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La crisi dell'URSS

ll "socialismo reale" in crisi · pubblicato il 28 febbraio 2010 · 27 min di lettura

Una relazione del 1990 sulla crisi esplosiva dell'URSS e sugli equivoci nella sinistra italiana, compresa Democrazia Proletaria, sul presente e sul passato del blocco staliniano

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La crisi dell'Urss

 

Relazione di Antonio Moscato al seminario del Dipartimento Esteri di Democrazia Proletaria

Roma 2 dicembre 1990

Ricercando testi da inserire nella sezione I GRANDI NODI DEL NOVECENTO o nei MATERIALI PER L’AUTOFORMAZIONE, ho trovato questa trascrizione di una relazione che avevo steso dopo una riunione del Dipartimento Esteri di DP ma la cui pubblicazione era stata rinviata di mese in mese dalla miniburocrazia di quel partito. Alla fine aveva circolato ciclostilata e poi era stata recuperata scannerizzandola. Ho pensato di aggiungerla, dopo il testo di bilancio del 1989 apparso, in forma lievemente ridotta su Erre n. 36 novembre dicembre 2009, e oggi inserito nel sito col titolo: 1989. Venti anni dopo. Può ancora servire, anche perché era stata scritta prima dell’esplosione dell’URSS. (a.m. 28/2/2010)

Il precipitare della crisi economica e sociale dell'Urss negli ultimi mesi ha posto numerosi problemi nuovi. In primo luogo, ha reso più difficile il mantenimento di atteggiamenti apologetici e giustificazionisti nei confronti del regime sovietico e dello stesso Gorbaciov.

E' vero che alcuni dei nostalgici del "socialismo reale", che appena un anno fa avevano visto crollare gli ultimi bastioni a cui si aggrappavano (la RDT di Honecker e perfino la Romania di Ceausescu) oggi "spiegano" tutto quel che accade in Urss e che è accaduto nell'Europa centro-orientale con la "sciagurata politica di .Gorbaciov", insinuando persino che potrebbe essere un agente della CIA...

Ma si tratta di una resistenza di retroguardia, di cui non varrebbe la pena di occuparsi se non si producesse in un'area molto contigua a DP e che vorremmo conquistare a un progetto comune di costruzione di una nuova forza comunista.

Appena un anno fa, e persino pochi mesi fa, al contrario, era assai difficile fare accettare alla maggior parte dei militanti della sinistra (del PCI, ma spesso anche di DP) una visione critica della perestrojka e del ruolo di Gorbaciov. In tutte le città in cui in maggio e giugno si sono svolti dibattiti di presentazione del mio libro Gorbaciov e le ambiguità della perestrojka la maggior parte degli interventi si mostravano stupiti o increduli nei confronti di tutti i dati di fatto sul progressivo discredito di Gorbaciov nel suo paese, sui suoi sforzi per assicurarsi il consenso dell'intero apparato piuttosto che dei più decisi rinnovatori, sul carattere perlomeno ambiguo della sua politica estera, ecc.

Oggi anche i più distratti si sono accorti che il progetto di autoriforma del sistema avviato da Gorbaciov è sostanzialmente fallito. Da tutti i punti di vista.

 

1. La crisi dei rapporti tra le nazionalità

Uno dei punti di osservazione più utile oggi è quello dei rapporti tra i popoli dell'Urss. Nel corso di cinque anni e mezzo di perestrojka il problema è divenuto sempre più esplosivo e incontrollabile, ed oggi ha ricadute anche in altri settori dello scacchiere mondiale (ad esempio, con la fuga di centinaia di migliaia di sovietici di origine ebraica, a cui la chiusura delle frontiere degli USA lascia come unico sbocco Israele e i territori occupati).

Non c'è dubbio che il materiale esplosivo era stato accumulato da molti anni (in genere da molti decenni) nel momento in cui è avvenuta la prima esplosione con la rivolta dei giovani Kazachi di Alma Ata, nel dicembre 1986. In quel caso era stata la sostituzione del segretario del partito comunista del Kazachstan, Kunaev, brezneviano e corrotto ma kazacho, con Kolbin, gorbacioviano e presumibilmente onesto, ma russo e paracadutato ad Alma Ata dopo avere svolto analoghe missioni moralizzatrici in Georgia e nella Repubblica Russa.

Dopo di allora, il copione si è ripetuto diecine di volte. Dal Baltico al Caucaso, dalla Moldavia all'Asia Centrale sovietica, il malcontento popolare è stato incanalato nel vecchio solco dei conflitti interetnici: le nazionalità periferiche in rivolta contro l'oppressione "rossa"; nelle repubbliche asiatiche e caucasiche il capro espiatorio è in genere il popolo della repubblica vicina (in particolare tra Azerbaigian e Armenia) o la minoranza interna (osseti, abchazi, turchi meskheti, ecc.); in Russia, si è tentato di scagliare gli strati più arretrati della popolazione contro i baltici (perché "ricchi") o i caucasici (perché vendono a caro prezzo nei mercati kholchosiani i frutti e i fiori della loro terra baciata dal sole), o più semplicemente gli ebrei (perché è più facile ricorrere a vecchi e consolidati stereotipi, tanto più se sono stati rinverditi negli ultimi anni di Stalin e poi sotto Chrusciov e Breznev, come è stato per l'antisemitismo).

