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cap. I Togliatti e Gramsci
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Cap.I. – Togliatti e Gramsci. La lettera del 1926
Si è scritto e parlato molto della famosa lettera scritta da Gramsci a nome del CC del PCd'I nell'ottobre 1926 al Comitato centrale del PCUS, e bloccata da Togliatti, allora rappresentante del partito italiano a Mosca, che non la inoltrò su sollecitazione di Bucharin. Per ridurne il significato parecchi commentatori hanno sottolineato che la lettera non implicava un'adesione di Gramsci al trotskismo, senza comprendere che proprio per questo la sua portata avrebbe potuto essere maggiore, se la lettera fosse arrivata ai destinatari e fosse stata fatta circolare tra gli altri partiti comunisti. Pur ribadendo l'accordo con la “linea generale" della maggioranza del PCUS, la lettera criticava infatti duramente i metodi di direzione che stavano imbavagliando l'opposizione, creando le premesse per la sua espulsione, che avverrà in effetti un anno dopo, e soffocando definitivamente ogni possibilità di dibattito nel partito e nel paese.
Bloccare la lettera nel 1926 non era un atto senza conseguenze. Di fatto la lettera - prima ed ultima iniziativa di critica al comportamento della direzione del PCUS fatta dalla direzione di un partito comunista piccolo ma prestigioso - fu ignorata per decenni, in primo luogo dai militanti del PCI, anche se fu pubblicata per la prima volta nel 1938 da Angelo Tasca e poi nel 1954 da “Bandiera rossa".
Ovviamente, a parte rare eccezioni, non era stata presa in considerazione anche dai pochi che avevano avuto l'occasione di leggerla, per le stesse ragioni per cui ad esempio la maggior parte dei comunisti che nel 1956 lessero su “L'Espresso" (allora assai diffuso nella sinistra) il “Rapporto segreto" di Chruscev al XX Congresso del PCUS lo respinsero come un'invenzione del nemico, dal momento che i dirigenti del partito ne negavano perfino l'esistenza e che le sue “rivelazioni" ponevano problemi inquietanti che si preferiva rimuovere.
La lettera avrebbe potuto soprattutto essere utile se, sollevando un “caso" e provocando quindi risposte e polemiche, fosse stata conosciuta da altre sezioni dell'IC. Nel 1926 in molti partiti comunisti, nonostante la “bolscevizzazione" avviata sotto la direzione di Zinov'ev e poi portata avanti da Bucharin e Stalin, c'era ancora un dibattito aperto e relativamente vivace, che sarà soffocato solo nei tre anni successivi, provocando un vero e proprio stillicidio di quadri allontanati amministrativamente o distrutti politicamente e moralmente.
Nel 1926 i dubbi sulla giustezza dell'operato di Stalin erano ancora possibili e legittimi, e il suo potere divenne assoluto solo a partire dal 1929, ma fu messo in discussione anche successivamente. Infatti, di fronte alle sue scelte risultate fallimentari (in particolare la disastrosa collettivizzazione forzata, che avrebbe dovuto migliorare l'approvvigionamento alimentare delle città e provocò invece una disastrosa carestia con milioni di morti), nel XVII Congresso del partito del 1934 molti quadri intermedi (che pure avevano inizialmente sostenuto Stalin contro le opposizioni), cominciarono a pensare di dover eseguire il testamento di Lenin, destituendo Stalin (che avrebbe dovuto essere sostituito da Kirov). Come segnale, in un gran numero di schede con la lista dei candidati al Comitato centrale il suo nome fu cancellato.
Nel 1926 dunque non si poteva ancora considerare definitivo il trionfo di Stalin. Certo, le critiche al suo operato venivano arginate demonizzando l'Opposizione di sinistra, attribuendo ad esempio a Trotskij progetti “bonapartisti"; ma proprio per questo fu grave mettere a tacere una voce indipendente come quella di Gramsci. Lo conferma anche Ernesto Ragionieri nell'Introduzione al vol. II delle Opere di Togliatti:
Quello che non è assolutamente accettabile per Stalin e per Bucharin, è d'altra parte l'affermazione che “l'attuale atteggiamento del blocco delle opposizioni e l'acutezza delle polemiche del PC dell'URSS esigano l'intervento dei partiti fratelli". In primo luogo perché, come osserverà scandalizzato Togliatti nella sua richiesta di ritirare la lettera, si mettono sullo stesso piano maggioranza e opposizione, ma anche perché si sta affermando la pratica inversa, cioè la proiezione delle decisioni del partito sovietico nel Comintern e nei “partiti fratelli", a cui si richiede non di dare suggerimenti, ma di studiare e difendere le scelte del PC dell'URSS.
