I grandi nodi del Novecento › La proiezione dello stalinismo nel mondo › Documenti › Togliatti
cap. III Togliatti, Trotskij e il fascismo
Versione di lettura convertita dal file originale.
Cap. III. Togliatti, Trotskij e il fascismo
Durante il primo soggiorno a Mosca, Togliatti era stato dunque molto legato a Bucharin, che lo considerava il suo miglior collaboratore, insieme allo svizzero Jules Humbert Droz. Nelle sue memorie Luigi Longo riferisce che Bucharin aveva stabilito anche un rapporto personale e spesso era andato a trovare Togliatti nel suo appartamento all’Hotel Lux per una conversazione informale.
Longo (naturalmente dopo la morte di Togliatti, che anche negli ultimi anni non aveva mai accettato di parlare di Bucharin) aveva attribuito «il legame abbastanza stretto» tra i due a un’affinità politica e umana:
È interessante, al di là della testimonianza, l’uso della parola “teoria” in senso dispregiativo, come sinonimo di cosa astratta ed inutile che diventerà comune nell’epoca staliniana (in Italia soprattutto nel “partito nuovo”). L’azione sarà decisa empiricamente, in base alle “possibilità concrete”, salvo studiare nei “brevi corsi” dei princìpi codificati definiti “ideologia” (dimenticando il significato originario della parola in Marx), del tutto privi di legami con la realtà.
Il modo con cui fu accolto l’intervento di Togliatti era già un sintomo che la dichiarazione di Stalin e Bucharin nel Senior convent sull’assenza dei contrasti non era veritiera: fu richiamato bruscamente al rispetto del tempo, gli fu tolta la parola e soprattutto il testo scritto dell’intervento fu tagliato, contrariamente alle consuetudini, come è riscontrabile dal confronto tra la versione apparsa su Lo Stato operaio e quella ufficiale in tedesco. Erano elementi sufficienti per intuire l’esito dello scontro e defilarsi, senza discutere il caso con gli altri compagni italiani residenti a Mosca: non certo con Tasca, che Togliatti non amava affatto, e a cui farà credere di avere l’appoggio del partito nel dibattito sul caso Wittorf-Thälmann a cui abbiamo già accennato, e che verrà lasciato invece senza sostegno in uno scontro impari con Stalin; ma nemmeno con Longo, che era rappresentante italiano nell’Internazionale giovanile e delle cui tendenze di sinistra diffidò sempre in quegli anni, temendo che potesse essere utilizzato per sostituirlo, secondo il metodo che cominciava ad essere usato sempre più a Mosca nei confronti di vari partiti.
Ma ci sembra che, in una prospettiva più lunga, quella scelta non sia stata benefica per «l’avvenire» del Partito comunista italiano e del movimento comunista internazionale. Il passaggio da Bucharin a Stalin al momento della rottura tra i due significa infatti per Togliatti l’adesione (forse poco convinta, ma abbondantemente difesa in un gran numero di interventi ed articoli), alla sciagurata teorizzazione del «socialfascismo», che tra il 1929 e il 1933 impedirà ogni azione comune tra comunisti e socialisti, soprattutto in Germania, dove questa politica faciliterà enormemente il compito a Hitler.
Scheda
La piccola borghesia e i contadini in Trotskij e Marx
In tutti gli scritti degli anni Trenta sulla situazione tedesca e poi su quelle spagnola e francese, Trotskij dedicò sempre notevole attenzione alla tattica per evitare che i ceti medi fossero conquistati dalla grande borghesia e dal fascismo, proprio perché non li considerava un soggetto autonomo. Trotskij osservava che era illusorio blandire i ceti medi con lusinghe e adattamenti ai luoghi comuni diffusi tra di essi, dato che nei momenti di crisi economica e sociale finivano per essere attratti dall’uno o dall’altro polo dello scontro, in genere da quello che appariva più deciso e contrapposto ai regimi esistenti come il fascismo nella fase di ascesa. Su analoghe osservazioni a proposito del ruolo dei contadini nacque la leggenda di “Trotskij nemico dei contadini” creata da Bucharin e diffusa per decenni dagli staliniani, compresi gli epigoni presenti nella non troppo “nuova” sinistra degli anni Settanta. L’ampia diffusione di una così inverosimile calunnia si spiega solo pensando che molti di quei “marxisti-leninisti” non avevano mai letto non solo Trotskij (in particolare gli scritti sulla rivoluzione cinese), ma evidentemente neppure la pagina magistrale di Marx in Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte:
I contadini piccolo proprietari costituiscono una massa enorme, i cui membri vivono nella stessa situazione, ma senza essere uniti gli uni agli altri da relazioni molteplici. Il loro modo di produzione, anziché stabilire tra di loro rapporti reciproci, li isola gli uni dagli altri. Questo isolamento è aggravato dai cattivi mezzi di comunicazione della Francia e dalla povertà dei contadini stessi.
