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Balcani 7

Documenti · pubblicato il 22 giugno 2009 · 18 min di lettura


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6) Profili di protagonisti

 

La maggior parte delle ricostruzioni storiche o pseudostoriche che accompagnano la guerra attribuiscono un ruolo molto grande ad alcune personalità: in primo luogo, come è consueto anche nell’insegnamento scolastico della storia, si interpretano i processi storici in base alle caratteristiche psicologiche vere o presunte di alcuni protagonisti. L’esempio più classico è quello dell’interpretazione della Seconda Guerra Mondiale come il prodotto della presunta follia di Hitler, sorvolando sul fatto che – ammesso che fosse effettivamente squilibrato - erano comunque sani di mente i borghesi che lo chiamarono al potere, nel gennaio 1933. Eppure da un lato non era indispensabile farlo, dato che nelle elezioni del novembre 1932 era cominciato il declino elettorale del partito nazionalsocialista (aveva perso quasi un terzo dei voti raggiunti in precedenza); dall’altro nessuno poteva avere dubbi sulle sue intenzioni, espresse senza reticenze da anni nel Mein Kampf.

Così oggi analogamente si attribuisce a Milosevic, il “nuovo Hitler”, la responsabilità soggettiva, quasi esclusiva, dell’involuzione profonda e generalizzata della società jugoslava: l’arcivescovo cattolico e croato di Sarajevo Piljic, le ha definito più volte “il creatore della guerra” in una terribile intervista in cui, denunciata l’insufficienza dei farmaci, auspicava il ricorso alla chirurgia (cioè ai bombardamenti) per “estirpare il cancro”. Un lungo articolo biografico di Jean Pierre Langellier, apparso su Le Monde e ripreso poi su due intere pagine da l’Unità del 18 aprile 1999, ha messo in evidenza alcuni particolari biografici che spiegherebbero la personalità contorta e predisposta alla distruzione e autodistruzione del leader serbo: il padre di Slobodan “apparentemente sopraffatto dalla follia” si sarebbe sparato un colpo in testa nel 1962; anche la madre si sarebbe impiccata nel 1974; perfino lo zio materno, un ex generale, si sarebbe tolto la vita. Vere o inventate, queste storie familiari spiegano ben poco delle ragioni che hanno portato la maggioranza dei serbi a sostenere Milosevic: o forse ci sarebbe stata una pulsione suicida collettiva?

In ogni caso ricostruire, magari meno fantasiosamente e senza ricorrere a una pseudopsicanalisi d’accatto (quanta se ne è sprecata per ricostruire le frustrazione del pittore Hitler o del seminarista Stalin!), la biografia di alcune personalità può essere utile, soprattutto tenendo conto del fatto che, nel partito comunista jugoslavo e poi nella repubblica federale “socialista”, il modello sovietico è stato riprodotto ben più di quanto si volesse ammettere: tra le altre cose, è stato ripreso in pieno il “culto della personalità”, riferendolo naturalmente a Tito anziché a Stalin.

 

Tito

Josip Broz, detto Tito, già nel 1941 era diventato un personaggio leggendario, anche se ben pochi sapevano qualcosa di preciso su di lui: a lungo si scrisse perfino che il suo nome era la sigla di un’organizzazione; gli si attribuirono spesso dati biografici assolutamente inventati. Tanta attenzione derivava naturalmente dal fatto che era il capo della potentissima guerriglia antinazista, e sembrava impossibile che fosse stato solo un oscuro sottufficiale nell’esercito austriaco nel 1914-1915, e un quadro del partito comunista jugoslavo rimasto marginale fino alla metà degli anni Trenta. Tra le leggende sul suo conto, vi fu quella che fosse un russo, che sembrò verosimile allo stesso capo dei partigiani cetnici Mihajlovic, quando lo incontrò nell’autunno 1941 in un villaggio della Serbia, perché la pronuncia del serbo-croato da parte di Tito non era molto corretta, sia perché egli proveniva da una regione in cui si parlava un dialetto con forti influenza slovene, sia per il lungo soggiorno in Russia negli anni della sua formazione culturale e politica (1915-1920), e anche successivamente per il suo lavoro presso il Comintern.