Lo dice senza reticenze lo stesso Togliatti nella lettera che invia a Gramsci il 18 ottobre 1926, aggiungendo argomenti di merito a quelli di metodo contenuti nella lettera indirizzata lo stesso giorno all'Ufficio politico del PCd'I:
La lettera denunciava soprattutto i pericoli di scissione, mettendo ancora una volta formalmente sullo stesso piano maggioranza e opposizione. Ma non era una posizione di reale equidistanza, perché non c'era dubbio che era solo la maggioranza che voleva la scissione, anche se la attribuiva agli avversari. In realtà Zinov'ev e Kamenev, come si vedrà ben presto, pur di evitarla erano disposti perfino a una vera e propria capitolazione di fronte a Stalin (che non li risparmierà peraltro da nuovi attacchi e poi dalla condanna definitiva e dalla morte), e lo stesso Trotskij preferirà perdere gran parte dei suoi sostenitori internazionali piuttosto che accettare la logica conseguenza della scissione, ossia la costruzione di un nuovo partito.
Si risolverà a questo solo nel 1933, dopo il “4 agosto di Stalin", cioè la vergognosa capitolazione della KPD di fronte ad Hitler, avallata dall'intera IC, che continuerà per oltre un anno dopo l'istituzione della dittatura nazista a parlare assurdamente di prossima vittoria della rivoluzione tedesca. Sarà troppo tardi, e gli sforzi per ricostruire un partito comunista in URSS si scontreranno con la tremenda efficacia della repressione staliniana, quelli per costruire una nuova internazionale con la mutata situazione mondiale, che ridurrà ai minimi termini le forze disposte ancora a raccogliere gli appelli dell'Opposizione di sinistra.
Nell'ottobre di quello stesso 1926 all'Opposizione era stato impedito di difendere le proprie tesi in gran parte delle città non con una decisione formale, ma rendendo impossibile ai suoi esponenti di prendere la parola nelle assemblee preparatorie della XV Conferenza del partito con aggressioni fisiche da parte di squadracce di teppisti spoliticizzati.
L'appello dell'ottobre 1926 non era dunque inutile, ed era una presa di posizione metodologica che la frazione staliniana considerava inaccettabile, soprattutto quando Gramsci ribadiva che l'unità e la disciplina del partito erano un bene prezioso, ma che “non possono essere meccaniche e coatte".
D'altra parte, se la lettera tendeva ad attribuire formalmente responsabilità ad entrambi le parti in causa, conteneva anche alcuni passi che apparivano inequivocabilmente rivolti alla maggioranza:
Compagni, voi siete stati in questi nove anni di storia mondiale, l'elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin...
Grazie anche all'intercettazione della famosa lettera, il compito di Stalin è diventato più agevole. Alla fine di quei due anni l'Opposizione di sinistra resterà per sempre silenziosa, o potrà solo gridare la propria protesta nelle carceri e nei campi di detenzione. Le altre opposizioni, quella della destra buchariniana e ancor più quella del 1934 degli staliniani in crisi raccolti intorno a Kirov, non potranno neppure tentare di far conoscere il loro pensiero, perché negli anni precedenti avevano contribuito a soffocare ogni dissenso, criminalizzando come “frazionismo" ogni tentativo di apertura di un dibattito all'interno del partito.
Anche la “base" del partito alla cui “vivace reazione" contro l'opposizione faceva riferimento compiaciuto Togliatti nella lettera all'UP, era cambiata profondamente negli ultimi due anni.Ancora alla morte di Lenin, infatti, nonostante il delinearsi di una grave involuzione che aveva suscitato l'angoscia che traspare dai suoi ultimi scritti, il Partito comunista manteneva, sia pur spesso deformate e trasformate in ideologia, le concezioni che lo avevano ispirato al momento della rivoluzione.
