Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › La proiezione dello stalinismo nel mondo › Documenti › Togliatti

cap. III Togliatti, Trotskij e il fascismo

Togliatti · pubblicato il 11 settembre 2009 · 17 min di lettura


Scarica il file originale (RTF, 87 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

Cap. III. Togliatti, Trotskij e il fascismo

Durante il primo soggiorno a Mosca, Togliatti era stato dunque molto legato a Bucharin, che lo considerava il suo miglior collaboratore, insieme allo svizzero Jules Humbert Droz. Nelle sue memorie Luigi Longo riferisce che Bucharin aveva stabilito anche un rapporto personale e spesso era andato a trovare Togliatti nel suo appartamento all’Hotel Lux per una conversazione informale.

Longo (naturalmente dopo la morte di Togliatti, che anche negli ultimi anni non aveva mai accettato di parlare di Bucharin) aveva attribuito «il legame abbastanza stretto» tra i due a un’affinità politica e umana:

È certo che l’uomo, la concezione e la mentalità di Togliatti erano più congeniali con la personalità di Bucharin, col suo gradualismo. Togliatti non si lasciava condizionare dalle impostazioni generali della lotta, dalle “teorie”, pur non ignorandole, ma preferiva, nell’azione concreta, attenersi alle possibilità concrete anche nell’area di azione dell’IC, anche sulle questioni che toccavano i rapporti tra Komintern e partito italiano.1

È interessante, al di là della testimonianza, l’uso della parola “teoria” in senso dispregiativo, come sinonimo di cosa astratta ed inutile che diventerà comune nell’epoca staliniana (in Italia soprattutto nel “partito nuovo”). L’azione sarà decisa empiricamente, in base alle “possibilità concrete”, salvo studiare nei “brevi corsi” dei princìpi codificati definiti “ideologia” (dimenticando il significato originario della parola in Marx), del tutto privi di legami con la realtà.

Longo precisava che lo stretto rapporto tra i due era dovuto in primo luogo all’orientamento di Bucharin «di attirare di più i dirigenti stranieri alla direzione del Komintern», ma era favorito da «una certa affinità di interessi individuali» e dal «gusto dell’analisi e dell’approfondimento in tutti i sensi delle questioni».2 Vedremo che, almeno per un po’ di anni, questo «gusto» Togliatti se lo dovrà togliere, una volta caduto il suo primo protettore a Mosca.
Togliatti abbandona Bucharin (e Mosca) subito dopo il VI Congresso dell’Internazionale. Probabilmente la decisione fu presa in seguito ad alcuni precisi segnali di quel che stava per accadere. Stalin e Bucharin avevano smentito solennemente l’esistenza di contrasti e dissensi tra loro nella riunione di un singolare organismo non statutario, un Senior convent composto dagli uomini più rappresentativi dei diversi partiti, comparso per la prima volta in quel congresso per decidere preventivamente «le questioni più delicate da portare alla discussione allo scopo di evitare che scoppiassero improvvisamente nell’assemblea generale dei delegati».3 Il metodo di riservare il dibattito agli «uomini più rappresentativi», diventerà la norma nei decenni successivi. I congressi in cui non si deve discutere nulla diventano inutili se non un fastidio: così, mentre negli anni di Lenin il congresso dell’IC si riuniva ogni anno, ci sarà un solo congresso tra il 1928 e lo scioglimento nel 1943.
Ma, come abbiamo già ricordato, proprio durante quel congresso Bucharin aveva chiesto l’incontro con Kamenev in cui aveva espresso il suo panico di fronte a uno Stalin che gli appariva sempre più come Gengis Khan. Più o meno gli stessi concetti aveva espresso in quei giorni a Jules Humbert Droz, a cui aveva chiesto se informare Togliatti,ottenendo come risposta una viva sollecitazione a farlo subito. «Effettivamente anche Togliatti ebbe una lunga conversazione con Bucharin durante il congresso», scrive Humbert Droz, ma l’effetto fu del tutto opposto a quello desiderato: Togliatti partì immediatamente da Mosca, lasciando nei guai il suo vecchio avversario Tasca.4
L’incontro era avvenuto presumibilmente dopo l’intervento di Togliatti nel dibattito sulla relazione di Bucharin, di cui aveva elogiato la parte che sottolineava la «stabilizzazione relativa del capitalismo».5

