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cap II Togliatti, Bucharin e Stalin

Togliatti · pubblicato il 11 settembre 2009 · 63 min di lettura


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Cap. II. Togliatti e Bucharin

Il ruolo di Bucharin

 

Abbiamo visto che le scelte di Togliatti durante il suo apprendistato a Mosca erano state ispirate da Bucharin, a cui era molto vicino politicamente e di cui probabilmente ammirava anche la ricchezza culturale.

Bucharin aveva trascorso - come Lenin e Trotskij - gli anni della sua formazione in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Aveva una buona padronanza di francese e tedesco, leggeva l’inglese con facilità, aveva interessi molteplici, che spaziavano dalla letteratura alle scienze naturali, che erano forse la sua vera passione.

Per giunta negli anni durissimi della guerra civile, in cui Lenin e Trotskij dovettero assumersi la responsabilità di decisioni che implicavano un uso spietato del terrore per difendere la rivoluzione in pericolo, di Bucharin non si conosce nessuna azione criticabile, né ebbe alcun incarico amministrativo. Era in quel periodo un brillante oratore, non meno stimato come pensatore e teorico, ma non un uomo d’azione, scrisse Carr: «A differenza degli altri dirigenti bolscevichi il suo curriculum non aveva macchie nere, semplicemente perché era in bianco». Come teorico, peraltro, Bucharin era stato più volte contestato, anche e soprattutto da Lenin, che ne aveva sottolineato l’incomprensione della dialettica.

Inoltre, proprio in quegli anni drammatici della guerra civile, era stato il sostenitore più deciso del “comunismo di guerra”. Naturalmente non ne era responsabile, giacché sostituire con requisizioni e baratti un mercato inesistente e una moneta screditatissima è una necessità in qualsiasi paese rovinato da una guerra che distrugge comunicazioni e scambi. Tuttavia di quella necessità fece più di ogni altro virtù, illudendosi che l’abolizione della moneta preludesse al comunismo, o che il servizio obbligatorio del lavoro fosse una forma di autoorganizzazione della classe operaia.

 

Scheda

Il comunismo di guerra

Per una ricostruzione del periodo del comunismo di guerra, oltre all’opera fondamentale di Carr, può essere utile l’interessante volume di Angiolo Forzoni, Rublo. Storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin, Valerio Levi, Roma, 1991. L’autore, tutt’altro che favorevole alla rivoluzione russa, utilizza tuttavia un gran numero di fonti di vario genere e soprattutto la sua competenza di dirigente di un importante istituto di credito. Dai capitoli dedicati alla guerra civile e al caos economico e finanziario che la accompagnò (Ivi, pp. 297- 397), risulta tra l’altro che, nonostante le proclamazioni sulla fine della moneta, fino al febbraio 1919 erano continuate le emissioni dei rubli zaristi e di quelli della Duma e di Kerenskij, mentre anche molti soviet locali stampavano moneta. Al 1° gennaio 1920 la circolazione aveva raggiunto 225 miliardi di rubli, di cui il 54,7% sovietici. Il 1° dicembre i soli rubli sovietici ammontavano a 995,6 miliardi (ma si continuavano a stampare quantitativi limitati dei vecchi, per scambiarli sui mercati esteri o ai margini delle zone controllate dal governo sovietico). (Ivi, pp. 368-370 e 374).

Neppure sul piano più strettamente politico Bucharin brillò per lungimiranza: fu, ad esempio, fino all’ultimo l’avversario più accanito della pace di Brest Litovsk, inseguendo il sogno di poter ripetere l’impresa dei giacobini nella Rivoluzione francese contrastando l’invasione tedesca con una guerra rivoluzionaria. Ovviamente, anche in quel caso, gli sfuggiva la ragione più profonda della scelta di Lenin: salvare la rivoluzione con qualsiasi arretramento territoriale, su qualunque parte del territorio russo, era necessario, ma era un sacrificio temporaneo, perché la rivoluzione tedesca scavava il terreno sotto i piedi degli apparenti trionfatori.1

Anche nel periodo in cui ebbe la principale responsabilità del Komintern, dopo l’allontanamento di Zinov’ev, Bucharin non diede prova di grande lungimiranza politica. Comincia in quegli anni la prassi di proiettare meccanicamente sul Komintern il dibattito sovietico, imponendo a parecchi partiti comunisti scelte che si riveleranno presto gravi errori. In alcuni casi la responsabilità era probabilmente solo indiretta: ad esempio, nel 1926 il partito polacco (che era stato epurato tempestivamente dai dirigenti più legati a Zinov’ev) decise di applicare una tattica “unitaria” appoggiando il colpo di Stato di Pilsudski, senza ovviamente ottenere alcuna gratitudine. Non era un gesto privo di una certa coerenza con l’ossessiva ricerca di alleanze da parte dell’IC, che era giunta al punto di nominare Ciang Kai-shek membro onorario del Comitato esecutivo del Comintern. Tuttavia, Pilsudski era il capo militare che aveva sconfitto l’Armata rossa nella battaglia della Vistola ed era violentemente antisovietico, per cui il gesto fu sconfessato dall’Internazionale, senza che questa ammettesse la propria responsabilità. Inequivocabile invece la responsabilità di Bucharin nella scelta di subordinare all’alleanza con la direzione opportunista delle Trade Unions l’appoggio allo sciopero dei minatori inglesi, che stava assumendo un carattere rivoluzionario.

Ancor più grave e gravida di conseguenze tragiche la linea imposta al giovane Partito comunista cinese, che stava aumentando a vista d’occhio la sua influenza e il suo radicamento, e che fu costretto a sciogliersi nel Kuo Mintang, cioè nel partito della borghesia. L’appoggio tattico a quel partito era stato condiviso inizialmente da tutti i dirigenti bolscevichi, nel quadro della tattica dei comunisti nei confronti della rivoluzione coloniale; ma naturalmente era ben altra cosa dalla fusione e dalla rinuncia ad una propria esistenza indipendente. Ancor più grave l’apologia del Kuo Mintang, presentato come partito contadino (dato che ovviamente, in un paese come la Cina, la base di massa di un partito borghese non poteva non essere largamente contadina), ma tacendo sul suo programma e sorvolando su alcuni episodi altamente indicativi, come il colpo di Stato di Canton, dove Ciang Kai-shek, nel febbraio 1926, aveva disarmato i comitati di sciopero e arrestato i dirigenti comunisti locali.

Quella scelta, duramente contestata da Trotskij, si tradusse nella catastrofe del marzo 1927, quando Ciang Kai-shek ripeté a Shangai l’impresa di Canton, massacrando decine di migliaia di operai e di comunisti, che gli avevano aperto fiduciosi le porte della città. La direzione dell’IC non volle ammettere le sue responsabilità, che

scaricò sul Partito comunista cinese, di cui sostituì la direzione. L’episodio inasprì anche i rapporti nel partito russo: Trotskij denunciò aspramente l’errore e soprattutto il rifiuto di trarne le dovute conseguenze, mentre Stalin approfittò dell’episodio per imbavagliare l’opposizione, impedendo di far conoscere il documento in cui si tracciava un bilancio di quella politica.2
I giudizi di Carr su Bucharin erano molto severi già nella monumentale Storia della Russia sovietica, e sono stati respinti con fastidio dagli esaltatori di Bucharin (ad esempio Procacci, nel novembre 1979, su Rinascita). Tuttavia, dopo l’uscita della biografia curata da Stephen Cohen, Carr è ritornato sull’argomento in un’ampia recensione piena di simpatia e di rispetto per il lavoro filologico del giovane studioso nordamericano, ma in polemica ancor più forte con il mito di Bucharin che egli alimentava.3 Egli scrive che Cohen, anche se è cosciente della tentazione che i biografi hanno di aumentare l’importanza del loro oggetto di studio, finisce ugualmente per ingigantirlo. Pur senza presentarlo senza macchia, scrive Carr, Cohen finisce per trasformare il “suo Bucharin” in una specie di eroe di una tragedia di Shakespeare, che «contribuisce a preparare il disastro in cui perirà».4
Carr è stupito dalla comparazione di Bucharin con Trotskij abbozzata dall’autore del libro e sviluppata dai suoi elogiatori, in particolare dall’affermazione che Bucharin avrebbe rappresentato più di Trotskij la vera alternativa a Stalin. «È difficile immaginare una pretesa più campata in aria», dice e, pur sottolineando che la battaglia di Trotskij fu indebolita da problemi di temperamento ma anche da gravi errori di giudizio, conclude che «la comparazione risulta nefasta per la memoria di Bucharin, anche se passando in rassegna l’opera di Cohen è impossibile evitarla».5

Durante i tre o quattro anni cruciali in cui Stalin stava costruendo la sua posizione inespugnabile nel partito e nello Stato e stava schiacciando l’opposizione, Bucharin fu il suo uomo di fiducia incondizionato. Il più pietoso di quel che si può dire di Bucharin è che era “cera morbida” [l’espressione era stata usata d a Lenin proprio nei confronti di Bucharin. NDR] nelle mani di Stalin.

Durante i primi mesi del 1928, una volta sconfitto Trotskij, Stalin sapeva di aver vinto e di non aver più bisogno dell’appoggio di Bucharin, che a sua volta si sentiva sempre più a disagio dinanzi all’evoluzione drastica e brutale della politica staliniana. Ma chi spezzò la prima lancia? Tutto quel che si può dire è che Stalin prese l’iniziativa e segnò i punti decisivi. In ambito pubblico Bucharin non scrisse né pronunciò una sola parola di attacco a Stalin, anche se faceva allusioni con frasi ellittiche in riunioni segrete o conversazioni private. Tra le virtù di Bucharin non era inclusa la combattività.6

Va detto che, se Bucharin e i suoi collaboratori non dissero né scrissero nulla di esplicito contro Stalin, non era per mancanza di volontà,ma perché si erano messi essi stessi in una condizione che escludeva ogni battaglia aperta, condannando l’Opposizione di sinistra non solo nel merito (il che era comunque errato, visti i risultati della politica della maggioranza, che aveva ignorato a tempo le tensioni che si stavano creando con le gravi sperequazioni sociali nelle campagne) ma anche nel metodo, criminalizzando la presentazione di piattaforme contrapposte come inammissibile “frazionismo”.

Non si trattava solo di eccessi polemici verbali: Bucharin in persona a più riprese aveva esaltato le misure repressive nei confronti degli oppositori, fino a poco prima di subire la stessa sorte. Ad esempio, nella celebrazione del quarto anniversario della morte di Lenin, aveva parlato di «microbi che hanno cominciato un’aggressione contro il nostro partito», concludendo tra «l’ilarità generale e formidabili applausi», che questi «microbi» non facevano più paura e non minacciavano più l’organismo sovietico, «perché sono stati trasportati in una zona più a nord».

