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cap. I Togliatti e Gramsci

Togliatti · pubblicato il 11 settembre 2009 · 26 min di lettura


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Cap.I. – Togliatti e Gramsci. La lettera del 1926

Si è scritto e parlato molto della famosa lettera scritta da Gramsci a nome del CC del PCd'I nell'ottobre 1926 al Comitato centrale del PCUS, e bloccata da Togliatti, allora rappresentante del partito italiano a Mosca, che non la inoltrò su sollecitazione di Bucharin. Per ridurne il significato parecchi commentatori hanno sottolineato che la lettera non implicava un'adesione di Gramsci al trotskismo, senza comprendere che proprio per questo la sua portata avrebbe potuto essere maggiore, se la lettera fosse arrivata ai destinatari e fosse stata fatta circolare tra gli altri partiti comunisti. Pur ribadendo l'accordo con la “linea generale" della maggioranza del PCUS, la lettera criticava infatti duramente i metodi di direzione che stavano imbavagliando l'opposizione, creando le premesse per la sua espulsione, che avverrà in effetti un anno dopo, e soffocando definitivamente ogni possibilità di dibattito nel partito e nel paese.

Bloccare la lettera nel 1926 non era un atto senza conseguenze. Di fatto la lettera - prima ed ultima iniziativa di critica al comportamento della direzione del PCUS fatta dalla direzione di un partito comunista piccolo ma prestigioso - fu ignorata per decenni, in primo luogo dai militanti del PCI, anche se fu pubblicata per la prima volta nel 1938 da Angelo Tasca e poi nel 1954 da “Bandiera rossa".

Ovviamente, a parte rare eccezioni, non era stata presa in considerazione anche dai pochi che avevano avuto l'occasione di leggerla, per le stesse ragioni per cui ad esempio la maggior parte dei comunisti che nel 1956 lessero su “L'Espresso" (allora assai diffuso nella sinistra) il “Rapporto segreto" di Chruscev al XX Congresso del PCUS lo respinsero come un'invenzione del nemico, dal momento che i dirigenti del partito ne negavano perfino l'esistenza e che le sue “rivelazioni" ponevano problemi inquietanti che si preferiva rimuovere.

La lettera avrebbe potuto soprattutto essere utile se, sollevando un “caso" e provocando quindi risposte e polemiche, fosse stata conosciuta da altre sezioni dell'IC. Nel 1926 in molti partiti comunisti, nonostante la “bolscevizzazione" avviata sotto la direzione di Zinov'ev e poi portata avanti da Bucharin e Stalin, c'era ancora un dibattito aperto e relativamente vivace, che sarà soffocato solo nei tre anni successivi, provocando un vero e proprio stillicidio di quadri allontanati amministrativamente o distrutti politicamente e moralmente.

Nel 1926 i dubbi sulla giustezza dell'operato di Stalin erano ancora possibili e legittimi, e il suo potere divenne assoluto solo a partire dal 1929, ma fu messo in discussione anche successivamente. Infatti, di fronte alle sue scelte risultate fallimentari (in particolare la disastrosa collettivizzazione forzata, che avrebbe dovuto migliorare l'approvvigionamento alimentare delle città e provocò invece una disastrosa carestia con milioni di morti), nel XVII Congresso del partito del 1934 molti quadri intermedi (che pure avevano inizialmente sostenuto Stalin contro le opposizioni), cominciarono a pensare di dover eseguire il testamento di Lenin, destituendo Stalin (che avrebbe dovuto essere sostituito da Kirov). Come segnale, in un gran numero di schede con la lista dei candidati al Comitato centrale il suo nome fu cancellato.

Kirov esitò, pur iniziando a prendere alcune misure per un cambiamento graduale di linea. Nel giro di pochi mesi si era avuto un oggettivo ridimensionamento di Stalin (citato sui giornali come “segretario" e non come “segretario generale"), il reinserimento di diversi ex oppositori (tra cui Bucharin, chiamato a dirigere le “Izvestia"), ed erano stati perfino stabiliti con discrezione dei contatti con lo stesso Trotskij, probabilmente pensando alla possibilità di far ricorso alle sue capacità di trascinatore dell'Armata rossa per fronteggiare il pericolo di una Germania caduta in mano ad Hitler e ormai protesa verso la guerra per conquistare spazi vitali ad est.1 Il tentativo di svolta, come è noto, fu chiuso bruscamente il 1° dicembre con l'assassinio di Kirov, che fu per giunta attribuito cinicamente all'Opposizione di sinistra, dando l'avvio al “grande terrore" degli anni successivi.

