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Polonia 3. Il ruolo della Chiesa
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Capitolo terzo
IL RUOLO DELLA CHIESA
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, per cercare di spiegare la straordinaria forza del cattolicesimo in Polonia, si insiste soprattutto sul ruolo della Chiesa negli anni .della spartizione o durante la resistenza antitedesca, finendo inevitabilmente per mettere in secondo piano la specificità della crescita cattolica all'interno delle contraddizioni di un paese del «socialismo reale».
Naturalmente, tutti i commentatori che ricordano il ruolo tradizionale della Chiesa negli anni in cui la Polonia perse la sua autonomia nazionale, non solo si basano su un dato storicamente esatto, ma anche su un argomento utilizzato fortemente nel presente dai cattolici polacchi. Eppure, da solo, questo sarebbe senz'altro insufficiente a capire perché la stragrande maggioranza non solo dei polacchi, ma anche degli stessi militanti e dirigenti di Solidarnosč (e dei militanti e dei quadri intermedi del POUP!) sono cattolici.
La storia della Chiesa in Polonia è infatti tutt'altro che lineare, e non mancano soluzioni di continuità e inversioni di tendenza, che cercheremo di ricostruire sinteticamente.
Le premesse
Nei territori polacchi annessi all'Impero russo, dunque, pur non essendovi mai una vera e propria persecuzione a danno dei cattolici, vi fu una costante diffidenza e ostilità delle autorità verso di essi, che facilitò l'intreccio tra resistenza alla snazionalizzazione e difesa della tradizione cattolica.
Nei territori annessi alla Prussia (il 20% del territorio della vecchia Polonia), su 3.000.000 di abitanti, circa 2.500.000 erano cattolici (350.000 i protestanti, 200.000 gli ebrei); non vi fu alcuna pressione diretta sui cattolici, ma la Chiesa si trovò sottoposta al ferreo controllo della burocrazia prussiana e, pur conservando il suo ingente patrimonio, dovette sottostare a una pesante tassazione (mentre nel vecchio Regno di Polonia godeva di tutte le esenzioni possibili).
Non molto diversa la situazione dei 4.800.000 abitanti della Galizia annessa all'Austria (2.800.000 cattolici romani, 1.700.000 cattolici di rito greco, poche migliaia di protestanti e 300.000 ebrei). Pur essendo «cattolicissima», l'Austria sottoponeva a un pesante controllo tutti gli aspetti organizzativi della vita ecclesiastica, nel quadro di quella concezione che fu chiamata «giuseppinismo».
L'imperatore si riteneva autorizzato a guidare autonomamente la Chiesa, assumendo le vesti di un «primo vescovo» per tutte le questioni non strettamente connesse ai dogmi e agli articoli di fede. Ciò significava: trasformazioni nell' assetto delle diocesi, per adattarlo a quello dell' apparato amministrativo statale; riduzione dei conventi e degli ordini religiosi ritenuti inutili e limitazione dei criteri di ammissione a quelli superstiti; costituzione di un fondo statale destinato a sovvenzionare il clero, formato in larga parte con i proventi della vendita delle ingenti proprietà degli ordini religiosi soppressi. Erano provvedimenti in larga misura comuni a molti Stati europei nella seconda metà dell'Ottocento ed erano, soprattutto, rivolti alla totalità del territorio dell'Impero austriaco, ma apparivano particolarmente gravosi alla Chiesa polacca, che aveva avuto ingenti privilegi nel vecchio Stato nobiliare liquidato dalle spartizioni.
In quella divaricazione di atteggiamenti tra la gerarchia, presente tiepidamente e a malincuore nell'insurrezione del 1830, e il basso clero, inserito pienamente nella lotta, c'è la chiave per gli sviluppi successivi. Durante la dura oppressione russa dei decenni intercorsi tra l'insurrezione del 1830 e quella del gennaio 1863, l'influenza del basso clero si consolidava, mentre la stessa gerarchia era sospinta su posizioni più radicali dall'assenza di qualsiasi spazio per una collaborazione decente col potere: la politica di russificazione, infatti, non si fermava alla chiusura dell'Università di Varsavia e all'allontanamento degli ordini religiosi dall'insegnamento, ma attaccò la stessa Chiesa cattolica, limitando non solo il numero dei conventi (nel 1872 ne fu chiuso il 70%) ma delle stesse parrocchie, a volte chiuse, a volte messe in difficoltà con vari tipi di vessazione, o trasformate in chiese ortodosse.