Josip Broz era nato nel maggio 1892 (esistono due versioni diverse sul giorno) a Kumrovec, in Croazia, in una regione di confine con la Slovenia, da cui proveniva la madre. Negli anni giovanili pare sia stato operaio metallurgico (ma tra i dirigenti comunisti questo dato biografico era quasi obbligato e spesso leggendario). Fatto prigioniero sul fronte di Galizia, rimase in Russia fino al 1920, e si arruolò nell’Armata rossa, aderendo al partito comunista, ma a quanto pare senza avere un ruolo particolare, dato che poté rientrare in Jugoslavia attraversando legalmente molti paesi dominati da regimi anticomunisti. Meno di un anno dopo il suo rientro il PCJ veniva dichiarato fuori legge dal governo reale, ma Josip Broz poté continuare la sua attività senza troppi problemi fino al 1928, quando fu arrestato per detenzione di armi, e condannato a cinque anni di carcere. In carcere incontrò Moša Pijade, un brillante intellettuale ebreo di Belgrado che gli diede le basi della sua preparazione teorica.

Scarcerato nel 1934, raggiunse Mosca, dove era cominciato il grande terrore, che agli inizi del 1935 travolse anche sua moglie, Pelagea Denissova Belussova, una russa che aveva sposato nel 1920, e che era tornata a Mosca nel 1929. Non si sa se la Denissova sia stata arrestata a causa del suo secondo compagno, un ufficiale del NKVD, o per alcuni legami segreti con l’opposizione di sinistra, di cui parla Ante Ciliga, uno jugoslavo sopravvissuto a molti anni di detenzione nei campi sovietici, o per tutte e due le ragioni contemporaneamente. Secondo Ciliga in ogni caso quando fu arrestata era tornata a vivere con Tito, che non mosse un dito per salvarla, e dovette passare un brutto quarto d’ora dato che Pelagea - che morì nei campi - era accusata di “trotskismo”.

Nei due anni successivi Tito visse appeso a un filo: tuttavia aveva stabilito un solido rapporto con un protettore potente, Dimitrov, e dopo la caduta ed esecuzione del segretario generale del partito Milan Gorkic, e di altri dirigenti prestigiosi come Petko Miletic, Stanko Dragic, Voja Vujovic e decine di altri, nel 1938 diventò segretario generale. Secondo Ciliga, Stalin e Manuilskji volevano sciogliere il partito comunista jugoslavo come quello polacco, ma Dimitrov riuscì a convincerli a tentare un esperimento con quel quadro oscuro ma efficiente che nel 1936 aveva saputo organizzare perfettamente la partenza dei 1300 volontari jugoslavi per le Brigate Internazionali in Spagna.

Su queste vicende sarebbe stato steso per sempre un velo di silenzio, se non ci fosse stata da un lato l’imprevista testimonianza di Ciliga, dall’altra qualche ammissione dello stesso Tito, che negli ultimi anni della sua vita ammise di essersi salvato perché aveva imparato presto a rinchiudersi nella stanza del famoso Hotel Lux a leggere, avendo capito che bisognava “evitare le discussioni perché il NKVD ascoltava col telefono tutte le conversazioni nelle camere. Mi resi conto subito che bisognava stare in guardia. Invece i nostri uomini non pensavano che le loro conversazioni potessero essere ascoltate per telefono, e quindi si meravigliavano degli arresti improvvisi di questo e quello”. Bel clima, e bella fraternità di militanti: Tito si guardò bene dal mettere in guardia i più ingenui... E riuscì anche grazie a questo clima a impossessarsi stabilmente del controllo del partito.

Il suo più intelligente collaboratore degli anni della guerra, Milovan Djilas, riconobbe molti anni dopo la rottura tra di loro, che Josip Broz aveva un grande talento per la politica e, a differenza di altri capi di partiti stalinisti che preferivano avere intorno cortigiani servili, seppe circondarsi di uomini capaci e decisi. Eppure Djilas per altri versi era stato un critico severissimo nei confronti di Tito, e della “nuova classe” che si era impossessata del potere, e che si spacciava per socialista.

