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Polonia 4. L'antisemitismo di regime

Documenti · pubblicato il 31 luglio 2009 · 33 min di lettura


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Capitolo quarto

 

L'ANTISEMITISMO DI REGIME

Uno dei dati più inquietanti emerso fin dalle prime settimane di stato di guerra in Polonia è l'apparizione sulla controllatissima stampa di regime di alcuni articoli tendenti a spiegare Solidarnosč e la crisi polacca con un «complotto sionista».

La notizia è stata data in genere con scarso rilievo sulla stampa occidentale, probabilmente perché appariva tanto grossa da sembrare inventata da qualche giornalista alla ricerca di effetti scandalistici e, forse, anche per la difficoltà di tentare un'interpretazione plausibile. Ma la notizia, purtroppo, non era inventata e la spiegazione non è così difficile, conoscendo alcuni inquietanti precedenti di utilizzazione dei medesimi argomenti da parte della burocrazia polacca in momenti di acuta crisi politica e sociale.

Il caso più clamoroso, e abbastanza largamente documentato, è quello della campagna «antisionista» scatenatasi tra il giugno 1967 e il 1968, per fronteggiare l'ascesa del movimento antiburocratico nelle università polacche, ma anche per incanalare su un binario deviante la lotta politica interna al POUP. La campagna era stata avviata prendendo a bersaglio inizialmente una casa editrice, la PWN (Panstwone Wydawnictwo Naukowe, Edizioni Scientifiche dello Stato):

PWN era dominata dagli ebrei; essi avevano causato enormi perdite finanziarie allo Stato; nelle pubblicazioni del PWN si deformava la storia della nazione, si sminuiva o si passava sotto silenzio il contributo polacco alla lotta di liberazione. [...] E infine: si trattava di ex stalinisti i quali avevano creato nella PWN un forte centro organizzato di tendenze sioniste e revisioniste 1.

Un amalgama singolare di accuse contraddittorie, ma non prive di una qualche logica concatenazione. Lo stesso accenno all'origine stalinista di questi «sionisti-revisionisti» appare più comprensibile se si tiene conto dell'operazione politica complessiva tentata dall'ispiratore della campagna, il ministro degli Interni Mieczyslaw Moczar.

Appoggiandosi all'associazione degli ex combattenti della Resistenza [ZBoViD] (che raggruppava tanto i partigiani comunisti quanto quelli, ben più numerosi, provenienti dalle file dell'Armia Krajowa, l'Armata nazionale che aveva avuto gran parte nell'insurrezione di Varsavia, ma anche nei movimenti di resistenza anticomunista del 1945-1946), Moczar aveva cercato di rafforzare il regime presentandosi come l'ispiratore di uno pseudonazionalismo polacco 2; così, pur essendo saldamente legato da vincoli profondi e duraturi al gruppo dirigente sovietico, ai residui del vecchio gruppo stalinista conservatore «natoliniano», (dal nome del quartiere in cui si riunivano nel 1956) e ai cosiddetti «cattolici-progressisti» del gruppo PAX (anch'essi strettamente legati al gruppo più stalinista del POUP) 3, il generale Moczar non esitava a incanalare una parte dell'avversione popolare nei confronti dello stalinismo utilizzando come capri espiatori i moltissimi ebrei che avevano fatto parte dei servizi di sicurezza nei primi anni della repubblica.
Dei 30.000 ebrei rimasti in Polonia dopo la guerra (minuscolo residuato di un nucleo etnico di oltre tre milioni, liquidato in gran parte dai nazisti e poi ulteriormente ridotto dalla partenza verso Israele di molti dei sopravvissuti), la grandissima maggioranza era composta da comunisti di vecchia data, che negli anni più bui dello stalinismo e della caccia al «titoismo» polacco erano stati chiamati a posti di grande responsabilità. Secondo il biografo di Gomulka, Nicholas Bethell, addirittura il 50% degli effettivi della Bezpieka sarebbero stati ebrei 4. Il dato è poco verosimile, dato che ridurrebbe a poche migliaia gli uomini della potente polizia politica costruita a mano a mano che le truppe sovietiche occupavano la Polonia, ma può probabilmente riferirsi solo ai quadri superiori; in ogni caso, anche se la percentuale del 50% fosse stata esagerata, è incontestabile una presenza molto forte e caratterizzante.

Wladyslaw Bienkowski, vecchio militante comunista fin dagli anni Trenta, membro del CC e in vari periodi anche del governo (fu in particolare ministro dell'Educazione dal 1956 al 1959), affronta con lucidità e serenità questo fenomeno:

Notevole fu la partecipazione di questi ebrei, scampati allo sterminio, alla costruzione delle fondamenta del nuovo Stato e dell'apparato del partito che doveva essere alla guida di questo processo storico; al vertice del partito costoro formavano un nucleo provato, ideologicamente sicuro. Dopo il 1948, «smascherata» la deviazione nazionalista-di-destra, si ebbe una svolta e una situazione nuova, in un certo senso rassomigliante alle peripezie prebelliche del KPP. Le tendenze nazionaliste all'interno del partito, che apparentemente dovevano rappresentare la minaccia più grave per il giovane Stato socialista, erano personificate da un gruppo di dirigenti (si badi bene: non ebrei) allontanati e sottoposti a repressioni. Ecco perché in tutto l'apparato del partito aumentò il peso dei dirigenti di origine ebraica, non sospetti di nazionalismo polacco 5.

Il Bienkowski, sia detto di passata, era stato associato a Gomulka, Spychalski, Kliszko e altri dirigenti comunisti emersi durante la resistenza e «smascherati» nel 1948 come deviazionisti di destra; ossia, si era trovato tra le vittime di quel ricambio brusco di quadri realizzato in nome della lotta al nazionalismo polacco e al titoismo, da cui appunto era risultato il netto aumento di peso specifico degli ebrei nell'apparato statale in genere e in quello di sicurezza in particolare. Tuttavia, a onor suo (e di tutta una generazione di eminenti marxisti polacchi), va ricordato come si sia sforzato di analizzare le cause oggettive di questo fenomeno, denunciando con decisione ogni rigurgito di antisemitismo (più o meno camuffato da «antisionismo»).

