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Rassegna bibliografica CHE

Ernesto Che Guevara lo sconosciuto · pubblicato il 20 giugno 2009 · 44 min di lettura


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Rassegna bibliografica –

Cosa leggere (e cosa non leggere) per conoscere il Che1

Questa rassegna bibliografica è stata pubblicata, anche se in forma ridotta, nel libro Il Che inedito presso le edizioni Alegre nel 2006.

Sugli ultimi due anni di Guevara comincia a essere disponibile una documentazione piuttosto ampia, di varia provenienza. Sono apparsi anche in Italia i diari boliviani di due dei sopravvissuti, Pombo e Benigno, di valore e significato diverso, ma che è ovviamente utile confrontare.2 Sono inoltre stati pubblicati alcuni dei diari di coloro che combatterono al fianco del Che in Bolivia, tra cui quelli rinvenuti all’epoca dall’esercito (che non sono stati quindi rimaneggiati dagli autori) forniscono elementi importanti per spazzare via i luoghi comuni con cui è stata liquidata quell’impresa.3 Si tratta, in genere, di testimonianze fresche e ingenue, che spesso contrastano nettamente con i luoghi comuni in circolazione e anche con la ricostruzione a posteriori fatta da uno dei sopravvissuti cubani, Dariel Alarcón Benítez, “Benigno”, dopo essere uscito da Cuba e avere chiesto asilo in Francia.4

I testi di Benigno sono stati accolti inizialmente con interesse, per le vicende di cui egli è stato protagonista, ma risultano purtroppo pressoché inutilizzabili come fonti, per la continua sovrapposizione di possibili ricordi e di proiezioni retrospettive delle sue attuali opinioni. Egli stesso spiega candidamente che nel primo libro (pubblicato in Francia e non a Cuba, ma con il consenso delle autorità cubane) aveva in diversi punti dissimulato il suo pensiero pur di avere un’occasione per uscire dal paese.

Verosimilmente continua ancora a mentire, questa volta per compiacere i suoi nuovi protettori in Francia. Ad esempio, è prodigo di dichiarazioni entusiastiche su Debray, che assolve da ogni sospetto sull’eccessiva loquacità con gli inquirenti boliviani durante il processo di Camiri. Eppure, erano ben noti gli accenni infastiditi del Che su Debray nel Diario di Bolivia. Anche una fonte insospettabile come il libro del generale Gary Prado, l’ufficiale che guidò i rangers alla cattura del Che, aveva fornito dati inequivocabili sulle responsabilità di Debray e Bustos: in particolare aveva spiegato che, quando i due primi disertori avevano accennato alla presenza del Che in Bolivia, non erano stati creduti, soprattutto per le loro caratteristiche personali. I due, infatti, erano stati reclutati in fretta e furia da Moises Guevara per gonfiare le sue scarse forze prima di presentarsi dal Che e uno di essi, Vicente Rocabado Terrazas, era addirittura un ex poliziotto, espulso dal corpo per essersi appropriato individualmente di una partita di droga sequestrata. D’altra parte, la Cia, agli inizi del 1967, era veramente convinta che il Che fosse morto a Cuba; furono dunque proprio le testimonianze di Debray e Bustos a fornire le prove irrefutabili della presenza del Che in Bolivia, provocando una svolta nell’organizzazione delle forze repressive.5
Il nuovo libro di Benigno dà l’impressione che l’autore abbia una memoria particolarmente labile: nel testo originale francese (ma il passo è stato ora tagliato nella versione italiana, dopo che questo anacronismo era stato denunciato) sosteneva, ad esempio, che la guerriglia boliviana si sarebbe dovuta ricongiungere alla fine del 1967 con quella peruviana di Hugo Blanco, cosa del tutto inverosimile perché Blanco era detenuto nel carcere del Frontón fin dal 1963 e anzi in quel periodo era costantemente minacciato di morte; quanto a Debray, secondo Benigno, già nel 1967 sarebbe stato malvisto a Cuba, tanto che il suo libro Revolución en la revolución? sarebbe stato introvabile nelle librerie dell’Avana in quanto “trotskista “(in realtà fu stampato dalla Casa de las Americas e diffuso in gran numero di copie da Cuba in tutta l’America Latina).6
Anche nella stessa ricostruzione della straordinaria fuga attraverso la Bolivia dei sopravvissuti dopo la morte del Che, non pochi particolari sembrano fantasiosi e in parecchi punti risultano in contraddizione con la versione di Pombo e con quella fornita dallo stesso Benigno un anno prima nel libro scritto in collaborazione con Mariano Rodríguez.7
Il testo di Pombo, ben più organico, ha il pregio di ricalcare abbastanza fedelmente nella prima parte il testo del diario originale trovato dalle forze repressive e pubblicato subito in Bolivia, negli Stati Uniti e anche in Italia, ma non riconosciuto allora dall’autore e da Cuba. Solo nel 1996 è apparso ufficialmente a Cuba, anche se con qualche taglio marginale, dovuto soprattutto alla preoccupazione di minimizzare le polemiche tra i cubani che prepararono la spedizione, e in particolare tra lo stesso Pombo e José María Martínez Tamayo, detto Papi o Mbili o Ricardo, più legato al Pcb e inquieto per le scelte di Guevara, ma disciplinato fino in fondo (morirà in combattimento presso il fiume Rosita il 30 luglio 1967).8
Il confronto tra questi testi, entrambi disponibili in italiano, è già di per sé utilissimo per la ricostruzione dell’esperienza boliviana, tanto più se integrato con la documentazione che arricchisce il Diario di Bolivia illustrato, che comprende anche la prima descrizione della loro epopea fornita dai tre sopravvissuti sulle pagine del Granma del 12 ottobre 1969.9
La pubblicazione degli altri diari è importante, anche se i problemi politici fondamentali potevano essere colti, anche prima che questi testi fossero disponibili, sulla base di materiali già editi: chi li ha ignorati, lo ha fatto per colpevole ignoranza o per deliberata volontà di banalizzare o ridimensionare la reale portata dell’ultima impresa del Che. Ora, tuttavia, tutto appare più chiaro. Alcuni elementi vengono da questi diari, altri – soprattutto le motivazioni che spinsero Guevara a lasciare Cuba – dagli scritti inediti di Guevara. Pur con molta prudenza, mi sono servito di questi materiali in maniera crescente, senza venir mai meno all’impegno preso.10

Il pericolo di un’informazione sovrabbondante e intossicata

 

Ripartire per l’esperienza boliviana da una lettura diretta dei testi è, comunque, essenziale per rispondere alla vera e propria valanga di sciocchezze o di banalità che editori cinici stanno offrendo a un mercato a quanto pare tutt’altro che saturato.

Si moltiplicano edizioni che riciclano vecchie traduzioni spacciandole per nuovi inediti (magari trovando giornalisti compiacenti che definiscono “edizioni pirata” quelle fatte controcorrente per anni da chi si proponeva di mantenere viva la memoria e la conoscenza del Che prima dell’esplosione della moda e della scoperta delle possibilità di fare buoni affari con i suoi scritti). Alcuni libri sono anche sostanzialmente corretti, e non contengono falsificazioni, ma sono insopportabilmente venduti presentandoli come straordinaria novità.