Bucharin non fu mai «trasportato al nord», osserva Carr, probabilmente perché «Stalin non lo considerò mai un rivale serio»: continuò tra l’altro a utilizzarlo per anni dopo la sua caduta in mansioni più modeste, ma non insignificanti, come la stesura della Costituzione del 1936, e non lo espulse dal partito che nel 1937. «La decisione di trascinarlo nel bagno di sangue dell’ultima grande purga non fu dovuta tanto a un’infedeltà di Bucharin (anche se gli sarà rinfacciato il colloquio con Kamenev del 1928), ma a un desiderio di vendetta» contro quello che era rimasto sempre il «beniamino del partito».7
Anche nel Rapporto al IX Plenum del Comitato esecutivo del Komintern del 9 febbraio dello stesso anno Bucharin aveva ripetuto pesanti e gratuite calunnie nei confronti dell’Opposizione di sinistra, attribuendole un organico legame con la socialdemocrazia, in particolare con quella di sinistra, «che è il nemico principale”, e soprattutto accusandola grottescamente di essere il prodotto di resistenze di «impiegati in sovrannumero minacciati di licenziamento nel quadro della lotta alla burocrazia”. Nello stesso Rapporto Bucharin difendeva anche la deportazione di Trotskij ad Alma Ata, cercando al tempo stesso di far credere che originariamente gli era stato proposto un lavoro politico ad Astrakhan, e che solo il rifiuto di Trotskij e le speculazioni degli oppositori avevano costretto ad accelerare i tempi e a modificare la destinazione.8

Ai fini della comprensione della personalità di Togliatti, l’epilogo della carriera politica di Bucharin potrebbe non apparire importante, dato che egli abbandonò rapidamente il dirigente che stava cadendo

in disgrazia e che, anche negli ultimi anni della sua vita, non manifestò mai particolare simpatia verso quello che era stato il suo maestro e la sua guida al momento della sua prima esperienza nel Komintern. Rossana Rossanda ha raccontato a Giorgio Bocca che un giorno le capitò di parlare di Bucharin e del dissidio con Stalin con Togliatti, che disse: «Quel Bucharin era matto. Pensa che un giorno mi incontra e dice: E’arrivato il momento di far fuori Stalin». «Mi pare che avesse ragione, perché dici che era matto? », obiettò lei, e Togliatti secco: «Era matto a dirlo».9

Tuttavia, seguire il penoso declino e la tragica caduta di Bucharin è importante sia perché proprio contemporaneamente avvennero l’ascesa e il consolidamento di Togliatti alla testa dell’IC, sia per contribuire a sfatare la leggenda (contro cui polemizzava già Carr) del Bucharin lucido e tenace antagonista di Stalin e unica vera alternativa ad esso.

2. Declino e caduta di Bucharin: 1928-1929

 

Alla vigilia del VI Congresso dell’Internazionale Comunista, nel luglio 1928, Nikolaj I. Bucharin appariva la figura di maggiore rilievo nella direzione sovietica e nel Komintern. Gli stessi oppositori, a partire da Trotskij, continuavano a considerare Stalin (di cui non era cominciato il culto e che appariva raramente in primo piano) come una figura secondaria, poco più di un bieco esecutore di una politica la cui paternità era attribuita integralmente a Bucharin e ai suoi stretti collaboratori: Rykov e Tomskij (rispettivamente, presidente del Consiglio dei Commissari del popolo e presidente dei Sindacati).

In quel congresso, Bucharin fu l’unico membro della direzione sovietica ad apparire sulla scena: presidente del Congresso, relatore sul bilancio di attività del Comitato esecutivo, relatore sul progetto di programma dell’Internazionale, il suo peso sembrava immutato o quasi accresciuto.

Ma si trattava di mera apparenza. Dietro le quinte del congresso ufficiale (che Togliatti definì allora in una conversazione un’«ottusa e triste parata di fedeltà», nella quale «non si può dire la verità sui più importanti ed essenziali problemi del momento»),10 si sviluppava, nei corridoi, un altro congresso, in cui la figura di Bucharin cominciava ad essere colpita da insinuazioni pesanti. D’altra parte, lo stesso Bucharin si sentiva prigioniero del suo ruolo, dell’unanimità imposta dalla disciplina del Politbjuro: varie testimonianze ci sono giunte dei suoi sfoghi di quei giorni.Uno dei testimoni è il suo più stretto collaboratore nel Komintern, Jules Humbert-Droz, che ricorda nelle sue memorie un colloquio a tu per tu in cui Bucharin, durante una pausa del Congresso, gli espose una sua ricostruzione dello scontro in atto nella direzione del PC dell’Urss e gli «confermò l’autenticità del Testamento di Lenin, che i servizi di propaganda di Stalin avevano dichiarato falso”.11
Oltre a varie considerazioni sulla brutalità e il cinismo manifestati da Stalin in varie occasioni, Bucharin espose allora le sue preoccupazioni sulla socializzazione accelerata dell’agricoltura e sull’ostilità di Stalin per l’Internazionale, ritenuta ancora «troppo poco docile”. In quel colloquio i due dirigenti del Komintern concordarono anche di mettere al corrente Togliatti, che fino a quel momento era stato vicinissimo alle loro posizioni. Ma, su questo colloquio, non abbiamo avuto alcuna informazione diretta. Secondo Humbert-Droz, «anche Togliatti ebbe una lunga conversazione con Bucharin [...] ma, sentendo arrivare l’uragano, Togliatti lasciò a Mosca il suo principale avversario, Tasca, come rappresentante del Partito comunista d’Italia presso l’Esecutivo, e ripartì per Parigi».12

Ma la più organica testimonianza sulle inquietudini di Bucharin, in un momento in cui, pure, è formalmente capo della delegazione del Pcus al Komintern e il più popolare e amato dei dirigenti bolscevichi, è fornita dal resoconto stenografico redatto da Kamenev per informare Zinov’ev sul suo incontro con Bucharin, avvenuto l’11 luglio 1928, il giorno prima della chiusura della sessione del CC che aveva visto trasparire per la prima volta, dietro l’unanimità formale delle risoluzioni conclusive, le polemiche tra “destra” buchariniana e “centro” staliniano, sia pure per interposta persona (Rykov aveva criticato Kaganovic, lo zelante quanto limitato seguace di Stalin, che sarebbe stato appena pochi mesi dopo imposto a fianco di Tomskij nella direzione dei sindacati, mentre Molotov attaccò Valentin Astrov, uno dei più validi collaboratori di Bucharin nella redazione della Pravda e della rivista teorica Bol’sevik).

Il resoconto stenografico del colloquio, nonostante le richieste di segretezza da parte di Bucharin, non raggiunse il solo Zinov’ev, ma circolò largamente nel partito, raggiungendo pochi giorni dopo la stessa opposizione trotskista (che esitò sei mesi prima di farlo circolare, decidendosi a questo passo solo nel gennaio 1929).13

Per capire il contrasto che si veniva delineando all’interno del Politbjuro non abbiamo fonte più diretta di questa testimonianza, che può essere considerata fedele, tenendo conto che lo stesso Bucharin, quando fu posto sotto accusa per questo colloquio, non ne smentì la sostanza, ma singole affermazioni e soprattutto il carattere unilaterale (Kamenev riportava di se stesso solo generiche domande, evitando di ammettere per iscritto qualsiasi cenno di assenso alle affermazione dell’interlocutore). L’assenza di altri scritti più espliciti, di una piattaforma politica buchariniana, o almeno di un resoconto ufficiale di un suo discorso di aperto dissenso dalla politica della maggioranza staliniana, è già un dato estremamente significativo sull’ampiezza delle trasformazioni già avvenute nel funzionamento interno e nel costume del Partito comunista sovietico: al momento della rottura di Trotskij e poi dell’Opposizione unificata di Trotskij, Zinov’ev e Kamenev, questi avevano potuto ancora presentare le loro posizioni al partito, sia pure in un clima di violente intimidazioni, calunnie, e senza una reale pariteticità di diritti tra maggioranza e opposizione.

Dopo la persecuzione poliziesca portata avanti nel 1927-1928 contro gli oppositori, ogni possibilità di presentare pubblicamente una posizione diversa da quella ufficiale appare impensabile. Così Bucharin, che ha partecipato alle campagne calunniose contro l’Opposizione di sinistra e che ha avallato in molte occasioni la repressione che ne ha colpito gli esponenti, si trova nell’impossibilità di manifestare apertamente le sue posizioni, quando cominciano a divergere da quelle di Stalin (o, per usare la sintetica definizione di Cohen, quando Stalin, che era stato «bucharinista in filosofia economica nel 1928-1929, andò a tastoni alla ricerca di un indirizzo che fosse antibucharinista, e cominciò a diventare stalinista»).14

Le dichiarazioni di Bucharin a Kamenev sono patetiche: a partire dal contesto generale dell’incontro, preparato nella massima clandestinità da un oppositore divenuto buchariniano (Sokol’nikov) e che vede Bucharin, ancora presidente dell’Internazionale nonché membro del Politbjuro, implorare che

nessuno sappia di questo incontro. Non parlarmi mai per telefono, perché le mie conversazioni telefoniche sono ascoltate. Io sono seguito dalla Gpu, che sorveglia anche te. Io voglio essere informato, ma non attraverso segretari o intermediarii. Solo Rykov e Tomskij sanno che ho parlato con te. Tu ugualmente non devi dirlo a nessuno, ma devi solo far sapere ai tuoi che non devono attaccarci [...].15
Gli argomenti di Bucharin contro Stalin sono molti, ma penosamente personalizzati, senza una piena comprensione effettiva della dinamica che stava portando Stalin verso la dittatura personale. Kamenev osserva che Bucharin riporta «una massa di piccole cose, di dettagli. È straordinariamente scosso. Talvolta l’emozione gli fa tremare le labbra. A volte dà l’impressione di un uomo braccato».16

Noi riteniamo che la politica di Stalin mette in pericolo tutta la rivoluzione. Noi possiamo perire con essa. Le divergenze tra noi e lui sono infinitamente più serie di tutte quelle avute in passato con voi. Rykov, Tomskij e io stesso siamo arrivati alla conclusione che sarebbe molto meglio avere nel Politbjuro Zinovev e Kamenev che Stalin [...]. Da alcune settimane non parlo neppure con Stalin. E’ un intrigante senza princìpi, che subordina tutto allo scopo di mantenersi al potere. Cambia teoria a seconda della persona che deve essere eliminata nel momento dato. Nel “settumvirato” ci siamo insultati fino a dirci “mentitore”, “imbroglione”, ecc. Lui ha ceduto, per ora, per poterci strangolare meglio. Noi l’abbiamo capito: manovra per poterci presentare come scissionisti.

Bucharin continua a rincarare la dose su Stalin, che viene definito «Gengis Khan», «sottoprodotto del Comitato centrale», e di cui si dice più volte che «porta il paese alla rovina», «porta alla guerra civile», «non conosce che la vendetta, e pugnala nella schiena». Ma le indicazioni per fronteggiarlo mancano completamente; anzi, dopo questi sfoghi e il «supplemento di un mucchio di divulgazioni sul settumvirato, ecc. [...] con un tono di odio assoluto e di rottura totale», Kamenev osserva che Bucharin è esitante, su tutto:

se interveniamo, ci strangoleranno per la scissione, se non interveniamo, ci strangoleranno con qualche manovra meschina e scaricheranno su di noi la mancanza di grano, rendendocene responsabili [...].

Anche nella rassegna delle forze, Bucharin sembra profondamente incoerente: da un lato, continua a mettere tra le pedine del proprio gioco vari “incerti” che da tempo hanno capito che Stalin è il vincitore e si stanno schierando dietro di lui, o stanno evitando di contrapporsi frontalmente (in questi, incredibilmente, Bucharin si ostina a considerare un proprio seguace il turpe capo della Gpu, Jagoda, ormai legato a Stalin dalla complicità nei primi grotteschi processi politici in cui si collaudano le falsificazioni che saranno poi usate successivamente nei grandi processi di Mosca): dall’altro, pur sopravalutando le forze di cui dispone realmente, finisce per concludere che non si può fare nulla:

Le nostre forze sono potenzialmente enormi, ma: 1) il membro medio del CC non ha ancora compreso tutta la profondità delle divergenze; 2) si ha estremamente paura della scissione [...]. Il nostro compito è spiegare gradualmente il ruolo pericoloso di Stalin e di condurre il membro medio del CC a destituirlo dal suo posto.

Non è chiaro come il “membro medio” del CC avrebbe potuto cominciare a capire la profondità delle divergenze fra Stalin e Bucharin, vista l’unanimità formale che, magari a prezzo di qualche concessione verbale in una risoluzione destinata a restare lettera morta, veniva ribadita al termine di ogni riunione dell’Ufficio politico, anche se nel corso di essa erano stati effettivamente scambiati gli insulti che Bucharin aveva riportato dettagliatamente a Kamenev.

