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Polonia 1. Considerazioni sul comunismo polacco hot!

Documenti · pubblicato il 31 luglio 2009 · 62 min di lettura


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Capitolo primo

 

CONSIDERAZIONI SUL COMUNISMO POLACCO

1956, 1968, 1970, 1976, 1980... L'eccezionale instabilità della società polacca ha assunto ormai un carattere quasi ciclico. La frequenza e la profondità delle crisi e, ancor più, la sostanziale continuità riscontrabile nei comportamenti essenziali dell'opposizione non meno che nelle reazioni del potere di fronte alle esplosioni di collera operaia contro il partito che da 35 anni dice di governare «per conto della classe operaia», impongono una riflessione non contingente sul comunismo polacco, per coglierne la specificità, accanto agli elementi che accomunano le sue vicende a quelle degli altri partiti di formazione staliniana.

Non c'è dubbio, infatti, che i risultati del grande movimento di massa di quest'estate non devono essere attribuiti esclusivamente alla sua forza, alla sua prudente consapevolezza del quadro politico, ai livelli di organizzazione già precedentemente raggiunti, ma anche alle profonde divisioni nel gruppo dirigente del POUP, senza le quali sarebbe stata d'altra parte inconcepibile la preparazione degli scioperi con iniziative sempre meno clandestine, appoggiate per giunta dall'unico gruppo di opposizione funzionante alla luce del sole in una «democrazia popolare» (i dirigenti del KOR sono stati più volte arrestati, ostacolati, infastiditi variamente, ma con misure rimaste costantemente a metà, che non hanno impedito il funzionamento regolare dell'articolata pubblicistica dell'«opposizione sociale») 1.

Le origini del comunismo polacco

 

Sono state più volte ricordate le origini «luxemburghiste» del comunismo polacco. Tuttavia, l'impegno con cui non solo la direzione ma anche migliaia di quadri intermedi furono sterminati nel periodo staliniano ha reso il legame tra questo partito e le sue origini ancora più fragile e sottile che in qualsiasi altro partito comunista (tranne, forse, quello tedesco, in cui l'esorcizzazione del «peccato originale» luxemburghista continua ancor oggi e in cui la decapitazione del vertice negli anni Trenta fu non meno drastica) 2.

Se, in qualche modo, la formazione del nucleo originario del partito intorno a Rosa Luxemburg ha dunque pesato nelle sue caratteristiche attraverso gli anni, è solo in forma assai indiretta e mediata.

Quando infatti, nel 1918, nacque il Partito comunista operaio di Polonia (KPRP), risultato di una fusione tra il Partito socialdemocratico del regno di Polonia e Lituania (SDKPIL, il partito che era stato diretto per anni da Rosa Luxemburg insieme a Leo Jogiches e Julian Marchlewski) e il Partito socialista di sinistra (PPS Lewica) Rosa e Jogiches erano da tempo impegnati pressoché esclusivamente nelle vicende tedesche. Il loro prestigio era enorme, tanto che il congresso di unificazione fu differito fino al ritorno di un delegato inviato a Berlino per sottoporre ai due dirigenti il progetto di fusione (che effettivamente questi approvarono, nonostante avessero in passato manifestato una costante ostilità verso il troncone socialista di sinistra). Ma, come osserva il biografo della Luxemburg Peter Nettl, questa approvazione delle basi dell'unificazione «era avvenuta più sotto il segno del passato che sotto quello del futuro», dato che era ormai chiaro il disimpegno di Rosa dalla vita politica polacca 3.

Per anni, tuttavia, i vari gruppi dirigenti che si susseguirono alla testa del giovane partito, pur scontrandosi piuttosto vivacemente su molte questioni, furono uniti (al di là della diversa provenienza organizzativa) su due questioni che avevano visto Rosa contrapporsi nettamente ai bolscevichi: il problema dell'autodeterminazione e quello agrario.

Naturalmente, la questione nazionale non era più direttamente cruciale come negli anni in cui la Polonia non esisteva come Stato indipendente. Sia pure non per merito di un'ennesima insurrezione nazionale polacca, ma come sottoprodotto delle rivoluzioni russa e tedesca, la Polonia era di nuovo uno Stato. La lunga opposizione alle tendenze nazionaliste aveva però lasciato una traccia profonda in tutti i militanti del nuovo partito: da un lato, certo, una viva sensibilità internazionalista, ma anche una permanente sottovalutazione del peso del sentimento nazionale nella vita politica polacca.

La polemica di Rosa contro Lenin sulla questione agraria era stata poi ripresa dal KPRP e, anzi, aveva avuto dallo stesso II Congresso del Comintern un avallo (l'ammissione di una specificità polacca, che escludeva la suddivisione delle grandi proprietà in piccoli poderi). Quando, nel 1920, l'Armata Rossa proseguì oltre i confini sovietici l'inseguimento dell'esercito polacco, entrambi i nodi vennero al pettine e provocarono una crisi, che avrebbe determinato per un quarto di secolo l'isolamento del movimento comunista nella società polacca.

Il grave errore che portò quasi tutto il gruppo bolscevico (con l'eccezione di Trotskij e Radek) a trasformare una guerra difensiva in offensiva rivoluzionaria verso Varsavia, permettendo a Pilsudski di mobilitare il sentimento nazionale polacco contro gli «invasori russi» (il «secolare nemico») fu facilitato dalla leggerezza con cui molti dirigenti del KPRP ingigantirono la reale portata dei fermenti esistenti nel paese, caldeggiando l'intervento dell'Armata Rossa come un aiuto a una rivoluzione già in atto. Ma l'errore iniziale fu anche ulteriormente aggravato dalla proclamazione di un governo provvisorio comunista aggregato all'Armata Rossa e dalle misure di riforma agraria annunciate dai suoi propagandisti nelle zone momentaneamente occupate dai sovietici: il «governo» diede l'impressione di essere semplicemente uno strumento per una nuova annessione all'odiata Russia, mentre i contadini non capirono quale vantaggio avrebbero avuto visto che, eliminato il vecchio proprietario fondiario, non avrebbero avuto la terra in proprietà, ma avrebbero dovuto lavorarla nel quadro di un’azienda statale (che appariva identica alla precedente, salvo per un cambio al vertice) 4.

Solo nel 1923, nel III Congresso del partito (che aveva mutato il nome, diventando Partito comunista di Polonia, KPP), si arrivò a una riflessione approfondita sugli errori compiuti. Ma era ormai molto tardi, non solo perché l'isolamento del partito era fortissimo, ma perché l'involuzione del Partito comunista russo e del Comintern cominciava a interferire con il processo di correzione degli errori fatti, imponendo brusche svolte e ripetuti cambi del gruppo dirigente in base a considerazioni del tutto estranee alle esigenze della rivoluzione polacca.

Nel 1923, per giunta, la direzione del KPP prese apertamente posizione a favore di Trotskij, scrivendo in una lettera al CC del Partito comunista russo che, da quando Lenin non partecipava più all'attività del Comintern per ragioni di salute e Trotskij era messo in disparte, l'autorità della direzione dell'IC rischiava di essere gravemente compromessa 5. Il risultato fu che al V Congresso dell'IC, nel giugno-luglio 1924, la sezione polacca fu messa sotto accusa in una commissione presieduta da Stalin, che sostituì la direzione Warski-Wera Kostrzewa-Walecki (i «tre W») con una commissione incaricata di preparare un nuovo congresso (da cui uscì una nuova direzione «di sinistra», capeggiata da Domski, Unšlicht e Lenski, che si bruciarono però rapidamente sia con una nuova fase estremista e settaria in Polonia, sia legandosi troppo strettamente a Zinov'ev). I legami strettissimi con l'URSS – molti militanti polacchi erano inseriti direttamente in alte responsabilità di partito e statali (dal capo della CECA, Dzeržinskij, a Radek) – e le persecuzioni anticomuniste che costringevano moltissimi quadri del partito all'esilio in Unione Sovietica facilitarono una trasposizione sempre più meccanica e immediata all'interno del partito polacco di qualsiasi scelta del gruppo dirigente sovietico. L'allontanamento di Zinov'ev dal potere si tradusse immediatamente in liquidazione politica di Unšlicht e Domski, mentre Lenski, che si era dissociato in tempo, veniva inserito in una nuova direzione con i «tre W», che si erano anch'essi pentiti molto rapidamente dell'appoggio dato a Trotskij nel 1923 e si erano nel frattempo avvicinati a Bucharin.
Nel maggio 1926, la nuova direzione polacca, peraltro, commise un errore macroscopico, appoggiando (senza ottenere alcuna gratitudine) il colpo di Stato del generale Pilsudski. Non era un gesto privo di una certa coerenza con la politica dell'IC, in un periodo in cui questa era ossessionata dalla ricerca di alleanze al punto di nominare Chiang Kai-shek membro onorario del Comitato esecutivo dell'Internazionale. Tuttavia, Pilsudski era il capo militare che aveva sconfitto l'Armata Rossa davanti a Varsavia, era esponente di una tendenza violentemente antisovietica e, per questo, la sciagurata decisione di sostenerlo come esponente di una rivoluzione democratica contro il «fascismo» del governo Witos 6 non poteva che essere sconfessata dall'IC, che peraltro non ammise mai una propria responsabilità - sia pure indiretta - in quell'incredibile svista 7.

La correzione tempestiva dell'errore e un'eroica opposizione alla nuova dittatura, di cui le masse avevano potuto ben presto verificare la durezza, permise al KPP di riprendersi verso la fine degli anni Venti (nel 1928, nelle ultime elezioni più o meno regolari concesse da Pilsudski, il KPP raggiunse quasi il 9% dei voti, ed ebbe alcuni deputati eletti). Ma, ancora una volta, lo scoglio della questione nazionale doveva ridurre il partito a dimensioni microscopiche, che rimarranno un dato costante negli anni Trenta e peseranno sulle caratteristiche della sua ricostruzione durante la guerra.

Il KPP, educato a una fortissima sensibilità internazionalista, a differenza di altri partiti del Comintern imbevuti di residui nazionalistici (PCF in testa), si impegnò con uno zelo che parve sospetto nella battaglia per l'autodeterminazione delle regioni orientali (con forti minoranze tedesche). Il KPP appariva all'opinione pubblica polacca asservito a esigenze espansioniste dell'Unione Sovietica e della Germania (dove, fino al 1932, il movimento comunista internazionale prevedeva imminente la vittoria del proletariato!) 8.

Ma, se tale politica dava cattivi frutti tra i polacchi, non ebbe neppure grandi successi tra le minoranze etniche: quella tedesca fu presto polarizzata da tendenze filonaziste; quelle ucraina e bielorussa, invece, dopo una prima forte crescita, soprattutto in ambiente contadino, dei due partiti comunisti locali (federati con quello polacco, ma fortemente legati al Partito comunista ucraino e a quello bielorusso al potere nelle vicine repubbliche sovietiche), furono sconvolte dalle ripercussioni della catastrofe provocata nel 1929-1930 dalla collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche.

Così, agli inizi degli anni Trenta, il KPP era ridotto a poche migliaia di militanti, estremamente isolati, mal radicati nella società polacca. La percentuale di operai, nel 1932, era appena del 10%, mentre gli intellettuali costituivano il 59% del partito (il resto era costituito da contadini, salariati agricoli, artigiani). Anche dal punto di vista della composizione nazionale, il partito era fortemente squilibrato, per il peso molto forte di tutte le minoranze, tra cui quella ebraica, che rappresentava il 25% degli iscritti, mentre costituiva appena il 10% della popolazione polacca 9.