Nel 1926 dunque non si poteva ancora considerare definitivo il trionfo di Stalin. Certo, le critiche al suo operato venivano arginate demonizzando l'Opposizione di sinistra, attribuendo ad esempio a Trotskij progetti “bonapartisti"; ma proprio per questo fu grave mettere a tacere una voce indipendente come quella di Gramsci. Lo conferma anche Ernesto Ragionieri nell'Introduzione al vol. II delle Opere di Togliatti:

È senz'altro una frettolosa e semplificante anticipazione l'affermare che già nel l926 Stalin avesse già consolidato la sua diretta egemonia e la sua direzione personale in seno all'Internazionale comunista. Ancora alla fine del 1925 il segretario generale era praticamente uno sconosciuto per una gran parte dei collaboratori del Comintern provenienti da altri paesi.2
I limiti di questo lavoro impediscono di riprodurre integralmente la lettera di Gramsci e soprattutto l'insieme della corrispondenza intercorsa tra Roma e Mosca, che comunque è abbastanza facilmente reperibile.3 Ci sembra comunque utile richiamarne i passi più significativi.
Il tono della lettera, anzitutto, non è formale, ma altamente drammatico. I comunisti italiani si dice, sono “irresistibilmente angosciati" per gli sviluppi della lotta interna al partito russo. Pur affermando di ritenere “fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del Partito comunista dell'URSS”, Gramsci, che - come osserva Ragionieri - anche nella difesa pubblica dell'URSS sulle pagine de l'Unità ha evitato sempre di usare la formula ormai rituale del “socialismo in un paese solo", parlando dei dirigenti emarginati ricorda che Trotskij, Zinov'ev e Kamenev “hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente  severamente, sono stati i nostri maestri". Un riconoscimento sincero del ruolo svolto soprattutto da Trotskij nella battaglia contro l'estremismo e il settarismo del giovane partito italiano, che appare tuttavia quanto mai “inopportuno", osserva Spriano, in una fase in cui si comincia ad insinuare che essi hanno un ruolo controrivoluzionario.4

Quello che non è assolutamente accettabile per Stalin e per Bucharin, è d'altra parte l'affermazione che “l'attuale atteggiamento del blocco delle opposizioni e l'acutezza delle polemiche del PC dell'URSS esigano l'intervento dei partiti fratelli". In primo luogo perché, come osserverà scandalizzato Togliatti nella sua richiesta di ritirare la lettera, si mettono sullo stesso piano maggioranza e opposizione, ma anche perché si sta affermando la pratica inversa, cioè la proiezione delle decisioni del partito sovietico nel Comintern e nei “partiti fratelli", a cui si richiede non di dare suggerimenti, ma di studiare e difendere le scelte del PC dell'URSS.

Lo dice senza reticenze lo stesso Togliatti nella lettera che invia a Gramsci il 18 ottobre 1926, aggiungendo argomenti di merito a quelli di metodo contenuti nella lettera indirizzata lo stesso giorno all'Ufficio politico del PCd'I:

Dobbiamo iniziare noi stessi e i militanti del partito alla conoscenza dei problemi russi in modo da poterli giudicare seguendo la linea dei principi e delle posizioni politiche. In questo studio delle questioni russe e non nell'appello all'unità del gruppo dirigente consiste l'aiuto che devono dare al PCR gli altri partiti dell'Internazionale.5
Scopo dello “studio" sarà quello di “fissare e confermare l'esatta linea leninista nella soluzione dei problemi russi".6
Povero Lenin, vivo il quale nel partito non si era mai parlato di “leninismo", e che non aveva mai trovato strano rimanere in minoranza nel partito, e di cui ora invece venivano codificati i “principi", rendendoli un dogma che richiedeva naturalmente interpreti ufficiali e inquisitori contro le “deviazioni" dalla giusta linea (deviazione, si noti, è il significato originario della parola “eresia"). Naturalmente il processo era appena iniziato, soprattutto negli altri partiti. Anche Ragionieri, proprio subito dopo il passo che abbiamo già citato in cui sottolineava le possibilità ancora aperte, aveva ricordato che “l'Internazionale comunista visse nel corso del 1926 un momento di grande trasformazione, testimoniato tra l'altro dai continui mutamenti istituzionali che nel corso di quell'anno ne contrassegnarono l'esistenza".7 Ma non c'è dubbio che il senso in cui si muoveva il gruppo dirigente dell'IC andava in una direzione di centralizzazione assoluta e di totale subordinazione alle scelte del PC dell'URSS, diametralmente opposta a quella auspicata da Gramsci.

La lettera denunciava soprattutto i pericoli di scissione, mettendo ancora una volta formalmente sullo stesso piano maggioranza e opposizione. Ma non era una posizione di reale equidistanza, perché non c'era dubbio che era solo la maggioranza che voleva la scissione, anche se la attribuiva agli avversari. In realtà Zinov'ev e Kamenev, come si vedrà ben presto, pur di evitarla erano disposti perfino a una vera e propria capitolazione di fronte a Stalin (che non li risparmierà peraltro da nuovi attacchi e poi dalla condanna definitiva e dalla morte), e lo stesso Trotskij preferirà perdere gran parte dei suoi sostenitori internazionali piuttosto che accettare la logica conseguenza della scissione, ossia la costruzione di un nuovo partito.

