I grandi nodi del Novecento › Ernesto Che Guevara lo sconosciuto
Rassegna bibliografica CHE
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Rassegna bibliografica –
Questa rassegna bibliografica è stata pubblicata, anche se in forma ridotta, nel libro Il Che inedito presso le edizioni Alegre nel 2006.
I testi di Benigno sono stati accolti inizialmente con interesse, per le vicende di cui egli è stato protagonista, ma risultano purtroppo pressoché inutilizzabili come fonti, per la continua sovrapposizione di possibili ricordi e di proiezioni retrospettive delle sue attuali opinioni. Egli stesso spiega candidamente che nel primo libro (pubblicato in Francia e non a Cuba, ma con il consenso delle autorità cubane) aveva in diversi punti dissimulato il suo pensiero pur di avere un’occasione per uscire dal paese.
Il pericolo di un’informazione sovrabbondante e intossicata
Ripartire per l’esperienza boliviana da una lettura diretta dei testi è, comunque, essenziale per rispondere alla vera e propria valanga di sciocchezze o di banalità che editori cinici stanno offrendo a un mercato a quanto pare tutt’altro che saturato.
Si moltiplicano edizioni che riciclano vecchie traduzioni spacciandole per nuovi inediti (magari trovando giornalisti compiacenti che definiscono “edizioni pirata” quelle fatte controcorrente per anni da chi si proponeva di mantenere viva la memoria e la conoscenza del Che prima dell’esplosione della moda e della scoperta delle possibilità di fare buoni affari con i suoi scritti). Alcuni libri sono anche sostanzialmente corretti, e non contengono falsificazioni, ma sono insopportabilmente venduti presentandoli come straordinaria novità.
Lee Anderson fruga tra le carte concessegli con generosità dalla vedova, dedicando particolare attenzione alle attività amatorie del Che, insistendo sul fatto che non sarebbe stato molto interessato a Hilda Gadea, la prima moglie, che anzi lo avrebbe infastidito con le sue profferte amorose, mentre lui preferiva una bella “scopata con l’infermiera”. Anche successivamente raccoglie pettegolezzi su altri gesti di fastidio verso Hilda. Meno male che la povera Hildita, la figlia primogenita, è morta senza leggere simili bassezze, del tutto inutili alla comprensione di Guevara…
Qualcuno a Cuba aveva sospettato che Jon Lee Anderson potesse essere un agente della Cia. In realtà, dal libro emerge semplicemente un uomo incapace di capire il Che e soprattutto il suo complesso rapporto con Castro. A proposito di Castro, infatti, si insiste con acidità su una sua presunta “doppiezza” e “ipocrisia” e su un rapporto autoritario e contraddittorio con Guevara, che è smentito da ogni testimonianza. Anche il dibattito tra “sierra” e “llano” viene ricostruito con notevole incapacità di comprensione. Ben diversamente era stato trattato da Roberto Massari, che aveva tra l’altro pubblicato il complesso carteggio con “Daniel”, René Ramos Latour, a cui Anderson ha attinto senza capire molto.
Può essere che l’impressione negativa sia provocata anche dalla pessima traduzione, piena di sviste dovute alla fretta imposta dalla casa editrice, dall’incomprensione totale di ogni parola spagnola citata dall’autore, e dall’ignoranza dei termini politici. Ma la bizzarra scelta di chiamare ogni dirigente politico un “ufficiale” o, viceversa, di considerare “Marshal” un nome proprio anziché la carica di maresciallo dell’Urss (errore ripetuto molte volte e con persone diverse) fa pensare che anche con l’inglese la traduttrice non se la cavi troppo bene. Tuttavia, questa può essere al massimo un’attenuante generica per un libro che ha potuto beneficiare di un enorme numero di documenti e testimonianze: grazie alla generosità della casa editrice statunitense, infatti, Anderson ha trascorso altri due anni tra Urss, Argentina, Bolivia e altri paesi latinoamericani, ma non ha saputo quasi mai interpretare quel che aveva raccolto, e non ha dato mai conto delle fonti.
Soprattutto è inquietante l’insistenza sull’utilizzazione di ogni tipo di spazzatura, dall’autodifesa di Mario Monje, alle bassezze di Bustos (quello che appena catturato fece gli identikit di Guevara e degli altri guerriglieri) contro la guerriglia argentina di Masetti. Inoltre, Anderson sottolinea che il Che ebbe “un’amante negra” sulla Sierra, che la famiglia di Aleida era “razzista e snob” (anche se raccoglie poi l’insinuazione che lei forse non era figlia di sua madre ma di una giovane maestra...), che Fidel chiese a Celia Sanchez (“la sua amante”) di restare sulla Sierra non perché fosse una straordinaria organizzatrice del 26 luglio, ma perché aveva bisogno di una “presenza femminile” al suo fianco. Anche dai diari personali inediti di Guevara che, grazie alla benevolenza di Aleida March, ha potuto frugare, Anderson ricava una minuziosa descrizione di varie fucilazioni di spioni, insistendo sul fatto che il Che non li avrebbe descritti tutti nei Passaggi della guerra rivoluzionaria e non avrebbe precisato che era stato lui in persona a sparare al primo condannato, quell’Eutimio Guerra che aveva fatto morire con il suo tradimento tanti contadini: tutti particolari che all’autore sembrano essenziali e che invece rivelano la sua passione per l’immondizia e la sua incapacità di cogliere gli aspetti essenziali.