Il succo politico del colloquio era in un’offerta di collaborazione, allo scopo di prevenire Stalin: Bucharin, sottovalutando ancora una volta Stalin, come già avevano fatto in passato - e in parte continuavano a fare - gli stessi esponenti dell’Opposizione di sinistra, pensava che, di fronte alle enormi difficoltà provocate dalla brutale svolta staliniana nelle campagne e perduto il sostegno della “destra”, il “centro” staliniano avrebbe dovuto fare ricorso a Zinov’ev e Kamenev (già staccatisi da Trotskij e dichiaratisi “pentiti” e disposti alla sottomissione, ma lasciati in “quarantena”) e, forse, allo stesso Trotskij.

Bucharin tentava di convincere ad allearsi con lui gli uomini che Stalin aveva schiacciato proprio con il suo aiuto. Ma Kamenev non dimenticava come fosse stato determinante per la sconfitta dell’Opposizione il ruolo di Bucharin, che aveva fornito al grigio potere burocratico di Stalin il suo prestigio di brillante teorico e veniva sviluppando un culto semireligioso, contro ogni tradizione marxista (e contro la sua stessa volontà), sistematicamente espressa da Lenin finché era stato in vita.17

Il sostanziale insuccesso della missione di Bucharin presso Kamenev si spiega tuttavia con altre ragioni importanti: la scarsa credibilità della battaglia che la destra diceva di voler intraprendere, ma di cui era incapace di determinare tempi e modalità; e la tentazione di lasciarla precipitare nel baratro verso cui si stava muovendo, per accogliere invece le profferte di alleanza che, a detta dello stesso Bucharin, Stalin stava per fare agli oppositori. Pesava in questo atteggiamento il vecchio ma non tramontato giudizio che attribuiva a Bucharin e ai suoi uomini, anziché a Stalin, la responsabilità principale per la politica disastrosa degli anni precedenti, e pesava quell’errata valutazione della “svolta a sinistra” di Stalin, che portò non solo gli zinovievisti ma anche gran parte degli oppositori più vicini a Trotskij a ritenere che l’indurimento verso i contadini e la scelta dell’industrializzazione accelerata fossero una tardiva, e magari maldestra ma sostanziale, conversione di Stalin alle tesi dell’Opposizione bolscevico-leninista.

Lo stesso Bucharin, larvatamente nel colloquio con Kamenev e più apertamente in altre occasioni in cui l’argomento poteva essere usato con maggiore successo, insinuò che Stalin fosse approdato al “trotskismo”. Solo Trotskij rimase scettico nei confronti della “svolta a sinistra” di Stalin, negando che fosse realmente un’effettiva ripresa delle tematiche dell’Opposizione bolscevico-leninista (nel giudicare la politica di Stalin, scrisse a Palatnikov, «bisognava considerare non soltanto ciò che faceva, ma anche come lo faceva».18

Per ricostruire l’atteggiamento di Kamenev verso Bucharin, non dobbiamo basarci solo sulle illazioni che lo stesso Tasca fece nei suoi appunti sulla facilità con cui il resoconto del colloquio cominciò a circolare, in una versione ultrareticente sulle posizioni di Kamenev e dettagliatissima su quelle di Bucharin (cioè, concepita fin dall’inizio non come nota riservata, ma come testo da lasciare trapelare in una cerchia abbastanza larga, con tutti i rischi di intercettazione che implicava la praticagià diffusa delle perquisizioni domiciliari da parte della Gpu). Lo stesso Kamenev dice esplicitamente nelle poche righe di suo commento al colloquio (rivolgendosi a Zinov’ev, cui il rapporto è indirizzato):

Io penso sempre: in questi giorni appariranno dei segnali dall’altro campo. Bisogna attenderli tranquillamente. Ciò avverrà. Non c’è dunque bisogno che tu venga subito qui. Vedremo cosa diranno.19

In un colloquio di poco successivo, con alcuni trotskisti di Mosca, Kamenev premeva perché Trotskij facesse un passo che avrebbe facilitato la sua reintegrazione nel partito.

Lev Davidovic dovrebbe dire: «Richiamateci e lavoriamo insieme» Ma Lev Davidovic è caparbio e non intende farlo. Preferisce restare ad Alma Ata finché non manderanno un treno speciale a prenderlo. Ma quando si saranno decisi a mandare il treno, la situazione sarà ormai fuori controllo, e Kerenskij batterà alle porte.20

Ma Stalin non aveva intenzione di mandare un “treno speciale” a prendere Trotskij, e nemmeno di offrire un terreno di collaborazione reale agli oppositori “pentiti”. Gli era sufficiente lasciare intravedere una possibilità di alleanza, quel tanto che bastasse per accelerare il processo di disgregazione dell’Opposizione di sinistra, per facilitare le capitolazioni offrendo la prospettiva illusoria di poter incidere positivamente nella realizzazione della politica di industrializzazione e di lotta contro i kulaki, che per tanti anni era stata al centro del programma della sinistra.

E’ interessante che Trotskij, sostanzialmente scettico sulle reali intenzioni di Stalin e soprattutto sulla sua politica nelle campagne, da cui si era dissociato già nell’agosto del 1928, quasi un anno prima che iniziasse la vera e propria spaventosa “liquidazione” dei kulaki che costituisce una delle pagine più tragiche e infami della storia sovietica, fosse invece inizialmente disponibile a un’intesa con Bucharin sulla restaurazione della democrazia nel partito.21

In una lettera circolare del 12 settembre 1928, dal titolo Un franco colloquio con un uomo di partito ben intenzionato, Trotskij rispondeva a una lettera di un bucharinista ribadendo che permanevano tra “sinistra” e “destra” gli antichi contrasti sui problemi economici, ma che era possibile arrivare a un’intesa per preparare di comune accordo un congresso del partito veramente democratico. La reazione degli esiliati (non solo di quelli che già propendevano per la capitolazione a Stalin) fu durissima (non mancò l’insinuazione che Trotskij finisse in questo modo per scivolare in una coalizione di tipo termidoriano: non era stata l’esasperazione per il Terrore a facilitare il blocco tra destra e sinistra che provocò la caduta di Robespierre?). Nel dibattito che seguì, Trotskij si trovò completamente isolato su questo piano, e finì per arretrare.

Da parte loro, i sostenitori di Bucharin inorridivano all’idea di un’intesa anche parziale e tattica con il “trotskismo”, il cui spettro era stato evocato a lungo proprio da loro. La leggenda, dura a morire, di Trotskij “padre” della collettivizzazione forzata e dello sterminio dei kulaki, non a caso è frutto delle calunnie riversate saull’Opposizione nel 1925-1928 proprio da Bucharin e dai suoi amici politici. Non a caso, mentre Trotskij rigetta nettamente tale paternità (che è negata oggi da tutti gli storici seri, dal Carr a Medvedev, da Cohen a Lewin, mentre è sostenuta sia pur con qualche cautela da Boffa, ed è stato luogo comune ricorrente in quasi tutta la pubblicistica dell’estrema sinistra italiana). Bucharin, nell’unica battaglia aperta tentata contro Stalin (nella riunione del Politbjuro e della direzione della Commissione centrale di controllo del 30 gennaio 1929), replicò alle accuse di frazionismo che gli venivano mosse, denunciando gli abusi di potere di Stalin e accusandolo di essere approdato «a posizioni trotskiste».22

La rapida capitolazione senza lotta di Bucharin e dei suoi sostenitori nell’Ufficio politico, disorientati e terrorizzati dalla perdita rapidissima di tutte le posizioni di potere detenute fino a quel momento, doveva rendere ben presto ogni discussione su una possibile alleanza antistaliniana con la “destra” sostanzialmente inutile per l’Opposizione di sinistra, decimata d’altra parte dalle illusioni conciliazioniste e decapitata per l’improvvisa deportazione di Trotskij in Turchia.

Ma già il contrasto tra la violenza delle dichiarazioni di Bucharin contro «Stalin-Gengis Khan» nelle conversazioni private e l’adattamento alla squallida unanimità formale nel VI Congresso dell’Internazionale, aveva disilluso profondamente Trotskij, il quale, leggendo i resoconti sui penosi attacchi al «deviazionismo di destra» al «conciliazionismo», ecc., contenuti nei discorsi ufficiali di Bucharin, parlò di «bolle emesse da un uomo che affoga”, osservando che il numero di ore occupato dai suoi discorsi al congresso era inversamente proporzionale alla sua influenza, che stava ormai declinando rapidamente, sotto i colpi di Stalin, anche tra le delegazioni straniere.23
Bucharin stava annegando. Finito (in settembre) il VI Congresso, con risoluzioni ambigue ma che contenevano in germe tutte le aberrazioni sul socialfascismo che sarebbero state sviluppate completamente un anno dopo nel X Plenum del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, Bucharin partì per una lunga vacanza, al termine della quale avrebbe trovato (nel novembre 1928) un catastrofico indebolimento del suo schieramento. In quei mesi, una campagna “contro il burocratismo” e “per l’autocritica leninista” (guidata in realtà dai più turpi burocrati staliniani) aveva scatenato tutti i malcontenti contro i principali sostenitori di Bucharin, la cui posizione nell’apparato, conquistata in alleanza con Stalin, non era sempre stata irreprensibile e aveva spesso creato forti risentimenti. Dovunque i buchariniani erano in maggioranza, Stalin li combatté, dunque, «in nome della democrazia”, attaccandone i più deboli anche con brusche misure amministrative (Petrovskij, ad esempio, da redattore responsabile della Pravda di Leningrado si trovò di colpo trasferito in un giornaletto locale di Saratov, con mille copie di tiratura),24 capovolgendo ovunque le maggioranze, imponendo cooptazioni di «elementi qualificati», che in realtà non avevano altra “qualifica” che quella di docili esecutori legati all’Orgbjuro. Tra il settembre e il dicembre 1928 cadono, una dopo l’altra, tutte le roccaforti di cui Bucharin aveva potuto vantarsi nel colloquio con Kamenev, appena nel luglio. La solida maggioranza di giovani intellettuali che dirigevano l’Istituto dei Professori rossi, la Pravda, il Bol’sevik e che era stata determinante per spazzare via tutti i sostenitori dell’Opposizione di sinistra nel corso del 1926, fu distrutta in pochi mesi.25

L’impotenza di Bucharin, di Rykov (che pure era ancora Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo) e di Tomskij a proteggere i propri seguaci provocò un rapido allineamento al fianco di Stalin di tutti coloro che fino a quel momento erano rimasti incerti (come il potenziale “destro” Kalinin, leader tradizionale dei contadini, per non parlare dei due capi della Gpu, Jagoda e Trilisser).

Ben presto sarebbero cominciate anche le vere e proprie defezioni di veri e propri bucharinisti come Steckij, e le differenziazioni prudenziali dello stesso Rykov, che accentuò prima degli altri il tono delle sue proteste di ortodossia e delle sue “autocritiche”.26

Già in dicembre, d’altra parte, un intervento di Stalin a una riunione del Presidium del Comitato esecutivo dell’Internazionale bollava apertamente il «vile opportunismo» dei due principali sostenitori di Bucharin nel Komintern, Tasca e Humbert-Droz, e imponeva non solo l’espulsione dal PC tedesco della “destra” di Brandler-Talheimer, ma anche condizioni inaccettabili per la permanenza dei “conciliatori” (Ewert, Meyer. ecc.)

L’intervento di Stalin era stato pesantissimo e sorprendente, dato che sino a quel tempo aveva seguito assai marginalmente le questioni dell’Internazionale, che aveva delegato per anni a Bucharin e nell’ultimo anno a Molotov. L’attacco ai “destri” e ai “conciliatori” del KPD era stato preceduto, in assenza di Bucharin, già il 7 ottobre 1928, da un brusco comunicato apparso sulla Pravda, in cui si annunciava che il Presidium dell’IC, riunito a Mosca, aveva condannato la decisione del PC tedesco di rimuovere Thälmann dalla segreteria del partito, e lo reintegrava al proprio posto.

