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cap. IV Il PCI e la guerra di Spagna

Togliatti · pubblicato il 11 settembre 2009 · 44 min di lettura


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IV- IL PCI E LA GUERRA DI SPAGNA

Su “guerra e rivoluzione in Spagna” ho scritto molto in più occasioni, e in particolare nel quadro del dibattito suscitato dal bel film di Ken Loach Terra e libertà. Parte di questo capitolo era stata ripresa in una relazione (molto più breve) tenuta in un convegno a Losanna nel 1997, e già inserita nel sito, col titolo Togliatti in Spagna. Mi scuso per la ripetizione con i pochi che l’hanno già letta, ma preferisco che il visitatore del sito possa trovare di seguito tutto il libro, pur nella sua forma incompleta. (a.m. 6/9/2009)

La partecipazione alla guerra di Spagna è stata determinante per la formazione politica e militare di una parte significativa del gruppo dirigente comunista italiano. Molti di coloro che hanno militato nelle Brigate internazionali hanno lasciato tracce della loro esperienza in scritti di varia natura, dalla memorialistica ai tentativi di ricostruzione storica veri e propri. Le polemiche ­ mai completamente sopite ­ sulla responsabilità della sconfitta della Repubblica hanno accentuato ­ di riflesso ­ un tono che a volte rasenta l’agiografia e ­ anche nella storiografia relativamente più distaccata ­ mantiene un’impostazione difensiva e di autogiustificazione.

Per capire questa caratteristica così appassionata degli scritti di parte comunista, bisogna tenere conto di quel che significò quel momento di svolta nella storia europea per militanti ­ giovani e meno giovani ­ frustrati da anni di sconfitte, che nella prima metà del decennio sembravano porre una pietra tombale sulle speranze della sinistra. Anche chi, per convinzione o disciplina formale, partecipò nel quadro di quella guerra ad azioni che oggi ci è facile giudicare non solo immorali, ma anche determinanti per il soffocamento della rivoluzione spagnola e quindi per la sconfitta della Repubblica, visse quelle esperienze con la certezza di lottare per la vittoria della civiltà sulla barbarie e del socialismo sul fascismo.

Con tutto il rispetto per le ragioni che hanno reso troppo spesso unilaterale la memorialistica e la stessa storiografia comunista (che anche in chi non partecipò di persona per ragioni anagrafiche a quella vicenda risente del rispetto per quello che, ben più del lontano e nebuloso 1921, è il vero mito eroico delle origini del “partito nuovo”, che avrà per la prima volta nel secondo dopoguerra dimensioni di massa e peso politico rilevante nella storia d’Italia, crediamo utile mettere a punto alcune questioni che sono rimaste offuscate sia nella pubblicistica agiografica, sia in quella “demonizzante” che ha tentato di contrapporsi ad essa soprattutto negli anni della guerra fredda.

Una periodizzazione dell’intervento del movimento comunista nella guerra civile spagnola

 

In quasi tutti gli scritti di esponenti comunisti italiani sulla guerra di Spagna si dà per scontato che «fin dai primi giorni della lotta, decine e centinaia di lavoratori e di democratici francesi e belgi, di emigrati italiani, polacchi, tedeschi, sfuggiti al patrio fascismo, combattono fianco a fianco con i fratelli spagnoli».1 In realtà, a parte il fatto che “decine” e “centinaia” sono misure abbastanza diverse, oltre che vaghe, si rimane ugualmente nei limiti di quella che può essere considerata una partecipazione spontanea, fisiologica, dovuta in primo luogo ai militanti di vari paesi già presenti in Spagna per ragioni diverse, e poi a quelli che, per particolare sensibilità e a titolo individuale, sono accorsi rapidamente dai paesi limitrofi.
Longo, poche righe dopo la frase che abbiamo citato, esemplifica per l’Italia fornendo pochi nomi (sette) e spiegando che si tratta di «comunisti, socialisti, repubblicani, seguaci di “Giustizia e Libertà”.2
In realtà, tra il 19 luglio e la fine di settembre, la grande maggioranza dei volontari non era comunista, ma socialista eterodossa o anarchica. Gli anarchici compaiono nella descrizione di Longo solo quando si tratta di denigrare la colonna di Giustizia e Libertà, naturalmente facendo omaggio al suo promotore, che nel frattempo è stato ucciso. «Nonostante il valore e la rettitudine di Carlo Rosselli, che ne è il fondatore e l’animatore, questa formazione è travagliata ora, e quasi paralizzata, da profondi dissidi e le sue capacità militari sono ridotte a ben poca cosa [...] nella colonna Giustizia e Libertà, il gran numero di anarchici, refrattari per principio a ogni subordinazione e centralismo, non aiuta certo a farne una salda e omogenea unità militare».3
Si tratta, tra l’altro, di un’immagine di maniera, che non tiene conto delle trasformazioni indotte dall’esperienza nelle stesse formazioni esclusivamente e rigorosamente anarchiche. Ma qui si vuole soprattutto notare come gli anarchici non esistano quando si descrive l’afflusso generoso di volontari in Spagna e compaiano solo nello stereotipo che li presenta come distruttori del potenziale militare della Repubblica, in contrapposizione ai comunisti, che «per l’abitudine [...] al lavoro collettivo e ordinato» garantiscono «l’unità e la combattività» delle loro formazioni.4

Quel che maggiormente ci interessa è capire le ragioni del peso preponderante di anarchici, socialisti e comunisti “eretici” rispetto a quelli che militavano nel PCI. La ragione è semplice, ma regolarmente taciuta. L’invio di volontari nei primi mesi non solo non era organizzato dal centro del Partito, ma era criticato e sconsigliato con argomenti discutibili e inconsistenti. Nella riunione promossa da Carlo Rosselli il 23 luglio la posizione ufficiale del Partito comunista e di quello socialista era stata di rifiuto, motivato affermando che la Repubblica non aveva bisogno di uomini, ma di soccorsi materiali e di armi. In realtà, c’era bisogno di tutto. Di armi (bloccate, come si sa, grazie alla finzione del non intervento, che soffocò il governo legittimo, mentre Italia e Germania continuavano imperturbate a rifornire e a sostenere militarmente i ribelli), ma anche di uomini, giacché la maggior parte degli ufficiali spagnoli erano schierati con Franco, e scarseggiavano nella sinistra elementi dotati di esperienza militare (in parte per il tradizionale antimilitarismo, in parte anche perché la Spagna non aveva partecipato alla guerra mondiale). Quando l’atteggiamento dell’Internazionale comunista cambiò (dato che era cambiato l’atteggiamento di Mosca, che aveva abbandonato il rigoroso rispetto del “non intervento”, per appoggiare apertamente il governo repubblicano), il PCI mutò anch’esso bruscamente il suo atteggiamento, lasciando in difficoltà gli alleati socialisti, i quali, non informati della svolta, avevano continuato zelantemente a difendere la linea concordata in base al patto di unità d’azione. I socialisti manifestarono il loro risentimento in una lettera inviata dalla loro direzione all’Ufficio Politico del PCI il 27·ottobre 1936:

Noi avevamo deplorato [...] che a proposito della azione comune in Ispagna,il vostro partito si fosse creduto autorizzato ad iniziative che, volte,erano in aperto contrasto con gli impegni assunti e in particolare col punto di vista affermato e difeso dai vostri rappresentanti in molteplici riunioni. Voi respingete l’assunto, poiché, “a condizioni modificate, doveva corrispondere una azione diversa”. Sì, cari compagni, a condizioni modificate, doveva e deve corrispondere una azione diversa ma non una azione intrapresa in ordine sparso, ma preventivamente coordinata dai due Partiti; senza di ciò non c’è unità d’azione».5
Solo da quel momento, comunque, l’afflusso di militanti comunisti divenne massiccio, organizzato, tale da modificare radicalmente i rapporti di forza inizialmente determinatisi tra le varie componenti del volontariato antifascista.6
Il relativo ritardo nell’afflusso di volontari comunisti non deve essere interpretato come frutto di iniziale disinteresse, ma semplicemente come il riflesso della disciplina introdotta nelle file del PCI nel corso della sua “bolscevizzazione”.7 Così, nella prima fase, a parte i pochi quadri già presenti o inviati per seguire da vicino il processo, partono solo elementi inquieti che ascoltano più il loro istinto di classe che le direttive, o che hanno legami con altri militanti di diverse tendenze.8

Ma l’afflusso successivo è massiccio, non per una cieca ossequienza a ordini superiori, bensì per la coincidenza tra una spinta profonda e la fine del divieto, oltre che per l’impegno dell’apparato (molto più efficiente di quello di tutte le altre forze antifasciste) nel facilitare il passaggio delle frontiere.