Ad esempio, il libro di Jean Cormier è una buona riscrittura di taglio leggero (giornalistico-brillante) di altri libri e di materiale tutt’altro che inedito. Non ci sono errori significativi, ma il libro non aggiunge una parola a quanto era già noto, mentre viene venduto incartando il prodotto con un’insolita copertina, con il titolo bizzarro e inverosimile (tratto da una poesia dedicata al Che, ma non è una buona ragione) Le battaglie non si perdono, si vincono sempre (magari fosse così!) e soprattutto vantando una speciale “collaborazione di Hilda Guevara e Alberto Granado”, che lascia pensare siano praticamente coautori, mentre Cormier, come chiunque a Cuba abbia ricercato le tracce del Che, ha semplicemente incontrato la figlia primogenita e il vecchio amico dei viaggi giovanili. Inutile dire che chi ha avuto gli stessi incontri si accorge subito che nel libro non c’è assolutamente nulla che sia frutto di questa presunta “collaborazione” particolare.11
Un caso limite è quello di una giornalista di buona volontà e perfino di sinistra, ma priva della più modesta conoscenza di Cuba (e dello spagnolo!), che ha fornito su commissione un prodotto scadente e pieno di banalità e di sviste, venduto moltissimo grazie a un grande battage pubblicitario e a un titolo stuzzicante. Contemporaneamente, venivano lanciati in edicola con lo stesso titolo e immagine di copertina un video e un cd rom interattivo.12
Tra i prodotti di bassa cucina sfornati negli ultimi tempi va segnalato anche un Ideario di Guevara che altro non è che uno dei libretti di citazioni che a Cuba hanno confezionato il Che in pillole per gli studenti come a Mosca si spacciava Lenin ad uso di Stalin (e di tutti i suoi eredi, da Chrusciov a Gorbaciov) e da Pechino si lanciava in tutto il mondo il “Maotsetungpensiero” con il famigerato Libretto rosso. Purtroppo, grazie al prezzo modesto, una copertina vistosa (la classica foto di Korda su fondo rosso e nero con titoli in rilievo in argento e oro) e l’avallo di un’introduzione firmata da uno dei maggiori ispanisti italiani, Dario Puccini, l’Ideario si è venduto parecchio senza meritarlo, oltre che per l’impostazione del testo originale anche per la sciatteria redazionale, che ha scopiazzato alcuni degli errori che rimbalzano da un’edizione all’altra: ad esempio si fa nascere Guevara il 4 luglio come in tutte le edizioni Baldini e Castoldi, che hanno evidentemente creduto in questo modo di “correggere” l’errore (14 luglio invece che 14 giugno) apparso inizialmente nella cronologia di Laura Gonsalez della Einaudi e che era passato poi a tante altre edizioni improvvisate in questi ultimi tempi per approfittare del momento favorevole.13
Un’eccezione in questo quadro deprimente dell’editoria affrettata e speculativa è il monumentale libro di Paco Ignacio Taibo II, uscito a Città del Messico nell’ottobre 1996 e di cui è apparsa tempestivamente la traduzione italiana presso il Saggiatore.14 Pur essendo di livello discontinuo, forse per diversi apporti redazionali che hanno contribuito a incorporare nel testo scritti precedenti dello stesso autore, ed essendo in alcune parti prolisso e meno avvincente (ad esempio quando parafrasa in un centinaio di pagine il Diario di Bolivia, apportandovi solo poche modifiche, per giunta non necessarie, come la sostituzione – non sempre corretta – degli pseudonimi con i veri nomi), il libro si basa su una mole documentaria notevole, raccolta a Cuba e altrove, che lo rende uno strumento molto utile.15
Paco Ignacio Taibo II, per giunta, è da tempo di casa a Cuba, dove ha stretto amicizie preziose, che gli hanno permesso di lanciare per primo lo scoop del diario congolese del Che, di cui parliamo altrove, ma anche di ricostruire con moltissime testimonianze dirette la straordinaria impresa della battaglia di Santa Clara.16 Taibo II maneggia con notevole capacità ed equilibrio materiali di valore diverso, utilizzando con qualche prudenza, ma anche con grande rispetto per il loro paziente lavoro, i libri dei due più popolari biografi cubani del Che, Adys Cupull e Froilán González, mossi da una grande venerazione per Guevara e infaticabili nel ricercarne le tracce, ma non sempre caratterizzati da un ineccepibile rigore filologico.17
Ogni critica mossa al libro, comunque, non ne inficia la sostanziale validità, dovuta non solo all’abbondanza della documentazione (in gran parte coincidente con quella inedita di cui ho potuto disporre anch’io a partire dal 1993), ma all’uso intelligente delle più diverse fonti scritte e orali.18
Un libro molto discutibile è, invece, quello di Jon Lee Anderson, lanciato con un grande battage propagandistico da Baldini e Castoldi (non solo con la pubblicità diretta, ma con recensioni molto favorevoli, che si spiegano sia con la fretta di recensirlo senza leggerne le 1.051 pagine, sia con la generosità della casa editrice nel pubblicare libri di giornalisti di diverse testate).19 Il libro si qualifica subito con un capitolo dedicato alla questione dell’oroscopo del Che (sarebbe un Toro e non un Gemelli...), che all’autore pare evidentemente fondamentale. Devo dire che, avendo conosciuto a Cuba l’autore (che vi ha soggiornato per tre anni, grazie a un cospicuo acconto – secondo le sue dichiarazioni di ben 120.000 dollari – concessogli dall’editore statunitense), non mi aspettavo gran che, ma non immaginavo che si potesse scendere così in basso.

Lee Anderson fruga tra le carte concessegli con generosità dalla vedova, dedicando particolare attenzione alle attività amatorie del Che, insistendo sul fatto che non sarebbe stato molto interessato a Hilda Gadea, la prima moglie, che anzi lo avrebbe infastidito con le sue profferte amorose, mentre lui preferiva una bella “scopata con l’infermiera”. Anche successivamente raccoglie pettegolezzi su altri gesti di fastidio verso Hilda. Meno male che la povera Hildita, la figlia primogenita, è morta senza leggere simili bassezze, del tutto inutili alla comprensione di Guevara…

Qualcuno a Cuba aveva sospettato che Jon Lee Anderson potesse essere un agente della Cia. In realtà, dal libro emerge semplicemente un uomo incapace di capire il Che e soprattutto il suo complesso rapporto con Castro. A proposito di Castro, infatti, si insiste con acidità su una sua presunta “doppiezza” e “ipocrisia” e su un rapporto autoritario e contraddittorio con Guevara, che è smentito da ogni testimonianza. Anche il dibattito tra “sierra” e “llano” viene ricostruito con notevole incapacità di comprensione. Ben diversamente era stato trattato da Roberto Massari, che aveva tra l’altro pubblicato il complesso carteggio con “Daniel”, René Ramos Latour, a cui Anderson ha attinto senza capire molto.

Può essere che l’impressione negativa sia provocata anche dalla pessima traduzione, piena di sviste dovute alla fretta imposta dalla casa editrice, dall’incomprensione totale di ogni parola spagnola citata dall’autore, e dall’ignoranza dei termini politici. Ma la bizzarra scelta di chiamare ogni dirigente politico un “ufficiale” o, viceversa, di considerare “Marshal” un nome proprio anziché la carica di maresciallo dell’Urss (errore ripetuto molte volte e con persone diverse) fa pensare che anche con l’inglese la traduttrice non se la cavi troppo bene. Tuttavia, questa può essere al massimo un’attenuante generica per un libro che ha potuto beneficiare di un enorme numero di documenti e testimonianze: grazie alla generosità della casa editrice statunitense, infatti, Anderson ha trascorso altri due anni tra Urss, Argentina, Bolivia e altri paesi latinoamericani, ma non ha saputo quasi mai interpretare quel che aveva raccolto, e non ha dato mai conto delle fonti.

Soprattutto è inquietante l’insistenza sull’utilizzazione di ogni tipo di spazzatura, dall’autodifesa di Mario Monje, alle bassezze di Bustos (quello che appena catturato fece gli identikit di Guevara e degli altri guerriglieri) contro la guerriglia argentina di Masetti. Inoltre, Anderson sottolinea che il Che ebbe “un’amante negra” sulla Sierra, che la famiglia di Aleida era “razzista e snob” (anche se raccoglie poi l’insinuazione che lei forse non era figlia di sua madre ma di una giovane maestra...), che Fidel chiese a Celia Sanchez (“la sua amante”) di restare sulla Sierra non perché fosse una straordinaria organizzatrice del 26 luglio, ma perché aveva bisogno di una “presenza femminile” al suo fianco. Anche dai diari personali inediti di Guevara che, grazie alla benevolenza di Aleida March, ha potuto frugare, Anderson ricava una minuziosa descrizione di varie fucilazioni di spioni, insistendo sul fatto che il Che non li avrebbe descritti tutti nei Passaggi della guerra rivoluzionaria e non avrebbe precisato che era stato lui in persona a sparare al primo condannato, quell’Eutimio Guerra che aveva fatto morire con il suo tradimento tanti contadini: tutti particolari che all’autore sembrano essenziali e che invece rivelano la sua passione per l’immondizia e la sua incapacità di cogliere gli aspetti essenziali.