Fastidiosa è anche l’insistenza sulla presenza di sbandati e coltivatori di marijuana tra i guerriglieri (che non veniva negata dal Che e da altre fonti cubane, ma che fu contrastata e punita quando alterava le caratteristiche dell’Ejercito rebelde, e su cui invece Anderson ritorna più volte), e ancora più grave è il riprendere continuamente sia le voci di una collusione di Castro con la Cia, che l’avrebbe protetto e finanziato, sia quelle di contatti significativi con l’Urss prima di quelli del 1960. In questo caso significa semplicemente riprendere le insinuazioni della propaganda anticastrista degli Stati Uniti, aggravata dall’incomprensione totale del ruolo del Psp, descritto più volte con rara incapacità dialettica: Anderson confonde il fatto che singoli militanti del Psp avevano già nel 1957 raggiunto la guerriglia, indipendentemente dall’ostilità del loro partito per gli “avventurieri” del 26 luglio, con un rapporto organico con il Psp e con l’Urss che sarebbe stato nascosto alle masse. Anche il fatto che Guevara e Raúl Castro (ma anche l’antisovietico René Ramos Latour!) credessero in una prospettiva socialista della rivoluzione gli sembra una prova del loro legame con l’Urss. Assenza di dialettica e incomprensione del ruolo conservatore dell’Urss concorrono a questi incredibili fraintendimenti. Evidentemente, avere a disposizione grandi somme di dollari e la benevolenza della vedova non è sufficiente a scrivere una buona biografia di una figura così grande e complessa come il Che!
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Appendice 1 – La nuova edizione di Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza
Guevara era stato praticamente dimenticato per vent’anni dall’industria editoriale (ricordo la difficoltà di trovare qualche testo da adottare, quando nel 1987 feci un corso su di lui all’Università), ma era stato poi “riscoperto” a Cuba e nel mondo. Già nel 1992 c’era una vera e propria ondata di pubblicazioni che si copiavano l’un l’altra, senza aggiungere nulla di nuovo. Il caso limite è forse quello di un mio libro, apparso dapprima presso Teti come fascicolo del Calendario del popolo, poi ripubblicato in forma ampliata dalla Demetra (del gruppo Giunti), che è stato semplicemente ristampato con la firma di un tal Luigi Avolio, presumibilmente inesistente, da una casa editrice fantasma che inondò bancarelle e supermercati con la grossolana imitazione.
Senza arrivare a questo, di libri fatti in serie, spesso da persone che non conoscevano una sola parola di spagnolo, e lanciati non solo in libreria ma anche nelle edicole con contorno di gadget, ce n’erano parecchi.
Naturalmente non tutti i prodotti erano così scadenti, commerciali e fatti in serie. Il libro di Paco Ignacio Taibo II ha dovuto affrontare anche la concorrenza di altre biografie monumentali, ricche di dati e frutto di ricerche indipendenti.
Paco Ignacio Taibo II, nella corsa per pubblicare la biografia del Che in tempo per il presumibile boom del trentesimo anniversario, era comunque arrivato primo, dato che di Guevara si era occupato per anni. Il primo merito di questa nuova edizione è la rigorosa disamina di quanto è stato pubblicato sull’argomento dopo l’apparizione della prima. A volte Taibo II è molto severo, soprattutto con autori come Daniel James, Elmer May, José Friedl, e altri che si basano su illazioni prive di qualsiasi riscontro; altre volte passa al di sopra del fastidio per la metodologia impressionistica, apprezzando ugualmente alcune scoperte (è il caso di Anderson che, pure, lo irrita per le assurde analisi dedicate all’oroscopo del Che...); nel caso di Castañeda, da cui è sempre più lontano politicamente e di cui contesta parecchie conclusioni affrettate, apprezza tuttavia la correttezza e la disponibilità al confronto.
Se si trattasse solo di questo, il libro non meriterebbe di essere segnalato. In realtà Paco Ignacio Taibo II, nel corso di otto anni, ha esaminato non solo le grandi biografie dei suoi “concorrenti”, ma una mole enorme di memorialistica, di testimonianze di stretti collaboratori di Guevara come Orlando Borrego, Papito Serguera o Juan Valdés Gravalosa, il cui prezioso testo sul Che ministro dell’Industria (che comprende anche diversi inediti) non è ancora stato pubblicato. Ho lavorato per anni sullo stesso terreno, esplorando gli stessi testi, incontrando in genere le stesse persone (oltre a quelli già accennati, penso a Pablo Rivalta, che era ambasciatore a Dar es Salam, o a William Gálvez, che per primo mi consentì di leggere, molto prima dell’apparizione ufficiale, il testo dei Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo). Per questo ho un giudizio tanto positivo sul lavoro di Taibo II che, pure, non è uno storico di professione, ma un brillante scrittore di gialli, spinto però a cercare di migliorare ancora il suo libro da un reale interesse per Guevara.
Le tracce di questo lavoro non sono facili da individuare, perché sono sparse in quasi ogni capitolo e soprattutto nell’apparato critico, notevolmente accresciuto. A volte – e l’autore lo dichiara – una conclusione affrettata è stata corretta o integrata, a volte invece un’ipotesi è stata corroborata da fonti prima sconosciute.
Per capire lo spirito dell’autore, vale la pena di riportare una parte della nuova Introduzione:
Durante la lettura di tutti questi nuovi materiali mi sono imbattuto spesso in una polemica sotterranea, che deforma malamente la vicenda: le profonde divergenze di giudizio di molti storici e testimoni sulla direzione attuale della rivoluzione cubana, in particolare su Fidel. A partire da queste divergenze si viaggia nel passato per trovarne conferma, anche a costo di falsificare i fatti. E si rivedono la storia del Che e le sue relazioni con Fidel [...] alla luce di vicende che sono avvenute vent’anni dopo, o di fenomeni che Guevara non visse. D’altro canto, la tentazione tipicamente cubana di presentare un Che perfetto, modello indiscutibile che incarna la rivoluzione, permea centinaia di testi, con censure, autocensure e omissioni. Ho cercato di non cadere nelle trappole dei mitografi, degli evangelizzatori dell’immagine del Che e di non farmi contaminare dagli anti-Fidel con le loro omissioni extrastoriche.