Il loro campo di produzione, il piccolo appezzamento di terreno, non consente nessuna applicazione di procedimenti scientifici e quindi nessuna varietà di sviluppo, nessuna diversità di talenti, nessuna ricchezza di rapporti sociali. [...] Un piccolo appezzamento di terreno, il contadino e la sua famiglia, un po’ più in là un altro piccolo appezzamento di terreno, un altro contadino e un’altra famiglia. Alcune decine di queste famiglie costituiscono un villaggio e alcune decine di villaggi un dipartimento. Così la grande massa della nazione francese si forma con una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco.
Marx contro i contadini, come Trotskij, dunque? È semplicemente ridicolo. Ma il luogo comune antitrotskista si affermò negli anni Trenta per poi passare nella “nuova” sinistra, grazie a un generale imbarbarimento dell’ideologia. Ad esempio, il termine “piccolo-borghese”, che in Marx aveva una funzione descrittiva del tutto priva di connotati polemici, diventa a partire dagli anni Trenta e rimane ancora oggi un insulto. Viene anche definito sistematicamente “piccolo-borghese” l’egualitarismo, che invece Marx, Lenin e tutte le tendenze marxiste avevano sempre considerato caratteristica irrinunciabile di ogni società postcapitalistica.
Ma la chiave del ragionamento di Marx (e di Trotskij) era nel passo successivo, a quanto pare incomprensibile a chi, come gran parte della vecchia e nuova sinistra, non aveva più dimestichezza con la dialettica:
Trotskij in realtà, dal 1929, aveva seguito con allarme la crescita del nazismo, prevedendo che Hitler sarebbe stato il «super Wrangel della reazione mondiale» e che si sarebbe scagliato contro l’Unione Sovietica, che doveva prepararsi a fronteggiare un attacco inevitabile.
Le conseguenze di quell’eccidio saranno ancora più gravi, in quanto molti ufficiali tedeschi avevano effettuato manovre congiunte con l’Armata rossa fino al 1932 (nel 1933 furono interrotte per iniziativa di Hitler, non di Stalin!) e conoscevano perfettamente quindi il territorio sovietico, mentre gli uomini che avevano preso il posto degli ufficiali assassinati erano praticamente privi di esperienza e facilitarono i successi nazisti dei primi due terribili anni di guerra.
Togliatti, naturalmente, non fu responsabile diretto di quella strage, ma la giustificò, e soprattutto evitò di denunciare il pericolo nazista, irridendo invece allo «schiamazzo disfattista» di Trotskij, che «confonde l’inizio con la fine della rivoluzione».Cinque mesi dopo quell’articolo trionfalista, che assicurava che il Partito comunista tedesco aveva imparato bene la lezione della sconfitta italiana, e che «i combattimenti del proletariato tedesco si compiono oggi su una linea ascendente», Hitler era al potere.
Tra le cause che resero insignificante la presenza del più forte partito comunista e della più potente classe operaia d’Europa, oltre al rifiuto del fronte unico, pesarono gli errori di analisi di cui Togliatti si fece (anche contro le sue stesse precedenti opinioni) portavoce zelante e che indebolirono la lotta contro il nazismo, attraverso la generosa distribuzione della qualifica di “fascista” volta a volta ai governi democristiani o ai dirigenti socialdemocratici, per non parlare delle sinistre socialiste e degli aborriti trotskisti: un po’ a tutti, cioè, meno che ai fascisti veri.
Naturalmente, le responsabilità per la “resistibile ascesa” di Hitler non sono solo dei comunisti tedeschi e dell’IC. È ovvio che la responsabilità primaria ricade sulla borghesia, che accantonò il suo liberalismo e affidò a un Hitler, che non aveva mai nascosto i suoi programmi criminali, il compito di spazzare via il movimento operaio e di preparare il paese alla guerra inevitabile per conquistare lo “spazio vitale” per l’imperialismo tedesco, rinchiuso nei confini troppo angusti fissati a Versailles. La scelta di appoggiare Hitler, che passa da capo di un gruppuscolo che nel 1928 non è riuscito a mandarlo in Parlamento a leader del primo partito, avviene infatti subito dopo la rottura di tutti gli accordi internazionali di libero scambio dopo l’inizio della crisi del 1929, e poteva essere analizzata fin da allora, come fece Trotskij, come un segno dell’imminente guerra mondiale per ridistribuire con la forza i mercati. Per la borghesia imperialista, tuttavia, non era un “errore”, era una scelta vitale dal punto di vista dei suoi interessi.
