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RIVOLUZIONE E GUERRA CIVILE IN GRECIA
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II - RIVOLUZIONE E GUERRA CIVILE IN GRECIA
La "tragedia greca" è stata evocata più volte, anche recentemente, nel dibattito politico italiano, come sinonimo di un'avventura insurrezio-nalista fatalmente destinata a uno sbocco catastrofico, e che sarebbe stata evitata in Italia grazie alla lungimiranza di Togliatti. Ma l'argomento si fonda su un grossolano anacronismo e su un amalgama tra vicende assai diverse, che è sorprendente vedere riproposto ancora oggi. Infatti, nel 1944 e nel 1945, la strategia e la tattica del Partito comunista greco (KKE) fu molto simile a quella che il PCI fece propria dopo la "svolta di Salerno", mentre è solo dopo la sconfitta di quella prospettiva che i comunisti greci ricorsero incautamente, in un momento in cui le condizioni erano del tutto sfavorevoli, a un tentativo insurrezionale che si concluse catastroficamente.
L'equivoco è stato costruito accostando fatti di natura assai diversa come la pesante e premeditata aggressione britannica alla popolazione ateniese - impreparata e disarmata - nel dicembre 1944 e la tardiva e disperata insurrezione decisa da un partito comunista già decimato dalla repressione alla fine del 1946. Non a caso il mito negativo della "tragedia greca", fu agitato in Italia con maggiore sistematicità più negli anni della restaurazione che nell'ultima fase della resistenza.
La collaborazione fu a volte conflittuale, in parte per le inveterate abitudini degli stalinisti a sopprimere i concorrenti, in parte perché a loro volta le formazioni monarchiche erano così accesamente anticomuniste da non esitare a stringere accordi con gli occupanti nazifascisti contro i partigiani. La subordinazione agli ufficiali inglesi fu invece leale e totale, almeno fino al massacro del 3 dicembre 1944, e perfino per qualche tempo dopo.
Trattandosi di una vicenda di grande importanza anche per la comprensione della dinamica della Seconda guerra mondiale può essere utile seguirne le fasi successive, distinguendo le caratteristiche assai diverse dei due fenomeni che vengono abitualmente confusi e sovrapposti.
1. Origini della resistenza greca
La forza della resistenza greca, che in Europa fu seconda solo a quella jugoslava, e che diede parecchio filo da torcere alle truppe tedesche, è legata alle circostanze in cui nacque. L'insensata aggressione italiana del 28 ottobre 1940 incontrò una resistenza spontanea straordinaria, che ributtò rapidamente indietro l'armata di Mussolini, che alla fine di dicembre, dopo durissime perdite, dovette attestarsi ben all'interno dell'Albania da cui era partita. L'esercito greco era totalmente impreparato perché a causa delle simpatie filonaziste del dittatore Metaxas erano stati approntati piani di guerra e fortificazioni (peraltro incomplete e quindi pressoché inutili) solo per un'ipotetica aggressione "bolscevica" dal confine settentrionale. Le provocazioni e le vere e proprie aggressioni italiane (come l'affondamento di una nave da guerra ormeggiata davanti all'isola di Tinos per partecipare alle feste popolari del 15 agosto in onore della Vergine) non avevano indotto Metaxas a preparare la mobilitazione. Le 16 divisioni italiane si trovano di fronte un esercito che solo alla fine di novembre, a mobilitazione ultimata, arriverà a 11 divisioni male armate, con 115 aerei di cui solo 16 moderni contro 400 impegnati dall'Italia su quel fronte. Mancano del tutto strade, ferrovie e il rifornimento delle truppe greche viene assicurato da colonne di montanari, in gran parte donne che si sono offerte come volontarie per trasportare a spalla munizioni e armi, e che assicurano il vettovagliamento di quella che sembra un'"armata brancaleone". Contro la dittatura di Mussolini si schierano in quei giorni anche molti di coloro che la dittatura di Metaxas ha perseguitato. Persino il segretario del KKE, Zachariadis, dichiara dal carcere di Atene di sostenere senza riserve Metaxas contro Mussolini.
