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Le riflessioni di Guevara sull'economia
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Le riflessioni di Guevara sull’economia
(e il modello sovietico...)
di Antonio Moscato
Un problema preliminare: perché Guevara lascia Cuba
La maggior parte dei biografi del Che non danno una risposta del tutto convincente a un interrogativo che sta a monte di tutte le interpretazioni dell’ultima fase della vita di Guevara, e soprattutto delle spedizioni nel Congo e in Bolivia: perché Guevara ha lasciato Cuba? Prima di discutere le ragioni specifiche che portano a scegliere un paese o l'altro, occorre domandarsi come mai un uomo che aveva a Cuba un prestigio eccezionale, che era innegabilmente il numero due della rivoluzione, che era amato almeno quanto Fidel era seguito e rispettato, ed era per giunta l'unico dirigente con cui Castro discuteva da pari a pari, abbia scelto di lasciare l'isola, tentando in un caso e nell'altro di bruciare i tempi, senza una adeguata preparazione.
Non c'è una spiegazione univoca. Tenteremo di presentare alcune ipotesi, cominciando tuttavia a sgomberare il campo da una leggenda: nel 1965 non ci sono divergenze sostanziali tra il Che e Fidel. Chi cerca di scoprirle dimentica che le parole di Guevara nella lettera di congedo sono inequivocabili e soprattutto che egli aveva un vero culto della verità che rende assurdo non credergli.
Può sembrare incredibile, ma una superficialità diffusa anche nella sinistra fa ripetere infinite volte un argomento che è frutto di un grossolano fraintendimento: Guevara avrebbe contrapposto gli incentivi morali a quelli materiali, mentre Castro avrebbe invece privilegiato questi ultimi. Guevara in realtà ha solo detto che la molla della costruzione dell'uomo nuovo e della nuova società dovevano essere gli incentivi morali, ma chiarendo bene che quelli materiali non dovevano essere soppressi. Casomai puntava a privilegiare il carattere collettivo dei premi, per aumentare il senso di solidarietà tra i lavoratori.
Riteneva tuttavia sacrosanto intervenire sul salario, sia per penalizzare assenteismi e ritardi o colpevoli danneggiamenti (su questo terreno era severissimo) sia per premiare risultati meritori, anche se auspicava che la coscienza dei lavoratori ricompensati li portasse a devolvere a fini collettivi l'eventuale aumento ottenuto. Era una questione di priorità di valori, non una fanatica contrapposizione di un livellamento forzato a un sistema retributivo più realistico, come tante volte si è ripetuto.
Il testo, non firmato e quindi collettivo, riprende interi passi degli scritti più significativi di Guevara, ma per il rilievo con cui fu presentato non può non essere stato soppesato in ogni parola da Fidel. E quelle parole erano un grido di battaglia contro la burocrazia cubana, e contro quella sovietica di cui si diceva apertamente che era la fonte ispiratrice di quelle distorsioni. Non era un gesto da niente, tanto più che gli ideologi sovietici riconoscevano bene, dietro molti di quei concetti, l'influenza di Trotskij, il grande nemico.
Altra cosa ancora è che l'attribuzione a Guevara di una funzione di ispiratore di quella decisione sbagliata, attribuzione frequente anche a Cuba, è ancor meno fondata, e si basa su una scarsa conoscenza della maggior parte del pensiero del Che. Di fronte alle prime voci di progetti del governo tendenti a nazionalizzare tutti i chinchales, come a Cuba vengono chiamate le piccole attività commerciali e artigianali, Guevara aveva detto che se uno non voleva credere al governo che le aveva escluse, poteva fare una semplice riflessione:
Guevara cercava dunque tenacemente di introdurre criteri razionali di valutazione dei costi, e in questo quadro aveva più volte sottolineato che se una piccola impresa privata funzionava meglio di una statale, bisognava farla funzionare senza scandalizzarsi se il padrone nell'assolvere una funzione socialmente utile (ad esempio fornire a buon mercato alle imprese statali pezzi di ricambio altrimenti introvabili) ricavava anche un discreto guadagno personale. Occorreva vigilare insieme agli operai che rispettasse norme di sicurezza e livelli retributivi, ma farlo lavorare. Invece Guevara era preoccupatissimo dalla tendenza al rigonfiamento degli organici nelle imprese nazionalizzate:
Casomai un'altra decisione del gruppo dirigente cubano dopo la morte di Guevara, quella di accettare i crediti offerti "generosamente" intorno al 1975 dalle banche europee stracolme di petrodollari, per certi aspetti corrispondeva effettivamente a una preoccupazione costante del Che, che aveva ripreso da José Martì la convinzione che è "infelice il popolo che vende a uno solo e compra da uno solo". Quei crediti dovevano servire ad aggirare il bloqueo statunitense e a rendere meno stretto il legame con il COMECON attraverso una diversificazione delle fonti di finanziamento (con l'obiettivo di ottenere per giunta tecnologie avanzate disponibili solo in Occidente), anche se si trasformarono presto in un nuovo gravissimo problema per fattori che erano imprevedibili (aumento rapido e truffaldino dei tassi di interesse e simultaneo crollo del prezzo dello zucchero sul mercato mondiale, per effetto dell'introduzione di dolcificanti sintetici nell'industria dolciaria e delle bibite).
