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cap. IV Il PCI e la guerra di Spagna
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IV- IL PCI E LA GUERRA DI SPAGNA
Su “guerra e rivoluzione in Spagna” ho scritto molto in più occasioni, e in particolare nel quadro del dibattito suscitato dal bel film di Ken Loach Terra e libertà. Parte di questo capitolo era stata ripresa in una relazione (molto più breve) tenuta in un convegno a Losanna nel 1997, e già inserita nel sito, col titolo Togliatti in Spagna. Mi scuso per la ripetizione con i pochi che l’hanno già letta, ma preferisco che il visitatore del sito possa trovare di seguito tutto il libro, pur nella sua forma incompleta. (a.m. 6/9/2009)
La partecipazione alla guerra di Spagna è stata determinante per la formazione politica e militare di una parte significativa del gruppo dirigente comunista italiano. Molti di coloro che hanno militato nelle Brigate internazionali hanno lasciato tracce della loro esperienza in scritti di varia natura, dalla memorialistica ai tentativi di ricostruzione storica veri e propri. Le polemiche mai completamente sopite sulla responsabilità della sconfitta della Repubblica hanno accentuato di riflesso un tono che a volte rasenta l’agiografia e anche nella storiografia relativamente più distaccata mantiene un’impostazione difensiva e di autogiustificazione.
Per capire questa caratteristica così appassionata degli scritti di parte comunista, bisogna tenere conto di quel che significò quel momento di svolta nella storia europea per militanti giovani e meno giovani frustrati da anni di sconfitte, che nella prima metà del decennio sembravano porre una pietra tombale sulle speranze della sinistra. Anche chi, per convinzione o disciplina formale, partecipò nel quadro di quella guerra ad azioni che oggi ci è facile giudicare non solo immorali, ma anche determinanti per il soffocamento della rivoluzione spagnola e quindi per la sconfitta della Repubblica, visse quelle esperienze con la certezza di lottare per la vittoria della civiltà sulla barbarie e del socialismo sul fascismo.
Con tutto il rispetto per le ragioni che hanno reso troppo spesso unilaterale la memorialistica e la stessa storiografia comunista (che anche in chi non partecipò di persona per ragioni anagrafiche a quella vicenda risente del rispetto per quello che, ben più del lontano e nebuloso 1921, è il vero mito eroico delle origini del “partito nuovo”, che avrà per la prima volta nel secondo dopoguerra dimensioni di massa e peso politico rilevante nella storia d’Italia, crediamo utile mettere a punto alcune questioni che sono rimaste offuscate sia nella pubblicistica agiografica, sia in quella “demonizzante” che ha tentato di contrapporsi ad essa soprattutto negli anni della guerra fredda.
Una periodizzazione dell’intervento del movimento comunista nella guerra civile spagnola
Quel che maggiormente ci interessa è capire le ragioni del peso preponderante di anarchici, socialisti e comunisti “eretici” rispetto a quelli che militavano nel PCI. La ragione è semplice, ma regolarmente taciuta. L’invio di volontari nei primi mesi non solo non era organizzato dal centro del Partito, ma era criticato e sconsigliato con argomenti discutibili e inconsistenti. Nella riunione promossa da Carlo Rosselli il 23 luglio la posizione ufficiale del Partito comunista e di quello socialista era stata di rifiuto, motivato affermando che la Repubblica non aveva bisogno di uomini, ma di soccorsi materiali e di armi. In realtà, c’era bisogno di tutto. Di armi (bloccate, come si sa, grazie alla finzione del non intervento, che soffocò il governo legittimo, mentre Italia e Germania continuavano imperturbate a rifornire e a sostenere militarmente i ribelli), ma anche di uomini, giacché la maggior parte degli ufficiali spagnoli erano schierati con Franco, e scarseggiavano nella sinistra elementi dotati di esperienza militare (in parte per il tradizionale antimilitarismo, in parte anche perché la Spagna non aveva partecipato alla guerra mondiale). Quando l’atteggiamento dell’Internazionale comunista cambiò (dato che era cambiato l’atteggiamento di Mosca, che aveva abbandonato il rigoroso rispetto del “non intervento”, per appoggiare apertamente il governo repubblicano), il PCI mutò anch’esso bruscamente il suo atteggiamento, lasciando in difficoltà gli alleati socialisti, i quali, non informati della svolta, avevano continuato zelantemente a difendere la linea concordata in base al patto di unità d’azione. I socialisti manifestarono il loro risentimento in una lettera inviata dalla loro direzione all’Ufficio Politico del PCI il 27·ottobre 1936:
Ma l’afflusso successivo è massiccio, non per una cieca ossequienza a ordini superiori, bensì per la coincidenza tra una spinta profonda e la fine del divieto, oltre che per l’impegno dell’apparato (molto più efficiente di quello di tutte le altre forze antifasciste) nel facilitare il passaggio delle frontiere.