Questo spirito consente di mettere a fuoco molti aspetti della vicenda del Che, che di solito sfuggono tanto agli agiografi che ai detrattori; senza mai nascondere le contraddizioni e i limiti della sua formazione, Taibo II coglie le tappe dell’evoluzione del pensiero critico del Che attraverso i conflitti con la resistenza sorda della burocrazia, che aveva radici cubane ma si rafforzava attraverso il contatto con il modello sovietico: “la burocrazia nel nostro paese è solida e [...] nel suo immenso seno inghiotte i documenti”, scrive Guevara a un giornalista canadese; ma poi precisa in un discorso pubblico ad Algeri l’origine del fenomeno:
abbiamo copiato meccanicamente le esperienze dei paesi fratelli, e questo è stato un errore [...] che ha frenato lo sviluppo libero delle nostre forze, e ha pericolosamente contribuito a uno dei fenomeni che è più necessario combattere in una rivoluzione socialista, il burocratismo.
Tra i rimedi ricercati c’è anche il lavoro volontario. E a chi lo critica sostenendo che un dirigente inevitabilmente rende meno di un operaio con una lunga esperienza, il Che risponde che il dirigente capirà molto di più se si sarà confrontato con i problemi concreti del lavoro, mentre gli operai accetteranno meglio i sacrifici se condivisi con lo stesso ministro.
Taibo II ha anche cercato e trovato testimonianze sul campo di Guanahacabibes, di rieducazione per i dirigenti. È interessante scoprire che i pregiudizi e la “leggenda nera” su quell’esperienza si erano creati fin dal primo momento. Guevara li combatté invitando un giornalista diffidente, Siquitrilla, a verificare di persona, insieme a lui. Il giornalista prese atto che nel campo tutti erano liberi e armati (come del resto in tutta l’isola, allora), e nulla richiamava l’immagine di un lager. D’altra parte, spiegava Guevara, nel campo “ci va non chi ha rubato, che va in galera, ma chi ha mancato all’etica rivoluzionaria”.
Ma, senza dilungarsi nei particolari, merita di essere segnalata una lunga nota metodologica di Taibo II, dal titolo significativo di Marxismo da divulgazione:
La mia opinione e quella di Massari sulla povertà degli interventi del Che – gli atti dell’anniversario della rivista Hoy e l’introduzione a El partido marxista-leninista – per la divulgazione del marxismo, in contrasto con la complessità della polemica di quegli anni, ha provocato l’accesa reazione della nuova ortodossia: Carlos Jesús Delgado [...] dice che la mia posizione ha un “velato significato ideologico”, che quello che critichiamo è “l’identificazione del Che con il comunismo e le sue esperienze”, e che il Che “sapeva apprezzare al di là degli errori le novità che le società socialiste come quella sovietica portavano con sé, e le enfatizzava”. Né la mia critica è “velata”, né si può continuare a parlare di “errori” per definire la serie di vicende autoritarie e repressive [...] che furono esportate dall’Internazionale comunista.
E qui Taibo II fa un lungo elenco: dai processi di Mosca e dai Gulag alle carceri in cui venivano eliminati gli antistalinisti durante la guerra civile spagnola, dalla soppressione dei consigli operai all’abolizione di ogni vero dibattito ideologico, la censura, il regime di polizia, ecc. Ma, soprattutto, egli ribadisce che in tutto il libro si è limitato a
[…] seguire Ernesto Guevara, la sua formazione e la sua esperienza politica, raccontando come prendono corpo le sue idee, spesso contraddittorie e conflittuali, come acquisisce informazioni e come a volte ne sia privo. Il lettore giudichi se nei due interventi che hanno originato la polemica (e non in altri precedenti o successivi) il Che fosse o meno prigioniero di una visione del marxismo semplicistica e molto poco informata degli avvenimenti storici. Da quegli scritti emerge la sua scarsa conoscenza delle esperienze vissute durante la costruzione del socialismo nella prima metà del XX secolo.
E Taibo II conclude seccamente: “Infine, non si tratta né di criticare, né di elogiare il Che, ma di raccontarlo”. Inutile dire che a mio parere questo metodo costituisce il principale merito del libro.
Appendice 2 – I primi libri della Mondadori dopo l’acquisto dei diritti
L’uscita di questi volumi, comunque, smentisce le polemiche di Gianni Minà contro chi aveva sollevato dubbi sull’attribuzione di un’esclusiva assoluta a un simile editore. Questi libri non hanno contribuito alla conoscenza del Che, mentre invece hanno fatto bloccare con cavilli ogni altra pubblicazione curata con criteri più rigorosi (tra l’altro, l’antologia critica in due volumi curata da me, che sarebbe dovuta uscire a settembre da Feltrinelli).
In una dei suoi interventi su il manifesto Minà ha detto che coloro che criticavano questa operazione avrebbero dovuto invece essere “soddisfatti ideologicamente che il mercato abbia imposto alla casa editrice del più viscerale anticomunista di casa nostra, il cavalier Silvio Berlusconi, di sborsare una cifra enorme per far circolare le idee sovversive del Che”. Vediamo dunque se e come il lettore italiano oggi può conoscere meglio queste idee.
La maggior parte delle pagine del libro sono occupate da grandi fotografie, e anche i testi sono solo quasi tutti brevi frammenti, di cui pochissimi inediti in italiano: in tutto 6 o 7 pagine (due brevi racconti “letterari “scritti in Africa e un paio di lettere, di cui una sola interessante). Sull’Africa, ci sono soprattutto “cartoline” (in senso letterale: quelle con foto di coccodrilli e aironi mandate ai figli…), sulla Bolivia notazioni retoriche e falsanti che la riducono a una ricerca di avventura paragonata insistentemente a quella dei primi viaggi di adolescente, cui è dedicato invece grande spazio.