Se tutto conferma dunque che nel 1965-1966 non c'erano contraddizioni di fondo tra Guevara e Castro, e che al massimo si può dire che gli allarmi del Che per il futuro delle società "socialiste" erano stati poco ascoltati, rimane sempre da chiarire il mistero di una partenza improvvisa da un paese che amava e lo amava. Da pochi accenni negli scritti inediti, e anche dai brevi stralci del diario congolese finora pubblicati, ma soprattutto da molte testimonianze di chi fu al suo fianco negli ultimi tre anni a Cuba, emerge che Guevara aveva cominciato a sentirsi a disagio in un paese in cui non era riuscito a far capire le sue critiche del modello sovietico che stava inesorabilmente pervadendo l'isola sulla scia degli aiuti materiali, dell'influenza dei tecnici e consiglieri, dell'assimilazione progressiva dei giovani che andavano a formarsi in Urss.
Naturalmente non c'è solo questo. A monte c'è la consapevolezza che occorre fermare l'imperialismo finché si è in tempo, che il "baluardo" rappresentato dai paesi socialisti in cui aveva avuto tanta fiducia è solo apparente, ed anzi cerca all'interno e nel mondo un compromesso con il capitalismo e l'imperialismo. La parola d'ordine "creare 2,3 molti Vietnam", non è finalizzata solo ad aiutare chi sostiene lo scontro più pesante e diretto con l'imperialismo, ma anche a gettare le basi per riorganizzare le forze rivoluzionarie, dando una dimensione concreta all'internazionalismo
Dalle testimonianze indirette di molti suoi collaboratori, ma anche da accenni espliciti in molti discorsi al ministero dell'Industria e persino nel Diario di Bolivia, tra le motivazioni della sua scelta di andare ad aiutare con la propria esperienza altri processi rivoluzionari, emerge una riflessione autocritica sugli errori compiuti anche per sua diretta responsabilità nell'imitazione del modello sovietico o cecoslovacco (che all'inizio credeva più utilizzabile per le analoghe dimensioni dei due paesi, e prescindendo dalla differenza strutturale tra una Cecoslovacchia che prima della seconda guerra mondiale era già fortemente industrializzata ed efficacemente organizzata e il resto dei paesi "socialisti"): aiutare la vittoria di un'altra rivoluzione significava dunque non solo rompere l'isolamento del Vietnam e di Cuba, ma poter partire nella costruzione di una nuova società non da zero, ma tenendo conto dell'esperienza degli errori fatti.
Guevara aveva ormai capito, "andando alle fonti", che per Marx, per Lenin come per qualsiasi marxista prima del periodo staliniano era inconcepibile la "costruzione del socialismo in un paese solo", e aveva al tempo perso ogni speranza di una svolta nelle direzioni dei paesi che si dicevano socialisti. Nei suoi ultimi discorsi e ancor più in alcune lettere inedite, Guevara chiede ai "paesi socialisti" un fronte unico difensivo per non lasciar solo il Vietnam aggredito, ma li ritiene in blocco complici dell'imperialismo, e non solo per le scelte soggettive di politica estera che lo indignavano, bensì per l'accettazione della logica dello scambio ineguale, che egli definisce complicità con gli imperialisti sul terreno economico.
