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Fine dell'URSS, fine della Jugoslavia

ll "socialismo reale" in crisi · pubblicato il 12 settembre 2009 · 20 min di lettura

Questo articolo apparso nel dicembre 1992 sul n. 11 di “Marx centouno”, parla in realtà poco della Jugoslavia, e molto della fine dell’URSS, su cui ero già intervenuto più volte sulla stessa rivista. L’obiettivo era quello di contrastare la tendenza a negare i punti di contatto tra i due paesi, che erano molti, anche se i rispettivi dirigenti avevano polemizzato molto tra loro. Si collega agli altri scritti sui Balcani già inseriti sul sito, e anche alla rassegna su Tito e la Jugoslavia, nell’Archivio, settore “Critica comunista”.

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L'ESPLOSIONE DELL'URSS PUÒ AIUTARE A CAPIRE

LA FINE DELLA JUGOSLAVIA?

 

di Antonio Moscato

Questo articolo apparso nel dicembre 1992 sul n. 11 di “Marx centouno”, parla in realtà poco della Jugoslavia, e molto della fine dell’URSS, su cui ero già intervenuto più volte sulla stessa rivista. L’obiettivo era quello di contrastare la tendenza a negare i punti di contatto tra i due paesi, che erano molti, anche se i rispettivi dirigenti avevano polemizzato molto tra loro. Si collega agli altri scritti sui Balcani già inseriti sul sito, e anche alla rassegna su Tito e la Jugoslavia, nell’Archivio, settore “Critica comunista”.

Le forme assunte dalla crisi politica dei due maggiori Stati plurietnici di quello che veniva definito il "socialismo reale" sono per molti aspetti diverse, come diverse sono le specifiche vicende della storia recente e meno recente di URSS e Jugoslavia. Tuttavia esistono anche alcuni elementi che im­pongono un confronto e che fanno pensare che, al di là delle notevoli specificità, esistano anche importanti analogie.

La prima, ovviamente, è che in entrambi i paesi i problemi nazionali ereditati dal passato sembravano effettivamente risolti, ed avevano effettivamente trovato soluzioni che avevano consentito diversi decenni di convivenza pacifica tra popoli che in passato erano stati aizzati l'uno contro l'altro e avevano conosciuto conflitti cruenti.

Oggi la Jugoslavia è lacerata in modo irreparabile, almeno a scadenze ravvicinate, ma anche gli Stati sorti dalla dissoluzione dell'URSS conoscono nella maggior parte dei casi violentissimi conflitti a sfondo etnico, all'interno o con i paesi confinanti, e in tutti i casi vedono un peso sempre maggiore dello sciovinismo come cemento essenziale delle forze governative.

La questione nazionale nell'ex Urss

 

Il dato più interessante è che a utilizzare come alibi ideologico il nazionalismo più sfrenato sono sia quei rarissimi dirigenti emersi da un lungo periodo di opposizione al regime, sia quegli esponenti della nomenklatura convertitisi in extremis alla "democrazia" (sono la grande maggioranza), sia (e questo è per certi aspetti più sorprendente) personaggi come Shevardnadze che avevano partecipato fin dall'inizio con un ruolo autonomo e importante alla perestrojka, e avevano rotto con Gorbaciov nel corso dell'ultimo anno proprio sui temi della democrazia, in polemica con l'alleanza con i conservatori che dovevano poi tentare il golpe del 19 agosto.

Per non parlare di Eltsin, che si era differenziato da Gorbaciov nel periodo 1989-1991 anche sulla questione nazionale, non solo con le critiche (relativamente facili per chi non aveva allora grandi responsabilità di governo), ma con atti concreti (tentativi di mediazione tra le repubbliche caucasiche, incontri con i dirigenti baltici per definire le basi di una libera unione, ecc.) e che, nel 1992, ha finito per assumere il punto di vista dei conservatori-nazionalisti su molte importanti questioni.

Il nazionalismo è diventato per tutti i nuovi dirigenti un prezioso diversivo per sfuggire a un bilancio del proprio operato, difficilmente difendibile. Gorbaciov ha colto il nuovo clima e ha tentato di riemergere sulla scena con una conferenza stampa (tenuta a Mosca alla vigilia dell'anniversario del golpe fallito) in cui ha attaccato duramente Boris Eltsin denunciandone l'irresponsabilità e le oscillazioni pericolose. Gorbaciov in questo ha ragione, anche se non dice che il suo rivale sta perdendo popolarità proprio perché sta facendo gli stessi errori fatti da lui negli ultimi due anni in cui ha governato l'Unione Sovietica.