La riprova verrà quando, logorata ogni possibilità di vittoria delle forze rivoluzionarie, gli appelli a rinforzare le brigate internazionali non saranno più ascoltati.9 Alla fine del 1937 gli italiani della Brigata Garibaldi sono ormai solo il 20% degli effettivi (gli altri sono in genere spagnoli). Molti di essi per giunta sono quadri politici, amministrativi, polizieschi, e la percentuale di italiani tra quelli che si battono effettivamente in prima linea scende addirittura al 9%.10 Spriano stesso ammette che
il fenomeno si riconduce al carattere differente che prende la guerra, sempre più guerra nazionale di difesa e di resistenza, perdendo ­ anche per la divisione delle forze democratiche ­ quello slancio iniziale internazionalista e “partigiano” [...] che aveva certo dei difetti, ma rifletteva un entusiasmo non continuabile per anni.11
Di chi fosse la maggiore responsabilità della «divisione delle forze democratiche» riparleremo piu avanti. Certo, non crediamo fatale che l’entusiasmo non sia «continuabile per anni». Esperienze di ogni tipo, a volte durissime, da quelle della guerra civile nella Russia del 1917-1921 a quelle di molte guerriglie latinoamericane (a partire da quella cubana e da quella sandinista), confermano che è possibile resistere per anni a condizioni difficilissime. Più difficile quando si sostituisce alla convinzione e alla libera determinazione delle scelte politiche e militari la disciplina cieca e brutale degli eserciti professionali: dall’uso della pena di morte (nei confronti dei volontari!) per “viltà”(o per esitazioni e proteste nei confronti di ordini insensati),12 alle più modeste destituzioni di comandanti e commissari per violazioni ragionevolissime di irragionevoli norme, come nel caso di Ilio Barontini, allontanato da Commissario politico della Brigata Garibaldi per avere accettato il punto di vista dei combattenti, stanchi di avere aspettato schierati per ore sotto la pioggia una visita di “superiori” (tra i quali il famoso colonnello Casado, che consegnerà poi la Repubblica a Franco) che dovevano passarli in rivista.13 Ilio Barontini, tra il 1939 e il 1940, si recherà in Etiopia con altri due comunisti e combattenti garibaldini, lo sloveno Anton Ukmar e Bruno Rolla, mettendo a disposizione della resistenza agli occupanti fascisti la propria esperienza militare e politica (organizzerà un governo provvisorio dei patrioti etiopici e ne curerà il giornale bilingue, La voce degli abissini).14

Ritorneremo, comunque, sulle ragioni del crollo degli entusiasmi e dell’indebolimento politico e quindi militare della Repubblica (che si era salvata nel luglio 1936 invece, grazie allo slancio dei proletari di Madrid e di Barcellona, disordinato, confuso, male armato, ma irresistibile di fronte a un esercito di ufficiali traditori, di poveri soldati trascinati per forza e “disciplina” o di mercenari). Ci preme ora chiarire un altro aspetto della presenza del PCI in Spagna, quello legato al ruolo personale del suo leader Palmiro Togliatti.

 

Togliatti e la Spagna

 

Il ruolo del PCI, come per tutti gli altri partiti comunisti negli anni Trenta, non può credibilmente essere esaminato prescindendo dalla storia dell’Internazionale comunista, dalla quale erano ormai determinati direttamente non solo gli orientamenti strategici, ma anche quelli tattici più minuti.15
Tuttavia, alla testa dell’IC e con particolari responsabilità di supervisione per l’Europa centrale e occidentale, si trova Palmiro Togliatti, che è stato a lungo ­ sia pur con qualche prudente presa di distanza ­ punto di riferimento teorico centrale del partito comunista e parte essenziale dei suoi miti delle origini.16
Allora Togliatti non era ancora al centro di nessun culto e di nessun mito (erano ancora troppi quelli che avevano vissuto gli anni della formazione del Partito comunista, e in gran parte avevano conservato la loro autonomia di giudizio, anche quando si erano rassegnati ad accettare come inevitabili le svolte decise a Mosca). Il peso non trascurabile delle sue indicazioni era legato al suo essere il più vicino al centro dell’Internazionale (ed anzi parte integrante di esso). D’altra parte, in quegli anni, a volte anche elementi dotati di buona levatura intellettuale e morale e di una ricca esperienza si inchinavano di fronte a chi arrivava dal “Centro” con le nuove direttive. È il caso di Greco, una delle figure più notevoli del gruppo dirigente postgramsciano, di fronte a Berti, che arriva da Mosca a rivedere le bucce al gruppo dirigente di Parigi, e prende la testa del partito dopo lo scioglimento del Comitato centrale.17
Le divergenze ­ pur nascoste alla base ­ possono continuare a manifestarsi nel gruppo dirigente, esattamente perché i suoi membri sono abituati a dover decidere molte volte da soli, ricevendo dal dirigente lontano indicazioni di massima, o critiche a singoli numeri della rivista o a dichiarazioni troppo sbilanciate.18

Ma, nel caso dell’impegno del PCI in Spagna, non ci sono dubbi che la responsabilità di Togliatti sia schiacciante, per la sua presenza frequente dapprima e poi continuativa sul posto, per il suo ruolo preminente (per rango e per levatura) rispetto agli altri inviati.

Il problema del ruolo effettivo di “Ercoli” nella guerra civile spagnola è difficile da definire per l’ampiezza delle passioni scatenate, e per l’esistenza di testimonianze assai controverse, che a volte hanno ottenuto effetti del tutto controproducenti. Egli deve la sua cattiva reputazione in Spagna non a generiche voci circolate tra gli oppositori del fronte popolare, ma a precise accuse di uno dei massimi dirigenti del PCE in quegli anni, Jesús Hernández, che fu ministro dell’Istruzione con Largo Caballero e poi, una volta rotto con il suo partito, a guerra finita, scrisse un libro di memorie in cui, tra l’altro, accusò Togliatti di essere stato l’ispiratore (e Vittorio Vidali l’esecutore) dell’assassinio di Nin. Il tutto, con dovizia di particolari. Il punto di osservazione di Hernández era ottimo, ma la sua attendibilità discutibile. Egli era, infatti, un losco personaggio prima di entrare nel PCE, rimase tale durante la sua ascesa al vertice del partito e del governo, ma non cambiò caratteristiche neppure (ovviamente) dopo aver lasciato il partito. Così, anche per nascondere le bassezze che aveva personalmente commesso (e che si guarda bene dal ricostruire), attribuisce con disinvoltura colpe e delitti a questo e a quello.

Come tutti i testimoni troppo fantasiosi, Hernández finisce per offrire alibi agli accusati. Spriano giustamente precisa che alcune ricostruzioni del ruolo di Togliatti sono anacronistiche: Togliatti non poteva avere commesso i misfatti attribuitigli da Hernández, perché era altrove. Siamo convinti che gli elementi forniti da Spriano, storico rigoroso, abbiano facilmente ragione delle ricostruzioni del torbido Hernández. Qualunque tribunale, se mai un tribunale si fosse occupato di ricercare la verità sull’uccisione di Nin e di altri marxisti rivoluzionari sterminati dagli agenti di Mosca in Spagna, avrebbe prosciolto Togliatti dall’accusa di aver deciso l’assassinio in quella riunione di cui parla l’ex ministro stalinista.