L’ultimo lascito del Che: i suoi quaderni di lettura in Bolivia
Nell’introduzione al libro In Bolivia con il Che apparsa nel 1998 presso le edizioni Massari di Roma, abbiamo cercato di ricostruire, sulla scorta delle testimonianze dirette dei diari e di quelle di altri protagonisti, gli ultimi tre anni del Che: le ragioni della sua scelta di lasciare Cuba, che amava e che lo amava, ma che stava imboccando una strada che rendeva inutile il suo contributo di economista controcorrente; la logica materialista che lo spinge a unirsi all’impresa cubana in Congo, per mettere anche la sua esperienza al servizio di un tentativo di arginare la controffensiva dell’imperialismo in quel paese fondamentale per l’Africa (ed erano anni di grandi interventi diretti o indiretti, dalla Grecia all’Indonesia, dalle dittature sudamericane a quelle africane); le circostanze in cui in Bolivia un terreno (utile per un primo addestramento e comunque non scelto da lui) si trasforma in campo di battaglia assolutamente sfavorevole, da cui nessuno lo aiuta a uscire.
In tutte e tre le vicende ricostruite, emerge la tremenda solitudine del Che. Una solitudine morale e politica che lo spinge a cercare quella fisica: lui stesso accenna come a un limite al suo isolarsi nella lettura per ore, soprattutto nel Congo, dove erano costretti all’inattività dal veto di Laurent Kabila e degli altri capi locali, che facevano i loro comodi all’estero contrattando finanziamenti dai vari paesi “socialisti”.
C’è qualche analogia: Guevara, fin da ragazzo, non annotava i libri, ma ricopiava i passi che lo interessavano, aggiungendo a volte qualche riga di commento. A Cuba sono conservati molti quaderni di questo genere, alcuni dei quali erano anche stati preparati per la pubblicazione rimanendo tuttavia per oltre trent’anni inediti. Nei tre quaderni “ritrovati” a La Paz c’erano annotazioni di vario genere, probabilmente di periodi diversi. In uno di essi erano trascritte delle poesie del nicaraguense Rubén Darío, una delle quali (Letanías de nuestro señor don Quijote) gli era molto cara ed era citata indirettamente nella lettera d’addio ai genitori, sicché è molto probabile che questo quaderno sia stato almeno iniziato prima della partenza da Cuba. C’era anche uno dei molti progetti di studio che in varie epoche il Che ha abbozzato, come traccia per i corsi di formazione per i combattenti che lo accompagnavano. Manca sicuramente il quaderno con le annotazioni critiche al libricino di Régis Debray Revolución en la revolución?, a cui fanno accenno le testimonianze di altri guerriglieri, e che è stato fatto sparire dalla CIA perché le sue osservazioni non potessero servire ad altri rivoluzionari latinoamericani.
Quanto alle note di lettura pubblicate, esse sono tratte da un paio di libri di storia della filosofia pubblicati in Messico, dal Giovane Hegel di György Lukacs, dalla Dialettica della natura di Engels, da un libro di Loye Ovendo sul problema nazionale e coloniale della Bolivia; la maggior parte di esse provengono comunque da un libro di Wright Mills sul marxismo e soprattutto dalla Storia delle rivoluzione russa di Trotskij. Se i primi libri dell’elenco sono utili per seguire gli sforzi del Che per studiare sistematicamente la filosofia, e non contengono molte annotazioni, questi ultimi due libri sono essenziali per comprendere la sua riflessione più matura. Di Wright Mills Guevara non ha una grande opinione (“manca di profondità e si limita soltanto a registrare il fatto”, di fatto è un “chiaro esempio dell’intellettualità liberale di sinistra nordamericana”) ma usa il suo libro come una vera miniera di citazioni. Sarà da accertare, quando sarà possibile un’edizione critica, se queste note erano state portate da Cuba o dal Congo, o se sono più recenti. La prima ipotesi mi sembra la più probabile perché emerge chiaramente una conoscenza di seconda mano di Trotskij, e soprattutto qualche giudizio sul “trotskismo” (ad esempio quello …di Wright Mills!) che potrebbero risalire al 1964. Le prime quattro pagine riportano frasi non memorabili dello stesso Wright Mills, poi ce n’è una di Rosa Luxemburg (da Riforma sociale o rivoluzione), una di Lenin, una di Mao, e alcune sono tratte da Stalin. E’ interessante che due di esse sono ricavate da I principi del leninismo, un testo piuttosto dogmatico, ma comunque precedente alla scoperta del “socialismo in un paese solo”, una (ultraschematica, su struttura e sovrastruttura) da Il marxismo e la linguistica e una pedante e pseudodialettica persino da Problemi economici del socialismo nell’Urss (su movimento della pace e inevitabilità della guerra). Ma subito dopo viene riportato un giudizio folgorante di Trotskij su Stalin preso da La rivoluzione tradita. Lo riportiamo quasi interamente:
Altre cinque citazioni di Trotskij provengono da La rivoluzione permanente e una da Letteratura arte e libertà, altre due da La rivoluzione tradita (ma sempre ricavate dal Wright Mills). Si tratta di una precisazione sul diverso e più importante ruolo che la burocrazia assume in uno Stato come l’Urss rispetto a quelli capitalistici (che probabilmente era già entrata nelle idee del Che prima della partenza, perché se ne trova traccia in tutti i suoi scritti sulla burocrazia e poi in quei famosi quattro editoriali del Granma sul pericolo burocratico del marzo 1967, a cui ovviamente Guevara non potè mettere mano, ma che furono costruiti utilizzando materiale sicuramente suo.
