di Guevara, l’una del 1959, l’altra del 1964.

Nel corso del primo viaggio di Guevara come una specie di “ambasciatore itinerante” della rivoluzione cubana, il Che aveva toccato molti paesi afroasiatici (Egitto, India, Pakistan, Indonesia, Giappone, ecc.) e un solo paese europeo, la Jugoslavia. Era assolutamente ai primi passi della sua formazione teorica, ed era solo un giovane autodidatta con una grande passione per la conoscenza, e un patrimonio di letture ancora piuttosto modesto. Eppure colse lucidamente già allora alcune contraddizioni del sistema di autogestione: “Nel quadro di un piano generale, che definisce in modo particolare gli obiettivi ma non la loro attuazione specifica, le imprese competono tra di loro nel mercato nazionale come fossero strutture private di tipo capitalista. A grandi linee ed esagerando un po’, si potrebbe dire che la caratteristica tipica della società jugoslava è di essere un capitalismo di impresa con una distribuzione socialista dei profitti.”

Guevara si preoccupava che in quel sistema si potesse “scatenare una dura lotta contro le altre imprese”, pur essendo gli utili distribuiti non nel “modo sproporzionato di un’impresa capitalista, ma tra gli operai e gli impiegati”. Era molto cauto nei giudizi, dal momento che ammetteva di non conoscere ancora direttamente quelle che definiva “le manifestazioni ortodosse del comunismo, come sono quelle degli altri paesi riuniti nel Patto di Varsavia, di cui la Jugoslavia non fa parte”.

Nello stesso articolo aveva apprezzato la libertà di discussione esistente in quel paese, e riteneva che “l’esperimento jugoslavo meritava di essere studiato con spirito critico”. Anzi si potevano ricavare molti insegnamenti utili per Cuba. Aveva riferito di un dibattito in cui gli era stata chiesta un’opinione sul sistema, a cui aveva risposto cautamente che era interessante conoscere un “paese comunista” che si era “allontanato dal comunismo ortodosso dei manuali per acquisire caratteristiche proprie” (e per Guevara era certo un elogio e non una critica), ma aveva aggiunto subito che il sistema “può anche diventare pericoloso, perché la concorrenza tra imprese produttrici degli stessi beni potrebbe introdurre dei fattori di svilimento di quello che si presume sia lo spirito socialista.”

Questo nel 1959. Nel 1964, quando ormai ha cominciato la sua riflessione sul “comunismo ortodosso dei manuali” ed è arrivato alla conclusione che la stessa URSS non è socialista, ritorna sull’argomento in una delle conversazioni che si tenevano periodicamente con i quadri del Ministero dell’Industria, tenutasi il 5 dicembre 1964. Egli è appena tornato da Mosca, dove in alcuni dibattiti è stato accusato di trotskismo (e non sa ancora bene cosa sia!). Ha già un giudizio drastico sui fallimenti del sistema che di lì a poco si chiamerà del “socialismo reale”, e sul fatto che le correzioni vanno in direzione sbagliata (come se un aviatore che ha smarrito la rotta, “invece di tornare sulla direzione di volo per ritrovare la strada” cominciasse a “modificare la rotta nel punto in cui ha capito di essersi smarrito”). “Di qui parte tutta una serie di aberrazioni”, tra cui il fatto che “in Jugoslavia funziona la legge del valore”, e soprattutto “si chiudono le fabbriche per mancato contenimento dei costi”, e si esportano poi i lavoratori rimasti disoccupati: in Jugoslavia, dice inorridito, “vi sono delegazioni della Svizzera e dell’Olanda che cercano manodopera disoccupata, e la portano nei loro paesi a lavorare alle condizioni che si possono immaginare, le condizioni che un paese imperialistico detta alla manodopera straniera”, collocata sull’ultimo gradino “come i portoricani negli Stati Uniti”.