La brutale decisione, presa in assenza di gran parte dei membri del Presidium, che erano in vacanza (il VI Congresso si era chiuso in settembre, provocando uno slittamento delle vacanze per tutti i dirigenti, escluso Stalin, che aveva presenziato solo alla seduta inaugurale del Congresso partendo subito dopo da Mosca), introduceva una sbrigativa procedura amministrativa che era ancora senza precedenti, nonostante la “bolscevizzazione” dell’Internazionale avviata da Zinov’ev e proseguita da Bucharin.27
Così, in gennaio Stalin poteva passare all’attacco, mettendo per la prima volta apertamente Bucharin e i suoi sostenitori sotto accusa (fino a quel momento, a parte gli scontri nel chiuso del “settumvirato”, le accuse erano state sempre portate indirettamente, da Stalin, contro un imprecisato “pericolo di destra”, senza fare nomi, mentre lo stesso Bucharin continuava a scagliarsi contro ipotetici “trotskisti e semi-trotskisti”, nonostante nel corso del 1928 gli ultimi oppositori irriducibili fossero stati deportati (o, nel caso di sostenitori di base, trasferiti dalle grandi fabbriche in piccolissime fabbriche, in cui non potevano svolgere alcun lavoro politico).28
L’attacco di Stalin era motivato formalmente dall’apparizione sul Bollettino dell’Opposizione, del resoconto del colloquio con Kamenev del luglio precedente, ma era stato alimentato da due articoli con cui Bucharin aveva tentato, col solito linguaggio “esopico”, di polemizzare indirettamente con le posizioni ufficiali, rilanciando, questa volta contro Stalin, il suo ruolo di interprete ufficiale di Lenin.29
Di quella riunione dell’Ufficio politico e del Presidium della Commissione centrale di controllo possediamo una trascrizione abbastanza dettagliata del verbale effettuato da Tasca: quell’unica battaglia aperta tentata da Bucharin prima della sua definitiva sconfitta nel CC dell’aprile 1929 appare, nonostante tutto, penosamente difensiva e quindi sostanzialmente impotente.30
Bucharin dapprima tentò di polemizzare, senza entrare nel merito, sui criteri con cui il famoso resoconto era stato messo in circolazione, poi di minimizzarne l’importanza, ribadendo al tempo stesso la sua piena concordanza con la “linea politica generale”. Rivendicando il proprio ruolo di estensore della maggioranza delle risoluzioni approvate negli ultimi tempi, Bucharin lamentò poi che spesso «la linea pratica è stata realizzata in contrasto con quelle risoluzioni». Dichiarava poi ancora una volta di accettare pienamente la lotta contro i “destri”, fingendo di ignorare che non c’erano altri “destri”, nel gergo del partito e del Komintern, che i suoi stessi sostenitori. Tentava poi un contrattacco sulle questioni interne, osservando che, mentre si parla «di autocritica e di democrazia di partito», «di fatto non esiste un solo segretario regionale eletto. Di fatto c’è stato un aumento di burocratizzazione nel partito. Dove c’è traccia di autocritica? ».31 Stephen Cohen osserva al riguardo:
Nel 1929 Bucharin era pervenuto a condividere la maggior parte delle critiche di Trotskij al regime interno del partito. A differenza di Trotskij, però, avendo sanzionato gli sviluppi [sic!] dell’attività di partito, ne era prigioniero. Il suo dissenso, e la tesi da lui sostenuta nel 1928-29 che si dovessero consentire opinioni critiche, venivano regolarmente respinti con citazioni dei predicozzi tenuti da lui stesso in passato contro la faziosità della sinistra [...]. Eppure, nonostante la complicità da lui avuta nell’imporre le norme di proscrizione, Bucharin fu tentato di appellarsi all’intero partito. Egli si tormentava su questo dilemma: “Abbiamo il diritto di rimanere in silenzio? Non è forse questa una mancanza di coraggio? [...] Con la nostra cerimoniosità facciamo forse qualcosa di più che masturbarci?”. Infine, ritenendo che la gerarchia del partito che egli cercava di attrarre dalla sua parte avrebbe fatto fuori ogni capo che avesse portato la lotta fuori dalle sue riunioni, si conformò all’unità del partito, alla politica ristretta, intollerante che egli stesso aveva contribuito a creare.32
Gli “sviluppi” dell’attività del partito cui allude Cohen (anche se il termine è probabilmente dovuto a un’imprecisione di traduzione, come probabilmente il “faziosità” sta per “frazionismo” e “cerimoniosità” per “formalismo” nel rispetto delle norme disciplinari) erano stati la soppressione di ogni dialettica interna al partito. I segretari regionali non erano più eletti? Ma da quando? L’aumento della burocratizzazione era forse un dato dell’ultimo anno? Ma se aveva già destato l’allarme del Lenin degli ultimi scritti, di cui Bucharin aveva preteso di essere il depositario! Numerose testimonianze di vario genere fanno risalire la stretta burocratica più esplicita, con la soppressione pressoché totale della reale elezione dei dirigenti locali, al 1926.33

Bucharin se ne accorge solo quando le misure che aveva avallato e persino esaltato beffardamente sono state rivolte contro i suoi stessi sostenitori e stanno per essere dirette apertamente contro lui stesso. E’ troppo tardi, e soprattutto egli non effettua neppure il tentativo di superare il “dilemma” che lo tormentava. D’altra parte, come può difendere i suoi sostenitori, in nome di che cosa, se non osa presentare una piattaforma politica, costituire una tendenza, e anzi continua ad assicurare nel Politbjuro che non lo farà mai?

Tasca, che in quei mesi seguì da vicino tutta la vicenda a Mosca, scoprendo a sue spese (solo nel dicembre del 1928) che Togliatti aveva abbandonato la barca buchariniana che stava per affondare (e aveva cominciato a preparare il proprio riciclaggio staliniano offrendo proprio lui come capro espiatorio), commentò lucidamente la tragedia di Bucharin, con osservazioni anche severe, ma al tempo stesso capaci di cogliere le contraddizioni oggettive in cui il brillante teorizzatore del “socialismo in un solo paese” si era venuto a mano a mano invischiando:

Anche durante il VI Congresso l’unanimità dell’UP favorì a meraviglia Stalin. Se una discussione fosse avvenuta si sarebbe avuta una differenziazione delle tendenze. E’ difficile dire chi avrebbe prevalso, ma è certo che Bucharin avrebbe avuto con sé, oltre alla minoranza tedesca, gli italiani, gli inglesi, gli svizzeri, gli svedesi e parte delle delegazioni degli altri partiti. Il risultato sarebbe stato a non grande differenza di voti. [...] Questa è la lamentevole cronaca della “lotta” tra i due gruppi. Bucharin ha della sua disfatta una responsabilità molto grande. Lottare (in Russia ben più che altrove) significa camminare sul filo del rasoio: chi ha troppa coscienza rischia i capogiri, lo sa ed esita. [...] L’errore dei compagni russi fu di non rendersi conto dell’inconciliabilità degli interessi della rivoluzione russa e del movimento operaio internazionale coi metodi e colla politica di Stalin.34

Tasca proseguiva poi lamentando che i buchariniani

non hanno saputo né voluto tradurre [la loro superiorità politica] in termini organizzativi, con tutti i rischi (e non intendo i rischi personali) che ciò portava”.

Ma subito dopo aggiungeva:

Del tutto ignobile è l’atteggiamento di coloro che, non avendo mosso un dito per aiutare quei compagni, oggi rimproverano loro di non aver lottato [...]. Nel primo o nel secondo colloquio che ho avuto con Ercoli [P. Togliatti] al mio ritorno da Mosca, egli rimprovera a Bucharin il suo atteggiamento, la sua rinuncia alla lotta. Ricordava di avere già mosso la stessa rampogna a Bucharin al VI Congresso. “Guarda la differenza, mi diceva. C’è voluto cinque anni per sradicare Trotskij, e son bastati pochi mesi per battere Bucharin, Rykov e Tomskij”. Suppongo che Ercoli (seguace di Gentile, hegeliano a buon mercato, e pieno di venerazione per il successo che consacra la verità delle idee) abbia qui ragione. Ma lo stesso Ercoli [...combatteva] chi come me, d’accordo con lui sull’insufficienza, sulla debolezza della lotta politica condotta da Bucharin, non aveva voluto seguirne l’esempio deplorato e aveva preso posizione a Mosca ed a Parigi [...].35
L’epilogo sarà penoso e obbligato. Dopo la condanna nella riunione del Politbjuro e del Presidium della Commissione centrale di controllo durata dal 30 gennaio al 7 febbraio 1928, non resa pubblica, Bucharin cominciò a cercare la documentazione per contrattaccare al CC di aprile. In tale occasione, incredibile ma vero, scrisse persino un biglietto a Humbert-Droz per chiedere conferma «se è vero che durante la riunione del Presidium [dell’IC], durante la discussione sulla questione tedesca, il compagno Stalin le ha gridato le parole “Va al diavolo!”.36

Naturalmente, non era una strada molto efficace. Al CC di aprile, Bucharin, Tomskij, Uglanov, Rykov si trovarono, con pochi altri sostenitori, penosamente isolati in una riunione che era stata deliberatamente allargata con inviti, per far risaltare maggiormente la fragilità dell’opposizione di destra (pare che i sostenitori di bucharin non fossero più di 13 su circa 300, anche se i dati esatti non sono mai stati pubblicati). Anche in quel caso, tuttavia, non si arrivò ancora a una condanna pubblica, per timore della grande popolarità di Bucharin nel paese. Solo nell’agosto, come un fulmine a ciel sereno, i lettori della Pravda apprenderanno che quello che credevano ancora il direttore dell’organo ufficiale del Partito comunista non lo era più da tempo, e anzi aveva rivelato “deviazioni” pericolosissime da anni e anni.

L’articolo affermava che il «nuovo Bernstein» aveva nascosto a lungo le sue deviazioni, «non osando difendere conseguentemente i suoi errori». Non si negavano ancora i «grandi meriti passati”, ma si insinuava che, lungi dall’essere il «guardiano infallibile di Lenin” che pretendeva, Bucharin era finito per approdare alla scuola socialdemocratica di Hilferding. L’articolo della Pravda (pubblicato poi su Inprekor, l’organo ufficiale del Komintern, il 30 agosto 1929) elencava una serie di «errori” precedenti, che per il momento dovevano dimostrare solo le oscillazioni e l’incertezza congenita dell’uomo, ma sarebbero stati alla base poi dell’atto di accusa che nel 1938 avrebbe portato l’ex «beniamino del partito” davanti al plotone di fucilazione staliniano.37 In particolare, si presentavano in una luce fosca l’opposizione a Brest-Litovsk nel 1918 e l’atteggiamento di sostegno ai “georgiani” al XII Congresso. La prima accusa si trasformerà in quella di avere spinto la sua opposizione a Lenin fino a progettarne l’assassinio in combutta con i socialrivoluzionari di sinistra; la seconda serve a ipotizzare un collegamento con i trotskisti (giacché si precisa che i “georgiani” finirono poi con Trotskij). Il piccolo particolare che il partito ignorava era che la battaglia in difesa dei “georgiani” era stata sollecitata ansiosamente nelle sue ultime lettere a Trotskij e a Bucharin proprio da Lenin, preoccupatissimo per le gravi violazioni della democrazia sovietica e del costume di partito che Stalin e i suoi luogotenenti avevano commesso contro onesti militanti della Repubblica georgiana.38
Appeso a un filo da allora in poi, anche dopo la pesante autocritica cui si sottopose insieme ai suoi amici politici nel novembre del 1929, Bucharin non ebbe più alcun ruolo politico. Solo durante la parvenza di disgelo legata all’ascesa dei “moderati” Kirov e Ordzonikidze, fu per breve tempo riammesso a un incarico significativo, come caporedattore del nuovo quotidiano governativo Izvestija. Parlò al XVII Congresso del partito (il “Congresso dei vincitori”), applaudito da quella platea di burocrati ignari che il 70% di loro sarebbe sparito nel gorgo delle grandi purghe degli anni successivi e che solo il 3% di essi sarebbe riapparso al congresso successivo, nel 1939.39

Questo breve disgelo, su cui ancora non si ha una ricostruzione esauriente, fu bruscamente interrotto il 1° dicembre 1934 dal colpo di pistola che uccise il suo principale esponente, nonché presumibile antagonista e “moderatore” di Stalin, Sergej Kirov. Il terrore iniziato in quei giorni non si sarebbe arrestato prima di avere spazzato via tutti i membri delle diverse opposizioni, anche se piegati e distrutti politicamente dalle umilianti autocritiche e privi di qualsiasi potere, o isolati e indeboliti fisicamente da anni di deportazione.

