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Polonia 1. Considerazioni sul comunismo polacco hot!
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Capitolo primo
CONSIDERAZIONI SUL COMUNISMO POLACCO
1956, 1968, 1970, 1976, 1980... L'eccezionale instabilità della società polacca ha assunto ormai un carattere quasi ciclico. La frequenza e la profondità delle crisi e, ancor più, la sostanziale continuità riscontrabile nei comportamenti essenziali dell'opposizione non meno che nelle reazioni del potere di fronte alle esplosioni di collera operaia contro il partito che da 35 anni dice di governare «per conto della classe operaia», impongono una riflessione non contingente sul comunismo polacco, per coglierne la specificità, accanto agli elementi che accomunano le sue vicende a quelle degli altri partiti di formazione staliniana.
Le origini del comunismo polacco
Se, in qualche modo, la formazione del nucleo originario del partito intorno a Rosa Luxemburg ha dunque pesato nelle sue caratteristiche attraverso gli anni, è solo in forma assai indiretta e mediata.
Per anni, tuttavia, i vari gruppi dirigenti che si susseguirono alla testa del giovane partito, pur scontrandosi piuttosto vivacemente su molte questioni, furono uniti (al di là della diversa provenienza organizzativa) su due questioni che avevano visto Rosa contrapporsi nettamente ai bolscevichi: il problema dell'autodeterminazione e quello agrario.
Naturalmente, la questione nazionale non era più direttamente cruciale come negli anni in cui la Polonia non esisteva come Stato indipendente. Sia pure non per merito di un'ennesima insurrezione nazionale polacca, ma come sottoprodotto delle rivoluzioni russa e tedesca, la Polonia era di nuovo uno Stato. La lunga opposizione alle tendenze nazionaliste aveva però lasciato una traccia profonda in tutti i militanti del nuovo partito: da un lato, certo, una viva sensibilità internazionalista, ma anche una permanente sottovalutazione del peso del sentimento nazionale nella vita politica polacca.
La polemica di Rosa contro Lenin sulla questione agraria era stata poi ripresa dal KPRP e, anzi, aveva avuto dallo stesso II Congresso del Comintern un avallo (l'ammissione di una specificità polacca, che escludeva la suddivisione delle grandi proprietà in piccoli poderi). Quando, nel 1920, l'Armata Rossa proseguì oltre i confini sovietici l'inseguimento dell'esercito polacco, entrambi i nodi vennero al pettine e provocarono una crisi, che avrebbe determinato per un quarto di secolo l'isolamento del movimento comunista nella società polacca.
Solo nel 1923, nel III Congresso del partito (che aveva mutato il nome, diventando Partito comunista di Polonia, KPP), si arrivò a una riflessione approfondita sugli errori compiuti. Ma era ormai molto tardi, non solo perché l'isolamento del partito era fortissimo, ma perché l'involuzione del Partito comunista russo e del Comintern cominciava a interferire con il processo di correzione degli errori fatti, imponendo brusche svolte e ripetuti cambi del gruppo dirigente in base a considerazioni del tutto estranee alle esigenze della rivoluzione polacca.
La correzione tempestiva dell'errore e un'eroica opposizione alla nuova dittatura, di cui le masse avevano potuto ben presto verificare la durezza, permise al KPP di riprendersi verso la fine degli anni Venti (nel 1928, nelle ultime elezioni più o meno regolari concesse da Pilsudski, il KPP raggiunse quasi il 9% dei voti, ed ebbe alcuni deputati eletti). Ma, ancora una volta, lo scoglio della questione nazionale doveva ridurre il partito a dimensioni microscopiche, che rimarranno un dato costante negli anni Trenta e peseranno sulle caratteristiche della sua ricostruzione durante la guerra.
Ma, se tale politica dava cattivi frutti tra i polacchi, non ebbe neppure grandi successi tra le minoranze etniche: quella tedesca fu presto polarizzata da tendenze filonaziste; quelle ucraina e bielorussa, invece, dopo una prima forte crescita, soprattutto in ambiente contadino, dei due partiti comunisti locali (federati con quello polacco, ma fortemente legati al Partito comunista ucraino e a quello bielorusso al potere nelle vicine repubbliche sovietiche), furono sconvolte dalle ripercussioni della catastrofe provocata nel 1929-1930 dalla collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche.
Lo scioglimento del KPP nel 1938
Di tutti i partiti comunisti che furono colpiti dalla repressione stalinista, quello polacco fu l'unico a essere attaccato frontalmente, in blocco, e a subire non solo una decapitazione del vertice, ma una vera e propria soppressione come organizzazione. L'accusa in base alla quale il KPP fu sciolto, da una commissione del Comintern di cui faceva parte Togliatti, era del tutto inverosimile: il partito sarebbe stato in mano a trotskisti e agenti di Pilsudski. In realtà, nel partito polacco, di fronte alle aberrazioni del «terzo periodo» di lotta estremista al «socialfascismo», era nata una robusta opposizione, che si richiamava all'Opposizione di sinistra internazionale. Ma l'espulsione di un gran numero di militanti (a Varsavia 300 su 1.000) e la campagna sistematica di infami calunnie rivolta contro di essi per recidere i legami con molti simpatizzanti rimasti nel partito, aveva ben presto alzato una barriera insormontabile tra il gruppo trotskista e il partito. Isaac Deutscher, che del nucleo trotskista fu un esponente di rilievo in quegli anni, ha ricordato che già nel 1936 gli ex oppositori non avevano più alcun contatto con il partito.
Quanto all'accusa di «pilsudskismo», era semplicemente infame: il partito aveva condotto per anni una lotta implacabile contro il regime e tutti i suoi dirigenti, già prima della ricostituzione dello Stato polacco, avevano combattuto Pilsudski, dall'interno sia del SDKPIL che del PPS Lewica, che era nato nel 1906 proprio in contrapposizione alla direzione riformista, nazionalista e terrorista del Partito socialista polacco guidato dal futuro maresciallo di Polonia. Quanto al cosiddetto «errore di maggio» (l'appoggio a Pilsudski nel 1926), non solo era stato corretto in pochi giorni, ma – come si è ricordato precedentemente – era tutt’altro che in contraddizione con la tattica applicata nello stesso periodo dall'Internazionale diretta da Bucharin in altri paesi, a partire dalla Cina, dove fu pagato il prezzo più alto per la inconsulta ricerca di impossibili alleanze interclassiste.