Ogni sforzo per difendere gli spazi di vita della Chiesa cattolica finiva per offrire un terreno per la difesa della lingua e della cultura polacca, in un momento in cui erano sottoposte alla pressioni più brutali (la distruzione del sistema di istruzione, ad esempio, si accompagnò con il divieto di effettuare viaggi all'estero, soprattutto per studio, col risultato che chi si recava ugualmente fuori dell'Impero diventava un proscritto e non poteva rientrare). Una parte del clero cattolico fu deportata, inoltre, nelle regioni orientali della Russia, per avere tentato di offrire servizi pastorali ai non pochi cattolici di rito greco che rifiutavano l'assimilazione forzata alla Chiesa ortodossa, e si trovò così a stretto contatto con l'élite rivoluzionaria, radicalizzandosi nei luoghi di deportazione. Anche nell'emigrazione politica (fortissima in quasi tutti i paesi d'Europa, e prontissima a spostarsi dovunque ci fosse una guerra di indipendenza per parteciparvi entusiasticamente) il fattore religioso (pur non dominante) aumenta di importanza verso la metà del XIX secolo, soprattutto attraverso il tramite del messianismo polacco (la Polonia come «Cristo delle Nazioni»), di cui furono prestigiosi portavoce i tre massimi poeti polacchi (Mickiewicz, Slowacki e Krasinski) e che influenzò al tempo stesso la coscienza nazionale e quella religiosa.
Il risultato di questo incontro tra aspirazioni nazionali e clero fu la straordinaria preparazione dell'insurrezione del 1863, a cui molti polacchi inevitabilmente fanno riferimento come un modello esemplare.
Le folle inermi si raccolsero nelle chiese, alle messe celebrate secondo intenzioni patriottiche (più frequenti quelle funebri, per eroi del passato, defunti o caduti in battaglia, o legate a qualche anniversario nazionale). Per decine e anche centinaia di chilometri si snodarono processioni di migliaia di persone con gli emblemi religiosi e nazionali dirette a luoghi che custodivano qualche memoria nazionale. Allorché si udirono i primi spari contro la folla disarmata (morirono cinque persone), tutto il paese vesti il lutto nazionale. [...] Lo stupore dell'opinione pubblica europea di quel tempo fu provocato, fra l'altro, dal fatto che la base religiosa (costituita da una molteplicità di confessioni) fosse divenuta una forza unitaria nel manifestare i diritti della nazione.
Sono evidenti le analogie (indubbiamente non casuali, ma provocate proprio dal cosciente riferimento a quel modello) che con quella «rivoluzione morale» del 1861-1862 presentano episodi come il pellegrinaggio di massa a Jasna-Gora nell'ultima domenica di agosto del 1955, con oltre un milione di pellegrini che manifestarono un silenzioso omaggio al cardinale Wyszynski incarcerato), o le messe in memoria dei caduti del 1970 o delle fosse di Katyn, che nel luglio-agosto 1980 accompagnarono l'ondata di scioperi nelle fabbriche del Baltico. La Jablonska-Deptula, d'altra parte, precisa che anche nel 1861-1862 l'iniziativa non fu del clero:
Tuttavia, se abbiamo ricordato quell'esperienza lontana a cui continuano a fare riferimento larghissimi settori del cattolicesimo polacco – e che, in questo senso, continua ad avere un peso nel presente –, non possiamo dimenticare che, nei decenni successivi alla sfortunata insurrezione del 1863 e alla sconfitta della guerra partigiana, che si protrasse per diversi mesi senza successo, il peso della Chiesa cattolica non fu più paragonabile a quello di quell'eccezionale biennio. Anche se continuarono i grandi pellegrinaggi di massa (e, a volte, si svilupparono intorno a nuovi santuari, legati al culto mariano, alimentato da nuove «apparizioni» della Madonna in diverse località polacche, analoghe a quelle, di poco precedenti, de La Salette e di Lourdes), riaccendendosi soprattutto in momenti di grande instabilità sociale, come durante il 1905-1906, con caratteristiche abbastanza analoghe a quelle della «rivoluzione morale», il risveglio nazionale non ebbe più come unico canale quello religioso, ma si manifestò in forme politicamente più strutturate e, soprattutto quando si intrecciava col nascente movimento operaio e contadino, spesso apertamente anticlericali.
Il ritardo della Chiesa nel comprendere i problemi nuovi posti dall' emergere di movimenti organizzati dalle classi subalterne (o, peggio ancora, l'aperta ostilità verso di essi, dettata dai molteplici legami che la univano alle classi dominanti) determinò anche in Polonia un processo di scristianizzazione, di dimensioni relativamente minori ma con caratteristiche analoghe a quello che si delineava negli ultimi decenni del secolo scorso in gran parte dei paesi europei.