Anche gran parte di quei sostenitori di Stalin che erano sospettabili di qualche velleità di autonomia di pensiero vennero spazzati via o costretti al suicidio. Bucharin perì nell’ultimo dei grandi processi spettacolari, in cui ancora una volta oscillò tra velleità di ribellione e di orgogliosa autodifesa (respingendo almeno la parte più infamante delle claunnie, quelle riguardanti il tentato assassinio di Lenin nel 1918) e una penosa partecipazione al macabro rituale.

Ma mentre precipitava verso il gorgo in cui sarebbe stato irreparabilmente inghiottito, a dimostrazione della sua natura sensibile e contraddittoria, che nonostante tutto non si era piegata completamente al servizio del “becchino della rivoluzione”, lasciò alcune singolari testimonianze, che ci hanno raggiunto attraverso itinerari contorti e imprevedibili.

Nei colloqui a cuore aperto che ebbe nel 1936 a Parigi con due esponenti menscevichi emigrati, F. Dan e B. Nikolaevskij (lo storico biografo di Marx), e con André Malraux, non si limitò a descrivere con orrore la ferocia di Stalin e ad anticipare il proprio necrologio, ma cercò di informare i suoi interlocutori sui termini della sotterranea lotta politica che si era svolta ai vertici del partito anche dopo la soppressione di ogni dibattito formale.40
Ma il messaggio più importante è la lettera A una futura generazione di capi di partito, che fece imparare a memoria, poco prima del presumibile arresto, alla giovane moglie che, sopravvissuta agli anni di deportazione con cui fu punita per le “colpe” del marito, ha potuto trascriverla dopo la morte di Stalin, rivelandoci la fiducia nell’avvenire del comunismo che non lasciò N. Bucharin neppure mentre affrontava «le mostruose nubi dei crimini che si addensano sempre di più in questi tempi terribili».41

3. Perché è nato il mito di Bucharin

 

Abbiamo già visto che la simpatia di Gorbaciov per Bucharin era stata alimentata dal libro di Stephen Cohen, statunitense ma ospite privilegiato dei convegni e delle riviste del PCI. Naturalmente per l’ultimo segretario generale del PCUS, e per i suoi consiglieri economici (oggi passati quasi in blocco a Eltsin), Bucharin appariva un riferimento ideologico che poteva nobilitare l’apertura alle “leggi del mercato”, cioè al capitalismo sommerso e soprattutto a quello internazionale.

Bucharin veniva esaltato come il padre della NEP, presentando come il più grave errore di Stalin, approdato alle idee dell’opposizione di sinistra, l’aver abbandonato quella politica. Compito della perestrojka era riprendere la NEP, brutalmente interrotta nel 1928-1929. Si trattava di una mistificazione totale, su tutti i piani. Prima di tutto, era illusorio pensare di “riprendere la NEP”, perché la situazione, i problemi, i compiti erano completamente mutati.

Nel 1921 erano passati non più di tre anni da quando la guerra civile e il “comunismo di guerra” avevano bloccato i naturali scambi tra città e campagna e reso impossibile ogni intermediazione e ogni commercio. Esistevano dunque innanzitutto gli uomini che assicuravano quelle funzioni prima della rivoluzione e ancora nel suo primo anno di esistenza. Si trattava solo di garantire loro la possibilità di riprendere le loro attività a determinate condizioni nel nuovo quadro politico e sociale.

Il gruppo dirigente sovietico, nel 1921, fu unanime nella decisione, contrariamente alla leggenda del periodo gorbacioviano, che presenta come recalcitrante Trotskij (che invece aveva proposto la stessa politica quasi un anno prima, ed era stato allora messo in minoranza nel Politbjuro), ed esalta Bucharin, che invece aveva abbandonato per ultimo e a malincuore le sue teorizzazioni astratte sulla transizione attraverso il “comunismo di guerra”.

I bolscevichi inoltre non consideravano la riapertura di un settore privato nelle campagne e di attività commerciali e industriali private su piccola scala una scelta “contro natura”, in contraddizione totale con i loro princìpi. Al contrario, nel 1917 il programma del partito prevedeva la nazionalizzazione di banche, grande industria e settore energetico, e soprattutto del commercio con l’estero, ma non la nazionalizzazione integrale di ogni attività economica anche modesta e certo non in grado di mettere in discussione il controllo dell’economia da parte del potere sovietico.

Lenin stesso aveva definito la NEP un passo indietro necessario proprio perché se ne erano fatti troppi e affrettatamente in avanti. Un arretramento da spiegare onestamente ai lavoratori, non da abbellire spacciandolo per una conquista. Ed infatti, se era indispensabile in quel momento per assicurare un minimo approvvigionamento delle città, offrendo ai contadini un incentivo a lavorare non solo per soddisfare i propri bisogni, la NEP introduceva nuovi squilibri e nuovi problemi, che sarebbero emersi chiaramente soprattutto a partire dal 1923.

È a quel punto che il gruppo dirigente bolscevico si divide, ed emerge un ruolo particolare di Bucharin, passato nel frattempo dalla sinistra alla destra del partito. L’Opposizione di sinistra, oltre alla denuncia della crescente burocratizzazione del partito e dello Stato, sviluppa un’analisi preoccupata delle differenziazioni create dalla NEP nelle campagne, dove i contadini poveri (potenziali alleati del proletariato urbano) non hanno terra, strumenti e capitali, e non riescono a produrre molto di più di quanto basta a sfamarli, mentre i contadini più agiati, i kulaki, si accaparrano anche il modesto sovrapprodotto dei contadini poveri, a cui prestano sementi e denaro ad usura, e controllano quindi il grosso della produzione agricola destinata al mercato.

La concentrazione in poche mani consente speculazioni che affamano di nuovo le città. In particolare i kulaki sono in grado di immagazzinare il grano nel periodo immediatamente successivo al raccolto, quando il prezzo è più basso, per immetterlo successivamente, quando la domanda insoddisfatta ha fatto alzare fortemente i prezzi. I kulaki, embrioni di un rinascente capitalismo nelle campagne, sono anche in grado di spostare la produzione alla ricerca del profitto, ad esempio sostituendo alle colture cerealicole quelle di semi oleosi destinati all’esportazione, o di trasformare parte del grano in vodka, ricavandone un vantaggio immediato e uno differito per il conseguente rialzo del prezzo del grano, insufficiente a soddisfare la domanda.42

L’Opposizione di sinistra, fin dal 1923, proponeva di accelerare il ritmo dell’industrializzazione e soprattutto di finalizzarla ai bisogni dei contadini, in particolare di quelli poveri, che avrebbero dovuto essere invogliati ad entrare in cooperative grazie a concreti incentivi economici (trattori e attrezzi agricoli, concimi, elettricità, scuole e medici nei villaggi, ecc.), che avrebbero consentito di elevare notevolmente la produzione rispetto a quella frammentata in aziende familiari piccolissime.

Stalin e Bucharin risposero allora irridendo a quelle proposte e al presunto allarmismo dell’Opposizione, che finì per pensare che soprattutto Bucharin fosse ormai convinto fautore della restaurazione capitalistica ed alleato cosciente dei kulaki che ne rappresentavano la punta avanzata.43

Stalin avrebbe impiegato cinque anni a capire il pericolo: e sono moltissimi, in una situazione caratterizzata da così profondi e caotici mutamenti sociali e da una scarsissima capacità di controllo da parte del partito, di cui nel 1922 Lenin aveva detto che “credeva di guidare ed era guidato”. Quando se ne rese conto, nel corso del 1928, sarebbe corso ai ripari con rimedi peggiori del male e che, comunque, non assicurarono come volevano un migliore approvvigionamento delle città, ma una carestia che provocò milioni di morti in tutto il paese.

I tardivi apologeti di Bucharin, siano essi gli storici italiani del PCI, siano invece “consulenti storici” di Gorbaciov come il generale Volkogonov (passato poi ovviamente alla stessa funzione per Eltsin nel 1991), hanno sostenuto a questo proposito che Stalin «fece sue ed applicò le proposte dell’Opposizione di sinistra».44

Si tratta di una grossolana deformazione, smentita dagli storici più rigorosi come Carr, Lewin, Reiman, ma anche dallo stesso Cohen. Tra la proposta dell’Opposizione di sinistra (incoraggiare con incentivi la collettivizzazione volontaria dei contadini poveri) e le realizzazioni di Stalin (deportazione in massa di milioni di kulaki veri o presunti, imponendo con la violenza agli altri contadini di entrare in kholkhos che non offrivano nulla, anche perché spesso diretti da burocrati incompetenti paracadutati nelle campagne) c’era la stessa analogia che può esserci tra un rapporto sessuale tra due innamorati e uno stupro a mano armata.

Un’altra delle mistificazioni implicite in questa riscoperta della NEP da parte degli economisti della perestrojka e soprattutto da parte dei politologi che dovevano giustificarne le scelte, è l’attribuzione della sua fine a una scelta soggettiva di Stalin dovuta alla sua crudeltà (o magari al suo “leninismo”). Carr aveva scritto invece assai più correttamente a questo proposito che Bucharin nel 1928 non fu sconfitto da Trotskij e neppure da Stalin, ma dall’impossibilità di convincere i contadini a fornire il loro grano senza adeguate contropartite. La responsabilità di Stalin risiede in primo luogo nel grave ritardo nella comprensione di quel che stava accadendo, a causa dell’assurda parola d’ordine “arricchitevi” rivolta da Bucharin ai contadini, senza tener conto di quali e quanti si arricchivano e quanti invece finivano per dipendere dallo strozzinaggio e dell’intermediazione dei kulaki.

Il fatto che il peso dei kulaki si fosse accresciuto a dismisura a partire dal 1922-1923 ha reso di anno in anno più difficile combatterli con mezzi economici, e ha reso quasi obbligata la vera e propria guerra scatenata contro di essi al momento della collettivizzazione forzata. Lo stesso discorso può essere fatto per il ritardo nel lanciare l’industrializzazione: nel 1929 è divenuto obiettivamente difficile finalizzarla ad altro che all’industria pesante e a quella degli armamenti, perché la tregua relativa del decennio immediatamente successivo alla guerra mondiale è finita e, a partire dall’esplosione della grande crisi capitalistica, tutte le potenze imperialiste (a partire da quelle che sono state sacrificate a Versailles) cominciano a prepararsi a conquistare con le armi i mercati da cui vengono escluse dal dilagante protezionismo. A partire dal 1929 si delineano tutte le premesse della seconda guerra mondiale e l’URSS non può non esserne coinvolta e deve prepararsi armandosi febbrilmente, anche se ovviamente non era inevitabile che lo squilibrio tra gli investimenti nell’industria pesante e militare e quelli per l’industria di beni di consumo raggiungesse i livelli tremendi degli anni Trenta (che spiegano in qualche modo l’inasprimento della repressione e la casualità del grande terrore, che colpiva in molti casi letteralmente alla cieca per prevenire qualsiasi manifestazione di dissenso).