Il modo con cui fu accolto l’intervento di Togliatti era già un sintomo che la dichiarazione di Stalin e Bucharin nel Senior convent sull’assenza dei contrasti non era veritiera: fu richiamato bruscamente al rispetto del tempo, gli fu tolta la parola e soprattutto il testo scritto dell’intervento fu tagliato, contrariamente alle consuetudini, come è riscontrabile dal confronto tra la versione apparsa su Lo Stato operaio e quella ufficiale in tedesco. Erano elementi sufficienti per intuire l’esito dello scontro e defilarsi, senza discutere il caso con gli altri compagni italiani residenti a Mosca: non certo con Tasca, che Togliatti non amava affatto, e a cui farà credere di avere l’appoggio del partito nel dibattito sul caso Wittorf-Thälmann a cui abbiamo già accennato, e che verrà lasciato invece senza sostegno in uno scontro impari con Stalin; ma nemmeno con Longo, che era rappresentante italiano nell’Internazionale giovanile e delle cui tendenze di sinistra diffidò sempre in quegli anni, temendo che potesse essere utilizzato per sostituirlo, secondo il metodo che cominciava ad essere usato sempre più a Mosca nei confronti di vari partiti.

Tantomeno ne parlò con Grieco, con cui, ammette Longo, «Togliatti non ebbe mai una completa confidenza». Longo attribuisce questo atteggiamento ai «temperamenti molto diversi: spontaneo, vivace, passionale, studioso serio ed onesto, di rara dirittura politica e morale, Grieco», mentre Togliatti «era sempre controllato, calmo, freddo, tanto da sembrare qualche volta cinico e fin troppo calcolatore».6
Sorvoliamo sull’aspetto umano di questo abbandono, da cui si potrebbe anche prescindere. Dobbiamo invece riflettere sulle conseguenze politiche di quel brusco cambio di cavallo. Togliatti, che proprio a questo proposito Tasca definiva «seguace di Gentile, hegeliano a buon mercato, e pieno di venerazione per il successo che consacra la verità delle idee», scelse allora il presumibile vincitore senza curarsi troppo delle conseguenze della nuova linea.7 Secondo Longo lo fece «per il suo gradualismo e per l’esigenza di evitare uno scontro con Stalin e il partito russo», che avrebbe potuto portare a una rottura e quindi a un «duro colpo per l’autorità e l’avvenire del Partito comunista italiano».8

Ma ci sembra che, in una prospettiva più lunga, quella scelta non sia stata benefica per «l’avvenire» del Partito comunista italiano e del movimento comunista internazionale. Il passaggio da Bucharin a Stalin al momento della rottura tra i due significa infatti per Togliatti l’adesione (forse poco convinta, ma abbondantemente difesa in un gran numero di interventi ed articoli), alla sciagurata teorizzazione del «socialfascismo», che tra il 1929 e il 1933 impedirà ogni azione comune tra comunisti e socialisti, soprattutto in Germania, dove questa politica faciliterà enormemente il compito a Hitler.

L’episodio più grave è indubbiamente quello del referendum popolare contro il governo socialdemocratico in Prussia del 1931, in cui i comunisti (inizialmente favorevoli alla non partecipazione al voto) furono costretti da Mosca a impegnarsi al fianco dei nazisti.9 Ma tutta la politica della KPD era allora contrassegnata dalla più assurda negazione dell’ascesa del fascismo, dall’attribuzione dell’epiteto “fascista” un po’ a tutti, dai socialdemocratici ai cattolici, e dalla riduzione della tattica del fronte unico alla sua caricatura, il «fronte rosso unito» che era «diretto contro il partito di Hitler e il gruppo dirigente socialdemocratico», che metteva sullo stesso piano (almeno sulla carta, visto che a volte si preferivano proprio i nazisti contro i socialdemocratici).10 E in quegli anni cruciali Togliatti non solo non criticò mai quella politica, ma la elogiò anche parecchio dopo la verifica brutale del trionfo di Hitler e della disfatta del movimento operaio tedesco. Non una parola contro l’uso di parole d’ordine ricalcate su quelle naziste, come l’accusa alla socialdemocrazia di «aver venduto beni e ricchezze, vita ed esistenza del popolo lavoratore tedesco al miglior offerente tra gli imperialisti stranieri».11 Al contrario, Togliatti in quegli anni concentra il suo fuoco su Trotskij, accusato di aver battuto il «record delle sciocchezze» per aver parlato di analogie tra il fascismo tedesco e quello italiano, che sarebbero state del tutto infondate e basate sui «vecchi errori» trotskisti del 1917 e del 1923 sulla rivoluzione «a data fissa» e per aver attribuito «una funzione prevalente e determinante nello sviluppo del fascismo al movimento piccolo borghese».12 Si tratta di due macroscopiche calunnie, come appare evidente a chi oggi può leggere gli scritti di Trotskij, che non si sognò mai di pensare una rivoluzione «a data fissa», né di attribuire una «funzione prevalente e determinante al movimento piccolo-borghese», che analizzò con attenzione sottolineando - in sintonia con Gramsci e in contatto con lui - che la sua mobilitazione rappresentava la novità del fascismo rispetto ad altri regimi reazionari, ma a cui da buon marxista non attribuiva un ruolo autonomo.