Al momento della formazione della seconda Repubblica polacca, dunque, il ruolo del clero e dei cattolici organizzati era importante, ma ben lungi dall'essere egemonico. Il clero, inoltre, aveva appoggiato, a seconda delle situazioni e degli orientamenti individuali, i più diversi partiti: mentre il vescovo di Leopoli appoggiava Pilsudski, l'arcivescovo Ropp, metropolita della diocesi di Mohilew, era strettamente legato al Partito costituzionale democratico russo (i «cadetti»), ma aveva anche, in varie occasioni, contatti col movimento socialista, bolscevichi inclusi. Così, nella prima Dieta legislativa eletta nel 1919 sedevano molti sacerdoti, ma eletti in liste diverse. Più consistente era la presenza di preti nell'Unione popolare polacca presieduta dal reverendo Waclaw Blizinski e nella Democrazia cristiana (rispettivamente il terzo e quarto raggruppamento parlamentare polacco per numero di deputati). I deputati cattolici dovettero contrastare duramente una forte tendenza liberale laica, che chiedeva la soppressione dell'insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole (tendenza particolarmente radicata tra gli insegnanti e i letterati polacchi).
La Chiesa cattolica ottenne dunque, nel Concordato del 1925, una posizione privilegiata senza paragone con qualsiasi altro paese europeo, compresa l'Italia dopo il 1929, accanto a limitazioni sostanziali della parità giuridica per le non insignificanti minoranze religiose (tra cui un 10,5% di ortodossi, un 3,7% di protestanti, un 10,5% di ebrei e uno 0,3% di altre confessioni, mentre gli atei non venivano censiti). Il 75% dei cattolici erano per giunta divisi in base alle differenze di rito, in gran parte legate a diverse componenti etniche. Tolti gli uniati (cattolici di rito greco, in gran parte ucraini o bielorussi), i cattolici veri e propri, cioè quelli di rito latino, non superavano il 63,9% della popolazione: una maggioranza forte, ma non certo sufficiente a pretendere la rappresentanza dell'intera nazione.
Al momento dello scoppio della guerra, quindi, la presenza cattolica tra le masse polacche era ancora forte, ma con un'inequivocabile tendenza al declino e, soprattutto, scarsamente caratterizzata sul piano politico vero e proprio.
La guerra
D'altra parte, sia gli occupanti nazisti sia i sovietici nelle zone orientali del paese si dedicarono a un'operazione di «depolonizzazione» che colpiva in primo luogo tutti gli intellettuali e, quindi, anche il clero, che specialmente nelle zone rurali aveva una funzione importante per la preservazione della cultura polacca. Anche se una parte del clero, soprattutto in Slesia, accettò la nazionalità tedesca (i nazisti avevano avuto comportamenti differenziati a seconda delle zone della Polonia, offrendo a quelle con forte presenza tedesca di essere assimilate, equiparando a cittadini tedeschi gli abitanti che, indipendentemente dalla lingua originariamente parlata, fossero disposti a iscriversi in liste speciali e ad assumere gli obblighi conseguenti alla germanizzazione, servizio militare incluso), la maggior parte dei sacerdoti partecipò alle varie forme di resistenza al nazismo, compresa quella armata, e pagò duramente per questo.
È probabile che uno degli argomenti più validi per spiegare la ripresa cattolica in Polonia durante e subito dopo la guerra non venga mai esplicitato per ragioni tattiche: più che nella resistenza antinazista, infatti, il clero e il movimento cattolico ebbero una parte specifica importante nella resistenza antirussa e anticomunista, che ebbe luogo, in forme diverse (compresa la lotta armata), in gran parte del paese e che ebbe in alcuni momenti larghi consensi.
Già nel breve periodo di occupazione russa, tra il settembre 1939 e il giugno 1941, gli atteggiamenti più propriamente anticomunisti delle minoranze direttamente colpite dai provvedimenti anticapitalistici (riforma agraria, nazionalizzazioni) si erano intrecciati con un generico risentimento antirusso, che non era soltanto frutto di meccaniche riproposizioni di odi atavici, ma era alimentato largamente dal comportamento degli occupanti.
Non è facile, d'altra parte, per un polacco dimenticare che i territori annessi allora «provvisoriamente» dall'Unione Sovietica per «proteggere» gli ucraini che vi si trovavano, sono rimasti dopo la guerra all'URSS, indipendentemente dal fatto che circa 6.000.000 dei 12.000.000 di abitanti di quelle terre fossero polacchi (gli ucraini erano 3.700.000, gli ebrei 1.000.000 e i bielorussi 700.000, mentre il resto era diviso tra vari gruppi nazionali minori).
Inoltre il nuovo regime, nonostante le sue tare originarie (la grande dipendenza dall'esercito occupante, a cui doveva la progressiva eliminazione di gran parte degli avversari politici; la rapidissima riproduzione delle deformazioni burocratiche della società sovietica; l'introduzione di una mastodontica polizia politica; la soppressione di tutte le tendenze eterodosse e dei consigli operai sorti spontaneamente in numerose fabbriche), aveva assolto anche dei compiti importanti, rispondendo in parte alle attese dei settori più politicizzati e radicalizzati della classe operaia e dei contadini.