“Questo accade in Jugoslavia”, dice, ma spiega perché se ne preoccupa tanto: anche “la Polonia cammina per la stessa strada degli jugoslavi, ovviamente abolendo tutta una serie di collettivizzazioni, tornando alla proprietà privata della terra”, ecc., mentre anche in Cecoslovacchia e nella Germania Orientale “si comincia a studiare il modello jugoslavo per applicarlo. Quindi c’è una serie di paesi che sta cambiando la direzione di marcia. Davanti a che cosa? Davanti a una realtà che non si può ignorare, e che consiste nel fatto che, benché non si dica, il blocco occidentale dei paesi europei sta avanzando a ritmi superiori a quelli del blocco delle democrazie popolari. Perché?”

Guevara riteneva che invece di “andare a fondo di questo perché, che avrebbe risolto il problema, è stata data una risposta superficiale, e poi ci si è messi a cercare il mercato” e gli “incentivi materiali”, che finiscono per far guadagnare di più soprattutto i direttori, trasformandoli in potenziali capitalisti.

La crisi strisciante si manifestò più clamorosamente nel corso degli anni Ottanta. Pur essendo una crisi economica e sociale, fu percepita in termini nazionali, anche perché tutti i dirigenti di provenienza comunista spingevano verso questa interpretazione. Riferendosi all'ultima fase un pacifista serbo, Mile Isakov, ha detto crudamente che tutti i governanti della ex Jugoslavia hanno fatto ricorso alla demagogia nazionalista e alla ricerca di capri espiatori nei popoli vicini attraverso un uso distorto e mistificato della storia solo perché non sapevano governare e non avevano alcun bilancio positivo da presentare ai propri elettori. Così tiravano fuori come elemento fondante della "serbità" e come giustificazione delle discriminazioni antialbanesi una battaglia di Kosovo Polje svoltasi nel lontano 1389, o altri episodi più o meno mitici.

Quella di Isakov è un'osservazione acuta, specie se riferita al periodo immediatamente successivo alla caduta del muro e dei regimi sedicenti socialisti dell'Europa centro-orientale, quando il monopartitismo vigente fino a quel momento (pur con caratteristiche particolarissime, giacché le autonomie concesse dalla Costituzione del 1974 avevano portato in Jugoslavia a una singolare forma di pluripartitismo dato che, pur chiamandosi sempre con lo stesso nome di "Lega dei comunisti", i partiti al potere in ciascuna repubblica si erano differenziati profondamente tra loro e polemizzavano spesso apertamente l'uno con l'altro) dovette cedere il passo a elezioni formalmente libere e con diversi partiti in lizza.

Essa necessita tuttavia di una correzione parziale: quei governanti non solo non sapevano, ma non potevano governare bene, perché erano ormai sotto la tutela di quei rapaci esattori dell'imperialismo che sono il FMI e la BM. Su questo rinviamo appunto all’aggiornamento contenuto nel saggio di Michel Chossudovski riportato in appendice subito dopo la fine di questo capitolo.

Ci sono profonde analogie con quanto è accaduto negli ultimi anni dell'URSS, determinandone l'esplosione. In tutti e due i casi, un disagio che aveva cause sociali, economiche e politiche, è stato deviato sul terreno dei conflitti nazionali, fornendo una spiegazione rozza ma più facilmente comprensibile, perché faceva ricorso a vecchi stereotipi ripescati nel passato e che evidentemente non erano mai stati completamente rimossi dal subconscio collettivo (anche perché per il "superamento dei vecchi conflitti" Tito aveva scelto il silenzio su di essi). Si tratta di una testimonianza impressionante sulla crisi ideale e di valori: il vecchio cemento ideologico non teneva più, anche perché era stato riproposto con palese ipocrisia da una burocrazia che da tempo non credeva più a una parola dei principi che affermava, e se ne cercava uno "nuovo" (in realtà vecchissimo) additando il vicino come nemico e causa di tutti i mali.