Fastidiosa è anche l’insistenza sulla presenza di sbandati e coltivatori di marijuana tra i guerriglieri (che non veniva negata dal Che e da altre fonti cubane, ma che fu contrastata e punita quando alterava le caratteristiche dell’Ejercito rebelde, e su cui invece Anderson ritorna più volte), e ancora più grave è il riprendere continuamente sia le voci di una collusione di Castro con la Cia, che l’avrebbe protetto e finanziato, sia quelle di contatti significativi con l’Urss prima di quelli del 1960. In questo caso significa semplicemente riprendere le insinuazioni della propaganda anticastrista degli Stati Uniti, aggravata dall’incomprensione totale del ruolo del Psp, descritto più volte con rara incapacità dialettica: Anderson confonde il fatto che singoli militanti del Psp avevano già nel 1957 raggiunto la guerriglia, indipendentemente dall’ostilità del loro partito per gli “avventurieri” del 26 luglio, con un rapporto organico con il Psp e con l’Urss che sarebbe stato nascosto alle masse. Anche il fatto che Guevara e Raúl Castro (ma anche l’antisovietico René Ramos Latour!) credessero in una prospettiva socialista della rivoluzione gli sembra una prova del loro legame con l’Urss. Assenza di dialettica e incomprensione del ruolo conservatore dell’Urss concorrono a questi incredibili fraintendimenti. Evidentemente, avere a disposizione grandi somme di dollari e la benevolenza della vedova non è sufficiente a scrivere una buona biografia di una figura così grande e complessa come il Che!

Ma – come abbiamo accennato – grazie alle risorse di cui disponeva, Anderson ha potuto raccogliere molte notizie e testimonianze in sé utili. Un analogo discorso può essere fatto per un altro dei biografi di Guevara, attento e intelligente ma malevolo, Jorge Castañeda (un “pentito” della sinistra messicana divenuto poi per qualche anno ministro degli Esteri con il presidente Fox, esponente della destra del paese), che arriva ad attribuire a un “errore tattico” della Cia l’allestimento della camera mortuaria con un Che ripulito e modellato come il Cristo deposto del Mantegna, che lo avrebbe trasformato in oggetto di culto.20 Tuttavia, alcune ricostruzioni di quegli anni dei dibattiti interni cubani e del contesto latinoamericano, non sono inutili a chi già conosce i fatti essenziali (anche se possono essere molto insidiose se prese come fonte primaria).

 

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Appendice 1 – La nuova edizione di Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza

 

Una nuova edizione di un libro apparso otto anni prima raramente merita una recensione. Eppure, di Senza perdere la tenerezza21 si sta parlando molto, e a ragione. La prima edizione era apparsa in un periodo in cui, in vista del 1997, trentesimo anniversario della morte di Ernesto Guevara, c’era una vera inflazione di biografie del Che.

Guevara era stato praticamente dimenticato per vent’anni dall’industria editoriale (ricordo la difficoltà di trovare qualche testo da adottare, quando nel 1987 feci un corso su di lui all’Università), ma era stato poi “riscoperto” a Cuba e nel mondo. Già nel 1992 c’era una vera e propria ondata di pubblicazioni che si copiavano l’un l’altra, senza aggiungere nulla di nuovo. Il caso limite è forse quello di un mio libro, apparso dapprima presso Teti come fascicolo del Calendario del popolo, poi ripubblicato in forma ampliata dalla Demetra (del gruppo Giunti), che è stato semplicemente ristampato con la firma di un tal Luigi Avolio, presumibilmente inesistente, da una casa editrice fantasma che inondò bancarelle e supermercati con la grossolana imitazione.

Senza arrivare a questo, di libri fatti in serie, spesso da persone che non conoscevano una sola parola di spagnolo, e lanciati non solo in libreria ma anche nelle edicole con contorno di gadget, ce n’erano parecchi.

Naturalmente non tutti i prodotti erano così scadenti, commerciali e fatti in serie. Il libro di Paco Ignacio Taibo II ha dovuto affrontare anche la concorrenza di altre biografie monumentali, ricche di dati e frutto di ricerche indipendenti.

Paco Ignacio Taibo II, nella corsa per pubblicare la biografia del Che in tempo per il presumibile boom del trentesimo anniversario, era comunque arrivato primo, dato che di Guevara si era occupato per anni. Il primo merito di questa nuova edizione è la rigorosa disamina di quanto è stato pubblicato sull’argomento dopo l’apparizione della prima. A volte Taibo II è molto severo, soprattutto con autori come Daniel James, Elmer May, José Friedl, e altri che si basano su illazioni prive di qualsiasi riscontro; altre volte passa al di sopra del fastidio per la metodologia impressionistica, apprezzando ugualmente alcune scoperte (è il caso di Anderson che, pure, lo irrita per le assurde analisi dedicate all’oroscopo del Che...); nel caso di Castañeda, da cui è sempre più lontano politicamente e di cui contesta parecchie conclusioni affrettate, apprezza tuttavia la correttezza e la disponibilità al confronto.

Se si trattasse solo di questo, il libro non meriterebbe di essere segnalato. In realtà Paco Ignacio Taibo II, nel corso di otto anni, ha esaminato non solo le grandi biografie dei suoi “concorrenti”, ma una mole enorme di memorialistica, di testimonianze di stretti collaboratori di Guevara come Orlando Borrego, Papito Serguera o Juan Valdés Gravalosa, il cui prezioso testo sul Che ministro dell’Industria (che comprende anche diversi inediti) non è ancora stato pubblicato. Ho lavorato per anni sullo stesso terreno, esplorando gli stessi testi, incontrando in genere le stesse persone (oltre a quelli già accennati, penso a Pablo Rivalta, che era ambasciatore a Dar es Salam, o a William Gálvez, che per primo mi consentì di leggere, molto prima dell’apparizione ufficiale, il testo dei Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo). Per questo ho un giudizio tanto positivo sul lavoro di Taibo II che, pure, non è uno storico di professione, ma un brillante scrittore di gialli, spinto però a cercare di migliorare ancora il suo libro da un reale interesse per Guevara.

Le tracce di questo lavoro non sono facili da individuare, perché sono sparse in quasi ogni capitolo e soprattutto nell’apparato critico, notevolmente accresciuto. A volte – e l’autore lo dichiara – una conclusione affrettata è stata corretta o integrata, a volte invece un’ipotesi è stata corroborata da fonti prima sconosciute.

Per capire lo spirito dell’autore, vale la pena di riportare una parte della nuova Introduzione:

Durante la lettura di tutti questi nuovi materiali mi sono imbattuto spesso in una polemica sotterranea, che deforma malamente la vicenda: le profonde divergenze di giudizio di molti storici e testimoni sulla direzione attuale della rivoluzione cubana, in particolare su Fidel. A partire da queste divergenze si viaggia nel passato per trovarne conferma, anche a costo di falsificare i fatti. E si rivedono la storia del Che e le sue relazioni con Fidel [...] alla luce di vicende che sono avvenute vent’anni dopo, o di fenomeni che Guevara non visse. D’altro canto, la tentazione tipicamente cubana di presentare un Che perfetto, modello indiscutibile che incarna la rivoluzione, permea centinaia di testi, con censure, autocensure e omissioni. Ho cercato di non cadere nelle trappole dei mitografi, degli evangelizzatori dell’immagine del Che e di non farmi contaminare dagli anti-Fidel con le loro omissioni extrastoriche.