Quasi sempre le ragioni del malcontento avevano cause lontane (soprattutto per le gravi violazioni del diritto all'autodecisione dei popoli avvenute in età staliniana, con annessioni, modifiche dei confini tra le repubbliche, deportazioni di interi popoli, ecc.) e comunque precedenti all'arrivo di Gorbaciov alla segreteria del PCUS (ad esempio, per il peggioramento delle condizioni di vita, dell'ambiente, del sistema di sicurezza sociale, ecc., avvenuto nei due decenni di "stagnazione" brezneviana, ma attribuito da interessati agitatori all'oppressione dei "moscoviti" o più direttamente alla perestrojka). La responsabilità di Gorbaciov è tuttavia grande per quanto riguarda l'inasprimento dei conflitti, da due punti di vista.

In primo luogo, Gorbaciov ha opposto un rifiuto netto e categorico a tutte le rivendicazioni nazionali anche quando erano estremamente contenute e avevano comunque una base realmente giustificata: ha così progressivamente rotto con gli esponenti dei movimenti che erano sorti per sostenere e accelerare la perestrojka tanto nel Baltico che nel Caucaso, sospingendoli all'opposizione. Ha negato il riconoscimento dell'aspirazione degli abitanti armeni del Nagorno Karabach al ricongiungimento con la repubblica armena da cui erano stati staccati da Stalin. Ha fatto arrestare gli esponenti del Movimento Nazionale Armeno, che successivamente sono stati eletti plebiscitariamente nel parlamento di quella repubblica (è il caso dell'attuale presidente della repubblica armena, Levon Ter Petrosian, e di molti altri esponenti di primo piano del governo, a partire dal primo ministro).

Ha negato testardamente l'esistenza dei "Protocolli segreti" annessi al Patto Ribbentrop-Molotov che sancivano l'entrata dei Paesi baltici nell'area sovietica. I rappresentanti dei movimenti sorti in Lituania, Lettonia ed Estonia per "accelerare" la perestrojka chiedevano che quei patti iniqui fossero sconfessati e dichiarati nulli, per poter rifondare su basi paritarie una federazione col resto dell'Urss. Lo chiedevano nel 1987, e per due anni hanno avuto dinieghi tanto più assurdi in quanto i testi dei Protocolli erano stati intanto pubblicati nella stampa delle tre repubbliche e anche in «Moskovskie Novosti» (e d'altra parte erano stati pubblicati in Occidente da molti decenni in riproduzione fotostatica, con tanto di firma autografa di Molotov).

Quando nel febbraio 1990 una commissione del Soviet Supremo ha finalmente ammesso l'esistenza dei trattati segreti, era troppo tardi: il clima politico era già avvelenato dalla sfiducia nel gruppo dirigente. sovietico. Ormai non più l'autonomia per accelerare la perestrojka e non essere frenati dai tardigradi dei ministeri di Mosca, ma l'indipendenza totale era divenuta il sogno della maggioranza degli iniziali sostenitori di Gorbaciov nel Baltico.

Anche contro i loro stessi interessi economici: molti dei dirigenti di Sajudis o di altri Fronti baltici avevano scritto a chiare lettere che il livello di vita più alto che nel resto dell'Urss era legato largamente alla qualità dei prodotti di quelle repubbliche, superiore alla media sovietica e quindi molto ricercati in tutta l'U rss; essi sapevano bene che gli stessi prodotti non sarebbero stati altrettanto concorrenziali sui mercati occidentali. Inoltre, un distacco dall'Urss creerebbe problemi enormi a un'economia che dipende per il 95% dal resto dell'Unione per gli approvvigionamenti di materie prime e soprattutto per i pezzi di ricambio.

Questi ragionamenti del 1987 sono stati accantonati nel clima di fervore innescato dal tenace rifiuto di rispondere alla rivendicazione originaria. Oggi i rancori ispirano il fortissimo movimento separatista.

In secondo luogo, Gorbaciov ha facilitato l'inasprimento dei conflitti interetnici nel Caucaso e nelle repubbliche dell' Asia Centrale, lasciando via libera in esse alla burocrazia brezneviana, gattopardescamente schierata con una perestrojka di facciata.

Nel caso delle repubbliche caucasiche, l'aggravamento è dovuto al prezzo pagato ai settori conservatori della burocrazia raccoltisi intorno a Egor Ligaciov: prima del suo tracollo al XVIII Congresso, Ligaciov aveva mantenuto un grande potere, ed era stato responsabile dei rapporti con Georgia, Azerbaigian e Armenia. Era stato lui a dare il via alla criminale aggressione dei corpi speciali contro pacifici manifestanti di Tiblisi. Era stato lui ad appoggiare i conservatori a Erevan e soprattutto a Baku. Ma era Gorbaciov che gli dava carta bianca.