Si risolverà a questo solo nel 1933, dopo il “4 agosto di Stalin", cioè la vergognosa capitolazione della KPD di fronte ad Hitler, avallata dall'intera IC, che continuerà per oltre un anno dopo l'istituzione della dittatura nazista a parlare assurdamente di prossima vittoria della rivoluzione tedesca. Sarà troppo tardi, e gli sforzi per ricostruire un partito comunista in URSS si scontreranno con la tremenda efficacia della repressione staliniana, quelli per costruire una nuova internazionale con la mutata situazione mondiale, che ridurrà ai minimi termini le forze disposte ancora a raccogliere gli appelli dell'Opposizione di sinistra.

Nel 1926 comunque, nello stesso PC dell'URSS e negli altri partiti comunisti non è stato ancora cancellato formalmente il diritto a presentare piattaforme contrapposte. Il X Congresso del 1921, in una situazione di allarme per i sintomi di crisi rappresentati dalle insurrezioni contadine e da quella di Kronstadt, aveva deciso di sospendere temporaneamente il diritto di frazione,che era sempre stato in vigore nel Partito bolscevico anche alla vigilia dell'insurrezione e negli anni della guerra civile; ma Lenin aveva escluso categoricamente che si potesse bloccare anche il diritto di presentare in sede congressuale tesi contrapposte. Se si riproporrà una situazione come quella della discussione sulla pace di Brest Litovsk, aveva detto, dovrei ugualmente avere il diritto di fare appello al partito.8

Nell'ottobre di quello stesso 1926 all'Opposizione era stato impedito di difendere le proprie tesi in gran parte delle città non con una decisione formale, ma rendendo impossibile ai suoi esponenti di prendere la parola nelle assemblee preparatorie della XV Conferenza del partito con aggressioni fisiche da parte di squadracce di teppisti spoliticizzati.

Perfino nel 1927, quando in luglio Stalin chiede l'espulsione immediata di Trotskij, Zinov'ev e Kamenev che stanno preparando tesi alternative per il XV Congresso, non riesce ad ottenere una maggioranza nel CC e nella commissione di controllo. Solo nell'ottobre riesce a far escludere i primi due dal CC (con una decisione ovviamente illegittima in fase precongressuale), con la farsesca accusa di aver organizzato una “tipografia clandestina" (cioè di aver tentato di riprodurre con un modesto ciclostile le tesi che statutariamente avrebbero dovuto essere pubblicate sulla Pravda o su un bollettino interno. Ancora in novembre dovrà ricorrere al pretesto di una una “manifestazione antisovietica" (cioè il tentativo di sfilare durante le celebrazioni del decennale della rivoluzione dietro a uno striscione con parole d'ordine in difesa della rivoluzione e contro la burocratizzazione) per espellerli anche dal partito. Ma nel Congresso, svoltosi nel dicembre di quell'anno, 4.000 membri del partito avevano comunque potuto votare ancora per il documento degli espulsi.9

L'appello dell'ottobre 1926 non era dunque inutile, ed era una presa di posizione metodologica che la frazione staliniana considerava inaccettabile, soprattutto quando Gramsci ribadiva che l'unità e la disciplina del partito erano un bene prezioso, ma che “non possono essere meccaniche e coatte".

D'altra parte, se la lettera tendeva ad attribuire formalmente responsabilità ad entrambi le parti in causa, conteneva anche alcuni passi che apparivano inequivocabilmente rivolti alla maggioranza:

Compagni, voi siete stati in questi nove anni di storia mondiale, l'elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin...

Nella lettera inviata all'UP del PCd'I (contemporaneamente a quella personale per Gramsci) per convincerlo a soprassedere e aspettare l'inviato dell'Internazionale, lo svizzero Jules Humbert-Droz, stretto collaboratore di Bucharin - che in effetti riuscirà nell'intento anche grazie all'assenza di Gramsci, che è stato intercettato dalla polizia mentre si reca alla riunione - Togliatti ha usato un singolare argomento per contestarne l'opportunità: la lettera è “giunta in un momento tale che ne rendeva estremamente inopportuna la presentazione al CC", perché “sarebbe divenuta nella mani dell'Opposizione un'arma", giacché i suoi capi “si sarebbero serviti di essa per rifiutare alcune delle condizioni loro poste, per chiederne altre, per temporeggiare".10 Evidentemente Togliatti non solo condivide la sostanza delle misure criticate da Gramsci, ma non ne vuole nemmeno l'attenuazione. È convinto che occorra stravincere ed è infastidito dalle mediazioni che offrono spazio all'opposizione. Nella stessa lettera conclude soddisfatto che, proprio grazie all'isolamento in cui si è trovata e alla “reazione della base" (cioè le squadre di teppisti che hanno impedito fisicamente agli oppositori di aprire bocca o di farsi ascoltare), “l'opposizione è in piena ritirata".
La parola d'ordine che circola tra i quadri dell'Opposizione sarebbe ormai “dobbiamo stare zitti per un paio d'anni", riferisce soddisfatto Togliatti, che a quanto pare considera ormai che chi non condivide le scelte della maggioranza debba solo tacere.11