Questo spirito consente di mettere a fuoco molti aspetti della vicenda del Che, che di solito sfuggono tanto agli agiografi che ai detrattori; senza mai nascondere le contraddizioni e i limiti della sua formazione, Taibo II coglie le tappe dell’evoluzione del pensiero critico del Che attraverso i conflitti con la resistenza sorda della burocrazia, che aveva radici cubane ma si rafforzava attraverso il contatto con il modello sovietico: “la burocrazia nel nostro paese è solida e [...] nel suo immenso seno inghiotte i documenti”, scrive Guevara a un giornalista canadese; ma poi precisa in un discorso pubblico ad Algeri l’origine del fenomeno:

abbiamo copiato meccanicamente le esperienze dei paesi fratelli, e questo è stato un errore [...] che ha frenato lo sviluppo libero delle nostre forze, e ha pericolosamente contribuito a uno dei fenomeni che è più necessario combattere in una rivoluzione socialista, il burocratismo.

Tra i rimedi ricercati c’è anche il lavoro volontario. E a chi lo critica sostenendo che un dirigente inevitabilmente rende meno di un operaio con una lunga esperienza, il Che risponde che il dirigente capirà molto di più se si sarà confrontato con i problemi concreti del lavoro, mentre gli operai accetteranno meglio i sacrifici se condivisi con lo stesso ministro.

Taibo II ha anche cercato e trovato testimonianze sul campo di Guanahacabibes, di rieducazione per i dirigenti. È interessante scoprire che i pregiudizi e la “leggenda nera” su quell’esperienza si erano creati fin dal primo momento. Guevara li combatté invitando un giornalista diffidente, Siquitrilla, a verificare di persona, insieme a lui. Il giornalista prese atto che nel campo tutti erano liberi e armati (come del resto in tutta l’isola, allora), e nulla richiamava l’immagine di un lager. D’altra parte, spiegava Guevara, nel campo “ci va non chi ha rubato, che va in galera, ma chi ha mancato all’etica rivoluzionaria”.

Ma, senza dilungarsi nei particolari, merita di essere segnalata una lunga nota metodologica di Taibo II, dal titolo significativo di Marxismo da divulgazione:

La mia opinione e quella di Massari sulla povertà degli interventi del Che – gli atti dell’anniversario della rivista Hoy e l’introduzione a El partido marxista-leninista – per la divulgazione del marxismo, in contrasto con la complessità della polemica di quegli anni, ha provocato l’accesa reazione della nuova ortodossia: Carlos Jesús Delgado [...] dice che la mia posizione ha un “velato significato ideologico”, che quello che critichiamo è “l’identificazione del Che con il comunismo e le sue esperienze”, e che il Che “sapeva apprezzare al di là degli errori le novità che le società socialiste come quella sovietica portavano con sé, e le enfatizzava”. Né la mia critica è “velata”, né si può continuare a parlare di “errori” per definire la serie di vicende autoritarie e repressive [...] che furono esportate dall’Internazionale comunista.

E qui Taibo II fa un lungo elenco: dai processi di Mosca e dai Gulag alle carceri in cui venivano eliminati gli antistalinisti durante la guerra civile spagnola, dalla soppressione dei consigli operai all’abolizione di ogni vero dibattito ideologico, la censura, il regime di polizia, ecc. Ma, soprattutto, egli ribadisce che in tutto il libro si è limitato a

[…] seguire Ernesto Guevara, la sua formazione e la sua esperienza politica, raccontando come prendono corpo le sue idee, spesso contraddittorie e conflittuali, come acquisisce informazioni e come a volte ne sia privo. Il lettore giudichi se nei due interventi che hanno originato la polemica (e non in altri precedenti o successivi) il Che fosse o meno prigioniero di una visione del marxismo semplicistica e molto poco informata degli avvenimenti storici. Da quegli scritti emerge la sua scarsa conoscenza delle esperienze vissute durante la costruzione del socialismo nella prima metà del XX secolo.

E Taibo II conclude seccamente: “Infine, non si tratta né di criticare, né di elogiare il Che, ma di raccontarlo”. Inutile dire che a mio parere questo metodo costituisce il principale merito del libro.

Appendice 2 – I primi libri della Mondadori dopo l’acquisto dei diritti

 

Sono usciti i due volumi della Mondadori dedicati a Guevara, intorno a cui sono divampate tante polemiche, avviate dal Corriere della sera e da il manifesto e poi dilagate su l’Unità e perfino su il Secolo d’Italia: una operazione da un milione e mezzo di dollari, che appare però molto deludente. Uno dei libri è una ennesima riedizione di Guerra de guerrillas, con il titolo un po’ antiquato di Guerra per bande (uno degli scritti meno attuali del Che, almeno in Italia); l’altro è una specie di elegante e costosa “strenna natalizia” fuori stagione, ricca di bellissime foto e praticamente priva di contenuti, e anzi quasi di testi.22 Poche decine di cartelle di cose conosciute, prive di note esplicative, introdotte da brevissime introduzioni piuttosto retoriche. Continuando così, come farà Berlusconi a recuperare in cinque anni (tanto dura il contratto) una cifra così alta, in un paese in cui di Guevara si è pubblicato moltissimo? Rimane un mistero.

L’uscita di questi volumi, comunque, smentisce le polemiche di Gianni Minà contro chi aveva sollevato dubbi sull’attribuzione di un’esclusiva assoluta a un simile editore. Questi libri non hanno contribuito alla conoscenza del Che, mentre invece hanno fatto bloccare con cavilli ogni altra pubblicazione curata con criteri più rigorosi (tra l’altro, l’antologia critica in due volumi curata da me, che sarebbe dovuta uscire a settembre da Feltrinelli).

In una dei suoi interventi su il manifesto Minà ha detto che coloro che criticavano questa operazione avrebbero dovuto invece essere “soddisfatti ideologicamente che il mercato abbia imposto alla casa editrice del più viscerale anticomunista di casa nostra, il cavalier Silvio Berlusconi, di sborsare una cifra enorme per far circolare le idee sovversive del Che”. Vediamo dunque se e come il lettore italiano oggi può conoscere meglio queste idee.

La maggior parte delle pagine del libro sono occupate da grandi fotografie, e anche i testi sono solo quasi tutti brevi frammenti, di cui pochissimi inediti in italiano: in tutto 6 o 7 pagine (due brevi racconti “letterari “scritti in Africa e un paio di lettere, di cui una sola interessante). Sull’Africa, ci sono soprattutto “cartoline” (in senso letterale: quelle con foto di coccodrilli e aironi mandate ai figli…), sulla Bolivia notazioni retoriche e falsanti che la riducono a una ricerca di avventura paragonata insistentemente a quella dei primi viaggi di adolescente, cui è dedicato invece grande spazio.

L’unica lettera significativa e poco conosciuta (ma non inedita, la riportava già Tablada) è quella scritta il 4 dicembre 1965 (appena arrivato dal Congo a Dar es Salaam) ad Armando Hart, allora segretario del Partito comunista cubano, con la proposta di un piano di pubblicazioni filosofiche: “A Cuba non è stato pubblicato nulla, se si escludono quei mattoni sovietici che presentano l’inconveniente di non farti pensare; il partito lo ha già fatto al posto tuo, e il tuo compito è digerirlo”. Guevara propone invece una serie di raccolte di testi originali dei “classici” (a cui aggiunge Rosa Luxemburg, sia pure con un vago accenno ai “suoi errori” che conferma che non la conosce direttamente, e “il tuo amico Trotskij che, a quanto sembra, è esistito e ha scritto”, dice ironicamente a Hart. In tutto una paginetta e mezzo. Un po’ poco per far conoscere il pensiero del Che della maturità…

Ultimo tocco, come nella maggior parte delle pubblicazioni che commercializzano il Che, non c’è nessuna cura editoriale: mancano note esplicative e perfino la data di nascita viene, come al solito, sbagliata (24 giugno invece che 14!).