Solo nel 1934, quando il nazismo appariva consolidato, e la destra apertamente fascista o genericamente reazionaria era all’attacco dalla Francia alla Spagna, dall’Austria ai Balcani, cominciò una svolta tardiva.
Contrariamente alla leggenda apologetica, Togliatti non fu all’avanguardia nella correzione, ma resisté per qualche tempo ai primi segnali in tal senso che provenivano da varie parti dell’IC e che probabilmente erano incoraggiati dal nuovo clima instaurato in URSS al XVII Congresso e incarnato da Kirov.
In Togliatti si riflettono «numerose delle contraddizioni presenti nella posizione dell’Internazionale», osserva Ragionieri,
Particolarmente dannosa «l’accettazione del giudizio ottimistico fornito sulla propria situazione dal Partito comunista tedesco», che non soltanto
Si direbbe dunque che la ricchezza analitica che aveva caratterizzato Togliatti negli anni precedenti sia stata deliberatamente accantonata in quegli anni, con le conseguenze che sappiamo. E questo getta una luce diversa su quel che significherà quel suo essere «aperto e spregiudicato» nell’applicare la linea del VII Congresso, che continua ad essere considerato uno dei suoi meriti essenziali nel senso comune della maggior parte dei comunisti italiani.
1 Luigi Longo, Carlo Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna, Teti, Milano, 1976, p. 70.
2Ibidem.
3 Ivi, p. 80.
4Jules Humbert Droz, L'internazionale comunista tra Lenin e Stalin. Memorie di un protagonista 1891/1941, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 224.
5 Ancora una volta un'esempio di scarsa lungimiranza politica di Bucharin: la stabilizzazione c'era stata, senza che fosse colta in tempo dall'IC (a parte Trotskij, che l'aveva segnalata fin dal 1922-1923), ma ora al contrario stava per finire. Un anno dopo sarebbe esplosa la grande crisi economica rivelata dal crollo di Wall Street, ma preannunciata da tempo da sintomi significativi.
6 L. Longo, C. Salinari, op. cit., p. 93.
7 In Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, a. VIII, 1966, p. 895.
8 Ivi, p. 80.
9 Cfr. Hermann Weber, La trasformazione del comunismo tedesc, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 253.
10 Ivi, p. 251.
11 Ivi, p. 252.
12Il testo di Togliatti esiste in due versioni: una apparsa col titolo “Contro le false analogie tra situazione tedesca e situazione italiana” su Lo Stato operaio, a. VI, n. 9, settembre 1932, mentre l’altra, più ampia, è il testo dell’“Intervento al XII Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista” del 2 settembre 1932, in P. Togliatti, Opere, cit. vol. II, t. 2, pp. 104-128.
13 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 19.
14Sulle false analogie..., cit. Nella versione originale, Togliatti allargava la definizione anche al precedente governo di Brüning, «che era già, come i nostri compagni l’hanno definito, un governo di realizzazione della dittatura fascista». P. Togliatti, Opere, vol. cit., p. 113. In realtà sia von Papen che Brüning, erano esponenti del Centro cattolico (democristiano).
15La dimensione della strage degli ufficiali dell’Armata rossa è ignorata dagli apologeti di Stalin: furono soppressi 3 marescialli dell’URSS su 5, 3 comandanti d’armata di primo rango su 4, tutti e 12 i comandanti d’armata di secondo rango, 60 dei 67 comandanti d’armata, 133 dei 199 comandanti di divisione, 221 su 397 comandanti di brigata, tutti i 10 primi ammiragli, 9 dei 15 secondi ammiragli, tutti i 17 commissari di armata, 25 su 28 commissari di corpo d’armata, 79 commissari di divisione su 97, 34 su 36 commissari di brigata, e molte migliaia di ufficiali di grado inferiore. G. Boffa, Storia, cit. pp. 586-587. Dati analoghi in Roy Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pp. 263-264. Cfr. inoltre Piotr Grigorenko, Mémoires, Presse de la Renaissance, 1980.
16 Frasi simili erano apparse più volte sulla stampa comunista. Nel 1930 lo stesso Thälmann dovette criticarle come eccessi insensati, senza peraltro che si avesse un cambio sostanziale di linea. Cfr. H. Weber, op. cit., p. 252.
17 E. Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, cit., vol. III, p. CLXXX.
18 Ivi, t. 2, p. 314.
19 Ivi, t. 1, p. CLXXVII.
20 Ivi, p. CLXXIX.
21 Ivi, pp. CLXXX-CLXXXI.
22 Ivi, t. 2, pp. 370-371.