Quali ragioni spinsero Stalin a una misura così radicale contro il Partito comunista polacco? Isaac Deutscher, in un'intervista del 1957, non escludeva che nella decisione ci fosse già il preannuncio dell'intesa con Hitler (che avrebbe inevitabilmente avuto come base d'accordo la Polonia), ma aggiungeva che questo elemento non era sufficiente a spiegare il provvedimento:
Warski e la Kostrzewa, oramai da anni privi di qualsiasi contatto con la Polonia (e con il resto del mondo), non erano più in grado di opporre la minima resistenza a Stalin, sempre che avessero voluto farlo. Per quanto riguarda Lenski e Henrykowski, sono convinto che sarebbero rimasti fedeli a Stalin anche in una situazione tanto critica per il comunismo polacco quanto quella dell'agosto e settembre 1939, così come lo furono i dirigenti del partito francese, per non parlare dei tedeschi e di altri.
La motivazione «razionale» dello scioglimento, quindi, accanto a quelle irrazionali rievocate efficacemente da Deutscher, non poteva essere specificamente rivolta a facilitare un'intesa con la Germania nazista alle spalle della Polonia, ma va, casomai, inquadrata in una più generica offensiva contro il Comintern che, dopo averlo ridotto a una squallida appendice della sua burocrazia, Stalin detestava, considerandolo una costosa e inutile fonte di preoccupazioni.
Per quasi due anni, il nucleo comunista lavorò in Polonia in condizioni di estrema difficoltà; lo scarsissimo appoggio ricevuto dall'URSS si sommava all’ostilità violenta di tutti gli altri partiti politici, che attaccavano il PPR come l'agenzia di quello Stato sovietico che consideravano un nemico storico quasi sullo stesso piano della Germania nazista. È difficile accertare se, come sostengono le fonti ufficiali comuniste, i partigiani legati al governo di Londra siano arrivati sistematicamente alla delazione per far cadere i partigiani rossi nelle mani dei tedeschi, ma non c'è dubbio che la posizione di molti esponenti della resistenza borghese era «attendista», con lo scopo dichiarato di lasciare dissanguare tra di loro i due «nemici storici»: azioni militari contro i tedeschi sono inopportune – affermavano – perché determinano sanguinose rappresaglie e al tempo stesso facilitano la guerra dei «russi»...
La ricostruzione del partito nella lotta antinazista
Naturalmente, i margini di recupero del nuovo partito erano abbastanza limitati e la sua vittoria sulle altre forze politiche sarebbe stata assolutamente impensabile senza il pesante e diretto aiuto dell'esercito occupante.
Il «gomulkismo»: realtà e mito
Non risulta, d'altra parte, che nei primi anni in cui Gomulka fu alla testa del PPR ci siano state altre particolarità nello sviluppo della società polacca che potessero giustificare l'accusa di «eresia» titoista mossagli tra il 1948 e il 1954. Non si dimentichi poi che nel 1948 lo stesso «titoismo» era ben lungi dal rappresentare una cosciente opposizione allo stalinismo (né riuscì mai, d'altra parte, a elaborare una concezione realmente alternativa). Gli unici elementi concreti ricavabili dalle accuse, a mano a mano sempre più pesanti, calunniose e inverosimili, rivolte a Gomulka furono quelli di avere ritardato la collettivizzazione delle campagne e di avere concepito la fusione con il PPS come un incontro tra esperienze diverse, in cui non ci si premuniva abbastanza dalle tare ereditarie del vecchio socialismo polacco e si puntava a una fusione reale invece che a una fagocitazione. Ma sono tutti elementi marginali, assolutamente insufficienti a far esistere un «gomulkismo».
Ma l'essere caduto in disgrazia nel momento in cui le contraddizioni della società polacca si aggravavano, alla vigilia della ottusa collettivizzazione forzata che doveva far precipitare catastroficamente la produttività agricola, il fatto di essere diventato per anni il bersaglio degli uomini al potere, sempre più impopolari, dovevano trasformare Gomulka in un mito, nel simbolo dell’antistalinismo. La verifica concreta del suo operato nei 14 anni in cui rimase nuovamente alla testa del POUP ha dimostrato quanto poco fosse fondato quel mito e quanto invece Gomulka, al di là del suo coraggio e della grande onestà politica, non fosse capace e soprattutto non si sognasse minimamente di concepire un'alternativa allo stalinismo. Tuttavia, i miti hanno una loro forza. Quello di Gomulka avrebbe ritardato di anni la maturazione della rivoluzione politica in Polonia, che pure si era preannunciata così vigorosamente con l'esplosione del 1956.
La crisi del 1956
L'esplosione di scioperi operai e manifestazioni di insofferenza, prima tra i giovani poi in tutti i settori della popolazione polacca, va inquadrata naturalmente nella crisi generale del sistema stalinista, il cui meccanismo di conservazione era stato profondamente scosso dalla denuncia dei crimini di Stalin, dalla riabilitazione di Tito, e ancor più dai tentativi di far finta che nulla fosse accaduto, lasciando immutate in ciascun paese le sovrastrutture poliziesche e le inverosimili menzogne di Stato. Tuttavia, al di là degli spazi offerti dall'indecisione e dalla reticenza dei vertici comunisti (analogamente a quello che stava accadendo in Ungheria), la crisi stava maturando – a livello operaio – per le caratteristiche specifiche che aveva assunto lo stesso straordinario sviluppo industriale della Polonia nei dieci anni di «potere popolare».
Nel 1956, il malcontento operaio per la riduzione dei salari reali (nascosta dalle statistiche addomesticate, ma verificabile da chiunque) era diffuso in tutta la Polonia, anche se i meccanismi repressivi e di organizzazione del consenso consolidatisi negli anni precedenti limitarono a pochi casi le esplosioni visibili. D'altra parte, la prima e più clamorosa di esse, la vera e propria rivolta operaia di Poznan, innescò un processo di scontro nel POUP che finì per polarizzare l'attenzione generale sulle modifiche politiche più che su specifiche misure economiche. A Poznan lo sciopero era partito dai 15.000 operai della fabbrica di locomotive ZISPO che, temendo l'arresto di una delegazione inviata a Varsavia, il 25 giugno fermarono del tutto la produzione uscendo per le strade, protestando per l'erosione dei salari reali, l'aumento incessante dei ritmi di lavoro, oltre che per la disorganizzazione degli approvvigionamenti. Il corteo divenne una vera e propria fiumana di operai di gran parte delle fabbriche cittadine, a cui si unirono giovani esasperati che reagirono alle cariche della polizia assaltandone le sedi, occupando tribunale, carceri, radio. Dopo due giorni di scontri, la rivolta era domata, con più di cinquanta morti, centinaia di feriti e di arrestati (ma, nonostante fossero accusati di essere «agenti imperialisti», gli imputati ebbero pene lievissime nel processo, che tenne conto della reale natura della protesta).