 

Lo scioglimento del KPP nel 1938

 

Di tutti i partiti comunisti che furono colpiti dalla repressione stalinista, quello polacco fu l'unico a essere attaccato frontalmente, in blocco, e a subire non solo una decapitazione del vertice, ma una vera e propria soppressione come organizzazione. L'accusa in base alla quale il KPP fu sciolto, da una commissione del Comintern di cui faceva parte Togliatti, era del tutto inverosimile: il partito sarebbe stato in mano a trotskisti e agenti di Pilsudski. In realtà, nel partito polacco, di fronte alle aberrazioni del «terzo periodo» di lotta estremista al «socialfascismo», era nata una robusta opposizione, che si richiamava all'Opposizione di sinistra internazionale. Ma l'espulsione di un gran numero di militanti (a Varsavia 300 su 1.000) e la campagna sistematica di infami calunnie rivolta contro di essi per recidere i legami con molti simpatizzanti rimasti nel partito, aveva ben presto alzato una barriera insormontabile tra il gruppo trotskista e il partito. Isaac Deutscher, che del nucleo trotskista fu un esponente di rilievo in quegli anni, ha ricordato che già nel 1936 gli ex oppositori non avevano più alcun contatto con il partito.

Quanto all'accusa di «pilsudskismo», era semplicemente infame: il partito aveva condotto per anni una lotta implacabile contro il regime e tutti i suoi dirigenti, già prima della ricostituzione dello Stato polacco, avevano combattuto Pilsudski, dall'interno sia del SDKPIL che del PPS Lewica, che era nato nel 1906 proprio in contrapposizione alla direzione riformista, nazionalista e terrorista del Partito socialista polacco guidato dal futuro maresciallo di Polonia. Quanto al cosiddetto «errore di maggio» (l'appoggio a Pilsudski nel 1926), non solo era stato corretto in pochi giorni, ma – come si è ricordato precedentemente – era tutt’altro che in contraddizione con la tattica applicata nello stesso periodo dall'Internazionale diretta da Bucharin in altri paesi, a partire dalla Cina, dove fu pagato il prezzo più alto per la inconsulta ricerca di impossibili alleanze interclassiste.

Sulla soppressione del KPP fu steso per anni un velo di silenzio, che non fu certo dissolto dal reticentissimo comunicato diffuso nel 1956 dai partiti che avevano firmato il decreto di scioglimento 10.

Quali ragioni spinsero Stalin a una misura così radicale contro il Partito comunista polacco? Isaac Deutscher, in un'intervista del 1957, non escludeva che nella decisione ci fosse già il preannuncio dell'intesa con Hitler (che avrebbe inevitabilmente avuto come base d'accordo la Polonia), ma aggiungeva che questo elemento non era sufficiente a spiegare il provvedimento:

Warski e la Kostrzewa, oramai da anni privi di qualsiasi contatto con la Polonia (e con il resto del mondo), non erano più in grado di opporre la minima resistenza a Stalin, sempre che avessero voluto farlo. Per quanto riguarda Lenski e Henrykowski, sono convinto che sarebbero rimasti fedeli a Stalin anche in una situazione tanto critica per il comunismo polacco quanto quella dell'agosto e settembre 1939, così come lo furono i dirigenti del partito francese, per non parlare dei tedeschi e di altri.

Ma queste sono soltanto ipotesi. Mi sembra che il comportamento di Stalin in questo caso non possa essere spiegato con una singola ragione o con uno specifico, freddo calcolo. I suoi impulsi irrazionali non erano meno importanti dei suoi calcoli «razionali»; ed egli fu spinto ad agire nel modo in cui agì da vecchi rancori e da antiche fobie, accentuati al massimo dalla mania di persecuzione che lo attanagliava all'epoca dei processi di Mosca, quando chiuse definitivamente la partita con la vecchia guardia leninista. In quello stato mentale, Stalin vide nel Partito comunista polacco la cittadella dell'odiato luxemburghismo, la «varietà» polacca del «trotskismo» che lo aveva sfidato fin dal 1923 [...], il partito affetto da inguaribili eresie, orgoglioso della propria tradizione e del proprio eroismo; il partito, infine, che in determinate situazioni internazionali avrebbe potuto porre ostacoli sulla sua strada [...] 11.
Personalmente, tendo a ridimensionare ulteriormente l'ipotesi che Stalin avesse già in mente, nella primavera del 1938, un'intesa con Hitler come quella realizzata nell'agosto 1939. Se qualche apertura diplomatica e politica verso Hitler si era avuta più volte, a partire dal 1934, tuttavia era talmente mancata una disponibilità della controparte che l'Unione Sovietica, nel corso del 1938, accentuò gli sforzi per realizzare un'intesa con Francia e Inghilterra 12. Tuttavia, non c'è dubbio che lo scioglimento del KPP risultò provvidenziale al momento dell'accordo con Hitler e che, per questa ragione, non si tentò affatto di ricostituire in forma diversa il partito sciolto nel 1938, se non quando la situazione mutò improvvisamente per l'attacco nazista all'URSS.

La motivazione «razionale» dello scioglimento, quindi, accanto a quelle irrazionali rievocate efficacemente da Deutscher, non poteva essere specificamente rivolta a facilitare un'intesa con la Germania nazista alle spalle della Polonia, ma va, casomai, inquadrata in una più generica offensiva contro il Comintern che, dopo averlo ridotto a una squallida appendice della sua burocrazia, Stalin detestava, considerandolo una costosa e inutile fonte di preoccupazioni.

Altri partiti comunisti, nello stesso periodo, pur non risultando formalmente sciolti, subirono la stessa sorte di quello polacco e persero sotto i colpi del terrore staliniano la grande maggioranza dei dirigenti e dei quadri intermedi rifugiati in URSS. Sparirono i partiti comunisti di Lettonia, di Estonia (è un caso che anche i loro paesi dovessero essere oggetto del mercanteggiamento con Hitler?), fu distrutto il gruppo dirigente del comunismo tedesco e di quello austriaco, in parte direttamente, in parte con l'atroce beffa dell'espulsione di 2.000 rifugiati tedeschi e austriaci consegnati dall'Unione Sovietica direttamente alle SS durante l'idillio del 1939-1940. In nessuno di questi casi fu annunciato lo scioglimento del partito, ma di fatto lo si era realizzato. Per lo stesso partito polacco non fu diramato allora alcun comunicato, ma si cessò semplicemente di nominarlo sulla stampa comunista. Solo nel marzo 1939, Manuilskij annunciò al XVIII Congresso del PCUS che «agenti del fascismo polacco erano riusciti a ottenere delle posizioni dirigenziali all'interno del partito comunista», lamentando il ritardo nello «smascheramento», ma non diffondendosi in dettagli sulle misure prese 13.
È quindi più verosimile che la sorte del KPP sia stata decisa più nel quadro di un'offensiva generale contro i partiti comunisti che tenendo conto di una specificità del problema polacco 14.
Tuttavia, per quel che ci riguarda in questa sede, è secondario il movente della decisione di Stalin; quel che conta è che al momento dell'invasione tedesca non c'era più un'organizzazione comunista in grado di organizzare la resistenza e che, per tutta la durata dell'intesa russo-germanica, fu formalmente vietato ai superstiti comunisti polacchi di organizzarsi in partito. Quando da vari segni, evidenti a tutti meno che a Stalin, apparve imminente un'aggressione tedesca, vari militanti polacchi chiesero l'autorizzazione a ricostituire il partito, senza successo. Persino nei primi mesi dopo l'aggressione nazista la ricostituzione del partito polacco fu differita, questa volta per non compromettere l'intesa realizzata tra il Cremlino e il governo polacco di Londra 15.
La ricostruzione venne prudentemente avviata nell'autunno 1941 con un «gruppo» del «Partito operaio polacco» (Polska Partia Robotnicza, PPR), che pubblicò solo nel gennaio del 1942 il suo primo documento, in cui manifestava il proprio impegno a difendere il governo di Londra diretto da Sikorski. Tuttavia, la situazione era estremamente sfavorevole per il nuovo partito: da un lato, era cresciuta una nuova ondata antirussa alimentata dal comportamento dell'URSS nel settembre 1939 16, mentre il governo Sikorski, nonostante il suo sempre più virulento anticomunismo, aveva ottenuto importanti concessioni negli accordi firmati il 30 luglio 1941 con l'URSS 17.

Per quasi due anni, il nucleo comunista lavorò in Polonia in condizioni di estrema difficoltà; lo scarsissimo appoggio ricevuto dall'URSS si sommava all’ostilità violenta di tutti gli altri partiti politici, che attaccavano il PPR come l'agenzia di quello Stato sovietico che consideravano un nemico storico quasi sullo stesso piano della Germania nazista. È difficile accertare se, come sostengono le fonti ufficiali comuniste, i partigiani legati al governo di Londra siano arrivati sistematicamente alla delazione per far cadere i partigiani rossi nelle mani dei tedeschi, ma non c'è dubbio che la posizione di molti esponenti della resistenza borghese era «attendista», con lo scopo dichiarato di lasciare dissanguare tra di loro i due «nemici storici»: azioni militari contro i tedeschi sono inopportune – affermavano – perché determinano sanguinose rappresaglie e al tempo stesso facilitano la guerra dei «russi»...

Il piccolo gruppo comunista rischiava di essere schiacciato in questa scomodissima posizione, quando un avvenimento imprevisto provocò una rottura tra l'URSS e il governo polacco di Londra, aumentando rapidamente l'interesse di Stalin per i partigiani comunisti. L'annuncio, dato con grande rilievo da parte della propaganda nazista, del ritrovamento di 8.000 cadaveri di ufficiali polacchi in grandi fosse comuni a Katyn, presso Smolensk, fu avallato rapidamente dal governo di Londra, nell'aprile del 1943. L'URSS ruppe improvvisamente le relazioni diplomatiche, bloccando sul nascere le trattative intraprese dal PPR per entrare in un fronte nazionale antinazista 18.

La ricostruzione del partito nella lotta antinazista

 