I danni provocati dalla delega a Ligaciov non devono essere sottovalutati: a scatenare i pogrom antiarmeni in Azerbaigian (e viceversa) o contro le altre minoranze etniche in tutta l'area sono stati proprio quei settori della vecchia burocrazia che, dopo aver tentato di rimanere a galla bloccando (quasi ovunque nelle elezioni del 1989) le libere elezioni, si sono riciclati presentandosi come patrioti, nazionalisti, ecc. e ottenendo così quei consensi che non avrebbero mai potuto avere facendo appello direttamente alla difesa dei loro privilegi. Esempio da manuale: la trionfale elezione a deputato di Gheidar Aliev, presentatosi quest'anno nella sua regione natale (il Nakhicevan, enclave azera nella repubblica armena) come paladino della nazione azera e nemico giurato di Gorbaciov. Ligaciov è stato per i primi quattro anni di perestrojka il protettore di questi personaggi.

 

2. La crisi economica

 

Gorbaciov aveva dovuto affrontare, e lo disse apertamente fin dai primi mesi di governo, una crisi economica drammatica. Negli anni precedenti alla sua elezione a segretario generale il ritmo di accrescimento della produzione agricola e industriale era sceso fino a sfiorare lo zero. Tuttavia, è innegabile che l'approvvigionamento delle città è peggiorato bruscamente soprattutto negli ultimi due anni, ed ha avuto un vero e proprio crollo quest'autunno. Anche in questo caso, le cause profonde sono indipendenti dalla volontà e dalle misure adottate da Gorbaciov, ma l'aggravamento di questi mesi è dovuto anche a fattori connessi alle scelte strategiche e tattiche di Gorbaciov.

In genere la stampa che sostiene Gorbaciov insiste sui fenomeni di vero e proprio boicottaggio da parte di settori della vecchia burocrazia che temono di perdere il loro potere con le riforme economiche tante volte annunciate e finora non ancora iniziate. E' un dato reale, ma riconduce alle ragioni che hanno fatto interrompere quella denuncia del ruolo parassitario della burocrazia che si trovava nei discorsi di Gorbaciov fmo alla metà del 1987 e che poi sparisce dal suo repertorio: è la ricerca del consenso di tutto l'apparato, di cui Ligaciov era il mediatore e il simbolo.

Tre anni fa Gorbaciov parlava di 17 milioni di burocrati, (ovviamente non erano tutti “burocrati” in senso stretto), di persone che non lavoravano ma organizzavano (male) il lavoro degli altri o lo intralciavano. Poi non se ne è parlato più. Ma sono sempre là, allarmati e non meglio disposti verso Gorbaciov di quanto non fossero quando li attaccava direttamente. Gorbaciov è colpevole di avere turbato il quieto equilibrio in cui l'Urss ristagnava da decenni, agli occhi di chi aveva tutto da guadagnare dalla perpetuazione di quello stato di cose e ha tutto da temere da qualsiasi cambiamento.

Inoltre, ha pesato nella penuria più recente l'aggravarsi della "questione nazionale" e dei conflitti interetnici. In primo luogo i veri e propri blocchi alla circolazione delle merci tra una repubblica e l'altra dovuti agli scontri armati (è il caso del confine tra Armenia e Azerbaigian, che ha avuto ripercussioni su tutta l'Urss, perché la mancanza dei filtri prodotti in Armenia ha paralizzato la produzione di sigarette nelle altre repubbliche), e quelli dovuti al blocco della Lituania deciso da Gorbaciov per fare ritirare la proclamazione dell'indipendenza (blocco che ha messo in ginocchio l'economia lituana, ma ha scardinato la produzione di moltissime merci, un po' in tutta l’Urss, dipendenti da pezzi o prodotti semilavorati provenienti dalla repubblica baltica).

Ma ancora di più ha pesato l'insicurezza del regime dei prezzi, in una situazione di permanente instabilità: tutti hanno denunciato da anni l'assoluta irrazionalità degli attuali prezzi di moltissimi generi, ma tutte le decisioni in proposito sono state bloccate dopo essere state annunciate. In particolare, il progetto del governo Rizhkov di moltiplicare per due o tre il prezzo del pane, della carne, del latte e delle uova è stato bloccato, ma solo per dissensi sulla modalità. Il piano caldeggiato da Eltsin dovrebbe ottenere lo stesso risultato affidandosi alla "spontaneità" del mercato. Anche questo peraltro non è ancora partito, nonostante gli accordi con Gorbaciov.

Intanto non si capisce per quale ragione un direttore di sovkhoz o un presidente di kholkhoz dovrebbe vendere oggi a 2 rubli la carne che domani potrà costare due o tre o dieci volte di più. Alcune crisi geograficamente circoscritte (come quella di Leningrado) sono dovute al fatto che a poche diecine di chilometri, nella. repubblica estone, la stessa carne si può vendere legalmente a 8 rubli e nessuno può impedire che la produzione della stessa regione di Leningrado si sposti su quel mercato tanto più conveniente.

Inoltre, spesso, non si tratta di fare qualche diecina di chilometri, ma basta attraversare una strada per guadagnare somme favolose. Infatti, la maggior parte dei vuoti nelle scansie dei negozi statali è dovuta alla possibilità di fare arrivare le merci alla "cooperativa" più vicina, che può vendere a "prezzi di mercato", cioè dieci o venti volte di più del prezzo calmierato (puramente teorico per l'introvabilità negli spacci statali). Il sovrapprezzo viene ovviamente spartito tra i "cooperatori" e il direttore e/o i commessi corrotti.

