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Guevara a Praga
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La solitudine di Guevara
Introduzione di Antonio Moscato per l’edizione ceca (Praga 1997)
Sono molti i motivi per cui sono felice che, trent’anni dopo la morte di Guevara, una traduzione di questo piccolo libro si pubblichi a Praga. Non lo si deve solo ai miei legami affettivi con una città unica al mondo, piena di tracce visibili del suo ricco e complesso passato: la ragione di fondo è che di tutti i paesi in cui dopo la seconda guerra mondiale si tentò di costruire una società nuova, la Cecoslovacchia era l’unico in cui esistevano alcune delle indispensabili premesse oggettive (un capitalismo avanzato) e soggettive (un forte e strutturato movimento operaio, con un partito comunista ben radicato e con tratti originali che lo stalinismo non aveva potuto cancellare completamente). Non a caso, nella Repubblica ceca sorta dopo l’irrazionale e antidemocratica separazione, esiste uno dei pochi partiti comunisti europei che non si regge solo sulla nostalgia del passato ma cerca di rifondarsi per affrontare i difficili compiti del nostro tempo. E Guevara mi sembra indispensabile per qualsiasi progetto di rifondazione del comunismo, oggi.
Anche Guevara era stato attratto dalla Cecoslovacchia, dapprima ingenuamente, poi studiandola attraverso le visite e soprattutto le lunghe discussioni con i consiglieri cechi che erano stati collocati al suo fianco per influenzarlo e che subirono invece spesso il fascino della sua ricerca libera da pregiudizi sui limiti di quel sedicente “socialismo”.
Alcuni di essi hanno avuto poi involuzioni che li hanno allontanati da quel sentiero: il lettore ceco ad esempio può stupirsi che si citi positivamente nel libro Valtr Komarek, che oggi credo abbia abbandonato le idee che aveva condiviso con il Che. Eppure le aveva rivendicate ancora nel 1988, alla vigilia del grande crollo del sistema “socialista”, in un convegno all’Avana in cui si “riscopriva” per la prima volta dopo due decenni il pensiero economico del Che.
Non riesco a sorprendermi dell’atteggiamento successivo di Komarek: non era facile resistere a un grande tracollo morale, politico e ideale che non ha investito solo i partiti “comunisti” al governo, ma gran parte del movimento operaio europeo. Anche se va detto che, se non era facile, non era neppure impossibile, dato che alcuni spezzoni di quel movimento, minoritari ma non insignificanti, hanno ripreso la strada della lotta e della ricerca marxista.
Credo che il pensiero di Guevara sia prezioso soprattutto per le giovani generazioni, che possono seguire l’itinerario del suo straordinario apprendistato (era un autodidatta che aveva “riscoperto” alcuni elementi fondamentali del marxismo dimenticati o volutamente cancellati e mistificati) più facilmente che affrontando i testi di altri grandi marxisti non dogmatici come Rosa Luxemburg, il cui linguaggio rigoroso risulta meno accessibile dopo decenni di banalizzazioni deformanti del “marxismo-leninismo” e di un notevole impoverimento teorico del movimento operaio europeo, sia comunista che socialdemocratico.
Guevara si informava attraverso i suoi consiglieri sui dibattiti che si sviluppavano in URSS e, più o meno apertamente e con ritmi diversi da paese a paese, nelle “democrazie popolari”; seguiva con interesse le prime denuncie “dall’interno” delle disfunzioni del sistema, ma, al tempo stesso, si preoccupava perché le riforme economiche che cominciavano ad essere proposte già nei primi anni Sessanta gli sembravano indirizzarsi verso una restaurazione strisciante del capitalismo.
In ogni caso i cittadini della Cecoslovacchia non poterono allora conoscere praticamente nulla del suo pensiero, e tantomeno di quelle sue ultime riflessioni molto severe nei confronti del socialismo di stampo sovietico, che furono occultate nella stessa Cuba, rendendo quasi incomprensibile la sua partenza improvvisa da un paese che amava e che lo amava.
Sono dunque contento di sapere che questa prima modesta sintesi della mia ricerca su Guevara, che utilizza già una parte degli scritti rimasti inediti, può essere conosciuta in uno dei paesi europei più ricchi culturalmente, il cui movimento operaio ha avuto momenti di grande e originale vivacità. La traduzione ceca segue di poco quella spagnola fatta a Cuba, dove circola in diverse università sotto forma di dischetto per computer (il moderno samizdat). Cuba infatti è cambiata in molte cose, ma non ha eliminato quel controllo burocratico sulle case editrici che i lettori cechi hanno conosciuto molto bene.
I curatori cechi mi hanno chiesto qualche cenno autobiografico, e vorrei farlo qui, spiegando come è nato questo libro. Da dieci anni ho dedicato la maggior parte del mio tempo e del mio studio a Cuba e a Guevara, non solo per un antico rapporto con l’America Latina, ma perché la possibilità di accedere agli scritti inediti del Che ha coinciso con una nuova fase della mia riflessione più generale sulla crisi del “socialismo reale”, riflessione che era iniziata molto prima che questo assumesse un nome così anacronistico proprio mentre si allontanava sempre più da ogni idea realmente socialista, ma che ovviamente si è potuta sviluppare più in profondità grazie al grande dibattito che ha preceduto e accompagnato l’ultimo tentativo di autoriforma della burocrazia e poi il crollo.