Dopo il terribile decennio che seguì l’abolizione tardiva e violenta della NEP, vennero le durissime condizioni dei sei anni di guerra, e poi una ricostruzione che diede un assetto definitivo allo Stato ipertrofico che si era venuto strutturando durante i primi piani quinquennali. I successori di Stalin poi, sia che tentassero come Chruscev di trasformare il loro predecessore e maestro in capro espiatorio, sia che ne tentassero - come Breznev - un’aperta riabilitazione, non vollero o non seppero apportare modifiche qualitative all’assetto istituzionale ed a quello economico (che pure ebbe fino alla fine degli anni Settanta una crescita quantitativa ancora notevole).

Questa era la ragione fondamentale per rendere del tutto assurda l’idea, tanto popolare nell’URSS della perestrojka, di riprendere le indicazioni dell’ultimo Bucharin rilanciando la NEP alla metà degli anni Ottanta. Non erano passati tre anni, ma più di mezzo secolo dalla distruzione di ogni traccia di libero mercato, di attività contadine e artigianali indipendenti. La NEP aveva messo in moto energie ancora disponibili; ora, l’unica forza sociale su cui il progetto poteva contare era quella dei mafiosi cresciuti nelle pieghe della società burocratica e con robusti collegamenti al suo interno, ma per questo poco disposti a una normale iniziativa imprenditoriale produttiva e protesi solo ad ottenere condizioni ancor più facili per le loro attività di intermediazione parassitaria.45

L’esaltazione di Bucharin inoltre era strettamente legata alla demonizzazione di Trotskij, che anticipava quella attuale di Lenin e dello stesso Marx, considerata ancora sacrilega fino al 1991. Lo scopo era evidentemente quello di mettere al bando ogni ipotesi di una “terza via” diversa dalla scelta forzata tra conservazione del vecchio sistema in sfacelo e restaurazione capitalistica, impedendo che si facessero i conti con le proposte sconfitte negli anni Venti dal trionfo della burocrazia.

È dunque nel quadro di questa falsa ricostruzione storica finalizzata a progetti politici ed economici poco confessabili che va collocato il rilancio e la mitizzazione dell’ultimo Bucharin nell’URSS della perestrojka: un’operazione di breve respiro che oggi sembra completamente dimenticata.

Per quanto riguarda invece l’esaltazione di Bucharin da parte del PCI, che certo fu per qualche tempo alimentata dalla simpatia incondizionata per Gorbaciov e le sue pur confuse proposte, in realtà era iniziata già molto tempo prima della perestrojka.

Adriano Guerra, intervenendo in un convegno sul bilancio dello stalinismo a cinquant’anni dalla fondazione della Quarta Internazionale organizzato a Roma nell’ottobre 1988 dalla sua sezione italiana, disse francamente che una buona parte della responsabilità per la nascita del mito di Bucharin era proprio degli storici del PCI. Va detto tuttavia che il mito era stato ridimensionato appena era passato dagli articoli di divulgazione su Rinascita e su l’Unità al primo convegno di studi, Bucharin tra rivoluzione e riforme, promosso dall’Istituto Gramsci a Roma nel giugno 1980.

L’impostazione iniziale del convegno era sostanzialmente apologetica, ma già nel corso del dibattito molti degli stessi promotori avevano incominciato a riflettere soprattutto sui dubbi manifestati dagli studiosi di altri paesi, espressi sia nella giornata dedicata a I dibattiti sulle riforme nei paesi dell’Europa orientale e i loro legami con la problematica della NEP, sia nel dibattito sul ruolo di Bucharin. Va detto che tra gli studiosi stranieri c’erano Lewin, Reiman, Brus, Cohen, Erlich, Tucker, Nove, mentre alcuni degli interventi italiani risentivano dei limiti di una scuola che ha studiato lo stalinismo soprattutto sui documenti ufficiali (in genere privi di ogni collegamento con quello che veramente si faceva, come esemplifica ottimamente la “costituzione più democratica del mondo” fatta scrivere a Bucharin alla vigilia dei processi che avrebbero finito per stritolare anche lui).

Alludiamo soprattutto a quei giovani studiosi cresciuti negli anni Settanta all’ombra del potente apparato culturale del PCI (o dei suoi accademici), e che si caratterizzavano per una saccente ostilità nei confronti di quella che veniva assurdamente definita “scuola storica trotskista”, e che in base al pregiudizio ideologico liquidava insieme a Deutscher lo stesso Carr. La simpatia per Bucharin era facilitata dalla scarsa conoscenza di Trotskij, respinto con fastidio in base a stereotipi che lo presentavano “speculare a Stalin”. L’atteggiamento era assai diffuso negli anni Settanta in tutti i partiti “eurocomunisti”. Uno storico francese allora comunista, Jean Elleinstein, nel 1978 parlò con entusiasmo degli scritti di Trotskij sulla Germania, ammettendo candidamente di non averli mai letti prima, pur avendo scritto anni prima una Storia del fenomeno staliniano, oltre che una Storia dell’URSS.46

Un altro sintomo interessante è quello di Giuseppe Boffa, arrivato alla storia senza passare per i canali accademici che ricordavamo, e con il vantaggio di una esperienza di anni come corrispondente a Mosca, che gli consentì di utilizzare anche la ricca produzione clandestina sovietica degli anni Sessanta per la sua Storia dell’Unione Sovietica, che è forse la migliore opera proveniente dall’interno di un partito comunista.

Eppure Boffa, pubblicando nel 1982 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, ha rivelato quanto fossero profonde le pregiudiziali antitrotskiste anche nel partito comunista più “aperto” dell’Occidente.47 Egli infatti liquida sprezzantemente quella che chiama “scuola termidoriana” in cui raggruppa Trotskij e praticamente tutti gli storici che in qualche modo hanno fatto riferimento alle sue analisi.48
Il libro, che pure vorrebbe essere una rassegna complessiva delle interpretazioni del fenomeno staliniano, non accenna neppure agli scritti dei maggiori esponenti di questa presunta “scuola termidoriana”, come Broué, Haupt, Mandel, Victor Serge, Maitan, Frank, J. J. Marie, ecc., ad eccezione di Deutscher, che invece egli cita e utilizza largamente, alimentando il sospetto che sia l’unico che realmente conosca.49
Già pochi mesi dopo, al momento del Convegno su Trotskij organizzato a Follonica dalla Fondazione Feltrinelli con la partecipazione di diversi enti locali toscani, uno dei più prestigiosi storici del PCI, Giuliano Procacci, si era pronunciato nettamente contro il mito che lui stesso aveva alimentato in vari articoli divulgativi (ad esempio su Rinascita del 9 novembre 1979), ammettendo che quella di Trotskij fu «un’opposizione [...] globale, nel senso che essa investì tutti gli aspetti della politica staliniana», mentre a Bucharin mancò «la piena percezione della connessione tra i vari aspetti della politica di Stalin e in particolare tra la politica interna e la politica estera». Ma nel senso comune del militante intermedio del PCI Bucharin doveva rimanere un nume tutelare, anche dopo la presa di distanza degli storici di professione, Erano facilitati dal fatto che questi, a volte, avevano scarti notevoli tra quel che scrivevano nei libri e in relazioni a convegni, e quel che riversavano negli articoli divulgativi per la stampa di partito.50

Per tentare una spiegazione complessiva del fenomeno e delle contraddizioni in cui si muoveva il PCI alla ricerca di un’identità, vorrei riportare una parte del mio intervento nel Convegno su Bucharin del 1980.

Dopo avere ricordato che le utilizzazioni propagandistiche di Bucharin erano indissolubili dalle esorcizzazioni di Trotskij che pochi mesi prima avevano riempito le pagine dedicate da l’Unità e da Rinascita ai centenari della sua nascita e di quella di Stalin, arrivavo a questa conclusione, che mi sembra tuttora valida:

Questa esorcizzazione, più che su una lettura diretta di Trotskij, sembra basata sulla riproposizione di vecchie calunnie (non più quelle demonizzanti degli anni trenta, ma quelle, appunto, usate negli anni Venti proprio da Bucharin...) o, comunque, su una estrapolazione arbitraria del Trotskij che si batteva contro le fasi ultrasinistre del Comintern dal complesso della sua battaglia, in cui la lotta contro l’estremismo fu sempre dialetticamente legata a quella contro l’opportunismo, la collaborazione di classe e il conservatorismo burocratico.

Il carattere esclusivamente politico di questa operazione non meriterebbe nessuna contestazione in questa sede, se non si fosse cercato di utilizzare anche il Convegno a questo scopo, discutibile in sé, ma comunque estraneo a quelle esigenze di approfondimento della riflessione sulla società sovietica e sulle cause profonde della sua involuzione, oggi più che mai attuali per gli storici e per tutto il movimento operaio.

D’altra parte, probabilmente, mettere a fuoco le ragioni di questa sopravalutazione di Bucharin così indipendente dai dati oggettivi ha qualche interesse anche ai fini della comprensione della sua esatta collocazione. Paradossalmente, infatti, si potrebbe dire che la scelta di Bucharin come punto di riferimento è dovuta proprio al fatto che egli non rappresentò un’alternativa organica e radicale alla degenerazione burocratica del Partito comunista e dello Stato sovietici che viene convenzionalmente definita stalinismo, ma un parziale, velleitario, impotente (soprattutto perché tardivo) tentativo di correggere, arginare, moderare lo stalinismo. Bucharin, in sostanza, si differenziò non dallo stalinismo ma dai suoi “eccessi”. È questa la principale ragione della sua fortuna presso un Partito comunista che è ben lontano dall’aver tagliato tutti i suoi legami con la sua matrice staliniana, al punto di essere tuttora diretto secondo una concezione del “centralismo democratico” che non ha nulla a che vedere, al di là del nome, con quella leniniana e che permette di impedire sul nascere qualsiasi differenziazione che metta in discussione il suo immutabile vertice.51

Dopo di allora il mito Bucharin passò parzialmente in secondo piano, anche se continuarono i tentativi di trovare altre paternità accettabili: nel giugno 1982 ci fu perfino un Convegno su Internazionalismo e problema nazionale nel pensiero e nell’opera di Dimitrov. Tentativi tutti di breve durata, ma rivelatori di una contraddizione profonda. Il rinvio della discussione sullo stalinismo, e i molti tentativi di circoscriverne gli “errori” alla fase dei crimini, e soprattutto di postdatarne l’inizio (dopo aver lasciato cadere la versione sovietica che partiva dalla metà degli anni Trenta, ci si fermava comunque al momento della collettivizzazione forzata), finirono comunque per lasciare il partito impreparato di fronte all’esplosione clamorosa della crisi negli ultimi anni della perestrojka.

Così è stata possibile la liquidazione della Rivoluzione d’ottobre insieme allo stalinismo, il rifiuto dei primi anni in cui l’Internazionale comunista fu un centro vivacissimo e libero di discussione, insieme a quelli in cui fu solo uno strumento subalterno nelle mani della burocrazia sovietica, il rigetto non solo della versione staliniana del “centralismo democratico” ma anche di quella di Lenin, che pure permetteva assai più democrazia nella formazione delle decisioni di quanto non ce ne sia mai stata nel PCI nel dopoguerra e perfino nel PDS oggi.52

Lo stalinismo alla fine è stato abbandonato, ma per approdare a una confusa e caotica ricerca di “nuovi” riferimenti, che risultano spesso tutt’altro che nuovi e in realtà sono mutuati volta a volta dalla destra socialdemocratica, da varie correnti liberaldemocratiche, e anche dalle più disparate ideologie elaborate nel corso di questo secolo dalla borghesia per combattere il marxismo.

Tutto, insomma, meno che ripartire dal metodo marxista e fare i conti con la storia, identificandone i grandi bivi, le scelte fatte e le alternative rifiutate.