Inoltre, per fronteggiare questa nuova ed eccezionale - anche se non imprevedibile - penuria, molte amministrazioni cittadine hanno introdotto non solo un razionamento (per le ragioni di cui sopra scarsamente efficace), ma anche una limitazione agli acquisti dei non residenti. In genere Mosca e Leningrado erano assai meglio approvvigionate delle città di provincia e chiunque doveva recarsi nelle due "capitali" approfittava per fare spesa. Il blocco degli acquisti per i non residenti (compresi gli autisti dei camion che portavano in città latte e carne) ha provocato una risposta "protezionista" da parte di ditte o municipalità danneggiate, che hanno bloccato le loro forniture.

Un caos. Ma non imprevedibile. Almeno da parte di chi non era accecato dalla nuova ideologia che trionfa in Urss tra gli ex apologeti del "socialismo reale", il liberalismo tatcheriano.

Ancora non è stato introdotto il "mercato" tanto atteso, e già ha cominciato a fare danni. Qualcuno pensa che ciò sia dovuto alle mezze misure, alla contraddittorietà delle prime riforme annunciate e subito negate. Ma è un circolo vizioso: le oscillazioni di Gorbaciov e dei suoi economisti, non meno che del governo russo guidato da Eltsin, sono legate alla difficoltà di fare accettare alle masse più povere il brusco aumento dei prezzi più volte deciso e preannunciato, oltre che la chiusura di milioni di posti di lavoro in fabbriche invecchiate per incuria, mancati investimenti, ecc.

Come in Polonia, come in Jugoslavia, come in Cina, è stato proprio l'innesto di elementi capitalistici veri e propri all'interno della fragile economia sovietica a determinare il tracollo, senza risolvere nessuno dei problemi di fondo: Ad esempio, la "libertà di mercato" per i contadini ha fatto salire i prezzi degli ortaggi e della frutta a livelli astronomici: un chilo di mandarini è arrivato a 20 rubli, un limone a 5 rubli. Un pensionato al minimo sociale di 80 rubli mensili non potrà neppure sognare quegli agrumi. E quando mai potrà avere un paio di scarpe sportive, dato che non si trovano quelle statali (al prezzo già enorme per lui di 60 rubli) e al mercato libero arrivano a 400 rubli?

La legalizzazione dell'economia sommersa (che già aveva un notevole peso nell'epoca di Breznev) non ha determinato un consistente aumento delle merci disponibili, ma un più sistematico dirottamento dei prodotti statali verso gli spacci "cooperativi" che assicurano un maggiore guadagno. Ha significato l'abbandono di produzioni calmierate e poco redditizie a favore di altre destinate all'esportazione e più convenienti (anche grazie alla fine del monopolio del commercio con l'estero).

Il peggioramento delle condizioni di vita per chi ha solo il suo salario o la sua pensione e non partecipa ad attività speculative è all'origine della massiccia tendenza alla fuga dall'Urss, dapprima di chi aveva compatrioti o correligionari all' estero (armeni, tedeschi del Volga, ebrei, pentecostali, ecc.) e poi diventata un fenomeno generalizzato.

 

3. La svolta autoritaria

Un altro elemento inquietante dell'ultimo anno è il rafforzarsi di spinte in direzione di un governo forte. Certamente i militari hanno giocato un notevole ruolo, che ricorda molto quello tentato (con scarso successo finora) dai loro colleghi jugoslavi. Nel Congresso del PCUS gli alti ufficiali (che avevano escluso quasi completamente i gradi inferiori dalle delegazioni) hanno partecipato ai rumoreggiamenti antiperestrojka.

Ma non è questo il pericolo principale. Non a caso la prima voce significativa a favore della repubblica presidenziale è stato Andranik Migranian, un politologo gorbacioviano. Egli aveva spiegato brutalmente che i pieni poteri a Gorbaciov erano necessari perché «le autorità non possono oggi concludere un contratto con il popolo», perché «in questo contratto dovrebbero essere previste difficoltà che presumibilmente si aggraveranno rapidamente. Il popolo, volontariamente, non accetterà un simile contratto».

Inspiegabilmente, nonostante tali esplicite dichiarazioni di intenti, che chiariscono che i pieni poteri devono essere usati contro il popolo "immaturo" e non contro burocrati e dirigenti d'azienda incapaci, la sinistra italiana ha quasi unanimemente plaudito alle ripetute misure per concentrare tutti i poteri nelle mani di Gorbaciov, senza domandarsi neppure come mai erano necessari tanti successivi decreti senza che si vedesse alcun risultato. Ancor più preoccupante che nessuno si domandasse come mai queste misure venivano applaudite da Bush, Woitila, Andreotti & C. ed osteggiate dai radicali sovietici.