In realtà la presidenza russa ha perso in un anno la maggior parte dei consensi di cui godeva inizialmente, da tutte le parti. Sono scontenti ovviamente i lavoratori a reddito fisso e i pensionati, il cui potere d'acquisto è stato gravemente ridotto, ma anche molti degli aspiranti imprenditori sono delusi dalle oscillazioni in politica economica, che hanno impedito il decollo di attività private che colmassero i vuoti della distribuzione e della produzione statale (che assicura ancora - male - la quasi totalità delle merci prodotte in Russia).1
Praticamente tutti i problemi ereditati da Gorbaciov si sono aggravati o cronicizzati, in Russia e in tutte le altre repubbliche, con la parziale eccezione di quelle baltiche.2 È questo quadro catastrofico che fornisce una prima spiegazione del perché la questione nazionale sia ben lungi dall'essere stata risolta con le dichiarazioni di indipendenza e la creazione di vincoli federativi assai lievi tra gli Stati aderenti alla CSI. I conflitti tra alcune delle repubbliche ex sovietiche (ad esempio tra Armenia e Azerbaigian, Georgia ed Abkhazia, o tra Moldavia e repubblica russofona del Transdniestr) sono anzi diventati vere e proprie guerre.

In quasi tutti i casi emerge chiaramente che la tensione è stata innescata in modo artificioso dai governi: un caso clamoroso è quello della Crimea contesa tra Russia e Ucraina.

La stessa Russia è minacciata da fortissime spinte separatiste, o comunque radicalmente autonomiste, che hanno già portato (ad esempio con la repubblica dei Ceceni), sull'orlo di conflitti armati o di interventi repressivi analoghi a quelli del passato.

In questo quadro, l'esercito assume un peso inquietante, ma non è comunque un fattore stabilizzante. Intanto rimane, a prescindere dalla inequivocabile volontà dei governi e delle popolazioni delle repubbliche baltiche, all'interno di esse, di cui pure si è dovuta riconoscere dopo il golpe l'in­dipendenza totale.3

Tra le ragioni addotte per questa non gradita permanenza, ci sono indubbiamente le difficoltà a sistemare in Russia o in altre repubbliche della CSI i militari, dato che già i molti rimpatriati dalla Germania o dalla Cecoslovacchia manifestano insoddisfazione per le condizioni in cui si sono venuti a trovare dal punto di vista dell'alloggio, del tenore di vita, ecc.

Analoghi problemi pone la flotta, per cui c'è stato il noto conflitto con l'Ucraina, ma che ha un costo elevatissimo di mantenimento. Anche le frustrazioni per i miseri risultati della "nuova" politica estera (che peraltro presenta molti elementi di continuità con quella di Gorbaciov-Shevardnadze) possono alimentare risentimenti in molti settori dell'esercito.4 Eltsin è corso ai ripari, in quest'ultima fase, aumentando in misura notevole gli stipendi dei militari ed effettuando parecchie nomine di generali non esattamente progressisti, come il famigerato Gromov, già collaboratore di Pugo al tempo di Gorbaciov. Non è detto che non sia un rimedio peggiore del male.

Finora comunque l'esercito non ha avuto che un ruolo marginale nei conflitti in corso tra le repubbliche o con le minoranze, ma l'atteggiamento sembra che stia per cambiare di fronte a un'inquietante novità: ai primi di settembre il presidente del Tagikistan, Rakhmon Nabiyev, si è dovuto dimettere di fronte a grandi manifestazioni organizzate da una coalizione a cui partecipano anche integralisti islamici (probabilmente collegati ad alcune fazioni afghane e allo stesso Iran). Immediatamente un comunicato congiunto dei presidenti di Russia, Kazachstan, Uzbechistan e Kirghizistan ha minacciato nel più classico stile brezneviano un intervento diretto per "aiutare il fraterno popolo del Tagikistan" a ritrovare la pace e l'ordine (cioè presumibilmente per riportare al potere il deposto presidente Nabiyev).

