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Togliatti. In ricordo di Luigi Cortesi

Togliatti · pubblicato il 8 settembre 2009 · 23 min di lettura

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Togliatti, Agosti e altri storici

 

A colloquio con Luigi Cortesi, Enzo Santarelli e Antonio Moscato

sul «Togliatti»* di Agosti

Il 2 settembre è scomparso Luigi Cortesi. L’avevo apprezzato per anni leggendo sulla Rivista storica del socialismo i suoi contributi alla riflessione sulla storia del PCI e, nonostante la non forte differenza di età (meno di dieci anni), lo consideravo un maestro. Quando ci siamo poi incontrati siamo diventati amici, anche se a volte con polemiche vivaci su alcune sue idee, come il rifiuto in blocco di Gramsci, che Luigi liquidava a mio parere troppo sommariamente accettando di fatto almeno in parte l’interpretazione di chi, forzando qualche riga dei Quaderni dal carcere, lo presentava come un anticipatore del compromesso storico. Ai molti meriti acquisiti da Cortesi nell’apertura - già negli anni Cinquanta - di un serio dibattito sullo stalinismo nel movimento operaio italiano, si aggiungono quelli di infaticabile animatore della rivista Giano, preziosa per ogni militante impegnato contro la guerra, e cui ho collaborato a lungo. Abbiamo avuto a volte discussioni accese anche sulla tattica nel PRC, ma non hanno mai incrinato un’intesa di fondo, basata su un rifiuto netto dell’eredità dello stalinismo nel movimento operaio.

Per ricordarlo, ho scelto la trascrizione di una “tavola rotonda” in cui, insieme a un altro grande storico della sua generazione, Enzo Santarelli, abbiamo discusso la biografia di Aldo Agosti su Togliatti. Può essere utile oggi, anche per il sempre più frequente riaffiorare di incredibili nostalgie dello stalinismo e del suo maggior interprete italiano.

La tavola rotonda è apparsa sul n. 7, gennaio-febbraio 1997 di “Alternative”.

1. CORTESI

 

Penso che quella di Agosti sia stata una fatica meritoria: ci ha dato una biografia che si è ampliamente avvalsa dei lavori esistenti e più libera dai vessilli della cultura di partito. Ciò non toglie che la biografia sia anch'essa togliattiana tra virgolette, non perché Agosti non rilevi i difetti e i ritardi, i cinismi e gli errori ma perché è troppo legato alla tradizione, alla traiettoria biografica di Togliatti e d'altra parte tiene troppo sullo sfondo i personaggi sui quali la vita del leader del Pci va misurata: Bordiga, Secchia, dico gli obiettori di sinistra, ma anche Gramsci e Stalin, specialmente lo Stalin del terrore che fa fuori Bucharin. Tutti sappiamo - Agosti lo rileva ampiamente - quanto la formazione internazionale di Togliatti fosse legata a Bucharin e in qualche modo questa lacuna pesa sull'intero quadro politico mentre della sinistra bordighiana si dice poco, ma almeno le andava riconosciuto sia il merito di aver criticato le illusioni democratiche della nuova direzione gramsciana (penso all' Aventino, penso al dibattito che precede Lione e alla politica di Lione), sia di aver fatto una diagnosi precoce e coraggiosa del modello staliniano fino al VI plenum.

Agosti però non manca di cogliere quello che, secondo me, è il dato permanente - anche se non sempre evidente, talvolta anche oscurato - del Togliatti come intellettuale e leader di partito, cioè dotato di una infrastruttura culturale fondata sul fare politica nel solco della storia nazionale. Questo elemento portante emerge, a mio parere, dall'esperienza sia del fascismo sia dello stesso stalinismo; si evidenzia quando la morsa tra i due opposti totalitarismi si allenta, e scompare a partire dal 1934 in poi, cesura che Agosti non manca di rilevare come cesura fondamentale. È la

prima volta che ci troviamo di fronte a una biografia che può dare altrettanto spazio ai due periodi prima e dopo la svolta di Salerno; se il periodo tra le due guerre per il modo come Togliatti lo visse getta luce sul leader del Pci nell'Italia postfascista, anche questo secondo periodo ci invita a trovare gli elementi di continuità che non erano però visibili negli anni Trenta in particolare, ma anche negli anni Venti, cioè quelli bordighiani di Togliatti.