Effettivamente, almeno due testimoni insospettabili confermano che Togliatti nei giorni del «complotto di Barcellona» e del rapimento e della sparizione di Nin era lontano dalla Spagna. Era a Mosca, dove dirigeva lo staff che assicurava al livello mondiale l’amplificazione propagandistica dei processi in cui l’élite del Partito bolscevico, dopo essere stata costretta ad accusarsi di crimini orrendi e inverosimili, veniva condannata a morte e sterminata.19

Tuttavia, quel che ci interessa non è certo la ricerca di prove valide sul piano giudiziario, ma la ricostruzione di un ruolo politico. E al di là dei nessi tra processi di Mosca e quelli che si tentò di imbastire a Barcellona, sullo stesso canovaccio, ci sembra esistano sufficienti elementi per ritenere deviante la discussione basata sull’accettazione o la refutazione della testimonianza di Hernández (e di altre derivate da essa o analogamente poco documentate). Lo stesso Spriano, che ha validamente confutato gli argomenti di Hernández, ne ha forniti di ben maggior peso nel volume IV delle Opere di Togliatti. Togliatti, infatti, era stato assente da Barcellona nel maggio 1937, ma risulta ottimo conoscitore della Spagna e della Catalogna, conosce la situazione politica, i rapporti di forza, perfino le due lingue. Probabilmente ha fatto alcuni viaggi in incognito prima del lungo soggiorno iniziato nell’estate del 1937. In ogni caso, i suoi rapporti indicano una comprensione straordinaria della realtà spagnola, e soprattutto i consigli che diede corrispondono con esattezza a quel che effettivamente il PCE fece nel periodo successivo, ottenendo con facilità la vittoria sugli oppositori di sinistra e aprendo però la strada al franchismo, che doveva insanguinare la Spagna per quanrant’anni.

In particolare, Ercoli colse bene la fragilità del movimento anarchico in Spagna. Spriano esalta alcune parti dei rapporti di Togliatti al Comintern che criticano severamente il PCE per la sua incapacità organizzativa, ma anche per l’assenza di una tattica efficace verso gli anarchici. Secondo Spriano emergerebbe «un Togliatti del tutto differente dallo stereotipo per il quale in Spagna avrebbe assolto alla funzione di persecutore di anarchici».20 In realtà, esaminate nel loro complesso, le indicazioni di Togliatti rivelano un intelligente e cinico fastidio nei confronti della repressione indiscriminata, a cui propone di sostituire un’azione più articolata e selettiva. Criticando il PCE, che pensa «che la controversia con gli anarchici debba essere regolata con le armi», Ercoli suggerisce che sarebbe più utile «compiere sforzi per attrarre nuovamente gli anarchici alla collaborazione nel governo» che già tanti frutti aveva dato durante il governo di Largo Caballero. Togliatti, in realtà, ha ben chiaro che la CNT è in primo luogo un sindacato, i cui dirigenti, dietro una vernice anarchica, sono dei riformisti prudenti e “realisti”, sensibili alle lusinghe della collaborazione di classe. Il loro movimento è complesso e contraddittorio. Bisogna quindi «seminare discordia nelle [sue] file», combattendo la «sua ala illegale costituita dai trotskisti e dagli anarchici. Anche questi ultimi agiscono illegalmente e illegalmente pubblicano opuscoli, venduti come del FAI».21
Questo rapporto era del 30 agosto 1937. Il 28 gennaio 1938¸ Togliatti si compiace che «il partito ha ottenuto una serie di successi, sia con la persuasione, sia con la pressione».22 Tra questi successi i «tribunali speciali contro i disfattisti, i diffusori di stampa fascista e trotskista» (che Togliatti accomunava sempre sistematicamente), la «dissoluzione del POUM» e la «eliminazione totale del POUM dagli organi rappresentativi locali».23 Tuttavia, nella stessa relazione il quadro, almeno per la Catalogna, diventa assai meno ottimistico: «La CNT è ancora molto forte, influenza in modo decisivo la maggioranza del proletariato della capitale. Anche il POUM rimane forte e svolge nelle fabbriche un lavoro di scavo molto pericoloso».24 Più tardi, in un rapporto di bilancio definitivo, a sconfitta consumata, Togliatti non esita a dare del trotskista a tutti, compresi i suoi protetti di poco prima che avevano tentato di trattare con Franco e con la Giunta Casado, o quella parte dei dirigenti comunisti che, invece di dar «prova di vigliaccheria» o abbandonarsi a «una vergognosa crisi di nervi nel bel mezzo della sede del partito», al punto di dover «essere evacuato verso la frontiera» (come accade al responsabile dell’organizzazione in Catalogna, Valdès),25 si erano battuti fino in fondo, pubblicando un organo che Togliatti, scandalizzato, definisce «una rivista dal contenuto trotskista» di cui si affrettò a decretare il sequestro.26
Egli lamenta incredibilmente che «nella lotta contro la quinta colonna e contro i trotskisti si è verificato tra il mese di agosto e il mese di ottobre [1938] un periodo di debolezza, caratterizzato dal risultato scandaloso del processo del POUM che terminò senza nessuna condanna seria».27 Evidentemente la condanna a quindici anni per reati esclusivamente di opinione sembrava irrisoria a Togliatti.28

Come si vede, se fisicamente Togliatti forse non partecipò mai a un assassinio politico di anarchici e trotskisti, fu comunque un teorizzatore sistematico della lotta senza esclusione di colpi nei loro confronti. Inoltre, se l’amalgama di «fascisti e trotskisti» era ovviamente del tutto calunnioso, anche quello di «trotskisti e anarchici» era altrettanto scorretto. Infatti la polemica contro lo spontaneismo, l’improvvisazione, il disordine delle prime formazioni anarchiche poteva avere qualche fondamento nella prima fase della guerra (dopo le perdite dovute all’impreparazione iniziale, molte formazioni libertarie si strutturarono adeguatamente, sia pur senza accettare forme di disciplina autoritaria), ma non avevano comunque alcun fondamento nei confronti del POUM, che aveva un vero culto della disciplina “leninista”, e le cui milizie erano invise agli anarchici proprio perché “troppo” militarizzate. Inutile ricordare poi che definire “trotskista” il POUM era scorretto verso di esso e anche verso Trotskij, che considerava il piccolo partito in cui erano confluiti molti dei suoi ex compagni una formazione “centrista”, ossia oscillante tra una fraseologia rivoluzionaria e una pratica riformista (il termine era quello tradizionalmente usato dalla sinistra del movimento socialista internazionale, Lenin incluso, per definire i Kautsky, gli Adler, ecc.).

Togliatti, d’altra parte, non si fermava a questi accostamenti arbitrari. Nella più ampia e organica relazione al Comintern, quella del 21 maggio 1939, egli assicura che la lotta contro il Partito comunista era «ispirata e diretta in larga misura dall’estero. Da questo punto di vista c’è stata la collaborazione più o meno diretta fra gli agenti del fascismo, gli agenti dei governi francese e inglese, gli agenti della II Internazionale e gli spioni di tutte le risme»29. È strano che un italiano, membro della direzione di un organismo che si chiama ancora Internazionale comunista, possa considerare scandaloso che arrivino direttive «dall’estero»... Ma in un’altra relazione, di poco precedente, aveva usato argomenti ancora più singolari, almeno per un dirigente internazionalista. parlando di «anarchici con un passato più o meno oscuro e con un grado di appartenenza alla nazione spagnola assai dubbio».30 Di fronte a questa immensa cospirazione mondiale, demonologicamente attribuita a Trotskij, che in quell’epoca poteva contare al massimo su poche decine di sostenitori in Spagna (che la GPU provvide a ridurre ulteriormente, non solo con gli arresti, ma con le sparizioni misteriose e definitive),31 le indicazioni di Ercoli a suoi compagni spagnoli erano assai sbrigative. Può essere utile ad esempio leggere i suggerimenti per la liquidazione del nucleo di opposizione legato a Largo Caballero a Valencia, dove disponeva di una tribuna attraverso il quotidiano dei sindacalisti UGT.
Caballero non era più il “Lenin spagnolo” (come assurdamente veniva chiamato nella fase in cui veniva corteggiato e lusingato), ma ormai veniva assimilato al «blocco illegale di anarchici e trotskisti». Per combatterlo, Togliatti concordò una complessa manovra, che troviamo descritta in una lettera riservata inviata il 15 settembre 1937 «a D. e M. », cioè a Dimitrov e Manuil’skij, che insieme a lui formavano la trojka che dirigeva il Comintern: «I caballeristi hanno in mano la direzione provinciale dei sindacati, e questo gli offre la possibilità di disporre di un giornale quotidiano, la Correspondencia de Valencia, organo dei sindacati di Valencia. Oggi questo giornale è l’organo di Caballero, e conduce contro il PC le più sporche battaglie. La questione è davanti alla segreteria da quando sono arrivato e i compagni garantiscono quotidianamente che cacceranno i caballeristi dalla direzione regionale dei sindacati e dalla redazione del giornale. Il loro piano consiste nel mettersi d’accordo con i socialisti (centristi) presenti nella direzione regionale e [...] effettuare una specie di colpo di mano semilegale sul giornale cacciando i redattori caballeristi e insediando una nuova redazione [...] con l’aiuto delle autorità».32
Togliatti si lamenta che, nonostante le sue incitazioni, il piano (che sembrava ricalcato sulla liquidazione della redazione di sinistra del Vorwarts concordata tra vertici socialdemocratici e generali prussiani nel 1916 ed effettuata tempestivamente con teutonica efficienza) è stato rinviato di giorno in giorno, senza riuscire a conquistare le autorità al progetto, sicché la situazione si è deteriorata al punto che «l’unica cosa da fare è di dare l’assalto al giornale con gli uomini e le armi del partito, con il rischio di avere contro la forza pubblica e con la certezza che un simile atto serrerebbe le fila della frazione caballerista».33

Ancora una volta, Togliatti emerge come un dirigente infastidito dalla grossolanità dei suoi collaboratori, ma per considerazioni sull’efficacia, non certo per ragioni morali.