Nello stesso saggio già citato (che gli costò l'espulsione dal partito in cui aveva militato per quasi quarant'anni, attraverso prove tremende) egli ricorda infatti come, già prima della guerra, la partecipazione degli ebrei al movimento comunista fosse, per fattori molteplici, del tutto sproporzionata al loro peso nella società polacca. Da un lato, essi erano già numerosi nella socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania, il partito di Rosa Luxemburg, giacché le posizioni «1uxemburghiane» sulla questione nazionale, se costituivano una barriera difficilmente superabile tra la popolazione polacca e questo piccolo partito rivoluzionario che sottovalutava la forza dell'aspirazione polacca a un'esistenza come Stato nazionale indipendente, non costituivano un ostacolo altrettanto grave per gli ebrei, proletari o intellettuali che fossero, assai meno sensibili ai problemi della «nazione polacca». Tuttavia, pur rintracciando nel passato lussemburghiano alcune delle premesse dello scarso radicamento del partito comunista tra i polacchi veri e propri (con il conseguente aumento del peso specifico non solo degli ebrei, ma anche degli appartenenti alle minoranze nazionali ucraina e bielorussa nel Partito comunista polacco tra le due guerre), Bienkowski osserva che sarebbe un errore attribuire ai limitatissimi residui di «1ussemburghismo» rimasti nel partito dopo le molte epurazioni degli anni Venti e Trenta la responsabilità per una linea decisa non a Varsavia ma a Mosca e che appariva completamente «antinazionale» agli occhi della maggior parte dei polacchi (in particolare per la forte polemica sulle minoranze nazionali, che appariva e comunque veniva presentata come dettata da esigenze dello Stato sovietico). È stata però essenzialmente la massiccia partecipazione degli ebrei alla costruzione dell'enorme apparato repressivo alla fine degli anni Quaranta il fattore che «influenzò gravemente il clima intorno ai pochi ebrei scampati allo sterminio» 6.

Prima di essere utilizzato da settori della burocrazia, dunque, un nuovo tipo di antisemitismo si era formato spontaneamente in Polonia, come reazione distorta e confusa allo stalinismo.

L'utilizzazione cinica e strumentale di questo atteggiamento spontaneo sarà tanto più facile per la burocrazia, in quanto nella crisi del 1956 una parte notevole dei militanti ebrei aveva mutato il proprio atteggiamento verso il sistema, riflettendo sull'origine di quello che viene eufemisticamente definito «il periodo di errori e di storture»:

Temendo di dover rinnegare il passato, la direzione del partito non solo non ha affrontato il compito di scoprire i meccanismi che avevano condotto a così lampanti degenerazioni, ma si è decisamente rifiutata di accettare ogni tentativo di analisi ragionata su quel periodo [...]. Insomma ci si è rifiutati di accettare la revisione del passato. E fu proprio in quel periodo e su queste premesse che nacque la lotta contro il «revisionismo», il cui apogeo si ebbe nel 1968. [...]

La maggioranza degli uomini ideologicamente impegnati subì una crisi acuta dopo la rottura e il parziale smascheramento del sistema staliniano. Fu una crisi che colpì anche parte degli attivisti e degli intellettuali di origine ebraica. Molti tra costoro avevano prima una fede sconfinata nell'infallibilità del partito, e tanto più violento fu ora il loro cadere nella diffidenza e nel criticismo. Il «revisionismo» proveniente dalla loro parte suscitava una particolare irritazione negli ambienti direttivi del partito 7.
Tuttavia, a determinare un'incrinatura profonda del rapporto tra intelligentsija ebraica e partito comunista era sopravvenuto nel corso degli anni Cinquanta un nuovo fattore, specifico, che in alcuni casi aveva provocato per reazione una riscoperta di un'identità ebraica fino ad allora negata o ignorata: si era delineata, dapprima in URSS e poi, ovviamente, negli altri paesi del sistema staliniano, una campagna contro il «cosmopolitismo» e il «sionismo», che utilizzava apertamente argomenti tratti dal vecchio arsenale antisemita, così largamente usato dall'Ochrana, la polizia zarista 8.
Nel corso degli ultimi anni di Stalin alcuni processi avevano cominciato a mettere sotto accusa gruppi di persone di cui si sottolineava direttamente o indirettamente l'origine ebraica: il più noto è il caso dei quindici medici accusati di avere avvelenato Zdanov e altri dirigenti, nel quadro di un progetto di annientamento della direzione sovietica guidato dalla Joint Distribution Agency (un'organizzazione sionista). Ma, intrecciato a questo caso, che doveva sfociare in un clamoroso processo fortunatamente interrotto dalla morte di Stalin, si era delineato un attacco diretto al Comitato ebraico antifascista in URSS, accusato di aver progettato l'insediamento in Crimea degli ebrei sovietici per trasformare la penisola in una base americana 9. In Romania, la liquidazione di Ana Pauker e Vasile Luca aveva messo in evidenza la loro origine non rumena, mentre nello stesso processo Slansky l'accusa aveva sottolineato la nazionalità ebraica di quasi tutti gli accusati 10. In tutte le «democrazie popolari» la stampa martellava sul periodo rappresentato dal sionismo e dal «cosmopolitismo» (con cui si alludeva alla parte dell'intelligentsija ebraica che era assolutamente e inequivocabilmente antisionista). In nome della lotta al «cosmopolitismo», in URSS venivano chiuse le scuole, i teatri, gli istituti di cultura ebraica e si parlava apertamente di trasferire tutti gli ebrei nella lontanissima provincia autonoma di Birobidžan, creata artificialmente nell'estremo Oriente sovietico, al confine con la Manciuria 11.
Questo tipo di repressione, selezionata e motivata in termini più o meno esplicitamente razziali, colpiva a volte militanti che non si erano mai sentiti ebrei e che si rendevano conto di esserlo solo allora. Si trattava di una novità sconvolgente, che apriva una spirale perversa: cominciavano, infatti, le crisi politiche di vecchi militanti di origine ebraica inseriti in posti di responsabilità, che abbandonavano i paesi del «socialismo reale» per approdare a quello Stato d'Israele verso il quale – al momento della sua formazione – erano stati indifferenti od ostili. Inutile dire che le fughe, a loro volta, alimentavano l'atmosfera di sospetto e di diffidenza. Il risultato finale, in Polonia, è stata un'ulteriore riduzione degli ebrei, da 30.000 a 10.000 12.
La campagna del 1967-1968, la più esplicita e violenta mai condotta in Polonia nei confronti del «pericolo sionista», ebbe comunque almeno due bersagli: il primo erano, naturalmente, i potenziali nuovi convertiti al sionismo, in senso proprio; il secondo bersaglio, ben più importante, erano gli intellettuali marxisti che erano stati gomulkiani nel 1956-1957 e che poi erano passati all'opposizione di sinistra nel partito e nella società. Tra di essi, in prima linea, quelli che anche oggi vengono additati di persona come responsabili della catastrofe in quanto estremisti, nemici della Polonia, asserviti all'imperialismo. Basta ricordare due nomi: Jacek Kuron e Karol Modzelewski 13.