Cuba assumeva in quel contesto un’importanza particolare: mi aveva sempre affascinato, soprattutto perché la sua vicenda dimostrava che la rivoluzione non era impossibile anche in Occidente, a due passi dagli Stati Uniti, ma diventava essenziale studiare in modo approfondito le fasi della sua resistenza all’introduzione del “modello sovietico” e della permanenza (quasi invisibile per un quindicennio) di “anticorpi” alla trasformazione in una vera “democrazia popolare” che le hanno consentito di sganciarsi (appena in tempo) dal sistema in cui si era inserita e a cui era stata fortemente assimilata.
Ciò è stato possibile perché, smentendo tutti i politologi che assicuravano ogni giorno l’imminenza del crollo del “gulag dei Caraibi”, Cuba ha saputo riscoprire almeno in parte lo spirito originario della sua rivoluzione, la prima vittoriosa in Occidente e con una direzione che si era formata fuori dal partito comunista “ufficiale” filosovietico, e spesso in polemica aperta con esso. La rectificación avviata nel 1986, indipendentemente dalla perestrojka e di fatto ad essa contrapposta, aveva comportato anche la “riscoperta” di Guevara, creando nuove condizioni che mi hanno permesso (nonostante fossi un militante comunista facilmente etichettabile per le mie pubblicazioni come “trotskista”) di accedere ad archivi riservati e di prendere visione di centinaia di pagine inedite del Che, ma anche di riversare parte delle conclusioni a cui ero arrivato in alcuni corsi tenuti nell’Università di Matanzas, e in altre sedi universitarie anche della capitale.
Sono stato aiutato in questo dalla vedova del Che, Aleida March, dalla prima figlia Hilda (morta ancor giovane due anni fa), dalla vedova del padre, Ana Maria Erra de Guevara, dall’amico che lo accompagnò nel primo grande viaggio latinoamericano Alberto Granado (trasferitosi poi definitivamente a Cuba), e soprattutto da molti comunisti cubani “guevaristi” che, nonostante fossero stati emarginati per due decenni, sono rimasti a Cuba militando a vari livelli e coltivando lo studio del pensiero del Che senza avere fino al momento della rectificación la minima possibilità di pubblicare una sola pagina. Tra questi devo ricordare almeno Fernando Martínez Heredia, Aurelio Alonso Tejada, Carlos Tablada Pérez, autori di studi fondamentali pubblicati a Cuba a partire dal 1987, che mi auguro possano essere presto conosciuti anche dai lettori cechi.
Negli ultimi anni inoltre, nel corso di lunghi soggiorni a Cuba, per studio e come coordinatore di un gruppo di solidarietà con la cittadina di Niquero (nel cui territorio sbarcò nel 1956 il Granma e si svolsero le prime battaglie della guerriglia), ho avuto la possibilità di discutere sul Che anche con alcuni dei contadini che avevano combattuto con lui sulla Sierra Maestra, preferendo dopo la vittoria tornare alle loro montagne rifiutando gradi militari e cariche politiche, e con alcuni dei quadri che lo avevano affiancato nelle sue battaglie politiche e teoriche al Ministero dell’Industria. Devo esprimere a tutti loro la mia gratitudine, ma devo aggiungere che il dialogo è stato proficuo soprattutto perché arrivavo nella Cuba della rectificación con alle spalle decenni di studio della società sovietica e della sua riproduzione forzata in paesi tanto diversi come la Cecoslovacchia, l’Ungheria o la RDT, e anche in paesi che avevano tentato - invano - di non ripercorrere la strada dell’URSS come la Jugoslavia. Molti dei miei interlocutori (ad esempio i docenti di “scienze sociali” dell’Università di Matanzas, ma anche i quadri superiori di Niquero) avevano trascorso periodi a volte lunghi in URSS o in altri paesi “socialisti”, da cui avevano riportato esperienze interessanti (e contraddittorie), ma anche un grande bisogno di conoscere la storia di quei paesi, che ovviamente veniva insegnata loro sotto forma di pura apologia di un partito infallibile e monolitico..
Tra le pagine del libro mi auguro che i lettori cechi possano intuire un legame profondo con il protagonista, facilitato dal fatto che la mia prima formazione politica era avvenuta in Argentina più o meno negli stessi anni in cui Guevara (che aveva dieci anni più di me) diventava comunista. Per molti aspetti abbiamo cominciato con le stesse letture (l’orribile Breve corso di storia del PCUS, le Questioni del leninismo di Stalin). Probabilmente, grazie al particolare ambiente del movimento operaio italiano, io sono riuscito a staccarmene più rapidamente, ma certamente abbiamo avuto gli stessi stimoli dalla prima manifestazione della crisi dello stalinismo, con il Ventesimo Congresso del PCUS, la rivoluzione ungherese del 1956, l’ascesa della rivoluzione coloniale, anch’essa, con poche eccezioni, sviluppatasi senza e a volte contro i partiti comunisti filosovietici.