Un bilancio della strategia del Comintern in Spagna

 

Al di là del ruolo (pur tanto rilevante) di Togliatti, il movimento comunista italiano ha dato in realtà un contributo generoso e largo alla lotta della repubblica spagnola contro Franco, senza curarsi troppo del contesto politico e in particolare della campagna contro gli “eretici”. In particolare nei primi mesi del 1937 la partecipazione dei volontari alla guerra è ancora fondamentalmente ispirata da una forte carica internazionalista e dalla piena accettazione della parola d’ordine di Rosselli, «Oggi in Spagna, domani in Italia». La battaglia di Guadalajara rappresenta il culmine di questa fase, e assicura alle forze repubblicane un grande successo, che è anche praticamente l’unico rilevante in tutta la guerra. La propaganda rivoluzionaria verso le truppe italiane è sistematica e condotta con intelligenza e con enormi rischi: spesso i miliziani si avvicinano alle file fasciste per scagliarvi non bombe a mano, ma pacchi di volantini, o per trasmettere col megafono messaggi e inviti alla diserzione. Alla radio (che ha un ruolo essenziale in tutta la guerra di Spagna)34 vengono fatti parlare i primi prigionieri italiani, che confermano di essere trattati ottimamente e rivolgono appelli, spesso in dialetto, ai loro commilitoni invitandoli a seguirli. I combattenti antifascisti apprendono dai poveracci, “volontari” delle camicie nere, che si arrenderanno in gran numero nella fase culminante della battaglia, molti utili dati sullo stato d’animo delle masse più povere e umiliate nel loro paese. Ma quell’esperienza non ha praticamente seguito. Le Brigate vengono a mano a mano, già molto prima del loro triste ritiro, trasformate in unità militari di tipo tradizionale, che perdono quindi efficacia, anche se continuano a suscitare inquietudine e gelosia tra i militari spagnoli di carriera rimasti (momentaneamente) con la Repubblica.

Il ridimensionamento e la trasformazione delle Brigate internazionali comincia subito dopo Guadalajara, e sono aggravati dalle ripercussioni delle polemiche interne, che finiscono per rallentare il ricambio di chi è caduto o è stato ferito, o è stato trasferito in unità regolari dell’esercito spagnolo, o ha approfittato di una licenza per allontanarsi da una lotta che appare assai meno esaltante e soprattutto destinata alla sconfitta. Tuttavia migliaia di italiani rimangono fino all’ultimo in Spagna, accumulando esperienze preziose (militari e politiche), che saranno messe a frutto durante la resistenza. Lo stesso accade per altri contingenti delle Brigate internazionali.

Ad esempio, ben ventiquattro generali jugoslavi che dopo il 1941 diressero la resistenza al nazismo nel loro paese, tenendo impegnate fino a trenta divisioni tedesche, si erano formati in Spagna.

Va ricordato anche che la partecipazione alla guerra civile spagnola, e quindi alla prima grande rivoluzione europea dopo l’Ottobre russo, fu considerata con sospetto dai dirigenti della polizia di Stalin. Moltissimi sovietici, compresi quelli che avevano collaborato alle repressioni contro i rivoluzionari, trovarono una tragica sorte al loro ritorno.35 Alcuni dei maggiori dirigenti comunisti di diversi paesi, giunti al potere dopo la seconda guerra mondiale, saranno colpiti a distanza di oltre dieci anni nei grandi processi di Praga e di Budapest, e i sopravvissuti (come Arthur London) riferiranno che le torture degli inquirenti puntavano alla ricostruzione dei contatti stabiliti durante la guerra di Spagna.36 È una conferma indiretta che la partecipazione dei comunisti (per varie ragioni più consistente di quella di altri antifascisti) alle Brigate internazionali fu profondamente contraddittoria, giacché al tempo stesso rispondeva a un anelito di libertà, a una volontà di combattere subito, anche con le armi, il fascismo, ed eseguiva ordini dell’Internazionale stalinizzata, che comprendevano a volte l’adempimento di compiti abietti.
Persino il più che sospetto Vidali ha insistito nelle sue memorie sui pericoli corsi a Mosca negli anni successivi, dai quali si sarebbe salvato sempre quasi miracolosamente. Nel suo caso, ammessa l’attendibilità della testimonianza, si trattava probabilmente di rischi connessi alla conoscenza di troppe vicende imbarazzanti. Ma sicuramente altri comunisti italiani finirono nel mirino della GPU per la loro esperienza spagnola. Tra gli altri, Giuliano Pajetta, che doveva essere coinvolto nel processo Raik insieme ad altri trecento comunisti stranieri, e che Togliatti protesse entro certi limiti: non lo consegnò a Rakosi, che era allora il più spietato e zelante esecutore delle direttive staliniane, ma lo escluse dal Comitato centrale vietandogli di rivelarne la ragione perfino al fratello.37 Nella lista, a quanto è stato rivelato dallo stesso Giuliano Pajetta, c’era perfino Luigi Longo, ma non fu neppure rimosso. Erano mutati i tempi, e Togliatti era ormai più attento ai problemi specifici del suo partito che a quelli del movimento comunista internazionale e dello stesso PCUS, come, dopo la sua morte, si saprà dalla ricostruzione del suo rifiuto (in quello stesso periodo) di trasferirsi a Mosca o Praga per dirigere il Cominform.38

Impossibile affrontare qui la vicenda complessiva dei militanti delle Brigate internazionali» abbiamo tuttavia voluto ricordarne i difficili rapporti con il potere staliniano perché ci sembra una conferma indiretta della contraddizione insita in quella partecipazione internazionale alla guerra civile spagnola.

Contraddittoria d’altra parte fu, sempre, la natura dei partiti comunisti stalinizzati, le cui vicende sono un indistricabile groviglio di meschinità e di grandezza, di ignobili persecuzioni e di generosi sacrifici, di “realistica” accettazione della spartizione del mondo, ma anche di schieramenti imprevedibili al fianco delle masse in rivolta.39

Riconoscere la contraddittorietà non vuol dire tuttavia sottrarsi a un giudizio storico complessivo, in nome del buon senso che ama dividere a metà colpe e meriti, torto e ragione, per concludere che la verità sta nel mezzo. Il bilancio complessivo dell’impegno dell’Internazionale comunista in Spagna (e quindi dei militanti del PCI che vi parteciparono) rimane ben più negativo di quanto appaia dalle ricostruzioni di quel periodo fatte anche in epoca recente dalla storiografia comunista.

Senza ritornare qui sull’elenco dei crimini staliniani in Spagna (che si potrebbe allungare senza difficoltà), ci preme sottolineare che il contributo politico dato personalmente da Togliatti, ma anche da molti dei suoi validi collaboratori, fu essenziale per l’affermazione della linea dei “due tempi”, del rinvio della rivoluzione a un futuro ipotetico, dopo una vittoria che non era possibile se non attraverso una guerra rivoluzionaria.