Il fatto che un po' tutti i dirigenti delle nuove repubbliche indipendenti nella ex URSS come nella ex Jugoslavia provenissero dal Partito comunista (compresi quelli come Tudjman che se ne erano staccati prima degli altri), conferma che in quei paesi, anche prima della crisi finale, non c'era "troppo socialismo", ma troppo poco, o meglio c'era solo una utilizzazione strumentale dell'ideologia "marxista-leninista" per giustificare un potere sottratto a ogni controllo democratico dei cittadini, cioè a quella che è una componente essenziale del socialismo nella concezione di Marx, di Lenin, di Rosa Luxemburg, di Trotskij.

La crisi finale

La discussione nella sinistra sull'esplosione della Jugoslavia risente dei ritardi complessivi nella riflessione sulle società postcapitalistiche e sulla loro lunga crisi. C'è inoltre la tendenza a sfuggire a un'analisi approfondita attribuendo tutto alle "manovre" della CIA o di suoi agenti. Per l'URSS la maggior parte della sinistra non ha in genere dubbi nel considerare quasi unico responsabile Boris Eltsin, considerato naturalmente un "agente" degli Stati Uniti, anche se il suo comportamento imprevedibile è tutt’altro che gradito ai suoi presunti padroni (specie quando vende armi sofisticate all'Iran, o punta i piedi in difesa dei serbi, sia pure con gli scarsi margini di manovra concessigli dallo stato catastrofico dell'esercito russo, che riesce ancora ad essere arbitro dei conflitti interni, ma si è rivelato incapace di piegare militarmente perfino la minuscola Cecenia). Alcuni aggiungono tra i responsabili anche Gorbaciov; ma, in ogni caso, c'è una forte resistenza a prendere atto di una crisi profonda, che era già venuta alla luce da decenni, e che aveva potuto essere colta tra il 1962 e il 1965 perfino da Guevara, dotato di vivacissima intelligenza ma pur sempre un autodidatta che aveva avuto meno di un decennio per sviluppare le sue analisi.

Anche sulla Jugoslavia, non ci sono molti dubbi nella sinistra sulle responsabilità dell'imperialismo e soprattutto di quello statunitense nell'esplosione. Abbiamo già chiarito che queste responsabilità sono enormi per quanto riguarda l'indebitamento e la riduzione del paese in una dipendenza della BM e del FMI. Ma perché gli imperialisti avrebbero dovuto desiderare la distruzione e frantumazione di un paese con cui facevano ottimi affari e aveva governanti molto disponibili? A chi poteva fare paura, militarmente o anche come modello per altri paesi, la Jugoslavia in sfacelo del decennio che precede il conflitto?

Lo stesso discorso può essere fatto anche per la stessa URSS, che a nostro parere non rappresentava una vera alternativa all'imperialismo, con cui si era accordata benissimo in molti casi alle spalle dei popoli, come aveva segnalato ancora Guevara nell'ultimo discorso pubblico (e uno dei pochi di quel periodo ad essere stato pubblicato) nel Secondo Seminario Afroasiatico di Algeri, nel febbraio 1965. D'altra parte, pochi mesi prima del crollo, Bush si era recato in visita a Vilnius e Kiev criticando apertamente le tendenze secessioniste.

E che vantaggi potevano in effetti derivare agli Stati Uniti dal dovere trattare con quindici capi di Stato imprevedibili e poco conosciuti anziché con un solo Gorbaciov, con cui si intendevano benissimo e che era fin troppo disposto alla collaborazione? E quali affari può fare lo stesso imperialismo europeo con una ex Jugoslavia ridotta in miseria dalla guerra, in cui il prodotto interno lordo di ciascuna repubblica (compresa la "ricca" Slovenia, rimasta praticamente fuori dai conflitti) è sceso precipitosamente per la distruzione delle principali vie di comunicazione e l'interruzione dei normali canali di scambio reciproco?

La guerra jugoslava ha cause dirette principalmente endogene, connesse alla debolezza sociale della casta burocratica che la dirigeva quando si diceva "socialista" e che si è ora riciclata come nazionalista.

