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1989.Venti anni dopo
Un bilancio della crisi generale del sistema staliniano nel 1989
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Venti anni dopo il 1989
Amnesie e mistificazioni
Nella grande farsa mediatica del 9 novembre a Berlino, affollata da tanti “non-protagonisti” del crollo del muro (a partire da Sarkozy) che ne rivendicavano il merito, c’era una sola cosa realistica: la rappresentazione dell’effetto domino con una serie di pannelli in polistirolo che cadevano l’uno sull’altro.
La caduta del muro infatti è stato l’evento più visibile di una catena di trasformazioni avviate perlomeno da un anno, e rimbalzate da un paese all’altro.
Gorbaciov fu – spesso inconsapevolmente – il detonatore, con il suo sforzo di indurre a tentare un’autoriforma i dirigenti di regimi ormai logorati e in crisi evidente. Rimanendo sempre a mezza strada: un caso esemplare è la Romania, dove Gorby va in visita nel maggio 1987, ricavando un’impressione penosa su Ceausescu (confidata al suo diario e ai più stretti collaboratori) ma lo insignisce dell’Ordine di Lenin…
L’autoriforma si era dimostrata impossibile non solo nel 1956, con l’intervento in Ungheria, ma soprattutto nel 1968, quando in Cecoslovacchia un tentativo di cambiamento, assolutamente pacifico e appoggiato dalla maggior parte dei comunisti e dei cittadini, era stato stroncato violentemente da una minoranza ottusa e parassitaria sostenuta dall’esterno, che aveva giustamente paura di essere spazzata via da qualsiasi cambiamento. A partire da quella data gran parte degli oppositori nelle democrazie popolari e nella stessa URSS smettono di proporre riforme del sistema e puntano a un ritorno al capitalismo, che da lontano sembra attraente, mentre l’indebitamento progressivo ha peggiorato nettamente le condizioni di vita all’est.
Il ruolo oggettivo di Gorbaciov nei paesi del blocco sovietico era comunque largamente indipendente dalle sue intenzioni e dal suo ruolo effettivo nelle trasformazioni in corso nel suo paese, che egli cercò di frenare e rallentare, invitando alla pazienza e a non avere fretta (cosa facilissima per lui che si era fatta costruire la quinta dacia sul Mar Nero, non altrettanto per i minatori del Donbass, che dovevano scioperare non solo per i salari arretrati ma perfino per ottenere un pezzo di sapone e una siringa a famiglia…).
Ancor meno consapevole del suo ruolo fu Boris Eltsin, che acquistò in poco tempo una grande popolarità in URSS e tra gli oppositori dei paesi del blocco sovietico semplicemente perché incalzava Gorbaciov e approfittava delle sue esitazioni. La dialettica apertasi con la sua trionfale elezione a deputato con milioni di voti, dopo che erano stati fatti diversi tentativi burocratici di escludere la sua candidatura, contribuiva – indipendentemente dalle sue opinioni e da quelle di Gorbaciov – a rendere meno probabile un intervento sovietico come quelli del 1953 a Berlino Est, nel 1956 in Ungheria, nel 1969 in Cecoslovacchia per sorreggere i regimi vassalli in crisi. L’entusiasmo per Gorbaciov, pressoché inesistente in URSS, si diffondeva invece da Praga a Tien Anmen per una sola ragione: aveva espresso in parecchie occasioni, a partire dal 1987, un sostanziale rigetto della “dottrina Breznev”, cioè del diritto/dovere di intervenire negli affari interni dei paesi della sfera di influenza sovietica.
La crisi della DDR appare centrale nelle celebrazioni di quest’anno, ma era la conseguenza di una crisi già avviata in altri paesi, e di fatto non arrestabile. In primo luogo Polonia e Ungheria, in cui le opposizioni erano state chiamate a discutere i problemi del paese in tavole rotonde, non malgrado la loro debolezza, ma grazie ad essa, che faceva pensare possibile una loro collaborazione “ragionevole” e prudente.
Il caso della Polonia e la leggenda del ruolo di Giovanni Paolo II
In Polonia Wojtila ha fatto ben sette visite: la prima nel giugno 1979, la terza nel 1987. Nel frattempo era nata Solidarnosc nel 1980, si era verificata una forte divaricazione tra la prudenza del cardinal Glemp e la maggioranza radicale del sindacato autorganizzato nel 1981, e Jaruzelski aveva proclamato lo stato d’assedio in quello stesso anno. Nell’87 il regime sembrava abbastanza solido, e il papa fece appello all’unità della nazione ed elogiò Jaruzelski, con cui ebbe diversi incontri non puramente formali.