Analoga considerazione si può fare per l’altra lunga citazione sulla natura dell’Urss:
La citazione era assai più lunga e si concludeva con una frase che sicuramente aveva un’eco profonda nel Che, e che diceva che la questione sarebbe stata “risolta in definitiva dalla lotta delle due forze vive, sul terreno nazionale e internazionale”.
Abbiamo accennato alla necessità di una pubblicazione critica: il problema della datazione non è marginale, dato che il pensiero del Che aveva subito un’evoluzione molto rapida negli ultimi anni, passando da quell’accettazione acritica del marxismo dogmatico dei manuali sovietici che si riscontra nelle Note per lo studio dell’ideologia della rivoluzione cubana dell’ottobre 1960, o dell’introduzione del 1963 al libro Il partito marxista-leninista (una compilazione di scritti sovietici e di Castro), alla ricchezza dei discorsi e degli scritti del 1964-1965. E’ vero che gran parte di essi sono rimasti inediti, tuttavia il Discorso al secondo seminario afroasiatico di Algeri del febbraio 1965, Il socialismo e l’uomo a Cuba, e lo stesso Messaggio alla tricontinentale forniscono un saggio parziale ma eloquente del suo pensiero maturo.
Naturalmente questi scritti, nonostante siano stati pubblicati da tempo, vengono ignorati da chi non ha mai amato e capito il Che, e lo usa oggi come simbolo vuoto, o da chi con accanimento ottuso rimane legato alla nostalgia del “socialismo irreale” di Enver Hodja o di Nikolae Ceausescu. In genere si affrettano a sottolineare che “Guevara non era trotskista”. Ma nessuno lo ha fatto. Il problema è un altro. In tutte le biografie, di diversissimo valore, dedicate al Che nell’orgia di pubblicazioni del trentennale della morte, ci sono ricostruzioni più o meno intelligenti dell’evoluzione del pensiero di Guevara. Perfino quello che ha avuto a disposizione più documenti di tutti gli altri (purtroppo senza capirli), Jon Lee Anderson, e il più sottilmente ostile, Jorge Castañeda, ricostruiscono le tappe di questo processo di riflessione. A maggior ragione le stesse cose ci sono negli altri due testi, quello di Pierre Kalfon (che sta per uscire da Feltrinelli) e quello di Paco Ignacio Taibo II.
Guevara non era “trotskista”. Aveva anzi criticato i “trotskisti” dogmatici che aveva conosciuto. Ma due elementi lo hanno spinto, tardi, a leggere e poi ammirare Trotskij. Da un lato la madre che adorava era entrata in contatto con il movimento trotskista in Argentina, dall’altro egli si domandava perché la sua riflessione originale sui limiti dei paesi “socialisti” e del modello economico e politico che dall’Urss cominciava a essere trapiantato a Cuba veniva bollata a Mosca come trotskista. Già precedentemente era intervenuto per far liberare alcuni trotskisti cubani arrestati arbitrariamente, come Roberto Tejera, Armando Machado e soprattutto Roberto Acosta, che era uno dei suoi più stretti collaboratori al Ministero dell’Industria. Intervenne per salvare Angel Fanjul, un posadista argentino inviato a Cuba, su cui pesavano accuse infondate che potevano portare perfino a una condanna a morte. Aveva protestato e denunciato l’azione teppistica degli stalinisti del PSP che avevano distrutto i piombi dell’edizione cubana della Rivoluzione permanente.