Lo stesso Tito aveva adottato coscientemente nella Jugoslavia “socialista” simboli quasi regali: aveva occupato tutte le reggie dei Karadjordjevic, riceveva gli ospiti stranieri nella bellissima villa sull’isola di Brioni, riservata a questo scopo, e in cui erano ospitati animali esotici e piante rare. Amava le divise sfarzose e curatissime, insomma tutte le manifestazioni esteriori di un sovrano, e non disdegnava il culto che gli veniva tributato, intestandogli grattacieli e intere città. Inoltre anche all’interno del paese il suo prestigio si era effettivamente accresciuto con gli anni, grazie al suo ruolo internazionale: fu infatti uno dei promotori e dei maggiori esponenti del Movimento dei paesi non allineati, sorto alla metà degli anni Cinquanta e rafforzatosi notevolmente nei due decenni successivi, alimentando molte illusioni (purtroppo infondate) sulla sua capacità di contribuire alla pace nel mondo e allo sviluppo dei paesi ex coloniali.

Negli ultimi dodici anni della sua vita Tito dovette affrontare i primi sintomi della crisi politica che covava sotto le ceneri: intervenne duramente nel 1968 e poi ancora negli anni seguenti contro studenti e professori marxisti, che a Belgrado e nei colloqui internazionali che si tenevano ogni anno nell’isola di Corcula (la veneziana Curzola) avevano spinto troppo in là la critica antiburocratica riprendendo anche alcune tesi trotskiste; nel 1971-1972 colpì invece la dirigenza croata e slovena, che intrecciava rivendicazioni autonomistiche e premeva per ulteriori aperture al capitalismo. Un ruolo bonapartista classico, dunque, ma anche la conferma che si preparavano dinamiche divergenti.

La sua ultima creazione fu la Costituzione del 1974, di cui abbiamo già parlato altrove, e che garantiva in effetti una tutela puntigliosa non solo dei diritti delle minoranze, ma anche delle alternanze e degli equilibri tra i maggiori gruppi etnici. Tuttavia in meno di dieci anni dopo la morte di Tito quelle garanzie formali e quei meccanismi macchinosi non funzionavano più, anche perché la spinta ad utilizzare come diversivo il fattore etnico nasceva dal venire meno di altri fattori di identità e di “cemento ideologico”, non dalla reale appartenza, tanto è vero che Milosevic non è serbo ma montenegrino, come Stalin, definito da Lenin il campione dello sciovinismo grande russo, non era russo ma georgiano, anzi appartenente a una ancor più piccola minoranza etnica caucasica.

Ma, in ogni caso, come abbiamo spiegato in altra parte, non fu la morte a provocare la crisi, ma vi fu una coincidenza temporale tra la sua morte (che indubbiamente pesò anch’essa per il venire meno di un ruolo carismatico che in altri momenti aveva garantito un certo equilibrio) e l’esplodere nello stesso 1980 del fattore destabilizzante del debito internazionale, che fece precipitare in pochi anni il livello di vita e chiuse ogni speranza di miglioramenti futuri.

La Costituzione del 1974 ritardò l’esplosione violenta, ma contribuì a quella singolare variante del pluripartitismo che fu la progressiva divaricazione politica tra le organizzazioni repubblicane croate, slovene, serbe, ecc. della Lega dei comunisti, all’interno di un formale mantenimento del sistema monopartitico in ciascuna Repubblica. Il sistema quasi “libanese” di alternanze e di bilanciamenti (un serbo qui, un croato lì, ecc.) impedì l’emergere di una forte dirigenza riconosciuta in tutta la Federazione. In ogni repubblica emersero in quel decennio di preparazione dell’esplosione dei dirigenti incapaci di assumere un ruolo nazionale “jugoslavo”, e tra essi i due “gemelli” Tudjiman in Croazia e Milosevic in Serbia. Ma nessuno di loro è in grado si fare storia: al massimo cronaca, o meglio cronaca nera…