La composizione del partito aveva già subito, prima di quell'immissione, una notevole trasformazione. Quando Stalin era diventato “segretario generale" (senza che nessuno sospettasse che quella nuova definizione si riferisse a una importante funzione politica e non solo a un coordinamento di mansioni eminentemente tecniche) il numero degli iscritti era arrivato a 732.000 (dai 24.000 del 1917), ma un anno e mezzo dopo, alla vigilia della morte di Lenin, erano già stati ridotti a 386.000. Si trattava solo dell'applicazione della “ripulitura" ("epurazione", si era detto, usando un termine che presto assumerà ben altro significato...) raccomandata da Lenin per eliminare gli elementi poco attivi, o “immorali", o erano stati allontanati anche militanti critici? E quanti erano realmente i militanti a cui non era stata rinnovata la tessera, dato che risulta che nel frattempo si erano aggiunti molti altri nuovi iscritti?
Fatto sta che i 386.000 registrati alla fine del 1923 furono sommersi da un ondata di neofiti: la “leva Lenin" riportò il numero degli iscritti a 736.000. In aperta violazione dello Statuto del partito si accettarono iscrizioni collettive (ad esempio di un intero reparto di una fabbrica), facendo ovviamente cadere il criterio della presentazione di ogni nuovo candidato da parte di due militanti già sperimentati.
È proprio a partire da questa massiccia immissione simultanea di elementi inesperti che viene introdotto un criterio assolutamente inedito di indottrinamento sul “leninismo"; ovviamente le lezioni sulla nuova scienza (inconcepibile finché Lenin era vivo) devono servire ad “aiutare" i nuovi membri a “comprendere il pericolo del trotskismo".
Ma il ricambio anche fisico del corpo del partito non era finito. Mentre tra il 1924 e il 1927 vengono ammesse altre 800.000 persone nel partito, il totale dei tesserati nel 1927 risulta di soli 775.000. Anche tenendo conto dei morti o dei dimissionari per scelte personali (che diventano sempre meno, giacché essere iscritto è sempre più necessario per qualsiasi impiego importante) il numero degli espulsi nelle “epurazioni" si avvicina ai 700.000. Quanto basta per effettuare un vero e proprio lavaggio del partito!
Con questi “militanti", in larghissima maggioranza privi di esperienze politiche, non era stato difficile ridurre ai minimi termini l'opposizione, e soprattutto introdurre metodi di direzione impensabili in passato. Nel 1925 tutti i segretari delle organizzazioni locali di partito sono ormai nominati dall'alto e non più elettivi. Nel 1927 la maggior parte di essi risulta entrata nel partito dopo la morte di Lenin, o almeno dopo la conclusione delle alterne vicende della guerra civile.
Gramsci la pensava diversamente. Nella sua risposta personale, che forse non a caso Togliatti non trovava e non ricordava nel 1964, quando pubblicò su Rinascita il resto del carteggio (che d'altra parte stava per essere pubblicato da Giansiro Ferrata nell'antologia Duemila pagine di Gramsci), aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio: “questo tuo modo di ragionare [...] mi ha fatto un impressione penosissima", scrive; infatti “tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo". La frase più dura, tuttavia, che lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici, investe alla radice la mentalità di Togliatti: “Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi ed irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità".
Poco dopo Gramsci sarebbe stato arrestato e messo a tacere per sempre come dirigente politico: i Quaderni dal carcere a cui affiderà le sue riflessioni sono infatti preziosissimi come strumento metodologico e come guida allo studio della società italiana; ma essendo condizionati della necessità di eludere la censura carceraria, sono ovviamente reticenti negli accenni più propriamente politici, a cui si sono rifatti invece tutti coloro che volevano trasformare il leader comunista (di cui non a caso si guardano bene dal riprendere le bellissime pagine con cui “traduceva in italiano le lezioni dell'Ottobre" su l'Ordine nuovo) in un ispiratore e anticipatore del loro opportunismo.