Non è molto migliore la situazione dal punto di vista della costruzione di una effettiva democrazia all'interno della Russia. Come il suo predecessore alla testa dell'Urss, Eltsin ha fatto sempre più ricorso a decreti in cui si attribuiva nuovi poteri nominali, senza che questo aumentasse veramente il suo potere reale. Molti di questi decreti sono stati d'altra parte annullati o attenuati dal Parlamento russo, che pure non ha una vita democratica esemplare. Eltsin ha bloccato d'altra parte finora le elezioni locali in programma, ri­correndo sempre più spesso all'invio di una specie di prefetti dal centro.5

Anche la libertà di stampa e dei mass-media in genere non ha fatto molti progressi nel "nuovo corso democratico". Pessimo segnale, inoltre, è il processo ai golpisti, che va avanti a rilento, in un intreccio di ambigui ricatti, e con caratteristiche tutt'altro che limpide, che richiamano se non i processi staliniani (come fanno con incredibile vittimismo gli imputati) certo quelli del regime brezneviano di cui i golpisti erano nostalgici.

Insomma, in fatto di democrazia, la nuova Russia ha poco da invidiare alla vecchia Urss. In altre repubbliche poi le cose stanno ancor peggio. Non si tratta solo delle repubbliche asiatiche in cui il regime a partito unico rimane pressoché immutato, col solo cambio di nome dei partiti comunisti variamente ribattezzati come socialisti, democratici o nazionalisti. Un caso emblematico è quello della Georgia, una delle poche repubbliche in cui era stato eletto plebiscitariamente (l'87% dei voti) un dirigente che non era mai stato comunista ma che, a quanto pare, aveva assimilato profondamente la mentalità dei suoi predecessori.6 In pochi mesi l'autoritarismo di Gamsakhurdia ha fatto crescere una robusta opposizione, che non si è limitata a sloggiare a cannonate il presidente eletto, ma ha continuato a mitragliare chi manifestava anche pacificamente in suo favore.

I nuovi "democratici", dopo una breve esitazione (alcuni di loro avrebbero preferito richiamare un lontano discendente della dinastia dei Bagration, cacciata dagli zar nel 1804) hanno finito per chiamare come presidente Eduard Shevardnadze, che dava maggiori garanzie all'Occidente. Di lui è appena uscito anche in Italia un libro dal titolo Il futuro è nella libertà, ma non c'è dubbio che di questa libertà per il presente in Georgia se ne veda ben poca. La caccia ai sostenitori di Gamsakhurdia è continuata con gli stessi metodi e, col pretesto di snidarli dai vicini "santuari", Shevardnadze ha inviato le truppe georgiane per un blitz a Sukhumi, capitale dell'Abkhazia (che si è proclamata indipendente, senza ottenere il riconoscimento da parte di Tbilisi). Il risultato è analogo a quello ottenuto da Ligaciov (quando era alleato di Gorbaciov) con le sue spedizioni a Tbilisi, Vilnius e Baku: una levata di scudi generale contro queste misure, e la costituzione di una federazione in chiave antigeorgiana tra le varie repubbliche "montanare" del Caucaso, comprese quelle che facevano o fanno parte della repubblica russa.

Le radici economiche del nuovo autoritarismo

 

Naturalmente la chiave di questo generale deterioramento della vita democratica e del sempre più sistematico ricorso a mezzi amministrativi da una parte, e allo scatenamento dei conflitti interetnici dall'altra, va ricercata nella situazione disastrosa dell'economia. Non solo il livello di vita della maggior parte della popolazione si è gravemente abbassato, non solo non si è sviluppata nessuna produzione degli agognati beni di consumo durevole che sembravano il simbolo dell'Occidente, e la loro importazione avviene a prezzi proibitivi per il normale cittadino, non solo le garanzie per l'occupazione sono sempre più precarie (anche se gli economisti di Eltsin, come ieri quelli di Gorbaciov, hanno dovuto rinviare ancora una volta le drastiche riduzioni di manodopera che asserivano necessarie),7 ma nessuna delle misure annunciate e soprattutto di quelle realmente praticabili è in grado di migliorare a breve e medio termine la situazione.

In un contesto in cui la maggioranza della popolazione non è contenta e lo sarà sempre meno, anche per la fine di tutte le forme di "Stato sociale" a cui era abituata, si capisce perché chi governa cerchi di premunirsi limitando le possibilità di organizzare il dissenso e creando diversivi a un normale dibattito politico in cui ha argomenti ben concreti da utilizzare.

