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Balcani 6
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Dopo l’avventura fascista
5) La speranza di una federazione socialista balcanica
La resistenza in Jugoslavia cominciò immediatamente dopo l’aggressione nazista e fascista all’URSS, anche se nella storiografia ufficiale viene fatta risalire a qualche tempo prima. In realtà i partiti comunisti erano stati paralizzati dall’alleanza russo-tedesca sancita dagli accordi Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, che comportò anche un’apologia delle “proposte di pace” tedesche (tra l’altro in un vergognoso discorso di Molotov, che fu ripreso in tutto il mondo dagli organi di stampa dei partiti comunisti).
Anche in Grecia la lotta armata diretta dal partito comunista cominciò nello stesso periodo, mentre in Albania e in Italia ben più tardi (nel nostro paese cominciò di fatto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, davanti a Porta San Paolo, a Roma, e in qualche altra città come Ascoli Piceno). La forza della resistenza greca, che in Europa fu seconda solo a quella jugoslava, e che diede parecchio filo da torcere alle truppe tedesche, è legata alle circostanze in cui nacque. L'insensata aggressione italiana del 28 ottobre 1940 aveva incontrato una resistenza spontanea straordinaria, che ributtò rapidamente indietro l' armata di Mussolini, che alla fine di dicembre - dopo durissime perdite - dovette attestarsi ben all'interno dell'Albania da cui era partita. L'esercito greco era totalmente impreparato perchè a causa delle simpatie filonaziste del dittatore Metaxas erano stati approntati piani di guerra e fortificazioni (peraltro incomplete e quindi pressoché inutili) solo per un ipotetica aggressione "bolscevica" dal confine settentrionale. Le provocazioni e le vere e proprie aggressioni italiane (come l'affondamento di una nave da guerra ormeggiata davanti all'isola di Tinos per partecipare alle feste popolari del 15 agosto in onore della Vergine) non avevano indotto Metaxas a preparare la mobilitazione.
Le 16 divisioni italiane si trovarono di fronte un esercito che solo alla fine di novembre, a mobilitazione ultimata, arrivò a 11 divisioni male armate, con 115 aerei di cui solo 16 moderni contro 400 impegnati dall'Italia su quel fronte. Mancavano del tutto strade e ferrovie, e il rifornimento delle truppe greche venne assicurato da colonne di montanari, in gran parte donne che si erano offerte come volontarie per trasportare a spalla munizioni e armi, e che assicuravano il vettovagliamento di quella che sembra un'armata del secolo scorso. Contro l’invasione fascista si schierarono in quei giorni anche molti di coloro che la dittatura Metaxas aveva perseguitato. Persino il segretario del KKE, Zachariadis, dichiarò dal carcere di Atene di sostenere senza riserve Metaxas contro Mussolini.
Era sintomatico del clima di unità nazionale, anche se va aggiunto che in quella fase i comunisti contavano ancora poco, anche perché avevano tre direzioni contrapposte, una delle quali era composta da "pentiti" divenuti provocatori al soldo di Metaxas, mentre un'altra applicava zelantemente la linea che il Comintern aveva adottato dopo il patto Ribbentrop-Molotov, al punto di dichiarare falso l'appello di Zachariadis, proponendo al contrario il rovesciamento della dittatura di Metaxas, e un trattato di pace con l'Italia, senza annessioni, e sotto il patrocinio sovietico. Lo stesso Zachariadis si univa successivamente a questa posizione, probabilmente dopo aver ricevuto direttive da Mosca, come era accaduto in Francia a Thorez (dapprima partito per il fronte per difendere la patria dall'aggressione nazista e pochi giorni dopo fatto disertare “per non partecipare alla guerra dell'imperialismo francese contro la Germania...”).
In ogni caso la partecipazione popolare alla guerra contro l'aggressione italiana alla Grecia fu tale da assicurare un gran numero di armi abbandonate dalle camicie nere in fuga, e da costituire per decine di migliaia di contadini greci un'esperienza di cui terranno conto successivamente. Come è noto la preoccupazione di trovare sguarnito il fronte sud al momento dell'attacco all'URSS in seguito alla catastrofe italiana spinse Hitler nell'aprile 1941 a intervenire direttamente in Grecia, invadendola fulmineamente da nord, grazie alla collaborazione bulgara, e dopo aver sbaragliato in pochi giorni l'esercito jugoslavo.