È sintomatico del clima nazionale, anche se va aggiunto che in quella fase i comunisti contano poco e hanno tre direzioni contrapposte, una delle quali è composta da "pentiti" divenuti provocatori al soldo di Metaxas, mentre un'altra applica zelantemente la linea che il Co-mintern ha adottato dopo il patto Ribbentrop-Molotov, al punto di dichiarare falso l'appello di Zachariadis, proponendo al contrario il rovesciamento della dittatura di Metaxas, e un trattato di pace senza annessioni con l'Italia, sotto il patrocinio sovietico.
Lo stesso Zachariadis si univa successivamente a questa posizione, probabilmente dopo avere ricevuto direttive da Mosca, come era accaduto in Francia a Thorez (dapprima partito per il fronte per difendere la patria dall'aggressione nazista e pochi giorni dopo fatto disertare per non partecipare alla guerra dell'imperialismo francese contro la Germania...).
In ogni caso, la partecipazione popolare alla guerra contro l'aggressione italiana è tale da assicurare un gran numero di armi abbandonate dalle camicie nere in fuga, e da costituire per decine di migliaia di contadini greci un'esperienza di cui terranno conto. Come è noto, la preoccupazione di trovare sguarnito il fronte sud al momento dell'attacco all'URSS in seguito alla catastrofe italiana spinse Hitler nell'a-prile 1941 a intervenire direttamente in Grecia, invadendola fulminea-mente da nord, dopo avere sbaragliato in pochi giorni l'esercito jugo-slavo. Le simpatie per il nazismo di gran parte della borghesia greca e della stessa casa regnante (la futura regina Frederika, nipote del Kai-ser, aveva addirittura militato nella Hitlerjugend), e la notevole effi-cienza militare del nuovo invasore rendono ben diversa la situazione. La resistenza si trasforma in "desistenza" e poi in collaborazione. Da parte di tutti, comunisti compresi nella prima fase.
Il gesto di Manolis Glezos, che il 31 maggio strappa la bandiera nazista dall'Acropoli sostituendola con quella greca, considerato in genere l'inizio simbolico della nuova resistenza, non era che «l'ultimo gesto volontario e beffardo dello spirito popolare non organizzato». Solo successivamente, d'altra parte , Glezos aderirà al KKE.
La situazione cambia radicalmente, come in tutta l'Europa, quando Hitler aggredisce l'URSS, e nella propaganda comunista la Germania nazista cessa di essere uno Stato pacifico aggredito dall'imperialismo franco-britannico per divenire nuovamente imperialista. A partire da settembre i comunisti tessono pazientemente le fila di un Fronte nazionale di liberazione, contattando personalità indipendenti e partiti. La viltà e il collaborazionismo della maggior parte delle forze borghesi lascerà ad essi uno spazio enorme, che occuperanno nella prima fase con sorprendente duttilità, mimetizzandosi dietro vescovi e ufficiali democratici indipendenti, e occultando il più possibile non solo il loro peso crescente, ma anche gli obbiettivi di classe che muovevano la maggior parte dei contadini e degli operai combattenti.
In questo la loro tattica è praticamente identica a quella dei comunisti italiani, anziché a quella degli jugoslavi, a cui dovrebbero invece più logicamente richiamarsi per le notevoli affinità dei due paesi, a partire dall'atteggiamento ciecamente reazionario delle rispettive borghesie. In questo risiede la forza apparente del fronte che hanno organizzato ma anche una delle premesse della sconfitta futura.
Come in Jugoslavia, comunque, dopo l'8 settembre 1943 lo sfacelo dell'esercito italiano (che insieme a quello bulgaro è ritornato a rimorchio dei tedeschi e occupa una parte del territorio) fornirà alla resistenza enormi riserve di armi e in alcuni casi anche dei combattenti, che riscatteranno almeno in parte le atrocità compiute durante il periodo fascista. Le forze tedesche, rimaste sole a combattere, si troveranno spesso in difficoltà e dovranno ritirarsi nel corso dell'estate del 1944 per non rimanere isolate dall'impetuosa crescita del movimento partigiano, congiuntosi all'Armata Rossa alla vigilia della liberazione di Budapest.