Naturalmente, col passare del tempo, si è chiarito su quali forze si appoggerà il nuovo potere presidenziale: più che l'esercito (attraversato alla base da massicci fenomeni di contestazione, che vanno dall'autorganizzazione democratica di sottufficiali e ufficiali inferiori alla creazione di comitati di soldati e famiglie di soldati, alla diserzione che diviene massiccia nelle repubbliche attraversate da moti nazionalisti e nelle guarnigioni rimaste nella ex Germania democratica) si tratta del KGB.

Anche il KGB ha conosciuto alcuni importanti fenomeni di contestazione democratica, con la denuncia da parte del generale Oleg Kalughin sul permanere di schedature, controlli e infiltrazioni nei movimenti democratici (ognuno ha la sua "Gladio"...). Tuttavia Kalughin è stato isolato, espulso dal corpo, degradato e privato delle sue onorificenze (con decreti firmati rispettivamente da Gorbaciov e Rizhkov), e anche altri episodi minori (alcuni ufficiali subalterni che hanno rivelato il ruolo del KGB nell'organizzazione di pogrom contro il ritorno dei Tedeschi del Volga nelle terre da cui Stalin li aveva deportati) sono rimasti circoscritti. Così il KGB rimane il principale strumento su cui Gorbaciov conta. Non c'è da sperare molto...

E non a caso Gorbaciov, ottenuti poteri ancora più assoluti a metà novembre (dopo la liquidazione contemporanea di quel Consiglio presidenziale che lui stesso aveva creato ex novo appena sei mesi prima e del primo ministro Rizhkov), ha raccolto una delle rivendicazioni della nuova destra di Sojuz, liquidando anche il ministro dell'Interno Bakatin, considerato troppo "morbido", e sostituendolo con Boris Pugo (che è stato a lungo capo del KGB nel Baltico), con un viceministro proveniente dall'esercito, in cui è molto popolare in quanto "leggendario" comandante "dell'eroico corpo di spedizione in Afghanistan"...

Non a caso nell'assemblea di Sojuz che ha chiesto la testa di Bakatin nessuna voce si è levata contro il mercato. Non di vecchi conservatori si tratta, ma di nuovi fautori dell'autoritarismo, in nome della libertà di fare «riforme» sulla pelle dei lavoratori.

Al contrario, si è chiesto a più riprese un blocco più duro degli scioperi, già gravemente limitati dalla legge introdotta da Gorbaciov ed appena attenuata dal Soviet Supremo nell'estate 1989.

 

4. Blocco della glasnost’

 

E' difficile dire se l'arresto di uno dei tantissimi venditori di matrioske con la faccia di Gorbaciov (ma dentro c'è Breznev, e poi Chruščëv, Stalin, Lenin), condannato per direttissima a tre anni di reclusione e a una fortissima pena pecuniaria per vilipendio del capo dello Stato sia un'intemperanza momentanea di qualche poliziotto e di un magistrato eccitati dal nuovo clima o il segnale di una più generalizzata campagna di repressione del dissenso. L’assimilazione tra i vari capi sovietici ci sembra discutibile, ma ancor più discutibile l'idea di punirla in questo modo. L’episodio, comunque, è accaduto dopo l'attribuzione dei pieni poteri a Gorbaciov, negli ultimi giorni di novembre.

Non è questo, tuttavia, il sintomo più allarmante sulla svolta a destra. La glasnost' è stata indubbiamente la più positiva delle realizzazioni di Gorbaciov. Non è mai stata assoluta (su Cernobyl ad esempio, la maggior parte delle popolazioni interessate ha continuato a essere informata poco, male e in ritardo, per cui solo nel 1990 alcune zone sono state finalmente evacuate, ovviamente dopo danni irreparabili alle persone rimaste lì), e si è scontrata con notevoli resistenze a vari livelli.

Ma oggi c'è qualcosa di diverso e più inquietante che minaccia seriamente la libertà di espressione appena riconquistata. La maggior parte dei giornali sovietici si sono trasformati in cooperative e hanno assunto la gestione delle tipografie e dell'intero patrimonio del giornale (che in origine era statale e negli anni brezneviani era stato ceduto al PCUS). Ma le "cooperative" non sono formate dall'insieme dei collaboratori e dei sostenitori del giornale (compresi gli abbonati, a cui, in epoca di liberalizzazione, è stato chiesto in genere per il prossimo anno il doppio di quanto avevano pagato finora).

Le "cooperative" sono formate dai redattori del giornale. Le stesse persone che lo facevano anni fa, sotto Breznev o Cernenko, oggi tutte o quasi convertitesi al "libero mercato" e passate dall'apologia del "socialismo reale" a quella delle dure misure economiche applicate alla Polonia da Balcerowiz e Mazowiecki (su ricetta del FMI), oltre che delle meraviglie della Cina di Deng

Cosi, dopo l'abolizione della censura, la stampa sovietica è diventata "libera" esattamente come la stampa italiana. Il testo con cui Solgenitsin ha proposto le sue grossolane analisi del passato dell'Urss e della Russia (il cui passato zarista gli sembra idilliaco) e soprattutto le sue deliranti proposte per il presente e il futuro (compresa la cacciata delle minoranze che non volessero andarsene "volontariamente" dall'Urss) è stato riprodotto simultaneamente da due giornali in oltre 30 milioni di copie. I testi di Trotskij o di altri oppositori marxisti non hanno diritto di cittadinanza se non in minuscole dosi o in tirature irrisorie a cura e spese di piccole case editrici indipendenti. E' di fatto ricomparso il samizdat, un po' meno rischioso che dieci anni fa, ma ugualmente ostacolato nella sua circolazione dall'ostilità dei mass-media e dalle ferree leggi del mercato.