Ritorneremo, comunque, sulle ragioni del crollo degli entusiasmi e dell’indebolimento politico e quindi militare della Repubblica (che si era salvata nel luglio 1936 invece, grazie allo slancio dei proletari di Madrid e di Barcellona, disordinato, confuso, male armato, ma irresistibile di fronte a un esercito di ufficiali traditori, di poveri soldati trascinati per forza e “disciplina” o di mercenari). Ci preme ora chiarire un altro aspetto della presenza del PCI in Spagna, quello legato al ruolo personale del suo leader Palmiro Togliatti.
Togliatti e la Spagna
Ma, nel caso dell’impegno del PCI in Spagna, non ci sono dubbi che la responsabilità di Togliatti sia schiacciante, per la sua presenza frequente dapprima e poi continuativa sul posto, per il suo ruolo preminente (per rango e per levatura) rispetto agli altri inviati.
Il problema del ruolo effettivo di “Ercoli” nella guerra civile spagnola è difficile da definire per l’ampiezza delle passioni scatenate, e per l’esistenza di testimonianze assai controverse, che a volte hanno ottenuto effetti del tutto controproducenti. Egli deve la sua cattiva reputazione in Spagna non a generiche voci circolate tra gli oppositori del fronte popolare, ma a precise accuse di uno dei massimi dirigenti del PCE in quegli anni, Jesús Hernández, che fu ministro dell’Istruzione con Largo Caballero e poi, una volta rotto con il suo partito, a guerra finita, scrisse un libro di memorie in cui, tra l’altro, accusò Togliatti di essere stato l’ispiratore (e Vittorio Vidali l’esecutore) dell’assassinio di Nin. Il tutto, con dovizia di particolari. Il punto di osservazione di Hernández era ottimo, ma la sua attendibilità discutibile. Egli era, infatti, un losco personaggio prima di entrare nel PCE, rimase tale durante la sua ascesa al vertice del partito e del governo, ma non cambiò caratteristiche neppure (ovviamente) dopo aver lasciato il partito. Così, anche per nascondere le bassezze che aveva personalmente commesso (e che si guarda bene dal ricostruire), attribuisce con disinvoltura colpe e delitti a questo e a quello.
Come tutti i testimoni troppo fantasiosi, Hernández finisce per offrire alibi agli accusati. Spriano giustamente precisa che alcune ricostruzioni del ruolo di Togliatti sono anacronistiche: Togliatti non poteva avere commesso i misfatti attribuitigli da Hernández, perché era altrove. Siamo convinti che gli elementi forniti da Spriano, storico rigoroso, abbiano facilmente ragione delle ricostruzioni del torbido Hernández. Qualunque tribunale, se mai un tribunale si fosse occupato di ricercare la verità sull’uccisione di Nin e di altri marxisti rivoluzionari sterminati dagli agenti di Mosca in Spagna, avrebbe prosciolto Togliatti dall’accusa di aver deciso l’assassinio in quella riunione di cui parla l’ex ministro stalinista.
Tuttavia, quel che ci interessa non è certo la ricerca di prove valide sul piano giudiziario, ma la ricostruzione di un ruolo politico. E al di là dei nessi tra processi di Mosca e quelli che si tentò di imbastire a Barcellona, sullo stesso canovaccio, ci sembra esistano sufficienti elementi per ritenere deviante la discussione basata sull’accettazione o la refutazione della testimonianza di Hernández (e di altre derivate da essa o analogamente poco documentate). Lo stesso Spriano, che ha validamente confutato gli argomenti di Hernández, ne ha forniti di ben maggior peso nel volume IV delle Opere di Togliatti. Togliatti, infatti, era stato assente da Barcellona nel maggio 1937, ma risulta ottimo conoscitore della Spagna e della Catalogna, conosce la situazione politica, i rapporti di forza, perfino le due lingue. Probabilmente ha fatto alcuni viaggi in incognito prima del lungo soggiorno iniziato nell’estate del 1937. In ogni caso, i suoi rapporti indicano una comprensione straordinaria della realtà spagnola, e soprattutto i consigli che diede corrispondono con esattezza a quel che effettivamente il PCE fece nel periodo successivo, ottenendo con facilità la vittoria sugli oppositori di sinistra e aprendo però la strada al franchismo, che doveva insanguinare la Spagna per quanrant’anni.
Come si vede, se fisicamente Togliatti forse non partecipò mai a un assassinio politico di anarchici e trotskisti, fu comunque un teorizzatore sistematico della lotta senza esclusione di colpi nei loro confronti. Inoltre, se l’amalgama di «fascisti e trotskisti» era ovviamente del tutto calunnioso, anche quello di «trotskisti e anarchici» era altrettanto scorretto. Infatti la polemica contro lo spontaneismo, l’improvvisazione, il disordine delle prime formazioni anarchiche poteva avere qualche fondamento nella prima fase della guerra (dopo le perdite dovute all’impreparazione iniziale, molte formazioni libertarie si strutturarono adeguatamente, sia pur senza accettare forme di disciplina autoritaria), ma non avevano comunque alcun fondamento nei confronti del POUM, che aveva un vero culto della disciplina “leninista”, e le cui milizie erano invise agli anarchici proprio perché “troppo” militarizzate. Inutile ricordare poi che definire “trotskista” il POUM era scorretto verso di esso e anche verso Trotskij, che considerava il piccolo partito in cui erano confluiti molti dei suoi ex compagni una formazione “centrista”, ossia oscillante tra una fraseologia rivoluzionaria e una pratica riformista (il termine era quello tradizionalmente usato dalla sinistra del movimento socialista internazionale, Lenin incluso, per definire i Kautsky, gli Adler, ecc.).