All'inizio dell'autunno del 1944 la Grecia era stata completamente liberata senza la partecipazione di un solo soldato britannico o di altri paesi alleati. È a quel punto che si svolge ad Atene il primo atto della tragedia. Possiamo ricostruirne le premesse attraverso molti fonti, tra cui, insospettabile, la stessa descrizione fattane da Churchill nella sua storia della Seconda guerra mondiale. Lo statista britannico non nasconde tra l'altro che l'obiettivo che si proponevano le truppe britanniche che egli fece affluire in Grecia non era la lotta ai tedeschi, già lontani, ma l'imposizione di un regime anticomunista che impedisse ai partigiani di realizzare la società per cui avevano lottato. E per farlo - ammette - fu decisiva la collaborazione di Stalin, con cui concordò nell'ottobre a Mosca la spartizione dei Balcani, e che convinse i comunisti greci ad accogliere i britannici come amici e liberatori. L'obiettivo invece era l'attacco militare alle forze dell'EAM-ELAS presenti ad Atene e alla popolazione che li appoggiava: attacco che fu sferrato il 3 dicembre 1944.
2. Il massacro di Atene
La manifestazione era stata dapprima autorizzata e poi vietata, quando era ormai impossibile avvertire la popolazione per fermarla. Che fosse pacifica e del tutto impreparata a quel che accadde (decine di morti e centinaia di feriti) è confermato da un gran numero di testimonianze insospettabili. Ne scegliamo una di un ufficiale britannico, W. Bydford-Jones, che si trovava nella Piazza della Costituzione:
L'ufficiale britannico descrive poi l'inizio dell'attacco, preannunciato solo da un secco ordine di fare fuoco:
Bydford-Jones era stato evidentemente colpito dallo stridente contrasto tra la fiducia nella Gran Bretagna (espressa anche con le bandiere portate nel corteo) e il tragico epilogo, di cui il suo governo era pienamente responsabile. A maggior ragione fu responsabile impedendo a Papandreu di dimettersi (come il premier greco aveva deciso dopo la prima fase di scontri), inasprendo le tensioni nei giorni successivi.
Tensioni che rimasero peraltro tra le varie forze politiche greche, ma che non investirono neppure allora le forze di occupazione britanniche, le quali pure parteciparono direttamente alla repressione e, in ogni caso, la programmarono e coordinarono. Infatti la reazione dei giovani comunisti di Atene, che nella notte stessa del 3 si procurarono armi attaccando con successo un gran numero di posti di polizia, evitò accuratamente di coinvolgere le truppe britanniche, a cui in alcuni casi al contrario consegnarono le armi da poco conquistate.
All'origine di questo atteggiamento c'erano le illusioni riposte nella solidità della "grande alleanza antifascista" e l'assenza da anni, nella propaganda del KKE, di qualsiasi denuncia dell'imperialismo britannico. L'atteggiamento degli ufficiali di collegamento sovietici, che rimasero impassibili di fronte al massacro, continuando a brindare insieme ai colleghi britannici nell'Hotel Gran Bretagna, aumentò il disorientamento.
Nella descrizione dei preparativi, Churchill sottolinea più volte di avere avuto l'assenso di Stalin. Non è solo un giudizio a posteriori, perché riporta integralmente una lettera inviata al suo Ministro degli Esteri il 7 novembre 1944 (un mese dopo il colloquio di Mosca con Stalin, un mese prima del massacro), in cui dice testualmente:
Il "prezzo pagato" era la via libera concessa a Stalin per conservare tutti i territori ottenuti da Hitler nel 1939 e per inserire nella sfera di influenza sovietica Romania e Ungheria, indipendentemente dall'opinione dei loro abitanti e dalla debolezza estrema dei partiti comunisti di quei paesi. A cosa poi alludesse con "azioni illegali", viene chiarito nella frase successiva:
Papandreu può certo sospendere i giornali dell'EAM se questo proclamasse lo sciopero dei giornali.
Il terreno e il tempo per sorreggere un governo che da solo non riusciva a mantenere il controllo neppure di Atene e Salonicco, furono effettivamente ben scelti. Dall'altra parte non ci si preparò, non si prepararono le masse, non si concentrarono le forze per rispondere a uno scontro che era inevitabile. Altro che avventurismo!
La differenza rispetto all'Italia era la radicalità dello scontro di classe in Grecia, l'impossibilità per la miserabile e servile borghesia ellenica di accettare una politica anche blandamente riformista, concedendo qualcosa ai comunisti per giustificare di fronte alle masse la loro presenza nel governo.