È difficile dire se quella lettera, l'ultimo testo scritto da libero, preannunciava già una rottura definitiva. Due esponenti del PCI (e poi del PDS) hanno affrontato nel 1991 la questione in un fascicolo speciale dedicato a Gramsci da l'Unità. Giuseppe Vacca, che negli anni Settanta aveva scritto un libro sbrodolato ed apologetico su Togliatti che oggi risulta letteralmente illeggibile, in un lungo e interessante articolo, 1926, la rottura col partito, utilizza largamente il libro di Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero, basato sul carteggio tra Gramsci e Tania Schucht, nonché l'ultimo lavoro di Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, per arrivare tuttavia alla singolare conclusione che il conflitto fu più col partito che con Togliatti. L'affermazione si basa su alcune argomentazioni assai discutibili: in primo luogo si sostiene che la sconfessione della lettera del 1926 fu fatta dall'UP del PCd'I e non personalmente da Togliatti, il che è vero solo formalmente, dato che è ben noto che Togliatti intervenne pesantemente per ottenere quella decisione. Inoltre si sostiene che, se fu interrotta ogni comunicazione tra il prigioniero e il partito, rimase un canale indiretto ma continuo tra i due negli anni successivi, attraverso i contatti di Tania con Sraffa, che ne informava Togliatti.
Dante Corneli, condannato a vent'anni di carcere da un tribunale fascista per aver ucciso uno squadrista in uno scontro, si era rifugiato in URSS, dove aveva continuato a fare l'operaio, ma aveva avuto il torto di votare una volta per l'Opposizione di sinistra, e per questo era stato arrestato ed aveva scontato ventisei anni tra carcere, campo di lavoro e confino. Rimpatriato per l'intervento di Terracini negli anni Sessanta, aveva compilato i primi elenchi di vittime italiane dello stalinismo, dapprima in base alla memoria e a testimonianze, poi a un'appassionata ricerca negli archivi italiani (partendo dalle informazioni delle autorità consolari e delle spie fasciste che seguivano con compiacimento la distruzione dei comunisti rifugiati a Mosca), ricavandone tra il 1979 e il 1982 alcuni libricini stampati a sue spese, che chiamava “il mio samizdat".
Ma lasciamo da parte le ipotesi su quel che poteva accadere a Gramsci una volta arrivato nell'URSS del grande terrore, e quelle sulle cause del salvataggio mancato, su cui sono intervenuti Cardia, Canfora, e soprattutto Aldo Natoli, fornendo elementi interessanti ma senza arrivare a una conclusione definitiva. Rimane comunque il problema della “rottura" di Gramsci col partito, di cui va chiarita la reale portata, senza forzature ma senza neppure farsi condizionare dagli stati d'animo di quei settori di militanti comunisti che reagiscono con irritazione e fastidio a ogni affermazione che contrasta con i consolidati miti del “partito di Gramsci e Togliatti", ecc.
Non c'è dubbio d'altra parte che una vera e propria “espulsione" di Gramsci dal partito non vi fu mai. Ma chi sottolinea questo aspetto, formalmente ineccepibile, sorvola sulla realtà del penosissimo isolamento a cui Gramsci era sottoposto dai suoi compagni in carcere, che non gli risparmiavano neppure stupide vessazioni, a cui si aggiungevano quelle squallidissime dei detenuti anarchici che gli tiravano persino pietre, considerandolo un privilegiato solo perché otteneva periodicamente e con molti ritardi ed ostacoli una parte dei libri che richiedeva e di cui era avidissimo, ed aveva avuto la possibilità di stare in cella da solo per leggere e scrivere (e non essere molestato dai “bigotti" che lo consideravano un “rinnegato").
Per capire meglio il vero significato della mancata espulsione, può essere utile tener presente il caso di Umberto Terracini. Il suo conflitto col partito si era sviluppato negli anni della “svolta", che aveva esplicitamente condannato, assumendo senza saperlo la stessa posizione che avevano Gramsci in un altro carcere e i “tre" membri dell'UP espulsi in Francia per la stessa ragione e con notevole disinvoltura statutaria (nell'UP i voti erano tre contro tre, ma per l'occasione fu attribuito voto deliberante a Pietro Secchia, che lo aveva invece solo consultivo in quanto rappresentante dell'organizzazione giovanile). Tuttavia finché stava in carcere e poi al confino non furono presi provvedimenti formali nei suoi confronti.