Questo smentisce la leggenda del “papa che fa crollare il comunismo”, anche se certo pesò il grande prestigio di Wojtyla (e la certezza della sua disponibilità a una soluzione negoziata) nella successiva decisione di Jaruzelski di convocare una Tavola Rotonda con le opposizioni - di cui peraltro diversi esponenti non erano cattolici - con l’obiettivo di rilanciare la concertazione col sindacato, ancora forte ma ormai ridimensionato e soprattutto con un gruppo dirigente meno radicale che nel 1981, anche per il ruolo di pessimi consiglieri come la SPD, i sindacati USA, ecc., che avevano sostenuto e condizionato i leader di Solidarnosc, mentre lo stesso PCI, che aveva utilizzato la vicenda per fini di politica interna, aveva evitato di sostenerli per non irritare l’URSS, da cui si differenziava blandamente, ma che credeva “eterna come il Vaticano”.
Il gruppo dirigente era meno radicale, certo, ma il corpo del sindacato era tornato attivo e sempre più intransigente, e tra il 1987 e il 1988, per il deteriorarsi della situazione economica, gli scioperi si erano infittiti e spesso avevano presentato rivendicazioni politiche, dalla legalizzazione di Solidarnosc alla fine della censura e al cambio di governo. Senza l’appoggio della maggior parte dell’alto clero, disposto come anche nel 1980-1981 al compromesso col regime che gli assicurava privilegi di vario genere, e che lasciava senza protezione i cappellani del lavoro più intransigenti come Jerzy Popieluszko (assassinato dai servizi nel 1984).
Tanta parte della sinistra italiana ha sempre immaginato subdole sobillazioni della CIA dietro ad ogni sciopero nei paesi dell’Est, senza riflettere che un ruolo nefasto dell’Occidente c’era, ma soprattutto a partire dai meccanismi economici. La Polonia si era indebitata più ancora degli altri paesi del blocco nel corso degli anni Settanta (gli anni dei petrodollari offerti a tassi inizialmente modesti). Il successore di Gomulka, il tecnocrate Gierek, aveva ritenuto di risolvere i problemi del paese agli inizi degli anni Settanta acquistando chiavi in mano impianti modernissimi per la produzione di auto e veicoli industriali, pensando di ripagarli vendendo in Occidente i prodotti finiti. Aveva sottovalutato o ignorato completamente i sintomi della crisi capitalistica imminente, e l’emergere di una concorrenza spietata di paesi come Taiwan e la Corea del Sud che, grazie a condizioni di lavoro tremende e basso costo della manodopera, si erano fatti largo sui mercati internazionali.
Così la Polonia era arrivata agli anni Ottanta terribilmente indebitata (a livelli persino superiori a quelli di Argentina o Brasile) e sottoposta al ferreo controllo del Fondo Monetario Internazionale, che aveva imposto una politica di austerità, che determinava un peggioramento netto delle condizioni dei lavoratori, che ovviamente lo mettevano in conto al governo. Questa, vedremo, era la condizione comune alla maggior parte dei paesi dell’area, e anche alla Jugoslavia, oltre che alla stessa URSS.
La Tavola Rotonda era stata preparata da un incontro tra il ministro degli Interni Kiszczak e Walesa già nell’agosto del 1988, ed aveva iniziato i suoi lavori nel febbraio 1989. I leader dell’opposizione, provati da anni di carcere o di esilio e condizionati dalla pressioni dei loro consiglieri, avevano accettato senza difficoltà di andare al voto con un meccanismo truccato che doveva assicurare al POUP una maggioranza automatica artificiale del 65% alla Camera, mentre al Senato, il cui potere era quasi simbolico, la scelta era libera. Le elezioni del 4 giugno avevano rivelato che i voti ottenuti dal partito al potere erano pochissimi: al Senato solo uno dei suoi candidati era stato eletto. Si erano trasformate quindi in un boomerang, aprendo una crisi irreversibile. Jaruzelski, che già dal 1981 sapeva che l’URSS non era in grado di intervenire (anche se egli aveva presentato il suo colpo di Stato come un “male minore” necessario per evitare l’invasione sovietica…), chiamò a presiedere il governo un esponente di Solidarnosc, Tadeusz Mazowiecki, fin dall’agosto del 1989. Parecchi mesi prima, dunque, del crollo del muro…
Per chiudere con la leggenda del ruolo determinante di Karol Wojtyla va detto anche che poi era tornato altre volte in Polonia, ma aveva dovuto sferzare anche il progressivo distacco dalla morale cattolica della maggioranza della popolazione, che nel 1989 aveva votato massicciamente Solidarnosc, ma soltanto perché era l’unica opposizione disponibile. La prova decisiva è che già nel 1993 gli ex comunisti, peraltro convertiti al neoliberismo, avevano vinto le elezioni ed erano tornati al governo.