Churchill registra con irritazione i commenti critici apparsi sulla stampa americana e anche su quella britannica dopo il massacro (anche grazie alle testimonianze indignate di alcuni ufficiali e soldati che avevano cominciato a guardare con simpatia alla causa greca), e si copre ancora una volta con Stalin:
3. Il ruolo dell'URSS
Abbiamo già ricordato come Churchill apprezzasse il contributo dato da Stalin alla sua politica. In effetti, proprio nel momento centrale dello scontro ad Atene era giunto un messaggio di Dimitrov da Mosca che informava i comunisti greci che, nel quadro della situazione internazionale, ogni aiuto ai comunisti greci era impossibile e li consigliava ad abbandonare la loro intransigenza e a ricercare una soluzione "elastica" alla crisi. L'effetto fu un notevole disorientamento dei combattenti comunisti, che facilitò la riconquista della strada tra Atene e il Pireo da parte delle forze britanniche, e spinse Churchill a recarsi ad Atene per cogliere con tempestività i frutti dei primi successi.
Churchill giunse ad Atene il 25 dicembre insieme a Eden, Macmillan e Alexander. Dedicò la prima giornata a un colloquio con l'arcivescovo Damaskinos, che aveva sospettato di simpatie per l'EAM e di cui verificò invece la fermezza anticomunista, e che quindi accettò come reggente al posto di un re fortemente screditato per il suo passato filonazista.
Il giorno successivo ai colloqui venne ammessa una rappresentanza dell'EAM, composta esclusivamente da comunisti, che avevano creduto bene di escludere dalla delegazione i socialisti e le personalità indipendenti. Tra le forze dell'ELAS si era sparsa la voce che la venuta di Churchill rappresentasse un riconoscimento del valore e della forza dei combattenti, e probabilmente tale ipotesi del tutto infondata era condivisa dai rappresentati del PCG, che si presentarono all'incontro con la richiesta irrealistica dell'assegnazione della metà dei seggi ministeriali, tra cui quelli chiave degli Interni e della Giustizia, e dei sottosegretariati alla Difesa e agli Esteri.
La richiesta ovviamente non fu accolta dalla controparte, rappresentata, oltre che dai britannici, dall'arcivescovo Damaskinos, da Papan-dreu e altri esponenti borghesi. Ai colloqui era presente anche il capo della delegazione sovietica Grigorij Popov. Dopo il fallimento della conferenza, Damaskinos assunse ufficialmente la reggenza, nominan-do come capo del governo il generale Plastiras, che aveva un passato repubblicano ed era stato presidente onorario dell'EDES ma attaccò i seguaci dell'ELAS con durezza ancora maggiore del suo predecessore Papandreu, definendoli «anarchici e banditi».
4. La fuga da Atene
Ma, indipendentemente dalle esagerazioni della propaganda anticomunista, l'episodio in sé era vero e contribuì a ridurre la popolarità che i comunisti si erano guadagnati durante la resistenza con la loro dedizione e combattività. La motivazione che tentò di giustificare la cattura degli ostaggi (la salvaguardia di 13.000 militanti e simpatizzanti dell'EAM-ELAS che gli inglesi avevano deportato a loro volta come ostaggi in campi di concentramento del Nord Africa) non ebbe presa sull'opinione pubblica mondiale, che aveva guardato con simpatia alla resistenza per molto tempo e si era ancora indignata per la repressione del 3 dicembre, ma che cominciò a mutare rapidamente atteggiamento. Lo stesso Quartier Generale dell'ELAS deciderà rapidamente di liberare la maggior parte degli ostaggi, tranne poche centinaia definiti criminali di guerra. Tuttavia 4.000 persone erano perite durante la marcia, tra cui molti vecchi o donne (gran parte degli ostaggi erano stati presi a caso nelle case della media e alta borghesia, indipendentemente da qualsiasi responsabilità personale).