1. MOSCATO

 

Dico subito che il mio giudizio è ugualmente positivo, pur ammettendo che il libro di Agosti non aggiunge nulla di veramente nuovo, anche per merito dello stesso Agosti, che aveva già anticipato parecchie cose su Togliatti, e per merito di tutta una storiografia: penso, per esempio, a Spriano, che su vari problemi aveva modificato gradatamente il suo giudizio (ad esempio sulla guerra di Spagna), rendendolo più complesso ed efficace. Vorrei poi aggiungere che sono stato particolarmente soddisfatto dal libro perché ho trovato, tra l'altro, molto ben risolto il problema del rapporto tra Togliatti e Stalin, Togliatti e lo stalinismo, Togliatti e l'Urss, in maniera veramente ricca dialetticamente. Non solo non c'è nessuna spiegazione «demonologica» - come in altri casi nella storiografia antistaliniana o antitogliattiana - ma sono colte bene le ragioni che spingono Togliatti, nel suo tardivo approdo al marxismo, a impegnarsi a fondo nella difesa dell'Urss così com'è. Ben ricostruito anche lo scontro del 1926 con Gramsci e le ragioni per cui Togliatti considera inammissibile quella battaglia, nonostante all'epoca il potere di Stalin non fosse ancora consolidato, e il tentativo di Gramsci non fosse quindi velleitario e inutile. È ricostruito bene anche l'atteggiamento verso il nazismo, comprese le semplificazioni e le rozzezze - contraddittorie rispetto al suo notevole livello di elaborazione - di Togliatti nel minimizzare, in aspra polemica con Trockij, il pericolo nazista nel 1931-'32, ma ancora nel 1933-'34. Agosti non abbellisce minimamente, né regala a Togliatti il ruolo di anticipatore del VII Congresso, perché ne coglie (anche qui non c'è novità, in quanto Spriano li aveva ricostruiti efficacemente) le esitazioni, le oscillazioni, i ritardi che emergevano anche dalle testimonianze di Cerreti e altri.

Diciamo quindi che, da questo punto di vista, la biografia di Togliatti di Agosti è convincente: risulta una biografia «a tutto tondo», ampia, ecc., che non sfugge a nessuno dei problemi scomodi, ma li affronta ricostruendo le ragioni. Credo che l'elemento di maggiore novità (non in assoluto, perché lo stesso Agosti ne aveva fornito anticipazioni a più riprese, compreso in un paginone dell'«Unità» nel 1991) riguardi la ricostruzione del rapporto tra Togliatti e Stalin sulla «svolta di Salerno». Agosti, giustamente, sostiene che non si tratta dell'esecuzione di un'imposizione di Stalin e di Molotov, ma di una scelta in cui Togliatti ha avuto un ruolo da protagonista: Togliatti è stato il consigliere, ha esercitato anche - con soddisfazione o con entusiasmo - il ruolo di propulsore. Probabilmente a volte aveva fastidio per certe rozzezze del gruppo dirigente del partito italiano nell'applicare quello che lui proponeva; in ogni caso, Agosti sottolinea che, nelle varie mediazioni che ha dovuto fare tra quello che pensava e quello che si diceva in Italia, tra quello che pensava e quello che a mano a mano si elaborava a Mosca (alla luce ad esempio del testo modificato dopo l'incontro con Dimitrov e con Stalin nel marzo 1944), emerge chiaramente che il suo ruolo non era passivo, di sudditanza, ma quello di un collaboratore di primo piano, e che Togliatti ha svolto un suo ruolo importante nell'elaborazione della «svolta».

Liquidate tutte le semplificazioni che riducono Togliatti a mera «cinghia di trasmissione» di Stalin, cosa che non spiega nulla, Agosti attribuisce a Togliatti i suoi «meriti», oppure «responsabilità», a seconda dei punti di vista: ritengo infatti che, nonostante abbia fatto quel che ha fatto «in proprio», se poi uno va a vedere non solo le intuizioni ma anche le conseguenze delle realizzazioni di queste intuizioni, avrebbe qualche problema nel continuare a esaltare la «lungimiranza» di Togliatti.