Il primo bersaglio era assolutamente insignificante e riguardava al massimo alcuni individui privi di qualsiasi incidenza politica. Tuttavia, l'esistenza di qualche ebreo apertamente schierato in difesa di Israele al momento della «guerra dei sei giorni» facilitava l'attacco contro i «revisionisti», su cui tutto il gruppo dirigente era d'accordo a concentrare il fuoco. I metodi utilizzati per liquidare i dirigenti delle mobilitazioni studentesche e tutti i militanti del partito che avevano simpatizzato con esse furono estremamente brutali.

Due settimane è durato il fuoco martellante da parte della stampa, della radio e della televisione; non sono mancati argomenti presi, tali e quali, dall'arsenale dell'antisemitismo tradizionale e, alla fine, si è passati alla caccia alle streghe. All'inizio si licenziavano e si espellevano dal partito uomini i cui figli, studenti, potevano essere immischiati nelle manifestazioni. Le aziende ricevevano elenchi già pronti dei loro dipendenti ebrei [...]. La regia delle assemblee di partito e di quelle sindacali era in mano a personaggi che restavano dietro le quinte; i singoli oratori si servivano di dati provenienti dagli archivi di polizia. [...] Tutto avveniva in un'atmosfera in cui non c'era modo di difendersi contro accuse anche le più assurde.

[...] In molte aziende furono creati gruppi d'azione, composti da loschi figuri, ai quali venne affidato il compito di eseguire le purghe e di prendere possesso della direzione politica. L'azione di questi gruppi rassomigliava molto a ciò che accadeva durante la «rivoluzione culturale» cinese 14.

Gli argomenti usati andavano dall'assimilazione di ogni ebreo alla politica di Israele all'insinuazione di una collaborazione ebraica con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza in tal senso viene, ad esempio, da Erwin Weit, che come interprete personale di Gomulka partecipò a numerosi incontri con i dirigenti tedesco-orientali. Egli, che era di origine ebraica, fu colpito in particolare dall'uso strumentale della Commissione d'inchiesta sui crimini nazisti, che dopo essere stata utilizzata per anni esclusivamente per colpire alcuni dirigenti della Germania federale, venne piegata ai fini della campagna «antisionista»:

Gumkowski [Presidente della Commissione d'inchiesta sui crimini nazisti, n.d.r.] venne deposto dal proprio incarico e il governo nominò al suo posto un certo dotto Pilichowski, ritenuto fedele seguace di Moczar, il quale dichiarò, e fu il suo primo atto ufficiale, che la commissione da lui guidata intendeva far piena luce in merito a una questione ancora avvolta nella più fitta oscurità, e precisamente la collaborazione degli ebrei con la Gestapo ai fini del genocidio del popolo polacco 15.
Alcuni degli «specialisti» in «lotta al sionismo», accanto agli stessi argomenti sulla «collaborazione» degli ebrei con il nazismo (che si basava anche su elementi reali, come il coinvolgimento ad opera delle SS di parte delle vittime nella preparazione dei massacri) 16, utilizzarono anche quello della «responsabilità ebraica» nei peggiori orrori dello stalinismo. Tadeusz Walichnowski, ad esempio, dopo avere spiegato che la maggior parte degli ebrei emigrati dalla Polonia in Israele aveva raggiunto cariche di alta responsabilità (il 27% dei deputati nel Parlamento israeliano era di origine polacca) ed era alla testa della politica antiaraba, aggiungeva:
La campagna israeliana [la «guerra dei sei giorni» del 1967, n.d.r.] fu condotta da uomini di cui un gran numero aveva violato la legalità nei confronti dei polacchi (all'epoca dello stalinismo). Quando abbandonarono la Polonia dopo il 1956 si diedero da fare per prendere parte all'aggressione contro i paesi arabi. Molti ufficiali conosciuti in Polonia per la loro brutalità infierirono nei territori occupati contro la popolazione civile araba 17.

 

Lo scopo principale della campagna «antisionista» era l'opposizione interna al partito e quella che cominciava a prender forma al di fuori di esso nelle università. Attaccare gli oppositori come ebrei costituiva un comodo paravento, tanto più che si poteva contare sull'appoggio di una parte almeno dell'opinione pubblica. Ben più difficile sarebbe stato –osserva il Bienkowski – «mobilitare gli animi contro concetti tanto astratti e poco comprensibili come il revisionismo» 18.

Ma una parte del gruppo dirigente si proponeva di utilizzare l'immonda campagna per colpire alcuni dei collaboratori più vicini a Gomulka. Uno dei bersagli preferiti fu il maresciallo di Polonia Marian Spichalski, allora capo delle Forze armate e ministro della Difesa, che, insieme a Gomulka, era stato denunciato nel 1948 come «deviazionista di destra»:

Sfruttando la circostanza che i tratti del suo viso potevano far pensare a un volto semitico, per molti mesi, e con una sconcertante metodicità, si diffondevano notizie che a capo dell'esercito e della difesa nazionale ci fosse un «ebreo» il quale manteneva contatti con Israele tramite sua moglie, anche lei ebrea, o, addirittura, forniva a Israele segreti piani militari. Fu un'azione condotta dagli organi dell'esercito in stretta collaborazione con gli organi della sicurezza [...]. Gli ufficiali riuniti in assemblee politiche chiedevano l'allontanamento dell'ebreo dal supremo incarico e una purga generale dell'esercito al fine di eliminare tutti gli elementi estranei 19.
Nella prima fase gli organi ufficiali del partito fingevano di non accorgersi di quest'azione sotterranea, che pure mirava a una parte della direzione; successivamente apparve più chiaro che il bersaglio era lo stesso Gomulka, che prese le distanze dalla campagna dichiarando, in un discorso del 19 marzo 1968, che il problema del sionismo esisteva, ma non era il principale pericolo per il socialismo in Polonia. Il risultato fu una parziale attenuazione della campagna, che si concentrò allora su tre strettissimi collaboratori di Gomulka: Artur Starewicz, Eugeniusz Szyr e Stefan Jedrichowski, i quali furono battuti in varie elezioni locali e, al Congresso nazionale del POUP, riuscirono a essere eletti nel Comitato centrale di strettissima misura (oltre un terzo dei delegati li cancellarono dalla lista) 20. Lo stesso Gomulka dovette cambiare la circoscrizione in cui si presentava per essere eletto delegato: quando, nell'attivo di partito della fabbrica Zeran, si trovò di fronte a un'evidente provocazione (un militante aveva chiesto la parola per sapere da Gomulka, la cui moglie era appunto ebrea, cosa pensava dei «matrimoni misti tra polacchi ed ebrei,,) il segretario generale del partito abbandonò indignato la riunione 21. Nei mesi successivi, la campagna si sarebbe attenuata senza riuscire a colpire direttamente nessuno dei più influenti gomulkiani (che sarebbero, peraltro, ben presto saltati e trasformati in capri espiatori, al momento della crisi di Danzica del 1970). Ma l'antisemitismo ha continuato a covare (o meglio a essere conservato) sotto la cenere della crisi polacca, indipendentemente dalla riduzione della comunità ebraica a dimensioni ancor più ridotte (ma è stato osservato che una campagna «antisionista» è tanto più insidiosa in quanto è ben difficile per un cittadino polacco oggi conoscere personalmente uno dei 10.000 ebrei superstiti, che possono essere così dipinti a tinte fosche, indipendentemente dal fatto che ovviamente in Polonia sono rimasti proprio coloro che meno si sentivano ebrei o sionisti).
Già negli ultimi mesi di esistenza legale di Solidarnosč la «questione ebraica» era stata risollevata più volte, sia accusando alcuni attivisti locali di atteggiamenti antisemiti, sia facendo circolare testi che attribuivano agli ebrei la direzione occulta del movimento sindacale indipendente 22. La contraddittorietà delle accuse non esclude che possano essere lanciate, in circostanze e ambienti diversi, dagli stessi manipolatori dell'opinione pubblica. L'utilizzazione delle stesse bassezze sulla stampa rigidamente controllata dal regime militare rivela il carattere non spontaneo e casuale .di questo nuovo rigurgito antisemita e richiede una nuova spiegazione.
Che utilità può avere per il regime presentare come «ebrei», quindi come eterni nemici della nazione polacca, i dirigenti più politicizzati di Solidarnosč (alcuni dei quali, effettivamente, di lontana origine ebraica, ma atei da generazioni, altri invece convertitisi al cattolicesimo per ragioni probabilmente non solo tattiche)? Evidentemente, i militari non hanno molti argomenti su cui far leva e, certamente, non ne hanno alcuno suscettibile di mobilitare i sentimenti di quei militanti comunisti che avevano aderito al sindacato indipendente; ma pensano di trovare ancora qualche eco nella parte più oscura e retriva della cultura polacca, che di antisemitismo fu imbevuta profondamente nel periodo tra le due guerre. Sanno anche che la Chiesa, alla cui gerarchia hanno ripetutamente e non senza successo riproposto collaborazione, ha nel suo passato anche recente la macchia di una notevole indulgenza verso l'antisemitismo. Non si tratta solo degli episodi più lontani, come la partecipazione di organizzazioni cattoliche di destra a pogrom, ancora durante la guerra 23, o dell' ambigua difesa tentata dal cardinal Hlond, allora primate di Polonia, nei confronti dei responsabili del massacro di 45 ebrei a Kielce 24. Perfino di fronte ai vergognosi attacchi al «sionismo» utilizzati dal governo nel 1967 e 1968 per colpire i dissidenti, lo stesso episcopato aveva mantenuto un atteggiamento reticente, che forse tradiva non solo l'ostilità nei confronti degli «estremisti» marxisti bersagliati dal governo, ma anche l'assenza di un netto ripudio morale di quegli argomenti un tempo tanto diffusi in Polonia.

Lo stesso Adam Michnik, il cui libro sulla Chiesa e la sinistra in Polonia è tutto improntato a una profonda autocritica per l'incomprensione manifestata in passato dalla sinistra marxista nei confronti della Chiesa, non può evitare di muovere all'episcopato questo significativo rimprovero:

Le dichiarazioni dei vescovi erano prive, a mio parere, di una condanna inequivocabile dell'antisemitismo propagato dal regime. Credo che nella situazione di allora non bastassero le allusioni indirette. Sia chiaro: non penso affatto che il problema ebraico fosse allora il più importante e centrale. Non poteva esserlo in un paese praticamente senza ebrei. La campagna antisemita non aveva tanto lo scopo di colpire i resti della comunità ebraica sopravvissuta all'inferno hitleriano, ma serviva piuttosto a infiammare i sentimenti nazionalisti e xenofobi, a occultare le reali cause della crisi sociale, a disabituare i polacchi da un modo di pensare razionale, trasformandoli in complici di un crimine. È a questo livello che l'antisemitismo rimane un problema di primo piano 25.
La ripresa dell'antisemitismo, oggi, è dunque presumibilmente un segnale lanciato dalla burocrazia e dai militari alla parte più retriva della società e della stessa Chiesa cattolica polacca. È un sintomo agghiacciante della loro debolezza e della loro estraniazione totale dagli ideali e dall' etica del movimento operaio, in nome del quale pretendono di parlare ma a cui – non a caso – non possono lasciare neppure il più piccolo spiraglio di autoorganizzazione e di libertà di parola 26.

Allegato

Un esempio di provocazione antisemita

Pubblichiamo alcuni stralci da una lunga «lettera aperta» di nove pagine dattiloscritte, che veniva fatta circolare nell'estate 1981 tra i militanti del POUP di Varsavia. La lettera, che si attribuisce a un ipotetico Izaak Mosze Goldberg (dal nome più ebraico che si possa immaginare), è indirizzata a Jerzy Urban, l'unico esponente del governo sicuramente di origine ebraica. L'obiettivo è ancora una volta duplice: screditare una parte del partito (oltre a Urban, gli anonimi compilatori hanno come bersaglio Rakowski) e soprattutto presentare Solidarnosč come parte di un complotto straniero contro la nazione polacca.