L’unica lettera significativa e poco conosciuta (ma non inedita, la riportava già Tablada) è quella scritta il 4 dicembre 1965 (appena arrivato dal Congo a Dar es Salaam) ad Armando Hart, allora segretario del Partito comunista cubano, con la proposta di un piano di pubblicazioni filosofiche: “A Cuba non è stato pubblicato nulla, se si escludono quei mattoni sovietici che presentano l’inconveniente di non farti pensare; il partito lo ha già fatto al posto tuo, e il tuo compito è digerirlo”. Guevara propone invece una serie di raccolte di testi originali dei “classici” (a cui aggiunge Rosa Luxemburg, sia pure con un vago accenno ai “suoi errori” che conferma che non la conosce direttamente, e “il tuo amico Trotskij che, a quanto sembra, è esistito e ha scritto”, dice ironicamente a Hart. In tutto una paginetta e mezzo. Un po’ poco per far conoscere il pensiero del Che della maturità…
Ultimo tocco, come nella maggior parte delle pubblicazioni che commercializzano il Che, non c’è nessuna cura editoriale: mancano note esplicative e perfino la data di nascita viene, come al solito, sbagliata (24 giugno invece che 14!).
Insomma, questo libro, perfettamente “digeribile” dalla casa editrice di Silvio Berlusconi, si inserisce nella politica di utilizzare gli scritti del Che con criteri fortemente selettivi, puntando a curarne l’immagine personale, riproponendo soprattutto scritti giovanili privi di implicazioni politiche e mantenendo occultati gli scritti della maturità. Fa parte delle scelte cubane che possono e devono essere criticate. Per anni i difensori d’ufficio di ogni scelta della direzione castrista adducevano ragioni di sicurezza dello Stato cubano. Tuttavia, nelle oltre 600 pagine inedite che ho studiato ma non pubblicato, pur essendo contrario a ogni censura, non c’è una parola che possa essere considerata pericolosa per Cuba.
La maggior parte degli scritti di Guevara del periodo tra il 1962 e il 1966, erano rimasti segreti perché avrebbero messo in discussione il modello sovietico, definito esplicitamente “non socialista”. Quando questo crollò, vennero ignorate le critiche marxiste: le analisi di Trotskij furono snobbate per consolidati pregiudizi, mentre quelle del Che, che sarebbe stato più facile ascoltare, furono occultate. Chi ha contribuito a “sbiadire la sua immagine”? Chi lo ha studiato a fondo, o chi ha impedito di coglierne tutta la grandezza, riducendolo a icona inoffensiva?
La maggior parte dei libri su Guevara usciti negli ultimi tempi sono ripetitivi, banali, quando non addirittura scopiazzati, insomma non degni di essere ricordati. Si direbbe che ci sia ormai poco da aggiungere a quanto scritto finora. Ma questo libro fa eccezione: l’autore, impegnato dall’interno per anni nel sostegno alla rivoluzione sandinista, a cui ha dedicato diversi libri, e attentissimo al movimento zapatista, trascorre una parte notevole del suo tempo a Cuba, dove ha stabilito rapporti preziosi con alcuni dei più stretti collaboratori del Che, come Orlando Borrego, che ha scritto un’interessante postilla al libro.
La ricostruzione del pensiero di Guevara fatta da Girardi è del tutto condivisibile, e la potrei firmare senza problemi. Ma… c’è un ma! Il problema di fondo è che, una volta identificate le due anime della rivoluzione cubana, una libertaria e una dogmatica e autoritaria, occorrerebbe capire da dove sia venuta e come si sia rafforzata la seconda, oggi largamente prevalente a Cuba. Per Girardi, che risente ovviamente della sua formazione filosofica (anzi, per decenni, teologica), si tratta di confrontare due opzioni intellettuali. L’altro marxismo, quello definito “sovietico”, è frutto di un errore, è “economicista”, si basa sul “materialismo dialettico, ossia una metafisica materialista e atea”.
Nulla sulla sua origine, sulle sue profonde radici sociali, sulle ragioni per cui ha stravolto le caratteristiche originali della rivoluzione e lo stesso pensiero di Lenin, mummificato in senso proprio e metaforico, e sistematizzato in “canone” marxista-leninista. Il processo storico non interessa molto Girardi: lo dico per esperienza, avendo discusso con lui più volte, ad esempio sul ruolo dei soviet nella Rivoluzione russa, che lui vedeva solo come erano diventati dopo decenni di dominazione burocratica, ignorandone le caratteristiche originarie.
Il libro rimane interessante per la sincera ammirazione per il pensiero di Guevara, anche se c’è qualche eccesso “ideologico”; ad esempio, Girardi considera aberrante l’interpretazione della religione come “oppio del popolo”, di cui evidentemente non afferra a pieno il significato in Marx e in altri pensatori materialisti, e che non aveva nulla a che vedere con la “repressione della libertà religiosa” o con la “discriminazione dei credenti nel partito e nella società”.
Girardi vorrebbe “attualizzare” il pensiero del Che e questo per lui significa “valorizzare l’enorme contenuto strategico della tradizione non violenta”. Egli, soprattutto, come in suoi precedenti saggi sulla “confluenza” tra marxismo e cristianesimo, sorvola sulle forze sociali che hanno determinato l’involuzione di entrambi.
L’altro problema è che, accettando la vulgata cubana a cui non possono sfuggire anche marxisti e “guevaristi” cubani come Borrego (che ne dà esempio nella Postfazione), o Fernando Martínez, che Girardi cita spesso con sincera stima, la collocazione di Fidel viene in ogni periodo collocata all’interno della corrente del marxismo “euristico” contrapposto a quello dogmatico. Eppure, negli anni 1963-1964, quelli della battaglia controcorrente di Guevara sull’economia (ma la posta in gioco era l’applicazione di tutto il modello dell’Urss stalinizzata), Castro non parlò mai e, poi, fece scelte opposte a quelle del Che per quasi venti anni; compresa quell’assurda discriminazione antireligiosa che Girardi condanna.