Insomma, questo libro, perfettamente “digeribile” dalla casa editrice di Silvio Berlusconi, si inserisce nella politica di utilizzare gli scritti del Che con criteri fortemente selettivi, puntando a curarne l’immagine personale, riproponendo soprattutto scritti giovanili privi di implicazioni politiche e mantenendo occultati gli scritti della maturità. Fa parte delle scelte cubane che possono e devono essere criticate. Per anni i difensori d’ufficio di ogni scelta della direzione castrista adducevano ragioni di sicurezza dello Stato cubano. Tuttavia, nelle oltre 600 pagine inedite che ho studiato ma non pubblicato, pur essendo contrario a ogni censura, non c’è una parola che possa essere considerata pericolosa per Cuba.

La maggior parte degli scritti di Guevara del periodo tra il 1962 e il 1966, erano rimasti segreti perché avrebbero messo in discussione il modello sovietico, definito esplicitamente “non socialista”. Quando questo crollò, vennero ignorate le critiche marxiste: le analisi di Trotskij furono snobbate per consolidati pregiudizi, mentre quelle del Che, che sarebbe stato più facile ascoltare, furono occultate. Chi ha contribuito a “sbiadire la sua immagine”? Chi lo ha studiato a fondo, o chi ha impedito di coglierne tutta la grandezza, riducendolo a icona inoffensiva?

Appendice 3 – Che Guevara visto da un cristiano, di Giulio Girardi23

 

La maggior parte dei libri su Guevara usciti negli ultimi tempi sono ripetitivi, banali, quando non addirittura scopiazzati, insomma non degni di essere ricordati. Si direbbe che ci sia ormai poco da aggiungere a quanto scritto finora. Ma questo libro fa eccezione: l’autore, impegnato dall’interno per anni nel sostegno alla rivoluzione sandinista, a cui ha dedicato diversi libri, e attentissimo al movimento zapatista, trascorre una parte notevole del suo tempo a Cuba, dove ha stabilito rapporti preziosi con alcuni dei più stretti collaboratori del Che, come Orlando Borrego, che ha scritto un’interessante postilla al libro.

La ricostruzione del pensiero di Guevara fatta da Girardi è del tutto condivisibile, e la potrei firmare senza problemi. Ma… c’è un ma! Il problema di fondo è che, una volta identificate le due anime della rivoluzione cubana, una libertaria e una dogmatica e autoritaria, occorrerebbe capire da dove sia venuta e come si sia rafforzata la seconda, oggi largamente prevalente a Cuba. Per Girardi, che risente ovviamente della sua formazione filosofica (anzi, per decenni, teologica), si tratta di confrontare due opzioni intellettuali. L’altro marxismo, quello definito “sovietico”, è frutto di un errore, è “economicista”, si basa sul “materialismo dialettico, ossia una metafisica materialista e atea”.

Nulla sulla sua origine, sulle sue profonde radici sociali, sulle ragioni per cui ha stravolto le caratteristiche originali della rivoluzione e lo stesso pensiero di Lenin, mummificato in senso proprio e metaforico, e sistematizzato in “canone” marxista-leninista. Il processo storico non interessa molto Girardi: lo dico per esperienza, avendo discusso con lui più volte, ad esempio sul ruolo dei soviet nella Rivoluzione russa, che lui vedeva solo come erano diventati dopo decenni di dominazione burocratica, ignorandone le caratteristiche originarie.

Il libro rimane interessante per la sincera ammirazione per il pensiero di Guevara, anche se c’è qualche eccesso “ideologico”; ad esempio, Girardi considera aberrante l’interpretazione della religione come “oppio del popolo”, di cui evidentemente non afferra a pieno il significato in Marx e in altri pensatori materialisti, e che non aveva nulla a che vedere con la “repressione della libertà religiosa” o con la “discriminazione dei credenti nel partito e nella società”.

Girardi vorrebbe “attualizzare” il pensiero del Che e questo per lui significa “valorizzare l’enorme contenuto strategico della tradizione non violenta”. Egli, soprattutto, come in suoi precedenti saggi sulla “confluenza” tra marxismo e cristianesimo, sorvola sulle forze sociali che hanno determinato l’involuzione di entrambi.

L’altro problema è che, accettando la vulgata cubana a cui non possono sfuggire anche marxisti e “guevaristi” cubani come Borrego (che ne dà esempio nella Postfazione), o Fernando Martínez, che Girardi cita spesso con sincera stima, la collocazione di Fidel viene in ogni periodo collocata all’interno della corrente del marxismo “euristico” contrapposto a quello dogmatico. Eppure, negli anni 1963-1964, quelli della battaglia controcorrente di Guevara sull’economia (ma la posta in gioco era l’applicazione di tutto il modello dell’Urss stalinizzata), Castro non parlò mai e, poi, fece scelte opposte a quelle del Che per quasi venti anni; compresa quell’assurda discriminazione antireligiosa che Girardi condanna.

Il discorso dell’8 ottobre 1987, che Girardi giustamente elogia, sembrava una svolta, ma è stato poi dimenticato. Soprattutto, Fidel Castro è antitetico a Guevara su un punto essenziale: non ha lo stesso culto della verità, ma ritiene di potere decidere lui ogni volta cosa dire e cosa tacere. Lo ha detto chiaramente nell’ultimo discorso importante, quello del 17 novembre 2005:

Dobbiamo avere il coraggio di dire le verità, e non tutte, perché non sei obbligato a dirle tutte in una volta, le battaglie politiche hanno la loro tattica, l’informazione adeguata, e seguono anche la loro strada. Io non sto dicendovi tutto, vi sto dicendo quello che è indispensabile.24

Girardi non nasconde le ingenuità del primo Guevara, non solo nelle lettere in cui si firma “Stalin II” nei giorni successivi alla morte del dittatore georgiano, ma in alcuni scritti schematici e scolastici del 1960 (Note per lo studio della Rivoluzione cubana) e anche successivi. Tuttavia, egli coglie solo in parte la dinamica che portò il Che alla maturazione del suo pensiero a partire dalla sua esperienza diretta di organizzatore dell’economia e dalla riflessione sulle contraddizioni dei paesi socialisti.

Bella e appassionata l’ultima parte del libro, dedicata a un confronto tra il Che e Camilo Torres, forse un po’ forzata nella ricerca di una convergenza filosofica, ma che conclude con una nota di ottimismo: “Le figure del Che e di Camilo ci si impongono non come miti del passato ma come germi di un futuro in gestazione”.

Appendice 4 – Il numero speciale di Latinoamerica su Guevara

 

Annunciato con grande battage come un “numero davvero speciale” “dedicato al Che, il n. 93 di Latinoamerica, uscito in febbraio, è quanto mai deludente. Praticamente vengono riciclati materiali già più volte usati (almeno cinque volte nel caso della famosa intervista a Fidel), o brani tratti da libri sponsorizzati da Minà (come quello di Girardi) o dai suoi articoli apparsi su il manifesto in difesa dei “sacrosanti diritti” di vendere il Che in esclusiva a Berlusconi; articoli che Minà seleziona con il suo consueto stile: riporta cioè le sue esternazioni e le repliche a chi gli rispondeva, guardandosi bene dal pubblicarne gli interventi.

C’è poi un tributo a uno degli argomenti centrali della propaganda cubana in questa fase: la liquidazione di “Reporter senza frontiere” come strumento della Cia dedito esclusivamente a combattere Cuba. Eppure, basterebbe andare sul sito di questa organizzazione per vedere che si occupa di tutti i paesi in cui viene colpita la libertà di stampa, compresi Stati Uniti e Israele, di cui si dice che se la caverebbero per il regime interno, ma che sono colpevoli per le violazioni perpetrate in Palestina, Iraq, ecc.

Di interessante nel fascicolo (in vendita a 13 €) c’è quasi soltanto il bel discorso di Harold Pinter in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura. Ma non c’entra molto con Guevara.

Come sempre, questa nuova serie della rivista, caratterizzata dalla foto ridente di Gianni Minà in copertina, è ridotta a puro contenitore di materiali, a volte pregevoli, apparsi qua e la per il mondo.25

Appendice 5 – A Cuba escono gli inediti, ma non si perde il vizio di tagliarli

Finalmente a Cuba è uscito un primo libro che raccoglie diversi inediti di Guevara.26 Finalmente si può verificare quanto fosse infondato l’argomento che giustificava la mancata pubblicazione con esigenze di sicurezza dello Stato cubano. Negli inediti, infatti, non c’è una sola frase che possa danneggiarlo (a parte il discredito di chi ha occultato per oltre quaranta anni materiali preziosi).