 

Jugoslavia e URSS, Milosevic e Eltsin

L’inquietudine con cui in Russia (e in genere in tutte le repubbliche soerte dalla dissoluzione dell’Unione sovietica) si segue la crisi jugoslava, come abbiamo ricordato anche riportando l’articolo di Roy Medvedev, è più che comprensibile. Si tratta di due crisi “speculari”, nate entrambe da fattori prevalentemente endogeni, ma aggravate da molti interventi esterni, politici, economici e a volte militari. In tutti e due i paesi la crisi è sociale, economica, politica, ma anche e soprattutto morale e ideale: i valori che avevano consentito la vittoria sui nazisti e tanti relativi successi, si sono logorati perché trasformati in vuota ideologia dagli ipocriti sacerdoti del “marxismo-leninismo”, che non credevano più da tempo in quel che dicevano. Così la falce e martello o la stella rossa sono state facilmente sostituite dai vecchi simboli monarchici o – in Croazia – fascisti, o più semplicemente da quelli della Coca Cola o di Mc Donald… E gran parte degli ex professori di “marxismo-leninismo” sono diventati fautori del più sfrenato liberismo, del capitalismo selvaggio, o si sono più semplicemente appropriati individualmente dei beni collettivi attraverso le privatizzazioni, come hanno fatto i familiari di Milosevic e quelli di Eltsin, e di tantissimi altri dirigenti “democratici”.

L’accostamento non è fortuito: questi due oscuri burocrati sono emersi, quasi nello stesso periodo, senza avere dietro di sé una storia significativa. Milosevic e Eltsin assumono in poco tempo funzioni che essi stessi non avrebbero mai immaginato pochi anni prima, senza avere la minima esperienza: Eltsin sorge dall’oscurità (era un piccolo dirigente locale) perché chiamato da Gorbaciov ad affiancarlo nel processo di rinnovamento (che consisteva nei primi due anni quasi esclusivamente nella classica eliminazione - anche se ormai incruenta - dei possibili rivali), e fa strada perché rivela una notevole capacità di cogliere e interpretare gli stati d’animo delle masse, dote che manca del tutto al suo protettore, che è attento invece soprattutto agli umori degli alti strati della burocrazia, senza capire quanto ormai si è allontanata dalla gente comune.

Milosevic fino al 1984 non ha praticamente avuto nessun ruolo politico: è stato un dirigente di una importante società petrolifera, la Teknogas, poi della Beogradska Banka, di cui era diventato presidente nel 1978. Ma quando diviene il presidente della Lega dei comunisti serbi, in pochi anni trova il linguaggio per far vibrare le corde del vittimismo nazionale: già prima del famoso discorso dell’anniversario della battaglia di Kosovo Polje, nel giorno di San Vito del 1989, si è precipitato nel Kosovo dopo ogni scaramuccia tra serbi e albanesi, e ha giurato che “nessuno dovrà più osare sconfiggere i serbi!”. Ad ogni lamentela della minoranza sulle vessazioni vere o presunte subite dagli albanesi, ha risposto: “Voi dovete rimanere qui. Questa è la vostra terra, queste le vostre case, i vostri giardini. La vostra memoria. Non dovete abbandonare questa terra, dovete rimanere qui in nome dei vostri antenati e dei vostri discendenti. Se non faceste così, i vostri antenati sarebbero infangati, e i vostri discendenti delusi”. Altro che vetero-comunista! Milosevic ha sperimentato l’uso della vecchia retorica patriottica e sciovinista, e ha visto che funziona, mentre tutti gli altri discorsi che sa fare non fanno più presa.