Ma il vero problema non è sapere se in seguito a queste letture, e all’incontro con Ernest Mandel, che fu al suo fianco contro Bettelheim e gli economisti sovietici nel dibattito economico del 1963-1964, la sua adesione alle idee fondamentali di Trotskij sulla burocrazia sia stata del 30% o del 70% o del 100%. Non lo sappiamo e importa relativamente. Ma nella sua critica sferzante al Manuale di economia politica dell’Accademia delle scienze dell’Urss, completata nel soggiorno forzato a Dar el Salaam dopo il ritiro dal Congo, Guevara denunciava apertamente la coesistenza pacifica, le illusioni sulla “via parlamentare” (“non ci credono neppure gli italiani [del PCI, NdR], che non hanno altro dio” scrive), e soprattutto, analizzando quel che si teorizza in quel “famoso manuale”, osserva più volte che “questo è proprio dell’Urss, non del socialismo”. In quel testo non cita mai Trotskij (il che fa pensare che la lettura sistematica sia cominciata appunto l’anno successivo in Bolivia) ma dice che l’Urss (come la Jugoslavia) si incammina verso il capitalismo, e che ci sono “solo poche voci che si oppongano pubblicamente, mostrando così il grande crimine di Stalin: aver disprezzato l’educazione comunista e istituito un culto illimitato dell’autorità”.
E’ poco? E’ quanto basta per tappare la bocca ai residuati staliniani che si aggrappano a Cuba scambiandola per un relitto del naufragio del “socialismo reale”, e tentano persino di coprirsi con le bandiere del Che (che naturalmente non conoscono, perché avevano altro da leggere trenta e venti e perfino dieci anni fa). Ma questa piccola traccia dell’itinerario di letture e di riflessione dell’ultimo Guevara spinga tutti i veri amici di Cuba (non i professionisti delle vacanze a Varadero) a battersi per far cessare l’assurda censura che impedisce di conoscere a fondo un pensiero originale che trent’anni prima del crollo del sistema sovietico ne aveva intuito la dinamica e le ragioni profonde. Contrariamente a quanto detto da alcuni rappresentanti ufficiali, almeno nelle molte centinaia di pagine che ho potuto leggere e a volte copiare (con l’impegno a non pubblicarle prima di una decisione formale della famiglia e del Consiglio di Stato), non ho trovato neppure una parola che possa mettere in pericolo la sicurezza di Cuba. Il maggior problema è spiegare ai cubani perché per tre decenni, mentre veniva tributato al Che un culto superficiale e retorico, venivano tenute nascoste pagine così importanti e cariche di premonizioni sul possibile crollo del sistema socialista.
Di quaderni come questo a Cuba ne sono conservati molti. Bisogna pubblicarli in un’edizione critica che ne rispetti la successione cronologica, insieme a tutti gli altri inediti. Ne hanno bisogno i cubani, che hanno un immenso amore per il Che, ma non ne conoscono che in parte il pensiero lungimirante, e ne abbiamo bisogno noi, non solo per capire meglio l’itinerario politico di Guevara, ma per capire questo mondo che ha di fronte ancora tutti i problemi che egli aveva tentato di affrontare in corsa contro il tempo. Ce n’è anzi qualcuno di più, perché la sinistra, a livello mondiale, è passata dalle oggettive “complicità” di cui parlava Guevara alla collaborazione cosciente con l’imperialismo, finendo per autodistruggersi come sinistra.
Guevara è stato banalizzato e mitizzato non solo a Cuba. Anche in Europa, dove la maggioranza degli esponenti del movimento operaio tradizionale non l’hanno amato e lo hanno esorcizzato variamente ogni volta che è riapparso, le giovani generazioni per reazione lo hanno venerato impoverendone il messaggio, riducendola in definitiva a quella del “guerrigliero eroico”, di chi, come diceva una canzone di trent’anni fa “invece di parlare, spara”.