Non penso neppure lontanamente di comparare la mia vita di modesto militante con la straordinaria esperienza fatta da Guevara a Cuba, prima sulla Sierra Maestra, poi nelle battaglie per uno sbocco socialista della rivoluzione (tutt’altro che automatico ancora nei primi mesi del 1960), ma solo di segnalare alcune coincidenze che mi hanno aiutato ad esplorare il suo itinerario politico autonomo e originale. La tragedia ungherese del 1956 (che non lasciò indifferente neanche Guevara, che ad essa ha fatto qualche allusione non rituale) fu determinante per me, spingendomi a cercare di capire cosa era accaduto con un viaggio politico in una Jugoslavia dove si erano rifugiati decine di migliaia di profughi ungheresi di tendenza socialista, e in cui si sviluppava una vivace discussione politica e teorica. In quel paese trovai il primo stimolo a leggere criticamente Lenin e a confrontare il suo progetto con quello che poi era stato definito “leninismo”, e incontrai per la prima volta chi faceva i conti con le analisi di Trotskij sull’URSS.
Quella tragedia mi spinse a diventare, per sempre, un militante a tempo pieno (una volta si diceva un “rivoluzionario professionale”, anche se in nessun momento accettai di essere un “funzionario” di partito), e dalla necessità di comprendere come era stato possibile che una grande idea di liberazione avesse finito per sorreggersi sui carri armati cominciò la trasformazione dello stesso fine dei miei studi: avevo iniziato l’università per interessi letterari, e la finii laureandomi in storia. I miei studi sulla storia del movimento operaio sono nati tutti per esigenze extraaccademiche, “per capire”, poi sono diventati conferenze e lezioni a militanti operai rivoluzionari, prima di trasformarsi in opuscoli e successivamente in libri, e molto prima di darmi uno sbocco come docente universitario che inizialmente neppure sognavo.
Il filo rosso che lega tutte le mie ricerche è lo studio dell’involuzione burocratica del movimento operaio socialdemocratico e staliniano, compiuto certamente anche sui libri ma facilitato dalla militanza ininterrotta nella vivace realtà italiana, e per molti anni nello stesso PCI, dove imparai a conoscere il contraddittorio rapporto con l’URSS (ma anche con i movimenti reali) di molti quadri astrattamente etichettabili come “stalinisti”.
Ne vorrei ricordare uno solo: Ambrogio Donini, con cui mi laureai nell’Università di Roma. Professore universitario di chiara fama, dirigente di primo piano del PCI fin dagli anni Trenta, senatore e per un certo periodo ambasciatore italiano a Varsavia, era una splendida figura di vero comunista “che aveva servito Termidoro credendo di servire la rivoluzione”. Ciò non impedì naturalmente che ci trovassimo spesso in aspra polemica per alcune sue scelte, tra cui una può interessare particolarmente i lettori cechi: nel 1968 Donini si differenziò dalla direzione del PCI, di cui faceva parte, quando questa, sia pure per considerazioni prevalentemente opportunistiche di politica interna, condannò l’intervento sovietico in Cecoslovacchia.
Era un uomo che la grande stampa presentava come il capo dei filosovietici, degli stalinisti (dopo il 1979 si dirà dei “kabulisti”), eppure mi protesse sempre nei confronti della repressione borghese anche quando uscii dal PCI e militai nella sezione italiana della IV Internazionale; anzi proprio allora mi volle come suo assistente all’Università di Bari. Tra l’altro mi difese dagli attacchi di alcuni docenti del suo stesso partito che mal sopportavano che io fossi impegnato a fondo a fianco degli operai più combattivi nelle lotte di quegli anni, e nella battaglia per l’autorganizzazione e contro la burocrazia sindacale.
Un ultimo episodio per spiegare perché il contatto con Donini (e con altri esponenti di quella straordinaria generazione attraversata da profonde contraddizioni) mi ha aiutato anche a capire meglio la dialettica di una parte non insignificante del movimento comunista. Per polemica contro la destalinizzazione di comodo, Ambrogio Donini aveva conservato per anni un ritratto di Stalin nel suo studio, e conoscendo le mie idee me lo faceva notare scherzando ogni volta che andavo a casa sua. Nel settembre 1967 mi sposai al municipio di Roma, in uno strano “matrimonio politico”. Il consigliere comunale che svolgeva le funzioni ufficiali era Aldo Natoli, già in odore di eresia (sarebbe stato espulso dal PCI due anni dopo al momento della formazione del gruppo de «il manifesto»), mentre tra i testimoni, oltre a Donini, c’erano due compagni già espulsi per trotskismo. Donini, che pure era allora vicepresidente della Commissione Centrale di Controllo del PCI non ebbe nessun problema per quella compagnia, e si trattenne a lungo con noi. Quando lo accompagnai a casa, mi accorsi che non c’era più il ritratto di Stalin. “Era incompatibile con quei due”, mi disse indicando due foto: Ho Chi Minh e, appunto, Guevara.
Anche grazie a queste esperienza riuscii a capire meglio, senza manicheismo, le contraddizioni di certi partiti comunisti. Capire ad esempio perché Carlos Raphael Rodríguez aveva potuto negli anni Quaranta applicare la politica interclassista imposta da Mosca fino al punto di entrare come ministro in un governo presieduto da Batista (che essendo un servo degli americani durante la seconda guerra mondiale si presentava come “antifascista”), ma era stato anche capace nel 1958 di recarsi sulla Sierra Maestra ammettendo che il partito si era sbagliato nel condannare come estremista Fidel Castro e la guerriglia, a cui da quel momento accettava di subordinarsi.
