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L'influenza di Lenin sul pensiero di Ernesto Che Guevara

Ernesto Che Guevara lo sconosciuto · pubblicato il 20 giugno 2009 · 38 min di lettura


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L'influenza di Lenin sul pensiero

di Ernesto Che Guevara

di Antonio Moscato ***

 

        La "riscoperta" di Guevara a Cuba, iniziata nel 1986 con la rectificación e soprattutto con il discorso di Fidel Castro in occasione del ventesimo anniversario della morte, ha consentito di ricostruire con nuove fonti la riflessione del Che sul "socialismo reale" e sulla trasposizione del modello sovietico a Cuba, rimasta quasi tutta inedita.1
        Su questo tema Castro è ritornato più volte negli ultimi anni. Ad esempio in un bel libro intervista di notevole interesse perché a intervistarlo non è stato un giornalista qualunque, ma un dirigente di primo piano della rivoluzione nicaraguense come Tomás Borge, Fidel ha parlato del Che come "un profeta". Borge aveva chiesto a che si doveva il ritorno del Che in una posizione centrale dopo "un periodo in cui, secondo alcuni, non gli si prestava la dovuta attenzione". Dopo una prima risposta un po' evasiva ("il pensiero del Che ha avuto sempre una grande risonanza a Cuba") Castro ha ammesso che la riscoperta è recente: "La mia ammirazione e la mia simpatia per il Che crescono nella misura in cui ho visto tutto quello che è successo nel campo socialista, perché lui era decisamente contrario ai metodi di costruzione del socialismo che utilizzavano le categorie del capitalismo".2

        Quando il discorso si sposta sulle cause del fallimento del socialismo, Fidel precisa: "Penso che il Che abbia avuto una visione da profeta, perché ha avuto la capacità di capire così presto, già nei primi anni Sessanta, tutti gli inconvenienti, tutte le conseguenze del metodo che si stava utilizzando nella costruzione del socialismo nell'Europa dell'Est. Egli diceva che non era il caso di ricorrere a tutte quelle categorie e a quella filosofia capitalista."

        Anche a Cuba, ammette,    "in un momento determinato si sono utilizzati metodi di direzione e di pianificazione copiati dall'esperienza europea". Tra le cause, Castro indica "l'enorme prestigio che avevano l'URSS e i paesi socialisti", e gli "errori di idealismo che avevamo commesso nei primi anni della rivoluzione", due fattori che hanno "creato il brodo di coltura propizio per l'affermazione e l'applicazione a Cuba dei metodi di costruzione del socialismo che si applicavano in URSS e negli altri paesi socialisti. [...] Senza dubbio    quel metodo, quella filosofia, si applicarono al nostro paese, e nel giro di 10 o 11 anni, mentre si attendevano i frutti, si produssero tante di quelle deformazioni, tante deviazioni, che io dovevo costantemente pensare al Che e alla sua premonizione, al suo rifiuto di tali metodi di costruzione socialista. Credo che quanto è accaduto nel campo socialista dia molta più validità al pensiero economico del Che sulla costruzione del socialismo."3       

        Fidel ricollega esplicitamente la nuova valorizzazione del pensiero di Guevara alla rectificación, datandola a qualche mese prima che si udisse la parola perestrojka (che la direzione cubana aveva inizialmente accolto con favore, considerandola uno sforzo positivo di rettifica, di cui si vedeva la necessità perché "eravamo coscienti di molti degli errori che si commettevano là").

        E a ulteriore conferma di quanto affermava Borge, su un "ritorno" di Guevara dopo un periodo di eclissi: "Io stesso ho fatto sforzi per una divulgazione molto maggiore delle idee del Che, precisamente nel momento in cui abbiamo visto le tendenze del campo socialista e dell'Unione Sovietica incamminarsi su una strada diversa, che si allontanava sempre più da quel pensiero e da quelle preoccupazioni del Che; quando si incamminavano verso un uso sempre maggiore di categorie e meccanismi del capitalismo".

        La conclusione è drastica: "il veleno che stava uccidendo il socialismo fu usato in quantità sempre crescente per cercare di migliorare il socialismo. In questo risiede una delle cause di quel che è accaduto nel campo socialista".4

        E' questa ammissione che rende particolarmente interessante seguire l'itinerario teorico di    Guevara, che dell'imitazione del modello sovietico era stato tra il 1960 e il 1962 il più ardente e ingenuo sostenitore, ma che a partire dal dibattito economico del 1963-1964 aveva appunto cominciato a riflettere sulla crisi che minava i paesi del "socialismo reale". Ed è un itinerario in cui si trovano nel corso degli anni sempre più spesso le tracce di una lettura seria e approfondita di Lenin.

La prima formazione marxista di Guevara

 

        Il "marxismo" del Che    al momento della vittoria del 1959 era quello di un autodidatta con poche letture dirette e molte ingenuità. Il suo avvicinamento al movimento comunista era iniziato nel 1954, con l'incontro con la rivoluzione agraria innescata dalle modeste riforme di Arbenz in Guatemala.    In quel paese aveva conosciuto Hilda Gadea, che diverrà sua moglie e soprattutto la sua prima maestra di marxismo. Hilda Gadea era una    giovane peruviana militante dell'ala marxista dell'APRA (Alianza Popular Revolucionaria Americana), il movimento riformista fondato nel 1923 da Raúl Haya de la Torre. In un libro di memorie Hilda ha descritto le letture comuni:

        "Entrambi avevamo letto i romanzi precursori della rivoluzione russa: Tostoj, Gor'kij, Dostoevskij e Le memorie di un rivoluzionario di Kropotkin. I nostri temi abituali di discussione ricadevano anche sul Che fare? e L'imperialismo di Lenin, l'Antidühring, Il manifesto comunista, L'origine della famiglia e altri lavori di Marx ed Engels, oltre a Il socialismo dall'utopia alla scienza di Engels, e Il Capitale di Marx, con cui ero io ad avere maggiore familiarità per i miei studi di economia".

        Anche se Guevara aveva presto superato la maestra, e in Messico aveva iniziato a impartire dei corsi su Marx per i cubani del Movimento 26 di luglio, le sue letture erano ancora poche e spesso di seconda mano. Nel corso del 1955 e del 1956    nelle lettere alla famiglia si infittiscono gli accenni a San Carlos (come egli chiama Marx scherzosamente, ma anche per ragioni di censura). Nell'aprile del 1956 scrive al padre che diventerà presto "una personalità della scienza medica, se non come scienziato o professore, per lo meno come divulgatore della dottrina di San Carlos", e poco dopo diventerà ancora più esplicito: "Prima mi dedicavo più male che bene alla medicina e il tempo libero lo dedicavo allo studio non organico di San Carlos. La nuova fase della mia vita esige anche un mutamento di organizzazione: ora San Carlos è al primo posto, è al centro, e lo sarà per gli anni in cui lo sferoide mi ammetterà nella sua fascia più esterna".