Ufficialmente bollata come una «provocazione» della CIA, la rivolta di Poznan impose un dibattito profondo e appassionato nel partito, allargando rapidamente le divergenze tra chi voleva andare avanti sulla strada della repressione (e quindi chiedeva un intervento sovietico, data l'evidente insicurezza del proprio controllo sulle masse, e persino sull'esercito) e chi invece voleva affrontare coraggiosamente le cause della profonda scollatura tra dirigenti e paese che lo sciopero di Poznan e le sue ripercussioni in tutta la Polonia avevano improvvisamente portato alla luce.
Per quattro mesi il dibattito al vertice si inasprì, paralizzandosi in compromessi precari e inutili: Gomulka, ad esempio, era stato riabilitato, ma non ancora riammesso a responsabilità di partito (era in corso una complessa trattativa per definire il suo ruolo). Intanto, cresceva l'attesa di una svolta e, cosa ancor più preoccupante per i burocrati, nascevano embrionali punti di riferimento politico nel Politecnico e nella fabbrica di automobili Zeran, il cui comitato di partito si manteneva in contatto permanente con la rivista «Po Prostu», che era in origine un giornaletto studentesco, ma che aveva saputo con una coraggiosa denuncia antiburocratica trasformarsi in portavoce dell'opposizione latente. L'impraticabilità della scelta repressiva (un piano per arrestare simultaneamente 700 oppositori era finito in tempo nelle mani del comitato di partito della Zeran, che organizzò staffette per mettere in guardia i minacciati, mentre migliaia e migliaia di risoluzioni venivano votate nelle fabbriche e nelle scuole, per condannare qualsiasi tentativo di ritorno indietro verso lo stalinismo) spingeva verso Gomulka la maggioranza «centrista» raccolta intorno a Edward Ochab. Nonostante il precipitoso viaggio a Varsavia di Chruščëv, Mikojan, Molotov, Kaganovič (scortati significativamente dal maresciallo Konev, comandante in capo delle truppe del Patto di Varsavia e da altri 11 generali in alta uniforme), la maggioranza del CC del POUP decideva di richiamare Gomulka alla testa del partito, nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 1956 («la notte in cui nessuno dormì a V arsavia»).
Il programma di Gomulka era generico, ma su quasi tutti i punti rispondeva alle aspirazioni diffuse nel paese: rivendicazione di un'autonomia polacca, di una via originale al socialismo; eliminazione delle condizioni di dipendenza e di ineguaglianza nei rapporti con l'URSS; fine della collettivizzazione forzata (riproponendo solo come obiettivo finale una socializzazione delle campagne basata sul consenso); libertà religiosa (in cambio di una lealtà della Chiesa verso il governo); allargamento della «democrazia socialista» e riforme economiche. Quando Gomulka espose per la prima volta il suo programma alle masse in un comizio oceanico tenuto il 24 ottobre davanti al Palazzo della cultura, fu interrotto a ogni frase da applausi entusiastici. Solo su un punto le sue parole furono accolte da un silenzio di gelo: quando ribadì che le truppe sovietiche sarebbero rimaste in Polonia, fino a quando fossero state mantenute basi NA TO nella Germania federale.
Ma la tragedia ungherese (le truppe sovietiche erano entrate proprio nella notte tra il 23 e il 24 ottobre in Ungheria, provocando l'insurrezione nazionale) finì per facilitare l'accettazione della prudente tattica gomulkiana anche da parte dei settori più ostili all'Unione Sovietica.
In ogni caso, nei primi mesi in cui Gomu1ka si trovò alla testa del partito e del movimento di massa che nuovamente lo sosteneva, la sfiducia del gruppo dirigente sovietico nei suoi confronti condizionò la sua politica e la sua scelta di alleanze in maniera determinante. Forte del ritrovato compromesso con la Chiesa cattolica, dell'appoggio aperto del cardinal Wyszynski, liberato il 28 ottobre e subito esplicitamente impegnato nel raccomandare la prudenza (esaltando l'eroismo dei lunghi anni di tormenti, di prove, di sofferenze contro quello, troppo facile, della morte in combattimento...), Gomulka si preoccupò subito di arginare le tendenze, a suo parere estremiste, che si erano manifestate tra i suoi sostenitori più accesi all'interno del partito.
Inoltre, la campagna non aveva nulla a che vedere con un reale pericolo «sionista»; a questo proposito, Adam Michnik, uno degli esponenti del KOR, ha scritto efficacemente:
Le cause dell'involuzione di Gomulka
Può apparire a prima vista inspiegabile che un uomo indubbiamente capace (e, per giunta, giudicato da tutti come persona di notevole onestà e disinteresse), dopo aver personalmente subito la repressione stalinista, abbia finito per avallare l'infame politica del generale Moczar, che faceva appello ai più bassi sentimenti e alle peggiori tradizioni nazionali polacche per fronteggiare il pericolo di una nuova ascesa di contestazione antiburocratica. La campagna antisemita era intrecciata, infatti, con la repressione del movimento studentesco del 1968 e delle sue premesse del 1965-1966 (l'opposizione marxista rivoluzionaria sorta nelle organizzazioni giovanili intorno a Jacek Kuron e Karol Modzelewski).