Guevara invece è stato un geniale riscopritore del marxismo. Non un innovatore, non un gigante come Lenin, Rosa Luxemburg o Trotskij, ma un uomo che negli anni Sessanta, carichi di speranze ma anche di fumosità che preannunciavano l’abbandono successivo di ogni utilizzazione pur rituale del marxismo, ha saputo “ritornare alla fonte”. Prima di tutto a Marx, come aveva scritto, lui tanto restio a manifestare i suoi sentimenti, all’amico e collaboratore Orlando Borrego, dedicandogli la sua copia personale de “il Capitale” su cui avevano studiato insieme, e che gli lasciava partendo per il Congo:
1 Tad Szulc, Fidel il caudillo rosso, Sugarco, Milano, 1989, p.327. Il libro di Szulc, un giornalista americano di origine ungherese che ebbe molte occasioni di incontrare Fidel, è peraltro interessante anche se ovviamente critico, ma su questa questione fraintende completamente in primo luogo il pensiero del Che.
2 Va detto che anche su questo Castañeda segnala correttamente, citando una frase di Fidel En el acto central por el XX aniversario de la caida en combate del comandante Ernesto Che Guevara, che “alcune delle idee del Che vennero interpretate nel modo sbagliato e malamente applicate. Non si fece mai nessun tentativo di metterle in pratica e per un certo periodo si adottarono addirittura idee che erano diametralmente opposte al pensiero economico del Che”. Castañeda, op. cit. p. 272.
3 I quattro editoriali sono stati tradotti in italiano in Cuba risponde alla sfida. La discussione cubana sulla svolta in economia e sulle trasformazioni politiche, a cura di Antonio Moscato e Alessandra Riccio, numero monografico di “Marx centouno”, anno IX, n. 16, giugno 1994, senza che i denigratori di Cuba o i suoi elogiatori acritici li prendessero minimamente in considerazione.
4 Smascheramento della microfrazione a Cuba, a cura dell'Ufficio Stampa dell'Ambasciata di Cuba, Roma s.d (in realtà 1968), p. 24. Si tratta di un consistente fascicolo di 88 pagine, con i principali documenti del processo.
5 Ivi, p.2.
6 Ivi, p.23.
7 Pur avendo dovuto accettare per anni molti condizionamenti sovietici, è sintomatico che i principali dirigenti cuban, a partire da Fidel e Raúl Castro, abbiano deciso unilateralmente alla fine degli anni Ottanta (prima del crollo dell'Urss) di rendere pubblici non solo i carteggi con Chrusciov durante la crisi dei missili del 1962, ma anche un resoconto del colloquio svoltosi nel 1980 (al momento dell'inizio della presidenza revanscista di Ronald Reagan!) tra Raúl Castro e Breznev, che informava i cubani che la garanzia offerta nel 1962 a Cuba in caso di invasione statunitense non era più valida.
8 Si veda ad esempio Antonio Moscato, Intellettuali e potere in Urss (1917-1991), Milella, Lecce, 1995, ma anche Antonio Moscato, La ferita di Praga, Edizioni associate, Roma, 1988.
9 Viaggio nei paesi socialisti, conferenza alla televisione del 6 gennaio 1961, in Ernesto Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia 1959-1967, Einaudi, Torino, 1974, p. 945.
10 Una controprova aggiuntiva e quasi pleonastica del fatto che la misura era scaturita dall'empirismo di Fidel Castro, e non da inverosimili pressioni sovietiche viene dalla versione di Benigno, che descrive le molte resistenze a quella misura da parte dei dirigenti provenienti dal PSP come Carlos Rafaél Rodríguez e Blas Roca. Benigno è una fonte assai sospetta, ma in questo caso la sua testimonianza appare verosimile perché attribuisce un ruolo positivo al PSP verso cui in altre pagine manifesta una forte ostilità. Benigno (Dariel Alarcón Ramírez), La rivoluzione interrotta, Memorie di un guerrigliero cubano, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 150-153.
11 Discorso pronunciato a Camagüey il 14-10-1961, in Gerónimo Álvarez Batista, Che: una nueva batalla, Editorial Pablo de la Torriente, La Habana, 1994., p. 199-200. Il discorso non era compreso in nessuna delle antologie di Guevara esistenti in lingua spagnola e a maggior ragione in altre lingue.
12 Ivi, pp. 200-201.
13 Vedi sopra, nota 21.
14Una parte delle conversazioni al Ministero dell'Industria era stata pubblicata dal Manifesto mensile e poi in Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di R. Massari, Erre emme, Roma 1993, t. II, pp 536-579. La frase citata non fa parte dei brani scelti per l'edizione italiana.