Ancora una volta, Togliatti emerge come un dirigente infastidito dalla grossolanità dei suoi collaboratori, ma per considerazioni sull’efficacia, non certo per ragioni morali.
Un bilancio della strategia del Comintern in Spagna
Il ridimensionamento e la trasformazione delle Brigate internazionali comincia subito dopo Guadalajara, e sono aggravati dalle ripercussioni delle polemiche interne, che finiscono per rallentare il ricambio di chi è caduto o è stato ferito, o è stato trasferito in unità regolari dell’esercito spagnolo, o ha approfittato di una licenza per allontanarsi da una lotta che appare assai meno esaltante e soprattutto destinata alla sconfitta. Tuttavia migliaia di italiani rimangono fino all’ultimo in Spagna, accumulando esperienze preziose (militari e politiche), che saranno messe a frutto durante la resistenza. Lo stesso accade per altri contingenti delle Brigate internazionali.
Ad esempio, ben ventiquattro generali jugoslavi che dopo il 1941 diressero la resistenza al nazismo nel loro paese, tenendo impegnate fino a trenta divisioni tedesche, si erano formati in Spagna.
Impossibile affrontare qui la vicenda complessiva dei militanti delle Brigate internazionali» abbiamo tuttavia voluto ricordarne i difficili rapporti con il potere staliniano perché ci sembra una conferma indiretta della contraddizione insita in quella partecipazione internazionale alla guerra civile spagnola.
Riconoscere la contraddittorietà non vuol dire tuttavia sottrarsi a un giudizio storico complessivo, in nome del buon senso che ama dividere a metà colpe e meriti, torto e ragione, per concludere che la verità sta nel mezzo. Il bilancio complessivo dell’impegno dell’Internazionale comunista in Spagna (e quindi dei militanti del PCI che vi parteciparono) rimane ben più negativo di quanto appaia dalle ricostruzioni di quel periodo fatte anche in epoca recente dalla storiografia comunista.
Senza ritornare qui sull’elenco dei crimini staliniani in Spagna (che si potrebbe allungare senza difficoltà), ci preme sottolineare che il contributo politico dato personalmente da Togliatti, ma anche da molti dei suoi validi collaboratori, fu essenziale per l’affermazione della linea dei “due tempi”, del rinvio della rivoluzione a un futuro ipotetico, dopo una vittoria che non era possibile se non attraverso una guerra rivoluzionaria.
La dinamica della rivoluzione spagnola fu al tempo stesso negata e soffocata con ogni mezzo, come moneta di scambio nei confronti della borghesia francese e britannica, che si voleva spingere a un’alleanza antinazista, tranquillizzandole sull’inesistenza di pericoli rivoluzionari. Fu anche un calcolo sbagliato, la scelta risultò non pagante, giacché la guerra mondiale fu ugualmente inevitabile. Ma i crimini che non pagano non possono essere derubricati ad “errori”, come se le vittime non esistessero più.
Appendice
PCI e PSI davanti alla guerra di Spagna
Abbiamo segnalato precedentemente la lettera inviata il 27 ottobre 1936 dalla direzione del PSI all’Ufficio Politico del Partito Comunista d’Italia in cui si deplorava che nonostante il patto di unità d’azione molte decisioni venivano annunciate pubblicamente dal PCI senza neppure informare i socialisti.
Una delle decisioni mutate repentinamente era appunto stata quella di inviare volontari, che inizialmente, nella già ricordata riunione di tutti i partiti antifascisti convocata a fine luglio su proposta di Rosselli, era stata respinta proprio da comunisti e socialisti, in base all’argomento pretestuoso che «la Spagna non aveva bisogno di armi». E, invece, di uomini esperti delle armi, già passati per una guerra civile o per la guerra mondiale (dalla quale la Spagna era rimasta fuori) c’era un gran bisogno, in un paese in cui pressoché tutti i quadri dell’esercito si erano schierati con la sedizione fascista.
La risposta era firmata da Ruggero Grieco, in quel momento segretario generale del PCI, che parlava di una nuova situazione, a cui doveva corrispondere un nuovo atteggiamento. Ma avevano suggerito la brusca svolta non tanto le «condizioni modificate» in Spagna, quanto le mutate esigenze del gruppo dirigente sovietico, che aveva deciso di impegnarsi sganciandosi dalla politica di non intervento che aveva inizialmente approvato.