5. Un compromesso all'italiana
Gli accordi di Varkiza sono anche più pesanti, perché entrano nel dettaglio della consegna delle armi e non danno niente in cambio. Ecco come li descrive il Kedros:
Le conseguenze saranno le stesse che in Italia: chiunque ha preso una capra o un vitello per sfamare un reparto partigiano può essere processato come ladro o rapinatore, tanto più che i giudici sono al 95% gli stessi che sono stati formati, scelti e promossi durante la dittatura di Metaxas, come in Italia sono al 95% fascisti e comunque reazionari. Le differenze sono due: in Italia è un ministro della Giustizia comunista, Togliatti, ad assumersi la responsabilità di ricostituire una feroce magistratura di classe che applicherà appunto l'amnistia assolvendo fascisti e collaborazionisti e incarcerando partigiani mentre in Grecia i comunisti sono esclusi da subito dal governo (gli effetti non sono tuttavia tanto diversi); in Grecia la miserabile borghesia compradora locale (a parte quel settore meno miserabile, ma che realizza in gran parte i suoi affari all'estero, costituito dagli armatori) non ha la forza economica e quindi la pazienza per sopportare una fase "democratica" e di collaborazione di classe con i comunisti a cui non vuole e non può concedere briciole. È una borghesia analoga a quella jugoslava, ugualmente aggrappata alla monarchia retrograda ed asservita allo straniero: gli esiti diversi non dipendono tanto dall'orientamento delle classi dominanti ma dalla strategia e dalla tattica dei comunisti dei due paesi.
La minore drammaticità dell'esito italiano rispetto a quello greco è invece legata alla diversa forza che ha la borghesia imperialista italiana, che può concedere qualcosa per ripagare il PCI per il suo contributo alla restaurazione, sia pur preparandosi alle vendette che a partire dal 1947 getteranno fuori delle fabbriche gli operai che hanno salvato gli impianti dalle distruzioni naziste, e per tutti gli anni Cinquanta perseguiteranno partigiani e semplici militanti proletari e contadini con la galera o con il piombo (della Celere scelbiana o della mafia).
È questo che spinge una parte dei partigiani a diffidare, a nascondere le armi, a "ritornare in montagna". Le armi le nascondono in parecchi, ma i depositi vengono in gran parte scoperti. Chi tenta di prepararsi a una nuova resistenza viene sconfessato pubblicamente e abbandonato alla spietata vendetta del regime.
In Grecia il caso più terribile e tragico è quello di Aris Velouchiotis, il più popolare e originale dei grandi comandanti partigiani, e probabilmente il più capace di essi. Aris era stato tra l'altro il comandante delle formazioni del Peloponneso, e deputato nel Consiglio nazionale del PEEA. Subito dopo Varkiza aveva rifiutato di consegnare le armi e si era rifugiato nelle montagne dell'Epiro e poi della Tessaglia con un centinaio di fedelissimi.
Le elezioni del 1946 rivelano la portata della catastrofe. Il KKE decide assurdamente di boicottarle, ma l'astensionismo non raggiunge neppure il 40%, di cui presumibilmente una parte considerevole è fisiologico e non dovuto alla campagna dei comunisti. Questo è quello che pensa comunque il nuovo governo, decisamente spostato a destra dopo il voto, che inasprisce quindi la repressione.
Il partito che ha sconfessato Aris, d'altra parte, comincia a capire tardivamente gli errori compiuti, ma anziché correggerli li aggrava. Intraprende la prima azione armata assaltando un commissariato alle porte di Atene esattamente la notte prima delle elezioni, ma senza rivendicarla (lo farà solo un anno dopo, riducendo ulteriormente la sua credibilità).
Il KKE comincia ad autorizzare dieci nuclei armati sulle montagne a partire dall'aprile 1946, pur continuando a sconfessarli pubblicamente e a proclamarsi fautore della lotta legale. Grande è il disorientamento dei militanti periferici e di buona parte di quel milione e mezzo di ex aderenti all'EAM che hanno perso i contatti per la repressione, ma anche perché dopo Varkiza l'EAM come organismo unitario ha praticamente cessato di esistere. La repressione è spietata. Da luglio sono cominciate le fucilazioni di ex partigiani. In settembre c'è una nuova scadenza elettorale, il plebiscito sulla monarchia. Ancora più assurda della decisione di boicottare le politiche del marzo è quella di riconoscere la legalità di questo referendum che si svolge in un clima di terrore. La monarchia, che nessuno voleva nell'estate del 1944 ed era stata talmente impopolare che il re aveva rinviato sempre il rientro in patria, ottiene un incredibile 68% di voti contro il 32% per la repubblica. La guerra civile strisciante, che nessuno rivendica ma terrorizza la popolazione, ha fatto il miracolo, completato sicuramente dai brogli.