Soprattutto nella prima fase, gli inconvenienti dovuti all'autoritarismo potevano apparire secondari, o legati esclusivamente alla latente guerra civile, oltre che al permanere del clima bellico, mentre intanto venivano nazionalizzate industrie e distribuite terre. Una relativa duttilità del partito comunista nell'affrontare la questione cattolica (ad esempio, esentando inizialmente dall'esproprio l'insieme delle terre ecclesiastiche e poi, comunque, quelle delle parrocchie, e assegnando una certa priorità al programma di ricostruzione di edifici religiosi) permetteva di stabilire un modus vivendi che doveva circoscrivere l'opposizione cattolica ai soli settori effettivamente reazionari e ostili alle misure anticapitalistiche.
Tra il 1944 e il 1948 le misure repressive prese contro sacerdoti appaiono abbastanza chiaramente politiche e non a caso si concentrano nel periodo intorno alle elezioni (il referendum del giugno 1946 e le politiche del gennaio 1947). Alcuni sacerdoti vengono incarcerati, due di essi addirittura condannati a morte, mentre vengono confiscate le stamperie cattoliche. Ma si trattava di misure che lasciavano indifferenti, o trovavano addirittura appoggio in quella parte non trascurabile della popolazione che guardava con favore alle trasformazioni sociali in atto in Polonia. Le proteste per l'introduzione del divorzio e dell'aborto apparivano, come erano, legate alla vecchia mentalità totalitaria della Chiesa polacca, che aveva preteso di imporre a tutti i cittadini, credenti o no, le sue concezioni morali. Il malcontento ecclesiastico per il riconoscimento di pari diritti alle ormai piccolissime minoranze religiose residue (con la «polonizzazione» forzata realizzata con le annessioni all'URSS e l'espulsione delle minoranze tedesche dalle zone occidentali, i battezzati cattolici raggiungevano ormai il 98% della popolazione) rivelava il rimpianto per il Concordato del 1925, che il nuovo governo polacco aveva dichiarato decaduto in seguito alla sua violazione da parte del Papa durante la guerra (con la nomina di vescovi non polacchi). Una parte notevole della popolazione era anche sinceramente urtata dal comportamento di Pio XII che, dopo avere taciuto sulle annessioni naziste durante la guerra, continuava a denunciare come provvisori i nuovi confini, rifiutando di nominare vescovi polacchi sulle terre ex tedesche e mantenendo grottescamente come rappresentante polacco presso la Santa Sede un fantomatico ambasciatore del governo di Londra, da tempo inesistente.
La Chiesa perseguitata
Un primo mutamento nell'atteggiamento delle larghe masse comincia a delinearsi a partire dal 1948. Da un lato, le prime delusioni rispetto alle attese, l'inquietudine di fronte alle nuove diseguaglianze introdotte in base ai criteri gerarchici, il malcontento per il protrarsi delle difficoltà nell' approvvigionamento di generi di consumo, diminuiscono l'ostilità verso chi appare o è presentato come oppositore; dall'altro lato, la Chiesa comincia a essere bersagliata da misure repressive che la colpiscono in quanto tale, senza limitarsi alle frange effettivamente attive politicamente contro il regime.
La deliberazione vaticana è in contrasto con l'ordinamento giuridico vigente in Polonia e perciò non può essere diffusa né messa in pratica nel territorio polacco. I sacerdoti e gli altri ecclesiastici di ogni grado sono tenuti a ispirare la loro condotta alla legislazione polacca vigente, specie nell'esercizio di funzioni a carattere pubblico, e non possono seguire in alcun caso direttive contrarie alla legislazione e alla ragion di Stato polacche.
Le concessioni, d'altra parte, erano molto gravi sul piano formale, ma non corrispondevano a un'adesione reale alle menzogne di regime: la scelta «opportunista» di sacrificare sull'altare del regime permetteva così di continuare a esistere come formazione, in definitiva, indipendente. La «prudenza tattica» spingeva a ridurre al minimo le differenziazioni, ma, nonostante tutto, non le sopprimeva completamente. Così, ad esempio, era possibile, nell' agosto 1955, quella manifestazione di omaggio al cardinal Wyszynski imprigionato che, pur rispettando formalmente l'impegno assunto col regime (non nominare mai il presule), venne realizzata facendo sfilare un milione di persone in silenzio davanti a un posto lasciato vacante nella fila dei vescovi.