Il crollo del regime in Ungheria
Come in Polonia, anche nell’Ungheria, che nel 1989 avrà un ruolo importante nella crisi generale, quando per qualche mese servirà ai cittadini della DDR come tappa per raggiungere la Germania federale, le trasformazioni del sistema politico erano cominciate molto prima dell’abbattimento del muro di Berlino. Dopo la durezza della repressione del 1956, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di esiliati, Janos Kadar aveva potuto avviare con cautela e relativa tranquillità una serie di riforme dall’alto, e anche per questo l’opposizione aveva stentato ad assumere un peso visibile. Ma nel corso del 1987 e 1988 aveva cominciato a crescere, e a organizzarsi, pur restando un fenomeno di dimensioni non paragonabili a quelle del sindacato polacco. L’istituzione nel gennaio 1988 di un “passaporto mondiale” che consentiva a tutti i cittadini di viaggiare all’estero senza limitazioni avrebbe avuto ripercussioni fortissime negli altri paesi del blocco sovietico e nella stessa URSS. Ancor più significativo l’abbattimento – nel maggio 1989 -della barriera di filo spinato (non solo simbolica) al confine con l’Austria, con effetti ovvi sull’afflusso di cittadini della DDR che potevano aggirare il muro. La crisi della direzione tedesco-orientale era tale che non poté reagire all’evidente violazione di accordi precedenti che vincolavano il turismo tra i due paesi al divieto di usarlo per il transito verso ovest.
Kadar era allarmato, ma ormai non contava più molto; già nel maggio 1988 viene “sollevato” dalla carica di segretario generale del partito per assumere quella puramente onorifica di presidente. Morirà nel luglio successivo, dopo aver visto sgretolarsi il regime: nel gennaio 1989 Imre Poszgay, membro del Politburò, aveva definito alla radio “una rivolta popolare” quella che per oltre trent’anni era stata bollata come “controrivoluzione”; in aprile erano cominciate le trattative tra i gruppi dell’opposizione – ormai legali - per avviare una Tavola Rotonda come in Polonia; l’8 maggio Kadar aveva dovuto lasciare anche la carica di presidente. Il 13 giugno erano cominciati i lavori della Tavola rotonda, il 16 c’erano stati nuovi grandi funerali per Imre Nagy e le altre vittime della repressione della rivoluzione del 1956. Il 6 luglio Janos Kadar moriva.
In ottobre il partito cambiava nome diventando partito socialista ungherese (alle prime elezioni libere, nel gennaio 1990, avrebbe ottenuto solo il 10% dei voti). Ma la decisione più importante riguardava i fuggiaschi dalla DDR, a cui in settembre veniva concessa ufficialmente la possibilità di lasciare l’Ungheria.
Dalla Cecoslovacchia alla Romania, passando per Tien Anmen
Mentre il monolitismo dell’URSS si sgretolava progressivamente e Polonia e Ungheria imboccavano la strada delle concessioni parziali che incoraggiavano il movimento a rialzare la testa, il panico si impadroniva dei gruppi dirigenti degli altri paesi, in particolare di quello della Cecoslovacchia.
Husak era stato imposto con i carri armati sovietici, calpestando la volontà popolare che si era inequivocabilmente espressa in quel congresso del PCC che l’intervento militare aveva voluto impedire, ma che si era svolto ugualmente sotto la protezione dei lavoratori in una fabbrica occupata. L’apparato insediato da Mosca con la ridicola finzione di una “richiesta d’aiuto” da parte di burocrati senza alcuna rappresentatività si era indebolito ulteriormente seguendo una strada diametralmente opposta a quella di Kadar. Il leader ungherese, che era stato vittima della repressione staliniana, in cambio del suo avallo all’intervento sovietico aveva ottenuto mano libera per una serie di riforme, al punto di trasformare l’Ungheria in quella che scherzosamente veniva definita la “più allegra baracca del lager”. Kadar, dopo aver eliminato gli oppositori più coerenti, aveva lanciato una politica di recupero degli incerti (“chi non è contro di noi, è con noi”), mentre Husak aveva cacciato dal partito 500.000 iscritti “inaffidabili”, la metà del totale, e in genere la metà più matura e preparata. (Sulle caratteristiche dei due paesi, oltre che della Polonia, rinvio agli ampi scritti su questi paesi contenuti nel sito http://antoniomoscato.altervista.org/).