 

Scheda

La piccola borghesia e i contadini in Trotskij e Marx

In tutti gli scritti degli anni Trenta sulla situazione tedesca e poi su quelle spagnola e francese, Trotskij dedicò sempre notevole attenzione alla tattica per evitare che i ceti medi fossero conquistati dalla grande borghesia e dal fascismo, proprio perché non li considerava un soggetto autonomo. Trotskij osservava che era illusorio blandire i ceti medi con lusinghe e adattamenti ai luoghi comuni diffusi tra di essi, dato che nei momenti di crisi economica e sociale finivano per essere attratti dall’uno o dall’altro polo dello scontro, in genere da quello che appariva più deciso e contrapposto ai regimi esistenti come il fascismo nella fase di ascesa. Su analoghe osservazioni a proposito del ruolo dei contadini nacque la leggenda di “Trotskij nemico dei contadini” creata da Bucharin e diffusa per decenni dagli staliniani, compresi gli epigoni presenti nella non troppo “nuova” sinistra degli anni Settanta. L’ampia diffusione di una così inverosimile calunnia si spiega solo pensando che molti di quei “marxisti-leninisti” non avevano mai letto non solo Trotskij (in particolare gli scritti sulla rivoluzione cinese), ma evidentemente neppure la pagina magistrale di Marx in Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte:

I contadini piccolo proprietari costituiscono una massa enorme, i cui membri vivono nella stessa situazione, ma senza essere uniti gli uni agli altri da relazioni molteplici. Il loro modo di produzione, anziché stabilire tra di loro rapporti reciproci, li isola gli uni dagli altri. Questo isolamento è aggravato dai cattivi mezzi di comunicazione della Francia e dalla povertà dei contadini stessi.

Il loro campo di produzione, il piccolo appezzamento di terreno, non consente nessuna applicazione di procedimenti scientifici e quindi nessuna varietà di sviluppo, nessuna diversità di talenti, nessuna ricchezza di rapporti sociali. [...] Un piccolo appezzamento di terreno, il contadino e la sua famiglia, un po’ più in là un altro piccolo appezzamento di terreno, un altro contadino e un’altra famiglia. Alcune decine di queste famiglie costituiscono un villaggio e alcune decine di villaggi un dipartimento. Così la grande massa della nazione francese si forma con una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco.

Marx contro i contadini, come Trotskij, dunque? È semplicemente ridicolo. Ma il luogo comune antitrotskista si affermò negli anni Trenta per poi passare nella “nuova” sinistra, grazie a un generale imbarbarimento dell’ideologia. Ad esempio, il termine “piccolo-borghese”, che in Marx aveva una funzione descrittiva del tutto priva di connotati polemici, diventa a partire dagli anni Trenta e rimane ancora oggi un insulto. Viene anche definito sistematicamente “piccolo-borghese” l’egualitarismo, che invece Marx, Lenin e tutte le tendenze marxiste avevano sempre considerato caratteristica irrinunciabile di ogni società postcapitalistica.