Nel periodo successivo ebbi modo di seguire con particolare attenzione l’evoluzione della rivoluzione cubana e le vivaci polemiche di Castro e Guevara con i partiti comunisti latinoamericani filosovietici. Dopo la morte del Che, pur senza condividere la liquidazione dell’esperienza cubana che portò la “nuova sinistra” a considerare Cuba un satellite dell’URSS, seguii la sua vicenda più da lontano, soprattutto attraverso il sostegno alle lotte rivoluzionarie di altri paesi e la discussione con militanti nicaraguensi, guatemaltechi, venezuelani. Non apprezzai ovviamente la scelta di Fidel Castro di appoggiare l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 (sia pure con argomenti che non piacquero a Breznev, e che infatti non furono mai pubblicati integralmente nei paesi del “socialismo reale”), ma continuai a non considerare Cuba una semplice variante tropicale del modello stalinista, e a seguirne quindi con attenzione i dibattiti e le evidenti contraddizioni (a cui accenno nella breve sintesi storica che compare in appendice al libro).
Credo che questo possa spiegare l’origine lontana di questo libro, ed anzi forse è molto di più di quanto fosse necessario per presentarlo ai lettori cechi.
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Vorrei chiarire un altro aspetto di questa biografia, che è molto sintetica per ragioni indipendenti dalla mia volontà. Ho cominciato da anni la preparazione di un libro assai più ampio ed organico, che si è venuto trasformando a mano a mano che incontravo nuovo materiale e nuove testimonianze, ma si è scontrato con un ostacolo non trascurabile: la maggior parte degli editori italiani, anche di sinistra, accettano di pubblicare solo libri con un numero di pagine limitato per contenere il prezzo di copertina.
Quando un editore mi propose nel 1993 di fornirgli una biografia del Che per una simpatica collana di monografie molto diffusa, che imponeva tuttavia un numero di pagine ridotto e prestabilito, e senza note, accettai volentieri, nonostante dovessi rinunciare a trattare molti aspetti interessanti della vita e del pensiero di Guevara, e non potessi fornire la documentazione sulle fonti utilizzate. Alla fine dell’anno era stata consegnata, esattamente come la leggete ora. Dopo alcuni mesi di inspiegabili ritardi nella pubblicazione ne scoprii il motivo: l’editore cercava appoggi prestigiosi per un tentativo di censura; alcuni colleghi latinoamericanisti mi informarono infatti di aver ricevuto il dattiloscritto, con la richiesta di un parere. L’editore, che è iscritto al mio stesso partito (anche se invece che della “rifondazione” forse preferirebbe si chiamasse della “nostalgia comunista”) era scandalizzato da tutti gli accenni critici al “socialismo reale”. Non avendo trovato fortunatamente neppure uno studioso che appoggiasse le sue velleità censorie, egli finì per propormi direttamente diverse decine di tagli e modifiche, tutti significativi. Ce n’era perfino uno all’interno di una citazione del Che! Superato lo stupore ne accettai alcuni, dichiarando di non transigere sugli altri. Ebbi la sorpresa di scoprire poi che ne aveva fatti ugualmente alcuni non concordati.
Non gli feci causa, sia perché nonostante tutto egli appartiene al mio stesso partito, ed è antico costume dei comunisti non risolvere le loro controversie ricorrendo alla magistratura borghese, sia perché valutai che comunque i tagli non cancellavano il senso del libro (la sostanza rimaneva nonostante le sciocche censure), e non mi dispiaceva che attraverso quella collana, che aveva una forte diffusione tra i vecchi comunisti di base “nostalgici”, il mio lavoro e le mie idee potessero penetrare in quell’ambiente. In effetti si sono presto esaurite due tirature per complessive 15.000 copie, assai difficili da raggiungere oggi in Italia per un testo di saggistica politica, anche presso editori borghesi ben più potenti. L’edizione ceca è basata sulla versione senza tagli apparsa successivamente presso un editore che, visto il successo del libro, ne aveva acquistato i diritti per rilanciarlo con altra veste, e da cui ottenni solo di poter reintegrare le parti mancanti, senza poter aggiungere nulla o modificare l’impostazione (ad esempio introducendo le note). Anche questa nuova edizione ha avuto un notevole successo di vendita, che non conosco esattamente perché nel mondo capitalistico il rendiconto viene fatto all’editore che ha rivenduto i diritti, non all’autore.
In sé è molto positivo che si siano raccolti in un partito vivace e in continua crescita di influenza nella società italiana militanti con storie politiche e orientamenti assai diversi, anche se si paga il prezzo non insignificante di rinviare ogni discussione sulle ragioni della crisi del sistema “socialista, col risultato che alcuni continuano a ritenerlo inspiegabile o ad attribuirlo semplicemente alla “cospirazione” della CIA e del suo agente Gorbaciov (e qualcuno al solo Eltsin), come se tutto fosse stato perfetto prima del “misterioso” crollo.