Le simpatie per il nazismo di gran parte della borghesia greca e della stessa casa regnante (la futura regina Frederika, nipote del Kaiser, aveva addirittura militato nella Hitlerjugend), e la notevole efficienza militare del nuovo invasore resero ben diversa la situazione rispetto all’ottobre precedente. La resistenza si trasformò in "desistenza" e poi in collaborazione da parte di quasi tutti. Gli stessi comunisti erano in quella fase incerti e passivi, sempre a causa dell’alleanza russo-tedesca. Il gesto di Manolis Glezos, che il 31 maggio 1941 strappò la bandiera nazista dall'Acropoli sostituendola con quella greca, considerato in genere l'inizio simbolico della nuova resistenza, non era in realtà che “l'ultimo gesto volontario e beffardo dello spirito popolare non organizzato”. Solo successivamente, d'altra parte , Glezos aderirà al KKE, il partito comunista greco..
La situazione cambiò radicalmente, come in tutta l'Europa, quando Hitler aggredì l'URSS, e nella propaganda comunista la Germania nazista cessò di essere uno “Stato pacifico aggredito dall'imperialismo franco-britannico” per divenire nuovamente “imperialista” (viceversa sulla stampa comunista Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti cessavano di essere imperialisti per diventare le “Grandi potenze antifasciste e democratiche”). A partire da settembre anche in Grecia i comunisti organizzarono pazientemente le fila di un fronte nazionale di liberazione, contattando personalità indipendenti e partiti. La viltà o l’aperto collaborazionismo della maggior parte delle forze borghesi lascerà ad essi uno spazio enorme, che occuperanno nella prima fase con sorprendente duttilità, mimetizzandosi dietro vescovi e ufficiali repubblicani, e occultando il più possibile non solo il loro peso crescente, ma anche gli obbiettivi di classe che muovevano la maggior parte dei contadini e degli operai combattenti.
In questo la loro tattica era praticamente identica a quella dei comunisti italiani, anziché a quella degli jugoslavi, a cui dovrebbero invece più logicamente richiamarsi per le notevoli affinità tra le strutture dei due paesi, e per l'atteggiamento ciecamente reazionario delle rispettive borghesie. In questo risiedeva la forza apparente del largo fronte che hanno organizzato, ma anche una delle premesse della sconfitta futura.
Come in Jugoslavia, comunque, dopo l'8 settembre 1943 lo sfacelo dell'esercito italiano (che insieme a quello bulgaro era ritornato a rimorchio dei tedeschi ed occupava una parte del territorio) fornì alla resistenza enormi riserve di armi – anche pesanti - e in alcuni casi anche dei combattenti, che riscatteranno almeno in parte le atrocità compiute durante il periodo fascista. Le forze tedesche, rimaste sole a combattere, si troveranno spesso in difficoltà e dovranno ritirarsi nel corso dell'estate del 1944 per non rimanere isolate dall'impetuosa crescita del movimento partigiano jugoslavo, congiuntosi all'Armata Rossa alla vigilia della liberazione di Budapest, e che minacciava di tagliare loro la strada dei rifornimenti e della stessa ritirata.
All'inizio dell'autunno del 1944 la Grecia era stata completamente liberata senza la partecipazione di un solo soldato britannico o di altri paesi alleati. È a quel punto che si svolge ad Atene il primo atto della tragedia. Possiamo ricostruirne le premesse attraverso molti fonti, tra cui, insospettabile, la stessa descrizione fattane da Churchill nella sua Storia della seconda guerra mondiale. Lo statista britannico non nasconde tra l'altro che l'obiettivo che si proponevano le truppe britanniche che egli fece affluire in Grecia non era la lotta ai tedeschi, già lontani, ma l'imposizione di un regime anticomunista che impedisse ai partigiani di realizzare la società per cui avevano lottato. E per farlo, ammette, fu decisiva la collaborazione di Stalin, con cui concordò nell'ottobre a Mosca la spartizione dei Balcani, e che convinse i comunisti greci ad accogliere i britannici come amici e liberatori. L'obiettivo invece era l'attacco militare alle forze dell'EAM-ELAS presenti ad Atene e alla popolazione che li appoggiava, attacco che fu sferrato il 3 dicembre 1944, e che si concluse con un pesantissimo bilancio di vittime. La leggenda dell’insurrezione dei comunisti greci è completamente falsa, anche se viene ripetuta sia dai “nostalgici” dello stalinismo e del togliattismo come Canfora e Losurdo, sia da tutti gli altri orecchianti che scrivono estemporaneamente di Storia contemporanea senza essere in possesso degli strumenti necessari: ultimo Bettiza, noto anticomunista, che riprende la leggenda di un Togliatti preoccupato nel 1944 dall’insurrezione di Marcos (che invece avvenne, tardivamente e assurdamente, solo nel 1947, per reazione disperata alle violenze dei monarchici che avevano aiutato a rimettersi in sella). Nel 1944 il massacro fu compiuto a senso unico dai britannici contro la popolazione civile, mentre i comunisti erano come paralizzati ed evitarono di chiamare ad Atene i 40.000 partigiani armati che erano ancora stanziati nelle regioni vicine.