Ciò non toglie nulla alle responsabilità dell'imperialismo nella fase precedente di riduzione in stato di vassallaggio attraverso il debito estero, e anche in quelle successive, per il modo con cui è stata fronteggiata l'esplosione della Federazione. Perché in effetti, una volta prodottasi la frammentazione, ciascun paese imperialista ha "raccolto i cocci". Le indecisioni e le brusche svolte nella gestione della crisi dipendono casomai dai conflitti di interessi latenti tra le maggiori potenze imperialiste.

Il primo crimine commesso nella fase apertasi nel 1991 è stato il riconoscimento senza condizioni dei nuovi Stati indipendenti. Non è il riconoscimento in sé ad essere grave: l'esperienza storica ha confermato quanto fosse fondata la concezione leniniana che riconosceva ad ogni popolo il diritto all'autodeterminazione, includendovi la possibilità del distacco da uno Stato considerato oppressivo. Quando ha cominciato ad essere elusa e calpestata nell'URSS, si sono accumulate tensioni che hanno rafforzato le spinte separatiste e le identificazioni etniche. Il “crimine” a cui alludevamo è quello di non avere chiesto, soprattutto alla Croazia (la Slovenia non aveva minoranze significative) di riconoscere alle consistenti minoranze interne quei diritti che chiedeva per sé, e che venivano invece negati dalla proclamazione stessa di uno “Stato dei croati” che escludeva ovviamente i serbi, gli italiani, ecc., inclusi nei suoi confini.

La responsabilità di questo ricade soprattutto sui paesi che si affrettarono a riconoscere la Croazia: Germania (per i molti legami economici creati nei decenni precedenti), Italia (per ragioni analoghe e per le tradizionali mire su quel paese, dalla Prima Guerra Mondiale all'occupazione durante la Seconda), e Vaticano (per i legami con i cattolici croati, e per continuità con la sciagurata politica seguita durante il periodo 1941-1945, quando Pio XII non esitò neppure a ricevere in udienza privata il criminale Pavelic). Nessuno di essi ha oggi il diritto di piangere sul sangue versato.

Così un conflitto iniziato per il rifiuto della Slovenia di partecipare con uomini e fondi alla repressione degli albanesi del Kosovo, che provocò il maldestro tentativo serbo (anche se fatto in nome della Jugoslavia) di riportarla all'ovile con i bombardamenti, si è esteso ed è degenerato senza che alcuno facesse alcunché per porvi termine.

Il ruolo dell'ONU, della NATO e della Comunità Europea, che si sono alternate tra il 1991 e il 1995 alla testa delle missioni di mediazione, a seconda dei diversi equilibri tra le potenze (l'ONU ad esempio è stata esautorata ogni volta che nel Consiglio di Sicurezza la Russia o la Turchia o alcuni paesi arabi ponevano condizioni non gradite), è stato scandaloso. In primo luogo perché, invece di tentare una vera interposizione, hanno a volte aggravato le condizioni della popolazione civile con bombardamenti che, nel migliore dei casi, servivano a facilitare una delle parti, ma anche perché hanno sempre trattato solo con i capi delle bande armate, invece di imporre la consultazione dell'intera popolazione, in larga misura estranea e ostile a un conflitto portato avanti da poche decine di migliaia di combattenti sulla pelle degli innocenti.

Nessuno ha ascoltato la voce dei pacifisti, all'inizio assai forte, anche se il clima di una guerra così barbarica li ha progressivamente indeboliti, lasciando più spazio per l'odio e lo spirito di vendetta. Nessuno ha tenuto conto di quei cittadini bosniaci che nei censimenti si dichiaravano "jugoslavi" e non croati o serbi o "musulmani". Eppure in alcune città costituivano una percentuale importante della popolazione: più del 20% a Tuzla, e poco meno a Sarajevo. E chi ha tenuto conto della percentuale ancora maggiore di matrimoni misti, frequentissimi in tutta la Jugoslavia? Dove andranno questi jugoslavi non schierati quando diverranno effettive le spartizioni (con annessa "pulizia etnica") previste da tutte le mediazioni internazionali?