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Ho già accennato ai problemi che può creare al lettore ceco il riferimento a un Komarek che non è più quello di nove anni fa. Ce n’è un altro che penso possa ingenerare equivoci più gravi ed è quello ad Ota Šik. Vorrei richiamare il contesto: Guevara rispondeva a Karol, che criticava l’uso dei manuali sovietici o cecoslovacchi e che segnalava il pericolo di una rapida assimilazione di Cuba a quei paesi, osservando che non c’erano quadri sufficienti per affrontare i problemi della nuova economia. “Allora, che fare? Lasciare i nostri giovani dibattersi per molti anni, o invitare degli esperti cechi perché ci aiutino a formare i nostri quadri economici? Non c’è da pensarci due volte: invitiamo i cechi!”.
Questa ed altre frasi che ho riportato servono a documentare che all’inizio degli anni sessanta il Che non sospettava neppure i problemi che stavano cominciando a rallentare la crescita e a provocare gravi distorsioni nell’economia sovietica e delle democrazie popolari. In questo contesto osservavo che “probabilmente, se Guevara avesse conosciuto già allora le riflessioni che cominciavano a fare, in Cecoslovacchia, Ota Šik e altri economisti, e se avesse saputo che appena due anni dopo (cioè nel 1963, NdR) il reddito nazionale sarebbe, per la prima volta, diminuito in assoluto nel paese che i cubani stavano prendendo a modello, ci avrebbe pensato due volte...”
Subito dopo aggiungevo che quando il Che ebbe modo di conoscere direttamente o attraverso i suoi collaboratori le reali condizioni della Cecoslovacchia e di altri paesi “socialisti”, sia le “riforme” proposte per risanarli (…), egli cominciò a riferirsi a quei paesi in termini nettamente negativi.
Molto interessanti anche le considerazioni sugli assurdi sprechi di energia e di materie prime: negli Stati Uniti per ottenere 1.000 $ di prodotto globale erano necessari 2.655 $ di fonti energetiche originarie, in Cecoslovacchia 5.056; sempre per gli stessi 1.000 $ di prodotto negli USA occorrevano 186 Kg di acciaio, mentre in Cecoslovacchia, che pure non abbondava di materie prime e doveva spesso importarle ne servivano 435 Kg. Altre riflessioni riguardavano l’incapacità di una reale pianificazione, la bassa qualità dei prodotti, ecc.
Queste note di Šik hanno destato un grande interesse tra quegli economisti cubani con cui ho discusso i problemi attuali di Cuba. Naturalmente non le conoscevano prima, ma trovarono subito grandi analogie con alcune osservazioni del Che negli anni della maturità e soprattutto con la realtà economica cubana di oggi.
Ad esempio la decisione di sviluppare rapidamente l’industria turistica per ottenere valuta pregiata è stata secondo loro resa vana dall’incapacità di calcolare realisticamente sia l’incidenza degli investimenti nelle infrastrutture (come i giganteschi terrapieni di decine di chilometri costruiti per collegare alla costa delle isolette trasformate in centri alberghieri), sia l’acquisto in valuta pregiata di attrezzature e perfino di certi alimenti non prodotti nell’isola e ritenuti indispensabili per i turisti.
Mi è stato assicurato anche che in base ad inchieste commissionate dallo stesso governo ma mai rese pubbliche e neppure prese in considerazione, nella stessa agricoltura si registrano casi in cui si spendono 6 pesos per ottenere un prodotto che ne vale 5. Anche su questo aspetto l’ultimo Guevara aveva fatto osservazioni coincidenti nell’analisi con quelle di Šik:
Guevara cercava dunque tenacemente di introdurre criteri razionali di valutazione dei costi, e in questo quadro aveva più volte sottolineato che se una piccola impresa privata funzionava meglio di una statale, bisognava farla funzionare senza scandalizzarsi se il padrone nell’assolvere una funzione socialmente utile (ad esempio fornire a buon mercato alle imprese statali pezzi di ricambio altrimenti introvabili) ricavava anche un discreto guadagno personale. Occorreva vigilare insieme agli operai che rispettasse norme di sicurezza e livelli retributivi, ma farlo lavorare. Invece Guevara era preoccupatissimo dalla tendenza al rigonfiamento degli organici nelle imprese nazionalizzate:
Come si vede è abbastanza probabile che Guevara abbia tratto spunto, attraverso Komarek o altri, dalle analisi che sia pure in forma riservata avevano cominciato a circolare in Cecoslovacchia soprattutto dopo lo shock della flessione in cifre assolute della produzione nel 1963. Come è fuori discussione che le soluzioni che proponeva erano ben diverse, soprattutto perché a differenza di Ota Šik, il Che puntava soprattutto a stimolare la partecipazione operaia. C’era anche una differenza di metodo non trascurabile: quando andava a ispezionare una fabbrica egli cominciava a discutere con i lavoratori, e solo dopo convocava i dirigenti; Šik faceva esattamente il contrario. In ogni caso credo sia utile fare i conti con le analisi degli economisti della “primavera di Praga”, indipendentemente dal loro sbocco politico successivo.