In Jugoslavia la lotta era invece stata assai più dura nella prima fase, anche per la notevole collaborazione assicurata agli occupanti soprattutto dagli ustaša di Ante Pavelic, e da una parte dei cetnici serbi, fedeli al re e nominalmente antitedeschi, ma talmente anticomunisti da non esitare di fronte ad accordi con gli occupanti contro gli odiati partigiani di Tito (che d’altra parte non rinunciavano a colpirli quando ne avevano occasione).
La resistenza jugoslava era divampata nell’autunno 1941 ed aveva in un primo momento tentato di organizzare più un esercito regolare che delle milizie partigiane, forse per la ricaduta tardiva delle polemiche della repubblica spagnola, in cui i comunisti avevano esaltato l’esercito contro le milizie, sopprimendo queste ultime a favore di un esercito che aveva molti difetti di quelli tradizionali senza averne i vantaggi, e che infatti fu rapidamente sconfitto da Franco appena fu completata la “normalizzazione delle retrovie”. La leggenda ripresa ancor oggi dai “nostalgici” dello stalinismo, sostiene che bisognava prima vincere la guerra e poi si poteva pensare alla rivoluzione. Ma la rivoluzione c’era, non andava inventata, e fu bloccata con la soppressione delle milizie, il soffocamento delle comuni agricole, e la soppressione fisica di coloro che non accettavano quella linea suicida suggerita da Mosca per cercare di ottenere la benevolenza dell’imperialismo franco-britannico.
Nelle Brigate Internazionali in Spagna c’erano oltre mille volontari jugoslavi, secondo altre fonti addirittura 1.500. Certo in quella lotta si formarono decine di quelli che furono poi i generali dell’armata partigiana. Che di quell’esperienza avessero fatto tesoro meglio di altri, che continuavano a leggerla con gli schemi di Mosca, lo si vide già sul terreno propriamente militare. Dopo le prima pesanti sconfitte, che costrinsero i partigiani a lasciare quasi completamente la Serbia, la tattica militare fu modificata secondo i criteri classici della guerra di guerriglia, basata su una grande mobilità e un’integrazione profonda con la popolazione. Tutto il contrario di quel che si fece in Spagna dunque, che fu invece ripreso in Grecia da Zachariadis, che agli inizi del 1948 tentò – contro l’opinione di Marcos - di costruire un esercito regolare, di occupare città per proclamarvi un governo provvisorio, ecc. Insomma dai Balcani vennero in due modi diversi, con i successi jugoslavi e la catastrofe greca, clamorose smentite alle mistificazioni sulla necessità di sopprimere le milizie e costituire un esercito regolare, rilanciate al momento dei dibattiti suscitati da Terra e libertà di Ken Loach per giustificare la repressione contro anarchici e poumisti (che tra l’altro erano tutt’altro che disorganizzati).
Grazie a queste scelte corrette, l’esercito popolare jugoslavo assunse presto dimensioni superiori a quelle di qualsiasi altro paese occupato, impegnando fino a trenta divisioni tedesche. La ragione di questa forza, come abbiamo accennato in un altro capitolo, era dovuta in primo luogo alla forte caratterizzazione sociale e politica dei partigiani. Tra l’altro, a differenza di quelli di altre parti d’Europa, essi usavano come simbolo la stella rossa, attirandosi le critiche di Stalin, che preferiva una caratterizzazione prevalentemente patriottica e nazionale della lotta. Al tempo stesso la composizione plurietnica della direzione del movimento partigiano, e il progetto di una federazione che rispettasse tutti i gruppi nazionali presenti nel paese, attirò molte simpatie tra la popolazione, stanca della guerra, ma anche e soprattutto dei conflitti tra serbi e croati.