A questo punto soltanto il KKE comincia a pensare sul serio alla lotta armata, pur continuando a lungo a fare dichiarazioni legalitarie, lasciando per giunta la maggior parte dei militanti - compresi molti dei migliori ufficiali dell'ELAS - nella legalità, col risultato di facilitare i rastrellamenti governativi, che riempiono di deportati le isole più desolate come al tempo di Metaxas.
La lotta armata - che poteva appoggiarsi su una larga base di massa nell'estate e nell'autunno del 1944, quando i tedeschi erano in fuga e gli inglesi non avevano la possibilità di intervenire (Churchill riporta decine di sue lettere di quel periodo per implorare l'invio di reparti inglesi che invece non erano disponibili, date le difficoltà del fronte italiano), e che non è stata neppure organizzata utilizzando tutto il movimento partigiano in risposta all'attacco premeditato del dicembre 1944 - viene invece programmata a freddo quando il consenso popolare è ridotto al minimo, e i combattenti più lucidi e generosi come Aris Velouchiotis sono morti o sono relegati nei reclusori delle isole dell'Egeo.
Di errori se ne faranno altri e più gravi, e tutti non legati alla scelta di una "strategia rivoluzionaria" come ipotizzano i tardivi difensori di Togliatti, ma alla squallore culturale e politico degli uomini che Stalin ha messo alla testa del KKE come della maggior parte degli altri partiti comunisti.
Inoltre il migliore dei comandanti partigiani, Markos Vaphiadis, è sospettato forse a torto di legami con Tito, che nel corso della guerra civile è diventato nella propaganda stalinista un "trotzko-nazista". Certo Markos ha assimilato l'esperienza jugoslava e vorrebbe basare la forza del nuovo esercito popolare in primo luogo sulla mobilità guerrigliera, mentre Zachariadis è ossessionato dall'esigenza di proclamare un governo provvisorio su un po' di territorio comprendente almeno una cittadina relativamente importante, e sperpera gran parte delle forze in attacchi insensati a piazzeforti ben difese da un esercito regolare che è stato potentemente riarmato e inquadrato da consiglieri USA, subentrati ai britannici dopo la vittoria laburista. L'esercito democratico di Zachariadis comunque deve cedere dopo poche ore o pochi giorni ogni località conquistata, pagando l'effimera conquista con perdite che superano nettamente il reclutamento, anche perché non riceve rinforzi e armamento pesante.
Il conflitto tra i due dirigenti non appare pubblicamente, ma Markos verrà allontanato per "motivi di salute" nell'agosto 1948 e inviato in Albania (lungo la strada sfuggì fortunosamente a una misteriosa imboscata notturna da parte di una pattuglia del suo stesso esercito), per poi essere condannato pochi mesi dopo come «avventurista, frazionista e trozkista» per avere tentato di formulare alcune sensatissime critiche alla linea scriteriata di Zachariadis.
Nella sconfitta finale dei comunisti greci pesò certo la controversia tra Stalin e il partito jugoslavo, giacché Tito, che aveva sostenuto abbastanza generosamente la lotta (senza riflettere troppo sul fatto che arrivava troppo tardi per avere la benché minima speranza di vittoria) fece chiudere le frontiere nel luglio 1949. Tra le ragioni pesò la speranza di conciliarsi l'Occidente, non meno che il timore che le formazioni comuniste greche, dopo la liquidazione di Vaphiadis rigorosamente cominformiste, potessero partecipare a uno dei numerosi tentativi di sovversione e di assassinio dei dirigenti jugoslavi organizzati da Mosca.
Ma ad onore dei comunisti jugoslavi va ricordato che ancora, nel maggio 1949, quasi un anno dopo la scomunica del Cremlino e in un clima di pesante isolamento, il delegato jugoslavo all'ONU aveva dichiarato che il suo paese avrebbe sostenuto la guerriglia greca anche se l'URSS aveva deciso di abbandonarla.
L'Unione Sovietica in realtà non aveva mai sostenuto realmente i comunisti greci, ma aveva solamente lasciato ad essi le redini allentate perché dessero un po' di fastidio alla Gran Bretagna e soprattutto consentissero di usare propagandisticamente la repressione nei loro confronti per "giustificare" il regime di terrore instaurato nelle "democrazie popolari". "Ciascuno fa quel che crede nella sua area", era la logica sottesa ai modesti accenni sovietici al caso greco in sedi internazionali, a partire dall'ONU.