Al momento della rottura delle relazioni tra Mosca e il governo polacco di Londra, il PPR non aveva neppure 10.000 aderenti, mentre la Armia Krajowa (l'esercito polacco dell'interno, legato al governo di Londra) contava su 300.000 combattenti ben inquadrati da ufficiali del vecchio esercito, oltre che su un corpo d'armata operante sul fronte italiano 1919. Pur non ottenendo grandi aiuti militari (almeno fino al 1944), la resistenza legata al PPR cominciò a consolidarsi, mentre l'odio antirusso stava portando a una catastrofe l'AK legata a Londra. Infatti, dopo aver teorizzato l'attendismo per consentire ai «nemici storici» di sterminarsi tra loro 20, l'Armia Krajowa fu presa dal panico di fronte alla controffensiva sovietica e decise di fare insorgere Varsavia per prevenire un'iniziativa dell’Armata Rossa, che era ormai giunta a pochi chilometri dalla città ed era accompagnata da numerosi comunisti polacchi.
Nel luglio del 1944, infatti, l'Armata Rossa era entrata nella Polonia centrale, liberando Chelm il 21 luglio, poi, due giorni dopo, Lublino, dove giunsero rapidamente i dirigenti comunisti da Varsavia, ricongiungendosi con quelli venuti al seguito dei sovietici. Lublino era stata dichiarata capitale provvisoria e vi era sorto un Comitato polacco di liberazione nazionale, che presto sarebbe divenuto un vero e proprio governo provvisorio, rivale di quello in esilio a Londra. L'insurrezione di Varsavia fu scatenata il 1° agosto ed ebbe, inizialmente, un risultato non trascurabile, impegnando un gran numero di truppe tedesche. Ma l'Armata Rossa, comandata su quel fronte dal maresciallo Rokossovskij, fu tenuta ferma a lungo. Quando gli insorti dell'AK si decisero a chiedere aiuto, a metà settembre, si sentirono rispondere che le esigenze complessive del fronte impedivano un'offensiva su Varsavia. Il 2 ottobre, il capo delle forze polacche dell'interno, Tadeusz Bor-Komorovski, si arrese ai tedeschi, dopo avere avuto perdite valutate tra 170.000 e 200.000 morti (di cui la grande maggioranza erano civili, che avevano partecipato alla lotta o che erano stati travolti nella spietata repressione tedesca che aveva fatto saltare in aria interi quartieri). L'Armia Krajowa non si sarebbe più ripresa. Ma il mancato aiuto sovietico avrebbe pesato terribilmente negli anni successivi, rinfocolando vecchi rancori 21.
Il comitato di Lublino, intanto, aveva ignorato completamente l'insurrezione, ma aveva lavorato nel frattempo per consolidarsi nelle zone liberate con misure sociali (nazionalizzazione delle terre eccedenti i 50 ettari) e politiche (tribunali contro i criminali di guerra e i collaborazionisti) che furono accolte favorevolmente dalla popolazione. Alla testa del Partito era apparso, nel frattempo, un dirigente pressoché sconosciuto, Gomulka, che si era trovato ad assumere compiti sempre maggiori in seguito alla morte di molti dei principali dirigenti. Uno dei leader scelti da Mosca per ricostruire il partito, Jan Turlejski, era morto già nel 1941 in un incidente aereo mentre cercava di raggiungere la Polonia. Poi, il 28 novembre 1942, era caduto il segretario generale del partito, Marceli Nowotko, in circostanze e per ragioni mai chiarite e, subito dopo, era stato giustiziato il suo uccisore, Boleslaw Molojec, membro della troika che dirigeva il partito 22.
Intorno a Pawel Finder (il triumviro sopravvissuto a quella oscura tragedia) venne ricostituita una nuova direzione a tre, in cui entrò, come vice segretario, Gomulka; meno di un anno dopo, tuttavia, Pawel Finder e un'altra dirigente di rilievo, Malgorzata Fornalska, caddero in una retata delle SS e Gomulka divenne a sua volta segretario generale, senza essere passato per la consueta trafila della formazione a Mosca 23.
Quando, nel 1948-1949, Gomulka fu accusato di «titoismo» e destituito dalla direzione del partito per diventare oggetto di un processo analogo a quello contro Slansky in Cecoslovacchia o Rajk in Ungheria, non mancarono le insinuazioni sulla «non casualità» della caduta dei suoi predecessori 24. Tra tante accuse infamanti e calunniose rivolte contro Gomulka e i suoi sostenitori (che per sua fortuna egli respinse sempre con tanta fierezza da rendere impossibile il processo pubblico preparato contro di lui, che fu rinviato di anno in anno, finché non sopraggiunse la morte di Stalin a mutare bruscamente la sua situazione), ci fu anche una testimonianza probabilmente esatta, che ci illumina sulle condizioni in cui fu ricostruito il Partito comunista polacco. Stefan Staszewski accusò il principale collaboratore di Gomulka, Zenon Kliszko, di avergli detto in una conversazione privata del 1946 che il PPR era diventato un vero partito nei mesi in cui, dopo la caduta di Finder e Fornalska nelle mani dei nazisti, erano stati interrotti completamente i legami con Mosca, giacché i due dirigenti catturati erano gli unici ad avere il codice per le comunicazioni radio. Kliszko negò di avere affermato che questa circostanza era stata positiva per il partito, ma confermò la sostanza dei fatti: Gomulka era stato scelto come segretario da un partito che non aveva più contatti con Mosca e che li avrebbe ripresi solo verso la metà dell’anno successivo, quando la nuova direzione si era ormai consolidata e aveva fatto esperienze importanti 25.

Naturalmente, i margini di recupero del nuovo partito erano abbastanza limitati e la sua vittoria sulle altre forze politiche sarebbe stata assolutamente impensabile senza il pesante e diretto aiuto dell'esercito occupante.

Molti dirigenti degli altri partiti polacchi furono arrestati dalla polizia sovietica o dalla nuova forza di sicurezza legata al Comitato di Lublino (su uno di questi arresti ci fu un lungo incidente diplomatico tra l'URSS e gli alleati occidentali, che protestarono perché sedici dirigenti della resistenza non comunista - anzi, più esattamente, anticomunista - erano stati invitati a Mosca per trattative con un salvacondotto sovietico e poi erano stati arrestati e processati per «atti di diversione contro l'Armata rossa») 26; altri erano stati eliminati nel 1939-1941 ed anche successivamente, come era accaduto per due dirigenti del Partito socialista ebraico, il Bund, arrestati nel dicembre 1941 in Unione Sovietica, nonostante vi fossero stati invitati per formare un Comitato ebraico antifascista mondiale, di cui avevano inviato un progetto di statuto a Stalin 27.
D'altra parte, il forsennato anticomunismo di tutte le altre forze politiche polacche le aveva indotte ad altri gravi errori, che facilitarono il PPR: in primo luogo, rifiutarono la formazione di un governo di unità nazionale quando poteva essere molto conveniente per loro, dati i rapporti di forza (era stata proposta dal PPR poco prima della scoperta delle fosse di Katyn, poi rilanciata dal Comitato di Lublino quando era ancora ai primi passi), e finirono per doverla accettare nelle peggiori condizioni, quando il paese era interamente liberato dall'Armata Rossa e aveva ormai dovunque un'amministrazione che faceva capo al governo provvisorio diretto dai comunisti. L'ostinazione antiunitaria delle vecchie direzioni aveva provocato, per giunta, in tutti i partiti piccole scissioni da sinistra, che erano state fortemente sostenute e guidate dal PPR. Così, quando nel giugno 1945 Stanislaw Mikolajczyk, il leader del partito contadino e del governo di Londra, accettò gli accordi patrocinati (nel quadro degli accordi di Jalta) dalle potenze alleate e si recò a Varsavia per entrare nel governo e nell’Assemblea nazionale, dove avrebbe dovuto avere un terzo dei seggi per il suo partito, trovò che c'era un partito contadino creato dai comunisti (come c'erano un nuovo partito socialista, un nuovo partito democratico, ecc.), che si presentava sotto lo stesso nome tradizionale, ma che era in aperta polemica con il vecchio partito contadino 28. I comunisti – pochi, scarsamente conosciuti, con una pesante eredità di errori, ma assai compatti e ben organizzati – poterono approfittare delle divisioni (naturali o indotte) negli altri partiti, presentandosi come paladini dell'unità nazionale ed effettivamente impegnati in prima linea nella ricostruzione del paese e nella colonizzazione delle vaste regioni ex tedesche, che venivano concesse alla Polonia come indennizzo per la perdita del 47% del suo territorio prebellico ad est (gli accordi di Jalta riconobbero all'URSS, con pochissime variazioni della linea di confine, i territori acquisiti nel 1939 in base all’accordo con Hitler).
Mikolajczyk, per giunta, si trovò intrappolato nel governo, senza quasi nessun peso, con il partito paralizzato dalla scissione e dall'aperto favoritismo delle autorità locali per il partito rivale. Tentò una prova di forza su un terreno scivolosissimo: dopo avere accettato un plebiscito che doveva pronunciarsi su tre punti (abolizione della Camera alta, riconoscimento delle nazionalizzazioni di fabbriche e terre, nuovi confini occidentali), decise di fare appello a votare contro uno dei tre punti, per poter «contare» i sostenitori del vecchio governo di Londra in contrapposizione ai comunisti e ai loro fedeli alleati. Ma, avendo scelto per la differenziazione il no sul primo punto (mentre nel suo programma prebellico aveva rivendicato egli stesso l'abolizione della Camera alta), si trovò a non riuscire a spiegare convincentemente alle masse una scelta così chiaramente tattica e strumentale e fu, ovviamente, accusato di mirare ad altro e di mettere in discussione le nazionalizzazioni o l'assetto generale della nuova Polonia 29. Così, i sì sfiorarono il 70% anche sul primo punto, mentre si avvicinarono all'80% sul secondo e superarono il 90% sul terzo. In tal modo, il PPR aveva ottenuto indirettamente una legittimazione, sia pure in una votazione su cui furono sollevati forti dubbi e a cui non fu concesso di presenziare a nessun rappresentante occidentale. Mikolajczyk sarebbe presto fuggito in Occidente, come altri esponenti dei vecchi partiti borghesi, mentre il Partito socialista, convenientemente epurato, si sarebbe fuso con il PPR, formando il Partito operaio unificato polacco (PZPR; useremo però, in seguito, la sigla POUP, che è in genere l'unica utilizzata in Italia) 30.

Il «gomulkismo»: realtà e mito

 

La debolezza del gruppo dirigente e delle stesse forze militanti del comunismo polacco e la sorda resistenza di importanti settori della società polacca nei confronti della costruzione di un regime pedissequamente ricalcato su quello sovietico (a parte la finzione di un pluripartitismo puramente nominale, data la completa subordinazione dei partiti contadino e democratico alle direttive comuniste) 31, furono compensate da un fattore internazionale che giocò nettamente a favore dell'accettazione della realtà esistente: il revanscismo tedesco, appoggiato e incoraggiato da USA e Gran Bretagna (a partire dal famoso discorso di Fulton, in cui Churchill denunciava la «cortina di ferro», mettendo in discussione anche la frontiera dell'Oder-Neisse che delimita la Polonia dalla Germania orientale) fece pesare sulla nazione polacca lo spettro di un nuovo smembramento. I rancori verso l'URSS per la perdita del 47% del territorio anteguerra erano diffusi in larga parte dell’opinione pubblica polacca, ma solo un numero abbastanza ridotto di cittadini della nuova Polonia era stato colpito direttamente, giacché una parte notevole degli abitanti delle regioni orientali erano ucraini o bielorussi e gli stessi polacchi espulsi da quelle zone avevano avuto in cambio terre più fertili e lavoro sicuro nelle regioni occidentali e settentrionali tolte alla Germania (da cui, a loro volta, erano stati espulsi quasi tutti i tedeschi) 32. Un gran numero di polacchi, invece, provenienti da tutte le regioni del paese, avevano ottenuto casa, lavoro, terra nei territori ex tedeschi ed erano estremamente sensibili alle minacce del revanscismo della RFT. Non è un caso che la Slesia sia stata a lungo una delle più fedeli roccaforti del Partito comunista: il cemento era la coscienza nazionale polacca e la convinzione che il Partito comunista ne fosse, nelle condizioni date, il miglior difensore; d'altra parte, la ricostruzione e colonizzazione polacca dei 100.000 kmq ex tedeschi aveva permesso di organizzare quelle regioni senza troppi condizionamenti delle vecchie sovrastrutture, che erano state spazzate via con la deportazione della grande maggioranza degli abitanti (secondo fonti della RFT, erano stati «spostati» 7.500.000 tedeschi) 33.
Gomulka fu allora, oltre che segretario del partito, il responsabile della «colonizzazione» dei nuovi territori e il fautore di una politica delle nazionalità che portò i polacchi dal 65% di prima della guerra al 98% degli abitanti della nuova Polonia. A più riprese, tra l'altro, venne facilitata la partenza degli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista. Dei tre milioni di prima della guerra, erano rimaste poche centinaia di migliaia di ebrei, che furono incoraggiati a recarsi in Israele 34.
Tuttavia, quella politica non corrispondeva a una particolarità polacca e sarebbe un errore scorgervi qualche elemento atto a giustificare l'accusa di «deviazione nazionalista-titoista» che fu rivolta successivamente a Gomulka. Tutti i paesi dell'Est europeo, a partire dall'Unione Sovietica, applicarono quella sciagurata politi­ca delle nazionalità consistente nel tracciare frontiere prescindendo dai fattori etnici, facendo poi corrispondere questi ultimi con massicci e brutali spostamenti di milioni di persone35.
Se Gomulka, in qualche modo, aveva «peccato» di nazionalismo, era casomai su un tutt'altro terreno: risulta infatti che avesse protestato già allora contro la razzia di macchinari, trattori, locomotive di proprietà tedesca prelevate dai sovietici nelle nuove regioni polacche come «riparazione per i danni di guerra» (in ogni caso, quando tornerà al potere nel 1956, risolleverà la questione) 36.