In realtà, Gomulka non era né «titoista» né antistalinista quando fu colpito dalla repressione. La sua opposizione al volere di Mosca era stata impercettibile, fatta di sfumature di dissenso su specifiche decisioni senza affrontare in nessun modo le concezioni del partito e dello Stato che l'URSS stalinizzata aveva canonizzato come «leniniste» e quindi immutabili. Tutto lascia pensare che la sua riflessione critica sull'esperienza stalinista sia stata congelata dalla tragedia ungherese: Gomulka sostenne inizialmente con slancio il tentativo di Nagy, che considerava vicino alla sua posizione. Il tragico epilogo della rivoluzione ungherese dell’ottobre 1956 lo sconvolse, non solo perché ribadì duramente quali erano i margini di tolleranza di Mosca, ma perché gli parve frutto di un'imprudente apertura incontrollata ai fermenti critici. I due fattori, comunque, si intrecciavano strettamente e, per giunta, gli approcci empirici con la realtà polacca del 1956-1957 gli confermarono ben presto che era pericoloso qualsiasi tentativo di modifica del sistema di controllo burocratico esercitato dal Partito comunista (sarebbe meglio dire: dal suo ristretto vertice, ma la distinzione tra vertice e partito sfugge naturalmente a chi è da anni inserito nella burocrazia). In definitiva, Gomulka fu paralizzato e ributtato indietro dall'inesistenza di margini per il suo progetto di autoriforma dall'alto del sistema (analogamente a come fu svuotato e ridotto a ben poco l'analogo progetto di autoriforma burocratica avviato da Chruščëv). Costretto a considerare alleato pericoloso e sconsiderato chiunque mettesse in discussione i capisaldi del sistema, Gomulka si trovò sempre più in compagnia (e in balia) della feccia del partito. Inoltre, la sua progressiva rassegnazione al ritorno ai più ignobili diversivi (come l'antisemitismo) era strettamente legata al venir meno di quello che era stato per anni, prima della sua caduta in disgrazia e dopo il ritorno al potere, un cavallo di battaglia propagandistico che permetteva di coagulare intorno al regime un consenso di massa basato su un interesse comune: il pericolo del revanscismo tedesco.
In ogni caso, questa sostituzione progressiva di un'infame agitazione sciovinista e razzista a una tematica politica basata su dati oggettivi (anche se da tempo venivano forzati in modo sempre meno credibile) faciliterà una crescita dell'opposizione nel partito e nel paese e creerà, anzi, le premesse per una saldatura delle due principali correnti di questa opposizione.
In quella battaglia si crearono cioè le premesse per un dialogo che avrebbe dato i suoi frutti negli anni successivi, attraverso un ripensamento delle precedenti incomprensioni e la ricerca di un terreno d'azione comune per l'allargamento della «democrazia socialista». Ovviamente, si crearono anche le premesse di una penetrazione cattolica tra le file del dissenso politico, attraverso una nuova credibilità che cancellava, o metteva in secondo piano, le tante compromissioni dell'episcopato con la burocrazia del POUP, realizzate su uno squallido terreno. di do ut des che, anziché attenuare la censura di Stato, aveva sommato ad essa quella clericale.
Le premesse degli schieramenti attuali
In quel marzo 1968, dunque, si gettano le basi per quello schieramento da cui, nel 1976, nascerà il Comitato di Autodifesa Sociale, KOR.
D'altra parte, se è assai poco credibile un progetto di autoriforma del sistema burocratico, né si vede come fare accettare al vertice quella democratizzazione della vita del partito che il DIP considera preliminare alla democratizzazione del paese, non va dimenticato che il gruppo «Esperienza e Avvenire» non fa affidamento solo sulla bontà delle sue idee, ma ha detto esplicitamente, per bocca di uno dei partecipanti alle sue inchieste, che non è possibile considerare come un fenomeno negativo le «esplosioni sociali» che la Polonia ha conosciuto nel 1956 o nel 1970, dal momento che «negli ultimi venti anni sono state il solo regolatore efficace del regime». C'è, probabilmente, qualcosa di più di un velleitario e illuministico progetto di autoriforma del sistema, in queste posizioni; piuttosto che «giudicare», comunque, è necessario studiare con attenzione questa insolita formazione, la cui cautela formale può essere a volte eccessiva, ma che rappresenta pur sempre la prima manifestazione aperta di una dialettica interna a un partito comunista al potere.
Tuttavia, oggi più che nel 1970 e nel 1976, il prezzo della carne è stato solo un catalizzatore di ben altre insofferenze ed aspirazioni, che non possono certo essere tacitate solo con qualche bistecca in più (ammesso che l'URSS possa a lungo permettersi di fornire aiuti alimentari ad altri, data la situazione del suo mercato interno e in presenza di crescenti tensioni che traspaiono sotto l'apparente stabilità del regime). È quindi tutt'altro che escluso un diverso atteggiamento dell'URSS nei confronti della dinamica interna polacca, in caso di rapido logoramento del nuovo gruppo dirigente del POUP. È un dato ben presente a tutte le forze in campo in Polonia e se ne deve tener conto anche da parte nostra, per valutare la straordinaria cautela di tutte le forze antiburocratiche polacche, al cui fianco dobbiamo essere oggi senza esitazioni e, soprattutto, senza atteggiamenti di saccente sufficienza.
1 Un'organica informazione sulle attività del KOR era stata fornita (molto prima del recentissimo risveglio di interesse per le vicende polacche) sul n. 3 di «Critica comunista» del giugno-luglio 1979, che, nel quadro di un ampio dossier sui paesi dell'Est, riproduceva integralmente l'Appello alla società lanciato dal Comitato di autodifesa sociale nell'ottobre 1978.
2 Alcuni dati e una sommaria Bibliografia in proposito sono in La distruzione del movimento comunista in Germania, in «Critica comunista», n. 2, aprile-maggio 1979, p. 169.
3PETER J. NETTL, Rosa Luxemburg, vol. II, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 372.
4 Deutscher osserva che «la marcia dell’Armata rossa su Varsavia fu molto più dannosa per il Partito comunista polacco di tutti gli errori veri o presunti di Rosa Luxemburg» (ISAAC DEUTSCHER, La tragedia del Partito comunista polacco, in Lenin - Frammento di una vita e altri saggi, Laterza, Bari, 1970, p. 105). Deutscher ricorda, tra l'altro, che molti «luxemburghiani» furono severamente critici di fronte a quella iniziativa. Quanto alla politica agraria, va precisato che errori analoghi furono compiuti, più o meno nello stesso periodo,anche in altri paesi non particolarmente legati al «luxemburghismo». Ad esempio in Ungheria, secondo Carsten, la Repubblica dei consigli accettò il frazionamento dei latifondi (già iniziato per iniziativa dal basso), ma propose una gestione attraverso cooperative amministrate da commissari statali, col risultato che a volte «i nuovi amministratori erano i vecchi proprietari, e ben poco cambiò per contadini e braccianti, che continuavano a lavorare allo stesso modo» (cfr. F. L. CARSTEN, La rivoluzione nell'Europa centrale, 1918-1919, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 249). D'altra parte, anche uno dei Commissari del popolo ungheresi, Bela Szanto, in un bilancio scritto pochi mesi dopo la caduta della Repubblica dei consigli, attribuiva il progetto di spartizione della terra al programma dei partiti borghesi che volevano «spegnere i conflitti di classe nelle campagne» (BELA SZANTO, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, con Prefazione di K. Radek, Avanti!, Milano, 1921, e reprint Samonà e Savelli, s.d., pp. 99 e sgg.).
5Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di JANE DEGRAS, tomo II, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 161-162; cfr.: K. S. KAROL, La Polonia da Pilsudski a Gomulka, Laterza, Bari, 1959 41-46. Larga e rigorosa documentazione su quel conflitto anche in EDWARD H. CARR, La morte di Lenin. L'interregno 1923-1924, Einaudi, Torino, 1965, pp. 222-228.
6 Sul cosiddetto «errore di maggio» si veda I. DEUTSCHER, op. cit., pp. 114-122 e 128-133, ed E. H. CARR, Le origini della pianificazione sovietica, V, I partiti comunisti nel mondo capitalistico, 1926-1929, Einaudi, Torino, 1969, pp. 173-190.
7J. DEGRAS, op. cit., t. II, p. 363.
8 NICHOLAS BETHELL, Le communisme polonais 1918-1971, Gomulka et sa succession, préface et postface de G. Mond, Paris, Seuil, 1971, pp. 48-49.
9Ivi, p. 40.
10 J. DEGRAS, op. cit., t. III, pp. 451-452. La versione ufficiale attuale è riportata nel volume curato dall'Istituto di marxismo-leninismo presso il CC del PCUS: Storia dell'Internazionale comunista, Progress, Mosca, 1974, p. 455, che contiene grossolane inesattezze anche in questa «autocritica» (come quando sostiene che «poco dopo il provvedimento» il CE dell'IC aveva costituito «un gruppo di iniziativa per la sua ricostituzione», mentre passarono più di tre anni, e soprattutto dovette passare l'idillio con la Germania nazista, perché si ricominciasse a tollerare un'iniziativa dei comunisti polacchi!). Questo libro (che contiene peraltro ben più volgari menzogne) continua ad essere proposto a bassissimo prezzo ai militanti comunisti negli stand dei Festival dell'Unità.
Nessun contributo alla comprensione di quell'episodio è mai venuto, d'altra parte, da Palmiro Togliatti, che ammise in varie occasioni di aver avuto la responsabilità di «seguire il Partito comunista polacco» proprio in quel periodo (d'altra parte, nella dichiarazione di riabilitazione del 1956, non a çaso, compare la firma del PCI tra quelle dei partiti che furono responsabili dello scioglimento), ma evitò sempre di entrare nel merito della vicenda (cfr. GIORGIO BOCCA, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, pp. 260-261 e l'Introduzione di PAOLO SPRIANO a P. TOGUATTI, Opere, IV, Editori Riuniti, Roma, 1979, pp. CXVII-CXVIII).
11I. DEUTSCHER, op. cit., pp. 149-159. Cfr. anche P. FRANK, Histoire dell’Internationale Communiste, tomo II, La Brèche, Paris, 1979, pp. 749-753.
12Cfr. A. MOSCATO, La Seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI...), in «Critica comunista», nn. 4-5, settembre-dicembre 1979, p. 220. Vedi oltre, Parte terza, cap. II.
13La Storia dell'Internazionale comunista, a cura dell'Istituto di marxismoleninismo, accenna fuggevolmente a uno scioglimento «di fatto» della direzione del partito comunista di Lettonia (op. cit., p. 455). Che vuoi dire «di fatto»? Che era finita al completo sotto terra? Analogamente apprendiamo da Pajetta che il PC estone «giunse quasi ad annullarsi» perché «coinvolto nelle vicende sovietiche» (GIAN CARLO PAJETTA, La lunga marcia dell'internazionalismo, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 46). Sugli analoghi «scioglimenti di fatto» dei partiti tedesco e austriaco la reticenza è ancora maggiore, per l'imbarazzo di ammettere che nell'ultima fase fu realizzata in collaborazione con Hitler (ammetterlo vuol dire far saltare tutto il cumulo di menzogne con cui ancor oggi gli stessi storici eurocomunisti giustificano l'accordo «difensivo» Hitler-Stalin). Anche il Partito comunista jugoslavo fu minacciato di scioglimento e fu colpito comunque in modo durissimo dalla repressione (il solo Tito era rimasto in libertà, tra tutti i dirigenti presenti a Mosca) (cfr. JOSIP BROZ TITO, I comunisti jugoslavi tra le due guerre, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 72-73).
14 Galeazzo Ciano, allora ministro degli Esteri di Mussolini, riferiva nel suo Diario che Ribbentrop si era convinto nel 1939 che «ormai il Comintern non esiste più e Stalin è diventato l'effettivo campione del nazionalismo russo», e analoghi giudizi venivano formulati dallo stesso Ribbentrop e da Hitler anche nel corso del 1940. Cfr. GALEAZZO CIANO, L'Europa verso la catastrofe, Mondadori, Milano, 1947, p. 476 (e anche le pp. 517-526).
15N. BETHELL, op. cit., pp. 70-71.
1616 Nonostante esistesse una vera e propria collaborazione militare russo-tedesca (attraverso una utilizzazione di stazioni radio russe per guidare i bombardamenti notturni tedeschi su Varsavia), una parte della popolazione delle zone orientali attese con fiducia le truppe sovietiche, nella speranza che si opponessero alla penetrazione nazista. La delusione fu aggravata dalle brutali misure poliziesche che colpirono, secondo Karol, 2 milioni di polacchi, che furono deportati a est (tra cui lo stesso Karol). Cfr. K.S. KAROL, op. cit., pp. 5, 70 e passim.