Credo che Agosti dimostri una grande onestà intellettuale anche nell'affrontare il rapporto tra Togliatti e Chrusciov, Togliatti e i tentativi di destalinizzazione, e nel ridimensionare il significato del Memoriale di Yalta - che invece nell' agiografia del Pci è stato ingigantito, ecc. Lo fa con rigore e correttezza, e quindi con un risultato largamente positivo, non tanto per gli studiosi (per i quali forse il libro aggiunge poco, perché di fatto è una sistematizzazione di cose sostanzialmente note, e c'è tra l'altro un sistema di riferimenti bibliografici un po' faticoso...), quanto soprattutto per un giovane che si avvicini a questa grande figura del movimento operaio, ad alcuni momenti cruciali, e che riceve sicuramente una chiave di lettura convincente e ricca.

Per questo credo si tratti di un libro ben riuscito; e a me pare - e concludo - che sia un po' scandaloso che si sia segnalato così poco un libro così importante, nel senso che non ha provocato quello che poteva provocare, è passato un po' in sordina (a parte la segnalazione di Santarelli su «Liberazione» e qualcos'altro). Credo, in realtà, sia un libro che lascerà una traccia per un lungo periodo e che cancellerà certamente quel lavoro su Togliatti, utile ma superficialissimo, di Bocca, che ha avuto una larghissima diffusione, ma che non dava spiegazioni convincenti.

1. SANTARELLI

 

Mi è accaduto recentemente di scrivere una recensione il cui titolo è divenuto questo, «Un protagonista del secolo breve», e ho cercato di sintetizzare una vita che è piuttosto lunga per una lotta politica che poi ha una scansione al suo interno. Penso agli anni 1943-’45 che segnano il ritorno di Togliatti dall'Urss e la svolta di Salerno, un nodo di eventi decisivi per la storia d'Italia e anche del Pci. Quando ne aveva assunto la guida, il partito - lo ricordiamo - vive in una situazione di semilegalità e sarà proiettato, dalla totale clandestinità in Italia, fuori d'Italia fra la Francia e l'Urss. Quindi fino al 1943 (guerra compresa) egli sarà alla testa del gruppo dirigente di un partito comunista aderente all'Internazionale e starà successivamente - questo è anche un fatto abbastanza straordinario - alla testa di un partito di massa nella lotta di liberazione con una linea (dal punto di vista strategico, nonostante le contestazioni, le difficoltà, le disomogeneità) abbastanza unitaria dal 1944 al 1964.

Questa direzione del partito, clandestino, minoritario, di quadri, per certi versi dipendente dall'esilio, dall'aiuto, o anche dalle ombre che venivano dall'Internazionale Comunista e dalla posizione dominante di Stalin è, successivamente, un partito impegnato nella ricerca di autonomia, d'indipendenza per rendere egemone, nei limiti delle vedute di Togliatti, un pezzo consistente e maggioritario del movimento operaio italiano.

Venendo alla biografia tracciata da Agosti, l'ho sostenuta, la condivido per le ragioni addotte poc'anzi da Moscato; l'ho trovata, però, «togliattiana», forse non nel senso di Cortesi ma nel senso di un sorta di aderenza psicologica e caratteriale alla personalità di Togliatti, cosa del tutto involontaria ma che svela una biografia «fredda», che scavalca i momenti drammatici, anche se li individua però quasi senza partecipazione apparente. Quindi è un grosso lavoro di ricostruzione filologica, basata sui documenti e che ha il pregio di superare i dibattiti politici e gli steccati ideologici che si sono venuti stratificando attorno alla personalità di Togliatti.