 

Henver Hoxha

 

A differenza di Tito, Henver Hoxha non si era formato nell’ambito dell’Internazionale comunista: d’altra parte il partito comunista albanese (successivamente Partito del Lavoro) era nato solo nel settembre 1941. Hoxha era nato nel 1908 da una famiglia di commercianti musulmani di Argirocastro, che aveva avuto la possibilità di farlo studiare dapprima nel liceo francese di Koriza, frequentato dai figli delle famiglie benestanti del sud, poi all’università di Montpellier. Si trasferì poi a Parigi dove conobbe diversi fuorusciti che si opponevano al regime di re Zog, tra i quali Alì Kelmendi, che aveva avuto alcuni incarichi nel breve periodo del governo democratico di monsignor Fan Noli, e che era in contatto con il Comintern. Kelmendi morì nel 1939, lo stesso anno dell’occupazione italiana, e Hoxha ne ereditò i contatti: rientrò in patria, raggruppando diversi piccoli gruppi di resistenza radicati in genere nel sud del paese, da cui proverranno quasi tutti i dirigenti del nuovo partito. L’unificazione di gruppi diversi a base regionale e di clan, non fu facile: Hoxha diventò segretario “a titolo provvisorio” soprattutto per i veti incrociati tra i maggiori leader, e un po’ anche per i contatti stabiliti all’estero.

Nel corso del 1943 la forza del PCA crebbe, ma sotto la tutela militare e politica del partito jugoslavo. Inoltre si crearono subito degli attriti sulla questione del Kosovo: quando i partigiani jugoslavi si riunirono a fine novembre a Jaice, nella Bosnia, per gettare le basi della nuova federazione, non erano presenti rappresentanti del Kosovo. Tra il 31 dicembre dello stesso anno e il 2 gennaio 1944 si tenne a Bujane, presso Prizren, un’assemblea promossa dallo stesso PC del Kosovo (tra cui i serbi erano in maggioranza nettissima almeno all’inizio della guerra che aveva indicato “la strada lungo la quale la popolazione albanese può realizzare i suoi desideri” tra cui quello di essere riunificati con l’Albania: “l’unica via […] passa attraverso la lotta comune con gli altri popoli jugoslavi contro gli invasori e i loro vassalli”. Ma la risoluzione ammetteva che la grande maggioranza degli abitanti del Kosovo erano effettivamente albanesi, e si concludeva con una frase ispirata alle concezioni che avevano caratterizzato il movimento comunista fino agli anni Trenta: “L’unico modo per guadagnare la libertà consiste nella necessità di dare ad ogni popolo la facoltà di determinare il proprio destino, cioè il diritto all’autodeterminazione, incluso il diritto alla secessione”. Tito andò su tutte le furie, considerando quel documento un atto antijugoslavo in contrasto con le decisioni di Jaice. Il Politburo del PCJ lo dichiarò nullo, e costrinse la dirigenza regionale del Kosovo a ripubblicarlo cancellando ogni accenno a una possibile secessione e alla riunificazione con l’Albania.

Per Henver Hoxha fu un duro colpo, che tuttavia dovette accettare perché il movimento partigiano era quasi inesistente nel nord, dove operavano bande armate dei gruppi nazionalisti anticomunisti, che vennero liquidati dopo duri scontri dall’esercito jugoslavo. Successivamente, appena possibile, Hoxha provvide a eliminare quei dirigenti albanesi che erano stati più vicini ai partigiani jugoslavi, alcuni dei quali, tra cui il prestigioso leader Koci Xoxe, saranno fucilati dopo la scomunica del Cominform al PCJ. Altri ancora verranno uccisi o sospinti al suicidio in epoche successive: ad esempio Mehmet Shehu, che era stato a lungo il “numero due del partito”, fu dapprima eliminato dalle cariche più importanti alla fine del 1980, poi attaccato sempre più pesantemente nel corso di tutto il 1981, finché ne fu annunciato il suicidio. Con metodo tipicamente stalinista, subito dopo la morte di Shehu, le accuse si infittirono, e si arricchirono con una nuova: la “slealtà” verso il partito che lo accusava, rappresentata dal suo suicidio!