Il discorso dell’8 ottobre 1987, che Girardi giustamente elogia, sembrava una svolta, ma è stato poi dimenticato. Soprattutto, Fidel Castro è antitetico a Guevara su un punto essenziale: non ha lo stesso culto della verità, ma ritiene di potere decidere lui ogni volta cosa dire e cosa tacere. Lo ha detto chiaramente nell’ultimo discorso importante, quello del 17 novembre 2005:
Girardi non nasconde le ingenuità del primo Guevara, non solo nelle lettere in cui si firma “Stalin II” nei giorni successivi alla morte del dittatore georgiano, ma in alcuni scritti schematici e scolastici del 1960 (Note per lo studio della Rivoluzione cubana) e anche successivi. Tuttavia, egli coglie solo in parte la dinamica che portò il Che alla maturazione del suo pensiero a partire dalla sua esperienza diretta di organizzatore dell’economia e dalla riflessione sulle contraddizioni dei paesi socialisti.
Bella e appassionata l’ultima parte del libro, dedicata a un confronto tra il Che e Camilo Torres, forse un po’ forzata nella ricerca di una convergenza filosofica, ma che conclude con una nota di ottimismo: “Le figure del Che e di Camilo ci si impongono non come miti del passato ma come germi di un futuro in gestazione”.
Appendice 4 – Il numero speciale di Latinoamerica su Guevara
Annunciato con grande battage come un “numero davvero speciale” “dedicato al Che, il n. 93 di Latinoamerica, uscito in febbraio, è quanto mai deludente. Praticamente vengono riciclati materiali già più volte usati (almeno cinque volte nel caso della famosa intervista a Fidel), o brani tratti da libri sponsorizzati da Minà (come quello di Girardi) o dai suoi articoli apparsi su il manifesto in difesa dei “sacrosanti diritti” di vendere il Che in esclusiva a Berlusconi; articoli che Minà seleziona con il suo consueto stile: riporta cioè le sue esternazioni e le repliche a chi gli rispondeva, guardandosi bene dal pubblicarne gli interventi.
C’è poi un tributo a uno degli argomenti centrali della propaganda cubana in questa fase: la liquidazione di “Reporter senza frontiere” come strumento della Cia dedito esclusivamente a combattere Cuba. Eppure, basterebbe andare sul sito di questa organizzazione per vedere che si occupa di tutti i paesi in cui viene colpita la libertà di stampa, compresi Stati Uniti e Israele, di cui si dice che se la caverebbero per il regime interno, ma che sono colpevoli per le violazioni perpetrate in Palestina, Iraq, ecc.
Di interessante nel fascicolo (in vendita a 13 €) c’è quasi soltanto il bel discorso di Harold Pinter in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura. Ma non c’entra molto con Guevara.
Appendice 5 – A Cuba escono gli inediti, ma non si perde il vizio di tagliarli
Sul modo con cui il libro è stato confezionato in fretta e furia c’è però parecchio da dire. Prima di tutto, la Nota editoriale che introduce il libro è piatta e reticente. Nel testo, di poche pagine, si riportano tre citazioni di periodi diversi del Che, tra cui una piuttosto banale dei primi anni di apprendistato, che al massimo serve a farci sapere che Guevara nel 1961 usava ancora la parola “teorico” in senso dispregiativo come sinonimo di “astratto”. L’ultima è invece una frase che elogia Paul Baran, presumibilmente dopo la sua morte avvenuta nel 1964, osservando che al suo libro su L’economia politica dello sviluppo mancava un’analisi critica delle relazioni tra i paesi socialisti e quelli sottosviluppati. Ma, aggiungeva il Che, questo “è un libro ancora da scrivere e deve farlo un comunista”. Tuttavia la curatrice, Maria del Carmen Ariet García, che dirige il Centro de Estudios Che Guevara, non ci dice quando questo passo è stato scritto e dove si trova. Nella nota dice solo “Commento inedito preso da uno dei suoi quaderni di annotazioni”. Quale quaderno? Quanti sono? La stessa Maria del Carmen, anni fa, aveva accennato a una quarantina...
Nella Nota editoriale introduttiva si utilizza seriamente il concetto di “applicazione del marxismo-leninismo” come se questo esistesse. Insomma, c’è da preoccuparsi per i criteri con cui gli inediti del Che vengono pubblicati, anche a Cuba. Figuriamoci in Italia, se saranno ancora affidati a persone sprovviste di un minimo di cultura storica e di rigorosi criteri filologici.
Si pensi a quanto lavoro è stato necessario per ricostruire il pensiero di Gramsci attraverso l’edizione critica dei Quaderni curata da Valentino Gerratana, che consente di seguire l’evoluzione della riflessione di Gramsci leggendo i Quaderni nell’ordine in cui erano stati scritti e non suddivisi in antologie tematiche.
Queste sono finalmente riportate integralmente e all’interno di esse ci sono le argomentazioni che potranno suscitare maggiore sensazione a Cuba, se il libro verrà stampato in alta tiratura e messo in vendita a pochi pesos (cosa possibilissima, altrimenti a che dovrebbe servire il milione e mezzo di dollari pagato da Mondadori per i diritti?).
Tra gli “Annessi” “ci sono alcune delle “note di lettura “che il Che fin da ragazzo faceva, annotando su quaderni i passi salienti dei libri che leggeva e aggiungendo suoi commenti. Sono analoghe a quelle pubblicate da Carlo Feltrinelli, ma non sono databili: si dice solo che si tratta di “appunti critici redatti dal Che in quaderni indipendenti, intitolati Marx-Engels-Lenin, e che erano complementari agli studi di filosofia ed economia che stava realizzando” (p. 201). Non si è pensato di metterli a confronto con le “ultime note” scritte in Bolivia e tanto meno di dare una numerazione ai quaderni e tentarne una datazione.