Grazie anche all'intercettazione della famosa lettera, il compito di Stalin è diventato più agevole. Alla fine di quei due anni l'Opposizione di sinistra resterà per sempre silenziosa, o potrà solo gridare la propria protesta nelle carceri e nei campi di detenzione. Le altre opposizioni, quella della destra buchariniana e ancor più quella del 1934 degli staliniani in crisi raccolti intorno a Kirov, non potranno neppure tentare di far conoscere il loro pensiero, perché negli anni precedenti avevano contribuito a soffocare ogni dissenso, criminalizzando come “frazionismo" ogni tentativo di apertura di un dibattito all'interno del partito.

Anche la “base" del partito alla cui “vivace reazione" contro l'opposizione faceva riferimento compiaciuto Togliatti nella lettera all'UP, era cambiata profondamente negli ultimi due anni.Ancora alla morte di Lenin, infatti, nonostante il delinearsi di una grave involuzione che aveva suscitato l'angoscia che traspare dai suoi ultimi scritti, il Partito comunista manteneva, sia pur spesso deformate e trasformate in ideologia, le concezioni che lo avevano ispirato al momento della rivoluzione.

Il salto qualitativo avvenne proprio quando, contrapponendosi alle raccomandazioni di restringere il numero degli iscritti al partito che Lenin aveva fatto in tutto l'ultimo periodo della sua vita, allo scopo di estromettere gli arrivisti giunti dopo la fine della guerra civile e di alzare il livello politico dei militanti, Stalin fece entrare in massa nel partito centinaia di migliaia di operai senza tradizioni di lotta e senza esperienze politiche (chiamando ipocritamente l'operazione “Leva Lenin").12

La composizione del partito aveva già subito, prima di quell'immissione, una notevole trasformazione. Quando Stalin era diventato “segretario generale" (senza che nessuno sospettasse che quella nuova definizione si riferisse a una importante funzione politica e non solo a un coordinamento di mansioni eminentemente tecniche) il numero degli iscritti era arrivato a 732.000 (dai 24.000 del 1917), ma un anno e mezzo dopo, alla vigilia della morte di Lenin, erano già stati ridotti a 386.000. Si trattava solo dell'applicazione della “ripulitura" ("epurazione", si era detto, usando un termine che presto assumerà ben altro significato...) raccomandata da Lenin per eliminare gli elementi poco attivi, o “immorali", o erano stati allontanati anche militanti critici? E quanti erano realmente i militanti a cui non era stata rinnovata la tessera, dato che risulta che nel frattempo si erano aggiunti molti altri nuovi iscritti?

Fatto sta che i 386.000 registrati alla fine del 1923 furono sommersi da un ondata di neofiti: la “leva Lenin" riportò il numero degli iscritti a 736.000. In aperta violazione dello Statuto del partito si accettarono iscrizioni collettive (ad esempio di un intero reparto di una fabbrica), facendo ovviamente cadere il criterio della presentazione di ogni nuovo candidato da parte di due militanti già sperimentati.

È proprio a partire da questa massiccia immissione simultanea di elementi inesperti che viene introdotto un criterio assolutamente inedito di indottrinamento sul “leninismo"; ovviamente le lezioni sulla nuova scienza (inconcepibile finché Lenin era vivo) devono servire ad “aiutare" i nuovi membri a “comprendere il pericolo del trotskismo".

Ma il ricambio anche fisico del corpo del partito non era finito. Mentre tra il 1924 e il 1927 vengono ammesse altre 800.000 persone nel partito, il totale dei tesserati nel 1927 risulta di soli 775.000. Anche tenendo conto dei morti o dei dimissionari per scelte personali (che diventano sempre meno, giacché essere iscritto è sempre più necessario per qualsiasi impiego importante) il numero degli espulsi nelle “epurazioni" si avvicina ai 700.000. Quanto basta per effettuare un vero e proprio lavaggio del partito!

Con questi “militanti", in larghissima maggioranza privi di esperienze politiche, non era stato difficile ridurre ai minimi termini l'opposizione, e soprattutto introdurre metodi di direzione impensabili in passato. Nel 1925 tutti i segretari delle organizzazioni locali di partito sono ormai nominati dall'alto e non più elettivi. Nel 1927 la maggior parte di essi risulta entrata nel partito dopo la morte di Lenin, o almeno dopo la conclusione delle alterne vicende della guerra civile.