Ma la chiave del ragionamento di Marx (e di Trotskij) era nel passo successivo, a quanto pare incomprensibile a chi, come gran parte della vecchia e nuova sinistra, non aveva più dimestichezza con la dialettica:

Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in condizioni economiche che distinguono i loro modi di vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse formano una classe. Ma nella misura in cui tra i contadini piccoli proprietari esistono solo legami locali, e la identità dei loro interessi non crea tra di loro una comunità, una unione politica su scala nazionale e una organizzazione politica, essi non costituiscono una classe. Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro proprio nome, sia attraverso un Parlamento sia attraverso una Convenzione. Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare.13
Togliatti, d’altra parte, considerava gravissima l’«incapacità di Trotskij di comprendere quale è la sostanza del regime attuale in Germania, il carattere di dittatura fascista [...] del governo di Von Papen».14 A Trotskij rimproverava poi di annunciare una prossima disfatta del proletariato tedesco e del suo partito e di invocare l’intervento dell’esercito rosso in Germania.

Trotskij in realtà, dal 1929, aveva seguito con allarme la crescita del nazismo, prevedendo che Hitler sarebbe stato il «super Wrangel della reazione mondiale» e che si sarebbe scagliato contro l’Unione Sovietica, che doveva prepararsi a fronteggiare un attacco inevitabile.

La posizione di Togliatti era cieca allora, ma lo fu ancor più negli anni successivi all’arrivo di Hitler al potere. La Germania nel 1933 era debolissima militarmente, mentre l’URSS era assai più forte e dotata di un esercito moderno ed efficiente. Quando l’attacco nazista avverrà, la situazione si sarà letteralmente capovolta: Hitler ha avuto tutto il tempo di prepararsi allo scontro, mentre l’Armata rossa è stata decapitata tra il 1937 e il 1938, quando furono assassinati quasi tutti gli ufficiali più esperti.15

Le conseguenze di quell’eccidio saranno ancora più gravi, in quanto molti ufficiali tedeschi avevano effettuato manovre congiunte con l’Armata rossa fino al 1932 (nel 1933 furono interrotte per iniziativa di Hitler, non di Stalin!) e conoscevano perfettamente quindi il territorio sovietico, mentre gli uomini che avevano preso il posto degli ufficiali assassinati erano praticamente privi di esperienza e facilitarono i successi nazisti dei primi due terribili anni di guerra.

Togliatti, naturalmente, non fu responsabile diretto di quella strage, ma la giustificò, e soprattutto evitò di denunciare il pericolo nazista, irridendo invece allo «schiamazzo disfattista» di Trotskij, che «confonde l’inizio con la fine della rivoluzione».Cinque mesi dopo quell’articolo trionfalista, che assicurava che il Partito comunista tedesco aveva imparato bene la lezione della sconfitta italiana, e che «i combattimenti del proletariato tedesco si compiono oggi su una linea ascendente», Hitler era al potere.

Tra le cause che resero insignificante la presenza del più forte partito comunista e della più potente classe operaia d’Europa, oltre al rifiuto del fronte unico, pesarono gli errori di analisi di cui Togliatti si fece (anche contro le sue stesse precedenti opinioni) portavoce zelante e che indebolirono la lotta contro il nazismo, attraverso la generosa distribuzione della qualifica di “fascista” volta a volta ai governi democristiani o ai dirigenti socialdemocratici, per non parlare delle sinistre socialiste e degli aborriti trotskisti: un po’ a tutti, cioè, meno che ai fascisti veri.

Naturalmente, le responsabilità per la “resistibile ascesa” di Hitler non sono solo dei comunisti tedeschi e dell’IC. È ovvio che la responsabilità primaria ricade sulla borghesia, che accantonò il suo liberalismo e affidò a un Hitler, che non aveva mai nascosto i suoi programmi criminali, il compito di spazzare via il movimento operaio e di preparare il paese alla guerra inevitabile per conquistare lo “spazio vitale” per l’imperialismo tedesco, rinchiuso nei confini troppo angusti fissati a Versailles. La scelta di appoggiare Hitler, che passa da capo di un gruppuscolo che nel 1928 non è riuscito a mandarlo in Parlamento a leader del primo partito, avviene infatti subito dopo la rottura di tutti gli accordi internazionali di libero scambio dopo l’inizio della crisi del 1929, e poteva essere analizzata fin da allora, come fece Trotskij, come un segno dell’imminente guerra mondiale per ridistribuire con la forza i mercati. Per la borghesia imperialista, tuttavia, non era un “errore”, era una scelta vitale dal punto di vista dei suoi interessi.