La scelta dei brani, imposta da ragioni di spazio ma anche di decenza, ha privilegiato i passi con più immediate implicazioni politiche, a scapito dei più bassi e volgari argomenti di costume. Da essi emerge un particolare significativo, che conferma la matrice del falso: accanto alle citazioni dal Protocollo dei saggi di Sion (il famoso falso elaborato dall'Ochrana zarista e poi utilizzato dal nazismo per «provare il complotto giudaico per la dominazione del mondo»), si riscontrano termini tipici di un buon conformismo del POUP, come «la ragion di Stato» quale supremo criterio di valore e vero e proprio imperativo morale.

Il testo viene presentato come lettera aperta a un settimanale satirico, «Szpilski», che aveva pubblicato un intervento di Urban, ma la sua riproduzione e diffusione con le tecniche del «Samizdat» anziché su un giornale è stata probabilmente ritenuta al tempo stesso più efficace e meno compromettente (tenuto conto che si tratta anche di un attacco ad alcuni dirigenti del partito, accusati di complicità con Solidarnosč).

Che tale fosse il senso dell'operazione è stato confermato indirettamente dal portavoce del WRON, il capitano Gornicki, in un colloquio col giornalista italiano Valerio Ochetto del gennaio 1982. Non potendo smentire gli articoli e i discorsi radiofonici di taglio antisemita (come l'intervento a Radio Varsavia dello «scrittore» Wojciech Zukrowski, che spiegava la crisi economica con manovre del «capitale ebreo internazionale», che avrebbe dato prestiti alla Polonia per rovinarla), Gornicki ne minimizzava l'importanza e il significato attribuendoli tuttavia alla «mancanza di cautela di una piccola frazione del partito» e sostenendo che ormai era tutto acqua passata.

Effettivamente, una parte della manovra è sicuramente rientrata, essendo rimasti al loro posto sia Urban sia Rakowski; ma se è stato posto termine all'uso dei controllatissimi mass media del regime militare per colpire una parte degli stessi sostenitori del WRON, rimane ugualmente la macchia dell'utilizzazione «generica» dell'antisemitismo per tentare di dividere le masse polacche.

LETTERA APERTA DI ].M. GOLDBERG A J. URBAN

Io sottoscritto Izaak Mosze Goldberg, cittadino polacco di origine ebrea (origine di cui non mi vergogno affatto, e che per questo non ho cambiato nome come i Kósciuszko, Potocki, Zarycki, Rózánski, Michnik, Zólkiewski), mi rivolgo a lei, signor Urban, perché nel suo feuilleton, Il paese allo specchio (Pejsi w lustrze, in« Szpilski», n. 12/2065 del 22 marzo 1981), ha scritto una verità, ma una verità parziale, dicendo di sentirsi ebreo. È la metà della verità, perché un ebreo residente in Polonia non è solo una specie di polacco, ma anche una specie di ebreo. Ma poi, subito dopo, riprende a mentire, dicendo di non associare la propria condizione a nessun «valore permanente della razza», perché non crede a queste sciocchezze [...]. Lei sa bene che non esiste forza capace di toglierci la nostra ebraicità nel carattere, nel modo di pensare e di agire. Per questo, se lei scrive che la sua personalità non è costituita da nessun elemento della tradizione culturale ebraica (tradizione di costume, religiosa o linguistica), lei sa di mentire. [...]

Lei lo sa benissimo, perché conosce quegli ebrei in Polonia che da tempo si sono convertiti, come Jerzj Turowicz [redattore responsabile di «Tygodnik Powszechny», importante settimanale cattolico edito a Cracovia, n.d.r.], e che, pur essendo giornalisti e attivisti del movimento cattolico, restano fedeli non solo ai legami del loro sangue e agli imperativi che da esso derivano, ma hanno anche accesso alle massime autorità della Chiesa, agendo in tal modo conformemente agli ordini del Sinedrio, della Cabbala e conformemente alla nostra ragion di Stato nazionale [ebraica, n.d.r.]. [...]

Oggi i nostri correligionari come Kuron, Michnik, Modzelewski, Mazowiecki e altri membri del KOR si sono impossessati di Solidarnosč assoggettandone i principali esponenti, mentre su «Polityka», che da vent'anni è un nostro organo, sia pure indirizzato ai goj [cioè ai «gentili», ai non ebrei; «Polityka», com'è noto, è in realtà il settimanale del POUP, diretto per anni da Mieczyslaw Rakowski e, in un tempo abbastanza lontano, abbastanza sensibile alle correnti favorevoli a un'autoriforma del sistema burocratico, il che è evidentemente. sufficiente all'ignoto autore della «lettera aperta» per considerarlo organo dei «sionisti» ..., n.d.r.], sono stati versati fiumi di lurido inchiostro per appoggiare Solidarnosč e i suoi protettori del KOR. Le penne più importanti del nostro organo, con a capo il signor Rakowski, danno appoggio a Solidarnosč, compiacendosi del suo stesso nome, che è stato anch'esso attinto alla nostra storia ebrea. [...]

La cosa peggiore, signor Urban, è che lei non riesce a mascherare la sua boria giudea, il nostro disprezzo per i gentili a cui vorrebbe sputare in faccia solo perché sono gentili. [...] Su «Polityka», mentre si cercava di convincere il governo polacco a riconoscere il sistema di dualismo di potere, lei ha paragonato i due schieramenti polacchi, il governo e Solidarnosč, a due cani che si fronteggiano abbaiando e digrignando i denti. Lei sa bene, signor Urban, che non avrebbe mai osato paragonare a un cane che abbaia il governo della nostra Patria, Israele: questo paragone non le sarebbe nemmeno venuto in mente. Ma per lei, come ebreo combattente, che segue gli imperativi del Talmud e dei Saggi di Sion, ogni governo dei gentili, in uno Stato della Diaspora, è una muta di cani. Perché, signor Urban, non riesce a frenare il proprio odio? Perché offende i gentili che siedono nelle massime cariche del partito e del governo e gli sputa in faccia pubblicamente?