Dunque, all'origine dell'involuzione che convenzionalmente (ma non senza fondamento) chiamiamo stalinista troviamo non tanto il rapporto tra Stato sovietico e Partito comunista, bensì le trasformazioni radicali che investono l'uno e l'altro, e soprattutto il partito. Alla fine della “ripulitura" avviata da Stalin, il partito ha una composizione e una cultura radicalmente diverse rispetto a quelle degli anni precedenti e immediatamente susseguenti alla rivoluzione.13 Nel 1926, comunque, il processo era avanzato ma non ancora definitivo, ed è quindi assurdo considerare inutile il tentativo di Gramsci e marginale o privo di conseguenze l'intervento per bloccarlo. Ma coloro che hanno sempre minimizzato l'episodio, come Luciano Canfora, partono dalla radicata convinzione che tutto quel che è accaduto doveva accadere, e che ogni tentativo di opporvisi era ovviamente vano, come deducono dal fatto che è fallito.

Gramsci la pensava diversamente. Nella sua risposta personale, che forse non a caso Togliatti non trovava e non ricordava nel 1964, quando pubblicò su Rinascita il resto del carteggio (che d'altra parte stava per essere pubblicato da Giansiro Ferrata nell'antologia Duemila pagine di Gramsci), aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio: “questo tuo modo di ragionare [...] mi ha fatto un impressione penosissima", scrive; infatti “tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo". La frase più dura, tuttavia, che lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici, investe alla radice la mentalità di Togliatti: “Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi ed irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità".

Poco dopo Gramsci sarebbe stato arrestato e messo a tacere per sempre come dirigente politico: i Quaderni dal carcere a cui affiderà le sue riflessioni sono infatti preziosissimi come strumento metodologico e come guida allo studio della società italiana; ma essendo condizionati della necessità di eludere la censura carceraria, sono ovviamente reticenti negli accenni più propriamente politici, a cui si sono rifatti invece tutti coloro che volevano trasformare il leader comunista (di cui non a caso si guardano bene dal riprendere le bellissime pagine con cui “traduceva in italiano le lezioni dell'Ottobre" su l'Ordine nuovo) in un ispiratore e anticipatore del loro opportunismo.

È difficile dire se quella lettera, l'ultimo testo scritto da libero, preannunciava già una rottura definitiva. Due esponenti del PCI (e poi del PDS) hanno affrontato nel 1991 la questione in un fascicolo speciale dedicato a Gramsci da l'Unità. Giuseppe Vacca, che negli anni Settanta aveva scritto un libro sbrodolato ed apologetico su Togliatti che oggi risulta letteralmente illeggibile, in un lungo e interessante articolo, 1926, la rottura col partito, utilizza largamente il libro di Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero, basato sul carteggio tra Gramsci e Tania Schucht, nonché l'ultimo lavoro di Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, per arrivare tuttavia alla singolare conclusione che il conflitto fu più col partito che con Togliatti. L'affermazione si basa su alcune argomentazioni assai discutibili: in primo luogo si sostiene che la sconfessione della lettera del 1926 fu fatta dall'UP del PCd'I e non personalmente da Togliatti, il che è vero solo formalmente, dato che è ben noto che Togliatti intervenne pesantemente per ottenere quella decisione. Inoltre si sostiene che, se fu interrotta ogni comunicazione tra il prigioniero e il partito, rimase un canale indiretto ma continuo tra i due negli anni successivi, attraverso i contatti di Tania con Sraffa, che ne informava Togliatti.

Bizzarra argomentazione anche quella che sottolinea che successivamente Togliatti riprese in proprio le argomentazioni di Gramsci nello scontro nel PCR. In realtà, alcune prese di posizione di Togliatti nello stesso 1926 e nel 1927, come la protesta per l'intervento della polizia per tener fuori Zinov'ev da una riunione dell'Esecutivo dell'IC di cui era ancora membro, o il rifiuto dei delegati italiani di sottoscrivere una condanna di un testo di Trotskij senza poterne prendere visione, non rappresentano una scelta alternativa rispetto allo stalinismo, ma sono semplicemente il riflesso del mantenimento di un legame con Bucharin, che a tratti ha cominciato a differenziarsi da Stalin su questioni di metodo, pur rimanendone alleato ed avallandone quindi pubblicamente le scelte fondamentali. Bucharin tra l'altro voterà nel Politbjuro contro l'espulsione di Trotskij dal territorio sovietico ancora nel gennaio 1929; ma a quell'epoca Togliatti lo avrà già abbandonato da diversi mesi, intuendone il declino e l'imminente caduta in disgrazia. Sullo stesso inserto anche Federigo Argentieri è ritornato - in un articolo dal titolo Fu il primo dissidente - sui conflitti col collettivo del carcere di Turi e i mancati sforzi per liberare Gramsci coinvolgendo il Vaticano in uno scambio con qualche prelato detenuto in URSS. Argentieri è più netto nel presentare la rottura tra Gramsci e il partito come avvenuta e proprio sulla questione della valutazione dello stalinismo. Egli ricorda tra l'altro la testimonianza di Terracini sul rifiuto di tutti i dirigenti del PCd'I detenuti a Civitavecchia (tra cui Paietta, Roveda, Scoccimarro) di incontrare Gramsci che - già in gravi condizioni di salute - era di passaggio in quel carcere. Argentieri, che di Spriano fu collaboratore all'Istituto Gramsci e discusse con lui sull'ultima ricerca per trovare la prova che era stato tentato tutto il possibile per liberare il prigioniero, conclude seccamente che quella prova “non si è mai trovata", anche se avanza indirettamente il dubbio che per Gramsci sia stato meglio così, dato che “in URSS non sarebbe sopravvissuto a lungo".14
Questa ipotesi non è naturalmente campata in aria, ed è stata sollevata anche da Rossana Rossanda, che si è domandata se “sarebbe stato amichevole e saggio farlo venire a Mosca nel 1936".15 In effetti, nell'URSS degli anni Trenta perirono moltissimi rifugiati, dai combattenti della Schutzbund austriaca sconfitti nella tardiva insurrezione viennese del febbraio 1934 (consegnati ad Hitler nel 1940 insieme a 2.000 altri comunisti e antifascisti tedeschi ed austriaci, molti dei quali di origine ebraica), ai polacchi sterminati nel 1937-1938, ai tanti italiani di cui aveva ricostruito la tragedia per primo uno dei sopravvissuti, Dante Corneli, e poi con maggiore sistematicità Romolo Caccavale.