Non risulta, d'altra parte, che nei primi anni in cui Gomulka fu alla testa del PPR ci siano state altre particolarità nello sviluppo della società polacca che potessero giustificare l'accusa di «eresia» titoista mossagli tra il 1948 e il 1954. Non si dimentichi poi che nel 1948 lo stesso «titoismo» era ben lungi dal rappresentare una cosciente opposizione allo stalinismo (né riuscì mai, d'altra parte, a elaborare una concezione realmente alternativa). Gli unici elementi concreti ricavabili dalle accuse, a mano a mano sempre più pesanti, calunniose e inverosimili, rivolte a Gomulka furono quelli di avere ritardato la collettivizzazione delle campagne e di avere concepito la fusione con il PPS come un incontro tra esperienze diverse, in cui non ci si premuniva abbastanza dalle tare ereditarie del vecchio socialismo polacco e si puntava a una fusione reale invece che a una fagocitazione. Ma sono tutti elementi marginali, assolutamente insufficienti a far esistere un «gomulkismo».

Ma l'essere caduto in disgrazia nel momento in cui le contraddizioni della società polacca si aggravavano, alla vigilia della ottusa collettivizzazione forzata che doveva far precipitare catastroficamente la produttività agricola, il fatto di essere diventato per anni il bersaglio degli uomini al potere, sempre più impopolari, dovevano trasformare Gomulka in un mito, nel simbolo dell’antistalinismo. La verifica concreta del suo operato nei 14 anni in cui rimase nuovamente alla testa del POUP ha dimostrato quanto poco fosse fondato quel mito e quanto invece Gomulka, al di là del suo coraggio e della grande onestà politica, non fosse capace e soprattutto non si sognasse minimamente di concepire un'alternativa allo stalinismo. Tuttavia, i miti hanno una loro forza. Quello di Gomulka avrebbe ritardato di anni la maturazione della rivoluzione politica in Polonia, che pure si era preannunciata così vigorosamente con l'esplosione del 1956.

La crisi del 1956

 

L'esplosione di scioperi operai e manifestazioni di insofferenza, prima tra i giovani poi in tutti i settori della popolazione polacca, va inquadrata naturalmente nella crisi generale del sistema stalinista, il cui meccanismo di conservazione era stato profondamente scosso dalla denuncia dei crimini di Stalin, dalla riabilitazione di Tito, e ancor più dai tentativi di far finta che nulla fosse accaduto, lasciando immutate in ciascun paese le sovrastrutture poliziesche e le inverosimili menzogne di Stato. Tuttavia, al di là degli spazi offerti dall'indecisione e dalla reticenza dei vertici comunisti (analogamente a quello che stava accadendo in Ungheria), la crisi stava maturando – a livello operaio – per le caratteristiche specifiche che aveva assunto lo stesso straordinario sviluppo industriale della Polonia nei dieci anni di «potere popolare».

La produzione industriale polacca, già nel 1948, superava del 43% la produzione dello stesso territorio nel 1938. La ricostruzione era stata dunque, per quanto riguarda l'industria, sostanzialmente completata ed era stato avviato un massiccio sviluppo di nuovi settori. La produzione industriale, nel 1951, aveva già raddoppiato il livello raggiunto nel 1948 (mentre la produzione agricola era invece inferiore del 30% a quella anteguerra). Questo balzo impetuoso (accompagnato da altri non meno consistenti su altri terreni, come l'assistenza sociale e l'istruzione) 37 era stato determinante per assicurare un sostanziale consenso al regime nei primi anni. Tuttavia, a mano a mano che si riempivano i vuoti spaventosi lasciati dalla cronica arretratezza e dalle distruzioni della guerra, cominciavano a venire alla luce le tare del sistema di gestione burocratica. Agli sperperi di energie che caratterizzano l'anarchia capitalistica subentravano progressivamente altri sprechi, dovuti questa volta alla pianificazione verticistica e alla tipica miopia del burocrate locale, preoccupato più di raggiungere (sulla carta o nella realtà) gli obiettivi prefissatigli, che di garantire un continuativo ed equilibrato sviluppo dell'economia. Così, a parte le più volte denunciate falsificazioni delle statistiche, cominciavano le incoerenti forzature, le battaglie per raggiungere livelli quantitativi altissimi a tutto scapito della qualità e dei costi materiali ed umani, i progetti megalo mani 38.
Le conseguenze sono molteplici: da un lato, una riduzione progressiva del saggio di aumento della produttività (che era del 10,2%, nel 1950-1955, e scende fino al valore d 5,1 %, negli anni 1965-1970); dall'altro, una riduzione del saggio annuo d'aumento dell'occupazione industriale, col risultato di spingere a un aumento progressivo della quota di reddito nazionale destinata agli investimenti, a scapito ovviamente dei consumi. Se, nel 1948, solo il 16% del reddito nazionale era destinato all'accumulazione, contro un 84% destinato ai consumi, già nel 1954 il rapporto è di 25% accumulazione, 75% consumi, per arrivare a un 36% all'accumulazione e 64% ai consumi nel 1974-1975 3939.

Nel 1956, il malcontento operaio per la riduzione dei salari reali (nascosta dalle statistiche addomesticate, ma verificabile da chiunque) era diffuso in tutta la Polonia, anche se i meccanismi repressivi e di organizzazione del consenso consolidatisi negli anni precedenti limitarono a pochi casi le esplosioni visibili. D'altra parte, la prima e più clamorosa di esse, la vera e propria rivolta operaia di Poznan, innescò un processo di scontro nel POUP che finì per polarizzare l'attenzione generale sulle modifiche politiche più che su specifiche misure economiche. A Poznan lo sciopero era partito dai 15.000 operai della fabbrica di locomotive ZISPO che, temendo l'arresto di una delegazione inviata a Varsavia, il 25 giugno fermarono del tutto la produzione uscendo per le strade, protestando per l'erosione dei salari reali, l'aumento incessante dei ritmi di lavoro, oltre che per la disorganizzazione degli approvvigionamenti. Il corteo divenne una vera e propria fiumana di operai di gran parte delle fabbriche cittadine, a cui si unirono giovani esasperati che reagirono alle cariche della polizia assaltandone le sedi, occupando tribunale, carceri, radio. Dopo due giorni di scontri, la rivolta era domata, con più di cinquanta morti, centinaia di feriti e di arrestati (ma, nonostante fossero accusati di essere «agenti imperialisti», gli imputati ebbero pene lievissime nel processo, che tenne conto della reale natura della protesta).

Ufficialmente bollata come una «provocazione» della CIA, la rivolta di Poznan impose un dibattito profondo e appassionato nel partito, allargando rapidamente le divergenze tra chi voleva andare avanti sulla strada della repressione (e quindi chiedeva un intervento sovietico, data l'evidente insicurezza del proprio controllo sulle masse, e persino sull'esercito) e chi invece voleva affrontare coraggiosamente le cause della profonda scollatura tra dirigenti e paese che lo sciopero di Poznan e le sue ripercussioni in tutta la Polonia avevano improvvisamente portato alla luce.

Per quattro mesi il dibattito al vertice si inasprì, paralizzandosi in compromessi precari e inutili: Gomulka, ad esempio, era stato riabilitato, ma non ancora riammesso a responsabilità di partito (era in corso una complessa trattativa per definire il suo ruolo). Intanto, cresceva l'attesa di una svolta e, cosa ancor più preoccupante per i burocrati, nascevano embrionali punti di riferimento politico nel Politecnico e nella fabbrica di automobili Zeran, il cui comitato di partito si manteneva in contatto permanente con la rivista «Po Prostu», che era in origine un giornaletto studentesco, ma che aveva saputo con una coraggiosa denuncia antiburocratica trasformarsi in portavoce dell'opposizione latente. L'impraticabilità della scelta repressiva (un piano per arrestare simultaneamente 700 oppositori era finito in tempo nelle mani del comitato di partito della Zeran, che organizzò staffette per mettere in guardia i minacciati, mentre migliaia e migliaia di risoluzioni venivano votate nelle fabbriche e nelle scuole, per condannare qualsiasi tentativo di ritorno indietro verso lo stalinismo) spingeva verso Gomulka la maggioranza «centrista» raccolta intorno a Edward Ochab. Nonostante il precipitoso viaggio a Varsavia di Chruščëv, Mikojan, Molotov, Kaganovič (scortati significativamente dal maresciallo Konev, comandante in capo delle truppe del Patto di Varsavia e da altri 11 generali in alta uniforme), la maggioranza del CC del POUP decideva di richiamare Gomulka alla testa del partito, nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 1956 («la notte in cui nessuno dormì a V arsavia»).

Il programma di Gomulka era generico, ma su quasi tutti i punti rispondeva alle aspirazioni diffuse nel paese: rivendicazione di un'autonomia polacca, di una via originale al socialismo; eliminazione delle condizioni di dipendenza e di ineguaglianza nei rapporti con l'URSS; fine della collettivizzazione forzata (riproponendo solo come obiettivo finale una socializzazione delle campagne basata sul consenso); libertà religiosa (in cambio di una lealtà della Chiesa verso il governo); allargamento della «democrazia socialista» e riforme economiche. Quando Gomulka espose per la prima volta il suo programma alle masse in un comizio oceanico tenuto il 24 ottobre davanti al Palazzo della cultura, fu interrotto a ogni frase da applausi entusiastici. Solo su un punto le sue parole furono accolte da un silenzio di gelo: quando ribadì che le truppe sovietiche sarebbero rimaste in Polonia, fino a quando fossero state mantenute basi NA TO nella Germania federale.

Ma la tragedia ungherese (le truppe sovietiche erano entrate proprio nella notte tra il 23 e il 24 ottobre in Ungheria, provocando l'insurrezione nazionale) finì per facilitare l'accettazione della prudente tattica gomulkiana anche da parte dei settori più ostili all'Unione Sovietica.

Il permanere delle truppe sovietiche apparve un male minore rispetto al pericolo di un bagno di sangue all'ungherese. D'altra parte, la sensibilità nazionale polacca veniva ricompensata sacrificando il maresciallo Rokossowskij, che era stato spedito in Polonia da Stalin dopo la prima caduta di Gomulka per assumervi la carica di ministro della Difesa. Rokossowskij era di origine polacca, aveva combattuto nell’Armata Rossa di Tuchačevskij, sotto Varsavia, nel 1920, ed era caduto in disgrazia, probabilmente anche perché polacco, al momento delle grandi purghe del 1937-1938. Tuttavia, come molti altri ufficiali che si trovavano allora nei gulag, ne fu tirato fuori dopo la catastrofica ritirata delle prime settimane di guerra ed ebbe così modo di comandare le truppe sovietiche che furono tenute ferme nei sobborghi di Varsavia durante la tragica insurrezione del 1944. Ce n'era abbastanza per renderlo sgraditissimo ai polacchi, indipendentemente dai suoi personali giudizi su Stalin e lo stalinismo e, pare, dal fatto che nell'autunno del 1956 avesse rifiutato di mettere le truppe da lui comandate al servizio di un colpo di Stato filosovietico. Così, il povero Rokossowskij, dopo essere stato presumibilmente «esiliato» in Polonia da Stalin, diverrà un capro espiatorio e faciliterà col suo nuovo esilio, in direzione opposta, l'accettazione del mantenimento dell'esercito sovietico sul territorio polacco 40.
D'altra parte, oltre alle truppe già presenti in Polonia per mantenere una pressione permanente sulla nuova direzione POUP, il grosso delle truppe sovietiche si trovava allora nella Germania orientale, per cui l'accerchiamento della Polonia era totale (le sue frontiere con la Cecoslovacchia erano allora ancor meno tranquille: vi furono in quei giorni incidenti abbastanza gravi per il tentativo cecoslovacco di bloccare treni di viveri e medicinali raccolti in Polonia per i feriti di Budapest) 41. Probabilmente, questo contesto, oltre che determinare una fortissima pressione sulla nuova direzione polacca, permise al gruppo dirigente sovietico di rassegnarsi ad attendere gli sviluppi successivi: la sfiducia dei sovietici in Gomulka era allora fortissima, ma sapevano anche che, in definitiva, l'inesistenza di frontiere con l'Occidente avrebbe impedito alla Polonia di essere sostenuta in un eventuale scontro con l'URSS. Pochi mesi dopo, Chruščëv si era già convinto che, nell'ottobre 1956, non si era solo rassegnato a un male minore, ma aveva trovato un alleato prezioso. La «soluzione Gomulka», infatti, senza mettere in forse i presupposti del sistema burocratico in Polonia e in URSS, aveva fornito al regime un'insperata boccata d'ossigeno, che evitava uno scontro diretto con le masse nella più grande delle «democrazie popolari».