Mentre Stalin continuava a diffidare di quei comunisti che non accettavano la linea proposta da Mosca e rifiutavano quelle intese con la monarchia reazionaria che invece erano state realizzate dai comunisti italiani dopo la “svolta di Salerno”, e da quelli greci con gli accordi di Plaka, del Libano, di Caserta e poi di Varkiza, Churchill si dimostrò più realista: inviò una missione militare in Jugoslavia, in cui inserì il figlio Randolph. Il resoconto lo convinse della grande forza dei partigiani comunisti, e soprattutto del fatto che erano gli unici a colpire duramente i tedeschi, mentre i cetnici monarchici, teoricamente più vicini agli inglesi, non combattevano affatto, ed anzi si accordavano con gli occupanti per attaccare le forze di Tito.
Per questo Churchill, nonostante avesse ottenuto da Stalin negli accordi di Mosca dell’ottobre 1944 che Jugoslavia e Ungheria non appartenessero a nessuno dei due blocchi in formazione, ma fossero sotto una specie di “condominio” (il che voleva dire di fatto bloccarne le trasformazioni sociali), fece buon viso a cattivo gioco, riconoscendo Tito come capo della resistenza, e soprattutto inviandogli armi, munizioni e vettovagliamenti. L’URSS invece continuò per qualche tempo a riconoscere il governo monarchico, e a criticare la caratterizzazione classista e comunista del movimento promosso dal PCJ. Per quanto riguarda l’Ungheria, dove non vi fu nessun movimento partigiano, e i comunisti erano stati ridotti ai minimi termini dai loro stessi errori, dalle feroci repressioni di Horthi, e dalla sistematica distruzione del loro gruppo dirigente rifugiato a Mosca da parte di Stalin, fu la rapidissima penetrazione dell’Armata Rossa (con la collaborazione dei partigiani jugoslavi, che consentirono di attaccare Budapest da sud) a convincere Churchill che la situazione era ormai cambiata, e i rapporti di forza si erano modificati a favore dell’URSS. Churchill lo spiegò in una lettera di sconcertante franchezza a Roosevelt. Churchill sapeva bene che gli alleati occidentali pagavano per il ritardo nell’aprire il secondo fronte europeo tanto sollecitato da Stalin per alleggerire la pressione tedesca sul territorio sovietico. Gran Bretagna e Stati Uniti speravano di trarre il massimo vantaggio dal logoramento reciproco di Germania e Unione Sovietica; tuttavia quando quest’ultima riuscì a recuperare tutte le sue energie e a sfondare le linee tedesche, era troppo tardi per arginarne la controffensiva, che portò la bandiera rossa a Budapest, Varsavia, Praga e Berlino.
I comunisti jugoslavi intanto avevano appoggiato il modestissimo movimento partigiano albanese, ponendolo di fatto sotto la propria tutela, anche perché il Partito del Lavoro (comunista) era nato di recente ed era ancora debolissimo. Era nato dall’unificazione di piccoli gruppi locali, con reciproche diffidenze. All’interno di esso era emerso Henver Hoxha, che aveva fondato il suo potere su sistematiche decimazioni di quadri critici, o considerati non sicuri perché provenienti da clan di cui il gruppo dirigente diffidava. La storia “ufficiale” del partito del lavoro albanese ha un elenco lunghissimo di dirigenti liquidati perché “trotskisti”. Se l’accusa fosse stata fondata, il partito del lavoro sarebbe stato un’organizzazione della Quarta Internazionale, con cui invece non aveva mai avuto alcun rapporto.:
Tito propose, inizialmente d’accordo con il bulgaro Dimitrov, una “federazione balcanica” che avrebbe dovuto unire Jugoslavia, Bulgaria, Albania e possibilmente la Grecia, in caso di successo delle forze comuniste. Il progetto fu bocciato come “nazionalista” da Stalin, che temeva la formazione di uno Stato abbastanza vasto e forte, che poteva fare da contrappeso all’URSS, anche per il prestigio accumulato con i successi della guerra partigiana. I bulgari si defilarono subito, e a maggior ragione gli albanesi, che temevano di essere “colonizzati” da Belgrado. Eppure quel progetto era l’unico che avrebbe potuto risolvere problemi aggrovigliati come quello dei macedoni e degli albanesi, cioè di quei popoli che vivevano all’interno di diversi Stati, e che solo in quel modo avrebbero potuto riunificarsi.