17In seguito agli accordi l'URSS scarcerò un gran numero di ufficiali polacchi, come il col. Anders, che passò di colpo da una cella della Lubianka a un lussuoso appartamento, dove fu festeggiato con champagne, caviale e preziosi doni. Ai polacchi fu concesso di organizzare sul territorio sovietico le loro amministrazioni locali, le loro scuole, i loro luoghi di culto, e un vero e proprio esercito con legami stretti con Stati Uniti e Gran Bretagna. Nell'esercito polacco ricostituito in URSS (e che solo successivamente passò, attraverso l'Iran, in Europa occidentale) operavano servizi di sicurezza che ostacolavano apertamente i comunisti. Uno dei motivi di tensione riguardava, ovviamente, la sorte di migliaia di ufficiali polacchi che insieme a circa duecentomila concittadini non erano mai tornati dai gulag in cui erano stati rinchiusi nel 1939 (N. BETHELL, op. cit., pp. 70 e 75).
18 Una cronistoria dello scontro tra gli alleati sulla questione di Katyn si trova in W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, vol. VIII, Oscar Mondadori, Milano, 1970, pp. 402-404. L'URSS rifiutò allora un'inchiesta della Croce Rossa Internazionale, che era stata richiesta dal governo di Londra per verificare l'esattezza delle accuse tedesche (in particolare che tutti i documenti e le lettere trovati sui cadaveri avessero date precedenti al 1940, e che gli alberi cresciuti sulle fosse comuni fossero stati tutti piantati nel 1940, a giudicare dai cerchi risultanti dalla sezione dei tronchi). Tuttavia, anche se l'attribuzione del massacro di Katyn ai nazisti è diventata ufficiale nella nuova Polonia, è talmente poco credibile che in genere si è preferito omettere Katyn dagli opuscoli propagandistici sui crimini nazisti e nelle annuali cerimonie commemorative dei caduti antinazisti (cfr. ERWIN WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 65-66). Weit, che fu per molti anni interprete ufficiale di Gomulka e di altri dirigenti polacchi, ricorda come lo spettro di Katyn sia stato usato strumentalmente contro Gomulka dal «nazionalista» gen. Moczar (in realtà vecchio stalinista, responsabile degli infami rigurgiti antisemiti del 1968). Moczar ha fatto circolare, tramite la potente organizzazione degli ex partigiani da lui diretta, la voce che Chruščëv sarebbe stato favorevole nel 1956 a mettere in piazza la verità su Katyn e avrebbe infine rinunciato su richiesta di Gomulka... (ivi, pp. 66-67). La persistenza di un ricordo collettivo di Katyn è stata confermata durante la crisi dell'agosto 1980, quando migliaia di persone si sono ritrovate per una messa in memoria delle vittime, trasformandola di fatto in una manifestazione antisovietica.
19 Il corpo d'armata polacco comandato da Anders si distinse in particolare nella conquista di Montecassino. Sulle dimensioni dell'AK, cfr. N. BETHELL, op. cit., p. 110.
20 Il «Biuletyn Infomacyjny» dell'AK era arrivato a scrivere: «Le vittorie tedesche non devono angosciarci», perché «i nostri nemici si sterminano sotto i nostri occhi» (N. BETHELL, op. cit., p. 74).
21 Sulla battaglia di Varsavia, e sul carteggio Churchill-Roosevelt-Stalin di quei giorni sulla questione degli aiuti da fornire agli insorti, cfr. W. CHURCHILL, op. cit., vol. XI, pp. 155-173. Cfr. anche GEORGE BRUCE, L'insurrezione di Varsavia, Mursia, Milano, 1978.
22 N. BETHELL, op. cit., pp. 81-82.
23Ivi, pp. 91-92. Cfr. anche, a p. 36, la questione controversa di una breve permanenza di Gomulka a Mosca nel 1934-1935, che risulterebbe da una biografia apparsa dopo il 1956 nella Grande Enciclopedia Sovietica, mentre non figurava nella biografia polacca del 1947 ed è negata da varie fonti.
24Ivi, p. 213.
25Ivi, p. 210.
26Ivi, p. 123. Cfr. anche W. CHURCHILL, op. cit., voI. XII, pp. 185-189.
27FRANçOIS FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari, 1, L'era di Stalin, Tascabili Bompiani, Milano, 1977, p. 26.
28Ivi, p. 31. Cfr. anche ADRIANO GUERRA, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1977, pp. 73-79.
29 N. BETHELL, op. cit., pp. 164-167. Si veda anche C. FREDDUZZI, Alcune questioni della storia del movimento comunista polacco, relazione a un seminario del Centro studi e documentazione sui paesi socialisti dell'Istituto Gramsci (dattiloscritto, presso Istituto Gramsci), pp. 48-49.
30Sui congressi di fusione tra partiti comunisti e socialdemocratici, che furono una costante nelle democrazie popolari, cfr. A. GUERRA, op. cit., p. 195.
31Sul carattere fittizio dell'autonomia del partito democratico, un'interessante testimonianza è fornita da Weit, che fu interprete in incontri tra il Partito democratico polacco e il suo corrispettivo tedesco orientale, il Partito liberaldemocratico di Germania (E. WEIT, op. cit., pp. 93-100).
32N. BETHELL, op. cit., pp. 173-175.
33 Non è facile, tuttavia, accertare quanti tedeschi furono effettivamente cacciati nel 1945 e quanti invece erano già fuggiti «spontaneamente» prima dell’avvicinarsi dell'Armata Rossa (per quanto anche quella fuga non fosse solo frutto della propaganda nazista sulle «atrocità bolsceviche», ma anche dell'impostazione più antitedesca che antinazista data alla guerra dalla propaganda comunista in tutta l'Europa). Tutte le cifre fornite dalle varie fonti discordano in misura notevolissima, il che è in parte comprensibile tenendo conto del caos in cui la Germania si trovò in quel periodo. La cifra di 7.500.000, fornita da un censimento del 1950, è riportata da N. BETHELL, op. cit., p. 126.
34La partenza degli ebrei nel 1945 era stata incoraggiata da un'ondata antisemita che il governo cercò di fronteggiare fermamente (tredici responsabili del pogrom di Kielce, in cui furono uccisi 45 ebrei rimpatriati dall'URSS, furono condannati a morte), mentre la Chiesa mantenne un atteggiamento a dir poco ambiguo (il cardinale Hlond, allora primate di Polonia, negò che si trattasse di odio razziale, e giustificò di fatto il pogrom dicendo che si spiegava «con la presenza nel governo di personalità ebraiche che cercano di stabilire in Polonia un regime al quale la maggioranza del popolo è ostile»); cfr. K. S. KAROL, op. cit., p. 121. Tuttavia, indirettamente, l'esodo fu facilitato dall'impostazione generale della questione nazionale, in Polonia come in tutte le altre «democrazie popolari». Rimasero, di fatto, quasi esclusivamente gli ebrei completamente assimilati, in genere atei, impegnati nel partito comunista o socialista e quindi interessati alla costruzione della nuova Polonia. Per la successiva campagna antiebraica guidata dai settori neostalinisti del POUP, vedi oltre, nota 47. Un'interpretazione del tutto inverosimile del massacro di Kielce come frutto di una campagna antisemita promossa dai comunisti nel 1945 è fornita nelle sue memorie da Mikolajczyk: STANISLAS MIKOLAJCZYK, Le viol de la Pologne, Plon, Paris, 1949, pp. 204-205.