Molti intellettuali non iscritti al partito erano stati spesso arrestati, e in ogni caso sistematicamente molestati e discriminati, e alcuni di loro erano diventati simboli di un’opposizione che non c’era e non riusciva a raccogliersi intorno ai protagonisti della “primavera di Praga” come Dubcek, in parte perché erano stati dimenticati, in parte perché la loro debolezza di fronte all’invasione sovietica e la loro collaborazione iniziale alla “normalizzazione” - prima di essere buttati fuori dal partito - li aveva screditati pesantemente.
Il lungo silenzio di Dubcek, che aveva rinunciato a far circolare la più piccola manifestazione del suo pensiero, e peggio ancora il fatto che, una volta recuperata una certa libertà di movimenti dopo il lungo esilio interno, aveva continuato a considerare responsabili dell’intervento i presunti “estremisti” che nel 1968 avevano scritto il documento detto delle “2000 parole”, spiegano la sua scarsa incidenza sui processi in corso nel 1989. Un ruolo importante fu assunto dagli studenti, che già nel 1998 avevano osato commemorare l’invasione, e il 15 gennaio del 1989 avevano ricordato in piazza San Venceslao il sacrificio di Jan Palach.
Impressionante però il fatto che molti dei militanti comunisti del 1968 si tennero in disparte, lasciando la parola ad attori, registi, presentatori televisivi, forse più coraggiosi, ma non necessariamente più in grado di proporre una linea al movimento spontaneo di protesta, che raggiunse il suo acme tra il 17 novembre (tradizionalmente festeggiata come giornata internazionale degli studenti, e che vide una mobilitazione straordinaria e un’insensata e immotivata repressione che fece pensare a una possibile ripetizione a Praga di piazza Tien Amen) e il 29 dello stesso mese, in cui un parlamento ancora composto solo di esponenti del partito comunista e dei gruppi fiancheggiatori votò la soppressione degli articoli della Costituzione che riconoscevano il ruolo egemone del partito comunista e il monopolio del “marxismo-leninismo”. Più o meno gli stessi giorni dello sgretolamento del potere stalinista nella DDR, che era iniziato col crollo del muro. Il cerchio si chiudeva.
Il cambio di regime finirà per passare alla storia come “la rivoluzione dai guanti di velluto” nonostante i tentativi di irrigidimento del regime ancora due settimane prima del suo tracollo, semplicemente perché il gruppo dirigente era screditatissimo ed era in parte lo stesso (anche se Husak era stato sostituito nel dicembre 1987 da un anodino Jakes) che era stato installato dai sovietici. Era in grado di capire che non sarebbero più accorsi in suo aiuto, e che l’opinione pubblica nel paese era ormai tutta ostile.
In quel novembre crollava il regime anche in Bulgaria: il segretario generale Todor Živkov che aveva assunto la carica nel lontano 1956, doveva dimettersi il 10 novembre, sostituito dal ministro degli Esteri Petär Mladenov, praticamente imposto da Gorbaciov. In nessun paese come in Bulgaria è stato determinante il riflesso di quanto accadeva a Mosca. Živkov è stato l’unico dirigente dei paesi del blocco a non aver mai avuto uno screzio, una piccola divergenza: di fatto la Bulgaria si sentiva una parte dell’URSS, e aveva in alcuni momenti perfino coltivato il sogno di essere riconosciuta come repubblica federata…
Accusato di malversazione e di nepotismo, nel processo che gli fu intentato negli anni successivi dai successori, Živkov spiegò di non aver mai creduto nel marxismo-leninismo fin dal giorno della sua nomina… Secondo Kadar, Todor Živkov era politicamente ignorante, ottuso, incapace di valutare le situazioni, mentre il leader bavarese di estrema destra Franz Josef Strauss, che era stato suo ospite fisso per grandi battute di caccia anche a specie protette, lo trovava un anfitrione perfetto, e lo considerava un modello di comunista (dei comunisti che piacevano a lui).