        E' interessante l'ammissione sul carattere "non organico" del suo studio, di cui troviamo comunque tracce evidenti ancora nei primi scritti del 1960 e 1961, che contengono un gran numero di formule rituali e di equivoci dovuti all'accettazione della vulgata "marxista-leninista" accettata allora dalla totalità dei partiti comunisti, e giudizi ingenuamente apologetici sui paesi socialisti.         Che in quella fase le conoscenze teoriche e politiche del giovane rivoluzionario fossero piuttosto sommarie (nonostante fosse considerato un marxista molto preparato dai compagni del Movimento 26 Luglio, quasi tutti completamente digiuni di letture marxiste) lo si capisce da vari particolari. Ad esempio in una sua lettera del 1953 ai familiari c'è un riferimento positivo a Stalin: "ho giurato davanti a una foto di papà e pianto sul compagno Stalin che non avrò riposo finché non vedrò annientare queste piovre capitaliste". Il tono è - come quasi sempre nelle lettere familiari - scherzoso, ma indubbiamente sottintende una valutazione favorevole. Ancora due anni dopo, d'altra parte, firma "Stalin II" una lettera alla zia Beatrice.

        Anche Carlos Franqui, che parla sempre con affetto e stima del Che e che fornisce una delle più interessanti testimonianze sullo stato d'animo di Guevara negli anni 1963-1965, ricorda in varie occasioni che ancora nel 1956 il giovane rivoluzionario argentino era entusiasta di Stalin:

        "In prigione [in Messico] Fidel e il Che dormivano accanto. Studiavano un libro del Che, I fondamenti del leninismo di Stalin. Noi tre abbiamo avuto una discussione molto seria. Il Che lo difendeva ed io l'attaccavo. L'opinione di Fidel fu lapidaria: "una rivoluzione, per non dividersi ed essere sopraffatta, ha bisogno di un unico capo. Vale di più un cattivo capo, che venti capi buoni".5
    Su quanto fosse scarsa la conoscenza della storia del movimento comunista da parte dei protagonisti della rivoluzione, K. S. Karol, che incontrò a lungo i dirigenti cubani, riferisce un colloquio del 1967 con Fidel Castro; questi era ormai nettamente ostile a Stalin, ma rivelava un approccio molto recente al problema. In quell'anno era stata pubblicato a Cuba (sia pure in un'edizione riservata ai soli quadri dirigenti del partito), lo Stalin di Isaac Deutscher. Secondo Karol, Castro aveva anche "appena finito di leggere la trilogia di Deutscher su Trotskij e aveva la Storia della rivoluzione russa ben presente", e aveva cominciato a porsi ad alta voce domande sulla giustezza dell'atteggiamento di Lenin su Brest Litovsk;    aveva poi parlato di Stalin in termini tali che Karol aveva dovuto obiettare che, concentrando tutte le responsabilità su di lui, si finiva per salvare il sistema che aveva messo in piedi.6

        Era nato così un curioso equivoco, perché Karol era stato scambiato da Castro per filostaliniano. Per chiarirlo egli accennò alle sue origini:  un polacco che aveva conosciuto gli aspetti più tragici dello stalinismo (lo scioglimento del Partito comunista polacco proprio alla vigilia dell'invasione nazista, la spartizione del paese nel quadro del patto Ribbentrop-Molotov, la deportazione di centinaia di migliaia di quadri, ecc.), non poteva certo essere filostaliniano. Karol  scoprì così dalla sorpresa di Castro che egli allora non conosceva praticamente nulla di quella tragedia. Va detto che  la passione per la storia militare ha portato poi Castro a studiare a fondo la seconda guerra mondiale, e il suo giudizio su quelle vicende e in particolare sul patto Ribbentrop-Molotov è divenuto oggi circostanziato e durissimo, come risulta dal capitolo sullo stalinismo nel già ricordato Un grano de maíz. Ma il punto di partenza era quello verificato da Karol.

        A maggior ragione nel 1956-1959 e negli anni immediata-mente successivi alla vittoria della rivoluzione), dunque, quasi nessuno dei dirigenti del 26 Luglio aveva idee chiare sulla crisi latente del sistema staliniano e sulle sue origini storiche (anche se da alcuni accenni del Che sembra che almeno la tragedia    ungherese avesse lasciato qualche traccia su di lui). Così ancora nel 1960 Guevara continua a fare un rituale omaggio ai "giganti Marx ed Engels" seguiti poi da "Lenin, Stalin, Mao Tse Tung e i nuovi dirigenti sovietici e cinesi", attribuendo a tutti loro in blocco il merito di aver stabilito "un corpo di dottrine, e, diciamo, di esempi da seguire".7
        Sempre Karol riferisce un colloquio con Guevara avvenuto al Ministero dell'Industria il 19 maggio 1961, poche settimane dopo lo sbarco dei contras a Playa Girón. In quel periodo i legami con l'URSS si sono stretti, e si sono estesi al "campo ideologico": le librerie cubane sono piene di manuali sovietici di derivazione staliniana, rigidi, dogmatici, grigi. Karol, che in URSS ha vissuto per anni (gli anni decisivi per la sua formazione, del passaggio dall'adolescenza alla maturità) è preoccupato di vedere i manuali di Lisenko, di Mitin, di Konstantinov sugli scaffali delle librerie cubane.8

        Ma Guevara stenta a capire le preoccupazioni del suo interlocutore, e rivendica il "diritto-dovere di assicurare la formazione politica e ideologica del popolo", dichiarando che in un paese esposto a rischi e compiti immani, "sarebbe criminale e assurdo    lasciare alla gente il diritto di esitare tra le buone e le cattive ideologie". Alle pazienti spiegazioni di Karol, che descrive i difetti di quelle opere, Guevara risponde su un terreno più pragmatico: "vogliamo formare i nostri giovani il più rapidamente possibile nell'ideologia socialista e siamo ovviamente costretti a utilizzare i manuali dei paesi socialisti. Ne avete altri da consigliarci?". Dopo alcuni altri scambi di battute, spesso fuorvianti, Guevara arriva a esporre quel che pensava allora sulla necessità di riprodurre a Cuba il modello sovietico. Lo riportiamo integralmente:

        "Ogni rivoluzione comporta, lo si voglia o no, piaccia o no, una parte inevitabile di stalinismo, perché ogni rivoluzione deve fronteggiare l'accerchiamento capitalista. Noi abbiamo dovuto imparare in poco tempo cos'è il blocco economico, la sovversione, il sabotaggio e la guerra psicologica che l'imperialismo può condurre contro un paese rivoluzionario. Noi sappiamo che è una necessità assoluta difendersi dall'accerchiamento imperialista, e l'invasione del 17 aprile ci ricorda che nessuna misura, nessun sacrificio è superfluo su questo terreno".9