35Cfr. A. MOSCATO, L'opposizione internazionalista agli accordi di Yalta, in «Critica comunista», n. 2, pp. 165-170.
36 N. BETHELL, op. cit., p. 173.
37Oltre a uno straordinario sviluppo dell'istruzione di base, il nuovo regime ha dato un fortissimo impulso all'istruzione superiore. Gli studenti universitari ad esempio sono passati dai 49.534 del 1938 a 94.785 nel 1948 (nel 1966, 251.864); i docenti di vario genere (compresi gli assistenti), da 3.171 nel 1938 a 7.658 nel 1948 (20.679 nel 1966). Gratuità dell'insegnamento e borse di studio hanno portato nelle università moltissimi giovani di origine operaia (27,3% nel 1966) e contadina (16,7% nel 1966), a cui era in passato completamente preclusa l'istruzione superiore; cfr. F. FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi, Firenze, 1971, pp. 505-506.
38 CHARLES-ANDRÉ UDRY, Le début d'une ère nouvelle, in «Inprecor-Intercontinental Press», n. 84, 11 septembre 1980, p. 3, riporta una dichiarazione del comitato di sciopero di Danzica che conferma come ancor oggi questo sia uno dei problemi cruciali: «Bisogna che i sindacati possano discutere i piani di produzione all'interno di ogni fabbrica. È il solo modo per evitare errori catastrofici come la costruzione a Gdansk di una nuova fabbrica di elementi prefabbricati per l'edilizia, mentre le prime due fabbriche del genere funzionano al 30% o al 40% delle loro capacità produttive».
39 PAOLO SANTACROCE, A proposito della stratificazione di classe di tipo sovietico: il caso polacco, in Momenti e problemi della storia dell'URSS, Atti del Convegno promosso dall'Istituto Gramsci nel gennaio 1978, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 117118.
40Il verdetto di Varsavia su Rokossovskij, in ISAAC DEUTSCHER, Ironie della storia, saggi sul comunismo contemporaneo, Longanesi, Milano, 1972, pp. 171-186.
41 L'incidente con la Cecoslovacchia avvenne alla fine di ottobre, dopo il primo intervento sovietico in Ungheria. Il 28 ottobre Gomulka aveva inviato un messaggio di solidarietà a Imre Nagy e Janos Kádár, in cui si appoggiava incondizionatamente il «programma democratico socialista» del governo di Unità nazionale, che veniva significativamente riassunto in questi termini: «miglioramento delle condizioni di vita, creazione di consigli operai dotati di sovranità nazionale, ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria, amicizia con l'Unione sovietica basata sui principi leninisti di uguaglianza». Il messaggio di. Gomulka è riportato da N. BETHELL, op. cit., pp. 270-271.
42Sulla vicenda di «Po Prostu», cfr. PIERRE BROUÉ, Storia del partito comunista dell'URSS, Sugar, Milano, 1966, pp. 553-556 sgg. e, per la soppressione, N. BETHELL, op. cit., p. 28.
43Nel 1957, in Polonia rimanevano 1.700 fattorie collettive, delle oltre 10.000 registrate l'anno precedente. L'87% delle terre arabili si trovavano nelle mani di contadini privati, il 12% raggruppato in fattorie di Stato, e solo l'1 % apparteneva a kolchoz di tipo sovietico. Nel 1963, il numero delle fattorie collettive si era ulteriormente ridotto. Anche gli artigiani erano passati da 96.000 nel 1956 a 136.000 nel 1962. Nel 1961, in Polonia erano anche registrati 1.900 negozi privati (F. FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, cit., pp. 171 e 210-211).
44Ivi, pp. 211-213; N. BETHELL, op. cit., p. 303; E. WEIT, op. cit., pp. 194-197.
45 In realtà, Gomulka non poteva avere dubbi di essere indirettamente il bersaglio della campagna «antisionista», che colpì alcuni suoi stretti collaboratori di origine ebraica (Szyr e Starewicz), che furono vittime di sotterranee calunnie ed ebbero oltre un terzo di cancellature nell'elezione del CC al V Congresso del POUP del novembre 1968. D'altra parte, Gomulka, che abitualmente si faceva eleggere delegato dalla cellula della fabbrica d'auto Zeran, in una riunione precongressuale si sentì chiedere da un operaio (ingenuo o provocatore?): «Cosa pensa dei matrimoni misti tra polacchi ed ebrei?». Gomulka, che aveva sposato un'ebrea, considerò quella domanda un affronto personale e abbandonò la riunione (N. BETHELL, op. cit., pp. 318-319).
46Il caso più noto è quello del conte Boleslaw Piasecki, che fu dirigente del movimento «falangista», antisemita, corporativista e filofascista ONR, nato nel 1934 da un'ala estremista dell'organizzazione giovanile del Partito nazionale. Piasecki, insieme ad altri personaggi provenienti da quell'esperienza, tra cui altri conti (Krasinuski, Lubienski e Stadnicki) ed un principe, Paolo Sapieha, dopo aver combattuto contro le formazioni partigiane comuniste e l'Armata Rossa, fu catturato dai sovietici nel 1945, e ricomparve poco dopo convertito al «progressismo» cattolico. Per finanziare i molti giornali del movimento PAX, oltre a utilizzare un capitale iniziale di dubbia provenienza, costituì varie società (due di trasporti, un'impresa di arredamento, una fabbrica di pompe da incendio, ecc.), che trovarono benevola protezione da parte delle autorità. Opinione diffusa in Polonia è che fosse stato assoldato dal generale russo Serov, che organizzò la polizia segreta polacca sul modello della NKVD (cfr. CARLO FALCONI, La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Europa, Comunità, Milano, 1966, pp. 876-881 e passim. Cfr. anche ADAM MICHNIK, L'Eglise et la gauche - le dialogue polonais, Seuil, Paris, 1979, pp. 18, 219-220 e passim).