In ogni caso, nei primi mesi in cui Gomu1ka si trovò alla testa del partito e del movimento di massa che nuovamente lo sosteneva, la sfiducia del gruppo dirigente sovietico nei suoi confronti condizionò la sua politica e la sua scelta di alleanze in maniera determinante. Forte del ritrovato compromesso con la Chiesa cattolica, dell'appoggio aperto del cardinal Wyszynski, liberato il 28 ottobre e subito esplicitamente impegnato nel raccomandare la prudenza (esaltando l'eroismo dei lunghi anni di tormenti, di prove, di sofferenze contro quello, troppo facile, della morte in combattimento...), Gomulka si preoccupò subito di arginare le tendenze, a suo parere estremiste, che si erano manifestate tra i suoi sostenitori più accesi all'interno del partito.

Lo straordinario prestigio accumulato negli anni di persecuzione stalinista contro di lui, l'avallo della Chiesa (Wyszynski esortò apertamente a dare un voto plebiscitario al regime nelle elezioni del gennaio 1957), l'empirismo che per quasi un anno lasciò spazi effettivi a un movimento dei consigli operai, prima di ingabbiarlo e cominciare a colpirne le punte più avanzate, permise al nuovo gruppo dirigente una repressione selettiva che non trovò grandi resistenze. Già nell'estate 1957 veniva chiuso «Po Prostu», che aveva rappresentato l'ala marciante della critica antiburocratica e della denuncia dei privilegi, dei negozi riservati all'apparato, della soppressione della democrazia operaia nel partito e nel paese 42. La repressione avveniva tanto più facilmente in quanto i contestatori erano osteggiati dalla gerarchia cattolica, che li considerava la variante più detestabile del comunismo e preferiva allearsi con la gerarchia di partito.
Senza entrare qui in un'analisi dettagliata dei rapporti tra Partito comunista e Chiesa polacca, per cui si rinvia all’altro articolo in questo stesso numero, crediamo sia necessario sottolineare come l'involuzione dell'esperienza gomulkiana sia stata accelerata dalla realizzazione del «compromesso storico» con la Chiesa. La riapertura dell'insegnamento religioso nelle scuole, la riapertura di giornali, l'allargamento della presenza cattolica nel parlamento (con la fine della esclusività per gli stalinisti del movimento PAX, entrato in crisi nel 1956 per i suoi troppo stretti legami con gli elementi più conservatori e filo sovietici), garantirono per un periodo abbastanza lungo un appoggio cattolico al nuovo regime. D'altra parte, gli strati più entusiastici della svolta gomulkiana erano i contadini e gli artigiani, particolarmente legati alla Chiesa cattolica. I contadini che erano stati intruppati forzatamente nelle cooperative, negli anni 1949-1955, riebbero le loro proprietà individuali 43; una specie di NEP offriva contemporaneamente nuovi spazi all’artigianato, al commercio e alla piccola industria privata.
Mentre si appoggiava sugli strati oggettivamente più conservatori del paese e colpiva gli «estremisti» di «Po Prostu» e gli intellettuali che andavano troppo lontano nella ricerca delle cause dello stalinismo, Gomulka finiva per doversi appoggiare, nel partito, sui suoi vecchi nemici; all'emarginazione, spesso seguita da espulsione dal partito, di comunisti critici come Bienkowski, si accompagnava l'ascesa del gruppo dei «partigiani» guidato dal generale Moczar, che univa ex stalinisti (non troppo ex, anche se mimetizzati sotto una vernice di sciovinismo polacco) ed ex appartenenti alle formazioni anticomuniste dell'Armia Krajowa 44.
Tra le conseguenze di questo mutamento nello schieramento che sosteneva Gomulka c'è la sua compromissione. nell'episodio più oscuro della storia della nuova Polonia: l'ondata antisemita del 1968-1969. Gomulka personalmente era del tutto alieno da qualsiasi concessione all'antisemitsmo (tra l'altro sua moglie era ebrea!) e, probabilmente, non ignorava, fin dall'inizio, che una parte della forze che soffiavano sul fuoco tendeva a metterlo personalmente in difficoltà 45. Tuttavia, la scelta iniziale di rompere con le forze che nel partito volevano portare avanti una battaglia seriamente antiburocratica lo aveva lasciato in balia delle forze più retrive, tra cui non pochi erano coloro che avevano raggiunto il comunismo solo quando era ormai solidamente al potere, dopo avere militato in formazioni conservatrici e a volte apertamente fasciste 46.

Inoltre, la campagna non aveva nulla a che vedere con un reale pericolo «sionista»; a questo proposito, Adam Michnik, uno degli esponenti del KOR, ha scritto efficacemente:

La campagna antisemita non aveva lo scopo di colpire i resti della comunità ebraica sopravvissuti all'inferno hitleriano, ma serviva piuttosto a infiammare i sentimenti nazionalisti e xenofobi, a velare le reali cause della crisi sociale, a disabituare i polacchi da un modo di pensare razionale, trasformandoli in complici di un crimine 47.

Le cause dell'involuzione di Gomulka

 

Può apparire a prima vista inspiegabile che un uomo indubbiamente capace (e, per giunta, giudicato da tutti come persona di notevole onestà e disinteresse), dopo aver personalmente subito la repressione stalinista, abbia finito per avallare l'infame politica del generale Moczar, che faceva appello ai più bassi sentimenti e alle peggiori tradizioni nazionali polacche per fronteggiare il pericolo di una nuova ascesa di contestazione antiburocratica. La campagna antisemita era intrecciata, infatti, con la repressione del movimento studentesco del 1968 e delle sue premesse del 1965-1966 (l'opposizione marxista rivoluzionaria sorta nelle organizzazioni giovanili intorno a Jacek Kuron e Karol Modzelewski).

Ma questa contraddizione di Gomulka non appare più tale se si riflette a quanto poco l'essere stato vittima dello stalinismo testimoni di un essere stato effettivamente un oppositore dello stalinismo. Lo stalinismo trionfante colpiva, nella stragrande maggioranza, degli stalinisti convinti, molti dei quali, paradossalmente, non furono scalfiti nelle loro concezioni neppure dalla loro tragica esperienza personale. Medvedev riferisce di moltissimi dirigenti comunisti preoccupati, in punto di morte, di mandare messaggi a Stalin; Solzenicyn ha fornito testimonianze vivissime di casi analoghi nei suoi romanzi, prima che nel tremendo Arcipelago GULag. Un'altra testimonianza diretta, ancor più straordinaria perché è quella di una vittima che è passata attraverso esperienze tremende senza vedere scalfita la sua fede (paragonata, non a torto, a quella di Giobbe, che accoglie con gioia tutte le «prove» mandategli da Dio), è quella dell'italiano Paolo Robotti 48.

In realtà, Gomulka non era né «titoista» né antistalinista quando fu colpito dalla repressione. La sua opposizione al volere di Mosca era stata impercettibile, fatta di sfumature di dissenso su specifiche decisioni senza affrontare in nessun modo le concezioni del partito e dello Stato che l'URSS stalinizzata aveva canonizzato come «leniniste» e quindi immutabili. Tutto lascia pensare che la sua riflessione critica sull'esperienza stalinista sia stata congelata dalla tragedia ungherese: Gomulka sostenne inizialmente con slancio il tentativo di Nagy, che considerava vicino alla sua posizione. Il tragico epilogo della rivoluzione ungherese dell’ottobre 1956 lo sconvolse, non solo perché ribadì duramente quali erano i margini di tolleranza di Mosca, ma perché gli parve frutto di un'imprudente apertura incontrollata ai fermenti critici. I due fattori, comunque, si intrecciavano strettamente e, per giunta, gli approcci empirici con la realtà polacca del 1956-1957 gli confermarono ben presto che era pericoloso qualsiasi tentativo di modifica del sistema di controllo burocratico esercitato dal Partito comunista (sarebbe meglio dire: dal suo ristretto vertice, ma la distinzione tra vertice e partito sfugge naturalmente a chi è da anni inserito nella burocrazia). In definitiva, Gomulka fu paralizzato e ributtato indietro dall'inesistenza di margini per il suo progetto di autoriforma dall'alto del sistema (analogamente a come fu svuotato e ridotto a ben poco l'analogo progetto di autoriforma burocratica avviato da Chruščëv). Costretto a considerare alleato pericoloso e sconsiderato chiunque mettesse in discussione i capisaldi del sistema, Gomulka si trovò sempre più in compagnia (e in balia) della feccia del partito. Inoltre, la sua progressiva rassegnazione al ritorno ai più ignobili diversivi (come l'antisemitismo) era strettamente legata al venir meno di quello che era stato per anni, prima della sua caduta in disgrazia e dopo il ritorno al potere, un cavallo di battaglia propagandistico che permetteva di coagulare intorno al regime un consenso di massa basato su un interesse comune: il pericolo del revanscismo tedesco.

I segni di una progressiva modifica dell’opinione pubblica tedesca, con un inizio di apertura verso una Öst-politik più realistica (tanto. più se questi segni venivano seguiti con interesse da Mosca), preoccuparono il gruppo dirigente polacco, sia nel 1964 sia nel 1968, proprio perché rendevano meno comprensibile una mobilitazione permanente del paese in clima da «Annibale alle porte» 49.

In ogni caso, questa sostituzione progressiva di un'infame agitazione sciovinista e razzista a una tematica politica basata su dati oggettivi (anche se da tempo venivano forzati in modo sempre meno credibile) faciliterà una crescita dell'opposizione nel partito e nel paese e creerà, anzi, le premesse per una saldatura delle due principali correnti di questa opposizione.

Se, nel 1966, l'ultima campagna contro l'episcopato non aveva avuto echi nella sinistra, occupata a difendere i suoi militanti colpiti dalla repressione (nel 1965 c'era stata la condanna di Kuron e Modzelewski per la «Lettera aperta al POUP» e, nel 1966, la condanna di Haas, Smiech e Badowski) 50, mentre a sua volta l'episcopato aveva taciuto, o si era compiaciuto per le condanne degli «estremisti», nel 1968 la campagna antisemita e la feroce repressione dei moti studenteschi del marzo provocò analoghe reazioni nella sinistra del partito e fece emergere per la prima volta una sinistra cattolica che difese coraggiosamente gli studenti contestatori (mentre i vescovi, in particolare Wyszynski, li condannavano aspramente e tacevano sui rigurgiti di antisemitismo) 51.