        Guevara non tenta neppure di difendere gli accademici staliniani, pur non approvando i giudizi espressi da Karol. Lascia intendere che non ha neanche letto quei libri e che considera il tutto come un fenomeno marginale, da cui non dipende certo l'educazione politica a Cuba ("la gente si educa attraverso l'azione", dice, escludendo comunque che Cuba possa diventare un seminario di intellettuali, o "un caffè parigino dove si discuterebbe dei meriti rispettivi dei libri recenti"). Ma rivela soprattutto quale sia la radice del suo ottimismo (o della sua sottovalutazione dei pericoli di ripercorrere la strada dell'Unione Sovietica). La sua concezione - osserva giustamente Karol - pur essendo discutibile, appare tuttavia assai più ricca di quella dei "destalinizzatori" di Mosca come Chrusciov:

        "La situazione di Cuba non può essere comparata a quella dell'URSS dopo la rivoluzione. I sovietici non solo dovevano proteggersi dalla minaccia esterna, ma anche costruire, senza alcun aiuto straniero, le industrie di base necessarie per il loro sviluppo economico. Non è il caso nostro. Noi riceviamo dagli altri paesi socialisti tutto l'aiuto necessario. L'industrializzazione non costerà sacrifici al nostro popolo. Al contrario, porterà vantaggi immediati che permetteranno di liquidare la disoccupazione. Lo stesso accade nel campo agricolo. In URSS la resistenza alla collettivizzazione delle campagne ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo dello stalinismo. Da noi, la riforma agraria ha corrisposto, subito, alle rivendicazioni contadine e le ha pienamente soddisfatte. Per questo le condizioni di un'evoluzione stalinista non esistono a Cuba; il fenomeno non può riprodursi da noi".

        A partire da questa concezione appare abbastanza logico a Guevara e a tutto il gruppo dirigente cubano che "per imparare a dirigere un paese, a pianificarne l'economia, a costruire il socialismo" si proponga ai giovani cubani di studiare "i libri dei paesi socialisti che ci hanno preceduto su questa via". Guevara non aveva più l'entusiasmo manifestato nel 1959 per la Jugoslavia e nel 1960 per l'URSS, ma riteneva ad esempio di potere imparare dalla Cecoslovacchia, la cui superficie è comparabile a quella cubana e che aveva "sviluppato un sistema di pianificazione molto efficace", che sarebbe stato auspicabile riprodurre durante il primo piano quadriennale a Cuba:

        "Non abbiamo abbastanza quadri per mettere in atto noi stessi un simile sistema. Allora, che fare? Lasciare i nostri giovani dibattersi per molti anni, o invitare degli esperti cechi perché ci aiutino a formare i nostri quadri economici? Non c'è da pensarci due volte: invitiamo i cechi!".10

        Probabilmente, se Guevara avesse conosciuto già allora le riflessioni che cominciavano a fare, in Cecoslovacchia, Ota Sik e altri economisti, e se avesse saputo che appena due anni dopo il reddito nazionale sarebbe, per la prima volta, diminuito in assoluto nel paese che i cubani stavano prendendo a modello, ci avrebbe "pensato due volte"...        

        Va detto, a suo onore, che quando avrà modo di conoscere direttamente o attraverso i suoi collaboratori, sia le reali condizioni dell'URSS e di altri paesi "socialisti", sia    le "riforme" proposte fin da allora per risanarli (che non saranno mai portate a termine ma che resteranno il modello a cui si ispireranno prima Gorbaciov e poi Eltsin), Guevara comincerà a riferirsi a quei paesi in termini nettamente negativi.         E quanto ai manuali, in uno degli ultimi colloqui bimestrali al Ministero dell'Industria, dirà amareggiato che a Mosca lo    accusavano di trotskismo personaggi che usavano "come Bibbia non Il capitale, ma il Manuale di economia politica dell'Accademia delle scienze".  

 

La maturità di Guevara e la scoperta di Lenin

       

        L'evoluzione del pensiero di Guevara si è sviluppata su due piani: in primo luogo la conoscenza diretta delle esperienze dei paesi socialisti, attraverso i viaggi e soprattutto i contatti con i consiglieri sovietici e cecoslovacchi collocati al suo fianco, e uno studio finalmente rigoroso e sistematico del Capitale  e delle Opere di Lenin. Il tutto facilitato dalla sperimentazione diretta a Cuba del "modello socialista".

        Un economista cecoslovacco che è stato al fianco di Guevara per quasi tre anni come consigliere, Valtr Komarek, ha fatto uno dei più significativi riconoscimenti dell'importanza del pensiero di Guevara per la comprensione della crisi del "socialismo reale".11         Komarek ha insistito sul fatto che in Guevara, "sotto la superficie di preoccupazioni contingenti, si nascondeva una grande profondità teorica", che ha un valore permanente e una grande attualità:

        "Agli inizi degli anni Sessanta cominciava a materializzarsi una svolta nello sviluppo generale del socialismo mondiale" e in questo contesto va compreso "l'apporto del Che alle nuove prospettive e compiti della rivoluzione comunista alla fine del secolo XX, nel confronto reale con il capitalismo avanzato, agli inizi della rivoluzione scientifico-tecnica e della dinamizzazione quasi esplosiva del mondo sottosiluppato".

        Di Guevara sottolineava sia la comprensione delle dinamiche del capitalismo a livello mondiale, sia la concezione del socialismo, critica rispetto ai modelli esistenti, e basata sul ruolo delle masse, che devono ispirare la politica del partito "e crearla in condizioni di discussione permanente, di critica e autocritica aperte".

        Komarek ricorda che Guevara ammoniva sul pericolo delle "forze di inerzia, della manipolazione centrale delle masse", sul "pericolo di burocratizzazione del partito e di tutta la società socialista", e che "dal punto di vista dello sviluppo globale e delle prospettive della rivoluzione, il Che metteva al primo posto la motivazione morale delle masse, pur non negando la necessità e la possibilità di utilizzare anche gli stimoli materiali".

        Il maggior contributo del Che alla teoria economica è il suo rifiuto di "isolare l'economia dal movimento sociale, come era abitudine corrente allora nell'economia politica dei paesi socialisti", la comprensione che "gli obiettivi fondamentali dell'economia socialista non potevano essere estratti dai processi economici in quanto tali, ma dal movimento della società, di tutta la società, in armonia con le aspirazioni e i bisogni delle masse, naturalmente sul terreno delle possibilità economiche reali".

        E questo, per Komarek, va considerato non solo "un lascito economico, ma un lascito teorico generale" che il movimento socialista mondiale ha lasciato assurdamente cadere: "Non abbiamo ancora saputo rispondere adeguatamente a questo grande lascito teorico in tutto. Il disprezzo nei confronti del pensiero di Guevara, in molti aspetti della pratica del mondo socialista, ci ha già punito a sufficienza, perché il suo ammonimento di fronte al pericolo di crisi morale della rivoluzione, di burocratizzazione e corruzione del potere socialista, e il suo appello a sviluppare la sovranità delle masse non sono stati ascoltati, e ciò ha portato frutti amari di deformazioni. Continuare con l'ignoranza e l'indifferenza nei confronti delle idee di Guevara nella lontana Europa potrebbe avere conseguenze assai più pericolose". Erano parole profetiche (si era nel 1988).12       
        Anche alcuni specialisti sovietici hanno fornito analoghe testimonianze.13 Anatoli Bekarievic ha ricordato che fin dall'inizio Guevara "cominciò a fare molte domande ai sovietici" sulla loro società. Alexander Alexeiev, che ebbe un ruolo essenziale come primo inviato sovietico all'Avana (inizialmente accreditato come corrispondente della TASS, per divenire poi nel 1962, dopo la crisi dei missili, ambasciatore), ricostruendo i rapporti avuti per oltre cinque anni col Che, ha parlato di una "influenza grandissima" che il Che ebbe su di lui, come "su qualsiasi sovietico che lo conobbe" e in particolare sui giovani.