Fino a quel momento il potere era stato gestito da Hoxha e Shehu insieme, e il prestigio del “numero due” non era molto inferiore a quello del segretario generale: Shehu si era diplomato nell’American Vocazional School di Tirana nel 1932, era stato poi ammesso all’Accademia militare di Napoli ed espulso per ragioni politiche, poi era stato comandante di battaglione nelle Brigate internazionali in Spagna, deportato in Francia, e principale dirigente militare dal 1942. È stato ministro degli Interni dal 1951 e primo ministro dal 1954 alla morte.

Henver Hoxha, esattamente come Stalin, per costruire la sua leggenda e il suo culto dovette eliminare un gran numero di dirigenti, alcuni dei quali perché dotati di capacità politiche che potevano fargli ombra, altri perché avevano conosciuto troppe cose delle vicende che avevano portato alla sua ascesa come leader: a varie riprese diventano “traditori” dirigenti come Qemal Stafa, Naku Spiru, Liri Belishova, Beqir Balluku, Petrit Dume, oltre a quelli già ricordati. Il metodo era quello classico dello stalinismo, con in più qualcosa di specificamente derivato da una società tradizionale in cui i legami parentali erano molto importanti: nel 1968 su 61 membri del comitato centrale c’erano cinque coppie di coniugi e oltre venti altri loro parenti naturali o acquisiti.

Nel 1945-1947 l’Albania era stata minacciata da vari tentativi sovversivi, tra cui alcune incredibili avventure organizzate dai servizi segreti inglesi e americani, che paracadutarono sulle montagne o fecero sbarcare sulle coste armi e uomini, senza sapere che una “talpa” informava tempestivamente il governo di Tirana, che preparava un’adeguata accoglienza agli infiltrati. In quel periodo ci furono anche tensioni più gravi con le potenze occidentali, che avevano tentato di bloccare le coste albanesi deponendo mine nel canale di Corfù, di fronte a Sarandë.

Tentativi controrivoluzionari così aperti e al tempo stesso maldestri, fecero aumentare il prestigio della piccola Albania a Mosca. Henver Hoxha nel 1947 fu ricevuto da Stalin, che lo impressionò fortemente: il culto di Stalin da parte dei dirigenti albanesi fu sincero e profondo, e non puramente tattico come in Cina, dove fu instaurato soprattutto in polemica con la modestissima destalinizzazione chruscioviana. La statua gigantesca di Stalin ha resistito al centro di Tirana fino al dicembre 1990.

La condanna della Jugoslavia da parte del Cominform venne accolta con particolare entusiasmo dal partito comunista albanese, che diventò il più accanito denigratore della “cricca fascista di Tito”, e assunse una particolare importanza strategica per l’eventualità di un possibile intervento militare sovietico. Stalin aveva annunciato che avrebbe “schiacciato Tito con il suo dito mignolo”, ma non trovando – con sua grande sorpresa - il minimo appoggio nel partito jugoslavo, si guardò bene dal tentare un’invasione che poteva diventare costosissima. In quella fase i sovietici costruirono comunque una base navale (soprattutto per sottomarini) a Valona, che consentiva loro finalmente una presenza militare nel Mediterraneo.

I primi timidi segni di correzione di linea a Mosca subito dopo la morte di Stalin preoccuparono molto Henver Hoxha. Comunque nel 1954 finse di adeguarsi al metodo della “direzione collegiale”, lasciando gli incarichi di governo e mantenendo solo quello peraltro essenziale di segretario generale del partito. La visita di Chrusciov a Belgrado nel 1955, con l’autocritica per la condanna del 1948, fu un vero e proprio segnale di allarme, tanto più in quanto fu seguita dalla condanna di Stalin nel XX Congresso del 1956. L’invasione dell’Ungheria da parte dei sovietici, che violarono poi l’impegno preso di rispettare Imre Nagy e gli altri dirigenti comunisti ungheresi che avevano chiesto asilo politico nell’ambasciata jugoslava, raffreddò nuovamente i rapporti tra Mosca e Belgrado, e diede un po’ di respiro agli stalinisti albanesi, che tuttavia rimasero assai diffidenti nei confronti del gruppo dirigente sovietico, e cominciarono a cercare un’altra sponda.