15 Può essere utile, anche per una corretta datazione dell’involuzione sovietica, la breve antologia di poesie antiburocratiche di Vladimir Majakovskij, Messaggi ai posteri selezionati e condivisi da Dario Fo, a cura di Anna Bandettini, Editori Riuniti, Roma, 1994.
16 Ernesto Che Guevara, Prima di morire. Appunti e note di lettura, Feltrinelli, Milano, 1998.
17 Ivi, p. 39.
18 Ivi, p. 41.
19 Ivi, p. 94.
20 Io stesso, d’altra parte, nei miei primi passi di comunista in Argentina, avevo ricevuto come testi fondamentali le Questioni del leninismo di Stalin e l’orrido Breve corso di Storia del partito comunista dell’Urss, che mi fu propinato anche appena rientrato in Italia entrai nel PCI.
21 Il successivo corso opportunista e perfino filosovietico (durante la stagnazione brezneviana!) della setta di Posadas negli anni Settanta e Ottanta (in Italia i suoi rappresentanti venivano spesso invitati nelle sezioni del PCI per contrapporli agli “estremisti”) può far dimenticare che la scissione era stata di segno estremistico e dogmatico.
22 La formulazione sulla “calunnia” all’Urss può sembrare incredibile, ma ho nelle mie mani copia della sentenza del Tribunale rivoluzionario dell’Avana del 12 dicembre 1973 con queste e altre assurde imputazioni. Sarebbe bene ricordarlo a quanti, cubani e non, ripetono sempre che a Cuba non ci sono mai stati processi politici, e chi è stato imprigionato non è stato colpito per le sue idee, ma ha sempre commesso concreti reati specifici previsti dalla legge.
23 Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Ernesto Che Guevara, Il Papiro, Sesto San Giovanni,.1996.
24 La frase è riportata da molti dei suoi collaboratori: in questa forma è in Orlando Borrego Díaz, El Che y el socialismo, in AA.VV. Pensar al Che, Editorial José Martí, La Habana, 1989, t. II, p. 302.
25 Adys Cupull, Froylán González, Entre nosotros, Ed. Abril, La Habana, 1992, p. 98.
26 Gli stessi Urbano e Pombo, i due sopravvissuti all’impresa boliviana rimasti a Cuba, fonti ineccepibili perché assolutamente fedeli al regime, hanno confermato nell’intervista a Minà che l’impresa del Congo era già decisa quando il Che arrivò all’Avana dopo lo “scandalo” del discorso di Algeri (“nel marzo del ’65 Che Guevara comparve per l’ultima volta in pubblico accolto all’aereoporto da Fidel […] Aveva in mente l’America Latina […] il comandante in capo lo convinse che non c’erano ancora le condizioni migliori per i suoi progetti in America Latina, che bisognava aspettare; e così il Che decise di accettare il comando del gruppo che andò ad aiutare i rivoluzionari del Congo”. G. Minà, Un continente, cit., p. 82. Ma se il carattere “cubano” dell’impresa congolese era evidente (anche se ignorato dai molti imbecilli che hanno cercato di screditare Guevara attribuendogli l’impreparazione di una spedizione a cui si era solo aggiunto per “forza maggiore” una volta convinto di dover lasciare Cuba, anche su quella boliviana viene confermato che l’idea non era proprio sua: “il Che voleva ricominciare la lotta in America Latina raggiungendo un gruppo di guerriglieri che erano in Perù”, dice il Pombo, che stava al suo fianco a Praga. Il Che a Praga non era molto tranquillo (“ci sono paesi comunisti che in economia si comportano con i paesi del terzo mondo allo stesso modo dei paesi capitalisti”, diceva ai suoi collaboratori, e forse non pensava solo all’economia, se prendeva trante precauzioni per non farsi localizzare). Fu la sconfitta del gruppo peruviano di Lobatón a convincerlo a soprassedere. “Alla fine accettò di raggiungere un gruppo di compagni, tra i quali Urbano, che si stavano addestrando nella Sierra Cristal”. Ivi, p. 88. Urbano precisa che l’addestramento era cominciato il 18 luglio 1966, mentre il Che raggiunge il gruppo soltanto in ottobre. Dunque anche l’impresa boliviana, a cui partecipavano d’altra parte diversi membri del CC e comandanti delle FAR, era cubana e non, come è stato detto troppe volte, “un’idea folle del Che”.