Dante Corneli, condannato a vent'anni di carcere da un tribunale fascista per aver ucciso uno squadrista in uno scontro, si era rifugiato in URSS, dove aveva continuato a fare l'operaio, ma aveva avuto il torto di votare una volta per l'Opposizione di sinistra, e per questo era stato arrestato ed aveva scontato ventisei anni tra carcere, campo di lavoro e confino. Rimpatriato per l'intervento di Terracini negli anni Sessanta, aveva compilato i primi elenchi di vittime italiane dello stalinismo, dapprima in base alla memoria e a testimonianze, poi a un'appassionata ricerca negli archivi italiani (partendo dalle informazioni delle autorità consolari e delle spie fasciste che seguivano con compiacimento la distruzione dei comunisti rifugiati a Mosca), ricavandone tra il 1979 e il 1982 alcuni libricini stampati a sue spese, che chiamava “il mio samizdat".

Il libro di Romolo Caccavale, (La speranza Stalin. Tragedia dell'antifascismo italiano nell'URSS, Valerio Levi, Roma, 1989), sembrava avesse raccolto un elenco accurato e definitivo dei caduti, ma invece sono apparsi recentemente altri nomi ritrovati quasi casualmente in una delle tante esplorazioni dei cimiteri clandestini delle carceri e dell'Arcipelago GULag: altri 26 italiani fucilati alle porte di Mosca nel campo di Butovo nel solo 1938.16

Ma lasciamo da parte le ipotesi su quel che poteva accadere a Gramsci una volta arrivato nell'URSS del grande terrore, e quelle sulle cause del salvataggio mancato, su cui sono intervenuti Cardia, Canfora, e soprattutto Aldo Natoli, fornendo elementi interessanti ma senza arrivare a una conclusione definitiva. Rimane comunque il problema della “rottura" di Gramsci col partito, di cui va chiarita la reale portata, senza forzature ma senza neppure farsi condizionare dagli stati d'animo di quei settori di militanti comunisti che reagiscono con irritazione e fastidio a ogni affermazione che contrasta con i consolidati miti del “partito di Gramsci e Togliatti", ecc.

Non c'è dubbio d'altra parte che una vera e propria “espulsione" di Gramsci dal partito non vi fu mai. Ma chi sottolinea questo aspetto, formalmente ineccepibile, sorvola sulla realtà del penosissimo isolamento a cui Gramsci era sottoposto dai suoi compagni in carcere, che non gli risparmiavano neppure stupide vessazioni, a cui si aggiungevano quelle squallidissime dei detenuti anarchici che gli tiravano persino pietre, considerandolo un privilegiato solo perché otteneva periodicamente e con molti ritardi ed ostacoli una parte dei libri che richiedeva e di cui era avidissimo, ed aveva avuto la possibilità di stare in cella da solo per leggere e scrivere (e non essere molestato dai “bigotti" che lo consideravano un “rinnegato").

Gramsci non fu mai espulso, in definitiva, solo perché quando il contrasto si aggravò in seguito alla sua disapprovazione della “svolta" estremista del 1930 e delle espulsioni a catena (Bordiga, Tasca, Silone, Tresso, Leonetti e Ravazzoli, per parlare solo dei dirigenti di primo piano), era abbastanza chiaro che non sarebbe mai uscito vivo dal carcere.17

Per capire meglio il vero significato della mancata espulsione, può essere utile tener presente il caso di Umberto Terracini. Il suo conflitto col partito si era sviluppato negli anni della “svolta", che aveva esplicitamente condannato, assumendo senza saperlo la stessa posizione che avevano Gramsci in un altro carcere e i “tre" membri dell'UP espulsi in Francia per la stessa ragione e con notevole disinvoltura statutaria (nell'UP i voti erano tre contro tre, ma per l'occasione fu attribuito voto deliberante a Pietro Secchia, che lo aveva invece solo consultivo in quanto rappresentante dell'organizzazione giovanile). Tuttavia finché stava in carcere e poi al confino non furono presi provvedimenti formali nei suoi confronti.