Agli inizi degli anni Cinquanta, il disagio che cresce in Polonia tra le masse lavoratrici (e che esploderà nel 1956 con gli scioperi e le manifestazioni di Poznan e di altre città operaie) trova come simboli due diversissime vittime del regime: Gomulka e Wyszynski. Non a caso, nella «primavera d'ottobre» l'entusiasmo popolare li considerò indissolubilmente legati e, per un breve periodo, effettivamente essi si sostennero a vicenda. Anche grazie all'appoggio esplicito della Chiesa, Gomulka poté per alcuni mesi godere di uno straordinario consenso popolare (e, non a caso, introdusse nelle elezioni politiche la possibilità di presentare diversi candidati, anche negli stessi collegi dove si presentavano i massimi esponenti del partito, sapendo di potere rischiare un confronto); ma la delusione di chi aveva creduto che egli, per il fatto di essere stato vittima dello stalinismo, fosse realmente antistalinista e si apprestasse alla demolizione di quel sistema tanto odiato, doveva essere rapidissima.
Già nel 1957, molti dei più appassionati sostenitori del rinnovamento venivano emarginati o passavano più o meno silenziosamente all'opposizione (è il caso dei dirigenti giovanili come Kuron e Modzelewski, che negli anni Sessanta dovevano ancora tentare di scuotere il partito e negli anni Settanta sarebbero stati tra gli animatori del KOR), mentre la Chiesa, ai primi conflitti col nuovo governo, aumentava la sua influenza e cominciava ad attrarre intellettuali e operai critici.
Così il movimento cattolico, al di là delle sue posizioni concrete, che potevano essere anche assai discutibili, era, si volesse o no, l'unica forza di opposizione organizzata esistente. Un'opposizione in genere blanda, opportunistica, assai disponibile al do ut des, certo, ma reale.
Il ruolo della Chiesa nella Polonia di Jaruzelski
Le vicende dei sedici mesi di vita legale del sindacato autogestito hanno sconvolto il comunista occidentale con le madonne nere, i ritratti di Wojtyla e le messe celebrate in fabbrica a ogni occasione. Questi elementi hanno fornito comodi alibi per chi non voleva confrontarsi con la straordinaria contraddizione rappresentata dall'emergere del più grande movimento di massa della classe operaia europea degli ultimi decenni, senza che in questo movimento i comunisti organizzati avessero un ruolo anche modesto, e in contrapposizione netta con i burocrati che si arrogavano la rappresentanza esclusiva della classe.
Quei comunisti italiani che hanno diffidato di Solidarnosč a causa della fede religiosa della stragrande maggioranza dei suoi militanti e quadri, e che in base a questo elemento hanno scelto di appoggiare Jaruzelski «contro i preti», hanno preso un triplice abbaglio.
Prima di tutto, la gerarchia cattolica non ha avuto mai (e meno che mai aveva alla vigilia del 13 dicembre) un'influenza politica tale da poter trasformare Solidarnosč in una sua «cinghia di trasmissione»; al contrario, ha visto bocciare nel Congresso e nelle riunioni del Comitato nazionale le sue proposte di partecipazione all'intesa nazionale proposta dal POUP. D'altra parte, non si dimentichi, i cattolicissimi operai di Danzica, che ogni giorno seguivano la messa nei cantieri durante lo sciopero dell'agosto 1980, non avevano seguito l'invito a sospendere gli scioperi ripetutamente formulato dal pur amatissimo cardinal Wyszynski.
In secondo luogo, la Chiesa polacca, nonostante i suoi molti difetti, che non abbiamo voluto nascondere perché si avesse pienamente il quadro della realtà, non è più la Chiesa legata a privilegi materiali e alla grande proprietà, o volta verso il passato. La Chiesa «si è liberata dall'ossessione del possedere» e si è adattata alle nuove condizioni determinate dalla conclusione del conflitto mondiale. La stragrande. maggioranza dei prelati si è formata, ovviamente, negli ultimi venticinque anni di collaborazione, a volte conflittuale ma sempre realistica, con il regime. Privata dei suoi possessi, si è liberata anche del discredito che questi gettavano su di essa e si è trasformata profondamente, come osserva il prete filosofo Josef Tischner:
La Chiesa polacca di oggi non può essere interpretata proiettando su di essa le caratteristiche della Chiesa cattolica in Italia.
Terzo elemento, non trascurabile: l'episcopato polacco è stato molto più vicino a Jaruzelski di quanto non si sia fatto notare in Occidente: l'appello di Glemp, non a caso ritrasmesso incessantemente dalla radio e dalla televisione il 13 dicembre, ha avuto un ruolo importantissimo nel ridurre le reazioni allo stato di guerra.
Che la Chiesa fosse un'interlocutrice privilegiata della giunta militare è emerso chiaramente da tutti gli appelli del nuovo potere, anche se un accordo esplicito è stato, ovviamente, impossibile nelle condizioni imposte dallo stato di guerra. Lo ammette con singolare cinismo o candore, nell'intervista rilasciata a Oriana Fallaci nel febbraio 1982, Mieczyslaw Rakowski, per anni principale esponente dell'ala prudentemente riformatrice del partito e ora divenuto il più importante tra i dirigenti politici «civili» che avallano Jaruzelski:
Provocato poi da una domanda della Fallaci(« Perché lo tenete isolato? perché sperate di fame un collaborazionista, magari con l'aiuto dell'episcopato?»), Rakowski ha aggiunto, ancor più brutalmente:
L'argomento della cinica conversazione è Walesa (su cui non mancano altre volgarità, che dispiace non possa conoscere, nonostante l'affermazione che «legge i giornali»), ma appare evidente che per Rakowski è del tutto scontato che la Chiesa è un'alleata potenziale nell'ammansimento del leader operaio: un'alleata scomoda, perché non immediatamente manovrabile come i «preti patriottici» dei tempi d'oro dello stalinismo trionfante, ma pur sempre un'alleata.