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So quanto poco Guevara è conosciuto in tutta l’area che si autodefiniva “socialista”. Pochi scritti generici, spesso mutilati. Ma anche da noi, dove pure negli ultimi anni la forte richiesta del mercato ha spinto molti editori a pubblicare in fretta scritti del Che, (spesso con poco rigore e copiando l’uno dall’altro perfino grossolani errori di traduzione), non è facile ricostruirne la complessità. Dello stesso Guevara guerrigliero, privilegiato dalle molte riedizioni, è difficile inquadrare storicamente le imprese più complesse e interessanti come quella del Congo e quella di Bolivia. I molti libretti scadenti di poche pagine e a basso prezzo, fanno concorrenza sleale alle poche edizioni rigorose come Il diario di Bolivia illustrato curato da Roberto Massari. Questa tendenza si è intensificata in vista del trentennale della morte, e mi ha spinto a rinviare di un anno la pubblicazione del mio lavoro più ampio, che si sarebbe trovato a lottare in condizioni difficili in un mercato inflazionato.
Il problema di sottrarre Guevara alla riduzione a un mito di fatto sterilizzante e alla banalizzazione rimane anche in Italia e nella stessa Cuba. Il Che non è solo il “guerrillero eroico”, e tanto meno un avventuriero irrequieto alla ricerca della morte. È fondamentale comprendere la sua grandezza di riscopritore del marxismo, e apprendere la straordinaria lezione del suo rapidissimo apprendistato di studioso di un “socialismo” che sembrava allo zenith e aveva invece iniziato il suo declino. Ma su questo abbiamo già detto abbastanza, nel libro e anche in questa breve introduzione.
Credo invece che sia necessario riflettere su quel che ci ha lasciato di essenziale per capire il mondo di oggi: ci sono molte pagine preziose e dimenticate sullo scambio ineguale tra materie prime sottopagate e prodotti finiti supervalutati, che è all’origine del perpetuarsi e aggravarsi del sottosviluppo, e quindi della sopravvivenza dell’imperialismo a tutte le sue crisi. La partenza affrettata da Cuba (la spedizione nel Congo era preparata da tempo, ma Guevara non doveva farne parte e si unì ad essa solo due giorni prima della partenza) nella primavera del 1965 fu anche la conseguenza delle ripercussioni al suo discorso nel II seminario afroasiatico di Algeri, in cui egli sistematizzava quelle idee, e per giunta diceva per la prima volta davanti a un folto pubblico internazionale che il “campo socialista” non rappresentava una vera alternativa, ma era oggettivamente complice dell’imperialismo.
Credo che anche questo sia materiale importante per una riflessione su un’altra non secondaria causa del crollo dell’URSS: una presenza prevalentemente militare in molti paesi dell’Africa, che non poteva aiutare veramente quei paesi a decollare sia perché accettava, come diceva il Che, il meccanismo dello scambio ineguale limitandosi ad apportarvi ritocchi puramente quantitativi, sia perché gli interlocutori privilegiati erano regimi nazionalisti prodighi di dichiarazioni antimperialiste, ma in cui si stavano formando strati borghesi pronti a passare da un ruolo di clienti (insolventi e insolvibili) dell’URSS a quello di veri e propri compradores subalterni all’imperialismo.
Tra l’altro molti problemi di Cuba furono aggravati dalla scelta, originariamente autonoma dall’URSS e fatta in nome dell’internazionalismo e di Guevara, poi per ragioni oggettive sempre più dipendente dall’aiuto sovietico e quindi condizionata da esso, di impegnarsi a fondo in Africa. Un numero imprecisato ma sicuramente alto di morti, e soprattutto di mutilati, di reduci orgogliosi per le battaglie combattute e vinte ma inquieti e frustrati per il bilancio politico di quei sacrifici, rappresenta un’eredità pesante anche nella Cuba di oggi. E, una volta che si è potuto finalmente conoscere il diario di Guevara nel Congo e in particolare le lettera in cui raccomandava a Castro di non appoggiare i gruppi nazionalisti piccolo-borghesi che tendevano a trasformarsi in parassiti dei paesi “socialisti” anche giocando sulle loro contraddizioni, non c’è dubbio che anche su questo terreno il Che è stato un profeta inascoltato. Ma dopo il grande crollo e tutti i terremoti successivi che hanno squassato anche l’Africa, risulta evidente la sua lungimiranza, ed emerge la necessità di studiarlo a fondo per ricavarne spiegazioni del passato e lezioni per il presente.
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Un’ultima precisazione: come ho già accennato, il testo originario è stato scritto alla fine del 1993. Nel frattempo sono mutate parecchie cose a Cuba, tra cui alcune (le condizioni materiali della popolazione) indubbiamente in meglio. Ma la “riscoperta” di Guevara iniziata nel 1986-1987 si è praticamente bloccata. Per questo il trentesimo anniversario della morte del Che è stato caratterizzato a Cuba da solenni celebrazioni, dall’esaltazione dell’eroismo e dell’internazionalismo di tutti i caduti nella spedizione boliviana (giustamente associati al Che nello stesso discorso tenuto dalla figlia Aleida al momento dell’arrivo dei resti), senza che si sia fatto un passo in direzione di una maggiore conoscenza del suo pensiero e soprattutto della pubblicazione dei numerosissimi inediti. In realtà soprattutto gli scritti del Guevara più maturo oggi non potrebbero essere facilmente utilizzati a Cuba per giustificare le ultime scelte e soprattutto quelle dei decenni precedenti.