I conflitti interetnici (o le schermaglie tra repubbliche per la revisione dei confini) rappresentano il più comodo e facile dei diversivi, e in genere non hanno provocato finora grandi complicazioni internazionali, ma riaffiorano anche altre forme di sciovinismo che hanno la stessa funzione.

Il caso tipico è l'ondata di sdegno patriottico per la ventilata cessione di una parte del "sacro suolo nazionale" al Giappone in cambio di finanziamenti e crediti. In realtà le Curili non hanno quasi nessuna importanza economica (tra l'altro le modeste risorse sono inadeguatamente sfruttate, e lo stato di abbandono in cui versano è rivelato dal fatto che non hanno neppure collegamenti marittimi o aerei diretti tra loro), mentre la loro importanza militare -già scarsa di per sé in epoca di missili intercontinentali- è ridottissima oggi date le condizioni generali dell'esercito russo.8

Nel 1990 gran parte dei democratici, compreso Eltsin, avevano proposto la restituzione delle Curili, o almeno delle due isole meridionali, meno importanti e poco abitate (comunque tra tutte e quattro non ci sono più di 25.000 russi), anche alla luce di un impegno in tal senso sottoscritto dal governo sovietico già nel 1956 e mai applicato. Tuttavia, non appena Gorbaciov accennò a far sua la proposta si levò una tale ondata di proteste che anche Eltsin cominciò a fare marcia indietro. Oggi è stato costretto a rinunciare allo stesso viaggio a Tokio, che pure poteva avere un notevole interesse per l'economia russa nelle attuali condizioni.

Il diversivo ha fatto dimenticare per un po' i problemi interni, con una vera e propria ubriacatura di nazionalismo. Eltsin ha ritrovato l'appoggio dei conservatori, e ha avuto elogi perfino dal "colonnello nero" Alksnis. Quanto poco si trattasse di vero patriottismo è confermato dalla notizia che contemporaneamente si trattava per cedere sottobanco lo sfruttamento turistico di una delle isole, Shikotan, a una società di Hong Kong.

 

All'origine della scelta di cavalcare ogni forma di nazionalismo, da quello ferocemente scatenato contro il vicino nel Caucaso a quello imbevuto di nostalgia dell'espansionismo zarista e staliniano, c'è un fallimento clamoroso: i nuovi governanti "democratici" non sono riusciti a risolvere praticamente nessuno dei problemi che avevano di fronte, né a realizzare in modo relativamente indolore ed accettabile quel passaggio al capitalismo che a loro (ma anche alla maggior parte dei sovietici) sembrava il toccasana per tutti i mali del paese.9

 

Le analogie con la situazione jugoslava

 

È quanto permette di riscontrare la più forte delle analogie con la situazione jugoslava. Un pacifista serbo, Mile Isakov, ha scritto su «A sinistra» che la causa prima delle guerre jugoslave è che esse rappresentano «l'unica possibilità per coloro che detengono il potere, sia in Serbia, sia in Croazia, di rimanere a galla, perché non sanno governare e non sono in grado di fare nulla di positivo».

Non è una specificità dell'ex "socialismo reale". È vero che pressoché tutti i suoi leader si sono riciclati come nazionalisti, e hanno cercato di trovare nuovi consensi attingendo ad antichi miti, a vecchi stereotipi sciovinisti, anziché alle giaculatorie "marxiste-leniniste" o "socialiste autogestionarie" degli anni passati, ormai troppo screditate, ma va sottolineato che gran parte dei governanti dei paesi sottosviluppati ricorrono a questi espedienti, dalle "guerre del pallone" del Centro America allo scatenamento di odi tribali che sembravano dimenticati da decenni in moltissimi paesi africani.10

La spiegazione più diffusa nella sinistra tende a sopravvalutare il ruolo attivo e diretto dell'imperialismo in questi processi. È tuttavia una spiegazione semplicistica e in definitiva fuorviante,

L'imperialismo ha ovviamente un ruolo determinante nelle crisi in quanto ha provocato con mezzi diversi la disgregazione delle economie di quasi tutti i paesi che avevano tentato la strada della liberazione. In Urss il processo era stato aggravato dalla corsa agli armamenti ("imposta" certo dagli Usa, ma possibile solo perché nei decenni brezneviani la burocrazia non concepiva altra strada che quella dell'emulazione militare per la sfida all' Occidente), in tutti gli altri paesi (ma per alcuni aspetti ciò riguarda la stessa Unione sovietica) lo strumento essenziale è stato l'indebitamento e più in generale lo scambio ineguale tra le materie prime o semilavorate che esportavano e i macchinari o la tecnologia che importavano.11