Quanto a Gramsci, bisogna tener presente che per anni, soprattutto tra il 1931 e 1933, la campagna all'estero per la sua liberazione fu messa in sordina, e fu ripresa solo quando le sue condizioni rendevano evidente che non avrebbe mai potuto riprendere un ruolo politico attivo. Dopo la morte iniziò la sua esaltazione, anche se ricostruendone arbitrariamente le posizioni politiche reali, e attribuendogli cinicamente frasi che egli non aveva mai pronunciato, come fece proprio Togliatti con la famosa definizione: Trotskij è la "puttana del fascismo", inserita nel saggio Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana, che parlava anche di una “influenza profonda esercitata su di lui dalle opere di Stalin", di una sua collocazione “sotto la bandiera invincibile di Marx-Engels-Lenin-Stalin". Il saggio fu più volte ripubblicato, e le calunnie riprese anche in epoca successiva (ad esempio in un saggio del 1958).
Dopo aver contribuito a farlo tacere per anni, isolandolo e facendolo quasi dimenticare al partito, ora si faceva parlare il morto, facendogli accusare Bordiga perfino della “bestiale teoria secondo la quale ogni lavoro di educazione ideologica e politica dei membri del partito doveva essere considerato come cosa inutile". Chi conosce un po' Bordiga sa quanto questa accusa sia inverosimile, ma Togliatti aggiungeva ancora che secondo Bordiga “in un partito comunista la sola cosa che conta è ubbidire agli ordini che vengono dall'alto"! L'adattamento di Togliatti alla prassi della “neolingua" staliniana e della calunnia eretta a sistema era giunto al momento culminante.
Se crediamo che una delle sue colpe più gravi sia stato assecondare ed esaltare nel 1926 il processo involutivo anziché fermarlo o comunque denunciarlo e tentare di contrastarlo finché non era ancora consolidato, come proponeva Gramsci, non c'è dubbio che poi, come conseguenza di quella scelta iniziale, dovette caricarsi di ben altre responsabilità, collaborando a crimini atroci, nobilitandoli con la sua retorica.
1 Del clima di “disgelo" di quel periodo abbiamo una testimonianza indiretta attraverso i verbali del vivacissimo dibattito, anche apertamente politico, del Primo Congresso degli scrittori sovietici, tenutosi appunto nell'agosto 1934. Molti interventi ad esempio si pronunciarono contro il “culto del capo", e soprattutto denunciarono appassionatamente il pericolo della guerra e del revanscismo tedesco, che era stato invece sottovalutato da Stalin e Molotov (Stalin aveva perfino accennato a una possibile collaborazione con la Germania nazista ancora nel gennaio di quell'anno). Per una ricostruzione di quell'anno cruciale, cfr. Antonio Moscato, Intellettuali e potere in URSS (1917- 1956), Milella, Lecce, 1984.
2Ernesto Ragionieri, Introduzione a: Palmiro Togliatti, Opere, II (1926-1929), Editori Riuniti, Roma, 1972, p. XIII. A quanto pare per Togliatti Stalin non era più “uno sconosciuto", anche se la decisione di far ritirare la lettera di Gramsci fu dovuta soprattutto a Bucharin, che forse cominciava a pensare che Stalin fosse “Gengiz Khan" (come dirà a Kamenev due anni dopo), ma continuò ad assecondarlo fedelmente fino a quando fu bruscamente estromesso dal potere, ed anche dopo, come si è appreso dalla patetica lettera scritta al segretario generale dal carcere durante il processo e ritrovata quest'anno negli archivi sovietici.
3L'intera corrispondenza è stata riprodotta con un'introduzione di Franco Ferri su Rinascita-Il contemporaneo, 24 aprile 1970.
4P. Spriano, op. cit., II, p. 52.
5 Togliatti, Opere, cit, II, p. 68.
6Ibidem.
7Ragionieri, loc. cit, p. XIII.