        Oleg Daruscenko, un diplomatico sovietico che aveva passato due anni    in Argentina ed era stato per questo scelto per insegnare il russo a Guevara (e presumibilmente per influenzarlo politicamente), ha detto che, come re Mida trasformava in oro tutto quel che toccava,    il Che "rivoluzionava tutto quel che toccava", e rivoluzionò la sua vita. Daruscenko, per sua stessa ammissione, aveva fatto fallimento come professore di russo, sia perché egli stesso ignorava la metodologia dell'insegnamento delle lingue (il ché conferma che il suo vero compito doveva essere un altro), sia per la mancanza di tempo del Che:

        "I ruoli si invertirono, e in realtà egli era un professore per me. A lui interessava molto l'esperienza sovietica, e mi chiedeva di procurargli tutte le pubblicazioni nuove e le più interessanti tra le vecchie. Nel corso del nostro lavoro cominciò a insegnarmi indirettamente tutto quel che concerneva l'esperienza della rivoluzione cubana [_] in modo tale che gli sono grato in eterno".

        Daruscenko aveva voluto fare anche una precisazione sull'atteggiamento del Che nei confronti dell'URSS:

        "Fin dall'inizio mi resi conto che era un sincero e vero amico dell'Unione Sovietica. Amico difficile, come egli stesso in certi casi diceva, perché se vedeva qualcosa degno di critica, non rinunciava a criticarla con    sincerità e franchezza, senza l'intenzione di mettere l'interlocutore in una posizione difficile, ma per esprimere la sua opinione perché se ne tenesse conto. Purtroppo allora predominava l'opinione che considerava chiunque criticasse alcuni aspetti della realtà dell'URSS un antisovietico, il ché ovviamente non è vero. L'obiettivo del Che, quando a volte faceva critiche, era nobile".14

                Gli studi del ministro Guevara

 

        Sulle letture del Che durante gli anni in cui fu ministro a Cuba, ci sono molte testimonianze dirette di chi fu allora suo collaboratore o discepolo, come Fernando Martínez, Juan Valdés Gravalosa, Armando Hart, ecc. La più importante è forse quella di Orlando Borrego Díaz, che fu al suo fianco al Ministero dell'Industria, dove Guevara imponeva diverse ore quotidiane di studio individuale e collettivo a sé stesso e a tutti i    suoi collaboratori: in primo luogo raccomandava lo studio di tutto quel che aveva scritto Lenin dal 1917 alla morte, dicendo che era utilissimo per i cubani, anche se nulla andava preso in blocco, giacché molti scritti rispondevano ad esigenze tattiche contingenti e come tali andavano studiati "senza dare valore universale" ad ogni affermazione.

        Borrego conferma che la riflessione di Guevara partiva dal presente, giacché egli osservava con preoccupazione l'affermarsi di "forze ritardanti nel senso della società socialista, non come fattori intrinseci derivati dai suoi fondamenti e principii, ma come elementi di ibridazione introdotti nella pratica del sistema socialista a partire da un'epoca storica determinata".15
        Dopo aver ricostruito le polemiche con le volgarizzazioni del "marxismo-leninismo" allora in voga (e divenute già base per lo studio a Cuba) Borrego ricorda che il Che aveva sempre avuto come principio "di non nascondere una solo opinione per motivi tattici", e che, ricercando "conclusioni che aiutassero a risolvere i problemi, senza limitarsi a porre interrogativi senza risposta", era arrivato    al nodo degli anni Venti.16
        "Nel corso della sua ricerca il Che si rese conto che durante tutta un'epoca successiva alla morte di Lenin" la pratica del socialismo era finita "in un dogmatismo intransigente per passare poi nel corso degli anni a un pragmatismo inconsistente", che "non si limitò a un campo determinato della scienza, ma investì la maggior parte degli aspetti della vita dei popoli socialisti, creando dannose perturbazioni, in cui risultati finali erano imprevedibili".17
        Guevara aveva cominciato a riflettere, senza la pretesa di aver scoperto qualcosa di nuovo, sulle relazioni tra struttura e sovrastruttura, e la sua tesi era che "i cambi prodotti a partire dalle circostanze concrete" a cui era stata sottoposta l'URSS a partire dalla NEP "erano calati così a fondo nella vita sociale che avevano marcato col loro segno l'ultima tappa storica del socialismo", con risultati per molti aspetti negativi. "La sovrastruttura esistente influenzò ogni volta sempre più marcatamente i rapporti di produzione, e i conflitti creati dall'ibridazione rappresentata dall'introduzione di meccanismi capitalistici nel sistema di direzione dell'economia socialista, stavano risolvendosi infine a favore della sovrastruttura".18

        A prima vista si potrebbe pensare che in questo Guevara sia stato influenzato dalla critica maoista dell'URSS come "capitalismo di stato". Tuttavia la questione è più complessa. Guevara aveva avuto inizialmente un atteggiamento di grande simpatia per la Cina, soprattutto perché i dirigenti cinesi avevano offerto condizioni di eccezionale favore per gli scambi commerciali: crediti senza interessi erano stati motivati in modo straordinariamente accattivante.                L'atteggiamento della direzione maoista non era puramente tattico: per qualche tempo la prospettiva di una dinamica rivoluzionaria che modificasse gli equilibri mondiali a partire da esperienze eterodosse apparentemente imprevedibili come quella di Cuba, apparve allettante e tale da giustificare aiuti consistenti. Tuttavia, nel giro di pochi anni la situazione si era profondamente modificata.

        La polemica cino-sovietica - ancora sotterranea al tempo dei primi entusiasmi di Guevara - era esplosa pubblicamente    in forme spesso non convincenti. Il rifiuto di Cuba di schierarsi decisamente a fianco della Cina, e ancor più i suoi sforzi per tentare una mediazione (ricercando intese con Vietnam e Corea del Nord per un terzo polo, contrapposto all'imperialismo, ma anche proteso verso un fronte unico internazionale dei partiti comunisti), avevano provocato una prima reazione ostile nella direzione maoista, che sarebbe arrivata successivamente al grave gesto di dimezzare le forniture di riso a Cuba e di conseguenza anche gli acquisti di zucchero.