Sul modo con cui il libro è stato confezionato in fretta e furia c’è però parecchio da dire. Prima di tutto, la Nota editoriale che introduce il libro è piatta e reticente. Nel testo, di poche pagine, si riportano tre citazioni di periodi diversi del Che, tra cui una piuttosto banale dei primi anni di apprendistato, che al massimo serve a farci sapere che Guevara nel 1961 usava ancora la parola “teorico” in senso dispregiativo come sinonimo di “astratto”. L’ultima è invece una frase che elogia Paul Baran, presumibilmente dopo la sua morte avvenuta nel 1964, osservando che al suo libro su L’economia politica dello sviluppo mancava un’analisi critica delle relazioni tra i paesi socialisti e quelli sottosviluppati. Ma, aggiungeva il Che, questo “è un libro ancora da scrivere e deve farlo un comunista”. Tuttavia la curatrice, Maria del Carmen Ariet García, che dirige il Centro de Estudios Che Guevara, non ci dice quando questo passo è stato scritto e dove si trova. Nella nota dice solo “Commento inedito preso da uno dei suoi quaderni di annotazioni”. Quale quaderno? Quanti sono? La stessa Maria del Carmen, anni fa, aveva accennato a una quarantina...

Nella Nota editoriale introduttiva si utilizza seriamente il concetto di “applicazione del marxismo-leninismo” come se questo esistesse. Insomma, c’è da preoccuparsi per i criteri con cui gli inediti del Che vengono pubblicati, anche a Cuba. Figuriamoci in Italia, se saranno ancora affidati a persone sprovviste di un minimo di cultura storica e di rigorosi criteri filologici.

Si pensi a quanto lavoro è stato necessario per ricostruire il pensiero di Gramsci attraverso l’edizione critica dei Quaderni curata da Valentino Gerratana, che consente di seguire l’evoluzione della riflessione di Gramsci leggendo i Quaderni nell’ordine in cui erano stati scritti e non suddivisi in antologie tematiche.

Questa raccolta comprende in primo luogo alcuni testi che erano già stati parzialmente anticipati da Carlos Tablada e, soprattutto, da Orlando Borrego, e ha come pezzo forte le Note sul Manuale di Economia politica dell’Accademia dell’Urss, essenziali per capire che per il Guevara degli ultimi anni l’Urss non era socialista e la sua ideologia non era marxista.27

Queste sono finalmente riportate integralmente e all’interno di esse ci sono le argomentazioni che potranno suscitare maggiore sensazione a Cuba, se il libro verrà stampato in alta tiratura e messo in vendita a pochi pesos (cosa possibilissima, altrimenti a che dovrebbe servire il milione e mezzo di dollari pagato da Mondadori per i diritti?).

Speriamo che questi testi arrivino presto anche al lettore italiano. Il quale però conosceva già un’altra parte del libro, il cosiddetto Plan tentativo, che era apparso nel bel libretto curato da Carlo Feltrinelli nel 1998 utilizzando i tre quaderni conservati negli archivi militari boliviani e fatti pervenire a Milano da chi li aveva scoperti e copiati.28 Il Plan (tradotto “Progetto”) che apriva il libro presentava, rispetto a quello pubblicato ora, alcune varianti, interessanti per capire l’evoluzione del pensiero del Che (quella che fu trovata nello zaino del Che era l’ultima versione). Ad esempio, dalla lista di “personalità del socialismo” era sparito Mao. Frutto dell’ultimo viaggio in Cina nel febbraio 1965? Sarebbe un elemento da approfondire.

Tra gli “Annessi” “ci sono alcune delle “note di lettura “che il Che fin da ragazzo faceva, annotando su quaderni i passi salienti dei libri che leggeva e aggiungendo suoi commenti. Sono analoghe a quelle pubblicate da Carlo Feltrinelli, ma non sono databili: si dice solo che si tratta di “appunti critici redatti dal Che in quaderni indipendenti, intitolati Marx-Engels-Lenin, e che erano complementari agli studi di filosofia ed economia che stava realizzando” (p. 201). Non si è pensato di metterli a confronto con le “ultime note” scritte in Bolivia e tanto meno di dare una numerazione ai quaderni e tentarne una datazione.

Comunque, questa è una delle poche parti che viene presentata come inedita. Come si è detto, a Cuba si considera infatti come “edita” la grande raccolta in sette volumi degli scritti del Che curata da Borrego, nonostante sia stata stampata solo in poche copie per i dirigenti, sia sempre stata assolutamente fuori commercio e perfino non consultabile nella stessa Biblioteca centrale José Martí)29.

Viene valorizzata molto anche una lettera del Che a Fidel di cui si dice che sarebbe stata scritta nell’aprile del 1965, prima della partenza per il Congo. Qualche dubbio sulla data è legittimo, dato che il Che è partito da Cuba all’alba del 1° aprile, ma non è questo il problema principale. Cosa è stato tagliato e perché? Non si capisce qual è la logica di una presentazione mutilata, dato che questa lettera espone semplicemente le ultime posizioni di Guevara sull’economia che, infatti, ritroviamo espresse quasi con le stesse parole negli ultimi tre dibattiti bimestrali al ministero dell’Industria. La lettera è interessante, ma il metodo è inaccettabile.

Il terzo inedito è il resoconto della penultima riunione al Minind, quella del 2 ottobre 1964. È una delle riunioni in cui Guevara espone più francamente i suoi dubbi sull’Urss, e si capisce quindi perché non fu inserita a suo tempo nella raccolta curata da Borrego. Impossibile quindi sapere cosa è stato tagliato e perché. Ci sono ogni tanto tre puntini tra parentesi, ma che cosa vogliono dire? Negli altri resoconti di riunioni riportati da Borrego e ripubblicati in questo libro, il segno “(…)” a volte indica la soppressione di una frase insignificante, a volte invece la cancellazione di due o tre pagine di notevole interesse.

Pubblicare a pezzi e bocconi gli scritti del Che rivela un metodo inaccettabile, che forse non fa molto scandalo a Cuba dove, a partire dall’inizio degli anni Settanta, un’intera generazione è stata educata sotto l’influenza ideologica sovietica.30 Ma il Che è patrimonio dei rivoluzionari di tutto il mondo e continuare a presentarlo in questo modo rende ancora una volta difficile conoscerlo e studiarlo.

Brevi segnalazioni aggiuntive

 

Scritti di Guevara

 

L’unica antologia ampia e rigorosa oggi in circolazione in Italia, è: Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di Roberto Massari, Erre emme, Pomezia, 1993. Naturalmente era ottima la grande raccolta di Opere, pubblicata da Feltrinelli in quattro tomi nel 1969, e anche, nonostante alcune sviste clamorose e qualche errore di traduzione, quella della Einaudi: Ernesto Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, a cura di Laura Gonsalez, Einaudi, Torino, 1969. Ma sono entrambe introvabili.

Non particolarmente utili le due antologie che la Feltrinelli aveva acquistato dalla Ocean Press poco prima che quest’ultima vendesse i diritti su tutte le opere di Guevara alla Mondadori. L’una (in inglese) era destinata al pubblico australiano, l’altra all’America Latina, dove il pensiero del Che era in genere ugualmente poco conosciuto dopo anni di dittature. Erano state acquistate perché era l’unico modo per ottenere i diritti su una serie di scritti contenuti nelle due antologie, allo scopo di farne una più organica in due volumi in ordine cronologico. Una clausola trabocchetto contenuta nel contratto ha impedito qualsiasi modifica o aggiunta di note esplicative. Per non perdere tutto, sono state pubblicate in fretta e furia così com’erano, con sovrapposizioni e lacune e con un apparato di note del tutto inadeguato. Infatti, c’era un’altra trappola: la perdita di ogni diritto se non pubblicate entro ottobre 2005. Evidentemente, i diritti erano stati venduti alla Feltrinelli mentre era già in corso la trattativa della Ocean con la Mondadori, ed era stato predisposto il meccanismo per mandare a monte il primo contratto. Un comportamento a dir poco scorretto.31

I titoli delle due raccolte sono:

Ernesto Che Guevara, America Latina. Il risveglio di un continente, Feltrinelli, fuori collana, Milano, 2005.