Quando da una parte c’è, pressoché al completo, il corpo degli ufficiali di un esercito regolare, con una parte dei soldati di leva ma anche con poderosi rinforzi di mercenari e di corpi di spedizione stranieri, e dall’altra una popolazione che non ha esitato ad affrontare praticamente senz’armi la sedizione, vincendola nella maggior parte delle città spagnole, la partita non può essere giocata e vinta al livello della pura tecnica militare, che rimane inevitabilmente a vantaggio dei “professionisti”. La guerra civile russa, quella cinese già iniziata (e conclusa solo dopo tredici anni dall’inizio della rivolta di Franco), l’esperienza dei guerriglieri cubani o nicaraguensi, hanno confermato che la preparazione militare (che in tutti i casi ricordati era enormemente superiore nel campo controrivoluzionario) non è affatto sufficiente a vincere, quando di fronte si trova un esercito rivoluzionario ben radicato nella popolazione (e che beninteso cerca di organizzarsi come meglio può, acquisendo con ogni mezzo il massimo di cognizioni militari).40
Accanto a questi esempi (dei quali ovviamente era disponibile solo il primo) c’era anche l’esperienza delle guerriglie antinapoleoniche nella stessa Spagna. Eppure la linea dell’IC fu quella di contrapporre guerra e rivoluzione, come se si trattasse di scegliere. In realtà c’erano tutte e due, e la guerra civile c’era esattamente perché c’era una rivoluzione che aveva stretto tutti i proprietari ­ anche i più colti e raffinati ­ intorno ai generali portatori del messaggio «Viva la muerte¡ Abajo la inteligencia! ». Fermare la rivoluzione (ossia arrestare i “sovversivi”, sciogliere le comuni di Aragona, occupare le fabbriche catalane autogestite per imporvi burocrati nominati dall’alto in attesa del ritorno dei padroni, trasformare l’esercito rivoluzionario nato nelle giornate del luglio 1936 in una pallida caricatura di esercito professionale, sottoposto a ufficiali che non solo col senno di poi risultavano di dubbia lealtà) è costato carissimo alla Spagna, è costato a tutto il mondo ancora più caro, giacché incoraggiò Hitler e Mussolini a considerare positiva la loro spedizione in Spagna, come prova generale della seconda guerra mondiale. Questa linea politica, che per qualcuno (forse per la maggioranza di chi l’accettò passivamente) fu solo un errore, fu invece una scelta deliberata per il gruppo dirigente sovietico (del quale in quegli anni Togliatti faceva parte).41

La dinamica della rivoluzione spagnola fu al tempo stesso negata e soffocata con ogni mezzo, come moneta di scambio nei confronti della borghesia francese e britannica, che si voleva spingere a un’alleanza antinazista, tranquillizzandole sull’inesistenza di pericoli rivoluzionari. Fu anche un calcolo sbagliato, la scelta risultò non pagante, giacché la guerra mondiale fu ugualmente inevitabile. Ma i crimini che non pagano non possono essere derubricati ad “errori”, come se le vittime non esistessero più.

Appendice

 

PCI e PSI davanti alla guerra di Spagna

 

Abbiamo segnalato precedentemente la lettera inviata il 27 ottobre 1936 dalla direzione del PSI all’Ufficio Politico del Partito Comunista d’Italia in cui si deplorava che nonostante il patto di unità d’azione molte decisioni venivano annunciate pubblicamente dal PCI senza neppure informare i socialisti.

Una delle decisioni mutate repentinamente era appunto stata quella di inviare volontari, che inizialmente, nella già ricordata riunione di tutti i partiti antifascisti convocata a fine luglio su proposta di Rosselli, era stata respinta proprio da comunisti e socialisti, in base all’argomento pretestuoso che «la Spagna non aveva bisogno di armi». E, invece, di uomini esperti delle armi, già passati per una guerra civile o per la guerra mondiale (dalla quale la Spagna era rimasta fuori) c’era un gran bisogno, in un paese in cui pressoché tutti i quadri dell’esercito si erano schierati con la sedizione fascista.

La risposta era firmata da Ruggero Grieco, in quel momento segretario generale del PCI, che parlava di una nuova situazione, a cui doveva corrispondere un nuovo atteggiamento. Ma avevano suggerito la brusca svolta non tanto le «condizioni modificate» in Spagna, quanto le mutate esigenze del gruppo dirigente sovietico, che aveva deciso di impegnarsi sganciandosi dalla politica di non intervento che aveva inizialmente approvato.

L’argomento centrale della lettera di Grieco era però che non era il caso di «diffondere oltre una stretta cerchia» le «impressioni pessimistiche riportate» dal viaggio in Spagna. È vero che si riaffermava poi che non bisogna «ingannare le masse con parole alle quali noi non crediamo», ma il contesto rendeva puramente rituale questa e la successiva affermazione («bisogna dire la verità alle masse»). Grieco, che pure era uno dei più lucidi e meno conformisti dei dirigenti comunisti, dava per scontato che le «impressioni pessimistiche» avrebbero portato automaticamente a uno sbandamento e a uno spirito di disfatta.

In realtà Nenni aveva colto l’enorme pericolo che correva la rivoluzione spagnola per la scarsa preparazione delle sue milizie, la mancanza di armamento moderno (e si batterà amareggiatissimo ma tuttaltro che rassegnato e «disfattista» contro il «non intervento» teorizzato e difeso dal governo di Fronte popolare francese), i pericoli rappresentati dalla grande inesperienza delle masse e dall’esistenza di una grande componente anarchica, verso la quale è pochissimo indulgente. Ecco come descrive la situazione nel suo diario La Spagna giorno per giorno, il 13 settembre:

Le barriere si difendevano male. Gli uomini morivano bene. Lo stesso si può dire della Spagna. L’eroismo non basta a vincere la guerra. Tecnicamente l’esercito fascista è nettamente superiore. Ha un’aviazione forte e numerosa. Una buona artiglieria. Una fanteria non numerosa ma eccellente, costituita dai mori. Ha un potere per ora fortemente centralizzato attorno ai militari. Nel campo popolare la grande arma del coraggio e dell’entusiasmo, che ha permesso i miracoli della seconda quindicina di luglio, non basta più ad assicurare il successo.

Nenni teme che la rivoluzione sia minata «dall’individualismo e dal localismo di origine anarcoide» e lamenta che «il problema degli anarchici si fa serio. Hanno dato e danno dei combattenti magnifici, ma nello stesso tempo è per il canale della CNT che si fa la propaganda disfattista, contro il governo, contro il comando, contro l’esercito».

E’ singolare che Nenni, accusato da Grieco di diffondere uno spirito «di disfatta» col suo «pessimismo» (che era invece una valutazione realistica delle effettive difficoltà, che non si sarebbero certo superate tacendole), a sua volta considerava «disfattismo» ogni critica di sinistra. Si trattava di incomprensioni? No. Nenni era stato tra il 1927 e il 1934 il bersaglio principale della propaganda comunista. Sistematicamente insultato come fascista (anzi «capo delle bande di Mussolini»), proprio mentre egli conduceva una difficile battaglia nell’Internazionale socialista (che metteva sullo stesso piano fascismo e bolscevismo, mentre egli affermava che «il fascismo è il regime della plutocrazia, il bolscevismo una malattia interna della classe operaia [...]. La caduta del bolscevismo rappresenterebbe un disastro per la classe operaia e un rafforzamento della reazione. La caduta del fascismo rappresenterebbe esattamente il contrario»), Nenni aveva finito per essere considerato un «servo di Mosca» da molti dei suoi compagni di partito, mentre i comunisti continuavano a diffidare di lui. Giuseppe Tamburrano, che a Nenni fu molto vicino per anni, ha ricostruito efficacemente questo dramma, osservando che «i comunisti italiani non lo hanno aiutato nella sua battaglia per l’unità tra socialisti e comunisti».42 Spriano ha ricordato come ancora nel maggio 1934 Nenni, Modigliani e Buozzi fossero definiti «filofascisti» e Rosselli «fascista dissidente»,43 e che Nenni veniva denunciato come «avventuriero» proprio mentre attaccava con parole di fuoco la socialdemocrazia tedesca, indicandola come responsabile della sua sconfitta.44

In questo contesto, la lettera personale di Grieco a Nenni assume un altro aspetto: appare finalizzata a esercitare una pressione su un uomo che si pensa di potere influenzare e condizionare, e che di fatto rimarrà legato e subordinato alla politica comunista fino a tutto il 1956: non basterà il Congresso del Pcus, che lo irriterà, ma soprattutto per le denuncie dei crimini di Stalin, ci vorrà la rivoluzione ungherese e la sua sanguinosa repressione da parte delle truppe sovietiche per innescare una dinamica di rottura.