Chi ha creduto poi che il colpo militare fosse rivolto a ridimensionare il peso della Chiesa, commette un altro errore di valutazione macroscopico. Nonostante queste compromissioni, che indeboliscono la resistenza al regime, lo stesso episcopato non è una marionetta dei generali. È una forza di opposizione talmente moderata e gradualistica, talmente «prudente» e terrorizzata di non fare saltare il «compromesso storico polacco», che il potere può considerarla oggettivamente sua alleata e utilizzarla ai suoi fini, ma è pur sempre forza di opposizione (per comprendere meglio, basta pensare al ruolo dei grandi partiti operai d'Occidente: ad esempio, che il PCI, in vari momenti cruciali dal 1943-1945 al 1969-1977 è stato l'elemento determinante per canalizzare un movimento di massa anticapitalistico prima che arrivasse a uno scontro decisivo; in questo senso è stato in quei momenti considerato come oggettivamente alleato dalle classi dominanti, che pure hanno ripreso, appena possibile, a fare a meno del suo aiuto, non sempre gratuito e soprattutto non pienamente controllabile, come sarebbe stato se si fosse trattato di un mero agente della borghesia, come immaginava la «nuova sinistra»...).
Così, la Chiesa polacca finirà per attrarre nuovamente una parte notevole dell' opposizione sociale, tanto più grande quanto più il regime militare sarà riuscito a impedire la riorganizzazione di un movimento sindacale indipendente. Le sue esitazioni e la sua tendenza al compromesso possono lasciare la bocca amara ai militanti sindacali più maturi (mentre altri, più semplici, continueranno a pensare che l'appello di Glemp dalla TV fosse un montaggio del regime, come risulta abbiano detto molti operai dai cancelli delle fabbriche occupate); ma se non ci sarà un'alternativa organizzativa concreta, sarà al movimento cattolico che si rivolgeranno i milioni di lavoratori rimasti disorganizzati dalla decapitazione di Solidarnosč con i licenziamenti, gli internamenti e gli arresti.
1 Sull'eccezionalità della situazione polacca rispetto alle altre democrazie popolari, per il peso particolare della Chiesa, hanno insistito molti commentatori, non sempre documentati. A un giornalista comunista, Franco Bertone, si deve il più recente e aggiornato libro dedicato alla questione, che fornisce una documentazione sostanzialmente corretta per quanto riguarda la Chiesa, ma abbastanza reticente a proposito delle responsabilità del comunismo polacco: FRANCO BERTONE, L'anomalia polacca. I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, Editori Riuniti, Roma, 1981.
2 Sullo stesso n. 10 di «Critica Comunista» si veda l'ampio dossier su Gli scioperi polacchi e la crisi del socialismo reale, che comprende anche una ricostruzione dell'ascesa del movimento di lotte operaie nel periodo 1970-1980, un profilo storico del comunismo polacco e articoli dedicati alla politica internazionale e alla «natura» dell'URSS.
3 LUDOMIR BIENKOWSKI, L'illuminismo e la catastrofe delle spartizioni (17501795), in Storia del Cristianesimo in Polonia, a cura di Jerzy Kloczowski, CSEO, Bologna, 1980, pp. 310 e passim.
4Ivi, p. 264; cfr. HANNA DYLAGOWA, Dalla caduta dello stato polacco all'Insurrezione di Novembre (1795-1831), in Storia del Cristianesimo, cit., p. 314.
5 L'ostilità del clero nei confronti di misure antifeudali era legata sia alla grande ampiezza delle proprietà terriere ecclesiastiche, sia al fatto che «il clero delle parrocchie aveva in genere un atteggiamento servile verso i grandi proprietari fondiari», come scrive EWA JABLONSKA-DEPTULA, La primavera dei Popoli e l'Insurrezione di gennaio (1831-1864), in Storia del Cristianesimo, cit, p. 340. La stessa autrice, che, come tutti i collaboratori a questa interessante opera collettiva a cui faremo spesso riferimento, è docente presso l'Università cattolica di Lublino, aggiunge che, appunto per questo atteggiamento, il clero «non si guadagnava la fiducia del mondo contadino» (ibidem).
6 H. DILAGOWA, op. cit., p. 319.
7Ivi, p. 320.