Non si tratta d'altra parte soltanto di una censura a chi criticava o critica le illusioni nel mercato e denuncia i privilegi - ancora fortissimi - della burocrazia. La censura investe anche lavori scientifici - di economia e perfino di storia - che in qualche modo mettono in dubbio le virtù del capitalismo. Uno dei maggiori storici dell'agricoltura sovietica, Viktor P. DaniIov, ha ricordato i tagli a frasi critiche sul ministro zarista Stolypin sui giornali e in dibattiti televisivi, ma persino nelle case editrici: «Un libro su Stolypin di Avrik, scritto e dato alle stampe poco prima della morte del suo autore, cioè circa due anni fa, a tutt'oggi non è potuto uscire, in quanto esprime una posizione critico-scientifica su Stolypin, la sua politica, la sua riforma agraria». Danilov, che era stato incaricato dall'autore della cura redazionale, si è scontrato con la testarda pretesa della casa editrice di introdurre modifiche eliminando quel che non corrisponde all'attuale linea dell'editore. Stolypin «ora si può lodare ma non criticare» (intervista nel nn. 4/5, a. III, de «Il passaggio»).

Non c'è da stupirsi che ci siano tante attese sulle meraviglie del capitalismo prossimo venturo e tante certezze sulle colpe di Lenin Trotskij, che avrebbero spezzato un lineare processo verso il benessere, a cui Stolypin e Nicola II (in via di santificazione presso la Chiesa ortodossa: non è uno scherzo ma una tragica realtà...) stavano portando la Russia.

E non c'è da stupirsi ché, visti i risultati delle prime aperture al capitalismo in Polonia o in Ungheria (esaltate dai gorbacioviani insieme alla Cina di Deng durante i primi anni di perestrojka) molti dei "liberali" in economia si convertano in apologeti dello Stato forte in politica.

La catastrofe di Mazowiecki (per cui tifavano tutti apertamente) nelle elezioni polacche ha certamente rafforzato le tendenze ad adottare soluzioni autoritarie e a ridimensionare, rinviare o accantonare i criteri elettivi.

 

5. La politica estera

 

Un ultimo elemento di inquietudine ha raggiunto - un po' in ritardo - una sinistra italiana fino a poco tempo fa entusiasta del gorbaciovismo. L’atteggiamento nel periodo dei preparativi della guerra nel Golfo ha finito per apparire come minimo ipocrita e indubbiamente non autonomo rispetto alle decisioni di Bush. Ancora pochi mesi fa un appello sulla crisi del Golfo proposto da La Valle e Castellina e firmato anche da nostri parlamentari conteneva un punto di esplicita e incondizionata esaltazione della politica sovietica nei confronti della crisi mediorientale. Oggi perfino Pietro Ingrao ha preso le distanze da una politica che appare indifendibile e che rivela tutta la sua strumentalità.

In realtà, gli entusiasmi sulla politica estera di Gorbaciov e Shevarnadze sono sempre stati eccessivi anche nel nostro partito, giacché si tendeva a confondere una comprensibile aspirazione al disimpegno dagli scacchieri in cui l'avventurismo brezneviano aveva trascinato l'Urss (Afghanistan, Corno d'Africa, ecc.) o l'esigenza di ridimensionare spese militari divenute enormi e soffocanti per l'economia sovietica, con un deciso e sufficiente impegno in direzione di un effettivo disarmo generalizzato.

In genere è stato scarsamente sottolineato che gli accordi per la distruzione di testate nucleari riguardano appena il 2% di arsenali che superano di cinque volte quanto basta per fare sparire ogni traccia di vita sulla terra.

Ugualmente è stato scarsamente valutato il significato di razionalizzazione delle spese militari, e di modernizzazione degli arsenali e delle strategie, che gli accordi sul disarmo hanno per le due parti, mentre ci si è illusi che preludessero a una svolta prevalentemente positiva. Appena sei mesi fa, o poco più, un articolo sul numero zero di «Nuova identità comunista», poi divenuto «Comunisti oggi», parlava di «arretramento delle componenti più oltranziste dell'area imperialista (dei sostenitori delle guerre stellari, del razzismo sudafricano e della destra israeliana) e ipotizzava positive «soluzioni politiche>, per «crisi regionali che apparivano incancrenite» (compresa quella palestinese) sulla base di compromessi giudicati molto favorevolmente perché avrebbero rappresentato degli «arretramenti solo rispetto ad ipotesi più "rivoluzionarie" (in verità molto astratte e velleitarie).