La Bulgaria stava collassando non certo per la spinta delle opposizioni che, come in Romania e in Albania, erano state eliminate con metodi spicci (i suoi servizi segreti erano considerati efficientissimi, anche per tecniche raffinate per la soppressione discreta dei dissidenti esiliati con ombrelli dalla punta avvelenata), ma per lo sfacelo della sua economia, troppo dipendente dall’URSS per non subire, amplificate, le conseguenze della sua crisi, e per la catastrofe ecologica provocata da impianti bulgari e a volte romeni che scaricavano migliaia di tonnellate di fanghi di arsenico non filtrato e altre sostanze tossiche nel Danubio o in altri fiumi.
Inoltre, negli anni Settanta la Bulgaria si era indebitata pesantemente con le banche occidentali, e un debito procapite di quasi 500 dollari gravava su ogni cittadino (che naturalmente non ne era informato, né vedeva i vantaggi derivanti da quei crediti e ovviamente se la prendeva con il governo). Anche la Romania si era trovata nella stessa situazione, ma Ceausescu aveva creduto di risolvere il problema imponendo un’austerità forsennata, e fissando limiti bassissimi all’uso dell’energia elettrica per illuminazione o riscaldamento (massimo consentito 12 gradi…), austerità che ridusse il debito, ma fu in definitiva all’origine della sua fine.
È sintomatico della crisi morale che attraversava il “socialismo reale” che la Bulgaria come la Romania ricorsero negli ultimi anni prima del crollo dei regimi alla xenofobia, con persecuzioni, discriminazioni, denazionalizzazioni delle minoranze, turca in Bulgaria, ungherese in Romania.
Il caso bulgaro è meno noto, ma è interessante e presenta punti di contatto anche con la quasi contemporanea campagna sciovinista serba nei confronti degli albanesi kosovari, iniziata proprio in quel 1989 con la grottesca celebrazione della battaglia di Kosovo Polje svoltasi seicento anni prima e di cui ovviamente non c’era nessuna memoria storica spontanea. La Bulgaria aveva cominciato prima a spolverare i suoi miti storici fondativi, festeggiando nel 1981 il 1300° anniversario della fondazione dell’Impero bulgaro. Il fatto che per molti secoli i bulgari erano stati dominati dagli ottomani, forniva la spinta per una ritorsione nei confronti delle 900.000 persone che costituivano la minoranza turca (un milione e mezzo secondo le valutazioni della Turchia, che ovviamente tentò di approfittare della crisi), e anche dei 200.000 pomachi, cioè bulgari di religione musulmana. Le prime manifestazioni di dissenso in Bulgaria furono promosse da associazioni per la tutela delle minoranze religiose ed etniche, e da organizzazioni ambientaliste come Ekoglasnost.
La Romania è stato il pezzo del domino caduto per ultimo (a parte l’Albania, che tarderà ancora due anni, ma era chiusa in un isolamento fortissimo proprio nei riguardi dei paesi vicini “revisionisti”, e di cui quindi qui non parliamo). La straordinaria efficacia nella distruzione delle opposizioni aveva ritardato la manifestazione di un dissenso politico (i protagonisti del dopo Ceausescu saranno tutti esponenti del regime emarginati negli anni precedenti per motivi personali). La cecità del Conducator, che a differenza degli altri pur mediocri leader non si rendeva conto di non avere consensi, aveva reso inevitabile un ricambio cruento. L’innesco era stata la violenta repressione di un tentativo di resistenza di un pastore evangelico ungherese di Timisoara, che aveva catalizzato l’opposizione alla politica di “sistematizzazione” della popolazione, che comportava la distruzione dei villaggi tradizionali e una specie di deportazione in “centri agroindustriali”.
Va detto che - a parte la fucilazione senza regolare processo della “coppia reale” - il numero dei morti fu molto inferiore a quello annunciato dai vincitori (che dovevano far dimenticare le loro lunghe complicità col regime): 1104 e non centinaia di migliaia. In occidente ovviamente fu ripresa la cifra fornita dai nuovi governanti, e furono spacciate per “vittime torturate” dal regime anche le salme di morti in incidenti stradali, con tracce dell’autopsia. Per giunta si sorvolò sul fatto che ben 942 delle vittime erano state uccise negli scontri tra reparti dell’esercito e Securitate dopo la fuga e la morte del dittatore. Oltre 4 milioni di iscritti al partito comunista in ogni caso svanirono in una notte.