In quella battaglia si crearono cioè le premesse per un dialogo che avrebbe dato i suoi frutti negli anni successivi, attraverso un ripensamento delle precedenti incomprensioni e la ricerca di un terreno d'azione comune per l'allargamento della «democrazia socialista». Ovviamente, si crearono anche le premesse di una penetrazione cattolica tra le file del dissenso politico, attraverso una nuova credibilità che cancellava, o metteva in secondo piano, le tante compromissioni dell'episcopato con la burocrazia del POUP, realizzate su uno squallido terreno. di do ut des che, anziché attenuare la censura di Stato, aveva sommato ad essa quella clericale.

L'episodio cruciale che segna la svolta è quello dell'aggressione poliziesca dell'8 e 9 marzo 1968 agli studenti dell'Università di Varsavia, bollati dalla stampa come «teppisti al soldo di Israele». Di fronte alle calunnie ufficiali e al silenzio di Wyszynski, i cinque deputati cattolici del gruppo Znak (vicini alle riviste cattoliche indipendenti dal regime e dall'episcopato «Tygodnik Powszechny» e «Wiez») presentarono un'interpellanza nel Sejm (il parlamento polacco), in cui si denunciavano le violenze poliziesche. Il tentativo di tenere nascosto l'episodio non riusciva e l'interpellanza aveva una vastissima eco nel paese (anche perché era la prima volta dopo moltissimi anni in cui riappariva una dialettica aperta, invece delle consuete implausibili unanimità di facciata) 52.

Le premesse degli schieramenti attuali

 

In quel marzo 1968, dunque, si gettano le basi per quello schieramento da cui, nel 1976, nascerà il Comitato di Autodifesa Sociale, KOR.

Le tappe della crescita, tra il 1970 e il 1976, di quella eccezionale autorganizzazione operaia che ha consentito il successo alle lotte di quest'anno e ha esercitato una funzione di catalizzatore nella società polacca, sono descritte nell'articolo di Peter Green, che appare su questo stesso numero di «Critica comunista» e a cui, ovviamente, rinviamo. Quel che vogliamo sottolineare, a conclusione di questa sommaria panoramica delle premesse dell'attuale crisi del comunismo polacco, è che le correzioni tentate empiricamente da Gierek non solo sono state bruciate in partenza dalla esperienza della parabola involutiva del gomulkismo, a cui finivano per assomigliare troppo, ma anche e soprattutto dall'emergere, per la prima volta nella Polonia del dopoguerra, di una consapevole opposizione organizzata autonomamente, ancora minoritaria ma già significativamente radicata in una vasta area della società 53.
L'inconsistenza delle innovazioni promosse da Gierek sul terreno politico e la fragilità delle soluzioni adottate sul terreno economico (per l'incapacità di prevedere la nuova crisi economica generale del sistema capitalistico, che avrebbe bruscamente ristretto gli sbocchi sui mercati occidentali per le merci polacche) 54 hanno accelerato i tempi del logoramento del successore di Gomulka e reso ancora più inquietante l'eredità che egli lascia al suo oscuro successore 55. Tra i problemi più gravi, indubbiamente, l'esistenza anche all'interno del POUP di una embrionale opposizione organizzata, il gruppo DIP (Doswiadczenie i przyszlosc, Esperienza e avvenire).
Più volte è stato sottolineato in Occidente, con severità probabilmente inopportuna, che questo gruppo di lavoro ha espresso concezioni gradualiste, che non si prospetta l'abbattimento ma solo una «correzione» dell'attuale sistema 56. Non c'è dubbio che la collocazione in posti di notevole responsabilità (direzione di riviste, di istituti economici, ecc.) spinga ad accentuare la cautela formale a scapito della chiarezza; non c'è dubbio che dopo la prima riunione il gruppo ha ceduto all'intimazione delle autorità di partito e ha mantenuto la discussione solo per iscritto, rinunciando a nuovi convegni (anche se la redazione dei documenti poi messi in circolazione non può non essere passata anche attraverso riunioni di fatto etichettabili come «frazioniste»). Non c'è neppure dubbio che le attività del DIP diventano semipubbliche solo a partire dalla fine del 1978, quando il terreno è stato aperto e dissodato dalle coraggiose iniziative del KOR. Tuttavia, non c'è dubbio che gli spazi per la crescita di un'attività semilegale del KOR e di altre consimili formazioni è stata facilitata dall'esistenza in settori importanti dello stesso vertice del POUP di posizioni severamente critiche verso l'attuale assetto della società polacca. Il KOR stesso ne è ben consapevole e ha cercato deliberatamente di realizzare il massimo di convergenza possibile, indipendentemente dalle diverse concezioni tattiche.

D'altra parte, se è assai poco credibile un progetto di autoriforma del sistema burocratico, né si vede come fare accettare al vertice quella democratizzazione della vita del partito che il DIP considera preliminare alla democratizzazione del paese, non va dimenticato che il gruppo «Esperienza e Avvenire» non fa affidamento solo sulla bontà delle sue idee, ma ha detto esplicitamente, per bocca di uno dei partecipanti alle sue inchieste, che non è possibile considerare come un fenomeno negativo le «esplosioni sociali» che la Polonia ha conosciuto nel 1956 o nel 1970, dal momento che «negli ultimi venti anni sono state il solo regolatore efficace del regime». C'è, probabilmente, qualcosa di più di un velleitario e illuministico progetto di autoriforma del sistema, in queste posizioni; piuttosto che «giudicare», comunque, è necessario studiare con attenzione questa insolita formazione, la cui cautela formale può essere a volte eccessiva, ma che rappresenta pur sempre la prima manifestazione aperta di una dialettica interna a un partito comunista al potere.

La situazione è, dunque, quanto mai instabile ed incerta, dopo la prima vittoria delle lotte operaie dilagate dal Baltico alla Slesia; lo stesso atteggiamento dell'URSS (di cui tutte le forze preoccupate di arginare l'ondata operaia, da Gierek a Wyszynski, alle radio occidentali che trasmettono in polacco dalla Germania di Schmidt, hanno sopravvalutato la pericolosità immediata) è ancora una volta di attesa, per ritardare se possibile uno scontro con un paese che ha dato già filo da torcere troppe volte in passato e che ora si è, per giunta, trasformato in una delle dieci maggiori potenze industriali del mondo, con una classe operaia non solo forte, ma anche ben cosciente della propria forza e della necessità di organizzarsi autonomamente. Ma il vertice del Cremlino non può farsi troppe illusioni sul nuovo gruppo dirigente del POUP: se Gierek aveva come unica carta quella di essere il meno compromesso dei burocrati disponibili a sostituire Gomulka, Kania ha solo quella di essere quasi sconosciuto al paese e di essersi dichiarato contrario alla repressione fin dal luglio. E da questo ad abbozzare un programma capace di togliere la Polonia dall'attuale crisi ce ne corre. E soprattutto non esiste soluzione stabile senza abbattimento dell'ostacolo principale al libero dispiegamento delle energie del proletariato polacco, che è rappresentato dallo strato parassitario costituito dalla burocrazia e dai suoi alleati 57.
Per questo l'URSS, impossibilitata a intervenire subito (impelagata com'è in Afghanistan e alle prese col rischio di veder crollare con la guerra Iraq-Iran un altro pezzo importante della sua miope politica di alleanze), segue indubbiamente con allarme l'evoluzione della più grande e instabile delle «democrazie popolari». Per il momento, come dopo il 1956 o il 1970, assicura nuovi crediti e aiuti in natura, nel tentativo di attenuare almeno quel malcontento più direttamente legato alla scarsezza di approvvigionamenti e al carovita 58.

Tuttavia, oggi più che nel 1970 e nel 1976, il prezzo della carne è stato solo un catalizzatore di ben altre insofferenze ed aspirazioni, che non possono certo essere tacitate solo con qualche bistecca in più (ammesso che l'URSS possa a lungo permettersi di fornire aiuti alimentari ad altri, data la situazione del suo mercato interno e in presenza di crescenti tensioni che traspaiono sotto l'apparente stabilità del regime). È quindi tutt'altro che escluso un diverso atteggiamento dell'URSS nei confronti della dinamica interna polacca, in caso di rapido logoramento del nuovo gruppo dirigente del POUP. È un dato ben presente a tutte le forze in campo in Polonia e se ne deve tener conto anche da parte nostra, per valutare la straordinaria cautela di tutte le forze antiburocratiche polacche, al cui fianco dobbiamo essere oggi senza esitazioni e, soprattutto, senza atteggiamenti di saccente sufficienza.

1 Un'organica informazione sulle attività del KOR era stata fornita (molto prima del recentissimo risveglio di interesse per le vicende polacche) sul n. 3 di «Critica comunista» del giugno-luglio 1979, che, nel quadro di un ampio dossier sui paesi dell'Est, riproduceva integralmente l'Appello alla società lanciato dal Comitato di autodifesa sociale nell'ottobre 1978.

2 Alcuni dati e una sommaria Bibliografia in proposito sono in La distruzione del movimento comunista in Germania, in «Critica comunista», n. 2, aprile-maggio 1979, p. 169.

3PETER J. NETTL, Rosa Luxemburg, vol. II, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 372.

4 Deutscher osserva che «la marcia dell’Armata rossa su Varsavia fu molto più dannosa per il Partito comunista polacco di tutti gli errori veri o presunti di Rosa Luxemburg» (ISAAC DEUTSCHER, La tragedia del Partito comunista polacco, in Lenin - Frammento di una vita e altri saggi, Laterza, Bari, 1970, p. 105). Deutscher ricorda, tra l'altro, che molti «luxemburghiani» furono severamente critici di fronte a quella iniziativa. Quanto alla politica agraria, va precisato che errori analoghi furono compiuti, più o meno nello stesso periodo,anche in altri paesi non particolarmente legati al «luxemburghismo». Ad esempio in Ungheria, secondo Carsten, la Repubblica dei consigli accettò il frazionamento dei latifondi (già iniziato per iniziativa dal basso), ma propose una gestione attraverso cooperative amministrate da commissari statali, col risultato che a volte «i nuovi amministratori erano i vecchi proprietari, e ben poco cambiò per contadini e braccianti, che continuavano a lavorare allo stesso modo» (cfr. F. L. CARSTEN, La rivoluzione nell'Europa centrale, 1918-1919, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 249). D'altra parte, anche uno dei Commissari del popolo ungheresi, Bela Szanto, in un bilancio scritto pochi mesi dopo la caduta della Repubblica dei consigli, attribuiva il progetto di spartizione della terra al programma dei partiti borghesi che volevano «spegnere i conflitti di classe nelle campagne» (BELA SZANTO, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, con Prefazione di K. Radek, Avanti!, Milano, 1921, e reprint Samonà e Savelli, s.d., pp. 99 e sgg.).

5Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di JANE DEGRAS, tomo II, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 161-162; cfr.: K. S. KAROL, La Polonia da Pilsudski a Gomulka, Laterza, Bari, 1959 41-46. Larga e rigorosa documentazione su quel conflitto anche in EDWARD H. CARR, La morte di Lenin. L'interregno 1923-1924, Einaudi, Torino, 1965, pp. 222-228.

6 Sul cosiddetto «errore di maggio» si veda I. DEUTSCHER, op. cit., pp. 114-122 e 128-133, ed E. H. CARR, Le origini della pianificazione sovietica, V, I partiti comunisti nel mondo capitalistico, 1926-1929, Einaudi, Torino, 1969, pp. 173-190.

7J. DEGRAS, op. cit., t. II, p. 363.

8 NICHOLAS BETHELL, Le communisme polonais 1918-1971, Gomulka et sa succession, préface et postface de G. Mond, Paris, Seuil, 1971, pp. 48-49.

9Ivi, p. 40.