Viene valorizzata molto anche una lettera del Che a Fidel di cui si dice che sarebbe stata scritta nell’aprile del 1965, prima della partenza per il Congo. Qualche dubbio sulla data è legittimo, dato che il Che è partito da Cuba all’alba del 1° aprile, ma non è questo il problema principale. Cosa è stato tagliato e perché? Non si capisce qual è la logica di una presentazione mutilata, dato che questa lettera espone semplicemente le ultime posizioni di Guevara sull’economia che, infatti, ritroviamo espresse quasi con le stesse parole negli ultimi tre dibattiti bimestrali al ministero dell’Industria. La lettera è interessante, ma il metodo è inaccettabile.
Il terzo inedito è il resoconto della penultima riunione al Minind, quella del 2 ottobre 1964. È una delle riunioni in cui Guevara espone più francamente i suoi dubbi sull’Urss, e si capisce quindi perché non fu inserita a suo tempo nella raccolta curata da Borrego. Impossibile quindi sapere cosa è stato tagliato e perché. Ci sono ogni tanto tre puntini tra parentesi, ma che cosa vogliono dire? Negli altri resoconti di riunioni riportati da Borrego e ripubblicati in questo libro, il segno “(…)” a volte indica la soppressione di una frase insignificante, a volte invece la cancellazione di due o tre pagine di notevole interesse.
Brevi segnalazioni aggiuntive
Scritti di Guevara
L’unica antologia ampia e rigorosa oggi in circolazione in Italia, è: Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di Roberto Massari, Erre emme, Pomezia, 1993. Naturalmente era ottima la grande raccolta di Opere, pubblicata da Feltrinelli in quattro tomi nel 1969, e anche, nonostante alcune sviste clamorose e qualche errore di traduzione, quella della Einaudi: Ernesto Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, a cura di Laura Gonsalez, Einaudi, Torino, 1969. Ma sono entrambe introvabili.
I titoli delle due raccolte sono:
Ernesto Che Guevara, America Latina. Il risveglio di un continente, Feltrinelli, fuori collana, Milano, 2005.
Ernesto Che Guevara, Scritti su politica e rivoluzione, Feltrinelli, fuori collana, Milano, 2005.
[Per una esauriente Bibliografia rinvio alla minuziosissime bibliografie curate in ogni numero dei Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara da Roberto Porfiri. Per informazioni scrivere a: che.guevara@enjoy.it]
Altri scritti su Guevara e su Cuba
Dalla rassegna di libri, purtroppo quasi tutti da “non leggere“ (probabilmente, risente delle circostanze in cui fu scritta per fronteggiare una specie di “invasione”), sono rimasti fuori alcuni libri pregevoli. Alcuni sono ormai introvabili, ma è sempre disponibile un testo che ha avuto una funzione pionieristica (la prima edizione era uscita nel 1987) e a cui devo molto: Roberto Massari, Che Guevara. Pensiero e politica dell’utopia, Erre emme, Roma, 1997. Meno facilmente reperibile, per le dimensioni della meritoria casa editrice, ma sempre importantissimo è : Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Ernesto Che Guevara¸ Il Papiro, Sesto S. Giovanni (Milano), 1996.
Su Cuba, non posso che rinviare alla terza edizione ampliata della mia Breve storia di Cuba, Data News, Roma, 2006.
David Deutschmann (a cura di), Ernesto Che Guevara raccontato da Fidel Castro, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 1997, è interessante per ricostruire tempi e modi della riscoperta del Che a Cuba.
Vanno segnalati inoltre alcuni libri su Fidel Castro, che inevitabilmente parlano anche di Guevara:
Ted Szulc, Fidel, il caudillo rosso, SugarCo, Milano, 1989 (un classico).
Claudia Furiati, La storia mi assolverà. Vita di Fidel Castro. Una biografia consentita, il Saggiatore, Milano, 2002.
Volker Skierka, Fidel, Fandango, Roma, 2003.
Santiago Aroca, Fidel Castro. El final del camino, Planeta, Barcelona, 1992.
Aldo Garzia, Cuba, dove vai?,I libri di aprile, Alegre, Roma, 2005.
Angelo Trento, Castro e Cuba dalla rivoluzione a oggi, Giunti Casteman, Firenze, 1998.
Maurizio Chierici (a cura di), Cuba ¿Fidel?, L’Unità, Roma, 2005.
Maurizio Chierici (a cura di), Cuba. 45 anni dopo, L’Unità, Roma, 2005.
Franco Cacucci, La solitudine di Fidel. Telecamera su Cuba, Nuova Eri, Torino, 1992.
C. Feltrinelli, Aldo Garzia, Fidel revisited, inserito nel cofanetto con i DVD dei film di Oliver Stone, Comandante e Looking for Fidel, Feltrinelli-Real Cinema, Milano, 2005.
Jean Paul Sartre, Visita a Cuba (1960). Reportage sulla rivoluzione cubana e sull’incontro con Che Guevara, Massari, Bolsena, 2005.
1 La ragione di questa Rassegna bibliografica è pratica: in ogni dibattito su Guevara, al termine alcuni partecipanti mi chiedono un parere sui libri da acquistare o su quelli che hanno magari casualmente comperato e non ancora letto. Riporto per questo una rassegna (apparsa originariamente in un Dossier di Bandiera rossa nel settembre 1997) dei principali libri usciti con la “grande ondata “del trentesimo anniversario della morte, con una sintetica aggiunta di segnalazioni e appendici.
2 Dariel Alarcón Ramírez (il comandante Benigno), Mariano Rodríguez, I sopravvissuti del Che, Pratiche editrice, Parma, 1996; Harry Villegas, Pombo, un uomo della guerriglia del Che. Diario e testimonianze 1966-1968, Erre emme, Roma, 1996.
3 AA.VV., In Bolivia con il Che. Gli altri diari, Massari, Bolsena 1998 (l’Introduzione di Antonio Moscato, di un centinaio di pagine, affronta la questione dei rapporti Guevara-Castro e vari problemi dell’economia cubana).