Anche quando nel 1939 insieme a Camilla Ravera prese posizione con durezza contro il Patto Ribbentrop-Molotov, non ci furono espulsioni, ma intimidazioni e isolamento. L'espulsione di Terracini arriverà incredibilmente nel 1943, quando i fatti avevano dimostrato la fallacia di quell'insana alleanza che avrebbe dovuto “dar tempo" all'URSS e che invece consentì ad Hitler di affrontare tranquillamente prima la conquista della Polonia, poi quella della Francia, per scagliarsi poi contro l'Unione Sovietica, che lo aveva rifornito scrupolosamente fino all'ultimo giorno di petrolio, grano, caucciù e altri materiali strategici.18
Perché un'espulsione così tardiva? Probabilmente perché fino al 1942 la fine del fascismo non sembrava imminente, e il conflitto con uno dei più prestigiosi esponenti del partito poteva essere tenuto nascosto senza problemi. È assai probabile che giungessero fino a Ventotene i primi scricchiolii del regime dovuti ai primi rovesci militari e ai i sintomi sempre più evidenti di quell'accresciuta insofferenza delle masse operaie che porterà nel marzo ai grandi scioperi nel triangolo industriale. Ancora nel corso del 1942 il collettivo di Ventotene aveva condannato politicamente Terracini, che aveva ribadito più volte il suo dissenso su molti aspetti della politica del partito e dell'URSS inviate ai dirigenti in libertà, ma si era limitato a chiedergli un'autocritica. L'espulsione del gennaio 1943 ha invece come conseguenza di isolare il dissidente nel paese appena arriverà la prevedibile liberazione (nell'agosto di quell'anno) mettendolo “al bando dal partito".19

Quanto a Gramsci, bisogna tener presente che per anni, soprattutto tra il 1931 e 1933, la campagna all'estero per la sua liberazione fu messa in sordina, e fu ripresa solo quando le sue condizioni rendevano evidente che non avrebbe mai potuto riprendere un ruolo politico attivo. Dopo la morte iniziò la sua esaltazione, anche se ricostruendone arbitrariamente le posizioni politiche reali, e attribuendogli cinicamente frasi che egli non aveva mai pronunciato, come fece proprio Togliatti con la famosa definizione: Trotskij è la "puttana del fascismo", inserita nel saggio Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana, che parlava anche di una “influenza profonda esercitata su di lui dalle opere di Stalin", di una sua collocazione “sotto la bandiera invincibile di Marx-Engels-Lenin-Stalin". Il saggio fu più volte ripubblicato, e le calunnie riprese anche in epoca successiva (ad esempio in un saggio del 1958).

Dopo aver contribuito a farlo tacere per anni, isolandolo e facendolo quasi dimenticare al partito, ora si faceva parlare il morto, facendogli accusare Bordiga perfino della “bestiale teoria secondo la quale ogni lavoro di educazione ideologica e politica dei membri del partito doveva essere considerato come cosa inutile". Chi conosce un po' Bordiga sa quanto questa accusa sia inverosimile, ma Togliatti aggiungeva ancora che secondo Bordiga “in un partito comunista la sola cosa che conta è ubbidire agli ordini che vengono dall'alto"! L'adattamento di Togliatti alla prassi della “neolingua" staliniana e della calunnia eretta a sistema era giunto al momento culminante.

Se crediamo che una delle sue colpe più gravi sia stato assecondare ed esaltare nel 1926 il processo involutivo anziché fermarlo o comunque denunciarlo e tentare di contrastarlo finché non era ancora consolidato, come proponeva Gramsci, non c'è dubbio che poi, come conseguenza di quella scelta iniziale, dovette caricarsi di ben altre responsabilità, collaborando a crimini atroci, nobilitandoli con la sua retorica.

1 Del clima di “disgelo" di quel periodo abbiamo una testimonianza indiretta attraverso i verbali del vivacissimo dibattito, anche apertamente politico, del Primo Congresso degli scrittori sovietici, tenutosi appunto nell'agosto 1934. Molti interventi ad esempio si pronunciarono contro il “culto del capo", e soprattutto denunciarono appassionatamente il pericolo della guerra e del revanscismo tedesco, che era stato invece sottovalutato da Stalin e Molotov (Stalin aveva perfino accennato a una possibile collaborazione con la Germania nazista ancora nel gennaio di quell'anno). Per una ricostruzione di quell'anno cruciale, cfr. Antonio Moscato, Intellettuali e potere in URSS (1917- 1956), Milella, Lecce, 1984.