L’argomento centrale della lettera di Grieco era però che non era il caso di «diffondere oltre una stretta cerchia» le «impressioni pessimistiche riportate» dal viaggio in Spagna. È vero che si riaffermava poi che non bisogna «ingannare le masse con parole alle quali noi non crediamo», ma il contesto rendeva puramente rituale questa e la successiva affermazione («bisogna dire la verità alle masse»). Grieco, che pure era uno dei più lucidi e meno conformisti dei dirigenti comunisti, dava per scontato che le «impressioni pessimistiche» avrebbero portato automaticamente a uno sbandamento e a uno spirito di disfatta.
In realtà Nenni aveva colto l’enorme pericolo che correva la rivoluzione spagnola per la scarsa preparazione delle sue milizie, la mancanza di armamento moderno (e si batterà amareggiatissimo ma tuttaltro che rassegnato e «disfattista» contro il «non intervento» teorizzato e difeso dal governo di Fronte popolare francese), i pericoli rappresentati dalla grande inesperienza delle masse e dall’esistenza di una grande componente anarchica, verso la quale è pochissimo indulgente. Ecco come descrive la situazione nel suo diario La Spagna giorno per giorno, il 13 settembre:
Le barriere si difendevano male. Gli uomini morivano bene. Lo stesso si può dire della Spagna. L’eroismo non basta a vincere la guerra. Tecnicamente l’esercito fascista è nettamente superiore. Ha un’aviazione forte e numerosa. Una buona artiglieria. Una fanteria non numerosa ma eccellente, costituita dai mori. Ha un potere per ora fortemente centralizzato attorno ai militari. Nel campo popolare la grande arma del coraggio e dell’entusiasmo, che ha permesso i miracoli della seconda quindicina di luglio, non basta più ad assicurare il successo.
Nenni teme che la rivoluzione sia minata «dall’individualismo e dal localismo di origine anarcoide» e lamenta che «il problema degli anarchici si fa serio. Hanno dato e danno dei combattenti magnifici, ma nello stesso tempo è per il canale della CNT che si fa la propaganda disfattista, contro il governo, contro il comando, contro l’esercito».
In questo contesto, la lettera personale di Grieco a Nenni assume un altro aspetto: appare finalizzata a esercitare una pressione su un uomo che si pensa di potere influenzare e condizionare, e che di fatto rimarrà legato e subordinato alla politica comunista fino a tutto il 1956: non basterà il Congresso del Pcus, che lo irriterà, ma soprattutto per le denuncie dei crimini di Stalin, ci vorrà la rivoluzione ungherese e la sua sanguinosa repressione da parte delle truppe sovietiche per innescare una dinamica di rottura.
Così, a partire dalla Guerra di Spagna, i comunisti avranno in Nenni uno dei più sicuri alleati. Giustificherà persino, senza esitare, le stragi di Barcellona del maggio 1937 (che i nostalgici dello stalinismo continuano, quasi cinquanta anni dopo, a chiamare l’insurrezione di Barcellona). La ragione per cui allora avallò perfino l’uccisione di Berneri (anche se più tardi, in una nota al suo libro sulla Spagna, pur senza condannarla, definirà quell’uccisione «una delle cose più tristi») è però più complesso.
La pressione diretta dei comunisti pesa, ma pesa soprattutto l’attaccamento all’unità tra i due partiti operai con la stessa Unione sovietica, che agli occhi di milioni di lavoratori appare la più decisa sostenitrice della Repubblica spagnola. Lo stesso Nenni ricorda che Indalecio Prieto, il leader della destra socialista spagnola, aveva reagito irritato alle critiche di subordinazione dei socialisti ai comunisti, esclamando: «Si rendono conto o no costoro che il propagandista comunista, in Spagna, è l’aeroplano sovietico?».
E perfino Rosselli, che pure fu amico fraterno per anni di Berneri e grande estimatore degli anarchici catalani (dei quali diceva che erano «una delle avanguardie eroiche della rivoluzione occidentale» e che con loro stava «nascendo un nuovo mondo»), prese una posizione ambigua ed esitante sulle giornate di Barcellona, scrivendo che vi si era arrivati «per reciproca colpa».
Anche per Rosselli la ragione era una sola: «Certo, l’Urss interviene in Spagna al di là del giusto e del necessario. Ma senza l’Urss esisterebbe oggi una Spagna repubblicana?».
Ma oggi, col tanto vituperato senno di poi (che tuttavia allora era già chiaramente espresso a Barcellona da Berneri e dagli oscuri militanti che resistevano alla distruzione delle conquiste del luglio 1936, e contemporaneamente da Trotskij, che seguiva angosciato dal suo ultimo esilio in Messico la tragedia di una rivoluzione di cui aveva colto lucidamente la dimensione fin dal 1931), possiamo dire che il “realismo” che imponeva di accettare che l’Urss imponesse le regole del gioco era perdente. Come scriveva Camillo Berneri poco prima della sua morte, «il dilemma guerra o rivoluzione non ha più senso. Il solo vero dilemma è: o la vittoria su Franco attraverso la guerra rivoluzionaria, o la sconfitta».