4 Il secondo libro, inquietante e contraddittorio, è apparso nel novembre 1996, pochi giorni dopo la visita di Fidel in Italia: Benigno (Dariel Alarcón Ramírez), La rivoluzione interrotta. Memorie di un guerrigliero cubano, Editori Riuniti, Roma, 1996, e ha suscitato subito ovviamente molte polemiche.
5 Solo a partire dal 25 agosto 1967, un mese e mezzo prima dell’assassinio del Che, l’ambasciatore statunitense Henderson si è convinto che Guevara fosse effettivamente presente nel paese, alla testa della piccola formazione braccata da cinque mesi in una zona inospitale. Tutte le precedenti informazioni erano state scartate per una profonda sfiducia nel presidente Barrientos e nel governo boliviano in genere, che ingigantivano effettivamente i dati sulla guerriglia (parlando ad esempio di 300 e non di 20 uomini), per ottenere armi e finanziamenti. Anche quando Henderson è stato informato che Bustos e Debray avevano dichiarato ai militari che la guerriglia era diretta dal Che, non ha dato loro molto più credito che ai primi due sbandati catturati dall’esercito mesi prima. Riteneva infatti che il governo boliviano stesse facendo “pressioni sui testimoni” per indurli a dichiarare di avere avvistato Guevara, sia per giustificare in parte le molte sconfitte dei suoi militari, sia per poter chiedere maggiori aiuti in armi e uomini esperti. Così, per molto tempo Henderson ha spedito messaggi cifrati al Dipartimento di Stato in cui parlava di “presunti guerriglieri” e definiva “presunti incidenti” le prime dure sconfitte dei militari boliviani. Anche il direttore della Cia (Helms), d’altra parte, era rimasto convinto che ogni voce sulla presenza di Guevara (comprese le dichiarazioni di Debray e Bustos), corrispondesse a un tentativo di “depistaggio”: per lui il Che era definitivamente morto e sepolto a Cuba! Cfr. Vincenzo Vasile, Mario Cereghino, Dossier Che Guevara. Come lo spiavano gli americani, L’Unità, Roma, 2005, pp. 73-97.
6 Inutile aggiungere che Debray non è mai stato trotskista…
7 Oltre ai casi in cui ci sono evidenti cadute di memoria, Benigno appare poco convincente per il grande spazio riservato a pettegolezzi sulle abitudini sessuali di dirigenti cubani e di guerriglieri boliviani, senza che queste volgarità e meschinità abbiano una qualsiasi funzione ai fini della comprensione dei processi. Ammesso che Inti Peredo avesse veramente l’abitudine di portare avanti “tre o quattro relazioni amorose contemporaneamente” (ma sinceramente appare strano che un uomo con queste abitudini andasse poi a passare oltre un anno nella selva più inospitale, dove non v’era una sola donna a parte Tania la guerrigliera...), non si capisce dove si dovrebbe andare a parare con siffatti argomenti. Anche sugli altri compagni della straordinaria avventura attraverso la Bolivia, in particolare su Pombo, Benigno riversa un astio incomprensibile (a meno che, confrontando il diversissimo livello dei loro scritti, non si ipotizzi un rancore e una gelosia nei confronti di chi ha raggiunto una preparazione superiore e maggiori responsabilità politiche).
8 Se il testo di Benigno affonda il coltello nella piaga dei risentimenti personali, quello di Pombo appare, al contrario, perfino reticente nell’esprimere le sue opinioni, in particolare sulle sue divergenze con Papi o altri guerriglieri, che trasparivano di più nell’edizione non riconosciuta fatta a cura delle forze repressive nel 1969 e pubblicata in Italia sotto il titolo Guevara. L’altro diario, con un’ampia Introduzione di Saverio Tutino. Il libro di Pombo emerge comunque come un testo di notevole valore letterario oltre che documentario.
9 Diario di Bolivia illustrato, a cura di Roberto Massari, sulla base dell’edizione cubana di Adys Cupull e Froilán González, Erre emme, Roma, 1996.
10 Gli inediti di Guevara contenuti soprattutto nel grosso tomo sesto della più ampia raccolta di scritti del Che, El Che en la revolución cubana, erano già stati utilizzati per il mio Guevara apparso dapprima (con qualche taglio da me non condiviso) come monografia de il Calendario del popolo presso le edizioni Teti, poi senza tagli ma con un discutibile titolo e una bizzarra copertina presso le edizioni Demetra (Giunti) nella collana “L’espresso della storia”. Tuttavia, i primi saggi in cui ho utilizzato più ampiamente quegli scritti sono L’influenza di Lenin sul pensiero di Guevara, e Guevara e il suo tempo, entrambi apparsi in A. Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996.
11 Jean Cormier (con la collaborazione di Hilda Guevara Gadea e Alberto Granado), Le battaglie non si perdono, si vincono sempre, Rizzoli, Milano, 1996. Il libro è stato venduto benissimo e poi subito rilanciato in varie collane di best sellers venduti per corrispondenza.
12 Liliana Bucellini, Il Che: l’amore, la politica, la rivolta, Zelig, Milano, 1995. Ammetto che scoraggiato dal libro, non ho comprato il cd rom interattivo, sicché mi è rimasta la curiosità di sapere se si poteva veramente riscrivere a piacere la storia del Che. Invece il video spacciato sotto lo stesso titolo non aveva fortunatamente nulla a che vedere con il libro ed era stato prodotto a Cuba con una parte dei materiali originali contenuti nel più ampio e complesso documentario di Massari, Il Che: uomo, compagno, amico. Il video è dunque un prodotto modesto ma corretto, a differenza del libro della Bucellini, che copiando qua e là affrettatamente e superficialmente, cade in sviste incredibili: ad esempio, scambia per due donne diverse (una “Mariana Grave “, e l’altra “Mariana Gajares “) quella che fu invece la brigata femminile che combatté sulla Sierra e prese il nome di Las Marianas Grajales in onore della eroica madre dei fratelli Maceo.