Non c'è dubbio neppure (e pensiamo qui non solo all'ex Urss, ma anche agli altri paesi lacerati da conflitti etnici o tribali attizzati dai gruppi dirigenti) che l'imperialismo tenda a privilegiare strati parassitari e corrotti in ciascun paese, e che molto spesso non abbia esitato a incoraggiare cinicamente movimenti dissidenti: ma si tratta di una utilizzazione tattica contingente, che arretra in genere di fronte alle conseguenze (si pensi alla sorte dei curdi dell'Iraq).

Di fatto l'imperialismo non desidera l'esplosione degli Stati plurietnici: si ricordi come Bush si impegnò a fianco di Gorbaciov per scoraggiare il separatismo ucraino e baltico, e l'iniziale atteggiamento americano contro il riconoscimento di Slovenia e Croazia. Altra cosa è che, una volta avvenuta l'esplosione, ciascun paese imperialista cerchi di raccogliere la maggior parte dei cocci…

Non si può dunque eludere il problema delle origini endogene delle nuove ondate di sciovinismo e di odi interetnici.

Questo vale d'altra parte anche per le tendenze alla restaurazione capitalistica, che sarebbe ingenuo spiegare solo con l'azione soggettiva degli "agenti dell'imperialismo".12 Per abitudini inveterate alcuni compagni tendono a spiegare tutto quel che non capiscono e non amano con una "manovra subdola" degli agenti della Cia, dalla rivolta operaia di Berlino del 1953 agli scioperi di Poznan e ai consigli operai di Budapest nel 1956, da Solidarnosc al crollo del muro di Berlino. Naturalmente, con questa logica, nulla di più comodo che attribuire all'agente Boris Eltsin lo sfacelo attuale della ex Unione sovietica.

Si tratta di una spiegazione due volte fuorviante: da un lato Boris Eltsin è ben lontano dall'essere un "agente della Cia", ed è al contrario stato accettato da Washington come una sgradevole sorpresa. Finché Gorbaciov era rimasto segretario, Eltsin, pur eletto presidente della Russia con un voto legittimo e plebiscitario, era stato "snobbato" e tenuto nell’anticamera della Casa Bianca (e a Parigi non era stato ricevuto che da un funzionario di medio livello). Naturalmente non per timore che fosse un rivoluzionario, ma per la sua imprevedibilità, che dipende soprattutto dai suoi legami con i settori eterogenei che lo sostengono per diverse ragioni e in parte lo condizionano. Alcuni irrigidimenti della politica estera russa negli ultimi mesi fanno pensare che i dubbi di Bush non fossero infondati.

Per altro verso, questa spiegazione semplicistica di grandi processi storici come frutto della manipolazione di agenti, che ricorda un po' le accuse a Renzo Tramaglino di essere il promotore dei moti per il pane per conto del Re di Francia, ma che è stata usata dallo stalinismo in declino per cercare cause esterne alle sue ricorrenti crisi, porta a un'incomprensione delle vere responsabilità dell'imperialismo. L'imperialismo ha enormi responsabilità nella crisi del "socialismo reale", ma non tanto attraverso la sobillazione (che ha praticato da sempre nei confronti dell'Urss, ma con scarso successo finché i sovietici erano convinti della necessità dei sacrifici per difendere le conquiste - intaccate ma non cancellate - della rivoluzione), quanto attraverso i normali meccanismi economici.

E purtroppo non occorreva nessuna sobillazione esterna per far riemergere nell'Urss gli odi interetnici: nel periodo staliniano lo sciovinismo granderusso denunciato già dall’ultimo Lenin era stato sistematizzato, aveva fornito la motivazione principale della "grande guerra patriottica", si era intrecciato a una ossessiva xenofobia e al riaffiorare dell' antisemitismo (mal dissimulato sotto una leggera vernice "antisionista"), aveva portato all'orrore della punizione collettiva di interi popoli: i ceceni, i cabardini, gli osseti, i calmucchi, i tatari di Crimea, i tedeschi del Volga, ma anche lo stesso popolo tedesco, a cui furono fatti pagare i crimini di Hitler con violenze, deportazioni e poi con l'imposizione (alla Rdt!) di enormi riparazioni di guerra.13