La prospettiva storica ci permette di inchinarci con rispetto di fronte a quelle esili voci profetiche, alla cui sconfitta fu facile irridere, e che sono oggi assai più vive e attuali di quelle dei “trionfatori” di allora.
Scheda
Fronte unico e fronti popolari
È frequente la confusione tra “fronte unico” e “fronti popolari”, che spinge molti compagni a non capire perché Leone Trotskij, che nella seconda metà degli anni Venti si era battuto tenacemente contro la teoria del socialfascismo e per contrapporre il fronte unico all’ascesa di Hitler, ha poi criticato duramente la politica dei fronti popolari. In realtà i fronti popolari non sono affatto la riedizione un po’ allargata del fronte unico rifiutato negli anni precedenti, ma tutt’altra cosa, se non la sua negazione. La tattica di fronte unico, sperimentata empiricamente dai bolscevichi nel settembre 1917 proponendo l’unità di tutte le correnti socialiste contro Kornilov, e poi teorizzata nel II, III e IV Congresso dell’IC, si basava sulla convinzione che l’unità del fronte proletario fosse una necessità di tutte le correnti, anche di quelle riformiste, per difendersi da un pericolo comune; andava proposta dai rivoluzionari all’intero movimento operaio, pur sapendo che le direzioni riformiste avrebbero recalcitrato. In questo modo l’unità sarebbe stata imposta di fatto, ma senza porre condizioni pregiudiziali che avrebbero facilitato il compito ai dirigenti opportunisti e antiunitari.
I fronti popolari invece raccolgono la spinta unitaria spontanea delle masse ma, proponendo un’intesa interclassista anche con i partiti borghesi democratici, invece di rafforzare l’unità del proletariato lo dividono, perché i borghesi ovviamente pongono come condizione che non si tocchino i loro interessi. I fronti popolari infatti bloccarono le rivendicazioni “troppo spinte” del proletariato, colpendoli soprattutto in Spagna con una dura repressione, che investì gli anarchici e il POUM, ma anche l’opposizione sociale, come le comuni agricole dell’Aragona, e i consigli di fabbrica a direzione rivoluzionaria in Catalogna.
Sia in Francia che in Spagna i governi di fronte popolare rifiutarono inoltre le rivendicazioni indipendentiste delle colonie, cosa che soprattutto in Spagna fu fatale, perché Franco poté continuare a reclutare mercenari tra i settori più arretrati della popolazione marocchina, scagliandoli contro la Repubblica. I governatori nelle colonie francesi rimasero addirittura dei generali reazionari, che in maggioranza si sarebbero poi schierati con Petain.
Le concessioni alla borghesia in Francia e “alla sua ombra” in Spagna (dove la maggioranza della borghesia stava con Franco) divisero dunque la classe operaia. Per usare un’immagine esopica, il fronte unico potrebbe essere paragonato a un’intesa tra gli storni per impedire a un falco di attaccarli, il fronte popolare a un invito rivolto dagli storni ad un falco perché li difenda da un altro uccello di rapina. Inoltre il prezzo più alto pagato alla borghesia internazionale (che non appoggiava la Repubblica in Spagna ma le poneva condizioni gravose) fu la trasformazione delle guerra rivoluzionaria (che aveva sconfitto i generali golpisti con le insurrezioni spontanee e inizialmente quasi disarmate delle maggiori città spagnole) in guerra tradizionale, rinviando la rivoluzione a un ipotetico secondo tempo, che ovviamente non verrà mai. In una guerra tradizionale vince ovviamente l’esercito meglio armato e più professionale.
La politica “dei due tempi” sarà riproposta durante la seconda guerra mondiale alla Resistenza italiana, francese, greca, insomma a tutti i paesi che nella spartizione del mondo del 1944 dovevano rimanere nell’area capitalistica.
Che la logica di quella politica fosse dettata più dagli interessi immediati e tattici dell’URSS (o meglio di quelli che sembravano tali alla direzione staliniana) sarà evidente con il brusco cambio di orientamento di tutti i partiti comunisti che accompagnò l’inversione delle alleanze dell’URSS nel 1939, al momento del Patto Ribbentrop-Molotov.
Inoltre il movimento operaio europeo fu disorientato e diviso da quel patto, che fu difeso da tutta l’internazionale come un patto di pace, attribuendo tutte le responsabilità della guerra esclusivamente agli imperialisti franco-britannici. Le Lettere di Spartaco che il PCI pubblicava a Parigi in quel periodo ne forniscono un esempio penoso.
Tutti i partiti comunisti del mondo occidentale in quel periodo applicarono la stessa tattica: collaborare con i “partiti democratici” senza far menzione della loro caratteristica di classe. Sarà applicata anche in America Latina, dove non c’era neppure l’alibi della necessità di combattere gli occupanti nazifascisti, e con grande larghezza: il Partido socialista popular (come si chiamava il Partito comunista a Cuba) arriverà a collaborare con il “democratico” e “antifascista” dittatore Batista, inserendo due ministri nel suo governo. Ci sarà una sola eccezione, la Jugoslavia, ma appunto sarà una deroga alla linea che verrà rinfacciata a Tito, a cui si tenterà di far pagare nel 1948 anche quell’inammissibile manifestazione di indipendenza.