Per fare accettare all'opinione pubblica le bombe "umanitarie" (che sono "intelligenti come quelle che hanno ucciso 400.000 iracheni durante il genocidio unilaterale chiamato "Guerra del Golfo") hanno sottoposto tutto il mondo a un vero bombardamento di immagini televisive mistificanti. Quando abbiamo visto le sequenze della strage del mercato di Sarajevo, con le telecamere che indugiavano su arti smembrati e pozze di sangue, non vi erano dubbi che si stesse preparando qualche nuova impresa ancora più orribile. L'uso di quelle scene per fare accettare un intervento militare che doveva soprattutto facilitare l'offensiva croata (forse anche con complicità serbe, nel quadro del progetto di spartizione della Bosnia concordato tra Tudjman e Milosevic), sarebbe stato infame anche se non avesse avuto il retroscena che è stato scoperto da osservatori imparziali: la bomba che ha provocato il massacro non era partita da postazioni serbe, ma da chi voleva innescare l'escalation e facilitare l'intervento della NATO (con delega ONU).

Questa guerra per la "spartizione dei cocci" tra le varie potenze imperialiste, degna emula delle orrende guerre balcaniche combattute per conto terzi nella fase che precedette la Prima Guerra Mondiale, ha dei prezzi altissimi anche per il nostro zoppicante sistema democratico: perché si accresce a dismisura quell'uso intossicante dei mass-media già sperimentato durante la "Guerra del Golfo" e che, impedendo una corretta comprensione dei processi, espropria già di per sé quella possibilità di giudicare e decidere che è alla base di ogni vera democrazia, ma anche perché ha come corollario la sottrazione ai parlamenti di scelte fondamentali. L'Italia è entrata in guerra, alla faccia dell'articolo 12 della Costituzione, senza un voto del parlamento. Era già accaduto nel 1982, quando truppe italiane parteciparono a un'operazione tutt'altro che umanitaria nel Libano, e poi in occasione di altre analoghe imprese; ma ora si è andati oltre. I cittadini italiani hanno appreso, ad esempio, che c'erano nostri militari nella ex Jugoslavia solo quando caddero un aereo e un elicottero con diverse vittime nei due casi. E la stessa NATO, contro cui hanno giustamente lottato intere generazioni di comunisti, mai in passato aveva fatto un intervento fuori della sua area e così poco difensivo come quest'ultimo. Senza che ci sia stata una parola di critica da parte del parlamento…

Un'ultima considerazione sui problemi che questa guerra pone alla sinistra: alcuni (pochi, per fortuna) sono stati tentati di parteggiare per una presunta "Serbia rossa", visto che era indubbiamente la più sfavorita nei mass-media, e veniva colpita da un embargo unilaterale iniquo. Ma è lo stesso un errore, come quello di chi vedendo la grande coalizione contro l'Iraq si schierava con Saddam Hussein. Bisognava allora difendere l'Iraq senza giustificare Saddam Hussein, bisogna oggi difendere la Serbia se e quando è aggredita, senza per questo appoggiare Milosevic, che è della stessa pasta degli altri capi nazionalisti, anche se usa ancora qualche residuo di demagogia "socialista" per rendere più accettabile a sinistra il suo nazionalismo grande serbo.

In questo conflitto la sinistra non può avere nemici da demonizzare né amici da esaltare, ma deve battersi per dare la parola alle popolazioni che vengono spartite tra i vari litiganti senza che nessuno chieda il loro parere. Ogni altra posizione rischia di impedire la comprensione del conflitto, o peggio di aggravarlo attraverso il sostegno a una delle parti responsabili di questo folle massacro.