[...] Gli ebrei devono essere solidali. Questa è la nostra forza. [...] Lei sa bene che molte volte non scrive cose sagge e interessanti. Come potrebbe farlo se ha dieci rubriche fisse alla radio e alla televisione, per cui deve scrivere qualcosa ogni settimana? Però, ogni volta che ascolto il telegiornale della domenica, nella rassegna stampa sento citazioni dagli articoli di Urban. È perché sono saggi o interessanti? No, è perché la rassegna stampa viene curata dal signor Ludvik Krassucki, che è uno dei nostri e ha come obbligo quello di ricordarsi dei nostri. [...] Un paio di giorni fa, signor Urban, l'ho vista alla televisione durante un dibattito su argomenti di cui non s'intende per niente. Al dibattito hanno partecipato quattro persone, lei compreso: tra questi, nessun gentile! È proprio fatto perché questi gentili crepino di rabbia. Io, in quanto ebreo, non ho potuto guardarlo, ho spento il televisore, perché sembrava una provocazione ebrea contro i gentili polacchi. In Polonia, dove siamo forse 100.000, forse 200.000 ebrei [in realtà oggi meno di 10.000! n.d.r.], se si guarda la televisione si potrebbe pensare che ne siamo alcune decine di milioni. [...]

 

1 WLADYSLAV BIENKOWSKI, Burocrazia e potere socialista, Laterza, Bari, 1970, p. 90.

2 Moczar non ha esitato a utilizzare perfino il risentimento nazionale per il mancato chiarimento sulle circostanze dell'eccidio di Katyn, facendo diffondere dai membri della ZBoViD «la voce che, se andasse lui al potere, tra le sue prime misure sarebbero lo smascheramento dei vari colpevoli, i russi, e il lancio di una sottoscrizione pubblica per erigere un monumento alle vittime» (ERWIN WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, p. 66). Lo stesso Weit, che fu vicino a Gomulka per dodici anni, riferisce che gli amici di Moczar facevano circolare la voce che al XX Congresso Chruščëv «avrebbe voluto mettere in piazza anche la verità su Katyn e sarebbe stato sconsigliato da Gomulka: «Lui solo, Moczar, avrebbe allora preso le parti di Chruščëv contro Gomulka. Come questo sia stato possibile, Moczar si guarda bene dal dirlo, tanto più che a quell'epoca egli era semplicemente a capo di un voivodato e Gomulka ancora al bando. Quel che per lui conta è che la propaganda renda. E anche a lui sembra lecito mobilitare i morti» (Ivi, p. 67). Sulla questione di Katyn, una recente spassionata disanima delle varie tesi si trova in GIORGIO VACCARINO, Storia della resistenza in Europa. 1938-1945. I paesi dell'Europa centrale, Feltrinelli, Milano, 1981, pp. 416-422.

3Cenni sulla provenienza di gran parte del gruppo dirigente originario di PAX dall'alta nobiltà polacca e da un'organizzazione cattolica antisemita e parafascista si trovano in vari autori (cfr. a questo proposito il mio articolo Considerazioni sul comunismo polacco, in «Critica Comunista», a. III, n. 10, gennaio-febbraio 1981, in particolare la nota 46, ora qui, parte seconda, cap. I).

4NICHOLAS BETHELL, Le Communisme polonais. 1918-1971. Gomulka et sa succession, Seuil, Paris, 1971, p. 310. La comunità ebraica era stata fatta segno, subito dopo la guerra, ad attacchi da parte delle formazioni anticomuniste, che ritenevano ogni ebreo «collaborazionista» con i sovietici, perché ovviamente molti ebrei avevano cercato nei territori occupati dall'URSS nel 1939 un rifugio contro i massacri hitleriani. D'altra parte, già nel conflitto polacco-sovietico del 1920 gran parte degli ebrei erano stati considerati filosovietici, dato che lo stesso partito operaio ebreo, il Bund, aveva manifestato la sua disponibilità a partecipare a un governo sovietico della Polonia. ALAIN BROSSAT, La classe ouvrière juive d'Europe orientale, in «Quatrième Internationale», a. 38, 3 série, n. 2, p. 136. Cfr. anche: G. VACCARINO, op. cit., p. 403.

5 W. BIENKOWSKl, op. cit., pp. 84-85.

6Ivi, pp. 79-85.

7Ivi, pp. 86-87.

8ABRAM LÉON, Il marxisrno e la questione ebraica, Samonà e Savelli, Roma, 1968, p. 197.

9NATHAN WEINSTOCK, Storia del Sionismo, voI. I: Dalle origini alla fondazione di Israele, La nuova sinistra-Samonà e Savelli, Roma, 1970, pp. 27-29; ADRIANO GUERRA, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1977, pp. 270-271. Una sommaria documentazione su alcuni casi di antisemitismo più o meno mascherato è contenuta nel fascicolo Gli ebrei nell'Unione sovietica. Il convegno sulla situazione degli ebrei in URSS, Roma (senza indicazione dell'editore), 1966, che riproduce tra l'altro articoli e copertine di libri antisemiti e fornisce alcuni dati impressionanti sulla distruzione della cultura ebraica. Ad esempio, i libri in yiddish pubblicati in URSS (238 nel 1928, 653 nel 1932, 852 nel 1933-1934, con 6.250.000 copie di tiratura complessiva) si riducono a 24 nel 1945, 19 nel 1946, 52 nel 1947 e scendono fino allo zero degli anni 1959-1962 (risalendo poi a 1 nel 1964 e 2, con tiratura di 5.000 copie, nel 1965). Per avere un'idea più precisa sul significato di queste cifre, si pensi che nello stesso 1962, in cui non usciva un solo libro per i 2.267.814 ebrei sovietici, venivano pubblicati 116 libri (per complessive 598.000 copie) per la minoranza bashkira, rappresentata da 989.040 cittadini sovietici.

Questo fenomeno, innegabile negli ultimi anni di Stalin e poi più volte manifestatosi sotto i suoi successori, non ha precedenti negli anni del Grande terrore staliniano, quando la repressione colpì moltissimi ebrei, ma non per la loro origine, bensì per la loro posizione nel partito, come ha osservato lucidamente D-j, autore di una voluminosa ricerca sugli ebrei in URSS apparsa nel «Samizdat» e riportata da Medvedev: «Le repressioni degli anni Trenta colpirono l'intelligentsija sovietica e i funzionari dell'apparato dello Stato e del partito in misura maggiore degli operai. Nel gruppo dell’intelligentsija e dei funzionari d'apparato, a loro volta, colpirono i comunisti in misura incommensurabilmente più violenta dei senza-partito. Infine, tra gli stessi comunisti, le repressioni infuriarono contro i vecchi membri del partito con molta maggior forza che contro i membri più recenti. Gli ebrei erano più numerosi tra l'intelligentsija e i funzionari che non tra gli operai; la percentuale dei comunisti nella stessa popolazione ebraica era di due, tre, quattro volte superiore alla percentuale dei comunisti tra le altre nazionalità; infine, considerando la composizione dei comunisti, gli ebrei membri anziani del partito erano in numero più che proporzionalmente superiore. Il risultato combinato di questi elementi di non proporzionalità fu che le repressioni, pur non essendo rivolte intenzionalmente contro gli ebrei, li investirono di riflesso in modo più violento delle altre nazionalità e colpirono in tal modo la parte più avanzata e devota alla rivoluzione della popolazione ebraica» (in ROY MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 155).