 

2. CORTESI

 

Occorre riflettere, a mio modo di vedere, sugli elementi di permanenza all'interno di quella enorme varietà di esperienza del personaggio; c'è un rischio però in questa ricerca degli elementi di permanenza nella biografia di Togliatti ed è quello che a un certo punto, come si evince dalle pagine finali del libro di Agosti, si declassi lo stalinismo a una sorta di incidente di percorso e a non vedere i punti di incontro tra il centrismo del Pci il cui asse è rappresentato da Togliatti, e le opzioni staliniane; il rischio è di vedere il legame di ferro solo - dice Agosti - come «elemento frenante» in una sorta di transizione al rovescio dal comunismo alla socialdemocrazia o, come la definisce Agosti, «avanzata democrazia parlamentare»; c'è invece convergenza tra i due filoni e c'è una capitalizzazione dell'elemento internazionale sovietico al nazionale italiano e a questo riguardo rimando a un libro che non ho trovato molto utilizzato da Agosti, cioè Claudín, un libro che rimane fondamentale perché è stato abbastanza tempestivo in certe critiche quando ancora i fatti si stavano svolgendo.

Questo non significa naturalmente che Agosti, ammesso che sia d'accordo con le mie valutazioni, sminuisca il Togliatti della grande esperienza internazionale e dell'Internazionale Comunista e forse era tra i nostri storici del Novecento il più adatto per dare un giusto sfondo internazionale, un inquadramento forte sul piano europeo e mondiale del comunismo in questa biografia. Ma se ciò è vero, io mi permetto qui una critica in questo inquadramento che avrebbe dovuto estendersi almeno a tratteggiare il comunismo nella sua drammatica dialettica, ivi compreso il comunismo antistaliniano, vittima di Stalin ma capace di orientamenti alternativi. A me è parso, forse un po' malignamente ma vorrei che mi sbagliassi e se mi sbagliassi mi scuserei con grande vergogna, che nel volume non si dica una parola dell'assassinio di Trockij, cioè di un uomo la cui presenza, per almeno quindici anni, nella vita di Togliatti era stata addirittura ossessiva. Quindi voglio dire che questa è un po' la spia della sottovalutazione della dialettica interna al comunismo, che non era certo soltanto quella del Togliatti dubbioso, oscillante o pieno di riserve mentali, custode nel suo intimo, diciamo così, di una via italiana che era quella che partiva dall'Aventino e sarebbe arrivata poi alla svolta di Salerno anche nel periodo più buio e più lontano dalle cose italiane.

Mi pare che manchi lo sfondo del dramma di tutto quanto il comunismo e anche delle reali alternative allo stalinismo, già attive, e represse nel corso della stessa tirannide staliniana.

2. SANTARELLI

 

Io vorrei sottolineare un altro punto di questa biografia, un punto che si divide in due: l'attenzione al periodo giovanile e alla formazione culturale di Togliatti e in un secondo momento alla sua formazione politica. In questo quadro Agosti individua un elemento che a me sembra interessante: l'interpretazione, anche l'utilizzazione del bolscevismo, o del comunismo russo, in funzione antifascista per la lotta contro la dittatura, tipica di un regime di classe. Questo mi pare sia un filo conduttore e a questo punto vorrei fare un rilievo sul metodo. Agosti sceglie di comprimere i momenti emergenti, le decisioni, le svolte nella continuità di una linea politica o di una situazione politica del personaggio biografato; in questo quadro è vero che mancano le ombre, le luci, i rilievi, e questi limiti emergono, ma nelle ultime pagine si parla di un Togliatti «uomo di frontiera», espressione che permette di giudicarlo meglio per tentare un bilancio a trent'anni dalla sua morte. Qui riprendo le cose che diceva Cortesi in altro modo, con altra sensibilità, con altra valutazione rispetto al bordighismo, al trotskismo, ecc. Però c'è questo fatto: cade il comunismo storico realizzato nell'Unione Sovietica e nei paesi dell'Est. Questo rappresenta un trauma anche per gli altri partiti più o meno sopravvissuti ma che erano venuti dalla matrice della Terza Internazionale; il comunismo muore: è questo un punto di domanda grosso per chi fa storia del comunismo oggi. Intanto ci sono dissensi e poi perché ci sono i postumi, perché, a quanto pare, non tutti condividono che il comunismo sia morto.

È finita una fase del comunismo, di un comunismo storico in un primo periodo realizzato, in un certo modo, da Lenin con il contributo di Trotskij; in altri termini, un comunismo drammaticamente riassunto da Stalin. Questo è un problema di carattere generale anche quando si fa la biografia di un leader come Togliatti.