Così, a partire dalla Guerra di Spagna, i comunisti avranno in Nenni uno dei più sicuri alleati. Giustificherà persino, senza esitare, le stragi di Barcellona del maggio 1937 (che i nostalgici dello stalinismo continuano, quasi cinquanta anni dopo, a chiamare l’insurrezione di Barcellona). La ragione per cui allora avallò perfino l’uccisione di Berneri (anche se più tardi, in una nota al suo libro sulla Spagna, pur senza condannarla, definirà quell’uccisione «una delle cose più tristi») è però più complesso.

La pressione diretta dei comunisti pesa, ma pesa soprattutto l’attaccamento all’unità tra i due partiti operai con la stessa Unione sovietica, che agli occhi di milioni di lavoratori appare la più decisa sostenitrice della Repubblica spagnola. Lo stesso Nenni ricorda che Indalecio Prieto, il leader della destra socialista spagnola, aveva reagito irritato alle critiche di subordinazione dei socialisti ai comunisti, esclamando: «Si rendono conto o no costoro che il propagandista comunista, in Spagna, è l’aeroplano sovietico?».

E perfino Rosselli, che pure fu amico fraterno per anni di Berneri e grande estimatore degli anarchici catalani (dei quali diceva che erano «una delle avanguardie eroiche della rivoluzione occidentale» e che con loro stava «nascendo un nuovo mondo»), prese una posizione ambigua ed esitante sulle giornate di Barcellona, scrivendo che vi si era arrivati «per reciproca colpa».

Anche per Rosselli la ragione era una sola: «Certo, l’Urss interviene in Spagna al di là del giusto e del necessario. Ma senza l’Urss esisterebbe oggi una Spagna repubblicana?».

Ma oggi, col tanto vituperato senno di poi (che tuttavia allora era già chiaramente espresso a Barcellona da Berneri e dagli oscuri militanti che resistevano alla distruzione delle conquiste del luglio 1936, e contemporaneamente da Trotskij, che seguiva angosciato dal suo ultimo esilio in Messico la tragedia di una rivoluzione di cui aveva colto lucidamente la dimensione fin dal 1931), possiamo dire che il “realismo” che imponeva di accettare che l’Urss imponesse le regole del gioco era perdente. Come scriveva Camillo Berneri poco prima della sua morte, «il dilemma guerra o rivoluzione non ha più senso. Il solo vero dilemma è: o la vittoria su Franco attraverso la guerra rivoluzionaria, o la sconfitta».

La prospettiva storica ci permette di inchinarci con rispetto di fronte a quelle esili voci profetiche, alla cui sconfitta fu facile irridere, e che sono oggi assai più vive e attuali di quelle dei “trionfatori” di allora.

Scheda

 

Fronte unico e fronti popolari

 

È frequente la confusione tra “fronte unico” e “fronti popolari”, che spinge molti compagni a non capire perché Leone Trotskij, che nella seconda metà degli anni Venti si era battuto tenacemente contro la teoria del socialfascismo e per contrapporre il fronte unico all’ascesa di Hitler, ha poi criticato duramente la politica dei fronti popolari. In realtà i fronti popolari non sono affatto la riedizione un po’ allargata del fronte unico rifiutato negli anni precedenti, ma tutt’altra cosa, se non la sua negazione. La tattica di fronte unico, sperimentata empiricamente dai bolscevichi nel settembre 1917 proponendo l’unità di tutte le correnti socialiste contro Kornilov, e poi teorizzata nel II, III e IV Congresso dell’IC, si basava sulla convinzione che l’unità del fronte proletario fosse una necessità di tutte le correnti, anche di quelle riformiste, per difendersi da un pericolo comune; andava proposta dai rivoluzionari all’intero movimento operaio, pur sapendo che le direzioni riformiste avrebbero recalcitrato. In questo modo l’unità sarebbe stata imposta di fatto, ma senza porre condizioni pregiudiziali che avrebbero facilitato il compito ai dirigenti opportunisti e antiunitari.

I fronti popolari invece raccolgono la spinta unitaria spontanea delle masse ma, proponendo un’intesa interclassista anche con i partiti borghesi democratici, invece di rafforzare l’unità del proletariato lo dividono, perché i borghesi ovviamente pongono come condizione che non si tocchino i loro interessi. I fronti popolari infatti bloccarono le rivendicazioni “troppo spinte” del proletariato, colpendoli soprattutto in Spagna con una dura repressione, che investì gli anarchici e il POUM, ma anche l’opposizione sociale, come le comuni agricole dell’Aragona, e i consigli di fabbrica a direzione rivoluzionaria in Catalogna.

Sia in Francia che in Spagna i governi di fronte popolare rifiutarono inoltre le rivendicazioni indipendentiste delle colonie, cosa che soprattutto in Spagna fu fatale, perché Franco poté continuare a reclutare mercenari tra i settori più arretrati della popolazione marocchina, scagliandoli contro la Repubblica. I governatori nelle colonie francesi rimasero addirittura dei generali reazionari, che in maggioranza si sarebbero poi schierati con Petain.

Le concessioni alla borghesia in Francia e “alla sua ombra” in Spagna (dove la maggioranza della borghesia stava con Franco) divisero dunque la classe operaia. Per usare un’immagine esopica, il fronte unico potrebbe essere paragonato a un’intesa tra gli storni per impedire a un falco di attaccarli, il fronte popolare a un invito rivolto dagli storni ad un falco perché li difenda da un altro uccello di rapina. Inoltre il prezzo più alto pagato alla borghesia internazionale (che non appoggiava la Repubblica in Spagna ma le poneva condizioni gravose) fu la trasformazione delle guerra rivoluzionaria (che aveva sconfitto i generali golpisti con le insurrezioni spontanee e inizialmente quasi disarmate delle maggiori città spagnole) in guerra tradizionale, rinviando la rivoluzione a un ipotetico secondo tempo, che ovviamente non verrà mai. In una guerra tradizionale vince ovviamente l’esercito meglio armato e più professionale.

La politica “dei due tempi” sarà riproposta durante la seconda guerra mondiale alla Resistenza italiana, francese, greca, insomma a tutti i paesi che nella spartizione del mondo del 1944 dovevano rimanere nell’area capitalistica.

Che la logica di quella politica fosse dettata più dagli interessi immediati e tattici dell’URSS (o meglio di quelli che sembravano tali alla direzione staliniana) sarà evidente con il brusco cambio di orientamento di tutti i partiti comunisti che accompagnò l’inversione delle alleanze dell’URSS nel 1939, al momento del Patto Ribbentrop-Molotov.

Bisognerà tornare a discutere in altra sede la leggenda giustificazionistica difesa per decenni dal PCI e ancor oggi sostenuta ad esempio da Luciano Canfora, che presenta quel patto come un “prendere tempo e spazio”, sorvolando sul fatto che fu Hitler a ricavare tutti i vantaggi da esso, ottenendo via libera per la conquista prima della Polonia, poi della Francia, con la certezza di non correre rischi sul fronte orientale.45

Inoltre il movimento operaio europeo fu disorientato e diviso da quel patto, che fu difeso da tutta l’internazionale come un patto di pace, attribuendo tutte le responsabilità della guerra esclusivamente agli imperialisti franco-britannici. Le Lettere di Spartaco che il PCI pubblicava a Parigi in quel periodo ne forniscono un esempio penoso.