Il fallimento del progetto di “federazione balcanica” pesò sulla nuova Jugoslavia, e sui suoi rapporti con l’Albania. Il Kosovo fu inserito nella Serbia, e non ottenne per molti anni nessuna autonomia, sia per il peso che vi avevano avuto varie formazioni anticomuniste, sia per timore di una possibile azione irredentistica ispirata da Tirana, che peraltro non vi fu mai. In ogni caso, per evitare un ulteriore inasprimento dei conflitti, non furono fatti ritornare i serbi espulsi dal Kosovo nel periodo della dominazione italiana e poi germanica. Anche in altri casi, in altre repubbliche, si evitò di far ritornare le popolazioni che erano state deportate o erano fuggite, preferendo trovare altre sistemazioni per esse, cosa non difficile dati i vuoti lasciati da una guerra così spietata.
A parte alcuni processi a criminali ustaša che si erano macchiati di colpe particolarmente gravi, e a monsignor Stepinac per la sua complicità con essi, si preferì addirittura ricoprire di una coltre di silenzio i crimini compiuti da più parti durante la guerra, per evitare di rinfocolare gli odii.
Comunque non solo il Kosovo fu penalizzato nel nuovo assetto federale: anche i magiari della Voivodina e soprattutto gli italiani dell’Istria e della Dalmazia non ottennero il riconoscimento della loro nazionalità. La ragione è evidente: erano minoranze che potevano trovare appoggi in uno Stato confinante in cui erano maggioranza.
Inoltre quando l’armata popolare jugoslava aveva occupato Trieste, il governo jugoslavo aveva chiesto l’annessione definitiva, rivendicando che Trst (come la chiamavano considerandola solo slava) divenisse la capitale di una “settima repubblica”, quella degli italiani. Ma quando, per lo scarso sostegno dell’URSS e la fermezza degli “alleati” occidentali, le truppe jugoslave dovettero ritirarsi – lasciando brutti ricordi per le vessazioni compiute, che avevano colpito anche esponenti della sinistra italiana contrari all’annessione – di questa settima repubblica non si parlò più, e una parte della popolazione italiana che risiedeva in quelle terre a volte da secoli fu costretta a lasciarle, non senza qualche pressione in tal senso dello stesso governo italiano, che aveva interesse a usare quei profughi in funzione anticomunista.
Inoltre l’amministrazione del nuovo Stato era ricalcata sul modello sovietico, che Tito aveva conosciuto bene. Non a caso era stato prescelto da Stalin per sostituire la direzione originaria del partito sterminata dal grande terrore degli anni Trenta. Anche dopo la rottura con l’URSS la polizia politica di Rankovic imperversò lasciando ferite profonde, che sono state poi reinterpretate assurdamente in chiave etnica, dato che Rankovic era serbo.
L’elemento fondamentale, che spiega le profonde contraddizioni della nuova Jugoslavia, è che Tito era profondamente e sinceramente stalinista, e così la maggior parte dei suoi più stretti collaboratori. Aveva potuto guidare la rivoluzione, in contrasto con le direttive di Mosca, per il legame profondo stabilito con il proprio popolo, ma senza avere un’interpretazione convincente delle ragioni della politica sovietica.
Quando, in seguito alle resistenze jugoslave alle ingerenze dei servizi segreti russi e all’imposizione di società miste per la navigazione nel Danubio, ecc., il Cominform “scomunicò” il PCJ, Tito rimase così disorientato da sostenere per diverso tempo di essere il più coerente seguace di Stalin. I più lucidi dei suoi collaboratori, soprattutto Edward Kardelji e Milovan Djilas, lo convinsero successivamente a recuperare alcune delle critiche “storiche” allo stalinismo, in particolare quelle della socialdemocrazia occidentale. Così venne fuori anche la teoria dell’autogestione, che divenne un mito in Europa, ma rimase sostanzialmente circoscritta al livello più basso, quello delle fabbriche (in cui, peraltro, anche in URSS gli operai potevano discutere aspetti marginali dell’applicazione delle decisioni dei vertici).
La rottura con Stalin non significò dunque una rottura con lo stalinismo. Il partito cambiò il suo nome in Lega dei comunisti jugoslavi, ma continuò a funzionare nello stesso modo. E i dissidenti, che simpatizzavano per Stalin e le decisioni del Cominform, furono scovati dalla polizia di Rankovic, e spediti nell’orrido lager di Goli Otok (l’isola calva), che applicava gli stessi metodi dei GuLAG staliniani. Un libro inquietante e documentatissimo su questo drammatico episodio è stato scritto da un italiano giunto a Fiume nel 1947 per raggiungere i partigiani di Marcos in Grecia: Giacomo Scotti, Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito,(Lint, Trieste, 1998).