Gli aiuti militari sovietici in cui Zachariadis sperava non arrivarono mai. Sappiamo d'altra parte da varie testimonianze che Stalin si era espresso con fastidio e brutale cinismo nei confronti dei comunisti greci, ad esempio negli incontri con le delegazioni jugoslave poco prima della rottura (a cui non fu estraneo il progetto di federazione balcanica vagheggiato da Tito e Dimitrov, e in cui avrebbe dovuto trovare posto la Grecia liberata e comunque una Macedonia riunificata).
Ecco ad esempio una testimonianza di Milovan Gilas, confermata con parole analoghe dallo stesso Kardelj, su un colloquio del gennaio 1948:
Poi Stalin parlò della rivoluzione greca: "La rivoluzione greca deve cessare". "Voi credete", chiese rivolgendosi a Kardelj, "nel successo della rivoluzione greca?".
"Se l'intervento straniero non crescerà di proporzioni", rispose Kardelj, "e se non si commetteranno gravi errori militari e politici".
Paradossalmente, nel 1948, Stalin aveva qualche ragione nel sottolineare la possibilità di un ancor più massiccio intervento USA. Va detto che per la stessa ragione aveva considerato folle la strategia di Mao Tsedun in Cina, sbagliandosi clamorosamente.
Il vero problema è tuttavia che un intervento quasi certo nel 1948 in un paese piccolo e isolato, non era altrettanto certo nel 1944, un anno in cui le forze alleate erano duramente impegnate nella guerra con una Germania non ancora sconfitta, e nel 1945, quando le truppe americane furono percorse da un forte movimento democratico che puntava al ritorno immediato a casa. Non lo era soprattutto tenendo conto che a muoversi in una dinamica oggettivamente rivoluzionaria erano contemporaneamente molti paesi, anche molto importanti (tra l'altro, la caduta del fascismo aveva rinvigorito l'opposizione a Franco, che si preparava a insorgere convinta che le "democrazie" non avrebbero consentito la perpetuazione del regime messo in piedi con l'aiuto di Hitler e Mussolini).
E che la minaccia di un intervento straniero non sia automaticamente determinante lo conferma il successo dei comunisti in Jugoslavia, un paese per cui gli accordi di Mosca tra Stalin e Churchill nell'ottobre 1944 consideravano ugualmente impossibile una prospettiva socialista; lo confermerà anche successivamente Cuba e, nonostante il tragico isolamento denunciato da Ernesto "Che" Guevara, il Vietnam.
1 EAM: Ethniko Apeleutherotiko Metopo, Fronte di Liberazione Nazionale. Il suo braccio militare era l'ELAS: Ellenikos Laikos Apeleutherotikos Stratos, Esercito Popolare di Liberazione Nazionale.
2 Churchill ad esempio, rispondendo alle critiche laburiste nel Parlamento britannico il 5 dicembre, si assumeva la responsabilità dei massacri assicurando: «si tratta di una lotta di tre o quattro giorni, destinata ad evitare ad Atene, dove tutte le forme di governo sono state spazzate via e dove rischia di instaurarsi trionfalmente un vero e proprio trotzkismo, massacri orribili». André Kedros, La resistenza greca, Marsilio, Padova, 1968, p. 518.
3 È un dato analogo a quello che smentisce un'altra calunnia che resiste da oltre mezzo secolo: quella sulla presunta insurrezione poumista e anarchica di Barcellona nel maggio del 1937. Anche allora, i diecimila uomini in armi del battaglione Lenin del POUM e le forze ancora più numerose della CNT rimasero sul fronte di Aragona, combattendo i franchisti con mezzi inadeguati (il grosso delle armi andavano alle componenti moderate e allo formazioni del PCE), mentre ovviamente sarebbero state concentrate nei pressi della capitale catalana qualora ci fosse stato effettivamente un progetto insurrezionale.