2Ernesto Ragionieri, Introduzione a: Palmiro Togliatti, Opere, II (1926-1929), Editori Riuniti, Roma, 1972, p. XIII. A quanto pare per Togliatti Stalin non era più “uno sconosciuto", anche se la decisione di far ritirare la lettera di Gramsci fu dovuta soprattutto a Bucharin, che forse cominciava a pensare che Stalin fosse “Gengiz Khan" (come dirà a Kamenev due anni dopo), ma continuò ad assecondarlo fedelmente fino a quando fu bruscamente estromesso dal potere, ed anche dopo, come si è appreso dalla patetica lettera scritta al segretario generale dal carcere durante il processo e ritrovata quest'anno negli archivi sovietici.

3L'intera corrispondenza è stata riprodotta con un'introduzione di Franco Ferri su Rinascita-Il contemporaneo, 24 aprile 1970.

4P. Spriano, op. cit., II, p. 52.

5 Togliatti, Opere, cit, II, p. 68.

6Ibidem.

7Ragionieri, loc. cit, p. XIII.

8Si veda a questo proposito la ricostruzione dell'evoluzione della concezione del partito di Lenin in: Antonio Moscato, , Lenin, Rosa e il partito, in Marx centouno, n. 14, novembre 1993, ora nel sito.

9In realtà negli archivi del PCUS durante la perestrojka sono state trovate le prove che l'Opposizione aveva ottenuto in molte città un numero di voti largamente superiore ai 4.000 annunciati ufficialmente per l'intero paese, il che conferma la brutalità della burocrazia raccolta intorno a Stalin. Risulta comunque evidente che nel 1927 era ancora formalmente legittimo il diritto a sottoporre al voto documenti contrapposti a quelli della maggioranza.

10Togliatti, Opere, cit., p. 64.

11Ivi, p. 66. Togliatti è a quanto pare bene informato sui dibattiti interni all'Opposizione, giacché segnala compiaciuto che “non sono escluse le differenziazioni che porteranno qualcuno dei capi a modificare anche nella sostanza la propria linea (cioè a riaccostarsi alla maggioranza)". E' quel che accadrà con la capitolazione di Zinov'ev e Kamenev, e Togliatti imparerà bene la lezione, che riproporrà in Spagna nei confronti degli anarchici: recuperarne qualcuno e colpire gli intransigenti per disorientare gli altri.

12La vecchia classe operaia era stata distrutta e dispersa durante la guerra civile, in cui molti erano caduti, altri erano divenuti dirigenti staccati dalla fabbrica e la maggioranza era stata costretta a tornare al villaggio natale per sfamarsi.

13Nei decenni successivi la soluzione di continuità sarà ancora più netta, perché il ricambio generazionale sarà accelerato dall'ampiezza delle purghe che investiranno la stessa burocrazia. Nel 1935 la rottura col passato viene sancita da un gesto simbolico: lo scioglimento delle associazioni dei vecchi bolscevichi e degli ex deportati dell'epoca zarista (i cui membri spariranno in gran parte negli abissi del GULag). Eppure, nella sinistra italiana si stenta a capire che il partito del 1938 (per non parlare di quello del 1953, del 1956 o del 1985) non aveva più in comune con quello del 1917 quasi nessun uomo e nessun criterio di funzionamento, e ancor più che la sua trasformazione da organizzazione di quadri rivoluzionari coscienti e politicamente formati ad una specie di Chiesa con una gerarchia onnipotente e sottratta a ogni controllo e una base passiva da indottrinare, era stata iniziata e completata nel corso degli anni Venti.

14Cfr. Antonio Gramsci dopo la caduta di tutti i muri, suppl. a l'Unità del 15 gennaio 1991.

15L'affermazione è stata fatta peraltro per insinuare che fu a fin di bene che non furono portati avanti i tentativi per scambiarlo con qualche detenuto nelle carceri sovietiche. Ècomunque una delle poche cose accettabili in un brutto e superficialissimo articolo di recensione al libro di Luciano Canfora (su cui ritorneremo), di cui apprezza particolarmente i capitoli più inconsistenti e "giustificazionisti", ricalcati, come vedremo sulla Storia del PCI di Giorgio Amendola.

16I documenti sono stati pubblicati dal Corriere della sera il 12 e 13 agosto 1993, e commentati da Adriano Guerra su l'Unità del 14 agosto 1993.

17Osserviamo a questo proposito che Argentieri nel suo articolo sviluppa un'appassionata requisitoria contro lo stalinismo, elencando molti dirigenti espulsi, da Tasca fino a Cucchi e Magnani e all'esodo forzato di intellettuali e dirigenti nel 1956, ma dimenticando bizzarramente i nomi di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli. Dobbiamo pensare che Argentieri considera condannabili solo le espulsioni degli esponenti della “destra"?

18Cfr. il capitolo sul Patto Ribbentrop-Molotov in Antonio Moscato, Chiesa partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, 1988, ora sul sito.

19È il titolo della raccolta di documenti sul periodo 1938-1945 curata dallo stesso protagonista: Umberto Terracini, Al bando dal Partito. Carteggio clandestino dall'Isola e dall'esilio 1938-1945, La Pietra, Milano, 1976.