8Si veda a questo proposito la ricostruzione dell'evoluzione della concezione del partito di Lenin in: Antonio Moscato, , Lenin, Rosa e il partito, in Marx centouno, n. 14, novembre 1993, ora nel sito.
9In realtà negli archivi del PCUS durante la perestrojka sono state trovate le prove che l'Opposizione aveva ottenuto in molte città un numero di voti largamente superiore ai 4.000 annunciati ufficialmente per l'intero paese, il che conferma la brutalità della burocrazia raccolta intorno a Stalin. Risulta comunque evidente che nel 1927 era ancora formalmente legittimo il diritto a sottoporre al voto documenti contrapposti a quelli della maggioranza.
10Togliatti, Opere, cit., p. 64.
11Ivi, p. 66. Togliatti è a quanto pare bene informato sui dibattiti interni all'Opposizione, giacché segnala compiaciuto che “non sono escluse le differenziazioni che porteranno qualcuno dei capi a modificare anche nella sostanza la propria linea (cioè a riaccostarsi alla maggioranza)". E' quel che accadrà con la capitolazione di Zinov'ev e Kamenev, e Togliatti imparerà bene la lezione, che riproporrà in Spagna nei confronti degli anarchici: recuperarne qualcuno e colpire gli intransigenti per disorientare gli altri.
12La vecchia classe operaia era stata distrutta e dispersa durante la guerra civile, in cui molti erano caduti, altri erano divenuti dirigenti staccati dalla fabbrica e la maggioranza era stata costretta a tornare al villaggio natale per sfamarsi.
13Nei decenni successivi la soluzione di continuità sarà ancora più netta, perché il ricambio generazionale sarà accelerato dall'ampiezza delle purghe che investiranno la stessa burocrazia. Nel 1935 la rottura col passato viene sancita da un gesto simbolico: lo scioglimento delle associazioni dei vecchi bolscevichi e degli ex deportati dell'epoca zarista (i cui membri spariranno in gran parte negli abissi del GULag). Eppure, nella sinistra italiana si stenta a capire che il partito del 1938 (per non parlare di quello del 1953, del 1956 o del 1985) non aveva più in comune con quello del 1917 quasi nessun uomo e nessun criterio di funzionamento, e ancor più che la sua trasformazione da organizzazione di quadri rivoluzionari coscienti e politicamente formati ad una specie di Chiesa con una gerarchia onnipotente e sottratta a ogni controllo e una base passiva da indottrinare, era stata iniziata e completata nel corso degli anni Venti.
14Cfr. Antonio Gramsci dopo la caduta di tutti i muri, suppl. a l'Unità del 15 gennaio 1991.
15L'affermazione è stata fatta peraltro per insinuare che fu a fin di bene che non furono portati avanti i tentativi per scambiarlo con qualche detenuto nelle carceri sovietiche. Ècomunque una delle poche cose accettabili in un brutto e superficialissimo articolo di recensione al libro di Luciano Canfora (su cui ritorneremo), di cui apprezza particolarmente i capitoli più inconsistenti e "giustificazionisti", ricalcati, come vedremo sulla Storia del PCI di Giorgio Amendola.
16I documenti sono stati pubblicati dal Corriere della sera il 12 e 13 agosto 1993, e commentati da Adriano Guerra su l'Unità del 14 agosto 1993.
17Osserviamo a questo proposito che Argentieri nel suo articolo sviluppa un'appassionata requisitoria contro lo stalinismo, elencando molti dirigenti espulsi, da Tasca fino a Cucchi e Magnani e all'esodo forzato di intellettuali e dirigenti nel 1956, ma dimenticando bizzarramente i nomi di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli. Dobbiamo pensare che Argentieri considera condannabili solo le espulsioni degli esponenti della “destra"?
18Cfr. il capitolo sul Patto Ribbentrop-Molotov in Antonio Moscato, Chiesa partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, 1988, ora sul sito.
19È il titolo della raccolta di documenti sul periodo 1938-1945 curata dallo stesso protagonista: Umberto Terracini, Al bando dal Partito. Carteggio clandestino dall'Isola e dall'esilio 1938-1945, La Pietra, Milano, 1976.