10Ana Pauker e László Lukacs (il cui nome ungherese era stato rumenizzato in Vasile Luca) erano rispettivamente ministro degli Esteri e ministro delle Finanze, nonché, insieme a Gheorghiu-Dej, membri del nucleo centrale della direzione del Partito operaio rumeno, fino al maggio 1952, quando furono accusati di deviazione di destra e di sinistra, sabotaggio, ecc. Secondo François Fejtö, Gheorghiu-Dej li volle trasformare in capri espiatori per «deviare sulla via dell'antisemitismo o dello sciovinismo, abilmente dissimulati, i risentimen­ti popolari» (FRANÇOIS FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari, v. I: L'era di Stalin, 1945-1952, Tascabili Bompiani, Milano, 1977, p. 238). Sul processo contro Rudolf Slansky, segretario generale del PC cecoslovacco, e altri tredici dirigenti comunisti (di cui l'atto d'accusa sottolineava l'origine ebraica per 11 su 14) esiste una larga documentazione, tra cui spiccano la testimonianza di uno dei sopravvissuti al processo (ARTUR LONDON, La confessione. Nell'ingranaggio del processo di Praga, Garzanti, Milano, 1966) e il memoriale curato dalla vedova di Slansky durante la primavera di Praga: JOSEFA SLANSKA, Rapporto su mio marito, Editori Riuniti, Roma, 1969.

11 A. GUERRA, op. cit., p. 271. Il Birobidžan era stato creato nel 1928 come soluzione alternativa all'emigrazione verso la Palestina proposta dal movimento sionista, che prima del 1917 aveva avuto 300.000 aderenti nell'Impero russo e aveva avuto vita legale per tutto il primo decennio dello Stato sovietico. Tuttavia, la località scelta (caratterizzata da un clima pessimo e del tutto priva di qualsiasi insediamento ebraico) e i metodi completamente burocratici che avevano ispirato il piano di colonizzazione, determinarono un sostanziale fallimento dell'operazione. Nel 1932 solo 8.200 ebrei si erano recati nel Birobidžan, e nel 1939, nonostante gli sforzi delle autorità, erano divenuti solo 30.000 (su circa 120.000 abitanti della provincia). In quell'anno la repressione colpiva sia i dirigenti della provincia ebraica, sia quelli della sezione ebraica del PCUS, indipendentemente dalla loro origine (alcuni provenivano dal partito operaio ebreo, il Bund, e altri erano da decenni bolscevichi) (N. WEINSTOCK, op. cit., p. 27). Da più parti si è osservato d'altra parte che la sorte degli ebrei in URSS è stata aggravata dall'origine ebraica di un gran numero di membri dell'Opposizione di sinistra (Zinov'ev, Kamenev e lo stesso Trotskij, che la stampa reazionaria aveva sempre rappresentato durante la guerra civile con caricature che ne evidenziavano i «lineamenti semitici»).

12 N. BETHELL, op. cit., p. 313.

13 Jacek Kuron e Karol Modzelewski furono processati già nel 1965 per aver esposto in una Lettera aperta al POUP le critiche che avevano formulato all'interno del partito e che avevano portato alla loro espulsione nel 1964. Condannati rispettivamente a tre anni e tre anni e mezzo di reclusione, furono considerati gli ispiratori (dal carcere) della rivolta studentesca del 1968, che in parte si richiamava effettivamente alle posizioni marxiste rivoluzionarie e antiburocratiche formulate nella Lettera aperta. Il testo dei due dirigenti polacchi è stato pubblicato in Italia con il titolo: Il marxismo polacco all'opposizione, Samonà e Savelli, Roma, 1967 e 1969.

14 W. BIENKOWSKI, op. cit., p. 92.

15 E. WEIT, op. cit., p. 64. Lo stesso Weit, che partecipò come interprete a numerosi colloqui tra Gomulka e il leader tedesco orientale Walter Ulbricht, ha segnalato che l'utilizzazione strumentale della Commissione d'inchiesta sui crimini nazisti esclusivamente in direzione degli ex nazisti presenti nella Germania federale era imposta dalla presenza di non pochi ex nazisti nell'apparato della SED (il Partito comunista della RDT). Weit riferisce che a una domanda di Gomulka sulle ragioni di questa presenza, Ulbricht risposte che «la RDT aveva sempre sofferto di una grave carenza di quadri, perché molti compagni del KPD, il vecchio Partito comunista tedesco, in periodo nazista erano stati rinchiusi in carceri e campi di concentramento e quindi avevano subito un'interruzione di dodici anni nello sviluppo della loro coscienza. Durante quel periodo erano rimasti completamente isolati dal movimento operaio, non avevano partecipato minimamente all'evoluzione del socialismo dal 1933 al 1945; infine non andava dimenticato che, nei campi di concentramento, i compagni in questione avevano collaborato con i tradizionali nemici della classe operaia tedesca, socialdemocratici, cristiani e simili, in tal modo finendo per far proprio il bagaglio ideologico di quegli avversari» (E. WEIT, op. cit., pp. 192-193). Il commento di Weit è convincente: «Per Ulbricht era più vantaggioso assegnare posti di responsabilità ad ex nazisti anziché a provati comunisti sopravvissuti ai campi di sterminio hitleriani, per la semplice ragione che sul conto dei nazisti possedeva dossier ben nutriti; gli ex nazisti lo sapevano e facevano buon viso al ricatto: o fai tutto quello che ti diciamo, e senza protestare, o ti mettiamo a posto noi. Al contrario, i vecchi militanti del defunto KPD, che davvero avevano lottato e sofferto per i loro ideali politici, non sarebbero stati altrettanto disposti ad accettare o addirittura fare propri i suoi contorsionismi politici» (ibidem). In tutte le democrazie popolari, d'altra parte, varie fonti confermano analoghi fenomeni di utilizzazione di ex collaborazionisti (cfr. n. 22).