        A questo la direzione maoista sarebbe giunta nel 1965-1966, proprio mentre il Che stava preparando la sua missione internazionalista (e avrebbe contribuito a rendere pressoché obbligata la scelta del PCB come unico interlocutore boliviano). Franqui riferisce un colloquio con Guevara, avvenuto ad Algeri nel 1963, che rivela invece uno stato d'animo ancora fiducioso nei confronti della direzione maoista, ma disposto a verificarne criticamente il comportamento, e soprattutto la coerenza    tra enunciazioni e pratica.       

        Franqui ricostruisce quella fase di Guevara con simpatia, ricordando lo spirito critico con cui egli aveva sempre sottoposto a verifica le sue iniziali certezze:

        "Era stato il primo filocomunista nel '58, durante la guerra, il primo filosovietico nel '59, '60 e '61. Nel 1962 aveva fatto molte scoperte: gli avevano venduto, approfittando della sua credulità, tutti gli scarti del socialismo reale.[...] Ma se fu il primo dei settari, fu anche, in seguito, se non il primo, uno dei loro più acerrimi avversari, e la scoperta degli errori commessi lo spinse ad avere posizioni molto critiche nei confronti del modello sovietico".19

        Franqui era stato a fianco di Bettelheim contro Guevara nel dibattito economico del 1963-1964. Ciò rende ancor più significativo il suo omaggio alla coerenza del Che, di cui era stato avversario.         Cosa fu a determinare la fine della fiducia riposta nella direzione maoista da Guevara? Probabilmente furono fattori diversi e concomitanti: in primo luogo avevano pesato - come abbiamo già osservato - la verifica di un atteggiamento meno disinteressato di quanto i dirigenti cinesi avessero fatto credere nei primi colloqui e le vere e proprie pressioni economiche su Cuba perché si schierasse al loro fianco    nella polemica con l'URSS; ma la disinvoltura della Cina nelle sue alleanze internazionali - non minore di quella sovietica - aveva rappresentato un elemento decisivo. In tutti gli ultimi scritti Guevara ribadisce costantemente la proposta dell'unità fra gli Stati socialisti e, al tempo stesso, una critica nei loro confronti che li mette sullo stesso piano.

        Nel messaggio alla Tricontinentale la critica si concentra sulla "guerra di insulti e colpi di spillo, iniziata già da tempo dai rappresentanti delle due massime potenze del campo socialista", e sul loro scarso impegno a fianco del Vietnam, "tragicamente solo"; ma tocca anche altri aspetti: ad esempio l'assenza di un'organizzazione rivoluzionaria internazionale che possa contrastare l' "internazionale dell'assassinio e del tradimento"    costruita dall'imperialismo. La polemica con Mosca e Pechino è implicita anche nella categorica affermazione dell'impossibilità della rivoluzione a tappe, e con alleanze interclassiste, che entrambe le direzioni teorizzano:

        "Le borghesie nazionali hanno perso ogni capacità di opporsi all'imperialismo (se mai l'ebbero sul serio) e ne costituiscono, anzi, il vagone di coda. Non c'è alternativa ormai: o rivoluzione socialista o caricatura di rivoluzione".20

 

La scoperta della burocrazia

 

        L'altro aspetto che determina la divaricazione tra Guevara e la direzione maoista riguarda la questione della burocrazia, un concetto assente dalle polemiche cinesi, e che invece Guevara e la stessa direzione castrista utilizzano in forma crescente nel corso degli anni Sessanta.

        Paradossalmente, lo scritto in cui si tirano più nettamente tutte le conseguenze dalla riflessione di Guevara sulla burocrazia non porta la sua firma, ed è apparso dopo la sua partenza da Cuba. Si tratta dell'editoriale La lucha contra el burocratismo: tarea decisiva (compito decisivo), apparso in quattro puntate sul  del marzo 1967 (riassunti settimanali del 5 e 12 marzo). In particolare nella seconda e terza parte, il pericolo che "in seno alle organizzazioni politiche e allo stesso Partito si costituisca, per il tramite dei quadri professionali, una categoria speciale di cittadini, differente dal resto della popolazione", viene ricondotto alla "introduzione di certi sistemi amministrativi e forme di organizzazione presi in prestito da paesi del campo socialista minati dalla burocrazia".21

        La burocrazia viene definita non solo "un freno per l'azione rivoluzionaria", ma anche "un acido corrosivo che snatura [...] l'economia, l'educazione, la cultura e i servizi pubblici", al punto che "ci danneggia più dell'imperialismo stesso".

        In queste parole, nelle quali è chiara l'impronta del Che, è racchiusa una delle più severe e mordenti critiche della burocrazia apparse dall'interno di un partito comunista al potere. Gli editoriali, nonostante il titolo parlasse solo di "burocratismo" (termine che ridimensiona il fenomeno riducendolo a un comportamento discutibile e fastidioso, e che non caso è stato usato periodicamente da Stalin, da Chrusciov, da Mao, da Breznev, da Gorbaciov e da Eltsin) contenevano in realtà un appello alla lotta contro la burocrazia "su tutti i fronti e in tutte le sue manifestazioni", con accenti drammatici:

        "Le forze della classe lavoratrice devono affrontare la burocrazia. Le esperienze della lotta contro questo male dimostrano che la burocrazia tende a comportarsi come una nuova classe. Tra i burocrati si stabiliscono legami, rapporti e relazioni simili a quelli che possono esservi in qualsiasi altra classe sociale".

        Questo editoriale è con molta probabilità una rielaborazione collettiva di materiale preparato dal Che per la discussione in seno al gruppo dirigente, come appare da forti analogie con vari    suoi scritti (ed anzi dalla riproposizione di interi periodi tratti dai suoi discorsi apparsi solo nell'edizione riservata ai dirigenti); in ogni caso riflette un atteggiamento che era diffuso nel gruppo dirigente castrista in quegli anni. Si tratta senza dubbio del punto più alto raggiunto dalla riflessione sulle ragioni dell'involuzione burocratica determinatasi in una società post-capitalistica (in larga misura indipendentemente dalla volontà dei suoi dirigenti).

        Se Guevara, negli anni successivi alla fine delle illusioni riposte inizialmente nel socialismo reale, aveva ricercato in tutte le direzioni risposte alle sue inquietudini e aveva appunto per qualche tempo guardato con interesse alle critiche mosse dal maoismo nei confronti dell'Unione sovietica, nell'ultima fase ha evidentemente    cominciato ad arricchire la sua analisi. In pochi anni lo spirito critico del Che si è sviluppato e affinato, e il vivace dibattito sull'economia del 1963-1964 gli ha fornito importanti elementi di riflessione.22
        La denuncia della burocrazia è una delle tracce che rivelano una lettura sempre più attenta dell'ultimo Lenin, a cui risaliva (già nel 1921!) la famosa definizione dell'URSS come "Stato operaio con una deformazione burocratica", che viene invece in genere attribuita al solo Trotskij.23

        Il riferimento a Lenin si fa più articolato: nel 1961 Guevara diceva ancora genericamente che "Lenin è probabilmente il leader che ha portato il massimo contributo alla teoria della rivoluzione. Egli è stato capace di applicare il marxismo in un dato momento ai problemi dello Stato e di venir fuori con leggi di universale validità" (intervista a Maurice Zeitlin del settembre 1961), mentre successivamente distingue varie fasi ricollegandole ai diversi periodi storici:

        "C'è una crisi di teoria, perché ci si dimentica che è esistito Marx e tutta un'epoca precedente, e ci si fonda solo su Lenin e su una parte di Lenin. E il Lenin degli anni '20: pochi anni nella sua vita, che durò molto e nella quale studiò molto. Una volta dissi dei tre Lenin, e ora è sorta una discussione sul fatto che i Lenin non sono tre ma due. Evidentemente, da quello di Stato e rivoluzione, o dell'Imperialismo, fase suprema del capitalismo, o di tutto quel periodo, al Lenin di quest'epoca c'è un abisso. Ebbene si è preso quest'ultimo periodo e nient'altro e si sono assunte come verità delle cose [...] che furono imposte dalla pratica, e da una pratica che bisognerebbe rivedere, oltre a studiare, come vi dicevo, l'Economia politica del periodo di transizione."24
        E' evidente che Guevara ha cominciato a distinguere quel che è contingente e tattico negli scritti del periodo della NEP, e conosce già qualcosa del dibattito degli anni Venti sulla "Economia politica del periodo di transizione" anche grazie all'incontro con Ernest Mandel, il suo principale sostenitore nel dibattito economico.25
        Dallo studio di Lenin Guevara ha ricavato anche la comprensione della peculiarità dell'esperienza sovietica, che comincia a vedere non più come lucida applicazione di un perfetto modello, ma come empirica sperimentazione, sotto la pressione di potenti forze ostili e in un paese arretrato, "anello più debole della catena". Polemizzando con i fautori della riproduzione meccanica del modello dell'URSS, Guevara afferma che "l'Unione sovietica non è un esempio tipico di un paese capitalista sviluppato che passa al socialismo. Il sistema, così come lo ereditarono i sovietici, non era sviluppato, e per questo partirono prendendo a prestito molte cose anche dal capitalismo premonopolista".26 Su questo tema ritorna molte volte. Nel dibattito sul "sistema di calcolo di bilancio" che propone in contrapposizione a quello sovietico (respinto perché introduce disuguaglianza, incentivi materiali per i direttori, e incoraggia la falsificazione sistematica dei dati reali)27 quando viene accusato di usare    tecniche capitalistiche,    risponde che è vero, "ci sono molte analogie con il sistema di calcolo dei monopoli, ma nessuno può negare che i monopoli abbiano un sistema di controllo molto efficiente, e stanno attenti perfino ai centesimi, anche se hanno milioni di dollari, e hanno tecniche di determinazione dei costi molto rigorose".28
        Non solo ribadisce un concetto che era costantemente presente in Lenin, di imparare dai paesi capitalisti sviluppati (cosa divenuta impensabile negli anni in cui Stalin, appoggiandosi sullo sciovinismo grande-russo introduce una grottesca esaltazione del popolo russo e una ossessiva xenofobia), ma dice una semplice verità che doveva tuttavia suonare blasfema a generazioni di esaltatori dell'URSS: "in definitiva anche il sistema di contabilità che si applica in Unione sovietica lo ha inventato il capitalismo", e per giunta quello arretrato, dei primi decenni del Ventesimo secolo.29

        Nello stesso periodo questo geniale autodidatta rivela di aver letto anche il dibattito sui sindacati del 1920. Egli riprende infatti    alcune affermazioni di Lenin sulla necessità dei sindacati, su cui ha peraltro qualche dubbio:

        "Se eliminassimo le parole di Lenin, praticamente sembrerebbe a chiunque che i sindacati non hanno più ragione di esistere. Ma Lenin spiegava che i sindacati sono necessari e anch'io ho detto che il sindacato in fabbrica è necessario per evitare una serie di abusi che si potrebbero commettere. [...] Ma si parla in generale dei sindacati [...], si parla di , ecc. L'unico problema è che non si vede perché debba essere il sindacato a fare queste cose".30

        Guevara propone invece consigli o commissioni di arbitrato sul lavoro, con delegati operai eletti democraticamente:

        "Una cosa fondamentale però l'abbiamo già vista: [...] l'entusiasmo che dimostra la gente quando sa di dover eleggere i propri rappresentanti". Da noi la democrazia sindacale è un mito.(..) Un tempo si riuniva il partito e proponeva alla massa , candidatura unica e a partire da quel momento era lui l'eletto, a volte con grande partecipazione al voto, a volte meno, ma in realtà senza che vi fosse stato un processo di selezione da parte della massa. Ora con questo sistema, la gente elegge realmente il proprio candidato, e per quel che mi risulta l'entusiasmo in generale è stato grande."31

        Da alcuni accenni si comprende tuttavia che Guevara fino a quel momento ha letto solo Lenin e non i suoi avversari nel dibattito, tanto è vero che attribuisce gli aspetti che meno lo convincono a un "compromesso" con le tesi di Trotskij, a cui attribuisce genericamente "una serie di cose sull'attività dei sindacati, sulla direzione dell'economia da parte dei sindacati", che sono molto diverse da quel che Trotskij aveva veramente detto in quel dibattito.

        Quel che conta è che Guevara, a parte le imprecisioni filologiche, punta ormai sulla valorizzazione degli organismi elettivi diretti, di cui "la gente ha bisogno [...] per esprimersi" e che sono "un veicolo molto più idoneo del sindacato per rappresentare gli interessi generali dei lavoratori":

        "E per questa via potrebbero avere un ruolo positivo, eliminando i sindacati con tutta la caratterizzazione che essi hanno nel senso dell'antagonismo di classe, e allo stesso tempo creare un veicolo di democrazia, necessario per le nuove istituzioni che occorre creare: insomma, lì ci sarebbe una base da cui partire. Perciò al momento attuale, direi addirittura che i sindacati potrebbero smettere di esistere, nel lasso di tempo necessario per verificare l'attività dei Consigli."32
        Guevara insiste su questo tema, arrivando a dire che "se facessimo un'inchiesta al riguardo troveremmo tutti d'accordo con noi. Gli unici che non sarebbero d'accordo - e la cosa è certa - sono quelli della burocrazia sindacale che si è venuta costituendo. Costoro sanno che toccherebbe loro tornare a lavorare con le manine".33

        Era un tema che aveva già toccato due anni prima, in una delle conversazioni al Ministero dell'Industria tenutasi il 14 luglio 1962:

        "Di una cosa sono convinto, ed è che il sindacato è una remora che bisogna tendere a distruggere, non distruggerlo con un colpo alla nuca, ma come si dovrà distruggere lo Stato a un momento dato, attraverso il superamento da parte della gente, fino ad arrivare a che questa istituzione chiamata sindacato risulti non necessaria."34
        Il Che aggiungeva che non riusciva a scorgere nessun ruolo positivo e mobilitante dei sindacati: "Qui si sono fatti i sindacati meccanicamente. Poiché in Unione sovietica ci sono sindacati amministrativi, si sono fatti sindacati amministrativi a Cuba". E si domandava bruscamente: "Che misero ruolo è questo,    di una istituzione creata recentemente per svolgere il ruolo di copia a carta carbone dell'esperienza storica di un altro paese? Questo non è marxista; questo fu uno dei tanti errori che abbiamo fatto noialtri, avallati da tutti noi, naturalmente anch'io, il Ministro; dal Consiglio dei Ministri; ma è comunque un errore e così abbiamo commesso errori".35
        Anche questa parte della riflessione di Guevara è rimasta dimenticata e occultata per anni, con inconvenienti gravi per Cuba e per tutto il movimento operaio internazionale. In uno degli ultimi scritti, Il socialismo e l'uomo a Cuba,  Guevara si poneva con inquietudine il problema del ritardo nella creazione di istituzioni della rivoluzione.36

        Guevara ricordava la partecipazione delle masse alla riforma agraria e al difficile compito dell'amministrazione delle imprese statali, all'esperienza eroica di Playa Giron, alla crisi dei missili dell'ottobre 1962, ma aggiungeva poi:

        "Guardando ai fatti da un punto di vista superficiale, potrebbe sembrare che abbiano ragione coloro che parlano di sottomissione dell'individuo allo Stato: le masse realizzano, con entusiasmo e disciplina senza pari, i compiti che il governo affida loro, siano essi di tipo economico, culturale, sportivo o di difesa. L'iniziativa, in genere, parte da Fidel Castro o dall'alto comando della rivoluzione, e viene poi spiegata al popolo che la fa propria. Altre volte, le esperienze locali vengono riprese dal partito e dal governo per generalizzarle, seguendo lo stesso procedimento. Lo stato, tuttavia, a volte si sbaglia. Quando si verifica uno di questi errori, si nota un calo dell'entusiasmo collettivo (_), il lavoro si paralizza fino a ridursi a livelli insignificanti: è il momento di rettificare. Così avvenne nel marzo 1962, con la politica settaria imposta al partito da Aníbal Escalante".37

        In un passo famoso il Che descriveva poi "l'uomo nuovo che sta nascendo", insistendo sull'autoeducazione delle masse, ma ammetteva che "la strada è lunga e piena di difficoltà":

        "A volte per avere smarrito la strada si deve retrocedere; altre volte, camminando troppo in fretta, ci separiamo dalle masse; in qualche caso, per troppa lentezza, sentiamo vicino il fiato di coloro che ci pestano i talloni. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, cerchiamo di camminare il più velocemente possibile, aprendo nuove strade, ma sappiamo che dobbiamo trarre nutrimento dalle masse, e che queste potranno avanzare più rapidamente solo se le stimoliamo col nostro esempio".38

        Il Che aveva descritto in un passo precedente dello stesso articolo la sintonia delle masse con Fidel "in un dialogo di intensità crescente", ma si rendeva conto che non era sufficiente. Egli coglieva soprattutto un punto che è centrale in Lenin: la stratificazione dei livelli di coscienza delle masse, e ammetteva che è proprio la    sfasatura tra i gruppi politicamente più avanzati e quelli con una visione ancora parziale che fa sì che "la dittatura del proletariato (_) si esercita non solo sulla classe sconfitta, ma anche, a livello individuale, sulla classe vincitrice".

        Ma uno dei punti più significativi dell'articolo era l'ammissione che per la vittoria totale, erano necessari specifici meccanismi, le istituzioni rivoluzionarie:

        "Questa istituzionalizzazione della rivoluzione non si è ancora attuata. Stiamo cercando qualcosa di nuovo che permetta un'identificazione perfetta tra il governo e la comunità nel suo insieme, adeguata alle particolari condizioni della costruzione del socialismo, e che rifugga al massimo dai luoghi comuni della democrazia borghese trapiantati nella società in formazione."39

        Guevara auspicava che "la carenza di istituzioni" potesse essere "superata gradualmente", facendo leva sulle masse che fanno storia. Le indicazioni successive de Il socialismo e l'uomo a Cuba, sul cammino da seguire per accentuare la partecipazione cosciente individuale e collettiva, sulla libertà dell'arte e della cultura, sulla strada per cui l'uomo "acquisterà la piena coscienza del proprio essere sociale" rivelano che Guevara era arrivato in quegli anni al culmine della sua maturità, ed era riuscito a riappropriarsi degli strumenti di analisi del marxismo, ripartendo dal punto più alto del suo dibattito teorico, quello dei primi anni della rivoluzione russa, dei primi anni dell'Internazionale comunista.

        Questo processo, che coinvolgeva anche molti quadri cubani, verrà spezzato dalla morte del Che in Bolivia, mentre stava tentando di formare nella lotta il nucleo dirigente della rivoluzione continentale. Le lezioni affrettatamente ricavate dalla sua sconfittadovevano portare nel giro di pochi anni Cuba a stringere sempre più i legami non solo economici con l'URSS. Il prezzo pagato fu il velo di oblio steso per quindici anni sul suo pensiero, e la chiusura di alcuni importanti centri di ricerca teorica non dogmatica, come quello che faceva capo alla rivista Pensamiento crítico, chiusa nel 1971. Alcuni dei suoi redattori, rimasti fedeli alla rivoluzione ma di fatto costretti al silenzio, sono stati tra i promotori della nuova fase di studi che a partire dal 1987 ha ripreso il cammino interrotto dalla morte del Che. Ci auguriamo che la loro produzione possa presto essere conosciuta anche dalla sinistra italiana.40

1L'apertura agli studiosi di un Centro studi su Guevara promosso dalla sua compagna Aleida March  e diretto da Maria del Carmen Ariet, e in cui sono raccolti scritti, appunti, trascrizioni di discorsi, e una parte importante dei libri del Che, comprese le opere complete di Lenin, consente di comprendere l'importanza eccezionale dell'ultima fase della produzione teorica e politica di quello che per almeno quindici anni era stato ridotto a puro simbolo del guerrillero eroico, e presentato dai tanti detrattori e da una parte stessa sostenitori come un eroe romantico alla ricerca irrazionale dell'avventura e della morte.

2 Tomàs Borge, Un grano de maíz, Hablando con Fidel, Txalaparta, Tafalla (Navarra), 1992, p. 65. (Il libro è uscito anche a Cuba e in Nicaragua, ma cito  dall'edizione pubblicata in lingua spagnola dalla casa editrice basca).

3 Ivi, p. 66.

4 Ivi, p. 67.

5 Carlos Franqui, Diario della rivoluzione cubana, prefazione di Rossana Rossanda, Alfani, Roma, 1977, p. 159. Cfr anche, per altre successive discussioni su stalin,  Carlos Franqui, I miei anni con Fidel, SugarCo, Milano, 1981, p. 209 e passim.

6 K. S. Karol, Les guerrilleros au pouvoir, Robert Laffont, Paris, 1970, pp. 382-383.

7 Il passo è contenuto nel saggio Note per lo studio della rivoluzione cubana, dell'ottobre 1960, ora in Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di Roberto Massari, Erre Emme, Roma, 1993, v.II, p. 403.