10 J. DEGRAS, op. cit., t. III, pp. 451-452. La versione ufficiale attuale è riportata nel volume curato dall'Istituto di marxismo-leninismo presso il CC del PCUS: Storia dell'Internazionale comunista, Progress, Mosca, 1974, p. 455, che contiene grossolane inesattezze anche in questa «autocritica» (come quando sostiene che «poco dopo il provvedimento» il CE dell'IC aveva costituito «un gruppo di iniziativa per la sua ricostituzione», mentre passarono più di tre anni, e soprattutto dovette passare l'idillio con la Germania nazista, perché si ricominciasse a tollerare un'iniziativa dei comunisti polacchi!). Questo libro (che contiene peraltro ben più volgari menzogne) continua ad essere proposto a bassissimo prezzo ai militanti comunisti negli stand dei Festival dell'Unità.

Nessun contributo alla comprensione di quell'episodio è mai venuto, d'altra parte, da Palmiro Togliatti, che ammise in varie occasioni di aver avuto la responsabilità di «seguire il Partito comunista polacco» proprio in quel periodo (d'altra parte, nella dichiarazione di riabilitazione del 1956, non a çaso, compare la firma del PCI tra quelle dei partiti che furono responsabili dello scioglimento), ma evitò sempre di entrare nel merito della vicenda (cfr. GIORGIO BOCCA, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, pp. 260-261 e l'Introduzione di PAOLO SPRIANO a P. TOGUATTI, Opere, IV, Editori Riuniti, Roma, 1979, pp. CXVII-CXVIII).

11I. DEUTSCHER, op. cit., pp. 149-159. Cfr. anche P. FRANK, Histoire dell’Internationale Communiste, tomo II, La Brèche, Paris, 1979, pp. 749-753.

12Cfr. A. MOSCATO, La Seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI...), in «Critica comunista», nn. 4-5, settembre-dicembre 1979, p. 220. Vedi oltre, Parte terza, cap. II.

13La Storia dell'Internazionale comunista, a cura dell'Istituto di marxismo­leninismo, accenna fuggevolmente a uno scioglimento «di fatto» della direzione del partito comunista di Lettonia (op. cit., p. 455). Che vuoi dire «di fatto»? Che era finita al completo sotto terra? Analogamente apprendiamo da Pajetta che il PC estone «giunse quasi ad annullarsi» perché «coinvolto nelle vicende sovietiche» (GIAN CARLO PAJETTA, La lunga marcia dell'internazionalismo, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 46). Sugli analoghi «scioglimenti di fatto» dei partiti tedesco e austriaco la reticenza è ancora maggiore, per l'imbarazzo di ammettere che nell'ultima fase fu realizzata in collaborazione con Hitler (ammetterlo vuol dire far saltare tutto il cumulo di menzogne con cui ancor oggi gli stessi storici eurocomunisti giustificano l'accordo «difensivo» Hitler-Stalin). Anche il Partito comunista jugoslavo fu minacciato di scioglimento e fu colpito comunque in modo durissimo dalla repressione (il solo Tito era rimasto in libertà, tra tutti i dirigenti presenti a Mosca) (cfr. JOSIP BROZ TITO, I comunisti jugoslavi tra le due guerre, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 72-73).

14 Galeazzo Ciano, allora ministro degli Esteri di Mussolini, riferiva nel suo Diario che Ribbentrop si era convinto nel 1939 che «ormai il Comintern non esiste più e Stalin è diventato l'effettivo campione del nazionalismo russo», e analoghi giudizi venivano formulati dallo stesso Ribbentrop e da Hitler anche nel corso del 1940. Cfr. GALEAZZO CIANO, L'Europa verso la catastrofe, Mondadori, Milano, 1947, p. 476 (e anche le pp. 517-526).

15N. BETHELL, op. cit., pp. 70-71.

1616 Nonostante esistesse una vera e propria collaborazione militare russo-tedesca (attraverso una utilizzazione di stazioni radio russe per guidare i bombardamenti notturni tedeschi su Varsavia), una parte della popolazione delle zone orientali attese con fiducia le truppe sovietiche, nella speranza che si opponessero alla penetrazione nazista. La delusione fu aggravata dalle brutali misure poliziesche che colpirono, secondo Karol, 2 milioni di polacchi, che furono deportati a est (tra cui lo stesso Karol). Cfr. K.S. KAROL, op. cit., pp. 5, 70 e passim.

17In seguito agli accordi l'URSS scarcerò un gran numero di ufficiali polacchi, come il col. Anders, che passò di colpo da una cella della Lubianka a un lussuoso appartamento, dove fu festeggiato con champagne, caviale e preziosi doni. Ai polacchi fu concesso di organizzare sul territorio sovietico le loro amministrazioni locali, le loro scuole, i loro luoghi di culto, e un vero e proprio esercito con legami stretti con Stati Uniti e Gran Bretagna. Nell'esercito polacco ricostituito in URSS (e che solo successivamente passò, attraverso l'Iran, in Europa occidentale) operavano servizi di sicurezza che ostacolavano apertamente i comunisti. Uno dei motivi di tensione riguardava, ovviamente, la sorte di migliaia di ufficiali polacchi che insieme a circa duecentomila concittadini non erano mai tornati dai gulag in cui erano stati rinchiusi nel 1939 (N. BETHELL, op. cit., pp. 70 e 75).

18 Una cronistoria dello scontro tra gli alleati sulla questione di Katyn si trova in W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, vol. VIII, Oscar Mondadori, Milano, 1970, pp. 402-404. L'URSS rifiutò allora un'inchiesta della Croce Rossa Internazionale, che era stata richiesta dal governo di Londra per verificare l'esattezza delle accuse tedesche (in particolare che tutti i documenti e le lettere trovati sui cadaveri avessero date precedenti al 1940, e che gli alberi cresciuti sulle fosse comuni fossero stati tutti piantati nel 1940, a giudicare dai cerchi risultanti dalla sezione dei tronchi). Tuttavia, anche se l'attribuzione del massacro di Katyn ai nazisti è diventata ufficiale nella nuova Polonia, è talmente poco credibile che in genere si è preferito omettere Katyn dagli opuscoli propagandistici sui crimini nazisti e nelle annuali cerimonie commemorative dei caduti antinazisti (cfr. ERWIN WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 65-66). Weit, che fu per molti anni interprete ufficiale di Gomulka e di altri dirigenti polacchi, ricorda come lo spettro di Katyn sia stato usato strumentalmente contro Gomulka dal «nazionalista» gen. Moczar (in realtà vecchio stalinista, responsabile degli infami rigurgiti antisemiti del 1968). Moczar ha fatto circolare, tramite la potente organizzazione degli ex partigiani da lui diretta, la voce che Chruščëv sarebbe stato favorevole nel 1956 a mettere in piazza la verità su Katyn e avrebbe infine rinunciato su richiesta di Gomulka... (ivi, pp. 66-67). La persistenza di un ricordo collettivo di Katyn è stata confermata durante la crisi dell'agosto 1980, quando migliaia di persone si sono ritrovate per una messa in memoria delle vittime, trasformandola di fatto in una manifestazione antisovietica.

19 Il corpo d'armata polacco comandato da Anders si distinse in particolare nella conquista di Montecassino. Sulle dimensioni dell'AK, cfr. N. BETHELL, op. cit., p. 110.

20 Il «Biuletyn Infomacyjny» dell'AK era arrivato a scrivere: «Le vittorie tedesche non devono angosciarci», perché «i nostri nemici si sterminano sotto i nostri occhi» (N. BETHELL, op. cit., p. 74).

21 Sulla battaglia di Varsavia, e sul carteggio Churchill-Roosevelt-Stalin di quei giorni sulla questione degli aiuti da fornire agli insorti, cfr. W. CHURCHILL, op. cit., vol. XI, pp. 155-173. Cfr. anche GEORGE BRUCE, L'insurrezione di Varsavia, Mursia, Milano, 1978.

22 N. BETHELL, op. cit., pp. 81-82.

23Ivi, pp. 91-92. Cfr. anche, a p. 36, la questione controversa di una breve permanenza di Gomulka a Mosca nel 1934-1935, che risulterebbe da una biografia apparsa dopo il 1956 nella Grande Enciclopedia Sovietica, mentre non figurava nella biografia polacca del 1947 ed è negata da varie fonti.

24Ivi, p. 213.

25Ivi, p. 210.

26Ivi, p. 123. Cfr. anche W. CHURCHILL, op. cit., voI. XII, pp. 185-189.

27FRANçOIS FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari, 1, L'era di Stalin, Tascabili Bompiani, Milano, 1977, p. 26.

28Ivi, p. 31. Cfr. anche ADRIANO GUERRA, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1977, pp. 73-79.

29 N. BETHELL, op. cit., pp. 164-167. Si veda anche C. FREDDUZZI, Alcune questioni della storia del movimento comunista polacco, relazione a un seminario del Centro studi e documentazione sui paesi socialisti dell'Istituto Gramsci (dattiloscritto, presso Istituto Gramsci), pp. 48-49.

30Sui congressi di fusione tra partiti comunisti e socialdemocratici, che furono una costante nelle democrazie popolari, cfr. A. GUERRA, op. cit., p. 195.

31Sul carattere fittizio dell'autonomia del partito democratico, un'interessante testimonianza è fornita da Weit, che fu interprete in incontri tra il Partito democratico polacco e il suo corrispettivo tedesco orientale, il Partito liberaldemocratico di Germania (E. WEIT, op. cit., pp. 93-100).

32N. BETHELL, op. cit., pp. 173-175.

33 Non è facile, tuttavia, accertare quanti tedeschi furono effettivamente cacciati nel 1945 e quanti invece erano già fuggiti «spontaneamente» prima dell’avvicinarsi dell'Armata Rossa (per quanto anche quella fuga non fosse solo frutto della propaganda nazista sulle «atrocità bolsceviche», ma anche dell'impostazione più antitedesca che antinazista data alla guerra dalla propaganda comunista in tutta l'Europa). Tutte le cifre fornite dalle varie fonti discordano in misura notevolissima, il che è in parte comprensibile tenendo conto del caos in cui la Germania si trovò in quel periodo. La cifra di 7.500.000, fornita da un censimento del 1950, è riportata da N. BETHELL, op. cit., p. 126.

34La partenza degli ebrei nel 1945 era stata incoraggiata da un'ondata antisemita che il governo cercò di fronteggiare fermamente (tredici responsabili del pogrom di Kielce, in cui furono uccisi 45 ebrei rimpatriati dall'URSS, furono condannati a morte), mentre la Chiesa mantenne un atteggiamento a dir poco ambiguo (il cardinale Hlond, allora primate di Polonia, negò che si trattasse di odio razziale, e giustificò di fatto il pogrom dicendo che si spiegava «con la presenza nel governo di personalità ebraiche che cercano di stabilire in Polonia un regime al quale la maggioranza del popolo è ostile»); cfr. K. S. KAROL, op. cit., p. 121. Tuttavia, indirettamente, l'esodo fu facilitato dall'impostazione generale della questione nazionale, in Polonia come in tutte le altre «democrazie popolari». Rimasero, di fatto, quasi esclusivamente gli ebrei completamente assimilati, in genere atei, impegnati nel partito comunista o socialista e quindi interessati alla costruzione della nuova Polonia. Per la successiva campagna antiebraica guidata dai settori neostalinisti del POUP, vedi oltre, nota 47. Un'interpretazione del tutto inverosimile del massacro di Kielce come frutto di una campagna antisemita promossa dai comunisti nel 1945 è fornita nelle sue memorie da Mikolajczyk: STANISLAS MIKOLAJCZYK, Le viol de la Pologne, Plon, Paris, 1949, pp. 204-205.

35Cfr. A. MOSCATO, L'opposizione internazionalista agli accordi di Yalta, in «Critica comunista», n. 2, pp. 165-170.