C’è una controprova: se durante il periodo 1935-1938 l’unico imperialismo denunciato dai partiti comunisti è quello tedesco, e nel 1939-1941 tocca invece a Francia e Gran Bretagna, avremo un nuovo capovolgimento a partire dalla seconda metà del 1941, quando Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti diventano di nuovo “potenze democratiche e antifasciste”. I partiti comunisti, compreso quello italiano, hanno sempre minimizzato le ripercussioni di quel patto, anche perché prendevano in genere per buona l’affermazione sovietica, ripetuta anche da Gorbaciov fino al 1990, che non c’erano i documenti ufficiali autentici sui protocolli segreti che lo accompagnarono. Nel 1990 furono alla fine pubblicati anche in Urss, ma era già possibile da molti anni capire che corrispondevano a una logica di spartizione del mondo in area di influenza (e se possibile di conquista diretta) anche confrontando quanto era stabilito nella copia trovata nel 1945 negli archivi tedeschi con le annessioni effettivamente compiute nel 1940 (che poi Stalin si fece riconoscere dai suoi alleati occidentali nel 1944-1945).46
La stessa logica del Patto russo-tedesco si ripropose infatti, su scala più grande, negli accordi impropriamente detti “di Yalta” (e che furono in realtà tracciati a grandi linee tra Stalin e Churchill già nell’ottobre 1944 a Mosca, come Churchill ricostruisce scrupolosamente nelle sue preziose memorie).47

Tutti i partiti comunisti del mondo occidentale in quel periodo applicarono la stessa tattica: collaborare con i “partiti democratici” senza far menzione della loro caratteristica di classe. Sarà applicata anche in America Latina, dove non c’era neppure l’alibi della necessità di combattere gli occupanti nazifascisti, e con grande larghezza: il Partido socialista popular (come si chiamava il Partito comunista a Cuba) arriverà a collaborare con il “democratico” e “antifascista” dittatore Batista, inserendo due ministri nel suo governo. Ci sarà una sola eccezione, la Jugoslavia, ma appunto sarà una deroga alla linea che verrà rinfacciata a Tito, a cui si tenterà di far pagare nel 1948 anche quell’inammissibile manifestazione di indipendenza.

A chi insiste sulla originalità della linea di Togliatti nel 1944, raccomandiamo di confrontarla con quella del leader greco Zachariadis, anch’esso fatto rientrare nel paese dagli alleati e che avallò quegli accordi di Varkiza che imponevano il disarmo dei partigiani (in grandissima maggioranza comunisti, e che avevano liberato la Grecia senza nessun aiuto), mentre veniva ricostruito l’apparato repressivo dello Stato borghese.48 Se i comunisti greci dovettero poi riprendere le armi alla fine del 1946 e soprattutto nel 1947, lo si deve non a un loro presunto avventurismo (per cui Togliatti avrebbe il merito di aver salvato l’Italia), ma al carattere famelico della borghesia greca, che non poté permettersi di fare le concessioni che fece la borghesia italiana per ottenere la collaborazione di classe del PCI e del PSI per un triennio, al termine del quale, ricostruito tutto il suo potere, ruppe gli accordi ed estromise brutalmente i partiti operai dal governo.

1 La frase è di Luigi Longo, Le brigate internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 41.

2Ibidem.

3 Ivi, p. 220.

4Ibidem. Un’esauriente ricostruzione della colonna di Giustizia e Libertà è in A. Garosci,Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973.

5 Archivio del Partito comunista, presso Istituto Gramsci, Roma (d’ora in poi APC), 1935/66.

6 Va segnalata l’analogia con la resistenza antifascista, che in tutta Europa iniziò solo dopo l’aggressione tedesca all’URSS (e in diversi paesi anche molto dopo, per le difficoltà a cambiare tattica e soprattutto a recuperare le forze disperse durante il periodo di passività e ambigua neutralità). Anche dopo il 1941, comunque, il peso dell’organizzazione comunista (anche dove era stata gravemente disorientata o anche formalmente disciolta negli anni precedenti, si rivelò decisivo.

7 Il movimento comunista chiamò “bolscevizzazione” il processo di assimilazione dei singoli partiti al modello che era prevalso nel Partito comunista (bolscevico) russo durante la guerra civile. Di tale processo, che preparò in larga misura il terreno allo Stalinismo, fu responsabile soprattutto Zinov’ev, che aveva introdotto tra l’altro il concetto di disciplina (derivato dal gergo militare) all’interno dei partiti comunisti. Cfr. G. Procacci, Il partito nell’Unione sovietica. 1917-1945, Laterza, Bari, 1974, p. 19.

8 Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, t. III, Einaudi, Torino, 1970, pp. 286-297, riferisce ampiamente su un caso particolarmente clamoroso di incrinatura del monolitismo staliniano: quello di Eugenio Curiel, che fu sospettato a lungo perché manteneva buoni rapporti con Colorni (etichettato come trotskista) e aveva avuto contatti, sia pure per ragioni personali, con esponenti socialdemocratici.

9 Ivi, p. 266.

10 Ivi, pp. 225-226.

11 Ivi, p.226.

12 Dante Corneli, Amare verità sulla guerra civile di Spagna, Tipografia Ferrante, Tivoli, 1979, segnala diversi casi di fucilazione per proteste, esitazioni (o sospetti di dissidenza). Sulla questione delle fucilazioni per “viltà” fu sensibile l’opinione pubblica britannica e lo stesso Foreign Office, tanto indifferente alla sorte della Repubblica, sollecitò e ottenne che ai volontari britannici non si applicasse questa normativa.

13 Secondo Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, anche dopo un intervento di Vidali e Teresa Noce su Casado, che aveva scritto una lettera che ricostruiva i fatti discolpando parzialmente Barontini. Cfr. anche P. Spriano, op. cit., p. 255

14 Cfr. P. Spriano, op. cit., p. 299. APC 1947/22.

15 Facevano di fatto eccezione i partiti che operavano in condizioni di grande isolamento, con rare occasioni di contatti diretti e difficoltà e ritardi perfino in quelli epistolari: il caso più clamoroso è quello del partito cinese, che sviluppò una politica di fatto divergente dalle indicazioni del Comintern, pur ribadendo nei documenti ufficiali la sua adesione alla «linea generale». Altrettanto autonomo di fatto, il PC vietnamita, che ad esempio manteneva in pieni anni Trenta un fronte con l’organizzazione trotskista, presentandosi insieme alle elezioni e pubblicando un giornale comune. Sulla vicenda poco nota e interessantissima del comunismo indocinese, cfr. Pierre Rousset, Communisme et nationalisme vietnamien, Galilée, Parigi, 1978. A proposito dei controlli del centro sulla stampa delle sezioni dell’IC (almeno di quelle facilmente raggiungibili) Spriano osserva, cercando di attenuare l’impressione negativa degli articoli violentemente antisocialisti e antioccidentali scritti da Togliatti sulle Lettere di Spartaco nel 1940, che «va sempre tenuto presente che queste cose sono scritte anche perché si leggano a Mosca». Introduzione a Palmiro Togliatti, Opere, IV, 1, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. CXLII.

16 Togliatti, in realtà, diviene una figura centrale solo nel 1928-1929, quando si stacca prudentemente da Bucharin. Nel 1921 non fu neppure eletto nel Comitato centrale, ed era solo uno dei tanti redattori dell’Ordine Nuovo. Nei “miti delle origini” del PCI la sua figura invece giganteggia insieme a quella di Gramsci, mentre scompare o è appena ricordato come incarnazione dell’inesperienza e dell’immaturità del partito Amadeo Bordiga.

17P. Spriano, Storia del Partito comunista, cit., p. 233. Grieco e Dozza erano stati messi sotto accusa per articoli sui processi di Mosca che scarseggiavano di «vigilanza rivoluzionaria», perché non mettevano sufficientemente in guardia sul pericolo che compagni risultati ottimi per anni celassero in sé la spia e il traditore.

18 Una di queste crisi è stata ricostruita ampiamente da Paolo Spriano a proposito dell’appello ai «fratelli in camicia nera» redatto ingenuamente da Mario Montagnana, come estensione di una linea generale dell’Internazionale (analoghi appelli ci sono in Francia, e lo stesso Manuil’skij aveva affermato che il fronte popolare italiano si sarebbe fatto con i fascisti più che con i socialisti. Ma sull’onda di questa linea, Montagnana era arrivato, non da solo, a un’apologia grottesca del programma fascista del 1919, e a sostenere: «dobbiamo avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo [...]. Vogliamo migliorare il fascismo perché non possiamo fare di più» (Ivi, pp. 96 e passim).

19 Paolo Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell’Internazionale, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 100, riporta le testimonianze di Ernst Fischer e di J. Humbert-Droz, che erano a Mosca in quel periodo e ricordano il ruolo di Togliatti nell’impostare la propaganda ai processi. Chi volesse avere un’idea degli argomenti usati personalmente dal colto e intelligente Togliatti per far accettare quei processi alle streghe, può trovare un esempio significativo nell’articolo “Gli insegnamenti dei processi di Mosca”, in P. Togliatti, Opere, cit., pp. 155-157.

20 P. Spriano, Il compagno Ercoli, cit., p. 141.

21 P. Togliatti, op. cit., p. 261.

22 Ivi, p. 298.

23Ibidem.