13 Ernesto Che Guevara, Ideario, a cura di José Soto, GTE Newton, Roma, 1996. Tra gli esempi della superficialità delle edizioni che si affastellano sui banchi delle librerie, va segnalato un caso divertente: gli Editori Riuniti, nel quadro di una pur meritoria recente ripresa della saggistica, hanno sfornato una riedizione dei Pasajes de la guerra revolucionaria con il titolo Sulla Sierra con Fidel. Cronache della rivoluzione cubana, con quattro pagine di Introduzione di Saverio Tutino e una traduzione attribuita a un noto ispanista. Attribuita, perché non riesco a credere che una persona che abbia anche soltanto una media conoscenza dello spagnolo possa tradurre atacados por los mosquitos con “attaccati ai moschetti” anziché “assaliti dalle zanzare”.
14 Paco Ignacio Taibo II, Ernesto Guevara también conocido como el Che, Planeta-Joaquín Mortiz, Città del Messico, 1996 (traduzione italiana: Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, Milano, 1997).
15 Le discontinuità e alcune sciatterie si devono probabilmente al contributo di diverse persone, a cui spesso ricorre chi è un autore di best sellers (sia pure nel genere del romanzo giallo) apprezzato e sollecitato quindi dagli editori.
16 Paco Ignacio Taibo II, La batalla de Santa Clara, Editorial política, La Habana, 1989.
17 Adys Cupull e Froilán González, di cui i lettori italiani conoscono il Diario di Bolivia illustrato pubblicato dalla Erre emme nel 1996, hanno curato molte pubblicazioni su Guevara, in particolare sul periodo boliviano. Recentemente sono stati oggetto di una vera e propria grossolana denigrazione nel primo libro scritto da Benigno in esilio, che li ha accusati di sperperare denaro cubano per acquistare dubbi cimeli del Che o di Tania. L’attacco è volgare e insinua un intento di frode che nessuno di chi conosce questa coppia, che da anni si dedica esclusivamente a ricostruire ogni istante della vita del Che, può accettare.
18 Non affrontiamo in questa parzialissima rassegna delle più recenti novità i libri usciti da alcuni anni, tra i quali quello di Roberto Massari, Che Guevara, pensiero e politica dell’utopia, rimane fondamentale, soprattutto per la ricostruzione della formazione del pensiero del Che, anche se dedica minore attenzione alle complesse ragioni della scelta della partenza da Cuba e della spedizione in Bolivia.
19 Jon Lee Anderson, Che Guevara. Una vita rivoluzionaria, Baldini e Castoldi, Milano, 1997.
20 Ma che potevano sapere del Mantegna gli indios che hanno ribattezzato San Ernesto de la Higuera il paese in cui Guevara fu ucciso? Cfr. Jorge Castañeda, Compañero. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Mondadori, Milano, 1997, p. 406.
21 Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza, Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, Milano, 2004.
22 Ernesto Che Guevara, La storia sta per cominciare. Una biografia per immagini, Oscar Mondadori, Milano, 2005.
23 Giulio Girardi, Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta rivoluzionaria, Sperling & Kupfer, Roma, 2005.
24 Un’analisi dettagliata del discorso di Fidel del novembre 2005 si trova nell’ultima parte della terza edizione della mia Breve storia di Cuba, cit.
25 Ben altra era la caratteristica di elaborazione culturale che ebbe la rivista finché fu diretta da Enzo Santarelli e dall’infaticabile Bruna Gobbi. La nota editoriale che apre questo numero definisce la rivista “unica nel suo genere” aggiungendo “che [la] abbiamo ereditato dal prof. Santarelli” . Purtroppo le cose non stanno così: acquistata a un prezzo simbolico la testata col pretesto di assicurare una migliore distribuzione e con la complicità di una sola redattrice, Minà mise subito alla porta tutti gli altri redattori, a partire dai due fondatori, offrendo come contentino la possibilità di inviargli eventuali articoli di non oltre tre cartelle, che sarebbero stati pubblicati a suo insindacabile giudizio. Santarelli e altri redattori gli risposero con lettere amare. Io rinunciai perfino a questo, data l’inutilità di discutere con un simile personaggio.
26 Ernesto Che Guevara, Apuntes críticos a la Economía Política, Centro de Estudios Che Guevara, Ocean Press, Editorial de Ciencias sociales, La Habana, 2006.
27 X preguntas sobre la enseñanza de un libro famoso (Manual de Economía Política, Accademia de Ciencias de la URSS). “X “non sta per “dieci “ma rivela che il titolo era stato apposto dal Che prima di sapere quante sarebbero state nella versione definitiva le “domande “(che sono ben 225, non tutte della stessa rilevanza).
28 Ernesto Che Guevara, Prima di morire. Appunti e note di lettura, Feltrinelli, Milano, 1996.
29 Ho impiegato anni di paziente lavoro prima di poterli consultare e trascrivere nella casa che fu del Che, e alla fine anche copiare con una fotocopiatrice donata al Centro. Senza di questo il riscontro, e quindi la verifica del permanere di censure al pensiero del Che, sarebbe stato impossibile.
30 Ad esempio, anche quando la rectificación ha indicato la volontà cubana di allontanarsi dall’influenza sovietica, gli scritti di Fidel Castro hanno continuato a essere pubblicati sotto forma di compilación de textos oppure di selección temática, cioè come scelta di frasi da studiare staccate dal contesto (Fidel Castro, Por el camino correcto, Editora Política, La Habana 1989; o Fidel Castro, Rectificación, Editora Política, La Habana 1990).
31 Amareggia che i dirigenti della Ocean Press, che in un tempo lontano erano militanti rivoluzionari, siano diventati i rappresentanti esclusivi di quegli eredi di Guevara che hanno dimenticato che egli non aveva mai accettato diritti d’autore, e aveva chiesto che i suoi figli non ottenessero nulla in più di qualsiasi altro cubano.