1 La frase è di Luigi Longo, Le brigate internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 41.
2Ibidem.
3 Ivi, p. 220.
4Ibidem. Un’esauriente ricostruzione della colonna di Giustizia e Libertà è in A. Garosci,Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973.
5 Archivio del Partito comunista, presso Istituto Gramsci, Roma (d’ora in poi APC), 1935/66.
6 Va segnalata l’analogia con la resistenza antifascista, che in tutta Europa iniziò solo dopo l’aggressione tedesca all’URSS (e in diversi paesi anche molto dopo, per le difficoltà a cambiare tattica e soprattutto a recuperare le forze disperse durante il periodo di passività e ambigua neutralità). Anche dopo il 1941, comunque, il peso dell’organizzazione comunista (anche dove era stata gravemente disorientata o anche formalmente disciolta negli anni precedenti, si rivelò decisivo.
7 Il movimento comunista chiamò “bolscevizzazione” il processo di assimilazione dei singoli partiti al modello che era prevalso nel Partito comunista (bolscevico) russo durante la guerra civile. Di tale processo, che preparò in larga misura il terreno allo Stalinismo, fu responsabile soprattutto Zinov’ev, che aveva introdotto tra l’altro il concetto di disciplina (derivato dal gergo militare) all’interno dei partiti comunisti. Cfr. G. Procacci, Il partito nell’Unione sovietica. 1917-1945, Laterza, Bari, 1974, p. 19.
8 Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, t. III, Einaudi, Torino, 1970, pp. 286-297, riferisce ampiamente su un caso particolarmente clamoroso di incrinatura del monolitismo staliniano: quello di Eugenio Curiel, che fu sospettato a lungo perché manteneva buoni rapporti con Colorni (etichettato come trotskista) e aveva avuto contatti, sia pure per ragioni personali, con esponenti socialdemocratici.
9 Ivi, p. 266.
10 Ivi, pp. 225-226.
11 Ivi, p.226.
12 Dante Corneli, Amare verità sulla guerra civile di Spagna, Tipografia Ferrante, Tivoli, 1979, segnala diversi casi di fucilazione per proteste, esitazioni (o sospetti di dissidenza). Sulla questione delle fucilazioni per “viltà” fu sensibile l’opinione pubblica britannica e lo stesso Foreign Office, tanto indifferente alla sorte della Repubblica, sollecitò e ottenne che ai volontari britannici non si applicasse questa normativa.
13 Secondo Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, anche dopo un intervento di Vidali e Teresa Noce su Casado, che aveva scritto una lettera che ricostruiva i fatti discolpando parzialmente Barontini. Cfr. anche P. Spriano, op. cit., p. 255
14 Cfr. P. Spriano, op. cit., p. 299. APC 1947/22.
15 Facevano di fatto eccezione i partiti che operavano in condizioni di grande isolamento, con rare occasioni di contatti diretti e difficoltà e ritardi perfino in quelli epistolari: il caso più clamoroso è quello del partito cinese, che sviluppò una politica di fatto divergente dalle indicazioni del Comintern, pur ribadendo nei documenti ufficiali la sua adesione alla «linea generale». Altrettanto autonomo di fatto, il PC vietnamita, che ad esempio manteneva in pieni anni Trenta un fronte con l’organizzazione trotskista, presentandosi insieme alle elezioni e pubblicando un giornale comune. Sulla vicenda poco nota e interessantissima del comunismo indocinese, cfr. Pierre Rousset, Communisme et nationalisme vietnamien, Galilée, Parigi, 1978. A proposito dei controlli del centro sulla stampa delle sezioni dell’IC (almeno di quelle facilmente raggiungibili) Spriano osserva, cercando di attenuare l’impressione negativa degli articoli violentemente antisocialisti e antioccidentali scritti da Togliatti sulle Lettere di Spartaco nel 1940, che «va sempre tenuto presente che queste cose sono scritte anche perché si leggano a Mosca». Introduzione a Palmiro Togliatti, Opere, IV, 1, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. CXLII.
16 Togliatti, in realtà, diviene una figura centrale solo nel 1928-1929, quando si stacca prudentemente da Bucharin. Nel 1921 non fu neppure eletto nel Comitato centrale, ed era solo uno dei tanti redattori dell’Ordine Nuovo. Nei “miti delle origini” del PCI la sua figura invece giganteggia insieme a quella di Gramsci, mentre scompare o è appena ricordato come incarnazione dell’inesperienza e dell’immaturità del partito Amadeo Bordiga.
17P. Spriano, Storia del Partito comunista, cit., p. 233. Grieco e Dozza erano stati messi sotto accusa per articoli sui processi di Mosca che scarseggiavano di «vigilanza rivoluzionaria», perché non mettevano sufficientemente in guardia sul pericolo che compagni risultati ottimi per anni celassero in sé la spia e il traditore.