Anche la socialdemocrazia ha gravissime responsabilità, giacché si tappò gli occhi davanti al pericolo e finì poi ingloriosamente rinunciando a ogni forma di lotta contro il nazismo al potere. Anche la socialdemocrazia rifiutò il fronte unico, ma questo non stupisce e non toglie nulla alla responsabilità della KPD: la tattica del fronte unico era stata infatti concepita da Lenin, Trotskij, Radek, esattamente per costringere la socialdemocrazia opportunista a lottare insieme ai comunisti in difesa degli interessi comuni minacciati. Era ovviamente impossibile ottenere una lotta comune se si faceva invece blocco con i nazisti contro i socialdemocratici e si sostituiva alla critica della politica della SPD la rissa settaria con i suoi iscritti, definendo i membri socialdemocratici dei consigli di fabbrica «cani sanguinari al pari di Noske» e proponendone la cacciata dalle fabbriche.16

Solo nel 1934, quando il nazismo appariva consolidato, e la destra apertamente fascista o genericamente reazionaria era all’attacco dalla Francia alla Spagna, dall’Austria ai Balcani, cominciò una svolta tardiva.

Contrariamente alla leggenda apologetica, Togliatti non fu all’avanguardia nella correzione, ma resisté per qualche tempo ai primi segnali in tal senso che provenivano da varie parti dell’IC e che probabilmente erano incoraggiati dal nuovo clima instaurato in URSS al XVII Congresso e incarnato da Kirov.

Lo ammette con la consueta onestà intellettuale Ernesto Ragionieri nella Prefazione al terzo volume delle Opere di Togliatti, osservando che, nella fase che precedette i mutamenti di indirizzo politico che saranno decisi nel VII Congresso dell’IC: «Togliatti è tutt’altro che un anticipatore ardito. Quanto più sarà aperto e spregiudicato nell’applicare quella linea, tanto più sarà cauto, o addirittura resistente di fronte al delinearsi dei primi esperimenti.17
Ragionieri ricollega quell’atteggiamento al ruolo di primo piano che nel XIII Plenum del Comitato esecutivo del Komintern (novembre-dicembre 1933) viene nuovamente assegnato a Togliatti, ormai più conosciuto come Ercoli: terrà anche il discorso conclusivo, pieno di elogi sperticati alla «guida di ferro, il Partito comunista dell’Unione sovietica» e a «un capo, Stalin, che continua nel campo della teoria e dell’opera pratica l’opera grandiosa di direzione rivoluzionaria di Marx e di Lenin».18

In Togliatti si riflettono «numerose delle contraddizioni presenti nella posizione dell’Internazionale», osserva Ragionieri,

fino al punto di dar luogo a una vera e propria biforcazione delle tesi sostenute nel succedersi del suo intervento. Mentre, infatti, per un verso egli riprendeva in modo estremamente lucido e articolato l’analisi complessiva del fascismo, per un altro finiva per renderla inoperante sul terreno delle conclusioni politiche, accettando di dedurle, piuttosto che dai risultati della sua analisi, dalla contrapposizione polemica con le posizioni degli avversari.19

Particolarmente dannosa «l’accettazione del giudizio ottimistico fornito sulla propria situazione dal Partito comunista tedesco», che non soltanto

non dava luogo ad alcuna rettifica autocritica, ma finiva anzi con l’assegnare alla critica nei confronti delle posizioni “disfattistiche” della socialdemocrazia e del trotskismo uno spazio tale da fare risorgere sul piano delle prospettive politiche quelle speranze offensive che l’analisi teorica e politica aveva contribuito a dissolvere.20
Ragionieri scrive anche che «al concetto, alla linea politica, nonché al formulario ispirati al “socialfascismo”, Togliatti pagò un tributo non indifferente» e che «le più rilevanti forzature sul tema del socialfascismo avvengono tra la fine del 1933 e la prima metà del 1934», cioè in un periodo segnato da notevoli oscillazioni ma anche dalla comparsa di posizioni che si richiamano a un’applicazione effettiva della politica di fronte unico (che, come è noto, non fu mai formalmente rifiutata anche negli anni del più delirante settarismo).21
Ancora nel marzo 1934, dopo il tentativo fascista di Parigi e la risposta unitaria spontanea, Togliatti non solo scarica i soliti insulti contro i trotskisti che, proponendo l’alleanza con i socialisti, teorizzerebbero «la possibilità di sbarrare la strada al fascismo appoggiando una delle frazioni della borghesia [cioè i socialisti. NdR] contro l’altra», ma arriva a considerare come il pericolo più grave che nelle file del Partito comunista francese «si manifesti una corrente opportunista la quale sostenga lo stesso punto di vista dei socialisti e predichi, quindi, una tattica di blocco del nostro partito con la socialdemocrazia, per la difesa della democrazia, del regime parlamentare, ecc.».22