2. MOSCATO

 

Le osservazioni (di Cortesi e Santarelli) sono molto giuste: la biografia, come biografia di Togliatti, è fatta bene, Togliatti emerge a tutto tondo; però è debolissimo lo «sfondo». Giustamente Cortesi diceva che non c'è un accenno alla morte di Trotskij; ma quel che è più grave è che non si parla di quella di Nin, perlomeno per respingere - come io stesso respingo, e come ha fatto Spriano ultimamente - l'accusa che fosse stato lui il mandante diretto e l'esecutore, come ha sostenuto J. Hernández. Invece, semplicemente si sorvola. Nin viene nominato una sola volta (a p. 238), in maniera marginalissima, dicendo: «Ben diverso il ruolo del Poum: per il piccolo partito di Andrés Nin, fin dall'inizio critico della politica di fronte popolare, la presunzione di trotskismo risulta aggravata e confermata dal ruolo svolto nei fatti di Barcellona del maggio 1937»; e se la cava dicendo «fatti di Barcellona», per non pronunciarsi né in un modo né in un altro. Sarebbe stato bene chiarire che Togliatti non era a Barcellona, perché stava facendo un'altra «nobile» azione: la propaganda per i Processi di Mosca, che sterminavano una generazione bolscevica! Togliatti era il coordinatore - come ha spiegato Fischer - di quella campagna.

Su questo punto, Agosti è più arretrato di Spriano, perché questi, alla fine, quando ci è ritornato sopra, tra la prima edizione (cfr. Introduzione al IV vol. delle Opere di Togliatti) e il momento in cui l'ha ripresa come volume a sé, ha fatto alcune modifiche, ribadendo che Togliatti non poteva essere a Barcellona (ed è vero, perché stava facendo altre cose - non belle appunto - ma diverse). Qui invece Agosti riprende l'argomento del primo Spriano, che viene citato: «Come ha notato Spriano (…) emerge un Togliatti del tutto differente dallo stereotipo per il quale egli in Spagna avrebbe assolto la funzione di persecutore di anarchici (…)». Verissimo: alcuni anarchici Togliatti infatti non voleva perseguitarli, ma inserirli al governo. Per Togliatti «l'obiettivo è quello di associare gli anarchici alle responsabilità di governo (...)» - indicando gli altri come «trotskisti e fascisti», da condannare, come emerge chiaramente nei rapporti pubblicati nel IV volume citato: «Bisogna dividere il movimento anarchico; ad alcuni offriamo incarichi; gli altri, che si ostinano a continuare pervicacemente nella lotta di classe, li consideriamo nemici». La cosa, allora, non è marginale. Togliatti è stato l'ispiratore - anche per l'enorme dislivello che c'era tra lui e i dirigenti del Pce - di questa politica del partito.

Su questo Agosti è reticente e Spriano era arrivato un pochino più avanti. Fermo restando che Togliatti non ha ucciso Nin, «nei suoi riguardi la condanna è senza appello, e non mancano le critiche al governo per il risultato "scandaloso" del processo contro i suoi (del Poum) dirigenti, terminato (per Togliatti) "senza alcuna condanna seria"» (in realtà, erano state comminate pene fino a quindici anni di reclusione, per reati solamente di opinione!).

Su questo, chiaramente, Agosti si dissocia, anche se in moltissimi casi constata con benevolenza le debolezze, l'adeguamento, ecc. di Togliatti. Credo che la cosa più interessante, però, su cui vale la pena di soffermarsi, riguarda la fase 1944-1964. Su questo giustamente sottolinea Agosti - e lo ha fatto anche Santarelli - che Togliatti è particolarmente felice della chiusura dell’Internazionale, anche perché ha dovuto prestarsi a cose che al suo livello intellettuale ripugnavano (compreso lo scioglimento del Pc polacco; su cui invece fa luce Agosti circa la sua responsabilità diretta, anche se certamente non gli faceva piacere; non si sa se avesse perfetta coscienza che il progetto di Stalin era veramente lo scioglimento, la divisione e la spartizione della Polonia, però Agosti coglie come Togliatti si sia prestato a questo e certamente sa che questo non lo entusiasmava). Togliatti ha reso di più nel periodo dei «Fronti popolari», nella fase successiva.