18 Una di queste crisi è stata ricostruita ampiamente da Paolo Spriano a proposito dell’appello ai «fratelli in camicia nera» redatto ingenuamente da Mario Montagnana, come estensione di una linea generale dell’Internazionale (analoghi appelli ci sono in Francia, e lo stesso Manuil’skij aveva affermato che il fronte popolare italiano si sarebbe fatto con i fascisti più che con i socialisti. Ma sull’onda di questa linea, Montagnana era arrivato, non da solo, a un’apologia grottesca del programma fascista del 1919, e a sostenere: «dobbiamo avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo [...]. Vogliamo migliorare il fascismo perché non possiamo fare di più» (Ivi, pp. 96 e passim).
19 Paolo Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell’Internazionale, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 100, riporta le testimonianze di Ernst Fischer e di J. Humbert-Droz, che erano a Mosca in quel periodo e ricordano il ruolo di Togliatti nell’impostare la propaganda ai processi. Chi volesse avere un’idea degli argomenti usati personalmente dal colto e intelligente Togliatti per far accettare quei processi alle streghe, può trovare un esempio significativo nell’articolo “Gli insegnamenti dei processi di Mosca”, in P. Togliatti, Opere, cit., pp. 155-157.
20 P. Spriano, Il compagno Ercoli, cit., p. 141.
21 P. Togliatti, op. cit., p. 261.
22 Ivi, p. 298.
23Ibidem.
24 Ivi, p. 306.
25 Ivi, p. 372.
26 Ivi, p. 373.
27 Sull’argomento si vedano gli articoli di René Revol, Procès de Moscou en Espagne, in Cahiers Léon Trotsky, n. 3, 1979 e di Javier Maestro, La campagne antitrotskyste du PCR (1926-1938), in Cahiers Léon Trotsky, n. 10, 1982. Cfr. anche Andrés Suárez, El proceso contra el POUM: un episodio de la revolución española, Ruedo Ibérico, Parigi, 1974.
28 L’atto di accusa, incredibilmente esplicito, attribuiva ai dirigenti del POUM la colpa di aver «persistito nella loro linea rivoluzionaria», rifiutando gli accordi stabiliti dagli altri partiti del Fronte popolare. Comprendiamo l’irritazione di Togliatti per questa formulazione (che non accettava la linea accusatoria dei comunisti, escludendo che si trattasse di fascisti, e condannando gli imputati esattamente per le loro idee senza deformarle troppo). ma era il frutto dell’alleanza privilegiata tra comunisti e moderati. I giudici borghesi apprezzavano lo sforzo dei comunisti per imporre l’“ordine”, e accettavano di condannare i comuni nemici, ma lo facevano dal loro punto di vista e con i loro argomenti, rendendo quindi difficile al PCE l’utilizzazione politica della sentenza. Probabilmente a Togliatti appariva scandaloso soprattutto che le condanne avessero lasciato in vita gli accusati. Il testo dell’atto di accusa e della sentenza sono pubblicati in appendice ad A. Suárez, op. cit., pp. 195-209.
29 P. Togliatti, Opere, cit., p. 345.
30 Ivi, p. 334.
31 Tra coloro che sparirono in Spagna, vittime della repressione staliniana, vorremmo ricordare almeno Hans David Freud, detto Moulin, nato in Germania nel 1912 da una famiglia di piccola borghesia ebraica poi emigrata in Palestina, e presumibilmente ucciso in una delle prigioni private della GPU. Era stato arrestato a Barcellona, dove da mesi lavorava per l’unificazione dei piccoli gruppi di sinistra vicini a Trotskij o sorti dall’evoluzione dell’anarchismo, il 2 agosto 1937 e da allora si perdono le sue tracce. Anche Erwin Wolf, cecoslovacco, membro dell’Opposizione di sinistra in Germania e in Francia, segretario di Trotskij in Norvegia fino alla sua espulsione da quel paese nell’aprile 1936 e poi inviato in Spagna dal segretario del movimento per la Quarta Internazionale, sparì misteriosamente a Barcellona nello stesso periodo. Arrestato “legalmente” il 27 luglio e rilasciato il giorno dopo, fu nuovamente arrestato il giorno seguente. Sua moglie, figlia di un deputato socialista norvegese che aveva ospitato Trotskij, Konrad Knudsen, riuscì a sapere solo che era stato “liberato” il 13 settembre, ma nessuno ne trovò più alcuna traccia. Analogamente sparì Kurt Landau, un trotskista austriaco che era invece vicino alle posizioni del POUM, ma che non fu ugualmente perdonato dalla GPU. A più riprese circolò la voce che la loro sparizione, come quella di Nin, fosse dovuta a un forzato imbarco su un mercantile sovietico. La voce è stata confermata (almeno per Nin) da un ex agente della polizia segreta comunista, la cui testimonianza è tuttavia apparsa non completamente attendibile.