L’occasione venne trovata nel conflitto cino-sovietico. Il Partito comunista cinese utilizzò quello albanese per cominciare i primi attacchi contro il “revisionismo", usando però come primo bersaglio Tito e Togliatti anziché direttamente Chrusciov, mentre gli albanesi erano soddisfatti di trovare un alleato grande e prestigioso, ma tanto lontano da non correre il pericolo di una nuova forma di dominazione. Hoxha utilizzò inoltre abilmente il tasto nazionalista, rivelando di aver rifiutato di installare  missili sovietici a Butrinto, di fronte a Corfù, e denunciò come un sopruso la permanenza della base sovietica di Valona, che pure era stata installata con un regolare accordo scritto tra i due governi. Inoltre, senza perdere tempo, una rapidissima azione di forza colse di sorpresa il comando sovietico di Valona, che non riuscì a far allontanare quattro sottomarini, che rimasero agli albanesi: un gesto che fu presentato come un riscatto dell’indipendenza albanese, e che fu osservato con interesse in Occidente. Tuttavia il legame strettissimo con Pechino, che non valse a molto da punto di vista materiale (a parte la costruzione di qualche fabbrica obsoleta in qualche landa sperduta), contribuì a isolare l’Albania nel mondo. Gli aiuti dati ai partitini “marxisti-leninisti” presenti in Europa e in America Latina, non servirono a molto dato il loro dogmatismo ridicolo e un settarismo esasperato. La riproduzione della “rivoluzione culturale” cinese in Albania poi si risolse nella chiusura di ogni luogo di culto, e nell’arresto degli ultimi preti cattolici, pope ortodossi o mullah islamici. Il poco cemento disponibile fu utilizzato per costruire migliaia di assurdi fortini lungo le coste, o giganteschi monumenti a Stalin o al passato eroico della nazione albanese.

La rottura con la Cina, avvenuta forse più per timore di una suo riavvicinamento a Belgrado che per protesta contro le sue aperture agli Stati Uniti, lasciò l’Albania senza alleanze. Negli ultimi anni di Henver Hoxha si moltiplicarono le aperture all’Italia e alla Germania, che si tradussero però solo in qualche modesto accordo commerciale, per l’esportazione di prodotti agricoli o per le prime utilizzazioni della manodopera albanese a bassissimo costo per piccole imprese manifatturiere. Di fatto poi il regime di Tirana trova il modo di migliorare anche le relazioni con il potente e odiato vicino, la Jugoslavia. Va detto che, anche negli anni delle maggiori polemiche, la natura burocratica dei due regimi ha facilitato un tacito accordo per scambiarsi “sovversivi” provenienti dall’altro paese. Era accaduto tra l’altro anche tra la Germania e l’URSS nel 1939-1941 (era un codicillo aggiunto al Patto Ribbentrop-Molotov), è accaduto perfino tra la Bulgaria “socialista” e la Grecia dei colonnelli.

Il successore designato di Hoxha, Ramiz Alia, assunse il potere alla sua morte, avvenuta nell’aprile 1985, appena un mese dopo l’elezione di Gorbaciov a segretario generale del Partito comunista dell’URSS. Ostilissimo alla perestrojka e soprattutto alla glasnost, e quindi prodigo di denunce nei confronti del “revisionista Gorbaciov”, Alia ne ripercorse tuttavia inconsciamente le orme, più o meno nello stesso periodo. Lasciò un paese in sfacelo, in cui si contendevano il potere due ex comunisti: Fatos Nano, ex presidente dell’Istituto preposto allo studio del “marxismo-leninismo” e del pensiero di Henver Hoxha, e Sali Berisha, che era stato il medico della nomenklatura ed egli stesso membro del comitato centrale del PLA, ma divenne l’esponente del più accanito anticomunismo. Un penoso epilogo per un partito che era stato preso a modello dai nostalgici dello stalinismo anche nel nostro paese.