Commentando e descrivendo la chiusura del Comintern Agosti dice: «Togliatti si rende benissimo conto che lo scioglimento dell'IC corrisponde, in quel momento, agli interessi della politica estera sovietica: è un gesto dimostrativo, che vuole rassicurare i governi dei paesi capitalistici amici che l'Urss rinuncia a "esportare" la rivoluzione (veramente ne erano ben convinti da un pezzo!), e che si propone per questa via non solo di migliorare i rapporti con gli Alleati nella guerra in corso (è ancora in ballo, tra l'altro, la questione del secondo fronte), ma anche di facilitare la continuazione della collaborazione dopo la fine del conflitto». E aggiunge: «Togliatti, nel suo commento, non trascura questo aspetto della questione che, sottaciuto nel documento ufficiale, sarà invece ampiamente valorizzato nell'intervista rilasciata tre giorni dopo da Stalin all'agenzia Reuter».

Non c'è dubbio che è soddisfatto dello scioglimento, perché conclude, nel colloquio riportato da Cerreti: «Ogni partito, anche se subirà crisi più o meno profonde di adattamento, finirà col trovare la propria strada nazionale». Ora, questo è vero. Cioè Togliatti da quel momento dice: «Va benissimo!», tant'è vero che si rifiuta di andare a Praga a dirigere il Cominform; preferisce occuparsi del partito italiano e cercare autonomamente - nei limiti di un rapporto che è ancora ferreo e non permette di dissociarsi da qualunque decisione sovietica anche se discutibile - radici, avviare quel processo che poi diventerà quello della trasformazione in un partito più affine alla Socialdemocrazia, prima di diventare un partito liberaldemocratico, come è oggi il Pds. C'è una coincidenza di interessi iniziali, ma su cui Togliatti si lancia, con ruolo autonomo, che poi codificherà nell'intervista a «Nuovi Argomenti», parlando di «policentrismo» e teorizzando le «vie nazionali al socialismo». Non si può tuttavia nemmeno ignorare che è stato un partire per la tangente, approfittando di una scelta che, indubbiamente, coincideva con quella dell'Unione Sovietica.

3. CORTESI

 

Io sono d'accordo, in linea generale, con le cose dette da Moscato, ma in verità in alcuni momenti più critici della sua esposizione; penso che indubbiamente c'è una difficoltà perché il personaggio è complesso, anche psicologicamente di suo, è un personaggio di enorme complessità, di una capacità di vivere a più livelli, anche contemporaneamente, sul piano del pensiero, dell'elaborazione e anche dei comportamenti e anche della psicologia nascosta; è un personaggio che meriterebbe una psico-biografia. Per esempio emerge un Togliatti, a partire dal 1926, che è, per così dire con una formula, molto più «uomo di chiesa» che non uomo di movimento e questo poi è un elemento importante per capire la sua psicologia e questo misurarsi con gli altri in maniera un po' curiale con un amore per la controversistica in cui spesso - prima Ragionieri, poi Spriano e adesso Agosti - parlano della sua abilità nell'applicazione delle analisi differenziate. Però se vediamo il rovescio di queste analisi differenziate, c'è della pura controversistica in obiezioni che fa ad altri. E qui, in particolare, segnalo la sua risposta a Gramsci dopo la lettera dell'Ottobre del 1926, che è chiaramente una lettera con uno stravolgimento dialettico che esce fuori da un'analisi differenziata in senso positivo, che dovrebbe essere un'analisi fortemente determinata. Quella risposta di Togliatti è l'esempio di pura retorica controversistica.