Ernesto Che Guevara, Scritti su politica e rivoluzione, Feltrinelli, fuori collana, Milano, 2005.

[Per una esauriente Bibliografia rinvio alla minuziosissime bibliografie curate in ogni numero dei Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara da Roberto Porfiri. Per informazioni scrivere a: che.guevara@enjoy.it]

 

Altri scritti su Guevara e su Cuba

 

Dalla rassegna di libri, purtroppo quasi tutti da “non leggere“ (probabilmente, risente delle circostanze in cui fu scritta per fronteggiare una specie di “invasione”), sono rimasti fuori alcuni libri pregevoli. Alcuni sono ormai introvabili, ma è sempre disponibile un testo che ha avuto una funzione pionieristica (la prima edizione era uscita nel 1987) e a cui devo molto: Roberto Massari, Che Guevara. Pensiero e politica dell’utopia, Erre emme, Roma, 1997. Meno facilmente reperibile, per le dimensioni della meritoria casa editrice, ma sempre importantissimo è : Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Ernesto Che Guevara¸ Il Papiro, Sesto S. Giovanni (Milano), 1996.

Su Cuba, non posso che rinviare alla terza edizione ampliata della mia Breve storia di Cuba, Data News, Roma, 2006.

David Deutschmann (a cura di), Ernesto Che Guevara raccontato da Fidel Castro, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 1997, è interessante per ricostruire tempi e modi della riscoperta del Che a Cuba.

Vanno segnalati inoltre alcuni libri su Fidel Castro, che inevitabilmente parlano anche di Guevara:

Ted Szulc, Fidel, il caudillo rosso, SugarCo, Milano, 1989 (un classico).

Claudia Furiati, La storia mi assolverà. Vita di Fidel Castro. Una biografia consentita, il Saggiatore, Milano, 2002.

Volker Skierka, Fidel, Fandango, Roma, 2003.

Santiago Aroca, Fidel Castro. El final del camino, Planeta, Barcelona, 1992.

Aldo Garzia, Cuba, dove vai?,I libri di aprile, Alegre, Roma, 2005.

Angelo Trento, Castro e Cuba dalla rivoluzione a oggi, Giunti Casteman, Firenze, 1998.

Maurizio Chierici (a cura di), Cuba ¿Fidel?, L’Unità, Roma, 2005.

Maurizio Chierici (a cura di), Cuba. 45 anni dopo, L’Unità, Roma, 2005.

Franco Cacucci, La solitudine di Fidel. Telecamera su Cuba, Nuova Eri, Torino, 1992.

C. Feltrinelli, Aldo Garzia, Fidel revisited, inserito nel cofanetto con i DVD dei film di Oliver Stone, Comandante e Looking for Fidel, Feltrinelli-Real Cinema, Milano, 2005.

Jean Paul Sartre, Visita a Cuba (1960). Reportage sulla rivoluzione cubana e sull’incontro con Che Guevara, Massari, Bolsena, 2005.

 

1 La ragione di questa Rassegna bibliografica è pratica: in ogni dibattito su Guevara, al termine alcuni partecipanti mi chiedono un parere sui libri da acquistare o su quelli che hanno magari casualmente comperato e non ancora letto. Riporto per questo una rassegna (apparsa originariamente in un Dossier di Bandiera rossa nel settembre 1997) dei principali libri usciti con la “grande ondata “del trentesimo anniversario della morte, con una sintetica aggiunta di segnalazioni e appendici.

2 Dariel Alarcón Ramírez (il comandante Benigno), Mariano Rodríguez, I sopravvissuti del Che, Pratiche editrice, Parma, 1996; Harry Villegas, Pombo, un uomo della guerriglia del Che. Diario e testimonianze 1966-1968, Erre emme, Roma, 1996.

3 AA.VV., In Bolivia con il Che. Gli altri diari, Massari, Bolsena 1998 (l’Introduzione di Antonio Moscato, di un centinaio di pagine, affronta la questione dei rapporti Guevara-Castro e vari problemi dell’economia cubana).

4 Il secondo libro, inquietante e contraddittorio, è apparso nel novembre 1996, pochi giorni dopo la visita di Fidel in Italia: Benigno (Dariel Alarcón Ramírez), La rivoluzione interrotta. Memorie di un guerrigliero cubano, Editori Riuniti, Roma, 1996, e ha suscitato subito ovviamente molte polemiche.

5 Solo a partire dal 25 agosto 1967, un mese e mezzo prima dell’assassinio del Che, l’ambasciatore statunitense Henderson si è convinto che Guevara fosse effettivamente presente nel paese, alla testa della piccola formazione braccata da cinque mesi in una zona inospitale. Tutte le precedenti informazioni erano state scartate per una profonda sfiducia nel presidente Barrientos e nel governo boliviano in genere, che ingigantivano effettivamente i dati sulla guerriglia (parlando ad esempio di 300 e non di 20 uomini), per ottenere armi e finanziamenti. Anche quando Henderson è stato informato che Bustos e Debray avevano dichiarato ai militari che la guerriglia era diretta dal Che, non ha dato loro molto più credito che ai primi due sbandati catturati dall’esercito mesi prima. Riteneva infatti che il governo boliviano stesse facendo “pressioni sui testimoni” per indurli a dichiarare di avere avvistato Guevara, sia per giustificare in parte le molte sconfitte dei suoi militari, sia per poter chiedere maggiori aiuti in armi e uomini esperti. Così, per molto tempo Henderson ha spedito messaggi cifrati al Dipartimento di Stato in cui parlava di “presunti guerriglieri” e definiva “presunti incidenti” le prime dure sconfitte dei militari boliviani. Anche il direttore della Cia (Helms), d’altra parte, era rimasto convinto che ogni voce sulla presenza di Guevara (comprese le dichiarazioni di Debray e Bustos), corrispondesse a un tentativo di “depistaggio”: per lui il Che era definitivamente morto e sepolto a Cuba! Cfr. Vincenzo Vasile, Mario Cereghino, Dossier Che Guevara. Come lo spiavano gli americani, L’Unità, Roma, 2005, pp. 73-97.

6 Inutile aggiungere che Debray non è mai stato trotskista…

7 Oltre ai casi in cui ci sono evidenti cadute di memoria, Benigno appare poco convincente per il grande spazio riservato a pettegolezzi sulle abitudini sessuali di dirigenti cubani e di guerriglieri boliviani, senza che queste volgarità e meschinità abbiano una qualsiasi funzione ai fini della comprensione dei processi. Ammesso che Inti Peredo avesse veramente l’abitudine di portare avanti “tre o quattro relazioni amorose contemporaneamente” (ma sinceramente appare strano che un uomo con queste abitudini andasse poi a passare oltre un anno nella selva più inospitale, dove non v’era una sola donna a parte Tania la guerrigliera...), non si capisce dove si dovrebbe andare a parare con siffatti argomenti. Anche sugli altri compagni della straordinaria avventura attraverso la Bolivia, in particolare su Pombo, Benigno riversa un astio incomprensibile (a meno che, confrontando il diversissimo livello dei loro scritti, non si ipotizzi un rancore e una gelosia nei confronti di chi ha raggiunto una preparazione superiore e maggiori responsabilità politiche).

8 Se il testo di Benigno affonda il coltello nella piaga dei risentimenti personali, quello di Pombo appare, al contrario, perfino reticente nell’esprimere le sue opinioni, in particolare sulle sue divergenze con Papi o altri guerriglieri, che trasparivano di più nell’edizione non riconosciuta fatta a cura delle forze repressive nel 1969 e pubblicata in Italia sotto il titolo Guevara. L’altro diario, con un’ampia Introduzione di Saverio Tutino. Il libro di Pombo emerge comunque come un testo di notevole valore letterario oltre che documentario.