1E infatti il trionfo dello Stato maggiore germanico durò pochi mesi: nel novembre fu spazzato via, insieme all’imperatore, dalla rivolta della marina e dal disfacimento dell’esercito. La differenza di vedute tra Lenin e Trotskij era invece soltanto di valutazione delle possibilità del momento. Gli scioperi rivoluzionari che divamparonda Berlino a Vienna nel gennaio 1918 avevano fatto ritenere più vicino il crollo degli Imperi centrali a Trotskij, che votò con Lenin solo quando arrivò la notizia che le socialdemocrazie tedesca e austroungarica erano riuscite a fermare gli scioperi. Cfr. Roman Rosdolski, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, Introduzione di Antonio Moscato, Celuc, Milano, 1979.

2A livello di massa, poi, la tragedia cinese fu utilizzata soprattutto dalla burocrazia per sostenere che ormai, dopo le sconfitte delle rivoluzioni tedesca, inglese e cinese, non c’era altro che contare sulle proprie forze e “costruire il socialismo in un solo paese”. Quanto ciò fosse possibile, si è purtroppo visto dai risultati sul lungo periodo.

3Non solo in Italia. Durante la perestrojka Cohen fu invitato in URSS, e Gorbaciov lo ricevette elogiando il libro, che aveva letto già da tempo in una traduzione riservata ai dirigenti e che, a quanto pare, lo aveva influenzato, suggerendogli i progetti di riprendere e rilanciare la NEP.

4 Edward H. Carr, From Napoleon to Stalin and other essays, Macmillan Press, London, 1980. Il saggio è inedito in italiano; la citazione è tratta dalla traduzione spagnola (Editorial Grillalba, Barcelona, 1983, p. 186).

5 Ivi, p. 194-195.

6 Ivi, p. 195.

7Ibidem. Di questo forse Bucharin ebbe coscienza: quando nel 1934 il Congresso degli scrittori gli tributò un applauso interminabile, egli impallidì e mormorò ad alcuni amici: “avete firmato la mia condanna a morte”. Cfr. Roy Medvedev, Gli ultimi anni di Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 91. Il testo del discorso sui “microbi” è in N. Boukharine, Le léninisme et le problème de la révolution culturelle, in La Correspondence Internationale, a. VIII, n. 13, 11-2- 1928, pp. 176-178.

8Rapport de Boukharine sur l’opposition dans le PC de l’URSS e dans l’I.C., in La Correspondence Internationale, a. VIII, n. 18, 27-2- 1928, pp. 231-236.

9Le testimonianze rilasciate a Bocca a moltissimi dirigenti comunisti sono state contestate subito dopo l’uscita della biografia di Togliatti, in seguito alle violentissime recriminazioni che suscitò nella base. Naturalmente non si esclude che qualcuna possa essere stata parzialmente fraintesa, ma è ben poco verosimile che siano state inventate deliberatamente. Tra l’altro allora, e anche più recentemente, ad esempio in un articolo di Liberazione al momento della ripubblicazione del libro come supplemento a l’Unità, fu contestata l’impostazione generale del libro e lo stesso uso delle fonti documentarie, che era stato invece controllato anche in sede redazionale, con il rigore che era di norma fino a qualche anno fa nelle maggiori case editrici. Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p.274.

10E. H. Carr, Le origini della pianificazione sovietica, IV, L’Unione Sovietica, il Komintern e il mondo capitalistico. 1926-1929, Einaudi, Torino, 1978, p. 201. Con poche varianti, la stessa informazione è ripresa da I. Deutscher, Il profeta disarmato. Leone Trotsky. 1921-1929. Longanesi, Milano, 1970, p. 559.

11J. Humbert-Droz, L’Internazionale comunista tra Lenin e Stalin. Memorie di un protagonista. 1891-1941, Feltrinelli, Milano, p. 223.

12 <$FIvi, p. 224. In realtà, lo scontro tra la frazione staliniana e il gruppo buchariniano era già esploso nel Politbjuro sull’interpretazione della “crisi del grano” e sulle “misure eccezionali” per fronteggiarla, già nei primi mesi del 1928; ma, di comune accordo, era stato tenuto segreto persino al Comitato centrale, facilitando così Stalin, che poteva prepararsi il terreno più favorevole attraverso il controllo esclusivo dell’apparato del partito. D’altra parte, Bucharin, Rykov e Tomskij avevano votato anch’essi a favore delle misure eccezionali del gennaio 1928 (lotta agli speculatori e ai kulaki, anche attraverso la confisca delle scorte di grano) e la loro critica fu rivolta sempre agli “eccessi” nell’applicazione, ribadendo l’accordo con le misure stesse. Era una posizione debolissima: lo stesso Stalin non ebbe difficoltà a pronunciarsi contro gli “eccessi”, attribuendoli ai quadri locali e alla “vertigine del successo”. Ma l’acutezza della crisi nelle campagne (che, come è noto, fu accelerata proprio dalla brutalità delle requisizioni e dal ritorno ai metodi del “comunismo di guerra”, che accrebbero la diffidenza dei contadini verso lo Stato e moltiplicarono il fenomeno dell’imboscamento delle scorte) rese disponibile il partito alla più drastica delle svolte rispetto alla politica degli anni precedenti e aggravò la posizione di Bucharin, che di quella politica era stato il massimo - e spesso incauto - teorizzatore e che aveva negato, in particolare, l’esistenza di quel pericolo dei kulaki che ora era emerso così drammaticamente. Non fu difficile a Stalin, in assenza di un dibattito pubblico, presentare le pur fondatissime preoccupazioni di metodo della destra come se fossero dovute a uno spirito conciliazionista verso i kulaki in lotta contro il potere sovietico.

13Sulle circostanze della pubblicazione è interessante la testimonianza di Angelo Tasca nelle Note del marzo-aprile 1929, negli Annali dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 1966 (anno VIII), pp. 889-920, in particolare a p. 893. Si veda anche la singolare ipotesi di Cohen, che parla di “appunti comprati dai trotskisti” (S. F. Cohen, Bucharin e la rivoluzione bolscevica. Biografia politica. 1988-1938, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 290). Tuttavia, non è da escludere una svista del traduttore, che dimostra scarsa conoscenza della problematica affrontata (parla ad esempio più volte di “fascismo sociale”, di un’opposizione di Zinov’ev e Kamenev “caduta in disgrazia”... nel 1928, o di una “collaborazione” a livello meno alto con socialdemocratici europei”, dietro cui si cela a quanto pare la tattica del “fronte unico” dal basso). In realtà, sia Tasca sia Deutscher (op. cit., p. 554) documentano contatti frequenti e multipli tra l’Opposizione di sinistra e il gruppo zinovievista nel corso del 1828.1829.

14 S. F. Cohen, op. cit., p. 311.

15Un document révélateur. On mène le Parti les yeux bandés!, in Contre le Courant, Organe de l’Opposition Communiste, III année, nn. 27-28, 12 avril 1929, pp. 12-15.

16Da Un document cit., come per le citazioni immediatamente seguenti.

17Sul rifiuto del culto da parte di Lenin, cfr. Roy Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pp. 189-190. Sull’uso dei legami familiari con Lenin, Cohen riporta un singolare e squallido episodio: al XIV Congresso, dopo che la vedova di Lenin, Nadezda Krupskaja, era intervenuta a fianco dell’Opposizione, contestando in particolare l’interpretazione data da Bucharin agli ultimi articoli di Lenin, Bucharin «aiutò Stalin a restaurare almeno una parvenza di autorità leninista legittima» e, oltre al suo personale prestigio, «fornì un simbolo in grado di controbilanciare il peso della Krupskaja, ossia la sorella più giovane di Lenin, Marija Ul’janova». Fra loro c’era una calda relazione personale, oltre che professionale», che fu utilizzata in modo strumentale, facendola intervenire dopo la Krupskaja per contestarne il criterio di «interpretare il leninismo meglio di tutti gli altri membri del suo partito» (S. Cohen, op. cit., pp. 227-228. Cfr. anche L. Trotckij, Diario d’esilio. 1935, Il Saggiatore, Milano, 1969, pp. 59-60).

18 I. Deutscher, op. cit., p. 562.

19Contre le Courant, cit., pp. 14-15.

20 I. Deutscher, op. cit., p. 558.

21 R. Medvedev, op. cit., p. 93; I. Deutscher, op. cit., pp. 563- 566.

22Moshe Lewin documenta largamente l’estraneità della sinistra nel suo complesso, non solo «all’utilizzazione della Gpu contro i settori privati», ma anche all’accelerazione irrazionale dell’industrializzazione e «dell’accumulazione originaria». La sinistra, soprattutto, riteneva che «la collettivizzazione dovesse seguire lo sviluppo industriale e non precederlo». Lewin documenta anche la falsità della propaganda che accusava la sinistra di «voler liquidare la Nep, opprimere i contadini e abbassare il tenore di vita» (Moshe Lewin, Economia e politica nella società sovietica. Il dibattito economico nell’Urss da Bucharin alle riforme degli anni sessanta, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp.44-45 sgg.). Lo stesso Cohen, che pure risente molto dell’ottica di Bucharin nel suo approccio ai problemi generali dell’Urss, deve ammettere che «l’opinione comune che la sinistra fosse fortemente contraria alla Nep è erronea. Così Preobrazenskij [...] formulò il proprio programma [dell’accumulazione socialista primitiva] come una continuazione del pluralismo economico della Nep, dell’agricoltura privata e delle relazioni di mercato. Lo stesso Trotskij, che è per molti l’incarnazione del fanatismo e dell’intolleranza bolscevichi [sic!], era nello stesso tempo tra i principali difensori della varietà culturale della Nep» (S. Cohen, op. cit., p. 276). Anche Lisa Foa, nell’Introduzione al volume che raccoglie il dibattito sull’accumulazione socialista, nega il legame tra le posizioni di Preobrazeskij e quel «rifiuto di una mediazione politica tra le forze sociali in gioco [...] che caratterizzò invece la politica di industrializzazione e collettivizzazione staliniana che fu attuata con metodi puramente amministrativi e troncò di fatto il processo di accumulazione nelle campagne» (Bucharin- Preobrazenskij, L’accumulazione socialista, a cura di lisa Foa, Editori Riuniti, Roma, 1969, pp. XXII-XXIII). Boffa invece accoglie, ben più dello stesso Medvedev, le cui simpatie buchariniane sono manifeste, l’idea che Stalin «sposò in quei mesi le tesi dei trotzkisti appena sconfitti», pur ammettendo che ciò sarebbe vero solo in parte, dato che «nei suoi programmi c’era qualcosa di inedito [...]. La collettivizzazione» (G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica. 1917-1941, Mondadori, Milano, 1976, pp. 342-343).

23 E. H. Carr, Le origini della pianificazione sovietica, III: Il partito e lo Stato, Einaudi, Torino, 1978, p. 69.

24 A. Tasca, in Annali, 1966, cit., p. 898.

25Sui “Professori rossi” schierati a fianco di Bucharin si era sviluppata un’aspra polemica al XIV Congresso; la stessa N. Krupskaja aveva affermato allora: «Il Professorato rosso raggruppato intorno al compagno Bucharin sta preparandosi alla successione: si stanno addestrando i teorici che determineranno la nostra linea» (in F. Cohen, op. cit., p. 219).

26Tasca riferisce in proposito (citando fonti “maggioritarie”) che «Kaganovic, investito dei poteri straordinari dal segretario del partito, sentiva il dovere di intervenire nella discussione del Presidium dei sindacati a sproposito con degli sproloqui sulla destra e la sinistra. Si discuteva di tariffe, di problemi tecnici contrattuali, e lui a ripetere la lezioncina. Tutti. compresi i fedeli, lo ascoltavano esterrefatti» (in Annali, 1966, cit, p. 899n).