Per questo la federazione jugoslava, pur essendo migliore di qualsiasi altra soluzione adottata in Europa per far convivere etnie diverse, ebbe già in partenza caratteristiche che riducevano l’efficacia delle scelte adottate, e preparavano tensioni che si sarebbero manifestate già negli anni Settanta e sono esplose poi alla fine del decennio successivo. In ogni caso, anche quando cominciò veramente a volersi distaccare dallo stalinismo, Tito non ne fu capace. Anche se ciò per anni sembrava inammissibile tanto per gli jugoslavi che per i sovietici (per non parlare dei cinesi), l’esperimento si risolse in una semplice variante del modello sovietico, e non ne eliminò i difetti fondamentali. Le fortissime analogie tra l’esplosione dell’URSS e quella della Jugoslavia nel 1989-1991, confermano tale ipotesi.
L’Albania nel 1948 aveva salutato con gioia la condanna del partito comunista jugoslavo, e diventò la punta di diamante delle provocazioni e della campagna di calunnie contro il “trotsko-fascista Tito”, seconda sola al partito comunista italiano, che pure inviò vari suoi militanti non solo per tentare di costruire un’opposizione, ma con compiti di sabotaggio e progetti avventuristici di attentati a Tito. Quando si delineò un riavvicinamento tra l’URSS nel 1955, il gruppo dirigente albanese non lo accettò e, appena si delineò il conflitto ideologico cino-sovietico, si schierò decisamente con Pechino, assumendo un grottesco ruolo di “partito guida” dei minuscoli e settari gruppi “marxisti-leninisti” europei (ma la sua influenza si estese anche all’America Latina, dove influenzò il gruppo che fondò Sendero luminoso in Perù). Come in Cina in piazza Tien An Men, anche a Tirana si eressero nuovi monumanti a Stalin, che divenne il simbolo anacronistico della resistenza albanese al cosiddetto “egemonismo” sovietico, e al “revisionismo moderno” di Chrusciov, Tito e Togliatti…
In realta Henver Hoxha, secondo molti osservatori, tra cui l’ex ambasciatore italiano a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, più che un comunista fu un nazionalista albanese (nel suo ultimo discorso riuscì a pronunciare 28 volte la parola Patria). Si era appoggiato a suo tempo sui partigiani jugoslavi contro gli occupanti nazisti, poi all’URSS contro la Jugoslavia, e infine alla Cina contro l’URSS. Prima della crisi dei rapporti con la Cina, avvenuta alla metà degli anni Settanta, e dovuta al rifiuto albanese delle nuove relazioni tra Pechino e Washington, il PLA aveva imitato grottescamente il modello maoista, fino a proclamare una “rivoluzione culturale” che si concretizzò nell’arresto degli ultimi preti cattolici, pope ortodossi e mullah islamici, e nella chiusura di ogni edificio di culto. Vennero inoltre vietati i nomi di santi o che facevano comunque riferimento alle tre religioni che Henver Hoxha credeva così di poter estirpare amministrativamente.
Si spacciava per “socialismo realizzato” una società arretrata, chiusa e in permanente stato d’assedio, in cui l’indottrinamento ideologico raggiungeva livelli parossistici, e in cui – comr nell’URSS di Breznev - si allevavano i dirigenti che avrebbero portato il paese alla rovina: Ramiz Alia, per totale incapacità di comprendere cosa stava accadendo nel mondo e nel suo stesso paese, Sali Berisha per l’assenza di ogni senso morale, e l’illusione di poter fare qualsiasi cosa grazie all’appoggio europeo (in particolare italiano) e statunitense. Il capitalismo selvaggio è arrivato così – già prima della fine del monopolio del PLA e della sua trasformazione in “partito socialista” - in un’Albania assolutamente impreparata ad affrontarlo, e l’ha ridotta nelle attuali condizioni. L’Italia è tornata in Albania con i suoi capitalisti rampanti e rapaci, con i suoi magliari, le mafie, ecc., fià al tempo di Craxi, a cui non a caso fu consegnata la tessera numero 2 del “partito socialista” di Ramiz Alia e Fatos Nano. Ha contribuito a saccheggiare il paese, e all’edificazione di quelle “piramidi finanziarie” che hanno dissestato ulteriormente un’economia già fragile. Oggi l’Italia torna in armi: sui giornali italiani si scrive che è la terza volta, come se la storia fosse iniziata nel 1991. In realtà sono molte di più, e sono finite tutte male. Sarebbe meglio non dimenticarlo.