8 E. JABLONSKA-DEPTULA, op. cit., p. 342.
9Ivi, p. 357.
10Ivi, p. 358.
11Ibidem.
12Ibidem.
13DANIEL OLSZEWSKI, Dal fallimento dell'Insurrezione di Gennaio fino alla prima guerra mondiale (1864-1914), in Storia del Cristianesimo, cit., p. 404.
14Ivi, p. 407.
15R YSZARD BENDER, Il periodo tra le due guerre (1914-1939), in Storia del Cristianesimo, cit., pp. 416-417.
Ancor più netto il giudizio degli autori dell'ultimo saggio della citata opera collettiva sul cattolicesimo polacco: «La questione agraria irrisolta durante l'intero periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, il fatto che la Chiesa si opponesse a sottoporre alla riforma agraria le terre che le appartenevano, tutto ciò contribuì a mantenere tra i contadini più radicali e specialmente tra i giovani contadini forti sentimenti anticlericali» (LIDIA MULLEROWA, ADAM STANOWSKI, Gli anni della guerra e dell'occupazione (1939-1945), in Storia del Cristianesimo, cit., p. 444). Questo dato indebolisce fortemente la tesi, diffusa in ambiente comunista, che spiega la forte presenza cattolica nella classe operaia polacca attuale prevalentemente con la sua recente origine contadina.
16 R. BENDER, op. cit., p. 432.
17 F. BERTONE, op. cit., pp. 28-29.
18 R. BENDER, op. cit., p. 438.
19Ivi, p. 441.
20CARLO FALCONI, La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Europa, Edizioni di Comunità, Milano, 1960, pp. 800-806.
21 L. MÜLLEROWA, A. STANOWSKI, op .cit., p. 446.
22Ivi, p. 459.
23 Sulle varie forme di collaborazione, anche militare, dell'URSS con la Germania nazista al momento dell'invasione del 1939, si veda A. MOSCATO, La seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI...), in «Critica Comunista», nn. 4-5, settembre-dicembre 1979, cit., pp. 225-226. Ora qui, pp. 213 e sgg.
24Ivi, p. 227.
25 Su Katyn esiste una vasta pubblicistica, che è passata in rassegna in GIORGIO VACCARINO, Storia della resistenza in Europa (1938–1945). I paesi dell’Europa centrale, Feltrinelli, Milano, 1981, pp. 416-421. Una ricostruzione diretta del «goffo e rozzo» tentativo sovietico di convincere gli osservatori occidentali della propria estraneità al massacro è fornita da un giornalista e scrittore, tutt’altro che ostile all’URSS, che fu invitato ad assistere ai lavori della commissione d’inchiesta nominata dal governo sovietico: ALEXANDER WERTH, La Russia in guerra (1941-1945), Mondadori, Milano, 1966, pp. 645-649.
26 Si veda in proposito il Dossier Yalta in «Critica Comunista», n. 2, aprile 1979, in particolare p. 167.
27 L’arresto sistematico dei contadini dell’Armia Krajowa da parte dell’Armata Rossa, spesso durante «incontro di lavoro» proposti dagli ufficiali sovietici, suscitò le proteste degli alleati occidentali (cfr. W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, Oscar Mondadori, Milano, 1970, vol. XII, pp. 185-189) e si concluse a volte con la «sparizione degli ufficiali polacchi, a volte con infamanti processi». Ad esempio, il generale Leopold Okulicki (Niedzzwiadek, «orsetto»), che era già stato arrestato dall NKVD durante l’occupazione del 1939-1941 e poi era stato scarcerato in base agli accordi tra l’URSS e il governo polacco di Londra, divenne, dopo la caduta di Varsavia, il comandante dell’AK. Arrestato dai sovietici nel marzo 1945, fu condannato a dieci anni per «collaborazionismo armato con i tedeschi» e morì in URSS, durante la detenzione (G: VACCARINO, op. cit., pp. 498-499n; crf anche, ivi, pp. 444-446).
28 Per una ricostruzione delle iniziative legislative in materia religiosa si veda STANISLAW MARKIEWICZ, Stato e Chiesa in Polonia, Marsilio, Padova, 1967, opera basata unilateralmente sul punto di vista del POUP, ma ricca di documenti e di dati.
29Ivi, p. 22.
30Ivi, p. 23.
31 La sterilità dell'imposizione coatta della «tolleranza» si verifica dall'esito ben diverso che ha avuto la scomunica dei comunisti in paesi come l'Italia (dove, combattuta con argomenti politici, si è trasformata in un boomerang per la gerarchia, giacché gran parte dei comunisti cattolici hanno finito per staccarsi dalla Chiesa anziché dalle proprie idee) e la Polonia, dove la limitazione amministrativa della libertà della Chiesa l'ha trasformata in martire, aumentando il numero degli oppositori al partito. Sull'organizzazione dei «preti patriottici», la migliore documentazione esistente in Italia è quella di C. FALCONI, op. cit., pp. 876-911.