47Ivi, p. 82, e, più in generale, alle pp. 77-84. La spiegazione più organica e convincente del rigurgito di antisemitismo è fornita probabilmente da Wladislaw Bienkowski, che fu per anni dirigente del POUP, ministro e deputato al Sejm, e che fu espulso dal partito proprio per aver osato presentare a una casa editrice ufficiale il saggio poi pubblicato in Italia col titolo Burocrazia e potere socialista, Laterza, Bari, 1970. Un intero capitolo del libro è dedicato alla nuova questione ebraica (ivi, pp. 77-94). Una testimonianza interessante è nel libro già citato di Erwin Weit, che di quella campagna fu vittima (dopo 24 anni di milizia nel partito, fu costretto a lasciare casa e lavoro e a dichiararsi «sionista» per ottenere un visto d'uscita). Anche N. BETHELL dedica una parte notevole del libro a questo fenomeno vergognoso. Da notare che anche il già citato Fredduzzi, che è un dirigente del PC!, parla nella sua relazione di «campagna antiebraica», senza reticenti eufemismi.
48PAOLO ROBOTTI, La prova, Leonardo da Vinci, Bari, 1965. Di Robotti è ora annunciato un nuovo libro di memorie, dal titolo singolarmente allusivo (Scelto dalla vita).
49N. BETHELL, op. cit., pp. 292-293.
50Notizie sul processo a Jacek Kur6n e Karol Modzelewski, e su quello, di poco successivo, a Ludwik Haas, Romuald Smiech e Kazimiers Badowski, si trovano nell’introduzione al libro di J. KURON e K. MODZELEWSKI, Il marxismo polacco al!'opposizione, Samonà e Savelli, Roma, 1967. Ludwik Haas aveva militato nell'opposizione trotskista polacca prima della guerra, era stato arrestato dai sovietici nel 1939, ed era stato rilasciato solo nel 1956, al momento del XX Congresso del PCUS.
51A. MICHNIK, op. cit., pp.. 77-84.
52Ivi, pp. 85-95.
53Sul piano tattico, Gierek ha ripercorso in modo estremamente poco fantasioso il cammino di Gomulka. Un opuscolo apparso in Francia nel 1971 documentava con tavole sinottiche come i comportamenti essenziali e spesso anche le parole usate da Gierek ricalcassero fedelmente quelli del predecessore: «Cahier Rouge», n. 3, Pologne, le crépuscule des bureaucrates, Maspero, Paris, 1971. Leggendo oggi molte dichiarazioni «autocritiche» di Kania sul «distacco tra partito e masse», ecc., si ha l'impressione che si potrebbe fare una nuova edizione su tre colonne, con le dichiarazioni attuali affiancate a quelle del 1956 e del 1970. Per fortuna, però, è cambiato qualcosa, se non al vertice del POUP, almeno nella coscienza delle masse (e non è poco...).
54Comè è noto, Gierek, ironizzando sulla ristrettezza «contadina» di Gomulka e utilizzando a suo favore quella distensione che Gomulka aveva tanto temuto, aprì la Polonia a robusti afflussi di capitali tedesco-occidentali e di altri paesi europei, contando di poter riequilibrare rapidamente la bilancia dei pagamenti con massicce esportazioni di merci polacche (dai prezzi effettivamente molto competitivi, dati i livelli salariali...). Nessuno degli economisti ufficiali «marxisti» del POUP aveva saputo prevedere quella crisi economica del capitalismo mondiale che ha bloccato gli spazi per le esportazioni polacche (crisi che, senza i poderosi mezzi a disposizione di quegli economisti, ma con un ben diverso rapporto col metodo marxista, aveva potuto invece interpretare lucidamente ERNEST MANDEL negli scritti poi raccolti nel volume La crisi. Una risposta marxista, Salamandra, Milano, 1978).
55L'unico pregio di Kania, secondo la propaganda ufficiale, sarebbe la sua modestia, il suo rifiuto di qualsiasi ruolo di leader. Probabilmente, gli ha giovato l'essersi «candidato» con un franco discorso ai quadri di partito di Danzica in cui, già ai primi di luglio, accusava di inefficienza la direzione del POUP (cfr. l'articolo del 21 luglio 1980 di CYRlL SMUGA, Le plus grand mouvement de grève depuis 1945, apparso in «Inprecor-Intercontinental Press», nn. 82-83, 31 juillet 1980).
56Una positiva eccezione è rappresentata dai ben documentati articoli di Piero Bemocchi apparsi sul n. 22 del 12 settembre 1980 e 23 del 19 settembre 1980 del «Quotidiano dei Lavoratori», entrambi dedicati al gruppo «Esperienza e Avvenire».
57Secondo un documento del DIP riportato da Bernocchi nel primo degli articoli citati, nel corso degli ultimi dieci anni lo scarto dei salari è arrivato in Polonia al rapporto di 1 a 20 (senza tener conto degli altri privilegi indiretti derivanti dal potere, come l'approvvigionamento in negozi speciali, cliniche riservate, viaggi all'estero). Accanto all'alta burocrazia si è dunque creato uno strato parassitario variamente cointeressato a difendere lo status quo.
58Tra le preoccupazioni dell'URSS, oltre che quella di contribuire a ridurre la base materiale che innesca il malcontento operaio in un paese pericolosamente vicino (tra molte zone polacche e le regioni bielorusse ed ucraine di frontiera esistono legami molteplici, ed è possibile ad esempio seguire i programmi televisivi del paese confinante), c'è probabilmente anche quella di tentare di cancellare i pessimi ricordi non solo del periodo 1939-1941, ma anche degli anni 1945-1953, in cui gli scambi russo-polacchi erano pesantemente sfavorevoli per la Polonia. Naturalmente, le ferite arrecate al sentimento nazionale di un popolo (per giunta di un popolo così sensibilizzato come quello polacco su questo terreno...) non si cancellano facilmente e, anche se dal 1956 l'URSS fornisce alla Polonia petrolio ed altre materie prime a prezzi fortemente inferiori a quelli del mercato mondiale, la «questione dell'indipendenza dall'URSS,, rimane vivissima nell'opinione pubblica polacca.