La cerimonia con cui la famiglia del Che e i massimi dirigenti del paese hanno accolto quanto restava delle sue ossa è stata fortunatamente molto sobria, ma ciò non toglie che Guevara aveva detto esplicitamente che il guerrigliero deve essere sepolto nella terra in cui e per cui è caduto, e che certamente non avrebbe apprezzato l’idea di un mausoleo. D’altra parte anche Lenin non avrebbe mai accettato quei discutibili onori (la vedova protestò pubblicamente contro l’imbalsamazione, la tomba faraonica e la trasformazione di Pietrogrado in Leningrado). Mao Tsedun aveva esplicitamente chiesto di essere cremato, e Ho Chi Minh aveva perfino precisato che le sue ceneri dovevano essere sparse in parte nel nord, in parte nel sud del Vietnam. Invano. In tutti quei casi gli onori erano inversamente proporzionali alla fedeltà al pensiero di quei grandi comunisti, e servivano ai vivi per legittimarsi attraverso un culto di “eroi fondatori” modellato su quello delle religioni autoritarie. Ci auguriamo che non accada così anche a Cuba.
Comunque la fase in cui sembrava che il Che dovesse essere l’ispiratore del rinnovamento della rivoluzione cubana e della riaffermazione della sua autonomia e originalità, avviata nel 1986-1987, e che diede luogo gli interessanti convegni di studio di cui ho parlato in un capitolo del libro, ha cominciato a chiudersi (anche se gli omaggi rituali al Che continuano) con il “periodo speciale in tempo di pace”, cioè con la fase di durissima crisi economica provocata dal tracollo dell’URSS e del suo sistema e dalla sparizione dell’80% dell’intercambio economico. Secondo Carlos Tablada, la causa principale era il timore che le tensioni sociali, praticamente inevitabili nel quadro delle gravi privazioni materiali, potessero aggravarsi e trovare una breccia in un partito diviso. Effettivamente una certa divisione del quadro intermedio (tra cui ci sono oltre 50.000 dirigenti che si sono formati nelle università sovietiche e di altri paesi del blocco orientale) poteva verosimilmente prodursi nel caso fosse continuata la lotta a fondo contro i privilegi e i costumi burocratici assimilati nei decenni di strettissima collaborazione con il sistema sovietico, che era stata avviata con la campagna di rectificación. Il derrumbe (letteralmente crollo, sgretolamento) dell’URSS comportava anche una profonda crisi dei valori e degli schemi ideologici assunti a partire dagli anni Settanta.
Ma il fattore decisivo è stato che dal “periodo speciale in tempo di pace” per giunta si è potuto cominciare ad uscire solo grazie alle nuove misure economiche del 1993-1994, indubbiamente necessarie per superare la fase più acuta delle crisi e arginare il mercato nero, ma con ripercussioni pesanti sul terreno sociale, per la fine del relativo egualitarismo che aveva sempre reso la società cubana sostanzialmente diversa dal “socialismo reale” anche nei periodi in cui l’assimilazione culturale e politica all’Unione Sovietica sembrava più forte. Misure di cui non contesto la legittimità, ma che indubbiamente vanno in una direzione radicalmente diversa da quella indicata da Guevara.
Ciò non vuol dire che Guevara nella Cuba di oggi non rappresenti più nulla. Anche quando era vivo, era amato più di qualsiasi altro dirigente (tranne forse Camilo Cienfuegos), senza che questo intaccasse il riconoscimento del ruolo di Castro come leader máximo, ma col passare degli anni è diventato il simbolo di quel primo decennio in cui la rivoluzione ottenne consensi quasi unanimi. E in suo nome viene coltivato e rilanciato dal basso un forte spirito antiburocratico, che dà luogo spesso a dibattiti vivacissimi. Se le scelte del governo, in cui i dirigenti storici sono affiancati sempre più da tecnocrati quarantenni, formatisi ovviamente dopo la morte del Che, vanno in direzione opposta alle riflessioni dell’ultimo Guevara, e sembrano fortemente suggestionate dal modello cinese o vietnamita di apertura controllata al capitalismo, nel paese si delineano anche settori critici di orientamento marxista e con riferimenti espliciti e non rituali a Guevara.
Intorno ad alcune riviste come Cuadernos de Nuestra América, La Gaceta de Cuba, e successivamente Temas, Contracorriente, ecc., si sono raccolti nuclei consistenti di intellettuali (soprattutto sociologhi, economisti, filosofi), tra cui alcuni dei fondatori della bellissima rivista Pensamiento crítico che alla fine degli anni Sessanta fece conoscere a Cuba il marxismo critico europeo, e che fu soppressa nel 1971, con un atto che quasi simbolicamente sanciva il trionfo del dogmatismo “marxista-leninista” e appunto la liquidazione del “pensiero critico”.