32Ivi, pp. 847-848.
33Ivi, pp. 853-857.
34 L'ampia documentazione fornita da C. Falconi nelle quasi 300 pagine dedicate alla Chiesa cattolica in URSS e nelle democrazie popolari conferma che, nel dopoguerra, la tattica dei diversi governi comunisti verso le Chiese è stata basata su un unico modello, che ha avuto naturalmente risultati diversi a seconda della forza e anche delle reazioni della controparte. In Albania, ad esempio, già nel 1951 – dopo la fucilazione, l'arresto o il confino di tutti i vescovi e dell'80% dei sacerdoti – il regime poteva far promulgare dai superstiti uno Statuto nazionale con cui la Chiesa albanese rompeva i rapporti con Roma, «liberandosi dalla schiavitù secolare del Vaticano» (ivi, pp. 762-763).
35 Ivi, p. 863 e sgg. Sul programma della «grande novena», che prevedeva tra l'altro la costruzione di mille nuove chiese (nonostante fossero già più numerose che nel periodo prebellico), cfr. anche S. MARKIEWICZ, op. cit., pp. 64-98 e 109-129.
36 Il massimo dirigente di PAX, il conte Boleslaw Piasecki – capo di un'organizzazione di estrema destra antisemita e parafascista prima della guerra e combattente anticomunista durante la guerra – era stato condannato a morte e poi graziato dai sovietici, di cui era divenuto un agente zelantissimo, e ben ricompensato: PAX ebbe fin dal suo nascere mezzi ingentissimi e poté gestire varie attività imprenditoriali per finanziarsi (dai trasporti di Varsavia a una fabbrica di materiale per la pesca e di pompe antincendio) (C. FALCONI, op. cit., pp. 876-880 e ADAM MICHNIK, L'Eglise et la gauche. Le dialogue polonais, Seuil, Paris, 1979, pp. 18 e passim (trad. it.: La Chiesa e la sinistra in Polonia, Queriniana, Brescia, 1980).
37 Un'interessante testimonianza in proposito è in ERWIN WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 69-91. Il Weit, che era interprete ufficiale del governo polacco per tutti i rapporti con le due Germanie, fu convocato da Stefan Olszowski, allora capo della sezione stampa del POUP, per avallare la falsificazione.
38 A. MICHNIK, op. cit., pp. 85-91 e passim.
39 Si vedano in particolare i due articoli dedicati rispettivamente alle vicende del comunismo e al cattolicesimo in Polonia nel già ricordato n. 10 di «Critica Comunista»; ora qui, Parte seconda, cap. I: pp. 71 e sgg, cap. II: pp. 103 e sgg.
40 Sulla subalternità totale dei dirigenti dei partitini «democratico» e «contadino» al POUP, E. Weit fornisce interessanti particolari: ad esempio, durante incontri bilaterali con analoghi partitini fantoccio della Repubblica democratica tedesca qualsiasi risoluzione doveva essere sottoposta previamente all'approvazione dei dirigenti comunisti (E. WEIT, op. cit., pp. 93-100).
41 JOSEF TISCHNER, Svolta storica. Cristiani e marxisti in Polonia, CSEO, Bologna, 1980, cit. in GUIDO NERI, Immagini del «dopo», in «Ottavo Giorno-Studi e Documentazione sui Paesi dell'Est», n. 0, Milano, febbraio 1982, p. 95.
42ORIANA FALLACI, La verità sul golpe. Intervista a Mieczyslaw Rakowski, in «Europeo», 8 marzo 1982.
43Ibidem.
44È inutile dire che questo rafforzamento del peso della gerarchia ecclesiastica all'interno del movimento di opposizione al regime (rispetto alle direzioni «laiche» che si stavano formando nel dibattito interno al sindacato autogestito), se tranquillizza relativamente i burocrati del POUP e dell'esercito – che conoscono bene il modo di arrivare a un modus vivendi, anche costoso ma controllabile, con l'episcopato – è invece motivo di preoccupazione per chi ha guardato con interesse e simpatia allo sviluppo di una nuova forma di democrazia operaia nella Polonia di Solidarnosč. D'altra parte, in un articolo del luglio 1981, lo stesso Adam Michnik (il cui libro rappresentò una specie di autocritica degli intellettuali marxisti e laici per il ritardo nella comprensione del ruolo positivo della Chiesa) esprimeva qualche preoccupazione per le tendenze integraliste e di diffidenza nei confronti della sinistra «laica» da parte di settori importanti del movimento cattolico e della Chiesa polacca (ADAM MICHNIK, La Chiesa e la sinistra a distanza di anni. In luogo di una posf/azione, in «L'Ottavo Giorno», n. 0, cit., pp. 77-84.