24 Ivi, p. 306.

25 Ivi, p. 372.

26 Ivi, p. 373.

27 Sull’argomento si vedano gli articoli di René Revol, Procès de Moscou en Espagne, in Cahiers Léon Trotsky, n. 3, 1979 e di Javier Maestro, La campagne antitrotskyste du PCR (1926-1938), in Cahiers Léon Trotsky, n. 10, 1982. Cfr. anche Andrés Suárez, El proceso contra el POUM: un episodio de la revolución española, Ruedo Ibérico, Parigi, 1974.

28 L’atto di accusa, incredibilmente esplicito, attribuiva ai dirigenti del POUM la colpa di aver «persistito nella loro linea rivoluzionaria», rifiutando gli accordi stabiliti dagli altri partiti del Fronte popolare. Comprendiamo l’irritazione di Togliatti per questa formulazione (che non accettava la linea accusatoria dei comunisti, escludendo che si trattasse di fascisti, e condannando gli imputati esattamente per le loro idee senza deformarle troppo). ma era il frutto dell’alleanza privilegiata tra comunisti e moderati. I giudici borghesi apprezzavano lo sforzo dei comunisti per imporre l’“ordine”, e accettavano di condannare i comuni nemici, ma lo facevano dal loro punto di vista e con i loro argomenti, rendendo quindi difficile al PCE l’utilizzazione politica della sentenza. Probabilmente a Togliatti appariva scandaloso soprattutto che le condanne avessero lasciato in vita gli accusati. Il testo dell’atto di accusa e della sentenza sono pubblicati in appendice ad A. Suárez, op. cit., pp. 195-209.

29 P. Togliatti, Opere, cit., p. 345.

30 Ivi, p. 334.

31 Tra coloro che sparirono in Spagna, vittime della repressione staliniana, vorremmo ricordare almeno Hans David Freud, detto Moulin, nato in Germania nel 1912 da una famiglia di piccola borghesia ebraica poi emigrata in Palestina, e presumibilmente ucciso in una delle prigioni private della GPU. Era stato arrestato a Barcellona, dove da mesi lavorava per l’unificazione dei piccoli gruppi di sinistra vicini a Trotskij o sorti dall’evoluzione dell’anarchismo, il 2 agosto 1937 e da allora si perdono le sue tracce. Anche Erwin Wolf, cecoslovacco, membro dell’Opposizione di sinistra in Germania e in Francia, segretario di Trotskij in Norvegia fino alla sua espulsione da quel paese nell’aprile 1936 e poi inviato in Spagna dal segretario del movimento per la Quarta Internazionale, sparì misteriosamente a Barcellona nello stesso periodo. Arrestato “legalmente” il 27 luglio e rilasciato il giorno dopo, fu nuovamente arrestato il giorno seguente. Sua moglie, figlia di un deputato socialista norvegese che aveva ospitato Trotskij, Konrad Knudsen, riuscì a sapere solo che era stato “liberato” il 13 settembre, ma nessuno ne trovò più alcuna traccia. Analogamente sparì Kurt Landau, un trotskista austriaco che era invece vicino alle posizioni del POUM, ma che non fu ugualmente perdonato dalla GPU. A più riprese circolò la voce che la loro sparizione, come quella di Nin, fosse dovuta a un forzato imbarco su un mercantile sovietico. La voce è stata confermata (almeno per Nin) da un ex agente della polizia segreta comunista, la cui testimonianza è tuttavia apparsa non completamente attendibile.

32 P. Togliatti, op. cit., p. 276.

33 Ivi, p. 277.

34 La Spagna rivoluzionaria del 19 luglio 1936 vede un’eccezionale fioritura del pluralismo nell’informazione, giacché ogni organizzazione politica e sindacale pubblica i suoi giornali e trasmette i suoi notiziari per radio. Ogni partito produce anche documentari e notiziari cinematografici, o anche veri lungometraggi. Nella seconda metà del 1937 questa straordinaria libertà di espressione viene soffocata, le radio e i giornali degli oppositori occupati manu militari, per lasciar posto a una uniforme e tetra produzione ufficiale modellata largamente su quella sovietica.

35 Impossibile in questa sede un elenco esauriente dei sovietici arrestati e spariti al loro ritorno in patria dalla Spagna. Ci basti ricordare alcune delle vittime più illustri: l’ambasciatore a Madrid, Rosemberg, il console a Barcellona, Antonov-Ovseenko (l’uomo che aveva capeggiato l’assalto al Palazzo d’Inverno), il coordinatore delle spedizioni di armi, Stachevskij, il corrispondente di guerra e scrittore Michail Kol’cov. Tutti loro, uomini di notevole levatura intellettuale e politica, e spesso legati in passato a forme di opposizione più o meno velata, avevano accettato di servire Stalin fino in fondo, ritenendo che non esistesse altro modo per servire il proprio paese.

36 Arthur London, La confessione, Garzanti, Milano, 1969.

37Giancarlo Pajetta, Le crisi che ho vissuto, Editori Riuniti, Roma, 1982. pp. 86-87.

38 Giorgio Bocca, op. cit., pp. 543-554. La testimonianza di Giuliano Pajetta è in Federigo Argentieri, Lorenzo Gianotti, L’ottobre ungherese, Valerio Levi, Roma, 1986, p. 63.

39 Sui partiti comunisti che seppero scegliere indipendentemente dalle indicazioni provenienti da Mosca una strada legata alle aspirazioni delle masse del proprio paese, si veda la nota 15. Sugli altri (la maggioranza) è superfluo fornire dettagli, in questa sede, essendo la questione materia di polemiche anche storiografiche accese e non riassumibili in poche righe. Per quanto riguarda il PCI durante la crisi del 1943-1945, rinvio al mio libro Sinistra e potere, Sapere 2000, Roma, 1983 e anche al testo Il PCI al bivio nel sito.

40Sulla questione degli specialisti, inseriti nell’Armata rossa esattamente per utilizzare a fondo (sotto il controllo dei Commissari del politici di estrazione proletaria e di sicuro orientamento comunista) si vedano gli scritti militari di Trotskij, dei quali sono state pubblicate in Italia due raccolte parziali ma esaurienti: Lev Trotski, La rivoluzione armata, Feltrinelli, Milano, 1971, e Lev Trotskij, Come si arma la rivoluzione, Newton Compton, Roma, 1977.

41Togliatti non era solo un collaboratore occasionale e marginale, ma uno dei tre massimi dirigenti del Comintern negli anni Trenta, e quindi assimilato al vertice della nomenklatura sovietica per condizioni di vita e accesso alle informazioni più riservate. L’episodio del conflitto con la direzione del PCI a proposito del trasferimento all’Est che Bocca ha minuziosamente ricostruito (cfr. nota 38) conferma indirettamente l’alta opinione che Stalin aveva di Togliatti, considerato uno dei più sicuri collaboratori.

42 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Roma-Bari, 1986, p. 134).

43 P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. II, Einaudi, Torino, 1969, p. 390.

44 Ivi, p. 380.

45 Devo rettificare: nel corso degli anni, almeno su un altro dei suoi cavalli di battaglia (le responsabilità nelle alterazioni del “Testamento” di Lenin) Canfora ha avuto qualche piccolo ripensamento, che ho segnalato con piacere nella recensione al libro di Losurdo inserito nel sito (Il peccato originale di Domenico Losurdo). Speriamo che rifletta anche sul Patto, magari leggendo il giudizio severissimo di Fidel Castro su di esso. Oggi [5 settembre 2009] è Alberto Burgio che, con notevole indifferenza per le più serie ricostruzioni storiche, rilancia su “Liberazione” le giustificazioni del Patto fatte per anni da Giorgio Amendola, padre spirituale della corrente cossuttiano e quindi del suo troncone grassiano nel PRC. [NdR di aggiornamento prima dell’inserimento nel sito].

46I giustificazionisti sorvolano tra l’altro su una delle più vergognose conseguenze di quell’innaturale alleanza: la consegna a Hitler di duemila rifugiati comunisti e antifascisti, tra cui molti ebrei.

47 Per una trattazione sistematica del Patto rinviamo al capitolo sull’inizio della Seconda guerra mondiale in: Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria-Bari, 1988 [oggi nel sito, col titolo: La seconda guerra mondiale, Stalin e il PCI], e al Dossier di Bandiera Rossa su Yalta nei Balcani, n.23, marzo 1992.

48 Cfr. il Dossier su Yalta nei Balcani già citato.