Queste riviste hanno affrontato in questi anni con decisione i problemi più scottanti della società cubana, senza collocarsi all’opposizione ma reintroducendo una ricerca libera da condizionamenti del potere. Sono stampate a Cuba, ma solo grazie a contributi in carta o in valuta provenienti da istituzioni culturali europee o latinoamericane, col risultato di avere una tiratura modesta e di essere vendute prevalentemente in dollari, e più all’estero che nel paese. Nel marzo 1986 un durissimo discorso di Raúl Castro le ha accusate in blocco di essere diventate il “secondo binario” dell’aggressione statunitense (il primo era ovviamente la legge Helms-Burton), e di riallacciarsi al modello di Pensamiento crítico, definita “diversionista e quintacolumnista”. Questa formula di evidente derivazione stalinista apparve nel testo pubblicato dall’organo ufficiale Granma, e parve segnare l’inizio di un ritorno al più cupo passato. Ma Cuba è un paese singolare: quando il lunghissimo discorso fu come di consueto trasmesso in televisione, la frase più grave contro Pensamiento crítico era sparita, e poi si seppe che effettivamente non era stata pronunciata. Era probabilmente stata cancellata dal testo originario dopo una discussione nell’Ufficio Politico, e probabilmente pubblicata per errore o per scelta deliberata di un gruppo di pressione che non aveva condiviso quel taglio.
Ma quel che conta è che le riviste incriminate hanno continuato ad uscire. Fa eccezione Cuadernos de Nuestra America che era espressione del CEA (Centro di Studi sull’America), alla cui testa è stato paracadutato un burocrate scialbo, spingendo la maggior parte dei ricercatori indipendenti ad abbandonare il Centro. Alla presentazione dei numeri di Temas e Contracorriente che erano in preparazione al momento dell’attacco di Raúl Castro, sono intervenuti vari dirigenti storici della rivoluzione come Jesus Montané e Armando Hart, e il presidente della potente UNEAC (Unione nazionale degli scrittori e artisti di Cuba) Abel Prieto, il più giovane membro dell’UP, oggi divenuto ministro della cultura. All’attacco non è seguita d’altra parte nessuna forma di repressione, a parte la sostituzione del direttore del CEA, e di fatto la tendenza “guevarista” o marxista critica si è rafforzata, anche perché ha trovato più coraggio, pur essendo come accennavo, minoritaria nel gruppo dirigente.
Il tentativo di arginare o bloccare il dibattito, che suscitò tra l’altro una protesta da parte del PCF e di Izquierda Unida spagnola (anche se non del PRC, il cui responsabile internazionale, ex maoista, scelse la “non ingerenza”, cioè il silenzio), ha così provocato reazioni che l’hanno reso vano e controproducente. Il che conferma che oltre alla memoria di Guevara, a Cuba resta forte la sua influenza almeno in certi settori intellettuali.
Il pericolo è che il Che divenga anche a Cuba un mito generico e vuoto, per la scarsa conoscenza a livello di massa di quel che veramente fu il pensiero del Che (anche se la tradizione orale riporta, magari rese più pittoresche, molte delle sue frasi contenute negli scritti dell’ultimo periodo rimasti inediti). Per questo, e non solo per scrupolo filologico, i veri amici di Cuba non rinunciano a battersi per ottenere la pubblicazione almeno di quei testi che furono stampati nel 1967-1968 in duecento copie fuori commercio riservate ai dirigenti, che sono tuttora inaccessibili alla maggior parte dei cubani.
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In quest’ultima parte dell’introduzione ho voluto accennare ad alcuni dei problemi della Cuba di oggi. Mi auguro che questo possa servire a pubblicare anche nella repubblica ceca almeno una parte di quella interessante produzione intellettuale di Cuba, che non ha nulla a che vedere col “dissenso” tanto reclamizzato all’estero, ma neppure con la retorica vuota e ripetitiva della stampa “ufficiale”, che si è rinnovata meno di altri settori della società (il Granma continua ad avere come modello più la Pravda degli anni Settanta che i vivaci giornali dei primi anni dopo la rivoluzione).
Anche in Italia ci siamo riusciti solo in parte: il fatto che la stampa borghese e anche quella del maggior partito della sinistra italiana, il PDS, critichi Cuba raccogliendo gli argomenti degli apologeti del ritorno al capitalismo, spinge chi vuole difendere Cuba ad esaltarne acriticamente ogni aspetto, compresi quelli che sono semplicemente l’eredità della lunga assimilazione al “socialismo reale”, che non è facile da sradicare. Il risultato è che delle molte voci del dibattito cubano, se ne possono conoscere solo alcune, in genere le meno originali.
Il compito che questa situazione ci pone è arduo. Mi auguro che anche questo libro possa contribuire a realizzarlo.
Roma, 1° settembre 1997
[Nota per Vladimir Klofac: sarebbe interessante controllare se e come la notizia apparve sul «Rude Pravo»]
[Nota per Vladimir Klofac: se lo credi opportuno, puoi tagliare la frase precedente tra parentesi con l’accenno al mio ruolo nel partito]
1 Il brano è tratto dalle conversazioni televisive di Ota Šik pubblicate in Italia col titolo La verità sull’economia cecoslovacca, Etas Kompas, Milano, 1969, p. 91.
2 Discorso pronunciato a Camagüey il 14-10-1961, in Gerónimo Álvarez Batista, Che: una nueva batalla, Editorial Pablo de la Torriente, La Habana, 1994., p. 199-200. Il discorso non era compreso in nessuna delle antologie di Guevara esistenti in lingua spagnola e a maggior ragione in altre lingue.
3 Ivi, pp. 200-201.