Del crollo della DDR accenno appena, visto che se ne è parlato fin troppo, con eccessi di particolari marginali su come si è arrivati a dare per finito il divieto di passare a occidente. Certo ha pesato lo stato confusionale in cui si trovava il gruppo dirigente, sicuro di non poter essere salvato da un intervento sovietico.
Probabilmente c’è stato anche un eccesso di controllo, risultato alla fine controproducente. La Stasi era enorme (nel Terzo Reich hitleriano c’era un agente della Gestapo ogni 2.000 cittadini, nell’URSS di Stalin un agente del KGB ogni 6.000 persone circa, ma nella DDR c’era un agente o informatore della Stasi ogni 63 persone, e se si aggiungono gli informatori occasionali la percentuale era di un informatore ogni 6,5 cittadini) ma invece di controllare efficacemente ormai rifletteva e veicolava lo stato d’animo della gente. Comunque un apparato simile non è servito a niente. Anzi! Paradossalmente proprio l’eccesso di reclutamento di confidenti, non particolarmente entusiasti e anzi sottoposti a ricatti di vario genere (e in genere anche mal retribuiti) rendeva inefficace il meccanismo. Un’inchiesta sulla Stasi ha trovato ad esempio in un fascicolo del 1989 un rapporto di un giovane tenente che “avvertiva i suoi superiori che nei gruppi di opposizione della chiesa c’erano così tanti informatori che le loro manifestazioni apparivano molto più forti di quanto fossero in realtà”.
Soprattutto non serviva a niente sottoporre a rigida censura la stampa e la TV, e vietare le pubblicazioni sovietiche della glasnost in tedesco, se bastava accendere il televisore e vedere i programmi tedeschi occidentali (la stessa cosa valeva per gran parte dell’Ungheria e della Cecoslovacchia). E c’era l’effetto domino. Una battuta di quei giorni diceva: “In Polonia 10 anni, in Ungheria 10 mesi, nella DDR 10 settimane, in Cecoslovacchia 10 giorni”.
Il tracollo della Jugoslavia , che era fuori della dottrina Breznev, comincia nello stesso periodo, e suggerisce analogie utili. La crisi strisciante si manifestò più clamorosamente nel corso degli anni Ottanta. Pur essendo una crisi economica e sociale provocata dal terribile indebitamento con l’Occidente, fu percepita in termini nazionali, anche perché tutti i dirigenti di provenienza comunista spingevano verso questa interpretazione. Riferendosi all'ultima fase un pacifista serbo, Mile Isakov, ha detto crudamente che tutti i governanti della ex Jugoslavia hanno fatto ricorso alla demagogia nazionalista e alla ricerca di capri espiatori nei popoli vicini attraverso un uso distorto e mistificato della storia solo perché non sapevano governare e non avevano nessun bilancio positivo da presentare ai propri elettori. Così Milosevic tirava fuori come elemento fondante della "serbità" e come giustificazione delle discriminazioni antialbanesi una battaglia di Kosovo Polje svoltasi nel lontano 1389, o altri episodi più o meno mitici, e altrettanto facevano i croati.
Quella di Isakov è un'osservazione acuta, specie se riferita al periodo successivo alla caduta del muro e dei regimi sedicenti socialisti dell'Europa centro-orientale, quando il monopartitismo vigente fino a quel momento dovette cedere il passo a elezioni formalmente libere e con diversi partiti in lizza. La Jugoslavia aveva d’altra parte caratteristiche particolarissime, giacché le autonomie concesse dalla costituzione del 1974 (che Tito aveva voluto ultragarantista) avevano portato a una singolare forma di pluripartitismo dato che, pur chiamandosi sempre con lo stesso nome di "Lega dei comunisti" (questa andrà in pezzi solo nel gennaio 1990), i partiti al potere in ciascuna repubblica si erano differenziati profondamente tra loro e polemizzavano spesso apertamente l'uno con l'altro. Ma l’osservazione di Isakov necessita tuttavia di una correzione parziale: quei governanti non solo non sapevano, ma non potevano governare bene, perché erano ormai sotto la tutela di quei rapaci esattori dell'imperialismo che sono il FMI e la BM. E questo vale un po’ per tutti, da Varsavia a Bucarest.
Antonio Moscato