Più complessa, ma non inspiegabile, la rinascita dei conflitti in Jugoslavia, dove una delle principali ragioni del successo dei partigiani di Tito era stato il carattere plurietnico dell'Armata popolare e della sua direzione. Tuttavia, negli anni del lento declino e poi della crisi sempre più acuta del "modello jugoslavo" (che col passare degli anni finiva per assomigliare sempre più - tranne nella verniciatura autogestionaria - al modello originario del "socialismo reale"), le tendenze alla restaurazione del capitalismo che si erano manifestate in diversi settori della burocrazia avevano utilizzato il canale dell'autonomia delle repubbliche per far passare la rivendicazione della libertà assoluta per la nomenklatura. Il corollario ideologico era stata la riscoperta dei "valori nazionali", ricercati nella storia degli antichi regni, ma anche in quella più recente dei conflitti che avevano accompagnato l'occupazione nazifascista e la creazione dello Stato degli ustascia.

Anche per la Jugoslavia, spiegare l'esplosione attuale solo con le manovre dell'imperialismo sarebbe molto riduttivo. Non si vede perché l'imperialismo dovrebbe preferire di avere a che fare con quattro o cinque staterelli dissestati al punto di non aver nulla da vendere e soprattutto nulla da comprare, invece di un solo Stato relativamente ben organizzato e per giunta dispostissimo a collaborare in varie forme. Altra cosa è che, una volta falliti i tentativi (degli Stati Uniti, del mediatore della Cee lord Carrington, ecc.) di fermare le spinte centrifughe e di tenere insieme i pezzi della Jugoslavia, ciascun paese imperialista si affretti a raccattare i cocci e a ricavare il massimo profitto dalla situazione.

A questo punto, tuttavia, non serve più parlare in astratto di imperialismo, ma occorre fare i conti con l'emergere di tensioni e di una sempre più aspra concorrenza tra i diversi paesi imperialisti, che proprio nella vicenda jugoslava sono venute alla luce con la massima chiarezza, e che probabil­mente assumeranno nei prossimi anni caratteristiche anche più virulente.

1 La crescita vertiginosa della criminalità, per la venuta allo scoperto delle imponenti reti mafiose formatesi nel periodo brezneviano e che hanno continuato a prosperare durante quello gorbacioviano, mette a repentaglio d'altra parte non solo i semplici cittadini, ma anche chi tenta di avviare normali ed "oneste" attività produttive. Si veda in proposito il bel libro di Arkadij Vaksberg, La mafia sovietica, Baldini & Castoldi, Milano, 1992.

2 Lituania, Lettonia ed Estonia, tuttavia, conoscono gravi difficoltà a smerciare i loro prodotti sui mercati occidentali, mentre non hanno ancora definito forme di collaborazione stabile con la CSI; le tre repubbliche, comunque, sono state incapaci finora di trovare un accordo per federarsi ed avere una moneta comune, e continuano a praticare pesanti discriminazioni nei confronti degli allogeni (russi, bielorussi o polacchi).

3 A più riprese sono state fissate date per il ritiro delle truppe: nel settembre 1992 è stato concordato che sia completato entro il settembre 1993, ma la definizione del calendario e delle modalità è stata rinviata a successivi incontri.

4 Contro la politica estera di totale subordinazione agli Stati Uniti (che si era già concretizzata sotto Gorbaciov in particolare al momento dell'avallo dato alla Guerra del golfo) si sono levate molte voci, tra cui assai significativa quella di Evgenij Ambarzumov, presidente della commissione esteri del parlamento russo, che ha criticato e tentato di modificare l'atteggiamento del delegato russo al Consiglio di sicurezza in particolare per quanto riguarda la ex Jugoslavia.

5 Il provvedimento è stato giustamente criticato, ma era anch'esso già stato attuato in larga misura da Gorbaciov (ed anzi era parte essenziale di quell'autoattribuzione di poteri presidenziali che assurdamente la sinistra italiana applaudiva).

6Gamsakhurdia aveva perfino riesumato il concetto di "nemico del popolo", sia pur aggiungendo l'aggettivo "georgiano".