8 K. S. Karol, op. cit. p. 55.

9 Ivi, pp. 56-57.

10 Ivi, p. 57.

11 Nel 1988 Komarek era direttore di un istituto dell'Accademia delle Scienze del suo paese, e fu invitato alla Conferencia teórica sobre el pensamiento económico del Comandante Ernesto Che Guevara, svoltasi all'Avana il 26 e 27 aprile di quell'anno.

12 E' interessante notare che l'economista cecoslovacco, che aveva acquisito per la sua cultura e la sua indipendenza di giudizio un grande prestigio nel suo paese,  l'anno successivo, dopo la caduta del regime "socialista", fu nominato ministro dell'economia, ma si dimise quasi subito, per protesta nei confronti delle privatizzazioni e della svendita del paese al capitalismo occidentale da parte del "nuovo corso" di Václav Havel.

13Conferencia teórica sobre el pensamiento económico del Comandante Ernesto Che Guevara. Memorias, Editora politica, la Habana, 1990, pp. 229-232.

14 Ivi, pp. 306-307.

15 Pensar al Che. Tomo II, Los retos de la transición socialista, Centro de Estudios sobre America/Editorial José Martí, La Habana,1989,  p. 299.  Si tratta di un opera collettiva di notevole importanza ed ampiezza (oltre 800 pagine) introdotta dal Ministro della Cultura Armando Hart Dávalos e a cui hanno partecipato non solo studiosi e testimoni, ma anche dirigenti di primo piano come Ricardo Alarcón, allora viceministro degli esteri e oggi presidente dell'Assemblea Popolare.

16 Ivi, p. 303.

17 Ibidem

18 Ivi, pp. 3O3-304.

19 C. Franqui, I miei anni, cit. p. 208.

20 E. Guevara, Scritti scelti, cit. p. 666.

21 Il testo è apparso in italiano in appendice a David Alexander, Cuba, la via rivoluzionaria al socialismo, Samonà e Savelli, Roma, 1967. I passi citati sono alle pp. 104 e 108.

22 Ha pesato, certamente, che in quel dibattito contro le sue tesi si siano schierati contemporaneamente economisti sovietici o di formazione staliniana, e altri di orientamento maoista come Bettelheim, e che nel corso di esso sia stato stretto un utile rapporto con Ernest Mandel, che intervenne a favore delle tesi guevariane. Lo scontro era stato avviato proprio da un'economista sovietico, Sergej Skurko, con un articolo apparso su , in cui si sosteneva l'utilità degli stimoli materiali in un sistema economico socialista.

23 Vladimir I. Lenin, Opere, v. XXXII, Roma, 1967, p. 36

24 Il passo è tratto da una delle conversazioni bimestrali al Ministero dell'Industria (quella del 5 dicembre 1964). Alcune di esse erano state pubblicate in una versione mutilata su Il Manifesto mensile del dicembre 1969 e ora, reintegrate delle parti mancanti, sono comprese in E. Guevara, Scritti scelti, cit. (il brano citato è a p. 569).

25 Nella biblioteca del Che esistono diversi testi sovietici degli anni Venti, attraverso i quali aveva potuto  riflettere sugli inconvenienti provocati dalla NEP a partire dal 1923, ma anche il Manuale marxista di economia di Ernest Mandel, che ha un ampio capitolo dedicato proprio all'economia della fase di transizione.

26 Il testo, ancora del tutto inedito in italiano, è tratto dall'edizione curata nel 1967 da Orlando Borrego (riservata ai dirigenti e tirata in duecento copie senza indicazione di editore e data), El Che en la revolución cubana, vol. VI, p. 507.

27 I direttori di fabbrica sovietici "sono tecnici tanto nel produrre quanto nell'ingannare l'apparato centrale", dice in una delle riunioni del Minind, il 21-12-63. Ivi, p. 425.

28 Ivi, p. 421. Nel corso delle discussioni bimestrali con i quadri del Ministero dell'Industria Guevara sottolinea spesso che alcuni settori dell'economia cubana prerivoluzionaria erano tutt'altro che arretrati. Tra questi, il settore delle comunicazioni e quello dell'estrazione del nichel: i tecnici sovietici rimasero sbalorditi di fronte alla tecnologia della Nicaro e della Moa, e non riuscirono a farle ripartire dopo l'abbandono da parte dei tecnici nordamericani (ci riusciranno pazientemente, pur con molti problemi, i cubani).

29 Ibidem.

30 E. Guevara, Scritti scelti, cit., p. 576.

31 Ivi, pp. 576-577.

32 Ivi, p. 577.

33 Ivi, pp. 577-578.

34 El Che en la revolución cubana, cit. vol. VI, p. 272.

35 Ibidem.

36 A differenza di quasi tutti gli scritti e discorsi dell'ultimo Guevara questo notevole articolo è per fortuna rimasto non inedito, ed è stato ampiamente diffuso. Probailmente è sfuggito alla sorte di essere rinchiuso in un'edizione riservata a pochi dirigenti perché inviato direttamente  alla rivista uruguayana Marcha nell'aprile 1965, come alla pubblicazione ad Algeri deve la stessa sorte il bellissimo Discorso al II seminario afroasiatico dello stesso periodo, in cui le critiche a URSS e Cina, messe sullo stesso piano, sono sviluppate senza reticenze.

37 E. Guevara, Scritti scelti, cit., pp. 696-697. Già in un discorso del 1962 ai membri del Dipartimento di sicurezza il Che aveva denunciato il pericolo di allontanarsi dalle masse, seguendo una via "che sopprime la critica, nonsoltanto da parte di chi ha il sacrosanto diritto di esercitarla, il popolo, ma anche di chi ha il dovere della vigilanza critica, il partito. Questo si è trasformato in esecutore, e,  nel farlo, ha perso le sue capacità di vigilanza e di controllo". Ivi, p. 434. Nello stesso discorso aveva denunciato che i Comitati di difesa della rivoluzione (CDR) si erano "trasformati in organismi tuttofare, strumenti di imposizione, covi di opportunismo, in breve qualcosa di ostile al popolo" (Ibidem) Aveva sottolineato il rischio che anche gli organi di sicurezza finissero nello stesso modo, con violazioni dei principi etici della rivoluzione, e aveva concluso denunciando come controrivoluzionario anche chi "si avvale della propria influenza per ottenere una casa, poi le automobili, che aggira il razionamento, che ha tutto ciò che manca al popolo, che lo ostenta perfino". (Ivi, p. 437)

38 Ivi, pp. 702-703.

39 Ivi, pp. 703-704.

40  Ci riferiamo in particolare a due dei redattori di Pensamiento critico, Fernando Martínez e Aurelio Alonso: le loro relazioni al Convegno internazionale su Guevara tenutosi presso l'Università Camilo Cienfuegos di Matanzas nel giugno 1993 sono già disponibili negli atti pubblicati (per ora solo in spagnolo) in Italia a cura di Roberto Massari: ****