Io faccio molte critiche, non amo il personaggio Togliatti perlomeno dal 1956, quando scopersi la sua capacità di coprire le menzogne, ma vorrei dire qualcosa anche a favore di Togliatti che non è stata completamente valorizzata da Agosti: se è vero che Togliatti fu «uomo di frontiera», come lo definisce l'autore, tra comunismo russo e Occidente, non fu però solo questo. E qui è importante una premonizione che lui ebbe - come emerge in molti suoi scritti e interventi - e che mi pare vada al di là della cultura di una fase storica del comunismo. Agosti, sulle pagine finali, spiega che ha scritto questo libro «nel momento in cui l'esperienza storica del comunismo può dirsi conclusa». Secondo me Agosti si è lasciato talmente trascinare dall'amore verso il proprio oggetto di studio al punto tale da vedere la crisi e la fine del comunismo coincidenti con la fine del comunismo staliniano e con la fine della strategia del Pci in Occidente, sfociata nella totale integrazione del partito. Qui si tratta di distinguere: non si tratta della fine del comunismo e vorrei dire che dall'esperienza di Togliatti - e questo è un elemento a suo favore - può venire qualcosa di indicativo, di positivo nel senso attuale (mi riferisco al discorso dell'ultimo Togliatti a Bergamo del 1963 e al ripensamento complessivo cui Agosti del resto dedica un passo molto acuto) della problematica della transizione a una società armonica in presenza del pericolo nucleare e degli altri grandi rischi che incombono sulla civiltà umana. Mi permetto di dire che questa problematica non è la fine del comunismo, ma un'indicazione di pensiero che esce da un'esperienza tragica, fallita, ma per noi è utile e importante. E qui mi pare che Agosti non abbia ben colto la traiettoria di pensiero di Togliatti dall'articolo di commento alle bombe di Hiroshima e di Nagasaki all'intervento al Comitato Centrale nell' agosto del 1954 per salvare la civiltà umana, al discorso di Bergamo del 1963 e anche ad alcuni discorsi parlamentari e congressuali.

3. SANTARELLI

 

Vorrei ripartire questo momento, abbastanza singolare come giuntura, tra i due periodi diversi: mentre finisce la Terza Internazionale si apre una pagina nuova nella storia d'Italia e in quel momento Togliatti vi giunge (non a caso) perché ci doveva essere un sostrato di formazione e di cultura, in quanto inizia a cercare una propria strada nazionale per il Pci che era un partito sovversivo, rivoluzionario, anticapitalistico. Ora la seconda metà della vita di Togliatti pone degli spunti per riaprire la questione della prima metà.

Dietro questa freddezza, dietro questo modo di governare un partito, di fare la lotta politica come una partita a scacchi, cosa c'è? perché nella seconda fase emerge chiaramente che Togliatti dirige il Pci come un uomo di Stato? Cortesi dice che Togliatti fu «uomo di chiesa», io ho usato formulazioni diverse nella mia Storia critica della Repubblica citando, a esempio, Aldo Natoli che lo doveva ben conoscere e che parla del cavourismo di Togliatti. Forse è qui che si potrebbe scavare ulteriormente sulla figura dello statista e sul modo di dirigere il partito. Agosti ha scelto la strada di seguire e ricostruire questa pista passo passo.

In due piccoli cenni nella recensione che ricordavo all'inizio, c'è il problema dell'eredità di Gramsci, che Togliatti per un verso sente e per l'altro personalizza e inevitabilmente «riduce» alla sua politica. Del resto la valorizzazione-utilizzazione di Gramsci è contestuale alla costruzione concreta del «partito nuovo», diventa un suo capitolo. E Togliatti fa politica, in senso «cavouriano» anche con le minoranze - bordighisti e trotskisti - che riaffiorano dal passato, tessendo la tela di un progetto egemonico e di una politica dei tempi lunghi volta principalmente a radicare il Pci nella cultura e nella società nazionale. Un punto delicato sta nel rapporto con la base del partito, con i suoi diversi fermenti.

Infine, il problema dell'eredità di Togliatti. È questo il punto, quello che rimane e quello che rinasce del movimento comunista italiano e internazionale. I lettori scelgano pure. Qual è questa eredità? Secondo me c'è un salto di qualità che dipende dalle trasformazioni sociali del paese, però c'è anche un elemento di condotta, di direzione, di strategia che è dato dalla «testa» e qui il Pci è un partito che tenta di fare la rivoluzione permeando tutta la società e che ha l'ambizione di dirigerla, ambizione intellettuale e di sentimenti, ... un partito che sia sempre egemonico. Ed è in questo modo che Togliatti, in cinquant'anni, e non soltanto nel 1944, si è guadagnato i galloni, talvolta anche «cinicamente» come accade nella lotta politica, lavorando sui compagni che avevano le sue stesse idee e sugli avversari politici e tenendo fermamente il timone per vent' anni.