7 Bisogna prendere atto che non è stato possibile realizzare il principale suggerimento della Banca Mondiale e del FMI di licenziare in massa la manodopera "eccedente" e che gli economisti che più si erano impegnati in tal senso sono pressoché scomparsi dalla scena politica nel 1992. Il più noto di essi, Grigorij Javlinskij, è finito a Nizhnij Novgorod come consigliere del "governo" regionale, concludendo con una bancarotta il suo tentativo di costruire il "capitalismo in una sola regione". Lo stesso Gaidar, che ne aveva ripreso le tematiche e sembrava il braccio destro di Eltsin, è stato fortemente ridimensionato negli ultimi mesi. Si tratta di una "fatale ed atavica predisposizione russa all'indecisione", come insinuano molti autorevoli commentatori, o invece, esattamente come durante gli ultimi anni di Gorbaciov, di battute di arresto dovute alla certezza di stare per oltrepassare il limite della sopportazione della classe operaia russa?

8La loro acquisizione all’Urss non è molto difendibile, anche da altri punti di vista: vennero occupate dall’Armata Rossa solo nell’agosto 1945, quando Stalin dichiarò guerra al Giappone, stremato dopo Hiroshima e Nagasaki, al solo scopo di partecipare al bottino di guerra (il Giappone aveva tenuto fede per tutta la durata della guerra ai patti di non aggressione firmati con l’Urss, nonostante le sollecitazioni di Hitler). Un altro degli argomenti dei nuovi nazionalisti fa appello alla presenza russa fino alla guerra russo-giapponese del 1905; in realtà, si trattava di piccoli nuclei di pescatori, mentre la popolazione giapponese che fu deportata dopo il 1945 era in realtà in parte discendente da una più antica colonizzazione.

9La situazione dell'economia è gravissima, anche perché i promessi aiuti occidentali non sono attivati che in misura irrisoria (esattamente come era successo alla Polonia, che pure doveva essere favorita non solo per i legami col Vaticano, ma perché per prima aveva imboccato la strada della liquidazione del passato "socialista"), e quei pochi che sono arrivati sono stati inglobati nel giro di affari delle varie mafie o sono finiti dispersi nel caos della distribuzione. Lo stato dei trasporti. che era già penoso in Urss, si è aggravato in una fase in cui la cronica e strisciante incuria per tutto quel che è statale è diventata sistematica e totale, mentre l'avvio di attività private nel settore è lentissimo o inesistente. Le privatizzazioni consistono in genere nell'appropriazione di immobili da parte di burocrati riciclatisi da "comunisti" a "democratici", o nei tentativi dei dirigenti dei kholkhos di trasformare in proprietà il loro ruolo dirigente (con scarso successo per la decisa resistenza dei kholkhosiani), ma non hanno inciso molto sulla produzione. Più forte l'incidenza sulla distribuzione, ma senza renderla più efficiente, e creando al contrario delle forme di speculazione che non possono non generare proteste e sdegno.

10 Anche l'uso del tutto strumentale della questione palestinese nella maggior parte dei paesi arabi, caricata per giunta di valenze "antisemite" spesso direttamente ripescate nel repertorio nazista, ha lo stesso significato.

11 Se si esamina la composizione di esportazioni ed importazioni della stessa Urss nell'ultimo decennio si comprende che lo scivolamento verso il "Terzo Mondo" era già iniziato ben prima che la maldestra politica di Gorbaciov e dei suoi successori l'accelerasse.

12 La presenza di forti spinte alla restaurazione capitalistica in seno alla burocrazia era stata denunciata in modo circostanziato dall'Opposizione di sinistra. Alcune pagine de La rivoluzione tradita di Lev Trotskij descrivevano bene questa tendenza e le ragioni per cui veniva circoscritta e combattuta dal gruppo dirigente staliniano.

13 Il dislivello economico tra Germania occidentale e orientale non può essere spiegato senza tener conto degli immensi prelievi di impianti, macchinari, tecnici che la Germania democratica dovette subire nei primi otto anni dopo la guerra, e che sarebbero continuati a lungo se non ci fosse stato il campanello d'allarme dei moti del giugno 1953 (di cui i diri­genti sovietici conoscevano bene la caratteristica di grande rivolta operaia contro l'intensificazione dei ritmi di lavoro col taglio dei tempi) che imposero una modifica radicale dei rapporti tedesco-sovietici. Negli stessi anni invece l'imperialismo americano aveva condonato il debito alla Rft, la cui ricostruzione veniva accelerata con massicce iniezioni di capitali.