 Non ci interessa sottolineare quante illusioni si riponessero negli effetti taumaturgici dell'armistizio tra USA e Urss (il principale aspetto negativo sarebbe stato la «tendenza a collocare pressoché tutti ad Est gli interventi provenienti dall'Ovest, con incremento ulteriore del sottosviluppo e della fame del Sud», sorvolando sul fatto che il sottosviluppo «del Sud» è creato non dalla mancanza di investimenti, ma dall'indebitamento provocato proprio dagli investimenti...), ma che si pensava potessero essere determinati dall'esistenza di «posizioni più autenticamente leniniste nel PCUS».

Oggi le illusioni riposte nella nuova politica estera sovietica (che ha avuto comunque il merito di attenuare le campagne sul «pericolo rosso», anche se da questa attenuazione non è derivata la riduzione di un solo centesimo delle spese militari della NATO) sono praticamente finite.

Il "non intervento" diretto dell'Urss nel conflitto mediorientale è apparso per quel che è: il frutto di una totale impossibilità per l'Urss a impegnare le sue forze fuori dei confini (ci sono già molti dubbi che siano sufficienti a impedire la dissoluzione dell'Urss), mentre l'avallo politico dato all'impresa imperialista è stato determinante, anche per ridimensionare il movimento antiguerra in Occidente. L’Urss ha cercato di guadagnare tempo, di modificare questa o quella frase delle risoluzioni dell'ONU, ma non ha mai detto una parola sul carattere banditesco e pretestuoso della spedizione in difesa dell'Emiro del Kuweit e soprattutto del re d'Arabia, né sulla totale sproporzione delle forze inviate rispetto agli obiettivi dichiarati. E alla fine ha votato le risoluzioni.

Ma la politica estera sovietica della nuova fase non è solo questo: è la ripresa di relazioni diplomatiche e politiche con Israele (con lo scandaloso invito al "ministro delle costruzioni" Sharon, per concordare un'impresa mista per dare alloggi agli ebrei sovietici praticamente "deportati" in Israele con un ponte aereo che impedisce loro di scegliere altre mete), gli elogi al governo del Sudafrica e a Violeta Chamorro, e perfino l'invito ai gusanos di Miami a Mosca per discutere sulla "transizione alla democrazia" a Cuba, seguito dall'invio di una delegazione sovietica nella capitale della controrivoluzione cubana per proseguire i sondaggi alle spalle di Castro...

Oggi questi aspetti molto gravi della politica di Gorbaciov e Shevarnadze sono venuti in evidenza, anche se con il rischio dell'eccesso opposto, cioè dell'arroccamento in difesa non solo della rivoluzione cubana (giustissimo) ma anche del conservatorismo di Castro di fronte ai processi avviati all'Est (meno giusto, soprattutto se si pensa all'avvicinamento a Deng dopo Tien an Men, e alla difesa di Honecker e Ceausescu fino all'ultimo istante).

 

6. Alcune implicazioni politiche e teoriche della crisi attuale.

 

Sarebbe inopportuno un eccessivo ottimismo su automatici effetti positivi della fine delle illusioni malriposte sul processo di autoriforma burocratica tentato da Gorbaciov.

Basti pensare alla lettura che ne dà Occhetto (in sintonia con le idee in voga nell'Urss di oggi) o a quella speculare e ugualmente sbagliata che rimpiange il "socialismo reale" brezneviano e attribuisce idealisticamente alle proposte di Gorbaciov la crisi attuale.

Bisogna ribadire che Gorbaciov ha ereditato un paese in sfacelo da decenni, anche se non ha saputo dare uno sbocco positivo alla crisi. Bisogna soprattutto capire che il precipitare della crisi non è dovuto a pretesi "eccessi" di comunismo (come sostiene la Di Leo, molto in voga purtroppo) ma casomai alla dipendenza sempre maggiore dal capitalismo internazionale. Già prima di Gorbaciov i rapporti tra Est e Ovest avevano portato a un indebitamento che è stato letale per paesi come la Polonia o l'Ungheria (che l'hanno accettato come inevitabile) o la Romania di Ceausescu (che ha tentato di uscirne con una folle compressione dei consumi di massa), ed avevano costretto anche l'Urss in una posizione assai difficile. L’Urss aveva finito per essere schiacciata dalla competizione sia militare sia economica con l'Occidente. Breznev aveva privilegiato quella militare, ed aveva finito per dipendere sempre più dall'Occidente per il conseguente ritardo tecnologico.

Gorbaciov ha tentato di uscire dalla difficile situazione con una "distensione" assai più radicale di quella chruscioviana (a cui peraltro si riallaccia esplicitamente), illudendosi di trovare una risposta tale da assicurare il successo alla sua politica economica filocapitalistica. Nulla di tutto ciò. Contrariamente alle illusioni sue e dei suoi seguaci (nonché di Eltsin, di Havel, di Mazowieski, ecc.) il capitalismo non è dedito alla filantropia. Investimenti ce ne sono stati pochi (anche in Polonia e Ungheria, i primi paesi che hanno aperto le porte al capitale straniero) e solo per le poche aziende redditizie, o per attività marginali e sicure ma non risolutive (McDonald o Pepsi).