9 Diario di Bolivia illustrato, a cura di Roberto Massari, sulla base dell’edizione cubana di Adys Cupull e Froilán González, Erre emme, Roma, 1996.

10 Gli inediti di Guevara contenuti soprattutto nel grosso tomo sesto della più ampia raccolta di scritti del Che, El Che en la revolución cubana, erano già stati utilizzati per il mio Guevara apparso dapprima (con qualche taglio da me non condiviso) come monografia de il Calendario del popolo presso le edizioni Teti, poi senza tagli ma con un discutibile titolo e una bizzarra copertina presso le edizioni Demetra (Giunti) nella collana “L’espresso della storia”. Tuttavia, i primi saggi in cui ho utilizzato più ampiamente quegli scritti sono L’influenza di Lenin sul pensiero di Guevara, e Guevara e il suo tempo, entrambi apparsi in A. Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996.

11 Jean Cormier (con la collaborazione di Hilda Guevara Gadea e Alberto Granado), Le battaglie non si perdono, si vincono sempre, Rizzoli, Milano, 1996. Il libro è stato venduto benissimo e poi subito rilanciato in varie collane di best sellers venduti per corrispondenza.

12 Liliana Bucellini, Il Che: l’amore, la politica, la rivolta, Zelig, Milano, 1995. Ammetto che scoraggiato dal libro, non ho comprato il cd rom interattivo, sicché mi è rimasta la curiosità di sapere se si poteva veramente riscrivere a piacere la storia del Che. Invece il video spacciato sotto lo stesso titolo non aveva fortunatamente nulla a che vedere con il libro ed era stato prodotto a Cuba con una parte dei materiali originali contenuti nel più ampio e complesso documentario di Massari, Il Che: uomo, compagno, amico. Il video è dunque un prodotto modesto ma corretto, a differenza del libro della Bucellini, che copiando qua e là affrettatamente e superficialmente, cade in sviste incredibili: ad esempio, scambia per due donne diverse (una “Mariana Grave “, e l’altra “Mariana Gajares “) quella che fu invece la brigata femminile che combatté sulla Sierra e prese il nome di Las Marianas Grajales in onore della eroica madre dei fratelli Maceo.

13 Ernesto Che Guevara, Ideario, a cura di José Soto, GTE Newton, Roma, 1996. Tra gli esempi della superficialità delle edizioni che si affastellano sui banchi delle librerie, va segnalato un caso divertente: gli Editori Riuniti, nel quadro di una pur meritoria recente ripresa della saggistica, hanno sfornato una riedizione dei Pasajes de la guerra revolucionaria con il titolo Sulla Sierra con Fidel. Cronache della rivoluzione cubana, con quattro pagine di Introduzione di Saverio Tutino e una traduzione attribuita a un noto ispanista. Attribuita, perché non riesco a credere che una persona che abbia anche soltanto una media conoscenza dello spagnolo possa tradurre atacados por los mosquitos con “attaccati ai moschetti” anziché “assaliti dalle zanzare”.

14 Paco Ignacio Taibo II, Ernesto Guevara también conocido como el Che, Planeta-Joaquín Mortiz, Città del Messico, 1996 (traduzione italiana: Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, Milano, 1997).

15 Le discontinuità e alcune sciatterie si devono probabilmente al contributo di diverse persone, a cui spesso ricorre chi è un autore di best sellers (sia pure nel genere del romanzo giallo) apprezzato e sollecitato quindi dagli editori.

16 Paco Ignacio Taibo II, La batalla de Santa Clara, Editorial política, La Habana, 1989.

17 Adys Cupull e Froilán González, di cui i lettori italiani conoscono il Diario di Bolivia illustrato pubblicato dalla Erre emme nel 1996, hanno curato molte pubblicazioni su Guevara, in particolare sul periodo boliviano. Recentemente sono stati oggetto di una vera e propria grossolana denigrazione nel primo libro scritto da Benigno in esilio, che li ha accusati di sperperare denaro cubano per acquistare dubbi cimeli del Che o di Tania. L’attacco è volgare e insinua un intento di frode che nessuno di chi conosce questa coppia, che da anni si dedica esclusivamente a ricostruire ogni istante della vita del Che, può accettare.

18 Non affrontiamo in questa parzialissima rassegna delle più recenti novità i libri usciti da alcuni anni, tra i quali quello di Roberto Massari, Che Guevara, pensiero e politica dell’utopia, rimane fondamentale, soprattutto per la ricostruzione della formazione del pensiero del Che, anche se dedica minore attenzione alle complesse ragioni della scelta della partenza da Cuba e della spedizione in Bolivia.

19 Jon Lee Anderson, Che Guevara. Una vita rivoluzionaria, Baldini e Castoldi, Milano, 1997.

20 Ma che potevano sapere del Mantegna gli indios che hanno ribattezzato San Ernesto de la Higuera il paese in cui Guevara fu ucciso? Cfr. Jorge Castañeda, Compañero. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Mondadori, Milano, 1997, p. 406.

21 Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza, Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, Milano, 2004.

22 Ernesto Che Guevara, La storia sta per cominciare. Una biografia per immagini, Oscar Mondadori, Milano, 2005.

23 Giulio Girardi, Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta rivoluzionaria, Sperling & Kupfer, Roma, 2005.

24 Un’analisi dettagliata del discorso di Fidel del novembre 2005 si trova nell’ultima parte della terza edizione della mia Breve storia di Cuba, cit.

25 Ben altra era la caratteristica di elaborazione culturale che ebbe la rivista finché fu diretta da Enzo Santarelli e dall’infaticabile Bruna Gobbi. La nota editoriale che apre questo numero definisce la rivista “unica nel suo genere” aggiungendo “che [la] abbiamo ereditato dal prof. Santarelli” . Purtroppo le cose non stanno così: acquistata a un prezzo simbolico la testata col pretesto di assicurare una migliore distribuzione e con la complicità di una sola redattrice, Minà mise subito alla porta tutti gli altri redattori, a partire dai due fondatori, offrendo come contentino la possibilità di inviargli eventuali articoli di non oltre tre cartelle, che sarebbero stati pubblicati a suo insindacabile giudizio. Santarelli e altri redattori gli risposero con lettere amare. Io rinunciai perfino a questo, data l’inutilità di discutere con un simile personaggio.

26 Ernesto Che Guevara, Apuntes críticos a la Economía Política, Centro de Estudios Che Guevara, Ocean Press, Editorial de Ciencias sociales, La Habana, 2006.

27 X preguntas sobre la enseñanza de un libro famoso (Manual de Economía Política, Accademia de Ciencias de la URSS). “X “non sta per “dieci “ma rivela che il titolo era stato apposto dal Che prima di sapere quante sarebbero state nella versione definitiva le “domande “(che sono ben 225, non tutte della stessa rilevanza).

28 Ernesto Che Guevara, Prima di morire. Appunti e note di lettura, Feltrinelli, Milano, 1996.

29 Ho impiegato anni di paziente lavoro prima di poterli consultare e trascrivere nella casa che fu del Che, e alla fine anche copiare con una fotocopiatrice donata al Centro. Senza di questo il riscontro, e quindi la verifica del permanere di censure al pensiero del Che, sarebbe stato impossibile.

30 Ad esempio, anche quando la rectificación ha indicato la volontà cubana di allontanarsi dall’influenza sovietica, gli scritti di Fidel Castro hanno continuato a essere pubblicati sotto forma di compilación de textos oppure di selección temática, cioè come scelta di frasi da studiare staccate dal contesto (Fidel Castro, Por el camino correcto, Editora Política, La Habana 1989; o Fidel Castro, Rectificación, Editora Política, La Habana 1990).

31 Amareggia che i dirigenti della Ocean Press, che in un tempo lontano erano militanti rivoluzionari, siano diventati i rappresentanti esclusivi di quegli eredi di Guevara che hanno dimenticato che egli non aveva mai accettato diritti d’autore, e aveva chiesto che i suoi figli non ottenessero nulla in più di qualsiasi altro cubano.