32 P. Togliatti, op. cit., p. 276.
33 Ivi, p. 277.
34 La Spagna rivoluzionaria del 19 luglio 1936 vede un’eccezionale fioritura del pluralismo nell’informazione, giacché ogni organizzazione politica e sindacale pubblica i suoi giornali e trasmette i suoi notiziari per radio. Ogni partito produce anche documentari e notiziari cinematografici, o anche veri lungometraggi. Nella seconda metà del 1937 questa straordinaria libertà di espressione viene soffocata, le radio e i giornali degli oppositori occupati manu militari, per lasciar posto a una uniforme e tetra produzione ufficiale modellata largamente su quella sovietica.
35 Impossibile in questa sede un elenco esauriente dei sovietici arrestati e spariti al loro ritorno in patria dalla Spagna. Ci basti ricordare alcune delle vittime più illustri: l’ambasciatore a Madrid, Rosemberg, il console a Barcellona, Antonov-Ovseenko (l’uomo che aveva capeggiato l’assalto al Palazzo d’Inverno), il coordinatore delle spedizioni di armi, Stachevskij, il corrispondente di guerra e scrittore Michail Kol’cov. Tutti loro, uomini di notevole levatura intellettuale e politica, e spesso legati in passato a forme di opposizione più o meno velata, avevano accettato di servire Stalin fino in fondo, ritenendo che non esistesse altro modo per servire il proprio paese.
36 Arthur London, La confessione, Garzanti, Milano, 1969.
37Giancarlo Pajetta, Le crisi che ho vissuto, Editori Riuniti, Roma, 1982. pp. 86-87.
38 Giorgio Bocca, op. cit., pp. 543-554. La testimonianza di Giuliano Pajetta è in Federigo Argentieri, Lorenzo Gianotti, L’ottobre ungherese, Valerio Levi, Roma, 1986, p. 63.
39 Sui partiti comunisti che seppero scegliere indipendentemente dalle indicazioni provenienti da Mosca una strada legata alle aspirazioni delle masse del proprio paese, si veda la nota 15. Sugli altri (la maggioranza) è superfluo fornire dettagli, in questa sede, essendo la questione materia di polemiche anche storiografiche accese e non riassumibili in poche righe. Per quanto riguarda il PCI durante la crisi del 1943-1945, rinvio al mio libro Sinistra e potere, Sapere 2000, Roma, 1983 e anche al testo Il PCI al bivio nel sito.
40Sulla questione degli specialisti, inseriti nell’Armata rossa esattamente per utilizzare a fondo (sotto il controllo dei Commissari del politici di estrazione proletaria e di sicuro orientamento comunista) si vedano gli scritti militari di Trotskij, dei quali sono state pubblicate in Italia due raccolte parziali ma esaurienti: Lev Trotski, La rivoluzione armata, Feltrinelli, Milano, 1971, e Lev Trotskij, Come si arma la rivoluzione, Newton Compton, Roma, 1977.
41Togliatti non era solo un collaboratore occasionale e marginale, ma uno dei tre massimi dirigenti del Comintern negli anni Trenta, e quindi assimilato al vertice della nomenklatura sovietica per condizioni di vita e accesso alle informazioni più riservate. L’episodio del conflitto con la direzione del PCI a proposito del trasferimento all’Est che Bocca ha minuziosamente ricostruito (cfr. nota 38) conferma indirettamente l’alta opinione che Stalin aveva di Togliatti, considerato uno dei più sicuri collaboratori.
42 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Roma-Bari, 1986, p. 134).
43 P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II, Einaudi, Torino, 1969, p. 390.
44 Ivi, p. 380.
45 Devo rettificare: nel corso degli anni, almeno su un altro dei suoi cavalli di battaglia (le responsabilità nelle alterazioni del “Testamento” di Lenin) Canfora ha avuto qualche piccolo ripensamento, che ho segnalato con piacere nella recensione al libro di Losurdo inserito nel sito (Il peccato originale di Domenico Losurdo). Speriamo che rifletta anche sul Patto, magari leggendo il giudizio severissimo di Fidel Castro su di esso. Oggi [5 settembre 2009] è Alberto Burgio che, con notevole indifferenza per le più serie ricostruzioni storiche, rilancia su “Liberazione” le giustificazioni del Patto fatte per anni da Giorgio Amendola, padre spirituale della corrente cossuttiano e quindi del suo troncone grassiano nel PRC. [NdR di aggiornamento prima dell’inserimento nel sito].
46I giustificazionisti sorvolano tra l’altro su una delle più vergognose conseguenze di quell’innaturale alleanza: la consegna a Hitler di duemila rifugiati comunisti e antifascisti, tra cui molti ebrei.
47 Per una trattazione sistematica del Patto rinviamo al capitolo sull’inizio della Seconda guerra mondiale in: Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria-Bari, 1988 [oggi nel sito, col titolo: La seconda guerra mondiale, Stalin e il PCI], e al Dossier di Bandiera Rossa su Yalta nei Balcani, n.23, marzo 1992.
48 Cfr. il Dossier su Yalta nei Balcani già citato.