Il capitalismo "interno", nonostante tutti gli incentivi, non è nato. Perfino nella ex RDT la Treuhandanstalt incaricata di vendere le quasi 8.000 industrie orientali (valutate a circa 600 miliardi di marchi) dopo cinque mesi di lavoro è riuscita a vendere solo per 1,5 miliardi di marchi. I compratori non sono venuti da Occidente (per mancanza di garanzie sulla libertà di licenziare indiscriminatamente), ma neanche dall'interno dell'ex RDT, per mancanza di capitali e di spirito imprenditoriale. Eppure la Treuhandanstalt ha tutte le carte in regola per realizzare buoni affari: direzione centralizzatissima nominata da Bonn, nessuna partecipazione dei lavoratori o di organismi elettivi, nessuna apertura ai sindacati (neppure ricevuti). Ma non basta.

In Urss sarà un po' peggio, ed è tutto fermo. Altro che marcia trionfale del capitalismo Il capitalismo, per ora, ha significato solo sfacelo del pur modesto sistema di garanzie sociali esistente, che non va certo glorificato perché era sempre più inadeguato, ma ha lasciato il posto alla legge della giungla: secondo l'equivalente sovietico dell'ISTAT, oggi i poveri (cioè tutti quelli che hanno un reddito inferiore ai 100 rubli mensili) in Urss sono 70 milioni, mentre secondo i sindacati ce ne sarebbero altri 50 milioni in più (calcolando il minimo vitale a 130 rubli). Se poi si calcola un livello minimo di 150 rubli (300.000 lire mensili) si arriva a 160 milioni di poveri. Per effetto congiunto dello "stalinismo reale", ma anche della terribile terapia proposta dal "capitalismo reale" ...

Naturalmente non possiamo limitarci ad usare la tragedia dell'Est per rilanciare un po' di sano anticapitalismo (anche se non è male, e non è poco).

Dobbiamo riflettere anche a livello teorico (a partire da una riunione della Direzione Nazionale o dell' Assemblea dei delegati dedicata in larga parte a questo) su quel che erano e quel che sono questi paesi. Sulla fragilità dei gruppi dirigenti dal punto di vista sociale (anche se tentano di riciclarsi quasi ovunque politicamente, e non solo, offrendosi come ''burocrazia compradora" al capitalismo occidentale). Ma è urgente discutere su chi sono i nostri interlocutori. Non i residuati del passato (a cui pensano alcuni dei comunisti del no), non quelli che giustamente difendevamo dalla repressione dieci anni fa e che oggi sono rifluiti a destra (insieme alla maggior parte degli ex comunisti: Mazowieski non era più a destra di Rakowski, Urban o Jaruzelski).

Ci sono i "nuovi socialisti", che sono pochi, ma ci sono e non vanno lasciati soli come sono nel loro paese, dove non hanno praticamente accesso ai mass-media anche se alcuni di loro sono stati eletti deputati, e di cui nessuno parla anche da noi.

Si tratta di consolidare rapporti che già esistono (Kagarlitski ha parlato in una riunione della Direzione di DP e ha partecipato a dibattiti organizzati da noi) e che devono essere estesi e basati sul reciproco interesse a trovare le minoranze anticapitalistiche ciascuno nel paese dell'altro.

E' necessario sormontare l'attuale fase di disinformazione e anche di intossicazione dovuta al pressoché totale monopolio dei borghesi e assimilati nei mass-media, potenziando il «Notiziario» con inserti speciali (anche su paesi "tabu" come il Vietnam, la Cambogia o la Cina, su cui continuano a circolare grottesche favole sulla miracolosa trasformazione da socialista in fascista in una settimana...).

Ma è anche possibile rilanciare tra i militanti di DP l'abitudine allo studio di fenomeni che troppo spesso hanno pesato sul nostro modo di fare politica: e rilanciarlo facendo circolare anche libri (ce ne sono) utili alla riflessione, e segnalando le porcherie (tipo Lubjanka di Biagi) che, in assenza di una nostra iniziativa o almeno di una recensione, finiscono per riempire malissimo dei vuoti anche su un passato su cui occorre fare i conti. Perché in definitiva, per

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capire perché la quasi totalità degli abitanti dell'Urss o della Polonia o di altri paesi analoghi cercano confusamente e disperatamente una via d'uscita dal presente, occorre capire com'è questo presente, e che tremendo passato c'è dietro.

Ai tanti compagni che il PCI ha abituato a parlare di "luci e ombre" dello stalinismo, o di "schegge che volano quando si taglia il bosco", sarà bene ricordare che cosa vuol dire per i sovietici studiare oggi su manuali ufficiali di storia che le vittime dello stalinismo non sono state "alcune migliaia" come ripeteva anche Gorbaciov ancora nel novembre 1987, ma 40 milioni.

Personalmente non posso valutare se sono state veramente 40 milioni o 30 o anche "solo" 20. Forse non lo si saprà mai, date le circostanze in cui la tragedia è avvenuta e i molti decenni in cui si è tentato di occultarla. Ma quando si sta in questo ordine di misura, non ci può essere più nessun tipo di giustificazionismo. Meno che mai ci potrà essere nel futuro partito comunista che speriamo di costruire in tanti, ma che se avesse ambiguità su questo terreno sarebbe irreparabilmente condannato.