4 Non contrasta con questa ricostruzione il dato di un assalto a un comando della Guardia Nazionale effettuato a Misogeia, nei pressi di Atene, già il 1º dicembre. Se si fosse trattato di qualcosa di più di una semplice scaramuccia con l'odiato corpo repressivo composto in larga parte di ex collaborazionisti, non sarebbe stato certo limitato a una sola località, ma avrebbe investito simultaneamente un gran numero di postazioni della Guardia Nazionale. Si veda per questo G.Vaccarino, La Grecia tra resistenza e guerra civile. 1940-1949, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Franco Angeli, Milano, 1988 p. 208.
5 G. Vaccarino, op. cit., p. 205.
6 Ibidem.
7 Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol.11: L'onda della vittoria, Oscar Mondadori, Milano, 1970, p. 326.
8 Ivi, p. 327.
9 Ibidem.
10 Ivi, p. 333.
11 EDES: Ethnikos Demokratikos Ellenikos Sundesmos, Unione Nazionale Greca Democratica, la principale formazione di resistenza non comunista, originariamente repubblicana e democratica anche se al termine della guerra si schiererà con il re.
12 Un precedente significativo di questo comportamento si era avuto in Italia col riconoscimento del governo Badoglio da parte dell'URSS il 14 marzo 1944, pochi giorni prima dell'arrivo di Togliatti e della "svolta di Salerno", mentre la maggior parte degli antifascisti e lo stesso Partito comunista osteggiavano giustamente il tentativo trasformista del maresciallo Badoglio, che avrebbe dovuto casomai essere processato per i crimini di guerra compiuti in Libia e in Etiopia e per la lunga complicità col fascismo.
13 Tra l'altro furono diffuse fotografie di cadaveri mutilati orrendamente, che in realtà erano del tutto estranei alla guerra civile. Cfr. G.Vaccarino, op.cit., p. 222.
14 Secondo Chiclet, i trotskisti uccisi furono 400; tra i più noti per una lunga milizia ricorda Nikos Aravantinos, Kostas Charitonidis, Dimostenis Vourzoukis, e i due avvocati D. Bellias e N. Venetsanos. Christofle Chiclet, Les communistes grecs dans la guerre, l'Harmattan, Paris, 1987, p. 119.
15 L'analogia è sostanziale. Il punto cruciale dell'accordo di Roma è la clausola quarta, che stabilisce che all'atto della creazione del governo militare alleato, il CLNAI «farà cessione a tale Governo di ogni autorità e di tutti i poteri di governo e di amministrazione precedentemente assunti» e che «tutti i partigiani passeranno nel territorio liberato alle dipendenze dirette del comandante alleato, ed esaudiranno qualsiasi ordine dato da lui, o dal Governo militare alleato in suo nome, compresi gli ordini di scoglimento e di consegna delle armi». La specificazione era sintomatica. In cambio di questa ed altre pesanti concessioni, la resistenza non ottiene neppure il riconoscimento formale delle funzioni di governo assunte in Alta Italia, ma solo un contributo finanziario di 160 milioni di lire... Cfr. al proposito Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. V: La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino, p. 444. Il testo originale dell'accordo, in lingua inglese, è riprodotto in Verso il governo del popolo. Atti e documenti del CLNAI 1943-1946, A cura di Gaetano Grassi, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 213-215.
16 A. Kedros, op. cit., p. 539.
17 PEEA: Politiki Epitropi Ethnikis Apeleutherosis, Comitato Politico di Liberazione Nazionale.
18 Antonio Moscato, Sinistra e potere. L'esperienza italiana 1944-1981, Sapere 2000, Roma, 1983, pp. 26-27.
19 La vicenda di Velochiotis è affascinante, ma rimarrà per sempre oscura per molti aspetti. Egli si era infatti premurato di seppellire in un campo il suo archivio personale, che fu tuttavia trovato dopo la sua morte e bruciato per i nove decimi dal generale Katsotas. La parte residua, come tutti gli altri archivi della guerra civile, sono stati però definitivamente distrutti al momento della caduta del governo di Andreas Papandreu: l'accordo contro natura che portò per un breve periodo a un governo di unità nazionale tra la destra di Karamanlis e il KKE ebbe infatti tra le sue clausole la distruzione di quegli archivi, ipocritamente presentata come «pacificazione nazionale».
20 Milovan Gilas, Conversazioni con Stalin, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 186-187. Cfr. anche la ricostruzione di quel periodo nel capitolo su Lo "spirito di Jalta", in Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Manduria-Bari, 1988, pp. 21-34.