27Cfr. J. Humbert-Droz, op. cit., pp. 228-229. L’allontanamento di Thälmann, fedelissimo esecutore di Stalin, dal posto di segretario generale del KPD era stato provocato dal suo tentativo di coprire per ragioni frazionistiche una sottrazione di fondi del partito effettuata da un suo braccio destro ad Amburgo, Wittorf, imponendo l’omertà ai membri della commissione locale di controllo e arrivando al punto di destituire dall’incarico ed espellere dal partito il tesoriere che aveva fatto scoprire l’ammanco. Su questo episodio, che scosse anche il PC italiano, esiste una larga documentazione nell’archivio Tasca, in Annali, 1966, cit., pp. 512-520. Sulla riunione del Presidium di dicembre, cfr. Annali, cit., pp. 593-610, 666 e passim.

28 E. H. Carr, III, op. cit., pp. 71.

29 S. Cohen, op. cit., pp. 301-302; E. H. Carr, op. cit., III, pp. 82-83. Gli articoli, uno del 20 gennaio 1929 (Lenin e i compiti della scienza nella costruzione socialista), l’altro del 24 gennaio dello stesso anno (Il testamento politico di Lenin), polemizzavano molto blandamente e indirettamente con le tesi ufficiali, soprattutto il primo, che si limitava a sottolineare il relativo rafforzamento del capitalismo. Il secondo, che era in realtà il testo della commemorazione di Lenin tenuta al Teatro Bol’soj il 21 gennaio, aveva però più immediate implicazioni politiche: usando numerose citazioni di Lenin, puntava a ridimensionare la tesi che ci si stesse muovendo verso un inasprimento dei conflitti di classe in Urss.

30Annali, 1966, cit., pp. 896-914.

31Annali, 1966, cit. p. 899.

32 S. Cohen, op. cit., p. 323.

33Sulla datazione al periodo 1925-1927 della trasformazione profonda del regime interno del Pcus con la sostanziale soppressione dell’elettività, vedi G. Procacci, Il Partito nell’Unione Sovietica. 1917-1945, Laterza, Bari, 1974, pp. 108-112; una testimonianza estremamente utile è fornita nelle memorie di Dante Corneli, Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in Urss, La Pietra, Milano, 1977, pp. 33. 34, 38 e passim, che ricostruisce in base alla sua diretta esperienza le fasi della scomparsa del criterio elettivo in Urss, datandola intorno al 1926, sia per l’elezione dei direttori di fabbrica, sia per i “responsabili quadri” e gli stessi segretari di cellula.

34Annali, 1966, cit., p. 895.

35Ibidem; i puntini sono di G. Berti, curatore del volume citato degli Annali, che ha ritenuto di pubblicare “il testo di Tasca integralmente, sopprimendo soltanto tre righe [...] che nulla tolgono all’intelligenza del testo, e contengono semplicemente e soltanto degli “sfoghi” personali, manifestazione del risentimento di Tasca nei confronti di Ercoli”.(Ivi, p. 891).

36 J. Humbert-Droz, op. cit., p. 255. Vedi anche S. Cohen, op. cit., pp. 307 e 308., che spiega questa singolare “inchiesta” con l’intenzione di raccogliere «prove per documentare la non idoneità personale di Stalin a ricoprire il posto di segretario generale, un posto che equivaleva ora a quello di capo del partito». Per questo, «dopo sei anni di complicità nel sopprimere il “testamento” di Lenin, Bucharin stava mettendo insieme testimonianze provenienti da vittime della “grossolanità” di Stalin». Come è noto, il Testamento di Lenin proponeva di “rimuovere Stalin” dalla carica, proprio perché “troppo grossolano”. Tuttavia, come osserva E. H. Carr (Il socialismo in un solo paese, I: La politica interna. 1924-1926, Einaudi, Torino, 1968, p.163) nel breve ma efficace profilo biografico di Bucharin, costui non era nella posizione per ergersi a giudice di Stalin: «Il fatto che Stalin, il quale non aveva alcuna pretesa intellettuale ed era chiaramente indifferente alla logica, abbia sconfitto i suoi oppositori con argomenti capziosi e disonesti è meno scandaloso che ritrovare gli stessi argomenti in bocca a Bucharin, il quale era certamente consapevole della loro natura. Egli non solo si gettò con amore nella campagna contro Trotskij; ma in aspra polemica col suo vecchio amico e collaboratore Preobrazenskij, replicò a un’analisi economica misurata e seria in termini tanto evasivi quanto brutalmente demagogici».

37L’articolo della Pravda del “4 agosto 1929 veniva riprodotto già il 30 agosto sul n. 83 della Internationale Presse Korrispondenz (Inprekor) e il 4 settembre sull’edizione francese (La Correspondence Internationale, a. IX, n. 80, pp. 1097-1098).

38Ibidem.

39Sulle dimensioni del terrore, documentate con impressionante meticolosità da Roy Medvedev in gran parte dell’op. cit. (in particolare alle pp. 240-295), fornisce un quadro sintetico anche S. Cohen (op. cit., p. 339) a proposito dei delegati al XVII Congresso: su 1966 delegati, 1108 furono arrestati e in gran parte fucilati o lasciati morire nei GUlag, mentre sui 139 membri del CC eletti in quel congresso, ben 110 furono uccisi o costretti al suicidio.

40Nelle sue memorie, la vedova, Anna Larina, afferma che fu presente all’unico colloquio senza altri testimoni di Bucharin con Nikolaevskij, e che anche in quell’occasione Bucharin si indignò per una battuta su Stalin dell’esponente menscevico e fece perfino un elogio della collettivizzazione, pur ammettendo di aver proposto inizialmente una strada meno rapida. Secondo la Larina Bucharin concluse invitando Nikolaevskij a venire in Russia a vedere i risultati della vittoria di Stalin. Essa sostiene che la Lettera di un vecchio bolscevico era un falso che utilizzava singole frasi di Bucharin ricavate da scritti del 1928. Tuttavia essa ammette di non aver assistito ai primi colloqui (arrivò a Parigi qualche settimana dopo il marito) e soprattutto non è escluso che, nonostante il grande amore per la giovane moglie, Bucharin temesse la sua ingenua loquacità, di cui essa stessa fornisce testimonianza ammettendo di aver raccontato spontaneamente agli inquirenti alcuni episodi che le sembravano insignificanti (come un viaggio in treno con l’ambasciatore americano Bullitt) e che vennero invece usati come prove d’accusa nel processo. Anna Larina, Ho amato Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1989, pp. 297-304 e 154 (per il colloquio con Bullitt).

41R. Medvedev, op. cit., pp. 229- 231).

42Il problema della vodka, che era stata vietata dallo zar all’inizio della guerra, facilitando il compito dei bolscevichi, che nel solco della tradizionale politica del movimento operaio avevano sempre combattuto l’alcoolismo, ricompare proprio con la NEP, e viene “risolto” da Stalin legalizzandone “temporaneamente” la produzione, tra le proteste dell’opposizione di sinistra. Alla fine del periodo brezneviano la vodka era divenuta la principale fonte di entrate dello Stato sovietico, e probabilmente la principale causa di mortalità. Cfr. Scheda su L’alcoolismo in URSS in Antonio Moscato, Gorbaciov, Erreemme, Roma, 1990, pp. 51-53.

43Tra l’altro avevano esercitato fin dal 1922 una pressione assai forte per l’abolizione del monopolio statale sul commercio estero, che era stata raccolta dal Commissario del popolo al commercio estero, Miljutin, ed era stata condivisa dalla maggioranza dei dirigenti (compreso Stalin e ovviamente Bucharin) fino a quando era intervenuto Lenin, già malato, che aveva concordato una posizione comune con Trotskij. Un’ottima ricostruzione è nel sempre fondamentale libro di Moshe Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969; cfr. anche il più recente Pierre Broué, La rivoluzione perduta, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, pp. 300-301.

44Per una valutazione delle sfacciate mistificazioni contenute nella biografia di Stalin di questo volubile storico di regime si veda l’ampia recensione di: Dimitri Volkogonov, Trionfo e tragedia, Mondadori, Milano, 1991, in “Marx 101”, n. 7, novembre 1991.

45Anche i capitali stranieri, d’altra parte, sono risultati assai poco interessati a un paese dalle condizioni sociali così incerte, e sono rimasti esitanti nei confronti delle lusinghe di Eltsin non meno che a quelle di Gorbaciov. Tra le cause che hanno impedito di far decollare finora nella ex Unione Sovietica “normali” attività economiche capitalistiche come quelle che - pur al prezzo di gravi tensioni sociali - avevano contrassegnato la prima fase della NEP non va sottovalutato il permanere di privilegi consolidati da decenni e quindi assai difficili da sradicare. A quanto pare non vi rinunciano neppure i burocrati più disposti a riciclarsi ideologicamente e a lanciarsi dell’arena del “mercato”.

46Entrambi i libri, superficiali e giustificazionisti, furono pubblicati dagli Editori Riuniti,allora casa editrice del PCI rispettivamente nel 1975 e 1976.

47Giuseppe Boffa, Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, Laterza, Bari, 1982.

48Il termine stesso conferma indirettamente la scarsa dimestichezza con le opere di Trotskij, giacché assolutizza una forzatura polemica della prima fase dell’Opposizione, poi ridimensionata agli inizi degli anni Trenta.

49Boffa aveva scritto nel 1979 l’Introduzione alla nuova edizione della trilogia di Deutscher su Trotskij curata da Attilio Chitarin, dopo che diversi autorevoli esponenti della nuova sinistra avevano declinato l’incarico con vari argomenti: Rossana Rossanda, ad esempio, chiese un anno di tempo per scrivere la prefazione, il che, conoscendo la sua facilità di scrittura, fece dubitare ai redattori della Longanesi che dovesse leggere ancora il libro, la cui prima edizione italiana risaliva al 1956). Nel gruppo originario del Manifesto, d’altra parte, figurava anche Michelangelo Notarianni, che viceversa presentò molto favorevolmente - aggiungendo nella prefazione argomenti di chiara derivazione staliniana - un pamphlet antitrotskista di un maoista greco, Kostas Mavrakis, Trotskismo: teoria e storia, Mazzotta, Milano, 1972.

50Spriano ad esempio alimentò a lungo il mito della “specularità” tra Stalin e Trotskij, rimproverando su l’Unità a quest’ultimo perfino di essere divenuto negli anni Trenta «un critico astioso dell’unità di comunisti e socialisti francesi, come di quelli spagnoli», mentre ovviamente Trotskij non criticava affatto l’alleanza tra comunisti e socialisti, ma il suo allargamento a forze borghesi, cioè al nemico di classe! Ovviamente Spriano lasciò cadere questa ridicola calunnia quando riesaminò la questione nel suo ultimo lavoro impegnativo: Paolo Spriano, I comunisti europei e Stalin, Einaudi, Torino, 1983, p. 50.

51L’intervento fu allora accolto con un certo fastidio della presidenza, e non inserito negli Atti con il pretesto di difficoltà di trascrizione (mentre lo avevo inviato sollecitamente dattiloscritto), ma permise invece di stabilire negli anni successivi un dialogo proficuo con alcuni degli studiosi del PCI. È stato pubblicato integralmente in Antonio Moscato, Sinistra e potere. L’esperienza italiana 1944-1981, Sapere 200, Roma, 1983, pp.175-183.

52Va aggiunto anzi che tale rigetto fu condiviso non solo dall’eclettica direzione di Democrazia Proletaria, ma è stato ripreso dallo stesso PRC, che ha accettato senza discussione sia la condanna ideologica e preconcetta del “centralismo democratico” in quanto tale, sia il rifiuto di quella possibilità di costituire tendenze e raggruppamenti temporanei su piattaforme politiche che il “centralismo democratico” nell’accezione leniniana non negava affatto, e che gli venne attribuita nei lunghi decenni dello stalinismo.