36 N. BETHELL, op. cit., p. 173.

37Oltre a uno straordinario sviluppo dell'istruzione di base, il nuovo regime ha dato un fortissimo impulso all'istruzione superiore. Gli studenti universitari ad esempio sono passati dai 49.534 del 1938 a 94.785 nel 1948 (nel 1966, 251.864); i docenti di vario genere (compresi gli assistenti), da 3.171 nel 1938 a 7.658 nel 1948 (20.679 nel 1966). Gratuità dell'insegnamento e borse di studio hanno portato nelle università moltissimi giovani di origine operaia (27,3% nel 1966) e contadina (16,7% nel 1966), a cui era in passato completamente preclusa l'istruzione superiore; cfr. F. FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi, Firenze, 1971, pp. 505-506.

38 CHARLES-ANDRÉ UDRY, Le début d'une ère nouvelle, in «Inprecor-Intercontinental Press», n. 84, 11 septembre 1980, p. 3, riporta una dichiarazione del comitato di sciopero di Danzica che conferma come ancor oggi questo sia uno dei problemi cruciali: «Bisogna che i sindacati possano discutere i piani di produzione all'interno di ogni fabbrica. È il solo modo per evitare errori catastrofici come la costruzione a Gdansk di una nuova fabbrica di elementi prefabbricati per l'edilizia, mentre le prime due fabbriche del genere funzionano al 30% o al 40% delle loro capacità produttive».

39 PAOLO SANTACROCE, A proposito della stratificazione di classe di tipo sovietico: il caso polacco, in Momenti e problemi della storia dell'URSS, Atti del Convegno promosso dall'Istituto Gramsci nel gennaio 1978, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 117­118.

40Il verdetto di Varsavia su Rokossovskij, in ISAAC DEUTSCHER, Ironie della storia, saggi sul comunismo contemporaneo, Longanesi, Milano, 1972, pp. 171-186.

41 L'incidente con la Cecoslovacchia avvenne alla fine di ottobre, dopo il primo intervento sovietico in Ungheria. Il 28 ottobre Gomulka aveva inviato un messaggio di solidarietà a Imre Nagy e Janos Kádár, in cui si appoggiava incondizionatamente il «programma democratico socialista» del governo di Unità nazionale, che veniva significativamente riassunto in questi termini: «miglioramento delle condizioni di vita, creazione di consigli operai dotati di sovranità nazionale, ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria, amicizia con l'Unione sovietica basata sui principi leninisti di uguaglianza». Il messaggio di. Gomulka è riportato da N. BETHELL, op. cit., pp. 270-271.

42Sulla vicenda di «Po Prostu», cfr. PIERRE BROUÉ, Storia del partito comunista dell'URSS, Sugar, Milano, 1966, pp. 553-556 sgg. e, per la soppressione, N. BETHELL, op. cit., p. 28.

43Nel 1957, in Polonia rimanevano 1.700 fattorie collettive, delle oltre 10.000 registrate l'anno precedente. L'87% delle terre arabili si trovavano nelle mani di contadini privati, il 12% raggruppato in fattorie di Stato, e solo l'1 % apparteneva a kolchoz di tipo sovietico. Nel 1963, il numero delle fattorie collettive si era ulteriormente ridotto. Anche gli artigiani erano passati da 96.000 nel 1956 a 136.000 nel 1962. Nel 1961, in Polonia erano anche registrati 1.900 negozi privati (F. FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, cit., pp. 171 e 210-211).

44Ivi, pp. 211-213; N. BETHELL, op. cit., p. 303; E. WEIT, op. cit., pp. 194-197.

45 In realtà, Gomulka non poteva avere dubbi di essere indirettamente il bersaglio della campagna «antisionista», che colpì alcuni suoi stretti collaboratori di origine ebraica (Szyr e Starewicz), che furono vittime di sotterranee calunnie ed ebbero oltre un terzo di cancellature nell'elezione del CC al V Congresso del POUP del novembre 1968. D'altra parte, Gomulka, che abitualmente si faceva eleggere delegato dalla cellula della fabbrica d'auto Zeran, in una riunione precongressuale si sentì chiedere da un operaio (ingenuo o provocatore?): «Cosa pensa dei matrimoni misti tra polacchi ed ebrei?». Gomulka, che aveva sposato un'ebrea, considerò quella domanda un affronto personale e abbandonò la riunione (N. BETHELL, op. cit., pp. 318-319).

46Il caso più noto è quello del conte Boleslaw Piasecki, che fu dirigente del movimento «falangista», antisemita, corporativista e filofascista ONR, nato nel 1934 da un'ala estremista dell'organizzazione giovanile del Partito nazionale. Piasecki, insieme ad altri personaggi provenienti da quell'esperienza, tra cui altri conti (Krasinuski, Lubienski e Stadnicki) ed un principe, Paolo Sapieha, dopo aver combattuto contro le formazioni partigiane comuniste e l'Armata Rossa, fu catturato dai sovietici nel 1945, e ricomparve poco dopo convertito al «progressismo» cattolico. Per finanziare i molti giornali del movimento PAX, oltre a utilizzare un capitale iniziale di dubbia provenienza, costituì varie società (due di trasporti, un'impresa di arredamento, una fabbrica di pompe da incendio, ecc.), che trovarono benevola protezione da parte delle autorità. Opinione diffusa in Polonia è che fosse stato assoldato dal generale russo Serov, che organizzò la polizia segreta polacca sul modello della NKVD (cfr. CARLO FALCONI, La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Europa, Comunità, Milano, 1966, pp. 876-881 e passim. Cfr. anche ADAM MICHNIK, L'Eglise et la gauche - le dialogue polonais, Seuil, Paris, 1979, pp. 18, 219-220 e passim).

47Ivi, p. 82, e, più in generale, alle pp. 77-84. La spiegazione più organica e convincente del rigurgito di antisemitismo è fornita probabilmente da Wladislaw Bienkowski, che fu per anni dirigente del POUP, ministro e deputato al Sejm, e che fu espulso dal partito proprio per aver osato presentare a una casa editrice ufficiale il saggio poi pubblicato in Italia col titolo Burocrazia e potere socialista, Laterza, Bari, 1970. Un intero capitolo del libro è dedicato alla nuova questione ebraica (ivi, pp. 77-94). Una testimonianza interessante è nel libro già citato di Erwin Weit, che di quella campagna fu vittima (dopo 24 anni di milizia nel partito, fu costretto a lasciare casa e lavoro e a dichiararsi «sionista» per ottenere un visto d'uscita). Anche N. BETHELL dedica una parte notevole del libro a questo fenomeno vergognoso. Da notare che anche il già citato Fredduzzi, che è un dirigente del PC!, parla nella sua relazione di «campagna antiebraica», senza reticenti eufemismi.

48PAOLO ROBOTTI, La prova, Leonardo da Vinci, Bari, 1965. Di Robotti è ora annunciato un nuovo libro di memorie, dal titolo singolarmente allusivo (Scelto dalla vita).

49N. BETHELL, op. cit., pp. 292-293.

50Notizie sul processo a Jacek Kur6n e Karol Modzelewski, e su quello, di poco successivo, a Ludwik Haas, Romuald Smiech e Kazimiers Badowski, si trovano nell’introduzione al libro di J. KURON e K. MODZELEWSKI, Il marxismo polacco al!'opposizione, Samonà e Savelli, Roma, 1967. Ludwik Haas aveva militato nell'opposizione trotskista polacca prima della guerra, era stato arrestato dai sovietici nel 1939, ed era stato rilasciato solo nel 1956, al momento del XX Congresso del PCUS.

51A. MICHNIK, op. cit., pp.. 77-84.

52Ivi, pp. 85-95.

53Sul piano tattico, Gierek ha ripercorso in modo estremamente poco fantasioso il cammino di Gomulka. Un opuscolo apparso in Francia nel 1971 documentava con tavole sinottiche come i comportamenti essenziali e spesso anche le parole usate da Gierek ricalcassero fedelmente quelli del predecessore: «Cahier Rouge», n. 3, Pologne, le crépuscule des bureaucrates, Maspero, Paris, 1971. Leggendo oggi molte dichiarazioni «autocritiche» di Kania sul «distacco tra partito e masse», ecc., si ha l'impressione che si potrebbe fare una nuova edizione su tre colonne, con le dichiarazioni attuali affiancate a quelle del 1956 e del 1970. Per fortuna, però, è cambiato qualcosa, se non al vertice del POUP, almeno nella coscienza delle masse (e non è poco...).

54Comè è noto, Gierek, ironizzando sulla ristrettezza «contadina» di Gomulka e utilizzando a suo favore quella distensione che Gomulka aveva tanto temuto, aprì la Polonia a robusti afflussi di capitali tedesco-occidentali e di altri paesi europei, contando di poter riequilibrare rapidamente la bilancia dei pagamenti con massicce esportazioni di merci polacche (dai prezzi effettivamente molto competitivi, dati i livelli salariali...). Nessuno degli economisti ufficiali «marxisti» del POUP aveva saputo prevedere quella crisi economica del capitalismo mondiale che ha bloccato gli spazi per le esportazioni polacche (crisi che, senza i poderosi mezzi a disposizione di quegli economisti, ma con un ben diverso rapporto col metodo marxista, aveva potuto invece interpretare lucidamente ERNEST MANDEL negli scritti poi raccolti nel volume La crisi. Una risposta marxista, Salamandra, Milano, 1978).

55L'unico pregio di Kania, secondo la propaganda ufficiale, sarebbe la sua modestia, il suo rifiuto di qualsiasi ruolo di leader. Probabilmente, gli ha giovato l'essersi «candidato» con un franco discorso ai quadri di partito di Danzica in cui, già ai primi di luglio, accusava di inefficienza la direzione del POUP (cfr. l'articolo del 21 luglio 1980 di CYRlL SMUGA, Le plus grand mouvement de grève depuis 1945, apparso in «Inprecor-Intercontinental Press», nn. 82-83, 31 juillet 1980).

56Una positiva eccezione è rappresentata dai ben documentati articoli di Piero Bemocchi apparsi sul n. 22 del 12 settembre 1980 e 23 del 19 settembre 1980 del «Quotidiano dei Lavoratori», entrambi dedicati al gruppo «Esperienza e Avvenire».

57Secondo un documento del DIP riportato da Bernocchi nel primo degli articoli citati, nel corso degli ultimi dieci anni lo scarto dei salari è arrivato in Polonia al rapporto di 1 a 20 (senza tener conto degli altri privilegi indiretti derivanti dal potere, come l'approvvigionamento in negozi speciali, cliniche riservate, viaggi all'estero). Accanto all'alta burocrazia si è dunque creato uno strato parassitario variamente cointeressato a difendere lo status quo.

58Tra le preoccupazioni dell'URSS, oltre che quella di contribuire a ridurre la base materiale che innesca il malcontento operaio in un paese pericolosamente vicino (tra molte zone polacche e le regioni bielorusse ed ucraine di frontiera esistono legami molteplici, ed è possibile ad esempio seguire i programmi televisivi del paese confinante), c'è probabilmente anche quella di tentare di cancellare i pessimi ricordi non solo del periodo 1939-1941, ma anche degli anni 1945-1953, in cui gli scambi russo-polacchi erano pesantemente sfavorevoli per la Polonia. Naturalmente, le ferite arrecate al sentimento nazionale di un popolo (per giunta di un popolo così sensibilizzato come quello polacco su questo terreno...) non si cancellano facilmente e, anche se dal 1956 l'URSS fornisce alla Polonia petrolio ed altre materie prime a prezzi fortemente inferiori a quelli del mercato mondiale, la «questione dell'indipendenza dall'URSS,, rimane vivissima nell'opinione pubblica polacca.