3. MOSCATO

Trovo non ci sia dubbio che Togliatti - come dice Santarelli - abbia questo livello che gli ha permesso di «conquistarsi i galloni», ma credo che Agosti abbia colto nelle conclusioni una cosa molto importante, e da sottolineare come una delle interpretazioni più convincenti, quando dice che l'itinerario di Togliatti e il suo rapporto con la Rivoluzione e con il movimento comunista è esattamente inverso rispetto a quello suggerito da Nolte: il fascismo, cioè, come risposta al bolscevismo. «Tiepida ed epidermica è la sua scelta a favore del socialismo d'anteguerra; inizialmente sorretta da una coscienza lontana e indiretta, l'adesione alla rivoluzione russa; e la stessa appassionata partecipazione alla stagione dei Consigli, appare molto più il frutto di una specifica realtà italiana, anzi torinese, che non la traduzione consapevole del modello bolscevico, il quale del resto è già avviato a lasciarsi l'esperienza dei soviet alle spalle» (p. 558). Quando conosce quella realtà e diventa profondo il legame con l'Urss è il momento della sconfitta, dopo un periodo - ricostruito bene - delle sue esitazioni. Ma è il momento in cui l'Urss sta anche cambiando. «Il riconoscersi parte di un grande progetto di riscatto dell'umanità che ha la sua guida e il suo motore nella Russia sovietica danno alla lotta contro il fascismo un ancoraggio ideale sicuro e incrollabile. Lo storicismo di cui è nutrita la sua formazione culturale conferisce a questa scelta, definitivamente maturata tra il 1924 e il 1926, una forza e una convinzione che nulla può scuotere dalle fondamenta. Solo il "partito mondiale della rivoluzione", in quanto organizzazione collettiva interprete e strumento della razionalità della storia, ne può decifrare le finalità». Questo fatto dello storicismo è estremamente importante, perché è quello «che gli permette di accettare e di condividere, pagando prezzi altissimi, i passaggi più tragici dello stalinismo, senza esserne del tutto schiacciato».

Anzi Agosti ricostruisce - lo aveva già fatto Bocca - il cinismo con cui scarica su questo o su quello, incluso il cognato Robotti, Berti, ecc., tutte le cose. «Non arriverà mai a percepire fino in fondo la contraddizione lacerante fra il "comunismo realizzato" e la grande speranza collettiva di emancipazione che l'Ottobre aveva destato in tutto il mondo. È la critica più dura che si possa fare! Poi, fino alla morte, non ha mai avvertito la contraddizione fra questa "nazionalizzazione" del Pci (che Agosti approva) e la sua appartenenza al movimento comunista mondiale».

Credo che su questa cosa dello «storicismo» l'avesse vista giusta Gramsci nel famoso carteggio successivo alla lettera del 1926, quando pronunciò quel terribile giudizio: «saremmo dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità». È un passo di quel famoso carteggio che ci fu in seguito alla lettera di Gramsci del 1926 (Togliatti, certo, era alle prime armi, ed era il primo gesto individuale che stava compiendo; poi altri ne avrebbe fatti...) e credo spieghi molte cose: in effetti, Agosti è molto rigoroso nel cogliere tutta la complessità del pensiero di Togliatti e non banalizzarlo o ridurlo a mero esecutore. E fa benissimo, perché Togliatti non lo è stato mai, non è stato uno «sgherro di Stalin», ma un consigliere rispettato, autonomo, anche se a volte «minacciato» in vari momenti, come è avvenuto per tutti i collaboratori di Stalin. Tuttavia, accettava tutto l'esistente come inevitabile, e questo lo aveva colto fondamentalmente Gramsci, e credo sia la barriera, il confine, tra un rivoluzionario e uno che non lo è, perché la rivoluzione non può accettare che tutti i fatti compiuti siano inevitabili.

 

 (a cura di Aldo Meccariello)

* Aldo Agosti, Togliatti, Edizioni UTET, Torino, pp. 637, L. 80.00