Si direbbe dunque che la ricchezza analitica che aveva caratterizzato Togliatti negli anni precedenti sia stata deliberatamente accantonata in quegli anni, con le conseguenze che sappiamo. E questo getta una luce diversa su quel che significherà quel suo essere «aperto e spregiudicato» nell’applicare la linea del VII Congresso, che continua ad essere considerato uno dei suoi meriti essenziali nel senso comune della maggior parte dei comunisti italiani.

 

1 Luigi Longo, Carlo Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna, Teti, Milano, 1976, p. 70.

2Ibidem.

3 Ivi, p. 80.

4Jules Humbert Droz, L'internazionale comunista tra Lenin e Stalin. Memorie di un protagonista 1891/1941, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 224.

5 Ancora una volta un'esempio di scarsa lungimiranza politica di Bucharin: la stabilizzazione c'era stata, senza che fosse colta in tempo dall'IC (a parte Trotskij, che l'aveva segnalata fin dal 1922-1923), ma ora al contrario stava per finire. Un anno dopo sarebbe esplosa la grande crisi economica rivelata dal crollo di Wall Street, ma preannunciata da tempo da sintomi significativi.

6 L. Longo, C. Salinari, op. cit., p. 93.

7 In Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, a. VIII, 1966, p. 895.

8 Ivi, p. 80.

9 Cfr. Hermann Weber, La trasformazione del comunismo tedesc, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 253.

10 Ivi, p. 251.

11 Ivi, p. 252.

12Il testo di Togliatti esiste in due versioni: una apparsa col titolo “Contro le false analogie tra situazione tedesca e situazione italiana” su Lo Stato operaio, a. VI, n. 9, settembre 1932, mentre l’altra, più ampia, è il testo dell’“Intervento al XII Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista” del 2 settembre 1932, in P. Togliatti, Opere, cit. vol. II, t. 2, pp. 104-128.

13 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 19.

14Sulle false analogie..., cit. Nella versione originale, Togliatti allargava la definizione anche al precedente governo di Brüning, «che era già, come i nostri compagni l’hanno definito, un governo di realizzazione della dittatura fascista». P. Togliatti, Opere, vol. cit., p. 113. In realtà sia von Papen che Brüning, erano esponenti del Centro cattolico (democristiano).

15La dimensione della strage degli ufficiali dell’Armata rossa è ignorata dagli apologeti di Stalin: furono soppressi 3 marescialli dell’URSS su 5, 3 comandanti d’armata di primo rango su 4, tutti e 12 i comandanti d’armata di secondo rango, 60 dei 67 comandanti d’armata, 133 dei 199 comandanti di divisione, 221 su 397 comandanti di brigata, tutti i 10 primi ammiragli, 9 dei 15 secondi ammiragli, tutti i 17 commissari di armata, 25 su 28 commissari di corpo d’armata, 79 commissari di divisione su 97, 34 su 36 commissari di brigata, e molte migliaia di ufficiali di grado inferiore. G. Boffa, Storia, cit. pp. 586-587. Dati analoghi in Roy Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pp. 263-264. Cfr. inoltre Piotr Grigorenko, Mémoires, Presse de la Renaissance, 1980.

16 Frasi simili erano apparse più volte sulla stampa comunista. Nel 1930 lo stesso Thälmann dovette criticarle come eccessi insensati, senza peraltro che si avesse un cambio sostanziale di linea. Cfr. H. Weber, op. cit., p. 252.

17 E. Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, cit., vol. III, p. CLXXX.

18 Ivi, t. 2, p. 314.

19 Ivi, t. 1, p. CLXXVII.

20 Ivi, p. CLXXIX.

21 Ivi, pp. CLXXX-CLXXXI.

22 Ivi, t. 2, pp. 370-371.