16 G. V ACCARINO, op. cit., p. 379, conferma che «una delle infamie più gravi della dominazione nazista è stata quella di scegliere i boia esecutori tra le stesse vittime, attraverso il meccanismo orrendo della fame e della volontà esasperata e cinica di sopravvivenza. La crudeltà e il cinismo nazista giunsero al punto di fare impiccare, a Chelmno, un ebreo dalle mani del proprio figlio, che poco dopo morì di crisi cardiaca». Anche fonti ebraiche hanno riportato che una parte dei notabili e dei membri della polizia del ghetto, illudendosi di sfuggire alla sorte che li attendeva inesorabilmente, accettarono di collaborare a quello che veniva definito «reclutamento per il lavoro» e che era in realtà la deportazione verso i campi di sterminio. Ma utilizzare questi dati, e magari alcune delle foto con cui i nazisti si compiacevano di documentare le loro imprese, per presentare il popolo ebraico come un complice di Hitler è un infame espediente, degno della scuola del dr. Goebbels!

17 JAN DZ1EDZIC, TADEUSZ WALICHNOWSKI, Wokol agresij Israela, Ksiazka i Wiedza, Warszaw, 1968, p. 78 (cit. da N. BETHELL, op. cit., p. 312).

18 W. BIENKOWSKI, op. cit., p. 93.

19Ivi, pp. 90-91.

20 N. BETHELL, op. cit., pp. 319 e 324.

21Ivi, p. 319; anche C. FREDDUZZI, Alcune questioni della storia del movimento comunista polacco, Relazione dattiloscritta a un seminario del Centro studi e documentazione sui paesi socialisti dell'Istituto Gramsci, parla di «doppia strumentalizzazione della campagna anti-ebraica, cui Gomulka prima dette il suo assenso e in un secondo momento cercò invece di frenare quando soprattutto temette di essere scavalcato dagli spiriti anti-ebraici esorcizzati» (Ivi, p. 75).

22 Per la campagna tendente a presentare – già nell'estate 1981 – i capi di Solidamosč come parte di un complotto ebraico, si veda in Appendice il testo che veniva fatto circolare tra i militanti del POUP come dattiloscritto, per imitare i «Samizdat». Quanto all'accusa di antisemitismo rivolta allo stesso sindacato autonomo, soprattutto sulla stampa occidentale, si basava su un fatto reale, anche se circoscritto. Un dirigente di Solidamosš a Stettino, Jurczyk, attaccando il governo aveva detto: «non sono polacchi, sono ebrei» (espressione rivelatrice dell'antisemitismo latente a livello popolare, frutto della tradizionale identificazione: cattolico = polacco). Tuttavia l'episodio era del tutto marginale e, ovviamente, non attribuibile alla direzione di Solidarnosč in quanto tale, che ha tra l'altro al suo interno ben più ebrei di quanti ne abbia il governo; inutile dire che, dal punto di vista morale, l'utilizzazione scandalistica (soprattutto fuori della Polonia) di questo episodio rende ancora più ignobile il rilancio – programmato dall'alto – dell'antisemitismo come fattore di divisione della classe operaia polacca.

23 Sull'antisemitismo spesso aggressivo di parte della resistenza antitedesca, fornisce molti dati G. VACCARINO, op. cit., pp. 370, 400, 403 e passim. In genere si distingueva su questo terreno la formazione di estrema destra NSZ, ma la stessa Armia Krajowa, accusata di avere abbandonato intenzionalmente gli insorti del ghetto di Varsavia, aveva tentato di giustificarsi adducendo la difficoltà di fornire aiuti alle forze ebraiche non per difficoltà tecniche, ma a causa «dell'atmosfera generale di ostilità verso gli ebrei armati», che sarebbe stata alimentata «dalla posizione degli ebrei sotto l'occupazione sovietica», e da presunte razzie compiute dalle formazioni armate ebree nelle campagne polacche (ivi, p. 403). Vaccarino ricorda però altrove che «le iniziali simpatie filorusse degli ebrei, che avevano insospettito la resistenza nazionale, si erano venute rapidamente mutando in amara delusione dal momento in cui era stata loro imposta l'adozione di una diversa nazionalità, o era stato ritirato il passaporto a quelli di essi che già lo possedevano, per recarsi in Palestina, in quanto divenuti per legge cittadini sovietici» (ivi, p. 415). Vaccarino accenna anche a una delusione che investiva gli stessi militanti comunisti polacchi di origine ebraica (ibidem). Cfr. anche quanto segnalato nella nota 3.

24 Il cardinale Hlond negò che il pogrom fosse dovuto a odio razziale e lo attribuì a un generico malcontento politico per «la presenza nel governo di personalità ebraiche che cercano di stabilire in Polonia un regime al quale la maggioranza del popolo è ostile» (K. S., KAROL, La Polonia da Pilsudski a Gomulka, Laterza, Bari, 1959, p. 121). E sintomatico che l'ampia Storia del Cristianesimo in Polonia, a cura di Jerzy Kloczowski, CSEO Biblioteca, Bologna, 1980 (opera «appositamente studiata e realizzata per il lettore occidentale» da un gruppo di studiosi dell'Università Cattolica di Lublino) accenni appena di sfuggita ai legami tra cattolicesimo e antisemitismo, mentre accentua l'importanza di alcuni episodi di protezione accordata a ebrei da preti polacchi, che vi furono realmente, ma non erano certo l'atteggiamento prevalente nel paese. La reticenza, che impedisce di fatto una condanna netta di questa vecchia macchia del cattolicesimo e del nazionalismo polacco, rivela che la rottura con essa non è ancora completa e inequivocabile perfino tra i giovani intellettuali cattolici.

25 ADAM MICHNIK, L'église et la gauche. Le dialogue polonais, Seuil, Paris 1979, p. 82.

26La dimensione della totale estraniazione degli attuali dirigenti polacchi della tradizione del movimento operaio è stata fornita in modo esemplare dalle dichiarazioni del portavoce della giunta militare, il giornalista Wieslaw Gornicki (già corrispondente dell'agenzia ufficiale «PAP» da New York e ora presentato come capitano dell'esercito), che ha dichiarato che, anche dopo un eventuale rilascio, Lech Walesa non potrà più essere un leader sindacale, giacché gli mancano «l'istruzione e la preparazione necessarie». Povero Lenin, che voleva mettere in condizione di amministrare l'Unione Sovietica anche una sguattera!