Scheda

Il “giustificazionismo” di sinistra

Questa problematica viene di fatto ignorata da chi ha scelto acriticamente di schierarsi per Milosevic: ad esempio Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero 630 de Il calendario del popolo (aprile 1999). Da un lato si minimizzano le vessazioni che hanno costretto all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece deportare in campi di concentramento i cittadini americani di origine giapponese”. Eppure, commenta Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo serbo”.

Curiosamente Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è cominciata prima dell’intervento NATO, e non può essere cancellata solo citando la dichiarazione di un presunto combattente dell’UCK alla televisione serba, che sosteneva di aver avuto attrezzature per “organizzare una quinta colonna”. Basta poi la definizione “quinta colonna” per scatenare un incredibile perorazione di Losurdo. “Dileguata è la memoria di un glorioso capitolo di storia: nei terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il pugno di ferro contro la quinta colonna dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a nostra volta domandarci come si continuare nel 1999 a credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in tante altre città della Spagna fossero veramente agenti di Hitler? Eppure Losurdo e soprattutto Canfora continuano a tirar fuori la leggenda della “quinta colonna” trotsko-fascista.

La metodologia usata per difendere Milosevic e negare ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente: bastano le affermazioni di qualche giornalista italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il versamento di una tassa a ogni albanese della diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico della droga dall’Afghanistan”.

D’altra parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere: “sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”, tanto più che “pur rappresentando il 36% della popolazione jugoslava, erano costretti a dividere equamente il potere con le altre cinque repubbliche e le due province”. Al di là dell’affermazione che lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un rifiuto di dividere il potere con il restante 64% degli jugoslavi, sembra che Losurdo dimentichi che l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una battaglia combattuta 600 anni prima. E fu quell’attacco ingiustificato che provocò il rifiuto di fornire soldati per una guerra così insensata da parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi l’esplosione. Un minimo di cronologia non guasterebbe….

Ma la chiave – al di là della scelta della causa di Milosevic come se si trattasse della squadra del cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non si può ammettere nessuna colpa – è anche il rifiuto di principio dell’autodeterminazione. Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti, soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin, agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun comunista l’ha mai richiesta, in astratto o in concreto: semplicemente la posizione classica di Lenin e di Trotskij è che nessun popolo, tanto più se grande e forte ha il diritto di negare ad altri la possibilità di scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici, prima della rivoluzione di febbraio, durante il periodo preparatorio dell’Ottobre e anche dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non si può riconoscere il diritto all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico, a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per Lenin si trattava di una parola d’ordine “tattica” (cioè furbesca e contingente, nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava anticipatamente una risposta sferzante, bollando i socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il diritto all’indipendenza della Finlandia o dell’Ucraina.

Per Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi dire come lui “leninista” e giustificare una politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, porta esempi sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione nazionale dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché la nazione tedesca era stata effettivamente vessata, spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la violazione a determinare la reazione e l’utilizzazione strumentale, non il principio in sé¸ analogamente sono stati i sempre più frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e poststaliniana a creare i risentimenti che hanno contribuito alla sua esplosione.

Come oggi, appunto, in Jugoslavia. Moltissime pagine di questo libro sono dedicate alla critica del cinismo dell’imperialismo, che dopo aver avallato tante altre violazioni dei diritti delle minoranze nei Balcani ed altrove, ha preso a pretesto la difesa dei kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto prenderla a pretesto perché questa esisteva.

1* Riproponiamo in questo capitolo parte di una nostra relazione dell’autunno 1995 (rimasta inedita) sulle cause molteplici del conflitto che già aveva coinvolto largamente il nostro paese, e su cui cominciavano a venire proposte molte delle interpretazioni mistificanti che oggi sono state diffuse sistematicamente. Per chiarire ulteriormente il ruolo degli organismi finanziari internazionali nella crisi, a cui si accennava già nella relazione, riproduciamo in Appendice alcuni stralci da un articolo di Michel Chossudovski apparso su “Liberazione” del giorno 8 aprile 1999, tratto da un capitolo del volume La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, 1998.